Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2026

Famiglie preoccupate da guerre e carovita. Si rischia la stagnazione

Il Rapporto della Coop 2026 presenta un quadro a tinte fosche sulla capacità delle famiglie di tenere il passo con l’aumento dei prezzi ma anche crescente insoddisfazione su quanto e come si lavora.

Insomma il quadro idilliaco sistematicamente presentato dal governo, trova la sua smentita quando si vanno a sondare le persone in carne ed ossa. Ma non è solo il governo a cercare di indorare la pillola, anzi la supposta.

A vedere come i mass media hanno riportato l’uscita del Rapporto, sembra quasi che le difficoltà economiche delle persone ne abbiano incentivato le virtù verso una alimentazione più salutista, fino ad arrivare alla parola-sintesi che viene appiccicata ad ogni realtà in cui ormai più che vivere si sopravvive: “resilienza”. Una parola quasi magica, abusata ed onnipresente che somiglia ad una cortina di nebbia che copre tutto.

Nella classifica delle preoccupazioni degli italiani in primo luogo ci sono le guerre (87% del campione) e le tensioni geopolitiche (79%), poi la difficile situazione economica (77%) infine la percezione che la società in cui viviamo sia più violenta di quanto lo fosse anni fa (lo affermano quasi l’80%).

“Il 2026 ci consegna un Paese ripiegato su se stesso, fermo da vent’anni, incapace di crescere, come rilevano i principali indicatori economici. L’Ufficio studi Coop stima una crescita del Pil che quest’anno non supererà lo 0,8% e il 0,9 nel 2027” afferma Albino Russo direttore della Ancc Coop, il quale sottolinea come in Italia tutte i fattori che concorrono alla crescita economica siano fermi o stanno retrocedendo: demografia, produttività, istruzione.

Se statisticamente è aumentata l’occupazione, contemporaneamente è aumentata anche l’intensità lavorativa (in media, sono 35 le ore lavorate in più all’anno tra 2019 e 2025) e sono tanti gli occupati che ormai lavorano anche nei giorni festivi.

Il mercato del lavoro tende verso una condizione di quasi piena occupazione (per il 50% degli italiani è un buon momento per cambiare lavoro), ma registra crescenti ed evidenti segnali di sofferenza di chi lavora: il 56% dei lavoratori italiani è insoddisfatto della propria retribuzione, il 35% denuncia ritmi e carichi di lavoro troppo pesanti, il 32% lamenta l’assenza di spazi per fare carriera.

In Italia i consumi restano al palo e si profila il rischio della stagnazione. In tanti stanno decidendo di ridurre i consumi e oltre il 25% degli intervistati nel Rapporto della Coop lo fa per scelta personale mentre crescono il riuso e l’eliminazione del superfluo.

Secondo quanto rilevato nel Rapporto, in Italia si lavora di più, ma si finisce con il guadagnare meno e diventa impossibile recuperare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione negli ultimi 5 anni. Per il 62% degli intervistati si vanno riducendo i consumi fuori casa, mentre il 66% denuncia il peso della difficoltà economica che impone queste rinunce, con un buon 38% che arriva a dichiarare che il cibo pronto dei supermercati è di fatto una valida alternativa al ristorante.

Come noto gli italiani guadagnano meno di 20 anni fa e meno che negli altri paesi europei, segnala il Rapporto. L’Italia vanta inoltre il record non certo invidiabile di essere uno dei Paesi più disuguali d’Europa dove l’indice di Gini, che quantifica il livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza, è salito di 2,5 punti percentuali in cinque anni e in cui il 67% delle persone ha vissuto almeno una condizione di disagio.

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05/07/2024

“Basta commercializzare i prodotti israeliani”

Sono già un migliaio i soci Coop che in Emilia Romagna hanno firmato una lettera alla direzione dell’azienda. Altrettante firme sono state raccolte tra i soci Coop in Toscana e a Vicenza. E la protesta tra le socie e i soci sta dilagando ponendo seri problemi alla Coop, nonostante i tentativi del giornale filo-israeliano Il Foglio di minimizzare la cosa.

Sui banchi di Coop Alleanza 3.0 sono infatti presenti diversi prodotti (avocado, arachidi e altri) di aziende israeliane che migliaia di soci chiedono di non vendere più.

“Non vogliamo essere complici del genocidio in Palestina e del sistema di occupazione, pulizia etnica e apartheid nei confronti del popolo palestinese che dura da più di 70 anni. Aderiamo perciò all’iniziativa di un gruppo di socie e soci di COOP Alleanza 3.0 che partecipano al Coordinamento Bologna per la Palestina, formato da oltre 40 associazioni solidali con i diritti dei palestinesi. Chiediamo a Coop Alleanza 3.0 di interrompere immediatamente, per coerenza con i principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale e del suo codice etico, ogni relazione commerciale con ditte che producono e/o commercializzano prodotti israeliani” scrivono in un comunicato stampa le socie e i soci della Coop, i quali precisano poi che si impegnano a non acquistare prodotti provenienti da aziende israeliane ed a informare altre/i socie e soci e incoraggiare consumatori e consumatrici a non acquistare prodotti israeliani.

La lettera con le firme raccolte sarà consegnata alla direzione di Coop Alleanza 3.

Nel frattempo davanti alcuni supermercati della Coop sono stati distribuiti volantini firmati da “Socio Coop per la Palestina” esercitando il proprio diritto/dovere di partecipare alle scelte della Cooperativa, soprattutto su temi di grande rilevanza etica come il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.

Alla lettera sono seguiti gli interventi di socie e soci in molte assemblee separate della COOP e la consegna di un’ulteriore lettera ai 130 Delegati Nazionali all’Assemblea Generale che si è tenuta il 22 giugno a Bologna.

Il coordinamento bolognese, che riunisce 40 associazioni cittadine e nazionali impegnate a chiedere la fine della guerra genocida in corso a Gaza, a denunciare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele e a sostenere il popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione, ha così avviato un dialogo con la COOP inviando, a marzo 2024, una lettera alla Presidenza che chiedeva di interrompere con urgenza la commercializzazione di prodotti israeliani finché Israele non rispetterà i diritti umani e il diritto internazionale.

Per sostenere la loro richiesta, stanno invitando soci e socie in tutta Italia a firmare questa lettera online.

Nel volantino distribuito viene precisato che non si tratta di una richiesta di boicottaggio, che pure è uno strumento legittimo di lotta non violenta, come insegna l’esperienza del Sud Africa durante la lotta all’apartheid, e prima ancora, quella di Gandhi nell’India colonizzata dagli inglesi. La legittima richiesta dei soci è stata quella di chiedere l’applicazione del Codice Etico, secondo il quale COOP “esige dai propri fornitori di prodotti e servizi, il pieno rispetto delle normative sul lavoro, dei diritti umani, della salvaguardia dell’ambiente e privilegia le aziende che si dimostrano particolarmente sensibili a questi temi (art. 5.3)”.

Non basta infatti la libera scelta del consumatore: è necessaria anche una assunzione di responsabilità civile da parte della COOP, che peraltro è sempre stata un tratto costitutivo e distintivo della cooperazione rispetto ad altre forme di impresa.

Traspare però anche rabbia e delusione per l’atteggiamento della direzione della Coop che, purtroppo, a queste richieste e a queste preoccupazioni, non ha finora fornito alcuna risposta soddisfacente: il tanto vantato dialogo con i soci sembra lontano dall’essere una realtà. La sensibilità e la responsabilità sociale e civile della Coop, che pure in altri momenti (per esempio nel caso dell’apartheid in Sudafrica) sono state presenti, sembrano essere ormai di facciata.

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09/01/2022

La Coop sono loro e voi siete le palle di NataleLa Coop sono loro e voi siete le palle di Natale

Tra Natale e Capodanno 2021, all’ingresso della Coop di piazza Leopoldo (Firenze), spiccava un grosso albero di Natale al quale erano appese le foto dei lavoratori sorridenti della filiale.

Immagino che quelle foto non fossero state nè scattate, nè appese, a quell’albero, per spontanea iniziativa dei lavoratori ma, piuttosto, in seguito ad una severa circolare aziendale contenente un ordine preciso accompagnato da una classica rampogna sull’importanza capitale dell’immagine aziendale e su quanto ciò dipenda dalla condotta e dagli atteggiamenti favorevoli alla Sacra Azienda da parte dei “suoi” lavoratori.

In uno di quei giorni, caratterizzati dall’ascesa della nuova variante del covid, omicron, mentre aspettavo in fila per pagare la mia spesa, una cassiera, richiamando una cliente che stava tenendo la mascherina sotto il naso, la informava pure che quasi 40 di loro erano a casa, in quarantena con il covid, peraltro, dal 1° gennaio 2022, grazie al governo Draghi, senza percepire un euro di indennità dall’INPS.

E, allora, mi sono tornate in mente due storie di lavoratori della Coop.

La prima risale al 2013, quando Unicoop Firenze sporse denuncia contro ignoti per ammanchi nel magazzino di Scandicci. Furono istallate videocamere da parte dei carabinieri che riprendevano e registravano immagini in una zona particolare all’interno del magazzino stesso: la cosiddetta “gabbia dei rotti”.

