Due autori molto diversi, ma accomunati dal sionismo acritico e dalla negazione dei crimini di guerra del governo israeliano. Il primo romanziere napoletano, operaio, alpinista e traduttore di ebraico antico; il secondo autore di fumetti, illustratore, romanziere, attore e regista originario di Nizza e figlio di ebrei algerini.
Erri De Luca e Joann Sfar sono invitati festival letterario «Oh les beaux jours!» in programma dal 26 al 31 maggio a Marsiglia e saranno oggetto di un boicottaggio per le loro posizioni sulla Palestina.
L’autore del famoso «Il gatto del rabbino» è in programma per un «concerto illustrato», venerdì alle 20:30, al teatro La Criée, mentre il romanziere napoletano sabato alle 11, nell’ambito di una lunga intervista, nello stesso teatro.
In risposta, il collettivo «Cultures en lutte 13» ha lanciato un appello al boicottaggio con lo slogan «Sionisti fuori dalle nostre città», ricevendo il sostegno dell’eurodeputata di LFI Rima Hassan.
Su un manifesto dai colori della bandiera palestinese che mostra un ritratto di Joann Sfar un altro con quello di Erri De Luca, contrassegnati dal logo «Boicottaggio», il collettivo Cultures en lutte 13, emanazione del sindacato Sud che si presenta come un’«assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte e della cultura a Marsiglia», «antifascista, anticapitalista, intersezionale e intersettoriale», ha indetto una manifestazione contro la presenza degli artisti, con lo slogan «Sionisti fuori dalla nostra città».
«Con il pretesto dell’umanesimo, della pace o del dialogo, Joann Sfar sviluppa in realtà una retorica che contribuisce a rendere accettabile il proseguimento della politica coloniale e genocida israeliana», sostiene Cultures en lutte 13. Per quanto riguarda Erri De Luca, sono le sue ultime dichiarazioni al quotidiano Israel Hayom, «sono un sionista e non collaborerò ad alcun evento in cui si parli di genocidio a Gaza», che hanno provocato il boicottaggio.
Diversi lavoratrici e lavoratori del festival hanno riferito che aderiranno al boicottaggio, per le motivazioni citate nel comunicato del collettivo.
Di fronte a queste critiche, l’associazione «Des livres comme des idées», organizzatrice del festival, difende la propria programmazione. In un comunicato inviato mercoledì al «Figaro», ricorda che Erri De Luca e Joann Sfar sono stati stato invitati «in qualità di autore e l’altro come artista per presentare un’opera a fumetti e un concerto illustrato».
Il festival sottolinea che questa creazione, già in programma in particolare «all’Institut du monde arabe o alla Maison de la poésie a Parigi», «mette in dialogo disegno e musica».
La prefettura delle Bouches-du-Rhône ha dichiarato che «il raduno pubblicato su Instagram contro la presenza di Joann Sfar non è stato segnalato come manifestazione presso i nostri uffici». Precisa tuttavia che è «noto alle forze di sicurezza interna e viene tenuto in debita considerazione». Anche il collettivo di estrema destra «Nous Vivrons» prevede di essere presente, in sostegno all’autore, davanti al teatro La Criée venerdì sera.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2026
A Marsiglia il boicottaggio di Erri De Luca e Joann Sfar
09/05/2026
9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina
di Fulvio Scaglione
Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.
Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.
Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale
Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al Mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).
O dalla Francia, che nel 2011 partecipò ai bombardamenti sulla Libia e all’uccisione del dittatore Gheddafi con l’altra panzana delle fosse comuni e dei sanguinari mercenari africani, guidata del resto da quel Nicolas Sarkozy su cui prende una possibile condanna a sette anni di carcere per essersi fatto finanziare la campagna elettorale del 2007 da... Gheddafi.
Boicottaggio abbracciato dai Paesi UE che nel 2014, nelle fasi cruciali dell’Euromaidan, avevano “mandato” Lady Ashton, allora Alto commissario per la politica estera, e le alte cariche del Parlamento europeo a sfilare per Kiev accanto ai giannizzeri dell’ultra-destra ucraina, contribuendo a far saltare l’accordo in dieci punti che l’opposizione aveva siglato con il corrotto presidente Yanukovich (ritorno alla Costituzione del 2004, formazione di un governo transitorio, elezioni presidenziali anticipate...) e che accoglieva di fatto le richieste dei manifestanti.
Cercando quindi il ribaltone totale, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato un conflitto interno all’Ucraina, che sul tema Europa e Nato vs Russia era spaccata a metà, come tutte le ricerche americane e ucraine dell’epoca (ne parlo ampiamente nel mio libro “Zelens’kyj – L’uomo e la maschera”) confermavano. Una per tutte quella di Usaid del dicembre 2013, in pieno Euromaidan: il 37% degli ucraini chiedeva l’adesione alla Ue, il 33% l’adesione all’Unione doganale proposta dalla Russia e il 15% diceva né l’una né l’altra.
Il ricordo della “Grande guerra patriottica”
Avviso per i cacciatori di putiniani in servizio permanente effettivo: tutto questo non giustifica nulla. Nessun Paese è “obbligato” ad aggredirne un altro, e non lo era la Russia nel 2022. Un pizzichino di storia recente, però, può aiutare a capire che non ci voleva Einstein, in quell’ormai lontano 2015, per capire che impostare il rapporto con la Russia di Vladimir Putin nello stile del marchese del Grillo (“io, Occidente, sono io e faccio quel che mi pare, e voi non siete un …”) non era una grande idea.
Qualcuno aveva per caso boicottato gli Usa o la Gran Bretagna per l’Iraq? Le loro squadre erano state cacciate dalle competizioni internazionali? La libertà di movimento dei loro cittadini limitata in alcun modo? No, vero? Ecco. Immaginate tutto questo visto dai russi.
E non solo per la questione politica del cosiddetto “doppio standard”. Si sa come i russi vedono la vittoria sul nazismo. Come il trionfo finale della “grande guerra patriottica”. Il che dà un po’ l’idea che la Seconda guerra mondiale l’abbiano vinta da soli. Cosa che, come ben sappiamo, non è vera: non sarebbe stata vinta senza la tenacia degli inglesi, o i mezzi forniti dagli americani, o i movimenti di resistenza dei diversi Paesi.
Però due cose restano vere. La prima è che nessun Paese ha avuto il numero di morti (militari e civili) che ebbe l’URSS (compresi, per dire, gli ebrei ucraini o bielorussi, che erano comunque cittadini sovietici), siano essi 20 o 25 milioni secondo le diverse stime.
La seconda è che a combattere i nazisti (e i collaborazionisti che stavano con loro) sull’enorme fronte Est c’erano i sovietici e che l’80% dei soldati nazisti caduti in battaglia cadde per mano dei soldati sovietici, come accertato dagli studi dello storico inglese Richard Overy (cfr “Russia in guerra”, Il Saggiatore).
Capire le lezioni del passato
Ragioni che dovrebbero rendere comunque rispettabile il sacrificio della Russia in quella che fu la guerra contro il male assoluto per l’umanità. Non rappresentarono questo i promotori dell’Olocausto?
In più, non c’è in pratica famiglia, in Russia, che non ricordi un antenato scomparso in quella guerra. E non solo in Russia, ovviamente. Quando si ritrovano i sempre meno numerosi reduci della resistenza nella Casa Pavlov, uno dei caposaldi della resistenza di Stalingrado (morirono più tedeschi per cercare, invano, di conquistarla, di quanti ne caddero per prendere Parigi), la maggior parte di loro viene dalle ex Repubbliche dell’Asia Centrale.
Nella famiglia Zelensky, il nonno si aumentò l’età per potersi arruolare volontario. E i suoi tre fratelli più grandi partirono per il fronte e non tornarono. E per che cosa o chi andavano a combattere? Non certo per l’Ucraina, perché i nazionalisti stavano con le truppe tedesche nella speranza di essere liberati da Stalin. Gli altri combattevano per l’URSS e per Stalin, ci piaccia o no.
Quindi, boicottare quella parata per ragioni politiche fu come sputare in un occhio a quei molti milioni di russi che onoravano la memoria dei loro cari, caduti come gli inglesi, gli americani e tanti altri nella guerra per la salvezza dell’umanità.
Messa in prospettiva, la decisione dei Paesi occidentali fu un enorme regalo alla propaganda nazionalista di Putin, che proprio in quegli anni cominciava a girare a pieno regime, mostrando inequivocabilmente ai russi che gli standard di giudizio che l’Occidente applicava agli altri non erano paragonabili a quelli, assai più generosi, che riservava a sé.
E fu l’inizio del progressivo allontanamento dei Paesi del Sud del Mondo dagli orizzonti politici dell’Occidente, che si riservava il diritto di devastare l’Iraq o la Libia, dove aveva collaborato a fare centinaia di migliaia di morti, ma prendeva posizione contro la riannessione della Crimea, tra l’altro costata 4 morti (1 soldato e 3 civili) ai russi e 5 (tutti soldati) agli ucraini.
Per questo la Russia non è uscita isolata dalle sanzioni economiche occidentali. Per questo tra due giorni [oggi, ndr], sulla Piazza Rossa, sfileranno con le truppe russe quelle di altri 13 Paesi.
Le lezioni del passato, però, non servono se ci si rifiuta di meditarle. Ed è proprio questo che accade, dal beneplacito Usa-Ue alle stragi di Gaza agli episodi minimi come la decisione dell’Estonia di non concedere il proprio spazio aereo ai velivoli dei presidenti di Brasile e Cuba che intendono recarsi a Mosca per la parata del 9 maggio.
Fonte
Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.
Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.
Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale
Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al Mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).
O dalla Francia, che nel 2011 partecipò ai bombardamenti sulla Libia e all’uccisione del dittatore Gheddafi con l’altra panzana delle fosse comuni e dei sanguinari mercenari africani, guidata del resto da quel Nicolas Sarkozy su cui prende una possibile condanna a sette anni di carcere per essersi fatto finanziare la campagna elettorale del 2007 da... Gheddafi.
Boicottaggio abbracciato dai Paesi UE che nel 2014, nelle fasi cruciali dell’Euromaidan, avevano “mandato” Lady Ashton, allora Alto commissario per la politica estera, e le alte cariche del Parlamento europeo a sfilare per Kiev accanto ai giannizzeri dell’ultra-destra ucraina, contribuendo a far saltare l’accordo in dieci punti che l’opposizione aveva siglato con il corrotto presidente Yanukovich (ritorno alla Costituzione del 2004, formazione di un governo transitorio, elezioni presidenziali anticipate...) e che accoglieva di fatto le richieste dei manifestanti.
Cercando quindi il ribaltone totale, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato un conflitto interno all’Ucraina, che sul tema Europa e Nato vs Russia era spaccata a metà, come tutte le ricerche americane e ucraine dell’epoca (ne parlo ampiamente nel mio libro “Zelens’kyj – L’uomo e la maschera”) confermavano. Una per tutte quella di Usaid del dicembre 2013, in pieno Euromaidan: il 37% degli ucraini chiedeva l’adesione alla Ue, il 33% l’adesione all’Unione doganale proposta dalla Russia e il 15% diceva né l’una né l’altra.
Il ricordo della “Grande guerra patriottica”
Avviso per i cacciatori di putiniani in servizio permanente effettivo: tutto questo non giustifica nulla. Nessun Paese è “obbligato” ad aggredirne un altro, e non lo era la Russia nel 2022. Un pizzichino di storia recente, però, può aiutare a capire che non ci voleva Einstein, in quell’ormai lontano 2015, per capire che impostare il rapporto con la Russia di Vladimir Putin nello stile del marchese del Grillo (“io, Occidente, sono io e faccio quel che mi pare, e voi non siete un …”) non era una grande idea.
Qualcuno aveva per caso boicottato gli Usa o la Gran Bretagna per l’Iraq? Le loro squadre erano state cacciate dalle competizioni internazionali? La libertà di movimento dei loro cittadini limitata in alcun modo? No, vero? Ecco. Immaginate tutto questo visto dai russi.
E non solo per la questione politica del cosiddetto “doppio standard”. Si sa come i russi vedono la vittoria sul nazismo. Come il trionfo finale della “grande guerra patriottica”. Il che dà un po’ l’idea che la Seconda guerra mondiale l’abbiano vinta da soli. Cosa che, come ben sappiamo, non è vera: non sarebbe stata vinta senza la tenacia degli inglesi, o i mezzi forniti dagli americani, o i movimenti di resistenza dei diversi Paesi.
Però due cose restano vere. La prima è che nessun Paese ha avuto il numero di morti (militari e civili) che ebbe l’URSS (compresi, per dire, gli ebrei ucraini o bielorussi, che erano comunque cittadini sovietici), siano essi 20 o 25 milioni secondo le diverse stime.
La seconda è che a combattere i nazisti (e i collaborazionisti che stavano con loro) sull’enorme fronte Est c’erano i sovietici e che l’80% dei soldati nazisti caduti in battaglia cadde per mano dei soldati sovietici, come accertato dagli studi dello storico inglese Richard Overy (cfr “Russia in guerra”, Il Saggiatore).
Capire le lezioni del passato
Ragioni che dovrebbero rendere comunque rispettabile il sacrificio della Russia in quella che fu la guerra contro il male assoluto per l’umanità. Non rappresentarono questo i promotori dell’Olocausto?
In più, non c’è in pratica famiglia, in Russia, che non ricordi un antenato scomparso in quella guerra. E non solo in Russia, ovviamente. Quando si ritrovano i sempre meno numerosi reduci della resistenza nella Casa Pavlov, uno dei caposaldi della resistenza di Stalingrado (morirono più tedeschi per cercare, invano, di conquistarla, di quanti ne caddero per prendere Parigi), la maggior parte di loro viene dalle ex Repubbliche dell’Asia Centrale.
Nella famiglia Zelensky, il nonno si aumentò l’età per potersi arruolare volontario. E i suoi tre fratelli più grandi partirono per il fronte e non tornarono. E per che cosa o chi andavano a combattere? Non certo per l’Ucraina, perché i nazionalisti stavano con le truppe tedesche nella speranza di essere liberati da Stalin. Gli altri combattevano per l’URSS e per Stalin, ci piaccia o no.
Quindi, boicottare quella parata per ragioni politiche fu come sputare in un occhio a quei molti milioni di russi che onoravano la memoria dei loro cari, caduti come gli inglesi, gli americani e tanti altri nella guerra per la salvezza dell’umanità.
Messa in prospettiva, la decisione dei Paesi occidentali fu un enorme regalo alla propaganda nazionalista di Putin, che proprio in quegli anni cominciava a girare a pieno regime, mostrando inequivocabilmente ai russi che gli standard di giudizio che l’Occidente applicava agli altri non erano paragonabili a quelli, assai più generosi, che riservava a sé.
E fu l’inizio del progressivo allontanamento dei Paesi del Sud del Mondo dagli orizzonti politici dell’Occidente, che si riservava il diritto di devastare l’Iraq o la Libia, dove aveva collaborato a fare centinaia di migliaia di morti, ma prendeva posizione contro la riannessione della Crimea, tra l’altro costata 4 morti (1 soldato e 3 civili) ai russi e 5 (tutti soldati) agli ucraini.
Per questo la Russia non è uscita isolata dalle sanzioni economiche occidentali. Per questo tra due giorni [oggi, ndr], sulla Piazza Rossa, sfileranno con le truppe russe quelle di altri 13 Paesi.
Le lezioni del passato, però, non servono se ci si rifiuta di meditarle. Ed è proprio questo che accade, dal beneplacito Usa-Ue alle stragi di Gaza agli episodi minimi come la decisione dell’Estonia di non concedere il proprio spazio aereo ai velivoli dei presidenti di Brasile e Cuba che intendono recarsi a Mosca per la parata del 9 maggio.
Fonte
12/01/2026
Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya
I tifosi del Celtic FC chiedono con forza alla società della squadra di calcio scozzese di bloccare l’acquisto dell’attaccante ivoriano Jocelin Ta Bi dal Maccabi Netanya, un accordo di trasferimento dal valore di 2 milioni di sterline (circa 2,68 milioni di dollari) per l’attaccante del club.
Scotland for Palestine riporta che il Maccabi Netanya è controllato dal fondo statunitense Aliya Capital Partners, società che investe anche in XTEND, che sviluppa droni a scopo militare per Israele. Il CEO di Aliya Capital Partners è Ross Kestin, che è anche presidente del club di calcio e siede nel consiglio d’amministrazione di XTEND.
Per la Green Brigade, il principale gruppo di tifosi del Celtic, il loro club non dovrebbe intrattenere alcuna transazione economica con realtà israeliane, tantomeno con quelle coinvolte nella sua macchina di morte. La protesta si inserisce nella cornice della più generale campagna di boicottaggio sportivo e culturale dello stato genocida.
“Non si tratta di un semplice accordo di trasferimento di una squadra di calcio. I club israeliani non sono organismi sportivi neutrali“, si legge in un post della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI).
Fonte
Scotland for Palestine riporta che il Maccabi Netanya è controllato dal fondo statunitense Aliya Capital Partners, società che investe anche in XTEND, che sviluppa droni a scopo militare per Israele. Il CEO di Aliya Capital Partners è Ross Kestin, che è anche presidente del club di calcio e siede nel consiglio d’amministrazione di XTEND.
Per la Green Brigade, il principale gruppo di tifosi del Celtic, il loro club non dovrebbe intrattenere alcuna transazione economica con realtà israeliane, tantomeno con quelle coinvolte nella sua macchina di morte. La protesta si inserisce nella cornice della più generale campagna di boicottaggio sportivo e culturale dello stato genocida.
“Non si tratta di un semplice accordo di trasferimento di una squadra di calcio. I club israeliani non sono organismi sportivi neutrali“, si legge in un post della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI).
Fonte
11/01/2026
Accademia israeliana in allarme: il boicottaggio funziona
Mentre l’università di Bir Zeit, in Cisgiordania, è stata presa d’assalto dall’IDF, con 11 feriti e alcuni giornalisti arrestati ma senza nemmeno la minima decenza di inventarsi un motivo che potesse “giustificare” l’operazione militare, l’Accademia Israeliana delle Scienze e delle Lettere lancia l’allarme sul futuro del settore scientifico dello stato sionista.
Nel suo rapporto annuale, di cui le informazioni sono state riportate da Haaretz lo scorso 4 gennaio, l’Accademia si preoccupa di come il combinato disposto tra taglio dei fondi governativi e i risultati raggiunti dal boicottaggio accademico stiano mettendo in crisi le ricerche degli studiosi israeliani.
Ciò che è stato minato è la “cooperazione scientifica”, che è in realtà l’utilizzo dei fondi di ricerca internazionali – europei in primis – per garantire la carriere di studiosi dell’accademia israeliana, risaputamente coinvolta in maniera attiva nella politica di apartheid nei confronti dei palestinese e nel complesso militare-industriale sionista.
Tel Aviv, infatti, sembra affidarsi ai fondi altrui per finanziare la propria ricerca: tra il 2014 e il 2023 la spesa nel settore è diminuita del 4% circa, mentre tra i paesi OCSE è aumentata in media del 20%. Il 93% della spesa israeliana in ricerca e sviluppo è diretta verso il settore privato, e così molti accademici – soprattutto quelli nelle fasi iniziali della carriera – devono contare su finanziamenti esteri.
È qui che interviene il boicottaggio, sia esplicito sia, diciamo così, “mascherato”. Molte conferenze che si sarebbero dovute tenere in Israele tra il 2024 e il 2025 sono state cancellate, e molte università hanno rescisso accordi precedentemente firmati. Ma il colpo più duro è arrivato sul lato dei fondi.
Il programma di ricerca europeo Horizon, tassello fondamentale del sostegno garantito da Bruxelles agli apparati di Tel Aviv coinvolti nel genocidio dei palestinesi, ha visto crollare il tasso di successo delle richieste israeliane di fondi European Research Council dal 30% degli anni precedenti all’8% dello scorso anno.
Il presidente dell’Accademia, David Harel, ha sostenuto che la ricerca scientifica non è un lusso, ma è fondamentale per rimanere al passo con evoluzioni importanti in cui segnala alcune mancanze, come nel settore dell’intelligenza artificiale. Secondo Harel bisogna aumentare i finanziamenti e, con essi, la protezione della libertà accademica.
Detto da chi ha appena bersagliato gli studenti dell’università di Bir Zeit (con l’assordante silenzio, ad esempio, di una ministra Bernini sempre pronta a urlare contro “squadristi rossi” e “islamisti” quando gli studenti protestano in Italia) risulta un insulto. Nel frattempo, vari istituti israeliani peggiorano la propria posizione nella classifica delle università redatta da Nature.
