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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/07/2025

Israele cede alla pressione internazionale: il cibo entra a Gaza

L’esercito israeliano ha annunciato quella che ha chiamato una “pausa umanitaria” in tre aree di Gaza.

Tutti i giorni, per un periodo di tempo indeterminato, Tel Aviv fermerà i suoi attacchi sulla tendopoli per sfollati di al-Mawasi, a Deir al-Balah e a Gaza City. Dalle 10.00 alle 20.00 i convogli umanitari entreranno nella Striscia, con il coordinamento delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali. Cibo, medicine, carburante. Israele ha annunciato che ripristinerà l’elettricità per l’impianto di desalinizzazione nel sud di Gaza, che può garantire acqua pulita a circa un milione di palestinesi.

Il blocco dell’infrastruttura, insieme agli attacchi agli altri impianti idrici, ha causato una gravissima crisi di sete per la popolazione palestinese. E decine di persone sono state uccise mentre erano in fila per la distribuzione di taniche di acqua.

L’esercito israeliano ha lanciato dagli aerei su Gaza sette pallet di cibo (fornito dalle organizzazioni umanitarie), causando il ferimento di undici palestinesi. Secondo Tel Aviv l’operazione avrebbe avuto l’obiettivo di “migliorare la risposta umanitaria a Gaza e confutare la falsa affermazione di fame deliberata”. Ma è chiaro che i tentativi (messi in campo soprattutto nelle ultime settimane) di negare la situazione umanitaria disperata che vivono i palestinesi di Gaza, siano falliti. Il blocco di aiuti va avanti da cinque mesi ormai e la popolazione è allo stremo. Lo denunciano le Nazioni Unite e tutte le più importanti organizzazioni internazionali, la stampa mondiale, la maggior parte dei Paesi.

Il governo Netanyahu da un lato nega la fame e dall’altro ha proseguito, imperterrito, la sua politica di assedio con l’obiettivo dichiarato di mettere pressione ad Hamas con la scarsità di cibo e di beni essenziali per la sopravvivenza. Sabato un’inchiesta del New York Times ha riportato dichiarazioni in cui funzionari israeliani ammettono di non avere prove che Hamas abbia rubato aiuti umanitari. Anche gli Stati Uniti, attraverso l’agenzia USAID, non hanno trovato alcuna conferma alle accuse lanciate da Tel Aviv. Anzi, secondo le fonti il sistema di distribuzione gestito dalle Nazioni Unite era funzionante ed efficace.

Decine di camion si stanno muovendo oggi dall’Egitto verso il valico di Kerem Shalom per entrare a Gaza. Le organizzazioni internazionali dovrebbero poter distribuire cibo, medicine e carburante lungo alcune “rotte sicure” garantite dalle 6.00 alle 23.00.

Il ministero della salute di Gaza ha fatto sapere che sabato altre cinque persone sono morte per denutrizione, portando il totale a 127, tra cui 85 bambini. L’ingresso di oggi non servirà a fermare i decessi. Molte persone (soprattutto bambini e anziani) che sono in condizioni mediche disperate a causa di settimane di stenti e mancanza di medicine, non potranno essere salvate. Ci vorranno mesi di flussi umanitari ampi e costanti per prevenire decessi in futuro. E anche se l’assedio dovesse finire qui (cosa per nulla scontata) i palestinesi continuerebbero a pagarne il prezzo per generazioni.

Fonte

13/07/2024

La fabbrica dei baby killer

Celle strette. Nessun modello educativo positivo. Nessuna scuola funzionale. Il gracchio del televisore sempre acceso che scandisce le ore, tutte eguali, tutte vuote, tutte devastate dal torbido linguaggio dei grandi fratelli: come crescere sulla porta di un immenso centro commerciale dove però non si può entrare, ma nemmeno fuggire.

Dove i fenomeni di violenza gratuita dilagante sono punte di iceberg di alienazione di massa. Dove persino le partitelle di pallone tra bambini, diventano trincee di guerra tra adulti: risse tra genitori. I modelli, appunto, che poi crescendo si tende ad imitare.

“Mio marito lavora nell’ortofrutta: esce di casa alle 4 e prima delle 19 non rientra. Io, invece, lavoro in un supermercato. Per noi non esiste il Natale, la domenica, il Primo Maggio, l’estate: ma per i miei due bambini si. Lo vedo che crescono nervosi e attaccati al cellulare, ma che posso fare? La scuola è più un fastidio per portarli e andare a prenderli che altro. Ho una mamma molto vecchia e malandata, che giusto può guardarli, ma certo non può portarli in giro. Qui non ci sta niente e, praticamente, vivo come in carcere.”

Monica è una donna simpatica, un volto quasi senza età e con la bocca rovinata da denti mancanti. Non deve essere troppo in là con gli anni, anche perché i suoi bambini sono entrambi alle elementari. È sempre arrabbiata e guarda tutti con diffidenza.

“Io non parlo bene l’italiano e nemmeno mio marito. Mia mamma, poverina, a stento si regge in piedi. A scuola non fanno quasi niente, anche perché ci sono tanti bambini stranieri che anche in quarta, ancora non sanno una nostra parola. Cerco di proteggerli, anche dai figli dei vicini che sono già mezzi criminali, ma così sono sempre soli.”

Gli ergastolani lasciano le celle delle Istituzioni, delle reclusioni fisiche e diventano i nostri bambini di periferia: mine vaganti nelle Vie Lattee dell’abbandono. Stupirsi del tiro a bersaglio armato contro insegnanti. Stupirsi dei giochi omicidi dei ragazzini. Stupirsi della brutalità con la quale si trucida un indifeso: operazione inutile, oltre che intellettualmente oscena. È scontato che, crescendo così, si perda ogni senso della vita.

Perché condannare alla marginalità un terzo degli italiani, venti milioni, è l’humus ideale dove ogni forma di cannibalismo prende forma e sostanza. Pulcini di batteria che manine insensibili smistano tra commerci di carne. Non si va oltre il sapere che si può apprendere tra le mura domestiche, troppo spesso afone, rendendo in un sol colpo la scuola inutile e ogni ascensore sociale guasto. I valori sono quelli della forza e del raggiungimento del soldo facile.

“Gli ha gettato un bicchiere d’acqua addosso, ma mica per mancanza di rispetto: don Antonio prende in giro tutti, anche a noi.” Gianni è un bambino di dodici anni che sta tentando di giustificare un ras del quartiere che ha appena umiliato un anziano fragile, allontanandolo dalla sala scommesse. I bambini sono contenti del gesto violento, anche perché convinti che quel poveretto porti sfiga alla squadra del Napoli.

Così, se si avvicina alla sala slot durante un match, viene mandato via in malo modo. Il meccanismo della violenza, però, Gianni lo applica anche ai suoi coetanei meno fortunati fisicamente. Si crea, anche tra bambini, una specie di élite dei malamente. L’abitudine a sviluppare rapporti di tipo piramidale, dove la leadership è incentrata sulla sopraffazione già da adolescenti.

Piccoli pirati, pronti a sbranarsi per un nulla. La mamma di Gianni è anzianotta, la sua di nascita è avvenuta poco prima dello scoccare della menopausa e dopo una lunga detenzione del padre. Così ha fratelli e sorelle adulte e fa la stessa loro fetente vita.

Una assenza di tenerezza nel paesaggio, oltre che nella quotidianeità, che rende fisiologici questi episodi di violenza, anche perché opera di adolescenti resi anaffettivi, quindi senza il senso dell’altro, da una alienazione invincibile. “Incidenti”, dettati da residui di volontà alterate di cani da combattimento che, ad un uccidere o essere uccisi a comando, rispondono sbranando un barbone a caso o spaccandosi le teste con i caschi per divertirsi un pochino.

Ridurre l’Uomo in bestia, anelito supremo delle massonerie finanziarie, comporta questo rischio: ammaestrati al consumo, ma mai del tutto e mai tutti abbastanza. Un bambino del mio quartiere sogna di ammazzare il padre perché povero. Un altro, invece, è ucraino esattamente come la madre, ma la detesta: perché nel tritatutto delle guerre, tra lui è la madre si è persa anche una lingua comune.

È che si vuole cancellare ogni residuo di cultura russofila, anche se è quella della propria mamma, così la comunicazione tra loro è smozzicata, senza quel calore che diventa lingua: ne russo, ne ucraino ne, tanto meno, italiano. Senza lingua Madre, appunto, quella che indica un’identità quasi inviolabile.

Bambini in guerra, anche contro sé stessi. Quando sento in lontananza i loro pianti, mi viene in mente il Gramsci prigioniero che aveva capito il meccanismo per decifrare il colore delle lacrime altrui. Così divido quei lamenti in quelli che crescendo uccideranno e in quelli che, invece, saranno uccisi.

Salvatore ha il suo papà ai domiciliari: gli tocca la parte del badante, andando a comprargli da bere, da farsi e da fumare. È così piccolino che le buste piene di bottiglie di birra quasi coprono tutto il suo corpo. La casa è piccola, l’aria viziata dal fumo e dalla malinconia. Così fatti i servizi va vagando nel quartiere. Tanto lo sa: a qualunque ora torna a casa, prende le botte ugualmente. Meglio stare alla larga e aspettare che la sbronza degli adulti diventi meno molesta. “Chi adda perdere, adda perdere”, sembra ripetere il suo sguardo profondo.

Ma le disperazioni si sommano e non si sottraggono. Certo è che le disfunzionalità si attraggono e si finisce per abbracciare sempre il proprio potenziale carnefice. Nelle spirali occidentali delle nuove povertà questo elemento è centrale nel trasformare una difficoltà, in una dolenza psichiatrica cronica. Interi quartieri minati da sale slot e dalle luci livide dei centri commerciali: non un campetto, un giardino, un qualcosa che faccia dire “la vita è bella”.

Nel caso di bambini, poi, la disfunzionalità circolare assume valore di modello educativo, complicando ancora di più ogni via d’uscita. Bambini cresciuti come maiali in allevamenti intensivi: senza luce, amore, grazia e ora anche senza cibo. Il quasi milione di bambini che, sul nostro territorio, non ha cibo a sufficienza suona un allarme che non è solo alimentare: cicatrici che non si rimargineranno facilmente. Cicatrici non causate da carestia o altro, ma prodotte da una dittatura dell’utile che, di fatto, ha cancellato la nostra Costituzione.

