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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/05/2026

La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.

E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.

Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.

Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).

Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.

Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.

Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.

Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un meccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.

L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico”.

Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli”.

Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.

Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.

Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.

Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non provenisse dall’oro nero.

Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.

Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.

Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).

Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.

Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).

Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.

Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.

È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.

Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.

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26/03/2026

Il Corno d’Africa è una polveriera sul punto di esplodere

Una nuova guerra sarebbe sul punto di esplodere nel già più che martoriato Corno d’Africa. I segnali e gli allarmi si moltiplicano e gli osservatori assistono preoccupati ad una vera e propria escalation tra Etiopia ed Eritrea, con il rischio che il conflitto si allarghi alla vicina Somalia presa di mira da Israele e dagli Emirati Arabi.

La regione non si è ancora ripresa dalle devastazioni causate dalla cosiddetta “guerra del Tigray” (2020-2022) che ha opposto il Fronte Popolare di Liberazione (TPLF) della regione settentrionale etiope alle forze militari del governo federale di Addis Abeba. Contro il movimento politico e militare tigrino, all’epoca, intervennero con brutalità anche le truppe della confinante Eritrea, paese per decenni in lotta con l’Etiopia per la conquista della sua indipendenza ma poi riappacificatasi con il premier etiope Abiy Ahmed. Le forze eritree e quelle etiopi strinsero una tenaglia attorno alle milizie tigrine che però riuscirono a ripiegare sui monti e a lanciare una potente controffensiva che obbligò Addis Abeba a negoziare.

Il conflitto, terminato con l’accordo di cessate il fuoco firmato da alcune delle parti a Pretoria alla fine del 2022, ha provocato secondo le stime seicentomila vittime e la devastazione dell’economia della regione, seguito da sanguinose scaramucce tra le diverse milizie regionali dell’area e tra queste e le forze federali. Le truppe eritree inviate dal dittatore Isaias Afewerki si sono distinte per brutalità, sia contro i combattenti del Fronte tigrino sia contro la popolazione civile, per non parlare della persecuzione dei profughi eritrei rifugiatisi nella regione per sfuggire alla repressione in patria.

La luna di miele tra Addis Abeba e Asmara, però, è durata poco e ora i due paesi rischiano di entrare di nuovo in collisione diretta. Il detonatore dell’ennesima crisi sarebbe costituito dalla volontà da parte del governo etiope di recuperare a qualsiasi costo uno sbocco sul mare, che il grande paese perse nel 1993 a causa della separazione dell’Eritrea.

Il recupero di uno sbocco sul mare viene presentato come obiettivo irrinunciabile da parte del governo del “Partito della Prosperità”, la formazione nazionalista creata nel 2019 dal Nobel per la pace Abiy Ahmed, scatenando la reazione del regime eritreo.

Secondo Asmara il governo etiope mira a impossessarsi del simbolico e strategico porto di Assab per affrancarsi dalla dipendenza dai servizi navali offerti – che le costa un miliardo di dollari l’anno – da Gibuti e ricostituire una propria proiezione commerciale e militare nel Mar Rosso, definito spesso da Ahmed “il confine naturale dell’Etiopia”.

A sua volta il governo etiope accusa l’Eritrea di mantenere proprie truppe nel nord del Tigray, e denuncia i massacri compiuti da queste ultime durante la guerra con i tigrini, quando però l’esercito di Asmara era alleato delle forze federali etiopi.

Paradossalmente, poi, Addis Abeba accusa Afewerki di tramare con le fazioni più radicali del movimento tigrino contro l’Etiopia, in nome della comune radice culturale e linguistica delle popolazioni che vivono ai due lati della frontiera.

Etiopia ed Eritrea, nelle ultime settimane, si sono più volte accusate di ammassare truppe e armi pesanti mentre il movimento tigrino si sarebbe diviso in vari tronconi, con alcuni – le Tigray Peace Forces (TPF) – che si sono alleati con il governo federale e sarebbero pronte ad attaccare Assab e a impossessarsene per conto di Abiy Ahmed.

In varie occasioni, dall’inizio dell’anno, le milizie dell’ala militare del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray – le Tigray Defence Forces – si sono scontrate sia con le forze federali etiopi sia con le TPF.

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13/01/2026

Le ambizioni globali degli Emirati Arabi Uniti

Il deciso intervento saudita in Yemen sembra aver fortemente indebolito il cosiddetto Consiglio di Transizione Meridionale (Stc), il movimento che nel dicembre scorso aveva occupato alcune regioni del sud e dell’est del paese rivendicando una sorta di indipendenza, ispirata all’esistenza dello Yemen del Sud come stato autonomo socialista fino al 1990.

Yemen, la sfida emiratina all’egemonia saudita

I bombardamenti della coalizione sunnita guidata da Riad contro alcune basi, convogli dei miliziani e un carico di armi hanno generato una grave crisi nel movimento. Il suo leader Aidarous al Zubaidi, espulso dal Consiglio Presidenziale dello Yemen e denunciato per alto tradimento, è fuggito negli Emirati Arabi passando dal Somaliland.

Nel frattempo le forze del cosiddetto “Scudo della patria” – formalmente agli ordini del cosiddetto “Consiglio presidenziale” yemenita ma in realtà controllate da Riad – sono rapidamente entrate nel governatorato di Aden e hanno preso il controllo di altre province e dell’importante città portuale di Mukalla, cacciando i miliziani dell’Stc.

Nei giorni scorsi il colpo di scena, con la delegazione dell’Stc bloccata in Arabia Saudita, dove si è recata per partecipare ad un negoziato, che annuncia lo scioglimento del movimento e altre componenti della sua leadership che la smentiscono.

Venerdì scorso il segretario del Consiglio di Transizione Meridionale, Abdulrahman Jalal al-Subaihi, ha annunciato lo scioglimento del gruppo allo scopo di preservare la pace e la sicurezza dello Yemen e con i paesi limitrofi. Subito dopo però il portavoce dell’Stc, Anwar al-Tamimi, che si trova ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati), ha respinto l’annuncio proveniente dall’Arabia Saudita, affermando che ogni decisione deve essere adottata dalla totalità della direzione del movimento.

In attesa di capire se l’Stc sarà in grado di resistere alle pressioni e alle minacce del governo yemenita e soprattutto dell’Arabia Saudita, è indubbio che gli eventi degli ultimi giorni hanno fortemente ridimensionato la presa degli Emirati Arabi Uniti sul paese diviso e devastato da anni di guerra civile tra la componente sunnita e quella sciita, dagli attacchi dello Stati Islamico, dall’intervento della coalizione internazionale guidata da Riad e recentemente dall’avanzata dei separatisti.

In un contesto di forte frammentazione, sostenendo gli indipendentisti dello Yemen del Sud gli Emirati hanno tentato di ritagliarsi un ruolo nel paese a spese dell’egemonia saudita, puntando al controllo del Golfo di Aden attraverso l’occupazione da parte dell’Stc, foraggiato e influenzato da Abu Dhabi, di alcuni corridoi marittimi e porti strategici.

Ma l’occupazione delle regioni ricche di petrolio di Hadramout e al-Mahra da parte dell’Stc e il dilagare dei separatisti nello Yemen meridionale a spese delle truppe fedeli al governo yemenita internazionalmente riconosciuto (espressione di fatto degli interessi di Riad), ha fatto scattare la reazione dei sauditi che in pochi giorni hanno inferto un duro colpo alle ambizioni dei loro ex soci ed ora competitori emiratini.

La tenaglia di Abu Dhabi a cavallo del Golfo di Aden

Contestualmente alla crisi del “Consiglio di Transizione Meridionale” il governo emiratino ha annunciato il ritiro dallo Yemen, ma è difficile pensare che le truppe di Abu Dhabi – composte per lo più da mercenari – abbandoneranno del tutto le numerose basi disseminate sulla costa yemenita.

Dall’altra parte del Mar Rosso e del Golfo di Aden, del resto, Abu Dhabi è tenacemente impegnato in una strategia diretta ad estendere la sua influenza e il controllo del territorio attraverso il sostegno militare e finanziario a diversi movimenti armati e soggetti regionali che sfidano i loro governi, dal Sudan alla Somalia.

Per estendere il loro raggio d’azione e rafforzare la propria influenza, negli ultimi anni gli Emirati hanno stretto legami sempre più stretti con Israele e puntato a sfruttare le risorse di territori africani sempre più estesi.

Per rastrellare risorse Abu Dhabi non esita a sostenere, in Sudan, la devastante azione delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il movimento armato, basato sulle milizie janjaweed composte dalle componenti etniche arabe ed arabizzate dedite alla pulizia etnica, combatte una feroce guerra civile contro il governo e l’esercito del paese con cui fino al 2023 era alleato dopo aver realizzato congiuntamente un colpo di stato nel 2021. Si stima che il bilancio delle vittime sia arrivato a più di 150 mila morti e a 15 milioni di sfollati interni ed esterni in un paese di 45 milioni di abitanti.

Sebbene Abu Dhabi continui a negare ogni supporto alle RSF, ormai le prove del coinvolgimento degli Emirati sono numerosissime, a partire dai rifornimenti di armi (spacciate per aiuti umanitari) passando per l’addestramento delle milizie e i finanziamenti. In cambio le imprese emiratine sfruttano l’oro e altre risorse di cui sono ricche le regioni del sud del Sudan controllate dai miliziani di Dagalo, che a migliaia negli anni scorsi sono andati a combattere in Yemen contro gli Houthi per conto degli Emirati.

Prima di infiltrarsi in Yemen – all’interno della coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita intervenuta nel paese per bloccare l’avanzata delle tribù sciite del nord-ovest del paese – e in Sudan, gli Emirati si erano fatti le ossa in Libia. Nel paese nordafricano, grazie alla frantumazione seguita all’intervento militare occidentale contro Gheddafi, la nascente potenza emiratina ha sostenuto il generale Khalifa Haftar e le fazioni della Cirenaica contro il governo della Tripolitania.

Più recentemente, invece, Abu Dhabi ha puntato alla penetrazione nelle regioni somale in rotta col governo centrale, guarda caso in tandem con la strategia adottata da Israele. Dopo aver blandamente sostenuto la lotta del governo somalo contro le milizie jihadiste pur di estendere la propria influenza sull’altra sponda del Golfo di Aden e del Mar Rosso, il presidente della piccola petromonarchia – lo sceicco Mohammed bin Zayed – ha deciso di appoggiare le regioni separatiste del Somaliland, del Puntland e del Jubaland. Sulla costa delle due entità indipendenti dal debole governo di Mogadiscio, Abu Dhabi ha realizzato alcune basi militari e commerciali. Nel Puntland gli emiratini hanno creato la “Puntland Maritime Police Force”, realizzando a Bosaso una base militare che utilizzano per rifornire di armi le RSF sudanesi; in Somaliland hanno costruito una base militare a Berbera; in Jubaland hanno costruito una base militare nel capoluogo, Chisimaio.

Sempre nel Corno d’Africa, poi, in dal 2020 al 2022 Abu Dhabi ha sostenuto militarmente il governo etiope contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray.

L’irritazione dell’Algeria

Dalle recenti proteste e minacce del governo algerino, inoltre, sembra che i tentacoli di Abu Dhabi si estendano fino al Maghreb. A dicembre, infatti, un organo di stampa ufficiale algerino ha avvisato che il governo della repubblica nordafricana starebbe valutando l’opportunità di interrompere le proprie relazioni con gli Emirati come forma di ritorsione per il sostegno da essi accordato al “Movimento per l’Autonomia della Cabilia” (Mak, basato in Francia e sostenuto anche da Israele e Marocco) che recentemente ha lanciato una campagna per l’indipendenza. Il quotidiano El-Khabar, noto per la sua vicinanza all’esecutivo algerino, ha esplicitamente accusato Abu Dhabi di interferire negli affari interni del paese mettendone a rischio l’unità nazionale e la stabilità.