La paura è che ciò posso risultare in una fuga di cervelli. Poiché il boicottaggio non è contro singole persone, ma contro il legame strutturale tra l’accademia israeliana e la sua macchina di morte, ciò significherebbe davvero togliere il “carburante” alla partecipazione della ricerca nei crimini contro l’umanità di Tel Aviv.
Bisogna però fare un ultimo chiarimento. È abbastanza evidente come l’allarmismo lanciato dall’Accademia è anche uno strumento che ha lo scopo di orientare la spesa israeliana, e allo stesso tempo di attribuire le responsabilità delle difficoltà delle università sioniste alla legittima risposta dei solidali con la Palestina.
Bisogna fare la tara alle dichiarazioni e alle valutazioni provenienti da questi organi. Quello che invece è certo e comprovato dai dati sono proprio i risultati del boicottaggio. Se col programma Horizon, dal 2021 al 2024 Israele ha ricevuto 1,1 miliardi di euro, nel 2025 i tassi di approvazione per i progetti con uno o più partner di ricerca israeliani sono diminuiti del 68,5%, si legge tra le informazioni pubblicate sul sito della campagna BDS.
Un’altra recente pubblicazione dell’Academic Boycott of Israel Monitoring Team, creato dal Committee of University Presidents (VERH), ha indicato in un migliaio le azioni di boicottaggi subite dalle istituzioni israeliane, il doppio rispetto allo scorso marzo. Anche in questo caso le valutazioni possono essere state “gonfiate” per millantare in maniera propagandistica un “antisemitismo” dilagante.
Ma rimane certo, appunto, che il boicottaggio accademico sta sortendo importanti effetti, e la preoccupazione crescente dimostrata da questi rapporti lo testimonia. È importante, dunque, dare un’ulteriore spallata alla normalizzazione dei rapporti con uno stato genocida dentro tutti i dipartimenti e le aule del nostro paese.
Fonte
Nel suo rapporto annuale, di cui le informazioni sono state riportate da Haaretz lo scorso 4 gennaio, l’Accademia si preoccupa di come il combinato disposto tra taglio dei fondi governativi e i risultati raggiunti dal boicottaggio accademico stiano mettendo in crisi le ricerche degli studiosi israeliani.
Ciò che è stato minato è la “cooperazione scientifica”, che è in realtà l’utilizzo dei fondi di ricerca internazionali – europei in primis – per garantire la carriere di studiosi dell’accademia israeliana, risaputamente coinvolta in maniera attiva nella politica di apartheid nei confronti dei palestinese e nel complesso militare-industriale sionista.
Tel Aviv, infatti, sembra affidarsi ai fondi altrui per finanziare la propria ricerca: tra il 2014 e il 2023 la spesa nel settore è diminuita del 4% circa, mentre tra i paesi OCSE è aumentata in media del 20%. Il 93% della spesa israeliana in ricerca e sviluppo è diretta verso il settore privato, e così molti accademici – soprattutto quelli nelle fasi iniziali della carriera – devono contare su finanziamenti esteri.
È qui che interviene il boicottaggio, sia esplicito sia, diciamo così, “mascherato”. Molte conferenze che si sarebbero dovute tenere in Israele tra il 2024 e il 2025 sono state cancellate, e molte università hanno rescisso accordi precedentemente firmati. Ma il colpo più duro è arrivato sul lato dei fondi.
Il programma di ricerca europeo Horizon, tassello fondamentale del sostegno garantito da Bruxelles agli apparati di Tel Aviv coinvolti nel genocidio dei palestinesi, ha visto crollare il tasso di successo delle richieste israeliane di fondi European Research Council dal 30% degli anni precedenti all’8% dello scorso anno.
Il presidente dell’Accademia, David Harel, ha sostenuto che la ricerca scientifica non è un lusso, ma è fondamentale per rimanere al passo con evoluzioni importanti in cui segnala alcune mancanze, come nel settore dell’intelligenza artificiale. Secondo Harel bisogna aumentare i finanziamenti e, con essi, la protezione della libertà accademica.
Detto da chi ha appena bersagliato gli studenti dell’università di Bir Zeit (con l’assordante silenzio, ad esempio, di una ministra Bernini sempre pronta a urlare contro “squadristi rossi” e “islamisti” quando gli studenti protestano in Italia) risulta un insulto. Nel frattempo, vari istituti israeliani peggiorano la propria posizione nella classifica delle università redatta da Nature.
La paura è che ciò posso risultare in una fuga di cervelli. Poiché il boicottaggio non è contro singole persone, ma contro il legame strutturale tra l’accademia israeliana e la sua macchina di morte, ciò significherebbe davvero togliere il “carburante” alla partecipazione della ricerca nei crimini contro l’umanità di Tel Aviv.
Bisogna però fare un ultimo chiarimento. È abbastanza evidente come l’allarmismo lanciato dall’Accademia è anche uno strumento che ha lo scopo di orientare la spesa israeliana, e allo stesso tempo di attribuire le responsabilità delle difficoltà delle università sioniste alla legittima risposta dei solidali con la Palestina.
Bisogna fare la tara alle dichiarazioni e alle valutazioni provenienti da questi organi. Quello che invece è certo e comprovato dai dati sono proprio i risultati del boicottaggio. Se col programma Horizon, dal 2021 al 2024 Israele ha ricevuto 1,1 miliardi di euro, nel 2025 i tassi di approvazione per i progetti con uno o più partner di ricerca israeliani sono diminuiti del 68,5%, si legge tra le informazioni pubblicate sul sito della campagna BDS.
Un’altra recente pubblicazione dell’Academic Boycott of Israel Monitoring Team, creato dal Committee of University Presidents (VERH), ha indicato in un migliaio le azioni di boicottaggi subite dalle istituzioni israeliane, il doppio rispetto allo scorso marzo. Anche in questo caso le valutazioni possono essere state “gonfiate” per millantare in maniera propagandistica un “antisemitismo” dilagante.
Ma rimane certo, appunto, che il boicottaggio accademico sta sortendo importanti effetti, e la preoccupazione crescente dimostrata da questi rapporti lo testimonia. È importante, dunque, dare un’ulteriore spallata alla normalizzazione dei rapporti con uno stato genocida dentro tutti i dipartimenti e le aule del nostro paese.
Fonte
07/12/2025
Ritirare l’Italia da Eurovision 2026: USB Rai lancia la raccolta firme
La “tregua” di Trump ha mostrato da tempo la sua vera natura: una trappola attraverso cui imbrigliare Gaza in uno stillicidio continuo di attacchi, mentre oltre la metà della Striscia torna sotto occupazione, con i palestinesi che non possono nemmeno reagire senza incappare nell’accusa di violazione del cessate il fuoco. Intanto, in Cisgiordania continuano gli omicidi extragiudiziali, la colonizzazione, la costruzione di barriere per rubare più territori, frammentare e annettere de facto la regione.
Eppure, tutta la classe dirigente sionista e filosionista a livello internazionale ha approfittato di questa parvenza di pace per organizzare un feroce contrattacco alle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Da una parte, il tentativo di cancellare ogni dissenso verso le politiche israeliane con l’equiparazione per legge tra antisionismo e antisemitismo. Dall’altra, l’ulteriore normalizzazione del genocidio attraverso la legittimazione di Israele in eventi sportivi e culturali internazionali.
I solidali con la Palestina hanno risposto con campagne come “Show Israel the Red Card” e con lettere aperte per l’esclusione di Israele dalla UEFA, ad esempio. Sul lato delle manifestazioni culturali, l’assemblea generale dello European Broadcasting Union ha deciso di non escludere Israele dall’Eurovision Song Contest. La Rai ha persino sostenuto la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana KAN alla prossima edizione.
È evidente l’impegno del governo italiano nello zittire la voce di chi sostiene il popolo palestinese nella propria resistenza. Per questo, dopo le defezioni di alcuni paesi, il boicottaggio della partecipazione italiana fino all’esclusione della compagine israeliana sarebbe un duro colpo all’opera di mistificazione dei sionisti.
L’Unione Sindacale di Base – Coordinamento Rai ha lanciato una petizione online proprio con questo obiettivo. Riportiamo il testo di lancio qui sotto, insieme alla risposta di adesione all’appello scritta dal Circolo Gap di Roma. Qui la petizione.
Eppure, tutta la classe dirigente sionista e filosionista a livello internazionale ha approfittato di questa parvenza di pace per organizzare un feroce contrattacco alle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese. Da una parte, il tentativo di cancellare ogni dissenso verso le politiche israeliane con l’equiparazione per legge tra antisionismo e antisemitismo. Dall’altra, l’ulteriore normalizzazione del genocidio attraverso la legittimazione di Israele in eventi sportivi e culturali internazionali.
I solidali con la Palestina hanno risposto con campagne come “Show Israel the Red Card” e con lettere aperte per l’esclusione di Israele dalla UEFA, ad esempio. Sul lato delle manifestazioni culturali, l’assemblea generale dello European Broadcasting Union ha deciso di non escludere Israele dall’Eurovision Song Contest. La Rai ha persino sostenuto la partecipazione dell’emittente pubblica israeliana KAN alla prossima edizione.
È evidente l’impegno del governo italiano nello zittire la voce di chi sostiene il popolo palestinese nella propria resistenza. Per questo, dopo le defezioni di alcuni paesi, il boicottaggio della partecipazione italiana fino all’esclusione della compagine israeliana sarebbe un duro colpo all’opera di mistificazione dei sionisti.
L’Unione Sindacale di Base – Coordinamento Rai ha lanciato una petizione online proprio con questo obiettivo. Riportiamo il testo di lancio qui sotto, insieme alla risposta di adesione all’appello scritta dal Circolo Gap di Roma. Qui la petizione.
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Spagna, Irlanda, Slovenia e Paesi Bassi hanno preso una decisione coraggiosa: non parteciperanno alla 70esima edizione del Eurovision Song Contest, che si terrà a Vienna a maggio 2026. Questi paesi, inoltre, hanno scelto di non trasmettere la finale sui loro canali televisivi nazionali: la loro decisione è stata presa in seguito alla conferma della partecipazione di Israele da parte dell’EBU.
È giunto il momento che anche l’Italia prenda una posizione forte e simbolica contro il genocidio ancora in corso in Palestina attraverso la RAI. Come USB – Coordinamento RAI riteniamo che ritirare l’Italia da Eurovision 2026 manderebbe un chiaro segnale di dissenso, unendo la nostra nazione al gruppo crescente di paesi che scelgono di dissociarsi pubblicamente dalle azioni del governo israeliano.
Israele è stato recentemente al centro di numerose critiche internazionali riguardanti le sue azioni genocide nei confronti della popolazione palestinese. In questo contesto, partecipare a un evento che continua a ospitare Israele equivarrebbe ad un tacito assenso a queste politiche.
Ritirando l’Italia da Eurovision e decidendo di non trasmettere la manifestazione, la RAI non solo prenderebbe una posizione eticamente ed empaticamente giustificabile, ma fornirebbe anche un esempio da leader morale sulla scena internazionale. Un gesto di questo tipo dimostrerebbe quanto l’Italia tenga ai valori di dignità umana, uguaglianza e giustizia per tutti i popoli. Faremmo risuonare la nostra voce a livello globale, dimostrando che non chiudiamo gli occhi di fronte alle ingiustizie.
Chiediamo pertanto alla RAI di ritirare l’Italia dal Eurovision Song Contest 2026 e di unirsi agli altri paesi che si sono già dissociati. Firma questa petizione e facciamo sentire la nostra voce per un cambiamento significativo ed etico.
USB – Coordinamento Rai
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Israele parteciperà all’Eurovision: RITIRARE L’ITALIA DAL FESTIVAL!
Parte il boicottaggio: Spagna, Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia si ritirano dalla competizione musicale dopo l’ammissione di Israele.
Come circolo culturale GAP, non possiamo tacere. L’Eurovision si presenta da sempre come un grande rituale di inclusività, fratellanza e libertà, ma in realtà riproduce la logica dell’industria culturale: spettacolo senza conflitto, diversità estetizzata e depoliticizzata, musica trasformata in brand identity. Un evento che neutralizza ogni forma di dissenso e trasforma la cultura in un prodotto perfettamente compatibile con gli interessi economici e geopolitici dominanti.
In questo contesto, la partecipazione di Israele non è un semplice “dettaglio tecnico”: è la prova che la neutralità dell’Eurovision è una finzione. La stessa European Broadcasting Union che ha escluso altri paesi per motivi politici continua a fare eccezione per Israele, nonostante le violazioni documentate del diritto internazionale, il genocidio in Palestina e la repressione sistematica del popolo palestinese.
Anche in Italia la situazione è grave. L’assenza di segnali di dissenso da parte del governo Meloni e anzi appoggio tramite scelte politiche chiare come quelle dei continui tagli alla cultura per finanziare la guerra, il riarmo e il genocidio, la normalizzazione della presenza israeliana e la mozione del PD che equipara antisionismo ad antisemitismo, rendono il nostro paese complice dei crimini israeliani. Un esempio recente è il Festival di Sanremo, dove la partecipazione di cantanti israeliane — una di origini palestinesi — ha contribuito ad una mistificazione che in alcun modo condanna Israele e il suo regime di Apartheid e Genocidio.
Le mobilitazioni e gli scioperi iniziati il 22 settembre lo hanno dimostrato chiaramente: non vogliamo che l’Italia continui a legittimare questi crimini anche nei luoghi della cultura e dello spettacolo. Per questo, come circolo GAP, aderiamo e rilanciamo l’appello lanciato da USB RAI che chiede il ritiro del nostro paese dall’Eurovision finché Israele sarà presente come concorrente. Non un centimetro di spazio a chi porta sul palco la bandiera di un genocidio, anche dietro la retorica dell’intrattenimento “neutrale”.
Per noi, la cultura non è neutra. È responsabilità e scelta. Non può farsi complice di ingiustizie o di genocidi. La musica, il teatro, il cinema e tutti i luoghi di cultura devono essere spazi di consapevolezza, critica e denuncia.
Continueremo a farlo: dalla parte della Palestina, dalla parte di una cultura popolare, critica ed emancipatoria. Firmiamo e diffondiamo l’appello: ritirare l’Italia dall’Eurovision finché Israele sarà tra i concorrenti.
Circolo Gap
Fonte
28/09/2025
Genova - Nave con materiale bellico diretta verso Israele bloccata dai portuali
Ieri sera a Genova, durante una fiaccolata per Gaza, i portuali del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e dell’Unione Sindacale di Base hanno saputo che la nave New Zealand della compagnia ZIM si trovava in porto, pronta a caricare 10 container con materiale esplosivo, per poi dirigersi verso Israele.
I lavoratori non ci hanno pensato un attimo e sono partiti in corteo verso il porto, hanno proclamato immediatamente lo sciopero e hanno occupato il terminal Spinelli. Intorno alle 22 di sera, i manifestanti hanno ricevuto la notizia che le operazioni di carico erano state interrotte e che la nave si stava allontanando dal porto.
Dai terminal, portuali e solidali si sono poi ricongiunti al resto del corteo nel centro cittadino. Non prima di aver portato la propria solidarietà agli studenti che, da martedì, occupano il rettorato dell’università, chiedendo la rescissione di tutti gli accordi accademici con Israele e una presa di posizione netta da parte dei vertici dell’ateneo.
Riportiamo alcuni commenti della grande serata di lotta.
I lavoratori non ci hanno pensato un attimo e sono partiti in corteo verso il porto, hanno proclamato immediatamente lo sciopero e hanno occupato il terminal Spinelli. Intorno alle 22 di sera, i manifestanti hanno ricevuto la notizia che le operazioni di carico erano state interrotte e che la nave si stava allontanando dal porto.
Dai terminal, portuali e solidali si sono poi ricongiunti al resto del corteo nel centro cittadino. Non prima di aver portato la propria solidarietà agli studenti che, da martedì, occupano il rettorato dell’università, chiedendo la rescissione di tutti gli accordi accademici con Israele e una presa di posizione netta da parte dei vertici dell’ateneo.
Riportiamo alcuni commenti della grande serata di lotta.
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I portuali di Genova organizzati con il Calp e l’Usb hanno impedito il carico della nave Zim New Zealand di materiale bellico diretto a Israele, occupando il Terminal Spinelli e proclamando immediatamente lo sciopero. Pochi minuti fa, attorno alle 22 (del 27 settembre, ndr), si è avuta conferma che la nave sta abbandonando il porto senza aver caricato i container. A Genova non c’è spazio per i traffici di armi, non c’è spazio per le complicità con il governo genocida di Israele. Con la Palestina nel cuore.
CALP – Unione Sindacale di Base
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Un’altra grande vittoria dei lavoratori portuali di Genova del Calp e l’Usb che hanno impedito il carico di una nave diretta in Israele!
Questa sera è arrivata la notizia che la nave Zim New Zealand dovesse caricare materiale pericoloso diretto a Israele, subito i lavoratori si sono mossi occupando il Terminal Spinelli e proclamando immediatamente lo sciopero. Grazie alla pressione alle 22 (del 27 settembre, ndr), abbiamo avuto conferma che la nave sta abbandonando il porto senza aver caricato i container e ci siamo mossi in corteo verso il centro città.
Genova sa da che parte stare: con il popolo palestinese contro i traffici di armi e contro lo stato terrorista di Israele. Per fermare il genocidio embargo e sanzioni subito! Siamo pronti a bloccare tutto!
Palestina libera!
Potere al Popolo
Fonte
15/09/2025
La Vuelta costretta a fermarsi per la Palestina
Le proteste contro il genocidio in corso nei territori occupati e contro la partecipazione della squadra Israel Premier Tech alla Vuelta, iniziate in Catalunya e via via cresciute d’intensità durante il passaggio della corsa nei Paesi Baschi e in Galizia, sono culminate ieri a Madrid, scenario di una straordinaria mobilitazione popolare.
Per giorni il movimento BDS e la Red Solidaria Contra la Ocupación en Palestina (Rescop) si sono preparati a ricevere la corsa con un’accoglienza degna delle proteste che l’hanno accompagnata praticamente durante tutto il suo percorso.
Il risultato è stato evidente fin dall’inizio della tappa, quando centinaia di persone si sono concentrate in vari punti del circuito cittadino che i ciclisti avrebbero dovuto percorrere più volte prima di tagliare definitivamente il traguardo. Con il passare dei minuti, il numero dei manifestanti è rapidamente cresciuto fino a raggiungere alcune migliaia, mettendo in crisi il pur imponente dispositivo delle forze dell’ordine.
Il Ministero dell’Interno ha schierato sul campo 1.100 uomini della Policia Nacional (con le unità antisommossa), 400 della Guardia Civil e 800 della polizia municipale: nel complesso uno schieramento superiore a quello organizzato in occasione del vertice NATO svoltosi a Madrid nel 2022.
Ciononostante la grande presenza poliziesca non è riuscita a contenere i manifestanti, che in più punti hanno ostruito il percorso con le transenne destinate a contenerli e hanno invaso in massa la strada. Tra gli slogan più ascoltati “esta Vuelta la gana Palestina” e “Israel asesina, Europa patrocina”.
In serata il Delegato del Governo a Madrid ha parlato di 100.000 persone in piazza. L’organizzazione della corsa ha cercato di schivare le proteste cambiando per ben due volte l’itinerario previsto, senza successo. I dirigenti della Vuelta hanno seguito fino all’ultimo minuto la linea di condotta sulla quale si sono attestati a partire dalle prime contestazioni: dichiaratisi non in grado di cacciare la squadra israeliana, si sono adoperati per silenziare la protesta, cercando di ritirare le bandiere palestinesi durante tutte le tappe.
Una misura inedita, definita in un comunicato del gruppo dei Giuristi per la Palestina come contraria alla libertà d’espressione e all’esercizio legittimo della protesta.
Ma né gli stratagemmi dell’organizzazione, né la repressione poliziesca sono riusciti a contenere i manifestanti: quando i ciclisti sono transitati a circa 60 chilometri dall’arrivo, la situazione sul circuito cittadino è sembrata fuori controllo e la tappa è stata cancellata.
Fin qui la cronaca. Resta da spiegare perché durante la mattina Pedro Sánchez si è dichiarato orgoglioso dei manifestanti filopalestinesi, mentre solo poche ore dopo il dispositivo di sicurezza, concordato con il ministro dell’interno, si è dispiegato in piazza all’insegna della pura e semplice repressione.