Eppure Imma Carpiniello, guida e mente della Coop Lazzarelle, che a Napoli si occupa di reinserimento lavorativo delle detenute ed ex detenute del carcere di Pozzuoli, attraverso una torrefazione, un accogliente bistrot e tante altre iniziative, sostiene che un Welfare aggressivo riduce, e di tanto, le possibili recidive.

Opportunità reali, unite a meccanismi di aggregazione relazionali positive, diventano un baluardo alla caduta libera delle nuove povertà che, troppo spesso, si abbinano a comportamenti criminali. Lo stesso vituperato e poi cancellato Reddito di Cittadinanza, a suo dire, ha tenuto tante famiglie lontane dai guai. Perché, laddove entra un’aria salubre e serena, anche l’infanzia ne viene contagiata, riducendo il rischio insito nelle derive distruttive delle marginalità.

L’arrangiarsi dei genitori, ad esempio, se abbinato ad un reddito minimo e sicuro, rende i ragazzini meno propensi al lavoro minorile e più concentrati in ambito scolastico. Lo stesso ruolo di madre, se sostenuto da una misura reddituale costante, diventa meno evanescente, rispetto ai ritmi crudeli del neo schiavismo o del crimine.

L’abbandono scolastico, in un certo senso, è causato da gap culturali, ma anche da un senso di precarietà e sfiducia che porta i ragazzi delle periferie a lasciarsi andare. A non credere che, anche per loro, ci possa essere un futuro. La fabbrica dei baby killer, quindi, non si affronta con misure repressive inutili e tardive, ma con “accoglienza e potenzialità”.

Nell’Italia del dopoguerra la fame era la stessa, ma ci stava una coesione sociale, dei modelli comportamentali condivisi e una antica capacità di fare che oggi sono sommerse dalla spazzatura televisiva.

La vacca da latte e il lattaio che passava tutte le mattine o le galline in casa, costituivano oltre ad una base alimentare, anche una base culturale fatta di aspettative realistiche e fantasie nell’arrangiarsi: oggi chi sa fare il formaggio? Così i ragazzini crescevano sviluppando alcune capacità, ma anche socializzando con altri ragazzini, mentre oggi entrambi questi aspetti sono sostituiti dall’uso alienante dei dispositivi elettronici.

Dei video giochi dove tutto è concesso al giocatore, tranne che giocare. Bambini del Grande Fratello che finiscono per odiare la famiglia, perché non rispondente alla soap preferita. Lo stesso pianto, in alcuni quartieri di confine, entra in una sfera sonora che ha più a che fare con la nevrastenia che con il capriccio.

E il dilagare di forme più o meno estreme di disturbi psichiatrici e conseguente utilizzo di psicofarmaci in età evolutiva dovrebbero diventare la vera emergenza nazionale. Negli Stati Uniti, che siamo sempre abilissimi ad imitare, il fenomeno è diventato uno tsunami con oltre dieci milioni di bambini ostaggi di psicofarmaci.

“In Francia, come ragazza madre, ho diritto a talmente tante cose che in Italia non posso tornarci più. Il lavoro: nei centri per l’impiego devono attivarsi per cercarmelo nei pressi della mia abitazione e con orari consoni al mio ruolo di mamma. Per esempio: niente week end. Ma anche una assistenza costante e presente.” Paola, invece, è la figlia di una mia amica.

È andata a vivere a Parigi, dove ha fatto due figli, di cui uno con disagi vari. Il supporto che ha non è neanche paragonabile alle cupe latitanze dei nostri servizi. Così, nonostante sia sola, in difficoltà e con un dolore abbastanza evidente, regge botta. In Italia, invece, la malattia quando colpisce fasce sociali deboli, diventa una piovra emotiva che distrugge tutto.

La figura dello “scemo di guerra”, il cui malessere è esploso a seguito di un trauma durante il combattimento, diventa paradigma delle nuove marginalità infantili: la guerra intesa come trincea di sopravvivenza. L’apprendere, invece, ha sempre a che vedere con la capacità di dare aria al cervello, ma quando questa capacità viene triturata da un buio nella mente fatto di rabbia, paura e solitudine, si va incontro alla più cupa dissolvenza esistenziale: vivere per soffrire e fare soffrire.

Rendendo oggi la vergogna dell’infanzia affamata, un dramma irreversibile del domani, perché nel caso dei bambini è la stessa trincea della fame che diventa trauma insuperabile. Inabili da guerra, si potrebbe dire, ossia disfunzionali e in modo assoluto, mentre i più veloci si aggrapperanno a psiche da guerriglia urbana totale. Una guerra individualissima, dove si finisce ad ammazzarsi per venti euro o per uno sguardo sgarbato.

Persino il tetro paesaggio degli svincoli autostradali mette in moto spleen inarrestabili nei più piccoli, che si fissano a guardare il vuoto o l’unico stelo di erba che sbuca dall’asfalto. Il meccanismo è di patologia virale: quando la debolezza in età evolutiva è messa a nudo anche dal proprio sguardo, si viene contagiati dalle disfunzionalità altrui o ambientali. I bambini non hanno anticorpi sufficienti per opporsi al contagio e, misteriosamente, vengono attratti proprio laddove è più che scontato.

Partono pieni di passeggeri i pulmini per l’Ucraina: anche i profughi della guerra, si sono stancati di noi. Perché convivere con il pericolo dei bombardamenti, dopo due anni di nulla, diventa un panorama possibile, tollerabile. Sono proprio i bambini che vogliono tornare a casa. La condizione del profugo è una alienazione dell’anima e, in questo, sono proprio i più piccoli con la loro innocenza a capire che il rischio di cronicizzare la propria situazione e, quindi di essere condannati ad un ergastolo di marginalità, va combattuta in ogni modo.

Così nel mio quartiere sono molte le donne che, costrette dai figli, hanno preso la strada del ritorno, in questo caso verso l’Ucraina: i bambini si ribellano, non vogliono imparare la nostra lingua e, per il capriccio principe di voler vivere, mettono in conto anche di dover morire. Del resto, cosa è un pallone se non si ha nessuno con cui giocare? O un luogo dove farlo? Tatà è una donna ucraina del mio quartiere, sola e con un figlio di otto anni, ha provato a costruire una vita per sé e per il piccolo.

Ma il lavoro è schiavismo e non si coniuga con l’attenzione che un bimbo deve avere: se non è notte/giorno è tutto il giorno, ma con cifre talmente basse che si sopravvive se si è soli. Abitare è un inferno, dove si viene prosciugati per un posto letto fetente, in case dove anche andare in bagno è un terno al lotto. Così tutto, ma proprio tutto, pesa talmente tanto che si prende un pulmino e si torna nella guerra dalla quale si era fuggiti.

Patate e qualcosa, le diete dei poveri in tutto il mondo hanno una costante: la monotonia alimentare. In Brasile, nelle favelas, si mangia riso e fagioli o fagioli e riso. Però il mistero della grazia fa sì che ogni ripetizione conduca con sé delle varianti fantasiose. Patate e qualcosa, quello che la terra consente di avere oggi in Ucraina.

Tutto sommato in una era tecnologica come questa, ogni guerra dovrebbe durare poche ore. La potenza di fuoco è tale da consentirlo, ma forse i poteri del mondo hanno preferito una riedizione di una guerra da trincea, lunga e demenziale. Così noi moriamo di fame per armare gli ucraini e gli ucraini muoiono di fame per essere costretti ad usare le nostre armi: con la pancia piena nessuno va a farsi ammazzare.

Sono in molti che hanno capito che la guerra durerà a lungo, tanto vale quindi affrontarla, che entrare nelle celle senza ore d’aria del nostro neo schiavismo. Tatà, solo qualche mese fa, diede della pazza ad una sua amica che aveva deciso di rientrare, per assecondare il figlio.

Il milione di bambini in Italia che non ha cibo a sufficienza, non si inserisce unicamente in una tragedia alimentare, perché le leve che questa penuria aziona vanno in molte direzioni, alcune delle quali possono produrre guai grossi. 1 bambino su 5 che stiamo inviando alle più estreme forme di degrado che sfoceranno in tossicodipendenza, violenza, criminalità, marginalità, frustrazione, disturbo o disagio psichiatrico.

La fame è la più ignobile delle trincee, soprattutto in territori dove ogni sopravvivenza antica è proibita: liquefatta dai modelli consumistici, dalla idiota sopraffazione di una burocrazia onnivora, ma anche dalla dissoluzione di ogni equilibrio della povertà di una volta che, per quanto crudelissima, era dolcemente ancorata ai ritmi della natura e alla sua danza.

Fonte

16/06/2023

Italia - Anche oggi 3 milioni di persone non mangeranno in italia

Un recente studio condotto da Coldiretti ha rivelato un’allarmante situazione: oltre 3 milioni di persone si trovano nell’impossibilità di garantirsi il cibo quotidiano. Negli ultimi 3 anni, il numero di coloro che necessitano di assistenza alimentare è cresciuto in modo esponenziale, e tra di loro vi sono molti minori.

Ci troviamo di fronte a una realtà spesso insospettabile: la povertà si sta diffondendo a macchia d’olio nell’Italia del 2023, in un contesto caratterizzato da una grande inflazione.

Adesso, a chiedere aiuto, ci sono anche piccoli commercianti o artigiani che non sono riusciti a mantenere le proprie attività, nonché molte persone impiegate nell’economia informale che non beneficiano di alcuna forma di sostegno o assistenza pubblica.

Anche i lavoratori a tempo determinato e i piccoli imprenditori si trovano in difficoltà, colti di sorpresa dall’aumento delle bollette o dagli effetti del cambiamento climatico che ha colpito le aziende agricole, come nel caso della Romagna.

L’esercito dei nuovi poveri è estremamente diversificato e non risponde più agli stereotipi precedenti alla crisi finanziaria e pandemica. Il rapporto di Coldiretti, intitolato “Poveri, il lato nascosto dell’Italia”, offre uno spaccato ancora più articolato di questa situazione. I dati presentati sono tutt’altro che incoraggianti.

Il numero di italiani che non riescono a garantire il cibo sulla propria tavola supera i 3,1 milioni. Ogni giorno, oltre 3,1 milioni di italiani si affidano alle mense per i poveri e ai pacchi alimentari per sopravvivere.

Nell’anno dell’inflazione più alta degli ultimi 40 anni, sono state distribuite circa 92.000 tonnellate di cibo. Si tratta di una dinamica generata dall’aumento della povertà che da anni non accenna a diminuire in Italia.