Inoltre, secondo l’organo di stampa, l’Algeria sarebbe preoccupata per la crescente presenza militare emiratina nel continente africano, per il suo sostegno al Marocco e per lo sviluppo di crescenti relazioni con Israele.

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14/03/2025

Usa e Israele trattano con Paesi africani la deportazione dei palestinesi

Un’inchiesta esclusiva dell’Associated Press ha rivelato che gli Stati Uniti e Israele hanno preso contatto con alcuni Paesi africani per trattare l’ipotesi di deportazione dei palestinesi di Gaza. Il presidente Usa Donald Trump continua a proporre il suo “piano” di pulizia etnica della Striscia come l’ipotesi migliore e “più giusta” per la sistemazione post-guerra e la ricostruzione dell’enclave che diverrebbe, secondo i piani del tycoon, una lussuosa riviera turistica priva dei propri abitanti.

L’ostinazione di Trump nel proseguire il tentativo di applicazione del suo piano, anche dopo il diniego dei Paesi arabi che per primi ha tentato di convincere ad accogliere i palestinesi esiliati, si riflette nei contatti stabiliti con Somalia, Somaliland e Sudan. Luoghi poveri e in alcuni casi devastati dalla violenza della guerra, con condizioni economiche complicate o processi di indipendenza non pacifici.

Funzionari del Sudan hanno confermato all’AP di aver ricevuto offerte da parte degli Stati Uniti e di averle rifiutate. Quelli della Somalia e del Somaliland hanno dichiarato ai giornalisti di non essere a conoscenza di proposte del genere. Ma le conferme sono giunte da rappresentanti Usa e israeliani. Il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha dichiarato questa settimana che Tel Aviv sta lavorando per identificare i Paesi in cui i palestinesi verranno “assorbiti” e che il governo sta per aprire un “dipartimento per l’emigrazione”.

Sudan.

Il paese nordafricano era tra le quattro nazioni dell’Accordo di Abramo che hanno accettato di normalizzare le relazioni diplomatiche con Israele nel 2020. Sono 18milioni i bambini che da due anni non hanno la possibilità di andare a scuola a causa della guerra, secondo l’Unicef. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia prevede anche, per questo 2025, che i due terzi della popolazione totale, 30 milioni di persone, avranno bisogno di assistenza umanitaria. Dopo quasi due anni di guerra infrastrutture, sistema sanitario e scolastico, economia e servizi sociali sono al collasso.

Alcuni funzionari sudanesi hanno confermato all’Associated Press di essere stati contattati da personale dell’amministrazione Trump ancor prima che si tenesse la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Usa. Washington avrebbe offerto assistenza militare contro le Forze di Supporto Rapido (RSF) in cambio della disponibilità del governo ad accettare i palestinesi. I funzionari hanno dichiarato di aver rifiutato categoricamente l’offerta.

Somaliland. 

Un funzionario americano ha confermato che gli Stati Uniti stanno tenendo colloqui con i leader del Somaliland per capire cosa possono ottenere in cambio di un riconoscimento dell’indipendenza dell’area che la Somalia considera parte del proprio territorio. Il Somaliland si è dimostrato più volte disponibile a trattare con diversi stati e governi per ottenere un riconoscimento ampio.

Somalia.

La Somalia, come il Sudan, si è opposta a qualunque piano di pulizia etnica dei palestinesi durante il recente vertice della Lega araba al Cairo ma l’AP non esclude la possibilità che si stiano svolgendo negoziati segreti tra Washington e Mogadiscio. I funzionari del Paese hanno negato di aver ricevuto alcuna richiesta, mentre fonti statunitensi hanno confermato l’avvicinamento.

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29/09/2024

Armi egiziane alla Somalia, nel Corno d’Africa sale la tensione

È di nuovo tornata a salire la tensione nel Corno d’Africa, regione già scossa nel corso degli ultimi anni da una sanguinosa guerra civile che ha sconvolto l’Etiopia e dagli scontri in Somalia tra le forze governative – sostenute da contingenti militari di altri paesi africani – e le organizzazioni jihadiste.

Ad alimentare la tensione sono soprattutto lo scontro tra Mogadiscio e Addis Abeba e la guerra dell’acqua tra Egitto ed Etiopia. In questo quadro si inseriscono la storica inimicizia tra Eritrea ed Etiopia e le mire espansionistiche turche.

Armi egiziane alla Somalia
Nei giorni scorsi il regime di Al Sisi ha consegnato alla Somalia un carico di armi pesanti così come previsto dal recente accordo di cooperazione militare siglato dal Cairo con Mogadiscio. I militari egiziani avrebbero scaricato nel porto della capitale somala, nel frattempo chiuso al traffico commerciale, un carico che comprende obici, missili anticarro, munizioni e altri materiali bellici.

Poco prima il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, nel corso di un incontro con il segretario di Stato americano Antony Blinken, aveva ribadito il proprio sostegno «all’indipendenza e all’integrità territoriale della Somalia», imitato dal suo omologo statunitense.

Nel tentativo di isolare l’Etiopia, sua rivale storica nella regione, l’Egitto ha deciso di sostenere Mogadiscio dopo la firma da parte di Addis Abeba di un’intesa con l’autoproclamata repubblica del Somaliland, una regione settentrionale della Somalia che nel 1991 ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza.

In base all’accordo, l’ex colonia britannica concederebbe ad Addis Abeba venti chilometri di costa per realizzare un porto commerciale a Berbera, sul Mar Rosso. In cambio di uno strategico accesso al mare e alle rotte marittime internazionali, che l’Etiopia ha perso dopo l’indipendenza dell’Eritrea all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, Addis Abeba si impegna – anche se in maniera abbastanza vaga – a sostenere l’indipendenza della regione separatista.

Dopo la firma dell’accordo, la Somalia ha interrotto i rapporti diplomatici con l’Etiopia e ne ha espulso l’ambasciatore, e la tensione è rapidamente salita. Già ad agosto l’Egitto aveva inviato un primo carico di armi alla Somalia.

I militari egiziani in Somalia
L’accordo militare prevede inoltre che un contingente militare egiziano forte di cinquemila soldati si unisca alla terza missione dell’Unione Africana che verrà dispiegata in Somalia a fine anno per contrastare le milizie islamiste di al-Shabaab.

Da questa missione, invece, saranno esclusi i tremila militari etiopi finora dispiegati con lo stesso compito nel paese, mentre altri cinquemila uomini provenienti dal Cairo saranno stanziati in Somalia grazie ad un accordo bilaterale.

Secondo voci non confermate, il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, eletto nel 2022, potrebbe addirittura concedere ai soldati egiziani una base nel centro-sud del paese dopo aver concesso ben cinque installazioni militari agli Stati Uniti.

La reazione dell’Etiopia
La reazione etiope agli accordi raggiunti tra Egitto e Somalia non si è fatta attendere. Dopo l’annuncio del dispiegamento di soldati egiziani negli stati regionali somali di Hirshabelle e di Galmudug, l’Etiopia ha schierato centinaia di militari e di veicoli blindati alla frontiera con il suo vicino. In seguito, i militari di Addis Abeba hanno occupato alcuni aeroporti nella regione somala di Ghedo, dove una parte della popolazione e delle autorità locali sostiene Addis Abeba, per impedire o quantomeno ritardare il dispiegamento delle truppe egiziane in un territorio in cui la maggior parte delle vie di comunicazione terrestre è controllata da al-Shabaab.

Nel tentativo di destabilizzare la Somalia, l’Etiopia ha inoltre rafforzato le proprie relazioni con il Puntland, un altro stato regionale somalo da decenni in conflitto con il governo federale. Secondo il presidente Mohamud, l’Etiopia avrebbe inviato in Puntland un carico di armi destinato alle milizie locali.

«Questa azione costituisce una grave violazione della sovranità della Somalia e pone serie implicazioni per la sicurezza nazionale e regionale» ha denunciato in un comunicato il ministero degli Esteri somalo, secondo il quale Addis Abeba avrebbe rifornito di armi anche le milizie della regione somala di Galmudug e di Baidoa, anch’esse in rotta con il governo federale.

A causa dell’aumento della tensione, l’Egitto ha chiesto ai propri cittadini di lasciare il Somaliland, mentre le autorità dell’autoproclamata repubblica hanno chiuso la Biblioteca culturale egiziana di Hargheisa, invitando il personale a lasciare la regione entro 72 ore.

La guerra dell’acqua
Ad opporre l’Egitto all’Etiopia, ormai da tempo, è la scelta di Addis Abeba di completare i lavori per la costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), un’enorme diga sul corso del Nilo Blu. La “diga della Rinascita”, la cui costruzione è iniziata nel 2011 e il cui riempimento è quasi completo, serve ad alimentare due grandi centrali idroelettriche che a regime dovrebbero produrre 15700 Gwh annui, energia sufficiente a permettere l’elettrificazione di molte regioni dell’Etiopia e a trasformare il paese in un esportatore di elettricità.

Nonostante le rimostranze dell’Egitto e del Sudan, secondo i quali la deviazione del fiume causerà la siccità nei loro paesi e un crollo dei raccolti agricoli, il premier etiope Abiy Ahmed Ali ha imposto il completamento della grande opera, realizzata dal Webuild Group, azienda amministrata dall’italiano Pietro Salini.

Nella disputa creata dall’accordo tra Etiopia e Somaliland si sono infilate poi anche la Turchia (che proprio recentemente si è riavvicinata dall’Egitto dopo anni di inimicizia) e l’Eritrea. Entrambi i paesi si sono schierati con la Somalia.

L’Eritrea si avvicina all’Egitto
L’Egitto ha intenzione di siglare con l’Eritrea un’intesa militare simile a quella raggiunta con la Somalia, allo scopo formale di “proteggere” la navigazione nel Mar Rosso dagli attacchi dei pirati e di altre entità non meglio precisate.

Secondo il quotidiano emiratino “The National”, inoltre, l’Egitto starebbe offrendo ad Asmara la propria mediazione nel conflitto in corso ormai da decenni fra il governo eritreo e il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf), protagonista della guerra conclusa due anni fa che l’ha contrapposto all’esercito etiope. Allo scopo, la scorsa settimana il capo dell’intelligence egiziana Kamal Abbas e il ministro degli Esteri del Cairo Abdelatty hanno incontrato ad Asmara il dittatore eritreo Isaias Afewerky.

La Turchia allunga i tentacoli nel Corno d’Africa
Da parte sua la Turchia ha deciso di inviare navi da guerra per sorvegliare le operazioni di estrazione del petrolio, che il governo di Mogadiscio ha di fatto affidato ad Ankara in molti tratti al largo della costa della Somalia. Secondo le stime del dipartimento del commercio di Washington, la Somalia avrebbe riserve di petrolio e gas per un totale di 30 miliardi di barili.

La società Turkish Petroleum possiede la licenza di estrazione in tre aree delle coste territoriali somale, ognuna delle quali con una superficie di 5 mila km quadrati, e ora Erdogan ne sta approfittando per proiettare la propria presenza militare nel quadrante, giustificata dall’esigenza di proteggere le attività dai pirati.

D’altronde nel febbraio scorso la Turchia ha già siglato un accordo di difesa navale con la Somalia che autorizza le forze armate di Ankara a pattugliare le coste somale per i prossimi dieci anni. Sul fronte terrestre, i militari turchi sono già presenti in Somalia da dieci anni, impegnati ad addestrare e sostenere le truppe locali.

I paesi coinvolti dalla crisi sono molti e gli interessi in ballo enormi. Il Corno d’Africa è sempre più una polveriera sul punto di esplodere.

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29/01/2024

La strage dimenticata nel Sudan devastato dai signori della guerra

La rivolta popolare che nel 2019 ha rovesciato la dittatura reazionaria e islamista di Omar al-Bashir, al potere da ormai tre decenni, sembrava potesse portare il Sudan sulla strada della transizione verso la democrazia e lo sviluppo.

