Il ricco e recente dibattito scaturito intorno alla questione dell’Intelligenza artificiale (IA) non può prescindere, oltre alle legittime domande sul “futuro dell’umanità”, dall’impatto che questa avrà direttamente sul mondo del lavoro e su chi del proprio lavoro vive e trae il proprio reddito.
L’introduzione dell’IA nei processi di lavoro equivarrà, infatti, a una ondata di automazione che allo stato attuale possiamo dire essere appena all’alba di una profonda ristrutturazione produttiva globale, molto probabilmente paragonabile per portata a quella che negli anni Settanta travolse l’industria manifatturiera occidentale, aprendo la strada a quella che sarebbe diventata la “seconda fase della globalizzazione”.
La ristrutturazione produttiva degli anni Settanta
Allora come oggi, la parola d’ordine era “competitività”. Con il salto tecnologico in termini informatici, comunicativi e logistici la produzione venne delocalizzata verso paesi a minor costo del lavoro, dove la deregolamentazione e l’assenza di vincoli ambientali promettevano margini di profitto maggiori. Nel cuore dell’imperialismo, la cosiddetta Rust Belt statunitense divenne il simbolo del declino economico, sociale e culturale.
In Italia, città come Genova o Torino persero il peso politico ed economico acquisito con il boom economico, conoscendo quartieri abbandonati, carenza di servizi e soprattutto una classe operaia che assieme al lavoro perdeva quell’identità collettiva costruita attorno alla fabbrica, che negli anni aveva portato avanti lotte e conquistato diritti, per tutte e tutti.
La ristrutturazione produttiva frammentò la classe sociale, divise i lavoratori e aumentò la disoccupazione, e oggi possiamo confermare che solo parzialmente è stata riassorbita dal settore terziario, a minor salario e garanzie, dando vita a quel “precariato” che da allora non ha mai smesso di espandersi.
L’impatto sul lavoro dell’Intelligenza artificiale
Oggi, con l’IA – a torto a volte chiamata “generativa” – ci troviamo di fronte a un ulteriore salto di qualità. La differenza cruciale è che le mansioni colpite non saranno solo quelle ripetitive e facilmente automatizzabili (l’operaio di linea, per intendersi), ma quelle più strettamente cognitive, complesse e qualificate.
Facendoci aiutare proprio dall’IA (!), secondo uno studio di Coface e dell’Observatoire des Métiers più di un quarto del contenuto lavorativo nel management, nell’amministrazione, nelle professioni creative, nel diritto e nella finanza risulta tecnicamente automatizzabile.
Altri studi affermano che con l’implementazione dell’IA nei processi produttivi circa il 15% dei mestieri avrebbe una soglia superiore del 30% di mansioni automatizzabili, considerata la linea oltre la quale il mestiere si trasforma profondamente.
“Colletti bianchi e blu”, tutti nel mirino dell’IA
I dati confermano che l’esposizione non risparmia i “colletti bianchi”. Un rapporto congiunto ILO-NASK rileva che l’esposizione è cresciuta in ruoli professionali e tecnici come analisti finanziari, sviluppatori web e programmatori. Lo stesso Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, ha dichiarato che “la maggior parte dei compiti dei cosiddetti colletti bianchi – avvocati, commercialisti, project manager, esperti di marketing – sarà completamente automatizzata dall’IA entro i prossimi 12-18 mesi”.
È molto probabile che gli avvocati junior non passeranno più le notti a leggere quaranta clausole contrattuali: l’IA lo fa in pochi secondi. Gli insegnanti vedono già oggi sistemi capaci di valutare elaborati e fornire feedback personalizzati. Il mondo delle “vere” partite IVA – consulenti, professionisti, freelance – usano già l’IA in massa: otto su dieci, secondo un’indagine Fiscozen, con un risparmio medio di oltre 260 ore lavorative all’anno.
La questione di classe
Le conseguenze di classe di questa trasformazione sono facilmente intuibili. L’IA diminuisce la quota di lavoro vivo nel processo produttivo, sposta il valore appropriato dalla parte del capitale, erode la sempre più residua base fiscale costruita sui redditi da lavoro e crea così potenziali nuove tensioni sui sistemi di welfare, già indeboliti da 40 anni di “rivoluzione neoliberale”.
