Mentre il bilancio delle vittime a Gaza continua a salire (il “cessate il fuoco”, nella singolare interpretazione di Israele, per ora ha fatto 818 morti, secondi gli ultimi dati del ministero della Salute della Striscia: circa 4 morti al giorno da ottobre), a sollevare l’indignazione di Bruxelles non è la continuazione del genocidio o i crimini contro l’umanità, ma un singolo carico di grano arrivato nello stato sionista dai territori ucraini sotto controllo russo.
L’accusa che sta affrontando Tel Aviv è quella di aver fornito aiuto logistico per eludere le sanzioni imposte a Mosca sui raccolti nelle aree conquistate dalle truppe russe. È questo che emerge dalle rivelazioni fornite dal quotidiano israeliano Haaretz e da Barak Ravid, analista di Axios.
Al centro degli eventi c’è la Panormitis, una nave battente bandiera panamense, carica di 6.200 tonnellate di grano e 19.000 di orzo, salpata dal porto russo di Kavkaz, ma il cui carico si sospetta provenire da Berdyansk, città dell’oblast di Zaporižžja oggi sotto il controllo del Cremlino.
Stando ai dati raccolti tramite Vessel Finder, la nave è arrivata nel porto di Haifa, e non sarebbe stato l’unico caso negli ultimi giorni: due settimane fa, l’imbarcazione russa Abinsk avrebbe scaricato nel medesimo porto grano che Kiev considera sottratto ai campi ucraini, per un valore di milioni e milioni di dollari.
Ravid ha citato una fonte diplomatica ucraina di alto livello, secondo la quale le autorità dell’Ucraina stanno monitorando gli avvenimenti riguardanti la nave e il suo carico. “Non lasceremo correre”, ha detto, e nel caso venisse confermato quello che per Kiev è un aiuto a Mosca, allora “ci saranno ripercussioni, in particolare per i nostri rapporti bilaterali. Ci riserviamo il diritto di rispondere a livello legale e diplomatico”.
I numeri spiegano la natura del legame tra il governo di Benjamin Netanyahu e quello di Putin. Per la stagione 2025-2026, si prevede che la Russia coprirà il 90% del fabbisogno di grano di Israele (circa 2,16 milioni di tonnellate). Questa percentuale era solo del 39%, prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina. Dal 2022, sarebbero almeno 30 le spedizioni “sospette” arrivate ai porti israeliani di Haifa e Ashdod. L‘export di grano, da solo, valeva per la Russia quasi 10 miliardi di dollari nel 2024.
Visti i numeri, sembra che il caso venga ora sollevato soprattutto per ri-attirare l’attenzione sulla guerra ucraina, mentre Kiev ha sempre indicato Israele come modello di “nazione armata” candidandosi a imitazione da impiantare nel cuore dell’Europa. E anche per ribadire che l’Ucraina sta sostenendo a livello materiale e di consiglieri militari l’aggressione israeliana all’Iran, e sui vari fronti aperti dai sionisti in Asia Occidentale: in sostanza, è un modo per ridare innanzitutto lustro al peso del paese est-europeo nel sistema guerrafondaio occidentale, in senso lato.
Il riverbero di questa faccenda ha però risonanza maggiore per gli orizzonti della UE, che sta giocando strumentalmente sulla questione iraniana per millantare un profilo più autonomo nello scenario globale, mentre ha materialmente sostenuto l’aggressione. Dalla diplomazia europea sono arrivate minacce mai sentite in 2 anni e mezzo di genocidio.
Anouar El Anoumi, portavoce per gli affari esteri dell’UE, ha confermato che Bruxelles sta chiedendo chiarimenti ufficiali a Tel Aviv. “Condanniamo tutte le azioni che contribuiscono a finanziare gli sforzi militari illegali della Russia – ha detto – e a eludere le sanzioni dell’UE, e restiamo pronti a contrastare tali azioni, anche inserendo individui ed entità in paesi terzi, se necessario”.
Ricordiamo che, a livello interno, la UE sta anche affrontando la continuazione delle proteste al fianco del popolo palestinese. Nel giro di tre mesi, sono state raccolte oltre un milione di firme per la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, sulla base della violazione del prerequisito di rispetto dei diritti umani, palesemente violato da Tel Aviv.
Anche in questo caso, dunque, sembra che lo scopo delle minacce sia quantomeno duplice, e risponda soprattutto all’esigenza di disorientare i manifestanti che continuano ad animare le piazze del Vecchio Continente. Tuttavia, un tale atteggiamento rivela il vero volto della UE, che continua a ignorare le denunce presso la Corte Penale Internazionale e anche quelle per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia.
Insomma, la linea rossa della UE non è rappresentata da 72 mila persone massacrate, ma il commercio di frumento, che viene visto come un possibile sostegno allo sforzo bellico di Mosca sul teatro ucraino. A ribadire che, come ha detto il cancelliere tedesco Merz, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per gli interessi del nostro imperialismo in quel quadrante di Mondo, mentre la discriminante fondamentale della politica europea riguarda la scelta guerrafondaia su cui Bruxelles vuole improntare il suo posizionamento internazionale.
Il nostro parere, da sostenitori del boicottaggio totale e della rottura di qualsiasi rapporto con lo Stato genocida di Israele, è chiaro: anche la Russia sta sbagliando nel mantenerli. Non siamo soliti usare doppi standard...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/04/2026
24/02/2024
Il boicottaggio del grano “ucraino” e le terre in cui è messo a coltura
Guardando alle proteste degli agricoltori polacchi (ma, nei mesi scorsi, si erano mossi anche quelli ungheresi, slovacchi, ecc.) contro l’esportazione del grano ucraino, come quelle che si sono rinnovate in questi giorni, ad esempio alla stazione-merci polacca di Medyka, dove i manifestanti hanno riversato sui binari il grano di due dei 40 vagoni merci ucraini in sosta, è il caso di rammentare anche un altro aspetto della faccenda.
La questione non è nuova, ma di tanto in tanto vale la pena di tornarci, per non lasciare troppo in ombra i materialissimi interessi che non si celano per nulla dietro gli apostolici “difesa della democrazia contro la dittatura”, “salvaguardia dei valori europeisti” o “lotta della civiltà contro l’inciviltà”.
Sul fronte ucraino delle dispute interimperialiste, si combatte una guerra USA-NATO-UE per l’indebolimento (o l’annientamento) strategico di un pericoloso rivale sullo scacchiere mondiale, come passo preliminare nella prospettiva dell’assalto al principale concorrente planetario dell’imperialismo nordamericano. Questo, in generale. Ma, in terra ucraina, si combatte anche a difesa della sacra proprietà privata (essenzialmente straniera) su ciò che rimane di quelle che erano state un tempo le punte avanzate dello sviluppo sovietico, sia in campo industriale, che agricolo, proprio in Ucraina.
Le famose “terre nere” ucraine, che costituiscono circa 1/3 di tutte le terre nere mondiali, la loro privatizzazione, il loro accaparramento da parte di grossi latifondisti (non solo ucraini) e soprattutto da parte dei colossi mondiali dell’agroalimentare, rappresentano una parte non secondaria della lotta per il controllo sull’Ucraina.
Nel tracciare alcuni esiti del decennio intercorso dal majdan del 2013-2014 a oggi, il politologo ucraino Rostislav Ishchenko ricorda che nel 2013, alla vigilia del golpe, il debito estero ucraino era di 73 miliardi di dollari, quasi la metà di quei 140 miliardi di debito, che oggi costituiscono l’85% del suo PIL.
Di contro, è dimezzato l’export, anche perché è andato praticamente in fumo il “sogno” di sostituire gli scambi con la Russia con quelli verso l’agognata “Europa”. In compenso, è cresciuto di dieci volte “l’export” di persone, in fuga dalle condizioni sociali disastrose; e altri milioni lasceranno il paese alla fine della guerra.
Questo il quadro complessivo; al cui interno spicca la realtà di oltre la metà della terra ucraina coltivabile finita in mano ai giganti agrari USA, che da tempo avevano allungato le mani sulle ricche terre nere, ma non avevano avuto fretta (la legge non lo consentiva ancora) di comprarsele e si limitavano ad affittarle per cifre miserevoli.
Quindi, dopo che nel 2016 era stata tolta la moratoria sulla compravendita di terre, nel 2021 era entrata in vigore la legge che consente la vendita di terreni agricoli, pur con una sospensione fino al 2024: in ogni occasione, World Bank e FMI hanno avuto la loro parte nel “convincere” Kiev; anzi, secondo la russa Kommersant, la svolta del 2020, con il relativo disegno di legge alla Rada, era stata «quasi la condizione chiave per l’ennesima tranche di finanziamenti dal FMI».
Così che 17 milioni di ettari (oggi probabilmente già molti di più, anche se le cifre scarseggiano) di fertilissime terre nere ucraine finivano in mano a Cargill, Dupont, Monsanto, colossi sui mercati mondiali di cereali, sementi e prodotti agrochimici. Dunque, a voler essere proprio compassionevoli, suscitano appena clemenza quelle “campagne” (vere o false che siano) caritatevoli in giro per l’Italia a «sostegno dei piccoli agricoltori in Ucraina».
In ogni caso, senza aspettare i pruriti della Rada, quei colossi mondiali avevano da tempo fatto rotta sull’Ucraina. Già nel 2015, il sito ucraino Ekologija pravo ljudina lanciava l’allarme su compagnie transnazionali, in primo luogo Monsanto (produttrice del famigerato “agente orange” della guerra in Vietnam e di pesticidi che in vari casi hanno provocato morie di api. Oggi è proprietà della Bayer), produttrici di OGM in Ucraina e sul governo che lo consentiva quale «originale compensazione alle organizzazioni creditizie internazionali e alla loro “carità”». Monsanto si vanta da sempre di essere stata «la prima impresa straniera ad aver sottoscritto un accordo per la fornitura di fertilizzanti» all’Ucraina, già alla vigilia della fine dell’URSS.
Come mai l’Ucraina, detenendo terre nere, fertilissime di per sé, aveva bisogno di tale intervento, ci si potrebbe ingenuamente chiedere? Secondo uno studio della californiana Oakland University – “Walking on the West Side. The World Bank and the IMF in the Ukraine Conflict” – sulla situazione finanziaria ucraina, l’arrivo nel paese di multinazionali che avrebbero prodotto OMG era una delle condizioni poste da BM e FMI per il prestito a Kiev di 17 miliardi di dollari.
Ora, parlando di majdan e del golpe contro Viktor Janukovic, è il caso di ricordare il suo passo indietro sull’accordo di associazione alla UE, tra i cui termini figurava l’art. 404, con un paragrafo secondo cui entrambe le parti avrebbero cooperato all’impiego della biotecnologia nel settore agricolo; laddove, all’epoca, l’Ucraina proibiva ancora gli OGM.
I ricercatori della Oakland citavano uno studio della banca d’investimento “Piper Jeffrey” che, tra l’altro, recitava: «L’Ucraina, e più in generale l’Europa orientale, è tra i mercati in crescita più promettenti sia per il colosso delle macchine agricole Deere, che per i produttori di sementi Monsanto e Dupont».
Quindi, con majdan in pieno svolgimento, sei delle più grandi associazioni agricole ucraine chiedevano alla Rada di legalizzare l’uso di sementi OGM. L’allora Ministro dello sviluppo economico Aivaras Abromavicius (uno dei tre ministri “americani” del governo Jatsenjuk), dichiarava: «Ci sono imprese che vedono prospettive in Ucraina. Un buon esempio è l’azienda americana Monsanto, uno dei maggiori produttori mondiali di sementi di mais. Hanno appena cominciato a costruire a Žitomir un impianto del valore di 250 milioni di dollari». E i dollari, si sa, hanno la proprietà di rimanere anche attaccati alle mani di chi li tocchi.
Questo avveniva nel 2014, quando si parlava anche dell’impianto della Monsanto a Vinnitsa e degli accordi con le autorità locali per l’assegnazione del terreno: all’epoca, “solo” in affitto, dato che le lobby stavano ancora lavorando alle leggi sulla compravendita. Dieci anni fa, dunque, Monsanto era ancora dedita a convincere i contadini ucraini a cederle in affitto i terreni più appetitosi.
Le stime del 2013 indicavano che Monsanto occupava già circa il 20% del mercato ucraino delle sementi di mais, che sarebbe arrivato al 30% con l’avvio dell’impianto di Vinnitsa. In quell’anno, nonostante l’assenza di dati esatti su quanta terra Monsanto stesse già coltivando nel paese, l’Associazione granaria ucraina parlava di 6.500 ettari di ibridazione in 11 regioni. Una miseria, si dirà.
Ma ancora la Oakland University rilevava che «L’alta posta in gioco riguarda il controllo del vasto settore agricolo ucraino, il terzo maggiore esportatore di cereali al mondo e il quinto maggiore esportatore di grano... Negli ultimi anni, le società straniere hanno acquisito più di 1,6 milioni di ettari di territorio ucraino». E si era ancora agli inizi.
Nell’agosto 2022, quando le grida euroatlantiche sull’esportazione del grano ucraino cominciavano a farsi più acute, l’agenzia russa Regnum scriveva che, per cercare di raccapezzarsi nella questione, era il caso di partire dalla morte, nel luglio di quell’anno, dell’oligarca Aleksej Vadaturskij, uno dei più forti latifondisti ucraini, proprietario della maggiore impresa logistica granaria ucraina, la Nibulon, il cui contratto per la fornitura all’Egitto di 240.000 tonnellate di frumento era stato annullato dall’acquirente all’ultimo momento. Chissà perché e chissà su pressione di chi.
Le voci secondo cui dietro Vadaturskij ci fossero investitori stranieri si erano infittite quando, nel 2012, Nibulon era stata l’unica impresa ucraina a ottenere parte di quei 125 milioni di dollari di credito stanziati in parte dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e in parte da UniCredit Bank, BNP Paribas, Societe Generale, ING Bank, Hambros Bank.
È il caso di ricordare che, secondo la legge del 2021, fino al 2024 solo i cittadini ucraini avrebbero potuto acquistare terre, seguiti poi dalle persone giuridiche, ma non dagli stranieri; nulla però impediva alle società straniere di possedere quote di terreni (fino a 100 ettari) attraverso ditte-ombra.
C’era inoltre una clausola per cui l’acquisto di terre poteva esser fatto anche da cittadini o imprese straniere che le stessero affittando da almeno tre anni: di questi, in Ucraina, ce ne erano più che abbastanza, e tra l’altro affittavano terre non da tre anni, ma già da qualche decennio. Si tratta anche di imprese registrate come persone giuridiche ucraine, ma “ricche” di capitali euroatlantici, di cui in realtà sono dirette filiali.
E i piccoli e medi agricoltori affittavano volentieri i propri appezzamenti a cifre semplicemente misere per le tasche di colossi quali Monsanto, Dupont, compagnie saudite, o la francese AgroGénéretion, ecc. Ma non solo esse. Sempre nel pieno di majdan, ancora presidente Viktor Janukovic, Giulietto Chiesa aveva parlato di terre, in cinque regioni ucraine, prese in affitto per 50 anni, con diritto di proroga, dalla anglo-olandese Shell e dall’americana Chevron, interessate non all’agricoltura, ma all’estrazione di gas di scisto.
Alla fine del 2019, quei “bolscevichi” della BBC Ukraina affermavano che su oltre 60 milioni di ettari di terreno in tutto il paese, oltre il 70% (42,7 mln) sono a destinazione agricola, di cui un buon 40% costituito da terre nere. Dieci milioni di ha erano di proprietà statale; 31 milioni di proprietà privata, di cui circa 28 milioni divisi in 7 milioni di quote private, a fronte di oltre 25 milioni tra proprietari di terreni e diretti coltivatori di essi. Dunque, secondo dati ufficiali ucraini, tra il 2015 e il 2017, nonostante fosse in vigore la moratoria, 9 transazioni su 10 avevano riguardato proprio terreni coltivabili: per ¾ si trattava di affitto e per 1/5 di trasferimenti per eredità.
Più vicino ai nostri giorni, a maggio 2022, era la Australian National Review a tornare sul tema, scrivendo che Cargill, Dupont e Monsanto, (per inciso: tutte da tempo molto attive anche in Russia) avevano acquistato, in consorzio, 17 milioni di ha (su un totale di quei 42 milioni di cui sopra) di terre coltivabili ucraine, pari ai territori di Grecia e Olanda prese insieme e più delle terre coltivate italiane (16,7 mln di ha).
Un altro 5% di quei 42 mln di ha era stato acquistato da persone giuridiche facenti capo alla Cina: secondo The Wall Street Journal, si trattava del 10%. Tra i principali azionisti delle tre consorziate figurano holding finanziarie quali Vanguard, Blackstone e Blackrock, ognuna delle quali gestisce asset per trilioni di dollari in tutto il mondo.
D’altronde, anche prima della creazione del citato consorzio Cargill-Dupont-Monsanto, si erano già stabilite in Ucraina varie altre imprese agroindustriali: l’americana NCH Capital, le tedesche ADM Germany, KWS, Bayer e BASF, la Saudi Arabian Agricultural and Livestock Investment Company (SALIC). Ma, almeno fino al 2022, le posizioni di comando erano ancora occupate dal triumvirato yankee.
E ciò si è realizzato e si realizza con accordi più o meno temporanei con oligarchi-latifondisti ucraini – alcuni di essi: Jurij Kosjuk (PrJSC MHP), Andrej Verevskij (Kernel), Oleg Bakhmatjuk (UkrLandFarming) il citato Aleksej Vadaturskij, e non può mancare Rinat Akhmetov, le cui attività spaziano in ogni settore – in attesa del passaggio delle imprese ucraine a società miste e, in seguito, totalmente straniere.
Secondo il coordinatore ucraino del progetto Land Matrix, Mikhail Amosov, nel 2020 oltre 50 investitori stranieri controllavano le terre ucraine: le agroholding stavano acquisendo intere aziende o affittando terreni a prezzi stracciati.
Lo schema è semplice: non sono i non-residenti ad acquistare le terre, ma aziende agricole ucraine, che se le erano accalappiate sin dagli anni ’90. E, a detta degli osservatori, il processo si è notevolmente accelerato dopo il 2022, grazie anche al precipitare dei prezzi dei terreni a causa della guerra: un ettaro di terra coltivabile non va oltre i 2.500 dollari e, vicino alle zone di guerra, scende a mille dollari. In Italia, per dire, a seconda delle regioni, si va da 15.000 a oltre 40.000 euro a ettaro.
Per concludere. Circa un anno fa, Ukraina.ru scriveva che la totalità delle terre nere ucraine era valutata approssimativamente intorno ai 500 miliardi di dollari. Cosa ha ricevuto in cambio l’Ucraina dalla vendita di larga parte di esse? Anche se ne avesse ricavato 1/10 di quella cifra, si è trattato di crediti che dovranno essere profumatamente ripagati dalle generazioni a venire.
Se ora si torna per un attimo a tutto il clamore sollevato attorno alla passata questione dell’esportazione di 20 milioni di tonnellate di grano ucraino, si può guardare la cosa da un’altra prospettiva. All’apparenza, si trattava e si tratta di grano ucraino; in realtà americano, o comunque straniero.
Dunque, quando oggi si proclamano le encicliche sulla battaglia europeista a difesa della libera terra ucraina, è forse il caso di ricordare a chi appartenga quella terra.
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La questione non è nuova, ma di tanto in tanto vale la pena di tornarci, per non lasciare troppo in ombra i materialissimi interessi che non si celano per nulla dietro gli apostolici “difesa della democrazia contro la dittatura”, “salvaguardia dei valori europeisti” o “lotta della civiltà contro l’inciviltà”.
Sul fronte ucraino delle dispute interimperialiste, si combatte una guerra USA-NATO-UE per l’indebolimento (o l’annientamento) strategico di un pericoloso rivale sullo scacchiere mondiale, come passo preliminare nella prospettiva dell’assalto al principale concorrente planetario dell’imperialismo nordamericano. Questo, in generale. Ma, in terra ucraina, si combatte anche a difesa della sacra proprietà privata (essenzialmente straniera) su ciò che rimane di quelle che erano state un tempo le punte avanzate dello sviluppo sovietico, sia in campo industriale, che agricolo, proprio in Ucraina.
Le famose “terre nere” ucraine, che costituiscono circa 1/3 di tutte le terre nere mondiali, la loro privatizzazione, il loro accaparramento da parte di grossi latifondisti (non solo ucraini) e soprattutto da parte dei colossi mondiali dell’agroalimentare, rappresentano una parte non secondaria della lotta per il controllo sull’Ucraina.
Nel tracciare alcuni esiti del decennio intercorso dal majdan del 2013-2014 a oggi, il politologo ucraino Rostislav Ishchenko ricorda che nel 2013, alla vigilia del golpe, il debito estero ucraino era di 73 miliardi di dollari, quasi la metà di quei 140 miliardi di debito, che oggi costituiscono l’85% del suo PIL.
Di contro, è dimezzato l’export, anche perché è andato praticamente in fumo il “sogno” di sostituire gli scambi con la Russia con quelli verso l’agognata “Europa”. In compenso, è cresciuto di dieci volte “l’export” di persone, in fuga dalle condizioni sociali disastrose; e altri milioni lasceranno il paese alla fine della guerra.
Questo il quadro complessivo; al cui interno spicca la realtà di oltre la metà della terra ucraina coltivabile finita in mano ai giganti agrari USA, che da tempo avevano allungato le mani sulle ricche terre nere, ma non avevano avuto fretta (la legge non lo consentiva ancora) di comprarsele e si limitavano ad affittarle per cifre miserevoli.