Nel 2005, le famiglie in condizioni di povertà assoluta rappresentavano appena il 3,6% del totale nel nostro Paese. Dopo la pandemia e la grande crisi finanziaria del 2021, i nuclei familiari indigenti sono saliti al 7,5%. Si tratta di una tendenza preoccupante, soprattutto nel Sud Italia, dove nel 2021 le famiglie in povertà assoluta hanno raggiunto il 10% del totale.

Dopo gli ultimi due anni di grande inflazione, è probabile che questi numeri peggiorino ulteriormente. Infatti, l’aumento dei prezzi ha colpito principalmente i generi alimentari nel corso del tempo, incidendo maggiormente sulle fasce più vulnerabili della popolazione anziché sui cosiddetti ceti abbienti. Solo ad aprile 2023, il prezzo dei prodotti alimentari è aumentato del 12,5% rispetto all’anno precedente.

I soggetti più a rischio di povertà alimentare sono i minori, con circa 630.000 bambini sotto i 15 anni che necessitano di assistenza per nutrirsi, come sottolineato da Coldiretti.

Questi numeri impressionanti, purtroppo, non sorprendono completamente se si analizzano le statistiche che collocano l’Italia tra i peggiori paesi europei per quanto riguarda il rischio di povertà minorile.

Secondo le stime più recenti di Eurostat, in Italia il 31% dei minori è a rischio di povertà ed esclusione sociale, un triste primato condiviso solo con la Spagna, che ci distanzia notevolmente dagli altri paesi europei.

Tuttavia, non sono solo i minori a soffrire delle privazioni causate dalla povertà, ma anche gli anziani. Circa 365.000 anziani sopra i 65 anni hanno dovuto ricorrere a forme di sostegno alimentare. A questi si aggiungono circa 2,1 milioni di persone tra i 16 e i 64 anni.

Un dato significativo è che uno su cinque di coloro che chiedono aiuto per il cibo sono migranti (il 23%), come sottolinea Coldiretti. Tuttavia, vi sono anche circa 90.000 persone senza dimora e circa 34.000 disabili che non riescono a tirare avanti nonostante il sistema di welfare statale.

Nel 2022, secondo il rapporto di Coldiretti, sono stati assistiti anche 48.000 ucraini per il sostentamento alimentare, proprio nell’anno in cui il loro paese è stato invaso e devastato dall’esercito russo.

Uno dei dati più evidenti e drammatici emersi dal rapporto è la crescita esponenziale della povertà alimentare. Negli ultimi tre anni, il numero di persone che hanno richiesto aiuto per sfamarsi è aumentato di oltre un milione, secondo Coldiretti.

Anche in questo caso, vi sono notevoli differenze tra Nord e Sud Italia: il 64% delle persone che non riescono a mettere il cibo in tavola si trova nel Sud, mentre il 22% nel Nord e meno del 20% nelle regioni centrali.

Coldiretti sottolinea che oltre 2 milioni di persone hanno bisogno di un sostegno alimentare continuativo, mentre il resto si rivolge ai programmi e alle strutture di assistenza solo occasionalmente, come extrema ratio in momenti di estremo bisogno.

Ma cosa richiedono esattamente i nuovi poveri in termini di cibo? Principalmente, prevalgono i prodotti a lunga conservazione UHT (23%), la pasta (9%), la salsa di pomodoro (8%), i legumi (5%), i succhi di frutta e lo zucchero (5%), il caffè e i biscotti (4%). Non vanno dimenticati carne e tonno in scatola (3%), farina, marmellate, formaggio e fette biscottate (2%).

Sembrerebbe una lista di provviste per tempi di guerra, ma in realtà rappresenta l’emergenza che il Paese sta vivendo nel 2023, nonostante rimanga una potenza industriale mondiale.

Questa situazione di crescente povertà alimentare rappresenta un fenomeno in costante aumento. Il rapporto di Coldiretti evidenzia un quadro allarmante, ma la situazione non sembra destinata a migliorare nel breve termine. È essenziale affrontare con urgenza questa sfida sociale ed economica che colpisce così duramente la popolazione italiana.

È necessario adottare politiche e interventi mirati per contrastare la diffusione della povertà e garantire a tutti il diritto fondamentale all’alimentazione. È fondamentale che il governo e le istituzioni lavorino insieme per creare un sistema di protezione sociale solido, che includa sostegni alimentari adeguati, opportunità di lavoro dignitoso e programmi di formazione per favorire l’inclusione sociale ed economica.

Inoltre, è indispensabile promuovere la collaborazione tra enti pubblici, organizzazioni non governative, aziende e la società civile per creare reti di solidarietà e distribuzione equa delle risorse alimentari.

È importante coinvolgere la comunità nel fornire supporto e assistenza a coloro che si trovano in situazioni di povertà, offrendo servizi di sostegno, educazione alimentare e opportunità di crescita economica.

La lotta alla povertà alimentare richiede uno sforzo collettivo e un impegno costante da parte di tutti gli attori della società. Solo attraverso un’azione concertata e un impegno a lungo termine sarà possibile superare questa crisi e garantire a ogni individuo il diritto fondamentale a una nutrizione adeguata e dignitosa.

L’Italia, pur essendo ancora una potenza industriale mondiale, non può permettersi di tralasciare questa sfida umanitaria. La solidarietà e la giustizia sociale devono essere valori centrali nella costruzione di una società più equa e inclusiva, in cui nessuno debba affrontare la fame o la privazione alimentare.

Fonte

19/04/2023

La fame nel mondo e i giochi europeisti attorno al grano ucraino

Mentre la “fraterna” Polonia “senza frontiere” con l’Ucraina introduce il divieto su importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, è prorogata fino a maggio l’esportazione in Africa di cereali da Ucraina e Russia, la cosiddetta Black Sea Grain Initiative che, approvata da Russia, Ucraina, Turchia e ONU, dovrebbe garantire la sicurezza di navigazione per cereali, derrate alimentari e fertilizzanti spediti da porti ucraini, attraverso corridoi marittimi sul Mar Nero.

Dal giugno 2022, allorché fu firmato l’accordo, prorogato ogni quattro mesi, sono state trasportate quasi 25 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate verso 45 paesi. Prima della guerra, Russia e Ucraina erano tra i primi dieci produttori mondiali di grano e tra i cinque maggiori esportatori di grano e fertilizzanti verso Europa, Asia e Africa. Tra parentesi, la Russia lo è tuttora.

Il 25% circa dei carichi, scrive Pius Adeleye su Jeune Afrique, va a paesi con grossi deficit alimentari, in particolare nel Corno d’Africa; ma i principali beneficiari dell’accordo sono Cina, Spagna, Turchia e Italia. Secondo la FAO, almeno sedici paesi africani importano la maggior parte del grano da Russia e Ucraina; nel complesso, tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.

Sull’edizione russa di Forbes, Aleks Budris scrive però che Mosca minaccia di non approvare la quarta proroga dell’accordo: lo scorso 7 aprile, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha detto che «Se non ci saranno progressi nella rimozione degli ostacoli all’esportazione di fertilizzanti e cereali russi, valuteremo quanto l’accordo sia necessario». L’Occidente dovrà allora servirsi delle rotte terrestri e dei porti sul Danubio, specialmente in Romania, già così inflazionati.

Le condizioni russe per la proroga dell’accordo sono: il reinserimento della Rossel’khozbank nello Swift (sistema di pagamenti internazionali, ndr), la ripresa delle forniture alla Russia di macchinari agricoli, la rimozione delle limitazioni per l’accesso di navi russe a porti stranieri, la ripresa del funzionamento del condotto “Togliatti-Odessa”, attraverso cui l’ammoniaca russa viene pompata verso l’Ucraina per l’export.

Condizioni che, a detta di osservatori russi, difficilmente saranno accolte, cosa che rende quindi verosimile il ritiro russo dal Black Sea Grain, anche se molto dipende dai risultati delle prossime presidenziali e parlamentari in Turchia, garante dell’accordo.

Secondo dati ufficiali russi, diffusi lo scorso marzo, nel quadro di quell’accordo, dal 1 agosto 2022 sono state trasportate 23 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate alimentari, di cui il «47% verso paesi ad alto reddito, soprattutto UE, e il 34% verso paesi a reddito medio-alto. La quota di consegne a paesi bisognosi è in costante calo ed è ferma al 2,6%».

Stando a Bruxelles, invece, 456.000 tonnellate sono partire da porti ucraini dirette verso Etiopia, Yemen, Gibuti, Somalia e Afghanistan, col 65% del grano esportato verso paesi in via di sviluppo.

Altri dati ancora sono quelli del Centro di coordinamento congiunto del Black Sea Initiative: dall’inizio dell’accordo fino al 9 aprile 2023, sarebbero state esportate 27,4 milioni di tonnellate di prodotti agricoli: 13,7 mln di mais, 7,5 mln di grano. Principale destinatario sarebbe la Cina, con 6,2 milioni di tonnellate (22,6% del totale), seguita da Spagna (4,7 mln), Turchia (3 mln), Italia (1,9 milioni di tonnellate: 6,9% del totale) e Paesi Bassi (1,7 mln).

Tra i paesi bisognosi, destinatari del grano ucraino, ci sarebbero Bangladesh (822.093 t), Yemen (235.618 t), Etiopia (232.759 t), Afghanistan (130.869 t), Sudan (65.340 t), Somalia (53.500 t) e Gibuti (541 t), equivalenti al 20,5% di tutto il grano spedito dai porti ucraini: più o meno la stessa percentuale indicata dalla famigerata USAID, secondo cui tra agosto e novembre 2022, circa 435 navi sarebbero partite da porti ucraini, dirette in 39 paesi, ma solo meno del 20% delle derrate sarebbe andato (direttamente) a paesi vulnerabili quali Kenya, Somalia, Etiopia.

Sembra anzi che le statistiche siano peggiorate durante il secondo periodo dell’accordo (novembre 2022 – marzo 2023): nel solo mese di febbraio 2023, il volume di cereali spediti in Cina, principale beneficiaria del Black Sea Grain Iinitiative, è stato di circa quattro volte più grande di quello esportato in Africa. Secondo le cifre della Direzione doganale cinese, nel 2021 il volume di grano importato aveva superato 164 milioni di tonnellate, contro i quasi 135 del 2020; nei primi cinque mesi del 2022 sarebbe stato di 66,5 mln di tonnellate.