Il nesso “più titolo di studio uguale più reddito e più sicurezza” si indebolisce così in modo ulteriore. La probabile proletarizzazione di ulteriori settori di società fino a oggi garantiti (i 40.000 di Torino del 1980!) aprirà scenari storicamente inediti, che chiameranno a nuova sfida le forze di classe di questo paese e non solo.
Come fare convergere in un’unica proposta politica gli interessi di quel che rimane del proletariato industriale e del prossimo proletariato cognitivo dinanzi ai costi sociali che il capitale si appresta a scaricare sul lavoro? Come ricomporre in questo scenario la frammentazione sociale nei servizi diffusi? Come mettere a sistema il portato di rottura dimostrato dal lavoro migrante in questi anni di fiacca mobilitazione operaia?
Non è un articolo che può rispondere a questa domanda, quanto piuttosto la sperimentazione sul campo di forme di organizzazione all’altezza dei tempi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2026
Si scrive IA, si legge ristrutturazione produttiva
24/08/2026
Il fattorino come imprenditore di sé
C’è più di qualcosa che stride nel racconto di Marco Coppini, rider a 60 anni. La Nazione, quotidiano da poco entrato nella galassia di Leonardo Maria Del Vecchio (è sempre importante fare caso alla proprietà dei giornali su cui leggiamo questo tipo di storie), ci propone l’intervista ad un orafo che – in seguito alla crisi del settore in cui operava – ha scelto di cambiare vita.
Questo è il primo elemento: raccontare come scelta una scelta obbligata; vestire di libero arbitrio qualcosa che di base subiamo, come il repentino cambiamento di un mercato, è un elemento essenziale della retorica neoliberista. “Ho deciso di cambiare tutto”, eppure nell’articolo si parla distintamente di crisi del settore. Che viene subito riconvertita, sul piano narrativo, in ‘giro di boa’, ‘molla che lo ha spinto ad appendere il campionario al chiodo’. E così, si passa la palla alla capacità individuale di reagire o meno, di riorganizzarsi, di reinventarsi. A Marco, rimasto senza lavoro, non resta che – a sessant’anni – cercare un’opportunità di guadagno nella “gig economy” (letteralmente: economia dei lavoretti. Ancora una volta l’inglese ci aiuta a produrre una distanza semantica).
Il giornale costruisce attorno alla sua storia un modello di autoimprenditorialità.
Questo
taglio trasforma una condizione materiale in una caratteristica della
personalità: non rimane disoccupato perché è intraprendente; per
converso, chi è disoccupato evidentemente è pigro.
La frustrazione di Marco, che era rimasto a casa, viene raccontata come spirito di azione irrefrenabile, nonché esemplare (se no, perché lo staremmo raccontando su un quotidiano? Per elevarlo a esempio). “Durante il lockdown non accettavo l’idea di restare chiuso in casa (…)” così ha mandato la candidatura a Deliveroo, e dopo appena venti giorni (!) ha cominciato a lavorarci. L’immediato riscontro, apparentemente il segnale dell’efficienza di un’azienda pronta a offrire delle opportunità, è invece il sintomo di un modello di reclutamento che, soprattutto durante il boom delle consegne a domicilio nel lockdown, aveva tutto l’interesse ad assorbire rapidamente grandi quantità di manodopera.
Il lavoro di fattorino, inoltre, ha delle barriere bassissime all’ingresso e, servendosi di persone che non devono essere particolarmente qualificate (i requisiti pubblicati da Deliveroo sono: maggiore età, diritto a lavorare in Italia, mezzo proprio, smartphone e IBAN), “butta dentro” chiunque. I motivi per cui di solito una persona che è rimasta disoccupata a sessant’anni fa fatica a trovare lavoro (perlopiù legati alla spendibilità delle sue competenze, o alla volontà dell’azienda di riconoscerle sul piano della retribuzione, ovvero di investire nella sua formazione), nel caso di Deliveroo, semplicemente vengono meno. E non perché Deliveroo sia un’azienda magnanima.
Il lavoro, che ci viene presentato in apertura come vantaggioso perché (cit.) “Marco facendo il fattorino è padrone del suo tempo”, viene dettagliatamente descritto di seguito. Ed è qui che l’articolo raggiunge vette inesplorate di dissociazione cognitiva. È ironico che il paragrafo s’intitoli proprio così, “i vantaggi del nuovo lavoro”, ed eccoli a voi: 25-30 ordini al giorno, si vive di corsa anche a costo di sacrificare i rapporti umani. E continua: “Marco costruisce il suo stipendio sul costo di ogni ordine che si aggira sui 4 euro”.
