Può esserci davvero una pace stabile in Ucraina, finché in strada e nei centri di comando continueranno a dettar legge le bande naziste e nazionaliste? Più di un dubbio sorge ogni volta che gli squadristi usciti dal majdan del 2014 danno voce ai propri deliri criminali.
L’Ucraina deve estendere anche ai ranghi intermedi russi la pratica dei massacri terroristici contro gli alti comandi. Lo ha dichiarato al canale “Armija TV” lo storico e docente (!) Vladislav “Dotsent” Dutchak, ufficiale di “Azov”, tornato dalla prigionia nel settembre 2022. «La società ucraina deve riflettere e gettar via le illusioni» dice; «non ci sarà pietà. Dirò una cosa crudele ma ovvia: dobbiamo ucciderli affinché non uccidano noi. Sono loro sulla nostra terra, non noi sulla loro. Dopodiché? Dopo, forse, i negoziati.
Ma questi bastardi devono essere eliminati. E quando parliamo di criminali di guerra, ci sono già i primi precedenti, quando il nostro “Mossad” ucraino si mette all’opera; ma questa pratica dovrebbe essere estesa ai ranghi intermedi. E se ci sarà un po’ di preoccupazione o apprensione da parte di qualche organizzazione internazionale, dovremmo prendere esempio da Israele: non prestarvi attenzione», ha dichiarato il nazista, evidentemente dispiaciuto per non essere stato consentito a Kiev di operare alla stregua dei criminali sionisti contro la popolazione civile palestinese.
Nulla di “stupefacente” in quelle parole: è questa la loro pratica, ormai da dieci anni e forse più; nonostante sia raro sentir parlare delle formazioni naziste e nazionaliste nell’Ucraina ante-golpe, quelle esistevano e operavano, addestrate dagli istruttori euroatlantici e tollerate da troppi governi di Kiev.
E, leggendo quegli sproloqui, vien da pensare che quando qualcuno, dall’alto di massime cariche istituzionali, dice di voler mettere in guardia dal ripetere strategie che non funzionarono nel 1938 e, ponendo sullo stesso piano Russia odierna e Terzo Reich hitleriano, sostiene che se ne deve tener conto a proposito della pace in Ucraina, delle due l’una: o è il caso che dia una ripassata alla storia – ricordando chi fossero stati i padrini dell’appeasement – oppure si pone sulla medesima riga di quanti vogliono, di fatto, la continuazione della guerra «fino alla vittoria di Kiev», alimentando con ciò i profitti miliardari di quei «neo-feudatari del Terzo millennio» contro cui, a parole, pare scagliarsi.
“Dotsent” ha anche detto che l’Ucraina dovrà costruire qualcosa di nuovo sulla base delle “ideologie” dei collaborazionisti di OUN-UPA e dei fascisti di Petljura: «Nel contesto di “Azov” non parlerei di ideologia, ma piuttosto di cultura corporativa di un’unità militare, che era propria di UPA, dei petljuriani (i fascisti di Simon Petljura, alleati dei fascisti polacchi di Jozef Pilsudskij contro la giovane Russia sovietica), dei fucilieri del “Sich” austro-ungarico... si deve costruire qualcosa di nuovo, sulle solide basi gettate da Nikolaj Mikhnovskij e Dmitrij Dontsov».
Dunque, ecco che oggi simili “docenti” rivendicano il “diritto” di dirigere il paese, procedendo a un “repulisti” di due terzi di burocrati, come ha dichiarato a “Pro ua” il politologo Sergej Gajdaj: «Dopo la guerra potrà pretendere al posto di funzionario solo chi è stato al fronte. Non tutti, naturalmente, ma tra chi ha esperienza e capacità, andrà avanti chi è stato al fronte».
E, per sfuggire a quest’inferno, ormai da anni milioni di ucraini vagano per le “democrazie” europeiste in cerca di condizioni di vita e di lavoro quantomeno accettabili. Già nel 2018, l’allora Ministro degli esteri della junta Porošenko, Pavel Klimkin, parlava di un deflusso di 100.000 ucraini ogni mese, calcolando in 20-21 milioni gli ucraini all’estero e non più di 25-30 milioni quelli ancora in patria.
Ma, fuggendo all’estero, spessissimo i profughi si vedono costretti ad adattarsi a condizioni meno che passabili che, invariabilmente, rimpolpano le tasche dei padronati “euro-democratici”: il tutto presentato, ça va sans dire, come “assistenza umanitaria” per “l’Ucraina aggredita” e compassionevole “accoglienza dei profughi” che scappano da una guerra da quegli stessi “euro-democratici” provocata e tuttora alimentata.
Guerra che, in quanto tale, di per sé assicura enormi entrate al complesso militare-industriale euro-americano e, allo stesso tempo, garantisce, appunto, alle economie occidentali forza lavoro di masse di “biondi e bianchi”, di cui oltre il 63% con istruzione superiore o specialistica.
Ora, osserva giustamente Maksim Stoletov su Stoletie.ru, è proprio per questo che paesi come Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Spagna e Francia sono tra i più “generosi” sostenitori di Kiev. La UE ha prorogato fino a marzo 2026 il meccanismo di protezione temporanea per i rifugiati ucraini, che consente loro di regolarizzarsi con procedura semplificata, ricevere servizi sanitari, assistenziali e istruzione, accedere a mercato del lavoro e alloggi.
Secondo l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, la Germania è il Paese con il maggior numero di ucraini (oltre 1,2 milioni) e, in due anni, Berlino ha speso 30,6 miliardi di euro per assisterli. La Polonia (circa 957.000 rifugiati) ha speso 26,5 miliardi di euro, mentre Rep. Ceca (370.000) e Spagna (oltre 200.000), 7 miliardi ciascuna. Parigi (66.600 profughi) ha stanziato 3,9 miliardi. Soldi che, invariabilmente, dovrebbero tornare con ricchi interessi, ma solo se “Kiev vince” e se i rifugiati vengono intanto messi al lavoro a prezzi stracciati.
In base a una ricerca dell’Università della Nord Carolina, relativa all’impatto dei rifugiati ucraini (erano 7 milioni all’inizio della ricerca e 8 milioni alla sua pubblicazione, nel 2023) sul PIL dei paesi UE, i ricercatori ipotizzavano che, nel breve periodo, i paesi ospitanti avrebbero dovuto sostenere spese non indifferenti; ma concludevano che, quanto più governo e settore privato del dato paese siano in grado di investire in strutture capitali, tanto più trarrebbero vantaggi dal crescente accesso a manodopera altamente qualificata.
Un anno dopo, il rapporto del FMI “Migrazioni nella EU” certificava che l’afflusso di migranti, grazie all’arrivo dei rifugiati ucraini, ha permesso alla UE di risolvere parzialmente i problemi legati a una carenza di manodopera «senza precedenti». Così, si dice, la rapidità di integrazione dei migranti nel mercato del lavoro è in gran parte dovuta alle grosse misure di sostegno adottate specificamente per i profughi ucraini.
Ora, astraendo per un momento dalle cifre ufficiali relative a occupazione e disoccupazione (le centinaia di migliaia di “contratti” di lavoro per un giorno, di cui si ha esperienza in Italia, vorranno pur dire qualcosa) è un fatto che, come sostiene l’economista moscovita Vladimir Osipov, la stragrande maggioranza di braccianti di Polonia e Germania sia costituita da emigrati ucraini: «la manodopera a basso costo è una fonte di discrete fortune».
Col pretesto di proteggere i migranti dalla guerra, dice Osipov, quei paesi non hanno alcuna intenzione di rimpatriare i rifugiati, per non ridurre il proprio tasso di crescita, almeno nel settore agricolo.
Nell’ipotesi di cessazione del conflitto, è molto probabile che milioni di ucraini rimangano nei paesi dell’Europa centrale e orientale. Se se ne andranno, ci saranno tensioni sul mercato del lavoro, con aumento dell’inflazione; a detta dell’economista Aleksandr Šatilov, la produttività dei lavoratori ucraini è molto più alta dei migranti da Terzo Mondo, Africa e Asia e, in particolare, paesi come Germania e Polonia sono in qualche modo legate alla presenza di “gastarbeiter” ucraini.
La Reuters osserva che l’afflusso di ucraini nell’Europa centrorientale ha contribuito allo sviluppo economico di quell’area; in base alle stime della Raiffeisen Bank International, la crescita economica nella regione lo scorso anno è stata del 2,2%, mentre per l’intera eurozona si prevede una crescita dello 0,8%.
Nel caso di conclusione delle operazioni militari e rientro in patria di molti profughi ucraini, il governo ceco, per esempio, già parla di possibile carenza di manodopera: una tendenza che si riscontra anche in altri paesi della regione. L’ONU stima che quasi 6,7 milioni di ucraini vivano all’estero, senza contare i migranti cosiddetti economici trasferitisi in Occidente già prima del 2022.
Secondo El Pais, però, la cifra potrebbe superare i 10 milioni, diventati estremamente necessari per Kiev, oggi, per ridurre la voragine demografica, come anche per alimentare la “chair à canon” al fronte: ci sono quasi un milione di ucraini (a voler tenere basse le stime) in età di leva in Europa ed è quantomeno poco probabile che abbiano intenzione di rientrare, almeno fino a che la guerra andrà avanti.
Secondo un sondaggio della polacca Rzeczpospolita, solo il 42% degli ucraini in Polonia è disposto a tornare a casa, ma potrebbero essere anche molti di meno: nonostante le condizioni capestro a cui sono costretti a lavorare, le giudicano evidentemente preferibili a quelle ucraine. Lo stesso per la Germania: a detta del presidente dell’agenzia statale tedesca per i rifugiati, Mark Seibert, il 65% degli ucraini arrivati in Germania è fermamente deciso a non tornare in patria.
I padroni sono padroni, che si ammantino di “pietismo” umanitario o “generosità” verso i lavoratori: Germania o Polonia, o Italia, Francia, ecc., le condizioni di sfruttamento della forza lavoro possono distinguersi per più o meno elementi di “reminiscenze semi-feudali” adattate al XXI secolo.
Ma, se a queste condizioni si aggiungono situazioni di abbrutimento poliziesco e squadristico, con il concreto rischio quotidiano di essere accalappiati per strada e spediti al macello, il quadro diventa del tutto inaccettabile e anche “l’assistenza” euro-liberale ai profughi delle guerre, si palesa per quello che è nella sostanza: volontà di non por fine alla guerra, per appropriarsi del lavoro di persone eucaristicamente ricattabili.
Sporca resilienza criminale dei padroni e dei loro rappresentanti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2025
13/07/2024
La fabbrica dei baby killer
Celle strette. Nessun modello educativo positivo. Nessuna scuola funzionale. Il gracchio del televisore sempre acceso che scandisce le ore, tutte eguali, tutte vuote, tutte devastate dal torbido linguaggio dei grandi fratelli: come crescere sulla porta di un immenso centro commerciale dove però non si può entrare, ma nemmeno fuggire.
Dove i fenomeni di violenza gratuita dilagante sono punte di iceberg di alienazione di massa. Dove persino le partitelle di pallone tra bambini, diventano trincee di guerra tra adulti: risse tra genitori. I modelli, appunto, che poi crescendo si tende ad imitare.
“Mio marito lavora nell’ortofrutta: esce di casa alle 4 e prima delle 19 non rientra. Io, invece, lavoro in un supermercato. Per noi non esiste il Natale, la domenica, il Primo Maggio, l’estate: ma per i miei due bambini si. Lo vedo che crescono nervosi e attaccati al cellulare, ma che posso fare? La scuola è più un fastidio per portarli e andare a prenderli che altro. Ho una mamma molto vecchia e malandata, che giusto può guardarli, ma certo non può portarli in giro. Qui non ci sta niente e, praticamente, vivo come in carcere.”
Monica è una donna simpatica, un volto quasi senza età e con la bocca rovinata da denti mancanti. Non deve essere troppo in là con gli anni, anche perché i suoi bambini sono entrambi alle elementari. È sempre arrabbiata e guarda tutti con diffidenza.
“Io non parlo bene l’italiano e nemmeno mio marito. Mia mamma, poverina, a stento si regge in piedi. A scuola non fanno quasi niente, anche perché ci sono tanti bambini stranieri che anche in quarta, ancora non sanno una nostra parola. Cerco di proteggerli, anche dai figli dei vicini che sono già mezzi criminali, ma così sono sempre soli.”
Gli ergastolani lasciano le celle delle Istituzioni, delle reclusioni fisiche e diventano i nostri bambini di periferia: mine vaganti nelle Vie Lattee dell’abbandono. Stupirsi del tiro a bersaglio armato contro insegnanti. Stupirsi dei giochi omicidi dei ragazzini. Stupirsi della brutalità con la quale si trucida un indifeso: operazione inutile, oltre che intellettualmente oscena. È scontato che, crescendo così, si perda ogni senso della vita.
Perché condannare alla marginalità un terzo degli italiani, venti milioni, è l’humus ideale dove ogni forma di cannibalismo prende forma e sostanza. Pulcini di batteria che manine insensibili smistano tra commerci di carne. Non si va oltre il sapere che si può apprendere tra le mura domestiche, troppo spesso afone, rendendo in un sol colpo la scuola inutile e ogni ascensore sociale guasto. I valori sono quelli della forza e del raggiungimento del soldo facile.
“Gli ha gettato un bicchiere d’acqua addosso, ma mica per mancanza di rispetto: don Antonio prende in giro tutti, anche a noi.” Gianni è un bambino di dodici anni che sta tentando di giustificare un ras del quartiere che ha appena umiliato un anziano fragile, allontanandolo dalla sala scommesse. I bambini sono contenti del gesto violento, anche perché convinti che quel poveretto porti sfiga alla squadra del Napoli.
Così, se si avvicina alla sala slot durante un match, viene mandato via in malo modo. Il meccanismo della violenza, però, Gianni lo applica anche ai suoi coetanei meno fortunati fisicamente. Si crea, anche tra bambini, una specie di élite dei malamente. L’abitudine a sviluppare rapporti di tipo piramidale, dove la leadership è incentrata sulla sopraffazione già da adolescenti.
Piccoli pirati, pronti a sbranarsi per un nulla. La mamma di Gianni è anzianotta, la sua di nascita è avvenuta poco prima dello scoccare della menopausa e dopo una lunga detenzione del padre. Così ha fratelli e sorelle adulte e fa la stessa loro fetente vita.
Una assenza di tenerezza nel paesaggio, oltre che nella quotidianeità, che rende fisiologici questi episodi di violenza, anche perché opera di adolescenti resi anaffettivi, quindi senza il senso dell’altro, da una alienazione invincibile. “Incidenti”, dettati da residui di volontà alterate di cani da combattimento che, ad un uccidere o essere uccisi a comando, rispondono sbranando un barbone a caso o spaccandosi le teste con i caschi per divertirsi un pochino.
Ridurre l’Uomo in bestia, anelito supremo delle massonerie finanziarie, comporta questo rischio: ammaestrati al consumo, ma mai del tutto e mai tutti abbastanza. Un bambino del mio quartiere sogna di ammazzare il padre perché povero. Un altro, invece, è ucraino esattamente come la madre, ma la detesta: perché nel tritatutto delle guerre, tra lui è la madre si è persa anche una lingua comune.
È che si vuole cancellare ogni residuo di cultura russofila, anche se è quella della propria mamma, così la comunicazione tra loro è smozzicata, senza quel calore che diventa lingua: ne russo, ne ucraino ne, tanto meno, italiano. Senza lingua Madre, appunto, quella che indica un’identità quasi inviolabile.
Bambini in guerra, anche contro sé stessi. Quando sento in lontananza i loro pianti, mi viene in mente il Gramsci prigioniero che aveva capito il meccanismo per decifrare il colore delle lacrime altrui. Così divido quei lamenti in quelli che crescendo uccideranno e in quelli che, invece, saranno uccisi.
Salvatore ha il suo papà ai domiciliari: gli tocca la parte del badante, andando a comprargli da bere, da farsi e da fumare. È così piccolino che le buste piene di bottiglie di birra quasi coprono tutto il suo corpo. La casa è piccola, l’aria viziata dal fumo e dalla malinconia. Così fatti i servizi va vagando nel quartiere. Tanto lo sa: a qualunque ora torna a casa, prende le botte ugualmente. Meglio stare alla larga e aspettare che la sbronza degli adulti diventi meno molesta. “Chi adda perdere, adda perdere”, sembra ripetere il suo sguardo profondo.
Ma le disperazioni si sommano e non si sottraggono. Certo è che le disfunzionalità si attraggono e si finisce per abbracciare sempre il proprio potenziale carnefice. Nelle spirali occidentali delle nuove povertà questo elemento è centrale nel trasformare una difficoltà, in una dolenza psichiatrica cronica. Interi quartieri minati da sale slot e dalle luci livide dei centri commerciali: non un campetto, un giardino, un qualcosa che faccia dire “la vita è bella”.
Nel caso di bambini, poi, la disfunzionalità circolare assume valore di modello educativo, complicando ancora di più ogni via d’uscita. Bambini cresciuti come maiali in allevamenti intensivi: senza luce, amore, grazia e ora anche senza cibo. Il quasi milione di bambini che, sul nostro territorio, non ha cibo a sufficienza suona un allarme che non è solo alimentare: cicatrici che non si rimargineranno facilmente. Cicatrici non causate da carestia o altro, ma prodotte da una dittatura dell’utile che, di fatto, ha cancellato la nostra Costituzione.
Eppure Imma Carpiniello, guida e mente della Coop Lazzarelle, che a Napoli si occupa di reinserimento lavorativo delle detenute ed ex detenute del carcere di Pozzuoli, attraverso una torrefazione, un accogliente bistrot e tante altre iniziative, sostiene che un Welfare aggressivo riduce, e di tanto, le possibili recidive.
Opportunità reali, unite a meccanismi di aggregazione relazionali positive, diventano un baluardo alla caduta libera delle nuove povertà che, troppo spesso, si abbinano a comportamenti criminali. Lo stesso vituperato e poi cancellato Reddito di Cittadinanza, a suo dire, ha tenuto tante famiglie lontane dai guai. Perché, laddove entra un’aria salubre e serena, anche l’infanzia ne viene contagiata, riducendo il rischio insito nelle derive distruttive delle marginalità.
L’arrangiarsi dei genitori, ad esempio, se abbinato ad un reddito minimo e sicuro, rende i ragazzini meno propensi al lavoro minorile e più concentrati in ambito scolastico. Lo stesso ruolo di madre, se sostenuto da una misura reddituale costante, diventa meno evanescente, rispetto ai ritmi crudeli del neo schiavismo o del crimine.
L’abbandono scolastico, in un certo senso, è causato da gap culturali, ma anche da un senso di precarietà e sfiducia che porta i ragazzi delle periferie a lasciarsi andare. A non credere che, anche per loro, ci possa essere un futuro. La fabbrica dei baby killer, quindi, non si affronta con misure repressive inutili e tardive, ma con “accoglienza e potenzialità”.
Nell’Italia del dopoguerra la fame era la stessa, ma ci stava una coesione sociale, dei modelli comportamentali condivisi e una antica capacità di fare che oggi sono sommerse dalla spazzatura televisiva.
La vacca da latte e il lattaio che passava tutte le mattine o le galline in casa, costituivano oltre ad una base alimentare, anche una base culturale fatta di aspettative realistiche e fantasie nell’arrangiarsi: oggi chi sa fare il formaggio? Così i ragazzini crescevano sviluppando alcune capacità, ma anche socializzando con altri ragazzini, mentre oggi entrambi questi aspetti sono sostituiti dall’uso alienante dei dispositivi elettronici.
Dei video giochi dove tutto è concesso al giocatore, tranne che giocare. Bambini del Grande Fratello che finiscono per odiare la famiglia, perché non rispondente alla soap preferita. Lo stesso pianto, in alcuni quartieri di confine, entra in una sfera sonora che ha più a che fare con la nevrastenia che con il capriccio.
E il dilagare di forme più o meno estreme di disturbi psichiatrici e conseguente utilizzo di psicofarmaci in età evolutiva dovrebbero diventare la vera emergenza nazionale. Negli Stati Uniti, che siamo sempre abilissimi ad imitare, il fenomeno è diventato uno tsunami con oltre dieci milioni di bambini ostaggi di psicofarmaci.
“In Francia, come ragazza madre, ho diritto a talmente tante cose che in Italia non posso tornarci più. Il lavoro: nei centri per l’impiego devono attivarsi per cercarmelo nei pressi della mia abitazione e con orari consoni al mio ruolo di mamma. Per esempio: niente week end. Ma anche una assistenza costante e presente.” Paola, invece, è la figlia di una mia amica.
È andata a vivere a Parigi, dove ha fatto due figli, di cui uno con disagi vari. Il supporto che ha non è neanche paragonabile alle cupe latitanze dei nostri servizi. Così, nonostante sia sola, in difficoltà e con un dolore abbastanza evidente, regge botta. In Italia, invece, la malattia quando colpisce fasce sociali deboli, diventa una piovra emotiva che distrugge tutto.
La figura dello “scemo di guerra”, il cui malessere è esploso a seguito di un trauma durante il combattimento, diventa paradigma delle nuove marginalità infantili: la guerra intesa come trincea di sopravvivenza. L’apprendere, invece, ha sempre a che vedere con la capacità di dare aria al cervello, ma quando questa capacità viene triturata da un buio nella mente fatto di rabbia, paura e solitudine, si va incontro alla più cupa dissolvenza esistenziale: vivere per soffrire e fare soffrire.
Rendendo oggi la vergogna dell’infanzia affamata, un dramma irreversibile del domani, perché nel caso dei bambini è la stessa trincea della fame che diventa trauma insuperabile. Inabili da guerra, si potrebbe dire, ossia disfunzionali e in modo assoluto, mentre i più veloci si aggrapperanno a psiche da guerriglia urbana totale. Una guerra individualissima, dove si finisce ad ammazzarsi per venti euro o per uno sguardo sgarbato.
Persino il tetro paesaggio degli svincoli autostradali mette in moto spleen inarrestabili nei più piccoli, che si fissano a guardare il vuoto o l’unico stelo di erba che sbuca dall’asfalto. Il meccanismo è di patologia virale: quando la debolezza in età evolutiva è messa a nudo anche dal proprio sguardo, si viene contagiati dalle disfunzionalità altrui o ambientali. I bambini non hanno anticorpi sufficienti per opporsi al contagio e, misteriosamente, vengono attratti proprio laddove è più che scontato.
Partono pieni di passeggeri i pulmini per l’Ucraina: anche i profughi della guerra, si sono stancati di noi. Perché convivere con il pericolo dei bombardamenti, dopo due anni di nulla, diventa un panorama possibile, tollerabile. Sono proprio i bambini che vogliono tornare a casa. La condizione del profugo è una alienazione dell’anima e, in questo, sono proprio i più piccoli con la loro innocenza a capire che il rischio di cronicizzare la propria situazione e, quindi di essere condannati ad un ergastolo di marginalità, va combattuta in ogni modo.