Quindi, dopo che nel 2016 era stata tolta la moratoria sulla compravendita di terre, nel 2021 era entrata in vigore la legge che consente la vendita di terreni agricoli, pur con una sospensione fino al 2024: in ogni occasione, World Bank e FMI hanno avuto la loro parte nel “convincere” Kiev; anzi, secondo la russa Kommersant, la svolta del 2020, con il relativo disegno di legge alla Rada, era stata «quasi la condizione chiave per l’ennesima tranche di finanziamenti dal FMI».
Così che 17 milioni di ettari (oggi probabilmente già molti di più, anche se le cifre scarseggiano) di fertilissime terre nere ucraine finivano in mano a Cargill, Dupont, Monsanto, colossi sui mercati mondiali di cereali, sementi e prodotti agrochimici. Dunque, a voler essere proprio compassionevoli, suscitano appena clemenza quelle “campagne” (vere o false che siano) caritatevoli in giro per l’Italia a «sostegno dei piccoli agricoltori in Ucraina».
In ogni caso, senza aspettare i pruriti della Rada, quei colossi mondiali avevano da tempo fatto rotta sull’Ucraina. Già nel 2015, il sito ucraino Ekologija pravo ljudina lanciava l’allarme su compagnie transnazionali, in primo luogo Monsanto (produttrice del famigerato “agente orange” della guerra in Vietnam e di pesticidi che in vari casi hanno provocato morie di api. Oggi è proprietà della Bayer), produttrici di OGM in Ucraina e sul governo che lo consentiva quale «originale compensazione alle organizzazioni creditizie internazionali e alla loro “carità”». Monsanto si vanta da sempre di essere stata «la prima impresa straniera ad aver sottoscritto un accordo per la fornitura di fertilizzanti» all’Ucraina, già alla vigilia della fine dell’URSS.
Come mai l’Ucraina, detenendo terre nere, fertilissime di per sé, aveva bisogno di tale intervento, ci si potrebbe ingenuamente chiedere? Secondo uno studio della californiana Oakland University – “Walking on the West Side. The World Bank and the IMF in the Ukraine Conflict” – sulla situazione finanziaria ucraina, l’arrivo nel paese di multinazionali che avrebbero prodotto OMG era una delle condizioni poste da BM e FMI per il prestito a Kiev di 17 miliardi di dollari.
Ora, parlando di majdan e del golpe contro Viktor Janukovic, è il caso di ricordare il suo passo indietro sull’accordo di associazione alla UE, tra i cui termini figurava l’art. 404, con un paragrafo secondo cui entrambe le parti avrebbero cooperato all’impiego della biotecnologia nel settore agricolo; laddove, all’epoca, l’Ucraina proibiva ancora gli OGM.
I ricercatori della Oakland citavano uno studio della banca d’investimento “Piper Jeffrey” che, tra l’altro, recitava: «L’Ucraina, e più in generale l’Europa orientale, è tra i mercati in crescita più promettenti sia per il colosso delle macchine agricole Deere, che per i produttori di sementi Monsanto e Dupont».
Quindi, con majdan in pieno svolgimento, sei delle più grandi associazioni agricole ucraine chiedevano alla Rada di legalizzare l’uso di sementi OGM. L’allora Ministro dello sviluppo economico Aivaras Abromavicius (uno dei tre ministri “americani” del governo Jatsenjuk), dichiarava: «Ci sono imprese che vedono prospettive in Ucraina. Un buon esempio è l’azienda americana Monsanto, uno dei maggiori produttori mondiali di sementi di mais. Hanno appena cominciato a costruire a Žitomir un impianto del valore di 250 milioni di dollari». E i dollari, si sa, hanno la proprietà di rimanere anche attaccati alle mani di chi li tocchi.
Questo avveniva nel 2014, quando si parlava anche dell’impianto della Monsanto a Vinnitsa e degli accordi con le autorità locali per l’assegnazione del terreno: all’epoca, “solo” in affitto, dato che le lobby stavano ancora lavorando alle leggi sulla compravendita. Dieci anni fa, dunque, Monsanto era ancora dedita a convincere i contadini ucraini a cederle in affitto i terreni più appetitosi.
Le stime del 2013 indicavano che Monsanto occupava già circa il 20% del mercato ucraino delle sementi di mais, che sarebbe arrivato al 30% con l’avvio dell’impianto di Vinnitsa. In quell’anno, nonostante l’assenza di dati esatti su quanta terra Monsanto stesse già coltivando nel paese, l’Associazione granaria ucraina parlava di 6.500 ettari di ibridazione in 11 regioni. Una miseria, si dirà.
Ma ancora la Oakland University rilevava che «L’alta posta in gioco riguarda il controllo del vasto settore agricolo ucraino, il terzo maggiore esportatore di cereali al mondo e il quinto maggiore esportatore di grano... Negli ultimi anni, le società straniere hanno acquisito più di 1,6 milioni di ettari di territorio ucraino». E si era ancora agli inizi.
Nell’agosto 2022, quando le grida euroatlantiche sull’esportazione del grano ucraino cominciavano a farsi più acute, l’agenzia russa Regnum scriveva che, per cercare di raccapezzarsi nella questione, era il caso di partire dalla morte, nel luglio di quell’anno, dell’oligarca Aleksej Vadaturskij, uno dei più forti latifondisti ucraini, proprietario della maggiore impresa logistica granaria ucraina, la Nibulon, il cui contratto per la fornitura all’Egitto di 240.000 tonnellate di frumento era stato annullato dall’acquirente all’ultimo momento. Chissà perché e chissà su pressione di chi.
Le voci secondo cui dietro Vadaturskij ci fossero investitori stranieri si erano infittite quando, nel 2012, Nibulon era stata l’unica impresa ucraina a ottenere parte di quei 125 milioni di dollari di credito stanziati in parte dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e in parte da UniCredit Bank, BNP Paribas, Societe Generale, ING Bank, Hambros Bank.
È il caso di ricordare che, secondo la legge del 2021, fino al 2024 solo i cittadini ucraini avrebbero potuto acquistare terre, seguiti poi dalle persone giuridiche, ma non dagli stranieri; nulla però impediva alle società straniere di possedere quote di terreni (fino a 100 ettari) attraverso ditte-ombra.
C’era inoltre una clausola per cui l’acquisto di terre poteva esser fatto anche da cittadini o imprese straniere che le stessero affittando da almeno tre anni: di questi, in Ucraina, ce ne erano più che abbastanza, e tra l’altro affittavano terre non da tre anni, ma già da qualche decennio. Si tratta anche di imprese registrate come persone giuridiche ucraine, ma “ricche” di capitali euroatlantici, di cui in realtà sono dirette filiali.
E i piccoli e medi agricoltori affittavano volentieri i propri appezzamenti a cifre semplicemente misere per le tasche di colossi quali Monsanto, Dupont, compagnie saudite, o la francese AgroGénéretion, ecc. Ma non solo esse. Sempre nel pieno di majdan, ancora presidente Viktor Janukovic, Giulietto Chiesa aveva parlato di terre, in cinque regioni ucraine, prese in affitto per 50 anni, con diritto di proroga, dalla anglo-olandese Shell e dall’americana Chevron, interessate non all’agricoltura, ma all’estrazione di gas di scisto.
Alla fine del 2019, quei “bolscevichi” della BBC Ukraina affermavano che su oltre 60 milioni di ettari di terreno in tutto il paese, oltre il 70% (42,7 mln) sono a destinazione agricola, di cui un buon 40% costituito da terre nere. Dieci milioni di ha erano di proprietà statale; 31 milioni di proprietà privata, di cui circa 28 milioni divisi in 7 milioni di quote private, a fronte di oltre 25 milioni tra proprietari di terreni e diretti coltivatori di essi. Dunque, secondo dati ufficiali ucraini, tra il 2015 e il 2017, nonostante fosse in vigore la moratoria, 9 transazioni su 10 avevano riguardato proprio terreni coltivabili: per ¾ si trattava di affitto e per 1/5 di trasferimenti per eredità.
Più vicino ai nostri giorni, a maggio 2022, era la Australian National Review a tornare sul tema, scrivendo che Cargill, Dupont e Monsanto, (per inciso: tutte da tempo molto attive anche in Russia) avevano acquistato, in consorzio, 17 milioni di ha (su un totale di quei 42 milioni di cui sopra) di terre coltivabili ucraine, pari ai territori di Grecia e Olanda prese insieme e più delle terre coltivate italiane (16,7 mln di ha).
Un altro 5% di quei 42 mln di ha era stato acquistato da persone giuridiche facenti capo alla Cina: secondo The Wall Street Journal, si trattava del 10%. Tra i principali azionisti delle tre consorziate figurano holding finanziarie quali Vanguard, Blackstone e Blackrock, ognuna delle quali gestisce asset per trilioni di dollari in tutto il mondo.
D’altronde, anche prima della creazione del citato consorzio Cargill-Dupont-Monsanto, si erano già stabilite in Ucraina varie altre imprese agroindustriali: l’americana NCH Capital, le tedesche ADM Germany, KWS, Bayer e BASF, la Saudi Arabian Agricultural and Livestock Investment Company (SALIC). Ma, almeno fino al 2022, le posizioni di comando erano ancora occupate dal triumvirato yankee.
E ciò si è realizzato e si realizza con accordi più o meno temporanei con oligarchi-latifondisti ucraini – alcuni di essi: Jurij Kosjuk (PrJSC MHP), Andrej Verevskij (Kernel), Oleg Bakhmatjuk (UkrLandFarming) il citato Aleksej Vadaturskij, e non può mancare Rinat Akhmetov, le cui attività spaziano in ogni settore – in attesa del passaggio delle imprese ucraine a società miste e, in seguito, totalmente straniere.
Secondo il coordinatore ucraino del progetto Land Matrix, Mikhail Amosov, nel 2020 oltre 50 investitori stranieri controllavano le terre ucraine: le agroholding stavano acquisendo intere aziende o affittando terreni a prezzi stracciati.
Lo schema è semplice: non sono i non-residenti ad acquistare le terre, ma aziende agricole ucraine, che se le erano accalappiate sin dagli anni ’90. E, a detta degli osservatori, il processo si è notevolmente accelerato dopo il 2022, grazie anche al precipitare dei prezzi dei terreni a causa della guerra: un ettaro di terra coltivabile non va oltre i 2.500 dollari e, vicino alle zone di guerra, scende a mille dollari. In Italia, per dire, a seconda delle regioni, si va da 15.000 a oltre 40.000 euro a ettaro.
Per concludere. Circa un anno fa, Ukraina.ru scriveva che la totalità delle terre nere ucraine era valutata approssimativamente intorno ai 500 miliardi di dollari. Cosa ha ricevuto in cambio l’Ucraina dalla vendita di larga parte di esse? Anche se ne avesse ricavato 1/10 di quella cifra, si è trattato di crediti che dovranno essere profumatamente ripagati dalle generazioni a venire.
Se ora si torna per un attimo a tutto il clamore sollevato attorno alla passata questione dell’esportazione di 20 milioni di tonnellate di grano ucraino, si può guardare la cosa da un’altra prospettiva. All’apparenza, si trattava e si tratta di grano ucraino; in realtà americano, o comunque straniero.
Dunque, quando oggi si proclamano le encicliche sulla battaglia europeista a difesa della libera terra ucraina, è forse il caso di ricordare a chi appartenga quella terra.
Fonte
19/12/2023
Polonia. Sull’”europeista” Tusk incombe il blocco ai confini con l’Ucraina
Il primo ministro polacco Donald Tusk, recentemente eletto, si è impegnato a porre fine al blocco di camionisti e agricoltori polacchi ai confini con l’Ucraina, ma i membri della sua stessa coalizione di governo hanno indicato che intendono mantenere il divieto di importazione di grano ucraino a prezzi ribassati che ha mandato in crisi gli agricoltori polacchi.
L’associazione degli agricoltori polacchi United Village ha dichiarato infatti di essersi unita al blocco del confine polacco-ucraino al valico Yahodyn-Dorohusk iniziato ieri.
I camionisti polacchi hanno bloccato quattro valichi con l’Ucraina, tra cui Yahodyn-Dorohusk, da novembre per protestare contro la liberalizzazione delle regole di transito dell’UE per i camionisti ucraini.
Un sindaco locale aveva revocato il permesso per le proteste a Dorohusk l’11 dicembre, citando potenziali perdite materiali e un rischio per i posti di lavoro, ma un tribunale della città di Lublino ha annullato il divieto il 15 dicembre, aprendo la strada a una ripresa del blocco.
Uno dei leader degli agricoltori polacchi, Radalf Mekler ha annunciato una serie di richieste che includevano il divieto di importazione di zucchero dall’Ucraina, compensazioni per la produzione polacca di mais e pagamenti di sussidi per gli agricoltori.
Gli agricoltori si sono uniti ai camionisti polacchi alla protesta al confine, sostenendo che, nonostante il divieto di transito del grano ucraino attraverso il paese, il mercato interno è stato ancora colpito e le autorità non hanno adottato misure sufficienti per proteggere gli agricoltori polacchi.
Le controversie sul divieto di importazione di grano ucraino hanno visto anche tensioni diplomatiche a settembre.
Fonte
L’associazione degli agricoltori polacchi United Village ha dichiarato infatti di essersi unita al blocco del confine polacco-ucraino al valico Yahodyn-Dorohusk iniziato ieri.
I camionisti polacchi hanno bloccato quattro valichi con l’Ucraina, tra cui Yahodyn-Dorohusk, da novembre per protestare contro la liberalizzazione delle regole di transito dell’UE per i camionisti ucraini.
Un sindaco locale aveva revocato il permesso per le proteste a Dorohusk l’11 dicembre, citando potenziali perdite materiali e un rischio per i posti di lavoro, ma un tribunale della città di Lublino ha annullato il divieto il 15 dicembre, aprendo la strada a una ripresa del blocco.
Uno dei leader degli agricoltori polacchi, Radalf Mekler ha annunciato una serie di richieste che includevano il divieto di importazione di zucchero dall’Ucraina, compensazioni per la produzione polacca di mais e pagamenti di sussidi per gli agricoltori.
Gli agricoltori si sono uniti ai camionisti polacchi alla protesta al confine, sostenendo che, nonostante il divieto di transito del grano ucraino attraverso il paese, il mercato interno è stato ancora colpito e le autorità non hanno adottato misure sufficienti per proteggere gli agricoltori polacchi.
Le controversie sul divieto di importazione di grano ucraino hanno visto anche tensioni diplomatiche a settembre.
Fonte
22/09/2023
L’Ucraina denuncia i divieti alle importazioni di grano imposti dai suoi «alleati»
Questo lunedì il ministro del Commercio ucraino, Taras Kachka, ha esplicitato al giornale statunitense Politico l’intenzione di aprire una procedura legale presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio contro i divieti all’importazione di grano e altri prodotti alimentari da parte di Polonia, Ungheria e Slovacchia.
Kiev sostiene che gli obblighi dovuti dalla partecipazione all’OMC non sono rispettati.
Il tema della vendita dei cereali prodotti in Ucraina riemerge periodicamente dall’intervento militare russo e dalla chiusura delle rotte del Mar Nero. È stato al centro dell’accordo sul grano non rinnovato a metà luglio, e su cui gli imperialisti euroatlantici hanno giocato la retorica del «malvagio Putin» che affama i paesi poveri, quando il quadro è ovviamente più complesso, con pesanti responsabilità occidentali.
Ma è stato anche motivo di scontro nel blocco NATO alleato, a causa dei bassi prezzi dei prodotti ucraini, riversatisi attraverso i canali di terra verso gli altri paesi dell’Europa orientale. L’UE aveva permesso a Bulgaria e Romania, oltre ai tre paesi citati in giudizio, di limitare le importazioni, ma il 15 settembre questa autorizzazione è scaduta.
Eppure, Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno affermato che non hanno intenzione di cancellare le misure che considerano imprescindibili per tutelare la propria economia dalla competizione ucraina.
La reazione è stata appunto il ricorso legale, con la vice prima ministra ucraina Yulia Svyrydenko che ha però affermato che l’obiettivo è avviare delle consultazioni tra i paesi per evitare di giungere davvero in tribunale.
Sempre Kachka ha detto: “Penso che il mondo intero dovrebbe vedere come si comportano gli Stati membri dell’UE nei confronti dei loro partner commerciali e della loro Unione, perché ciò può influenzare anche altri stati”.
Il solito atteggiamento di superiorità delle autorità ucraine che sembrano voler sempre dare una lezione al mondo, dall’alto della loro corruzione e connivenza col nazismo.
Parole che considerano Kiev come già parte della UE, quasi una risposta al presidente polacco Duda, il quale il 14 agosto aveva ribadito il sostegno all’Ucraina, ma anche che per “proteggere il mercato interno e il mercato dell’UE, dobbiamo iniziare da noi”. La Polonia ha sparato alto, minacciando anche di porre il veto sull’ingresso dell’Ucraina nella comunità europea se le restrizioni non saranno rinnovate.
Ancora più drasticamente, Duda ha annunciato il blocco totale dell’invio di armi a Kiev. “L’Ucraina – ha detto il primo ministro polacco – si sta difendendo da un brutale attacco da parte della Russia, e capisco questa situazione, ma, come ho detto, difenderemo il nostro Paese. Non trasferiamo più armi all’Ucraina, perché ora stiamo armando la Polonia“.
Del resto, il 15 ottobre in Polonia ci saranno le elezioni legislative in un paese in cui il 40% della popolazione è legato al mondo agricolo. Se prima della metà del prossimo mese non possiamo aspettarci flessibilità da parte di Varsavia per motivi interni, dall’Ucraina sembrano intenzionati a rispondere con un embargo su pomodori, cipolle, cavoli e mele polacche.
Anche Orban ha affermato pubblicamente che prorogherà le limitazioni, e si è spinto oltre accusando la UE di “rappresentare gli interessi americani”.
Un’altra dichiarazione che pesa come un’ipoteca sulla concreta capacità dei centri europei di perseguire un proprio indirizzo strategico in relazione ai propri interessi economici e di divisione del mercato internazionale.
Dal Consiglio sull’agricoltura degli stati membri, il ministro spagnolo Luis Planas, che detiene la presidenza di turno UE, ha criticato la scelta di prendere misure unilaterali. Ma oltre a questi rimproveri, rimane il fatto che il fronte orientale della UE agisce in competizione con Bruxelles e Berlino.
E l’Ucraina è sempre più uno strumento che sta facendo il suo tempo, con le contraddizioni da essa esacerbate che hanno più effetti negativi che positivi. Da settimane e settimane si sta preparando il terreno per uscire da questa situazione di sostegno incondizionato, è probabile che questi eventi non faranno che accelerare l’arrivo di quel momento.
Fonte
Kiev sostiene che gli obblighi dovuti dalla partecipazione all’OMC non sono rispettati.
Il tema della vendita dei cereali prodotti in Ucraina riemerge periodicamente dall’intervento militare russo e dalla chiusura delle rotte del Mar Nero. È stato al centro dell’accordo sul grano non rinnovato a metà luglio, e su cui gli imperialisti euroatlantici hanno giocato la retorica del «malvagio Putin» che affama i paesi poveri, quando il quadro è ovviamente più complesso, con pesanti responsabilità occidentali.
Ma è stato anche motivo di scontro nel blocco NATO alleato, a causa dei bassi prezzi dei prodotti ucraini, riversatisi attraverso i canali di terra verso gli altri paesi dell’Europa orientale. L’UE aveva permesso a Bulgaria e Romania, oltre ai tre paesi citati in giudizio, di limitare le importazioni, ma il 15 settembre questa autorizzazione è scaduta.
Eppure, Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno affermato che non hanno intenzione di cancellare le misure che considerano imprescindibili per tutelare la propria economia dalla competizione ucraina.
La reazione è stata appunto il ricorso legale, con la vice prima ministra ucraina Yulia Svyrydenko che ha però affermato che l’obiettivo è avviare delle consultazioni tra i paesi per evitare di giungere davvero in tribunale.
Sempre Kachka ha detto: “Penso che il mondo intero dovrebbe vedere come si comportano gli Stati membri dell’UE nei confronti dei loro partner commerciali e della loro Unione, perché ciò può influenzare anche altri stati”.
Il solito atteggiamento di superiorità delle autorità ucraine che sembrano voler sempre dare una lezione al mondo, dall’alto della loro corruzione e connivenza col nazismo.
Parole che considerano Kiev come già parte della UE, quasi una risposta al presidente polacco Duda, il quale il 14 agosto aveva ribadito il sostegno all’Ucraina, ma anche che per “proteggere il mercato interno e il mercato dell’UE, dobbiamo iniziare da noi”. La Polonia ha sparato alto, minacciando anche di porre il veto sull’ingresso dell’Ucraina nella comunità europea se le restrizioni non saranno rinnovate.
Ancora più drasticamente, Duda ha annunciato il blocco totale dell’invio di armi a Kiev. “L’Ucraina – ha detto il primo ministro polacco – si sta difendendo da un brutale attacco da parte della Russia, e capisco questa situazione, ma, come ho detto, difenderemo il nostro Paese. Non trasferiamo più armi all’Ucraina, perché ora stiamo armando la Polonia“.
Del resto, il 15 ottobre in Polonia ci saranno le elezioni legislative in un paese in cui il 40% della popolazione è legato al mondo agricolo. Se prima della metà del prossimo mese non possiamo aspettarci flessibilità da parte di Varsavia per motivi interni, dall’Ucraina sembrano intenzionati a rispondere con un embargo su pomodori, cipolle, cavoli e mele polacche.