Dal golpe alla guerra civile 

Ma il 25 ottobre 2021 il colpo di stato militare, diretto dal generale Abdel Fattah al-Burhan, ha posto fine ad ogni speranza di liberazione, nonostante il tentativo di resistenza di un vasto fronte di forze politiche, sociali e sindacali che hanno pagato con centinaia di morti le continue mobilitazioni contro il nuovo regime.

Il 15 aprile del 2022, poi, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti, ha lanciato le sue Forze di Supporto Rapido (la milizia nata dal movimento dei famigerati janjaweed) contro l’ex alleato al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi sostenuto dagli ambienti ancora fedeli al vecchio dittatore al-Bashir.

La vasta ribellione delle FSR ha scatenato una guerra civile che in nove mesi ha causato decine di migliaia di vittime, ridotto in macerie numerose città e portato il Sudan sull’orlo dell’implosione.

Una mediazione impossibile 

Alcune settimane fa un accordo raggiunto grazie alla mediazione dell’Etiopia sembrava aprire uno spiraglio. Il 2 gennaio le Forze di Supporto Rapido hanno infatti firmato ad Addis Abeba, con il “Coordinamento delle forze civili democratiche” (Taqaddum, una piattaforma formata da decine di partiti politici, comitati popolari, sindacati, organizzazioni della società civile), una dichiarazione diretta a stabilire una tabella di marcia per porre fine ai combattimenti e aprire le trattative con al-Burhan. Subito dopo, però, molte realtà politiche interne ed esterne a Taqaddum hanno disconosciuto l’accordo firmato da Dagalo e dall’ex premier Abdallah Hamdok, denunciando quello che hanno definito un “tradimento”. D’altronde il rifiuto del presidente de facto di partecipare all’incontro organizzato da Hamdok in Etiopia aveva già reso inefficace il documento siglato.

Nei giorni scorsi poi, la scena si è ripetuta all’incontro organizzato dall’IGAD – Inter Governamental Agency for Development, l’organizzazione regionale del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale alla quale l’Unione Africana ha delegato la ricerca di una soluzione delle diverse crisi in atto nel quadrante – il 18 gennaio a Entebbe, in Uganda. Alla riunione, alla quale erano presenti i rappresentanti dell’Onu, dell’Unione Europea, di vari paesi arabi e degli Stati Uniti, si sono infatti presentati sia l’ex primo ministro e coordinatore di Taqaddum Abdallah Hamdok, sia il capo delle Forze di Supporto Rapido, Dagalo. Il capo della giunta militare, al-Burhan, ha dato invece forfait accusando l’iniziativa di rappresentare una violazione della sovranità del Sudan. Non contento, al-Burhan ha sospeso l’adesione del Sudan all’IGAD e ha richiamato l’ambasciatore di Khartum in Kenya, accusando Nairobi di «ospitare la ribellione e (…) cospirare contro il Sudan». La mossa è stata decisa dopo che il 3 gennaio il presidente keniota William Ruto ha ricevuto Dagalo, che nelle ultime settimane ha intrapreso un tour che ha fatto tappa anche in Ruanda, Uganda, Etiopia e Gibuti nel tentativo di accreditarsi come rappresentante legittimo del suo paese.

Etiopia contro tutti 

Ad aggravare il quadro, recentemente, la firma da parte dell’Etiopia di un accordo con la regione separatista somala del Somaliland per l’ottenimento di uno sbocco al mare, che ha causato la dura reazione di Mogadiscio ma anche dell’Eritrea, dell’Egitto e dello stesso governo golpista sudanese. L’esplosione di nuove tensioni regionali indebolisce ulteriormente i già infruttuosi tentativi dei paesi dell’area di costringere i contendenti sudanesi ad un accordo.

Le credibilità di molti degli attori regionali, del resto, è minata dal fatto che vari paesi sono direttamente o indirettamente coinvolti nella guerra civile, interessati ai proventi della vendita di armi o a conquistare un ruolo egemone in un Sudan ridotto in pezzi.

Lo zampino degli Emirati Arabi Uniti 

La potenza regionale più attiva in Sudan sembra essere Abu Dhabi che, del resto, in passato ha già fornito varie flotte di droni da bombardamento all’esercito etiope, garantendogli una schiacciante superiorità aerea contro i ribelli del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, e ingenti carichi di armi all’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, in guerra con il governo di Tripoli riconosciuto dalla cosiddetta comunità internazionale.

Ora da più parti si accusano gli Emirati Arabi Uniti di armare i miliziani delle Forze di Supporto Rapido che, durante la dittatura di Omar al-Bashir hanno combattuto per anni assieme alle forze di Abu Dhabi contro i ribelli houthi yemeniti.

Nonostante gli emiratini continuino a negare ogni coinvolgimento, numerosi media hanno documentato i carichi di armi inviati ai janjaweed da parte della piccola ma potente petromonarchia, a tal punto che a metà dicembre al-Burhan ha espulso 15 diplomatici di Abu Dhabi. In precedenza Yassir al-Atta, membro della giunta golpista, aveva esplicitamente accusato gli Emirati di rifornire i ribelli attraverso l’Uganda, la Repubblica Centrafricana e il Ciad. Recentemente, un documento diffuso dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, basato su fonti di intelligence e testimonianze di osservatori indipendenti, definisce “credibili” le ricostruzioni secondo cui gli Emirati hanno più volte fornito armi ai miliziani ribelli tramite la base aerea di Amdharass, nel nord del Ciad. I più di 100 voli registrati, secondo Adu Dhabi, trasportavano invece soltanto “aiuti umanitari” destinati ai profughi.

Ma i legami tra il leader delle RSF e la petromonarchia araba sono noti e consistenti. Il centro dell’impero economico di Dagalo – e del fratello – è a Dubai, mentre il generale è ritenuto molto vicino al vicepresidente degli Emirati Mansour bin Zayed ed ha fatto un lungo viaggio ad Abu Dhabi nella scorsa primavera, prima di ordinare la ribellione contro il suo ex alleato al-Burhan, che ora è sostenuto dall’Egitto di al Sisi e dall’Iran.

Il Sudan va in pezzi 

Mentre la guerra civile ha messo il paese in ginocchio, in varie regioni il vuoto di potere ha portato alla formazione di milizie regionali più o meno indipendenti dai due contendenti, che dettano legge a livello locale utilizzando la violenza e minacciano la stessa integrità dello stato sudanese.

Di fatto il paese è spaccato a metà. I paramilitari di Dagalo controllano gran parte della capitale, le regioni occidentali, il Darfur e una parte della provincia del Kordofan. L’esercito “regolare”, fedele al regime, invece, occupa alcuni quartieri di Omdurman, la città gemella di Khartum, il nord del paese, le regioni orientali e la valle del Nilo.

Crimini di guerra e pulizia etnica 

Recentemente i combattimenti tra le opposte fazioni si sono allargati a territori finora relativamente tranquille. Entrambe le fazioni si stanno rendendo responsabili di crimini di guerra e atrocità contro la popolazione, bombardando in maniera indiscriminata i centri abitati e sottoponendo gli oppositori a torture e detenzioni arbitrarie.

In particolare, l’avanzata delle Forze di Supporto Rapido di Dagalo nel Darfur Occidentale ha provocato nella sola capitale regionale Geneina tra i 10 e i 15 mila morti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite i janjaweed hanno preso deliberatamente di mira i civili nelle strade, nelle case e nei campi profughi, colpendo anche le colonne di profughi in fuga verso il Ciad, con esecuzioni sommarie e stupri. Le RSF, i cui membri sono reclutati per la maggior parte tra le tribù arabe delle regioni occidentali, sono accusate di uccisioni di massa a sfondo etnico contro la popolazione nera africana, in particolare quella Masalit, maggioritaria nel Darfur Occidentale, oltre che di saccheggi e distruzioni punitive.

Mentre la capitale Khartum è sempre più una città fantasma, con interi quartieri ridotti in macerie e abbandonati dai loro abitanti, da dicembre gli scontri si sono estesi alle regioni orientali e meridionali, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. Particolarmente intensi sono stati gli scontri nello stato di Gezira, a sud di Khartum, una regione che viene abitualmente definita “il granaio del Sudan”.

Emergenza umanitaria e sanitaria 

I profughi sarebbero in totale già 7,5 milioni; di questi, circa 1 milione e mezzo si sarebbero rifugiati in Ciad, Sud Sudan ed Egitto. Gli altri hanno cercato riparo nei territori scampati agli scontri fino al momento del loro arrivo, dovendo però poi spesso fuggire di nuovo a causa dello scoppio di ulteriori combattimenti e dovendo comunque confrontarsi con una grave penuria di cibo, acqua potabile e assistenza sanitaria.

Il paese, nonostante il sostanziale disinteresse dei circuiti mediatici principali, è investito da una crisi gravissima. Secondo l’Ufficio dell’ONU per il coordinamento umanitario (OCHA), circa 25 milioni di sudanesi hanno o avranno bisogno nei prossimi mesi di assistenza. Nel solo stato di Khartum, denuncia un dossier diffuso da Medici Senza Frontiere, almeno 3 milioni di persone non hanno alcun accesso all’assistenza medica.

Nelle zone interessate dalla guerra civile, afferma l’associazione Care International, l’80% degli ospedali e dei presidi sanitari ha dovuto chiudere a causa dell’inagibilità delle strutture e della mancanza di elettricità. La situazione, in mancanza di una svolta allo stato improbabile, può solo peggiorare.

Fonte

06/07/2023

2 luglio 1993 - Italia con le mani in Pasta


30 anni fa la battaglia (e le torture) di Mogadiscio

La Battaglia del Pastificio – Ceckpoint Pasta

Era un venerdì, il 2 luglio del 1993. Da oltre due mesi l’operazione Unosom II[i] aveva sostituito la precedente Unitaf[ii]. Si trattava di operazioni promosse dall’ONU a partire dalla primavera del 1992 (risoluzione 751/92) allo scopo di “portare aiuti umanitari per combattere la carestia” che colpiva la Somalia; carestia aggravatasi in seguito alla guerra civile (iniziata dopo la caduta di Siad Barre nel 1991) fra i seguaci del presidente Ali Mahdi Mohamed[iii] e i seguaci di Farah Aidid[iv].

L’operazione Unosom II, a differenza delle precedenti Unosom I e Unitaf (conosciuta come Restore Hope)[v] autorizzava l’uso delle armi alle truppe ONU inviate nel paese del Corno d’Africa, ufficialmente arrivate per garantire appoggio logistico e sicurezza alle operazioni umanitarie di aiuto. Ma anche per disarmare le due fazioni armate somale che si combattevano, e si dividevano anche i quartieri della capitale Mogadiscio.

E furono proprio le operazioni finalizzate a requisire armi e mezzi, nonché a smantellare radio e apparati logistici dei due contendenti, ad accentuare le caratteristiche di occupazione militare agli occhi della popolazione somala.

Meno di un mese prima, il 5 giugno, nel tentativo di occupare la sede di radio Mogadiscio, utilizzata dalle truppe di Farah Aidid[vi], ci fu uno scontro fra le truppe ONU e i somali, in cui rimasero uccisi 25 soldati pakistani.

Le forze militari italiane[vii] la mattina del 2 luglio furono assalite da una folla di civili somali nei pressi dell’ex pastificio costruito dagli italiani nell’epoca coloniale fascista (per la ricostruzione degli eventi rimandiamo all’articolo di Il Post del 2 luglio 2013, per il ventennale)[viii]

Negli scontri rimasero uccisi 3 militari italiani e ne rimasero feriti 22. Come al solito in questi casi, se dei morti e dei feriti italiani si conoscono nome e cognome, non è così per le vittime somale. Alcuni fonti parlano di 67 morti e 122 feriti. Altre fonti parlano di numeri ben più alto, come del resto rivendicato con orgoglio dai parà italiani con la scritta lasciata all’ingresso del Campo 7 a Mogadiscio (vedi foto). La Battaglia del Pastificio è stata definita da molti come il primo vero scontro che coinvolge truppe italiane dopo la Seconda Guerra Mondiale. In realtà, sia nel Corno d’Africa (l’Italia mantenne l’Amministrazione fiduciaria della Somalia sino al 1960), sia nell’allora Congo Belga, i militari italiani coinvolti in fatti di guerra sono stati numerosi per tutto il dopo guerra, e i militari morti sono stati decine.