Intorno alle 18 e per circa un’ora, le forze dell’ordine hanno effettuato numerose cariche, ricorrendo ai lacrimogeni e, secondo quanto riportato dai cronisti di Público, perfino ai proiettili di gomma (quest’ultimi autorizzati dalla cosiddetta legge mordaza, la famigerata legge sull’ordine pubblico approvata nel 2015 dal Partido Popular e mantenuta finora in vigore dal governo del PSOE. In seguito alla pressione dei movimenti e dei partiti alla loro sinistra, i socialisti ne hanno annunciato nello scorso ottobre la deroga, almeno per gli aspetti più controversi, ma per il momento la proposta di legge con le relative modifiche si trova impantanata al Congresso). La polizia ha anche protetto e scortato uno sparuto gruppo sceso in piazza con le bandiere israeliane e spagnole, costretto ad allontanarsi dai manifestanti. Il bilancio della protesta si è chiuso con due arresti.
Per i movimenti solidali con il popolo palestinese si è trattato di una vittoria, sia pur effimera se contestualizzata nella cornice del genocidio. La ministra del Lavoro e leader di Sumar, Yolanda Díaz, ha dichiarato che “la società spagnola non tollera che si normalizzi il genocidio a Gaza nel corso di eventi sportivi o culturali. Israele non può partecipare in nessuno di questi eventi. Tutto il nostro appoggio alle mobilitazioni per il popolo palestinese. La nostra cittadinanza è un esempio di dignità”.
In una dichiarazione rilasciata al Salto Diario, l’avvocata e attivista per la difesa dei diritti umani Patuca Fernández Vicens, ha fatto un bilancio positivo delle proteste: “la presenza della società civile durante tutte queste settimane, gridando in ogni strada, in ogni piazza, in ogni paese contro il genocidio, ci dice che siamo evidentemente di fronte a un movimento inarrestabile, che la società civile è più forte di quello che crediamo, che abbiamo la capacità di condizionare l’agenda politica, di mettere sul tavolo e rendere visibile quello che per molto tempo i governi, le imprese, le istituzioni pubbliche non hanno voluto vedere”.
Rallegrandosi per la sospensione della tappa, Ione Belarra, segretaria generale di Podemos, ha affermato che “oggi la mobilitazione sociale è tornata a fare quello che avrebbe dovuto fare il governo già da tempo”.
Dal canto suo, il movimento BDS è deciso a continuare il boicottaggio e a seguire con speciale attenzione il decreto del governo riguardo l’embargo sulle armi a Israele: la misura, annunciata con enfasi lunedì scorso, per il momento non è stata approvata e non ha dissolto l’amaro scetticismo che da più parti l’ha accolta.
Fonte
Per giorni il movimento BDS e la Red Solidaria Contra la Ocupación en Palestina (Rescop) si sono preparati a ricevere la corsa con un’accoglienza degna delle proteste che l’hanno accompagnata praticamente durante tutto il suo percorso.
Il risultato è stato evidente fin dall’inizio della tappa, quando centinaia di persone si sono concentrate in vari punti del circuito cittadino che i ciclisti avrebbero dovuto percorrere più volte prima di tagliare definitivamente il traguardo. Con il passare dei minuti, il numero dei manifestanti è rapidamente cresciuto fino a raggiungere alcune migliaia, mettendo in crisi il pur imponente dispositivo delle forze dell’ordine.
Il Ministero dell’Interno ha schierato sul campo 1.100 uomini della Policia Nacional (con le unità antisommossa), 400 della Guardia Civil e 800 della polizia municipale: nel complesso uno schieramento superiore a quello organizzato in occasione del vertice NATO svoltosi a Madrid nel 2022.
Ciononostante la grande presenza poliziesca non è riuscita a contenere i manifestanti, che in più punti hanno ostruito il percorso con le transenne destinate a contenerli e hanno invaso in massa la strada. Tra gli slogan più ascoltati “esta Vuelta la gana Palestina” e “Israel asesina, Europa patrocina”.
In serata il Delegato del Governo a Madrid ha parlato di 100.000 persone in piazza. L’organizzazione della corsa ha cercato di schivare le proteste cambiando per ben due volte l’itinerario previsto, senza successo. I dirigenti della Vuelta hanno seguito fino all’ultimo minuto la linea di condotta sulla quale si sono attestati a partire dalle prime contestazioni: dichiaratisi non in grado di cacciare la squadra israeliana, si sono adoperati per silenziare la protesta, cercando di ritirare le bandiere palestinesi durante tutte le tappe.
Una misura inedita, definita in un comunicato del gruppo dei Giuristi per la Palestina come contraria alla libertà d’espressione e all’esercizio legittimo della protesta.
Ma né gli stratagemmi dell’organizzazione, né la repressione poliziesca sono riusciti a contenere i manifestanti: quando i ciclisti sono transitati a circa 60 chilometri dall’arrivo, la situazione sul circuito cittadino è sembrata fuori controllo e la tappa è stata cancellata.
Fin qui la cronaca. Resta da spiegare perché durante la mattina Pedro Sánchez si è dichiarato orgoglioso dei manifestanti filopalestinesi, mentre solo poche ore dopo il dispositivo di sicurezza, concordato con il ministro dell’interno, si è dispiegato in piazza all’insegna della pura e semplice repressione.
Intorno alle 18 e per circa un’ora, le forze dell’ordine hanno effettuato numerose cariche, ricorrendo ai lacrimogeni e, secondo quanto riportato dai cronisti di Público, perfino ai proiettili di gomma (quest’ultimi autorizzati dalla cosiddetta legge mordaza, la famigerata legge sull’ordine pubblico approvata nel 2015 dal Partido Popular e mantenuta finora in vigore dal governo del PSOE. In seguito alla pressione dei movimenti e dei partiti alla loro sinistra, i socialisti ne hanno annunciato nello scorso ottobre la deroga, almeno per gli aspetti più controversi, ma per il momento la proposta di legge con le relative modifiche si trova impantanata al Congresso). La polizia ha anche protetto e scortato uno sparuto gruppo sceso in piazza con le bandiere israeliane e spagnole, costretto ad allontanarsi dai manifestanti. Il bilancio della protesta si è chiuso con due arresti.
Per i movimenti solidali con il popolo palestinese si è trattato di una vittoria, sia pur effimera se contestualizzata nella cornice del genocidio. La ministra del Lavoro e leader di Sumar, Yolanda Díaz, ha dichiarato che “la società spagnola non tollera che si normalizzi il genocidio a Gaza nel corso di eventi sportivi o culturali. Israele non può partecipare in nessuno di questi eventi. Tutto il nostro appoggio alle mobilitazioni per il popolo palestinese. La nostra cittadinanza è un esempio di dignità”.
In una dichiarazione rilasciata al Salto Diario, l’avvocata e attivista per la difesa dei diritti umani Patuca Fernández Vicens, ha fatto un bilancio positivo delle proteste: “la presenza della società civile durante tutte queste settimane, gridando in ogni strada, in ogni piazza, in ogni paese contro il genocidio, ci dice che siamo evidentemente di fronte a un movimento inarrestabile, che la società civile è più forte di quello che crediamo, che abbiamo la capacità di condizionare l’agenda politica, di mettere sul tavolo e rendere visibile quello che per molto tempo i governi, le imprese, le istituzioni pubbliche non hanno voluto vedere”.
Rallegrandosi per la sospensione della tappa, Ione Belarra, segretaria generale di Podemos, ha affermato che “oggi la mobilitazione sociale è tornata a fare quello che avrebbe dovuto fare il governo già da tempo”.
Dal canto suo, il movimento BDS è deciso a continuare il boicottaggio e a seguire con speciale attenzione il decreto del governo riguardo l’embargo sulle armi a Israele: la misura, annunciata con enfasi lunedì scorso, per il momento non è stata approvata e non ha dissolto l’amaro scetticismo che da più parti l’ha accolta.
Fonte
04/09/2025
La Vuelta inciampa: la Palestina vince la tappa in Euskal Herria
Dopo le proteste contro Israele che hanno accompagnato la Vuelta nel suo passaggio in Catalunya (nella quinta e sesta tappa di Figueres e Olot), in molti si erano illusi che la corsa sarebbe continuata senza ulteriori imprevisti.
Del resto i ciclisti, incluso i corridori della israeliana Israel Premier Tech, hanno attraversato l’Aragona senza intoppi. Ma appena arrivati a Euskal Herria si sono imbattuti in centinaia di manifestanti che, rispondendo all’appello dei gruppi territoriali BDS, della piattaforma Gernika-Palestina e di EH Bildu tra gli altri, hanno riempito i bordi delle strade della bandiera palestinese e dell’Ikurriña (la bandiera basca), costringendo la direzione della Vuelta a prendere una decisione straordinaria.
Nel pomeriggio di ieri, quando il gruppo è transitato ai 20 chilometri dall’arrivo, l’organizzazione ha deciso di concludere la corsa in anticipo, sospendendola tre chilometri prima del traguardo previsto e lasciandola senza un vincitore della tappa.
Fin dalla partenza ci sono state delle contestazioni ed anche un’invasione della strada da parte di alcuni manifestanti che ha costretto il gruppo a fermarsi per alcuni minuti e ha indotto il direttore tecnico della Vuelta Kiko García a improvvisare una riunione con i rappresentanti delle differenti squadre.
Nel corso di questa breve discussione, il direttore tecnico ha sottolineato l’impegno dell’organizzazione per proteggere i ciclisti della Israel Premier Tech, che hanno fin qui goduto di una protezione speciale durante tutta la competizione.
La tappa è momentaneamente proseguita, mentre gruppi sempre più numerosi di manifestanti si sono via via concentrati all’arrivo a Bilbao, dove i corridori avrebbero dovuto passare due volte sotto il traguardo.
Durante il primo passaggio le forze dell’ordine sono riuscite a impedire che i manifestanti irrompessero in strada. Ma la tensione è cresciuta e dopo aver constatato che la situazione era ormai divenuta incontrollabile, l’organizzazione si è decisa finalmente a interrompere la tappa.
I 587 agenti che, secondo una fonte del sindacato della polizia basca SIPE, sono stati impiegati per garantire il normale svolgimento della competizione, non sono stati sufficienti a neutralizzare il boicottaggio dei manifestanti. Il bilancio della protesta parla di alcune scaramucce con la polizia, tre arresti, alcune persone identificate e quattro feriti tra le forze dell’ordine.
Secondo Gernika-Palestina, la protesta scongiura la normalizzazione della presenza di Israele alle competizioni internazionali. Per la piattaforma “l’obbiettivo è e continua ad essere uno soltanto: escludere Israel Premier Tech dalla Vuelta ed escludere da tutte le competizioni sportive tutte le squadre israeliane, ambasciatrici dell’apartheid e del genocidio”.
Secondo Gernika-Palestina è ormai evidente l’operazione propagandistica di Israel Premier Tech: “i ciclisti con le riunioni precedenti alla tappa, gli appassionati con le loro bandiere ovunque, i rappresentanti istituzionali con le loro dichiarazioni… sono coscienti che la squadra israeliana non è benvenuta e che ciò che è accaduto nella tappa di oggi dimostra chiaramente che lo sportwashing non è il cammino. Perciò, anche se possiamo affermare che la Palestina ha vinto questa tappa, dobbiamo moltiplicare l’impegno contro il genocidio”.
E venerdì 5 settembre è già annunciata una cacerolada davanti a tutti i municipi di Euskal Herria. Per Gernika-Palestina non si può normalizzare la partecipazione di Israel Premier Tech alla Vuelta: “sono loro, non noi, ad affermare che si tratta di un gruppo sportivo di Israele che si definisce ambasciatore dello stato d’Israele. E se lo stato d’Israele sta commettendo un genocidio possiamo dire che il gruppo sportivo è un ambasciatore di uno stato genocida. I dirigenti e i leader di quel gruppo fanno apologia dei loro legami e della loro fedeltà a Netanyahu, un governante genocida”.
I responsabili della Vuelta si nascondono dietro i regolamenti sportivi che non permetterebbero di escludere Israel Premier Tech dalla corsa. Secondo Kiko García “è il gruppo sportivo di Israele che dovrebbe rendersi conto che rimanendo qui non contribuisce a garantire la sicurezza di tutti gli altri ciclisti. Però noi non possiamo prendere questa decisione, la devono prendere loro”.
E ancora: “bisogna valutare se possiamo mettere in pericolo una corsa come la Vuelta o se continuiamo a proteggere un equipe che espone al rischio tutti gli altri”.
Sia come sia, i fatti di questi giorni sembrano indicare che in ampie fasce della società spagnola cresca la consapevolezza del genocidio in corso e un chiaro sentimento di rifiuto verso qualsiasi ambasciatore, sportivo o no, dello stato d’Israele.
Le parole di Arnaldo Otegi, dirigente di EH Bildu, fanno eco a questa consapevolezza: il leader abertzale ha dichiarato che “oggi Euskal Herria ha dimostrato ancora una volta di essere un punto di riferimento per il mondo intero per quel che riguarda la lotta per i diritti, la solidarietà e la libertà dei popoli”.
Una lotta che in questi giorni prosegue con la campagna BDS, la Global Sumud Flotilla e tutte le iniziative di boicottaggio allo stato di Israele.
Fonte
Del resto i ciclisti, incluso i corridori della israeliana Israel Premier Tech, hanno attraversato l’Aragona senza intoppi. Ma appena arrivati a Euskal Herria si sono imbattuti in centinaia di manifestanti che, rispondendo all’appello dei gruppi territoriali BDS, della piattaforma Gernika-Palestina e di EH Bildu tra gli altri, hanno riempito i bordi delle strade della bandiera palestinese e dell’Ikurriña (la bandiera basca), costringendo la direzione della Vuelta a prendere una decisione straordinaria.
Nel pomeriggio di ieri, quando il gruppo è transitato ai 20 chilometri dall’arrivo, l’organizzazione ha deciso di concludere la corsa in anticipo, sospendendola tre chilometri prima del traguardo previsto e lasciandola senza un vincitore della tappa.
Fin dalla partenza ci sono state delle contestazioni ed anche un’invasione della strada da parte di alcuni manifestanti che ha costretto il gruppo a fermarsi per alcuni minuti e ha indotto il direttore tecnico della Vuelta Kiko García a improvvisare una riunione con i rappresentanti delle differenti squadre.
Nel corso di questa breve discussione, il direttore tecnico ha sottolineato l’impegno dell’organizzazione per proteggere i ciclisti della Israel Premier Tech, che hanno fin qui goduto di una protezione speciale durante tutta la competizione.
La tappa è momentaneamente proseguita, mentre gruppi sempre più numerosi di manifestanti si sono via via concentrati all’arrivo a Bilbao, dove i corridori avrebbero dovuto passare due volte sotto il traguardo.
Durante il primo passaggio le forze dell’ordine sono riuscite a impedire che i manifestanti irrompessero in strada. Ma la tensione è cresciuta e dopo aver constatato che la situazione era ormai divenuta incontrollabile, l’organizzazione si è decisa finalmente a interrompere la tappa.
I 587 agenti che, secondo una fonte del sindacato della polizia basca SIPE, sono stati impiegati per garantire il normale svolgimento della competizione, non sono stati sufficienti a neutralizzare il boicottaggio dei manifestanti. Il bilancio della protesta parla di alcune scaramucce con la polizia, tre arresti, alcune persone identificate e quattro feriti tra le forze dell’ordine.
Secondo Gernika-Palestina, la protesta scongiura la normalizzazione della presenza di Israele alle competizioni internazionali. Per la piattaforma “l’obbiettivo è e continua ad essere uno soltanto: escludere Israel Premier Tech dalla Vuelta ed escludere da tutte le competizioni sportive tutte le squadre israeliane, ambasciatrici dell’apartheid e del genocidio”.
Secondo Gernika-Palestina è ormai evidente l’operazione propagandistica di Israel Premier Tech: “i ciclisti con le riunioni precedenti alla tappa, gli appassionati con le loro bandiere ovunque, i rappresentanti istituzionali con le loro dichiarazioni… sono coscienti che la squadra israeliana non è benvenuta e che ciò che è accaduto nella tappa di oggi dimostra chiaramente che lo sportwashing non è il cammino. Perciò, anche se possiamo affermare che la Palestina ha vinto questa tappa, dobbiamo moltiplicare l’impegno contro il genocidio”.
E venerdì 5 settembre è già annunciata una cacerolada davanti a tutti i municipi di Euskal Herria. Per Gernika-Palestina non si può normalizzare la partecipazione di Israel Premier Tech alla Vuelta: “sono loro, non noi, ad affermare che si tratta di un gruppo sportivo di Israele che si definisce ambasciatore dello stato d’Israele. E se lo stato d’Israele sta commettendo un genocidio possiamo dire che il gruppo sportivo è un ambasciatore di uno stato genocida. I dirigenti e i leader di quel gruppo fanno apologia dei loro legami e della loro fedeltà a Netanyahu, un governante genocida”.
I responsabili della Vuelta si nascondono dietro i regolamenti sportivi che non permetterebbero di escludere Israel Premier Tech dalla corsa. Secondo Kiko García “è il gruppo sportivo di Israele che dovrebbe rendersi conto che rimanendo qui non contribuisce a garantire la sicurezza di tutti gli altri ciclisti. Però noi non possiamo prendere questa decisione, la devono prendere loro”.
E ancora: “bisogna valutare se possiamo mettere in pericolo una corsa come la Vuelta o se continuiamo a proteggere un equipe che espone al rischio tutti gli altri”.
Sia come sia, i fatti di questi giorni sembrano indicare che in ampie fasce della società spagnola cresca la consapevolezza del genocidio in corso e un chiaro sentimento di rifiuto verso qualsiasi ambasciatore, sportivo o no, dello stato d’Israele.
Le parole di Arnaldo Otegi, dirigente di EH Bildu, fanno eco a questa consapevolezza: il leader abertzale ha dichiarato che “oggi Euskal Herria ha dimostrato ancora una volta di essere un punto di riferimento per il mondo intero per quel che riguarda la lotta per i diritti, la solidarietà e la libertà dei popoli”.
Una lotta che in questi giorni prosegue con la campagna BDS, la Global Sumud Flotilla e tutte le iniziative di boicottaggio allo stato di Israele.
Fonte
16/11/2024
Francia – Israele: lo Stade de France rimane vuoto!
Il potere mediatico, per tutta la settimana, aveva provato a creare hype attorno ad una partita che nei piani del governo israeliano doveva essere l’ennesimo appuntamento di una strategia più complessiva di sportwashing.
Il presidente francese Macron, da giorni, aveva annunciato che sarebbe stato presente allo stadio.
Ma la partita della National League Francia contro Israele è stato un gigantesco flop e non solo per il risultato finale di 0 a 0.
Lo “Stade de France” ha battuto il record della minore affluenza per una partita della nazionale francese con poco più 16.000 spettatori. Gli spalti erano praticamente vuoti.
Gli organizzatori, per mascherare questo incredibile boicottaggio hanno acceso diversi fumogeni durante l’esecuzione degli inni nazionali in modo da coprire visivamente gli spalti vuoti. Ciò non ha impedito che l’inno di Israele venisse pesantemente fischiato.
Un giovane giornalista sportivo, nonostante il divieto del governo francese, ha comunque introdotto all’interno dello stadio una bandiera della Palestina commentando così il gesto: “non c’è nessuna misura di restrizione della libertà di espressione che possa far dimenticare il massacro di civili in corso a Gaza, Bruno Retailleau. Anche allo Stade de France!”
Dentro e fuori lo stadio sono stati dispiegati più di 4.000 poliziotti, 1.500 steward, un elicottero e persino un veicolo blindato del RAID.
Nonostante questo, ad alcuni “tifosi” israeliani incappucciati e con indosso le magliette con il simbolo dell’IDF (forze armate israeliane) non è stato impedito di picchiare brutalmente alcuni tifosi francesi sulle tribune dello Stadio.
Il quotidiano sportivo francese L’Equipe ha stimato una perdita di circa 3,5 milioni di euro per permettere lo svolgimento di questa partita della vergogna!
La partita di questa sera dimostra ancora una volta l’enorme distanza che c’è tra quella che è la narrazione ufficiale propinata del potere mediatico e la realtà che ci restituisce un sentito popolare, caratterizzato in grande maggioranza dai valori della resistenza e della giustizia sociale.
Fonte
Il presidente francese Macron, da giorni, aveva annunciato che sarebbe stato presente allo stadio.
Ma la partita della National League Francia contro Israele è stato un gigantesco flop e non solo per il risultato finale di 0 a 0.
Lo “Stade de France” ha battuto il record della minore affluenza per una partita della nazionale francese con poco più 16.000 spettatori. Gli spalti erano praticamente vuoti.
Gli organizzatori, per mascherare questo incredibile boicottaggio hanno acceso diversi fumogeni durante l’esecuzione degli inni nazionali in modo da coprire visivamente gli spalti vuoti. Ciò non ha impedito che l’inno di Israele venisse pesantemente fischiato.