Anche Orban ha affermato pubblicamente che prorogherà le limitazioni, e si è spinto oltre accusando la UE di “rappresentare gli interessi americani”.
Un’altra dichiarazione che pesa come un’ipoteca sulla concreta capacità dei centri europei di perseguire un proprio indirizzo strategico in relazione ai propri interessi economici e di divisione del mercato internazionale.
Dal Consiglio sull’agricoltura degli stati membri, il ministro spagnolo Luis Planas, che detiene la presidenza di turno UE, ha criticato la scelta di prendere misure unilaterali. Ma oltre a questi rimproveri, rimane il fatto che il fronte orientale della UE agisce in competizione con Bruxelles e Berlino.
E l’Ucraina è sempre più uno strumento che sta facendo il suo tempo, con le contraddizioni da essa esacerbate che hanno più effetti negativi che positivi. Da settimane e settimane si sta preparando il terreno per uscire da questa situazione di sostegno incondizionato, è probabile che questi eventi non faranno che accelerare l’arrivo di quel momento.
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05/09/2023
Russia-Turchia, partner oltre il grano
Il faccia a faccia di Sochi dopo quasi un anno tra Putin ed Erdogan non ha, come previsto, risuscitato l’accordo del Mar Nero sul grano né, tantomeno, ha dato un qualche impulso al processo diplomatico per la sospensione delle ostilità in Ucraina. Queste aspettative appartenevano tuttavia soprattutto a governi e commentatori occidentali, mentre il senso del vertice di lunedì andava ricercato con ogni probabilità altrove. L’interesse principale risiedeva piuttosto nella verifica dello stato dei rapporti tra i due leader e i rispettivi paesi dopo le elezioni in Turchia del maggio scorso e il presunto riallineamento strategico di Erdogan verso occidente.
L’accordo sull’esportazione di grano ucraino attraverso la rotta del Mar Nero non aveva alcuna possibilità di essere ristabilito vista l’assenza di segnali positivi nei confronti di Mosca da parte di Europa e Stati Uniti. Putin non ha potuto così che ribadire le condizioni necessarie alla reintroduzione della “Iniziativa del Mar Nero”, com’è ufficialmente chiamato l’accordo sul grano. Il Cremlino aveva deciso l’uscita unilaterale dall’accordo nel luglio scorso perché non erano stati soddisfatti i termini concordati a favore della Russia, vale a dire la cancellazione delle sanzioni che bloccano l’esportazione dei propri prodotti agricoli e la riammissione della Banca Agricola russa nel sistema internazionale di transazioni finanziarie SWIFT.
Erdogan ha cercato di dare una nota di ottimismo al fallimento dei colloqui con Putin in questo ambito, parlando di una nuova proposta in fase di studio in sede ONU. Il segretario generale Guterres si sarebbe infatti mosso per risolvere l’esclusione della banca russa dal circuito SWIFT, ma qualsiasi eventuale progresso potrà avvenire solo se cesseranno tutte le restrizioni all’export agricolo russo. È d’altra parte l’Ucraina ad avere più bisogno dell’accordo della Russia, la quale continua a esportare grano e fertilizzanti.
Dopo l’uscita dall’accordo, infatti, Mosca aveva annunciato di considerare come potenziale obiettivo militare tutte le imbarcazioni non autorizzate in transito nel Mar Nero. Il blocco rappresenta un ostacolo enorme per il regime di Kiev, che si è visto chiudere la rotta per le esportazioni di grano, oltretutto con crescenti difficoltà di stoccaggio. Un ulteriore schiaffo all’Ucraina è stato poi l’accordo presentato a Sochi tra Russia, Turchia e Qatar, secondo il quale Mosca donerà un milione di tonnellate di grano ad alcuni paesi africani, dove arriverà dopo essere stato processato in territorio turco e grazie al finanziamento dell’emirato mediorientale.
Lo stesso Erdogan ha sostanzialmente sposato la versione russa sull’accordo, quando ha auspicato che venga posto rimedio alle “carenze” dell’iniziativa. Kiev, inoltre, secondo il presidente turco dovrà avere un approccio più ragionevole alla questione. I commenti dei media occidentali seguiti all’incontro tra Erdogan e Putin hanno invece evidenziato l’atteggiamento rigido e i presunti diktat di quest’ultimo, tralasciando anche di ricordare due altri aspetti dell’accordo. Il primo è che solo una minima parte del grano ucraino esportato fino alla metà di luglio era stato destinato a paesi poveri; la gran parte se l’era assicurata invece l’Europa. Il secondo è che il regime di Zelensky aveva approfittato del corridoio istituito nel Mar Nero per movimentare armi ed equipaggiamenti militari.
Altri temi di maggiore peso per Russia e Turchia hanno ad ogni modo tenuto banco a Sochi. Il più caldo è senza dubbio la creazione in Turchia di un “hub” regionale attraverso il quale il gas russo verrebbe venduto in Europa. Il progetto è allo studio da tempo e viene considerato della massima importanza da Ankara. Ironicamente, un nuovo sistema con al centro la Turchia è visto con interesse anche da quei paesi europei, a cominciare dalla Germania, che stanno subendo le conseguenze più gravi del venir meno o del ridimensionamento degli approvvigionamenti di gas russo attraverso l’Europa orientale.
L’altro ambito dal maggiore peso strategico della partnership russo-turca è quello dell’energia nucleare. Nei mesi scorsi, Erdogan e Putin avevano inaugurato la prima centrale turca, costruita con tecnologia russa, nella località di Akkuyu. A Sochi i due presidenti hanno ora discusso la possibile costruzione di una seconda centrale nucleare, probabilmente nella città di Sinop, sul Mar Nero.
Sul piano della cooperazione regionale, Erdogan e Putin hanno fatto infine il punto della situazione nelle aree di crisi dove gli interessi di Russia e Turchia si sovrappongono o si scontrano più o meno apertamente. Dalla Siria alla Libia fino al Caucaso meridionale, i motivi di scontro e, allo stesso tempo, di collaborazione sono molteplici, ma ciò che è emerso dal vertice è la volontà di continuare a discutere e mantenere aperti canali di comunicazione.
C’erano insomma parecchie perplessità sulle scelte fatte da Erdogan dopo il successo elettorale di maggio. Il cambiamento di rotta e il riavvicinamento agli Stati Uniti e agli alleati NATO sembrava essere stato confermato anche dal successivo cordiale incontro con Zelensky a Istanbul, dove, con un gesto simbolico mal digerito da Mosca, Erdogan aveva rilasciato alcuni comandanti del battaglione neo-nazista Azov sotto custodia turca e che il governo di Ankara si era impegnato a non liberare prima delle fine della guerra.
Il comportamento del presidente turco a Sochi ha invece preso molti di sorpresa in Occidente. Poco dopo lo storico vertice dei BRICS in Sudafrica, Erdogan ha ribadito in particolare l’intenzione di continuare a giocare sul tavolo del multipolarismo. Un’attitudine che ha evidenziato nel corso del vertice di lunedì quando ha ad esempio sottolineato la necessità di utilizzare, al posto del dollaro, le valute di Russia e Turchia negli scambi commerciali bilaterali. In generale, Ankara non intende ridimensionare i rapporti con Mosca, tanto che è stato lo stesso Erdogan a celebrare la crescente diversificazione dei commerci e a fissare, in questo ambito, l’obiettivo del raggiungimento nel prossimo futuro della soglia dei 100 miliardi di dollari annui.
L’amicizia con Putin o la volontà di assecondare il presidente russo sono in definitiva fattori che non incidono, oppure incidono in minima parte, sulla natura dei rapporti tra Russia e Turchia. Le scelte turche sfuggono in larga misura alla comprensione occidentale precisamente perché sono improntate a una politica estera indipendente modellata sugli interessi nazionali, cosa ormai di fatto sparita dai processi decisionali, soprattutto europei. In questa prospettiva, è perfettamente normale che Erdogan continui a trovare in Putin un interlocutore con cui discutere temi controversi, ma anche fare affari e costruire le basi per il consolidamento di una partnership strategica.
Una condotta, quella di Erdogan, che, sia pure con tutti gli errori e i limiti mostrati in due decenni al potere, andrebbe considerata con estrema attenzione in un’Europa paralizzata dal servilismo verso Washington e incapace di individuare una via d’uscita percorribile alla disastrosa avventura della guerra in Ucraina.
Fonte
L’accordo sull’esportazione di grano ucraino attraverso la rotta del Mar Nero non aveva alcuna possibilità di essere ristabilito vista l’assenza di segnali positivi nei confronti di Mosca da parte di Europa e Stati Uniti. Putin non ha potuto così che ribadire le condizioni necessarie alla reintroduzione della “Iniziativa del Mar Nero”, com’è ufficialmente chiamato l’accordo sul grano. Il Cremlino aveva deciso l’uscita unilaterale dall’accordo nel luglio scorso perché non erano stati soddisfatti i termini concordati a favore della Russia, vale a dire la cancellazione delle sanzioni che bloccano l’esportazione dei propri prodotti agricoli e la riammissione della Banca Agricola russa nel sistema internazionale di transazioni finanziarie SWIFT.
Erdogan ha cercato di dare una nota di ottimismo al fallimento dei colloqui con Putin in questo ambito, parlando di una nuova proposta in fase di studio in sede ONU. Il segretario generale Guterres si sarebbe infatti mosso per risolvere l’esclusione della banca russa dal circuito SWIFT, ma qualsiasi eventuale progresso potrà avvenire solo se cesseranno tutte le restrizioni all’export agricolo russo. È d’altra parte l’Ucraina ad avere più bisogno dell’accordo della Russia, la quale continua a esportare grano e fertilizzanti.
Dopo l’uscita dall’accordo, infatti, Mosca aveva annunciato di considerare come potenziale obiettivo militare tutte le imbarcazioni non autorizzate in transito nel Mar Nero. Il blocco rappresenta un ostacolo enorme per il regime di Kiev, che si è visto chiudere la rotta per le esportazioni di grano, oltretutto con crescenti difficoltà di stoccaggio. Un ulteriore schiaffo all’Ucraina è stato poi l’accordo presentato a Sochi tra Russia, Turchia e Qatar, secondo il quale Mosca donerà un milione di tonnellate di grano ad alcuni paesi africani, dove arriverà dopo essere stato processato in territorio turco e grazie al finanziamento dell’emirato mediorientale.
Lo stesso Erdogan ha sostanzialmente sposato la versione russa sull’accordo, quando ha auspicato che venga posto rimedio alle “carenze” dell’iniziativa. Kiev, inoltre, secondo il presidente turco dovrà avere un approccio più ragionevole alla questione. I commenti dei media occidentali seguiti all’incontro tra Erdogan e Putin hanno invece evidenziato l’atteggiamento rigido e i presunti diktat di quest’ultimo, tralasciando anche di ricordare due altri aspetti dell’accordo. Il primo è che solo una minima parte del grano ucraino esportato fino alla metà di luglio era stato destinato a paesi poveri; la gran parte se l’era assicurata invece l’Europa. Il secondo è che il regime di Zelensky aveva approfittato del corridoio istituito nel Mar Nero per movimentare armi ed equipaggiamenti militari.
Altri temi di maggiore peso per Russia e Turchia hanno ad ogni modo tenuto banco a Sochi. Il più caldo è senza dubbio la creazione in Turchia di un “hub” regionale attraverso il quale il gas russo verrebbe venduto in Europa. Il progetto è allo studio da tempo e viene considerato della massima importanza da Ankara. Ironicamente, un nuovo sistema con al centro la Turchia è visto con interesse anche da quei paesi europei, a cominciare dalla Germania, che stanno subendo le conseguenze più gravi del venir meno o del ridimensionamento degli approvvigionamenti di gas russo attraverso l’Europa orientale.
L’altro ambito dal maggiore peso strategico della partnership russo-turca è quello dell’energia nucleare. Nei mesi scorsi, Erdogan e Putin avevano inaugurato la prima centrale turca, costruita con tecnologia russa, nella località di Akkuyu. A Sochi i due presidenti hanno ora discusso la possibile costruzione di una seconda centrale nucleare, probabilmente nella città di Sinop, sul Mar Nero.
Sul piano della cooperazione regionale, Erdogan e Putin hanno fatto infine il punto della situazione nelle aree di crisi dove gli interessi di Russia e Turchia si sovrappongono o si scontrano più o meno apertamente. Dalla Siria alla Libia fino al Caucaso meridionale, i motivi di scontro e, allo stesso tempo, di collaborazione sono molteplici, ma ciò che è emerso dal vertice è la volontà di continuare a discutere e mantenere aperti canali di comunicazione.
C’erano insomma parecchie perplessità sulle scelte fatte da Erdogan dopo il successo elettorale di maggio. Il cambiamento di rotta e il riavvicinamento agli Stati Uniti e agli alleati NATO sembrava essere stato confermato anche dal successivo cordiale incontro con Zelensky a Istanbul, dove, con un gesto simbolico mal digerito da Mosca, Erdogan aveva rilasciato alcuni comandanti del battaglione neo-nazista Azov sotto custodia turca e che il governo di Ankara si era impegnato a non liberare prima delle fine della guerra.
Il comportamento del presidente turco a Sochi ha invece preso molti di sorpresa in Occidente. Poco dopo lo storico vertice dei BRICS in Sudafrica, Erdogan ha ribadito in particolare l’intenzione di continuare a giocare sul tavolo del multipolarismo. Un’attitudine che ha evidenziato nel corso del vertice di lunedì quando ha ad esempio sottolineato la necessità di utilizzare, al posto del dollaro, le valute di Russia e Turchia negli scambi commerciali bilaterali. In generale, Ankara non intende ridimensionare i rapporti con Mosca, tanto che è stato lo stesso Erdogan a celebrare la crescente diversificazione dei commerci e a fissare, in questo ambito, l’obiettivo del raggiungimento nel prossimo futuro della soglia dei 100 miliardi di dollari annui.
L’amicizia con Putin o la volontà di assecondare il presidente russo sono in definitiva fattori che non incidono, oppure incidono in minima parte, sulla natura dei rapporti tra Russia e Turchia. Le scelte turche sfuggono in larga misura alla comprensione occidentale precisamente perché sono improntate a una politica estera indipendente modellata sugli interessi nazionali, cosa ormai di fatto sparita dai processi decisionali, soprattutto europei. In questa prospettiva, è perfettamente normale che Erdogan continui a trovare in Putin un interlocutore con cui discutere temi controversi, ma anche fare affari e costruire le basi per il consolidamento di una partnership strategica.
Una condotta, quella di Erdogan, che, sia pure con tutti gli errori e i limiti mostrati in due decenni al potere, andrebbe considerata con estrema attenzione in un’Europa paralizzata dal servilismo verso Washington e incapace di individuare una via d’uscita percorribile alla disastrosa avventura della guerra in Ucraina.
Fonte
06/08/2023
Varsavia-Kiev: pan polacchi e servi della gleba ucraini
La Polonia continua a inasprire la tensione al confine con la Bielorussia, trasferendo a est nuove unità militari e veicoli blindati.
Nella società polacca è abbastanza popolare l’idea di ripristinare la “giustizia storica”, riappropriandosi dei “Kresy Wschodnie” i territori di Ucraina e Bielorussia occidentali – che nel periodo tra le due guerre facevano parte della Rzeczpospolita Polska del 1922-1939 e le cui popolazioni Varsavia aveva tentato in ogni modo, senza successo, di “polonizzare”.
Rischierà davvero Varsavia, sostenuta da Vilnius, un’avventura militare contro la Bielorussia, sapendo che Mosca interverrà a difesa dell’alleato?
L’allarme era stato lanciato dal presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko già nel 2020, al tempo dei “torbidi” che ebbero al centro la boldrin-quartapelliana Svetlana Tikhanovskaja.
Ma la Polonia, nota Vsevolod Šimov, non è uno stato così autonomo da poter agire senza il consenso di USA e UE e la «retorica occidentale sulla “integrità territoriale ucraina” e sulla “inviolabilità dei confini post-sovietici” agiscono non solo contro Mosca, ma anche contro Varsavia».
Inoltre, annettendo territori orientali, la Polonia amplierebbe la linea di contatto diretto con la Russia, oggi limitata al breve confine con Kaliningrad ed è improbabile che ciò contribuisca a rafforzare la sicurezza nazionale, sbandierata da Varsavia.
Per di più, i sentimenti nazionalistici che serpeggiano tra le persone strapazzano il governo per la particolare generosità (contributi per figli minori, per istruzione; pensione) dimostrata verso gli immigrati ucraini.
Lo scorso giugno, l’ufficiale Rzeczpospolita citava un’indagine sociologica, secondo cui la percentuale di polacchi a favore dell’assistenza ai rifugiati ucraini è scesa in cinque mesi dal 62 al 42%.
È così che, di contro, è balzato dal 6 al 15% un partito nazionalista e neo-pilsudskiano come Confederazione (Konfederacja Wolnosc i Niepodleglosc), tra i cui slogan c’è “Fermiamo l’ucrainizzazione della Polonia!” e che chiede che i profughi ucraini, se intendono vivere in Polonia, condannino i massacri banderisti di OUN-UPA del 1943.
Un esponente del partito, Janusz Korwin-Mikke, ha dichiarato che «Anche se in Russia fosse tutto mostruoso e vi regnasse il cannibalismo, sarei favorevole a buone relazioni con la Russia, perché ho paura del crescente potere dell’Ucraina e voglio avere un alleato alle spalle».
Le elezioni parlamentari d’autunno prospettano un’ulteriore avanzata di Confederazione che, d’altra parte, sembra distinguersi dai nazional-reazionari governativi di PiS, solo per un “euroscetticismo” di facciata.
Esponenti di Confederazione hanno preso parte alla conferenza di Varsavia sulla guerra, organizzata dal settimanale Myśl Polska, con partecipanti anche britannici, americani, rumeni.
Il “confederato” Grzegorz Braun ha detto che il coinvolgimento polacco nel conflitto in Ucraina è visto dal governo come una «possibilità di rinvio delle elezioni. La società polacca si sta stancando della prevalenza ucraina negli affari esteri e interni».
Secondo l’ex comandante USA in Iraq, Douglas Macgregor, «L’escalation è particolarmente pericolosa per la Polonia. Se verrà trascinata in uno scontro diretto con la Russia, gli USA non invieranno un solo reparto in aiuto. Abbiamo oltrepassato le linee rosse dei russi... L’Unione Europea sta sprofondando sempre più sul piano economico... Le conseguenze delle sanzioni sono state catastrofiche per l’Occidente».
È così che anche da parte della Varsavia ufficiale si tirano delle linee: dopo che Marcin Przydacz, capo dell’Ufficio presidenziale di politica internazionale, sulla scia del Ministro della guerra britannico Ben Wallace dopo il vertice di Vilnius, aveva detto che l’Ucraina dovrebbe «cominciare ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina» e, per questa ragione, Kiev aveva convocato l’ambasciatore polacco, ecco che il premier Mateusz Morawiecki ha replicato stizzito: «La convocazione dell’ambasciatore polacco al Ministero degli esteri ucraino non sarebbe mai dovuta avvenire. Considerata la portata del sostegno fornito dalla Polonia all’Ucraina, non dovrebbero verificarsi tali errori».
Dunque, anche per gli attriti dovuti alla decisione polacca di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini a prezzi di dumping, secondo Gazeta Wyborcza, in autunno la competizione sarà per assicurarsi soprattutto il voto degli agricoltori: in Polonia, un buon 40% di popolazione rientra pur sempre nel settore agricolo.
Ma, osserva Elena Panina su News Front, da non sottovalutare nemmeno l’elemento femminile, tra le cui file, in particolare tra le donne fino a 30 anni di età, sono abbastanza acuti i sentimenti anti-ucraini. A livello ufficiale, comunque, è improbabile che la «strategica russofobia polacca sia inferiore all’antipatia tattica per i banderisti».
Così, la questione del grano rappresenta sì una “pugnalata alla schiena” inferta a Kiev, ma Varsavia non tralascia nemmeno occasione di urlare l’astio anti-russo.
Spinte da Varsavia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Slovacchia hanno chiesto alla Commissione europea di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini anche dopo il 15 settembre; ora, all’avvicinarsi della data di scadenza del divieto, è ancora la Polonia a incitare i vicini a bloccare congiuntamente il grano ucraino se la Commissione europea dovesse rifiutare la proroga fino a fine anno.
Da qui, come detto, la nevrastenica reazione ukro-golpista nei confronti di Marcin Przydacz e la replica altrettanto astiosa di Morawiecki. E dopo le parole, altrettanto rabbiose, del Ministro dell’Istruzione, Przemyslaw Czarnek – i polacchi sono i «maggiori alleati dell’Ucraina... aiutarli è nell’interesse del popolo polacco... Ma siamo alleati, non Freier» – dal tedesco-yiddish: “cliente di bordello” – ecco quelle della ex premier Beata Szydlo, secondo cui il governo «ucraino non esiste per giudicare e criticare ciò di cui parlano i polacchi... dovrebbe prendere a cuore le opinioni provenienti dalla Polonia».
Da qui, nota Vladimir Kornilov su RIA Novosti, traspare l’autentica natura degli sciovinisti polacchi, convinti dell’avverarsi dei loro sogni di una nuova Rzeczpospolita: parlano di “democrazia, amicizia, valori europei”, ma non appena il lacchè ucraino tocca il punto dolente dei pan polacchi, rispunta l’atteggiamento secolare verso gli ucraini, legato soprattutto ai “Kresy Wschodnie”, i “territori orientali”.
I pan polacchi, dice Kornilov, si considerano in diritto di «mandare al macello gli ucraini; ma basta che una parola di esasperazione risuoni dagli stessi ucraini, che subito “Schiavo, stai al tuo posto! Chi sei tu per criticare il tuo pan!”».