Sulle ragioni dell’attacco alle truppe italiane si è sempre parlato di mistero. Si disse che forse stavano per avvicinarsi troppo a depositi di armi o al rifugio di Farah Aidid.

Le torture

Una delle possibili cause delle motivazioni per cui i soldati italiani, al di là della solita retorica degli “italiani brava gente”, potrebbe trovarsi in quanto venne fuori alcuni anni dopo, quando il settimanale Panorama pubblicò foto in cui si vedevano militari italiani mentre torturavano civili somali, fra cui donne violentate, che portarono a inchieste e interrogazioni parlamentari. In realtà già nel giugno del 1993, prima della battaglia del pastificio, i settimanali Epoca e Sette pubblicarono foto di torture da parte dei militari italiani.

“Stefano Valsecchi (ex paracadutista, ndr), autore di una fotografia di una ragazza legata a un carro armato e violentata, confessò al giornalista Marco Gregoretti di Panorama che durante la scena erano presenti parà, bersaglieri e carristi, e che tutti “ridevano, c’era tanto casino. Più che un gioco sessuale era un far qualcosa, un sentirsi grandi. Era stare nel gruppo. È la legge del branco.” (fonte)

Eppure continuò (e continua, basta leggere nei siti che fanno riferimento ai corpi armati o ai congedati dai corpi armati italiani più coinvolti nelle missioni all’estero) la legenda del comportamento irreprensibile delle forze italiane e lo “stupore” per l’attacco del 2 luglio. La copertura politica e istituzionale di fatto dura ancora, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei militari coinvolti e individuati sono stati esigui e ridicoli, quelli penali assenti.

“La mancanza di conseguenze e provvedimenti per questi scandali porterà alcuni dei coinvolti a far carriera, alcuni si ritroveranno anni dopo a gestire la “macelleria messicana” al G8 di Genova, ancora una volta impuniti.” (fonte)

Qualcuno ha ipotizzato che fra le cause ancora da definire completamente della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potesse esserci anche quanto scoperto dalla giornalista Rai sui fatti nel 1993. Di sicuro c’è solo che gli affari sporchi dell’Italia nel Corno d’Africa hanno una tradizione lunga e continua. Che si trascina sino ai giorni nostri.

Quanto sta accadendo in Francia questi giorni, con le rivolte delle banlieue dopo l’assassinio di un ragazzo di origini arabe da parte della polizia, dovrebbe farci riflettere su quanto sia rischioso, oltre che ingiusto, non fare i conti con le colpe del proprio passato, e quanto sia ingiusto e rischioso non ripulire i corpi militari e di polizia dalla cultura razzista, fascista e intollerante.

Esistono varie documentazioni, libri, inchieste, film e documentari su quei fatti, sia da parte di ex parà, come il libro I diavoli Neri, scritto dell’ex capitano dei parà Paolo Riccò, o il film Checkpoint Pasta, di Andrea Bettinetti, sulla battaglia del 2 luglio; sia sulle torture, come il film La linea sottile, di Nina Mimica e Paola Sangiovanni, o il documentario/intervista ad uno dei militari coinvolti, Michele Patruno[ix]

Note

[i] United Nations Operation in Somalia

[ii] UNIfied TAsk Force

[iii] https://it.wikipedia.org/wiki/Ali_Mahdi_Mohamed

[iv] https://it.wikipedia.org/wiki/Mohammed_Farah_Aidid

[v] https://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20060106073322.pdf

[vii] “Denominato ITALFOR-IBIS” il contingente italiano era incentrato sulla Brigata Paracadutisti “Folgore” e comprendeva anche personale della Marina e dell’Aeronautica” https://www.esercito.difesa.it/operazioni/operazioni_oltremare/Pagine/Somalia-UNOSOM-Ibis.aspx

[viii] https://www.ilpost.it/2013/07/02/battaglia-pastificio-mogadiscio/

[ix] https://www.panorama.it/video/news/somalia-1997-il-branco

Fonte e approfondimenti sul tema

07/07/2022

Quello che so per certo su Ilaria Alpi

La notizia dell’assassinio di Hashi Omar Hassan è appena stata data e già si capisce che i nostri mass-media ci raccontano le solite frescacce “italiote”.

Hashi, condannato con false testimonianze per l’omicidio di Ilaria Alpi e liberato dopo due decenni di carcerazione ingiusta è stato assassinato in stile mafioso-italico, con una bomba sotto il sedile della sua auto.

Il suo ex avvocato afferma una vera frescaccia, ovvero che sono stati i jihadisti che lo volevano ricattare per i soldi avuti in risarcimento, ma questo è palesemente falso e serve solo a sviare la ricerca dei mandanti, che stanno in Italia, come forse anche gli esecutori, perché in un paese come la Somalia non ci si arrovella a mettere bombe dentro le auto, si va per lo spiccio con una raffica di Kalashnikov e via.

Assassinare Hashi Hassan in questo modo truculento significa semplicemente che chi lo voleva morto non voleva sbagliare il “bersaglio” e allo stesso tempo evitare che in qualche modo si identifichino i mandanti (magari con la cattura di eventuali killer locali che in seguito potrebbero confessare chi erano i mandanti).

Lo stile dell’omicidio è perciò chiaramente “italiano” e questo ci dice che in Italia c’è ancora qualcuno molto preoccupato che vengano fuori i retroscena dell’omicidio di Ilaria Alpi: aveva saputo qualcosa Hassan adesso che viveva in Somalia?

L’omicidio della giornalista e del cameramen che con lei fu ucciso, questo è accertato, fu a seguito di una indagine su un traffico di rifiuti tossici dall’Italia e forse anche di armi, se i ricordi non mi tradiscono.

Le indagini, con molta poca cura, come i processi, furono manipolati e nessuno in Italia, a partire da politica e magistratura si è mai preoccupato di capire cosa esattamente ci fosse dietro e come tutta la faccenda, allora come oggi, puzzasse di servizi segreti italici.

In Italia c’è chi ancora trama e trema per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e ora anche di Hashi Omar Hassan.

Fonte

03/06/2022

Forze speciali Usa in Somalia. Ci si prepara alla “guerra d’Africa”

Gli Stati Uniti puntano a schierare centinaia di militari in Somalia invertendo la decisione presa dall’amministrazione Trump che aveva attuato un parziale ritiro delle forze armate Usa presenti nel Paese africano. A rivelare questo riposizionamento è stato il New York Times citando ben quattro fonti interne agli apparati statunitense. Il presidente Biden ha firmato un ordine che autorizza il dispiegamento di militari americani in Somalia approvando la richiesta del Pentagono di poter riprendere i raid aerei contro i leader della milizia jihadista al-Shabaab, che controlla diverse aree del Paese.

Secondo alcune delle fonti anonime rilanciate dal quotidiano statunitense, il numero dei militari pronti a essere inviati in Somalia è di circa 450 unità. “Oggi in Somalia operano solo istruttori militari statunitensi che addestrano le forze armate somale e dei contingenti africani inseriti nella missione dell’Unione Africana (AMISOM) di sostegno al governo di Mogadiscio” scrive il sito specializzato Analisi Difesa.

Il rafforzamento della presenza militare Usa in Somalia è stata confermata da Adrienne Watson, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, che ha definito la decisione una mossa per intraprendere “una lotta più efficace contro al-Shabaab" anche nell’ottica di “massimizzare la sicurezza e l’efficacia delle nostre forze e consentire loro di fornire un supporto più efficiente ai nostri partner”.

Che l’Africa, soprattutto negli stati rivieraschi, sarà oggetto di una feroce competizione tra Usa, Cina e Ue, lo si capiva da tempo. Da un lato c’è la corsa all’accaparramento delle materie prime strategiche per le industrie tecnologiche (dalle batterie ai seminconduttori), dall’altro per gli Usa il controllo delle coste è sempre stata una priorità per una potenza dalla proiezione militare soprattutto marittima.

Nella disattenzione generale, va invece sottolineato come in Africa già da tempo le principali potenze hanno estese presenze militari: Francia (Mauritania, Senegal, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Costa d’Avorio, Camerun, Golfo di Guinea, Gabon e Gibuti); Stati Uniti (Senegal, Burkina Faso, Ghana, Gabon, Camerun, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Somalia, Botswana, Seychelles e Gibuti).

Ma poi ci sono anche la Germania (Mali, Niger e Gibuti); la Russia (Repubblica Centrafricana, Mali); la Gran Bretagna (Mali); Italia (Libia, Gibuti e Niger); Turchia (Somalia, Libia); Cina (Gibuti); India (Madagascar e Seychelles), Emirati Arabi Uniti (Libia, Eritrea e Somaliland), Arabia Saudita (Gibuti), Belgio (Mali, Gibuti e Niger), e perfino il Giappone (Gibuti).

La Francia ha il numero maggiore di militari schierati (7.500) seguita dagli Stati Uniti (7000). Per la Francia è probabile che il numero diminuisca per via del ritiro dal Mali, a meno che non si tratti di una ridislocazione in Niger. Mentre gli Usa con il nuovo invio di militari in Somalia potrebbero superare la Francia.

Due anni fa il sito The Intercept ha pubblicato alcuni documenti dell’Africom (il Comando Usa per l’Africa), che documentavano la presenza militare statunitense in Africa. Nei documenti si scopre che le basi militari sono ben 27 distribuite in 15 Paesi. Molte di queste sono concentrati tra Africa Occidentale e Corno d’Africa.

Tra queste, 15 strutture sono definite “Enduring” in quanto forniscono “un accesso strategico per supportare gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.” Le seconde, denominate “Non Enduring” sono invece dei punti di appoggio per operazioni di contingenza o limitate. In questo caso non è stato possibile chiarire quanto siano attive dato che possono essere a loro volta classificate come semi permanenti.

Pubblicamente i portavoce del Pentagono affermano che l’impegno statunitense in Africa è molto limitato. Ma nelle audizioni alle commissioni Difesa di Camera e Senato ufficiali e comandanti dell’Africom continuano a sostenere la necessità di una presenza costante e strutturata.

A inizio maggio il magazine d’inchiesta sudafricano Mail & Guardian è entrato in possesso di alcuni documenti dell’Africom che rivelano un piano strutturato per rinforzare l’attuale rete di basi militari, tramite strutture snelle e di basso profilo.

Occorre aggiungere che la Somalia, in questo caso, per gli Usa rappresenta una sindrome a metà tra il Vietnam e l’Afghanistan. Nel corso dell’operazione Restor Hope, l’abbattimento di due elicotteri Black Hawk a Mogadiscio nel 1993, vide l’uccisione di 18 soldati delle forze speciali Usa e il ferimento di altri 73, praticamente una disfatta che ancora pesa nella storia militare statunitense.

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11/08/2021

Diecimila militari italiani operativi nel “Mediterraneo allargato”

A metà luglio è stato approvato alla Camera, come al solito a larghissima maggioranza, il decreto di rifinanziamento delle missioni militari all’estero presentato dal governo Draghi.

Il Decreto prevede e finanzia circa 40 missioni internazionali in tre continenti: 38 erano già in corso nel 2020, mentre due saranno inaugurate quest’anno. Il personale militare dispiegato all’estero raggiunge le 9.449 unità, un numero del 26% superiore a quello del 2020 nonostante la fine della missione Nato in Afghanistan.