Una vera e propria gabbia dove viene accatastata la merce che si danneggia giornalmente durante la normale movimentazione. Questa merce non era più vendibile e veniva, per lo più, gettata nel cassonetto e solo quel po’ che era recuperabile veniva dato in beneficenza.

Era prassi diffusa e consolidata che i dipendenti potessero consumare questi prodotti soprattutto durante i lunghi turni di notte. Ciò nonostante, 23 lavoratori vennero indagati per furto e appropriazione indebita ed Unicoop Firenze licenziò ben 7 dipendenti.

La reazione dei lavoratori fu veemente e la vertenza assunse presto un certo rilievo mediatico che portò anche ad un confronto televisivo nella trasmissione “Mi manda Rai Tre”, tra alcuni lavoratori licenziati, l’allora presidente del consiglio di gestione, Armando Vanni, nonché il responsabile delle risorse umane, Piero Forconi.

La coppia di dirigenti inanellò una serie di gaffes tanto che il video della trasmissione diventò presto un cult tra i lavoratori Unicoop Firenze dei magazzini. La linea intransigente di Unicoop era ”i ladri vanno sempre e comunque puniti!” ma faceva letteralmente a pugni con la realtà dei fatti: prendere quei prodotti che andavano gettati e che non avevano nessun valore commerciale era uso consolidato da sempre.

Se Unicoop avesse voluto impedirlo, sarebbe stata sufficiente una semplice circolare interna. Apparve subito chiaro che l’obiettivo di Unicoop Firenze era quello di colpire alcuni lavoratori dei magazzini col primo pretesto utile. Alla fine i lavoratori licenziati furono tutti reintegrati per decisione del giudice.

La seconda è del 2019. In questo caso una commessa (separata con due figli a carico) addetta al reparto pescheria in una Coop di Firenze, venne licenziata per aver regalato due gamberetti dal valore di 21 centesimi a un cliente anziano che li aveva chiesti per fare un test allergico.

Peraltro, la lavoratrice si era semplicemente attenuta ad una vecchia consuetudine che era stata ribadita da tutti i caporeparto che si erano avvicendati, negli anni, alla guida di quel settore.

Tutti meno l’ultimo che, pare, da ex delegato di un assai importante sindacato, da sempre in simbiosi con l’azienda, aveva deciso di usare quella vicenda per farsi notare dai dirigenti per gran zelo, determinazione e particolare ferocia nei confronti dei lavoratori.

Dopo una causa di due anni, quella lavoratrice è stata reintegrata con riconoscimento di 12 mensilità arretrate e spese processuali. A maggio 2021, infatti, l’Unione Sindacale di Base ha vinto la vertenza contro Unicoop Firenze per licenziamento illegittimo della lavoratrice addetta al reparto pescheria del supermercato Coop di Carlo del Prete, a Firenze.

D’altronde cosa aspettarsi da una ex cooperativa di lavoratori che utilizza i risparmi dei loro soci non di certo per migliorare i servizi ai soci ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria?

Le prime cooperative di lavoratori si svilupparono soprattutto nel nord industriale, dove operavano le Società Operaie e le Società di Mutuo Soccorso; dopo la promulgazione dello Statuto Albertino, la Società degli Operai di Torino diede vita alla prima cooperativa italiana, il Magazzino di Previdenza (1854), per arrestare gli effetti di una grave carestia agricola ed il conseguente rincaro dei prezzi. In pratica le cooperative acquistavano grossi quantitativi di prodotti – alimentari e non – dai grossisti per poi rivenderli ai soci-lavoratori a prezzo di costo: un modo per salvaguardarne il potere d’acquisto.

Con 14,3 miliardi di Euro di fatturato totale nel 2021 di cui il 95% realizzato da 7 grandi cooperative, Coop rappresenta, oggi, la più importante attività economica commerciale nel mondo delle cooperative nel nostro Paese (solo Unicoop Firenze, nel 2021, ha registrato un patrimonio netto, pari a 1.705 milioni di euro).

Nel dettaglio le sette sorelle Coop presentano a bilancio (2019) un ammontare aggregato di investimenti finanziari a breve e medio-lungo termine (Obbligazioni, Titoli di Stato, Azioni) per 5,3 miliardi di Euro (pari ad un terzo dell’attivo), ed una raccolta di denaro fra i propri soci (prestito sociale) di 8 miliardi di Euro (pari al 40% del passivo).

La Coop lo chiama “prestito sociale”, senza però spiegare ai soci che il “prestito soci” è un capitale messo a rischio nell’impresa, sia essa una coop o una società di capitali. Ma che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Ci fa quello che ci fa una qualsiasi merchant bank o “banca d’affari”: fornisce prestiti di capitale alle imprese, partecipando ai loro rischi, e collocando titoli di tali compagnie in borsa.

Ed evitate di commuovervi quando leggete sui prodotti Coop che provengono da filiere “che non fanno ricorso al caporalato, allo sfruttamento dei migranti e dell’ambiente” e “che rispettano un modello di agricoltura sostenibile”.

Ci hanno pensato quelli di Report a smentire la presunta alterità della Coop anche su questo piano con una vecchia inchiesta ancora visionabile su Raiplay. Tutta la grande distribuzione commerciale Italiana si basa sulle “filiere sporche” in cui lavorano i migranti in condizioni miserabili e per pochissimi euro l’ora, sotto il continuo ricatto di una espulsione o di una detenzione infinita in quei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) che altro non sono che moderni lager in cui vengono calpestati, ogni giorno, i più elementari diritti umani.

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20/05/2021

Firenze. Dipendente Coop licenziata per 21 centesimi di gamberetti. Il giudice la reintegra

Il fatto è successo nel supermercato coop di via Carlo del Prete nel quartiere del Ponte di Mezzo a Firenze, un quartiere difficile che negli ultimi 20 anni aveva saputo riscattarsi ma che Unicoop Firenze torna a far parlare di se.

Manuela addetta al reparto pescheria stava servendo un cliente che gli chiede due gamberetti per un test allergico.

La bilancia quasi non ne rileva il peso, sarà poi fatta successivamente una prova.

Il valore in euro, appena 21 centesimi, la lavoratrice li chiude in una busta scrivendoci sopra a penna “Per test allergico”, senza prezzare la merce (lo aveva già fatto in passato su ordine della vecchia capo reparto).

Ne viene a conoscenza l’inqualificabile dirigenza del supermercato Coop e la lavoratrice viene letteralmente messa in croce, fino ad arrivare al licenziamento che verrà comunicato alla dipendente, la vigilia di Natale del 2019.

Manuela rimane a casa senza lavoro, sola con due figlie piccole, increduli i colleghi di lavoro e la lavoratrice stessa che si rivolge ad USB.

Il licenziamento viene impugnato dall’avvocato Martini (per i dirigenti sindacali, lavoratrici e lavoratori di Unicoop Firenze “Letizia”)

Letizia smonterà il castello accusatorio fatto da Unicoop Firenze,che crollerà nell’aula della sezione del lavoro del tribunale di Firenze, picconata dopo picconata, mattone dopo mattone.

La sentenza del giudice dott. Vincenzo Nuvoli (lo stesso che aveva condannato Unicoop Firenze per il nuovo regolamento aziendale inerente alla procedura di vestizione e svestizione “Tempo tuta”) non lascia spazio ad interpretazioni ed ordina alla Coop la reintegra della ex dipendente nel proprio posto di lavoro, al pagamento di 12 mensilità, alle spese legali oltre che alla rivalutazione ed interessi.

L’Unione Sindacale di Base esprime la propria soddisfazione per i risvolti processuali e ringrazia le lavoratrici e i lavoratori che hanno sostenuto Manuela in questo difficile percorso, portato avanti con tanta dignità e rispetto.

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06/04/2018

Da Ikea alla Coop Adriatica. I tribunali tornano alla giustizia di classe

Due sentenze contro due lavoratrici hanno mostrato che la magistratura in Italia, invece che mettere al centro del suo operato i diritti della nostra Costituzione, ha scelto di dare priorità su tutto al mercato e al potere dell’impresa.

Alla Ikea di Milano il tribunale ha confermato il licenziamento della lavoratrice che aveva cambiato i turni per accudire i figli. Non doveva farlo, dice il giudice, avrebbe dovuto obbedire ad un’azienda che già si era mostrata sensibile nei suoi confronti. Per questo l’Ikea ha fatto bene a cacciare la lavoratrice.

Alla Coop Adriatica di Ancona è stata addirittura la Corte di Cassazione a confermare il licenziamento di una lavoratrice. Colpevole di aver ritagliato due bollini punti da due prodotti, mentre faceva la spesa di 300 euro nello stesso magazzino dove lavorava. La Corte di Cassazione ha spiegato che non conta tanto l’entità del furto, due bollini, ma il principio di fiducia per cui l’azienda ha fatto bene a licenziare una sua lavoratrice che quel principio ha infranto. Si comincia coi bollini e si finisce coi milioni. Anche la lavoratrice Ikea alla fine è risultata colpevole dello stesso reato, aver messo in crisi il rapporto gerarchico e di fiducia con l’azienda. Le imprese devono avere piena fiducia, nei propri dipendenti, altrimenti fanno bene a licenziarli. Un concetto che una volta era legato solo alle più elevate funzioni aziendali e a mancanze gravissime, e che oggi viene usato anche verso la massa dei dipendenti e anche per mancanze lievissime. Non mi fido più di te, sei fuori.