Chiaro che ora le due capitali tentano di mitigare i toni con l’argomento che gli attriti tra Polonia e Ucraina “fanno il gioco di Mosca”.
Con argomenti meno aspri, nella sostanza Varsavia dice comunque agli ucraini: «la vostra missione è combattere la Russia e morire. Ma dovete capire che non vi permetteremo di commerciare il grano e non perdoneremo il massacro della Volynia».
In ogni caso, come a Varsavia, in questi giorni, si è ricordato l’anniversario dell’insurrezione del 1944, coi soliti toni liberal-revisionisti sulla “sanguinaria malvagità di Stalin”, che avrebbe fermato di proposito l’avanzata dell’Esercito Rosso alle porte di Varsavia, così in Ucraina e fuori di essa si insiste sulla goebbelsiana vulgata del “golodomor” – anche questo, ca va sans dire, “staliniano” – ai danni del popolo ucraino e dalle pagine del Corriere si sproloquia che «riconoscere oggi l’Holodomor come genocidio è chiaramente un modo per esprimere solidarietà all’Ucraina».
A quella nazigolpista, però.
Fonte
29/07/2023
Forum Russia-Africa: affari e politica
Sono stati 49 i paesi africani i cui leader si sono recati a Mosca il 27 e 28 luglio per il forum Russia-Africa. 49 su 54 paesi del Continente, a testimonianza di quanto “successo” abbia avuto il “pieno isolamento diplomatico” (di cui solo Rampini & co. sembrano essere convinti) decretato da Washington e Bruxelles nei confronti di Mosca, dopo il 24 febbraio 2022.
Il punto che più balza agli occhi, dando uno sguardo ai resoconti delle due giornate, è il rimando abbastanza frequente ai passati legami di Mosca con l’Africa: ovviamente i legami della Mosca capitale dell’Unione Sovietica.
Anche in varie dichiarazioni di Vladimir Putin – nella prima giornata, il presidente russo si è soffermato principalmente sulla questione del Black Sea Grain Initiative – si avverte una discreta dose di “appropriazione” del passato sovietico, da lui in molte altre occasioni apertamente disprezzato, a proposito dell’epoca in cui – davvero – l’URSS sosteneva con aiuti, quadri e armi le lotte di liberazione anti-coloniale di molti paesi africani.
Oggi, ciò che accomuna e Mosca e molte capitale africane è la tensione verso un mondo multipolare, per «una architettura più giusta dell’ordine mondiale» e la difesa costante della sovranità nazionale, ha detto Putin.
Mosca, ha continuato Vladimir Vladimirovic, sostiene l’idea di dare all’Unione Africana un posto nel G20; è a favore dell’estensione delle strutture africane alle Nazioni Unite, e in particolare per la riforma del Consiglio di sicurezza, che ne veda l’allargamento alle nuove realtà nazionali in espansione.
Putin ha annunciato la riapertura dell’ambasciata in Burkina Faso (chiusa nel 1992, ufficialmente per problemi economici) e Guinea Equatoriale, e l’aumento di personale in altre rappresentanze diplomatiche in Africa.
A proposito dei cereali, Putin ha ricordato che Mosca, nei primi 6 mesi del 2023, ha esportato 10 milioni di tonnellate di grano, contro i sei milioni dello stesso periodo del 2022. Per la questione del debito ha detto che, a oggi, la Russia ha cancellato 23 miliardi di dollari e, in base alle ultime richieste dei paesi africani, verranno stanziati oltre 90 milioni da destinare ai paesi africani più bisognosi.
Ma, in sostanza, “come mai la Russia ha bisogno dell’amicizia con l’Africa?“, si chiede Natal’ja Varsegova su Komsomol’skaja Pravda.
Dopo il lungo intervallo susseguente la fine dell’URSS e, poi, con l’intensificarsi delle sanzioni occidentali, Mosca si è orientata non solo verso l’Asia, ma anche a sudovest, e l’Africa offre prospettive molto promettenti, con il 17% di popolazione mondiale che va crescendo (si parla di un balzo da 1,4 miliardi di persone a 2,5 entro il 2050) e un PIL complessivo del continente che nel 2021 è cresciuto di circa il 7%.
La “TopTen” dei maggiori partner africani di Mosca include Marocco, Algeria, Tunisia, Senegal, Egitto, Ghana, Etiopia, Nigeria, Rep. Sudafricana, Kenya.
Per quanto riguarda gli scambi, gli ultimi tempi hanno registrato solo un 3% di export russo verso l’Africa (14,7 miliardi di dollari nel 2021) e 1% di import; ma tutto lascia prevedere un discreto sviluppo a tempi brevi.
Le due principali voci di scambi Russia-Africa, dice l’economista Georgij Ostapkovic, sono tradizionalmente date da prodotti alimentari, diretti principalmente verso paesi sub-sahariani, e derivati petroliferi.
Rispetto alle due voci più tradizionali, afferma l’analista Dmitrij Prokhorenko, cresce oggi la richiesta per attrezzature industriali, energetiche e prodotti metallurgici. Nel 2022 sono aumentate le consegne al continente di prodotti prima indirizzati verso altri mercati: acciaio e tubi, rame e filo di rame.
Ma il momento caratteristico del “periodo delle sanzioni” è il fatto che, se prima prodotti africani come caffè, tè, cacao, fiori, arance, limoni, minerali, tabacco arrivavano in Russia tramite società europee, oggi gli importatori russi operano direttamente con le aziende africane.
E anche per le transazioni, dicono gli economisti russi, si procede come da tradizione: voi fornite «merci a credito ai paesi poveri e quelli, “in segno di gratitudine”, concludono grossi contratti con aziende del tuo paese. È così che sta lavorando oggi la Cina: costruisce aeroporti, fabbriche, strade e molto altro in Africa.
La Russia cerca di non rimanere indietro: LUKOJL, Rosneft, VTB Bank, Fosagro, Jandeks, Kasperskij e altre nostre aziende leader operano con successo in Africa da molto tempo. I paesi africani aspettano il nostro aiuto per energia, sviluppo dei porti, costruzione di strade e ferrovie».
Al dunque, Mosca ha bisogno dell’Africa «per gli investimenti. Perché? Oltre alla missione umanitaria (risolvere i problemi della fame e della povertà), l’Africa è un mercato in crescita. È necessario crearvi impianti agricoli e industriali: con quelli, verranno i posti di lavoro; e allora comincerà a funzionare anche il mercato delle nostre esportazioni», dice senza mezzi termini l’analista finanziario Mikhail Beljaev.
Ma non sempre i paesi africani sono in grado di restituire i crediti, che vanno dunque cancellati: «una quindicina di anni fa abbiamo loro “condonato” 15 miliardi di dollari», dice Ostapkovic; «per il nostro paese, con un PIL di quasi 2 trilioni di $ annui, si tratta di una somma modesta. Ma è grazie a tale “beneficienza” che riusciamo a sviluppare la nostra influenza politica: in occasione di voti alle Nazioni Unite, su varie questioni, sono molti i paesi africani che prendono posizione con la Russia».
Il business per la politica; e viceversa.
Fonte
Il punto che più balza agli occhi, dando uno sguardo ai resoconti delle due giornate, è il rimando abbastanza frequente ai passati legami di Mosca con l’Africa: ovviamente i legami della Mosca capitale dell’Unione Sovietica.
Anche in varie dichiarazioni di Vladimir Putin – nella prima giornata, il presidente russo si è soffermato principalmente sulla questione del Black Sea Grain Initiative – si avverte una discreta dose di “appropriazione” del passato sovietico, da lui in molte altre occasioni apertamente disprezzato, a proposito dell’epoca in cui – davvero – l’URSS sosteneva con aiuti, quadri e armi le lotte di liberazione anti-coloniale di molti paesi africani.
Oggi, ciò che accomuna e Mosca e molte capitale africane è la tensione verso un mondo multipolare, per «una architettura più giusta dell’ordine mondiale» e la difesa costante della sovranità nazionale, ha detto Putin.
Mosca, ha continuato Vladimir Vladimirovic, sostiene l’idea di dare all’Unione Africana un posto nel G20; è a favore dell’estensione delle strutture africane alle Nazioni Unite, e in particolare per la riforma del Consiglio di sicurezza, che ne veda l’allargamento alle nuove realtà nazionali in espansione.
Putin ha annunciato la riapertura dell’ambasciata in Burkina Faso (chiusa nel 1992, ufficialmente per problemi economici) e Guinea Equatoriale, e l’aumento di personale in altre rappresentanze diplomatiche in Africa.
A proposito dei cereali, Putin ha ricordato che Mosca, nei primi 6 mesi del 2023, ha esportato 10 milioni di tonnellate di grano, contro i sei milioni dello stesso periodo del 2022. Per la questione del debito ha detto che, a oggi, la Russia ha cancellato 23 miliardi di dollari e, in base alle ultime richieste dei paesi africani, verranno stanziati oltre 90 milioni da destinare ai paesi africani più bisognosi.
Ma, in sostanza, “come mai la Russia ha bisogno dell’amicizia con l’Africa?“, si chiede Natal’ja Varsegova su Komsomol’skaja Pravda.
Dopo il lungo intervallo susseguente la fine dell’URSS e, poi, con l’intensificarsi delle sanzioni occidentali, Mosca si è orientata non solo verso l’Asia, ma anche a sudovest, e l’Africa offre prospettive molto promettenti, con il 17% di popolazione mondiale che va crescendo (si parla di un balzo da 1,4 miliardi di persone a 2,5 entro il 2050) e un PIL complessivo del continente che nel 2021 è cresciuto di circa il 7%.
La “TopTen” dei maggiori partner africani di Mosca include Marocco, Algeria, Tunisia, Senegal, Egitto, Ghana, Etiopia, Nigeria, Rep. Sudafricana, Kenya.
Per quanto riguarda gli scambi, gli ultimi tempi hanno registrato solo un 3% di export russo verso l’Africa (14,7 miliardi di dollari nel 2021) e 1% di import; ma tutto lascia prevedere un discreto sviluppo a tempi brevi.
Le due principali voci di scambi Russia-Africa, dice l’economista Georgij Ostapkovic, sono tradizionalmente date da prodotti alimentari, diretti principalmente verso paesi sub-sahariani, e derivati petroliferi.
Rispetto alle due voci più tradizionali, afferma l’analista Dmitrij Prokhorenko, cresce oggi la richiesta per attrezzature industriali, energetiche e prodotti metallurgici. Nel 2022 sono aumentate le consegne al continente di prodotti prima indirizzati verso altri mercati: acciaio e tubi, rame e filo di rame.
Ma il momento caratteristico del “periodo delle sanzioni” è il fatto che, se prima prodotti africani come caffè, tè, cacao, fiori, arance, limoni, minerali, tabacco arrivavano in Russia tramite società europee, oggi gli importatori russi operano direttamente con le aziende africane.
E anche per le transazioni, dicono gli economisti russi, si procede come da tradizione: voi fornite «merci a credito ai paesi poveri e quelli, “in segno di gratitudine”, concludono grossi contratti con aziende del tuo paese. È così che sta lavorando oggi la Cina: costruisce aeroporti, fabbriche, strade e molto altro in Africa.
La Russia cerca di non rimanere indietro: LUKOJL, Rosneft, VTB Bank, Fosagro, Jandeks, Kasperskij e altre nostre aziende leader operano con successo in Africa da molto tempo. I paesi africani aspettano il nostro aiuto per energia, sviluppo dei porti, costruzione di strade e ferrovie».
Al dunque, Mosca ha bisogno dell’Africa «per gli investimenti. Perché? Oltre alla missione umanitaria (risolvere i problemi della fame e della povertà), l’Africa è un mercato in crescita. È necessario crearvi impianti agricoli e industriali: con quelli, verranno i posti di lavoro; e allora comincerà a funzionare anche il mercato delle nostre esportazioni», dice senza mezzi termini l’analista finanziario Mikhail Beljaev.
Ma non sempre i paesi africani sono in grado di restituire i crediti, che vanno dunque cancellati: «una quindicina di anni fa abbiamo loro “condonato” 15 miliardi di dollari», dice Ostapkovic; «per il nostro paese, con un PIL di quasi 2 trilioni di $ annui, si tratta di una somma modesta. Ma è grazie a tale “beneficienza” che riusciamo a sviluppare la nostra influenza politica: in occasione di voti alle Nazioni Unite, su varie questioni, sono molti i paesi africani che prendono posizione con la Russia».
Il business per la politica; e viceversa.
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28/07/2023
Russia - La guerra in Ucraina rilancia il multilateralismo di Mosca in Africa
Sembra che l'offensiva ucraina sia decisamente entrata in una nuova fase (lo dice anche il New York Times, quindi è certamente vero...) il cui primo risultato sembrerebbe essere l'abbandono di Staromajors'ke da parte dei russi, nel settore di Velika Novosylka (per intenderci, a 6 chilometri da Staromlynivka che è a sua volta a qualche chilometro dalla prima linea di difesa strutturata), ma di questo parlerei stasera, con qualche notizia più certa.
Oggi invece è cominciato il summit Russia-Africa, aperto da un lungo discorso di Putin e dedicato in larga misura, come tutti si aspettavano, alla questione del grano, e più in generale degli approvvigionamenti alimentari per il continente africano.
Riassumendo i punti fondamentali:
- la Russia è uscita dagli accordi del grano perché le sue richieste, delle quali abbiamo parlato varie volte, non sono state accolte e perché la stragrande maggioranza dei prodotti agricoli è andata ai paesi ricchi, non a quelli bisognosi;
- nei primi sei mesi dell'anno la Russia ha esportato quasi 10 milioni di tonnellate di grano in Africa, cioè molto più di quanto non ne sia arrivato durante tutto l'anno in cui l'accordo sul grano ha funzionato, ovvero 1 milione di tonnellate;
- le sanzioni occidentali bloccano o ostacolano i rifornimenti russi di prodotti agricoli e fertilizzanti;
- delle 260.000 tonnellate di fertilizzanti russi bloccati nei porti europei, la Russia è riuscita a fare arrivare solo due carichi al Malawi e al Kenya;
- la Russia è disposta ad assistere i paesi africani dal punto di vista tecnico, finanziario, infrastrutturale ed energetico (incluso il nucleare), per consentirle non solo di raggiungere l'autosufficienza alimentare ma anche di esportare i propri prodotti;
- c'è un progetto per aprire una zona industriale vicino al canale di Suez, da dove i prodotti potranno raggiungere tutte le nazioni africane;
- infine, la Russia è disposta a mandare nei prossimi mesi 25-50.000 tonnellate di grano a ciascuno dei paesi più bisognosi, ovvero Eritrea, Burkina Faso, Zimbabwe, Mali, Somalia e Repubblica Centrafricana, gratis incluso il trasporto. Ha poi annunciato la cancellazione di 691 milioni di dollari di debito somalo.
Fonte
Oggi invece è cominciato il summit Russia-Africa, aperto da un lungo discorso di Putin e dedicato in larga misura, come tutti si aspettavano, alla questione del grano, e più in generale degli approvvigionamenti alimentari per il continente africano.
Riassumendo i punti fondamentali:
- la Russia è uscita dagli accordi del grano perché le sue richieste, delle quali abbiamo parlato varie volte, non sono state accolte e perché la stragrande maggioranza dei prodotti agricoli è andata ai paesi ricchi, non a quelli bisognosi;
- nei primi sei mesi dell'anno la Russia ha esportato quasi 10 milioni di tonnellate di grano in Africa, cioè molto più di quanto non ne sia arrivato durante tutto l'anno in cui l'accordo sul grano ha funzionato, ovvero 1 milione di tonnellate;
- le sanzioni occidentali bloccano o ostacolano i rifornimenti russi di prodotti agricoli e fertilizzanti;
- delle 260.000 tonnellate di fertilizzanti russi bloccati nei porti europei, la Russia è riuscita a fare arrivare solo due carichi al Malawi e al Kenya;
- la Russia è disposta ad assistere i paesi africani dal punto di vista tecnico, finanziario, infrastrutturale ed energetico (incluso il nucleare), per consentirle non solo di raggiungere l'autosufficienza alimentare ma anche di esportare i propri prodotti;
- c'è un progetto per aprire una zona industriale vicino al canale di Suez, da dove i prodotti potranno raggiungere tutte le nazioni africane;
- infine, la Russia è disposta a mandare nei prossimi mesi 25-50.000 tonnellate di grano a ciascuno dei paesi più bisognosi, ovvero Eritrea, Burkina Faso, Zimbabwe, Mali, Somalia e Repubblica Centrafricana, gratis incluso il trasporto. Ha poi annunciato la cancellazione di 691 milioni di dollari di debito somalo.
Fonte
21/07/2023
L’accordo sul grano e la fame nei paesi poveri
Il Ministero della difesa russo ha annunciato ufficialmente che, a partire dal 20 luglio, ogni vascello in rotta verso porti ucraini sul mar Nero verrà considerato un potenziale trasporto di armi.
La decisione, è detto, è legata alla fine del cosiddetto “Accordo sul grano” e la relativa riduzione del corridoio umanitario marittimo. Mosca aggiunge che i paesi la cui bandiera è issata su dette navi, verranno considerati implicati nel conflitto dalla parte del regime di Kiev.
Alcune zone nei bacini nordoccidentale e sudorientale delle acque internazionali del mar Nero sono state dichiarate temporaneamente pericolose per la navigazione: sono stati diramati i relativi avvisi informativi previsti dalla procedura sulla revoca delle garanzie di sicurezza ai natanti.
Questo, per quanto riguarda l’aspetto strettamente militare della questione sul ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative.
Sul piano “alimentare”, Jeune Afrique lamenta il pericolo di un balzo dei prezzi alimentari nei paesi africani, in larga parte dipendenti da cereali ucraini e russi.
Secondo l’ONU, scrive Maher Hajbi, la decisione di Mosca avrà conseguenze di vasta portata per «centinaia di milioni di persone bisognose», soprattutto in Africa. Infatti, le importazioni africane di grano rappresentano quasi il 90% del commercio con la Russia e circa il 50% con l’Ucraina.
Secondo la FAO, alcuni paesi africani hanno una dipendenza “pericolosa” dalle esportazioni cerealicole russo-ucraine; tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.
In base a dati UNCTAD, tra il 2018 e il 2020, Benin e Somalia sono dipesi totalmente dal grano russo e ucraino, che ha rappresentato il 100% del loro approvvigionamento.
Primo importatore mondiale e primo consumatore africano di cereali, l’Egitto acquista l’81% del fabbisogno da Mosca (61%) e Kiev (20%); altri 15 paesi africani dipendono per oltre il 55% dei propri approvvigionamenti da Ucraina e Russia: in particolare Sudan (75%), RDC (68%), Senegal (65%), Congo 61%.
Altra questione: avere una precisa rappresentazione di quali siano i diretti fornitori, ad esempio, della produzione agricola ucraina, dal momento che, come ribadito da Mosca, vari “intermediari” europei, acquistano grano ucraino a prezzi di dumping, lo trasformano e lo rivendono «come prodotto finito ad alto valore aggiunto.
Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».
Ragion per cui il ritiro di Mosca dall’Accordo non significa che la Russia interrompa le proprie forniture di cereali, in particolare a vari paesi africani, come la vulgata agitata anche dai fascisti di governo, secondo cui il ritiro russo dall’accordo mostrerebbe i veri amici e nemici dei Paesi poveri.
Quanto il mercato dipenda in larga parte dagli “intermediari” euro-atlantici, lo dimostrerebbero d’altronde anche le cifre riportate dall’economista algerino Mahfoud Kaoubi, che parla di un rialzo sui mercati internazionali del prezzo del grano del 3% e del mais per il 2%. Kaoubi teme anche il pericolo che l’India, secondo produttore di grano al mondo, possa in qualsiasi momento giocare la carta del divieto di esportazione, aggravando così il rischio di penuria di scorte nei paesi africani, alcuni dei quali, già dall’inizio del conflitto in Ucraina, cercano di affidarsi alle risorse locali.
In Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, per esempio, si ricorre a manioca e patate dolci per fare il pane; il Togo si è posto l’obiettivo di produrre 10.000 tonnellate di fonio entro il 2028. Un’alternativa ai cereali ucraini e russi sono sorgo e miglio.
Da parte sua, la Russia cerca di non allentare i propri legami africani, anche seguendo la strada del sostegno alle produzioni locali, attraverso i fertilizzanti, che sono uno degli elementi contestati da Mosca, il cui mancato rispetto da parte occidentale ha contribuito a provocare la decisione sul ritiro dall’Accordo.
La questione dei fertilizzanti, nota Estelle Maussion ancora su Jeune Afrique, è a tal punto importante che il programma del secondo vertice Russia-Africa (si terrà a Piter il 27 e 28 luglio) prevede una tavola rotonda specifica sul tema: “La stabilità del mercato dei fertilizzanti come garanzia per lo sradicamento della fame nei Paesi africani”.
A Piter si parlerà anche in particolare del “Partenariato Russia-Africa a favore della sovranità alimentare”, sottolineando che i fertilizzanti sono fondamentali per molte produzioni africane tra cui cotone, cacao e cereali.
La Russia è tra l’altro uno dei maggiori produttori mondiali di fertilizzanti naturali e, stando alla presentazione della suddetta tavola rotonda, Mosca, dopo aver distribuito a titolo gratuito fertilizzanti a vari paesi africani, intende ora «trasferire tecnologie agricole avanzate in Africa».