Il concetto di costruirsi lo stipendio racconta come autonomia quello che invece è un trasferimento del rischio sul lavoratore: il reddito non è garantito e, per aumentarlo, l’unica leva disponibile è moltiplicare numero di consegne e ore di lavoro. Infatti, subito dopo, dichiara di lavorare tutti i giorni 12 ore al giorno, o più; e aggiunge: ovviamente lavoro per ferragosto e per le feste comandate. Ferie? Qualche giorno quando lo decido io.
L’avverbio, “ovviamente”, è l’architrave del ragionamento: in questo modello di occupazione, che Marco ha profondamente interiorizzato, il riposo non è neppure contemplato. Sei padrone del tuo tempo ma sei obbligato a spenderlo tutto lavorando. La Nazione decide di far uscire questa dichiarazione sul giornale (“ovviamente lavoro a ferragosto”) esattamente nel giorno di ferragosto: la secolarizzazione di feste, un tempo sacre per i lavoratori, è coerente con l’impianto vagamente propagandistico dell’articolo.
L’azienda non paga tempi morti, non si accolla la possibilità che una sera, ad esempio, ci sia pochissima gente ad utilizzare la piattaforma (nel qual caso, Marco resterebbe probabilmente privo di una paga). Deliveroo non ha bisogno di obbligare Marco a lavorare 12 ore o più (neppure potrebbe): è sufficiente pagarlo in modo tale che dodici ore diventino per lui la scelta economicamente più sensata, probabilmente l’unica – se non ha altri lavori – per autosostenersi. Questo modello, oltretutto, è fortemente abilista: se ti ammali, e non lavori, non vieni pagato. Ed è un problema tuo. Però, hey: puoi sempre andare a fare consegne con 40 di febbre! O sei un mollaccione?
La ciliegina su questa torta di neoliberismo è la descrizione della consegna più bizzarra: un tubetto di maionese alle 2 di notte. Immaginate di descrivere come bizzarra e basta l’idea che qualcuno, per un tubetto di maionese alle 2 di notte - probabilmente l’emblema di assoluta inutilità e non necessarietà di qualcosa (cosa cazzo ci fai di tanto irrimandabile con la maionese?) – movimenti un’intera macchina: il fattorino che deve macinare chilometri, l’impatto ambientale di questo capriccio.
La cosa curiosa è che l’articolo sia corredato da tutta una serie di foto di Marco Coppini, con lo zainetto brandizzato ben in vista, in posa durante il proprio lavoro: sullo scooter, vicino al McDrive, persino insieme alle cameriere dei ristoranti in cui ritira gli ordini. Non possiamo fare a meno di domandarci come nasca questo tipo di notizia, che sembra frutto di un vero e proprio reportage. O di un comunicato stampa confezionato ad arte.
Il linguaggio che Coppini adotta è curiosamente identico a quello della pubblicità di Deliveroo in cui facilmente inciampi scrollando sui social: “E se fossi tu a decidere quando lavorare? Ti piacerebbe lavorare quando vuoi tu?”. Possiamo solo ipotizzare che Deliveroo sia un’inserzionista del giornale, date le somme cospicue che spende in pubblicità. Il che sarebbe consolatorio, in un certo senso: diversamente, significherebbe che facciamo pubblicità gratuita alla piattaforma, e che il suo linguaggio è entrato nelle nostre coscienze.
Il virgolettato nel titolo è tutto. “4 euro a consegna ma sono felice”. L’avversativa – ma sono felice – compensa la scarsità della paga con un piano emotivo di soddisfazione personale. Cosa accadrebbe se qualcuno fosse felice per una paga addirittura inferiore? Avremmo risolto ogni problema di sfruttamento? La ricattabilità del lavoratore e la forte disparità nel potere contrattuale fra azienda e lavoratore sta alla base del diritto del lavoro; il ragionamento per cui “sono felice” sottrae questo rapporto al potere della legge, e lo sposta totalmente, pericolosamente, sul piano privato.
“Ripartire dalle proprie potenzialità” è un’altra espressione alienante: le potenzialità di Marco erano altre; ha dovuto cedere ad un ribasso, e interpretare come potenzialità personali cose che grossomodo chiunque potrebbe fare; compiti estremamente semplici, tipici di un lavoro scarsamente qualificato. Le qualità e le competenze acquisite in un altro campo, qui semplicemente non servono né gli vengono riconosciute.
