L’esercito del Mali ha annunciato ieri di essere entrato nella importante città settentrionale di Kidal, conquistata ad aprile dai separatisti tuareg e dai jihadisti del “Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani” (Jnim), che hanno annunciato il ritiro delle proprie forze.
In una dichiarazione diffusa nelle ore precedenti e riportata sui media locali, lo Stato maggiore maliano aveva affermato per la prima volta di aver condotto “operazioni aeree e terrestri su larga scala nella regione di Kidal” insieme ai suoi “partner russi”, con l’obiettivo di “neutralizzare i gruppi armati terroristici”, “distruggere i loro rifugi” e “ripristinare in modo duraturo la sicurezza della popolazione” e la sua “libertà di movimento”. La riconquista di Kidal rappresenta un risultato di forte valore simbolico per la giunta militare del paese, dopo la sconfitta subita lo scorso aprile.
Il Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), organizzazione separatista tuareg, ha annunciato in una dichiarazione di aver “deciso di effettuare un ritiro strategico e controllato delle proprie forze dalla città di Kidal”, dopo averla conquistata durante gli attacchi di aprile condotti insieme a gruppi jihadisti alleati, con l’obiettivo di indebolire le autorità militari al potere in Mali. Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce dell’Fla, ha precisato che la ritirata è temporanea e si è svolta «senza scontri diretti sul terreno» per evitare vittime civili.
A partire dalla fine di aprile, il Jnim e l’Fla hanno condotto una serie di attacchi, conquistando Kidal e uccidendo il ministro della Difesa del Mali.
All’inizio di luglio, i due gruppi avevano inoltre conquistato temporaneamente la città di Anefis, al termine di intensi combattimenti, oltre a condurre altre offensive.
Il Mali è alle prese dal 2012 con una grave crisi di sicurezza, alimentata in particolare dalle violenze di gruppi affiliati ad al Qaeda e allo Stato islamico, oltre che da bande criminali locali e gruppi separatisti. Dopo due colpi di Stato, nel 2020 e nel 2021, il Paese è governato dai militari, saliti al potere con la promessa di ripristinare la sicurezza e che dopo aver rotto con la Francia si sono affidati, ormai da cinque anni, ai contractor russi inquadrati nella compagnia “Africa Corps”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/10/2026
Mali - Esercito e mercenari russi riconquistano terreno
20/10/2026
Tunisia - Esplode la protesta contro il regime di Saied
In una rara dimostrazione di unità, partiti di opposizione di tutto lo spettro politico si sono uniti ai sindacati, agli avvocati, ai medici, ai giornalisti e ai disoccupati in una marcia lungo il viale Habib Bourguiba, punto focale delle proteste che nel 2011 contribuirono a innescare la rivolta che portò alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali.
La protesta di questi giorni rappresenta una sfida significativa per Saied, dopo anni di divisioni che hanno indebolito la capacità dell’opposizione di mobilitare grandi folle.
“Il silenzio non sarà più accettabile... lo Stato non può essere costruito concentrando tutto il potere nelle mani di una sola persona”, ha dichiarato Slah Eddine Salmi, capo dell’UGTT, durante la manifestazione.
I manifestanti hanno scandito slogan come: “Niente paura, il potere appartiene al popolo!” e “Le prigioni sono piene, la gente ha fame!”. Hanno anche ripreso l’iconico slogan della rivolta del 2011, “Il popolo vuole la caduta del regime!”.
Nel 2021 e nel 2022 l’esponente liberalconservatore Saied si è impossessato di ampi poteri, sciogliendo il parlamento e iniziando a governare per decreto. Al tempo il nuovo uomo forte della Tunisia ha licenziato decine di giudici ed ha fatto arrestare decine di oppositori appartenenti sia alle correnti islamiste sia a quelle di sinistra.
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo che il regime ha intensificato la repressione contro la società civile e i giornalisti. Da parte sua Saied accusa gli oppositori e non meglio precisati soggetti esterni di aver orchestrato la crisi economica per alimentare disordini sociali e destabilizzare il paese e il governo.
Ma ormai anche alcuni settori della cosiddetta classe media, alle prese con le crescenti difficoltà economiche, cominciano a criticare apertamente il regime di Saied, che inizialmente era stato accolto da larghi strati della popolazione come il male minore, in grado di riportare stabilità e ordine dopo gli anni di caos e tensione seguiti alla caduta del regime di Bel Ali.
Lo scorso 27 settembre, un gruppo di laureati ancora disoccupati ha iniziato una marcia di circa 300 km da Menzel Bouzaiane, nella Tunisia centrale, verso la capitale Tunisi, per chiedere lavoro e l’attuazione di una legislazione volta a fornire un percorso chiaro verso l’impiego nel settore pubblico.
Ribattezzata come la “Marcia della Dignità”, la protesta diretta verso Cartagine, il sobborgo della capitale che ospita il palazzo presidenziale, è iniziata con 23 partecipanti, ma altri laureati senza lavoro si sono uniti lungo il percorso sino a superare i 120. Il 6 ottobre, la polizia ha bloccato la marcia nella città di Borj Cedria, a sud di Tunisi, imponendo ai partecipanti di continuare singolarmente, e non più in gruppo, destando però così l’attenzione di alcuni media.
Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’economia tunisina è cresciuta del 2,7% nel 2025 e del 2,4% nella prima metà del 2026. Ma sempre secondo l’INS, nel secondo trimestre di quest’anno il tasso di disoccupazione complessivo si attestava al 14,9%. Tra i laureati, però, raggiungeva addirittura il 26,6%, arrivando al 35,6% tra le donne laureate (contro il 14,2% per gli uomini). In generale, i senza lavoro rappresentano il 35,4% di coloro che hanno dai 15 ai 24 anni. Dall’inizio dell’anno, poi, l’inflazione è cresciuta dello 0,8%, raggiungendo a settembre il 5,6%.
La disoccupazione e la mancanza di prospettive alimentano così l’emigrazione dal paese, che negli ultimi anni ha perso una quota considerevole dei suoi giovani, molti dei quali laureati.
Già lo scorso 25 luglio, migliaia di persone si erano mobilitate a Tunisi, ma anche a Monastir, a Sousse e in altre città, contro i continui black-out energetici, gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la repressione del regime.
Prima ancora, il 15 ottobre 2025, migliaia di tunisini avevano già avviato una imponente protesta contro l’inquinamento prodotto dal “Gruppo chimico tunisino” (Gct) a Gabès, dopo i gravi problemi respiratori riscontrati in decine di bambini, causati dai fumi tossici emessi dalla fabbrica che converte i fosfati in acido fosforico e fertilizzanti.
Dopo la partecipata protesta di sabato scorso – e sull’onda delle rivolte soprattutto giovanili che imperversano soprattutto in Europa ma anche in India – le manifestazioni in Tunisia nei prossimi giorni potrebbero crescere di intensità e impensierire il regime di Saied, che finora è riuscito a tenere sotto controllo la situazione utilizzando un messaggio nazionalista e paternalista ma anche la crescente repressione.
In carcere negli ultimi anni sono finiti esponenti politici di spicco, come l’anziano leader del partito islamista Ennahda, Rached Gannouchi, arrestato nel 2023. Dietro le sbarre ci sono i principali avvocati e attivisti di opposizione, come Ahmed Nejib Chebbi e Ahmed Souab, accusati di “cospirazione”. La nota attivista per i diritti umani, Sihem Bensedrine, 75 anni, è stata recentemente condannata a 25 anni di detenzione. Da marzo è in prigione anche Wael Naouar, del Comitato direttivo della “Global Sumud Flotilla”, accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti, e altri attivisti del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.
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14/10/2026
L’Etiopia in subbuglio: tra lasciti del colonialismo e interessi imperialisti
Le questioni che riguardano Eritrea ed Etiopia, inoltre, costringono sempre ad un punto di vista parziale: il mio è quello di una persona che ha trascorso 10 anni tra i rifugiati eritrei in Europa (influendo il giudizio che ho sul governo eritreo) ed è stato in Tigray diverse volte tra il 2012 e il 2019, in un accordo tra Sapienza e Università di Mekelle. Lavoravo all’epoca nell’ambito della Missione Etnologica Italiana In Tigray – Etiopia.