Un giovane giornalista sportivo, nonostante il divieto del governo francese, ha comunque introdotto all’interno dello stadio una bandiera della Palestina commentando così il gesto: “non c’è nessuna misura di restrizione della libertà di espressione che possa far dimenticare il massacro di civili in corso a Gaza, Bruno Retailleau. Anche allo Stade de France!”
Dentro e fuori lo stadio sono stati dispiegati più di 4.000 poliziotti, 1.500 steward, un elicottero e persino un veicolo blindato del RAID.
Nonostante questo, ad alcuni “tifosi” israeliani incappucciati e con indosso le magliette con il simbolo dell’IDF (forze armate israeliane) non è stato impedito di picchiare brutalmente alcuni tifosi francesi sulle tribune dello Stadio.
Il quotidiano sportivo francese L’Equipe ha stimato una perdita di circa 3,5 milioni di euro per permettere lo svolgimento di questa partita della vergogna!
La partita di questa sera dimostra ancora una volta l’enorme distanza che c’è tra quella che è la narrazione ufficiale propinata del potere mediatico e la realtà che ci restituisce un sentito popolare, caratterizzato in grande maggioranza dai valori della resistenza e della giustizia sociale.
Fonte
26/08/2024
La relazione tra IA e genocidio palestinese impone il passaggio dal boicottaggio all’antimperialismo
Che le armi di Washington siano utilizzate per il genocidio dei palestinesi è cosa nota, e che viene recriminata da tanti manifestanti anche a Kamala Harris. Ma le guerre di oggi sono largamente combattute attraverso sistemi digitali e algoritmi.
La lunga inchiesta di +972 Magazine e Local Call, tradotta e pubblicata su Contropiano ha messo in fila una serie di esempi che non lasciano spazio a interpretazioni. E mi hanno perciò spinto alle riflessioni qui di seguito, nella necessità di problematizzare ulteriormente i compiti della lotta che ci aspetta.
Innanzitutto, il nodo del dual use. Per mesi le piazze italiane sono state attraversate da manifestazioni che chiedevano la rescissione di tutti gli accordi di ricerca con Israele, e queste rivelazioni non fanno che confermare come programmi e infrastrutture sviluppate a livello civile possano essere usate per fini militari.
Ma c’è anche un altro elemento che non viene abbastanza messo in risalto. Le campagne di solidarietà contro il sionismo hanno largamente usato la pratica del boicottaggio, che ha anche ottenuto buoni risultati in alcuni settori.
Ovviamente, tutti sanno che boicottare non può far collassare quel regime razzista e coloniale. Ma in questo caso non si può non notare come sia pressoché impossibile impostare azioni del genere contro i colossi del Big Tech.
Le GAFAM (Google, Apple, Facebook/Meta, Amazon, Microsoft) gestiscono pressoché tutti i servizi informatici di oggi. Servizi con cui ormai larghe fetta della popolazione oggi lavora, e non può fare a meno di lavorare... o, ad ogni modo, attraverso di essi svolge anche molte attività del tempo libero.
Un conto è non andare in un determinato supermercato, o non acquistare un determinato prodotto, un altro è, per dire, non avere in pratica nessuna funzionalità degli smartphone. Anche l’attività politica, così per come è organizzata oggi, diventerebbe impossibile.
Come detto, il boicottaggio serve a diventare una spina nel fianco, e quindi non riguarda necessariamente ogni aspetto di ciò che può essere collegato a Israele. Ma è chiaro che qui appare evidente come, giunti a una tale maturazione dell’imperialismo, qualche interrogativo bisogna porselo.
Non ho risposte. Ma, al di là del boicottaggio, il fatto che un cartello di cinque compagnie controlli forse la principale infrastruttura strategica del futuro di mezzo mondo (con buona pace del libero mercato, finito intorno alla fine del XIX secolo), delle riflessioni sul ruolo del pubblico e del privato nell’imperialismo di oggi sicuramente le stimola.
Le stimola anche rispetto all’imperialismo nostrano. Taysir Mathlouthi è parte dell’Arab Center for Social Media Advancement (citato anche nell’inchiesta prima ricordata), un gruppo di attivisti per i diritti digitali e umani dei palestinesi, che in passato ha anche lavorato sul tema disinformazione per l’UNICEF.
In un suo articolo del 22 agosto sul Middle East Eye, l’attivista ha fatto presente come, proprio in questo agosto, sia entrato in vigore lo European Union AI Act, per regolare “lo sviluppo e l’impiego responsabile dell’intelligenza artificiale nell’UE”. Con esso si vietano quelle più pericolose e si pongono delle misure di salvaguardia per le applicazioni ad alto rischio.
Questo, però, vale ovviamente solo per i cittadini UE. Nessuna tutela è stata pensata per gli usi che ne potrebbero fare, ad esempio, le forze sioniste, nella loro apartheid fatta anche di riconoscimento facciale, telecamere, sensori intelligenti, algoritmi e continua violazione della privacy e della libertà di movimento dei palestinesi.
Infatti, Tel Aviv si rifornisce anche da aziende europee del settore, e l’AI Act esenta esplicitamente dalla regolamentazione l’intelligenza artificiale utilizzata per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale. Una dimenticanza che tale, ovviamente, non è, ma è una precisa scelta politica.
In sostanza, le imprese UE possono vendere tecnologie IA, vietate o altamente regolamentate all’interno dell’UE, a Israele senza adeguate garanzie. La cosiddetta civiltà vale solo per i bianchi europei, anglosassoni e forse per i giapponesi, ma oltre c’è solo la “giungla” di cui parlava Borrell, che viene trattata col machete.
Fuori dal recinto del “giardino“, le iniziative occidentali continuano ad avere connotati coloniali e violenti, che non rispettano nessuna regola o diritto, come del resto dimostrano l’Iraq, la Somalia, l’Afghanistan, la Libia. Anche la guerra non ha più regole: basta guardare alle azioni dell’IDF, con la legittimità della maggioranza della popolazione degli ebrei israeliani.
Come più volte si è letto sugli striscioni e nei comunicati di Potere al Popolo, la guerra è esterna, ma anche interna contro le esperienze di lotta e di alternativa. E infatti, molte tecnologie invasive sono esentate dalle limitazioni nel caso di necessità per sicurezza nazionale e antiterrorismo, una formula che sappiamo essere stata usata in maniera molto flessibile.
Le agenzie di polizia non avranno l’obbligo di pubblicare i dettagli dei sistemi di intelligenza artificiale che utilizzano, riducendone le responsabilità. Gli strumenti usati per uccidere i palestinesi saranno usati per perseguitare per motivi politici i solidali alle nostre latitudini.
Questa cornice legale non è una svista dei vertici europei, ma è l’espressione compiuta di come la proiezione imperialistica di Bruxelles sia maturata nel corso degli anni. Non ci si può attendere che la UE aggiusti il tiro dell’AI Act, ma anzi che approfondisca le proprie tendenze bellicose e autoritarie man mano che si intensificherà la competizione globale.
Perciò, la lotta contro di essa sarà ancora più dura e ancora più necessaria. Purché non ci si scordi che viviamo in un paese che è parte di una compagine imperialista, e che con le caratteristiche di questa fase di sviluppo del capitale dobbiamo confrontarci.
E che dunque, solo l’organizzazione con un orizzonte di lotta esplicitamente antimperialista può ottenere risultati, sul lungo periodo.
Fonte
La lunga inchiesta di +972 Magazine e Local Call, tradotta e pubblicata su Contropiano ha messo in fila una serie di esempi che non lasciano spazio a interpretazioni. E mi hanno perciò spinto alle riflessioni qui di seguito, nella necessità di problematizzare ulteriormente i compiti della lotta che ci aspetta.
Innanzitutto, il nodo del dual use. Per mesi le piazze italiane sono state attraversate da manifestazioni che chiedevano la rescissione di tutti gli accordi di ricerca con Israele, e queste rivelazioni non fanno che confermare come programmi e infrastrutture sviluppate a livello civile possano essere usate per fini militari.
Ma c’è anche un altro elemento che non viene abbastanza messo in risalto. Le campagne di solidarietà contro il sionismo hanno largamente usato la pratica del boicottaggio, che ha anche ottenuto buoni risultati in alcuni settori.
Ovviamente, tutti sanno che boicottare non può far collassare quel regime razzista e coloniale. Ma in questo caso non si può non notare come sia pressoché impossibile impostare azioni del genere contro i colossi del Big Tech.
Le GAFAM (Google, Apple, Facebook/Meta, Amazon, Microsoft) gestiscono pressoché tutti i servizi informatici di oggi. Servizi con cui ormai larghe fetta della popolazione oggi lavora, e non può fare a meno di lavorare... o, ad ogni modo, attraverso di essi svolge anche molte attività del tempo libero.
Un conto è non andare in un determinato supermercato, o non acquistare un determinato prodotto, un altro è, per dire, non avere in pratica nessuna funzionalità degli smartphone. Anche l’attività politica, così per come è organizzata oggi, diventerebbe impossibile.
Come detto, il boicottaggio serve a diventare una spina nel fianco, e quindi non riguarda necessariamente ogni aspetto di ciò che può essere collegato a Israele. Ma è chiaro che qui appare evidente come, giunti a una tale maturazione dell’imperialismo, qualche interrogativo bisogna porselo.
Non ho risposte. Ma, al di là del boicottaggio, il fatto che un cartello di cinque compagnie controlli forse la principale infrastruttura strategica del futuro di mezzo mondo (con buona pace del libero mercato, finito intorno alla fine del XIX secolo), delle riflessioni sul ruolo del pubblico e del privato nell’imperialismo di oggi sicuramente le stimola.
Le stimola anche rispetto all’imperialismo nostrano. Taysir Mathlouthi è parte dell’Arab Center for Social Media Advancement (citato anche nell’inchiesta prima ricordata), un gruppo di attivisti per i diritti digitali e umani dei palestinesi, che in passato ha anche lavorato sul tema disinformazione per l’UNICEF.
In un suo articolo del 22 agosto sul Middle East Eye, l’attivista ha fatto presente come, proprio in questo agosto, sia entrato in vigore lo European Union AI Act, per regolare “lo sviluppo e l’impiego responsabile dell’intelligenza artificiale nell’UE”. Con esso si vietano quelle più pericolose e si pongono delle misure di salvaguardia per le applicazioni ad alto rischio.
Questo, però, vale ovviamente solo per i cittadini UE. Nessuna tutela è stata pensata per gli usi che ne potrebbero fare, ad esempio, le forze sioniste, nella loro apartheid fatta anche di riconoscimento facciale, telecamere, sensori intelligenti, algoritmi e continua violazione della privacy e della libertà di movimento dei palestinesi.
Infatti, Tel Aviv si rifornisce anche da aziende europee del settore, e l’AI Act esenta esplicitamente dalla regolamentazione l’intelligenza artificiale utilizzata per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale. Una dimenticanza che tale, ovviamente, non è, ma è una precisa scelta politica.
In sostanza, le imprese UE possono vendere tecnologie IA, vietate o altamente regolamentate all’interno dell’UE, a Israele senza adeguate garanzie. La cosiddetta civiltà vale solo per i bianchi europei, anglosassoni e forse per i giapponesi, ma oltre c’è solo la “giungla” di cui parlava Borrell, che viene trattata col machete.
Fuori dal recinto del “giardino“, le iniziative occidentali continuano ad avere connotati coloniali e violenti, che non rispettano nessuna regola o diritto, come del resto dimostrano l’Iraq, la Somalia, l’Afghanistan, la Libia. Anche la guerra non ha più regole: basta guardare alle azioni dell’IDF, con la legittimità della maggioranza della popolazione degli ebrei israeliani.
Come più volte si è letto sugli striscioni e nei comunicati di Potere al Popolo, la guerra è esterna, ma anche interna contro le esperienze di lotta e di alternativa. E infatti, molte tecnologie invasive sono esentate dalle limitazioni nel caso di necessità per sicurezza nazionale e antiterrorismo, una formula che sappiamo essere stata usata in maniera molto flessibile.
Le agenzie di polizia non avranno l’obbligo di pubblicare i dettagli dei sistemi di intelligenza artificiale che utilizzano, riducendone le responsabilità. Gli strumenti usati per uccidere i palestinesi saranno usati per perseguitare per motivi politici i solidali alle nostre latitudini.
Questa cornice legale non è una svista dei vertici europei, ma è l’espressione compiuta di come la proiezione imperialistica di Bruxelles sia maturata nel corso degli anni. Non ci si può attendere che la UE aggiusti il tiro dell’AI Act, ma anzi che approfondisca le proprie tendenze bellicose e autoritarie man mano che si intensificherà la competizione globale.
Perciò, la lotta contro di essa sarà ancora più dura e ancora più necessaria. Purché non ci si scordi che viviamo in un paese che è parte di una compagine imperialista, e che con le caratteristiche di questa fase di sviluppo del capitale dobbiamo confrontarci.
E che dunque, solo l’organizzazione con un orizzonte di lotta esplicitamente antimperialista può ottenere risultati, sul lungo periodo.
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05/07/2024
“Basta commercializzare i prodotti israeliani”
Sono già un migliaio i soci Coop che in Emilia Romagna hanno firmato una lettera alla direzione dell’azienda. Altrettante firme sono state raccolte tra i soci Coop in Toscana e a Vicenza. E la protesta tra le socie e i soci sta dilagando ponendo seri problemi alla Coop, nonostante i tentativi del giornale filo-israeliano Il Foglio di minimizzare la cosa.
Sui banchi di Coop Alleanza 3.0 sono infatti presenti diversi prodotti (avocado, arachidi e altri) di aziende israeliane che migliaia di soci chiedono di non vendere più.
“Non vogliamo essere complici del genocidio in Palestina e del sistema di occupazione, pulizia etnica e apartheid nei confronti del popolo palestinese che dura da più di 70 anni. Aderiamo perciò all’iniziativa di un gruppo di socie e soci di COOP Alleanza 3.0 che partecipano al Coordinamento Bologna per la Palestina, formato da oltre 40 associazioni solidali con i diritti dei palestinesi. Chiediamo a Coop Alleanza 3.0 di interrompere immediatamente, per coerenza con i principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale e del suo codice etico, ogni relazione commerciale con ditte che producono e/o commercializzano prodotti israeliani” scrivono in un comunicato stampa le socie e i soci della Coop, i quali precisano poi che si impegnano a non acquistare prodotti provenienti da aziende israeliane ed a informare altre/i socie e soci e incoraggiare consumatori e consumatrici a non acquistare prodotti israeliani.
La lettera con le firme raccolte sarà consegnata alla direzione di Coop Alleanza 3.
Nel frattempo davanti alcuni supermercati della Coop sono stati distribuiti volantini firmati da “Socio Coop per la Palestina” esercitando il proprio diritto/dovere di partecipare alle scelte della Cooperativa, soprattutto su temi di grande rilevanza etica come il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.
Alla lettera sono seguiti gli interventi di socie e soci in molte assemblee separate della COOP e la consegna di un’ulteriore lettera ai 130 Delegati Nazionali all’Assemblea Generale che si è tenuta il 22 giugno a Bologna.
Il coordinamento bolognese, che riunisce 40 associazioni cittadine e nazionali impegnate a chiedere la fine della guerra genocida in corso a Gaza, a denunciare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele e a sostenere il popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione, ha così avviato un dialogo con la COOP inviando, a marzo 2024, una lettera alla Presidenza che chiedeva di interrompere con urgenza la commercializzazione di prodotti israeliani finché Israele non rispetterà i diritti umani e il diritto internazionale.
Per sostenere la loro richiesta, stanno invitando soci e socie in tutta Italia a firmare questa lettera online.
Nel volantino distribuito viene precisato che non si tratta di una richiesta di boicottaggio, che pure è uno strumento legittimo di lotta non violenta, come insegna l’esperienza del Sud Africa durante la lotta all’apartheid, e prima ancora, quella di Gandhi nell’India colonizzata dagli inglesi. La legittima richiesta dei soci è stata quella di chiedere l’applicazione del Codice Etico, secondo il quale COOP “esige dai propri fornitori di prodotti e servizi, il pieno rispetto delle normative sul lavoro, dei diritti umani, della salvaguardia dell’ambiente e privilegia le aziende che si dimostrano particolarmente sensibili a questi temi (art. 5.3)”.
Non basta infatti la libera scelta del consumatore: è necessaria anche una assunzione di responsabilità civile da parte della COOP, che peraltro è sempre stata un tratto costitutivo e distintivo della cooperazione rispetto ad altre forme di impresa.
Traspare però anche rabbia e delusione per l’atteggiamento della direzione della Coop che, purtroppo, a queste richieste e a queste preoccupazioni, non ha finora fornito alcuna risposta soddisfacente: il tanto vantato dialogo con i soci sembra lontano dall’essere una realtà. La sensibilità e la responsabilità sociale e civile della Coop, che pure in altri momenti (per esempio nel caso dell’apartheid in Sudafrica) sono state presenti, sembrano essere ormai di facciata.
Fonte
Sui banchi di Coop Alleanza 3.0 sono infatti presenti diversi prodotti (avocado, arachidi e altri) di aziende israeliane che migliaia di soci chiedono di non vendere più.
“Non vogliamo essere complici del genocidio in Palestina e del sistema di occupazione, pulizia etnica e apartheid nei confronti del popolo palestinese che dura da più di 70 anni. Aderiamo perciò all’iniziativa di un gruppo di socie e soci di COOP Alleanza 3.0 che partecipano al Coordinamento Bologna per la Palestina, formato da oltre 40 associazioni solidali con i diritti dei palestinesi. Chiediamo a Coop Alleanza 3.0 di interrompere immediatamente, per coerenza con i principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale e del suo codice etico, ogni relazione commerciale con ditte che producono e/o commercializzano prodotti israeliani” scrivono in un comunicato stampa le socie e i soci della Coop, i quali precisano poi che si impegnano a non acquistare prodotti provenienti da aziende israeliane ed a informare altre/i socie e soci e incoraggiare consumatori e consumatrici a non acquistare prodotti israeliani.
La lettera con le firme raccolte sarà consegnata alla direzione di Coop Alleanza 3.
Nel frattempo davanti alcuni supermercati della Coop sono stati distribuiti volantini firmati da “Socio Coop per la Palestina” esercitando il proprio diritto/dovere di partecipare alle scelte della Cooperativa, soprattutto su temi di grande rilevanza etica come il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.
Alla lettera sono seguiti gli interventi di socie e soci in molte assemblee separate della COOP e la consegna di un’ulteriore lettera ai 130 Delegati Nazionali all’Assemblea Generale che si è tenuta il 22 giugno a Bologna.
Il coordinamento bolognese, che riunisce 40 associazioni cittadine e nazionali impegnate a chiedere la fine della guerra genocida in corso a Gaza, a denunciare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele e a sostenere il popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione, ha così avviato un dialogo con la COOP inviando, a marzo 2024, una lettera alla Presidenza che chiedeva di interrompere con urgenza la commercializzazione di prodotti israeliani finché Israele non rispetterà i diritti umani e il diritto internazionale.
Per sostenere la loro richiesta, stanno invitando soci e socie in tutta Italia a firmare questa lettera online.
Nel volantino distribuito viene precisato che non si tratta di una richiesta di boicottaggio, che pure è uno strumento legittimo di lotta non violenta, come insegna l’esperienza del Sud Africa durante la lotta all’apartheid, e prima ancora, quella di Gandhi nell’India colonizzata dagli inglesi. La legittima richiesta dei soci è stata quella di chiedere l’applicazione del Codice Etico, secondo il quale COOP “esige dai propri fornitori di prodotti e servizi, il pieno rispetto delle normative sul lavoro, dei diritti umani, della salvaguardia dell’ambiente e privilegia le aziende che si dimostrano particolarmente sensibili a questi temi (art. 5.3)”.
Non basta infatti la libera scelta del consumatore: è necessaria anche una assunzione di responsabilità civile da parte della COOP, che peraltro è sempre stata un tratto costitutivo e distintivo della cooperazione rispetto ad altre forme di impresa.
Traspare però anche rabbia e delusione per l’atteggiamento della direzione della Coop che, purtroppo, a queste richieste e a queste preoccupazioni, non ha finora fornito alcuna risposta soddisfacente: il tanto vantato dialogo con i soci sembra lontano dall’essere una realtà. La sensibilità e la responsabilità sociale e civile della Coop, che pure in altri momenti (per esempio nel caso dell’apartheid in Sudafrica) sono state presenti, sembrano essere ormai di facciata.
Fonte
17/06/2024
Aziende israeliane escluse dalla Fiera delle armi in Francia. Una prima vittoria della mobilitazione
Per ordine della magistratura francese e attraverso un’azione legale intentata da 50 organizzazioni per i diritti umani, è stato vietato a 74 aziende militari israeliane di partecipare alla fiera delle armi in Francia organizzata dal ministero della Difesa.