Così nel mio quartiere sono molte le donne che, costrette dai figli, hanno preso la strada del ritorno, in questo caso verso l’Ucraina: i bambini si ribellano, non vogliono imparare la nostra lingua e, per il capriccio principe di voler vivere, mettono in conto anche di dover morire. Del resto, cosa è un pallone se non si ha nessuno con cui giocare? O un luogo dove farlo? Tatà è una donna ucraina del mio quartiere, sola e con un figlio di otto anni, ha provato a costruire una vita per sé e per il piccolo.
Ma il lavoro è schiavismo e non si coniuga con l’attenzione che un bimbo deve avere: se non è notte/giorno è tutto il giorno, ma con cifre talmente basse che si sopravvive se si è soli. Abitare è un inferno, dove si viene prosciugati per un posto letto fetente, in case dove anche andare in bagno è un terno al lotto. Così tutto, ma proprio tutto, pesa talmente tanto che si prende un pulmino e si torna nella guerra dalla quale si era fuggiti.
Patate e qualcosa, le diete dei poveri in tutto il mondo hanno una costante: la monotonia alimentare. In Brasile, nelle favelas, si mangia riso e fagioli o fagioli e riso. Però il mistero della grazia fa sì che ogni ripetizione conduca con sé delle varianti fantasiose. Patate e qualcosa, quello che la terra consente di avere oggi in Ucraina.
Tutto sommato in una era tecnologica come questa, ogni guerra dovrebbe durare poche ore. La potenza di fuoco è tale da consentirlo, ma forse i poteri del mondo hanno preferito una riedizione di una guerra da trincea, lunga e demenziale. Così noi moriamo di fame per armare gli ucraini e gli ucraini muoiono di fame per essere costretti ad usare le nostre armi: con la pancia piena nessuno va a farsi ammazzare.
Sono in molti che hanno capito che la guerra durerà a lungo, tanto vale quindi affrontarla, che entrare nelle celle senza ore d’aria del nostro neo schiavismo. Tatà, solo qualche mese fa, diede della pazza ad una sua amica che aveva deciso di rientrare, per assecondare il figlio.
Il milione di bambini in Italia che non ha cibo a sufficienza, non si inserisce unicamente in una tragedia alimentare, perché le leve che questa penuria aziona vanno in molte direzioni, alcune delle quali possono produrre guai grossi. 1 bambino su 5 che stiamo inviando alle più estreme forme di degrado che sfoceranno in tossicodipendenza, violenza, criminalità, marginalità, frustrazione, disturbo o disagio psichiatrico.
La fame è la più ignobile delle trincee, soprattutto in territori dove ogni sopravvivenza antica è proibita: liquefatta dai modelli consumistici, dalla idiota sopraffazione di una burocrazia onnivora, ma anche dalla dissoluzione di ogni equilibrio della povertà di una volta che, per quanto crudelissima, era dolcemente ancorata ai ritmi della natura e alla sua danza.
Fonte
Dove i fenomeni di violenza gratuita dilagante sono punte di iceberg di alienazione di massa. Dove persino le partitelle di pallone tra bambini, diventano trincee di guerra tra adulti: risse tra genitori. I modelli, appunto, che poi crescendo si tende ad imitare.
“Mio marito lavora nell’ortofrutta: esce di casa alle 4 e prima delle 19 non rientra. Io, invece, lavoro in un supermercato. Per noi non esiste il Natale, la domenica, il Primo Maggio, l’estate: ma per i miei due bambini si. Lo vedo che crescono nervosi e attaccati al cellulare, ma che posso fare? La scuola è più un fastidio per portarli e andare a prenderli che altro. Ho una mamma molto vecchia e malandata, che giusto può guardarli, ma certo non può portarli in giro. Qui non ci sta niente e, praticamente, vivo come in carcere.”
Monica è una donna simpatica, un volto quasi senza età e con la bocca rovinata da denti mancanti. Non deve essere troppo in là con gli anni, anche perché i suoi bambini sono entrambi alle elementari. È sempre arrabbiata e guarda tutti con diffidenza.
“Io non parlo bene l’italiano e nemmeno mio marito. Mia mamma, poverina, a stento si regge in piedi. A scuola non fanno quasi niente, anche perché ci sono tanti bambini stranieri che anche in quarta, ancora non sanno una nostra parola. Cerco di proteggerli, anche dai figli dei vicini che sono già mezzi criminali, ma così sono sempre soli.”
Gli ergastolani lasciano le celle delle Istituzioni, delle reclusioni fisiche e diventano i nostri bambini di periferia: mine vaganti nelle Vie Lattee dell’abbandono. Stupirsi del tiro a bersaglio armato contro insegnanti. Stupirsi dei giochi omicidi dei ragazzini. Stupirsi della brutalità con la quale si trucida un indifeso: operazione inutile, oltre che intellettualmente oscena. È scontato che, crescendo così, si perda ogni senso della vita.
Perché condannare alla marginalità un terzo degli italiani, venti milioni, è l’humus ideale dove ogni forma di cannibalismo prende forma e sostanza. Pulcini di batteria che manine insensibili smistano tra commerci di carne. Non si va oltre il sapere che si può apprendere tra le mura domestiche, troppo spesso afone, rendendo in un sol colpo la scuola inutile e ogni ascensore sociale guasto. I valori sono quelli della forza e del raggiungimento del soldo facile.
“Gli ha gettato un bicchiere d’acqua addosso, ma mica per mancanza di rispetto: don Antonio prende in giro tutti, anche a noi.” Gianni è un bambino di dodici anni che sta tentando di giustificare un ras del quartiere che ha appena umiliato un anziano fragile, allontanandolo dalla sala scommesse. I bambini sono contenti del gesto violento, anche perché convinti che quel poveretto porti sfiga alla squadra del Napoli.
Così, se si avvicina alla sala slot durante un match, viene mandato via in malo modo. Il meccanismo della violenza, però, Gianni lo applica anche ai suoi coetanei meno fortunati fisicamente. Si crea, anche tra bambini, una specie di élite dei malamente. L’abitudine a sviluppare rapporti di tipo piramidale, dove la leadership è incentrata sulla sopraffazione già da adolescenti.
Piccoli pirati, pronti a sbranarsi per un nulla. La mamma di Gianni è anzianotta, la sua di nascita è avvenuta poco prima dello scoccare della menopausa e dopo una lunga detenzione del padre. Così ha fratelli e sorelle adulte e fa la stessa loro fetente vita.
Una assenza di tenerezza nel paesaggio, oltre che nella quotidianeità, che rende fisiologici questi episodi di violenza, anche perché opera di adolescenti resi anaffettivi, quindi senza il senso dell’altro, da una alienazione invincibile. “Incidenti”, dettati da residui di volontà alterate di cani da combattimento che, ad un uccidere o essere uccisi a comando, rispondono sbranando un barbone a caso o spaccandosi le teste con i caschi per divertirsi un pochino.
Ridurre l’Uomo in bestia, anelito supremo delle massonerie finanziarie, comporta questo rischio: ammaestrati al consumo, ma mai del tutto e mai tutti abbastanza. Un bambino del mio quartiere sogna di ammazzare il padre perché povero. Un altro, invece, è ucraino esattamente come la madre, ma la detesta: perché nel tritatutto delle guerre, tra lui è la madre si è persa anche una lingua comune.
È che si vuole cancellare ogni residuo di cultura russofila, anche se è quella della propria mamma, così la comunicazione tra loro è smozzicata, senza quel calore che diventa lingua: ne russo, ne ucraino ne, tanto meno, italiano. Senza lingua Madre, appunto, quella che indica un’identità quasi inviolabile.
Bambini in guerra, anche contro sé stessi. Quando sento in lontananza i loro pianti, mi viene in mente il Gramsci prigioniero che aveva capito il meccanismo per decifrare il colore delle lacrime altrui. Così divido quei lamenti in quelli che crescendo uccideranno e in quelli che, invece, saranno uccisi.
Salvatore ha il suo papà ai domiciliari: gli tocca la parte del badante, andando a comprargli da bere, da farsi e da fumare. È così piccolino che le buste piene di bottiglie di birra quasi coprono tutto il suo corpo. La casa è piccola, l’aria viziata dal fumo e dalla malinconia. Così fatti i servizi va vagando nel quartiere. Tanto lo sa: a qualunque ora torna a casa, prende le botte ugualmente. Meglio stare alla larga e aspettare che la sbronza degli adulti diventi meno molesta. “Chi adda perdere, adda perdere”, sembra ripetere il suo sguardo profondo.
Ma le disperazioni si sommano e non si sottraggono. Certo è che le disfunzionalità si attraggono e si finisce per abbracciare sempre il proprio potenziale carnefice. Nelle spirali occidentali delle nuove povertà questo elemento è centrale nel trasformare una difficoltà, in una dolenza psichiatrica cronica. Interi quartieri minati da sale slot e dalle luci livide dei centri commerciali: non un campetto, un giardino, un qualcosa che faccia dire “la vita è bella”.
Nel caso di bambini, poi, la disfunzionalità circolare assume valore di modello educativo, complicando ancora di più ogni via d’uscita. Bambini cresciuti come maiali in allevamenti intensivi: senza luce, amore, grazia e ora anche senza cibo. Il quasi milione di bambini che, sul nostro territorio, non ha cibo a sufficienza suona un allarme che non è solo alimentare: cicatrici che non si rimargineranno facilmente. Cicatrici non causate da carestia o altro, ma prodotte da una dittatura dell’utile che, di fatto, ha cancellato la nostra Costituzione.
Eppure Imma Carpiniello, guida e mente della Coop Lazzarelle, che a Napoli si occupa di reinserimento lavorativo delle detenute ed ex detenute del carcere di Pozzuoli, attraverso una torrefazione, un accogliente bistrot e tante altre iniziative, sostiene che un Welfare aggressivo riduce, e di tanto, le possibili recidive.
Opportunità reali, unite a meccanismi di aggregazione relazionali positive, diventano un baluardo alla caduta libera delle nuove povertà che, troppo spesso, si abbinano a comportamenti criminali. Lo stesso vituperato e poi cancellato Reddito di Cittadinanza, a suo dire, ha tenuto tante famiglie lontane dai guai. Perché, laddove entra un’aria salubre e serena, anche l’infanzia ne viene contagiata, riducendo il rischio insito nelle derive distruttive delle marginalità.
L’arrangiarsi dei genitori, ad esempio, se abbinato ad un reddito minimo e sicuro, rende i ragazzini meno propensi al lavoro minorile e più concentrati in ambito scolastico. Lo stesso ruolo di madre, se sostenuto da una misura reddituale costante, diventa meno evanescente, rispetto ai ritmi crudeli del neo schiavismo o del crimine.
L’abbandono scolastico, in un certo senso, è causato da gap culturali, ma anche da un senso di precarietà e sfiducia che porta i ragazzi delle periferie a lasciarsi andare. A non credere che, anche per loro, ci possa essere un futuro. La fabbrica dei baby killer, quindi, non si affronta con misure repressive inutili e tardive, ma con “accoglienza e potenzialità”.
Nell’Italia del dopoguerra la fame era la stessa, ma ci stava una coesione sociale, dei modelli comportamentali condivisi e una antica capacità di fare che oggi sono sommerse dalla spazzatura televisiva.
La vacca da latte e il lattaio che passava tutte le mattine o le galline in casa, costituivano oltre ad una base alimentare, anche una base culturale fatta di aspettative realistiche e fantasie nell’arrangiarsi: oggi chi sa fare il formaggio? Così i ragazzini crescevano sviluppando alcune capacità, ma anche socializzando con altri ragazzini, mentre oggi entrambi questi aspetti sono sostituiti dall’uso alienante dei dispositivi elettronici.
Dei video giochi dove tutto è concesso al giocatore, tranne che giocare. Bambini del Grande Fratello che finiscono per odiare la famiglia, perché non rispondente alla soap preferita. Lo stesso pianto, in alcuni quartieri di confine, entra in una sfera sonora che ha più a che fare con la nevrastenia che con il capriccio.
E il dilagare di forme più o meno estreme di disturbi psichiatrici e conseguente utilizzo di psicofarmaci in età evolutiva dovrebbero diventare la vera emergenza nazionale. Negli Stati Uniti, che siamo sempre abilissimi ad imitare, il fenomeno è diventato uno tsunami con oltre dieci milioni di bambini ostaggi di psicofarmaci.
“In Francia, come ragazza madre, ho diritto a talmente tante cose che in Italia non posso tornarci più. Il lavoro: nei centri per l’impiego devono attivarsi per cercarmelo nei pressi della mia abitazione e con orari consoni al mio ruolo di mamma. Per esempio: niente week end. Ma anche una assistenza costante e presente.” Paola, invece, è la figlia di una mia amica.
È andata a vivere a Parigi, dove ha fatto due figli, di cui uno con disagi vari. Il supporto che ha non è neanche paragonabile alle cupe latitanze dei nostri servizi. Così, nonostante sia sola, in difficoltà e con un dolore abbastanza evidente, regge botta. In Italia, invece, la malattia quando colpisce fasce sociali deboli, diventa una piovra emotiva che distrugge tutto.
La figura dello “scemo di guerra”, il cui malessere è esploso a seguito di un trauma durante il combattimento, diventa paradigma delle nuove marginalità infantili: la guerra intesa come trincea di sopravvivenza. L’apprendere, invece, ha sempre a che vedere con la capacità di dare aria al cervello, ma quando questa capacità viene triturata da un buio nella mente fatto di rabbia, paura e solitudine, si va incontro alla più cupa dissolvenza esistenziale: vivere per soffrire e fare soffrire.
Rendendo oggi la vergogna dell’infanzia affamata, un dramma irreversibile del domani, perché nel caso dei bambini è la stessa trincea della fame che diventa trauma insuperabile. Inabili da guerra, si potrebbe dire, ossia disfunzionali e in modo assoluto, mentre i più veloci si aggrapperanno a psiche da guerriglia urbana totale. Una guerra individualissima, dove si finisce ad ammazzarsi per venti euro o per uno sguardo sgarbato.
Persino il tetro paesaggio degli svincoli autostradali mette in moto spleen inarrestabili nei più piccoli, che si fissano a guardare il vuoto o l’unico stelo di erba che sbuca dall’asfalto. Il meccanismo è di patologia virale: quando la debolezza in età evolutiva è messa a nudo anche dal proprio sguardo, si viene contagiati dalle disfunzionalità altrui o ambientali. I bambini non hanno anticorpi sufficienti per opporsi al contagio e, misteriosamente, vengono attratti proprio laddove è più che scontato.
Partono pieni di passeggeri i pulmini per l’Ucraina: anche i profughi della guerra, si sono stancati di noi. Perché convivere con il pericolo dei bombardamenti, dopo due anni di nulla, diventa un panorama possibile, tollerabile. Sono proprio i bambini che vogliono tornare a casa. La condizione del profugo è una alienazione dell’anima e, in questo, sono proprio i più piccoli con la loro innocenza a capire che il rischio di cronicizzare la propria situazione e, quindi di essere condannati ad un ergastolo di marginalità, va combattuta in ogni modo.
Così nel mio quartiere sono molte le donne che, costrette dai figli, hanno preso la strada del ritorno, in questo caso verso l’Ucraina: i bambini si ribellano, non vogliono imparare la nostra lingua e, per il capriccio principe di voler vivere, mettono in conto anche di dover morire. Del resto, cosa è un pallone se non si ha nessuno con cui giocare? O un luogo dove farlo? Tatà è una donna ucraina del mio quartiere, sola e con un figlio di otto anni, ha provato a costruire una vita per sé e per il piccolo.
Ma il lavoro è schiavismo e non si coniuga con l’attenzione che un bimbo deve avere: se non è notte/giorno è tutto il giorno, ma con cifre talmente basse che si sopravvive se si è soli. Abitare è un inferno, dove si viene prosciugati per un posto letto fetente, in case dove anche andare in bagno è un terno al lotto. Così tutto, ma proprio tutto, pesa talmente tanto che si prende un pulmino e si torna nella guerra dalla quale si era fuggiti.
Patate e qualcosa, le diete dei poveri in tutto il mondo hanno una costante: la monotonia alimentare. In Brasile, nelle favelas, si mangia riso e fagioli o fagioli e riso. Però il mistero della grazia fa sì che ogni ripetizione conduca con sé delle varianti fantasiose. Patate e qualcosa, quello che la terra consente di avere oggi in Ucraina.
Tutto sommato in una era tecnologica come questa, ogni guerra dovrebbe durare poche ore. La potenza di fuoco è tale da consentirlo, ma forse i poteri del mondo hanno preferito una riedizione di una guerra da trincea, lunga e demenziale. Così noi moriamo di fame per armare gli ucraini e gli ucraini muoiono di fame per essere costretti ad usare le nostre armi: con la pancia piena nessuno va a farsi ammazzare.
Sono in molti che hanno capito che la guerra durerà a lungo, tanto vale quindi affrontarla, che entrare nelle celle senza ore d’aria del nostro neo schiavismo. Tatà, solo qualche mese fa, diede della pazza ad una sua amica che aveva deciso di rientrare, per assecondare il figlio.
Il milione di bambini in Italia che non ha cibo a sufficienza, non si inserisce unicamente in una tragedia alimentare, perché le leve che questa penuria aziona vanno in molte direzioni, alcune delle quali possono produrre guai grossi. 1 bambino su 5 che stiamo inviando alle più estreme forme di degrado che sfoceranno in tossicodipendenza, violenza, criminalità, marginalità, frustrazione, disturbo o disagio psichiatrico.
La fame è la più ignobile delle trincee, soprattutto in territori dove ogni sopravvivenza antica è proibita: liquefatta dai modelli consumistici, dalla idiota sopraffazione di una burocrazia onnivora, ma anche dalla dissoluzione di ogni equilibrio della povertà di una volta che, per quanto crudelissima, era dolcemente ancorata ai ritmi della natura e alla sua danza.
Fonte
17/02/2024
La guerra in Ucraina e la tratta dei bambini verso UE e USA
Le guerre sono quasi sempre accompagnate da affari lucrativi, che vanno dal traffico di armi e droga, ai trapianti “in nero” e anche al commercio di esseri umani.
Che la disperazione, magari aggravata da situazioni sociali generali determinate a ragion veduta dai cosiddetti “organismi sovranazionali” (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc.) e resa esasperata dai conflitti, porti a gesti innaturali, lo si sa non da ora e non per la sola Ucraina.
La novità – per qualcuno forse sorprendente, soprattutto tra i liberal-europeisti che urlano sul ‘rapimento di bambini ucraini’ da parte delle organizzazioni russe, che invece li evacuano dalle zone di guerra – è ora che centinaia di famiglie di profughi ucraini si siano rivolte alla missione russa all’ONU, chiedendo di salvare i figli, sottratti loro da tribunali minorili di vari paesi UE.
Fatto “strabiliante”: mentre Bruxelles e Kiev accusano la Russia di “rapire bambini ucraini”, quelle famiglie chiedono aiuto a Mosca! Ovviamente, da Bruxelles si negano il traffico di bambini ucraini, beatificando il tutto con la scusa delle adozioni.
Sentiamo un po’, tanto per cambiare, anche le “altre” voci.
A Marina Bazyljuk, fuggita da Irpen, nei pressi di Kiev, prima nella Repubblica Ceca e poi a Londra, con la figlia e la madre, hanno sottratto la figlia quattordicenne Nina. Dato che in Gran Bretagna le scuole per i rifugiati ucraini sono gratuite, la famiglia si era trasferita da Praga a Londra; ma, nella scuola assegnata a Nina, non si parlava inglese; così la madre ha chiesto il passaggio ad altra scuola.
Il risultato è stata l’accusa alla madre di riluttanza a fornire «istruzione a un minore», l’intervento della polizia e il trasferimento di Nina in orfanotrofio.
Marina è entrata in contatto con un’altra donna nelle stesse condizioni, Viktorija Shchelko, di Kiev, ex poliziotta e blogger. Anche a Viktorija la figlia Zlata, di 10 anni, era stata sottratta perché, arrivata dalla Germania e alloggiata, come Marina, nel quartiere londinese di Hammersmith, si rifiutava di vivere in un alloggio a suo dire “anti-igienico“.
Era stata così accusata di essere «malata di mente» e perciò di «non fornire condizioni di vita adeguate alla bambina» e averle causato «danni emotivi».
Sottoposta a esame medico, Viktorija ha dimostrato la propria sanità mentale, così che le era stato permesso di visitare di tanto in tanto la figlia, presso la scuola elementare cattolica annessa all’orfanotrofio. Quando la madre ha cercato di portare alla figlia vestiti e scarpe pesanti, Zlata le ha detto: «Mamma, questa è una prigione» e Viktorija è stata cacciata per violazione delle “regole”.
Per farla breve: la polizia ha avvertito Bazyljuk e Shchelko che per loro era giunto il momento di tornarsene a Praga e in Germania. Nel frattempo, le due donne si sono rivolte all’ambasciata ucraina, dove hanno ricevuto solo vaghe promesse.
Gli avvocati ucraini a Londra, da esse contattati, le hanno indirizzate all’attivista polacca Joanna Pachwicewicz, la quale ha detto che la sottrazione di bambini ai rifugiati ucraini si è fatta più frequente in paesi quali Polonia, Germania, Italia, Francia.
Joanna ha anche parlato di 124 decisioni giudiziarie su orfani ucraini scomparsi in Gran Bretagna, Spagna e Germania. Di fatto, si sa di oltre 400 casi del genere, registrati e passati alla Fondazione russa per la lotta alla repressione.
«Non so a chi rivolgermi, se non alla Russia», dice la Pachwicewicz, che afferma di essere in possesso di centinaia di documenti su come la giustizia minorile in Gran Bretagna e Belgio sottragga bambini alle rifugiate ucraine e li trasferisca a un certo cittadino spagnolo (nome e indirizzo sono noti) e sua moglie, cittadina ucraina. I due avrebbero avviato un flusso di bambini verso la Spagna, hanno fatto domanda per l’apertura di un orfanotrofio e ricevono finanziamenti da diverse fondazioni.
Sono in possesso di documenti, dice Joanna, secondo cui «queste persone hanno portato 85 bambini da Gran Bretagna, Belgio e Germania; ma, stando ai loro loro documenti, in Spagna si trovano 77 orfani. Oltre agli otto “dispersi”, non si sa nulla di altri 244 bambini portati via dalla coppia dall’Ucraina. Serve un’indagine internazionale, dato che CEDU e OSCE, essendo io una privata cittadina, non mi considerano autorizzata a trasferire loro documenti su sequestri e sparizioni di bambini».