«Partnership strategiche a lungo termine con i fornitori russi, consentiranno ai Paesi di aumentare la produttività agricola, formare personale industriale qualificato, creare nuovi posti di lavoro e fornire generi alimentari di base alla popolazione», è detto nella nota di presentazione del summit, uno dei cui curatori di punta è il consorzio Uralkhim-Uralkalij, che nel 2022 ha condotto una trentina di corsi di formazione, con alcune migliaia di partecipanti africani.
Tra l’altro, oltre Uralkhim-Uralkalij, la Russia vanta altri tre colossi mondiali nel settore dei fertilizzanti: Akron, EvroKhim e FosAgro, la cui crescita esponenziale di esportazione in Africa è fuori discussione, in particolare con centinaia di migliaia di tonnellate di NPK (Azoto-Fosforo-Potassio), principale fertilizzante fosfatico utilizzato in Africa.
Secondo uno studio condotto da FAO-WFP, realizzato su iniziativa dell’organizzazione dell’Africa occidentale, nel 2021 i flussi complessivi di fertilizzanti russi hanno rappresentato il 50% del fabbisogno del Togo, il 40% del Ghana, il 35% del Burkina Faso e del Senegal, circa il 30% della Costa d’Avorio e oltre il 20% di Mali e Guinea.
Mosca si è mossa anche sul piano dell’immagine: su proposta di Vladimir Putin, Uralkhim-Uralkalij ha messo gratuitamente a disposizione 300.000 tonnellate di prodotti bloccati nei porti europei a causa delle sanzioni UE.
Dopo una prima spedizione a fine 2022 (23.000 tonnellate di NPK) in Burkina Faso, ne sono seguite altre due nel 2023, in Malawi (20.000 tonnellate di NPK) e Kenya (24.000 tonnellate di potassa, urea e NPK), per un totale di 77.000 tonnellate.
Annunciata una quarta spedizione, in Nigeria per lo stesso volume e la stessa tripla composizione del Kenya, ma non ancora effettuata, che avrebbe portato il volume totale a 110.000 tonnellate.
Di fatto, ha precisato il Ministero degli esteri russo, delle 262.000 tonnellate di previste forniture gratuite di fertilizzanti russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU, ma bloccate in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, nel 2023 sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.
«In linea con le pratiche e le abitudini coloniali, la UE ha bloccato la nostra iniziativa. Ci sono voluti sei mesi per portare la spedizione in Malawi e solo di recente è stato possibile effettuare un’altra consegna in Kenya», ha dichiarato Sergej Lavrov lo scorso maggio, durante una visita in Kenya e Burundi.
Sul versante commerciale, non è da meno anche l’altro grosso produttore russo, FosAgro, che nel 2022 ha venduto circa 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti, in crescita del 6,4% su base annuale: le vendite africane verso 21 Paesi, tra cui Sudafrica, Benin, Kenya, Costa d’Avorio, Mali e Camerun, hanno rappresentato il 6% della sua attività complessiva nel 2021.
Nel 2022, FosAgro è stata il primo esportatore russo in Africa con circa 500.000 tonnellate: più 25% in un anno.
Per chiudere, sul piano militare, con la decisione russa del 20 luglio sul blocco dei porti ucraini sul mar Nero, il livello di contrapposizione si fa ancora più elevato: l’Ucraina, osserva il politologo Dmitrij Soin, ha un «disperato bisogno di quei porti; non può sussistere senza la costa del mar Nero: è un duro colpo per la sua economia e le capacità di difesa».
Il blocco dei porti, però, può comportare non solo perdite da parte ucraina, ma anche cambiamenti nelle posizioni dei paesi occidentali: i soggetti «dell’accordo sul grano dovranno prendere una posizione chiara sul conflitto».
Soin ritiene che Mosca debba prepararsi a possibili provocazioni in mare: «ciò potrebbe portare a un nuovo ciclo di isteria globale anti-russa e alla giustificazione del sostegno all’Ucraina. Unica opzione, è quella di creare una situazione per cui quelle navi non abbiano dove attraccare».
Vale a dire, Mosca dovrebbe portare colpi precisi alle infrastrutture costiere: senza banchine, né hangar, né gru, i porti saranno completamente inutili.
E Mosca ha già cominciato.
Fonte
La decisione, è detto, è legata alla fine del cosiddetto “Accordo sul grano” e la relativa riduzione del corridoio umanitario marittimo. Mosca aggiunge che i paesi la cui bandiera è issata su dette navi, verranno considerati implicati nel conflitto dalla parte del regime di Kiev.
Alcune zone nei bacini nordoccidentale e sudorientale delle acque internazionali del mar Nero sono state dichiarate temporaneamente pericolose per la navigazione: sono stati diramati i relativi avvisi informativi previsti dalla procedura sulla revoca delle garanzie di sicurezza ai natanti.
Questo, per quanto riguarda l’aspetto strettamente militare della questione sul ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative.
Sul piano “alimentare”, Jeune Afrique lamenta il pericolo di un balzo dei prezzi alimentari nei paesi africani, in larga parte dipendenti da cereali ucraini e russi.
Secondo l’ONU, scrive Maher Hajbi, la decisione di Mosca avrà conseguenze di vasta portata per «centinaia di milioni di persone bisognose», soprattutto in Africa. Infatti, le importazioni africane di grano rappresentano quasi il 90% del commercio con la Russia e circa il 50% con l’Ucraina.
Secondo la FAO, alcuni paesi africani hanno una dipendenza “pericolosa” dalle esportazioni cerealicole russo-ucraine; tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.
In base a dati UNCTAD, tra il 2018 e il 2020, Benin e Somalia sono dipesi totalmente dal grano russo e ucraino, che ha rappresentato il 100% del loro approvvigionamento.
Primo importatore mondiale e primo consumatore africano di cereali, l’Egitto acquista l’81% del fabbisogno da Mosca (61%) e Kiev (20%); altri 15 paesi africani dipendono per oltre il 55% dei propri approvvigionamenti da Ucraina e Russia: in particolare Sudan (75%), RDC (68%), Senegal (65%), Congo 61%.
Altra questione: avere una precisa rappresentazione di quali siano i diretti fornitori, ad esempio, della produzione agricola ucraina, dal momento che, come ribadito da Mosca, vari “intermediari” europei, acquistano grano ucraino a prezzi di dumping, lo trasformano e lo rivendono «come prodotto finito ad alto valore aggiunto.
Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».
Ragion per cui il ritiro di Mosca dall’Accordo non significa che la Russia interrompa le proprie forniture di cereali, in particolare a vari paesi africani, come la vulgata agitata anche dai fascisti di governo, secondo cui il ritiro russo dall’accordo mostrerebbe i veri amici e nemici dei Paesi poveri.
Quanto il mercato dipenda in larga parte dagli “intermediari” euro-atlantici, lo dimostrerebbero d’altronde anche le cifre riportate dall’economista algerino Mahfoud Kaoubi, che parla di un rialzo sui mercati internazionali del prezzo del grano del 3% e del mais per il 2%. Kaoubi teme anche il pericolo che l’India, secondo produttore di grano al mondo, possa in qualsiasi momento giocare la carta del divieto di esportazione, aggravando così il rischio di penuria di scorte nei paesi africani, alcuni dei quali, già dall’inizio del conflitto in Ucraina, cercano di affidarsi alle risorse locali.
In Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, per esempio, si ricorre a manioca e patate dolci per fare il pane; il Togo si è posto l’obiettivo di produrre 10.000 tonnellate di fonio entro il 2028. Un’alternativa ai cereali ucraini e russi sono sorgo e miglio.
Da parte sua, la Russia cerca di non allentare i propri legami africani, anche seguendo la strada del sostegno alle produzioni locali, attraverso i fertilizzanti, che sono uno degli elementi contestati da Mosca, il cui mancato rispetto da parte occidentale ha contribuito a provocare la decisione sul ritiro dall’Accordo.
La questione dei fertilizzanti, nota Estelle Maussion ancora su Jeune Afrique, è a tal punto importante che il programma del secondo vertice Russia-Africa (si terrà a Piter il 27 e 28 luglio) prevede una tavola rotonda specifica sul tema: “La stabilità del mercato dei fertilizzanti come garanzia per lo sradicamento della fame nei Paesi africani”.
A Piter si parlerà anche in particolare del “Partenariato Russia-Africa a favore della sovranità alimentare”, sottolineando che i fertilizzanti sono fondamentali per molte produzioni africane tra cui cotone, cacao e cereali.
La Russia è tra l’altro uno dei maggiori produttori mondiali di fertilizzanti naturali e, stando alla presentazione della suddetta tavola rotonda, Mosca, dopo aver distribuito a titolo gratuito fertilizzanti a vari paesi africani, intende ora «trasferire tecnologie agricole avanzate in Africa».
«Partnership strategiche a lungo termine con i fornitori russi, consentiranno ai Paesi di aumentare la produttività agricola, formare personale industriale qualificato, creare nuovi posti di lavoro e fornire generi alimentari di base alla popolazione», è detto nella nota di presentazione del summit, uno dei cui curatori di punta è il consorzio Uralkhim-Uralkalij, che nel 2022 ha condotto una trentina di corsi di formazione, con alcune migliaia di partecipanti africani.
Tra l’altro, oltre Uralkhim-Uralkalij, la Russia vanta altri tre colossi mondiali nel settore dei fertilizzanti: Akron, EvroKhim e FosAgro, la cui crescita esponenziale di esportazione in Africa è fuori discussione, in particolare con centinaia di migliaia di tonnellate di NPK (Azoto-Fosforo-Potassio), principale fertilizzante fosfatico utilizzato in Africa.
Secondo uno studio condotto da FAO-WFP, realizzato su iniziativa dell’organizzazione dell’Africa occidentale, nel 2021 i flussi complessivi di fertilizzanti russi hanno rappresentato il 50% del fabbisogno del Togo, il 40% del Ghana, il 35% del Burkina Faso e del Senegal, circa il 30% della Costa d’Avorio e oltre il 20% di Mali e Guinea.
Mosca si è mossa anche sul piano dell’immagine: su proposta di Vladimir Putin, Uralkhim-Uralkalij ha messo gratuitamente a disposizione 300.000 tonnellate di prodotti bloccati nei porti europei a causa delle sanzioni UE.
Dopo una prima spedizione a fine 2022 (23.000 tonnellate di NPK) in Burkina Faso, ne sono seguite altre due nel 2023, in Malawi (20.000 tonnellate di NPK) e Kenya (24.000 tonnellate di potassa, urea e NPK), per un totale di 77.000 tonnellate.
Annunciata una quarta spedizione, in Nigeria per lo stesso volume e la stessa tripla composizione del Kenya, ma non ancora effettuata, che avrebbe portato il volume totale a 110.000 tonnellate.
Di fatto, ha precisato il Ministero degli esteri russo, delle 262.000 tonnellate di previste forniture gratuite di fertilizzanti russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU, ma bloccate in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, nel 2023 sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.
«In linea con le pratiche e le abitudini coloniali, la UE ha bloccato la nostra iniziativa. Ci sono voluti sei mesi per portare la spedizione in Malawi e solo di recente è stato possibile effettuare un’altra consegna in Kenya», ha dichiarato Sergej Lavrov lo scorso maggio, durante una visita in Kenya e Burundi.
Sul versante commerciale, non è da meno anche l’altro grosso produttore russo, FosAgro, che nel 2022 ha venduto circa 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti, in crescita del 6,4% su base annuale: le vendite africane verso 21 Paesi, tra cui Sudafrica, Benin, Kenya, Costa d’Avorio, Mali e Camerun, hanno rappresentato il 6% della sua attività complessiva nel 2021.
Nel 2022, FosAgro è stata il primo esportatore russo in Africa con circa 500.000 tonnellate: più 25% in un anno.
Per chiudere, sul piano militare, con la decisione russa del 20 luglio sul blocco dei porti ucraini sul mar Nero, il livello di contrapposizione si fa ancora più elevato: l’Ucraina, osserva il politologo Dmitrij Soin, ha un «disperato bisogno di quei porti; non può sussistere senza la costa del mar Nero: è un duro colpo per la sua economia e le capacità di difesa».
Il blocco dei porti, però, può comportare non solo perdite da parte ucraina, ma anche cambiamenti nelle posizioni dei paesi occidentali: i soggetti «dell’accordo sul grano dovranno prendere una posizione chiara sul conflitto».
Soin ritiene che Mosca debba prepararsi a possibili provocazioni in mare: «ciò potrebbe portare a un nuovo ciclo di isteria globale anti-russa e alla giustificazione del sostegno all’Ucraina. Unica opzione, è quella di creare una situazione per cui quelle navi non abbiano dove attraccare».
Vale a dire, Mosca dovrebbe portare colpi precisi alle infrastrutture costiere: senza banchine, né hangar, né gru, i porti saranno completamente inutili.
E Mosca ha già cominciato.
Fonte
19/07/2023
“La Black Sea Grain Initiative è ormai storia”
Il 18 luglio la Russia si è definitivamente ritirata dal cosiddetto “Accordo sul grano”, la Black Sea Grain Initiative. Mosca ammoniva da tempo che, dopo le tre proroghe accordate, non avrebbe rinnovato l’accordo per l’esportazione di grano, mais e girasole ucraino, dal momento che, praticamente sin dal suo avvio, un anno fa, non sono state rispettate le altre clausole annesse.
Il Cremlino ha informato anche l’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite sul ritiro russo dalle garanzie per la sicurezza della navigazione nel mar Nero. Il presidente turco Recep Erdogan ha detto lapidario che «La Black Sea Grain Initiative è storia».
In una nota dettagliata, il Ministero degli esteri (MID) russo ricorda che il 22 luglio 2022 erano stati firmati a Istanbul due accordi interconnessi: la “Black Sea Initiative” sull’esportazione di prodotti agricoli ucraini e dell’ammoniaca russa e il Memorandum Russia-ONU sulla normalizzazione delle esportazioni russe di prodotti agricoli e fertilizzanti.
L’obiettivo dichiarato dall’ONU era quello di garantire la sicurezza alimentare globale, ridurre la minaccia della fame e aiutare i paesi bisognosi in Asia, Africa e America Latina. Allo scopo, era stato individuato un corridoio marittimo umanitario, e il Centro di coordinamento congiunto (JCC) a Istanbul operava registrando e ispezionando le navi destinate all’esportazione dei prodotti agricoli.
Il fatto è che nell’anno di operatività dell’Accordo, ai paesi considerati bisognosi – Etiopia, Yemen, Afghanistan, Sudan Somalia – non è andato che il 3% (meno di un milione di tonnellate) sugli oltre 32 milioni totali di prodotti esportati: oltre il 70% (26,3 milioni di tonnellate) ha preso la via di paesi con livelli di reddito medio-alto, UE compresa.
Altre stime parlano di 8% ai paesi poveri e 53% ai paesi occidentali.
Come che sia, nulla di strano, se si ricorda che oltre 17 milioni di ettari di fertilissime ‘terre nere’ ucraine sono oggi di proprietà di colossi quali Cargill, DuPont, Monsanto, che se le erano assicurate quando, con l’ex presidente golpista Petro Porošenko, nel 2016 Kiev aveva revocato, su dettame del FMI, la moratoria di 20 anni sulla loro vendita.
Da parte europea, nota il MID, si acquista grano ucraino a prezzi di dumping, lo si trasforma e lo si rivende «come prodotto finito ad alto valore aggiunto. Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».
Per quanto riguarda il Memorandum Russia-ONU, esso in realtà non è mai entrato in vigore: da luglio 2022 la sola UE ha emesso cinque nuovi pacchetti di sanzioni, così che i pagamenti bancari russi, le assicurazioni e la logistica dei trasporti, le forniture di pezzi di ricambio e le attività estere sono completamente bloccate.
Nessuno dei cinque obiettivi previsti dal Memorandum è stato assolto, a cominciare dal previsto riavvio del collegamento di Rosselkhozbank al SWIFT.
Un esempio illuminante di come l’Accordo abbia “operato” è quello delle previste forniture gratuite di fertilizzanti minerali russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU. Delle 262.000 tonnellate di prodotti bloccati in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.
Altro punto non rispettato è quello dell’importazione in Russia di pezzi di ricambio e attrezzature per produzione agricola e fertilizzanti: vietata perché, si dice, si tratta di beni “a duplice uso”. «L’intero territorio del nostro Paese è stato dichiarato zona a rischio di guerra con tassi assicurativi esorbitanti fino a livelli proibitivi, e i porti esteri sono chiusi alle nostre navi e ai nostri carichi. I conti esteri delle aziende agricole nazionali sono congelati».
Non rispettata nemmeno la riattivazione del condotto Togliatti-Odessa per l’ammoniaca, prevista da entrambi gli accordi di Istanbul: semplicemente, lo scorso 5 giugno, il regime golpista ha fatto saltare in aria il condotto.
Per parte sua, durante l’anno di attuazione dell’accordo, l’Ucraina ha guadagnato 9,2 miliardi di dollari dall’esportazione di circa 33 milioni di tonnellate di cereali via mare. Però, nota il politologo ed ex capo del governo della LNR, Marat Baširov, Kiev non ha ricevuto tale somma in soldi: sono andati tutti nel pagamento delle armi occidentali: da qui l’isteria dei golpisti ucraini.
In Russia, al contrario, i produttori agricoli parlano di perdite di circa un miliardo di rubli, a causa degli sconti sul grano ucraino, senza contare le perdite delle aziende produttrici di fertilizzanti.
Il FMI stima in 800 milioni di dollari al mese le potenziali perdite ucraine per il mancato rinnovo dell’Accordo e nel caso la UE proroghi i divieti alle esportazioni di grano ucraino.
Sono proprio i cinque paesi confinanti con l’Ucraina – Ungheria, Bulgaria, Polonia, Romania e Slovacchia – i cui produttori agricoli stanno subendo le conseguenze del dumping ucraino, a chiedere alla Commissione europea di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini anche dopo il 15 settembre.
Dalla Casa Bianca, il portavoce John Kirby “suggerisce” a Kiev di orientarsi all’esportazione «via terra, su rotaia, su camion. Pur se è più difficile e meno efficace»; anche perché tale opzione è da molto tempo contestata dagli agricoltori polacchi, moldavi, rumeni, per non parlare dell’onere aggiuntivo per le infrastrutture di trasporto.
Si fa notare che Kiev potrebbe – lo ha annunciato Vladimir Zelenskij – far partire comunque navi, rischiando scientemente di provocare la reazione russa: se Mosca attaccasse una nave ucraina carica di cereali, in Occidente si griderebbe alla “pirateria russa”; se ciò dovesse accadere con vascelli battenti bandiera straniera, la crisi sarebbe molto più rischiosa.
Così che, qualcuno, a Mosca, nel caso Kiev azzardi un tale passo, suggerisce di colpire le strutture portuali di Odessa, come d’altronde è accaduto nella notte del 18 luglio, allorché le forze russe hanno attaccato con lanci missilistici da nave un cantiere navale del porto di Odessa, in cui si allestiscono droni marittimi per attacchi terroristici.
Colpiti anche, a Nikolaev e Odessa, impianti di stoccaggio del carburante per le forze ucraine. Ma, in questo caso, Mosca ha parlato di ritorsione per l’attacco terroristico ucraino al ponte di Crimea nella notte del 17 luglio.
Per quanto riguarda invece la stessa Russia, all’Unione russa del frumento fanno notare che, tra luglio 2022 e giugno 2023, la Russia ha esportato la cifra record di 60 milioni di tonnellate di cereali, di cui 47 milioni di frumento, mentre nella campagna agricola 2021-2022 ne aveva esportato solo 38 milioni, con ricavi nel 2022 – a detta del Ministero dell’Agricoltura – pari a 41 miliardi di dollari.
«Gli acquirenti continueranno a ricevere il nostro grano, come prima, anche dopo la fine dell’accordo. Tutti gli obblighi contrattuali saranno rispettati», dicono all’Unione degli esportatori di cereali.
L’accordo del grano, tra le altre cose, aveva fatto crollare i prezzi mondiali dei prodotti alimentari. «Anche un’analisi superficiale suggerisce che lo scoppio delle ostilità in Ucraina aveva provocato un significativo aumento dei prezzi alimentari sul mercato mondiale», afferma Maksim Maksimov, dell’Università “Plekhanov” di Mosca.
A marzo 2022 «l’indice composito dei prezzi FAO era salito a 160 punti; per cereali e oli vegetali era stato stimato rispettivamente in circa 170 e 210 punti. Poi, dopo l’avvio dell’accordo, il livello dei prezzi ha iniziato a diminuire e nel giugno 2023 il valore medio dell’indice FAO dei prezzi dei cereali era di 126,6 punti».
L’esportazione di fertilizzanti minerali è diminuita di circa il 15% a causa delle sanzioni; ma, nel 2023, la Russia sta gradualmente ripristinando l’export di fertilizzanti e già quest’anno può raggiungere livelli di offerta paragonabili ai record del 2021, quasi 38 milioni di tonnellate.
Ancora Marat Baširov sostiene che, nell’anno trascorso, non si è trattato di «alcun “accordo del grano”. C’è stata la Black Sea Grain Initiative. Un accordo è quando tutte le parti che lo stipulano ottengono un vantaggio. Per un anno abbiamo offerto l’opportunità di esportare grano da tre porti ucraini.
Ci è stato promesso il collegamento ai sistemi SWIFT per effettuare pagamenti per i nostri prodotti agricoli, l’esportazione dei nostri fertilizzanti, anche attraverso il condotto dell’ammoniaca fino a Odessa, e l’opportunità di esportare grano russo con l’assicurazione per le navi». Ma nulla di tutto questo è stato fatto.