Importazione ed esportazione

Ma l’esportazione ucraina passa anche per i cosiddetti “corridoi di solidarietà”, creati dalla UE e da cui transitano 23 milioni di tonnellate di prodotti agricoli e oltre 21 milioni di tonnellate di altre merci. Allo scopo, sono stati temporaneamente aboliti dazi e quote (più avanti, vedremo le reazione degli agricoltori polacchi, romeni, bulgari, slovacchi) per i prodotti ucraini.

Questo per ora; perché, con la guerra in corso, ci sono previsioni di un calo del raccolto di grano ucraino per l’anno agricolo 2023-2024 dagli attuali 19,3 mln di tonnellate a 15,2, con un conseguente calo delle esportazioni da 13-16 mln a 10-12 mln di tonnellate.

Tra l’altro, a proposito di “aiuti europei all’Ucraina”, non va dimenticato che ormai da diversi anni (dal 2016, poi, anche col beneplacito parlamentare ucraino), colossi quali Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, ecc., controllano milioni di fertilissime terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.

La russa Vedomosti scrive che, secondo dati ONU e di Marinetraffic.com, il 57% (1,18 mln di tonnellate su 2,08) del frumento ucraino trasportato via mare nel mese di agosto 2022 era andato a paesi occidentali o membri NATO, (23% in più rispetto al 2021), di cui il 37% a paesi UE, contro il 17% diretto verso paesi africani. Risultava drasticamente calata la quota cinese, passata dal 31% dell’import nel 2021, al 8%.

Oggi, i primi cinque paesi che vantano il 65% dell’export mondiale di frumento, sono Russia (39 milioni di tonnellate), Canada (27,7), USA (26,7), Australia (19,7) e Ucraina (16,8). La geografia dell’export di frumento russo vede ai primi posti Medio Oriente, col 39% del volume esportato, Asia (31%), Africa (20%), UE (7%). Nel 2020-2021, i maggiori cinque importatori sono stati Egitto (13 milioni di tonnellate), Indonesia (10,5), Cina (10,5), Turchia (8,2), Filippine (6,8).

Fonti generali russe dicono che, nel 2021, le quote di export di cereali dall’Ucraina erano del 34% verso paesi occidentali e NATO, del 31% verso la Cina; seguivano Egitto, Indonesia e Turchia col 9% rispettivamente; Olanda 6%, altri 36%; Africa 18%.

Secondo le Izvestija, la Russia è leader mondiale nelle esportazioni di grano ormai da sei anni. Ogni anno vengono raccolti più di 120 milioni di tonnellate di grano, due terzi dei quali sono frumento. Si è parlato di un nuovo record di 150 milioni di tonnellate nel 2022, con esportazioni verso Iran, Egitto, Turchia, Bangladesh, Arabia Saudita, ma anche Kazakhstan e Azerbajdžan.

Nell’autunno 2022, Vladimir Putin aveva parlato di 30 milioni di tonnellate di cereali esportate in Asia, Africa e America Latina, con la prospettiva, secondo cui «siamo disposti ad aumentare il volume di forniture ai Paesi che più ne hanno bisogno fino a 50 milioni di tonnellate e oltre».

E questo significa anche grossi affari: tra le maggiori cinque proprietà terriere russe, continua a primeggiare “Agrocomplex N. I. Tkacev”, della famiglia dell’ex Ministro dell’agricoltura dal 2015 al 2018 Aleksandr Tkacev, con 660.000 ha di terre in Krasnodarskij e Stavropol’skij kraj, Adigeja, regione di Rostov, il cui valore supera i 152 miliardi di rubli. L’impresa controlla 63 ditte, che si occupano di produzione agricola e mangimi, allevamenti da carne e latticini, orticoltura, trasformazione.

L’export ucraino

Oggi, il Ministro degli esteri della junta golpista di Kiev, Dmitrij Kuleba, incurante del ridicolo (e degli ossimori) sproloquia di voler «trasformare il Mar Nero in quello che è diventato il Mar Baltico: un mare della NATO ... Chiediamo la smilitarizzazione del Mar Nero, così che i paesi pacifici e rispettosi della legge possano usarlo per il commercio e i viaggi».

Ma già per diversi mesi prima dell’accordo Black Sea Grain, la Russia era stata accusata dalle “democrazie” occidentali di aver provocato un aumento della carestia in Africa e Medio Oriente, a causa del blocco del frumento ucraino nei porti.

«I paesi ricchi, dietro gli slogan sulla lotta alla fame nel mondo, risolvono i propri problemi, acquistando colture foraggere, principalmente mais... invece di grano alimentare... Nessuno si aspettava che la UE sarebbe stata uno dei maggiori beneficiari del “corridoio del grano”, mettendo in secondo piano i paesi che hanno davvero bisogno di cibo», nota su Vedomosti Eduard Zernin, dell’Unione export cereali. E Dmitrij Ryl’ko: «L’Ucraina ha sempre esportato soprattutto cereali da foraggio. Anche ora lo portano verso paesi NATO».

Due mesi dopo l’accordo, Ivan Nečaev, del Ministero degli esteri russo, diceva che «La quota di grano, del cui deficit parlavano i politici occidentali, rappresenta meno del 19% del frumento spedito. Ne sono stati sinora esportati 0,39 milioni di tonnellate, su 20 navi, 9 delle quali salpate per la Turchia e 4 per paesi UE. Ciò solleva dubbi sul fatto che la sicurezza alimentare globale dipenda dall’accordo per lo sblocco dei porti ucraini».

Sembra che, dopo la firma dell’accordo del 2022, la prima nave diretta verso paesi con gravi problemi alimentari, sia salpata solo il 21 agosto per Gibuti, con 23.300 t. di grano per l’Etiopia.

A causa del tipico meccanismo di mercato, dell’equilibrio tra domanda e offerta, dice ancora su Vedomosti l’analista Andrej Sizov, le navi non si dirigono verso paesi alla fame: «Le argomentazioni dei politici occidentali, secondo cui i prodotti dovevano essere destinati ai paesi affamati dell’Africa, sono assolutamente infondate: come sempre, vengono inviati dove viene offerto il miglior prezzo».

Finora (Vedomosti scrive a settembre 2022) solo cinque navi con 0,17 milioni di tonnellate di grano (il 44% di tutto il grano e l’8% di tutti i cereali esportati dall’Ucraina in agosto) sono state inviate in paesi in cui oltre il 10% della popolazione soffre di gravi problemi alimentari: Gibuti, Libano, Somalia, Yemen, Sudan.

In molti paesi africani la situazione è davvero catastrofica. In Congo, su 96 milioni di abitanti, 36 milioni sono denutriti; ma ci sono anche Etiopia, Tanzania, Kenya Somalia (il 60% della popolazione soffre la fame), Repubblica Centrafricana, Madagascar, Congo. Secondo la FAO, al 2021, 828 milioni di persone in tutto il mondo pativano la fame: 46 milioni in più del 2020; e le cifre continuano a crescere.

A qualcuno dovrà pur sorgere il dubbio che, dietro la fame di un miliardo di persone, non ci sia semplicemente l’export russo e ucraino, ma ci sia un sistema che da secoli depreda intere regioni del mondo per i profitti del capitale.

Comunque, lo scorso gennaio, Jeune Afrique scriveva che la guerra «in Ucraina ha permesso alla Francia di segnare punti contro la Russia nella battaglia per la fornitura di grano a Marocco, Algeria e Egitto»; e notava che, secondo la governativa FranceAgriMer, le esportazioni francesi di grano tenero avevano raggiunto, all’inizio dell’anno, «1,7 milioni di tonnellate verso il Marocco, 1,5 milioni verso l’Algeria e 900.000 tonnellate verso l’Egitto, vale a dire il triplo» rispetto all’anno precedente.

Negli ultimi anni, nota Jeune Afrique, l’approvvigionamento di cereali al Maghreb, e in particolare di grano tenero, è stato oggetto di competizione tra Francia e Russia. Storico fornitore dell’area, Parigi ha visto la concorrenza di Mosca che, ormai primo esportatore mondiale di grano tenero, le ha sottratto quote di mercato, in particolare in Egitto e Marocco.

Ma, come detto all’inizio, non tutto procede liscio con i “benefit” accordati alla junta nazi-golpista di Kiev. Anzi, sono proprio gli immediati vicini dell’Ucraina a sollevare le maggiori proteste.

Le reazioni degli “amici” dell’Ucraina

A dispetto dei discorsi d’occasione fatti a Varsavia tra Vladimir Zelenskij e Andrzej Duda, sulla “scomparsa delle frontiere” tra Polonia e Ucraina, ai valichi confinari sono apparsi nuovi “cordoni”, fatti di trattori e cortei degli agricoltori polacchi.

Significativo che, proprio nel giorno in cui Duda e Zelenskij si abbracciavano, si sia dimesso il Ministro dell’agricoltura polacco, Henryk Kowalczyk, per protesta contro il rifiuto della Commissione europea di ristabilire i dazi sui prodotti agricoli ucraini – grano, mais, girasole, pollame – rimossi all’inizio del conflitto.

«La Bulgaria è solidale con l’Ucraina e i produttori ucraini. Insieme alla UE, ha sostenuto i corridoi di solidarietà per combattere la fame nel mondo. Ma questi corridoi sono un canale per importazioni verso la UE esenti da dazi senza precedenti», ha detto il vice Ministro dell’agricoltura bulgaro Georgi Sybev.

E il suo omologo ungherese, István Nagy, ha promesso controlli più severi sulle importazioni di grano dall’Ucraina, «per assicurarci che il grano raggiunga la sua destinazione originale». Secondo Nagy, cereali, semi oleosi, carne di pollame, uova e miele ucraini creano problemi ai produttori ungheresi, il che «fa pressione sui prodotti ungheresi e abbassa i prezzi di vendita al di sotto dei costi di produzione».

Non per nulla, a fine 2022 era cresciuta del 70% l’importazione di mais ucraino nella UE, di 10 volte il grano e 70 volte i girasoli. A differenza della Polonia, comunque, che ha vietato importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, l’Ungheria non ne ha per ora proibito il transito.

Anche gli agricoltori rumeni, scrive Euractiv, non riescono a vendere il grano, che non può competere con il grano ucraino più economico; e anche il trasporto di grano verso il mercato estero è praticamente impossibile, dato che tutte le capacità logistiche rumene, compreso il principale porto del paese, Costanza, sono occupate da merci ucraine.

