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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2026

Il Corno d’Africa è una polveriera sul punto di esplodere

Una nuova guerra sarebbe sul punto di esplodere nel già più che martoriato Corno d’Africa. I segnali e gli allarmi si moltiplicano e gli osservatori assistono preoccupati ad una vera e propria escalation tra Etiopia ed Eritrea, con il rischio che il conflitto si allarghi alla vicina Somalia presa di mira da Israele e dagli Emirati Arabi.

La regione non si è ancora ripresa dalle devastazioni causate dalla cosiddetta “guerra del Tigray” (2020-2022) che ha opposto il Fronte Popolare di Liberazione (TPLF) della regione settentrionale etiope alle forze militari del governo federale di Addis Abeba. Contro il movimento politico e militare tigrino, all’epoca, intervennero con brutalità anche le truppe della confinante Eritrea, paese per decenni in lotta con l’Etiopia per la conquista della sua indipendenza ma poi riappacificatasi con il premier etiope Abiy Ahmed. Le forze eritree e quelle etiopi strinsero una tenaglia attorno alle milizie tigrine che però riuscirono a ripiegare sui monti e a lanciare una potente controffensiva che obbligò Addis Abeba a negoziare.

Il conflitto, terminato con l’accordo di cessate il fuoco firmato da alcune delle parti a Pretoria alla fine del 2022, ha provocato secondo le stime seicentomila vittime e la devastazione dell’economia della regione, seguito da sanguinose scaramucce tra le diverse milizie regionali dell’area e tra queste e le forze federali. Le truppe eritree inviate dal dittatore Isaias Afewerki si sono distinte per brutalità, sia contro i combattenti del Fronte tigrino sia contro la popolazione civile, per non parlare della persecuzione dei profughi eritrei rifugiatisi nella regione per sfuggire alla repressione in patria.

La luna di miele tra Addis Abeba e Asmara, però, è durata poco e ora i due paesi rischiano di entrare di nuovo in collisione diretta. Il detonatore dell’ennesima crisi sarebbe costituito dalla volontà da parte del governo etiope di recuperare a qualsiasi costo uno sbocco sul mare, che il grande paese perse nel 1993 a causa della separazione dell’Eritrea.

Il recupero di uno sbocco sul mare viene presentato come obiettivo irrinunciabile da parte del governo del “Partito della Prosperità”, la formazione nazionalista creata nel 2019 dal Nobel per la pace Abiy Ahmed, scatenando la reazione del regime eritreo.

Secondo Asmara il governo etiope mira a impossessarsi del simbolico e strategico porto di Assab per affrancarsi dalla dipendenza dai servizi navali offerti – che le costa un miliardo di dollari l’anno – da Gibuti e ricostituire una propria proiezione commerciale e militare nel Mar Rosso, definito spesso da Ahmed “il confine naturale dell’Etiopia”.

A sua volta il governo etiope accusa l’Eritrea di mantenere proprie truppe nel nord del Tigray, e denuncia i massacri compiuti da queste ultime durante la guerra con i tigrini, quando però l’esercito di Asmara era alleato delle forze federali etiopi.

Paradossalmente, poi, Addis Abeba accusa Afewerki di tramare con le fazioni più radicali del movimento tigrino contro l’Etiopia, in nome della comune radice culturale e linguistica delle popolazioni che vivono ai due lati della frontiera.

Etiopia ed Eritrea, nelle ultime settimane, si sono più volte accusate di ammassare truppe e armi pesanti mentre il movimento tigrino si sarebbe diviso in vari tronconi, con alcuni – le Tigray Peace Forces (TPF) – che si sono alleati con il governo federale e sarebbero pronte ad attaccare Assab e a impossessarsene per conto di Abiy Ahmed.

In varie occasioni, dall’inizio dell’anno, le milizie dell’ala militare del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray – le Tigray Defence Forces – si sono scontrate sia con le forze federali etiopi sia con le TPF.

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08/05/2023

Etiopia - La pace con il Tigray per fare la guerra all’Eritrea

“Se vuoi la guerra, prepara la pace!”. Sembrerebbe questa la paradossale regola secondo cui in Etiopia si procede ad un accordo di pace tra governo centrale e i leaders del Tigray, regione etiope al confine con l’Eritrea.

Sono ormai due anni che è in atto un ferocissimo confronto armato tra l’esercito governativo e la comunità di etnia tigrina, guerra che non ha avuto regole né pietà e che ben presto si è allargata anche ad altre regioni e altre comunità del paese, come ad esempio quella degli Oromo, e ha mietuto sino ad oggi 800 mila vittime e 2 milioni e mezzo di sfollati, di cui oltre 50 mila rifugiati in Sudan, intrappolati da poche settimane in un’altra sanguinosa guerra civile.

Negli ultimi mesi, molti segnali fanno concretamente sperare che le ostilità stiano cessando e che si voglia siglare una pace duratura, che permetta nuove elezioni nella regione del Tigray, il rilascio dei reciproci prigionieri di guerra e, probabilmente, il disarmo dell’esercito tigrino. Se il percorso di pace fa ben sperare, preoccupazione suscita il motivo per cui esso sembra essere stato intrapreso. Fonti ben informate dall’interno della comunità tigrina ci avvisano, infatti, che questa pace serve a entrambi i contendenti perché il governo Etiope avrebbe in programma una nuova guerra contro l’Eritrea, per la quale gli esperti combattenti tigrini possono tornare molto utili.

Il governo di Asmara, servendosi di una paradossale e interessata alleanza con il presidente etiope Abiy Ahmed Ali, aveva partecipato alla guerra contro il Tigray, entrando col proprio esercito nella regione Etiope, col doppio fine di annientare i combattenti tigrini, che si distinsero durante la storica guerra tra Etiopia ed Eritrea, e cercare, per eliminarli, tutti coloro che per ragioni politiche sono fuggiti dal rigidissimo regime eritreo per rifugiarsi in Tigray. L’esercito di Asmara è ancora presente in terra tigrina, anche se si sta lentamente ritirando via via che le ostilità vanno scemando.

Per capire cosa è cambiato durante questi due anni tanto da spingere a una rapida pace e alla preparazione di una nuova guerra, dobbiamo ricordare che il conflitto Ucraina-Russia ha sconvolto gli equilibri non solo in Europa, ma in tutto il mondo, coinvolgendo e sconvolgendo in particolare l’Africa centro-settentrionale, tanto fragile nei suoi assetti interni tanto ricca di risorse che fanno gola ai grandi competitors mondiali: Stati Uniti, Russia e Cina.

Il bisogno di oro e terre rare da parte dei grandi della terra aveva creato già situazioni di conflitti interni in Repubblica Centrafricana, dove le miniere principali sono in mano alla Cina, e in Ciad. Da poche settimane questa esigenza ha scatenato una guerra civile che è e sarà devastante in Sudan. Il materiale estratto, però, deve essere anche trasportato e per questo servono porti sicuri sul Mar Rosso. L’Eritrea, il cui regime è talmente vicino alla Cina da definire questo Stato la Corea del Nord africana, rappresenta lo sbocco sul mare più importante.

L’Etiopia, allora, da paese più filoccidentale della regione, diventa pedina nel risiko mondiale col fine di contrastare la “cinese” Eritrea in una guerra che si spera possa essere ancora scongiurata. Se così non fosse, il famoso motto di Vegezio “Se vuoi la pace prepara la guerra” invertirà i suoi complementi oggetti, scatenando non solo un nuovo paradosso logico, ma anche un vortice reale nel quale saranno risucchiati chissà quanti innocenti per chissà quanto tempo.

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