Tra le attività confermate per l’anno 2021 risultano ancora quelle nell’area balcanica, con la KFOR in Kosovo – attualmente a guida italiana – nel contesto della missione NATO Joint Enterprise, poi ci sono altri 8 diversi dispositivi multi-area in Europa, tra cui l’Operazione Mare Sicuro nel Mediterraneo.

Ma tra le novità più importanti – ed inquietanti – c’è l’operazione di sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz che collega il Golfo di Oman al Golfo Persico. La missione rientra nella più ampia iniziativa politico-militare Emasoh, a guida francese, che attualmente riunisce otto Paesi europei. Il contributo italiano per ora è limitato al dispiegamento di un dispositivo aeronavale per lo svolgimento di attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nell’area interessata. Si tratta di un teatro a rischio escalation tra Iran e Arabia Saudita, dove le unità navali europee, per ora, hanno un profilo poco più che simbolico.

L’altra missione militare che costituisce un elemento di novità sarà invece il ritorno di soldati italiani in Somalia, dove l’Italia prenderà parte alla missione Onu Unsom ufficialmente mirata al “supporto delle istituzioni locali per l’istituzione di pace e stabilità”.

Ma questa nuova missione va ad incrementare la già consistente presenza italiana nell’area, dove sono in corso da oltre un decennio le missioni europee Eunavfor Atlanta, Eutm Somalia – attualmente sotto la guida italiana – ed Eucap Somalia.

Ci sono poi le missioni militari in Medio Oriente, con 9 missioni italiane già in corso. In Iraq, l’Italia continuerà a supportare le istituzioni di sicurezza locali, sia nell’ambito della cosiddetta Coalizione internazionale per il contrasto all’Isis sia nel contesto della ben più ridotta Euam Iraq. A partire da maggio 2022, l’Italia sarà alla guida della Nato Mission Iraq, mirata non solo all’addestramento e assistenza delle autorità locali nella lotta all’Isis, ma anche al rafforzamento del controllo dei confini nazionali e al ripristino della sovranità statale dell’Iraq.

In Libano le missioni militari italiane proseguono anche dopo la conclusione della Emergenza Cedri, con il confermato rinnovo dell’Operazione Leonte – inserita nel più ampio contesto della missione Onu Unifil, ora di nuovo a guida italiana – che vede adesso l’Italia impegnata, oltre che sul territorio, anche in attività di ricognizione delle coste libanesi.

Il teatro nel quale sono cresciute esponenzialmente le missioni militari italiane è l’Africa, la quale si conferma come il continente in cui l’Italia è maggiormente coinvolta, con ben 17 missioni in corso. Tra le attività più rilevanti in termini di stanziamento di unità e risorse economiche figurano la Task Force Takuba, per il contrasto della minaccia terroristica nella regione del Sahel (con militari italiani in Niger e Mali) e l’impiego di un dispositivo aeronavale nazionale nel Golfo di Guinea per il monitoraggio dell’area.

Il dibattito sul rinnovo delle missioni, è stato un po’ più vivace in merito al supporto italiano alle istituzioni libiche preposte al controllo dei confini marittimi, rispetto al quale si verificano sistematiche violazioni di diritti umani, abusi e violenze. Negli ultimi quattro anni, l’Italia ha investito ingenti risorse nell’equipaggiamento, addestramento e supporto tecnico alle autorità di Tripoli, anche tramite l’invio di decine di militari – oltre ad una nave officina – nella base libica di Abu Sitta.

Secondo la newsletter Affari Internazionali, con il rinnovo delle operazioni già in atto e l’inaugurazione di quelle in Somalia e Medio Oriente, “l’Italia intende assicurare, e se possibile, potenziare la propria presenza militare e politica in alcune delle aree che il Governo considera di maggiore rilievo strategico per il Paese”.

Aree comprese, in quello che nella visione italiana viene ormai definita come la regione del “Mediterraneo allargato” alla quale fa esplicito riferimento la delibera del Consiglio dei ministri sulle missioni militari all’estero.

Si tratta di una regione sulla quale gli Usa stanno dimostrando meno interesse che in passato, preoccupati più dall’intervento nell’area dell’Indo-Pacifico, un cambiamento che ha posto agli interessi strategici italiani la necessità di ripensare il proprio approccio.

Fonte

21/03/2021

Le biografie dei “migliori”. Lamberto Giannini

Nel 1998 il neo capo della Polizia – direttore generale della pubblica sicurezza ebbe un ruolo centrale nell’arresto e nell’incriminazione di Hashi Omar Hassan, il cittadino somalo accusato ingiustamente dell’omicidio della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e del fotografo e operatore di ripresa Miran Hrovatin trucidati nel maggio del 1994 a Mogadiscio.

Hassan fu tenuto in carcere per 17 anni sulla base di testimonianze anomale per poi essere assolto dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Roma.

Il caso venne riaperto in seguito ad una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? in cui venne trasmessa una dichiarazione del testimone chiave delle accuse mosse a Hassan, indicato come uno dei componenti del commando che assassinò gli inviati del Tg3. Ahmed Ali Rage, detto “Gelle”, aveva testimoniato contro Hassan e solo sulla base di quella testimonianza Hassan venne condannato a 26 anni di carcere dalla corte di assise di appello di Roma.

“Gelle”, rintracciato da Chi l’ha visto, ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto «gli italiani avevano fretta di chiudere il caso» e che, a lui, era stato promesso un aiuto a lasciare il Paese.

I giudici del tribunale di Perugia che, nel 2016, hanno deciso di indennizzare Hassan, per la lunga ed ingiusta detenzione, nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di “un depistaggio di ampia portata“.

Hassan, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall’ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall’intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage, detto “Gelle”, il quale venne pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Nel 1998, Hassan, dopo essere stato chiamato a testimoniare presso la commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, fu fermato dalla Digos di Roma che all’epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. Su quella circostanza riferì Hassan: “La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l’autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell’omicidio dei giornalisti a condurre l’interrogatorio fu il Dottor Giannini“.

E fu ancora Lamberto Giannini a raccogliere anche la testimonianza di Sid Abdi, l’autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti ma poi Abdi cambiò clamorosamente versione accusando Hassan di essere autore dell’omicidio.

Fu proprio Giannini a raccogliere l’anomala accusa nei confronti di Hassan.

Come ebbe a raccontare lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016 “L’autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto”. Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: “Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia“.

L’altro grande accusatore, “Gelle”, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all’estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di Chi l’ha visto? ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan.

Ad opporsi fermamente contro l’archiviazione delle indagini sul duplice omicidio sono sempre stati i genitori di Ilaria Alpi: Giorgio Alpi, morto l’11 luglio del 2010, e la madre, Luciana Alpi, scomparsa nel 2018. Anche dopo la morte di Giorgio, Luciana ha continuato la sua battaglia contro il muro di gomma che circondava la vicenda dell’assassinio dei due reporter.

Nonostante la stanchezza e i malanni che l’hanno afflitta nell’ultimo decennio di vita, Luciana non si era mai rassegnata alla morte di sua figlia Ilaria e non aveva mai sposato la versione ufficiale: troppe contraddizioni, troppe buchi nelle testimonianze offerte, troppe omissioni da parte degli stessi inquirenti.

Lo aveva capito sin da quando negarono a lei e Giorgio l’autopsia sul corpo di Ilaria mentre il referto dell’esame autoptico era già sparito dall’incartamento ufficiale per riapparire, poi, tra le carte di un trafficante internazionale di armi. E poi le tantissime bugie che si susseguivano, i depistaggi, le tesi precostituite, le conclusioni contraddittorie e stravaganti delle due Commissioni parlamentari d’indagine.

Luciana e Giorgio Alpi avevano compreso che il duplice omicidio di Ilaria e Miran era connesso ad un’inchiesta che i due reporter stavano conducendo sull’ambiguo mondo della cooperazione internazionale che aveva fatto da copertura ad un gigantesco scambio di rifiuti tossici e forniture di armi tra il governo italiano dell’epoca e la Somalia.

Mogadiscio nel 1994 era in piena guerra civile. La parte Nord era sotto il controllo di Ali Madhi e la parte sud del clan avversario di Aidid. Nel 1991 c’era stata la guerra civile dopo una dittatura durata anni da parte di Siad Barre. Per questo motivo l’Onu nel 1992 decide la missione di pace “Restore Hope”. Il 20 marzo 1994 i soldati italiani si preparano a lasciare la città.

L’ ultimo viaggio in Somalia di Ilaria e Miran è stato ricostruito dalla Commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina attraverso le immagini – ritrovate – girate da Ilaria e Miran stessi. Una ricostruzione piena di “buchi”: non si vede mai chi accompagna Ilaria e Miran, quale macchina usano, né chi incontrano a Gardo e nulla si deduce sulla motivazione di quel viaggio. Nei dieci giorni trascorsi in Somalia Ilaria e Miran passano per Mogadiscio, Balad, Merca, Johar, Bosaso, Gardo, Bosaso e, infine, di nuovo a Mogadiscio.

Il 14 marzo 1994 Ilaria e Miran si recano a Bosaso presso il compound di Africa ’70 dove i giornalisti vanno appena arrivati e dove trovano solo personale somalo. Tutti gli italiani si trovano infatti a Gibuti (rientreranno il 16 marzo), dove hanno dovuto riparare in seguito ad accuse e minacce da parte di una fazione dell’SSDF, il partito del nordest della Somalia. Ilaria e Miran si recano in ospedale per registrare le immagini dei malati di colera che sono ricoverati: donne, giovani, bambini. Poi, quasi al tramonto, raggiungono il porto.

Il giorno dopo, quasi all’alba, ancora al porto, Miran riprende le attività di carico e scarico con una lunga carrellata su navi e banchina. Poi Ilaria intervista il dottor Kamal, un medico proprietario del compound e delle auto utilizzate da Africa ’70, il quale fornisce le cifre dell’epidemia di colera: 26 morti, 635 persone ricoverate e almeno il triplo rimaste nella propria casa. Nel corso delle riprese, si sente una voce fuori campo chiedere ai giornalisti, in italiano, se sono della Rai.

Nel pomeriggio Ilaria intervista il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor. L’intervista dura tre ore. La telecamera viene spenta e riaccesa due volte: tra una pausa e l’altra, si sente Ilaria chiedere al sultano di Mugne, della nave sequestrata, degli scandali della cooperazione italo-somala, delle armi, dei rifiuti tossici seppelliti lungo la strada Garoe-Bosaso.

Alle ore 15 del 20 marzo 1994, un dispaccio dell’Ansa riportava la tragica notizia della uccisione dei due giornalisti italiani a Mogadiscio in cui si precisava anche la fonte: “Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni».

Giancarlo Marocchino, potentissimo imprenditore di Mogadiscio, è l’uomo che per primo arrivò sul luogo dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Mai indagato dalla procura di Roma per l’omicidio, si prodigò per portare in Italia l’automobile coinvolta nell’agguato su incarico della commissione Taormina. O meglio, quella che si riteneva essere l’automobile della giornalista uccisa. Ma il sangue rimasto sui sedili non era compatibile con il Dna di Ilaria e Miran, come accerterà una perizia della Procura di Roma nel 2008. Dunque, Marocchino aveva tentato di depistare le indagini.

Decine di annotazioni, rapporti, messaggi rinvenute e declassificate dal SISMI indicano Marocchino come uno dei principali trafficanti di armi verso i signori della guerra somali. Nel 1993 i suoi traffici hanno come destinatario principale Aidid, inviso dagli Usa, tanto che verrà espulso dalla Somalia. Tuttavia, il governo italiano riuscirà a farlo rientrare pochi mesi dopo. Ma di cosa si occupava Marocchino? Oltre che di logistica, per il Sismi “Avrebbe ripreso a trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi”, dopo aver costruito un nuovo porto ad El Maan, cento chilometri da Mogadiscio.