«Di questo passo, il settore agroalimentare rumeno andrà in fallimento», ha dichiarato il consigliere del Ministero dell’agricoltura Cesar Gheorghe, aggiungendo che se l’accordo del Black Sea Initiative non verrà rinnovato, tutto il transito su rotaia o su strada ricadrà sulla Romania. Così che, dopo le recenti proteste degli agricoltori polacchi, anche quelli rumeni sono scesi in piazza. Con gli slogan “Non uccidere i nostri affari!” e “Stop ai cereali geneticamente modificati dall’Ucraina!”, minacciano lo sciopero nazionale a oltranza dal 7 giugno, se non cesserà l’importazione di grano dall’Ucraina.

Così, sembra che la Commissione europea stanzierà 56 milioni di euro fino al 30 settembre, per compensare le perdite degli agricoltori colpiti: 29,5 milioni andranno alla Polonia, 16,7 alla Bulgaria e 10 alla Romania. Ma Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno chiesto congiuntamente a Ursula von der Leyen di aumentare gli stanziamenti, o di reintrodurre tariffe e quote per l’importazione di prodotti ucraini.

Hanno anche proposto alla Commissione europea l’acquisto di grano in eccedenza dagli agricoltori europei e, insieme alla FAO, anche di grano ucraino, indirizzandolo a bisogni umanitari.

Oltre alla caduta del prezzo della produzione locale, da 370 a 240 euro la tonnellata, gli agricoltori rumeni protestano anche per i pericoli per la salute rappresentati dai prodotti ucraini. «Gli agricoltori ucraini producono merci con insetticidi e pesticidi, proibiti in Romania», scrive la rumena Economedia, aggiungendo che si sono registrati anche casi di merci con una componente di organismi geneticamente modificati, vietati nella UE.

Secondo Radio Romania, i cereali ucraini che hanno invaso il mercato locale sono spesso venduti a un prezzo inferiore del 70% rispetto a quelli rumeni. Se nel 2018-2020 la Romania non aveva importato grano dall’Ucraina, solo lo scorso anno ne ha importato 570.000 tonnellate (la Polonia 1,6 milioni).

«Metà delle esportazioni di cereali ucraini passa per la Romania, lungo il Danubio. Quindi anche i porti sul Danubio sono intasati, le autostrade sono piene di camion con targa ucraina». La TASS ricorda però che lo scorso anno era stata Bucarest stessa a semplificare l’importazione di prodotti agricoli ucraini: esenzione da dazi doganali e dall’obbligo di presentare certificazioni sanitarie e veterinarie.

In Slovacchia, il Ministero dell’agricoltura ha vietato lavorazione e vendita di grano dall’Ucraina e anche della farina già da esso ottenuta: test di laboratorio avrebbero confermato alti contenuti di residui di pesticidi in lotti di grano ucraino.

In generale, se formalmente Polonia, Ungheria, Slovacchia hanno deciso il blocco temporaneo dell’importazione di prodotti agricoli ucraini a causa della scoperta in essi di pesticidi vietati nella UE, il motivo più probabile è piuttosto che l’importazione di prodotti agricoli più economici ha provocato un calo dei prezzi della produzione interna, così che Varsavia e altre capitali europee si sono viste costrette a ricorrere a misure di protezione del proprio mercato.

Tanto più che la Polonia è il più importante fornitore di prodotti agricoli per i mercati europei e, con l’attuale proibizione, si tenta apertamente di eliminare un pericoloso concorrente per via “legislativa”.

In sostanza, osservano analisti russi, è improbabile che tali misure abbiano un serio impatto sull’economia ucraina, praticamente finanziata in toto dall’Occidente. Secondo dati di Bruxelles, la “temporanea” abolizione – dapprima fino al luglio 2023, poi 2024 – dei dazi sul grano ucraino, ne ha decuplicato l’importazione nella UE, dalle 287.000 tonnellate del 2021, ai 2,85 milioni del 2022.

Come che sia, un’ulteriore riprova del valore della commedia polacco-ucraina secondo cui «tra i nostri popoli non esisteranno più alcune frontiere: né politiche, né economiche»; ci saranno solo le frontiere dell’impero polacco della rinata “Rzeczpospolita”.

Così che valgono i versi del Teseida boccacciano: «Ciascun si guardi adunque di cadere e del non presto potersi levare, se non gli è forse caro di sapere chi gli è amico o amico pare».

Fonte

12/02/2019

Le Auschwitz italiane di cui non sappiamo nulla


Non solo Arbe. Quello dell’isola dalmata che oggi si chiama Rab, aperto esattamente settant’anni fa, nel luglio 1942, è stato il più terribile e mortale fra i campi di internamento “per slavi” messi in piedi dall’Italia (soprattutto dal Regio esercito) durante l’occupazione della Jugoslavia. Ma certo non era l’unico.

Già il termine “per slavi” la dice lunga. Il fatto che sia un concetto sbagliato (slavi infatti sono tutti i popoli che parlano lingue slave, dai russi ai bulgari) probabilmente non occupava le menti di chi ha concepito quei lager. È invece molto probabile che fossero ben consci dell’accezione negativa e velatamente razzista che la parola ha assunto – allora come oggi – in seguito all’uso e all’abuso fattone dai nazionalisti italiani (e che in precedenza invece non aveva, basti pensare alla veneziana riva degli Schiavoni, uno dei luoghi più prestigiosi della città).

I campi di internamento allestiti per ricevere i civili rastrellati dai territori jugoslavi annessi nel 1941 (provincia di Lubiana e di Dalmazia) e “allogeni” (sloveni e croati della Venezia Giulia, divenuti cittadini italiani dopo la Prima guerra mondiale) erano in totale 28: 14 in Italia e altrettanti nel territorio annesso. L’elenco è ricavato dal libro di Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce (Einaudi). Il Friuli-Venezia Giulia ospitava sei campi: Cighino, Gonars, Visco, Fossalon, Poggio Terzarmata (Zdravščine) e Piedimonte (Podgora); tre l’Umbria: Colfiorito, Pietrafitta e Ruscio; due il Veneto: Monigo e Chiesanuova; uno ciascuno la Toscana, la Liguria e la Sardegna: Renicci, Cairo Montenotte e Fertilia. I campi nei territori annessi si trovavano tutti nell’attuale Croazia, con l’eccezione di quello sull’isola di Mamula, oggi in Montenegro.

Oltre al già citato campo di Arbe (Rab), ce n’erano a Buccari (Bakar), Portoré (Kraljevica), Fiume (Rijeka), Melada (Molat), Zlarino (Zlarin), Scoglio Calogero (Ošljak), Morter (Murter), Zaravecchia (Biograd), Vodizza (Vodice), Divulje, Prevlaka e (Uljan). Quest’ultimo è stato aperto nell’agosto 1943 e ha ospitato 300 persone solo per pochi giorni, fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando tutti gli internati sono stati liberati (ma non tutti i lager hanno cessato di funzionare). I primi campi erano stati aperti tra l’inverno e la primavera 1942, per deportarvi la popolazione civile delle zone dov’era maggiore l’attività partigiana.

Le condizioni di vita variavano da campo a campo e da periodo a periodo, potevano andare dal sopportabile al disumano. Il numero maggiore di vittime si è registrato ad Arbe (1435 vittime accertate su 10mila internati); dieci volte minore è la mortalità di Renicci (in provincia di Arezzo), con 159 deceduti su un numero di internati più meno uguale; mentre a Gonars (Udine) si contano 453 morti su 7mila internati. Abbiamo una documentazione abbastanza completa solo per i campi più grandi (Arbe, Gonars, Monigo, Chiesanuova, Renicci e Visco) mentre su altri sappiamo piuttosto poco. La maggior parte dei campi era gestita dal Regio esercito, alcuni ricadevano sotto la giurisdizione del ministero dell’Interno e in questi secondi le condizioni di vita erano generalmente migliori.

Diciamolo subito: non c’era un disegno esplicito né di torture o maltrattamenti fisici, né tantomeno di sterminio (certo, è vero che affamare i reclusi equivale a una tortura). I regolamenti non prevedevano punizioni corporali, ma in alcuni campi venivano praticate: a Gonars era stato issato un palo dove legare i puniti. Si sono registrate alcune uccisione arbitrarie (sempre a Gonars Rudolf Kovač fu ucciso dalla fucilata di una sentinella senza apparenti motivi, a Renicci l’anarchico Umberto Tommasini venne ammazzato a colpi di pistola da un ufficiale per aver intonato l’Internazionale dopo la caduta di Mussolini). Non c’erano lavori forzati, solo qualche internato era occupato in attività d’ufficio e infermieristiche. Tuttavia erano stati costituiti tre campi di lavoro, uno per “ex jugoslavi” e uno per “allogeni” dove le condizioni di vista erano generalmente migliori che nei campi d’internamento.

Gli internati, invece, morivano di fame, di malattie e di freddo. «Caratteristiche pressoché costanti in questi campi furono la fame e la denutrizione generalizzate che determinarono l’alto tasso di mortalità», scrive Capogreco. Le razioni erano volutamente insufficienti e gli internati venivano alloggiati in tende senza tavolacci e quindi costretti a dormire sulla nuda terra, il che innalzava in modo consistente l’incidenza di malattie, soprattutto tra gli anziani. Arbe, Melada e Zlarin erano collocati in riva al mare, il primo addirittura su un terreno paludoso.

In Italia furono allestiti anche altri tipi di campi – per prigionieri di guerra o per internati politici o quant’altro – ma Capogreco sottolinea che le tendopoli adriatiche dei campi “per slavi” sono lontane «anni luce» dalle strutture per internati gestite dal ministero dell’Interno. Il modello era piuttosto costituito dai campi di prigionia in Libia. I reclusi vestivano e calzavano indumenti propri e, poiché l’arresto li aveva colti di sorpresa, buona parte di loro non disponeva d’altro che degli abiti indossati al momento del fermo. Solo ad alcuni più bisognosi, a inverno inoltrato, vennero forniti indumenti e scarpe di tipo militare. Si potevano ricevere pacchi, ma i disservizi e l’ostruzionismo rendevano la possibilità solo teorica: quando i pacchi arrivavano, e se arrivavano, il cibo era ormai immangiabile per la lunga giacenza nei magazzini. Da registrare un’eccezione: il servizio pacchi nella Dalmazia meridionale, organizzato dal 120° fanteria della Divisione Emilia che consegnò oltre 10mila pacchi nei due campi di Mamula e Prevlaka.