Proviamo a prendere i fili uno ad uno, per poi provare a sciogliere qualche nodo.
Primo nodo: la spirale di violenze
Nell’ultima parte di settembre 2026 il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) riapre le ostilità cessate nel 2022 con l’accordo di Pretoria, assumendo il controllo degli aeroporti tigrini (ne è stato scritto anche su questo giornale). Dal 2020 al 2022 era stata combattuta una guerra civile che non ho problemi a dire abbia assunto le caratteristiche di genocidio della popolazione tigrina (centinaia di migliaia di morti, stupri, e violenze di ogni genere).
Tra aprile e maggio scorso il TPLF aveva ripreso il potere, riposizionando la figura di Debretzion Gebremichael a capo della regione. La rete delle alleanze sembra tuttavia completamente cambiata. Lo stesso TPLF è spaccato al suo interno e la nomina di Gebremichael va letta anche in continuità con la rimozione di Getachew Reda, accusato di essersi alleato con il premier etiopico Aby Ahmed dopo la firma dell’accordo di Pretoria, inviso alla parte più radicale del Fronte.
Queste dinamiche hanno rinvigorito il neonato hara meret o Tigray Peace Forces (di pace, ma sono armatissimi) staccatosi dal Tigray Defence Forces nato durante la guerra del '20-'22, e sostenuto dal governo federale di Aby Ahmed.
Ripercorriamo la storia
Nel novembre 2020 il governo centrale etiope aveva scatenato l’offensiva a causa delle azioni militari della compagine tigrina (il TPLF): le tensioni erano già alte quando il TPLF aveva indetto le elezioni in Tigray (vinte dal TPLF) nonostante il divieto del governo centrale, giustificato dalla pandemia; il casus belli era stato un presunto attacco ad un deposito di armi da parte del TPLF, il quale sostiene invece si trattasse di una messa in scena del governo per giustificare l’attacco.
Ovviamente non si trattava di una improvvisa esplosione di violenza: il TPLF ha guidato l’Etiopia dal 1991 al 2018 quando le elezioni decretarono il crollo del vecchio Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (guidato dal TPLF) e furono vinte da Aby Ahmed, un ex militare etiopico, di origine mista Amhara ed Oromo.
Cambiano gli equilibri sociali ed economici nel paese: il TPLF (guidato dalla leggendaria figura di Meles Zenawi) aveva impostato la fase successiva alla caduta del Governo comunista di Menghistu Haile Mariam (1991) attraverso quello che viene definito un federalismo a base etnica (regioni, con un certo grado di autonomia, legate alle caratteristiche etnico-linguistiche maggioritarie).
Dal punto di vista economico, uno sviluppismo con un forte controllo statale si era intrecciato con una particolare attenzione alla regione del Tigray (Mekelle era una città in esplosione quando la frequentavo).
Per chi non conoscesse nulla della storia etiopica, va ricordata l’impostazione del TPLF: vero che combattevano contro il governo centrale filosvietico di Menghistu Haile Mariam, ma è altrettanto vero che partiva da una forte impostazione maoista che si trasformò – con una serie di modificazioni anche ideologiche – appunto nello sviluppismo a forte controllo statale una volta preso al potere.
L’anno delle elezioni di Aby Ahmed segna un passaggio importante, che è necessario comprendere: Aby dapprima sigla una pace con l’Eritrea (nemico storico a nord), calcificando i principi e le delimitazioni territoriali (per lo più intorno all’area di Badme) dell’accordo di Algeri (2000). Questo passaggio gli garantirà il premio Nobel per la pace: ormai quel premio mostra gli interessi imperialisti e dove scoppierà la prossima guerra.
Successivamente, Aby Ahmed firma un memorandum militare (un accordo) con l’Italia: l’Etiopia sta attraendo capitali dai paesi del golfo, è un paese che cresce molto e le imprese italiane fanno ottimi affari: la costruzione della diga della discordia con l’Egitto porta firma italiana, precisamente quella della Webuild di Salini, oltre ad altre aziende italiane coinvolte nella fornitura di cavi elettrici.
L’accordo prevede momenti di addestramento comune, così come un impegno congiunto nelle missioni di pace e la sicurezza interna (si parla di rafforzamento delle reciproche capacità difensive). Altresì si parla (art. 9) di armamenti e sistemi d’arma, mediante la ricerca scientifica, scambi di conoscenza, approvvigionamento di tipo militare in generale.
L’accordo è stato ratificato dal governo italiano nell’agosto del 2020. Tre mesi dopo, a novembre, le truppe nazionali etiopi fanno partire una enorme operazione militare contro il Tigray, nonostante il periodo della pandemia e una invasione di locuste che aveva lasciato la regione in difficoltà dal punto di vista della produzione alimentare. Congeliamo il discorso e guardiamo a questi due dati: pace con l’Eritrea e accordo militare con l’Italia.
Questo secondo evento è ancora oggetto di grande discussione: che io sappia, l’accordo è stato congelato soltanto alla fine del 2021, dopo una serie di interrogazioni parlamentari, e non vi sono notizie (almeno che io sappia) riguardo al preciso contenuto oggetto delle richieste di autorizzazione al trasferimento di materiale bellico e tecnologia dual use (per approfondimenti, ne parla qui Antonio Mazzeo).
Gli interessi imperialisti occidentali (in grosso scontro con l’attore cinese, che è importante sul territorio ed opera molto in Tigray) si connettono probabilmente alla questione centrale della geopolitica del Corno d’Africa: l’Etiopia è un paese di oltre 90 milioni di abitanti, con un PIL in costante crescita, ma che non ha uno sbocco sul mare.
L’accordo di pace con l’Ertirea sembrava rientrare in un progetto di sviluppo di un'asse strategico tra Addis Abeba, Asmara e, ancora di più, i porti sul Mar Rosso di Massawa e Assab (si è a lungo vagheggiato su una ferrovia a scartamento ridotto su questo asse, in cui sarebbero state interessate aziende italiane). Al momento, tuttavia, questa opzione sembra essere saltata, perché l’Eritrea è stata marginalizzata negli accordi di Pretoria e, pare, in questo momento sia un antagonista del governo etiope a differenza di 4 anni fa.
La questione più preoccupante per l’Eritrea è stata l’annuncio etiope di voler ottenere uno sbocco marittimo, che significa automaticamente una minaccia per la sovranità territoriale, usata sempre come leva per giustificare la repressione interna da parte del governo eritreo di Issaias Afewerki (non voglio qui aprire il dibattito su questo governo, ma sono disposto a parlarne in qualunque sede): l’Etiopia vuole cancellare le vittorie ottenute dai movimenti di liberazione nazionale tra il 1961 e il 1991.
Dunque, la questione è “banalmente” l’accesso al mare e la circolazione delle merci, rispetto alla quale lo sviluppo tigrino si pone evidentemente in contraddizione, almeno parziale. A questo va aggiunto un conflitto interno al Tigray sul controllo dell'estrazione dell’oro, in cui sono coinvolti personaggi del Tigray Defence Forces (la forza nata durante la guerra del 2020), e sullo Endowment Fund for the Rehabilitation of Tigray, controllato dal TPLF.
L’uso del porto di Assab da parte etiopica ha anche un precedente storico: durante la pace tra Eritrea ed Etiopia, successivamente al rovesciamento del Governo di Haile Mariam del 1991, e con l’affermazione di una prospettiva rivoluzionaria in Eritrea (furono espulse le istituzioni sovranazionali come FMI e BM che altrove avevano strozzato i paesi postcoloniali con il meccanismo dei prestiti e poi degli aggiustamenti strutturali in cambio della dilazione delle restituzioni), si consentì all’Etiopia di usare il porto marittimo di Assab.