In conclusione, possiamo davvero dire che Marco sia padrone del proprio tempo? Il suo tempo appartiene a Deliveroo. Semplicemente perché, se non lo trascorresse quasi tutto a fare consegne, guadagnerebbe davvero molto poco. Però è felice.
03/08/2026
Gli immigrati in Italia, tra integrazione, indifferenza e razzismo
Perché gli immigrati scelgono di venire in Italia
Il nostro Paese viene scelto dagli immigrati come destinazione perché ci vive la loro famiglia (20,5%) o amici/conoscenti (18,4%). Diffusa l’idea che in Italia c’è benessere economico (15,5%) e che il nostro sia un paese accogliente con gli stranieri (10,6%). Per alcuni era impossibile recarsi altrove (Convenzione di Dublino) (10%), ed un 9,8% ritiene che in Italia ci sia la possibilità di trovare lavoro, mentre per l’8,8% è stata determinante.
Oltre un terzo degli immigrati sono arrivati in Italia tramite permesso/carta di soggiorno (36,3%), un quinto tramite sbarco/ingresso clandestino (20,7%) ed un altro quinto tramite richiesta di asilo (19,4%). Oltre a questi canali più diffusi, l’8,6% riferisce di essere giunto tramite ricongiungimento famigliare, il 3,1% con permesso di soggiorno turistico, il 2,7% con permesso per motivi di studio; il 9,2% indica altre modalità.
Sono più numerosi tra gli uomini che tra le donne coloro che ammettono di essere arrivati nel nostro Paese con sbarco o ingresso clandestino (23,8% contro 15,3%) e con permesso/carta di soggiorno (38,9% contro 31,7%). Le immigrate riferiscono, invece, con frequenza maggiore di essere arrivate tramite ricongiungimento famigliare (16,9% contro 3,9%).
L’arrivo clandestino viene citato in percentuale superiore alla media da chi arriva dall’Egitto (52,9%), Bangladesh (38,5%), Marocco (26,7%), Pakistan (26,3%), Nigeria (25%). Gli ingressi per ricongiungimento familiare risultano più frequenti tra chi proviene da Ecuador (25%), Filippine (20%), Albania (16,7%), Ucraina (14,3%); le richieste di asilo, invece, tra gli originari di Nigeria (50%), Marocco (40,0%), Senegal (33,3%).
Gli stranieri privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5%. Tra questi è più elevata la percentuale di chi è arrivato da 3-5 anni (il 30,9% contro il 27,3% dei regolari), da meno di un anno (16% contro 8% dei regolari) e da 1-2 anni (23,5% contro 18,6%); il contrario si riscontra per i residenti da più di 6 anni (vive in Italia da più di 10 anni il 20,9% dei possessori di permesso di soggiorno, a fronte dell’11,1% di chi ne è privo). “La regolarità, prevedibilmente, rappresenta un elemento di stabilità sul territorio”, si legge nel rapporto.
Quanto alla permanenza in Italia, il 27,8% degli immigrati interpellati da Eurispes vive in Italia da 3-5 anni, il 24,2% da 6-10 anni, il 19,4% da 1-2 anni ed un altro 19,4% da più di 10 anni, il 9,2% da meno di un anno. La maggioranza degli immigrati racconta dunque una permanenza nel nostro Paese di media durata, tra i 3 e i 10 anni, un quinto, invece, una permanenza ormai lunga, superiore al decennio.
Sono, d’altra parte, numerosi gli immigrati di recente arrivo (il 28,6% da meno di 2 anni), a conferma della notevole mobilità dei flussi migratori.
Come sono arrivati in Italia
Un terzo dei migranti presenti in Italia ha organizzato il suo viaggio di arrivo nel Belpaese da solo; in quasi tre casi su dieci, invece, tramite intermediari a pagamento. Secondo i dati, il 33,4% dei migranti intervistati ha organizzato da solo la propria emigrazione, più di uno su 5 si è affidato ad intermediari del proprio paese dietro pagamento (21,3%) e quasi un altro quinto lo ha fatto tramite parenti/amici che già vivevano in Italia (19,2%).
Altri sono emigrati tramite il decreto flussi (15%) e, più raramente, attraverso intermediari italiani dietro pagamento (6,5%) o attraverso istituzioni religiose (2,9%). D’altronde, le modalità attraverso le quali gli stranieri giungono nei Paesi europei possono essere non del tutto trasparenti e regolari, elemento che induce una parte di loro a non indicare con precisione i canali utilizzati.