Il racconto di un ex internato di Renicci ricostruiva le precarie condizioni di vita nelle tende: «La terra era molto umida e così abbiamo cercato delle frasche da sistemare sul fondo, per poi poggiarvi le coperte. Ma i guardiani non ce l’hanno permesso e chi veniva sorpreso a spezzare rami dalle querce passava dei guai molto seri con loro. Così, la maggior parte di noi ha dovuto mettere direttamente sul fango le proprie coperte e, in poco tempo, si è così ammalata. Io ho vissuto sotto una tenda sino alla primavera del ’43: in ogni tenda stavamo quindici o venti persone, ma poi hanno allestito anche tendoni per sessanta internati».

Prigioniero sloveno ad Arbe

La fame era accentuata dall’antica, e non interrotta, tradizione italica di fare la cresta sulle provviste. Ivan Branko, evaso da Gonars il 30 agosto 1942, riferiva che le razioni erano forse sufficienti per sopravvivere, ma «prima di arrivare agli internati, finivano per ridursi a un quarto, poiché dovunque veniva rubato, al comando e poi lungo le tappe intermedie della gerarchia del potere».

Parecchi morti nei vari campi erano internati trasferiti da quello di Arbe quando ormai si trovavano in condizioni disperate. È il caso dei 232 reclusi deceduti della caserma “Cadorin”, di Monigo (Treviso). «I medici dell’ospedale di Treviso, dove venivano ricoverati gli internati quando erano ormai allo stremo, restavano esterrefatti davanti al quadro clinico di completa denutrizione», sottolinea Capogreco. Il professor Menenio Bortolozzi, al tempo primario anatomo-patologo, osservava: «Dal campo li mandavano al nosocomio quando ormai era troppo tardi: si è riusciti a salvarne pochi, sono morti anche bambini di un anno, di pochi mesi, vecchi ottantenni, persino uno di 92 anni. Morti di fame».

E Mario Cordaro, ex ufficiale medico a Gonars, riferiva: «Il nostro lavoro era divenuto bestiale, ma purtroppo non potevamo fare altro che constatare la nostra impotenza. Il cimitero di Gonars non poteva più contenere i morti che si contavano a varie decine ogni giorno e così fu in fretta costruito un nuovo cimitero». Camillo Croce, medico a Melada, ancora nel 2001 testimoniava: «Quando le condizioni di salute erano molto gravi, proponevo il ricovero all’ospedale San Demetrio di Zara, al quale facevamo capo per le varie emergenze».

Le condizioni di vita furono un po’ alleviate dall’intervento ecclesiastico. Il vescovo di Lubiana e quello di Veglia (sloveni e croati sono cattolici) andarono personalmente da Pio XII che fece pressioni sul governo italiano. Nella sua risposta il generale Mario Roatta, comandante militare dei Balcani, non negava la mortalità, ma cercava di farla apparire casuale. Comunque l’intervento vaticano ottenne il trasferimento dei bambini e di gran parte delle donne da Arbe a Gonars. Dal febbraio 1943 operò a Cairo Montenotte (Savona) un campo riservato alla minoranza slovena e croata della Venezia Giulia. Per fortuna fu un campo a bassa mortalità, ma la situazione non era di certo facile.

Il vescovo di Trieste e Capodistria, Antonio Santin, andò a visitare quelli che erano in buona parte abitanti della sua diocesi. Si scontrò con un generale che li considerava tutti delinquenti. «Pregai il generale di segnalare in alto la scarsità di cibo: avevo visto coi miei occhi e appreso dal colonnello quanto ricevono. Hanno fame», scrisse il vescovo.

Su tutto questo, nel dopoguerra, è scesa un’impenetrabile cortina di silenzio. Solo il caparbio lavoro di pochi storici e ricercatori ha permesso di conoscere almeno in parte le atrocità di cui si sono macchiati gli italiani nei Balcani.

Fonte

19/06/2016

La Banca di Grecia: il sistema sanitario è al collasso, cala l’aspettativa di vita


Quando scrivevamo, giusto poco tempo fa, che il programma dell’Unione Europea era fondamentalmente un “dovete morire prima” (voi poveri e miserabili, mica loro!), alcuni – anche “sinistrissimi” – storcevano il naso. Questo reportage dalla Grecia attuale esemplifica con ricchezza di dettagli quel che era prima soltanto una previsione. Scientifica, però...

*****

Keep Talking Greece aggiorna la drammatica situazione sanitaria greca. Tra aumento della mortalità infantile, malati senza soldi per le cure, adulti e bambini malnutriti la dimostrazione che l’austerità uccide avviene sotto i nostri occhi. Interessante notare gli effetti di politiche che ora vengono attuate o sostenute anche qui da noi: l’accorpamento di ospedali rende inaccessibili le cure a interi paesi, l’utilizzo dei ticket provoca la rinuncia alle cure dei malati indigenti, ecc. All’interno dell’eurozona, l’Italia rischia seriamente di fare la fine della Grecia.

Da Keep Talking Greece, 16 giugno 2016
tradotto da Malachia Paperoga per http://vocidallestero.it/

La crisi economica e la dura austerità associata agli aiuti del piano di salvataggio uccidono. Uccidono i greci. La banca di Grecia forse non lo scrive in modo melodrammatico nella sua relazione di politica monetaria del 2015-2016. Tuttavia, le conclusioni del capitolo su “Riforme della salute, crisi economica e impatto sulla salute della popolazione” sono scioccanti e confermano ciò che abbiamo udito e letto da parenti e amici negli ultimi anni: che la salute fisica e mentale dei greci si è deteriorata – in parte a causa dell’insicurezza economica, della disoccupazione, della precarietà del lavoro, della diminuzione del reddito della costante esposizione allo stress. In parte anche a causa dei problemi economici che impongono ai pazienti di interrompere le loro cure, in parte a causa degli incredibili tagli e delle carenze del sistema di sanità pubblica.

La relazione constata che “mentre ci vuole più tempo per registrare gli effetti esatti, le tendenze mostrano un peggioramento della salute dei greci durante gli anni degli accordi di prestiti e dei tagli dell’austerità.”

La Banca di Grecia dice che:

– I suicidi sono aumentati. “il rischio di tendenze suicide aumenta quando si verificano i cosiddetti fattori di rischio primario (condizioni mediche psichiatriche), mentre i fattori secondari (la situazione economica) e terziari (età, sesso) hanno influenza sui suicidi, ma solo se i fattori primari sono già presenti.

– La mortalità infantile è aumentata quasi del 50%, principalmente per l’aumento delle morti di bambini di meno di un anno, e la diminuzione delle nascite è stata del 22,1%. La mortalità infantile è aumentata: dal 2,65% nel 2008 al 3,75% nel 2014.

– Sono aumentati i casi di malattie mentali, specialmente la depressione. Gli aumenti: il 3,3% nel 2008, l’8,2% nel 2011, il 12,3% nel 2013. Nel 2014, il 4,7% della popolazione sopra i 15 anni ha dichiarato di soffrire di depressione: il dato era al 2,6% nel 2009.

– Le malattie croniche sono aumentate di circa il 24%.

La Banca di Grecia osserva che “gli enormi tagli nella spesa pubblica non sono stati accompagnati da cambiamenti e miglioramenti del sistema sanitario al fine di limitare le conseguenze per i cittadini più deboli e vulnerabili della società.”

La relazione del governatore della banca di Grecia ricorda le indagini condotte dall’autorità statistica greca (ELSTAT) secondo le quali ci sono stati:
  1. Un significativo aumento del 24,2% delle persone con più di 15 anni che soffrono di problemi cronici di salute.
  2. Aumento di più del 15% delle persone che hanno limitato le proprie attività a causa di problemi di salute nel 2014.
  3. La percentuale di nascite sottopeso (sotto I 2,5 kg) è aumentata del 19% nel 2008-2010, e ciò è associato a effetti negativi a lungo termine sulla salute e lo sviluppo dei bambini.

Citando i dati dell’OCSE del 2013, la Banca di Grecia sottolinea che il 79% della popolazione in Grecia non è coperta da assicurazione e quindi riamane senza medici e medicine a causa della disoccupazione di lunga durata, mentre i lavoratori autonomi non possono permettersi di pagare i contributi sociali.

Un sondaggio condotto nel 2014 da ELSTAT ha mostrato che parte della popolazione sopra i 15 anni ha bisogno di aiuto medico ma non lo ha ricevuto a causa della mancanza di mezzi finanziari:

il 13% della popolazione non ha rievuto cure mediche o trattamenti;
il 15,4% non ha ricevuto cure o trattamenti odontoiatrici;
il 4,3% non ha ricevuto cure o trattamenti mentali;
l’11,2% non ha comprato le medicine prescritte dai medici.

La stessa indagine mostra una diminuzione dei ricoveri ospedalieri privati e un aumento di quelli negli ospedali pubblici, con l’effetto che gli ospedali pubblici non sono in grado di affrontare le richieste a causa dei tagli di austerità al bilancio e al personale. I ricoveri ospedalieri pubblici nel 2009 sono stati 1,6 milioni e 2,5 milioni nel 2014.

Secondo l’indagine, la percentuale della popolazione che doveva ricevere cure medico-infermieristiche e le ha ricevute in ritardo o non le ha ricevute del tutto era:

13,1% a causa delle lunghe liste di attesa;
6,1% a causa della distanza eccessiva o di problemi di trasporto;
9,4% a causa della mancanza di dottori specializzati e del personale sanitario.

La relazione della Banca di Grecia avverte che la crisi economica e la svalutazione del settore sanitario rischia di far precipitare l’aspettativa di vita.

Tutti quelli che vivono in Grecia conoscono molto bene le lunghe liste di attesa per ottenere un appuntamento per un esame medico o per i controlli diagnostici negli ospedali pubblici. In alcuni casi l’appuntamento per un semplice controllo può essere fissato a distanza di un anno. A causa dell’accorpamento degli ospedali e dei centri della salute primari, le persone devono percorrere fino a 120 km per trovare il medico di cui hanno bisogno. Solo un paio di giorni fa, Keep Talking Greece ha raccontato la situazione drammatica nella città di Ierapetra nel sud di Creta, e delle persone disperate che preferiscono cercare l’aiuto del veterinario locale a causa della mancanza di un dottore per esseri umani.