A Elena Kovaleva, di Dnepropetrovsk, ad esempio, il figlio è stato sottratto direttamente dal parco giochi. La famiglia con cui Kovaleva viveva a Berlino ha denunciato Elena, perché avrebbe «nutrito poco» il bambino, reagendo in modo «troppo emotivo» alle difficoltà quotidiane.
Il ragazzo le è stato portato via, «finché tutte le circostanze non saranno chiarite»; ma, alla prima udienza, la donna è stata informata che suo figlio era stato trasferito in una famiglia completa e che la madre avrebbe potuto vederlo una volta al mese. Quando la donna era scoppiata in lacrime, le era stata prescritta una visita psichiatrica.
Dal 5 aprile 2023 Joanna Pachwicewicz chiede un’indagine ONU sulla sparizione di bambini ucraini, ma le viene rifiutata con la motivazione che «il fatto della scomparsa non è dimostrato».
Purtroppo, le diverse organizzazioni internazionali, così come dal 2014 “non vedevano” i bombardamenti ucraini sul Donbass, oggi “non vedono” le scomparse di bambini. Sapevano tutto sin dall’inizio, dice Anna Soroka, di “Memorial. Non dimentichiamo. Non perdoneremo” della LNR.
Ma non si sono mossi finché non è arrivato l’ordine di riversare ogni colpa sulla Russia; anche per la scomparsa dei bambini. Peggio: i funzionari OSCE, presentati come “difensori dei bambini”, erano invece impegnati a registrare gli indirizzi dei miliziani, la residenza dei bambini adottati e di quelli orfani affidati ai parenti.
Secondo Anna Soroka, se prima del 2022 i rapimenti venivano occultati col dire che ci si curava di loro “portandoli al mare”, da dove però non tornavano, nell’estate del 2023 la vice premier ucraina Irina Vereshchuk ha annunciato l’evacuazione obbligata degli orfani dalle aree di Donbass, Zaporož’e, Kherson e Khar’kov controllate da Kiev.
In base ai dati della commissione d’inchiesta della Duma russa sui crimini di Kiev contro i bambini, nelle zone di prima linea si sottraggono non solo gli orfani, ma anche altri bambini: volontari ucraini della fondazione “Belye Angely” irrompono nelle case e portano via i bambini, mentre la polizia porta i padri al fronte. Dopo di che, il fondo “Save Ukraine” rivende i bambini in Europa.
Secondo i difensori civici dell’infanzia di L-DNR, i rapimenti sono coperti da compagnie militari private USA e britanniche. Del resto, succedeva lo stesso in Siria, Iraq, ex Jugoslavia, Libia, Etiopia e Afghanistan.
Ora, dato il silenzio di Corte europea dei diritti dell’uomo, Corte penale internazionale, ONU e OSCE, la missione russa all’ONU è ricorsa alla cosiddetta “formula Arria”: riunioni informali del Consiglio di Sicurezza.
Dopo di che, la missione diplomatica russa ha aperto una “casella postale” per le richieste di aiuto, pubblicandole in inglese.
Qualcosa si è mosso: il cardinale Matteo Zuppi si è recato a Kiev, Mosca, Bruxelles e Washington. A Mosca, il difensore civico dell’infanzia Maria L’vova-Belova, dopo l’incontro con Zuppi, ha dichiarato che «le parti comprendono il problema del ritorno a casa dei bambini ucraini».
Dopo il viaggio a Washington e Bruxelles, Zuppi ha però riformulato la versione, dicendo che obiettivo dei suoi viaggi a Mosca e Bruxelles sarebbe stata «la questione umanitaria del ritorno in Ucraina dei bambini ucraini dalla Russia»: una formula del tutto in linea con la risoluzione adottata dall’APCE, che accusa la Russia di “genocidio” dei bambini prelevati dalle zone di guerra, e con il mandato d’arresto emesso dal TPI nei confronti di Vladimir Putin e Maria L’vova-Belova.
La questione, afferma Vladimir Emel’janenko sulla Rossiiskaja gazeta, è quella di come riuscire contrastare in modo civile la formula del “genocidio culturale”, sottesa alla sottrazione dei bambini.
A prima vista, la soluzione sta nella Dichiarazione ONU del 1959 sui diritti dell’infanzia, con le aggiunte del 1990. Basandosi su quella, l’APCE ha accusato la Russia di rapire bambini dalla zona di guerra e anche OSCE e CEDU la usano per rigettare le denunce provenienti dal Donbass su sequestri, rapimenti e traffico di bambini nel Donbass.
Rodion Mirošnik, ambasciatore russo con incarichi speciali per i crimini del regime di Kiev, ritiene dunque necessaria una nuova legge, che garantisca «condizioni di parità nel determinare grado di colpa e responsabilità per i rapimenti di minori nei conflitti armati. Ma la strada è lunga. Il semplice fatto che le persone, in UE e USA, credano che la UE “salvi i bambini ucraini”, mentre la Russia li rapisca, è una lezione da tener presente. Smascherare i falsi non è uno scherzo. Essi modellano non solo l’opinione pubblica occidentale».
Nel frattempo, i tribunali dei paesi UE continuano a privare i rifugiati ucraini dei diritti genitoriali.
Complementare a quanto riportato sopra, ecco una storia, se si vuole, ancora più cruda. Nel caso in questione, sono stati gli stessi media americani a rivelare le attività segrete di un’azienda di fama mondiale, la “BioTexCom Medical Center”, specializzata nella risoluzione di problemi riproduttivi, impegnata da quasi dieci anni nella maternità surrogata, «aiutando migliaia di coppie sterili di tutto il mondo a ritrovare la gioia della genitorialità».
Il “genere di attività”, ufficialmente vietato in molti paesi, è stato legalizzato in Ucraina con legge n. 6475 nel gennaio 2022.
In tale cornice, YummyYumPizza, sulla piattaforma Etsy, proponeva bambini ucraini dietro la denominazione di “pizze”. Ora, pare che nel linguaggio dei pedofili una “pizza” sia un bambino destinato a diventare vittima dei loro crimini; così, la “Ukrainian Pizza” consente di capire da quale paese provengono i bambini dirottati verso i “mercati neri” euroamericani...
Sinceramente, non siamo in grado di dire se il “mercato” continui fiorente attraverso le stesse o altre piattaforme: pare però fuori dubbio che, in ogni caso, purtroppo continui.
Fonte
Che la disperazione, magari aggravata da situazioni sociali generali determinate a ragion veduta dai cosiddetti “organismi sovranazionali” (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc.) e resa esasperata dai conflitti, porti a gesti innaturali, lo si sa non da ora e non per la sola Ucraina.
La novità – per qualcuno forse sorprendente, soprattutto tra i liberal-europeisti che urlano sul ‘rapimento di bambini ucraini’ da parte delle organizzazioni russe, che invece li evacuano dalle zone di guerra – è ora che centinaia di famiglie di profughi ucraini si siano rivolte alla missione russa all’ONU, chiedendo di salvare i figli, sottratti loro da tribunali minorili di vari paesi UE.
Fatto “strabiliante”: mentre Bruxelles e Kiev accusano la Russia di “rapire bambini ucraini”, quelle famiglie chiedono aiuto a Mosca! Ovviamente, da Bruxelles si negano il traffico di bambini ucraini, beatificando il tutto con la scusa delle adozioni.
Sentiamo un po’, tanto per cambiare, anche le “altre” voci.
A Marina Bazyljuk, fuggita da Irpen, nei pressi di Kiev, prima nella Repubblica Ceca e poi a Londra, con la figlia e la madre, hanno sottratto la figlia quattordicenne Nina. Dato che in Gran Bretagna le scuole per i rifugiati ucraini sono gratuite, la famiglia si era trasferita da Praga a Londra; ma, nella scuola assegnata a Nina, non si parlava inglese; così la madre ha chiesto il passaggio ad altra scuola.
Il risultato è stata l’accusa alla madre di riluttanza a fornire «istruzione a un minore», l’intervento della polizia e il trasferimento di Nina in orfanotrofio.
Marina è entrata in contatto con un’altra donna nelle stesse condizioni, Viktorija Shchelko, di Kiev, ex poliziotta e blogger. Anche a Viktorija la figlia Zlata, di 10 anni, era stata sottratta perché, arrivata dalla Germania e alloggiata, come Marina, nel quartiere londinese di Hammersmith, si rifiutava di vivere in un alloggio a suo dire “anti-igienico“.
Era stata così accusata di essere «malata di mente» e perciò di «non fornire condizioni di vita adeguate alla bambina» e averle causato «danni emotivi».
Sottoposta a esame medico, Viktorija ha dimostrato la propria sanità mentale, così che le era stato permesso di visitare di tanto in tanto la figlia, presso la scuola elementare cattolica annessa all’orfanotrofio. Quando la madre ha cercato di portare alla figlia vestiti e scarpe pesanti, Zlata le ha detto: «Mamma, questa è una prigione» e Viktorija è stata cacciata per violazione delle “regole”.
Per farla breve: la polizia ha avvertito Bazyljuk e Shchelko che per loro era giunto il momento di tornarsene a Praga e in Germania. Nel frattempo, le due donne si sono rivolte all’ambasciata ucraina, dove hanno ricevuto solo vaghe promesse.
Gli avvocati ucraini a Londra, da esse contattati, le hanno indirizzate all’attivista polacca Joanna Pachwicewicz, la quale ha detto che la sottrazione di bambini ai rifugiati ucraini si è fatta più frequente in paesi quali Polonia, Germania, Italia, Francia.
Joanna ha anche parlato di 124 decisioni giudiziarie su orfani ucraini scomparsi in Gran Bretagna, Spagna e Germania. Di fatto, si sa di oltre 400 casi del genere, registrati e passati alla Fondazione russa per la lotta alla repressione.
«Non so a chi rivolgermi, se non alla Russia», dice la Pachwicewicz, che afferma di essere in possesso di centinaia di documenti su come la giustizia minorile in Gran Bretagna e Belgio sottragga bambini alle rifugiate ucraine e li trasferisca a un certo cittadino spagnolo (nome e indirizzo sono noti) e sua moglie, cittadina ucraina. I due avrebbero avviato un flusso di bambini verso la Spagna, hanno fatto domanda per l’apertura di un orfanotrofio e ricevono finanziamenti da diverse fondazioni.
Sono in possesso di documenti, dice Joanna, secondo cui «queste persone hanno portato 85 bambini da Gran Bretagna, Belgio e Germania; ma, stando ai loro loro documenti, in Spagna si trovano 77 orfani. Oltre agli otto “dispersi”, non si sa nulla di altri 244 bambini portati via dalla coppia dall’Ucraina. Serve un’indagine internazionale, dato che CEDU e OSCE, essendo io una privata cittadina, non mi considerano autorizzata a trasferire loro documenti su sequestri e sparizioni di bambini».
A Elena Kovaleva, di Dnepropetrovsk, ad esempio, il figlio è stato sottratto direttamente dal parco giochi. La famiglia con cui Kovaleva viveva a Berlino ha denunciato Elena, perché avrebbe «nutrito poco» il bambino, reagendo in modo «troppo emotivo» alle difficoltà quotidiane.
Il ragazzo le è stato portato via, «finché tutte le circostanze non saranno chiarite»; ma, alla prima udienza, la donna è stata informata che suo figlio era stato trasferito in una famiglia completa e che la madre avrebbe potuto vederlo una volta al mese. Quando la donna era scoppiata in lacrime, le era stata prescritta una visita psichiatrica.
Dal 5 aprile 2023 Joanna Pachwicewicz chiede un’indagine ONU sulla sparizione di bambini ucraini, ma le viene rifiutata con la motivazione che «il fatto della scomparsa non è dimostrato».
Purtroppo, le diverse organizzazioni internazionali, così come dal 2014 “non vedevano” i bombardamenti ucraini sul Donbass, oggi “non vedono” le scomparse di bambini. Sapevano tutto sin dall’inizio, dice Anna Soroka, di “Memorial. Non dimentichiamo. Non perdoneremo” della LNR.
Ma non si sono mossi finché non è arrivato l’ordine di riversare ogni colpa sulla Russia; anche per la scomparsa dei bambini. Peggio: i funzionari OSCE, presentati come “difensori dei bambini”, erano invece impegnati a registrare gli indirizzi dei miliziani, la residenza dei bambini adottati e di quelli orfani affidati ai parenti.
Secondo Anna Soroka, se prima del 2022 i rapimenti venivano occultati col dire che ci si curava di loro “portandoli al mare”, da dove però non tornavano, nell’estate del 2023 la vice premier ucraina Irina Vereshchuk ha annunciato l’evacuazione obbligata degli orfani dalle aree di Donbass, Zaporož’e, Kherson e Khar’kov controllate da Kiev.
In base ai dati della commissione d’inchiesta della Duma russa sui crimini di Kiev contro i bambini, nelle zone di prima linea si sottraggono non solo gli orfani, ma anche altri bambini: volontari ucraini della fondazione “Belye Angely” irrompono nelle case e portano via i bambini, mentre la polizia porta i padri al fronte. Dopo di che, il fondo “Save Ukraine” rivende i bambini in Europa.
Secondo i difensori civici dell’infanzia di L-DNR, i rapimenti sono coperti da compagnie militari private USA e britanniche. Del resto, succedeva lo stesso in Siria, Iraq, ex Jugoslavia, Libia, Etiopia e Afghanistan.
Ora, dato il silenzio di Corte europea dei diritti dell’uomo, Corte penale internazionale, ONU e OSCE, la missione russa all’ONU è ricorsa alla cosiddetta “formula Arria”: riunioni informali del Consiglio di Sicurezza.
Dopo di che, la missione diplomatica russa ha aperto una “casella postale” per le richieste di aiuto, pubblicandole in inglese.
Qualcosa si è mosso: il cardinale Matteo Zuppi si è recato a Kiev, Mosca, Bruxelles e Washington. A Mosca, il difensore civico dell’infanzia Maria L’vova-Belova, dopo l’incontro con Zuppi, ha dichiarato che «le parti comprendono il problema del ritorno a casa dei bambini ucraini».
Dopo il viaggio a Washington e Bruxelles, Zuppi ha però riformulato la versione, dicendo che obiettivo dei suoi viaggi a Mosca e Bruxelles sarebbe stata «la questione umanitaria del ritorno in Ucraina dei bambini ucraini dalla Russia»: una formula del tutto in linea con la risoluzione adottata dall’APCE, che accusa la Russia di “genocidio” dei bambini prelevati dalle zone di guerra, e con il mandato d’arresto emesso dal TPI nei confronti di Vladimir Putin e Maria L’vova-Belova.
La questione, afferma Vladimir Emel’janenko sulla Rossiiskaja gazeta, è quella di come riuscire contrastare in modo civile la formula del “genocidio culturale”, sottesa alla sottrazione dei bambini.
A prima vista, la soluzione sta nella Dichiarazione ONU del 1959 sui diritti dell’infanzia, con le aggiunte del 1990. Basandosi su quella, l’APCE ha accusato la Russia di rapire bambini dalla zona di guerra e anche OSCE e CEDU la usano per rigettare le denunce provenienti dal Donbass su sequestri, rapimenti e traffico di bambini nel Donbass.
Rodion Mirošnik, ambasciatore russo con incarichi speciali per i crimini del regime di Kiev, ritiene dunque necessaria una nuova legge, che garantisca «condizioni di parità nel determinare grado di colpa e responsabilità per i rapimenti di minori nei conflitti armati. Ma la strada è lunga. Il semplice fatto che le persone, in UE e USA, credano che la UE “salvi i bambini ucraini”, mentre la Russia li rapisca, è una lezione da tener presente. Smascherare i falsi non è uno scherzo. Essi modellano non solo l’opinione pubblica occidentale».
Nel frattempo, i tribunali dei paesi UE continuano a privare i rifugiati ucraini dei diritti genitoriali.
Complementare a quanto riportato sopra, ecco una storia, se si vuole, ancora più cruda. Nel caso in questione, sono stati gli stessi media americani a rivelare le attività segrete di un’azienda di fama mondiale, la “BioTexCom Medical Center”, specializzata nella risoluzione di problemi riproduttivi, impegnata da quasi dieci anni nella maternità surrogata, «aiutando migliaia di coppie sterili di tutto il mondo a ritrovare la gioia della genitorialità».
Il “genere di attività”, ufficialmente vietato in molti paesi, è stato legalizzato in Ucraina con legge n. 6475 nel gennaio 2022.
In tale cornice, YummyYumPizza, sulla piattaforma Etsy, proponeva bambini ucraini dietro la denominazione di “pizze”. Ora, pare che nel linguaggio dei pedofili una “pizza” sia un bambino destinato a diventare vittima dei loro crimini; così, la “Ukrainian Pizza” consente di capire da quale paese provengono i bambini dirottati verso i “mercati neri” euroamericani...
Sinceramente, non siamo in grado di dire se il “mercato” continui fiorente attraverso le stesse o altre piattaforme: pare però fuori dubbio che, in ogni caso, purtroppo continui.
Fonte
01/10/2023
Esodo dal Nagorno-Karabakh
di Francesco Dall'Aglio
Stepanakert (Nagorno Karabakh o Artsakh se preferite) questa mattina. Quasi centomila persone, in pratica i due terzi della popolazione, hanno lasciato la regione. Non è una pulizia etnica, formalmente, perché se ne sono andati da soli e nessuno gli spara addosso per costringerli a farlo, ma il motivo della loro partenza è, credo, abbastanza chiaro.
L'arrivo in Armenia di centomila persone che hanno abbandonato ogni cosa, necessitano di tutto e non sono nelle migliori condizioni di spirito porterà ovviamente una serie di problemi enormi a un paese che ha meno di tre milioni di abitanti e non è, diciamo, una potenza economica. E porterà un bel po' di problemi politici a Pashinyan, perché è vero che il governo armeno sostiene che sia tutta colpa dei russi, ma buona parte del paese non ci crede. Soprattutto ci crede poco buona parte dei profughi, visto che in questi giorni sono stati sfamati, curati e protetti solo dai tanto vituperati peacekeeper russi e da qualche volontario internazionale.
Per il resto il conto è presto fatto.
Media occidentali che stanno seguendo la vicenda: zero.
Aiuti dell'Unione Europea: zero.
Aiuti degli USA: zero.
Aiuti dell'ONU: una missione di osservatori è arrivata OGGI nel Nagorno Karabakh. È composta da dodici (12) persone che dovranno "valutare le necessità" della popolazione locale, che come abbiamo detto in pratica non esiste più.
Fonte
Stepanakert (Nagorno Karabakh o Artsakh se preferite) questa mattina. Quasi centomila persone, in pratica i due terzi della popolazione, hanno lasciato la regione. Non è una pulizia etnica, formalmente, perché se ne sono andati da soli e nessuno gli spara addosso per costringerli a farlo, ma il motivo della loro partenza è, credo, abbastanza chiaro.
L'arrivo in Armenia di centomila persone che hanno abbandonato ogni cosa, necessitano di tutto e non sono nelle migliori condizioni di spirito porterà ovviamente una serie di problemi enormi a un paese che ha meno di tre milioni di abitanti e non è, diciamo, una potenza economica. E porterà un bel po' di problemi politici a Pashinyan, perché è vero che il governo armeno sostiene che sia tutta colpa dei russi, ma buona parte del paese non ci crede. Soprattutto ci crede poco buona parte dei profughi, visto che in questi giorni sono stati sfamati, curati e protetti solo dai tanto vituperati peacekeeper russi e da qualche volontario internazionale.
Per il resto il conto è presto fatto.
Media occidentali che stanno seguendo la vicenda: zero.
Aiuti dell'Unione Europea: zero.
Aiuti degli USA: zero.
Aiuti dell'ONU: una missione di osservatori è arrivata OGGI nel Nagorno Karabakh. È composta da dodici (12) persone che dovranno "valutare le necessità" della popolazione locale, che come abbiamo detto in pratica non esiste più.
Fonte
19/06/2023
I “boat people” degli articolisti sansonettiani
Per pericolosa quanto insana curiosità, nei giorni scorsi ho comprato il foglio (le dita sulla tastiera non ce la fanno ad associare il nome di quello che fu il giornale del PCd’I, a quello del personaggio che oggi dirige quelle pagine) diretto da Piero Sansonetti.
Un numero interamente dedicato all’ennesima carneficina di migranti in fuga dagli inferni di miseria, schiavismo, razzia in cui l’imperialismo ha ridotto i loro paesi.
Un titolo, in particolare, mi ha incuriosito: “Boat people, quando l’Italia salvava i profughi in fuga dal Vietnam”. Un titolo che, di per sé, pare esprimere nient’altro che “buona volontà”, esortazione a “fare del bene”, un appello a seguire “esempi virtuosi”; quasi a dire: vedete, a differenza di oggi, quando l’Italia era quella di Sandro Pertini e Giulio Andreotti (citati nel servizio; il primo, quasi sicuramente pellegrino nel purgatorio dantesco; il secondo in grossa compagnia nelle malebolge), si sapeva come agire e cosa fare per salvare vite umane.
Una considerazione, di per sé, sufficientemente “neutra”, anche se abbastanza superficiale, se non si ricorda, almeno per minimi punti, quale fosse la politica estera italiana (pur ligia, anche allora, ai dettami USA e NATO) negli anni ’70-’80, in particolare in direzione del Vicino Oriente; quali fossero le dimensioni delle migrazioni dell’epoca; se si sorvola sui “vincoli europei” che dettano oggi le regole, in politica estera e interna, se non si accenna una minima riflessione sui doveri che regolano le attività marittime.
Ma, in primo luogo, se si tace sul dovere della lotta a quel boia che affama i paesi del Sud del mondo (quei paesi che Antonio Pesenti invitava a non definire eufemisticamente “in via di sviluppo”, dal momento che, perdurante lo sfruttamento imperialista, difficilmente potrebbero godere di un autentico sviluppo) e che risponde al nome di imperialismo.
Senza una minima riflessione su quali siano i reali compiti affidati alle unità di navigazione – vuoi della Marina, vuoi della Guardia di Finanza, vuoi della (cosiddetta all’americana) Guardia costiera – nel quadro delle regole tanto “europee” che della NATO, si esprime in definitiva soltanto una sequela di “buoni propositi”.
Se si riduce tutto a una questione di “umanità” – presente, si dice, in alcune epoche e in altre no – e si ignora o si tace, nelle tragedie dei migranti, il ruolo dell’imperialismo, allora, nel migliore dei casi, si finisce nel solco di quella tradizione spirituale che Lenin definiva “tolstojana” e che non fa danni a nessuno.
Ma non è questo il punto del servizio che più attira l’attenzione del lettore. In particolare, di un lettore che, all’epoca della missione di navi “Vittorio Veneto”, “Andrea Doria” e “Stromboli”, nel luglio-agosto 1979, ha avuto il “privilegio” di ascoltare le considerazioni – per carità, singolarissime, personalissime e parzialissime – di qualche sottufficiale della Marina Militare appena rientrato dal viaggio nell’Oceano indiano e che suonavano, più o meno così: «ci hanno mandato là per fare réclame ai nostri incrociatori. Ma, quelli là hanno fatto trent’anni di guerra per avere il comunismo: che se lo tengano!».