Considerando i Paesi d’origine, si registrano percentuali superiori alla media di migranti che affermano di aver organizzato da soli la propria emigrazione tra chi viene dall’Ucraina (57,1%), dall’Albania (44,4%), dalla Nigeria (41,7%), dall’Egitto (41,1%), dalla Moldavia (40%).
Da segnalare anche l’elevata percentuale di stranieri provenienti dalla Cina (54,2%) e dalle Filippine (40%) giunti nel nostro Paese tramite parenti/amici che già vivevano qui; al contrario, il valore risulta decisamente basso tra i soggetti ucraini, peruviani, senegalesi, albanesi, marocchini.
I residenti di origine straniera che dichiarano con maggior frequenza di essere emigrati attraverso intermediari del proprio Paese dietro pagamento sono quelli provenienti da Perù (100%), Marocco (46,6%), Egitto (35,3%), Senegal (33,3%), India (33,3%).
La maggioranza degli immigrati dichiara di voler restare in Italia per sempre (52%) e quasi un terzo intende restare almeno per diversi anni (30,9%). Solo uno su 10 pensa di lasciare l’Italia: il 5,6% per spostarsi in un altro Paese e un 4,8% per tornare nel proprio Paese d’origine. A questi si aggiunge un 6,7% che non sa che cosa farà.
Nel complesso, evidenzia il rapporto Eurispes, la larghissima maggioranza dei migranti (82,9%) ha intenzione di rimanere a vivere in Italia ancora a lungo o per sempre. Il nostro Paese è dunque visto soprattutto come un luogo stabile di approdo, molto più che di passaggio.
Tra chi ha intenzione di emigrare in un altro Paese, la destinazione più citata è la Germania (48,3%). Seguono il Regno Unito (13,8%) e la Francia (13,8%), gli Stati Uniti (10,3%), la Spagna (6,9%) e, infine, Svezia e Canada (entrambe 3,4%).
La povertà, con quasi un quarto delle risposte (23,3%), è la ragione per la quale si è lasciato il paese d’origine. Seguono la mancanza di lavoro (18,5%), la speranza di trovare condizioni di vita migliori (14,8%), il ricongiungimento famigliare (10,3%), la mancanza di libertà nel paese d’origine (9,4%), la guerra o i gravi disordini (8,9%), il fatto di essere stato vittima di persecuzioni (5,7%), i problemi ambientali/climatici (afa, siccità, inondazioni, ecc.) (5,2%) o, più raramente, l’essere stato vittima di discriminazioni (religiose, di genere, ecc.) (2%).
Immigrati e lavoro
Il 78,1% degli immigrati ha un lavoro in Italia, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, l’8,6% non lo sta cercando. Secondo i dati della ricerca, gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% vs 69,3%. Tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo (80,7% vs 64,2%).
Mentre il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando una occupazione, il 13,6% non la cerca. Il 93,4% degli immigrati occupati afferma di svolgere un solo lavoro, il 6,6% dichiara di svolgerne più di uno. È possibile, inoltre, che tale valore sia sottostimato, poiché spesso si tratta di lavoro nero e sommerso.
La condizione lavorativa dei residenti stranieri in Italia mostra una quota prevalente di rapporti di lavoro stabili (62,4%), mentre il 32,4% dichiara un impiego periodico o stagionale e il 5,2% un’occupazione saltuaria o occasionale.
Questa evidenza suggerisce come, per la maggioranza degli stranieri occupati, l’inserimento nel mercato del lavoro italiano abbia assunto una configurazione tendenzialmente continuativa, sebbene una quota non trascurabile, pari a oltre un terzo del campione, si trovi in una condizione di precarietà temporale legata alla natura stagionale o periodica dell’attività svolta.
La somma delle due categorie non stabili raggiunge infatti il 37,6%, a indicare come oltre un terzo dei lavoratori stranieri operi al di fuori di un orizzonte occupazionale pienamente consolidato.
La quota di occupazione stabile cresce in modo pressoché lineare al crescere del livello di istruzione. Tra chi non possiede alcun titolo o ha la sola licenza elementare, la quota di lavoro stabile si ferma al 32,3%, mentre sale al 54,9% tra i diplomati con licenza media, al 73,6% tra i diplomati di maturità, fino a raggiungere il 93,5% tra i laureati. Lo scarto tra gli estremi della distribuzione supera dunque i 60 punti percentuali.