1) I giudici hanno ordinato il divieto di qualsiasi presenza delle società di armi israeliane o delle loro filiali, e di tutte le delegazioni o intermediari israeliani alla fiera delle armi “EUROSATORY” in programma a Parigi da oggi a venerdì prossimo.
2) Il caso è stato depositato il 6 giugno di quest’anno davanti al tribunale di Bobigny, alla periferia di Parigi, e il 13 giugno di quest’anno si è tenuta un’udienza per spiegare la posizione della coalizione.
3) La causa si è concentrata sulla necessità di impedire la partecipazione delle aziende produttrici di armi israeliane alla mostra “in un momento in cui l’esercito israeliano sta commettendo crimini a Gaza e la Corte internazionale di giustizia ha sottolineato la ragionevolezza del genocidio in corso”.
4) Ha chiesto inoltre che alle delegazioni israeliane non sia permesso di partecipare e di acquistare armi alla mostra, che si terrà dal 17 al 21 giugno a Villepinte, poiché ciò potrebbe contribuire ai crimini menzionati.
5) La vittoria è la prima, poiché “ci sono state diverse dichiarazioni di aziende israeliane secondo le quali eluderanno il divieto presentandosi negli stand di altre aziende alla fiera e attraverso filiali o altro”.
6) E non si fermerà qui, poiché “almeno 7 filiali partecipate a maggioranza da aziende israeliane sono ancora previste per partecipare alla fiera”. L’attività di follow-up continuerà, poiché “esiste ancora un rischio significativo di contribuire ai crimini se le aziende israeliane sono presenti indirettamente” e che questa questione “costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e del diritto penale francese in materia di crimini internazionali”, e la coalizione di associazioni chiede di scongiurare “questo pericolo”.
7) Non sorprende che gli avvocati della società organizzatrice della mostra abbiano difeso l’incompetenza del tribunale e la mancanza di interesse delle associazioni a prendere le misure necessarie, affermando che la più grande mostra di armi non consente transazioni commerciali e quindi non può contribuire ai crimini commessi in Palestina e che la magistratura non ha l’autorità per impedire agli acquirenti israeliani di entrare alla mostra.
8) I giudici non hanno accolto nessuna delle loro argomentazioni e si sono pronunciati a favore delle associazioni, ordinando l’interdizione alla fiera delle delegazioni israeliane e di tutti gli intermediari e ditte israeliane in qualsiasi forma, e hanno ordinato che la decisione fosse affissa a tutti gli ingressi della mostra.
Fonte
1) I giudici hanno ordinato il divieto di qualsiasi presenza delle società di armi israeliane o delle loro filiali, e di tutte le delegazioni o intermediari israeliani alla fiera delle armi “EUROSATORY” in programma a Parigi da oggi a venerdì prossimo.
2) Il caso è stato depositato il 6 giugno di quest’anno davanti al tribunale di Bobigny, alla periferia di Parigi, e il 13 giugno di quest’anno si è tenuta un’udienza per spiegare la posizione della coalizione.
3) La causa si è concentrata sulla necessità di impedire la partecipazione delle aziende produttrici di armi israeliane alla mostra “in un momento in cui l’esercito israeliano sta commettendo crimini a Gaza e la Corte internazionale di giustizia ha sottolineato la ragionevolezza del genocidio in corso”.
4) Ha chiesto inoltre che alle delegazioni israeliane non sia permesso di partecipare e di acquistare armi alla mostra, che si terrà dal 17 al 21 giugno a Villepinte, poiché ciò potrebbe contribuire ai crimini menzionati.
5) La vittoria è la prima, poiché “ci sono state diverse dichiarazioni di aziende israeliane secondo le quali eluderanno il divieto presentandosi negli stand di altre aziende alla fiera e attraverso filiali o altro”.
6) E non si fermerà qui, poiché “almeno 7 filiali partecipate a maggioranza da aziende israeliane sono ancora previste per partecipare alla fiera”. L’attività di follow-up continuerà, poiché “esiste ancora un rischio significativo di contribuire ai crimini se le aziende israeliane sono presenti indirettamente” e che questa questione “costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e del diritto penale francese in materia di crimini internazionali”, e la coalizione di associazioni chiede di scongiurare “questo pericolo”.
7) Non sorprende che gli avvocati della società organizzatrice della mostra abbiano difeso l’incompetenza del tribunale e la mancanza di interesse delle associazioni a prendere le misure necessarie, affermando che la più grande mostra di armi non consente transazioni commerciali e quindi non può contribuire ai crimini commessi in Palestina e che la magistratura non ha l’autorità per impedire agli acquirenti israeliani di entrare alla mostra.
8) I giudici non hanno accolto nessuna delle loro argomentazioni e si sono pronunciati a favore delle associazioni, ordinando l’interdizione alla fiera delle delegazioni israeliane e di tutti gli intermediari e ditte israeliane in qualsiasi forma, e hanno ordinato che la decisione fosse affissa a tutti gli ingressi della mostra.
Fonte
10/06/2024
Gli studenti israeliani invocano la guerra al dissenso interno nelle loro università
La legittimità del boicottaggio accademico degli accordi con le università israeliane ha tenuto banco anche tra chi condanna fermamente il genocidio perpetrato da Tel Aviv, ma allo stesso tempo teme che recidere i rapporti significhi lasciare soli coloro che provano ad esprimere dissenso.
È lodevole la volontà di far sì che la cultura e la scienza diventino veicoli di pace e dialogo, ma una tale posizione risulta dallo scambiare la solidarietà che va garantita allo studioso che si oppone ai crimini sionisti con il ruolo strutturale che l’accademia israeliana ha nell’apartheid.
Il fatto che gli atenei israeliani ne siano partecipi non ‘loro malgrado’, ma in maniera attiva, dovrebbe semmai far venire in mente altre opzioni: tra le altre, potrebbero essere il rispetto di determinati criteri, il sostegno diretto a chi effettivamente esprime dissenso, corridoi studenteschi e accademici per chi ha visto le proprie aule demolite dalle bombe sioniste, e altre ancora.
La realtà è che, se si definisse in maniera propositiva un canone attraverso cui decidere se procedere alla collaborazione, nessuna università israeliana si salverebbe. Del resto, l’intera comunità accademica sostiene l’impegno nel sistema di segregazione e colonizzazione, come dimostra un documento inviato a Netanyahu dall’Unione delle rappresentanze studentesche.
Con questo testo gli studenti israeliani promuovono l’adozione di una legge per il licenziamento degli accademici che si esprimono contro Israele e le sue forze armate. Inoltre, si deve arrivare a cancellare “l’indennità di fine rapporto ai docenti licenziati per questi motivi, a negare titoli accademici, fondi di ricerca e collaborazioni”.
Addirittura, si prevede che, se le istituzioni non rispettino queste istruzioni, il presidente del Consiglio per l’Istruzione Superiore debba ridurre il loro finanziamento. A ribadire che o gli atenei si impegnano nella ritorsione su coloro che denunciano il genocidio dei palestinesi, o vanno incontro loro stessi a ritorsioni.
Questa proposta è il risultato del caso della professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian, docente all’Università Ebraica che aveva affermato che “Israele è una macchina di sterminio alle cui bugie non bisogna credere”. Sospesa dal lavoro, la sua casa è stata perquisita e infine lei stessa è stata arrestata.
È vero che, dopo una lettera aperta di vari colleghi, la stessa università ha dovuto condannare l’arresto. Ma è evidente che spazi effettivi di dissenso non vi erano prima (Shalhoub-Kevorkian dovrà comunque affrontare un processo penale), e saranno resi completamente illegali se la proposta delle rappresentanze degli studenti diventerà legge.
Dire che mantenere gli accordi con gli atenei israeliani possa in qualche modo essere di sostegno a chi vuole esprimere dissenso è non voler guardare alla realtà che si ha davanti. E al fatto che il sostegno può venire semmai dal rifiuto della collaborazione, se non viene rispettato il dissenso.
Abbiamo appena sentito la critica della ministra Bernini sulla decisione dell’Università di Palermo di sospendere gli accordi Erasmus con gli atenei israeliani, perché “le università non entrano in guerra, sono costruttori di ponti, creatori di pace, sono delle grandi fabbriche di diplomazia scientifica”.
Intanto Israele, suo alleato, fa esattamente questo: boicotta le attività scientifiche di chi esprime dissenso sulle politiche di Tel Aviv, mentre le università sono parte fondamentale del complesso militare-industriale che è dietro i massacri e l’apartheid dei palestinesi.
I sionisti sanno la forza del boicottaggio nell’aiutare a raggiungere obiettivi politici, per questo vorrebbero che i solidali con la Palestina non lo usassero. Non possiamo che concludere invitando invece a leggere le opinioni di docenti israeliani come Maya Wind, che invita invece ad usare anche questo strumento per impedire il genocidio in atto.
Fonte
È lodevole la volontà di far sì che la cultura e la scienza diventino veicoli di pace e dialogo, ma una tale posizione risulta dallo scambiare la solidarietà che va garantita allo studioso che si oppone ai crimini sionisti con il ruolo strutturale che l’accademia israeliana ha nell’apartheid.
Il fatto che gli atenei israeliani ne siano partecipi non ‘loro malgrado’, ma in maniera attiva, dovrebbe semmai far venire in mente altre opzioni: tra le altre, potrebbero essere il rispetto di determinati criteri, il sostegno diretto a chi effettivamente esprime dissenso, corridoi studenteschi e accademici per chi ha visto le proprie aule demolite dalle bombe sioniste, e altre ancora.
La realtà è che, se si definisse in maniera propositiva un canone attraverso cui decidere se procedere alla collaborazione, nessuna università israeliana si salverebbe. Del resto, l’intera comunità accademica sostiene l’impegno nel sistema di segregazione e colonizzazione, come dimostra un documento inviato a Netanyahu dall’Unione delle rappresentanze studentesche.
Con questo testo gli studenti israeliani promuovono l’adozione di una legge per il licenziamento degli accademici che si esprimono contro Israele e le sue forze armate. Inoltre, si deve arrivare a cancellare “l’indennità di fine rapporto ai docenti licenziati per questi motivi, a negare titoli accademici, fondi di ricerca e collaborazioni”.
Addirittura, si prevede che, se le istituzioni non rispettino queste istruzioni, il presidente del Consiglio per l’Istruzione Superiore debba ridurre il loro finanziamento. A ribadire che o gli atenei si impegnano nella ritorsione su coloro che denunciano il genocidio dei palestinesi, o vanno incontro loro stessi a ritorsioni.
Questa proposta è il risultato del caso della professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian, docente all’Università Ebraica che aveva affermato che “Israele è una macchina di sterminio alle cui bugie non bisogna credere”. Sospesa dal lavoro, la sua casa è stata perquisita e infine lei stessa è stata arrestata.
È vero che, dopo una lettera aperta di vari colleghi, la stessa università ha dovuto condannare l’arresto. Ma è evidente che spazi effettivi di dissenso non vi erano prima (Shalhoub-Kevorkian dovrà comunque affrontare un processo penale), e saranno resi completamente illegali se la proposta delle rappresentanze degli studenti diventerà legge.
Dire che mantenere gli accordi con gli atenei israeliani possa in qualche modo essere di sostegno a chi vuole esprimere dissenso è non voler guardare alla realtà che si ha davanti. E al fatto che il sostegno può venire semmai dal rifiuto della collaborazione, se non viene rispettato il dissenso.
Abbiamo appena sentito la critica della ministra Bernini sulla decisione dell’Università di Palermo di sospendere gli accordi Erasmus con gli atenei israeliani, perché “le università non entrano in guerra, sono costruttori di ponti, creatori di pace, sono delle grandi fabbriche di diplomazia scientifica”.
Intanto Israele, suo alleato, fa esattamente questo: boicotta le attività scientifiche di chi esprime dissenso sulle politiche di Tel Aviv, mentre le università sono parte fondamentale del complesso militare-industriale che è dietro i massacri e l’apartheid dei palestinesi.
I sionisti sanno la forza del boicottaggio nell’aiutare a raggiungere obiettivi politici, per questo vorrebbero che i solidali con la Palestina non lo usassero. Non possiamo che concludere invitando invece a leggere le opinioni di docenti israeliani come Maya Wind, che invita invece ad usare anche questo strumento per impedire il genocidio in atto.
Fonte
18/05/2024
Di fronte alla Nakba, qual è lo stato dell’“eticità” della “finanza etica”?
Da più di sette mesi continua lo spargimento di sangue palestinese da parte dell’esercito israeliano a Gaza, affamata e privata di ospedali funzionanti, mentre sono attive risposte di resistenza tanto nella Striscia quanto in Cisgiordania e in Libano.
La natura dello Stato coloniale israeliano si sta manifestando in tutta la sua brutalità e neanche gli indulgenti media mainstream riescono più a fargli da paravento.
Le mobilitazioni studentesche in tutto il mondo segnalano una nuova e sorprendente vitalità giovanile e quanto la Palestina stia assumendo un ruolo di catalizzatore di consapevolezza e rifiuto del capitalismo neoliberista dominante, con le derive belliciste a cui sta conducendo.
Il 18 maggio a Napoli l’Assemblea nazionale di Banca Etica è chiamata a votare sul proprio Bilancio ed anche sulla relazione del suo Comitato etico, mentre l’Italia è coinvolta in due spaventosi bagni di sangue, Ucraina e Vicino Oriente: Palestina ed in particolare Gaza, a cui l’occupante israeliano impone quotidiani e notturni bombardamenti da sette mesi e blocco di aiuti e rifornimenti di viveri, con correlate atroci morti di fame e per conseguenze del deterioramento igienico e l’impossibilità di cure adeguate ai feriti, oltre che per le bombe, anche al fosforo.
Nel contempo sono sistematiche feroci incursioni dell’IDF in molte città ed aree della Cisgiordania, con confronti armati e morti palestinesi, “arresti” (talvolta anche dall’ANP), ferimenti anche mutilanti ed un generale aggravamento delle condizioni di vita.
In questo contesto, in cui dobbiamo costantemente confrontarci con la possibilità incombente di ulteriori tragici sviluppi della guerra, persino nucleare, le nostre Università – con le studentesse e gli studenti – fioriscono di nuova consapevolezza e lotta per sciogliere cultura e ricerche accademiche dalle pesanti ingerenze dell’industria bellica e della militarizzazione e dalle colpevoli connessioni con Università e progetti israeliani.
Nelle scuole il via è stato dato dai docenti, che hanno con tenacia ed organizzazione dato vita all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università, che il 10 maggio ha tenuto il suo primo Convegno nazionale e l’11 si è dato una struttura formale.
L’Osservatorio ha meritevolmente accolto e rilanciato la campagna di boicottaggio di HP, attiva dal 2016 per le diverse implicazioni dei due rami in cui si è scissa la compagnia nel novembre 2015 con il sistema di oppressione israeliano.
Particolarmente significativo, quindi, dovrebbe risultare l’appuntamento napoletano. Ma sull’istituto bancario che per sua natura e vocazione esplicita non investe in fabbriche di armi, escluderebbe i brand che violano i diritti umani ed è molto attivo in proposte ad altre banche ed al mondo politico, da un anno grava un interrogativo pubblico allarmante per aver scelto di infrangere una campagna internazionale di boicottaggio lanciata dalla leadership palestinese del BDS.
Banca Etica aveva, infatti, acquistato a ridosso delle chiusure pandemiche computer monitor e stampanti Hewlett Packard per le sue filiali, benché già da alcuni anni i due rami in cui la società si era divisa nel 2015 – HP Inc e HPE – fossero (e ancora sono) sotto boicottaggio per il fatto che provvedevano e provvedono a fornire la tecnologia utilizzata da Israele per mantenere il proprio regime di apartheid occupazione e colonizzazione d’insediamento.
“Abbiamo già avviato un’interlocuzione con questo fornitore per cercare di capire se sul mercato esista un’alternativa praticabile all’uso di PC HP (...) Abbiamo chiesto anche al nostro ufficio che si occupa di Valutazione di Impatto socio-ambientale di affiancare il fornitore nell’analisi dei profili di responsabilità sociale di possibili altri marchi.
Al termine di questo processo di analisi capiremo se sarà possibile avviare un piano di graduale sostituzione dei pc aziendali.”
Così rispondeva Banca Etica alla segnalazione apparsa a maggio dello scorso anno su PeaceLink dei suoi acquisti di prodotti HP nonostante la campagna di boicottaggio.
Aggiungeva poi: “Abbiamo chiesto alla nostra Fondazione Finanza Etica di confrontarsi con la rete europea di azionisti critici Shareholders for Change per valutare di avviare interventi di engagement e dialogo attivo con HP sui temi dei diritti umani.”
Come dire: sono tutti così terribili, benché su di essi non gravi alcuna campagna internazionale richiesta da un popolo oppresso, che tanto vale non ascoltare quel popolo oppresso, perché i nostri valori sono più alti...
Dalla segnalazione pubblica della discutibilissima scelta di Banca Etica e relativa sua pubblica risposta è passato un anno e, mentre non sono emersi segnali di resipiscenza di Banca Etica sulla vicenda di HP, la situazione in Palestina è enormemente peggiorata ed ormai diverse voci autorevoli denunciano esplicitamente il genocidio attuato da Israele a Gaza sotto gli occhi di tutti.
Quanto si è saputo circa il ruolo dell’IA nel massacro israeliano dovrebbe costituire un’ulteriore spinta assai seria per BE ad esaminare i propri parametri di scelta e ad avviare una severa autocritica.
Certamente una riflessione sulle tecnologie informatiche è obbligatoria, come su quanto conferma Who Profit, un centro di ricerca indipendente dedicato all’individuazione del coinvolgimento di Corporation internazionali con la perdurante occupazione israeliana, sul ruolo di HP.
Sorprende, o forse no, la superficialità con cui Banca Etica abbia potuto effettuare un simile acquisto e con cui Etica SGR, lo segnala la Relazione del Comitato Etico di BE, possa tenere nei propri Fondi “etici” d’investimento titoli HP, oltre che un enorme numero di titoli hi-tech. E pure, si sostiene che sia possibile una “finanza etica”!
“HPE fornisce servizi di manutenzione per i server della polizia israeliana consentendole di perpetrare violazioni dei diritti umani e crimini di guerra come demolizioni di case e sfollamenti forzati nella Cisgiordania occupata e in tutta la Palestina storica.”
La schedatura è alla base dei dati che alimentano l’IA e sui quali le si chiede di elaborare le risposte indicando i bersagli da colpire.
Dalla Relazione del Comitato Etico all’Assemblea annuale del 2024 si legge “presenza di titoli HP Inc nei fondi di Etica Sgr, e 2) gli investimenti di Etica SGR e delle banche socie della SGR in titoli di aziende con attività commerciali all’interno degli insediamenti israeliani in territorio palestinese che l’ONU ha riconosciuto come illegali.”
La situazione, quindi, è ben più grave di quanto si potesse supporre, dal momento che stiamo parlando della Banca Etica, che fa politiche di formazione ed indirizzo per altre sulla “finanza etica”.
La Relazione, corretta e coraggiosa, però conclude l’argomento così: “Il parere del Comitato chiede alla Banca di valutare la selezione di apparecchiature di altro fornitore, a cui si possa far ricorso quando i computer aziendali dovranno essere sostituiti; l’apposizione di stickers sui loghi dell’HP, come suggerito dalla campagna BDS; una rivalutazione ESG dell’HP Inc tesa ad escludere tale azienda dall’universo investibile; e infine, di ribadire pubblicamente il sostegno ai diritti umani e allo sviluppo economico auto-determinato nei Territori Palestinesi, anche annunciando il proprio distanziamento da imprese come HP.”
Cioè si indica di attendere che le apparecchiature HP svolgano tutta la propria vita produttiva in BE, anche se quest’ultima è, encomiabilmente ma con poca coerenza, invitata a distanziarsi dalla società di cui ha acquistato e continua ad utilizzare alcuni prodotti.
Lascia senza parole che Etica SGR, azienda etica di investimenti responsabili, che sul sito espone i criteri che adotta per selezionare i titoli che assume nei propri fondi comuni di investimento, molto più dettagliati quelli ambientali e meno quelli sociali da escludere: “le società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, dello sviluppo economico e sociale, della corruzione e dell’ambiente (…) Escludiamo dai portafogli i titoli emessi da Stati che prevedono la pena di morte o non garantiscono le libertà civili, di stampa e i diritti politici.”
Non pubblica alcun elenco dei titoli inclusi nei pacchetti che propone agli investimenti eticamente responsabili dei risparmiatori, “istituisce e propone esclusivamente fondi comuni di investimento sostenibili e responsabili” risulta così una mera petizione di principio.