Dal quel 20 marzo di 27 anni fa si sono susseguiti depistaggi, false dichiarazioni, ritrattazioni. Ci sono stati tre processi e una commissione parlamentare d’inchiesta. Due le tesi: quella della Commissione d’inchiesta, secondo la quale Ilaria e Miran sono stati uccisi per un tentativo di rapina finito male; l’altra è invece del Gip della Procura di Roma del 2007, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Ionta perché, secondo il gip, è stato un omicidio su commissione per impedire che Ilaria e Miran portassero a conoscenza dell’opinione pubblica le loro inchieste in Somalia. In mezzo, decine di depistaggi, false piste, false dichiarazioni, ritrattazioni e omissioni

Ad ottobre del 2014, inoltre, sono emersi i depistaggi ad opera dei servizi segreti. Sono emerse diverse informative che venivano trasmesse da Mogadiscio a Roma, che facevano riferimento al duplice omicidio e che poi venivano cancellate. Si tratta di informative scritte a mano da un uomo del Sismi, Alfredo Tedesco, presente a Mogadiscio, cancellate e non riportate nei rapporti del Sismi.

Tra gli appunti di Ilaria pervenuti in Italia, si legge in un block-note: SHIFCO/MUGNE/1400 MILIARDI FAI/ DOVE È FINITA QUESTA INGENTE MOLE DI DENARO?

17 aprile 2018 durante l’udienza preliminare sono emersi nuovi documenti trasmessi dalla procura di Firenze a quella di Roma. Si tratterebbe di intercettazioni che risalirebbero al 2012 tra cittadini somali che parlano dell’omicidio della giornalista e del suo operatore. Tuttavia, a Giugno, la procura di Roma ha chiesto di nuovo l’archiviazione del caso perché giudica irrilevanti le intercettazioni trasmesse dalla procura di Firenze a quella di Roma ed emerse nel corso dell’udienza preliminare il 17 aprile scorso.

Ma il gip Andrea Fanelli, a giugno, ha dato alla Procura di Roma l’incarico di proseguire l’indagine per altri sei mesi. A quel punto la FNSI e l’ordine dei giornalisti e i giornalisti Rai si sono costituiti parti offese.

Ad ottobre del 2019 i legali della famiglia Alpi hanno presentato l’atto di opposizione all’archiviazione dell’indagine citando, tra gli altri, la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia e ad alcuni appunti della stessa giornalista e di atti desecretati nel 2014.

Anche la Federazione della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai hanno depositato l’opposizione, chiedendo di rivelare la fonte confidenziale che nel 1997 aveva parlato del movente.

Ad oggi sono passati 27 anni da quel tragico giorno in cui furono brutalmente assassinati a Mogadiscio due reporter italiani, liberi ed indipendenti, che erano ad un passo dal rendere pubblica una verità scomoda su uno del più loschi traffici di Stato che l’Italia ricordi. Sono stati 27 anni di depistaggi, di trame oscure e di torbide manovre atte/i ad impedire che si addivenisse a verità e giustizia per Ilaria e Miran.

Per chi ancora, nonostante tutto, nutre la speranza che ciò, prima o poi avvenga, di certo, la nomina di Lamberto Giannini a capo della polizia non è certamente un buon segnale.

13/05/2020

La Turchia si prende il Corno d'Africa

di Michele Giorgio – il Manifesto

“Yeni Osmanlıcılık”, in turco “Neo-Ottomanesimo”. Questa espressione è usata in riferimento al disegno strategico che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan cerca di realizzare nelle aree geografiche che per secoli avevano fatto parte dell’Impero Ottomano. Qualcuno storce il naso quando si parla di Neo-Ottomanesimo ma non ci sono dubbi sulle ambizioni di Erdogan. E se sono ben evidenti in Siria, nei Balcani o in Nordafrica, dove appoggiando il Gna di Fayez el Sarraj contro il generale Haftar, Ankara tiene a bada avversari come gli Emirati e l’Arabia Saudita, meno note ma non meno importanti sono quelle nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.

Da lì Erdogan tiene d’occhio la porta posteriore della Penisola Arabica e i traffici commerciali (e non solo) che transitano per quelle acque. La collaborazione offerta dai servizi segreti turchi di base in Somalia nelle trattative che hanno portato alla liberazione di Silvia Romano, conferma quanto sia radicata la presenza di Ankara in quel paese tormentato da guerre e miseria e posizionato lungo lo Stretto di Bab el Mandeb che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.

L’influenza della Turchia nel Corno d’Africa di recente è tornata sotto i riflettori dopo l’incarico dato da Mogadiscio ad Ankara di fare esplorazioni petrolifere nei suoi mari. Un annuncio preceduto dal contestato accordo marittimo firmato dalla Turchia con il governo di Tripoli. Erdogan comunque in Somalia c’è da lungo tempo. Nel 2017, per fare un esempio, è stato inaugurato un enorme centro di addestramento turco di truppe somale.

Non è certo un caso che l’ambasciata turca più ampia per dimensioni sia stata edificata proprio in Somalia. Negli ultimi dieci anni le ong islamiste turche sono state la testa di ponte di Erdogan per espandere la sua influenza nel Mediterraneo e in altre aree. Ad aprire nel 2011 la strada verso la Somalia alle imprese, alle forze armate e ai servizi segreti della Turchia è stato proprio l’aiuto umanitario: generi di prima necessità, medicine, edilizia leggera, ospedali da campo. Poi è arrivata la partecipazione alla ricostruzione. La Turchia è stata tra i primi Stati a riprendere le relazioni diplomatiche con la Somalia dopo la fase più acuta della guerra civile. E il primo a riprendere i voli verso Mogadiscio. Oggi, oltre all’aeroporto della capitale, imprese turche gestiscono anche il principale porto marittimo.

Lo sfruttamento delle risorse energetiche, a partire dal petrolio offshore della Somalia, è uno dei pilastri della presenza di Ankara nel Corno d’Africa. Erdogan sta mettendo le mani anche sul Sudan dove ha confermato con le nuove autorità “rivoluzionarie” i 13 accordi siglati a Khartoum qualche anno fa con il presidente rimosso Omar al Bashir che porteranno in futuro gli interscambi tra le due economie a 10 miliardi di dollari all’anno e al completamento di una base militare turca sull’isola di Suakin. Gli interessi economici sono prevalenti. Tuttavia Ankara nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso vuole anche contrastare gli interessi delle rivali petromonarchie del Golfo che considerano quei territori come la loro retrovia strategica da proteggere da nemici vecchi e nuovi. Erdogan dall’Africa non manca di dare una mano all’amico Qatar impegnato da quasi tre anni in un duro scontro diplomatico ed economico – e di immagine – con l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Per questo gli Emirati accusano Mogadiscio di essersi schierata con Doha, sotto la pressione turca. La Somalia risponde denunciando le interferenze di Abu Dhabi in Somaliland che minerebbero la sua stabilità.

Erdogan esporta nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso rivalità che destabilizzano un contesto già vulnerabile, caratterizzato da una crescente presenza militare straniera. Riyadh intende costruire una sua postazione armata a Gibuti che già ospita basi di cinque paesi, tra cui una italiana. Reparti sauditi sono presenti ad Assab in Eritrea dove già esiste una base emiratina. Inoltre le esplorazioni petrolifere turche nelle acque somale rischiano di aprire una controversia con il Kenya poiché i giacimenti si trovano in una zona marittima al centro di una disputa da lungo tempo sul tavolo della Corte internazionale di giustizia. A ciò si aggiunge la preoccupata attenzione che le mosse di Erdogan suscitano in Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Israele.

Fonte

30/09/2019

Somalia - Attentato contro convoglio militare italiano e truppe statunitensi

“Nella tarda mattina di oggi, due VTLM Lince, appartenenti a un convoglio di tre mezzi italiani, sono stati coinvolti in un’esplosione al rientro da un’attività addestrativa a favore della Forze di sicurezza somale. Al momento non si registrano conseguenze per il personale italiano”: è quanto si legge in un comunicato diffuso dal Ministero della Difesa. “Le cause dell’esplosione sono in corso di accertamento”, prosegue la nota.

La Difesa ricorda che “I militari italiani operano nell’ambito della missione europea in SOMALIA (EUTM), finalizzata al rafforzamento del Governo Federale di Transizione somalo (TFG), attraverso la consulenza militare a livello strategico alle istituzioni di difesa somale e l’addestramento militare. La missione militare dell’Ue opera in stretta collaborazione e coordinamento con gli altri attori della comunità internazionale presenti nell’area d’operazione come le Nazioni Unite, l’African Union Mission in Somalia (AMISOM) e gli Stati Uniti d’America”.

Ma sempre nella giornata di oggi diverse esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto di Ballidogle, circa 90 chilometri a Ovest di Mogadiscio, dove sono presenti truppe americane. Secondo quanto riportato dai media somali, l’attacco è stato rivendicato dai jihadisti somali Shebab.

Scopriamo così che anche in Somalia ci sono ancora dei militari italiani. In Somalia è stata infatti prorogata la Missione Europea di addestramento EUTM Somalia, cui l’Italia partecipa con 123 soldati e ne detiene il comando. Il costo è di circa 9 milioni di euro. Nel Corno d’Africa è stata anche prorogata la missione relativa alla base nazionale di Gibuti, con 92 militari e con un costo di circa 7 milioni.

Il costo delle missioni è a carico del ministero dell’Economia e Finanze, e non della Difesa, con scarsa trasparenza sui reali oneri per le forze armate.

A Giugno scorso, il governo ha chiesto e ottenuto dal parlamento, la proroga delle missioni militari all’estero per il 2019 prevedono un costo complessivo di oltre 1,1 miliardi di euro che rientrano in quelle spese “indifferibili” che prescindono da qualsiasi aggiustamento di bilancio.

Rispetto al 2018, la novità è rappresentata dalla missione bilaterale in Tunisia – anche per la lotta al terrorismo – con l’invio di 15 militari e una spesa di 2 milioni di euro. La consistenza massima annuale è pari a oltre 7mila soldati (624 unità in meno rispetto al 2018). Le missioni sono decine, sotto l’ombrello di Onu, Nato, Unione Europea e bilaterali.

Fonte

07/07/2019

Lettera di C., marinaio sulla Alan Kurdi, attivista di Potere al Popolo!

Ho 37 anni, sono un marinaio professionista, laureato, e purtroppo l’Italia non mi ha mai offerto granché. Qualche anno fa, mentre mi laureavo, un esponente dell’allora Lega Nord mi augurava di essere bruciato vivo da un noto vulcano partenopeo. “Terrone”, diceva.

Da quasi 10 anni lavoro sulle navi, all’estero, soprattutto su quelle battenti bandiera olandese e tedesca, e ciò mi garantisce migliori condizioni lavorative e salariali rispetto a quelle che troverei in Italia. Sono quindi un migrante economico, ma bianco e col passaporto. Come centinaia di migliaia di noi, che negli ultimi 10 anni hanno lasciato il nostro paese per cercare fortuna altrove.

Sono sempre stato ambientalista e difensore dei diritti umani, che poi sono due temi strettamente correlati, e se oggi sono qui è per fare quella che sento la mia parte, ché ormai sembra essere una battaglia tra umanità e barbarie. A chi sospetta chissà quali interessi delle ONG che salvano migliaia di vite in queste acque, dico di venire a vedere con i loro occhi, un posto come volontario in cucina lo si trova sempre su questi “taxi del mare”.

A “Il Giornale” – ma davvero è considerata una vera testata giornalistica? – e agli altri “giornalisti” che si rendono complici dei signori della “disumanità”, che credono che sia impossibile avvistare dei naufraghi in maniera casuale e senza coordinate, urlando al complotto di ONG e scafisti libici, dico di venire a vedere con i loro occhi, serve sempre aiuto per sistemare il ponte.