Ciò che colpisce di queste sentenze è che la stessa magistratura rifiuti il concetto della proporzionalità della pena. Di fronte a piccole mancanze come quelle di queste due lavoratrici, naturalmente se dimostrate, una volta sarebbe stata già pesante una multa. Ma la controriforma Fornero dell’articolo 18 e poi il Jobsact hanno cancellato questo principio fondamentale del diritto, e hanno reso possibile il licenziamento per qualsiasi mancanza, indipendentemente dalla sua entità. E la magistratura, salvo poche eccezioni, si è messa a cavallo di quest’onda reazionaria e ci ha aggiunto del suo.

Così oramai per ogni infrazione ai codici aziendali si può essere gettati in mezzo ad una strada, con la quasi certezza che il giudice confermerà il licenziamento perché il dipendente ha infranto il legame di fiducia con l’azienda.

Sarebbe come se per ogni reato, se commesso da poveri, la sola pena ammessa fosse l’ergastolo. Come ne I Miserabili di Victor Hugo.

Sì torna alla giustizia di classe nella sua versione più brutale che sancisce la regressione al Medio Evo nei rapporti di lavoro. Per ora in quelli.

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05/02/2016

Livorno - Esselunga si presenta: ecco perché non farà bene alla città

Ieri pomeriggio si è svolta la presentazione del progetto Esselunga per Livorno all'interno della sala della ex Circoscrizione 1 in Corea.

Partiamo da un punto fermo: della presenza di un altro ipermercato, Livorno non se ne sentiva proprio il bisogno e lo avevamo già scritto, motivandolo nel dettaglio più di un anno fa, partendo da un approccio che esulava dalle diatribe tra Coop ed Esselunga che per molti non fanno altro che gettare altra benzina sul fuoco nella diatriba fra Pd e M5S. Per dare un giudizio su questo progetto, infatti, non serve parteggiare per uno dei due schieramenti.

Di Esselunga il sindaco Nogarin ne aveva promesso l’apertura in campagna elettorale, anche se allo stesso tempo aveva escluso che aprissero altri ipermercati in città. In questo anno e mezzo abbiamo visto, in una fase che ha visto chiudere a ritmi serrati moltissime piccole e medie attività, l’apertura della Coop di Porta a Mare, quella di Parco Levante (Nuovo Centro) e tra un mese, anche se ridotta rispetto al suo vecchio formato, quella della Coop della Rosa. Toccherà poi, probabilmente dal 2018 dopo almeno 18 mesi di cantieri, ad Esselunga. Se la "concorrenza" farà sicuramente (?) scendere i prezzi di circa il 10%, gli effetti di questa ennesima apertura non saranno certo tutti positivi, né per il quartiere ma nemmeno per la città.

All'incontro in circoscrizione la giunta comunale è stata presente con un veloce saluto dell’assessore Aurigi. Poi è stata la volta dell’ingegner Canessa, progettista di Esselunga per l’area, che ha illustrato dettagli tecnici sul fabbricato e ha parlato tra le varie cose della crisi immobiliare della provincia di Livorno che è passata dalle 6.380 transizioni immobiliari del 2004, alle 1578 del 2015. Per questo al momento non hanno intenzione di costruire nuovi appartamenti che, da quanto è stato esposto, si limitano solo alla Corte Ferraris, adiacente all'area ex Fiat che prevede l’ultimazione di 36 appartamenti: 18 andranno al costruttore e i restanti 18 in concessione al Comune che probabilmente li utilizzerà in affitto concordato o per social housing. Ma su questo torneremo in futuro perché gli accordi non sono ancora stati definiti, né per la durata della concessione, né per i tempi e l’utilizzo.

L’architetto Beccarelli ha poi illustrato il progetto del supermercato, specificando che il tutto non è ancora definito e che dovrà ovviamente passare dal consiglio comunale. E’ stato specificato che l’area è di incidenza strategica. È prevista un’area di parcheggio sotterranea a due piani che potrà ospitare fino a 700 posti e la creazione di un parco pubblico di 5.000 mq che si affaccerà sull’Aurelia. L’area di vendita Esselunga (poi ognuno può scegliere se chiamarlo supermercato, superstore o ipermercato, ma per avere una misura va considerato ad esempio che l’area di vendita della storica Coop della Rosa, quella vecchia prima della ristrutturazione, era di circa 2.500 mq) sarà di 4.000 mq a cui poi si devono aggiungere i magazzini e altri piccoli locali commerciali per una superficie più o meno della stessa grandezza. Il supermercato sarà arretrato verso l’interno, dietro all’area verde.

È stato poi analizzato il problema dell’incidenza sul traffico della nuova struttura. L’incremento è stimato del 65%. Sono state effettuate rilevazioni per due giorni, un venerdì e un sabato. Ci paiono davvero molto pochi, anche perché il traffico a Livorno raddoppia in caso di pioggia visto l’elevato numero di ciclomotori. Dovranno essere costruite due rotatorie per l’ingresso al supermercato, che avverrà dalle traverse dell’Aurelia di Via Torino e Via Ferrigni. Per non gravare troppo su quest’ultima che ha già un incrocio che permette di immettersi in direzione sud dell’Aurelia, sono state proposte due soluzioni per via Ferrigni: un semaforo e una rotatoria (di diametro interno di 32 metri che abbraccerebbe le due corsie dell’Aurelia). Tutte queste soluzioni ci sono parse molto deboli come studio soprattutto perché un ennesimo incrocio pochi metri dopo quello di via Torino rallenterebbe moltissimo il traffico che ricordiamo è l’arteria principale di accesso per l’ospedale.

In ultima istanza sono state promesse un minimo di 140 assunzioni a tempo pieno ed è stata fornita una statistica che per quanto ne sappiamo noi, vede il rapporto completamente invertito. Ma con i numeri forniti oggi, è stato detto che a Livorno c’è 1 addetto ogni 35 mq di vendita mentre in Toscana 1 ogni 70 mq. Su questo dato quindi abbiamo molti dubbi. Un ultimo accordo tra Esselunga e Amministrazione è stato quello di rifornirsi di pesce, frutta e verdura dal mercato locale. Ma anche qui attendiamo i dettagli. Al mercato ortofrutticolo arrivano camion da tutta Italia: quali saranno le attività che ne beneficeranno?

Poi c'è la questione della "compensazione con il quartiere". Non chiamiamola moneta locale per favore. In questo caso Esselunga si è detta disponibile sia alla possibilità di utilizzare buoni spesa nei negozi limitrofi sia la possibilità di poter spenderci la fidelity card. Ma anche qui per ora non ci sono dettagli da poter commentare con precisione. Secondo i rappresentanti di Esselunga, i luoghi dove hanno aperto i loro ipermercati non hanno visto la chiusura di attività ma una crescente vitalità dei quartieri. Basta andare in giro o leggersi qualche studio per sapere che non è vero, sempre che loro non si riferiscano alle attività (poste, negozi, bar, tabaccai) che nasceranno all'interno del loro perimetro, ma è un altro discorso. Vedremo se le "convenzioni" con i negozi del quartiere ci saranno e quali risultati porteranno. Sicuramente questo è un punto che deve essere sviluppato bene per evitare l'ennesima desertificazione di uno spazio e il crollo conseguente dei legami sociali.

Rimane da sfatare un mito. Quello dei posti di lavoro. Certo, 140 posti full-time sarebbero un bello schiaffo a Coop e sicuramente ben accetti. Ma bisogna sfatare il mito che la grande distribuzione porti lavoro e sviluppo, specialmente quando è già presente in massa in una città. I posti di lavoro nel settore vanno misurati a saldo, cioè quanti ne rimangono al netto di quelli persi. Perché non si sta parlando di produzione industriale o servizi che portano posti di lavoro quasi sempre al netto, ma si parla di consumi. E la mole di consumi in un città è misurata dalla ricchezza che circola, quindi un nuovo investimento in questo settore porta via sicuramente fatturato ad altri. Attendiamo i dettagli su dove faranno gli acquisti e quali compensazioni daranno al quartiere per poterne prevedere l'impatto.

Questo quanto esposto oggi, restano i nostri dubbi sull’operazione che è un'altra puntata della guerra Coop-Esselunga con i margini di guadagno sempre più stretti in una città quasi satura di grande distribuzione. Probabilmente, anche solo per sbandierare un “ve lo avevamo detto”, i prezzi verranno tenuti bassi anche a rischio di mandare in passivo la sede Esselunga di Livorno e farsi così una buona pubblicità. Poi il tempo ci racconterà le conseguenze di questa ennesima apertura.