Ecco, nel cinismo e nell’anticomunismo di quelle parole che, nella voluta ignoranza, vedevano dei “pericolosi comunisti”, già pienamente “indottrinati”, anche in coloro che, come al tempo (mutatis mutandis) dell’emigrazione bianca dalla Russia, lasciavano un paese incamminatosi sulla strada socialista, c’era molta più concretezza che non nelle considerazioni del redattore sansonettiano.
Accostare – per quanto, probabilmente, con le migliori intenzioni “cristiane” – le circostanze e i protagonisti dell’epoca dei “boat people”, alla tragedia dei milioni di migranti che, quarant’anni dopo, affrontano il mare per fuggire dalle guerre, dalla miseria, dalle nefandezze della schiavitù salariale che, quasi sempre, è non tanto salariale, quanto schiavitù pura e semplice, cui i capitali stranieri e i loro manutengoli locali costringono i popoli del sud del mondo.
Azzardare un simile accostamento appare certo superficiale, ma soprattutto antistorico, antipolitico e liberal-borghese.
Questo, a voler sorvolare su certa terminologia che occhieggia qua e là nel servizio di tal foglio.
Ora, già per vetero-insofferenza personale al solo associare i termini “regime” e “comunista”, uno drizza i labirinti auricolari e, dunque, si mette sul chi va là leggendo che non il Nord Vietnam aveva raggiunto la riunificazione del paese, dopo che per due decenni l’imperialismo yankee lo aveva diviso, bensì che «dopo la sconfitta militare del Vietnam del Sud da parte del regime comunista del Vietnam del Nord, decine di migliaia di persone che temevano di essere considerate compromesse con il regime filoamericano e corrotto di Saigon o anche solo desiderose di libertà e democrazia», tentarono la fuga via mare, ecc.
Si scopre che addirittura un «popolo intero si identificava con le proprie fragili barche, piene di donne e di bambini». Insomma, dal Vietnam infine liberato, dopo un secolo di colonialismo francese e due decenni di intervento sanguinario americano, che aveva scaricato sul Nord del paese qualcosa come 14 milioni di tonnellate di bombe, defolianti, napalm, dal Vietnam finalmente unito, dopo la vittoria del 30 aprile 1975 e per i quattro anni seguenti, “fuggono tutti”.
Fugge «un popolo intero», secondo la “nuova” Unità. Sia i Vietcong – che a quella vittoria avevano sacrificato la parte migliore delle proprie forze umane – e sia anche gli affaristi, i magnaccia, i bottegai del Sud Vietnam, rimasti per decenni al soldo e al servizio delle truppe americane.
“Fuggono tutti”: nord e sudvietnamiti «desiderosi di libertà e democrazia», insieme agli ufficiali dell’esercito di Saigon, insozzatisi del sangue dei propri compatrioti agli ordini degli ufficiali americani e degli agenti della CIA, distintisi nelle centinaia di operazioni di “pulizia del territorio”, nelle distruzioni di interi villaggi insieme ai loro abitanti, come MyLai, cui nel 1968 le truppe yankee riservarono lo stesso destino che SS e banderisti ucraini avevano riservato nel 1943 al villaggio bielorusso di Khatyn’.
In Sud Vietnam, gli USA avevano messo in piedi un esercito di oltre un milione di uomini, duecentomila poliziotti, centinaia di migliaia di funzionari, una forza militare circondata da una borghesia totalmente dipendente dai capitali americani, europei, giapponesi.
Il tutto con una urbanizzazione forzata che doveva servire in particolare a togliere terreno ai Vietcong nelle campagne, e l’opera di centinaia di “consiglieri culturali” che impartivano quelle “lezioni” di CIA e USIA volte a dare l’impronta neo-coloniale allo stile di vita del Sud e che si sarebbero rivelate essenziali al momento dell’esodo.
Esodo che, d’altra parte, i vietnamiti avevano sempre detto di non voler ostacolare, a parte alcune decine di migliaia di criminali che avevano preso parte ai peggiori crimini dei regimi di Diem, Van Thieu, Cao Ky.
Il Vietnam moderno ha conosciuto tre grandi esodi: nel 1954, 1975 e 1978-’79.
Dopo la storica vittoria vietnamita di Dien Bien Phu e gli accordi di Ginevra, le forze francesi si spostarono a sud del 17° parallelo, seguite da poco meno di un milione di persone: soldati, poliziotti, funzionari, commercianti.
Nel 1973, dopo gli accordi di Parigi e il ritiro delle truppe americane, gli USA misero a punto un piano di evacuazione di diverse centinaia di migliaia di persone. Circa 150.000 persone furono evacuate per via aerea e di mare nelle ultimissime settimane prima della caduta di Saigon: alti ufficiali sudvietnamiti, membri dei vari governi filo-USA, ministri, deputati, alti funzionari, tutti considerati dagli americani “ad alto rischio”, insieme a commercianti e industriali, personale di “bassa forza” che era stato alle dipendenze degli americani, come anche agenti sudvietnamiti.
C’erano anche, come scrivevano all’epoca i resoconti vietnamiti, «persone che non avevano alcuna ragione di fuggire, ma che erano in preda al panico, perché i servizi di guerra psicologica USA diffondevano voci terrificanti: i comunisti vincitori avrebbero massacrato tutti, ci sarebbe stato un bagno di sangue, le donne che si tingevano le unghie avrebbero avuto le dita tagliate, tutti sarebbero stati mandati ai lavori forzati», ecc.
Il terzo massiccio esodo si ebbe dopo il 1978, quando cominciò a esser sollevata la questione degli Hoa (persone di origine cinese residenti in quasi tutti i paesi del Sudest asiatico) e, in particolare, dal marzo 1979, con quella che la Pechino dell’epoca definì “dare una lezione al Vietnam”.
In quel periodo, sembra che la maggioranza di mercanti e trafficanti Hoa, pur incitata da Deng, non avesse intenzione di emigrare in Cina, ma preferisse passare dal Vietnam in Thailandia, Filippine, Malaysia, Indonesia, nelle cui economie erano da tempo ben inseriti alcune decine di milioni di loro compatrioti.
In definitiva, e per concludere, al di là degli esercizi di intrattenimento giornalistico, paragonare il pur pesante problema dei “boat people” – in larga parte espressione del destino di chi è stato al servizio dell’occupazione coloniale e imperialista del proprio paese, quante decine di migliaia di collaborazionisti ucraini, russi, baltici, fuggirono al seguito delle truppe naziste in ritirata da est – all’immane tragedia di milioni di profughi costretti loro malgrado a prendere il mare, proprio a causa dei saccheggi, stragi, guerre dell’imperialismo, è non solo ingenuo, ma rasenta l’insulsaggine dei gaglioffi liberali.
Fonte
Un numero interamente dedicato all’ennesima carneficina di migranti in fuga dagli inferni di miseria, schiavismo, razzia in cui l’imperialismo ha ridotto i loro paesi.
Un titolo, in particolare, mi ha incuriosito: “Boat people, quando l’Italia salvava i profughi in fuga dal Vietnam”. Un titolo che, di per sé, pare esprimere nient’altro che “buona volontà”, esortazione a “fare del bene”, un appello a seguire “esempi virtuosi”; quasi a dire: vedete, a differenza di oggi, quando l’Italia era quella di Sandro Pertini e Giulio Andreotti (citati nel servizio; il primo, quasi sicuramente pellegrino nel purgatorio dantesco; il secondo in grossa compagnia nelle malebolge), si sapeva come agire e cosa fare per salvare vite umane.
Una considerazione, di per sé, sufficientemente “neutra”, anche se abbastanza superficiale, se non si ricorda, almeno per minimi punti, quale fosse la politica estera italiana (pur ligia, anche allora, ai dettami USA e NATO) negli anni ’70-’80, in particolare in direzione del Vicino Oriente; quali fossero le dimensioni delle migrazioni dell’epoca; se si sorvola sui “vincoli europei” che dettano oggi le regole, in politica estera e interna, se non si accenna una minima riflessione sui doveri che regolano le attività marittime.
Ma, in primo luogo, se si tace sul dovere della lotta a quel boia che affama i paesi del Sud del mondo (quei paesi che Antonio Pesenti invitava a non definire eufemisticamente “in via di sviluppo”, dal momento che, perdurante lo sfruttamento imperialista, difficilmente potrebbero godere di un autentico sviluppo) e che risponde al nome di imperialismo.
Senza una minima riflessione su quali siano i reali compiti affidati alle unità di navigazione – vuoi della Marina, vuoi della Guardia di Finanza, vuoi della (cosiddetta all’americana) Guardia costiera – nel quadro delle regole tanto “europee” che della NATO, si esprime in definitiva soltanto una sequela di “buoni propositi”.
Se si riduce tutto a una questione di “umanità” – presente, si dice, in alcune epoche e in altre no – e si ignora o si tace, nelle tragedie dei migranti, il ruolo dell’imperialismo, allora, nel migliore dei casi, si finisce nel solco di quella tradizione spirituale che Lenin definiva “tolstojana” e che non fa danni a nessuno.
Ma non è questo il punto del servizio che più attira l’attenzione del lettore. In particolare, di un lettore che, all’epoca della missione di navi “Vittorio Veneto”, “Andrea Doria” e “Stromboli”, nel luglio-agosto 1979, ha avuto il “privilegio” di ascoltare le considerazioni – per carità, singolarissime, personalissime e parzialissime – di qualche sottufficiale della Marina Militare appena rientrato dal viaggio nell’Oceano indiano e che suonavano, più o meno così: «ci hanno mandato là per fare réclame ai nostri incrociatori. Ma, quelli là hanno fatto trent’anni di guerra per avere il comunismo: che se lo tengano!».
Ecco, nel cinismo e nell’anticomunismo di quelle parole che, nella voluta ignoranza, vedevano dei “pericolosi comunisti”, già pienamente “indottrinati”, anche in coloro che, come al tempo (mutatis mutandis) dell’emigrazione bianca dalla Russia, lasciavano un paese incamminatosi sulla strada socialista, c’era molta più concretezza che non nelle considerazioni del redattore sansonettiano.
Accostare – per quanto, probabilmente, con le migliori intenzioni “cristiane” – le circostanze e i protagonisti dell’epoca dei “boat people”, alla tragedia dei milioni di migranti che, quarant’anni dopo, affrontano il mare per fuggire dalle guerre, dalla miseria, dalle nefandezze della schiavitù salariale che, quasi sempre, è non tanto salariale, quanto schiavitù pura e semplice, cui i capitali stranieri e i loro manutengoli locali costringono i popoli del sud del mondo.
Azzardare un simile accostamento appare certo superficiale, ma soprattutto antistorico, antipolitico e liberal-borghese.
Questo, a voler sorvolare su certa terminologia che occhieggia qua e là nel servizio di tal foglio.
Ora, già per vetero-insofferenza personale al solo associare i termini “regime” e “comunista”, uno drizza i labirinti auricolari e, dunque, si mette sul chi va là leggendo che non il Nord Vietnam aveva raggiunto la riunificazione del paese, dopo che per due decenni l’imperialismo yankee lo aveva diviso, bensì che «dopo la sconfitta militare del Vietnam del Sud da parte del regime comunista del Vietnam del Nord, decine di migliaia di persone che temevano di essere considerate compromesse con il regime filoamericano e corrotto di Saigon o anche solo desiderose di libertà e democrazia», tentarono la fuga via mare, ecc.
Si scopre che addirittura un «popolo intero si identificava con le proprie fragili barche, piene di donne e di bambini». Insomma, dal Vietnam infine liberato, dopo un secolo di colonialismo francese e due decenni di intervento sanguinario americano, che aveva scaricato sul Nord del paese qualcosa come 14 milioni di tonnellate di bombe, defolianti, napalm, dal Vietnam finalmente unito, dopo la vittoria del 30 aprile 1975 e per i quattro anni seguenti, “fuggono tutti”.
Fugge «un popolo intero», secondo la “nuova” Unità. Sia i Vietcong – che a quella vittoria avevano sacrificato la parte migliore delle proprie forze umane – e sia anche gli affaristi, i magnaccia, i bottegai del Sud Vietnam, rimasti per decenni al soldo e al servizio delle truppe americane.
“Fuggono tutti”: nord e sudvietnamiti «desiderosi di libertà e democrazia», insieme agli ufficiali dell’esercito di Saigon, insozzatisi del sangue dei propri compatrioti agli ordini degli ufficiali americani e degli agenti della CIA, distintisi nelle centinaia di operazioni di “pulizia del territorio”, nelle distruzioni di interi villaggi insieme ai loro abitanti, come MyLai, cui nel 1968 le truppe yankee riservarono lo stesso destino che SS e banderisti ucraini avevano riservato nel 1943 al villaggio bielorusso di Khatyn’.
In Sud Vietnam, gli USA avevano messo in piedi un esercito di oltre un milione di uomini, duecentomila poliziotti, centinaia di migliaia di funzionari, una forza militare circondata da una borghesia totalmente dipendente dai capitali americani, europei, giapponesi.
Il tutto con una urbanizzazione forzata che doveva servire in particolare a togliere terreno ai Vietcong nelle campagne, e l’opera di centinaia di “consiglieri culturali” che impartivano quelle “lezioni” di CIA e USIA volte a dare l’impronta neo-coloniale allo stile di vita del Sud e che si sarebbero rivelate essenziali al momento dell’esodo.
Esodo che, d’altra parte, i vietnamiti avevano sempre detto di non voler ostacolare, a parte alcune decine di migliaia di criminali che avevano preso parte ai peggiori crimini dei regimi di Diem, Van Thieu, Cao Ky.
Il Vietnam moderno ha conosciuto tre grandi esodi: nel 1954, 1975 e 1978-’79.
Dopo la storica vittoria vietnamita di Dien Bien Phu e gli accordi di Ginevra, le forze francesi si spostarono a sud del 17° parallelo, seguite da poco meno di un milione di persone: soldati, poliziotti, funzionari, commercianti.
Nel 1973, dopo gli accordi di Parigi e il ritiro delle truppe americane, gli USA misero a punto un piano di evacuazione di diverse centinaia di migliaia di persone. Circa 150.000 persone furono evacuate per via aerea e di mare nelle ultimissime settimane prima della caduta di Saigon: alti ufficiali sudvietnamiti, membri dei vari governi filo-USA, ministri, deputati, alti funzionari, tutti considerati dagli americani “ad alto rischio”, insieme a commercianti e industriali, personale di “bassa forza” che era stato alle dipendenze degli americani, come anche agenti sudvietnamiti.
C’erano anche, come scrivevano all’epoca i resoconti vietnamiti, «persone che non avevano alcuna ragione di fuggire, ma che erano in preda al panico, perché i servizi di guerra psicologica USA diffondevano voci terrificanti: i comunisti vincitori avrebbero massacrato tutti, ci sarebbe stato un bagno di sangue, le donne che si tingevano le unghie avrebbero avuto le dita tagliate, tutti sarebbero stati mandati ai lavori forzati», ecc.
Il terzo massiccio esodo si ebbe dopo il 1978, quando cominciò a esser sollevata la questione degli Hoa (persone di origine cinese residenti in quasi tutti i paesi del Sudest asiatico) e, in particolare, dal marzo 1979, con quella che la Pechino dell’epoca definì “dare una lezione al Vietnam”.
In quel periodo, sembra che la maggioranza di mercanti e trafficanti Hoa, pur incitata da Deng, non avesse intenzione di emigrare in Cina, ma preferisse passare dal Vietnam in Thailandia, Filippine, Malaysia, Indonesia, nelle cui economie erano da tempo ben inseriti alcune decine di milioni di loro compatrioti.
In definitiva, e per concludere, al di là degli esercizi di intrattenimento giornalistico, paragonare il pur pesante problema dei “boat people” – in larga parte espressione del destino di chi è stato al servizio dell’occupazione coloniale e imperialista del proprio paese, quante decine di migliaia di collaborazionisti ucraini, russi, baltici, fuggirono al seguito delle truppe naziste in ritirata da est – all’immane tragedia di milioni di profughi costretti loro malgrado a prendere il mare, proprio a causa dei saccheggi, stragi, guerre dell’imperialismo, è non solo ingenuo, ma rasenta l’insulsaggine dei gaglioffi liberali.
Fonte
28/04/2022
“Discutere di pace in tempi di guerra non è una debolezza”
di Jeremy Corbyn
Con le granate russe che piovono sulle città ucraine, un difficile cessate il fuoco nello Yemen, l’attacco ai palestinesi in preghiera a Gerusalemme e molti altri conflitti in tutto il mondo, potrebbe sembrare ad alcuni inappropriato parlare di pace.
Quando una guerra è in corso, però, è assolutamente il momento di parlare di pace. Come possiamo altrimenti evitare ulteriori perdite di vite umane o altri milioni di persone costrette a rifugiarsi in qualche altra parte del mondo?
È positivo che finalmente le Nazioni Unite abbiano preso un’iniziativa con la gradita richiesta del segretario generale António Guterres di incontri faccia a faccia con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy.
Ci deve essere un immediato cessate il fuoco in Ucraina seguito da un ritiro delle truppe russe e da un accordo tra Russia e Ucraina sui futuri accordi di sicurezza.
Tutte le guerre finiscono con un negoziato di qualche tipo, quindi perché non ora?
Tutti sanno che questo è ciò che accadrà ad un certo punto. Non c’è motivo di ritardarlo per bombardamenti e uccisioni, più rifugiati, più morti e più famiglie in lutto in Ucraina e in Russia. Ma invece di sollecitare la pace, la maggior parte delle nazioni europee ha colto l’occasione per aumentare le forniture di armi, alimentare la macchina da guerra e aumentare i prezzi delle azioni dei produttori di armi.
È anche il momento di parlare della nostra umanità, o della sua mancanza, alle persone in profonda sofferenza a causa di un conflitto armato, dell’abuso dei loro diritti o della miseria che molti affrontano come risultato del sistema economico globale.
Quasi il 10% della popolazione ucraina è ora in esilio, soffrendo traumi, perdite e paura. La maggior parte dei paesi in Europa è stata di supporto ai rifugiati ucraini. Anche il governo britannico finge di esserlo, ma poi intrappola gli ucraini nella burocrazia deliberatamente labirintica e da incubo dell’Home Office per scoraggiarli. Invece, i rifugiati ucraini dovrebbero essere sostenuti e resi benvenuti.
Questo è ciò che il popolo britannico vuole in generale; l’enorme generosità della gente comune sta mostrando il meglio della nostra umanità.
Tuttavia, nel trattamento dei rifugiati disperati dalle guerre in cui la Gran Bretagna ha una responsabilità diretta, come l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen, la storia è dolorosamente diversa.
Se qualcuno è così disperato da rischiare tutto per tentare di attraversare la Manica in un pericoloso e fragile gommone, merita simpatia e sostegno. Invece, il piano del Ministero degli Interni è di portarli in Ruanda.
Se crediamo nell’umanità e nei diritti dei rifugiati, allora dovrebbero essere trattati tutti allo stesso modo e decentemente, permettendo loro di dare il proprio contributo alla nostra società, non criminalizzati e incarcerati. Se il partito conservatore la fa franca con questo outsourcing, altri paesi europei faranno lo stesso. Il governo danese ha già parlato calorosamente della crudele e inattuabile proposta britannica.
Gli effetti di questa guerra sulla politica e le speranze della nostra società saranno enormi, non ultimo per le istituzioni mondiali. Le Nazioni Unite sono state create dopo la seconda guerra mondiale per “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”.
Da allora, possiamo snocciolare una lunga lista di conflitti e guerre per procura che il mondo ha sopportato e che hanno preso la vita di milioni di persone. Corea, Vietnam, Iran-Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, India-Pakistan, Repubblica Democratica del Congo e molti altri conflitti sono stati a malapena riportati dai media mainstream, forse perché erano conflitti contro l’occupazione coloniale come nel Kenya.
Un’enorme domanda deve essere posta all’ONU in merito al conflitto in Ucraina. Quando la Russia ha brutalmente e illegalmente invaso l’Ucraina, non era quello il momento in cui l’ONU doveva inviare il suo segretario generale a Mosca per chiedere un cessate il fuoco? L’ONU è stata troppo lenta ad agire, e troppa parte del sistema interstatale ha spinto all’escalation, non al negoziato.
La richiesta di istituzioni internazionali più efficaci e proattive per sostenere la pace è stata fatta con forza nell’aprile 2022 a Madrid in una conferenza ospitata dal partito spagnolo di sinistra Podemos, a seguito di un dialogo avviato dall’organizzazione di attivisti di sinistra Progressive International. Ognuno dei 17 oratori ha condannato la guerra e l’occupazione e ha chiesto un cessate il fuoco e un futuro di pace per i popoli di Ucraina e Russia.
I partecipanti conoscevano i pericoli dell’escalation di questo conflitto e le ulteriori guerre calde e la violenza che una nuova guerra fredda porterebbe. Ci sono 1.800 testate nucleari nel mondo innescate e pronte all’uso. Un’arma “tattica” ucciderebbe centinaia di migliaia di persone; una bomba nucleare ne ucciderebbe milioni. Non può essere contenuta, né si possono limitare i suoi effetti.
A giugno, Vienna ospiterà una grande serie di eventi per la pace intorno al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Questo trattato, sostenuto dall’Assemblea Generale dell’ONU e osteggiato dagli stati dichiaratamente dotati di armi nucleari, fornisce la migliore speranza e opportunità per un futuro senza armi nucleari. L’opportunità dovrebbe essere colta con entrambe le mani.
Alcuni dicono che discutere di pace in un periodo di guerra è un segno di debolezza; è vero il contrario. È il coraggio dei manifestanti pacifisti di tutto il mondo che ha impedito ad alcuni governi di essere coinvolti in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen o in una qualsiasi delle decine di altri conflitti in corso.
La pace non è solo l’assenza di guerra, è la vera sicurezza. La sicurezza di sapere che potrai mangiare, che i tuoi figli saranno istruiti e curati e che ci sarà un servizio sanitario quando ne avrai bisogno. Per milioni di persone, questa non è una realtà ora; le conseguenze della guerra in Ucraina la porteranno via ad altri milioni di persone.
Nel frattempo, molti paesi stanno aumentando la spesa per le armi e investono risorse in armi sempre più pericolose. Gli Stati Uniti hanno appena approvato il loro più grande budget per la difesa di sempre. Queste risorse utilizzate per le armi sono tutte risorse non utilizzate per la salute, l’istruzione, la casa o la protezione dell’ambiente.