Tuttavia, negli asseriti criteri di esclusione, rientrano anche alcuni che avrebbero dovuto far escludere HP tra i titoli da acquistare e riproporre nei fondi a risparmiatori e investitori: “società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani”.
Infatti, il coinvolgimento in violazioni dei diritti umani da parte di HP è esplicitato dalla documentata motivazione della campagna di boicottaggio, ed assunto dal Comitato Etico di BE, che scrive nella propria Relazione non solo di aver sollecitato un riesame dei titoli da parte del Comitato Etico di Etica SGR, ma anche che tra questi permangono titoli sotto documentato e motivato boicottaggio per complicità delle aziende corrispondenti anche nell’attuale genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano.
“Nell’universo investibile di Etica SGR di diverse aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana quali Carrefour, Cisco Systems, Motorola. Tali aziende sono presenti in diverse banche dati fra cui anche il Registro dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani sulle imprese commerciali che hanno, direttamente e indirettamente, permesso, facilitato e tratto profitto dalla costruzione e dalla crescita degli insediamenti israeliani illegali.
Nel suo parere, il Comitato ha chiesto alla Banca di sollecitare Etica Sgr a eseguire una ri-valutazione ESG delle imprese presenti nelle banche dati segnalate e di condividere queste informazioni con le banche socie di Etica Sgr. In seguito al parere del Comitato la Banca ha avviato un’istruttoria per chiarire il posizionamento della Banca su HP Inc e valutare altri potenziali fornitori di apparecchiature informatiche.
L’istruttoria conferma alcuni dei punti sollevati dal Comitato Etico, fra cui i rapporti diretti dell’azienda con il governo israeliano. In seguito all’istruttoria la Banca ha consegnato alle filiali degli adesivi da apporre sulle apparecchiature per coprire il marchio HP ed evitare di pubblicizzare il marchio nelle proprie sedi.
Il Comitato non è al corrente di altre misure prese dalla Banca rispetto a HP o alle aziende presenti nei portafogli di Etica Sgr, e continuerà a sollecitare il CdA su questo tema, ancor più importante alla luce della campagna militare israeliana in corso a Gaza e in altri territori palestinesi. Il Comitato ha inoltre aperto un dialogo diretto con il Comitato di Etica Sgr su questo tema”.
Sta all’Assemblea dare una decisiva indicazione alla finanza, affinché questa si renda conto che acquistare prodotti che contribuiscono all’apartheid non è etico e che, se non si fida dei palestinesi e delle loro decisioni, ha almeno l’obbligo di pervenire rapidamente a conclusione con le sue istruttorie per prendere decisioni efficaci in tempi utili.
O dall’alto della sua competenza finanziaria ritiene bastevole assegnare qualche fondo per progetti in Palestina?
Superare l’atteggiamento colonialista è necessario anche per “benefattori” finanziari, soprattutto se si fregiano di essere “etici”. Invece di accogliere la richiesta dei Palestinesi e boicottare HP, BE ha deciso di dare loro aiuti economici ed insegnamenti.
Non li ha quindi riconosciuti come soggetto politico, ma come “bisognosi” ai quali decide che cosa dare, anziché accogliere una loro richiesta strategica. Sappiamo quanto il boicottaggio internazionale abbia contribuito all’abbattimento del regime sudafricano dell’apartheid.
Non si può chiedere né dare nulla di meno alla Palestina, contribuendo attivamente al riconoscimento effettivo del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese tutto.
Fonte
La natura dello Stato coloniale israeliano si sta manifestando in tutta la sua brutalità e neanche gli indulgenti media mainstream riescono più a fargli da paravento.
Le mobilitazioni studentesche in tutto il mondo segnalano una nuova e sorprendente vitalità giovanile e quanto la Palestina stia assumendo un ruolo di catalizzatore di consapevolezza e rifiuto del capitalismo neoliberista dominante, con le derive belliciste a cui sta conducendo.
Il 18 maggio a Napoli l’Assemblea nazionale di Banca Etica è chiamata a votare sul proprio Bilancio ed anche sulla relazione del suo Comitato etico, mentre l’Italia è coinvolta in due spaventosi bagni di sangue, Ucraina e Vicino Oriente: Palestina ed in particolare Gaza, a cui l’occupante israeliano impone quotidiani e notturni bombardamenti da sette mesi e blocco di aiuti e rifornimenti di viveri, con correlate atroci morti di fame e per conseguenze del deterioramento igienico e l’impossibilità di cure adeguate ai feriti, oltre che per le bombe, anche al fosforo.
Nel contempo sono sistematiche feroci incursioni dell’IDF in molte città ed aree della Cisgiordania, con confronti armati e morti palestinesi, “arresti” (talvolta anche dall’ANP), ferimenti anche mutilanti ed un generale aggravamento delle condizioni di vita.
In questo contesto, in cui dobbiamo costantemente confrontarci con la possibilità incombente di ulteriori tragici sviluppi della guerra, persino nucleare, le nostre Università – con le studentesse e gli studenti – fioriscono di nuova consapevolezza e lotta per sciogliere cultura e ricerche accademiche dalle pesanti ingerenze dell’industria bellica e della militarizzazione e dalle colpevoli connessioni con Università e progetti israeliani.
Nelle scuole il via è stato dato dai docenti, che hanno con tenacia ed organizzazione dato vita all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università, che il 10 maggio ha tenuto il suo primo Convegno nazionale e l’11 si è dato una struttura formale.
L’Osservatorio ha meritevolmente accolto e rilanciato la campagna di boicottaggio di HP, attiva dal 2016 per le diverse implicazioni dei due rami in cui si è scissa la compagnia nel novembre 2015 con il sistema di oppressione israeliano.
Particolarmente significativo, quindi, dovrebbe risultare l’appuntamento napoletano. Ma sull’istituto bancario che per sua natura e vocazione esplicita non investe in fabbriche di armi, escluderebbe i brand che violano i diritti umani ed è molto attivo in proposte ad altre banche ed al mondo politico, da un anno grava un interrogativo pubblico allarmante per aver scelto di infrangere una campagna internazionale di boicottaggio lanciata dalla leadership palestinese del BDS.
Banca Etica aveva, infatti, acquistato a ridosso delle chiusure pandemiche computer monitor e stampanti Hewlett Packard per le sue filiali, benché già da alcuni anni i due rami in cui la società si era divisa nel 2015 – HP Inc e HPE – fossero (e ancora sono) sotto boicottaggio per il fatto che provvedevano e provvedono a fornire la tecnologia utilizzata da Israele per mantenere il proprio regime di apartheid occupazione e colonizzazione d’insediamento.
“Abbiamo già avviato un’interlocuzione con questo fornitore per cercare di capire se sul mercato esista un’alternativa praticabile all’uso di PC HP (...) Abbiamo chiesto anche al nostro ufficio che si occupa di Valutazione di Impatto socio-ambientale di affiancare il fornitore nell’analisi dei profili di responsabilità sociale di possibili altri marchi.
Al termine di questo processo di analisi capiremo se sarà possibile avviare un piano di graduale sostituzione dei pc aziendali.”
Così rispondeva Banca Etica alla segnalazione apparsa a maggio dello scorso anno su PeaceLink dei suoi acquisti di prodotti HP nonostante la campagna di boicottaggio.
Aggiungeva poi: “Abbiamo chiesto alla nostra Fondazione Finanza Etica di confrontarsi con la rete europea di azionisti critici Shareholders for Change per valutare di avviare interventi di engagement e dialogo attivo con HP sui temi dei diritti umani.”
Come dire: sono tutti così terribili, benché su di essi non gravi alcuna campagna internazionale richiesta da un popolo oppresso, che tanto vale non ascoltare quel popolo oppresso, perché i nostri valori sono più alti...
Dalla segnalazione pubblica della discutibilissima scelta di Banca Etica e relativa sua pubblica risposta è passato un anno e, mentre non sono emersi segnali di resipiscenza di Banca Etica sulla vicenda di HP, la situazione in Palestina è enormemente peggiorata ed ormai diverse voci autorevoli denunciano esplicitamente il genocidio attuato da Israele a Gaza sotto gli occhi di tutti.
Quanto si è saputo circa il ruolo dell’IA nel massacro israeliano dovrebbe costituire un’ulteriore spinta assai seria per BE ad esaminare i propri parametri di scelta e ad avviare una severa autocritica.
Certamente una riflessione sulle tecnologie informatiche è obbligatoria, come su quanto conferma Who Profit, un centro di ricerca indipendente dedicato all’individuazione del coinvolgimento di Corporation internazionali con la perdurante occupazione israeliana, sul ruolo di HP.
Sorprende, o forse no, la superficialità con cui Banca Etica abbia potuto effettuare un simile acquisto e con cui Etica SGR, lo segnala la Relazione del Comitato Etico di BE, possa tenere nei propri Fondi “etici” d’investimento titoli HP, oltre che un enorme numero di titoli hi-tech. E pure, si sostiene che sia possibile una “finanza etica”!
“HPE fornisce servizi di manutenzione per i server della polizia israeliana consentendole di perpetrare violazioni dei diritti umani e crimini di guerra come demolizioni di case e sfollamenti forzati nella Cisgiordania occupata e in tutta la Palestina storica.”
La schedatura è alla base dei dati che alimentano l’IA e sui quali le si chiede di elaborare le risposte indicando i bersagli da colpire.
Dalla Relazione del Comitato Etico all’Assemblea annuale del 2024 si legge “presenza di titoli HP Inc nei fondi di Etica Sgr, e 2) gli investimenti di Etica SGR e delle banche socie della SGR in titoli di aziende con attività commerciali all’interno degli insediamenti israeliani in territorio palestinese che l’ONU ha riconosciuto come illegali.”
La situazione, quindi, è ben più grave di quanto si potesse supporre, dal momento che stiamo parlando della Banca Etica, che fa politiche di formazione ed indirizzo per altre sulla “finanza etica”.
La Relazione, corretta e coraggiosa, però conclude l’argomento così: “Il parere del Comitato chiede alla Banca di valutare la selezione di apparecchiature di altro fornitore, a cui si possa far ricorso quando i computer aziendali dovranno essere sostituiti; l’apposizione di stickers sui loghi dell’HP, come suggerito dalla campagna BDS; una rivalutazione ESG dell’HP Inc tesa ad escludere tale azienda dall’universo investibile; e infine, di ribadire pubblicamente il sostegno ai diritti umani e allo sviluppo economico auto-determinato nei Territori Palestinesi, anche annunciando il proprio distanziamento da imprese come HP.”
Cioè si indica di attendere che le apparecchiature HP svolgano tutta la propria vita produttiva in BE, anche se quest’ultima è, encomiabilmente ma con poca coerenza, invitata a distanziarsi dalla società di cui ha acquistato e continua ad utilizzare alcuni prodotti.
Lascia senza parole che Etica SGR, azienda etica di investimenti responsabili, che sul sito espone i criteri che adotta per selezionare i titoli che assume nei propri fondi comuni di investimento, molto più dettagliati quelli ambientali e meno quelli sociali da escludere: “le società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, dello sviluppo economico e sociale, della corruzione e dell’ambiente (…) Escludiamo dai portafogli i titoli emessi da Stati che prevedono la pena di morte o non garantiscono le libertà civili, di stampa e i diritti politici.”
Non pubblica alcun elenco dei titoli inclusi nei pacchetti che propone agli investimenti eticamente responsabili dei risparmiatori, “istituisce e propone esclusivamente fondi comuni di investimento sostenibili e responsabili” risulta così una mera petizione di principio.
Tuttavia, negli asseriti criteri di esclusione, rientrano anche alcuni che avrebbero dovuto far escludere HP tra i titoli da acquistare e riproporre nei fondi a risparmiatori e investitori: “società coinvolte in episodi negativi nell’ambito del rispetto dei diritti umani”.
Infatti, il coinvolgimento in violazioni dei diritti umani da parte di HP è esplicitato dalla documentata motivazione della campagna di boicottaggio, ed assunto dal Comitato Etico di BE, che scrive nella propria Relazione non solo di aver sollecitato un riesame dei titoli da parte del Comitato Etico di Etica SGR, ma anche che tra questi permangono titoli sotto documentato e motivato boicottaggio per complicità delle aziende corrispondenti anche nell’attuale genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano.
“Nell’universo investibile di Etica SGR di diverse aziende che traggono profitto dall’occupazione israeliana quali Carrefour, Cisco Systems, Motorola. Tali aziende sono presenti in diverse banche dati fra cui anche il Registro dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani sulle imprese commerciali che hanno, direttamente e indirettamente, permesso, facilitato e tratto profitto dalla costruzione e dalla crescita degli insediamenti israeliani illegali.
Nel suo parere, il Comitato ha chiesto alla Banca di sollecitare Etica Sgr a eseguire una ri-valutazione ESG delle imprese presenti nelle banche dati segnalate e di condividere queste informazioni con le banche socie di Etica Sgr. In seguito al parere del Comitato la Banca ha avviato un’istruttoria per chiarire il posizionamento della Banca su HP Inc e valutare altri potenziali fornitori di apparecchiature informatiche.
L’istruttoria conferma alcuni dei punti sollevati dal Comitato Etico, fra cui i rapporti diretti dell’azienda con il governo israeliano. In seguito all’istruttoria la Banca ha consegnato alle filiali degli adesivi da apporre sulle apparecchiature per coprire il marchio HP ed evitare di pubblicizzare il marchio nelle proprie sedi.
Il Comitato non è al corrente di altre misure prese dalla Banca rispetto a HP o alle aziende presenti nei portafogli di Etica Sgr, e continuerà a sollecitare il CdA su questo tema, ancor più importante alla luce della campagna militare israeliana in corso a Gaza e in altri territori palestinesi. Il Comitato ha inoltre aperto un dialogo diretto con il Comitato di Etica Sgr su questo tema”.
Sta all’Assemblea dare una decisiva indicazione alla finanza, affinché questa si renda conto che acquistare prodotti che contribuiscono all’apartheid non è etico e che, se non si fida dei palestinesi e delle loro decisioni, ha almeno l’obbligo di pervenire rapidamente a conclusione con le sue istruttorie per prendere decisioni efficaci in tempi utili.
O dall’alto della sua competenza finanziaria ritiene bastevole assegnare qualche fondo per progetti in Palestina?
Superare l’atteggiamento colonialista è necessario anche per “benefattori” finanziari, soprattutto se si fregiano di essere “etici”. Invece di accogliere la richiesta dei Palestinesi e boicottare HP, BE ha deciso di dare loro aiuti economici ed insegnamenti.
Non li ha quindi riconosciuti come soggetto politico, ma come “bisognosi” ai quali decide che cosa dare, anziché accogliere una loro richiesta strategica. Sappiamo quanto il boicottaggio internazionale abbia contribuito all’abbattimento del regime sudafricano dell’apartheid.
Non si può chiedere né dare nulla di meno alla Palestina, contribuendo attivamente al riconoscimento effettivo del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese tutto.
Fonte
06/05/2024
“Operazione Columbia”, diretta dalla prof antiterrorismo
Le immagini dell’irruzione nella Hamilton Hall della Columbia University di New York diventeranno sicuramente iconiche nel racconto che si farà in futuro della solidarietà internazionale alla resistenza palestinese. Con esse diventa palese come Israele e i suoi alleati stiano conducendo la stessa guerra, dentro e fuori i propri confini.
Ma se si indaga un po’ di più su come è stata costruita quella operazione di polizia, risalta anche quanto ogni istituzione, comprese quelle universitarie, sia sempre più piegata alle ragioni di sicurezza e politica estera. La difesa della democrazia non ha più cittadinanza in Occidente.
La conferenza stampa del sindaco di New York insieme ai dirigenti della polizia locale, seguita allo sgombero della Columbia, offre una panoramica inquietante di cosa sia la tutela giudiziaria, le forze dell’ordine e l’istruzione nel capofila della NATO. In particolare, è la figura di Rebecca Weiner ad aprire il ‘Vaso di Pandora’.
Il primo cittadino della Grande Mela, Eric Adams, fa i suoi complimenti alla polizia e poi afferma di voler “ringraziare specificatamente la commissaria Weiner. È stata lei a monitorare la situazione quando ho cominciato a notare che le proteste in città non stavano andando bene. Simili segnali li ho visti con la Black Lives Matter March” (traduzione nostra).
“È stato portato alla mia attenzione che c’erano persone che arrivavano in città per sconvolgerla, lei e la sua squadra sono state in grado di condurre un’indagine e quello che temevo si è di fatto materializzato e attuato”. Con queste affermazioni, provenienti da un politico con un passato nella polizia, si potrebbe scrivere un saggio su come si costruisce un nemico interno.
Ogni forma di organizzazione che mette in discussione a livello strutturale il razzismo, lo sfruttamento e l’oppressione viene additata – monitorata, spiata in senso stretto – come un “pericolo” di sicurezza pubblica. E questo pericolo non può che essere il frutto di agenti esterni, delegittimando qualsiasi alternativa interna.
“Proteggeremo la nostra città da coloro che stanno cercando di fare quello che avviene a livello globale. C’è un movimento per radicalizzare i giovani e non attenderò che ciò avvenga”, ha detto ancora Adams, rafforzando lo schema appena accennato.
Ma qui ci vogliamo concentrare su Rebecca Weiner, e su quello che emerge mettendo in fila i puntini intorno al suo ruolo nella vicenda. È interessante innanzitutto notare il suo lignaggio, che lei stessa ha definito di ispirazione: è la nipote di uno degli scienziati che contribuì allo sviluppo della bomba all’idrogeno.
L’operato della Weiner non è più rassicurante. Da quasi un anno è alla guida della sezione Intelligence e Antiterrorismo della polizia di New York, dopo aver già prestato servizio come consulente legale per una delle sue unità e aver collaborato anche come analista di dati raccolti sul Medio Oriente e il Nord Africa.
È stato proprio il lavoro dell’Antiterrorismo di New York, stando alle parole di Adams, ad aver fornito le osservazioni e le prove che legittimano quel che è avvenuto alla Columbia. La Weiner riporta ai giornalisti un “cambio di tattiche, persone già note e addestramento” a tali tattiche nel campus, sollevando preoccupazioni nelle forze dell’ordine.
Il riferimento è alla guerriglia urbana, connessa alla “normalizzazione e alla diffusione di retoriche associate al terrorismo”. Tra gli elementi mostrati vi è un volantino con su scritto “globalizzare l’Intifada”, ma è lei stessa a dire che in esso sono semplicemente segnati i luoghi in cui si sono focalizzate le proteste dal 7 ottobre a oggi.
Una giornalista del New York Post ha allora sollevato il caso di Nahla Al-Arian, chiedendo se fosse stata attivamente coinvolta nel diffondere questa retorica. Nahla è la moglie di Sami Al-Arian, che è stato al centro di una lunga diatriba legale e politica.
Docente alla University of South Florida, nel 2003 è stato posto sotto vari capi d’accusa attraverso il famigerato Patriot Act, indicandolo quale leader negli USA del gruppo Palestine Islamic Jihad (PIJ). Sottoposto a condizioni di detenzione preventiva criticate da Amnesty International, patteggiò infine un accordo con le autorità giudiziarie, per evitare ulteriori persecuzioni.
Com’è ovvio, Sami era un solidale con la causa palestinese, e lo è anche la moglie che si è recata alla Columbia. Tanto è bastato per far scattare le sirene del terrorismo, ma anche in questo caso la Weiner ha dovuto ammettere che non ci sono modi per collegare la visita alle preoccupazioni della polizia.
L’esagerazione, l’aleatorietà e la fumosità caratterizzano tutti gli elementi portati durante la conferenza stampa. Ma se si trattasse solo di questo, non avremmo tanto da aggiungere rispetto a quello che vediamo giornalmente da questa parte dell’Atlantico.
Il primo punto che va evidenziato è che le forze dell’ordine di New York hanno vari agenti sparsi per il mondo (o collegamenti con forze analoghe in altri paesi), proprio con finalità di antiterrorismo. La Fondazione della polizia finanzia un programma di legami internazionali e uno dei 18 luoghi con contatti diretti è Tel Aviv.
La giornalista Bahar Ostadan riportava a gennaio che proprio la Weiner ha confermato che dal 7 ottobre quell’ufficio mandava aggiornamenti orari a New York. Dunque, a chi già in passato è stato a lavoro sul Medio Oriente, da Israele arrivano continuamente notizie su possibili pericoli terroristici. Veri, falsi, presunti, inventati...
Ma la definizione di “terrorismo”, per l’intelligence newyorkese, è piuttosto ampia, come già abbiamo visto. Va ricordato che dopo il 2001 l’unità della Grande Mela ha oltrepassato in maniera sistematica le proprie competenze, in stretta collaborazione con la CIA.