Naturalmente non ci dimentichiamo che a monte di questo possibile disastro c'è l'operazione Nuovo Centro, ennesima cattedrale del consumo che ha esasperato la polarizzazione della città fra Porta a Terra-Porta a Mare e Nuovo Centro creando il deserto nel centro. Forse molti si ricorderanno che Esselunga aveva offerto a Fremura più soldi di Coop per aprire nel parco commerciale del Levante. Per motivi politici, ammessi dallo stesso Fremura, fu fatto l'accordo con Coop. A causa di quella situazione forzata e distorta ora dobbiamo subire un altro ipermercato dentro la città ed in mezzo ad un quartiere. Le sventure non vengono mai da sole.

Redazione, 4 febbraio 2016

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27/12/2015

Pisa - La "pesantezza" del sistema Coop su chi ci lavora

Mercoledì 23 dicembre l'unione Sindacale di Base ha indetto una conferenza stampa per porre all'attenzione dell'opinione pubblica quanto sta accadendo presso il Centro Freschi Unicoop di Pontedera. Dopo un'assemblea sindacale viene siglato un accordo con cui l'orario viene ridotto da 40 a 28 ore settimanali.

Alcune socie lavoratrici di fronte alla proposta di firmarlo chiedono semplicemente, nel pieno del loro diritto, di prenderne visione e poterlo valutare con calma prima di decidere se apporvi o meno la propria firma. A questa del tutto lecita richiesta, hanno fatto seguito da parte della Cooperativa, intimidazioni di vario genere, volte a spingerle ad una firma immediata, espresse sia attraverso il rifiuto a consegnare il contratto, sia attraverso la minaccia di un imminente trasferimento in caso contrario.

La Cooperativa Cft ha presentato il nuovo contratto ai propri soci in data 29 ottobre 2015 e solo il 3 dicembre, dopo comunicazione dell'iscrizione al nostro sindacato di due di loro, le stesse sono state raggiunte dalla comunicazione di trasferimento, seguendo una condotta aziendale che sarebbe riduttivo definire come antisindacale.

La decisione risulta ancor più grave alla luce del fatto che queste lavoratrici, entrambe madri sulle quali grava l'intera economia e organizzazione familiare, (una delle quali assiste per giunta un familiare con invalidità al 100%) vengono spostate in altra sede, mentre in quella dove lavorano attualmente vengono assunti altri 10 lavoratori, presi almeno altri 7 nuovi prodotti in lavorazione, subappaltata ad un'altra Cooperativa (Girasole 2002) la realizzazione delle confezioni regalo Natalizie, mettendo in luce che non vi è attualmente nessuna riduzione della mole di lavoro che possa supportare questa decisione.

La cooperativa, già da tempo, con la scusa della crisi ha usufruito di contratti di solidarietà e cassa integrazione, che contemplano sulla carta una riduzione delle ore di lavoro, mentre ha sempre continuato a pretendere dalle lavoratrici 12 o anche 14 ore di lavoro al giorno, saltando le pause sino a quando non si è finito il processo produttivo.

Un comunicato della Filcams-Cgil, sigla che ha firmato l' accordo che ha sancito il passaggio da orario pieno a part-time, è stato inoltre fatto girare e letto da uno dei responsabili della cooperativa alle altre lavoratrici. In tale comunicato il sindacato faceva presente che a causa di una disparità di trattamento tra chi ha accettato il contratto a 28 ore e chi invece non l'ha firmato, come "ritorsione" sarebbero state lavorate le effettive 28 ore. Tale comunicato, mette in luce l'atteggiamento del sindacato che l'ha fatto circolare, che difende solo alcuni e non tutti i lavoratori presenti in una stessa azienda, con l'intento di isolare le nostre iscritte, ma anche di evidenziare che gli stessi firmatari di quell'accordo sindacale, sanno perfettamente che la mole di lavoro non è stata in verità ridotta.

Le nostre iscritte che hanno solo voluto far valere i propri diritti e che venisse riconosciuta la dignità al loro essere socie lavoratrici, vengono viste come il problema, e non la dirigenza della cooperativa che gioca al ribasso con i loro stipendi, approfittando della ricattabilità dei molti lavoratori immigrati che vi prestano servizio.

La Cooperativa Cft lavora per il marchio Coop che del rispetto di alcuni valori ha fatto il proprio marchio di fabbrica, siamo certi che se i consumatori sapessero il tipo di sfruttamento selvaggio che si cela dietro questo marchio, rivedrebbero la propria scelta e si cercherebbero un supermercato che ha maggiore rispetto per la dignità dei propri dipendenti.

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25/10/2015

Le radici del Pd si vedono alla Coop: vendono Mussolini

Veniamo da lontano e andiamo lontano, dicevano una volta quelli del Pci. E in effetti ci sono ancora nostalgici del "partitone" convinti che ci sia un legame almeno "culturale" tra la vecchia casa di Togliatti-ecc e il guscio vuoto scalato dal duo massonico Renzi-Verdini.

Specie nell'"Emilia rossa", dicono. E nel cuore più rosso dell'Emilia, nel cuore di quello che fu il "triangolo delle Bermude" per i fascisti anche molto tempo dopo la fine della guerra, il vecchio carrozzone che portava soldi al Pci - la Coop fino a due anni fa presieduta da Poletti - ha deciso di far vedere che le radici sono cambiate. Ma ci sono.

Peccato che siano quelle del fascismo italico, con grave scorno dei clienti dell'ipermercato di Reggio Emilia (ramo Nord-Est della holding). Negli espositori che accolgono i clienti, proprio all'ingresso, insieme a tanti calendari 2016 diversi - la fine dell'anno si avvicina, i gusti del pubblico sono differenziati - fa pessima mostra di sé il "calendario del duce".

Le prime proteste, scritte, non si sono fatte attendere: «In barba a tutti i principi fondatori della Coop! Come socio, sono disgustato!», scrive il povero Milo Rozzi, evidentemente memore della storia anche politica di quella che ora è solo una multinazionale della distribuzione e tra i peggiori esempi di sfruttamento della manodopera (non deve essere per un caso che l'ex presidente è diventato ministro del lavoro e dunque padre del Jobs Act).

Una mancanza di tatto troppo grossa, specie nella città dei Fratelli Cervi e della rivolta del 1960. E infatti nel pomeriggio il duce era stato rimosso dal suo trono di latta.

Ma non si tratta di un "disguido" imputabile a qualche "giovane dirigente dell'ufficio commerciale". A oltre cento chilometri di distanza, a Firenze - altra città medaglia d'oro al valore militare nella Resistenza antifascista - identica scena, con qualche piccola ma più grave differenza.

Questa mattina, infatti, i soci e gli utenti della Coop di piazza Leopoldo a Firenze hanno avuto la sgradita sorpresa di vedere un’associazione neofascista all’interno della struttura commerciale, con tanto di cartellone, tavolo informativo e volantinaggio. La campagna, promossa da un sedicente Progetto Firenze Dinamo, sostiene di voler aiutare i fiorentini ed il popolo italiano, ovviamente senza “alcuna finalità discriminatoria” ma solo per “un profondo senso di giustizia”. Nel volantinano un testo in cui si annunciano iniziative che studiano “la protezione del patrimonio artistico italiano nella Repubblica Sociale Italiana” e si denunciano le “infamie” scritte dall’Unità nell’immediato secondo dopoguerra.

Alcuni clienti antifascisti meditano per un attimo di far parlare le mani, ma vince il cosiddetto "senso della responsabilità" e prendono carta e penna per denunciare la presenza dei fascisti autorizzati dalla direzione della Coop. La quale, tempestata di telefonate, pensa bene di ammutolire il centralino.

Le radici sono riconosciute, insomma, ma ancora non hanno il coraggio di rivendicarle...




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10/08/2015

Facebook chiude il gruppo delle donne-lavoratrici della Coop

Facebook, la piattaforma sociale di Mark Zuckerberg, è inflessibile e le cassiere da oggi hanno un motivo in più per sentirsi sole. Con poche e semplici parole, Donna Coop e le sue colleghe determinate e “terribilmente incazzate”, erano riuscite nell’intento di evidenziare tutte le contraddizioni di uno degli spot pubblicitari più azzeccati degli ultimi anni, quello di Luciana Littizzetto, allora testimonial Coop.

In realtà i social media, a mio avviso, amplificano di per sé quello stato di solitudine che viviamo tutti noi, illudendoci del contrario. Ma Donna Coop era divenuta un mezzo per veicolare informazioni tra le lavoratrici del settore, un profilo che aveva accresciuto la sua “autorevolezza” con il tempo. Purtroppo Facebook non fa sconti a nessuno e non vede oltre il rigido regolamento, non si domanda il perché di tale “nome”.

Donna Coop è un avatar, usato inizialmente da una delle autrici della lettera scritta da un manipolo di donne, determinate a portare a galla la realtà ben diversa dall’ambiente “accattivante e simpatico” descritto negli spot della Coop, interpretati dalla “Lucianina” nazional-popolare.

Quell’avatar è stato usato da altre cassiere della Coop, da altre delegate che si sono alternate al PC e ha permesso la creazione del gruppo facebook L’insostenibile solitudine della cassiera, nato da un post e divenuto luogo di scambio di chi vive la solitudine di un centro commerciale.