Sembra che troppo spesso, a Ovest, le richieste russe di accordo reciprocamente vantaggioso e gli ammonimenti di Mosca, vengano platealmente e provocatoriamente ignorati. Nel caso in questione, sarà curioso vedere come Washington e Bruxelles si arricchiranno di contrabbando, accusando Mosca di “affamare i paesi poveri”.
Fonte
Il Cremlino ha informato anche l’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite sul ritiro russo dalle garanzie per la sicurezza della navigazione nel mar Nero. Il presidente turco Recep Erdogan ha detto lapidario che «La Black Sea Grain Initiative è storia».
In una nota dettagliata, il Ministero degli esteri (MID) russo ricorda che il 22 luglio 2022 erano stati firmati a Istanbul due accordi interconnessi: la “Black Sea Initiative” sull’esportazione di prodotti agricoli ucraini e dell’ammoniaca russa e il Memorandum Russia-ONU sulla normalizzazione delle esportazioni russe di prodotti agricoli e fertilizzanti.
L’obiettivo dichiarato dall’ONU era quello di garantire la sicurezza alimentare globale, ridurre la minaccia della fame e aiutare i paesi bisognosi in Asia, Africa e America Latina. Allo scopo, era stato individuato un corridoio marittimo umanitario, e il Centro di coordinamento congiunto (JCC) a Istanbul operava registrando e ispezionando le navi destinate all’esportazione dei prodotti agricoli.
Il fatto è che nell’anno di operatività dell’Accordo, ai paesi considerati bisognosi – Etiopia, Yemen, Afghanistan, Sudan Somalia – non è andato che il 3% (meno di un milione di tonnellate) sugli oltre 32 milioni totali di prodotti esportati: oltre il 70% (26,3 milioni di tonnellate) ha preso la via di paesi con livelli di reddito medio-alto, UE compresa.
Altre stime parlano di 8% ai paesi poveri e 53% ai paesi occidentali.
Come che sia, nulla di strano, se si ricorda che oltre 17 milioni di ettari di fertilissime ‘terre nere’ ucraine sono oggi di proprietà di colossi quali Cargill, DuPont, Monsanto, che se le erano assicurate quando, con l’ex presidente golpista Petro Porošenko, nel 2016 Kiev aveva revocato, su dettame del FMI, la moratoria di 20 anni sulla loro vendita.
Da parte europea, nota il MID, si acquista grano ucraino a prezzi di dumping, lo si trasforma e lo si rivende «come prodotto finito ad alto valore aggiunto. Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».
Per quanto riguarda il Memorandum Russia-ONU, esso in realtà non è mai entrato in vigore: da luglio 2022 la sola UE ha emesso cinque nuovi pacchetti di sanzioni, così che i pagamenti bancari russi, le assicurazioni e la logistica dei trasporti, le forniture di pezzi di ricambio e le attività estere sono completamente bloccate.
Nessuno dei cinque obiettivi previsti dal Memorandum è stato assolto, a cominciare dal previsto riavvio del collegamento di Rosselkhozbank al SWIFT.
Un esempio illuminante di come l’Accordo abbia “operato” è quello delle previste forniture gratuite di fertilizzanti minerali russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU. Delle 262.000 tonnellate di prodotti bloccati in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.
Altro punto non rispettato è quello dell’importazione in Russia di pezzi di ricambio e attrezzature per produzione agricola e fertilizzanti: vietata perché, si dice, si tratta di beni “a duplice uso”. «L’intero territorio del nostro Paese è stato dichiarato zona a rischio di guerra con tassi assicurativi esorbitanti fino a livelli proibitivi, e i porti esteri sono chiusi alle nostre navi e ai nostri carichi. I conti esteri delle aziende agricole nazionali sono congelati».
Non rispettata nemmeno la riattivazione del condotto Togliatti-Odessa per l’ammoniaca, prevista da entrambi gli accordi di Istanbul: semplicemente, lo scorso 5 giugno, il regime golpista ha fatto saltare in aria il condotto.
Per parte sua, durante l’anno di attuazione dell’accordo, l’Ucraina ha guadagnato 9,2 miliardi di dollari dall’esportazione di circa 33 milioni di tonnellate di cereali via mare. Però, nota il politologo ed ex capo del governo della LNR, Marat Baširov, Kiev non ha ricevuto tale somma in soldi: sono andati tutti nel pagamento delle armi occidentali: da qui l’isteria dei golpisti ucraini.
In Russia, al contrario, i produttori agricoli parlano di perdite di circa un miliardo di rubli, a causa degli sconti sul grano ucraino, senza contare le perdite delle aziende produttrici di fertilizzanti.
Il FMI stima in 800 milioni di dollari al mese le potenziali perdite ucraine per il mancato rinnovo dell’Accordo e nel caso la UE proroghi i divieti alle esportazioni di grano ucraino.
Sono proprio i cinque paesi confinanti con l’Ucraina – Ungheria, Bulgaria, Polonia, Romania e Slovacchia – i cui produttori agricoli stanno subendo le conseguenze del dumping ucraino, a chiedere alla Commissione europea di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini anche dopo il 15 settembre.
Dalla Casa Bianca, il portavoce John Kirby “suggerisce” a Kiev di orientarsi all’esportazione «via terra, su rotaia, su camion. Pur se è più difficile e meno efficace»; anche perché tale opzione è da molto tempo contestata dagli agricoltori polacchi, moldavi, rumeni, per non parlare dell’onere aggiuntivo per le infrastrutture di trasporto.
Si fa notare che Kiev potrebbe – lo ha annunciato Vladimir Zelenskij – far partire comunque navi, rischiando scientemente di provocare la reazione russa: se Mosca attaccasse una nave ucraina carica di cereali, in Occidente si griderebbe alla “pirateria russa”; se ciò dovesse accadere con vascelli battenti bandiera straniera, la crisi sarebbe molto più rischiosa.
Così che, qualcuno, a Mosca, nel caso Kiev azzardi un tale passo, suggerisce di colpire le strutture portuali di Odessa, come d’altronde è accaduto nella notte del 18 luglio, allorché le forze russe hanno attaccato con lanci missilistici da nave un cantiere navale del porto di Odessa, in cui si allestiscono droni marittimi per attacchi terroristici.
Colpiti anche, a Nikolaev e Odessa, impianti di stoccaggio del carburante per le forze ucraine. Ma, in questo caso, Mosca ha parlato di ritorsione per l’attacco terroristico ucraino al ponte di Crimea nella notte del 17 luglio.
Per quanto riguarda invece la stessa Russia, all’Unione russa del frumento fanno notare che, tra luglio 2022 e giugno 2023, la Russia ha esportato la cifra record di 60 milioni di tonnellate di cereali, di cui 47 milioni di frumento, mentre nella campagna agricola 2021-2022 ne aveva esportato solo 38 milioni, con ricavi nel 2022 – a detta del Ministero dell’Agricoltura – pari a 41 miliardi di dollari.
«Gli acquirenti continueranno a ricevere il nostro grano, come prima, anche dopo la fine dell’accordo. Tutti gli obblighi contrattuali saranno rispettati», dicono all’Unione degli esportatori di cereali.
L’accordo del grano, tra le altre cose, aveva fatto crollare i prezzi mondiali dei prodotti alimentari. «Anche un’analisi superficiale suggerisce che lo scoppio delle ostilità in Ucraina aveva provocato un significativo aumento dei prezzi alimentari sul mercato mondiale», afferma Maksim Maksimov, dell’Università “Plekhanov” di Mosca.
A marzo 2022 «l’indice composito dei prezzi FAO era salito a 160 punti; per cereali e oli vegetali era stato stimato rispettivamente in circa 170 e 210 punti. Poi, dopo l’avvio dell’accordo, il livello dei prezzi ha iniziato a diminuire e nel giugno 2023 il valore medio dell’indice FAO dei prezzi dei cereali era di 126,6 punti».
L’esportazione di fertilizzanti minerali è diminuita di circa il 15% a causa delle sanzioni; ma, nel 2023, la Russia sta gradualmente ripristinando l’export di fertilizzanti e già quest’anno può raggiungere livelli di offerta paragonabili ai record del 2021, quasi 38 milioni di tonnellate.
Ancora Marat Baširov sostiene che, nell’anno trascorso, non si è trattato di «alcun “accordo del grano”. C’è stata la Black Sea Grain Initiative. Un accordo è quando tutte le parti che lo stipulano ottengono un vantaggio. Per un anno abbiamo offerto l’opportunità di esportare grano da tre porti ucraini.
Ci è stato promesso il collegamento ai sistemi SWIFT per effettuare pagamenti per i nostri prodotti agricoli, l’esportazione dei nostri fertilizzanti, anche attraverso il condotto dell’ammoniaca fino a Odessa, e l’opportunità di esportare grano russo con l’assicurazione per le navi». Ma nulla di tutto questo è stato fatto.
Sembra che troppo spesso, a Ovest, le richieste russe di accordo reciprocamente vantaggioso e gli ammonimenti di Mosca, vengano platealmente e provocatoriamente ignorati. Nel caso in questione, sarà curioso vedere come Washington e Bruxelles si arricchiranno di contrabbando, accusando Mosca di “affamare i paesi poveri”.
Fonte
18/07/2023
Guerra in Ucraina - Tra ponti sul mare e ponti aerei
di Francesco Dall'Aglio
Nella prima foto, in apertura, i danni al ponte di Crimea ripresi da un satellite russo. Come si può vedere, la linea ferroviaria (a destra nella foto) sulla quale passa quasi tutto il traffico militare e un po’ di quello civile, è intatta e infatti funziona.
Diverso il discorso per l’autostrada, utilizzata principalmente dai civili: la campata di sinistra si è spostata di un’ottantina di centimetri e va rimessa in asse (secondo il vice Primo Ministro Marat Chusnullin i lavori dovrebbero finire il 15 settembre), mentre la campata di destra va smantellata e ricostruita (qui ci vorrà più tempo: la fine dei lavori è prevista per il 1 novembre.
Ci sono problemi tecnici e probabilmente si dovrà costruire un ponte temporaneo di 250 metri per montarci sopra i macchinari che smantelleranno e ricostruiranno la sezione danneggiata).
Intanto il traffico civile è deviato sull’autostrada M14, che attraversa le regioni annesse dalla Russia. Per la gente ancora bloccata in macchina sono allestiti posti di ristoro e alloggi temporanei, in attesa che li si possa far defluire.
Insomma, risultati militari non eccezionali ma vacanze in Crimea rovinate a un bel po’ di gente, oltre ovviamente al solito incasso mediatico.
Che l’accordo sul grano saltasse era già chiaro, e non è stato l’attacco al ponte a farlo definitivamente naufragare. L’Ucraina ha detto che per loro si può procedere lo stesso, ma la Russia ha ritirato le garanzie di sicurezza per le navi e i porti e ha cancellato il “corridoio umanitario” nel Mar Nero nordoccidentale.
Ora ovviamente la marina russa non si metterà ad affondare mercantili stranieri, ma le compagnie assicurative potrebbero tirarsi fuori e i porti venire bombardati.
Gli USA si sono affrettati a comunicare che per quanto li riguarda non hanno intenzione di mandare navi loro nel Mar Nero. Nemmeno Erdoğan ha perso le speranze: dopo aver detto che l’accordo sul grano verrà ricordato nella storia, ha detto di voler parlare a breve con Putin e provare a farlo ripartire. Non sono molto ottimista sulla cosa.
Tornando alla situazione militare, un paio di aggiornamenti. Sul fronte nord, le truppe russe sono passate all’offensiva, avanzano in alcuni punti e sono riuscite a stabilire una piccola testa di ponte oltre il fiume Zherebets.
Non sono né grandi avanzate né grandi movimenti di truppe, ma su parecchi canali ucraini, anche ufficiali, si sostiene che abbiano ammassato forze imponenti: 100.000 uomini, 900 carri, più di 500 pezzi d’artiglieria e 370 lanciamissili.
Onestamente non pare ci sia traccia di una simile concentrazione di truppe e tutto potrebbe essere una psyop per potere affermare tra qualche giorno che questa avanzata condotta con forze soverchianti è stata bloccata e intestarsi un’altra vittoria. Vedremo, certo quella zona del fronte è abbastanza calda.
Il secondo aggiornamento è ancora più congetturale. Ieri c’è stato un attacco piuttosto serio su Kharkiv e due missili russi hanno colpito il dormitorio della facoltà di legge, da tempo usato per alloggiarvi soldati e, si dice, anche personale occidentale, mercenari o istruttori che siano.
Ci sono state vittime (non sappiamo quante), ma la cosa strana è che nell’aeroporto polacco di Rzeszów, il principale hub logistico degli equipaggiamenti NATO che vengono trasferiti in Ucraina, c’è stato un gran traffico di aerei senza transponder per tutta la notte – cosa non inusuale – finché alle 13 non è atterrato OO-MED, un Learjet 45 della ASL Fly Med (foto 2), compagnia specializzata nel soccorso aereo, attrezzato per trasportare pazienti in condizioni critiche.
Un pezzo grosso che deve restare anonimo avrà avuto un incidente. A Kharkiv?
Fonte
Nella prima foto, in apertura, i danni al ponte di Crimea ripresi da un satellite russo. Come si può vedere, la linea ferroviaria (a destra nella foto) sulla quale passa quasi tutto il traffico militare e un po’ di quello civile, è intatta e infatti funziona.
Diverso il discorso per l’autostrada, utilizzata principalmente dai civili: la campata di sinistra si è spostata di un’ottantina di centimetri e va rimessa in asse (secondo il vice Primo Ministro Marat Chusnullin i lavori dovrebbero finire il 15 settembre), mentre la campata di destra va smantellata e ricostruita (qui ci vorrà più tempo: la fine dei lavori è prevista per il 1 novembre.
Ci sono problemi tecnici e probabilmente si dovrà costruire un ponte temporaneo di 250 metri per montarci sopra i macchinari che smantelleranno e ricostruiranno la sezione danneggiata).
Intanto il traffico civile è deviato sull’autostrada M14, che attraversa le regioni annesse dalla Russia. Per la gente ancora bloccata in macchina sono allestiti posti di ristoro e alloggi temporanei, in attesa che li si possa far defluire.
Insomma, risultati militari non eccezionali ma vacanze in Crimea rovinate a un bel po’ di gente, oltre ovviamente al solito incasso mediatico.
Che l’accordo sul grano saltasse era già chiaro, e non è stato l’attacco al ponte a farlo definitivamente naufragare. L’Ucraina ha detto che per loro si può procedere lo stesso, ma la Russia ha ritirato le garanzie di sicurezza per le navi e i porti e ha cancellato il “corridoio umanitario” nel Mar Nero nordoccidentale.
Ora ovviamente la marina russa non si metterà ad affondare mercantili stranieri, ma le compagnie assicurative potrebbero tirarsi fuori e i porti venire bombardati.
Gli USA si sono affrettati a comunicare che per quanto li riguarda non hanno intenzione di mandare navi loro nel Mar Nero. Nemmeno Erdoğan ha perso le speranze: dopo aver detto che l’accordo sul grano verrà ricordato nella storia, ha detto di voler parlare a breve con Putin e provare a farlo ripartire. Non sono molto ottimista sulla cosa.
Tornando alla situazione militare, un paio di aggiornamenti. Sul fronte nord, le truppe russe sono passate all’offensiva, avanzano in alcuni punti e sono riuscite a stabilire una piccola testa di ponte oltre il fiume Zherebets.
Non sono né grandi avanzate né grandi movimenti di truppe, ma su parecchi canali ucraini, anche ufficiali, si sostiene che abbiano ammassato forze imponenti: 100.000 uomini, 900 carri, più di 500 pezzi d’artiglieria e 370 lanciamissili.
Onestamente non pare ci sia traccia di una simile concentrazione di truppe e tutto potrebbe essere una psyop per potere affermare tra qualche giorno che questa avanzata condotta con forze soverchianti è stata bloccata e intestarsi un’altra vittoria. Vedremo, certo quella zona del fronte è abbastanza calda.
Il secondo aggiornamento è ancora più congetturale. Ieri c’è stato un attacco piuttosto serio su Kharkiv e due missili russi hanno colpito il dormitorio della facoltà di legge, da tempo usato per alloggiarvi soldati e, si dice, anche personale occidentale, mercenari o istruttori che siano.
Ci sono state vittime (non sappiamo quante), ma la cosa strana è che nell’aeroporto polacco di Rzeszów, il principale hub logistico degli equipaggiamenti NATO che vengono trasferiti in Ucraina, c’è stato un gran traffico di aerei senza transponder per tutta la notte – cosa non inusuale – finché alle 13 non è atterrato OO-MED, un Learjet 45 della ASL Fly Med (foto 2), compagnia specializzata nel soccorso aereo, attrezzato per trasportare pazienti in condizioni critiche.
Un pezzo grosso che deve restare anonimo avrà avuto un incidente. A Kharkiv?
Fonte
16/07/2023
Guerra in Ucraina - In forse il rinnovo dell'accordo sui cereali
di Francesco Dall'Aglio
A mezzanotte scadono i termini del cosiddetto accordo sul grano, ovvero il trasporto sicuro di prodotti agricoli (in ordine di quantità mais, grano, farina di estrazione di girasole, olio di girasole, "altro", ossia colza, soia eccetera) da tre porti ucraini (Odessa, Černomorsk e Yuzhny/Pivdennyi, quest'ultimo al momento escluso dall'accordo). Al momento, e sottolineo al momento, non sembrano esserci margini per una estensione dell'accordo, nonostante le trionfali dichiarazioni di Erdoğan subito smentite da Peskov. Ma si sa, la politica è il dominio del compromesso, quindi chissà.
I motivi per cui la Russia non intende rinnovare l'accordo sono numerosi. I principali sono: la condotta che trasporta nitrato d'ammonio da Togliatti a Pivdenny, il cui transito è interrotto dall'inizio del conflitto; le navi russe cariche di fertilizzanti bloccate in vari porti; l'esclusione della Rosselkhozbank, la banca agricola russa, dallo SWIFT, cosa che non le consente di esportare prodotti agricoli in Occidente, Corea e Giappone perché non può ricevere pagamenti; il problema delle assicurazioni internazionali delle navi mercantili russe. Se all'atto della firma degli accordi era stato promesso di risolvere le questioni, nulla è stato fatto in proposito (il 5 giugno la condotta Togliatti-Pivdenny è stata anche bombardata).
Stando a quanto ha scritto la Reuters qualche giorno fa il Segretario Generale dell'ONU Gutierres ha proposto di agganciare allo SWIFT una sussidiaria della Rosselkhozbank, solo per ciò che riguarda prodotti agricoli e nitrato d'ammonio, ma non ci sono dichiarazioni ufficiali di nessuna delle parti. Stando così le cose, il governo russo ha deciso di uscire da un accordo che in pratica porta vantaggi solo all'Ucraina. In realtà, si dice, l'accordo è vantaggioso per tutto il mondo, in particolare per i paesi in via di sviluppo che possono rifornirsi di cereali in abbondanza a prezzi bassi. Ma le cose non stanno esattamente così, al di là del fatto che i prezzi sono di mercato.
La Black Sea Grain Initiative gode di un bellissimo e aggiornatissimo sito web. Se si va ad analizzare il movimento delle navi e i porti di destinazione, però, si nota immediatamente che la gran parte dei prodotti agricoli non sono destinati ai paesi in via di sviluppo ma a paesi non minacciati di insicurezza alimentare. Su 32.856.252 tonnellate di merce, infatti, 8 milioni sono sbarcate in Cina, 6 in Spagna, 3.200.000 in Turchia, 2.100.000 in Italia, 2 in Olanda. Il 38% è andato a paesi dell'Unione Europea, quasi un quarto del totale alla Cina, e solo il 2,3% ai paesi più poveri del mondo. Ad esempio, nonostante la nave che campeggia in cima alla pagina che ho appena citato abbia trasportato grano diretto all'Afghanistan, l'Afghanistan ha ricevuto solo 130.900 tonnellate di prodotti agricoli, l'Etiopia 282.800, il Sudan appena 95.300; e le due navi partite oggi da Odessa, probabilmente le ultime a meno appunto di improvvisi e imprevisti sviluppi, sono dirette in Olanda. Ancora più chiaro è il documento che riporta le destinazioni LDC/Non LDC (LDC = Least Developed Countries, Paesi meno sviluppati): i paesi LCD, cioè quelli per i quali teoricamente l'accordo sul grano è stato creato, hanno ricevuto solo il 5,8% del totale delle esportazioni agricole (il documento è qui) - un'avvertenza per gli altri grafici, la Cina è qualificata "developing", per questo i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto il 57,4%.
Questo non è un mistero, ovviamente, e anch'io ne ho già parlato più di una volta (per quello che vale). Però, appunto, l'accordo serve solo all'Ucraina, e le promesse fatte alla Russia non sono state (per ora?) mantenute. In più, come abbiamo visto, i rapporti con la Turchia si stanno un po' guastando, e la Turchia era ed è uno degli sponsor principali dell'accordo (tanto che ci si è spinti a ritenere che l'ultimo rinnovo dell'accordo sia stato un "favore" fatto da Putin a Erdoğan per non mettere in difficoltà quest'ultimo prima delle elezioni). Sul rinnovo, dunque, non sono molto ottimista, al di là del fatto che mancano poche ore alla scadenza, tutto è sempre possibile e sarebbe il caso che fosse rinnovato, se non altro per non provocare un aumento dei prezzi di grano e mais. Probabilmente non sono molto ottimisti nemmeno gli ucraini, che stanotte hanno lanciato un attacco di droni contro la Crimea e all'alba di stamattina due droni navali contro il porto di Sebastopoli. Entrambi gli attacchi sono stati sventati dalle difese russe.