Questo è un momento pericoloso e periglioso. Guardare l’orrore e poi prepararsi per altri conflitti in futuro non garantirà che la crisi climatica, la crisi della povertà o dell’approvvigionamento alimentare vengano affrontati. Sta a tutti noi costruire e sostenere movimenti che possano tracciare un altro percorso per la pace, la sicurezza e la giustizia per tutti.
Fonte
Con le granate russe che piovono sulle città ucraine, un difficile cessate il fuoco nello Yemen, l’attacco ai palestinesi in preghiera a Gerusalemme e molti altri conflitti in tutto il mondo, potrebbe sembrare ad alcuni inappropriato parlare di pace.
Quando una guerra è in corso, però, è assolutamente il momento di parlare di pace. Come possiamo altrimenti evitare ulteriori perdite di vite umane o altri milioni di persone costrette a rifugiarsi in qualche altra parte del mondo?
È positivo che finalmente le Nazioni Unite abbiano preso un’iniziativa con la gradita richiesta del segretario generale António Guterres di incontri faccia a faccia con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy.
Ci deve essere un immediato cessate il fuoco in Ucraina seguito da un ritiro delle truppe russe e da un accordo tra Russia e Ucraina sui futuri accordi di sicurezza.
Tutte le guerre finiscono con un negoziato di qualche tipo, quindi perché non ora?
Tutti sanno che questo è ciò che accadrà ad un certo punto. Non c’è motivo di ritardarlo per bombardamenti e uccisioni, più rifugiati, più morti e più famiglie in lutto in Ucraina e in Russia. Ma invece di sollecitare la pace, la maggior parte delle nazioni europee ha colto l’occasione per aumentare le forniture di armi, alimentare la macchina da guerra e aumentare i prezzi delle azioni dei produttori di armi.
È anche il momento di parlare della nostra umanità, o della sua mancanza, alle persone in profonda sofferenza a causa di un conflitto armato, dell’abuso dei loro diritti o della miseria che molti affrontano come risultato del sistema economico globale.
Quasi il 10% della popolazione ucraina è ora in esilio, soffrendo traumi, perdite e paura. La maggior parte dei paesi in Europa è stata di supporto ai rifugiati ucraini. Anche il governo britannico finge di esserlo, ma poi intrappola gli ucraini nella burocrazia deliberatamente labirintica e da incubo dell’Home Office per scoraggiarli. Invece, i rifugiati ucraini dovrebbero essere sostenuti e resi benvenuti.
Questo è ciò che il popolo britannico vuole in generale; l’enorme generosità della gente comune sta mostrando il meglio della nostra umanità.
Tuttavia, nel trattamento dei rifugiati disperati dalle guerre in cui la Gran Bretagna ha una responsabilità diretta, come l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e lo Yemen, la storia è dolorosamente diversa.
Se qualcuno è così disperato da rischiare tutto per tentare di attraversare la Manica in un pericoloso e fragile gommone, merita simpatia e sostegno. Invece, il piano del Ministero degli Interni è di portarli in Ruanda.
Se crediamo nell’umanità e nei diritti dei rifugiati, allora dovrebbero essere trattati tutti allo stesso modo e decentemente, permettendo loro di dare il proprio contributo alla nostra società, non criminalizzati e incarcerati. Se il partito conservatore la fa franca con questo outsourcing, altri paesi europei faranno lo stesso. Il governo danese ha già parlato calorosamente della crudele e inattuabile proposta britannica.
Gli effetti di questa guerra sulla politica e le speranze della nostra società saranno enormi, non ultimo per le istituzioni mondiali. Le Nazioni Unite sono state create dopo la seconda guerra mondiale per “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”.
Da allora, possiamo snocciolare una lunga lista di conflitti e guerre per procura che il mondo ha sopportato e che hanno preso la vita di milioni di persone. Corea, Vietnam, Iran-Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, India-Pakistan, Repubblica Democratica del Congo e molti altri conflitti sono stati a malapena riportati dai media mainstream, forse perché erano conflitti contro l’occupazione coloniale come nel Kenya.
Un’enorme domanda deve essere posta all’ONU in merito al conflitto in Ucraina. Quando la Russia ha brutalmente e illegalmente invaso l’Ucraina, non era quello il momento in cui l’ONU doveva inviare il suo segretario generale a Mosca per chiedere un cessate il fuoco? L’ONU è stata troppo lenta ad agire, e troppa parte del sistema interstatale ha spinto all’escalation, non al negoziato.
La richiesta di istituzioni internazionali più efficaci e proattive per sostenere la pace è stata fatta con forza nell’aprile 2022 a Madrid in una conferenza ospitata dal partito spagnolo di sinistra Podemos, a seguito di un dialogo avviato dall’organizzazione di attivisti di sinistra Progressive International. Ognuno dei 17 oratori ha condannato la guerra e l’occupazione e ha chiesto un cessate il fuoco e un futuro di pace per i popoli di Ucraina e Russia.
I partecipanti conoscevano i pericoli dell’escalation di questo conflitto e le ulteriori guerre calde e la violenza che una nuova guerra fredda porterebbe. Ci sono 1.800 testate nucleari nel mondo innescate e pronte all’uso. Un’arma “tattica” ucciderebbe centinaia di migliaia di persone; una bomba nucleare ne ucciderebbe milioni. Non può essere contenuta, né si possono limitare i suoi effetti.
A giugno, Vienna ospiterà una grande serie di eventi per la pace intorno al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Questo trattato, sostenuto dall’Assemblea Generale dell’ONU e osteggiato dagli stati dichiaratamente dotati di armi nucleari, fornisce la migliore speranza e opportunità per un futuro senza armi nucleari. L’opportunità dovrebbe essere colta con entrambe le mani.
Alcuni dicono che discutere di pace in un periodo di guerra è un segno di debolezza; è vero il contrario. È il coraggio dei manifestanti pacifisti di tutto il mondo che ha impedito ad alcuni governi di essere coinvolti in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen o in una qualsiasi delle decine di altri conflitti in corso.
La pace non è solo l’assenza di guerra, è la vera sicurezza. La sicurezza di sapere che potrai mangiare, che i tuoi figli saranno istruiti e curati e che ci sarà un servizio sanitario quando ne avrai bisogno. Per milioni di persone, questa non è una realtà ora; le conseguenze della guerra in Ucraina la porteranno via ad altri milioni di persone.
Nel frattempo, molti paesi stanno aumentando la spesa per le armi e investono risorse in armi sempre più pericolose. Gli Stati Uniti hanno appena approvato il loro più grande budget per la difesa di sempre. Queste risorse utilizzate per le armi sono tutte risorse non utilizzate per la salute, l’istruzione, la casa o la protezione dell’ambiente.
Questo è un momento pericoloso e periglioso. Guardare l’orrore e poi prepararsi per altri conflitti in futuro non garantirà che la crisi climatica, la crisi della povertà o dell’approvvigionamento alimentare vengano affrontati. Sta a tutti noi costruire e sostenere movimenti che possano tracciare un altro percorso per la pace, la sicurezza e la giustizia per tutti.
Fonte
17/03/2022
La patetica accoglienza dei profughi e lo sfruttamento del lavoro
Tutti ricordiamo le immagini dei profughi afgani, uomini, donne, bambini, anziani, trasferiti con i voli speciali e approdati in Italia. L’Italia, pochi mesi fa si preparava ad accogliere 1200 profughi: ”vi accoglieremo e faremo di tutto per aiutarvi” questo il refrain nell’autunno del 2021.
I profughi sono arrivati e finiti nel calderone dell’accoglienza italiana: lunghe attese per il riconoscimento dello status, 75 euro al mese di pocket money, soluzioni abitative non proprio confortevoli, corsi di lingua italiana e poco altro.
Queste persone in fuga sono finite, in Italia, nel limbo dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Parlo con un mio amico afgano, ci stiamo salutando, dopo sei mesi il sistema di accoglienza ha deciso di trasferire lui ed altri afgani dal Sud al Centro-Nord, eppure queste persone in sei mesi avevano costruito le loro reti, si erano ambientate, avevano delle relazioni, pensavano di restare, e invece no, ora – mi spiegava – "si dice che bisogna svuotare le strutture di accoglienza perché stanno arrivando altri profughi dall’Ucraina".
Questo sta avvenendo non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei. In Germania, a Berlino ad esempio, per liberare posti nel sistema d’accoglienza nazionale, si spostano i profughi afgani, tra cui bambini che intanto stavano frequentando la scuola, in comuni periferici.
Anche in questo caso, alla luce delle partenze forzate causate dalla guerra in corso, non sono mancate le dichiarazioni di rito e quelle che suonano come false promesse: accoglienza, inserimento, protezione per i profughi ucraini.
Welcome but not willing, questo è in sintesi il commento di chi si è ritrovato nella macchina dell’accoglienza; prima si costruisce un immaginario ”positivo” diffondendo immagini rassicuranti – gli arrivi, i primi ristori, i bimbi accolti nelle scuole, etc – poi, finito il clamore, anche nel caso dei profughi ucraini, donne e bambini, in particolare, inizieranno i problemi: quelli di dover continuare la propria vita altrove, procurarsi da vivere, per un tempo che è difficile da definire al momento.
Il governo italiano, le regioni, i comuni si preparano ad accogliere, così dicono, oltre 700mila persone. In Calabria, la Regione ha stanziato 5,2 milioni per l’accoglienza dei profughi, ma la maggior parte di questi, 4 milioni, verranno spesi per riqualificare le case e le possibili strutture abitative, in piccoli paesi in via di spopolamento; quello che resta, un milione e duecentomila euro andrà, invece, alla Protezione Civile sotto la voce ”prime spese”.
C’è da chiedersi se le abitazioni saranno presto disponibili per rispondere alle esigenze dettate dall’emergenza, e se le ”prime spese” saranno adeguate alle esigenze di chi arriva.
A Milano, il sindaco Sala, ha reso noto che sono stati stanziati 900mila euro, confidando nell’aiuto di altri fondi, perché il comune è già al collasso. Intanto, il governo italiano, così come in UK, sta pensando di stanziare altre risorse per l’accoglienza e fondi per le famiglie che accolgono i profughi.
Prima dell’esodo, in Italia, le statistiche ufficiali (Istat) 2021, registravano 235.953 persone ucraine, nella maggior parte donne (77,9). Le presenze si concentrano prevalentemente in 5 regioni italiane: in Lombardia 54.754 persone, in Emilia Romagna 33.164, Campania 41.075 mila, nel Lazio 24.149, in Piemonte 10.383.
L’inserimento nel mercato del lavoro – dati Istat 2021 – riguardava per il 65% il settore della cura, il 15% lavorava nel turismo, il 9% nell’industria, nei trasporti il 9%, e solo il 2% in agricoltura.
Una parte delle persone in fuga, quelle più ”fortunate”, hanno in Italia amici e parenti, ma gli altri? Per il momento gli imprenditori del turismo, hanno fiutato l’opportunità di sostituire una parte dei lavoratori italiani, oramai stanchi di subire lo sfruttamento, i bassi salari del lavoro stagionale, le 10 e più ore di lavoro giornaliero, con quelli ucraini, ”sparando” la disponibilità ad accogliere e dare lavoro a ben 10.000 ucraini, per il lavoro stagionale della prossima estate.
La stessa proposta è stata fatta in Grecia, per la stagione estiva, dagli imprenditori turistici.
È così che per le persone in fuga, questa finta beneficenza coprirà la quota mancante della forza lavoro autoctona, migrata nella fase pandemica verso altri settori, ed aumenterà lo sfruttamento per lavori dequalificati e sottopagati. L’esercito industriale di riserva è sempre utile. Profughi spediti come pacchi postali da una regione all’altra.
Welcome but not willing, solo sfruttati.
Fonte
I profughi sono arrivati e finiti nel calderone dell’accoglienza italiana: lunghe attese per il riconoscimento dello status, 75 euro al mese di pocket money, soluzioni abitative non proprio confortevoli, corsi di lingua italiana e poco altro.
Queste persone in fuga sono finite, in Italia, nel limbo dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Parlo con un mio amico afgano, ci stiamo salutando, dopo sei mesi il sistema di accoglienza ha deciso di trasferire lui ed altri afgani dal Sud al Centro-Nord, eppure queste persone in sei mesi avevano costruito le loro reti, si erano ambientate, avevano delle relazioni, pensavano di restare, e invece no, ora – mi spiegava – "si dice che bisogna svuotare le strutture di accoglienza perché stanno arrivando altri profughi dall’Ucraina".
Questo sta avvenendo non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei. In Germania, a Berlino ad esempio, per liberare posti nel sistema d’accoglienza nazionale, si spostano i profughi afgani, tra cui bambini che intanto stavano frequentando la scuola, in comuni periferici.
Anche in questo caso, alla luce delle partenze forzate causate dalla guerra in corso, non sono mancate le dichiarazioni di rito e quelle che suonano come false promesse: accoglienza, inserimento, protezione per i profughi ucraini.
Welcome but not willing, questo è in sintesi il commento di chi si è ritrovato nella macchina dell’accoglienza; prima si costruisce un immaginario ”positivo” diffondendo immagini rassicuranti – gli arrivi, i primi ristori, i bimbi accolti nelle scuole, etc – poi, finito il clamore, anche nel caso dei profughi ucraini, donne e bambini, in particolare, inizieranno i problemi: quelli di dover continuare la propria vita altrove, procurarsi da vivere, per un tempo che è difficile da definire al momento.
Il governo italiano, le regioni, i comuni si preparano ad accogliere, così dicono, oltre 700mila persone. In Calabria, la Regione ha stanziato 5,2 milioni per l’accoglienza dei profughi, ma la maggior parte di questi, 4 milioni, verranno spesi per riqualificare le case e le possibili strutture abitative, in piccoli paesi in via di spopolamento; quello che resta, un milione e duecentomila euro andrà, invece, alla Protezione Civile sotto la voce ”prime spese”.
C’è da chiedersi se le abitazioni saranno presto disponibili per rispondere alle esigenze dettate dall’emergenza, e se le ”prime spese” saranno adeguate alle esigenze di chi arriva.
A Milano, il sindaco Sala, ha reso noto che sono stati stanziati 900mila euro, confidando nell’aiuto di altri fondi, perché il comune è già al collasso. Intanto, il governo italiano, così come in UK, sta pensando di stanziare altre risorse per l’accoglienza e fondi per le famiglie che accolgono i profughi.
Prima dell’esodo, in Italia, le statistiche ufficiali (Istat) 2021, registravano 235.953 persone ucraine, nella maggior parte donne (77,9). Le presenze si concentrano prevalentemente in 5 regioni italiane: in Lombardia 54.754 persone, in Emilia Romagna 33.164, Campania 41.075 mila, nel Lazio 24.149, in Piemonte 10.383.
L’inserimento nel mercato del lavoro – dati Istat 2021 – riguardava per il 65% il settore della cura, il 15% lavorava nel turismo, il 9% nell’industria, nei trasporti il 9%, e solo il 2% in agricoltura.
Una parte delle persone in fuga, quelle più ”fortunate”, hanno in Italia amici e parenti, ma gli altri? Per il momento gli imprenditori del turismo, hanno fiutato l’opportunità di sostituire una parte dei lavoratori italiani, oramai stanchi di subire lo sfruttamento, i bassi salari del lavoro stagionale, le 10 e più ore di lavoro giornaliero, con quelli ucraini, ”sparando” la disponibilità ad accogliere e dare lavoro a ben 10.000 ucraini, per il lavoro stagionale della prossima estate.
La stessa proposta è stata fatta in Grecia, per la stagione estiva, dagli imprenditori turistici.
È così che per le persone in fuga, questa finta beneficenza coprirà la quota mancante della forza lavoro autoctona, migrata nella fase pandemica verso altri settori, ed aumenterà lo sfruttamento per lavori dequalificati e sottopagati. L’esercito industriale di riserva è sempre utile. Profughi spediti come pacchi postali da una regione all’altra.
Welcome but not willing, solo sfruttati.
Fonte
06/03/2022
Ucraina, accoglienza e ipocrisia
Un’ondata di generosità e uno spirito di accoglienza senza precedenti negli ultimi anni stanno attraversando in questi giorni l’Unione Europea in concomitanza con l’avanzata delle operazioni militari russe e il moltiplicarsi dei profughi ucraini diretti verso Occidente. Sono in particolare i paesi dell’Europa dell’est a mostrare un’incredibile inversione di rotta delle loro politiche migratorie che, fino a letteralmente poche settimane fa davanti evidentemente a un’altra categoria di disperati, consistevano principalmente in respingimenti, espulsioni e costruzione di barriere invalicabili.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, già più di 800 mila civili ucraini avrebbero lasciato il loro paese e, in totale, le stime parlano di circa 4 milioni di persone che cercheranno di mettersi in salvo per sfuggire alla guerra. Il conflitto in Ucraina non è certamente l’unico né, soprattutto, il più cruento tra quelli degli ultimi vent’anni né tra quelli attualmente in corso nel pianeta. Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen e altre situazioni di crisi hanno com’è noto prodotto centinaia di migliaia o milioni di profughi, dopo che, in varia misura, questi paesi sono stati devastati dalle iniziative “democratiche” occidentali.
La guerra nel paese dell’ex Unione Sovietica sembra però avere un carattere tutto particolare, tanto da avere sollecitato gli istinti più caritatevoli dei burocrati di Bruxelles e dei governi, spesso guidati da politici ultra-reazionari, dei membri UE dell’Europea orientale. Anni di politiche criminali, responsabili della morte di un numero enorme di profughi e migranti, hanno così lasciato ora improvvisamente spazio all’accoglienza a “braccia aperte”, come hanno fatto sapere da Bruxelles.
A determinare il voltafaccia europeo non è tanto l’aspetto fisico dei civili ucraini, anche se la preferenza per profughi biondi e con gli occhi azzurri è stata espressa talvolta apertamente nei giorni scorsi da più di un corrispondente dei media ufficiali. Kelly Cobiella di NBC News, ad esempio, ha spiegato senza fare una piega in diretta TV che “questi non sono i rifugiati siriani”, bensì “ucraini, cristiani, bianchi e simili a noi”. Se il razzismo più o meno latente è di certo un elemento, sono chiaramente le implicazioni politiche e strategiche a determinare le differenti politiche migratorie a cui si sta vergognosamente assistendo grazie agli altrettanto vergognosi politici europei.
Se siamo noi a causare le guerre e a distruggere interi paesi e società, preferibilmente musulmani, i civili che ne subiscono le conseguenze fanno meglio a restare dove sono. La propaganda mediatica aiuta poi a offuscare le ragioni dei movimenti migratori che ne scaturiscono in modo inevitabile e, ancor più, delle guerre stesse. Se il conflitto è provocato invece da un dittatore, o presunto tale, che noi avversiamo o, meglio, che i nostri padroni di Washington non gradiscono, allora siamo immediatamente nell’ambito dei crimini di guerra e le vittime innocenti, ovvero i civili che fuggono dalle bombe, diventano un onere di cui l’Europa deve farsi carico senza indugiare un solo secondo.
Che i civili ucraini stiano soffrendo della situazione nel loro paese come tutti i profughi di guerre e scontri armati nel mondo e che, come tali, debbano essere assistiti è fuori discussione, anche se le maggiori responsabilità della crisi sono da ricercare a Kiev e ancora di più nelle cancellerie occidentali. Che però l’ospitalità e l’altruismo di quanti fino a pochissimo tempo fa avrebbero volentieri lasciato annegare o sparato a vista ai migranti africani e mediorientali siano ora autentici o disinteressati è un’assurdità totale e neanche la rodatissima propaganda mediatica occidentale può riuscire a far passare come tali.
Le semplici differenze legate ai numeri dell’accoglienza e alla natura delle misure messe in atto da parte dei singoli governi aiutano a comprendere il carattere strumentale dell’ostentata generosità che sta investendo l’Europa. Nella giornata di martedì, ben 830 mila ucraini avevano già lasciato il paese per essere ospitati in particolare da Moldavia, Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria. La Polonia accoglie per ora la fetta più grande di profughi, oltre 450 mila, e secondo le autorità di Varsavia circa 50 mila persone arrivano nel paese ogni singolo giorno.
Un articolo apparso sul sito della BBC spiega come il governo ultranazionalista polacco abbia anche predisposto un treno speciale per il trasporto dei feriti ucraini e stilato una lista di ben 1.230 ospedali dove saranno tempestivamente inviati per le cure del caso. La Polonia, peraltro, aveva già mostrato una predisposizione all’accoglienza molto selettiva, visto che, a fronte delle porte chiuse in faccia ai rifugiati asiatici e africani, ha dato il benvenuto a oltre un milione di ucraini a partire dal colpo di stato andato in scena a Kiev nel 2014.
Un altro paese che ha trattato finora il fenomeno migratorio con toni spesso apertamente xenofobi è l’Ungheria del premier Orban, dove secondo l’ONU sono già arrivati più di 116 mila rifugiati dall’Ucraina. Seguono poi la Moldavia con 79 mila, la Slovacchia con 67 mila, la Romania con oltre 45 mila e, infine, altri paesi europei per un totale di quasi 70 mila.
Anche le norme burocratiche, spesso usate come alibi per respingere i richiedenti asilo, sono state in questi giorni soppresse. I cittadini ucraini in fuga dalle bombe di Putin non dovranno infatti presentare nessun documento per ricevere accoglienza, anche se per ottenere lo status di rifugiati sarà richiesta prova della cittadinanza ucraina o un permesso valido di residenza in questo paese. Nei centri di accoglienza, inoltre, i cittadini ucraini potranno rimanere per tutto il tempo necessario, a differenza dei precedenti migranti di serie B ai quali era assicurata solo una breve permanenza.
Un altro ribaltamento delle modalità di gestione dei flussi migratori riguarda ancora l’aspetto burocratico. Mentre prima le complicazioni normative per l’ottenimento dei permessi erano studiate appositamente per ridurre gli ingressi, ora, ed è l’esempio della Repubblica Ceca, le procedure riservate agli ucraini per ricevere un visto speciale saranno magicamente semplificate. Su questa linea intende muoversi l’UE nel suo insieme. Da Bruxelles hanno fatto sapere che i cittadini ucraini beneficeranno automaticamente di permessi per risiedere e lavorare in tutti i paesi membri per un periodo di tre anni, così come verranno loro garantiti tutti i diritti previsti dal welfare dei singoli paesi.
Per quanto riguarda l’Ungheria, ancora nel 2015, anno della cosiddetta ondata di profughi diretti soprattutto dalla Siria verso l’Europa, il governo Orban aveva eretto una barriera di filo spinato lunga 150 chilometri al confine con la Serbia, al costo di 1,5 miliardi di euro. Budapest, così come quasi tutti gli altri paesi UE dell’ex blocco sovietico e ad esempio l’Austria avevano poi a lungo respinto le rispettive quote di rifugiati da ospitare, citando alternativamente problemi di integrazione e carenza di risorse.