Nel 1998, quando intorno all’area di Badme scoppiarono le ostilità tra Eritrea ed Etiopia, questa consuetudine si interruppe. Qui entra in gioco il fattore “identitario”, che è sempre presente su questi territori, non perché – come vorrebbe una vulgata razzista – gli africani sarebbero quelli delle “guerre tribali” o “etniche”, ma perché l’imposizione coloniale dello Stato-nazione omogeneo ha prodotto dei mostri.
La guerra del 1998 (durata fino al 2000) ha prodotto centinaia di migliaia di morti, ma ha anche opposto dei fratelli: per chi non è avvezzo all’Africa è un po’ difficile da capire. L’Eritrea è un artefatto coloniale italiano (a partire dal nome): un insieme di popolazioni diverse (Tigrinya, Beni Amer, Afar, Kunama, Rashaida, Saho, Bilen, Nara, Hidareb) accorpate sotto uno stato. I tigrini dell’altopiano centrale (la Kebessa) erano profondamente attigui ai tigrini del Tigray etiopica, molto più di quanto lo erano con le altre popolazioni “eritree”.
Sia nella fase liberale che in quella fascista del colonialismo nostrano, fu fatto uno sforzo enorme (soprattutto attraverso le politiche linguistiche e scolastiche, oltre che religiose e militari) per “produrre” una differenza che doveva servire a percepire gli etiopi del nord come nemici, da combattere attraverso i famosi Ascari (le truppe coloniali indigene).
Quando nel 1998 scoppia la guerra, sono i tigrini del tigray a fronteggiare i loro “fratelli” (spesso legati realmente da complesse reti di parentela che trascendono il confine). Dal nostro punto di vista, il TPLF sono i maoisti contro gli “stalinisti” del Derg, dal punto di vista locale il TPLF è anche il partito dei tigrini, mentre il derg è più legato a reti amariche.
Quando, nel 2020, il governo eritreo si trova coinvolto nella guerra civile etiopicapartecipa all’accerchiamento dei tigrini (aggredendoli da Nord, mentre le truppe del nobel per la pace attaccano da sud e quelle Amhara da ovest), di fatto per due motivi: il primo è quello di allargare la propria legittimità, con il sottotesto di garantire, attraverso il pugno di ferro del temutissimo presidente Issaias Afewerki, la sicurezza nel Mar Rosso per le navi (basta vedere la questione Houthi o ricordarsi dei “pirati somali” per capirne l’importanza).
Il secondo è quello di vendicarsi contro gli “odiati fratelli” tigrini, un tempo alleati nella comune battaglia contro il governo centrale etiope che era letto dagli eritrei come una forza coloniale... ma in una contrapposizione creata dalla frattura coloniale, almeno nella parte più grossa della catena delle responsabilità.
Ci vorrebbero 18 di questi articoli per dipanare un minimo la complessità: ci sono gli interessi imperialistici, c’è lo scontro tra occidente e Cina (andate all’aeroporto di Addis Abeba e ci troverete le scritte in mandarino, come mi è capitato di vederle anche in Tigray), ma c’è anche una questione locale, profondamente coloniale nella sua radice. Proviamo a seguire qualche filo.
Le trasformazioni e le altre questioni in ballo
In questo momento il quadro appena delineato si pone in trasformazione: il TPFL pare abbia stretto una alleanza con le milizie armate Fano della regione Amhara e quelle dell’Oromo Liberation Front, in funzione anti Aby Ahmed. Anche qui la profondità storica andrebbe spiegata se ve ne fosse lo spazio.
Con i Fano non c’è mai stato accordo sul destino di una parte del territorio contesto tra Tigray e regione Amhara; per quanto riguarda la popolazione Oromo appartiene a quel complesso mondo dell’Etiopia centro-orientale, di religioni locali o mussulmane, e, soprattutto, con caratteristiche politiche assembleari e “acefale” (termine con cui gli antropologi hanno per decenni definito le società senza stato o che scartavano l’opzione di un potere centralizzato): essi hanno dunque sempre subito l’imposizione di una struttura burocratica centralizzata, e tutti i suoi correlati (carcere, delega rappresentativa in primis).
Nella storia dell’impero etiope (derivante dall’antico Regno di Aksum), gli Oromo hanno subito il dato della marginalizzazione: in un impero che, almeno dal IV secolo d.c., si impone il cristianesimo monofisita come caratterizzate, viene assegnata alla chiesa ortodossa la funzione di riscossione delle tasse e distribuzione delle terre... immaginiamo come potessero stare popolazioni decentrate culturalmente e politicamente in una opzione stato nazionale (sebbene federale, come quella etiopica) della modernità occidentale capitalistica.
In questo quadro di alleanze incerte, la tendenza sembra quella di un'esplosione e frammentazione, in cui si inseriscono le diverse forze imperialiste che interessano la regione in cui il conflitto sembra espandersi. Luca Puddu, esperto di storia economica dell’Etiopia, spiega molto bene in un podcast questo processo e come esso si inserisca in una guerra ad aumentato impatto tecnologico con l’inserimento dei Droni nelle forze armate etiopiche (spereremmo che questo non centri nulla l’accordo militare con l’Italia...).
Quando il 22 settembre la nuova alleanza tra Fano, Tigrini e Oromo ha annunciato la volontà di rimuovere Aby dal potere, è partito un grosso attacco di droni sulle forze tigrine vicine all’area Wollo della regione Amhara.
Risultano, spiega ancora Puddu, una serie di accuse reciproche che segnalano l’allarme di un allargamento del conflitto: il governo sudanese accusa quello etiope di appoggiare la ribelle Rapid Support Forces in Sudan, mentre il governo etiopico lamenta di combattenti tigrini a supporto dell’esercito sudanese (su questo anche l’international crisis group).
Giusto per dare la portata del problema: anche gli Emirati Arabi Uniti – alleati dell’Etiopia – sono accusati di sostenere le forze ribelli sudanesi. L’Eritrea sembra aver cambiato strategia e adesso si trova in opposizione all’Etiopia.
A salire, abbiamo già menzionato la diga “Grand Ethiopian Reinassaince” che toglie parte delle acque del Nilo all’Egitto – non a caso accusato dal governo etiopico di sostenere le nuove alleanze armate – minando la sua capacità di produzione alimentare a vantaggio della produzione energetica etiope.
È sempre l’Egitto ad apparire interessato a competere con l’Etiopia per il controllo dei porti eritrei di Massawa e Assab. Il porto di Assab è rivendicato anche dalle milizie Afar (popolazione divisa dal confine) insieme a parte cospicua della regione Eritrea del Debubawi Qahye Baahr (il Mar Rosso del Sud) e sarebbero per questo finanziate dal governo centrale etiope.
Non poteva mancare in questo quadro lo Stato sionista e terrorista di Israele (e dunque gli Stati Uniti): l’alleanza con l’Etiopia è storica, ma oggi appare saldata a quella con gli Emirati Arabi Uniti, in funzione anti sudanese, orientata alla costruzione di solide partnership commerciali che riguardano principalmente l’esportazione di tecnologia della sorveglianza e/o militare, ma, soprattutto, interessata profondamente alla “sicurezza” nel Mar Rosso.
Come sempre accade nel Corno d’Africa da 80 anni a questa parte, le questioni locali, regionali e internazionali sembrano intrecciarsi tra loro almeno quanto le questioni economiche presenti con i conflitti storici, che richiederebbero molto più approfondimento.
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01/10/2026
Etiopia - Riesplode la guerra civile. L’impatto va ben oltre il Corno d’Africa
I fatti sul campo certificano il collasso definitivo dell’Accordo di Pretoria, siglato nel novembre 2022 per congelare la cosiddetta “Guerra del Tigrè”, innescata dalla commistione tra tensioni etniche, diatribe sull’assetto amministrativo del federalismo etiope e accuse di autoritarismo mosse contro il primo ministro Abiy Ahmed Ali.
L’offensiva militare segue di poche ore un terremoto politico: la nascita dell’Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza. L’annuncia è arrivato per via televisiva, dagli schermi di Tigrai TV. Il canale è stato poi immediatamente oscurata dall’autorità federale per le telecomunicazioni.