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A mezzanotte scadono i termini del cosiddetto accordo sul grano, ovvero il trasporto sicuro di prodotti agricoli (in ordine di quantità mais, grano, farina di estrazione di girasole, olio di girasole, "altro", ossia colza, soia eccetera) da tre porti ucraini (Odessa, Černomorsk e Yuzhny/Pivdennyi, quest'ultimo al momento escluso dall'accordo). Al momento, e sottolineo al momento, non sembrano esserci margini per una estensione dell'accordo, nonostante le trionfali dichiarazioni di Erdoğan subito smentite da Peskov. Ma si sa, la politica è il dominio del compromesso, quindi chissà.
I motivi per cui la Russia non intende rinnovare l'accordo sono numerosi. I principali sono: la condotta che trasporta nitrato d'ammonio da Togliatti a Pivdenny, il cui transito è interrotto dall'inizio del conflitto; le navi russe cariche di fertilizzanti bloccate in vari porti; l'esclusione della Rosselkhozbank, la banca agricola russa, dallo SWIFT, cosa che non le consente di esportare prodotti agricoli in Occidente, Corea e Giappone perché non può ricevere pagamenti; il problema delle assicurazioni internazionali delle navi mercantili russe. Se all'atto della firma degli accordi era stato promesso di risolvere le questioni, nulla è stato fatto in proposito (il 5 giugno la condotta Togliatti-Pivdenny è stata anche bombardata).
Stando a quanto ha scritto la Reuters qualche giorno fa il Segretario Generale dell'ONU Gutierres ha proposto di agganciare allo SWIFT una sussidiaria della Rosselkhozbank, solo per ciò che riguarda prodotti agricoli e nitrato d'ammonio, ma non ci sono dichiarazioni ufficiali di nessuna delle parti. Stando così le cose, il governo russo ha deciso di uscire da un accordo che in pratica porta vantaggi solo all'Ucraina. In realtà, si dice, l'accordo è vantaggioso per tutto il mondo, in particolare per i paesi in via di sviluppo che possono rifornirsi di cereali in abbondanza a prezzi bassi. Ma le cose non stanno esattamente così, al di là del fatto che i prezzi sono di mercato.
La Black Sea Grain Initiative gode di un bellissimo e aggiornatissimo sito web. Se si va ad analizzare il movimento delle navi e i porti di destinazione, però, si nota immediatamente che la gran parte dei prodotti agricoli non sono destinati ai paesi in via di sviluppo ma a paesi non minacciati di insicurezza alimentare. Su 32.856.252 tonnellate di merce, infatti, 8 milioni sono sbarcate in Cina, 6 in Spagna, 3.200.000 in Turchia, 2.100.000 in Italia, 2 in Olanda. Il 38% è andato a paesi dell'Unione Europea, quasi un quarto del totale alla Cina, e solo il 2,3% ai paesi più poveri del mondo. Ad esempio, nonostante la nave che campeggia in cima alla pagina che ho appena citato abbia trasportato grano diretto all'Afghanistan, l'Afghanistan ha ricevuto solo 130.900 tonnellate di prodotti agricoli, l'Etiopia 282.800, il Sudan appena 95.300; e le due navi partite oggi da Odessa, probabilmente le ultime a meno appunto di improvvisi e imprevisti sviluppi, sono dirette in Olanda. Ancora più chiaro è il documento che riporta le destinazioni LDC/Non LDC (LDC = Least Developed Countries, Paesi meno sviluppati): i paesi LCD, cioè quelli per i quali teoricamente l'accordo sul grano è stato creato, hanno ricevuto solo il 5,8% del totale delle esportazioni agricole (il documento è qui) - un'avvertenza per gli altri grafici, la Cina è qualificata "developing", per questo i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto il 57,4%.
Questo non è un mistero, ovviamente, e anch'io ne ho già parlato più di una volta (per quello che vale). Però, appunto, l'accordo serve solo all'Ucraina, e le promesse fatte alla Russia non sono state (per ora?) mantenute. In più, come abbiamo visto, i rapporti con la Turchia si stanno un po' guastando, e la Turchia era ed è uno degli sponsor principali dell'accordo (tanto che ci si è spinti a ritenere che l'ultimo rinnovo dell'accordo sia stato un "favore" fatto da Putin a Erdoğan per non mettere in difficoltà quest'ultimo prima delle elezioni). Sul rinnovo, dunque, non sono molto ottimista, al di là del fatto che mancano poche ore alla scadenza, tutto è sempre possibile e sarebbe il caso che fosse rinnovato, se non altro per non provocare un aumento dei prezzi di grano e mais. Probabilmente non sono molto ottimisti nemmeno gli ucraini, che stanotte hanno lanciato un attacco di droni contro la Crimea e all'alba di stamattina due droni navali contro il porto di Sebastopoli. Entrambi gli attacchi sono stati sventati dalle difese russe.
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04/06/2023
19/04/2023
La fame nel mondo e i giochi europeisti attorno al grano ucraino
Mentre la “fraterna” Polonia “senza frontiere” con l’Ucraina introduce il divieto su importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, è prorogata fino a maggio l’esportazione in Africa di cereali da Ucraina e Russia, la cosiddetta Black Sea Grain Initiative che, approvata da Russia, Ucraina, Turchia e ONU, dovrebbe garantire la sicurezza di navigazione per cereali, derrate alimentari e fertilizzanti spediti da porti ucraini, attraverso corridoi marittimi sul Mar Nero.
Dal giugno 2022, allorché fu firmato l’accordo, prorogato ogni quattro mesi, sono state trasportate quasi 25 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate verso 45 paesi. Prima della guerra, Russia e Ucraina erano tra i primi dieci produttori mondiali di grano e tra i cinque maggiori esportatori di grano e fertilizzanti verso Europa, Asia e Africa. Tra parentesi, la Russia lo è tuttora.
Il 25% circa dei carichi, scrive Pius Adeleye su Jeune Afrique, va a paesi con grossi deficit alimentari, in particolare nel Corno d’Africa; ma i principali beneficiari dell’accordo sono Cina, Spagna, Turchia e Italia. Secondo la FAO, almeno sedici paesi africani importano la maggior parte del grano da Russia e Ucraina; nel complesso, tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.
Sull’edizione russa di Forbes, Aleks Budris scrive però che Mosca minaccia di non approvare la quarta proroga dell’accordo: lo scorso 7 aprile, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha detto che «Se non ci saranno progressi nella rimozione degli ostacoli all’esportazione di fertilizzanti e cereali russi, valuteremo quanto l’accordo sia necessario». L’Occidente dovrà allora servirsi delle rotte terrestri e dei porti sul Danubio, specialmente in Romania, già così inflazionati.
Le condizioni russe per la proroga dell’accordo sono: il reinserimento della Rossel’khozbank nello Swift (sistema di pagamenti internazionali, ndr), la ripresa delle forniture alla Russia di macchinari agricoli, la rimozione delle limitazioni per l’accesso di navi russe a porti stranieri, la ripresa del funzionamento del condotto “Togliatti-Odessa”, attraverso cui l’ammoniaca russa viene pompata verso l’Ucraina per l’export.
Condizioni che, a detta di osservatori russi, difficilmente saranno accolte, cosa che rende quindi verosimile il ritiro russo dal Black Sea Grain, anche se molto dipende dai risultati delle prossime presidenziali e parlamentari in Turchia, garante dell’accordo.
Secondo dati ufficiali russi, diffusi lo scorso marzo, nel quadro di quell’accordo, dal 1 agosto 2022 sono state trasportate 23 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate alimentari, di cui il «47% verso paesi ad alto reddito, soprattutto UE, e il 34% verso paesi a reddito medio-alto. La quota di consegne a paesi bisognosi è in costante calo ed è ferma al 2,6%».
Stando a Bruxelles, invece, 456.000 tonnellate sono partire da porti ucraini dirette verso Etiopia, Yemen, Gibuti, Somalia e Afghanistan, col 65% del grano esportato verso paesi in via di sviluppo.
Altri dati ancora sono quelli del Centro di coordinamento congiunto del Black Sea Initiative: dall’inizio dell’accordo fino al 9 aprile 2023, sarebbero state esportate 27,4 milioni di tonnellate di prodotti agricoli: 13,7 mln di mais, 7,5 mln di grano. Principale destinatario sarebbe la Cina, con 6,2 milioni di tonnellate (22,6% del totale), seguita da Spagna (4,7 mln), Turchia (3 mln), Italia (1,9 milioni di tonnellate: 6,9% del totale) e Paesi Bassi (1,7 mln).
Tra i paesi bisognosi, destinatari del grano ucraino, ci sarebbero Bangladesh (822.093 t), Yemen (235.618 t), Etiopia (232.759 t), Afghanistan (130.869 t), Sudan (65.340 t), Somalia (53.500 t) e Gibuti (541 t), equivalenti al 20,5% di tutto il grano spedito dai porti ucraini: più o meno la stessa percentuale indicata dalla famigerata USAID, secondo cui tra agosto e novembre 2022, circa 435 navi sarebbero partite da porti ucraini, dirette in 39 paesi, ma solo meno del 20% delle derrate sarebbe andato (direttamente) a paesi vulnerabili quali Kenya, Somalia, Etiopia.
Sembra anzi che le statistiche siano peggiorate durante il secondo periodo dell’accordo (novembre 2022 – marzo 2023): nel solo mese di febbraio 2023, il volume di cereali spediti in Cina, principale beneficiaria del Black Sea Grain Iinitiative, è stato di circa quattro volte più grande di quello esportato in Africa. Secondo le cifre della Direzione doganale cinese, nel 2021 il volume di grano importato aveva superato 164 milioni di tonnellate, contro i quasi 135 del 2020; nei primi cinque mesi del 2022 sarebbe stato di 66,5 mln di tonnellate.
Importazione ed esportazione
Ma l’esportazione ucraina passa anche per i cosiddetti “corridoi di solidarietà”, creati dalla UE e da cui transitano 23 milioni di tonnellate di prodotti agricoli e oltre 21 milioni di tonnellate di altre merci. Allo scopo, sono stati temporaneamente aboliti dazi e quote (più avanti, vedremo le reazione degli agricoltori polacchi, romeni, bulgari, slovacchi) per i prodotti ucraini.
Questo per ora; perché, con la guerra in corso, ci sono previsioni di un calo del raccolto di grano ucraino per l’anno agricolo 2023-2024 dagli attuali 19,3 mln di tonnellate a 15,2, con un conseguente calo delle esportazioni da 13-16 mln a 10-12 mln di tonnellate.
Tra l’altro, a proposito di “aiuti europei all’Ucraina”, non va dimenticato che ormai da diversi anni (dal 2016, poi, anche col beneplacito parlamentare ucraino), colossi quali Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, ecc., controllano milioni di fertilissime terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.
La russa Vedomosti scrive che, secondo dati ONU e di Marinetraffic.com, il 57% (1,18 mln di tonnellate su 2,08) del frumento ucraino trasportato via mare nel mese di agosto 2022 era andato a paesi occidentali o membri NATO, (23% in più rispetto al 2021), di cui il 37% a paesi UE, contro il 17% diretto verso paesi africani. Risultava drasticamente calata la quota cinese, passata dal 31% dell’import nel 2021, al 8%.
Oggi, i primi cinque paesi che vantano il 65% dell’export mondiale di frumento, sono Russia (39 milioni di tonnellate), Canada (27,7), USA (26,7), Australia (19,7) e Ucraina (16,8). La geografia dell’export di frumento russo vede ai primi posti Medio Oriente, col 39% del volume esportato, Asia (31%), Africa (20%), UE (7%). Nel 2020-2021, i maggiori cinque importatori sono stati Egitto (13 milioni di tonnellate), Indonesia (10,5), Cina (10,5), Turchia (8,2), Filippine (6,8).
Fonti generali russe dicono che, nel 2021, le quote di export di cereali dall’Ucraina erano del 34% verso paesi occidentali e NATO, del 31% verso la Cina; seguivano Egitto, Indonesia e Turchia col 9% rispettivamente; Olanda 6%, altri 36%; Africa 18%.
Secondo le Izvestija, la Russia è leader mondiale nelle esportazioni di grano ormai da sei anni. Ogni anno vengono raccolti più di 120 milioni di tonnellate di grano, due terzi dei quali sono frumento. Si è parlato di un nuovo record di 150 milioni di tonnellate nel 2022, con esportazioni verso Iran, Egitto, Turchia, Bangladesh, Arabia Saudita, ma anche Kazakhstan e Azerbajdžan.
Nell’autunno 2022, Vladimir Putin aveva parlato di 30 milioni di tonnellate di cereali esportate in Asia, Africa e America Latina, con la prospettiva, secondo cui «siamo disposti ad aumentare il volume di forniture ai Paesi che più ne hanno bisogno fino a 50 milioni di tonnellate e oltre».
E questo significa anche grossi affari: tra le maggiori cinque proprietà terriere russe, continua a primeggiare “Agrocomplex N. I. Tkacev”, della famiglia dell’ex Ministro dell’agricoltura dal 2015 al 2018 Aleksandr Tkacev, con 660.000 ha di terre in Krasnodarskij e Stavropol’skij kraj, Adigeja, regione di Rostov, il cui valore supera i 152 miliardi di rubli. L’impresa controlla 63 ditte, che si occupano di produzione agricola e mangimi, allevamenti da carne e latticini, orticoltura, trasformazione.
L’export ucraino
Oggi, il Ministro degli esteri della junta golpista di Kiev, Dmitrij Kuleba, incurante del ridicolo (e degli ossimori) sproloquia di voler «trasformare il Mar Nero in quello che è diventato il Mar Baltico: un mare della NATO ... Chiediamo la smilitarizzazione del Mar Nero, così che i paesi pacifici e rispettosi della legge possano usarlo per il commercio e i viaggi».
Ma già per diversi mesi prima dell’accordo Black Sea Grain, la Russia era stata accusata dalle “democrazie” occidentali di aver provocato un aumento della carestia in Africa e Medio Oriente, a causa del blocco del frumento ucraino nei porti.
«I paesi ricchi, dietro gli slogan sulla lotta alla fame nel mondo, risolvono i propri problemi, acquistando colture foraggere, principalmente mais... invece di grano alimentare... Nessuno si aspettava che la UE sarebbe stata uno dei maggiori beneficiari del “corridoio del grano”, mettendo in secondo piano i paesi che hanno davvero bisogno di cibo», nota su Vedomosti Eduard Zernin, dell’Unione export cereali. E Dmitrij Ryl’ko: «L’Ucraina ha sempre esportato soprattutto cereali da foraggio. Anche ora lo portano verso paesi NATO».
Due mesi dopo l’accordo, Ivan Nečaev, del Ministero degli esteri russo, diceva che «La quota di grano, del cui deficit parlavano i politici occidentali, rappresenta meno del 19% del frumento spedito. Ne sono stati sinora esportati 0,39 milioni di tonnellate, su 20 navi, 9 delle quali salpate per la Turchia e 4 per paesi UE. Ciò solleva dubbi sul fatto che la sicurezza alimentare globale dipenda dall’accordo per lo sblocco dei porti ucraini».
Sembra che, dopo la firma dell’accordo del 2022, la prima nave diretta verso paesi con gravi problemi alimentari, sia salpata solo il 21 agosto per Gibuti, con 23.300 t. di grano per l’Etiopia.
A causa del tipico meccanismo di mercato, dell’equilibrio tra domanda e offerta, dice ancora su Vedomosti l’analista Andrej Sizov, le navi non si dirigono verso paesi alla fame: «Le argomentazioni dei politici occidentali, secondo cui i prodotti dovevano essere destinati ai paesi affamati dell’Africa, sono assolutamente infondate: come sempre, vengono inviati dove viene offerto il miglior prezzo».
Finora (Vedomosti scrive a settembre 2022) solo cinque navi con 0,17 milioni di tonnellate di grano (il 44% di tutto il grano e l’8% di tutti i cereali esportati dall’Ucraina in agosto) sono state inviate in paesi in cui oltre il 10% della popolazione soffre di gravi problemi alimentari: Gibuti, Libano, Somalia, Yemen, Sudan.
In molti paesi africani la situazione è davvero catastrofica. In Congo, su 96 milioni di abitanti, 36 milioni sono denutriti; ma ci sono anche Etiopia, Tanzania, Kenya Somalia (il 60% della popolazione soffre la fame), Repubblica Centrafricana, Madagascar, Congo. Secondo la FAO, al 2021, 828 milioni di persone in tutto il mondo pativano la fame: 46 milioni in più del 2020; e le cifre continuano a crescere.
A qualcuno dovrà pur sorgere il dubbio che, dietro la fame di un miliardo di persone, non ci sia semplicemente l’export russo e ucraino, ma ci sia un sistema che da secoli depreda intere regioni del mondo per i profitti del capitale.
Comunque, lo scorso gennaio, Jeune Afrique scriveva che la guerra «in Ucraina ha permesso alla Francia di segnare punti contro la Russia nella battaglia per la fornitura di grano a Marocco, Algeria e Egitto»; e notava che, secondo la governativa FranceAgriMer, le esportazioni francesi di grano tenero avevano raggiunto, all’inizio dell’anno, «1,7 milioni di tonnellate verso il Marocco, 1,5 milioni verso l’Algeria e 900.000 tonnellate verso l’Egitto, vale a dire il triplo» rispetto all’anno precedente.
Negli ultimi anni, nota Jeune Afrique, l’approvvigionamento di cereali al Maghreb, e in particolare di grano tenero, è stato oggetto di competizione tra Francia e Russia. Storico fornitore dell’area, Parigi ha visto la concorrenza di Mosca che, ormai primo esportatore mondiale di grano tenero, le ha sottratto quote di mercato, in particolare in Egitto e Marocco.
Ma, come detto all’inizio, non tutto procede liscio con i “benefit” accordati alla junta nazi-golpista di Kiev. Anzi, sono proprio gli immediati vicini dell’Ucraina a sollevare le maggiori proteste.
Le reazioni degli “amici” dell’Ucraina
A dispetto dei discorsi d’occasione fatti a Varsavia tra Vladimir Zelenskij e Andrzej Duda, sulla “scomparsa delle frontiere” tra Polonia e Ucraina, ai valichi confinari sono apparsi nuovi “cordoni”, fatti di trattori e cortei degli agricoltori polacchi.
Significativo che, proprio nel giorno in cui Duda e Zelenskij si abbracciavano, si sia dimesso il Ministro dell’agricoltura polacco, Henryk Kowalczyk, per protesta contro il rifiuto della Commissione europea di ristabilire i dazi sui prodotti agricoli ucraini – grano, mais, girasole, pollame – rimossi all’inizio del conflitto.
«La Bulgaria è solidale con l’Ucraina e i produttori ucraini. Insieme alla UE, ha sostenuto i corridoi di solidarietà per combattere la fame nel mondo. Ma questi corridoi sono un canale per importazioni verso la UE esenti da dazi senza precedenti», ha detto il vice Ministro dell’agricoltura bulgaro Georgi Sybev.
E il suo omologo ungherese, István Nagy, ha promesso controlli più severi sulle importazioni di grano dall’Ucraina, «per assicurarci che il grano raggiunga la sua destinazione originale». Secondo Nagy, cereali, semi oleosi, carne di pollame, uova e miele ucraini creano problemi ai produttori ungheresi, il che «fa pressione sui prodotti ungheresi e abbassa i prezzi di vendita al di sotto dei costi di produzione».
Non per nulla, a fine 2022 era cresciuta del 70% l’importazione di mais ucraino nella UE, di 10 volte il grano e 70 volte i girasoli. A differenza della Polonia, comunque, che ha vietato importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, l’Ungheria non ne ha per ora proibito il transito.
Anche gli agricoltori rumeni, scrive Euractiv, non riescono a vendere il grano, che non può competere con il grano ucraino più economico; e anche il trasporto di grano verso il mercato estero è praticamente impossibile, dato che tutte le capacità logistiche rumene, compreso il principale porto del paese, Costanza, sono occupate da merci ucraine.
«Di questo passo, il settore agroalimentare rumeno andrà in fallimento», ha dichiarato il consigliere del Ministero dell’agricoltura Cesar Gheorghe, aggiungendo che se l’accordo del Black Sea Initiative non verrà rinnovato, tutto il transito su rotaia o su strada ricadrà sulla Romania. Così che, dopo le recenti proteste degli agricoltori polacchi, anche quelli rumeni sono scesi in piazza. Con gli slogan “Non uccidere i nostri affari!” e “Stop ai cereali geneticamente modificati dall’Ucraina!”, minacciano lo sciopero nazionale a oltranza dal 7 giugno, se non cesserà l’importazione di grano dall’Ucraina.
Così, sembra che la Commissione europea stanzierà 56 milioni di euro fino al 30 settembre, per compensare le perdite degli agricoltori colpiti: 29,5 milioni andranno alla Polonia, 16,7 alla Bulgaria e 10 alla Romania. Ma Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno chiesto congiuntamente a Ursula von der Leyen di aumentare gli stanziamenti, o di reintrodurre tariffe e quote per l’importazione di prodotti ucraini.
Hanno anche proposto alla Commissione europea l’acquisto di grano in eccedenza dagli agricoltori europei e, insieme alla FAO, anche di grano ucraino, indirizzandolo a bisogni umanitari.
Oltre alla caduta del prezzo della produzione locale, da 370 a 240 euro la tonnellata, gli agricoltori rumeni protestano anche per i pericoli per la salute rappresentati dai prodotti ucraini. «Gli agricoltori ucraini producono merci con insetticidi e pesticidi, proibiti in Romania», scrive la rumena Economedia, aggiungendo che si sono registrati anche casi di merci con una componente di organismi geneticamente modificati, vietati nella UE.