Quell’account ora è bloccato e forse lo resterà. Caro Facebook, caro Mark Zuckerberg, dietro quell’avatar si nascondeva chi non ha diritto di parola e di critica, chi deve lavorare per quattro soldi ed in silenzio, pena il licenziamento... perché si sa che se un lavoratore parla viene licenziato.

A te, caro ragazzo americano che hai fatto una fortuna, dedico la lettera scritta da Donna Coop, da tante Donna Coop che da oggi, grazie alla tua Policy, hanno una voce in meno per gridare il loro disagio:
Cara Luciana,

lo sai cosa si nasconde dietro il sorriso di una cassiera che ti chiede di quante buste hai bisogno? Una busta paga che non arriva a 700 euro mensili dopo aver lavorato sei giorni su sette comprese tutte le domeniche del mese. Le nostre famiglie fanno una grande fatica a tirare avanti e in questi tempi di crisi noi ci siamo abituate ad accontentarci anche di questi pochi soldi che portiamo a casa. Abbiamo un’alternativa secondo te?

Nei tuoi spot spiritosi descrivi la Coop come un mondo accattivante e un ambiente simpatico dove noi, quelle che la mandano avanti, non ci siamo mai. Sembra tutto così attrattivo e sereno che parlarti della nostra sofferenza quotidiana rischia di sporcare quella bella fotografia che tu racconti tutti i giorni.

Ma in questa storia noi ci siamo, eccome se ci siamo, e non siamo contente. Si guadagna poco e si lavora tanto. Ma non finisce qui. Noi donne siamo la grande maggioranza di chi lavora in Coop, siamo circa l’80%. Prova a chiedere quante sono le dirigenti donna dell’azienda e capirai qual è la nostra condizione.

A comandare sono tutti uomini e non vige certo lo spirito cooperativo. Ti facciamo un esempio: per andare in bagno bisogna chiedere il permesso e siccome il personale è sempre poco possiamo anche aspettare ore prima di poter andare.

Il lavoro precario è una condizione molto diffusa alla Coop e può capitare di essere mandate a casa anche dopo 10 anni di attività più o meno ininterrotta. Viviamo in condizioni di quotidiana ricattabilità, sempre con la paura di perdere il posto e perciò sempre in condizioni di dover accettare tutte le decisioni che continuamente vengono prese sulla nostra pelle.

Prendi il caso dei turni: te li possono cambiare anche all’ultimo momento con una semplice telefonata e tu devi inghiottire. E chi se ne frega se la famiglia va a rotoli, gli affetti passano all’ultimo posto e i figli non riesci più a gestirli.

Denunciare, protestare o anche solo discutere decisioni che ti riguardano non è affatto facile nel nostro ambiente. Ci è capitato di essere costrette a subire in silenzio finanche le molestie da parte dei capi dell’altro sesso per salvare il posto o non veder peggiorare la nostra situazione.

Tutte queste cose tu probabilmente non le sai, come non le sanno le migliaia di clienti dei negozi Coop in tutta Italia. Non te le hanno fatte vedere né te le hanno raccontate. Ed anche a noi ci impediscono di parlarne con il ricatto che se colpiamo l’immagine della Coop rompiamo il rapporto di fiducia che ci lega per contratto e possiamo essere licenziate.

Ma noi non vogliamo colpire il marchio e l’immagine della Coop, vogliamo solo uscire dall’invisibilità e ricordare a te e a tutti che ci siamo anche noi.

Noi siamo la Coop, e questo non è uno spot. Siamo donne lavoratrici e madri che facciamo la Coop tutti i giorni. Siamo sorridenti alla cassa ma anche terribilmente incazzate.

Abbiamo paura ma sappiamo che mettendoci insieme possiamo essere più forti e per questo ci siamo organizzate. La Coop è il nostro posto di lavoro, non può essere la nostra prigione.

Crediamo nella libertà e nella dignità delle persone. Cara Luciana ci auguriamo che queste parole ti raggiungano e ti facciano pensare.

Ci piacerebbe incontrarti e proporti un altro spot in difesa delle donne e per la dignità del lavoro.

Con simpatia, un gruppo di lavoratrici Coop
Il mio grazie sentito e affettuoso a quante si sono alternate al “timone” di Donna Coop, a quante hanno speso il proprio tempo per regalare un po’ di informazioni alle colleghe, un po’ di voce alle cassiere!!!

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10/05/2015

Il "sistema Pd", dalla Coop ai sindacati complici

Un sistema di potere è una cosa complessa, che ha bisogno di "agganci sociali", di creare consenso. Il problema di un sistema di potere che deve mettere in atto le "riforme strutturali" della Troika è che queste sono così impopolari da rendere il consenso molto difficile. Quindi ci si deve sforzare di crearlo in qualche altro modo.

Un esempio quasi allucinante viene dalla Coop, grande catena di distribuzione all'interno di quel mondo (Lega Coop) che ha avuto tra i suoi grandi capi anche l'attuale ministro del lavoro Poletti. In un colpo solo hanno provato a "fidelizzare" clienti e sostenere in qualche misura "l'utilità" - altrimenti incomprensibile - dell'iscrizione a uno dei sindacati "complici".

Come? Nell'unico modo possibile a una catena di supermercati, lo sconto sulla spesa. Rigorosamente riservato agli iscritti Cgil e Cisl (attendiamo le proteste di quelli della Uil), mentre tutti gli altri pagano il prezzo pieno.

In effetti sono proprio questo tipo di  iniziative che fanno capire meglio come questi cosiddetti sindacati - ormai trasformati in grandi "Caf" - siano arrivati "alla frutta". Con lo sconto...

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23/03/2015

Nasce la Super Coop da 4 miliardi di fatturato

La notizia è di qualche giorno fa e ne vedremo a breve le conseguenze. Il 20 marzo scorso i consigli di amministrazione di Coop Adriatica, Coop Estense e Coop Consumatori Nordest hanno dato l'inizio formale al processo di fusione che porterà alla formazione della più grande “cooperativa di consumatori” esistente in Italia. Come sottolineato nel comunicato emesso sui rispettivi siti, essa conterà "2.600.000 soci, 4,2 miliardi di fatturato, 334 punti vendita di cui 45 ipermercati, 19.700 dipendenti al netto delle società controllate e partecipate, le quali operano nei settori finanziario ed assicurativo, del turismo, della comunicazione, delle librerie e dell’immobiliare."

Nei prossimi mesi la fusione dovrà essere presentata e approvata nelle assemblee dei soci ma non dovrebbero esserci sorprese particolari.

Questi numeri mostrano chiaramente la "trasformazione genetica" degli eredi attuali del movimento cooperativo, nato come risposta concreta alla povertà in cui versavano i lavoratori italiani nel '900 e parte integrante di una prospettiva di trasformazione politica della società che è andata completamente perduta.

Riteniamo importante sottolineare due cose. La competizione sfrenata propria del capitalismo porta allo scontro o alla fusione di grandi gruppi economici che vanno a creare dei monopoli e reinvestono i propri profitti in altri settori, ed è uno dei caratteri propri della fase storica che viviamo, molto simile a quella che precipitò l’Europa nel primo conflitto bellico mondiale e che Lenin descrisse nella sua opera "L'imperialismo"; in particolare in Italia, visto lo smantellamento generale del sistema produttivo, la grande distribuzione rimane uno dei pochi settori capaci di contare qualcosa sul piano interno e anche internazionale (oltre che possibile trampolino di lancio per svariato personale politico, Poletti docet). In secondo luogo, riteniamo utile che i consumatori e soprattutto i lavoratori seguano la vicenda con attenzione. Per chi non lo sapesse in questi anni tutto il sindacalismo di base, in particolare l’USB, è stato in prima linea in tante vertenze per ottenere migliori condizioni di lavoro e salariali in queste cooperative, che non si sono affatto contraddistinte per la tutela dei diritti dei propri dipendenti, anzi.

La coop sei tu? Non crediamo proprio.

Leggi anche: La Coop licenzia in Puglia

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15/06/2014

Com'è nato il Pd di Renzi. Un terremoto all'interno dei poteri forti di Firenze


Un brevissimo intervento può essere a volte davvero prezioso. Questo, pubblicato dai compagni di CortoCircuito di Firenze, presenta addirittura una doppia valenza.

Dà infatti informazioni chiare sulla filiera di poteri "locali" che hanno portato Renzi sul trono del Pd e sulle rotture avvenite dentro quella filiera.

Ma in seconda battuta pone il problema "epistemologico" di come vada intesa l'attività rivoluzionaria nel suo insieme. L'analisi del nemico è vista qui come base indispensabile, precondizione necessaria dell'iniziativa politica. Si può infatti agire conflittualmente in molti modi. E magari "reagire" anche molto conflittualmente, ma se si ignorano le caratteristiche fondamentali dell'avversario - i suoi punti forti, le sue debolezze, i mutamenti anche destabilizzanti che avvengono al suo interno - ci si muove come un cieco contro un pugile professionista.

Si immagina spesso, nella sinistra più antagonista, l'avversario di classe come un "dato", come una macchina di sfruttamento e repressione sostanzialmente stabile, occhiuta e parecchio infame. Tanto che sarebbe inutile studiarla, analizzandone le trasformazioni, i conflitti interni, le strategie, cogliere il tempo, anticiparne le mosse.