La coalizione raggruppa sette formazioni armate assai eterogenee, alcune delle quali, nel precedente conflitto, erano persino su fronti opposti. Un accordo fragile, che evita di delineare il futuro assetto del paese, e che per ora si è unito nella volontà di rovesciare il governo di Addis Abeba.
A tenere insieme i vari gruppi è la comune opposizione a Abiy Ahmed, accusato di aver smantellato il federalismo etnico per accentrare il potere nella capitale. Dal principale centro del Tigrè, Mekelle, il leader tigrino Debretsion Gebremichael ha definito l’operazione come una guerra difensiva, conseguente ai ripetuti raid di droni condotti da Addis Abeba negli ultimi mesi e alla massiccia mobilitazione dell’esercito federale alle porte della regione.
È stata diametralmente opposta la replica del governo: Getachew Reda, in passato presidente dell’amministrazione ad interim tigrina e oggi consigliere del primo ministro, ha denunciato su X una condotta sconsiderata da parte del TPLF, accusandolo di aver deliberatamente trascinato il paese in una spirale distruttiva.
L’Etiopia ha osservato una significativa crescita economica negli ultimi anni, in particolare in virtù di investimenti stranieri. Il governo federale dispone di un apparato militare ammodernato, rifornito di una consistente flotta di droni armati, a cui si associa il sostegno economico e logistico degli Emirati Arabi Uniti.
Il riesplodere del conflitto interno all’Etiopia, infatti, oltre a rappresentare una tragedia per milioni di persone (tra la fine del 2020 e la fine del 2022 sono stati oltre 600 mila i morti), rischia di essere l’ennesimo tassello a saltare nel delicato puzzle dell’area che va dal Corno d’Africa fino a tutta l’Asia occidentale.
Nell’ovest dell’Etiopia, la fascia di confine del Benishangul-Gumuz e dell’Amhara è già un crocevia nevralgico della guerra in Sudan. Il governo di Khartoum accusa apertamente Addis Abeba di concedere basi logistiche e campi di addestramento ai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), manovrati e finanziati da Abu Dhabi.
A nord c’è l’Eritrea, che nel conflitto del 2020-2022 si è impegnata militarmente al fianco del governo di Abiy Ahmed contro i tigrini, che rivendicavano anche parte del suo territorio. Il paese è stato però nei fatti escluso dagli accordi di Pretoria, mentre il primo ministro etiope continua a reiterare la richiesta di ottenere uno sbocco sovrano sul Mar Rosso, a discapito proprio dell’Eritrea.
Per questo Asmara si è avvicinata all’Egitto e alla Somalia. Mentre Il Cairo ha aperto un contenzioso con l’Etiopia sulla Grande Diga della Rinascita (GERD) sul Nilo Azzurro, infrastruttura considerata strategica nella gestione delle acque e di tutte le attività annesse, la Somalia fa i conti con la secessione del Somaliland, riconosciuta unicamente da Tel Aviv, che sappiamo bene avere un asse solido con Abu Dhabi.
L’Unione Africana ha invocato colloqui immediati, ricevendo però il secco rimprovero delle autorità tigrine per non aver fatto rispettare le clausole di Pretoria. Gli Stati Uniti hanno esortato il TPLF a fermare gli scontri. Come sottolineato dall’ex ambasciatore italiano Giuseppe Mistretta, pesa l’atteggiamento tenuto finora da Stati Uniti, Unione Europea e Italia.
In un articolo apparso sulla rivista Nigrizia, il diplomatico afferma che i paesi occidentali hanno continuato a garantire cospicui flussi finanziari ad Addis Abeba “in nome del posizionamento economico e geo-strategico […] senza chiedere in cambio neanche standard minimi sui diritti umani, sulla rule of law, sui risarcimenti per le popolazioni colpite dalla guerra civile, su una giustizia equa per le atrocità commesse”.
“Né si è mai chiesta – continua – la fine dei bombardamenti con droni sulle popolazioni civili, effettuati dall’esercito federale ogni qual volta venga messo in difficoltà dalle milizie locali di opposizione”. L’Etiopia, insomma, è diventato un fattore di destabilizzazione nel Corno d’Africa. Ma lo è diventato in quanto principale “cavallo” su cui hanno puntato gli imperialisti occidentali per controllare l’area.
Anche il governo Meloni ha guardato con interesse all’Etiopia, cercando di far penetrare il proprio Piano Mattei nel paese. Ancora una volta, un brutto scossone colpisce le mire dei governanti del Vecchio Continente sull’Africa, continente eletto a terreno di “caccia” privilegiato per gli interessi delle multinazionali europee.
Più in generale, l’enorme quantità di capitale, materiale e diplomatico, speso dalla filiera imperialista ad Addis Abeba deve fare i conti con un ennesimo elemento che potrebbe destabilizzarne l’asse, che va da Abu Dhabi fino al Sud Sudan, passando per Tel Aviv. La minaccia più immediata è la pietra tombale che tutto ciò potrebbe porre sulla questione del controllo dello stretto di Bab el-Mandeb.
Per questo il rischio è che l’esacerbarsi delle contraddizioni spinga le potenze occidentali, nel tentativo di risolvere la situazione a proprio favore, ad alimentare un’ulteriore escalation. E per questo, la guerra civile in Etiopia è un dossier che ci riguarda da vicino.
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04/09/2026
Congo, l’Ebola corre più veloce dei soccorsi: oltre tremila morti
Quando l’epidemia è stata ufficialmente dichiarata, il 15 maggio, il virus aveva probabilmente già accumulato mesi di vantaggio. Oggi, meno di quattro mesi dopo, la Repubblica Democratica del Congo conta 6.186 casi confermati di Ebola e 3.007 morti. È la più grande e la più letale epidemia mai registrata nel Paese e la seconda più mortale nella storia, superata soltanto da quella che tra il 2014 e il 2016 uccise oltre 11 mila persone in Guinea, Liberia e Sierra Leone.
Ma il numero che spiega forse meglio la gravità di ciò che sta accadendo non è quello dei contagi. È un altro: circa il 60% delle persone che muoiono non arriva mai in un centro di cura. Muoiono nelle case, nei villaggi, lontano dai sanitari e spesso senza essere state inserite nelle liste dei contatti di un caso già conosciuto. Per l’Organizzazione mondiale della sanità ogni morte di questo tipo significa che esiste una catena di trasmissione che le autorità non hanno ancora individuato. “L’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo”, aveva avvertito ad agosto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Il focolaio è partito dall’Ituri, nel nord-est del Congo, una delle regioni più instabili del Paese. Inizialmente era concentrato nella zona sanitaria di Mongbwalu, ma in tre mesi si è allargato a sessanta zone sanitarie distribuite in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé. Al 26 agosto, l’ultimo aggiornamento dettagliato dell’Oms, l’Ituri da solo contava 4.802 casi confermati. Da allora i numeri hanno continuato a salire.
È proprio qui che un’epidemia già difficile da contenere incontra una crisi che dura da decenni. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo operano gruppi armati, milizie comunitarie e formazioni ribelli; intere aree sfuggono al controllo dello Stato, le strade sono insicure e migliaia di persone vengono periodicamente costrette a lasciare le proprie case. A luglio, soltanto nell’Ituri, fonti locali citate dalle Nazioni Unite riferivano di decine di civili uccisi o rapiti e di diverse migliaia di nuovi sfollati. L’accesso umanitario resta intermittente proprio nelle zone in cui fermare il virus richiederebbe invece la capacità di raggiungere rapidamente ogni villaggio, individuare ogni malato e ricostruire tutti i suoi contatti.
Ebola non si trasmette con la facilità di un virus respiratorio. Serve il contatto diretto con il sangue o altri fluidi corporei di una persona infetta, viva o morta. Per spezzare la trasmissione servono quindi strumenti che in teoria sono ben conosciuti: individuazione rapida dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti, protezione dei sanitari e sepolture sicure. Ma sono esattamente queste procedure a diventare fragili quando le persone si spostano per fuggire dai combattimenti, gli operatori non possono raggiungere alcune aree e i malati arrivano troppo tardi negli ospedali.