Secondo Radio Romania, i cereali ucraini che hanno invaso il mercato locale sono spesso venduti a un prezzo inferiore del 70% rispetto a quelli rumeni. Se nel 2018-2020 la Romania non aveva importato grano dall’Ucraina, solo lo scorso anno ne ha importato 570.000 tonnellate (la Polonia 1,6 milioni).
«Metà delle esportazioni di cereali ucraini passa per la Romania, lungo il Danubio. Quindi anche i porti sul Danubio sono intasati, le autostrade sono piene di camion con targa ucraina». La TASS ricorda però che lo scorso anno era stata Bucarest stessa a semplificare l’importazione di prodotti agricoli ucraini: esenzione da dazi doganali e dall’obbligo di presentare certificazioni sanitarie e veterinarie.
In Slovacchia, il Ministero dell’agricoltura ha vietato lavorazione e vendita di grano dall’Ucraina e anche della farina già da esso ottenuta: test di laboratorio avrebbero confermato alti contenuti di residui di pesticidi in lotti di grano ucraino.
In generale, se formalmente Polonia, Ungheria, Slovacchia hanno deciso il blocco temporaneo dell’importazione di prodotti agricoli ucraini a causa della scoperta in essi di pesticidi vietati nella UE, il motivo più probabile è piuttosto che l’importazione di prodotti agricoli più economici ha provocato un calo dei prezzi della produzione interna, così che Varsavia e altre capitali europee si sono viste costrette a ricorrere a misure di protezione del proprio mercato.
Tanto più che la Polonia è il più importante fornitore di prodotti agricoli per i mercati europei e, con l’attuale proibizione, si tenta apertamente di eliminare un pericoloso concorrente per via “legislativa”.
In sostanza, osservano analisti russi, è improbabile che tali misure abbiano un serio impatto sull’economia ucraina, praticamente finanziata in toto dall’Occidente. Secondo dati di Bruxelles, la “temporanea” abolizione – dapprima fino al luglio 2023, poi 2024 – dei dazi sul grano ucraino, ne ha decuplicato l’importazione nella UE, dalle 287.000 tonnellate del 2021, ai 2,85 milioni del 2022.
Come che sia, un’ulteriore riprova del valore della commedia polacco-ucraina secondo cui «tra i nostri popoli non esisteranno più alcune frontiere: né politiche, né economiche»; ci saranno solo le frontiere dell’impero polacco della rinata “Rzeczpospolita”.
Così che valgono i versi del Teseida boccacciano: «Ciascun si guardi adunque di cadere e del non presto potersi levare, se non gli è forse caro di sapere chi gli è amico o amico pare».
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Dal giugno 2022, allorché fu firmato l’accordo, prorogato ogni quattro mesi, sono state trasportate quasi 25 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate verso 45 paesi. Prima della guerra, Russia e Ucraina erano tra i primi dieci produttori mondiali di grano e tra i cinque maggiori esportatori di grano e fertilizzanti verso Europa, Asia e Africa. Tra parentesi, la Russia lo è tuttora.
Il 25% circa dei carichi, scrive Pius Adeleye su Jeune Afrique, va a paesi con grossi deficit alimentari, in particolare nel Corno d’Africa; ma i principali beneficiari dell’accordo sono Cina, Spagna, Turchia e Italia. Secondo la FAO, almeno sedici paesi africani importano la maggior parte del grano da Russia e Ucraina; nel complesso, tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.
Sull’edizione russa di Forbes, Aleks Budris scrive però che Mosca minaccia di non approvare la quarta proroga dell’accordo: lo scorso 7 aprile, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha detto che «Se non ci saranno progressi nella rimozione degli ostacoli all’esportazione di fertilizzanti e cereali russi, valuteremo quanto l’accordo sia necessario». L’Occidente dovrà allora servirsi delle rotte terrestri e dei porti sul Danubio, specialmente in Romania, già così inflazionati.
Le condizioni russe per la proroga dell’accordo sono: il reinserimento della Rossel’khozbank nello Swift (sistema di pagamenti internazionali, ndr), la ripresa delle forniture alla Russia di macchinari agricoli, la rimozione delle limitazioni per l’accesso di navi russe a porti stranieri, la ripresa del funzionamento del condotto “Togliatti-Odessa”, attraverso cui l’ammoniaca russa viene pompata verso l’Ucraina per l’export.
Condizioni che, a detta di osservatori russi, difficilmente saranno accolte, cosa che rende quindi verosimile il ritiro russo dal Black Sea Grain, anche se molto dipende dai risultati delle prossime presidenziali e parlamentari in Turchia, garante dell’accordo.
Secondo dati ufficiali russi, diffusi lo scorso marzo, nel quadro di quell’accordo, dal 1 agosto 2022 sono state trasportate 23 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate alimentari, di cui il «47% verso paesi ad alto reddito, soprattutto UE, e il 34% verso paesi a reddito medio-alto. La quota di consegne a paesi bisognosi è in costante calo ed è ferma al 2,6%».
Stando a Bruxelles, invece, 456.000 tonnellate sono partire da porti ucraini dirette verso Etiopia, Yemen, Gibuti, Somalia e Afghanistan, col 65% del grano esportato verso paesi in via di sviluppo.
Altri dati ancora sono quelli del Centro di coordinamento congiunto del Black Sea Initiative: dall’inizio dell’accordo fino al 9 aprile 2023, sarebbero state esportate 27,4 milioni di tonnellate di prodotti agricoli: 13,7 mln di mais, 7,5 mln di grano. Principale destinatario sarebbe la Cina, con 6,2 milioni di tonnellate (22,6% del totale), seguita da Spagna (4,7 mln), Turchia (3 mln), Italia (1,9 milioni di tonnellate: 6,9% del totale) e Paesi Bassi (1,7 mln).
Tra i paesi bisognosi, destinatari del grano ucraino, ci sarebbero Bangladesh (822.093 t), Yemen (235.618 t), Etiopia (232.759 t), Afghanistan (130.869 t), Sudan (65.340 t), Somalia (53.500 t) e Gibuti (541 t), equivalenti al 20,5% di tutto il grano spedito dai porti ucraini: più o meno la stessa percentuale indicata dalla famigerata USAID, secondo cui tra agosto e novembre 2022, circa 435 navi sarebbero partite da porti ucraini, dirette in 39 paesi, ma solo meno del 20% delle derrate sarebbe andato (direttamente) a paesi vulnerabili quali Kenya, Somalia, Etiopia.
Sembra anzi che le statistiche siano peggiorate durante il secondo periodo dell’accordo (novembre 2022 – marzo 2023): nel solo mese di febbraio 2023, il volume di cereali spediti in Cina, principale beneficiaria del Black Sea Grain Iinitiative, è stato di circa quattro volte più grande di quello esportato in Africa. Secondo le cifre della Direzione doganale cinese, nel 2021 il volume di grano importato aveva superato 164 milioni di tonnellate, contro i quasi 135 del 2020; nei primi cinque mesi del 2022 sarebbe stato di 66,5 mln di tonnellate.
Importazione ed esportazione
Ma l’esportazione ucraina passa anche per i cosiddetti “corridoi di solidarietà”, creati dalla UE e da cui transitano 23 milioni di tonnellate di prodotti agricoli e oltre 21 milioni di tonnellate di altre merci. Allo scopo, sono stati temporaneamente aboliti dazi e quote (più avanti, vedremo le reazione degli agricoltori polacchi, romeni, bulgari, slovacchi) per i prodotti ucraini.
Questo per ora; perché, con la guerra in corso, ci sono previsioni di un calo del raccolto di grano ucraino per l’anno agricolo 2023-2024 dagli attuali 19,3 mln di tonnellate a 15,2, con un conseguente calo delle esportazioni da 13-16 mln a 10-12 mln di tonnellate.
Tra l’altro, a proposito di “aiuti europei all’Ucraina”, non va dimenticato che ormai da diversi anni (dal 2016, poi, anche col beneplacito parlamentare ucraino), colossi quali Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, ecc., controllano milioni di fertilissime terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.
La russa Vedomosti scrive che, secondo dati ONU e di Marinetraffic.com, il 57% (1,18 mln di tonnellate su 2,08) del frumento ucraino trasportato via mare nel mese di agosto 2022 era andato a paesi occidentali o membri NATO, (23% in più rispetto al 2021), di cui il 37% a paesi UE, contro il 17% diretto verso paesi africani. Risultava drasticamente calata la quota cinese, passata dal 31% dell’import nel 2021, al 8%.
Oggi, i primi cinque paesi che vantano il 65% dell’export mondiale di frumento, sono Russia (39 milioni di tonnellate), Canada (27,7), USA (26,7), Australia (19,7) e Ucraina (16,8). La geografia dell’export di frumento russo vede ai primi posti Medio Oriente, col 39% del volume esportato, Asia (31%), Africa (20%), UE (7%). Nel 2020-2021, i maggiori cinque importatori sono stati Egitto (13 milioni di tonnellate), Indonesia (10,5), Cina (10,5), Turchia (8,2), Filippine (6,8).
Fonti generali russe dicono che, nel 2021, le quote di export di cereali dall’Ucraina erano del 34% verso paesi occidentali e NATO, del 31% verso la Cina; seguivano Egitto, Indonesia e Turchia col 9% rispettivamente; Olanda 6%, altri 36%; Africa 18%.
Secondo le Izvestija, la Russia è leader mondiale nelle esportazioni di grano ormai da sei anni. Ogni anno vengono raccolti più di 120 milioni di tonnellate di grano, due terzi dei quali sono frumento. Si è parlato di un nuovo record di 150 milioni di tonnellate nel 2022, con esportazioni verso Iran, Egitto, Turchia, Bangladesh, Arabia Saudita, ma anche Kazakhstan e Azerbajdžan.
Nell’autunno 2022, Vladimir Putin aveva parlato di 30 milioni di tonnellate di cereali esportate in Asia, Africa e America Latina, con la prospettiva, secondo cui «siamo disposti ad aumentare il volume di forniture ai Paesi che più ne hanno bisogno fino a 50 milioni di tonnellate e oltre».
E questo significa anche grossi affari: tra le maggiori cinque proprietà terriere russe, continua a primeggiare “Agrocomplex N. I. Tkacev”, della famiglia dell’ex Ministro dell’agricoltura dal 2015 al 2018 Aleksandr Tkacev, con 660.000 ha di terre in Krasnodarskij e Stavropol’skij kraj, Adigeja, regione di Rostov, il cui valore supera i 152 miliardi di rubli. L’impresa controlla 63 ditte, che si occupano di produzione agricola e mangimi, allevamenti da carne e latticini, orticoltura, trasformazione.
L’export ucraino
Oggi, il Ministro degli esteri della junta golpista di Kiev, Dmitrij Kuleba, incurante del ridicolo (e degli ossimori) sproloquia di voler «trasformare il Mar Nero in quello che è diventato il Mar Baltico: un mare della NATO ... Chiediamo la smilitarizzazione del Mar Nero, così che i paesi pacifici e rispettosi della legge possano usarlo per il commercio e i viaggi».
Ma già per diversi mesi prima dell’accordo Black Sea Grain, la Russia era stata accusata dalle “democrazie” occidentali di aver provocato un aumento della carestia in Africa e Medio Oriente, a causa del blocco del frumento ucraino nei porti.
«I paesi ricchi, dietro gli slogan sulla lotta alla fame nel mondo, risolvono i propri problemi, acquistando colture foraggere, principalmente mais... invece di grano alimentare... Nessuno si aspettava che la UE sarebbe stata uno dei maggiori beneficiari del “corridoio del grano”, mettendo in secondo piano i paesi che hanno davvero bisogno di cibo», nota su Vedomosti Eduard Zernin, dell’Unione export cereali. E Dmitrij Ryl’ko: «L’Ucraina ha sempre esportato soprattutto cereali da foraggio. Anche ora lo portano verso paesi NATO».
Due mesi dopo l’accordo, Ivan Nečaev, del Ministero degli esteri russo, diceva che «La quota di grano, del cui deficit parlavano i politici occidentali, rappresenta meno del 19% del frumento spedito. Ne sono stati sinora esportati 0,39 milioni di tonnellate, su 20 navi, 9 delle quali salpate per la Turchia e 4 per paesi UE. Ciò solleva dubbi sul fatto che la sicurezza alimentare globale dipenda dall’accordo per lo sblocco dei porti ucraini».
Sembra che, dopo la firma dell’accordo del 2022, la prima nave diretta verso paesi con gravi problemi alimentari, sia salpata solo il 21 agosto per Gibuti, con 23.300 t. di grano per l’Etiopia.
A causa del tipico meccanismo di mercato, dell’equilibrio tra domanda e offerta, dice ancora su Vedomosti l’analista Andrej Sizov, le navi non si dirigono verso paesi alla fame: «Le argomentazioni dei politici occidentali, secondo cui i prodotti dovevano essere destinati ai paesi affamati dell’Africa, sono assolutamente infondate: come sempre, vengono inviati dove viene offerto il miglior prezzo».
Finora (Vedomosti scrive a settembre 2022) solo cinque navi con 0,17 milioni di tonnellate di grano (il 44% di tutto il grano e l’8% di tutti i cereali esportati dall’Ucraina in agosto) sono state inviate in paesi in cui oltre il 10% della popolazione soffre di gravi problemi alimentari: Gibuti, Libano, Somalia, Yemen, Sudan.
In molti paesi africani la situazione è davvero catastrofica. In Congo, su 96 milioni di abitanti, 36 milioni sono denutriti; ma ci sono anche Etiopia, Tanzania, Kenya Somalia (il 60% della popolazione soffre la fame), Repubblica Centrafricana, Madagascar, Congo. Secondo la FAO, al 2021, 828 milioni di persone in tutto il mondo pativano la fame: 46 milioni in più del 2020; e le cifre continuano a crescere.
A qualcuno dovrà pur sorgere il dubbio che, dietro la fame di un miliardo di persone, non ci sia semplicemente l’export russo e ucraino, ma ci sia un sistema che da secoli depreda intere regioni del mondo per i profitti del capitale.
Comunque, lo scorso gennaio, Jeune Afrique scriveva che la guerra «in Ucraina ha permesso alla Francia di segnare punti contro la Russia nella battaglia per la fornitura di grano a Marocco, Algeria e Egitto»; e notava che, secondo la governativa FranceAgriMer, le esportazioni francesi di grano tenero avevano raggiunto, all’inizio dell’anno, «1,7 milioni di tonnellate verso il Marocco, 1,5 milioni verso l’Algeria e 900.000 tonnellate verso l’Egitto, vale a dire il triplo» rispetto all’anno precedente.
Negli ultimi anni, nota Jeune Afrique, l’approvvigionamento di cereali al Maghreb, e in particolare di grano tenero, è stato oggetto di competizione tra Francia e Russia. Storico fornitore dell’area, Parigi ha visto la concorrenza di Mosca che, ormai primo esportatore mondiale di grano tenero, le ha sottratto quote di mercato, in particolare in Egitto e Marocco.
Ma, come detto all’inizio, non tutto procede liscio con i “benefit” accordati alla junta nazi-golpista di Kiev. Anzi, sono proprio gli immediati vicini dell’Ucraina a sollevare le maggiori proteste.
Le reazioni degli “amici” dell’Ucraina
A dispetto dei discorsi d’occasione fatti a Varsavia tra Vladimir Zelenskij e Andrzej Duda, sulla “scomparsa delle frontiere” tra Polonia e Ucraina, ai valichi confinari sono apparsi nuovi “cordoni”, fatti di trattori e cortei degli agricoltori polacchi.
Significativo che, proprio nel giorno in cui Duda e Zelenskij si abbracciavano, si sia dimesso il Ministro dell’agricoltura polacco, Henryk Kowalczyk, per protesta contro il rifiuto della Commissione europea di ristabilire i dazi sui prodotti agricoli ucraini – grano, mais, girasole, pollame – rimossi all’inizio del conflitto.
«La Bulgaria è solidale con l’Ucraina e i produttori ucraini. Insieme alla UE, ha sostenuto i corridoi di solidarietà per combattere la fame nel mondo. Ma questi corridoi sono un canale per importazioni verso la UE esenti da dazi senza precedenti», ha detto il vice Ministro dell’agricoltura bulgaro Georgi Sybev.
E il suo omologo ungherese, István Nagy, ha promesso controlli più severi sulle importazioni di grano dall’Ucraina, «per assicurarci che il grano raggiunga la sua destinazione originale». Secondo Nagy, cereali, semi oleosi, carne di pollame, uova e miele ucraini creano problemi ai produttori ungheresi, il che «fa pressione sui prodotti ungheresi e abbassa i prezzi di vendita al di sotto dei costi di produzione».
Non per nulla, a fine 2022 era cresciuta del 70% l’importazione di mais ucraino nella UE, di 10 volte il grano e 70 volte i girasoli. A differenza della Polonia, comunque, che ha vietato importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, l’Ungheria non ne ha per ora proibito il transito.
Anche gli agricoltori rumeni, scrive Euractiv, non riescono a vendere il grano, che non può competere con il grano ucraino più economico; e anche il trasporto di grano verso il mercato estero è praticamente impossibile, dato che tutte le capacità logistiche rumene, compreso il principale porto del paese, Costanza, sono occupate da merci ucraine.
«Di questo passo, il settore agroalimentare rumeno andrà in fallimento», ha dichiarato il consigliere del Ministero dell’agricoltura Cesar Gheorghe, aggiungendo che se l’accordo del Black Sea Initiative non verrà rinnovato, tutto il transito su rotaia o su strada ricadrà sulla Romania. Così che, dopo le recenti proteste degli agricoltori polacchi, anche quelli rumeni sono scesi in piazza. Con gli slogan “Non uccidere i nostri affari!” e “Stop ai cereali geneticamente modificati dall’Ucraina!”, minacciano lo sciopero nazionale a oltranza dal 7 giugno, se non cesserà l’importazione di grano dall’Ucraina.
Così, sembra che la Commissione europea stanzierà 56 milioni di euro fino al 30 settembre, per compensare le perdite degli agricoltori colpiti: 29,5 milioni andranno alla Polonia, 16,7 alla Bulgaria e 10 alla Romania. Ma Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno chiesto congiuntamente a Ursula von der Leyen di aumentare gli stanziamenti, o di reintrodurre tariffe e quote per l’importazione di prodotti ucraini.
Hanno anche proposto alla Commissione europea l’acquisto di grano in eccedenza dagli agricoltori europei e, insieme alla FAO, anche di grano ucraino, indirizzandolo a bisogni umanitari.
Oltre alla caduta del prezzo della produzione locale, da 370 a 240 euro la tonnellata, gli agricoltori rumeni protestano anche per i pericoli per la salute rappresentati dai prodotti ucraini. «Gli agricoltori ucraini producono merci con insetticidi e pesticidi, proibiti in Romania», scrive la rumena Economedia, aggiungendo che si sono registrati anche casi di merci con una componente di organismi geneticamente modificati, vietati nella UE.
Secondo Radio Romania, i cereali ucraini che hanno invaso il mercato locale sono spesso venduti a un prezzo inferiore del 70% rispetto a quelli rumeni. Se nel 2018-2020 la Romania non aveva importato grano dall’Ucraina, solo lo scorso anno ne ha importato 570.000 tonnellate (la Polonia 1,6 milioni).
«Metà delle esportazioni di cereali ucraini passa per la Romania, lungo il Danubio. Quindi anche i porti sul Danubio sono intasati, le autostrade sono piene di camion con targa ucraina». La TASS ricorda però che lo scorso anno era stata Bucarest stessa a semplificare l’importazione di prodotti agricoli ucraini: esenzione da dazi doganali e dall’obbligo di presentare certificazioni sanitarie e veterinarie.
In Slovacchia, il Ministero dell’agricoltura ha vietato lavorazione e vendita di grano dall’Ucraina e anche della farina già da esso ottenuta: test di laboratorio avrebbero confermato alti contenuti di residui di pesticidi in lotti di grano ucraino.
In generale, se formalmente Polonia, Ungheria, Slovacchia hanno deciso il blocco temporaneo dell’importazione di prodotti agricoli ucraini a causa della scoperta in essi di pesticidi vietati nella UE, il motivo più probabile è piuttosto che l’importazione di prodotti agricoli più economici ha provocato un calo dei prezzi della produzione interna, così che Varsavia e altre capitali europee si sono viste costrette a ricorrere a misure di protezione del proprio mercato.
Tanto più che la Polonia è il più importante fornitore di prodotti agricoli per i mercati europei e, con l’attuale proibizione, si tenta apertamente di eliminare un pericoloso concorrente per via “legislativa”.
In sostanza, osservano analisti russi, è improbabile che tali misure abbiano un serio impatto sull’economia ucraina, praticamente finanziata in toto dall’Occidente. Secondo dati di Bruxelles, la “temporanea” abolizione – dapprima fino al luglio 2023, poi 2024 – dei dazi sul grano ucraino, ne ha decuplicato l’importazione nella UE, dalle 287.000 tonnellate del 2021, ai 2,85 milioni del 2022.
Come che sia, un’ulteriore riprova del valore della commedia polacco-ucraina secondo cui «tra i nostri popoli non esisteranno più alcune frontiere: né politiche, né economiche»; ci saranno solo le frontiere dell’impero polacco della rinata “Rzeczpospolita”.
Così che valgono i versi del Teseida boccacciano: «Ciascun si guardi adunque di cadere e del non presto potersi levare, se non gli è forse caro di sapere chi gli è amico o amico pare».
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