*****

Pubblichiamo questo prezioso ed interessante commento inviatoci da un compagno fiorentino che ringraziamo vivamente per il contributo:

La crisi non cambia solo i rapporti di forza tra le diverse classi, ma anche quelli interni ad una stessa classe. Bisogna essere ciechi per non vedere il terremoto avvenuto a Firenze all’interno dei poteri forti dal 2008 in poi.

Un’azienda come la Btp (Baldassini Tognozzi Pontello) che dominava ogni tipo di cantiere è fallita. Essa si collegava al Credito cooperativo fiorentino di Verdini, il quale aveva un evidente asse con il Monte dei Paschi di Siena (Mps). Il primo è fallito, il secondo profondamente ridimensionato.

Da Mps partivano una serie di cordate che controllavano alcuni nodi focali dell’economia toscana.

Lungo queste cordate economiche trovavi le cordate politiche dominate dal Pd Bersaniano e D’Alemiano. La Coop entrava in ognuno di questi affari, una vera e propria cassa dispensatrice di commesse e sponsor. Vicepresidente della giunta toscana Rossi era Stella Targetti, figlia dell’imprenditore omonimo proprietario dell’azienda Targetti con cui la Fiom fiorentina (colonna portante dei "camussiani" tra  i metalmeccanici, ndr) aveva un asse, nemmeno troppo dissimulato, e rotto con il recente riavvicinamento a Renzi.

Oggi la Targetti ha dichiarato esuberi, con l’apertura dei contratti di solidarietà. Con il crollo dell’edilizia, il ridimensionamento del consumo al dettaglio e la contrazione finanziaria. Btp, Mps e Coop hanno dovuto cedere il passo alla meccanica di precisione, al settore chimico-farmaceutico e soprattutto al polo della moda.

Il settore della pelletteria e delle scarpe italiano è uno di quelli che sta reinternalizzando più produzione a livello mondiale in termini percentuali. E Firenze ne è uno dei principali poli di attrazione. Il brand “Firenze” vuol dire nuovi ricchi in arrivo lungo le vie turistiche da India, Cina, Russia. Il capitale francese del gruppo Kering (Gucci ecc.) spopola in tutta la provincia e compra Ginori.

La Bassilichi inizia a mangiarsi appalti e fette di mercato, Ferragamo dona 600.000 euro agli Uffizi, Prada annuncia l’apertura di un magazzino su Firenze, Versace sposta il magazzino tessuti dal Veneto a Scandicci.

Aziende in odor di camorra si mangiano un appalto edile dopo l’altro e la Lega Coop alla fine deve subordinarsi a questo nuovo asse di potere.

Nuovi padroni dell’economia e quindi nuovi padroni della politica. Renzi è l’uomo portato da questo cambiamento.

Quando Rossi deve fare un rimpasto “renziano” della sua giunta, espelle dalla giunta la sinistra ma anche Stella Targetti.

Oggi Bassilichi è il nuovo presidente della Camera di Commercio fiorentina. I renziani spodestano ovunque i bersaniani. Firenze è la loro culla e ora entrano anche in contrasto con il Pd pisano di Filippeschi perché vogliono più traffico aereo sull’aeroporto di Firenze.

E si capisce perché.

Trovate tutte le aziende nominate, Bassilichi in primis, tra i finanziatori di Renzi.

Io credo che un rivoluzionario che si dedichi solo a studiare le dinamiche interne alla classe dominante sia solo un analista da salotto. Ma chi d’altra parte ignori tali contraddizioni, e magari le riempia di significati che non hanno (ad esempio ex Pci contro ex Dc) sia solo un piccolo dilettante allo sbaraglio. E quindi, un organizzatore di sconfitte.

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14/02/2014

Censura targata Coop

Dopo la censura proposta dall'università di Bergamo, anche “Coop adriatica”, azienda che gestisce centinaia di punti vendita (18 ipercoop e 158 supermercati) in Emilia-Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo ha deciso di normare la vita privata dei propri dipendenti.

Il cartello che riportiamo nella foto è presente in tutti i punti vendita e, inutilmente, comunica che la diffamazione è perseguibile per legge, cosa che chiunque tiene presente nella sua vita quotidiana. Semmai il problema sta nelle numerose denunce sindacali per il trattamento che Coop riserva ai lavoratori, a partire dai facchini esternalizzati sino ad arrivare alle nuove forme contrattuali che convivono con quelle vecchie, rendendo normale che due lavoratori che ricoprono la stessa mansione e che svolgano a volte esattamente lo stesso tipo di lavoro abbiano uno il diritto alla pausa mentre l'altro non può abbandonare la postazione neanche un momento per l'intero turno.

Non male per una cooperativa con quella storia, anche se è comprensibile che un sistema, che vive promulgandosi solidale e attento ai bisogni della comunità, si preoccupi tanto dell'immagine. Grazie a questo lavoro di marketing, se nella pratica un lavoratore Coop è trattato come e peggio di un precario, tutto quello che rimane è il fumo gettato negli occhi di milioni di consumatori, che con l'acquisto nei punti vendita della Coop pensano di supportare un sistema etico affidandosi a spot e pubblicità più che ingannevoli.

D’altronde il job-act di Renzi è già realtà in alcuni luoghi di lavoro, e non va dimenticato che Coop è conproprietaria di Eataly e quindi complice di chi afferma che sono accettabili le perquisizioni ai lavoratori e che per vivere 800€ per 40 ore di lavoro sono più che sufficienti!

Sarebbe meglio che stessimo tutti in guardia davanti a questi episodi, perché qui si travalicano i diritti umani e di etica non se ne trova più traccia.

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06/02/2014

Bologna: tsunami Usb in Coop Italia

Grande risultato nelle elezioni per le Rappresentanze Sindacali Unitarie da parte dell’USB che con il 50% conquista 4 rappresentanti in Coop Italia, società cooperativa che elabora, per conto delle cooperative di consumo, politiche e strategie di marketing, comunicazioni unitarie, ottimizzazione degli acquisti, controllo della qualità e fino a ieri feudo incontrastato della FILCAMS CGIL.

C'è entusiasmo in Via Monterumici, sede della Federazione Bolognese di USB.

La coriacea portavoce Valentina Delussu racconta in una nota le difficoltà incontrate durante le elezioni: "Il risultato non era per niente scontato per colpa delle mille peripezie incontrate durante la presentazione delle liste, agli ostacoli per la propaganda elettorale frapposti da Coop Italia che ha negato ai candidati la possibilità di utilizzare la bacheca per informare i votanti e a causa della tracotante arroganza che la Filcams Cgil ha utilizzato prima nelle commissioni per stabilire le regole e poi durante le elezioni. Ricordiamo che hanno deciso di usare l'antidemocratica applicazione della concessione d’ufficio del 33% dei seggi in palio ai firmatari di contratto nazionale, falsando così la volontà espressa dalle lavoratrici e dai lavoratori che oggi hanno dato a noi la maggioranza "reale" della rappresentanza. E’ come se in parlamento ci fosse un partito che per il solo fatto di aver partecipato al governo precedente avesse il 33% ai cittadini italiani, in ogni caso ci sentiamo investiti da una grande responsabilità ma anche da un grande entusiasmo per l'investitura che i votanti hanno espresso nei confronti di un Sindacato che si presentava per la prima volta alle elezioni RSU. Un caro ringraziamento a tutte le lavoratrici e i lavoratori che hanno creduto in noi votando USB".

Nella nota diffusa da USB si richiede alla Filcams e alla Camera del Lavoro di Bologna di compiere un atto responsabile e di ritirare quindi la richiesta di ottenere il 33% d’ufficio che falserebbe di fatto il risultato della volontà delle lavoratrici e dei lavoratori ma difficilmente la richiesta verrà accolta da un soggetto che ha inventato regole cucite appositamente sulle sue esigenze di corpo morente.

Comunque oggi in Coop Italia ha vinto l’esigenza di veder riconosciuta l’effettiva rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori; oggi ha vinto l’esigenza di democrazia e di cambiamento. Un segnale importante in un’azienda che sino a ieri è stato monopolio della Filcams Cgil, ma oggi non lo è più.

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05/02/2013

Inchiesta: Unicoop Tirreno fra politica, mattone, finanza e grande distribuzione

Inchiesta - La doppia faccia di Unicoop Tirreno: da una parte immacolata e impeccabile nella sua immagine pubblica, dall'altra impietosa e arrogante nei rapporti con i sindacati ma soprattutto tentacolare nella gestione del potere economico e immobiliare. Un viaggio dentro il mondo Coop, per scoprire se la sbandierata “distintività” esiste davvero o è solo uno spot

coop_sei_tu_noLa vicenda dei lavoratori Coop licenziati a Livorno e provincia dopo un lunghissimo precariato, ci ha spinti ad approfondire la conoscenza di Unicoop Tirreno, l’azienda da 6mila dipendenti con sede a Riotorto (Piombino, provincia di Livorno) proprietaria dei negozi Coop presenti nelle regioni tirreniche. Grazie a notizie scovate in rete, testimonianze di chi fa sindacato in azienda, e anche rivelazioni scottanti di qualche ex dirigente, emerge un quadro che ci dice molto sul modello di egemonia rappresentato dal “brand” Coop e dai suoi legami con le varie sfaccettature del potere economico, finanziario e politico che governa i territori.