La risposta è complicata ulteriormente dal virus responsabile di questa epidemia. Non si tratta della specie Zaire, contro la quale negli ultimi anni sono stati sviluppati vaccini e terapie efficaci, ma del più raro Bundibugyo. Per questa forma della malattia non esistono al momento né un vaccino né un trattamento specifico approvati.
Alla fine di agosto il Congo ha cominciato a vaccinare gli operatori sanitari con Ervebo, il vaccino già utilizzato contro l’Ebola provocata dalla specie Zaire. Ma è una misura sperimentale: l’Oms afferma che non esistono ancora prove sufficienti per stabilire se protegga realmente gli esseri umani dal Bundibugyo. Sono state messe a disposizione inizialmente 70 mila dosi, 20 mila delle quali destinate a uno studio clinico e 50 mila agli operatori in prima linea. Il 1 settembre l’Oms ha ribadito che l’eventuale protezione incrociata resta da dimostrare e che il vaccino dovrebbe essere utilizzato nell’ambito di protocolli di ricerca.
Sono in corso anche sperimentazioni sui trattamenti. L’Oms sta studiando diversi anticorpi monoclonali e antivirali, mentre per la prima volta due vaccini progettati specificamente contro il Bundibugyo sono entrati nella fase di sperimentazione sull’uomo. Ma il tempo della ricerca non coincide con quello dell’epidemia. Alla fine di luglio i casi confermati erano poco più di 3.600 e i morti 1.587. Il 26 agosto erano diventati 5.794 e 2.786. Una settimana dopo le vittime hanno superato quota tremila.
Anche il sistema sanitario sta mostrando tutte le proprie fragilità. In alcune delle aree colpite gli operatori hanno scioperato per il mancato pagamento degli stipendi, mentre mancano posti letto e strutture adeguate. Medici Senza Frontiere ha aperto alla fine di agosto un nuovo centro di trattamento nell’est del Paese proprio per aumentare una capacità di ricovero ormai insufficiente.
Il problema non riguarda soltanto il Congo. Il virus ha già attraversato i confini. L’Uganda ha registrato venti casi e due morti prima di riuscire a interrompere la trasmissione; casi importati sono stati individuati anche in Europa. Alla fine di agosto l’Oms continuava a considerare l’epidemia un’emergenza sanitaria di interesse internazionale e avvertiva che il rischio di nuove esportazioni del virus rimane concreto, soprattutto lungo le frontiere terrestri attraversate quotidianamente attraverso decine di passaggi informali.
Nell’Ituri, intanto, la vita continua in una condizione che riassume bene il paradosso dell’intera emergenza. A Bunia, epicentro dell’epidemia, le scuole hanno riaperto tra le proteste di genitori e insegnanti. In molte strutture manca persino l’acqua corrente necessaria per applicare le più elementari misure di prevenzione. Per i bambini sotto i cinque anni la mortalità registrata è particolarmente alta.
Il Congo conosce Ebola meglio di quasi ogni altro Paese al mondo: questa è la diciassettesima epidemia registrata sul suo territorio. Proprio l’esperienza accumulata negli ultimi decenni aveva permesso di contenere altri focolai molto più rapidamente. Questa volta però il virus è arrivato con mesi di anticipo sulla risposta, è di una specie contro la quale gli strumenti disponibili sono ancora sperimentali ed è entrato in alcune delle regioni più fragili e violente del Paese.
Il risultato è che mentre la scienza cerca il vaccino giusto e le squadre sanitarie inseguono le catene di contagio, l’epidemia continua a trovare persone che muoiono prima ancora che qualcuno sappia che erano malate.
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01/09/2026
Burkina Faso, la Rivoluzione del pesce
Il Burkina Faso sta portando avanti una strategia di rafforzamento della propria sovranità alimentare nella quale la piscicoltura occupa un posto sempre più importante.
Sotto la guida del Capitano Ibrahim Traoré, lo sviluppo della produzione ittica viene inserito nell’“Offensive agropastorale, hydraulique et halieutique 2026-2028”, con un obiettivo preciso, aumentare in modo significativo la quantità di pesce prodotta sul territorio nazionale e ridurre la dipendenza dalle forniture esterne.
Il traguardo fissato per il periodo 2026-2028 è arrivare a 100.000 tonnellate di pesce prodotto attraverso la piscicoltura in gabbie galleggianti e portare al 65% la quota del fabbisogno nazionale coperta dalla produzione locale.
Il progetto si appoggia su esperienze che sono già operative.
A Samendéni, nel sud-ovest del Burkina Faso, la piscicoltura in gabbie galleggianti ha raggiunto 12.206 tonnellate di pesce nel periodo 2024-2025.
Le strutture utilizzate permettono, secondo i dati diffusi dalle autorità, di ottenere mediamente 3-4 tonnellate di pesce per gabbia in un ciclo di 5-6 mesi. Samendéni rappresenta quindi uno dei principali poli della nuova produzione ittica burkinabè e mostra come le risorse idriche possano essere integrate in una strategia agricola e alimentare più ampia.
Il modello non si limita però alla cattura o all’allevamento del pesce già disponibile.
Uno degli elementi fondamentali della strategia è la capacità di produrre internamente gli avannotti, cioè i giovani pesci destinati all’allevamento.
A Bagré, la stazione piscicola produce attualmente circa 150.000 avannotti alla settimana, equivalenti a circa 600.000 al mese.
Il programma di riabilitazione e potenziamento delle strutture punta a portare questa capacità fino a 4 milioni di avannotti al mese.
L’aumento della disponibilità di avannotti è considerato essenziale per consentire a un numero crescente di produttori di entrare nella filiera e aumentare progressivamente la produzione.
A Niofila, un altro sito inserito nello sviluppo della piscicoltura, sono state predisposte 20 gabbie nelle quali sono stati immessi 200.000 avannotti, con una produzione attesa di circa 100 tonnellate di pesce.
L’esperienza di Niofila si aggiunge così a quella di Samendéni e Bagré nella costruzione di una rete di siti produttivi distribuiti sul territorio.
La strategia comprende anche ciò che avviene prima e durante l’allevamento. Per evitare che la crescita della piscicoltura dipenda da input provenienti dall’esterno, il Burkina Faso sta sviluppando la propria capacità di produrre mangimi per pesci.
Nel marzo 2026 sono state inaugurate nuove unità industriali destinate proprio a questo settore.
Gli investimenti indicati dalle autorità superano 1,5 miliardi di franchi CFA e comprendono strutture a Bobo-Dioulasso e Bagré.
Le unità hanno capacità produttive comprese tra 1,5 e 2 tonnellate di mangime all’ora, mentre un’ulteriore unità installata a Bobo-Dioulasso raggiunge una capacità di circa 1 tonnellata all’ora.
La disponibilità di mangimi prodotti localmente viene considerata una delle condizioni necessarie per rendere più stabile e competitiva la filiera.
Parallelamente, il programma prevede la realizzazione di due unità per la produzione di gabbie galleggianti, due unità per la produzione di mangimi e la riabilitazione di dieci stazioni piscicole. Si tratta di un approccio che mira a rafforzare non soltanto la quantità di pesce prodotto, ma l’intera infrastruttura necessaria per sostenere la filiera nel tempo.
La tutela sanitaria costituisce un altro elemento della strategia. Nel 2025 è stata condotta una campagna nazionale di vaccinazione dei pesci.
A Samendéni risultavano già vaccinati 1.330.576 pesci su un obiettivo di 2 milioni.
L’intervento è stato inserito nelle misure volte a proteggere la produzione e a ridurre i rischi sanitari che potrebbero compromettere gli investimenti nella piscicoltura.
La politica alimentare non riguarda soltanto le strutture produttive, ma anche le persone che dovranno far funzionare questa nuova economia.
A Bagré sono stati documentati percorsi di formazione e l’ingresso di giovani nella piscicoltura in gabbie galleggianti, creando nuove competenze professionali intorno alla produzione ittica. Il settore diventa così anche uno spazio per l’attività economica e l’inserimento dei giovani, oltre che uno strumento per aumentare la disponibilità di proteine alimentari.