Tuttavia, la crisi non colpisce solo i pazienti. Colpisce anche il personale sanitario. Solo 2 giorni fa, un mio amico, un dottore specializzato in problemi vascolari, mi ha raccontato che mentre anni fa riusciva sempre a mantenere la corretta distanza dai pazienti, ha invece cominciato a risentire dei loro problemi, dal momento che le persone stanno soffrendo così tanto per la crisi economica. “La situazione è drammatica là fuori, e non posso far finta di non accorgermene” ha dichiarato.

Uno dei farmacisti di zona mi ha raccontato a volte del numero drammatico di pazienti che non possono permettersi di pagare il ticket per i medicinali che vengono loro prescritti. Molti dei suoi clienti dimezzano le dosi delle medicine – per esempio prendono le pillole per il colesterolo ogni due giorni anziché giornalmente – e alcuni hanno rinunciato completamente a curarsi. “Per alcuni la scelta è questa: o le medicine, o il cibo”.

Questo andazzo va avanti dal 2012, quando l’allora Ministro della Salute Greca ha adottato il modello tedesco dei “ticket per le medicine prescritte e per i test di laboratorio” e ha tagliato alcuni servizi primari per la salute ma ha dimenticato di adottare l’altro aspetto del modello tedesco, che prevede che i pazienti non debbano spendere più del 2% del loro reddito per i servizi medici e le cure.

Ma queste cose le ho già scritte molte volte, non è forse vero? Pensavo di poter lasciar perdere per un po’ il “dramma greco” ma la realtà è più forte della volontà e dei desideri di un blogger.

Fonte: relazione della Banca di Grecia, altri dettagli qui e qui.

PS L’aspettativa di vita diminuirà? Suppongo che i creditori ne saranno più che felici! Se le persone muoiono, non occorrerà pagargli le pensioni e i fondi assicurativi si salveranno.

Fonte

03/02/2016

Etiopia - Siccità e dittatura

di Federica Iezzi

L’Etiopia si prepara ad affrontare una carestia peggiore rispetto alla crisi del 1984, che causò la morte di almeno un milione di persone, per la carenza estrema di acqua. La nuova siccità che sta aggredendo l’Etiopia è causata dai fenomeni atmosferici legati a El-Niño: riduzione delle precipitazioni e siccità in alcune regioni del mondo e inondazioni in altre, dovute al riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’oceano Pacifico.

L’Etiopia è abitata da 93 milioni di persone, la maggior parte delle quali vive di agricoltura. Ma la siccità ha provocato la perdita della maggior parte delle coltivazioni: i raccolti si sono ridotti dal 50% al 90%, allo stremo gli animali da fattoria.

Secondo i dati del governo etiope e dei partner internazionali umanitari, più di dieci milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare, soprattutto nelle regioni colpite nel nord e nell’est del Paese. Le stime parlano di almeno 400.000 casi di grave malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni. In totale 40 milioni di persone sono a rischio in dieci Paesi dell’Africa centrale e del sud, tra i quali Malawi, Zimbabwe, Madagascar e Lesotho. Quasi tre milioni di persone sono sulla soglia della malnutrizione in Malawi, almeno 1,5 milioni fronteggiano carenza alimentare in Zimbabwe, quasi due milioni di persone a rischio in Madagascar e 650.000 in Lesotho.

Piccoli villaggi etiopi, nelle zone remote maggiormente colpite a nord-est, centro e sud, combattono la malnutrizione in modeste cliniche che cercano di distribuire razioni alimentari e acqua. Lavorano per soddisfare le esigenze degli almeno 7.500 arrivi ogni giorno. L’Etiopia è sempre stata contrassegnata da ricorrenti carestie e anche a fronte di un aumento della produttività agricola, la minaccia della fame e la fame rimangono. In meno di un anno, il numero di etiopi con bisogno di assistenza alimentare è notevolmente aumentato, da tre milioni a oltre dieci milioni.

Il disagio in Etiopia è già considerevole per le migliaia di donne e bambini che trascorrono fino a sei ore al giorno alla ricerca di acqua. Le scuole sono chiuse nelle zone maggiormente colpite, con conseguente interruzione della formazione per 1,2 milioni di bambini. I servizi sanitari locali segnalano una cronica mancanza di acqua e forniture necessarie per offrire servizi di base, come il parto.

Il Paese con una delle più rapide crescite economiche in Africa, starebbe rispondendo a questa emergenza con un piano nazionale di 300 milioni di dollari, per la distribuzione capillare di aiuti alimentari. Ma sono forti le critiche per la dittatura, con pretese democratiche, di Malatu Teshome e la gestione dei fondi da parte del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, attuale partito al potere in Etiopia. Coloro che si oppongono apertamente alla politica di Teshome ricevono scarse risorse, mentre distorte campagne mediatiche di propaganda dicono che il cibo sarebbe sufficiente. Intanto il governo ha disposto l’accesso limitato alle zone colpite del Paese da parte di organizzazioni umanitarie.

L’assistenza internazionale per povertà e fornitura di beni primari per la crescente popolazione e per i 750.000 rifugiati, è sostanziale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha annunciato un piano da 50 milioni di dollari per aiutare gli 1,8 milioni di agricoltori e allevatori di bestiame in Etiopia. L’intervento comprenderà distribuzione di sementi, progetti di irrigazione e accesso ai microcrediti.

Secondo i dati ufficializzati dall’UNICEF, 350.000 bambini sono in attesa di un trattamento per malnutrizione acuta grave. E più di otto milioni di persone aspettano assistenza e soccorso.

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06/01/2016

Anche in Gran Bretagna l'austerità affama e uccide. Aperte mense di solidarietà

Il Regno Unito di queste vacanze natalizie fa ricordare il "Canto di Natale", il famoso romanzo di Dickens. La storia ci descrive una Londra vittoriana brulicante di masse di poveri miserabili e affamati che nell'epoca pre-Beveridge per sopravvivere dipendevano interamente dalla chiesa e dalla misericordia di buoni capitalisti e filantropi: un mondo a cui sembra il Regno Unito stia tornando.

Nelle scorse settimane è stato riportato dalla BBC che in alcune scuole inglesi e scozzesi le mense scolastiche sono rimaste aperte durante le feste natalizie grazie a un'iniziativa di insegnanti e genitori che hanno raccolto cibo donato dai supermercati, e in altri casi grazie a fondi comunali. Sta crescendo infatti in diverse parti del paese una campagna per supportare le famiglie che dipendono per garantire l'alimentazione dei propri figli dai pasti gratuiti forniti dalle mense scolastiche, e che di conseguenza durante le festività si trovano in difficoltà. Il problema ha assunto dimensioni tali per cui gli stessi insegnanti avevano segnalato che i bambini faticano a riprendere gli studi dopo le festività, probabilmente per la scarsa alimentazione ricevuta a casa. Hanno così dato vita a quest'iniziativa di solidarietà in quanto incapaci di svolgere il loro lavoro trovandosi di fronte bambini in uno stato di salute non adeguato all'apprendimento.

Nello stesso periodo il Guardian ha riportato dell'apertura di una "banca del cibo" a Liverpool rivolta ai giovani e ai bambini. Questa banca del cibo è aperta a tutti coloro che ne hanno bisogno, e non solo a chi possiede i voucher rilasciati, con molta parsimonia, dai servizi sociali, come viene invece richiesto nelle "normali" banche del cibo (voucher introdotti per evitare lo "sperpero" e l'"abuso" di questo benefit da parte dei cittadini).

Il fenomeno della dipendenza per migliaia di famiglie dalle banche del cibo è una conseguenza coerente dei cambiamenti e tagli al welfare e ai servizi sociali. Sono sempre esistiti i cosiddetti "soup kitchens", servizi offerti da organizzazioni caritatevoli, ma si assiste oggi a un salto di qualità: l'uso da parte dello Stato di tali servizi come sostitutivi rispetto a ciò che viene via via tagliato. Questo sistema funziona e si alimenta tramite l'esternalizzazione e il finanziamento ai privati per l'erogazione del servizio e il rilascio, controllato dai servizi sociali, di voucher ai bisognosi per effettuarne l'accesso. In questo modo lo Stato si libera di una responsabilità, risparmiando soldi e sopratutto controllando capillarmente i beneficiari. Il ragionamento con cui viene giustificato questo procedimento presso l'opinione pubblica, idea diffusa a piene mani dai media, sarebbe che i beneficiari di aiuti da parte dello stato sociale sono stati corrotti da questa dipendenza, e non sarebbero quindi persone in grado di gestire né i propri averi né gli aiuti ricevuti.

Questo tipo di affermazioni servono come leitmotiv dell'ideologia che sostiene l'austerity in un paese che ha avuto uno dei sistemi di welfare più estesi al mondo benché sia, insieme agli Stati Uniti, la culla del neoliberalismo. Uno Stato sociale da smantellare e vendere ai privati: si tenga presente che il mercato dei contratti per servizi pubblici nel Regno Unito è il secondo al mondo, più grande di quello USA, e più grande di tutto il settore nel resto d'Europa. E questo meccanismo ideologico passa anche attraverso la demonizzazione delle fasce popolari che storicamente hanno dipeso dallo stato sociale (vedi ad esempio il documentario pubblicato da Channel 4 "Benefits Street"), rappresentati come esempi viventi della corruzione generata dagli aiuti, demonizzati come esseri immorali.

Tuttavia quest'ideologia avrà un po' di lavoro da fare per coprire ciò che sta accadendo, se perfino i media mainstream sono costretti ad ammettere che non si tratta più solo di tossicodipendenti, alcolizzati e vagabondi affamati ma di numerosi bambini affamati. I cambiamenti in atto nei benefit non riguardano soltanto la modalità dell'erogazione, ma piuttosto una riduzione drastica in quello che viene fornito, anche ai più vulnerabili e alle famiglie. In questo senso diventerà complicato per i falchi dell'austerità convincere l'opinione pubblica dell'esistenza di una schiera di parassiti pigri che vivono a spese dello Stato, se alle interviste pubbliche per esempio un genitore scozzese commenta così: "Vivi solo per sopravvivere, e non veramente per vivere una vita di valore. Devi soltanto resistere mentre passano i giorni e ogni volta ringraziare Dio che c'è un giorno di meno."