Nell’agosto dello scorso anno, in concomitanza con l’uscita di scena americana dall’Afghanistan, Orban metteva in guardia dal possibile arrivo in massa di profughi in Europa, per poi ribadire il rifiuto ad accettare “senza limiti” i civili in fuga da quel paese. Secondo il premier di estrema destra, il suo paese non poteva infatti sopportare le conseguenze, prodotte da una nuova ondata di rifugiati, di “decisioni e operazioni geopolitiche fallimentari”. Ciò che ha fatto ora cambiare idea a Orban circa i profughi ucraini è dunque probabilmente il piano strategico, orchestrato da Washington e Bruxelles, che ha spinto deliberatamente verso il baratro la crisi russo-ucraina.
Sulla stessa linea si era mossa regolarmente anche la Polonia. Il governo di Varsavia lo scorso autunno era quasi arrivato a scatenare una guerra con la Bielorussia a causa di una disputa su un numero relativamente ridotto di migranti provenienti in gran parte dall’Afghanistan. Gruppi di disperati erano stati tenuti in condizioni disumane per settimane, con la Polonia che aveva addirittura dichiarato lo stato di emergenza per via di una inesistente minaccia migratoria.
La retorica rivoltante dell’accoglienza, del rispetto del diritto internazionale e dei valori umanitari che si ascolta in Europa in questi giorni non può in definitiva far dimenticare il comportamento di questi paesi negli ultimi anni, improntato all’illegalità e al totale disinteresse per le sofferenze di rifugiati messi in condizioni disperate dalle stesse politiche imperialiste occidentali. La disponibilità ad aprire ora le porte a centinaia di migliaia o forse milioni di civili ucraini è dunque puramente strumentale e serve solo a promuovere gli obiettivi politici e strategici anti-russi.
A ulteriore conferma di questa realtà, è sufficiente citare un ultimo esempio della brutalità con cui alcuni paesi, guarda caso ferocemente anti-russi, hanno perseguito politiche anti-migratorie in tempi recentissimi. La Lituania, cioè, lo scorso mese di settembre aveva espulso in Bielorussia cinque cittadini afgani entrati “clandestinamente” e dopo una decina di tentativi nel territorio del paese baltico, in violazione di un ordine emesso dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che aveva dichiarato illegittima la loro deportazione.
Fonte
Secondo i dati delle Nazioni Unite, già più di 800 mila civili ucraini avrebbero lasciato il loro paese e, in totale, le stime parlano di circa 4 milioni di persone che cercheranno di mettersi in salvo per sfuggire alla guerra. Il conflitto in Ucraina non è certamente l’unico né, soprattutto, il più cruento tra quelli degli ultimi vent’anni né tra quelli attualmente in corso nel pianeta. Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen e altre situazioni di crisi hanno com’è noto prodotto centinaia di migliaia o milioni di profughi, dopo che, in varia misura, questi paesi sono stati devastati dalle iniziative “democratiche” occidentali.
La guerra nel paese dell’ex Unione Sovietica sembra però avere un carattere tutto particolare, tanto da avere sollecitato gli istinti più caritatevoli dei burocrati di Bruxelles e dei governi, spesso guidati da politici ultra-reazionari, dei membri UE dell’Europea orientale. Anni di politiche criminali, responsabili della morte di un numero enorme di profughi e migranti, hanno così lasciato ora improvvisamente spazio all’accoglienza a “braccia aperte”, come hanno fatto sapere da Bruxelles.
A determinare il voltafaccia europeo non è tanto l’aspetto fisico dei civili ucraini, anche se la preferenza per profughi biondi e con gli occhi azzurri è stata espressa talvolta apertamente nei giorni scorsi da più di un corrispondente dei media ufficiali. Kelly Cobiella di NBC News, ad esempio, ha spiegato senza fare una piega in diretta TV che “questi non sono i rifugiati siriani”, bensì “ucraini, cristiani, bianchi e simili a noi”. Se il razzismo più o meno latente è di certo un elemento, sono chiaramente le implicazioni politiche e strategiche a determinare le differenti politiche migratorie a cui si sta vergognosamente assistendo grazie agli altrettanto vergognosi politici europei.
Se siamo noi a causare le guerre e a distruggere interi paesi e società, preferibilmente musulmani, i civili che ne subiscono le conseguenze fanno meglio a restare dove sono. La propaganda mediatica aiuta poi a offuscare le ragioni dei movimenti migratori che ne scaturiscono in modo inevitabile e, ancor più, delle guerre stesse. Se il conflitto è provocato invece da un dittatore, o presunto tale, che noi avversiamo o, meglio, che i nostri padroni di Washington non gradiscono, allora siamo immediatamente nell’ambito dei crimini di guerra e le vittime innocenti, ovvero i civili che fuggono dalle bombe, diventano un onere di cui l’Europa deve farsi carico senza indugiare un solo secondo.
Che i civili ucraini stiano soffrendo della situazione nel loro paese come tutti i profughi di guerre e scontri armati nel mondo e che, come tali, debbano essere assistiti è fuori discussione, anche se le maggiori responsabilità della crisi sono da ricercare a Kiev e ancora di più nelle cancellerie occidentali. Che però l’ospitalità e l’altruismo di quanti fino a pochissimo tempo fa avrebbero volentieri lasciato annegare o sparato a vista ai migranti africani e mediorientali siano ora autentici o disinteressati è un’assurdità totale e neanche la rodatissima propaganda mediatica occidentale può riuscire a far passare come tali.
Le semplici differenze legate ai numeri dell’accoglienza e alla natura delle misure messe in atto da parte dei singoli governi aiutano a comprendere il carattere strumentale dell’ostentata generosità che sta investendo l’Europa. Nella giornata di martedì, ben 830 mila ucraini avevano già lasciato il paese per essere ospitati in particolare da Moldavia, Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria. La Polonia accoglie per ora la fetta più grande di profughi, oltre 450 mila, e secondo le autorità di Varsavia circa 50 mila persone arrivano nel paese ogni singolo giorno.
Un articolo apparso sul sito della BBC spiega come il governo ultranazionalista polacco abbia anche predisposto un treno speciale per il trasporto dei feriti ucraini e stilato una lista di ben 1.230 ospedali dove saranno tempestivamente inviati per le cure del caso. La Polonia, peraltro, aveva già mostrato una predisposizione all’accoglienza molto selettiva, visto che, a fronte delle porte chiuse in faccia ai rifugiati asiatici e africani, ha dato il benvenuto a oltre un milione di ucraini a partire dal colpo di stato andato in scena a Kiev nel 2014.
Un altro paese che ha trattato finora il fenomeno migratorio con toni spesso apertamente xenofobi è l’Ungheria del premier Orban, dove secondo l’ONU sono già arrivati più di 116 mila rifugiati dall’Ucraina. Seguono poi la Moldavia con 79 mila, la Slovacchia con 67 mila, la Romania con oltre 45 mila e, infine, altri paesi europei per un totale di quasi 70 mila.
Anche le norme burocratiche, spesso usate come alibi per respingere i richiedenti asilo, sono state in questi giorni soppresse. I cittadini ucraini in fuga dalle bombe di Putin non dovranno infatti presentare nessun documento per ricevere accoglienza, anche se per ottenere lo status di rifugiati sarà richiesta prova della cittadinanza ucraina o un permesso valido di residenza in questo paese. Nei centri di accoglienza, inoltre, i cittadini ucraini potranno rimanere per tutto il tempo necessario, a differenza dei precedenti migranti di serie B ai quali era assicurata solo una breve permanenza.
Un altro ribaltamento delle modalità di gestione dei flussi migratori riguarda ancora l’aspetto burocratico. Mentre prima le complicazioni normative per l’ottenimento dei permessi erano studiate appositamente per ridurre gli ingressi, ora, ed è l’esempio della Repubblica Ceca, le procedure riservate agli ucraini per ricevere un visto speciale saranno magicamente semplificate. Su questa linea intende muoversi l’UE nel suo insieme. Da Bruxelles hanno fatto sapere che i cittadini ucraini beneficeranno automaticamente di permessi per risiedere e lavorare in tutti i paesi membri per un periodo di tre anni, così come verranno loro garantiti tutti i diritti previsti dal welfare dei singoli paesi.
Per quanto riguarda l’Ungheria, ancora nel 2015, anno della cosiddetta ondata di profughi diretti soprattutto dalla Siria verso l’Europa, il governo Orban aveva eretto una barriera di filo spinato lunga 150 chilometri al confine con la Serbia, al costo di 1,5 miliardi di euro. Budapest, così come quasi tutti gli altri paesi UE dell’ex blocco sovietico e ad esempio l’Austria avevano poi a lungo respinto le rispettive quote di rifugiati da ospitare, citando alternativamente problemi di integrazione e carenza di risorse.
Nell’agosto dello scorso anno, in concomitanza con l’uscita di scena americana dall’Afghanistan, Orban metteva in guardia dal possibile arrivo in massa di profughi in Europa, per poi ribadire il rifiuto ad accettare “senza limiti” i civili in fuga da quel paese. Secondo il premier di estrema destra, il suo paese non poteva infatti sopportare le conseguenze, prodotte da una nuova ondata di rifugiati, di “decisioni e operazioni geopolitiche fallimentari”. Ciò che ha fatto ora cambiare idea a Orban circa i profughi ucraini è dunque probabilmente il piano strategico, orchestrato da Washington e Bruxelles, che ha spinto deliberatamente verso il baratro la crisi russo-ucraina.
Sulla stessa linea si era mossa regolarmente anche la Polonia. Il governo di Varsavia lo scorso autunno era quasi arrivato a scatenare una guerra con la Bielorussia a causa di una disputa su un numero relativamente ridotto di migranti provenienti in gran parte dall’Afghanistan. Gruppi di disperati erano stati tenuti in condizioni disumane per settimane, con la Polonia che aveva addirittura dichiarato lo stato di emergenza per via di una inesistente minaccia migratoria.
La retorica rivoltante dell’accoglienza, del rispetto del diritto internazionale e dei valori umanitari che si ascolta in Europa in questi giorni non può in definitiva far dimenticare il comportamento di questi paesi negli ultimi anni, improntato all’illegalità e al totale disinteresse per le sofferenze di rifugiati messi in condizioni disperate dalle stesse politiche imperialiste occidentali. La disponibilità ad aprire ora le porte a centinaia di migliaia o forse milioni di civili ucraini è dunque puramente strumentale e serve solo a promuovere gli obiettivi politici e strategici anti-russi.
A ulteriore conferma di questa realtà, è sufficiente citare un ultimo esempio della brutalità con cui alcuni paesi, guarda caso ferocemente anti-russi, hanno perseguito politiche anti-migratorie in tempi recentissimi. La Lituania, cioè, lo scorso mese di settembre aveva espulso in Bielorussia cinque cittadini afgani entrati “clandestinamente” e dopo una decina di tentativi nel territorio del paese baltico, in violazione di un ordine emesso dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che aveva dichiarato illegittima la loro deportazione.
Fonte
22/08/2021
Afghanistan - Migliaia di contractors tra i “profughi” da evacuare
La notizia viene sistematicamente occultata dai mass media e dal dibattito pubblico, impegnati a costruire una emergenza umanitaria per confondere le acque sul fallimento politico in Afghanistan di Usa e alleati Nato (tra cui l’Italia). Qualcosa si può intuire dalla disarmante dichiarazione di Biden quando afferma di non sapere esattamente quanti statunitensi ci siano ancora nel paese.
In Afghanistan tra le persone da evacuare, anche con una certa urgenza, ci sono infatti più di 16mila contractors, definizione “gentile” per indicare i mercenari al soldo di società private che affiancano l’esercito Usa. Il loro numero sul campo da tempo aveva superato quello delle truppe Usa e Nato presenti nel paese.
Il picco era stato raggiunto nel marzo 2012 con 127.277 contractors. Questa estate ne erano rimasti dispiegati ancora 16.832. Di questi 6.147 sono statunitensi, 6.399 di altri paesi e 4.286 afghani. Di “sicurezza”, ufficialmente, si occupano in 2.856, di cui 1.520 armati.
Nell’aprile 2020 – a poco più di un mese dall’accordo Usa con i talebani a Doha– si era già verificata una riduzione del 39,10% anche dei contractors privati. Il loro numero in Afghanistan raggiungeva, infatti i 27.641 uomini. Mentre i soldati regolari Usa erano scesi a 3.500. Ma con Trump, molti compiti operativi sul campo erano stati affidati ai contractors piuttosto che ai militari regolari.
Oltre ai 16.832 mercenari censiti ufficialmente, ce ne sono poi un migliaio impegnati in “missioni riservate” per conto della Cia e di altre agenzie governative statunitensi. Ma il rapporto era dunque di quasi sei contractors privati per ogni soldato regolare.
In questi anni i contractors hanno avuto il compito di garantire la sicurezza degli obiettivi sensibili degli apparati e degli eserciti occupanti. E sono stati spesso colpiti dalle azioni militari dei Talebani.
In molti casi hanno preso parte a “operazioni coperte”, i cui eventuali esiti negativi era preferibile venissero accollati ai contractors privati piuttosto che registrati come risultati delle truppe regolari dei vari Stati impegnati nell’occupazione.
E sono soprattutto questi personaggi che il “ponte aereo umanitario” sta cercando di portare via dall’Afghanistan. Certo, le immagini televisive sui grandi circuiti mainstream fanno vedere solo donne e bambini, ma se le telecamere fossero più indipendenti individuerebbero anche figure dall’aria assai più truce e con una fretta di lasciare l’Afghanistan ancora più grande.
Fonte
In Afghanistan tra le persone da evacuare, anche con una certa urgenza, ci sono infatti più di 16mila contractors, definizione “gentile” per indicare i mercenari al soldo di società private che affiancano l’esercito Usa. Il loro numero sul campo da tempo aveva superato quello delle truppe Usa e Nato presenti nel paese.
Il picco era stato raggiunto nel marzo 2012 con 127.277 contractors. Questa estate ne erano rimasti dispiegati ancora 16.832. Di questi 6.147 sono statunitensi, 6.399 di altri paesi e 4.286 afghani. Di “sicurezza”, ufficialmente, si occupano in 2.856, di cui 1.520 armati.
Nell’aprile 2020 – a poco più di un mese dall’accordo Usa con i talebani a Doha– si era già verificata una riduzione del 39,10% anche dei contractors privati. Il loro numero in Afghanistan raggiungeva, infatti i 27.641 uomini. Mentre i soldati regolari Usa erano scesi a 3.500. Ma con Trump, molti compiti operativi sul campo erano stati affidati ai contractors piuttosto che ai militari regolari.
Oltre ai 16.832 mercenari censiti ufficialmente, ce ne sono poi un migliaio impegnati in “missioni riservate” per conto della Cia e di altre agenzie governative statunitensi. Ma il rapporto era dunque di quasi sei contractors privati per ogni soldato regolare.
In questi anni i contractors hanno avuto il compito di garantire la sicurezza degli obiettivi sensibili degli apparati e degli eserciti occupanti. E sono stati spesso colpiti dalle azioni militari dei Talebani.
In molti casi hanno preso parte a “operazioni coperte”, i cui eventuali esiti negativi era preferibile venissero accollati ai contractors privati piuttosto che registrati come risultati delle truppe regolari dei vari Stati impegnati nell’occupazione.
E sono soprattutto questi personaggi che il “ponte aereo umanitario” sta cercando di portare via dall’Afghanistan. Certo, le immagini televisive sui grandi circuiti mainstream fanno vedere solo donne e bambini, ma se le telecamere fossero più indipendenti individuerebbero anche figure dall’aria assai più truce e con una fretta di lasciare l’Afghanistan ancora più grande.
Fonte
11/09/2020
USA, il prezzo della guerra
Sul fatto che gli Stati Uniti e la loro politica estera rappresentino la forza più distruttiva del pianeta negli ultimi due decenni ci sono pochissimi dubbi. I numeri della devastazione esportata in decine di paesi sono tuttavia rimasti finora in larga misura sconosciuti o indefiniti, giocando sostanzialmente a favore dei difensori dell’imperialismo americano. Una scrupolosa ricerca condotta da un progetto di una università USA ha ora invece delineato in termini concreti lo sconvolgente bilancio – sia pure provvisorio e sottostimato – delle campagne belliche intraprese da Washington dopo l’11 settembre 2001. I risultati confermano come la promozione degli interessi a stelle a strisce abbia prodotto un livello di distruzione quasi senza precedenti nell’ultimo secolo.
Lo studio è firmato dalla Brown University e si concentra soprattutto sugli otto conflitti più violenti scatenati o a cui hanno partecipato gli Stati Uniti dal 2001: Afghanistan, Filippine, Iraq, Libia, Pakistan, Siria, Somalia e Yemen. Il dato indagato più a fondo dai ricercatori è quello del numero di profughi e richiedenti asilo che hanno creato queste guerre, la cui responsabilità è interamente o in grandissima parte da attribuire ai governi americani. Il totale stimato è di 8 milioni di persone costrette a fuggire all’estero e addirittura di 29 milioni di profughi interni.
Questo numero (37 milioni), già di per sé sconcertante, è come anticipato in precedenza da considerarsi di natura conservativa. Gli stessi autori della ricerca spiegano infatti che l’accuratezza dei calcoli su vittime e profughi nelle zone di guerra è tradizionalmente inadeguata. I numeri potrebbero perciò essere superiori anche di 1,5 o 2 volte quelli proposti.
Inoltre, lo studio considera, per quanto riguarda la Siria, il periodo successivo all’intervento diretto degli Stati Uniti nel 2014, ufficialmente per combattere lo Stato Islamico (ISIS). Se si includono al contrario anche gli anni dal 2011, cioè dall’inizio di un conflitto alimentato in primo luogo proprio da Washington tramite l’appoggio a gruppi armati islamici fondamentalisti, il totale dei rifugiati per tutte e otto le guerre dal 2001 a oggi potrebbe risultare in una cifra che va dai 48 ai 59 milioni.
Questo numero è paragonabile a quello relativo alla Seconda Guerra Mondiale, quando le persone costrette a lasciare i luoghi in cui vivevano sono valutate dagli storici tra i 30 e i 64 milioni. Comunque si considerino i dati, le guerre che nel nuovo secolo portano il marchio americano hanno già di gran lunga provocato maggiori sofferenze e danni materiali di alcuni dei conflitti più sanguinosi del 20esimo secolo, a molti dei quali gli USA presero parte. Nella Prima Guerra Mondiale, ad esempio, i profughi furono circa 10 milioni, nella guerra che segnò la separazione tra India e Pakistan 14 milioni, in Vietnam 13 milioni.
Per mettere in prospettiva questi numeri, la stima più prudente sui rifugiati – 37 milioni – corrisponde grosso modo all’intera popolazione del Canada. Le guerre USA sono poi responsabili del raddoppio del numero dei rifugiati avvenuto su scala globale tra il 2010 e il 2019 (da 41 a 79,5 milioni). Singolarmente, nessun dipartimento o agenzia governativa americana ha tenuto il conto dei danni provocati in questo ambito. I ricercatori hanno perciò dovuto appoggiarsi alle informazioni messe a disposizione da organizzazioni internazionali, come l’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR).
Quelle che dunque per la retorica di Washington sono state iniziative belliche necessarie alla promozione della democrazia, alla difesa della “sicurezza nazionale” o alla sconfitta del cancro del terrorismo, per le popolazioni coinvolte hanno significato “bombardamenti aerei, fuoco di artiglieria, irruzioni armate nelle proprie abitazioni, incursioni con droni, battaglie armate, stupri”. Ma anche “distruzione di case, interi quartieri, ospedali, scuole, posti di lavoro, fonti di cibo e acqua”, nonché fuga da “minacce di morte e pulizia etnica su larga scala”. Questi sono, in sostanza e in aggiunta a un numero altrettanto vertiginoso di morti, gli effetti delle operazioni belliche attuate dagli Stati Uniti per la difesa degli interessi strategici ed economici planetari della loro classe dirigente.
A questo bilancio va aggiunto anche quello derivante dalle attività di governi, eserciti, organizzazioni armate e milizie varie – da al-Qaeda ai Talebani fino all’ISIS – dei paesi coinvolti nei conflitti che, tuttavia, sono da considerare una conseguenza delle iniziative americane. Gli autori dello studio avvertono inoltre che gli stessi effetti sono stati causati in misura quantitativamente minore anche in un’altra ventina di paesi, dove gli Stati Uniti hanno operato e continuano a operare con militari sul campo, droni, programmi di addestramento, sorveglianza e vendita di armi, tra cui Kenya, Mali, Niger, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Tunisia e Uganda.
Gli effetti provocati dallo sradicamento forzato non sono soltanto di ordine psicologico ed economico sulle singole persone le cui vite si sono incrociate tragicamente con le mire dell’imperialismo USA. I danni sono evidentemente anche culturali, sociali e politici per i paesi e le comunità che hanno perso milioni di membri e per quelle che ospitano i profughi, spesso privi dei mezzi necessari ad assisterli e a evitare perciò l’esplodere di ulteriori tensioni e conflitti.
I paesi che hanno dovuto pagare il conto più salato in termini di profughi sono l’Iraq (9,2 milioni) e la Siria (7,1 milioni solo a partire dal 2014). Questi numeri corrispondono per entrambi a circa il 37% della loro popolazione. In termini percentuali è però la Somalia ad avere il bilancio più grave per quanto riguarda i rifugiati (46%). Per il paese del Corno d’Africa i dati si riferiscono al periodo che inizia nel 2002, quando gli USA hanno inaugurato l’appoggio militare al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite in opposizione alla cosiddetta Unione delle Corti Islamiche. Dal 2006, poi, Washington ha intensificato gli sforzi in quest’area strategicamente cruciale del continente africano con la giustificazione di combattere i fondamentalisti di al-Shabaab.
Gli altri cinque conflitti più rovinosi del 21esimo secolo innescati dall’intervento americano o a cui gli Stati Uniti hanno partecipato hanno invece causato un numero di profughi nella misura seguente: 5,3 milioni in Afghanistan (26% della popolazione), 3,7 milioni in Pakistan (3%), 1,7 milioni nelle Filippine (2%), 4,4 milioni nello Yemen (24%), 1,2 milioni in Libia (19%). Di questo esercito di disperati, quasi 2 milioni hanno cercato rifugio in Europa e negli stessi Stati Uniti. Per quanti in Occidente continuano a interrogarsi sulle ragioni degli “sbarchi” senza riflettere sulle responsabilità dei loro governi, quasi sempre impegnati a fianco di Washington in queste guerre, la ricerca dell’università americana potrà forse offrire qualche spunto interessante.
Una parte importante dello studio, anche se meno documentata, riguarda le vittime delle avventure belliche a stelle e strisce. In questo caso, i numeri sono probabilmente ancora più imprecisi di quelli dei rifugiati. Ad ogni modo, anche così i dati sono altrettanto scioccanti. Le guerre in Afghanistan, Iraq, Siria, Pakistan e Yemen contano da sole fino a 786 mila morti a causa delle operazioni militari. Se si includono i decessi per i fattori derivanti dalla guerra, come malattie o malnutrizione, si superano facilmente i 4 milioni. Per gli stessi autori, stime credibili potrebbero aggirarsi in realtà sui 12 milioni di morti.