Un’altra iniziativa significativa riguarda le Forze di difesa e sicurezza.
Al barrage de Soum è stato avviato un progetto di piscicoltura destinato alla riconversione professionale di militari in pensione. Il programma prevede 122 gabbie, con un finanziamento di 1,2 miliardi di franchi CFA, e coinvolge 61 beneficiari.
La piscicoltura viene quindi utilizzata anche come strumento di reinserimento economico e di creazione di attività produttive.
Il quadro complessivo mostra una politica che punta a costruire una filiera nazionale partendo dalle fondamenta: acqua, gabbie, avannotti, mangimi, salute degli animali, formazione dei produttori e incremento della produzione.
Il Governo ha indicato come priorità proprio la disponibilità di avannotti e mangimi, perché senza una fornitura regolare di questi elementi l’espansione dell’allevamento ittico rimarrebbe limitata.
A Bagré, il salto previsto da circa 600.000 a 4 milioni di avannotti mensili rappresenta uno degli interventi destinati a sostenere questa espansione.
La piscicoltura si inserisce inoltre in una politica più ampia di valorizzazione delle risorse idriche del Burkina Faso.
A Samendéni, le autorità stanno lavorando sulla gestione e sulla protezione delle risorse del bacino, che vengono considerate strategiche per sostenere contemporaneamente agricoltura, allevamento e produzione ittica.
L’acqua viene così integrata in una visione che collega diverse componenti della sicurezza alimentare nazionale.
I risultati già registrati vengono utilizzati come base per la nuova fase. Secondo i dati comunicati in occasione del Consiglio dei ministri del 30 luglio 2026, durante la precedente fase dell’Offensive agropastorale, hydraulique et halieutique sono state prodotte complessivamente 58.476 tonnellate di pesce, pari al 58,47% dell’obiettivo previsto per quella fase.
La nuova programmazione 2026-2028 punta ora ad aumentare considerevolmente la capacità produttiva.
Il progetto del Burkina Faso assume quindi una dimensione precisa: produrre sul proprio territorio una quantità sempre maggiore di un alimento importante per la popolazione, sviluppando contemporaneamente le competenze, le strutture e gli strumenti necessari per farlo.
Samendéni, Bagré e Niofila rappresentano tre punti di questa trasformazione, mentre le nuove unità per mangimi, la produzione di avannotti, le gabbie, la formazione e la protezione sanitaria completano progressivamente la filiera.
Con l’obiettivo di 100.000 tonnellate di pesce in gabbie galleggianti entro il 2026-2028 e di una copertura del 65% del fabbisogno nazionale attraverso la produzione locale, la politica portata avanti dal Governo del Capitano Ibrahim Traoré colloca la piscicoltura all’interno di una visione più ampia, fare delle risorse del Burkina Faso, delle sue acque, dei suoi produttori, dei suoi giovani e delle proprie capacità produttive una base sempre più importante dell’alimentazione nazionale.
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31/08/2026
Niger - Sventato il colpo di stato
Nella notte tra il 28 e il 29 agosto, reparti delle forze armate provenienti da fuori la capitale hanno attaccato alcuni dei principali centri strategici di Niamey, dalla Base aerea 101 all’area del palazzo presidenziale, in quello che era apparso come un vero e proprio tentativo di colpo di Stato. Ma la giunta militare del Niger ha riconquistato l’importante base militare nella capitale che era stata occupata dai ribelli.
Anche la televisione pubblica è stata teatro di uno scontro. Le trasmissioni sono state interrotte per oltre un’ora prima di riprendere con un comunicato del governo. Secondo alcune ricostruzioni, gli insorti avrebbero tentato di impadronirsi anche della sede dell’emittente ma senza riuscirci.
La giunta militare, salita al potere dopo il colpo di Stato del 2023 e capitanata dal generale Abdourahamane Tchiani, ha imputato l’offensiva a militari ribelli e assicura il ripristino del controllo nelle «zone sensibili» finite sotto il fuoco.
“La guardia presidenziale ha ripreso il controllo della base aerea con l’assistenza russa. Ci sono diversi morti tra i ribelli”, ha indicato una fonte diplomatica a Niamey. La base, la cui riconquista è stata confermata da due fonti di sicurezza, era stata assediata stamattina.
La Guardia presidenziale del Niger aveva respinto degli “insorti provenienti dalle forze armate” che avevano tentato di “entrare nel palazzo della presidenza”. Forti sparatorie sono state udite in diversi quartieri della capitale nigerina, in particolare nel centro della città, vicino alla presidenza, ma anche nella zona dell’aeroporto.
Gli scontri più intensi si sono concentrati nell’area dell’aeroporto internazionale Diori Hamani, a ridosso della strategica Base 101, ma esplosioni e raffiche sono state segnalate anche nel quartiere in cui si trova la presidenza, e nei pressi del campo Bassora della Guardia nazionale.
La Base 101 è una postazione strategica in quanto situata nel complesso dell’aeroporto di Niamey. La base ospita strutture legate alla cooperazione militare con la Russia e al dispositivo dell’Alleanza degli Stati del Sahel costituita dal Niger insieme al Mali e al Burkina Faso.
Nella stessa area è presente anche personale della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) tra cui anche un contingente militare italiano. Secondo le informazioni circolate nel corso della giornata, i militari italiani non hanno avuto problemi particolari.
Dopo la presa del potere nel 2023, la giunta militare di Niamey ha messo fine alla cooperazione militare con Francia e Stati Uniti ed rafforzato quella con la Russia. La Base 101 ospita il personale russo dell’Africa Corps e costituisce quindi uno dei punti nei quali la crisi interna nigerina incrocia direttamente i nuovi equilibri geopolitici del Sahel.
È evidente che quanto accade a Niamey non riguarda soltanto il Niger. Insieme a Mali e Burkina Faso, il Paese ha costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), un’alleanza che ha fatto saltare lo status quo coloniale nell’area ed è divenuta il perno di un nuovo spazio politico e militare regionale guidato dai governi sorti da colpi di Stato e accomunati dalla rottura con le potenze occidentali, in particolare la Francia e gli Stati Uniti.
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13/08/2026
Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe
In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.
Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.
A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.
Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.
L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.
Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.
La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.
Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.
Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.
La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.
I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.
La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.
A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.
Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.
Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.
Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.
Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.
Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.
Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.
Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.
In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.
Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.
A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.
A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.
L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.
E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.
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12/08/2026
Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad
Analisi cinese in attesa di prove
«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».
Usa-Israele anti premier spagnolo
«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.
‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta
Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.
Sospetti non solo cinesi
Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.
Timori di Pechino
In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.
L’assist di Pechino a Madrid
L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.
Marocco e Cina
Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.
Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.
Fonte
08/08/2026
La guerra dei vendi-patria alla Spagna
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
Fonte
07/08/2026
Il muro di cui anche Meloni ha bisogno
Compagni, bisogna dirlo senza mezze misure: Giorgia Meloni, la presidente neofascista d’Italia, e tutta la caterva dell’ultradestra spagnola che applaude ogni sua uscita, hanno trovato in Ceuta il loro nuovo giocattolo propagandistico.
Ci fanno la predica sul “caos migratorio” spagnolo, sulla presunta incapacità del governo Sánchez di “controllare le proprie frontiere”, mentre tacciono, opportunamente, ciò che accade in casa propria. È il vecchio trucco di sempre: indicare la trave nell’occhio altrui perché nessuno noti la propria.
Veniamo ai dati, perché questa gente si disarma solo con i fatti. Nel 2025 la Spagna ha registrato 36.775 ingressi irregolari, un calo del 42,6% rispetto ai 64.019 del 2024, la maggior parte via mare verso le Canarie. L’Italia, nello stesso periodo, secondo Frontex ne ha sommati circa 66.000 via mare, quasi il doppio della Spagna.