Attualmente circa un bambino su quattro nel Regno Unito vive sotto la soglia della povertà relativa, e numerose ricerche hanno confermato che questa statistica rappresenta un aumento significativo riscontrato dopo l'entrata in vigore del programma di "welfare reform". Le cause della povertà secondo il Child Poverty Action Group sono genitori disoccupati, genitori sotto-occupati o malpagati (infatti c'è stato un aumento enorme di quello che viene chiamato "in work poverty"), l'aumento del costo della vita, e importanti diminuzioni o interruzioni dell'erogazione di benefit. Alla radice di tutti questi fattori c'è una decisione politica. Effetti come la fame sono un segno chiaro della devastazione che sta producendo l'austerity, e del annullamento di un secolo di conquiste di diritti che ci riporta a un mondo dickensiano.

Una consigliere del comune di Liverpool spiega i motivi per cui il comune ha deciso di dare il suo sopporto a questo progetto:

"La fame sta diventando un killer silenzioso. Questo può sembrare esagerato ma è così. I bambini di oggi moriranno più presto e secondo me fra un po' di anni potremo dire osservando le persone "questo qui è un figlio dell'austerity", perchè saranno persone che sono state private dei nutrienti necessari durante la crescita, l'impatto sullo sviluppo fisico, sociale, e emozionale di queste persone sarà grave."

In altre parole l'austerity affama e uccide.

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26/11/2015

Vita a Raqqa ai tempi dello Stato Islamico

I miliziani dello Stato islamico sfilano a Raqqa
di Federica Iezzi

Mentre rimangono accese le luci rosse di allarme in Europa, Francia e Russia continuano a bombardare l’area di Raqqa, la capitale siriana del Califfato nero. Colpiti i villaggi di al-Zibari, Mo Hasan, al-Bo Omar, al-Mrei’iyyah e al-Bokmal. Forze armate dello Stato Islamico circondano completamente il perimetro della città di Raqqa. I civili che vivono ai margini della città lo fanno in campi spontanei. Al freddo. Senza acqua potabile. Senza latrine. Non ci sono tende delle Nazioni Unite. Non c’è la Croce Rossa Internazionale. Ci sono bambini scalzi mentre fuori la temperatura scende a quattro gradi. Ci sono donne incinte malnutrite. Ci sono uomini con gli occhi incavati senza lavoro.

I militanti hanno il pieno controllo di tutte le strade di accesso ai quartieri. Limitati ingresso e uscita nelle aree assediate. Anche l’assistenza umanitaria risulta limitata o, peggio, del tutto bloccata. Fermato ogni veicolo che trasporta verdure, grano e forniture di cibo. Una sciarpa rossa incornicia il viso smagrito di Ghaith. “Spesso siamo costretti a mangiare le foglie degli alberi e le piante selvatiche” ci racconta.

Campi spontanei alla periferia di Raqqa. Foto: Federica Iezzi

Oltre all’accesso limitato, l’assedio è combinato a raid aerei e scontri a terra continui e violenti. I prezzi dei prodotti alimentari continuano a salire drammaticamente. Per un chilo di zucchero si paga quasi cinque euro. 51 euro per un chilo di tè. 380 euro per una bombola del gas. Il pane viene preparato in un solo panificio in città.

Abdel vive sotto un telone di plastica riparato da stracci e sopra un tappeto rosso e grigio, l’unico pezzo rimasto della sua vecchia casa nel quartiere di al-Shohadaa, a Raqqa. Ci dice: “non ci hanno permesso nemmeno di andare nelle zone controllate dal governo per ritirare i nostri stipendi. Le decine tra ministeri e governatorati, controllati da Daesh (noto anche come Is, Stato Islamico), non riconoscono il nostro lavoro”. Secondo una stima dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, almeno 640.000 siriani vivono in zone sotto assedio mentre infuria la guerra nel Paese.

Dallo scorso febbraio sono state riconosciute ufficialmente 11 aree assediate in Siria. Alle centinaia di migliaia di siriani che vivono in queste zone sono negate le necessità primarie: cibo, acqua e medicine. Centinaia sono le morti da cause prevenibili, come la fame, la disidratazione e la mancanza di cure mediche. Miran e Saben hanno un negozio di alimentari alla periferia di Raqqa. “Paghiamo un’imposta a Daesh di 44.000 libbre siriane al mese per il nostro negozio. A queste si sommano i costi dell’elettricità e dell’acqua. Ogni giorno per almeno 22 ore non c’è elettricità. E per queste due ore scarse paghiamo 3.000 libbre siriane al mese”. I guadagni sono nulli. I negozi restano chiusi durante il periodo di preghiera per cinque volte al giorno.

Distrutti dai raid aerei della Coalizione Internazionale e da bombe francesi e russe dirette sullo Stato Islamico, anche centrali elettriche e impianti di filtrazione per l’acqua. Adesso l’acqua viene estratta manualmente da falde acquifere contaminate da scarichi fognari e conservata malamente in contenitori di plastica. Non ci sono quasi più medici a Raqqa. Lo Stato Islamico ha perseguitato, torturato e ucciso chiunque curasse combattenti di altri gruppi ribelli. 670.000 bambini sono senza scuola o, peggio, solo con la scuola coranica. Niente più scienza, storia e arte, solo studi islamici distorti dal primitivo significato.

Pantaloni larghi che cadono sopra le caviglie senza lasciare nessun tratto di pelle scoperta. Burhan ci dice: “siamo costretti ad andare in moschea per la preghiera ‘in congregazione’. Sermoni con l’obiettivo del reclutamento. Non abbiamo neanche più la libertà di pregare da soli”.

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18/11/2015

Il disastro yemenita

Più di mezzo milione di bambini yemeniti rischiano di morire per malnutrizione. A denunciarlo è stato ieri il capo dell’Unicef, Anthony Lake. “Questo vuol dire non solo che i bambini non raggiungono il loro peso [ideale], ma che anche le loro capacità cognitive vengono intaccate creando un fardello per l’intera società” ha spiegato Lake all’Afp. Di fronte allo stallo politico e alla scarsa attenzione occidentale, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia sottolinea come la situazione stia sempre di più peggiorando: “Quello di cui abbiamo urgentemente bisogno – ha aggiunto Lake – è di una soluzione politica”. I dati riportati sul sito dell’Unicef sono drammatici: nel conflitto iniziato lo scorso marzo sono stati uccisi almeno 500 bambini. Due milioni di loro hanno abbandonato gli studi perché 3.584 scuole – una su quattro – sono state chiuse. Altre 860 sono state danneggiate o ospitano rifugiati.

Non è la prima volta che l’Onu sottolinea la terribile condizione umanitaria in cui versa il Paese. Nei mesi scorsi l’organismo internazionale aveva affermato che l’80% della popolazione è “sull’orlo della fame”. A pagare il prezzo più alto della guerra voluta dal blocco sunnita e guidata da Riyad sono soprattutto i più piccoli: le Nazioni Unite sostengono che 10 milioni di bambini hanno bisogno urgentemente di aiuto.

Nonostante le difficoltà, il direttore esecutivo dell’Unicef ha però aggiunto che, “in qualche modo”, si sente più “fiducioso” rispetto a due mesi fa che si possa arrivare alla pace. Non si capisce da dove nasca in lui questa fiducia. La guerra miete vittime incessantemente mentre la diplomazia arranca. Ciò dipende principalmente dalla mancata volontà di Riyad di raggiungere un compromesso politico con la controparte rivale houthi in questa fase del conflitto. Nonostante i raid aerei, infatti, la monarchia wahhabita e i suoi alleati sunniti non sono riusciti ad avere la meglio finora sui ribelli sciiti che controllano ancora la capitale Sana’a e diverse aree del Paese. Per Riyad sedersi al tavolo delle trattative senza aver raggiunto altre vittorie “sul terreno” (cioè negoziare non in una posizione di forza) potrebbe essere controproducente per i suoi interessi nel “cortile di casa” yemenita. I sauditi ritengono infatti che solo una situazione favorevole militarmente alla coalizione sunnita potrà segnare un avvio serio del processo diplomatico. Ma finché ciò non avverrà – è questo il non detto del monarca saudita Salman – l’unica lingua che si continuerà a parlare sarà quella delle armi.

E così, nell’impasse politica in cui versa lo Yemen, continuano le violenze. Ieri ufficiali di sicurezza yemeniti hanno riferito di un agguato nei pressi della città portuale di Mocha in cui hanno perso la vita 44 combattenti anti-houthi. Nella provincia di Ma’arib, invece, tra lunedì e martedì sono stati uccisi più di 20 ribelli sciiti negli scontri con i lealisti del presidente Abd Rabbuh Mansour Hadi, tornato ieri nella città meridionale di Aden. Il presidente, sostenuto dal blocco sunnita, era già rientrato brevemente nel Paese lo scorso settembre dopo sei mesi d’esilio. Non è chiaro al momento se la situazione attuale gli consentirà di restare o meno in quella che è stata definita dagli uomini di Hadi la “capitale temporanea” dello Yemen. Alcune fonti locali sostengono che il presidente dovrebbe restare in città fino alla fine di novembre. Di sicuro il suo ritorno – anche se breve – lancia un chiaro messaggio ai nemici sciiti: la guerra ormai volge a nostro favore.

Nelle stesse ore in cui si continua a combattere, fa discutere la possibile vendita di 22.000 bombe all’Arabia Saudita decisa dal dipartimento di stato Usa. Il costo dell’affare si dovrebbe aggirare su 1,3 miliardi di dollari. Il carico di armi, se approvato dal Congresso entro 30 giorni, permetterà alla monarchia del Golfo di rimpinguare il suo armamento bellico in esaurimento per via delle guerre che re Salman sta conducendo in Yemen e in Siria. A denunciare la possibile intesa economica è stata ieri Amnesty International (AI). Dagli schermi di al-Jazeera, la ong ha detto che alcuni tipi di bombe che gli Usa potrebbero vendere ai sauditi violano la legge umanitaria internazionale. Gli Stati Uniti sono il principale esportatore di armi in Arabia Saudita: tra il 2010 e il 2015 il giro di affari tra i due Paesi ha superato i 90 miliardi di dollari. In un report rilasciato lo scorso mese, AI ha chiesto a Washington di fermare la vendita a Riyad di “certe” armi. La monarchia del Golfo, infatti, le avrebbe usate per compiere raid illegali in Yemen. Bombardamenti, sottolinea la ong, he potrebbero essere considerati crimini di guerra.

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