Precarietà strutturale
Partiamo proprio dagli ultimi fatti di Livorno. Dopo averli tenuti a lungo precari (diversi toccano gli 8-9 anni di contratti a termine a ripetizione), e aver firmato nel marzo 2012 un accordo con i sindacati che prevedeva la loro stabilizzazione, a dicembre Unicoop Tirreno comunica l’intenzione di non assumere 47 lavoratori dei negozi toscani. Nonostante l’accordo suddetto e soprattutto nonostante il fatto che queste persone avessero già ampiamente superato i termini per l’assunzione obbligatoria di legge (36 mesi). Quello della precarietà è un tasto dolente per Unicoop Tirreno, che da anni su questo punto si difende sostenendo che i propri concorrenti sul mercato della grande distribuzione fanno molto peggio (questo del “c’è chi fa di peggio” è un “mantra” caratteristico di Unicoop Tirreno, perno centrale della sua strategia comunicativa). Non la pensa così però chi fa sindacato in azienda, che ci dice: “Tenere dei dipendenti precari per 10 anni, facendoli arrivare anche a 60 mesi di lavoro quando il limite di legge è 36, è ingiusto prima ancora che illegale. Chiamare in causa le altre aziende è l’atteggiamento del ladro che per difendersi dice che c’è chi ruba di più. Ma sempre ladro è”. Tornando all’accordo disatteso suddetto, Unicoop Tirreno in un comunicato ufficiale adduce come motivazioni le “eccedenze” (ossia dipendenti che risultano in esubero per via di nuovi obiettivi di produttività). Curioso però che nello stesso comunicato del 20 dicembre 2012 Unicoop Tirreno si autodefinisca, probabilmente per tranquillizzare i propri soci, “un’impresa solida e ben capitalizzata” (quindi potenzialmente in grado di rispettare accordi già firmati e leggi). Questo “solida e ben capitalizzata” ci ha spinti a dare un’occhiata alla composizione del Gruppo Unicoop Tirreno.

L’impero
Unicoop Tirreno possiede (al 100%): Ipercoop Tirreno Spa (società che gestisce i negozi Coop e Ipercoop della Campania), Axis Srl (società immobiliare campana), Vignale Comunicazioni (società editrice di alcune riviste e che gestisce gli spazi espositivi nei centri commerciali), Sogefin Srl (gestisce partecipazioni in società del movimento cooperativo), Il Paduletto srl (società immobiliare toscana), Holmo del Tirreno Spa (società che gestisce la partecipazione in Finsoe, che a sua volta controlla il 50% di Unipol Gruppo Finanziario Spa). Al 50% invece detiene: Immobiliare Sviluppo per la Logistica Srl (società immobiliare proprietaria delle piattaforme logistiche), Immobiliare Sviluppo della Cooperazione Spa (joint venture immobiliare con la Cooperativa Lavoratori delle Costruzioni CLC di Livorno), Levante Srl (joint venture con Unicoop Firenze per la gestione dell’area del livornese del “Nuovo Centro” dove verrà costruito un centro commerciale con superstore). Oltre ad altre partecipazioni di minoranza come quella in Dico Spa (supermercati), di rilievo è il controllo che Unicoop Tirreno detiene (55% insieme a Coop Adriatica) di IGD (Immobiliare Grande Distribuzione), società quotata in Borsa che sviluppa e gestisce centri commerciali in Italia e Romania. In aggiunta a tutto questo, c’è ovviamente anche il prestito sociale (i soldi dei soci sui libretti Coop, che l’azienda/banca non tiene certo fermi lì a marcire), che ammonta a 1,3 miliardi di euro. Praticamente un impero, la cui mole indubbiamente stona parecchio con l’annunciata impossibilità di stabilizzare 47 lavoratori precari, soprattutto se a dar loro ragione ci sono leggi e accordi firmati.

Lazio e Campania
Detto del problema dei precari toscani, nelle altre regioni Unicoop Tirreno non se la passa meglio. Nel Lazio esiste da anni una spiccata conflittualità, che ha raggiunto una delle sue punte massime nello scorso autunno, quando una lettera di alcune lavoratrici a Luciana Littizzetto (la testimonial nazionale di Coop) ha scatenato un pandemonio mediatico arrivato negli studi di La7, dove durante la trasmissione “L’aria che tira” si sono scontrati il presidente di Unicoop Tirreno Marco Lami e il portavoce del sindacato Usb Francesco Iacovone. Le dipendenti nella lettera denunciavano le condizioni di lavoro in Coop, fatte di bassi salari, abuso selvaggio della forma contrattuale del part-time, clima pesante, e addirittura molestie sessuali contro le donne. Ancora peggiore la situazione in Campania, dove Unicoop Tirreno da anni sta mettendo in atto una vera e propria ritirata strategica tramite la vendita di negozi ad altri operatori che hanno causato chiusure definitive e licenziamenti (c’è anche una sentenza favorevole ai lavoratori che ad oggi Unicoop Tirreno non ha ancora rispettato). Ritirata strategica conseguente ad errori gestionali pazzeschi, che portarono Sergio Caserta, esponente di spicco della cooperazione in Campania, a definire lo sbarco di Unicoop Tirreno al sud come un intervento realizzato con mentalità “coloniale e padronale” e con evidenti obiettivi di mero profitto economico, senza consolidare una rete associativa locale come previsto dalla carta dei valori di Coop. Ma Caserta non è l’unico ex dirigente a scoperchiare il pentolone delle malefatte in salsa cooperativa. Famoso è il libro “La Coop non sei tu”, nel quale Mario Frau, ex super dirigente Coop “pentito”, individua quelli che chiama “i 5 pilastri” della facilità per Coop di occupare enormi spazi economici nel paese, e dove parla di “gerontocrazia” e “casta di intoccabili” a riguardo dei dirigenti della cooperazione.

Problemi sindacali e con la giustizia
Dicevamo della sentenza di reintegro dei lavoratori non ottemperata da Unicoop Tirreno in Campania. Purtroppo non è l’unico caso di difficoltà dell’azienda di Riotorto con i tribunali, visto che ha collezionato diverse condanne da parte di giudici del lavoro, tra cui alcune per condotta antisindacale. “Il problema – ci dice un delegato sindacale interno – non sono solo le condanne, ma il fatto che sembrano non imparare mai la lezione e che cadono nelle recidive. In occasione dello sciopero del 31 dicembre scorso si sono inventati l’istituto del lavoro comandato, una sostanziale precettazione che nel commercio non esiste.” Alla nostra domanda se l’azienda si rende conto della gravità della fattispecie della condotta antisindacale e della negazione del diritto di sciopero, lo stesso delegato ci risponde laconico: “Chi prende quelle decisioni non sa neanche di cosa si parla, gestiscono un’azienda da 6mila dipendenti ma non conoscono norme e leggi. La loro è l’arroganza ottusa di chi non sa ma finge di sapere”. Una delle condanne per condotta antisindacale che fece più clamore fu quella di Livorno nel 2008 (confermata in appello nel 2010). L’allora dirigente dell’ufficio per le relazioni sindacali fu in seguito rimosso, ma dopo non molto fu rimesso al suo posto e oggi è ancora lì. Chi nel frattempo l’aveva rimpiazzato, dopo la sua sostituzione è entrato a far parte del sindacato di base più conflittuale in azienda (Usb). Probabilmente ne aveva viste tante durante il suo mandato, ed è finito anch’egli nella schiera dei dirigenti pentiti.