A chi vomita odio sui social network, senza dare troppo peso alle proprie stesse parole, che a volte sembrano dettate quasi dalla noia, dico di venire a vedere con i loro occhi, perché oltre a stare in cucina o a sistemare il ponte, potrebbero fare uno dei tanti turni di guardia sotto al sole cocente del
Mediterraneo, bruciandosi gli occhi scrutando per ore l’orizzonte con un binocolo, in cerca di disperati alla deriva.

Oppure, chi urla “affondiamoli”, “schieriamo la Marina Militare”, “lasciamoli annegare”, “che se li prendano i pesci”, potrebbe andare in vacanza a Tripoli, e restituirci poi book fotografici che ci aiutino a capire e vedere “la pacchia”.

I più audaci potrebbero volare a Mogadiscio, capitale della Somalia, e da lì intraprendere un bel viaggio “on the road” (e Kerouac c’entra poco), cercando di tornare a casa. Lo stesso viaggio che ha fatto Askar, che 4 anni fa è scappato dall’estrema povertà di quel Paese, attraversando l’Africa e il deserto per arrivare in Libia ed essere rinchiuso in un campo di prigionia. Per cinque mesi è stato torturato dai suoi aguzzini, affinché la sua famiglia inviasse abbastanza denaro per permettergli di imbarcarsi su uno di quei gommoni sgangherati, insieme ad altre 64 persone, e poter andare così alla ricerca di un futuro migliore.

Un passo in avanti che chi sputa veleno potrebbe fare, sarebbe chiedere conto alla NATO e ai paesi che nel 2011 hanno bombardato la Libia, a quelli che mandano i propri eserciti in tutta l’Africa, per garantirsi che il saccheggio non abbia fine. Non vedo nessun accanimento contro la guerra e contro chi è sempre pronto a lanciare bombe; eppure i fenomeni migratori dipendono anche, se non soprattutto, da questo.

Poco distante dalla SAR libica, è pieno di piattaforme petrolifere; grazie a loro un Toninelli qualsiasi può andare in giro con la sua Jeep Compass. Però non mi pare che qualcuno si chieda chi trae profitto da queste redditizie attività, e quali siano i rapporti economici tra l’Italia e la Libia. Io non lo so, non sono un giornalista, però almeno me lo chiedo.

Chi si volta dall’altra parte per non vedere e chi sbraita con così tanta foga per fermare l’“invasione”, potrebbe aprire un libro di storia e studiare il colonialismo. Se oggi quasi 40 dei 65 migranti che abbiamo a bordo sono somali, non è un caso. Indovinate un po’ chi affondò i propri scarponi militari laggiù?

L’Italia, prima quella del Regno “liberale”, poi quella in camicia nera di Mussolini. Distrusse, ammazzò, devastò un paese. Ma anche a “Impero” crollato, la storia non cambiò. Ancora oggi attendiamo di sapere la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi, che stava indagando su traffici illeciti che avevano come epicentro proprio la Somalia.

Oggi, allora, tentare di salvare da una atroce morte per annegamento questi ragazzi, non è solo atto di umanità. È fare i conti col passato. E, allo stesso tempo, indicare la strada di un futuro che possa esser diverso, per tutti noi, rispetto al presente che conosciamo.

Fonte

01/09/2018

Migrazione forzata, combustibile per l'intervento. Rapporto speciale di Mision Verdad

Dopo le misure di ristrutturazione economica annunciate dal presidente Nicolas Maduro ai media (nazionali e internazionali), i portavoce dei governi stranieri e il segmento tradizionale dell’anti-chavismo interno sono tutti d’accordo nell’utilizzare la migrazione venezuelana come propaganda contro le misure stesse al fine, inoltre, di dare ulteriore ossigeno alla pressione internazionale contro il paese.

Premesse iniziali

Il problema è stato messo in cima a tutto negli ultimi giorni, posizionandosi all’esterno come la notizia centrale da dare della situazione venezuelana.

Questo cambiamento di comportamento e di azione da parte dei portavoce politici anti-venezuelani e dei media sono dei chiari indizi per dire che questa è un'operazione di propaganda che cerca di sminuire l'importanza degli annunci economici rilasciati dal governo venezuelano e oscurare i segni di ripresa in atto.

Attualmente è la migrazione del Venezuela che si è trasformata nello spazio politico di riferimento della leadership dell'opposizione e rivitalizzato l'agenda delle ostilità.

E’ indubbio che la migrazione venezuelana sia cresciuta negli ultimi anni per le molte aggressioni economiche e finanziarie guidate dagli Stati Uniti e dai suoi governi alleati. Ma questo certo non giustifica le affermazioni che tutti i venezuelani che sono all'estero lo sono con lo status di "rifugiato" o che il paese sta vivendo, come dice la BBC, "il più grande esodo nella storia dell'America Latina".

Usare questi termini – che tentano di modificare, attraverso la propaganda e la psicologia di massa, la sostanza della migrazione economica – ha come obiettivo quello di trasformare il Venezuela da uno stato che si suppone sia "perseguitato" per motivi politici ad un paese dove è in atto una fuga perché "stato fallito".

In questa narrativa, "la comunità internazionale" (eufemismo per indicare le potenze occidentali) sarebbe costretta ad agire per eliminare la causa sospettata del problema-economico, la cattiva gestione e la corruzione del governo Venezuelano, omettendo le vere origini: il blocco finanziario e la persecuzione economica che attanaglia il Venezuela dal 2013.

La ricercatrice Ana Cristina Bracho, che lavora costantemente con questo sito, ha dimostrato il rigore che incarna la statistica sulla condizione attuale della migrazione venezuelana, mostrando come questa ha avuto un trattamento esagerato che deturpa le cause e gli impatti reali nella regione, perseguendo obiettivi specifici contro la sovranità nazionale del Venezuela.

Dietro la disinformazione e la propaganda, non si cela solo un tentativo di ricomposizione dell’attacco da parte dei falchi degli Stati Uniti (ad esempio Marco Rubio) contro il Venezuela, ma l'applicazione della migrazione forzata come strumento politico serve a far precipitare le condizioni e preparare il terreno per un "intervento umanitario".

Questo strumento è stato usato precedentemente in varie regioni del mondo, seguendo le stesse coordinate di manipolazione, esagerazione e di guerra che si stanno attualmente sviluppando contro la nazione venezuelana.

La migrazione come fenomeno è, a sua volta, un elemento costitutivo dell’interventismo liberale che ha dominato la politica estera americana per decenni e si è istituzionalizzata una decina di anni fa con la cosiddetta "responsabilità di proteggere" (R2P), sperimentata per la prima volta sulla Yugoslavia balcanizzata.

L'esaltazione dei migranti e dei rifugiati in tutto il mondo con gli Stati Uniti, e l'Occidente in generale, come salvatori globali, moralmente obbligati a usare la forza militare per le comunità "da salvare" – viste come deboli, inferiori e incapaci e che quindi richiedono "protezione" – è uno degli assiomi principali di questa dottrina.

Secondo questo approccio, profondamente inserito nella struttura di pensiero e di dominio delle élite degli Stati Uniti, i rifugiati e gli sfollati confermerebbero il loro ruolo indispensabile di gendarme del mondo, ma anche la narrazione di essere l'unica entità in grado di risolvere i conflitti complessi nel "Terzo Mondo" e far rispettare la politica dei "diritti umani". Il tutto sempre manipolato a convenienza e al di sopra degli stati sovrani e del diritto internazionale.

Per l’interventismo liberale, i "paesi deboli" che attraversano i problemi migratori vanno "aiutati" per coinvolgere l'economia di mercato e il "mondo libero" che spiritualmente dirige l'Occidente. Ecco perché la maggior parte dei paesi che hanno subito questo modello appartengono ora alle periferie del sistema capitalista. Gli Stati Uniti e le potenze europee confermano che tutte le popolazioni “salvate” sono all'interno dell'Impero.

In base a tale paradigma, la migrazione forzata è una delle peggiori "violazioni dei diritti umani". Il verificarsi di questo fenomeno da solo, senza riflettere sulle sue cause e sulle origini, abilita (per il suo ruolo eccezionale) gli Stati Uniti e l’occidente, a trasferire i parametri del diritto internazionale per andare "in soccorso "con tutti i mezzi necessari”, compresi quelli che implicano automaticamente una violazione dei diritti umani, come rovesciare un governo legittimo con la forza delle armi o bombardare persone senza capacità di difesa.

Casi Iraq, Somalia, Kosovo e Libia

Iraq (1991)

Ci sono stati diversi casi in cui la migrazione forzata è stata usata come un espediente politico per cristallizzare "l'intervento umanitario". Il primo caso è stato l'Iraq, nel 1991.

Prima dell'inizio della Guerra del Golfo, l'Iraq era stato sanzionato economicamente dall'ONU, nel quadro di un pacchetto di vari embarghi per indebolire le capacità finanziarie e militari del governo di Saddam Hussein.

Le ragioni per cui questo conflitto armato e la partecipazione americana hanno avuto inizio sono ben noti. L'annessione del Kuwait da parte di Saddam è stato preso come casus belli dalle potenze occidentali: su impulso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si sono imposte sanzioni economiche all'Iraq e si è formata una coalizione multilaterale, guidata dagli Stati Uniti (con il nome Operazione Desert Storm), per evitare l'annessione.

Per quasi due anni, l'Iraq è stato devastato da pesanti operazioni di bombardamento e di terra della coalizione, che hanno prodotto centinaia di migliaia di vittime e perdite economiche per diverse decine di miliardi di dollari. Questa campagna di guerra si è unita al gravissimo embargo imposto dalle Nazioni Unite, che ha coinvolto vari sconvolgimenti economici e sociali per la società irachena, che è passato dall'essere un paese prospero, a un paese alla fame con la sua comunità costretta alla migrazione.

Conosciamo tutti il risultato finale: Hussein, un ex alleato degli Stati Uniti durante la guerra contro l'Iran negli anni precedenti, si arrende, ma l'embargo delle Nazioni Unite mantiene le richieste aggressive delle potenze occidentali che volevano vederlo rovesciato.

La destabilizzazione economica generata dalla guerra ha alimentato le migrazioni forzate nel nord dell'Iraq, la regione in cui i curdi hanno storicamente vissuto. Importanti porzioni di questo gruppo hanno cominciato a muoversi verso l'Iran e la Turchia – la cifra è stata di circa un milione in quella fase. La Turchia ha rapidamente chiesto alla Nato e agli Stati Uniti di frenare il flusso di migranti.

Mentre la migrazione è stata elevata per quel che riguardava la popolazione curda, è stato anche l'uso propagandistico di questa situazione da parte degli Stati Uniti che ha permesso di far precipitare la situazione in un nuovo "intervento umanitario" per "proteggere i curdi", coloro che anni prima erano stati impiegati come un esercito privato.

Nel 1991, sotto il nome di "Operation Provide Comfort", gli Stati Uniti hanno portato una coalizione internazionale approvata dalle Nazioni Unite a fornire "aiuti umanitari" per i migranti curdi degli anni precedenti. Di fatto erano entrati in un conflitto armato con Hussein.

Usando l'esercito, varie ONG e il gruppo di organizzazioni protette dal diritto internazionale umanitario, gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente nel nord dell'Iraq per installare campi, distribuire cibo e fornire assistenza medica.

Giustificando questa azione con la premessa di proteggere i curdi migranti, gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere il resto della società irachena in una morsa con i terribili effetti dell'embargo che si sono potuti protrarre per molti altri anni. Aiutare i curdi era chiaramente in secondo piano rispetto a questo primo obiettivo.

La proiezione secondo cui gli unici che avevano subito gli eccessi della guerra appartenevano a questo gruppo etnico, ha creato una linea divisoria non solo per giustificare che il resto dell'Iraq dovesse soffrire le condizioni del blocco economico, ma che la loro presunta liberazione fosse emigrare o ribellarsi a Saddam Hussein – l'unico modo per restituire, secondo gli Stati Uniti, la tranquillità economica che era stata tolta dalla sua campagna di bombardamenti e di embarghi.