Nel 2011 è emerso lo scandalo della Demographic Unit, la quale operava in sostanza come un’unità non riconosciuta, con lo scopo di spiare la comunità musulmana. “Il programma fu parzialmente modellato su come le autorità israeliane operano nella West Bank”, disse ai tempi un ufficiale di polizia. Nessuna preoccupazione che, nell’adottare le stesse “tecniche” in un contesto diverso, si potesse violare il sistema legale Usa.
Rebecca Weiner fu tra i legali che aiutarono a gestire le negoziazioni tra il Dipartimento di polizia e gli avvocati delle persone i cui diritti erano stati violati. Certo, lei stessa ha condannato l’azione della Demographic Unit, ma si cominciano ad addensare abbastanza nuvole intorno alla sua figura.
Se fosse tutto qui, però, staremmo solo copiando le autorità statunitensi, che hanno sgomberato la Hamilton Hall sulla base di qualcosa che è meno di un “processo alle intenzioni”. È proprio il fatto che la Columbia University abbia chiesto l’intervento delle forze dell’ordine, invece, a mostrare il nodo fondamentale di tutta la faccenda.
Perché Rebecca Weiner è anche una docente di quell’ateneo. È professoressa associata in International and Public Affairs, nell’omonima scuola che fa parte della Columbia.
Il sindaco Eric Adams, nel corso della conferenza stampa, ha mostrato ai giornalisti la richiesta dell’università che, di fronte a persone che non erano studenti e alle preoccupazioni suscitate, chiedeva l’intervento della polizia. Ma come si è arrivati a una tale richiesta, e chi l’ha effettivamente evocata?
Quello che sappiamo è che una docente dell’università, e che perciò poteva osservare gli studenti nelle tende, è anche una dirigente dell’antiterrorismo cittadino. E che i motivi addotti dalla Columbia per richiedere lo sgombero della Hamilton Hall sono gli stessi che la Weiner ha portato ai giornalisti, in qualità di responsabile dell’intelligence newyorkese.
Un ruolo che l’ha vista ricevere indicazioni quantomeno giornaliere da un suo agente a Tel Aviv. Il tutto gestito da un dipartimento di polizia con una lunga storia di soprusi e violazioni di diritti, effettuati sulla base di pratiche usate in Cisgiordania. Legittimo, insomma, concludere che Israele abbia avuto un ruolo diretto nella gestione della repressione delle proteste studentesche.
La Weiner, con una lunga storia di contatti col Medio Oriente, si è resa una mediatrice tutt’altro che “imparziale” tra le vittime e gli agenti. È possibile che anche questa volta si sia fatta mediatrice tra la Columbia e la polizia? O per dirla più chiaramente, è stata lei a spingere sui vertici dell’ateneo affinché chiedessero lo sgombero sulla base di un quadro di fatti costruito dall’unità di polizia di cui è a capo (e di cui Israele è quantomeno “fonte confidenziale” autorevole)?
La docente, in veste di vertice dell’antiterrorismo, ha detto ai giornalisti che non si è trattato di “polizia delle idee”, ma di “pubblica sicurezza”. La sua “vicinanza” a Israele impone però quantomeno il dubbio, persino ai liberali sempre pronti a difendere la neutralità delle forze dell’ordine.
Ciò che sicuramente non si salva in questa storia è la millantata ‘neutralità della scienza’. Non solo per il peso delle forze dell’ordine nell’università: chi ha costruito la sua carriera accademica sul rapporto con lo stato sionista e col ruolo internazionale che esso ricopre per l’Occidente, come può essere “equidistante” nei suoi confronti?
Ma non è solo una questione di “relazioni”. La ricerca scientifica ha bisogno di fondi, di strumenti, di strutture, tutte cose fornite da un potere politico in base alle proprie priorità strategiche. Essa sarà sempre indirizzata in modo tale da favorire gli interessi di chi finanzia tutto questo.
C’è una sorta di ‘infrastruttura’ materiale e informativa su cui si poggia il mondo della ricerca, che non può e non deve essere ignorata. Sarebbe bello se, parafrasando Cacciari, aumentando gli accordi scientifici si potesse far passare un po’ di umanità nei vertici dell’IDF.
Ma è decisamente improbabile che accada. E comunque la storia non si cambia con il moralismo o l’idealismo, bensì con la lotta che colpisce gli interessi materiali. Per un settore come quello della ricerca, che si sviluppa fisiologicamente nelle sinergie internazionali (attraverso crescita incrementale delle conoscenze e scoperte rivoluzionarie), il boicottaggio produce più di qualsiasi bel discorso.
Oltre, ovviamente, alla solidarietà internazionale che abbiamo visto in tanti striscioni delle piazze di queste settimane, in cui gli studenti italiani hanno mostrato la loro vicinanza a quelli statunitensi. In tutti i paesi euroatlantici si è sviluppato un movimento di sostegno alla resistenza palestinese e contro la guerra come non si vedeva da decenni.
Andare contro la deriva bellicista significa colpire sulla contraddizione più alta del capitalismo odierno, ormai votato alla guerra per risolvere la propria crisi, che sia con il keynesismo militare o la distruzione dei competitori. Da questo movimento può originare davvero – in tempi e modalità non prevedibili – un futuro diverso, una società fondata sull’interesse della collettività, e non di una sua ristretta élite.
Fonte
Ma se si indaga un po’ di più su come è stata costruita quella operazione di polizia, risalta anche quanto ogni istituzione, comprese quelle universitarie, sia sempre più piegata alle ragioni di sicurezza e politica estera. La difesa della democrazia non ha più cittadinanza in Occidente.
La conferenza stampa del sindaco di New York insieme ai dirigenti della polizia locale, seguita allo sgombero della Columbia, offre una panoramica inquietante di cosa sia la tutela giudiziaria, le forze dell’ordine e l’istruzione nel capofila della NATO. In particolare, è la figura di Rebecca Weiner ad aprire il ‘Vaso di Pandora’.
Il primo cittadino della Grande Mela, Eric Adams, fa i suoi complimenti alla polizia e poi afferma di voler “ringraziare specificatamente la commissaria Weiner. È stata lei a monitorare la situazione quando ho cominciato a notare che le proteste in città non stavano andando bene. Simili segnali li ho visti con la Black Lives Matter March” (traduzione nostra).
“È stato portato alla mia attenzione che c’erano persone che arrivavano in città per sconvolgerla, lei e la sua squadra sono state in grado di condurre un’indagine e quello che temevo si è di fatto materializzato e attuato”. Con queste affermazioni, provenienti da un politico con un passato nella polizia, si potrebbe scrivere un saggio su come si costruisce un nemico interno.
Ogni forma di organizzazione che mette in discussione a livello strutturale il razzismo, lo sfruttamento e l’oppressione viene additata – monitorata, spiata in senso stretto – come un “pericolo” di sicurezza pubblica. E questo pericolo non può che essere il frutto di agenti esterni, delegittimando qualsiasi alternativa interna.
“Proteggeremo la nostra città da coloro che stanno cercando di fare quello che avviene a livello globale. C’è un movimento per radicalizzare i giovani e non attenderò che ciò avvenga”, ha detto ancora Adams, rafforzando lo schema appena accennato.
Ma qui ci vogliamo concentrare su Rebecca Weiner, e su quello che emerge mettendo in fila i puntini intorno al suo ruolo nella vicenda. È interessante innanzitutto notare il suo lignaggio, che lei stessa ha definito di ispirazione: è la nipote di uno degli scienziati che contribuì allo sviluppo della bomba all’idrogeno.
L’operato della Weiner non è più rassicurante. Da quasi un anno è alla guida della sezione Intelligence e Antiterrorismo della polizia di New York, dopo aver già prestato servizio come consulente legale per una delle sue unità e aver collaborato anche come analista di dati raccolti sul Medio Oriente e il Nord Africa.
È stato proprio il lavoro dell’Antiterrorismo di New York, stando alle parole di Adams, ad aver fornito le osservazioni e le prove che legittimano quel che è avvenuto alla Columbia. La Weiner riporta ai giornalisti un “cambio di tattiche, persone già note e addestramento” a tali tattiche nel campus, sollevando preoccupazioni nelle forze dell’ordine.
Il riferimento è alla guerriglia urbana, connessa alla “normalizzazione e alla diffusione di retoriche associate al terrorismo”. Tra gli elementi mostrati vi è un volantino con su scritto “globalizzare l’Intifada”, ma è lei stessa a dire che in esso sono semplicemente segnati i luoghi in cui si sono focalizzate le proteste dal 7 ottobre a oggi.
Una giornalista del New York Post ha allora sollevato il caso di Nahla Al-Arian, chiedendo se fosse stata attivamente coinvolta nel diffondere questa retorica. Nahla è la moglie di Sami Al-Arian, che è stato al centro di una lunga diatriba legale e politica.
Docente alla University of South Florida, nel 2003 è stato posto sotto vari capi d’accusa attraverso il famigerato Patriot Act, indicandolo quale leader negli USA del gruppo Palestine Islamic Jihad (PIJ). Sottoposto a condizioni di detenzione preventiva criticate da Amnesty International, patteggiò infine un accordo con le autorità giudiziarie, per evitare ulteriori persecuzioni.
Com’è ovvio, Sami era un solidale con la causa palestinese, e lo è anche la moglie che si è recata alla Columbia. Tanto è bastato per far scattare le sirene del terrorismo, ma anche in questo caso la Weiner ha dovuto ammettere che non ci sono modi per collegare la visita alle preoccupazioni della polizia.
L’esagerazione, l’aleatorietà e la fumosità caratterizzano tutti gli elementi portati durante la conferenza stampa. Ma se si trattasse solo di questo, non avremmo tanto da aggiungere rispetto a quello che vediamo giornalmente da questa parte dell’Atlantico.
Il primo punto che va evidenziato è che le forze dell’ordine di New York hanno vari agenti sparsi per il mondo (o collegamenti con forze analoghe in altri paesi), proprio con finalità di antiterrorismo. La Fondazione della polizia finanzia un programma di legami internazionali e uno dei 18 luoghi con contatti diretti è Tel Aviv.
La giornalista Bahar Ostadan riportava a gennaio che proprio la Weiner ha confermato che dal 7 ottobre quell’ufficio mandava aggiornamenti orari a New York. Dunque, a chi già in passato è stato a lavoro sul Medio Oriente, da Israele arrivano continuamente notizie su possibili pericoli terroristici. Veri, falsi, presunti, inventati...
Ma la definizione di “terrorismo”, per l’intelligence newyorkese, è piuttosto ampia, come già abbiamo visto. Va ricordato che dopo il 2001 l’unità della Grande Mela ha oltrepassato in maniera sistematica le proprie competenze, in stretta collaborazione con la CIA.
Nel 2011 è emerso lo scandalo della Demographic Unit, la quale operava in sostanza come un’unità non riconosciuta, con lo scopo di spiare la comunità musulmana. “Il programma fu parzialmente modellato su come le autorità israeliane operano nella West Bank”, disse ai tempi un ufficiale di polizia. Nessuna preoccupazione che, nell’adottare le stesse “tecniche” in un contesto diverso, si potesse violare il sistema legale Usa.
Rebecca Weiner fu tra i legali che aiutarono a gestire le negoziazioni tra il Dipartimento di polizia e gli avvocati delle persone i cui diritti erano stati violati. Certo, lei stessa ha condannato l’azione della Demographic Unit, ma si cominciano ad addensare abbastanza nuvole intorno alla sua figura.
Se fosse tutto qui, però, staremmo solo copiando le autorità statunitensi, che hanno sgomberato la Hamilton Hall sulla base di qualcosa che è meno di un “processo alle intenzioni”. È proprio il fatto che la Columbia University abbia chiesto l’intervento delle forze dell’ordine, invece, a mostrare il nodo fondamentale di tutta la faccenda.
Perché Rebecca Weiner è anche una docente di quell’ateneo. È professoressa associata in International and Public Affairs, nell’omonima scuola che fa parte della Columbia.
Il sindaco Eric Adams, nel corso della conferenza stampa, ha mostrato ai giornalisti la richiesta dell’università che, di fronte a persone che non erano studenti e alle preoccupazioni suscitate, chiedeva l’intervento della polizia. Ma come si è arrivati a una tale richiesta, e chi l’ha effettivamente evocata?
Quello che sappiamo è che una docente dell’università, e che perciò poteva osservare gli studenti nelle tende, è anche una dirigente dell’antiterrorismo cittadino. E che i motivi addotti dalla Columbia per richiedere lo sgombero della Hamilton Hall sono gli stessi che la Weiner ha portato ai giornalisti, in qualità di responsabile dell’intelligence newyorkese.
Un ruolo che l’ha vista ricevere indicazioni quantomeno giornaliere da un suo agente a Tel Aviv. Il tutto gestito da un dipartimento di polizia con una lunga storia di soprusi e violazioni di diritti, effettuati sulla base di pratiche usate in Cisgiordania. Legittimo, insomma, concludere che Israele abbia avuto un ruolo diretto nella gestione della repressione delle proteste studentesche.
La Weiner, con una lunga storia di contatti col Medio Oriente, si è resa una mediatrice tutt’altro che “imparziale” tra le vittime e gli agenti. È possibile che anche questa volta si sia fatta mediatrice tra la Columbia e la polizia? O per dirla più chiaramente, è stata lei a spingere sui vertici dell’ateneo affinché chiedessero lo sgombero sulla base di un quadro di fatti costruito dall’unità di polizia di cui è a capo (e di cui Israele è quantomeno “fonte confidenziale” autorevole)?
La docente, in veste di vertice dell’antiterrorismo, ha detto ai giornalisti che non si è trattato di “polizia delle idee”, ma di “pubblica sicurezza”. La sua “vicinanza” a Israele impone però quantomeno il dubbio, persino ai liberali sempre pronti a difendere la neutralità delle forze dell’ordine.
Ciò che sicuramente non si salva in questa storia è la millantata ‘neutralità della scienza’. Non solo per il peso delle forze dell’ordine nell’università: chi ha costruito la sua carriera accademica sul rapporto con lo stato sionista e col ruolo internazionale che esso ricopre per l’Occidente, come può essere “equidistante” nei suoi confronti?
Ma non è solo una questione di “relazioni”. La ricerca scientifica ha bisogno di fondi, di strumenti, di strutture, tutte cose fornite da un potere politico in base alle proprie priorità strategiche. Essa sarà sempre indirizzata in modo tale da favorire gli interessi di chi finanzia tutto questo.
C’è una sorta di ‘infrastruttura’ materiale e informativa su cui si poggia il mondo della ricerca, che non può e non deve essere ignorata. Sarebbe bello se, parafrasando Cacciari, aumentando gli accordi scientifici si potesse far passare un po’ di umanità nei vertici dell’IDF.
Ma è decisamente improbabile che accada. E comunque la storia non si cambia con il moralismo o l’idealismo, bensì con la lotta che colpisce gli interessi materiali. Per un settore come quello della ricerca, che si sviluppa fisiologicamente nelle sinergie internazionali (attraverso crescita incrementale delle conoscenze e scoperte rivoluzionarie), il boicottaggio produce più di qualsiasi bel discorso.
Oltre, ovviamente, alla solidarietà internazionale che abbiamo visto in tanti striscioni delle piazze di queste settimane, in cui gli studenti italiani hanno mostrato la loro vicinanza a quelli statunitensi. In tutti i paesi euroatlantici si è sviluppato un movimento di sostegno alla resistenza palestinese e contro la guerra come non si vedeva da decenni.
Andare contro la deriva bellicista significa colpire sulla contraddizione più alta del capitalismo odierno, ormai votato alla guerra per risolvere la propria crisi, che sia con il keynesismo militare o la distruzione dei competitori. Da questo movimento può originare davvero – in tempi e modalità non prevedibili – un futuro diverso, una società fondata sull’interesse della collettività, e non di una sua ristretta élite.
Fonte
27/04/2024
Gli studenti in sciopero della fame alla Sapienza hanno incontrato il cardinale Zuppi
Gli studenti che la settimana scorsa avevano dato vita ad uno sciopero della fame e si erano incatenati sotto al Rettorato della Sapienza, continuano e allargano le loro interlocuzioni per far si che gli atenei italiani interrompano le collaborazioni con l’industria bellica e le istituzioni israeliane.
Ha destato indubbiamente una certa sorpresa l’incontro tra gli studenti e il Cardinal Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiano.
A riferire dell’incontro è il giornale cattolico Il Faro di Roma, il quale scrive che “La via del dialogo e mai la violenza”. Questa è stata l’indicazione del presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, che ha incontrato una piccola delegazione degli studenti dell’Università La Sapienza in sciopero della fame per chiedere che l’ateneo romano rinunci ai finanziamenti legati alla ricerca che ha committenze e scopi militari.
I ragazzi – che erano accompagnati dal prof. Luciano Vasapollo e dal direttore de Il Faro di Roma Salvatore Izzo – hanno espresso al card. Zuppi il loro disagio per i rischi di escalation anche nucleare dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.
“L’impegno mio personale e di tutte le nostre comunità – ha risposto Zuppi – resta quello di essere artigiani di pace, tessitori di unione in ogni contesto, pacifici nelle parole e nei comportamenti”.
Fonte
Ha destato indubbiamente una certa sorpresa l’incontro tra gli studenti e il Cardinal Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiano.
A riferire dell’incontro è il giornale cattolico Il Faro di Roma, il quale scrive che “La via del dialogo e mai la violenza”. Questa è stata l’indicazione del presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, che ha incontrato una piccola delegazione degli studenti dell’Università La Sapienza in sciopero della fame per chiedere che l’ateneo romano rinunci ai finanziamenti legati alla ricerca che ha committenze e scopi militari.
I ragazzi – che erano accompagnati dal prof. Luciano Vasapollo e dal direttore de Il Faro di Roma Salvatore Izzo – hanno espresso al card. Zuppi il loro disagio per i rischi di escalation anche nucleare dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.
“L’impegno mio personale e di tutte le nostre comunità – ha risposto Zuppi – resta quello di essere artigiani di pace, tessitori di unione in ogni contesto, pacifici nelle parole e nei comportamenti”.
Fonte
21/04/2024
“Immaturi non sono gli studenti ma i docenti che approvano i manganelli”
Il senato accademico della Sapienza conferma tutti gli accordi di ricerca con Israele, gli studenti pro-Palestina protestano in piazza e volano di nuovo i manganelli della polizia. Reazione misurata delle forze dell’ordine o sintomi di repressione del dissenso?
Ne parliamo con l’economista Emiliano Brancaccio, docente presso l’Università del Sannio, che al conflitto in Medio Oriente e alle altre guerre in corso ha dedicato il suo ultimo libro: Le condizioni economiche per la pace, da domani in libreria.
Professore, che cosa pensa degli accordi di collaborazione delle università italiane con Israele?
Che si possono mettere in discussione. È possibile venire incontro alle istanze di quell’ampio mondo universitario fatto non solo di studenti ma anche di tecnici, amministrativi, docenti e rappresentanti istituzionali che intendono esprimere concretamente il loro dissenso verso i massacri a Gaza compiuti dall’attuale governo Israeliano.
Ma in questo modo non viene meno il principio della libertà delle relazioni tra le università di tutto il mondo?
Io condivido il punto di vista di Tomaso Montanari. L’università è come i giochi olimpici, andrebbe preservata come terra franca, di pace e di interscambio continuo tra i popoli, scientifico e culturale, anche in tempi di guerra. Questo principio dovrebbe valere per tutti: per gli atenei russi o iraniani e quindi anche per quelli israeliani.
Ma qui non si tratta certo di bloccare le ricerche letterarie su Amos Oz o su qualche corrente artistica israeliana, né occorre interrompere le collaborazioni scientifiche nell’ambito della transizione ecologica o di altri settori pacifici.
Qui il punto è di intervenire in modo mirato, per esempio delineando criteri per riconoscere gli accordi che abbiano ricadute dirette o indirette sul potenziale militare dei paesi coinvolti, e bloccare quelli.
Questa può essere una base di dialogo con gli studenti e con gli altri settori dell’università che giustamente invocano segni tangibili di denuncia dei massacri compiuti dal governo Netanyahu.
I vertici della Sapienza hanno agito diversamente, confermando tutti gli accordi con Israele e chiudendo al dialogo sulle richieste degli stuenti e del personale dipendente.
Viste anche le conseguenze, è chiaro che hanno sbagliato. Altrove, per fortuna, sia in Italia che all’estero si sta seguendo una linea più dialogica, consapevole che in questi tempi difficili l’università torna per forza di cose a essere un luogo di confronto generale tra le idee politiche, anche molto diverse tra loro.