Finanza e rapporti col potere
Il 29 dicembre 2012 è il Sole 24 Ore a pronunciarsi sulla situazione finanziaria dell’azienda con un articolo dal titolo “Quel triangolo di Unicoop Tirreno tra pegni e derivati”, in cui si parla di “circolo vizioso di Unicoop Tirreno (raccolgo prestiti, investo in titoli, chiedo la garanzia per avere più prestiti, metto a pegno i titoli comprati con i prestiti) che di fatto attua un’onerosa segregazione patrimoniale. L’impressione – continua l’articolo – è che nella Coop i criteri posti a presidio della dichiarata gestione oculata siano molto elastici e troppo permissivi”. Riprendendo pari pari il titolo di uno dei capitoli del già citato libro di Mario Frau, possiamo tranquillamente dire che “Le Coop sono diventate delle banche”. E come tutte le banche, utilizzano la loro forza anche nei confronti dei poteri che governano i territori. Ne è un esempio la famigerata vicenda livornese dell’acquisizione dei terreni del “Nuovo Centro” appartenenti a Fremura, che cedette l’area per 30 milioni a Coop nonostante Esselunga ne avesse offerti 40. Un mistero mai risolto, anche se va detto che la scorsa estate l’Antitrust ha dato ragione alla Coop perché “non ci sono sufficienti elementi per certificare l’abuso di posizione dominante”. E così a breve nascerà su quest’area un altro grande punto vendita Coop a Livorno, andando ad incrementare un regime di poca concorrenza che sta alla base fra le altre cose dei prezzi notevolmente più alti dei negozi Unicoop Tirreno rispetto a quelli di Unicoop Firenze (i livornesi conoscono ahiloro le differenze fra l’ipermercato di Porta a Terra e quello di Navacchio). E come non approfondire la conoscenza della già citata IGD (partecipata di Unicoop Tirreno)? IGD Spa a Livorno significa infatti Porta a Mare, visto che controlla, attraverso l’Immobiliare Larice Srl, il 60% di Porta Medicea Srl, la società che gestisce tutta l’operazione Porta a Mare per un valore calcolato di oltre 240 milioni di euro. Appare chiaro, quindi, come nel giro di 20 anni Unicoop Tirreno e il suo sistema di grande distribuzione alimentare e di operazioni immobiliari abbia conquistato i tre poli di espansione della città: Porta a Terra, Porta a Mare e Nuovo Centro. Anzi, guardando a questo impero monopolistico sia nella parte commerciale che immobiliare sorge il legittimo dubbio che le scellerate scelte urbanistiche nei 5 mandati che vanno da Lamberti a Cosimi siano state determinate dalle pressioni, le commistioni e gli interessi che il mondo cooperativo ha esercitato sul potere politico di questa città. Un fatto che dalle colonne del nostro giornale denunciamo da anni e di cui oggi iniziamo a vedere gli effetti con una progressiva desertificazione e svalutazione del centro cittadino (sia a livello commerciale che urbanistico) in favore dei grandi poli commerciali e immobiliari periferici, del tutto staccati dal tessuto sociale della città e che incarnano quello sviluppo ipertrofico e consumistico degno delle peggiori realtà anglosassoni. Ricordiamo inoltre che IGD ha avuto nel 2011 ricavi per 124,7 milioni di euro (+7,3%) oltre che una crescita generalizzata di tutti gli indicatori economici. Nell’estate del 2011, inoltre, Livorno è salita alle cronache nelle questioni riguardanti il caso Penati (braccio destro di Bersani e uomo PD in Lombardia), le aree Falk e le tangenti alle cooperative emiliane e al Pd. Uno degli attori principali indicati fra gli autori di questo intreccio è Giampaolo Salami che con la Phaedora srl aveva vinto nel 2009 il bando per la gestione della Fortezza Vecchia facendo sorgere polemiche in città (cfr. La Nazione del 9 maggio 2009). Phaedora srl era nell’orbita del consorzio modenese CCC coinvolto nelle indagini ed a cui faceva capo la cooperativa modenese C.M.B che detiene il 20% del progetto Porta a Mare. Per questo Livorno finì su molti quotidiani come una possibile riproposizione di quel “sistema Sesto” escogitato da Penati. Ma al di là dei risvolti penali, questo quadro generale può dare l’idea di come l’occupazione degli spazi sul territorio da parte del mondo coop non si fermino solo ai macrosettori della distribuzione e delle costruzioni.

Uno scambio sociale che non regge più
Che poi, e qui arriviamo in conclusione al punto che più ci interessa per la nostra città, non saremmo certo noi quelli che fanno la morale ad un’azienda che mette in piedi un regime monopolista su un territorio, se a fare da contraltare ci fosse una “restituzione” in termini di posti di lavoro stabili e full-time, nonché in termini di relazioni quantomeno rispettose con chi fa sindacato in azienda. In altre parole, passeremmo volentieri sopra ai prezzi alti dell’Ipercoop, se lo scambio fosse equo. Il problema è che sembra non essere più così. Il modello di sviluppo di Unicoop Tirreno pare ormai tarato sui nuovi standard del mercato del lavoro, come dimostra l’ipermercato di Porta a Terra, che si avvia a festeggiare il decennale annoverando al suo interno ancora una miriade di part-time che hanno uno stipendio misero in tasca ma dieci anni in più sulla schiena (e non è un caso infatti che l’iper sia saltato negli ultimi 5 anni agli onori delle cronache per una forte conflittualità sindacale). Se poi ci si aggiunge l’arroganza dei licenziamenti dei precari, degli accordi non rispettati, delle leggi violate, delle precettazioni sugli scioperi e delle condotte antisindacali, possiamo inserire Unicoop Tirreno sul banco degli imputati come azienda che drena il territorio facendo profitti ma in cambio non rende alcun valore aggiunto. Speriamo che la rotta venga invertita.

redazione
Tratto da Senza Soste n.78 (gennaio-febbraio 2013)

24/12/2012

Le bugie a marchio Coop sui precari di Livorno e provincia

E' giusto lavorare in un'azienda per quasi 10 anni con contratti a termine e poi essere mandati a casa? Ovviamente no, ma ancora più ingiusto è il fatto che l'azienda in questione (la Coop), per giustificare il licenziamento di una ventina di precari (quasi tutte donne) dei negozi di Livorno e provincia utilizzi argomentazioni che i sindacati definiscono "false e intellettualmente disoneste". Sindacati (Cgil Cisl e Uil) che hanno indetto uno sciopero per il prossimo 31 dicembre, al quale ha aderito anche Usb.

Nel presidio/conferenza stampa che i sindacati hanno tenuto questa mattina fuori dal negozio Coop di via Settembrini a Livorno, sono stati distribuiti comunicati che inchiodano Unicoop Tirreno di fronte alle sue responsabilità. "La Direzione della Coop - si legge nel comunicato di Cgil-Cisl-Uil - ha disatteso gli accordi, negando sia la trattativa che le assunzioni, mancando alla parola data nei confronti dei lavoratori e rispondendo con atteggiamenti padronali ad una oggettiva difficoltà di mercato: taglio dei costi, del personale e del servizio."

Ancora più duro il comunicato di Usb.

"Il nostro pensiero in questi giorni va alle colleghe e ai colleghi che si troveranno a trascorrere le festività natalizie con l’angoscia di non rivedere più il proprio posto di lavoro, quello per cui hanno dato tanto in tutti questi anni. L’azienda ha deciso infatti di non rispettare gli accordi che prevedevano la loro assunzione a tempo indeterminato dal 1 gennaio 2013.

L’azienda - prosegue il sindacato di base - in un comunicato di risposta sta sostenendo che si era dichiarata disponibile a valutare il problema delle stabilizzazioni nei prossimi mesi, ma omette alcuni aspetti fondamentali, col solo fine (ancora una volta) di difendere la propria immagine davanti ai dipendenti e all’opinione pubblica dicendo cose false e intellettualmente disoneste.

La prima cosa che l’azienda NON dice nel comunicato è che c’erano accordi già firmati che la impegnavano sulle stabilizzazioni. Un’omissione non proprio di poco conto.

La seconda cosa che l’azienda omette è che questi lavoratori e lavoratrici hanno già da tempo oltrepassato il limite di legge per l’assunzione obbligatoria (36 mesi). E non di poco, visto che ci sono numerosi casi di lavoratrici che hanno superato i 50-55 mesi di lavoro (!) con contratti a termine, con anzianità di servizio anche di 8-9 anni. Non male per una Cooperativa che non perde mai occasione per definirsi “rispettosa” dei diritti dei lavoratori e delle leggi.

La terza omissione riguarda un aspetto che forse non molti sanno, ossia i tempi legati al cosiddetto “Collegato Lavoro”.

In pratica, con le nuove norme, un lavoratore che vuole impugnare un contratto ha solo 60 giorni di tempo. Quindi quando l’azienda dice che avrebbe valutato le stabilizzazioni nei prossimi mesi, sa già che a quel punto i precari non sarebbero più in tempo per chiedere l’assunzione di legge davanti ad un giudice, e dunque sarebbero fuori per sempre. Un giochino che fra l’altro hanno già fatto in passato con altri precari."

Cgil-Cisl-Uil rincarano la dose, giudicando il comportamento di Unicoop Tirreno come "inaccettabile da parte del sindacato e dei lavoratori poiché la questione è legata da impegni sottoscritti dalla Cooperativa stessa e supportata da diritti di legge già esigibili."
E ancora Usb conclude: "Nel comunicato aziendale la Cooperativa si definisce, loro parole testuali, “un’impresa solida e ben capitalizzata” (infatti apriranno un nuovo punto vendita a Livorno nel corso del 2013). Un’impresa solida non può cacciare in questo modo dipendenti che, per la Cooperativa, hanno dato l’anima in tanti anni di lavoro."

Periodo difficile dunque per la Coop nel rapporto con i propri lavoratori, visto anche che nelle settimane scorse aveva dovuto rispondere alle polemiche provocate da una lettera scritta da alcune dipendenti Coop del Lazio a Luciana Littizzetto, testimonial dello slogan "La Coop sei tu", con la quale denunciavano le loro pessime condizioni di lavoro. Risposte con cui la Coop indossa sempre la maschera dell'azienda perfetta e immacolata, ma che stridono con una realtà dei fatti che parla di un mondo fatto di precariato infinito, condanne per condotte antisindacali (come quella emessa qui a Livorno nel 2008), condanne dei tribunali sul lavoro a termine, licenziamenti dopo la cessione di punti vendita ad altri operatori (come avvenuto di recente in Campania), e altri comportamenti che di "cooperativo" hanno ben poco.

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