Pesantissimo è anche il bilancio per militari e “contractors” americani. In questo caso i morti potrebbero essere circa 15 mila, per non parlare del numero di veterani tornati in patria con mutilazioni o danni psicologici permanenti. I dati del governo USA risalenti al 2018 parlano di 1,7 milioni di soldati in congedo con una qualche disabilità causata dall’aver servito in uno dei tanti teatri di guerra del 21esimo secolo.
Il panorama che esce dalla ricerca della Brown University è quello causato da una potenza che da almeno due decenni sta provocando morte e distruzione in tutto il mondo in sostanza per rimediare militarmente al declino della propria posizione internazionale, minacciata dall’ascesa di altri paesi. Le campagne di questi anni sono un affare bipartisan a Washington che si manifesta, tra l’altro, in un appoggio senza esitazioni di tutta la classe politica a una macchina da guerra, così come ai colossi privati della produzione di armamenti, che si nutre di un bilancio che sfiora ormai gli 800 miliardi di dollari l’anno.
Complessivamente, ma anche in questo caso si tratta solo di una stima, il costo materiale di tutta la “guerra al terrore” condotta dall’autunno del 2001 ammonta alla cifra quasi inconcepibile di 6.400 miliardi di dollari. Per quanto il bilancio economico, di vittime e di distruzione appaia colossale, è tutt’altro che da escludere un’ulteriore escalation nel prossimo futuro.
Gli obiettivi strategici e militari americani da un paio d’anno non sono infatti più focalizzati sulla minaccia del “terrorismo”, bensì sulla “competizione tra grandi potenze”. In altre parole, le guerre combattute in questi anni contro organizzazioni con un potenziale relativamente limitato come al-Qaeda e ISIS lasceranno il posto o si affiancheranno a conflitti di più ampia portata con paesi dotati di eserciti formidabili e armi nucleari. Le conseguenze che ne deriveranno per popolazioni, economie e infrastrutture sono facilmente immaginabili.
Fonte
Lo studio è firmato dalla Brown University e si concentra soprattutto sugli otto conflitti più violenti scatenati o a cui hanno partecipato gli Stati Uniti dal 2001: Afghanistan, Filippine, Iraq, Libia, Pakistan, Siria, Somalia e Yemen. Il dato indagato più a fondo dai ricercatori è quello del numero di profughi e richiedenti asilo che hanno creato queste guerre, la cui responsabilità è interamente o in grandissima parte da attribuire ai governi americani. Il totale stimato è di 8 milioni di persone costrette a fuggire all’estero e addirittura di 29 milioni di profughi interni.
Questo numero (37 milioni), già di per sé sconcertante, è come anticipato in precedenza da considerarsi di natura conservativa. Gli stessi autori della ricerca spiegano infatti che l’accuratezza dei calcoli su vittime e profughi nelle zone di guerra è tradizionalmente inadeguata. I numeri potrebbero perciò essere superiori anche di 1,5 o 2 volte quelli proposti.
Inoltre, lo studio considera, per quanto riguarda la Siria, il periodo successivo all’intervento diretto degli Stati Uniti nel 2014, ufficialmente per combattere lo Stato Islamico (ISIS). Se si includono al contrario anche gli anni dal 2011, cioè dall’inizio di un conflitto alimentato in primo luogo proprio da Washington tramite l’appoggio a gruppi armati islamici fondamentalisti, il totale dei rifugiati per tutte e otto le guerre dal 2001 a oggi potrebbe risultare in una cifra che va dai 48 ai 59 milioni.
Questo numero è paragonabile a quello relativo alla Seconda Guerra Mondiale, quando le persone costrette a lasciare i luoghi in cui vivevano sono valutate dagli storici tra i 30 e i 64 milioni. Comunque si considerino i dati, le guerre che nel nuovo secolo portano il marchio americano hanno già di gran lunga provocato maggiori sofferenze e danni materiali di alcuni dei conflitti più sanguinosi del 20esimo secolo, a molti dei quali gli USA presero parte. Nella Prima Guerra Mondiale, ad esempio, i profughi furono circa 10 milioni, nella guerra che segnò la separazione tra India e Pakistan 14 milioni, in Vietnam 13 milioni.
Per mettere in prospettiva questi numeri, la stima più prudente sui rifugiati – 37 milioni – corrisponde grosso modo all’intera popolazione del Canada. Le guerre USA sono poi responsabili del raddoppio del numero dei rifugiati avvenuto su scala globale tra il 2010 e il 2019 (da 41 a 79,5 milioni). Singolarmente, nessun dipartimento o agenzia governativa americana ha tenuto il conto dei danni provocati in questo ambito. I ricercatori hanno perciò dovuto appoggiarsi alle informazioni messe a disposizione da organizzazioni internazionali, come l’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR).
Quelle che dunque per la retorica di Washington sono state iniziative belliche necessarie alla promozione della democrazia, alla difesa della “sicurezza nazionale” o alla sconfitta del cancro del terrorismo, per le popolazioni coinvolte hanno significato “bombardamenti aerei, fuoco di artiglieria, irruzioni armate nelle proprie abitazioni, incursioni con droni, battaglie armate, stupri”. Ma anche “distruzione di case, interi quartieri, ospedali, scuole, posti di lavoro, fonti di cibo e acqua”, nonché fuga da “minacce di morte e pulizia etnica su larga scala”. Questi sono, in sostanza e in aggiunta a un numero altrettanto vertiginoso di morti, gli effetti delle operazioni belliche attuate dagli Stati Uniti per la difesa degli interessi strategici ed economici planetari della loro classe dirigente.
A questo bilancio va aggiunto anche quello derivante dalle attività di governi, eserciti, organizzazioni armate e milizie varie – da al-Qaeda ai Talebani fino all’ISIS – dei paesi coinvolti nei conflitti che, tuttavia, sono da considerare una conseguenza delle iniziative americane. Gli autori dello studio avvertono inoltre che gli stessi effetti sono stati causati in misura quantitativamente minore anche in un’altra ventina di paesi, dove gli Stati Uniti hanno operato e continuano a operare con militari sul campo, droni, programmi di addestramento, sorveglianza e vendita di armi, tra cui Kenya, Mali, Niger, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Tunisia e Uganda.
Gli effetti provocati dallo sradicamento forzato non sono soltanto di ordine psicologico ed economico sulle singole persone le cui vite si sono incrociate tragicamente con le mire dell’imperialismo USA. I danni sono evidentemente anche culturali, sociali e politici per i paesi e le comunità che hanno perso milioni di membri e per quelle che ospitano i profughi, spesso privi dei mezzi necessari ad assisterli e a evitare perciò l’esplodere di ulteriori tensioni e conflitti.
I paesi che hanno dovuto pagare il conto più salato in termini di profughi sono l’Iraq (9,2 milioni) e la Siria (7,1 milioni solo a partire dal 2014). Questi numeri corrispondono per entrambi a circa il 37% della loro popolazione. In termini percentuali è però la Somalia ad avere il bilancio più grave per quanto riguarda i rifugiati (46%). Per il paese del Corno d’Africa i dati si riferiscono al periodo che inizia nel 2002, quando gli USA hanno inaugurato l’appoggio militare al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite in opposizione alla cosiddetta Unione delle Corti Islamiche. Dal 2006, poi, Washington ha intensificato gli sforzi in quest’area strategicamente cruciale del continente africano con la giustificazione di combattere i fondamentalisti di al-Shabaab.
Gli altri cinque conflitti più rovinosi del 21esimo secolo innescati dall’intervento americano o a cui gli Stati Uniti hanno partecipato hanno invece causato un numero di profughi nella misura seguente: 5,3 milioni in Afghanistan (26% della popolazione), 3,7 milioni in Pakistan (3%), 1,7 milioni nelle Filippine (2%), 4,4 milioni nello Yemen (24%), 1,2 milioni in Libia (19%). Di questo esercito di disperati, quasi 2 milioni hanno cercato rifugio in Europa e negli stessi Stati Uniti. Per quanti in Occidente continuano a interrogarsi sulle ragioni degli “sbarchi” senza riflettere sulle responsabilità dei loro governi, quasi sempre impegnati a fianco di Washington in queste guerre, la ricerca dell’università americana potrà forse offrire qualche spunto interessante.
Una parte importante dello studio, anche se meno documentata, riguarda le vittime delle avventure belliche a stelle e strisce. In questo caso, i numeri sono probabilmente ancora più imprecisi di quelli dei rifugiati. Ad ogni modo, anche così i dati sono altrettanto scioccanti. Le guerre in Afghanistan, Iraq, Siria, Pakistan e Yemen contano da sole fino a 786 mila morti a causa delle operazioni militari. Se si includono i decessi per i fattori derivanti dalla guerra, come malattie o malnutrizione, si superano facilmente i 4 milioni. Per gli stessi autori, stime credibili potrebbero aggirarsi in realtà sui 12 milioni di morti.
Pesantissimo è anche il bilancio per militari e “contractors” americani. In questo caso i morti potrebbero essere circa 15 mila, per non parlare del numero di veterani tornati in patria con mutilazioni o danni psicologici permanenti. I dati del governo USA risalenti al 2018 parlano di 1,7 milioni di soldati in congedo con una qualche disabilità causata dall’aver servito in uno dei tanti teatri di guerra del 21esimo secolo.
Il panorama che esce dalla ricerca della Brown University è quello causato da una potenza che da almeno due decenni sta provocando morte e distruzione in tutto il mondo in sostanza per rimediare militarmente al declino della propria posizione internazionale, minacciata dall’ascesa di altri paesi. Le campagne di questi anni sono un affare bipartisan a Washington che si manifesta, tra l’altro, in un appoggio senza esitazioni di tutta la classe politica a una macchina da guerra, così come ai colossi privati della produzione di armamenti, che si nutre di un bilancio che sfiora ormai gli 800 miliardi di dollari l’anno.
Complessivamente, ma anche in questo caso si tratta solo di una stima, il costo materiale di tutta la “guerra al terrore” condotta dall’autunno del 2001 ammonta alla cifra quasi inconcepibile di 6.400 miliardi di dollari. Per quanto il bilancio economico, di vittime e di distruzione appaia colossale, è tutt’altro che da escludere un’ulteriore escalation nel prossimo futuro.
Gli obiettivi strategici e militari americani da un paio d’anno non sono infatti più focalizzati sulla minaccia del “terrorismo”, bensì sulla “competizione tra grandi potenze”. In altre parole, le guerre combattute in questi anni contro organizzazioni con un potenziale relativamente limitato come al-Qaeda e ISIS lasceranno il posto o si affiancheranno a conflitti di più ampia portata con paesi dotati di eserciti formidabili e armi nucleari. Le conseguenze che ne deriveranno per popolazioni, economie e infrastrutture sono facilmente immaginabili.
Fonte
06/03/2020
Siria - Cessate il fuoco a Idlib
Cessate il fuoco a Idlib: il risultato dell’incontro tra i presidenti
turco Erdogan e russo Putin è arrivato dopo una giornata difficile. Sei
ore di vertice al Cremlino, prima faccia a faccia e poi con la
partecipazione dei ministri degli Esteri, mentre nella provincia
nord-occidentale siriana un bombardamento aereo – russo, secondo i
gruppi islamisti di opposizione – uccideva 16 civili.
L’intesa prevede anche la creazione di un corridoio di sicurezza per il rientro degli sfollati di sei km a nord e sei a sud dell’autostrada M4 e, a a partire dal 15 marzo, pattugliamenti congiunti russo-turchi lungo la M4, strategica perché collega Latakia e Aleppo e si unisce alla M5, tra Aleppo e Damasco.
Il cessate il fuoco è entrato in vigore a mezzanotte dopo due settimane di operazioni turche a Idlib: con l’invio di truppe, armi e carri armati, Ankara ha messo in piedi una vera e propria offensiva contro il governo di Damasco, ribattezzata pochi giorni fa “Spring Shield” dopo l’uccisione di 33 soldati turchi da parte dell’esercito di Assad.
Presto l’operazione si è spostata in aria. La guerra dei droni ha permesso a Erdogan di abbattere ben tre aerei militari siriani, mentre la contraerea di Damasco rispondeva abbattendo una manciata di droni turchi.
A Putin, ha detto il presidente turco dopo l’incontro di ieri, la Turchia ha ribadito che non sarebbe rimasta “in silenzio” di fronte agli attacchi siriani e che avrebbe reagito a qualsiasi tipo di assalto militare. Il presidente russo ha tenuto a precisare la sua contrarietà e la sovranità siriana su Idlib, che rende illegale e illegittima l’operazione turca. Ma tant’è, l’accordo si è fatto per impedire – dice Mosca – altra sofferenza ai civili.
Così non è. I due leader non hanno a cuore i siriani quanto le rispettive zone di influenza nell’area, salvabili solo a fronte di un’intesa tra potenze militari. Lo scontro va evitato per non mettere a repentaglio i rapporti commerciali e militari tra Mosca e Ankara, per garantire la tenuta di un asse che spinge i turchi ai margini della Nato e per non sovraccaricare economicamente due paesi dalle basi fragili, entrambi alle prese con severe crisi economiche.
Alla base dell’accordo raggiunto ieri stanno i vecchi riferimenti negoziali, i processi diplomatici a tre – Russia, Turchia e Iran – di Astana e Sochi che nel settembre 2018 avevano portato a definire le cosiddette zone di de-escalation. A Idlib i turchi avrebbero dovuto provvedere al disarmo e l’allontanamento della galassia islamista e salafita che ruota intorno al qaedista Tahrir al Sham, l’ex Fronte al-Nusra. Da parte sua Mosca avrebbe dovuto fermare la lunga controffensiva del governo di Damasco.
Tutto collassato lo scorso anno quando l’operazione militare siriana è ripresa con forza e brutalità, accesa dagli attacchi islamisti alle postazioni governative: i bombardamenti di questi mesi hanno preso di mira l’intera provincia, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. Quasi un milione gli sfollati da dicembre, secondo i dati Onu, oggi all’addiaccio in campi profughi nel nord siriano che non riescono ad accogliere più nessuno.
Sono loro, i rifugiati siriani, l’arma di Erdogan. Non diretta alla Russia, o almeno non direttamente. Il destinatario è l’UE che da giorni respinge, usando le forze di polizia e l’esercito greci, migliaia di rifugiati arrivati dalla Turchia dopo l’apertura dei confini ordinata da Ankara. Estreme, brutali, le violenze che la Grecia sta perpetrando contro i profughi: gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate stordenti a chi tenta di passare a piedi la frontiera sul fiume Evros, spari sui barconi che cercano di attraversare via mare. Abusi a cui si sommano le ronde e le aggressioni sulle isole da parte di squadre di estrema destra.
La risposta europea è denaro per la Grecia, 700 milioni per gestire i profughi e non farli incamminare sulla rotta balcanica, e aerei e navi militari per intercettarli prima, come fossero un esercito invasore. Non manca un primo cedimento alle pressioni turche: i ministri degli Esteri dei 27 paesi membri, in un vertice informale ieri a Zagabria, hanno discusso della possibilità di creare una no-fly zone nel nord ovest siriano, come richiesto da Ankara. “Una buona iniziativa”, il commento dell’Alto rappresentante Ue agli Affari esteri Borrell. Purché, ha aggiunto, organizzata da Nato o Nazioni Unite.
Fonte
L’intesa prevede anche la creazione di un corridoio di sicurezza per il rientro degli sfollati di sei km a nord e sei a sud dell’autostrada M4 e, a a partire dal 15 marzo, pattugliamenti congiunti russo-turchi lungo la M4, strategica perché collega Latakia e Aleppo e si unisce alla M5, tra Aleppo e Damasco.
Il cessate il fuoco è entrato in vigore a mezzanotte dopo due settimane di operazioni turche a Idlib: con l’invio di truppe, armi e carri armati, Ankara ha messo in piedi una vera e propria offensiva contro il governo di Damasco, ribattezzata pochi giorni fa “Spring Shield” dopo l’uccisione di 33 soldati turchi da parte dell’esercito di Assad.
Presto l’operazione si è spostata in aria. La guerra dei droni ha permesso a Erdogan di abbattere ben tre aerei militari siriani, mentre la contraerea di Damasco rispondeva abbattendo una manciata di droni turchi.
A Putin, ha detto il presidente turco dopo l’incontro di ieri, la Turchia ha ribadito che non sarebbe rimasta “in silenzio” di fronte agli attacchi siriani e che avrebbe reagito a qualsiasi tipo di assalto militare. Il presidente russo ha tenuto a precisare la sua contrarietà e la sovranità siriana su Idlib, che rende illegale e illegittima l’operazione turca. Ma tant’è, l’accordo si è fatto per impedire – dice Mosca – altra sofferenza ai civili.
Così non è. I due leader non hanno a cuore i siriani quanto le rispettive zone di influenza nell’area, salvabili solo a fronte di un’intesa tra potenze militari. Lo scontro va evitato per non mettere a repentaglio i rapporti commerciali e militari tra Mosca e Ankara, per garantire la tenuta di un asse che spinge i turchi ai margini della Nato e per non sovraccaricare economicamente due paesi dalle basi fragili, entrambi alle prese con severe crisi economiche.
Alla base dell’accordo raggiunto ieri stanno i vecchi riferimenti negoziali, i processi diplomatici a tre – Russia, Turchia e Iran – di Astana e Sochi che nel settembre 2018 avevano portato a definire le cosiddette zone di de-escalation. A Idlib i turchi avrebbero dovuto provvedere al disarmo e l’allontanamento della galassia islamista e salafita che ruota intorno al qaedista Tahrir al Sham, l’ex Fronte al-Nusra. Da parte sua Mosca avrebbe dovuto fermare la lunga controffensiva del governo di Damasco.
Tutto collassato lo scorso anno quando l’operazione militare siriana è ripresa con forza e brutalità, accesa dagli attacchi islamisti alle postazioni governative: i bombardamenti di questi mesi hanno preso di mira l’intera provincia, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. Quasi un milione gli sfollati da dicembre, secondo i dati Onu, oggi all’addiaccio in campi profughi nel nord siriano che non riescono ad accogliere più nessuno.
Sono loro, i rifugiati siriani, l’arma di Erdogan. Non diretta alla Russia, o almeno non direttamente. Il destinatario è l’UE che da giorni respinge, usando le forze di polizia e l’esercito greci, migliaia di rifugiati arrivati dalla Turchia dopo l’apertura dei confini ordinata da Ankara. Estreme, brutali, le violenze che la Grecia sta perpetrando contro i profughi: gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate stordenti a chi tenta di passare a piedi la frontiera sul fiume Evros, spari sui barconi che cercano di attraversare via mare. Abusi a cui si sommano le ronde e le aggressioni sulle isole da parte di squadre di estrema destra.
La risposta europea è denaro per la Grecia, 700 milioni per gestire i profughi e non farli incamminare sulla rotta balcanica, e aerei e navi militari per intercettarli prima, come fossero un esercito invasore. Non manca un primo cedimento alle pressioni turche: i ministri degli Esteri dei 27 paesi membri, in un vertice informale ieri a Zagabria, hanno discusso della possibilità di creare una no-fly zone nel nord ovest siriano, come richiesto da Ankara. “Una buona iniziativa”, il commento dell’Alto rappresentante Ue agli Affari esteri Borrell. Purché, ha aggiunto, organizzata da Nato o Nazioni Unite.
Fonte
Unione Europea: “sparare sui profughi? Qualche volta si può fare...”
Davvero l’Unione Europea difende i diritti umani? “Dipende...”
Tra retorica e realtà ci corre un abisso molto largo, lo sappiamo, ma questa volta è stato superato il confine del mostruoso. E lo ha fatto ufficialmente uno che di tutto può essere accusato tranne che di essere una “fonte poco attendibile”; ossia Eric Mamer, portavoce della Commissione Europa, ovvero il “governo” della Ue, anzi direttamente di Ursula von der Leyen.
C’era una conferenza stampa in corso, a Bruxelles, e i giornalisti chiedevano contro di quel che sta accadendo alla frontiera tra Grecia e Turchia, dove i profughi “spinti” da Erdogan verso l’Europa vengono “respinti” dalla polizia ellenica supportata dai nazisti di Alba Dorata e da una “internazionale nera” che si sta concentrando ora su Lesbo, Mitilene e altre isole greche dell’Egeo.
Scene di vera e propria caccia all’uomo, contro donne e bambini, con uso della armi da fuoco oltre che di lacrimogeni, manganelli e blindati.
Nelle stesse ore le autorità europee, riprese acriticamente da tutti i media mainstream, sollecitavano l’indignazione pubblica contro il governo di Assad che, attaccando le milizie jihadiste e turche nella provincia di Idlib, provocava morti anche tra i civili, bambini compresi.
Un fatto che non può essere negato né confermato, da chi come noi – e come tutti i media più “professionali”, del resto – non ha fonti dirette “imparziali” sul terreno. Ma certo si può sottolineare come i bambini e le donne sul confine greco-turco stiano suscitando nelle autorità europee qualche commozione in meno...
Ma neanche i giornalisti accreditati a Bruxelles – di certo poco inclini a criticare quelle istituzioni – si aspettavano una risposta così nazista da parte del portavoce ufficiale. Alla domanda secca “Ma il comportamento della polizia ellenica, che è anche sostenuta da Frontex, è ritenuto legale dalla Commissione?” Mamer ha infatti risposto in modo agghiacciante: «La Commissione non può commentare e giudicare una situazione eccezionale. Tutto dipende dalle circostanze».
Ossia dipende da chi è che spara...
Increduli, i giornalisti hanno ripetuto la domanda per almeno tre volte. E il “democatico” portavoce europeo ha fatto spegnere i microfoni abbandonando la sala. Questa è la natura vera dei nazisti che decidono sulle nostre vite.
Fonte
Tra retorica e realtà ci corre un abisso molto largo, lo sappiamo, ma questa volta è stato superato il confine del mostruoso. E lo ha fatto ufficialmente uno che di tutto può essere accusato tranne che di essere una “fonte poco attendibile”; ossia Eric Mamer, portavoce della Commissione Europa, ovvero il “governo” della Ue, anzi direttamente di Ursula von der Leyen.
C’era una conferenza stampa in corso, a Bruxelles, e i giornalisti chiedevano contro di quel che sta accadendo alla frontiera tra Grecia e Turchia, dove i profughi “spinti” da Erdogan verso l’Europa vengono “respinti” dalla polizia ellenica supportata dai nazisti di Alba Dorata e da una “internazionale nera” che si sta concentrando ora su Lesbo, Mitilene e altre isole greche dell’Egeo.