Dov’è dunque il “controllo” che Meloni rivendica e il presunto “caos” che denuncia in Spagna? L’Italia continua a essere, anno dopo anno, una delle principali porte d’ingresso della migrazione irregolare verso l’Unione Europea attraverso il Mediterraneo centrale.
Lampedusa vive esattamente gli stessi meccanismi che Meloni critica a Ceuta: soccorsi in mare, forze di polizia schierate, centri di accoglienza al collasso, respingimenti quando il quadro legale lo consente. La differenza non sta nei fatti, sta in chi li racconta e con quale microfono.
Se Meloni sostiene che la Spagna gestisce male l’immigrazione irregolare a Ceuta, abbia almeno la decenza di spiegare perché l’Italia continua a essere una delle principali porte d’ingresso dall’Africa e perché a Lampedusa si applicano gli stessi meccanismi di accoglienza e assistenza che lei addita quando li esegue un altro governo.
La differenza tra Roma e Madrid non sta nell’esistenza o meno di arrivi irregolari, ma nel discorso politico e nella crudeltà di certe misure: gli accordi con la Tunisia per subappaltare la repressione, le persecuzioni contro le ONG di soccorso marittimo, il tentativo di esternalizzare l’asilo in Albania.
Lì sì che c’è una differenza, compagni, ma non è quella che lei presume: è la differenza tra gestire una tragedia umana con una certa decenza istituzionale e trasformarla in un business di carceri galleggianti.
E qui bisogna essere rigorosi, perché il rigore è ciò che ci distingue dal pamphlettismo della destra: se l’obiettivo dichiarato dell’inasprimento migratorio di Meloni era frenare in modo decisivo l’immigrazione irregolare, sono gli stessi dati a smentire quella pretesa.
L’Italia continua a essere meta di decine di migliaia di arrivi ogni anno nonostante i patti con la Tunisia e il resto dell’arsenale repressivo. Questo non dimostra, di per sé, che quelle politiche siano “un fallimento assoluto” – bisognerebbe isolare altri fattori, come i conflitti nel Sahel o le variazioni delle rotte – ma permette comunque di affermare, coi piedi per terra, che presentare il pugno duro come soluzione definitiva è, quantomeno, una semplificazione di comodo.
E questa semplificazione diventa ancora più ingiusta quando viene usata per attaccare la Spagna, che oltretutto affronta una realtà geografica ben diversa: una frontiera terrestre condivisa col Marocco a Ceuta e Melilla e la vicinanza delle Canarie alla costa occidentale africana, fattori che l’Italia, senza frontiera terrestre col continente, non deve gestire allo stesso modo.
Ma non fermiamoci alla superficie. La memoria storica è un’arma di classe, e tocca ricordare qualcosa che l’ultradestra europea preferirebbe farci dimenticare: nel 2011 una coalizione guidata dalla NATO bombardò la Libia in nome della Risoluzione 1973 dell’ONU, e Muammar Gheddafi finì assassinato dalle forze ribelli nell’ottobre di quello stesso anno, con l’intervento occidentale come fattore decisivo nel crollo del suo regime.
Gheddafi, prima di cadere, lo aveva avvertito con una chiarezza che oggi risulta scomoda: disse che la NATO stava abbattendo il muro che frenava la migrazione africana verso l’Europa, e che se la Libia fosse caduta, migliaia di persone avrebbero attraversato il Mediterraneo senza che nessuno potesse fermarle.
Ciò che venne dopo gli diede, nella sostanza, ragione: il vuoto di potere e la frammentazione istituzionale trasformarono la Libia nella principale piattaforma di partenza verso l’Italia, rafforzando le reti di tratta e traffico di esseri umani che oggi Meloni dice di combattere.
L’Occidente ha abbattuto il muro e ora i suoi eredi politici piangono per la corrente che hanno lasciato passare. Senza esagerare, però: non fu l’unica causa, pesano anche la povertà, i conflitti del Sahel e le mafie, ma la responsabilità politica di chi bombardò Tripoli in nome della “protezione dei civili” non si può cancellare con la memoria selettiva.
E a Ceuta il parallelismo è ancora più sfacciato, perché anche lì il “muro” lo ha messo l’Occidente, e lo ha tolto quando gli conveniva. Il Marocco, partner prediletto di Washington e di Tel Aviv nel Nord Africa, ha sempre usato la frontiera di Ceuta come arma di pressione politica, aprendo o chiudendo il rubinetto migratorio secondo i propri interessi diplomatici del momento.
E qui Pedro Sánchez porterà la propria vergogna storica: il tradimento del popolo saharawi nel riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale fu il prezzo pagato per comprare la tranquillità di frontiera con Rabat, esattamente lo stesso calcolo cinico che portò Washington a riconoscere quella sovranità nel 2020 in cambio della normalizzazione tra Marocco e Israele.
Il triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat non è una mia ipotesi: è un fatto documentato fin dalla Marcia Verde del 1975, quando gli Stati Uniti avallarono l’occupazione marocchina del Sahara come pedina del proprio scacchiere geopolitico regionale.
Ciò che oggi si combatte alla frontiera di Ceuta non si può comprendere senza questo sfondo: un territorio saharawi rubato che continua a pagarne il conto, e una monarchia marocchina che trasforma i migranti in moneta di scambio diplomatico.
E qui conviene aggiungere un altro strato di ipocrisia, perché a Meloni non basta mentire su Ceuta: si lascia pure umiliare in pubblico dal proprio padrone senza che le tremi il polso. Quest’estate abbiamo visto Donald Trump accusarla, senza alcuna base, di aver “implorato” una foto con lui al vertice del G7, e settimane dopo deriderla con un meme modificato e la scritta che servirebbe un “ordine restrittivo”, insinuando che la presidente italiana fosse ossessionata dalla sua persona.
Meloni, questa volta sì, ha reagito e ha risposto che né lei né l’Italia “implorano mai”. Ma nessuno si illuda: quell’indignazione puntuale, quel teatrino di dignità ferita, non altera di un millimetro la subordinazione di fondo.
L’Italia resta allineata con Washington nella NATO, resta in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu a Gaza, continua a funzionare come pedina docile dello scacchiere atlantista. Fa l'offesa quando Trump la ridicolizza per vanità personale, ma non rompe mai le file quando si tratta di sostenere la politica reale di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente o nel Nord Africa.
È il ruolo del servo, del lacchè: può protestare per come lo trattano nell’anticamera del padrone, ma non smette mai di chinare la testa quando tocca obbedire.
E non è un male esclusivamente italiano. Anche qui, nello Stato spagnolo, abbiamo la nostra squadra di servi, lacchè e venduti alla patria: Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso, tutta l’ultradestra spagnola ed europea che ha deciso che quel ruolo di sottomissione verso Washington e Tel Aviv è quello che le spetta per vocazione di classe.
Si riempiono la bocca di “sovranità nazionale” e “orgoglio patrio” quando parlano di migranti poveri a Ceuta o alle Canarie, ma chinano la testa senza fiatare davanti a qualsiasi ordine arrivi da Washington o da Gerusalemme. È la stessa ipocrisia di Meloni, solo che senza nemmeno il teatrino dell’indignazione: qui non si preoccupano nemmeno di fingere che li umili.
Quindi no, compagni, questo non riguarda “chi gestisce meglio” una frontiera. Riguarda quali interessi di classe e di Stato si nascondono dietro il discorso xenofobo di Meloni, di Abascal e di tutta quella cricca che ha bisogno di un nemico povero e razzializzato per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi reali della classe lavoratrice europea.
Il muro che denunciano lo ha abbattuto l’Occidente in Libia nel 2011 a colpi di bombe, e lo negozia ogni giorno in Marocco col silenzio complice. L’ipocrisia non è un eccesso retorico: è l’essenza stessa del loro progetto politico.
Fino alla vittoria, sempre!
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05/08/2026
Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”
Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.
Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.
La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.
Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.
Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.
Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.
È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.
Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.
Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...