Questo "intervento umanitario" in Iraq, il primo nella storia contemporanea, ha esposto il carattere fondamentale del modello dottrinale: stimolare la migrazione, attraverso la guerra economica, volta a costruire fratture sociali e culturali all'interno della nazione, dal momento che tutta la società che rimane nel paese viene intrappolata in una situazione di totale indigenza, tale per cui è costretta come alternativa a sperare nelle briciole dei cosiddetti "aiuti umanitari".

Somalia (1992)

L’applicazione ortodossa delle ricette neoliberiste del FMI e della Banca Mondiale, insieme ad una brutale guerra civile, all’instabilità politica dopo la caduta di Mohamed Siad Barre e alla carestia nel 1992, portarono il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad approvare l'invio di un forza militare multinazionale (ONUSOM I) per consegnare "aiuti umanitari" ai somali.

Dopo diversi fallimenti, il governo di George Bush Sr. propone prima e poi comanda, alla fine del 1992, un "intervento umanitario" chiamato "Operazione restituire la speranza", precedentemente sostenuto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Con il pretesto di fornire "aiuti umanitari" ai somali intrappolati dalla guerra, l'intervento è stato gradualmente intensificato nel tentativo di rovesciare il dittatore, Mohammed Farah Aidid, e impadronirsi delle risorse naturali del paese attraverso la militarizzazione.

I rapporti indicano che, durante il periodo di questa spedizione, la fame si è moltiplicata per 10, aggravando la crisi sanitaria germogliata durante la guerra civile e a causa delle ricette del FMI.

La migrazione forzata è aumentata a 800 mila persone, mentre gli sfollati interni sono arrivati a 2 milioni.

Gli Stati Uniti dispiegarono 28 mila soldati e rimasero a capo dell'operazione in ogni momento. L’umiliazione subita per non aver rovesciato Aidid nella famosa "battaglia di Mogadiscio", capitale della Somalia, ha rafforzato le pressioni economiche sulla popolazione e reso impraticabile che qualsiasi tipo di "aiuto umanitario" arrivasse al paese.

L’intervento ha aggravato la miseria della popolazione somala, già sofferente di una carestia che ha ucciso quasi 1 milione di abitanti e creato una situazione di instabilità politica irrisolvibile.

Nel caso della Somalia, similmente all’Iraq, ma da un contesto diverso, l’"intervento umanitario" ha determinato la dissoluzione dello Stato, balcanizzato il territorio e alimentato le divisioni interne al fine di condannare il paese a instabilità e combattimenti fratricidi per il potere.

Anche se la situazione interna è stata aggravata dall’estendersi dell’"intervento umanitario" è stato l'uso di migranti somali la giustificazione che ha permesso di attivare questi meccanismi. L'ONU, in una prima fase, ha classificato la migrazione somala come una minaccia alla "stabilità della regione e della sicurezza internazionale", non solo per l'espansione del contrabbando di armi e di gruppi irregolari, ma perché le varie malattie esacerbate dalla prima fase dell'intervento ha comportato l'incremento della crisi sanitaria nel resto dell'Africa e nel mondo intero.

Kosovo (1999)

Nel contesto delle guerre contro la Jugoslavia, che hanno puntato verso la balcanizzazione totale sfruttando la caduta dell'Unione Sovietica e la morte del maresciallo Tito, nella regione del Kosovo scontri armati tra i guerriglieri del "Liberation Army" ed Esercito jugoslavo si sono registrati dal 1991, anno in cui il Kosovo ha dichiarato la propria indipendenza.

Ma è solo nel 1999 che la NATO interviene in questo conflitto. A tal fine, ha sviluppato un'immensa campagna di propaganda per accusare i serbi di eseguire una "pulizia etnica" contro la popolazione albanese, esaltando gli emigranti che cercavano di sfuggire dai combattimenti. L'idea era di mettere in scena un genocidio, agevolato dalla narrazione di una popolazione di "rifugiati" e "sfollati".

Un ottimo lavoro di Alejandro Pizarroso Quintero, presso l'Università Complutense di Madrid, descrive come i dati sulla presunta "pulizia etnica" sono stati manipolati (sceso a 100 mila, poi 10 mila, per attestarsi a 2.000 morti, dopo diverse indagini), così come quelli sull’emigrazione.

Come prodotto della guerra, l'emigrazione della popolazione albanese in Kosovo non ha superato la cifra di 30 mila. Ma secondo l'UNHCR, è dopo il bombardamento della NATO che l'emigrazione aveva raggiunto 735 mila unità.
Tuttavia, la NATO – per giustificare i propri bombardamento sul Kosovo e perché la Serbia cedesse il potere ai separatisti – ha ritenuto sufficienti quei primi 30 mila migranti per costruire il record di "esodo albanese" che fuggiva dalla "persecuzione" di serbi.

Il pubblico di tutto il mondo è stato intossicato con i conti truffaldini degli albanesi del Kosovo che lasciavano con quel poco che avevano addosso il paese, con le voci dei campi profughi e con le madri e i loro bambini in "fuga" dai serbi. Fotografie e video di decine di persone che camminano fuori del loro paese fu erano la narrazione utilizzata per semplificare l'emigrazione albanese e spiegare il processo complessivo in Jugoslavia, ma anche per non parlare delle vere ragioni che li avevano costretti a emigrare: una guerra iniziata da separatisti che aveva prodotto la balcanizzazione portata a termine dagli Stati Uniti, coloro che avevano lavorato per questo scenario utilizzando misure di embargo e blocchi finanziari.

A seguito dell’"intervento umanitario" il Kosovo oggi è un narco-stato, un centro di formazione per i terroristi e un percorso per i rifugiati che cercano di raggiungere l'Europa. L'ex presidente Bill Clinton, la mente e il capo dell’invasione, viene visto come un eroe nazionale e una sua statua svetta a Pristina, la capitale.

Il Kosovo ha rappresentato un avanzamento del modello di "intervento umanitario", non tanto perché il fattore di migrazione è stato utilizzato in modo più efficace, ma perché ha prodotto un'operazione militare che non ha avuto l'approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per gli ideologi di questa dottrina, Francis Deng, Michael Walzer, tra gli altri, l'intervento è stato giustificato in quanto i "diritti umani" degli albanesi sotto assedio della Serbia erano al di sopra dei diritti degli Stati nazionali e del diritto di autodeterminazione dei popoli.

Libia (2011)

Soffrendo le scosse di assestamento della "primavera araba", la Libia è stata rapidamente penetrata da gruppi mercenari e condotta alla guerra. Una guerra che soddisfava alla perfezione tutte le fasi del manuale sulle strategie di colpo di stato morbido attuati negli anni dagli Stati Uniti.

Il paese è stato portato alla guerra, mentre a livello internazionale le potenze occidentali hanno riconosciuto un governo parallelo, chiamato il Consiglio nazionale libico di transizione, che in realtà raggruppava i leader politici dei terroristi sul terreno.

Anche se il bombardamento false flag del colonnello Muammar Gheddafi in Piazza Verde di Tripoli è stato lo stimolo ultimo per attivare l’"intervento umanitario" della NATO, il discorso sulla necessità di "aiutare i profughi libici" ha svolto un ruolo chiave nel giustificare le misure del Consiglio di sicurezza dell'ONU sull'embargo totale. All'inizio della guerra, l'UNHCR ha contato 20.000 migranti, meno dell'1% del totale della popolazione della Libia.

A un certo punto nella fase precedente all’invasione, l'allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha detto, coperto dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che se gli "aiuti umanitari" non fossero arrivati ai libici per colpa di Gheddafi, si sarebbe dovuti passare alla fase militare, come in effetti è successo.

Con la premessa che la Libia fosse un problema regionale e che la guerra avrebbe potuto aumentare la crisi dei rifugiati, la NATO ha deciso di intervenire militarmente per rovesciare il potere di Gheddafi e il potere è stato ceduto alle le fazioni mercenarie che avevano finanziato durante il primo stadio della "primavera araba".

L'amministrazione Obama ha utilizzato nuovamente il concetto R2P, la responsabilità di proteggere tuttavia, per dare urgenza e necessità all’intervento, i media hanno costruito un record di fake news per deturpare l'immagine della Libia come un paese di rifugiati e perseguitati che aveva bisogno di essere salvati.

Durante l'intervento sono stati uccisi oltre 120 mila libici. Oggi la Libia è stata trasformata in un paese con mezzo milione di sfollati, un aperto mercato di schiavi, dove i vari gruppi mercenari che si contendono il potere controllano piccoli porzioni di un territorio ormai balcanizzato. La Libia è passato dall'essere il paese con il più grande sviluppo umano in tutta l'Africa, a uno stato fallito.

Il Venezuela oggi

I casi presentati qui ci offrono una cartografia sugli usi della migrazione forzata per addivenire a "interventi umanitari", mezzi e fini allo stesso tempo per cristallizzare la distruzione di paesi che hanno grandi risorse naturali o che avversano gli Stati Uniti.

Negli ultimi giorni abbiamo visto come le categorie "crisi migratoria", “esodo venezuelano”, “il Venezuela è un problema regionale e per la sicurezza degli Stati Uniti" sono emerse nel discorso pubblico, cercando di giungere a una nuova agenda di sanzioni che impediscano la ripresa economica del Paese.

Lo scorso giugno, il vicepresidente Mike Pence ha dato l'ordine ai paesi della regione affinché partecipassero alla "crisi umanitaria" del Venezuela. Ciò che sta alla base di questo messaggio è il tentativo di raddoppiare gli sforzi per soffocare il paese, e quindi sostenere nel tempo la propaganda sulla migrazione venezuelana, l'unica ragione che spiega l'aumento degli emigranti venezuelani.

Da Antonio Ledezma e il suo club di auto-esiliati, il segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, il senatore della Florida Marco Rubio, passando per i governi della regione come Colombia, fino a giungere ad organismi multilaterali quali ACNUR o IOM, l'uso cartellizzato di queste categorie esprime quanto sta provando a muoversi a livello internazionale, con l'obiettivo di riprodurre nel caso venezuelano, ciò che ha funzionato meglio per ottenere "un intervento umanitario" nelle situazioni riportate nel presente lavoro.

È lì che il discorso del senatore Marco Rubio e dell'ammiraglio Kurt Tidd, capo del Comando Sud, che proietta il Venezuela come una minaccia alla "sicurezza nazionale" degli Stati Uniti, ci dà la chiave necessaria per affermare che a partire da "i pericoli dell'emigrazione venezuelana" è il canale attraverso il quale si tenta di giustificare un'azione militare.

Così come forme e meccanismi non sembrano variare, gli obiettivi nemmeno: la migrazione forzata è il veicolo attraverso il quale gli Stati Uniti cercano di trasformare il Venezuela nell’Iraq, la Somalia, il Kosovo e la Libia, asfissiandolo economicamente per stimolare la migrazione e richieste di "aiuto umanitario", dal momento che promette a chi decide di rimanere di soffrire la violenza del blocco finanziario.

In tutti questi casi, la frattura storica, sociale e culturale e il soffocamento economico furono l'inizio. Dividere paesi in due o più parti, costruire una barriera tra quelli che restano e subiscono pugni sul versante economico, e quelli che emigrano sotto la promessa di essere "salvati" al di fuori dei confini, servì a giustificare che, una volta assolto il suo mandato morale dell’”aiuto”, arriva la guerra vera. Contro coloro che si aggrappano al proprio di nascita.

Ma non siamo nel 1999 (dove gli Stati Uniti erano al di sopra del Consiglio di sicurezza dell'ONU e dei suoi omologhi Cina e Russia) e il Venezuela non è il Kosovo.

Traduzione de l'AntiDiplomatico

N.b. si rimanda al testo originale di Mision Verdad per tutte le fonti utilizzate nel Rapporto.

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