Scene di vera e propria caccia all’uomo, contro donne e bambini, con uso della armi da fuoco oltre che di lacrimogeni, manganelli e blindati.
Nelle stesse ore le autorità europee, riprese acriticamente da tutti i media mainstream, sollecitavano l’indignazione pubblica contro il governo di Assad che, attaccando le milizie jihadiste e turche nella provincia di Idlib, provocava morti anche tra i civili, bambini compresi.
Un fatto che non può essere negato né confermato, da chi come noi – e come tutti i media più “professionali”, del resto – non ha fonti dirette “imparziali” sul terreno. Ma certo si può sottolineare come i bambini e le donne sul confine greco-turco stiano suscitando nelle autorità europee qualche commozione in meno...
Ma neanche i giornalisti accreditati a Bruxelles – di certo poco inclini a criticare quelle istituzioni – si aspettavano una risposta così nazista da parte del portavoce ufficiale. Alla domanda secca “Ma il comportamento della polizia ellenica, che è anche sostenuta da Frontex, è ritenuto legale dalla Commissione?” Mamer ha infatti risposto in modo agghiacciante: «La Commissione non può commentare e giudicare una situazione eccezionale. Tutto dipende dalle circostanze».
Ossia dipende da chi è che spara...
Increduli, i giornalisti hanno ripetuto la domanda per almeno tre volte. E il “democatico” portavoce europeo ha fatto spegnere i microfoni abbandonando la sala. Questa è la natura vera dei nazisti che decidono sulle nostre vite.
Fonte
03/03/2020
Siria - L'UE merita il ricatto di Erdogan
L’Europa lo ha voluto e se lo è cercato. Ha usato per anni la Turchia per abbattere il regime di Assad e adesso si lamenta, dopo avergli versato 6 miliardi
L’Europa meno interviene meglio è: nei guai non l’ha messa soltanto l’arroganza di Erdogan. Il ricatto di Erdogan sui profughi lo ha voluto e se lo è cercato. Ha usato per anni la Turchia per abbattere il regime di Assad e adesso si lamenta, dopo avere versato a Erdogan la cifra di 6 miliardi di euro per tenersi in casa oltre tre milioni di rifugiati siriani: un milione di loro, nel 2015, si riversò sulla rotta balcanica accolti in gran parte dalla Germania della cancelliera Merkel, che oggi, con la destra estrema sempre più in ascesa, non può permettersi un altro gesto simile.
La Grecia
Cosa che non può permettersi neppure la Grecia, dove i neonazisti di Alba Dorata trovano in questa nuova ondata terreno fertile per la loro propaganda. La Grecia è nel mirino di Erdogan e la tensione è salita di nuovo alle stelle per la questione di Cipro greca, dove la Turchia rivendica il diritto a estrarre il gas in una zona economica esclusiva dove opera una joint venture Eni-Total.
Erdogan, che tiene in piedi il governo libico di Tripoli sotto botta del generale Khalifa Haftar, ha fatto firmare un memorandum ad Al Sarraj per dare consistenza alle sue rivendicazioni.
Detto per inciso Erdogan anche in Libia può usare contro di noi l’arma dei profughi visto che sostiene militarmente Sarraj e ha inviato sul campo militari turchi e centinaia di mercenari jihadisti reclutati proprio in Siria.
Dietro la nuova ondata di profughi
Dietro la nuova ondata di profughi c’è la feroce battaglia incorso a Idlib tra la Turchia e i suoi alleati di Al Qaida contro siriani e russi ma ci sono anche forti motivazioni economiche. Erdogan prende di mira militarmente Damasco e l’Europa usando l’arma dei profughi per mascherare la sua sconfitta non potendo entrare troppo in rotta di collisione con Putin. È il gas della Russia che ha reso la Turchia il principale hub energetico del Mediterraneo e ad Ankara non conviene litigare con Mosca.
Quindi per far sentire le sue ragioni alla Nato e sul piano internazionale “lancia” migliaia di profughi verso i confini. I profughi Erdogan se li è voluti per fare la guerra ad Assad e per cacciare migliaia di curdi siriani dai loro territori. Non sono un evento meteorologico ma fanno parte di una ben precisa strategia di pulizia etnica che adotta anche il regime di Assad nei confronti delle popolazioni sunnite che avevano aderito alla rivolta contro Damasco.
Violati i patti con Mosca
Ora la Turchia, dove la popolazione è sempre più irritata nei confronti dei siriani ma anche delle avventure militari di Erdogan, vorrebbe mantenere la sua presenza a Idlib per scaricare una parte dei rifugiati che ha in casa: né i siriani di Damasco né i russi né gli iraniani, alleati di Assad, hanno intenzione di concedergli questo. Per un semplice motivo: Erdogan ha violato i patti con Mosca e Teheran di due anni fa.
Si era impegnato a disarmare i ribelli e in particolare le milizie jihadiste e quelle di Al Qaida ma non lo ha mai fatto, anche perché voleva continuare a controllare la provincia e i collegamenti autostradali vitali per Damasco. Insomma voleva prendersi un altro pezzo di Siria di valore strategico dopo quello strappato ai curdi.
Finito il Califfato e ucciso Al Baghadi è lui il vero capo dei jihadisti in Siria che manovra a seconda dei suoi obiettivi: li usa contro i curdi, i nostri maggiori alleati nella guerra all’Isis, contro il regime di Damasco, contro i russi e da qualche tempo anche in Libia.
L’Europa
In questa situazione l’Europa ha avuto un ruolo e una grande responsabilità.
Giusto per rinfrescarsi la memoria ricordatevi quando Erdogan nell’ottobre scorso ha massacrato i curdi siriani, provocando un’ondata interna alla Siria di oltre 200mila profughi. La causa immediata fu il vergognoso ritiro degli Stati Uniti dal Rojava, la regione autonoma curda dove Trump avrebbe dovuto contenere la Turchia per salvare i suoi alleati nella guerra contro il Califfato.
Ma anche gli europei si comportarono vergognosamente: promisero di mettere sanzioni sulla vendita di armi alla Turchia ma in realtà non se ne fece nulla. Come oggi vorrebbero fare una missione in Libia per far rispettare l’embargo: ma come credere possibile che fermeremo le armi della Turchia paese della Nato che noi stessi riforniamo? Forse il nostro ministro degli Esteri ignora che egli elicotteri d’attacco Agusta di Leonardo-Finmeccanica che colpirono i curdi noi li assembliamo direttamente in territorio turco.
L’origine della guerra
Bisogna anche ricordarsi come è nata questa guerra siriana: una rivolta contro il regime di Bashar Assad che si è trasformata ben presto in una guerra per procura. L’Europa sulla spinta dell’allora segretario di stato Hillary Clinton si allineò nel 2011 alla strategia del “guidare da dietro” la rivola contro Assad accreditando un’opposizione manovrata dalla Turchia che ha fatto affluire dal suo confine migliaia di jihadisti e terroristi provenienti da tutto il mondo musulmano. L’Europa, gli Usa, hanno permesso l’espansionismo della Turchia in Siria, lo hanno incoraggiato e poi accettato dopo il fallito golpe del 2016. E oggi sperano che sia Putin a fermarlo.
Fonte
L’Europa meno interviene meglio è: nei guai non l’ha messa soltanto l’arroganza di Erdogan. Il ricatto di Erdogan sui profughi lo ha voluto e se lo è cercato. Ha usato per anni la Turchia per abbattere il regime di Assad e adesso si lamenta, dopo avere versato a Erdogan la cifra di 6 miliardi di euro per tenersi in casa oltre tre milioni di rifugiati siriani: un milione di loro, nel 2015, si riversò sulla rotta balcanica accolti in gran parte dalla Germania della cancelliera Merkel, che oggi, con la destra estrema sempre più in ascesa, non può permettersi un altro gesto simile.
La Grecia
Cosa che non può permettersi neppure la Grecia, dove i neonazisti di Alba Dorata trovano in questa nuova ondata terreno fertile per la loro propaganda. La Grecia è nel mirino di Erdogan e la tensione è salita di nuovo alle stelle per la questione di Cipro greca, dove la Turchia rivendica il diritto a estrarre il gas in una zona economica esclusiva dove opera una joint venture Eni-Total.
Erdogan, che tiene in piedi il governo libico di Tripoli sotto botta del generale Khalifa Haftar, ha fatto firmare un memorandum ad Al Sarraj per dare consistenza alle sue rivendicazioni.
Detto per inciso Erdogan anche in Libia può usare contro di noi l’arma dei profughi visto che sostiene militarmente Sarraj e ha inviato sul campo militari turchi e centinaia di mercenari jihadisti reclutati proprio in Siria.
Dietro la nuova ondata di profughi
Dietro la nuova ondata di profughi c’è la feroce battaglia incorso a Idlib tra la Turchia e i suoi alleati di Al Qaida contro siriani e russi ma ci sono anche forti motivazioni economiche. Erdogan prende di mira militarmente Damasco e l’Europa usando l’arma dei profughi per mascherare la sua sconfitta non potendo entrare troppo in rotta di collisione con Putin. È il gas della Russia che ha reso la Turchia il principale hub energetico del Mediterraneo e ad Ankara non conviene litigare con Mosca.
Quindi per far sentire le sue ragioni alla Nato e sul piano internazionale “lancia” migliaia di profughi verso i confini. I profughi Erdogan se li è voluti per fare la guerra ad Assad e per cacciare migliaia di curdi siriani dai loro territori. Non sono un evento meteorologico ma fanno parte di una ben precisa strategia di pulizia etnica che adotta anche il regime di Assad nei confronti delle popolazioni sunnite che avevano aderito alla rivolta contro Damasco.
Violati i patti con Mosca
Ora la Turchia, dove la popolazione è sempre più irritata nei confronti dei siriani ma anche delle avventure militari di Erdogan, vorrebbe mantenere la sua presenza a Idlib per scaricare una parte dei rifugiati che ha in casa: né i siriani di Damasco né i russi né gli iraniani, alleati di Assad, hanno intenzione di concedergli questo. Per un semplice motivo: Erdogan ha violato i patti con Mosca e Teheran di due anni fa.
Si era impegnato a disarmare i ribelli e in particolare le milizie jihadiste e quelle di Al Qaida ma non lo ha mai fatto, anche perché voleva continuare a controllare la provincia e i collegamenti autostradali vitali per Damasco. Insomma voleva prendersi un altro pezzo di Siria di valore strategico dopo quello strappato ai curdi.
Finito il Califfato e ucciso Al Baghadi è lui il vero capo dei jihadisti in Siria che manovra a seconda dei suoi obiettivi: li usa contro i curdi, i nostri maggiori alleati nella guerra all’Isis, contro il regime di Damasco, contro i russi e da qualche tempo anche in Libia.
L’Europa
In questa situazione l’Europa ha avuto un ruolo e una grande responsabilità.
Giusto per rinfrescarsi la memoria ricordatevi quando Erdogan nell’ottobre scorso ha massacrato i curdi siriani, provocando un’ondata interna alla Siria di oltre 200mila profughi. La causa immediata fu il vergognoso ritiro degli Stati Uniti dal Rojava, la regione autonoma curda dove Trump avrebbe dovuto contenere la Turchia per salvare i suoi alleati nella guerra contro il Califfato.
Ma anche gli europei si comportarono vergognosamente: promisero di mettere sanzioni sulla vendita di armi alla Turchia ma in realtà non se ne fece nulla. Come oggi vorrebbero fare una missione in Libia per far rispettare l’embargo: ma come credere possibile che fermeremo le armi della Turchia paese della Nato che noi stessi riforniamo? Forse il nostro ministro degli Esteri ignora che egli elicotteri d’attacco Agusta di Leonardo-Finmeccanica che colpirono i curdi noi li assembliamo direttamente in territorio turco.
L’origine della guerra
Bisogna anche ricordarsi come è nata questa guerra siriana: una rivolta contro il regime di Bashar Assad che si è trasformata ben presto in una guerra per procura. L’Europa sulla spinta dell’allora segretario di stato Hillary Clinton si allineò nel 2011 alla strategia del “guidare da dietro” la rivola contro Assad accreditando un’opposizione manovrata dalla Turchia che ha fatto affluire dal suo confine migliaia di jihadisti e terroristi provenienti da tutto il mondo musulmano. L’Europa, gli Usa, hanno permesso l’espansionismo della Turchia in Siria, lo hanno incoraggiato e poi accettato dopo il fallito golpe del 2016. E oggi sperano che sia Putin a fermarlo.
Fonte
29/02/2020
Siria - Erdogan chiede la tregue a Putin
di Chiara Cruciati – il Manifesto
L’attacco aereo che giovedì in tarda serata ha ucciso almeno 33 soldati turchi nella provincia siriana di Idlib ha una tempistica precisa. Appena 24 ore prima il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva ribadito il suo ultimatum: Damasco deve ritirarsi dalle zone di de-escalation – previste dall’accordo tra Turchia e Russia, siglato a Sochi nell’autunno 2018 – o le truppe turche avanzeranno.
La risposta è stata il bombardamento. Per mano siriana, forse anche russa. Mosca ha precisato ieri che la responsabilità è tutta della Turchia che non aveva informato della presenza di sue truppe tra i miliziani islamisti. Il ministro degli Esteri Lavrov ha addirittura offerto le sue condoglianze.
Ma è difficile pensare che il comando russo non ne fosse a conoscenza. Probabile che abbia voluto ricordare a Erdogan i termini dell’accordo di de-escalation: le 12 postazioni turche in territorio siriano (la maggior parte circondate oggi dall’esercito governativo) erano ben accette in cambio del travaso di islamisti dalla provincia nord-ovest siriana, l’unica ancora fuori dal controllo damasceno.
Erdogan si ritrova con il cerino in mano, dopo il lento ma proficuo lavoro ai fianchi che gli ha fatto l’omologo Putin. Lo ha allontanato da Nato e Stati Uniti, lo ha fatto entrare nella propria orbita e ora lo mette all’angolo a Idlib, l’enorme contraddizione siriana, dove il secondo esercito della Nato protegge qaedisti (l’ex Fronte al-Nusra, apice della piramide di gruppi più o meno ampi e più o meno islamisti) e che tenta di ritagliarsi il suo posto al sole in un paese disastrato.
Il gioco della parti lo sconta la popolazione civile, tre milioni di persone – almeno la metà sfollati da altre zone della Siria – che tentano da mesi la fuga in massa dagli attacchi aerei delle aviazioni governativa e russa. Non tutti ne hanno i mezzi. Un milione di persone (di cui la metà bambini) è riuscito a scappare per ammassarsi a nord, verso il Rojava per metà occupato dai turchi e verso il confine con la Turchia. Le loro condizioni sono terribili, denunciano le organizzazioni umanitarie: mancano rifugi, tende, coperte, medicinali, mentre l’inverno fa scendere le temperature e uccide.
Il governo turco li usa. Ordina di aprire le frontiere per salvarli dai bombardamenti, quando l’obiettivo è un altro, fare pressioni sulla fortezza-Europa perché lo appoggi. Ieri, dopo l’annuncio della morte dei 33 soldati, Ankara ha promesso di rispondere «in ogni modo» con attacchi mirati «a tutte le postazioni note» del governo siriano.
Poco dopo il ministro della difesa Akar rivendicava l’uccisione in 200 attacchi di «309 truppe del regime» (non confermate da altre fonti) e la distruzione di «cinque elicotteri siriani, 23 carri armati, 10 veicoli blindati, 23 cannoni, due sistemi di difesa aerea e tre depositi di armi». Tutto in poche ore, a sentire Ankara, numeri rivolti più alla propria opinione pubblica che al presidente siriano Assad.
Intanto la Russia spostava due fregate da Sebastopoli alle coste siriane. E così ieri, a 12 ore dal bombardamento, Ankara chiedeva alla delegazione russa nella capitale turca un cessate il fuoco immediato mentre Erdogan e Putin si sentivano al telefono.
Un incontro faccia a faccia sarà organizzato al più presto, fa sapere l’ufficio stampa della presidenza turca, per ristabilire il cessate il fuoco (mai realmente entrato in vigore) e fermare la corsa a una fase nuova e devastante del conflitto. Il Cremlino indica una data, il 5 o il 6 marzo, lasciando così intendere il rinvio (o la cancellazione) del vertice a quattro – Erdogan, Putin, Merkel, Macron – previsto (ma mai ufficialmente confermato) del 5 marzo.
I due si sono detti concordi, aggiunge in una nota il Cremlino, sulla necessità di nuove misure per normalizzare la situazione. Mosca pretende da Ankara un passo indietro, vuole che si dissoci dai gruppi islamisti, che li porti via dalle zone di de-escalation e che gli impedisca di colpire l’esercito siriano impegnato nella reconquista.
Prima di chiamare il Cremlino il presidente turco si è rivolto alla Nato, probabilmente per invocare l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato atlantico, la difesa di un paese membro. A rispondere è il segretario generale Stoltenberg che ieri ha chiesto a Russia e Siria di fermare l’offensiva su Idlib e «gli attacchi indiscriminati».
Ma non ha parlato affatto di intervento: è la Turchia con gli stivali in un altro paese, difficile parlare di auto-difesa. Senza dimenticare che a quel punto la Nato dovrebbe intervenire contro la Russia e a sostegno – indiretto – della galassia qaedista arroccata da anni a Idlib.
Poi Erdogan ha telefonato alla Casa bianca. Al presidente Trump ha chiesto fatti e non parole. Ma l’amministrazione Usa non pare intenzionata a rigettarsi nel conflitto, in un periodo in cui le relazioni con Ankara sono al minimo storico. Né lo sono gli europei: ieri Erdogan ha raccolto «solidarietà» da Francia, Germania, Gran Bretagna, ma nessun reale sostegno.
Fonte
L’attacco aereo che giovedì in tarda serata ha ucciso almeno 33 soldati turchi nella provincia siriana di Idlib ha una tempistica precisa. Appena 24 ore prima il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva ribadito il suo ultimatum: Damasco deve ritirarsi dalle zone di de-escalation – previste dall’accordo tra Turchia e Russia, siglato a Sochi nell’autunno 2018 – o le truppe turche avanzeranno.
La risposta è stata il bombardamento. Per mano siriana, forse anche russa. Mosca ha precisato ieri che la responsabilità è tutta della Turchia che non aveva informato della presenza di sue truppe tra i miliziani islamisti. Il ministro degli Esteri Lavrov ha addirittura offerto le sue condoglianze.
Ma è difficile pensare che il comando russo non ne fosse a conoscenza. Probabile che abbia voluto ricordare a Erdogan i termini dell’accordo di de-escalation: le 12 postazioni turche in territorio siriano (la maggior parte circondate oggi dall’esercito governativo) erano ben accette in cambio del travaso di islamisti dalla provincia nord-ovest siriana, l’unica ancora fuori dal controllo damasceno.
Erdogan si ritrova con il cerino in mano, dopo il lento ma proficuo lavoro ai fianchi che gli ha fatto l’omologo Putin. Lo ha allontanato da Nato e Stati Uniti, lo ha fatto entrare nella propria orbita e ora lo mette all’angolo a Idlib, l’enorme contraddizione siriana, dove il secondo esercito della Nato protegge qaedisti (l’ex Fronte al-Nusra, apice della piramide di gruppi più o meno ampi e più o meno islamisti) e che tenta di ritagliarsi il suo posto al sole in un paese disastrato.
Il gioco della parti lo sconta la popolazione civile, tre milioni di persone – almeno la metà sfollati da altre zone della Siria – che tentano da mesi la fuga in massa dagli attacchi aerei delle aviazioni governativa e russa. Non tutti ne hanno i mezzi. Un milione di persone (di cui la metà bambini) è riuscito a scappare per ammassarsi a nord, verso il Rojava per metà occupato dai turchi e verso il confine con la Turchia. Le loro condizioni sono terribili, denunciano le organizzazioni umanitarie: mancano rifugi, tende, coperte, medicinali, mentre l’inverno fa scendere le temperature e uccide.
Il governo turco li usa. Ordina di aprire le frontiere per salvarli dai bombardamenti, quando l’obiettivo è un altro, fare pressioni sulla fortezza-Europa perché lo appoggi. Ieri, dopo l’annuncio della morte dei 33 soldati, Ankara ha promesso di rispondere «in ogni modo» con attacchi mirati «a tutte le postazioni note» del governo siriano.
Poco dopo il ministro della difesa Akar rivendicava l’uccisione in 200 attacchi di «309 truppe del regime» (non confermate da altre fonti) e la distruzione di «cinque elicotteri siriani, 23 carri armati, 10 veicoli blindati, 23 cannoni, due sistemi di difesa aerea e tre depositi di armi». Tutto in poche ore, a sentire Ankara, numeri rivolti più alla propria opinione pubblica che al presidente siriano Assad.
Intanto la Russia spostava due fregate da Sebastopoli alle coste siriane. E così ieri, a 12 ore dal bombardamento, Ankara chiedeva alla delegazione russa nella capitale turca un cessate il fuoco immediato mentre Erdogan e Putin si sentivano al telefono.
Un incontro faccia a faccia sarà organizzato al più presto, fa sapere l’ufficio stampa della presidenza turca, per ristabilire il cessate il fuoco (mai realmente entrato in vigore) e fermare la corsa a una fase nuova e devastante del conflitto. Il Cremlino indica una data, il 5 o il 6 marzo, lasciando così intendere il rinvio (o la cancellazione) del vertice a quattro – Erdogan, Putin, Merkel, Macron – previsto (ma mai ufficialmente confermato) del 5 marzo.
I due si sono detti concordi, aggiunge in una nota il Cremlino, sulla necessità di nuove misure per normalizzare la situazione. Mosca pretende da Ankara un passo indietro, vuole che si dissoci dai gruppi islamisti, che li porti via dalle zone di de-escalation e che gli impedisca di colpire l’esercito siriano impegnato nella reconquista.
Prima di chiamare il Cremlino il presidente turco si è rivolto alla Nato, probabilmente per invocare l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato atlantico, la difesa di un paese membro. A rispondere è il segretario generale Stoltenberg che ieri ha chiesto a Russia e Siria di fermare l’offensiva su Idlib e «gli attacchi indiscriminati».
Ma non ha parlato affatto di intervento: è la Turchia con gli stivali in un altro paese, difficile parlare di auto-difesa. Senza dimenticare che a quel punto la Nato dovrebbe intervenire contro la Russia e a sostegno – indiretto – della galassia qaedista arroccata da anni a Idlib.
Poi Erdogan ha telefonato alla Casa bianca. Al presidente Trump ha chiesto fatti e non parole. Ma l’amministrazione Usa non pare intenzionata a rigettarsi nel conflitto, in un periodo in cui le relazioni con Ankara sono al minimo storico. Né lo sono gli europei: ieri Erdogan ha raccolto «solidarietà» da Francia, Germania, Gran Bretagna, ma nessun reale sostegno.
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