Questo richiede un rinnovato impegno all’ascolto delle istanze sociali, al quale gli attuali vertici degli atenei sono un po’ disabituati.
Alcuni suoi colleghi dicono che l’università serve a formare i laureati, non a discutere dei grandi temi politici.
Mi rendo conto che per i colleghi educati sotto l’ideologia dell’università-azienda, vedere gli atenei che tornano a essere luoghi di confronto politico, anche aspro, è un po’ come cadere dalle nuvole e farsi male. Ma questi bagni di realtà potranno aiutare anche loro, a mettere più spesso il naso fuori dalla torre d’avorio e a maturare culturalmente. Ne hanno bisogno.
Altri sostengono che gli accordi con Israele debbono proseguire perché altrimenti gli atenei subiscono danni finanziari.
Non dicano sciocchezze, l’entità macroeconomica di questi accordi è modesta. I veri danni finanziari vengono dalla politica universitaria, che da anni taglia le risorse pubbliche, colpisce gli atenei statali e spinge verso la privatizzazione dell’istruzione superiore.
Alcuni opinionisti sostengono che la protesta studentesca è motivata dall’antisemitismo. Che ne pensa?
Le azioni di protesta contro la carneficina di palestinesi ad opera del governo israeliano sono condivise da spezzoni rilevanti delle comunità ebraiche, dagli Stati Uniti, al Regno Unito, alla Francia. Persino il quotidiano israeliano Hareetz riconosce che ci sono ragioni nelle critiche agli accordi delle università con il governo israeliano.
Se i commentatori pro-Netanyahu sono arrivati all’accusa di antisemitismo, vuol dire stanno pescando dal fondo del barile delle loro poche idee confuse.
Nel suo ultimo libro, lei osserva che i governi ricorrono sempre più spesso «all’infame legge del manganello» per difendere una politica estera sempre più bellicista. In effetti, ieri Meloni ancora una volta ha difeso le cariche della polizia dichiarando che a Roma ‘gli studenti non intendevano manifestare ma delinquere’. La guerra diventa un’occasione per restringere gli spazi del dissenso?
È così, purtroppo. E come è accaduto anche in passato, la scelta tra difendere o reprimere il dibattito nelle università diventa uno spartiacque più generale, tra chi intende proteggere e chi accetta invece di restringere gli spazi del confronto democratico.
Ma se gli studenti commettono reati che si fa?
Guardi, sono stato anche io studente. Una volta, mentre io e altri stavamo contrattando con un vice-questore il tempo di un sit-in studentesco in strada, un nostro collega piuttosto intemperante lanciò un sacco di spazzatura addosso ai poliziotti.
Seguì una carica della polizia violentissima, evidentemente preordinata, nella quale uno degli studenti fu investito da una volante, riportando gravi fratture. Il giorno dopo, anche per reazione a quanto avvenuto, le strade italiane furono riempite dalla più grande protesta di massa contro il primo governo Berlusconi.
Gli studenti possono sbagliare, i ministri degli Interni e le forze dell’ordine di uno stato democratico non debbono mai.
Fonte
Ne parliamo con l’economista Emiliano Brancaccio, docente presso l’Università del Sannio, che al conflitto in Medio Oriente e alle altre guerre in corso ha dedicato il suo ultimo libro: Le condizioni economiche per la pace, da domani in libreria.
Professore, che cosa pensa degli accordi di collaborazione delle università italiane con Israele?
Che si possono mettere in discussione. È possibile venire incontro alle istanze di quell’ampio mondo universitario fatto non solo di studenti ma anche di tecnici, amministrativi, docenti e rappresentanti istituzionali che intendono esprimere concretamente il loro dissenso verso i massacri a Gaza compiuti dall’attuale governo Israeliano.
Ma in questo modo non viene meno il principio della libertà delle relazioni tra le università di tutto il mondo?
Io condivido il punto di vista di Tomaso Montanari. L’università è come i giochi olimpici, andrebbe preservata come terra franca, di pace e di interscambio continuo tra i popoli, scientifico e culturale, anche in tempi di guerra. Questo principio dovrebbe valere per tutti: per gli atenei russi o iraniani e quindi anche per quelli israeliani.
Ma qui non si tratta certo di bloccare le ricerche letterarie su Amos Oz o su qualche corrente artistica israeliana, né occorre interrompere le collaborazioni scientifiche nell’ambito della transizione ecologica o di altri settori pacifici.
Qui il punto è di intervenire in modo mirato, per esempio delineando criteri per riconoscere gli accordi che abbiano ricadute dirette o indirette sul potenziale militare dei paesi coinvolti, e bloccare quelli.
Questa può essere una base di dialogo con gli studenti e con gli altri settori dell’università che giustamente invocano segni tangibili di denuncia dei massacri compiuti dal governo Netanyahu.
I vertici della Sapienza hanno agito diversamente, confermando tutti gli accordi con Israele e chiudendo al dialogo sulle richieste degli stuenti e del personale dipendente.
Viste anche le conseguenze, è chiaro che hanno sbagliato. Altrove, per fortuna, sia in Italia che all’estero si sta seguendo una linea più dialogica, consapevole che in questi tempi difficili l’università torna per forza di cose a essere un luogo di confronto generale tra le idee politiche, anche molto diverse tra loro.
Questo richiede un rinnovato impegno all’ascolto delle istanze sociali, al quale gli attuali vertici degli atenei sono un po’ disabituati.
Alcuni suoi colleghi dicono che l’università serve a formare i laureati, non a discutere dei grandi temi politici.
Mi rendo conto che per i colleghi educati sotto l’ideologia dell’università-azienda, vedere gli atenei che tornano a essere luoghi di confronto politico, anche aspro, è un po’ come cadere dalle nuvole e farsi male. Ma questi bagni di realtà potranno aiutare anche loro, a mettere più spesso il naso fuori dalla torre d’avorio e a maturare culturalmente. Ne hanno bisogno.
Altri sostengono che gli accordi con Israele debbono proseguire perché altrimenti gli atenei subiscono danni finanziari.
Non dicano sciocchezze, l’entità macroeconomica di questi accordi è modesta. I veri danni finanziari vengono dalla politica universitaria, che da anni taglia le risorse pubbliche, colpisce gli atenei statali e spinge verso la privatizzazione dell’istruzione superiore.
Alcuni opinionisti sostengono che la protesta studentesca è motivata dall’antisemitismo. Che ne pensa?
Le azioni di protesta contro la carneficina di palestinesi ad opera del governo israeliano sono condivise da spezzoni rilevanti delle comunità ebraiche, dagli Stati Uniti, al Regno Unito, alla Francia. Persino il quotidiano israeliano Hareetz riconosce che ci sono ragioni nelle critiche agli accordi delle università con il governo israeliano.
Se i commentatori pro-Netanyahu sono arrivati all’accusa di antisemitismo, vuol dire stanno pescando dal fondo del barile delle loro poche idee confuse.
Nel suo ultimo libro, lei osserva che i governi ricorrono sempre più spesso «all’infame legge del manganello» per difendere una politica estera sempre più bellicista. In effetti, ieri Meloni ancora una volta ha difeso le cariche della polizia dichiarando che a Roma ‘gli studenti non intendevano manifestare ma delinquere’. La guerra diventa un’occasione per restringere gli spazi del dissenso?
È così, purtroppo. E come è accaduto anche in passato, la scelta tra difendere o reprimere il dibattito nelle università diventa uno spartiacque più generale, tra chi intende proteggere e chi accetta invece di restringere gli spazi del confronto democratico.
Ma se gli studenti commettono reati che si fa?
Guardi, sono stato anche io studente. Una volta, mentre io e altri stavamo contrattando con un vice-questore il tempo di un sit-in studentesco in strada, un nostro collega piuttosto intemperante lanciò un sacco di spazzatura addosso ai poliziotti.
Seguì una carica della polizia violentissima, evidentemente preordinata, nella quale uno degli studenti fu investito da una volante, riportando gravi fratture. Il giorno dopo, anche per reazione a quanto avvenuto, le strade italiane furono riempite dalla più grande protesta di massa contro il primo governo Berlusconi.
Gli studenti possono sbagliare, i ministri degli Interni e le forze dell’ordine di uno stato democratico non debbono mai.
Fonte
11/04/2024
Mobilitazione nelle università. Stop agli accordi con Israele, per la Palestina
Ieri è stata una importante giornata di mobilitazione nazionale universitaria contro il bando del Ministero degli Esteri (MAECI), ogni collaborazione con Israele e la filiera bellica e per la Palestina libera!
Più di 30 atenei si sono mobilitati con presidi, flash mob e assemblee: un’altra vittoria è arrivata a Bari dove il Senato Accademico ha deliberato la non partecipazione al bando MAECI, mentre prosegue l’occupazione a oltranza della Federico II di Napoli, occupato simbolicamente il Politecnico di Milano mentre al Politecnico di Torino è stato ottenuto un senato accademico straordinario.
Durante la manifestazione sotto la Farnesina, una delegazione di studenti e docenti ha incontrato il Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale portando le richieste di ritiro del Bando e di revisione degli accordi di ricerca scientifica per tecnologie ad uso duale.
A seguito dello sciopero indetto dall’USB centinaia le lezioni bloccate o dedicate ad un dibattito sulla questione Palestinese, diverse attività e servizi bloccati dai lavoratori, in via di verifica i dati di adesione allo sciopero.
La giornata di ieri ha segnato indubbiamente un passaggio importante: la comunità studentesca e accademica non sarà complice del genocidio contro i palestinesi e di Israele. Il bando MAECI è soltanto la punta dell’iceberg rispetto ai tantissimi accordi che legano il nostro sistema formativo e la ricerca con i conflitti in corso in tutto il mondo, per questo è importante rilanciare la necessità del Boicottaggio accademico in tutta Italia. La prossima tappa indicata sarà la seconda assemblea nazionale tra studenti, docenti e ricercatori che si terrà il 17 aprile.
Quanto accaduto in queste settimane, va letto in continuità con le mobilitazioni che negli ultimi anni hanno animato gli studenti nelle scuole, fa emergere la profonda crisi in cui versa l’intero sistema formativo: da strumento di emancipazione e progresso, rappresenta ora solo la riproduzione di un sistema di guerra, sfruttamento e oppressione. Per questo gli studenti intendono dare vita ad un profondo dibattito in un’assemblea seminariale nazionale, il prossimo 11 maggio, sull’urgente necessità di costruire una nuova formazione pubblica.
Fonte e foto
Più di 30 atenei si sono mobilitati con presidi, flash mob e assemblee: un’altra vittoria è arrivata a Bari dove il Senato Accademico ha deliberato la non partecipazione al bando MAECI, mentre prosegue l’occupazione a oltranza della Federico II di Napoli, occupato simbolicamente il Politecnico di Milano mentre al Politecnico di Torino è stato ottenuto un senato accademico straordinario.
Durante la manifestazione sotto la Farnesina, una delegazione di studenti e docenti ha incontrato il Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale portando le richieste di ritiro del Bando e di revisione degli accordi di ricerca scientifica per tecnologie ad uso duale.
A seguito dello sciopero indetto dall’USB centinaia le lezioni bloccate o dedicate ad un dibattito sulla questione Palestinese, diverse attività e servizi bloccati dai lavoratori, in via di verifica i dati di adesione allo sciopero.
La giornata di ieri ha segnato indubbiamente un passaggio importante: la comunità studentesca e accademica non sarà complice del genocidio contro i palestinesi e di Israele. Il bando MAECI è soltanto la punta dell’iceberg rispetto ai tantissimi accordi che legano il nostro sistema formativo e la ricerca con i conflitti in corso in tutto il mondo, per questo è importante rilanciare la necessità del Boicottaggio accademico in tutta Italia. La prossima tappa indicata sarà la seconda assemblea nazionale tra studenti, docenti e ricercatori che si terrà il 17 aprile.
Quanto accaduto in queste settimane, va letto in continuità con le mobilitazioni che negli ultimi anni hanno animato gli studenti nelle scuole, fa emergere la profonda crisi in cui versa l’intero sistema formativo: da strumento di emancipazione e progresso, rappresenta ora solo la riproduzione di un sistema di guerra, sfruttamento e oppressione. Per questo gli studenti intendono dare vita ad un profondo dibattito in un’assemblea seminariale nazionale, il prossimo 11 maggio, sull’urgente necessità di costruire una nuova formazione pubblica.
Fonte e foto
09/04/2024
Bloccare la cooperazione tra Italia e Israele. Mobilitazioni e sciopero nelle università. Manifestazione alla Farnesina
La mobilitazione degli studenti universitari e di circa duemila tra docenti e ricercatori contro il bando Italia-Israele del ministero degli Esteri (Maeci), ha ridato slancio alla lotta in solidarietà al popolo palestinese dentro le università, saldando l’azione del corpo studentesco con quello accademico e del personale tecnico amministrativo.
Domani, martedì, sarà una nuova giornata di lotta importante. Nella cornice dello sciopero del personale e dei docenti universitari convocato dall’USB, sono previste iniziative in oltre 25 atenei, in tre dei quali (Padova, Siena e Bari) si terranno presidi durante i rispettivi senati accademici. A Roma alle ore 15 l’appuntamento è invece alla Farnesina, per un presidio al Ministero degli Esteri, promotore del bando.
Nel contesto della settimana di mobilitazione nazionale contro il bando MAECI, l’Unione Sindacale di Base ha convocato una giornata di sciopero per tutto il comparto universitario per martedì 9 aprile ed aderisce al presidio chiamato, tra gli altri, dagli studenti universitari di Cambiare Rotta nello stesso giorno alla Farnesina dalle ore 15.
Nelle ultime settimane, infatti, il mondo dell’Università si è mobilitato con forza per rompere le complicità del mondo accademico con il genocida stato israeliano.
Il sapere è fatto per prendere posizione. In assenza di sanzioni da parte dei governi contro i crimini di guerra di Israele, la società civile risponde con le azioni di boicottaggio, inclusi gli atenei, per riaffermare il valore di un’università libera da guerra, sfruttamento e oppressione!
Le mobilitazioni negli atenei da Torino a Bari hanno dimostrato che organizzandosi vincere è possibile.
Fonte
Domani, martedì, sarà una nuova giornata di lotta importante. Nella cornice dello sciopero del personale e dei docenti universitari convocato dall’USB, sono previste iniziative in oltre 25 atenei, in tre dei quali (Padova, Siena e Bari) si terranno presidi durante i rispettivi senati accademici. A Roma alle ore 15 l’appuntamento è invece alla Farnesina, per un presidio al Ministero degli Esteri, promotore del bando.
Nel contesto della settimana di mobilitazione nazionale contro il bando MAECI, l’Unione Sindacale di Base ha convocato una giornata di sciopero per tutto il comparto universitario per martedì 9 aprile ed aderisce al presidio chiamato, tra gli altri, dagli studenti universitari di Cambiare Rotta nello stesso giorno alla Farnesina dalle ore 15.
Nelle ultime settimane, infatti, il mondo dell’Università si è mobilitato con forza per rompere le complicità del mondo accademico con il genocida stato israeliano.
Il sapere è fatto per prendere posizione. In assenza di sanzioni da parte dei governi contro i crimini di guerra di Israele, la società civile risponde con le azioni di boicottaggio, inclusi gli atenei, per riaffermare il valore di un’università libera da guerra, sfruttamento e oppressione!
Le mobilitazioni negli atenei da Torino a Bari hanno dimostrato che organizzandosi vincere è possibile.
Fonte
05/04/2024
Rovelli: “Sto dalla parte dei ragazzi delle Università. Il boicottaggio di Israele è ragionevole”
Sul quotidiano La Stampa di ieri è stata pubblicata una significativa intervista al fisico Carlo Rovelli che ha preso posizione a sostegno delle mobilitazioni degli studenti che chiedono la sospensione della collaborazione tra le università italiane e le istituzioni israeliane. Qui di seguito il testo dell’intervista.
*****
Carlo Rovelli, fisico teorico, autore dei bestseller di divulgazione scientifica “Sette brevi lezioni di fisica” e “L’ordine del tempo”, non è uno da giri di parole. Nemmeno quando le idee rischiano di essere impopolari. Di contestazione, da ragazzo, ne ha fatta tanta, il 1977.
Oggi insegna in Francia e Canada, e difende gli studenti che protestano contro la guerra in Palestina: «Brandire la clava dell’accusa di antisemitismo – dice – contro dei giovani generosi che si indignano per 30 mila morti e per la situazione disperata di milioni di esseri umani non è combattere l’antisemitismo: è alimentarlo».
Cosa pensa delle proteste negli atenei contro il bando del ministero degli Esteri in collaborazione con Israele?
«Lo strumento del boicottaggio ha dato buoni frutti in passato. Per l’Apartheid in Sudafrica funzionò, gli studenti di tutto il mondo ottennero dalle università di tagliare i legami con il Paese. Le scelte del governo di Netanyahu sono condannate in maniera pressoché unanime, perfino dagli Usa, che hanno ripetutamente espresso un disagio per il massacro di palestinesi in corso. La speranza è che la situazione evolva verso la ragionevolezza e si torni alla piena collaborazione scientifica».
Quindi è giusto interrompere i rapporti con gli istituti israeliani?
«Non lo metterei nei termini di “giusto o sbagliato”, penso sia opportuno. Un’azione di pressione su Israele potrebbe essere ragionevole».
Non si rischia di colpevolizzare un popolo per le scelte del suo governo? Molti professori israeliani saranno in disaccordo con le politiche del premier.
«Spero proprio che lo siano. Ne conosco diversi che lo sono e per questo motivo sono favorevoli al boicottaggio. È un gesto simbolico, questa è la sua forza. In concreto, i suoi effetti sono irrisori».
La Normale mette l’accento sul rischio che le ricerche siano “dual use”, applicabili all’ambito militare. C’è questo pericolo?
«Si, molta ricerca scientifica ha applicazioni militari. Lo dico, da scienziato, con profonda tristezza».
Eppure non per questo smette di fare il suo lavoro.
«Faccio di tutto per evitare che i miei studi contribuiscano alle ricerche militari. Non accetto finanziamenti che possano avere qualsiasi ricaduta del genere».
Per la ministra Anna Maria Bernini, gli atenei che scelgono forme di boicottaggio sbagliano perché «le università non entrano in guerra».
«Vorrei che fosse vero. Le università partecipano indirettamente alla guerra, eccome».
Una delle linee di ricerca del bando contestato riguarda “ottica di precisione, elettronica e tecnologie quantistiche, per applicazioni di frontiera, come i rivelatori di onde gravitazionali di prossima generazione”. Sono strumenti militari?
«I rilevatori di onde gravitazionali non hanno alcuna applicazione militare oggi concepibile. Ma “elettronica e tecnologie quantistiche per applicazioni di frontiera” includono una gran parte della ricerca militare. Oggi la guerra si fa moltissimo grazie a queste tecnologie».
Nelle settimane passate, i manifestanti hanno negato la parola al direttore di Repubblica Maurizio Molinari e al giornalista David Parenzo. Contestazioni legittime?
«Molinari e Parenzo sono fra le persone la cui voce è più ascoltata in Italia. Chiedere che non parlino non è certo togliere la parola a qualcuno. Invece ignorare gli studenti non è ascoltare tutte le opinioni».
Vede un rischio antisemitismo?
«Leggere tutto, incluse le proteste, in chiave di razze o religioni, questo è razzismo, e questo alimenta l’antisemitismo. Quello che è male, come massacrare esseri umani, è male indipendentemente dalla religione di chi prende queste decisioni. Chi protesta per Gaza non ha nulla contro gli ebrei: molti adorano Noam Chomsky e Bob Dylan».
Le università italiane hanno rapporti con Cina, Russia, Iran. Perché l’indignazione nei confronti di queste partnership non è altrettanto forte?
«Forse perché le opinioni sulla politica internazionale di chi protesta nelle università italiane sono diverse da quelle che lei qui sta dando per scontate. La condanna sulle decisioni recenti al governo israeliano è pressoché unanime, perfino dai suoi alleati politici più stretti».
Non è scontato che Cina, Russia e Iran non rispettino i diritti umani?
«Lo è, certo. Ma anche gli Usa e altri Paesi come l’Arabia Saudita non rispettano sempre i diritti fondamentali. Chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Secondo FdI le proteste nelle università italiane possono portare al ritorno del “terrorismo rosso”. È credibile?
«Più o meno credibile quanto pensare che Fratelli d’Italia al potere significhi un ritorno del terrorismo nero e alle stragi compiute dai fascisti negli anni ‘70. In altre parole, è ovviamente una sciocchezza usare trite storie di altri tempi per accusare del peggio chiunque la pensi diversamente da noi».
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