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31/07/2026
Migliaia di migranti dal Marocco sfondano le barriere dell’enclave spagnola di Ceuta
Migliaia di persone provenienti dal Marocco hanno attraversato i frangiflutti di confine verso Ceuta, l’enclave spagnola sul territorio marocchino. Si tratta di ingressi che si vanno ad aggiungere a centinaia di altri arrivati a nuoto negli ultimi giorni e contro i quali il governo spagnolo sta operando per la loro “riconsegna” al Marocco.
Tra 1.500 e 2.000 persone hanno varcato la barriera negli ultimi dieci giorni e altre migliaia si sono diretti ieri, giovedì, verso la frontiera tra Castillejos (Marocco) e Ceuta per tentare di oltrepassare il muro che separa le due città.
Le barriere di protezione non erano presidiate in quel momento da agenti di polizia, e i migranti hanno avuto accesso al territorio spagnolo mentre gli agenti delle forze ausiliarie marocchine, che si occupano della sicurezza a terra, si ritiravano al passaggio dei giovani. Nel pomeriggio di giovedì, le persone continuavano ad entrare nel territorio spagnolo.
Gli agenti di sicurezza interpellati dall’agenzia spagnola EFE hanno dichiarato di non conoscere il motivo del massiccio raduno di giovani per oltrepassare il valico, che coincide con la celebrazione della Festa del Trono in Marocco.
I governi di Spagna e Marocco hanno concordato di attuare misure per la riconsegna “il prima possibile” di “tutte” le persone migranti che sono entrate illegalmente a Ceuta nei giorni scorsi, e in particolare giovedì, quando hanno superato in massa la barriera attraverso il molo di El Tarajal.
Fonti del Ministero dell’Interno hanno indicato questo giovedì che i due paesi hanno concordato di “rafforzare il coordinamento e gli sforzi per far fronte a questi flussi e si sono impegnati a rivedere e attuare misure per la riconsegna, il prima possibile, di tutte le persone che sono entrate illegalmente” nella città autonoma.
Le Forze Armate spagnole stanno rafforzando la Guardia Civile nella città di Ceuta dopo il massiccio e improvviso arrivo dei migranti.
Il governo italiano ha scelto di strumentalizzare l’episodio chiedendo di sospendere gli accordi di Shengen per la Spagna (ripristinando cioè i controlli di frontiera su merci e persone).
Una mossa che sembra convalidare i sospetti, da più parti sollevati, sui possibili “input esterni” ed interni (di fatto il governo di Rabat ha spalancato le porte abbandonando i valichi di frontiera) a questa improvvisa ondata migratoria dal Marocco.
Ossia da uno dei paesi arabi più schierato con l’Occidente, mentre il governo Sanchez ha mantenuto una certa differenza su diverse questioni di grande rilevanza (uso delle basi e dello spazio aereo per la guerra all’Iran, critiche radicali ad Israele per il genocidio a Gaza e l’attacco al Libano, ecc.).
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29/07/2026
Anche il Ciad si ritira dalla Corte penale internazionale
I motivi del ritiro dalla Cpi
Come riporta Agenzia Nova, in una nota scritta dal portavoce del ministero degli Affari esteri, dell’integrazione africana e dei ciadiani all’estero, Ibrahim Adam Mahamat, a capo della decisione c’è la denuncia di un sistema di giustizia internazionale caratterizzato da “selettività” a danno degli Stati africani.
Il governo ciadiano comunica che la decisione è il risultato di una “revisione approfondita” delle attività della Cpi sin dalla sua istituzione nel 2002. Da N’Djamena si afferma che l’operato della Corte è rimasto al di sotto delle aspettative che ne avevano determinato la creazione, evidenziando una “innegabile selettività che è stata elevata a principio”.
In pratica, il ben noto “doppio standard” che esenta sistematicamente le potenze occidentali da qualsiasi accusa e si limita a sanzionare solo i crimini di guerra commessi in e da paesi “minori”. Quando poi agisce contro un membro dell’imperialismo (vedi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant) è la Corte stessa a venir attaccata con mezzi di guerra...
In Sahel non convince l’imparzialità della Cpi
Solo nel giugno del 2026 erano stati i tre Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel (Aes) – Burkina Faso, Mali e Niger – ad aver notificato ufficialmente il loro ritiro dalla Cpi, facendo seguito all’intenzione di abbandono annunciata nel settembre 2025.
Come per N’Djamena, per la Confederazione il sistema giudiziario internazionale non opera in maniera imparziale, facendo crescere la richiesta di uno sviluppo di meccanismi giudiziari direttamente africani in grado di affrontare tutti i problemi di natura criminale che si trova ad affrontare il continente.
L’invito al resto dei Paesi africani
Il governo ciadiano, pertanto, invita l’Unione Africana ad accelerare la nascita di istituzioni dell’Africa per l’Africa, al fine di costruire “una giustizia continentale più equa, più equilibrata, più credibile e più efficace che rispetti le sovranità nazionali”.
Una richiesta di maggiore autonomia e sovranità nelle scelte che riguardano i popoli africani che appare sicuramente forte e si inserisce – con la dovuta cautela – nelle dinamiche di riconfigurazione dei rapporti di forza in corso in tutto il mondo.
Un Paese ancora in bilico, nel cuore dell’Africa
Il Ciad è stato a lungo un alleato della Francia e degli Stati Uniti, con un ruolo nei tentativi di perimetrare l’azione e limitare l’allargamento nella regione di Boko Haram, organizzazione jihadista diffusa nel nord della Nigeria che si è macchiata di efferati crimini nell’aerea.
Il colpo di Stato del 2021 che ha portato prima al governo militare e poi alla vittoria nelle elezioni (dopo il silenziamento dell’opposizione) da parte del generale Mahamat Idriss Déby Itno (Midi), figlio di Idriss Déby, presidente del Paese dal 1991 fino al suo assassinio nel 2021, ha solo parzialmente cambiato lo scenario.
Il Paese è stretto tra la crisi umanitaria scatenata dalla guerra civile e il genocidio in corso in Sudan, sul fianco orientale; l’ormai quindicennale distruzione dello Stato libico, a nord; la riconfigurazione diplomatica in atto da parte dell’Aes, sul fronte occidentale; l’instabilità della Repubblica Centrafricana, dove gli eredi del Gruppo Wagner, l’“Africa Corps” alle dirette dipendenze del ministero della difesa russo, assicurano la sicurezza del regime di Touadéra.
Il Ciad si avvicina al fronte antioccidentale?
Seguendo l’esempio portato dal Senegal del presidente Faye, nel novembre del 2024 Midi ha posto fine agli accordi militari con la Francia, cavalcando la retorica antimperialista già centrale nella postura internazionale dei paesi della Confederazione dell’Aes.
Non è passata inoltre inosservata la visita che il ministro degli Esteri del Ciad, Sabre Fadoul, ha effettuato a Mosca due settimane fa, accolto dall’omologo russo Sergey Lavrov, anche se nei media nostrani non si trovano praticamente riscontri.
Nell’“incubo geopolitico” che prende forma nel cuore del continente africano, anche il Ciad, seppur ancora molto dipendente dai flussi di finanziamento occidentali e del proxy emiratino, sembra oscillare tra il “vecchio mondo” che muove guerra a chiunque metta in discussione la sua declinante egemonia e le ipotesi di cambiamento prospettate, ma ovviamente in attesa del giudizio insindacabile che ne darà la Storia, dai nuovi attori globali e regionali.
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Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
Fonte
27/07/2026
Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.
La situazione in Mali
Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.
Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.
L’idea dell’amministrazione Trump
Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.
Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
Russia e Usa attivi in Mali...
Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.
Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.
Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.
...mentre l’UE si allontana
Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.
Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.
L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.
Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.
Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.
L’importanza del Sahel per gli interessi UE
Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.
Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.
Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.
Il bersaglio è di nuovo l’UE?
L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.
L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.
Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.
In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.
Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...
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30/06/2026
La rete israeliana che controlla i minerali congolesi
Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.
Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
Epstein, Barak e il Congo
Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.
Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.
Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?
Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.
“Tier One Strike Force” israeliana
Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.
Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.
Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.
Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.
La diplomazia parallela delle risorse
Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.
L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.
Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.
Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.
L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.
Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».
L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.
Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.
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