La distribuzione delle professioni svolte prevalentemente in Italia dai residenti stranieri evidenzia una concentrazione significativa in alcune categorie occupazionali: operai (20,4%) e lavoratori agricoli (12,8%).
Su livelli intermedi si collocano alcune professioni legate ai servizi alla persona e alla ristorazione: badante e domestico/addetto alle pulizie raggiungono entrambi il 6,9%, valore identico a quello degli impiegati privati, mentre cameriere/aiuto in cucina si attesta al 5,9%, scaricatore/facchino e rider/fattorino al 5,4% ciascuno, e cuoco/pizzaiolo al 5,2%. Si tratta di un insieme di occupazioni che, pur diversificate per natura, condividono caratteristiche di bassa qualificazione e ridotta stabilità contrattuale.
Le professioni a maggiore qualificazione restano marginali nella distribuzione complessiva: il libero professionista raccoglie il 4,2%, l’imprenditore il 2,2% e l’impiegato pubblico appena lo 0,7%, quest’ultimo tra i valori più contenuti dell’intera distribuzione. Anche le attività commerciali, sia in forma di esercizio fisso che ambulante, si mantengono su quote ridotte, rispettivamente al 3,7% e all’1%.
Il lavoro nero
Il 24,3% degli immigrati ha ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale (escluso il lavoro nero) nel corso della propria esperienza in Italia. Secondo i dati della ricerca, le modalità attraverso cui i residenti stranieri hanno trovato il proprio lavoro attuale evidenziano un ruolo nettamente prevalente delle reti relazionali informali: il 47,7% ha trovato lavoro soprattutto tramite parenti o amici, il 29% tramite un proprio connazionale.
Sommando queste due modalità, oltre tre quarti degli intervistati hanno individuato il proprio lavoro attraverso canali relazionali di natura personale o comunitaria, configurando un meccanismo di accesso al mercato del lavoro fortemente mediato da legami sociali piuttosto che da canali istituzionali.
La distribuzione delle tipologie contrattuali tra i lavoratori stranieri in Italia evidenzia la prevalenza di contratti a tempo indeterminato, indicata dal 37,5% degli immigrati, seguita dal 30,8% che dichiara un contratto a tempo determinato.
Sommando le due tipologie di contratto stabile e a termine, il 68,3% degli intervistati dispone di una forma contrattuale riconosciuta, mentre forme più precarie come l’apprendistato e il contratto atipico raccolgono incidenze marginali, rispettivamente l’1,5% e il 3,7%.
Un dato di particolare rilievo riguarda la quota di chi dichiara di non avere alcun contratto, pari al 23,8%, a cui si aggiunge lo 0,7% in attesa di regolarizzazione.
Quasi un quarto dei lavoratori stranieri si trova dunque in una condizione priva di tutela contrattuale formale, un dato che segnala la persistenza di un’area significativa di lavoro irregolare o non formalizzato all’interno della popolazione straniera occupata in Italia. Questa dimensione contrattuale si riflette anche nella valutazione che gli intervistati danno del proprio guadagno mensile.
La valutazione del guadagno mensile da parte dei lavoratori stranieri restituisce un giudizio prevalentemente positivo, con oltre la metà degli intervistati, pari al 52,1%, che ritengono il proprio stipendio sufficiente. Una quota significativa, pari al 30,5%, lo giudica invece scarso, mentre le posizioni estreme raccolgono incidenze più contenute: il 12% si dichiara soddisfatto e il 5,4% lo ritiene assolutamente insufficiente.
Il giudizio sul comportamento del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori stranieri risulta prevalentemente positivo, con la maggioranza degli immigrati, pari al 54,1%, che lo definisce corretto. Una quota più contenuta, pari all’8,8%, attribuisce al proprio datore di lavoro un atteggiamento di sostegno, descrivendolo come una figura che cerca di aiutare.
Sul fronte delle valutazioni negative, il 19,7% giudica il comportamento del proprio datore di lavoro non corretto, mentre il 6,4% dichiara di subire maltrattamenti, un dato che, pur restando contenuto in termini percentuali, segnala la presenza di forme di abuso che coinvolgono una quota non trascurabile di lavoratori stranieri.
Le donne straniere occupate in Italia esprimono un giudizio sensibilmente più positivo sul comportamento del proprio datore di lavoro rispetto agli uomini. Il 67,9% delle lavoratrici definisce corretto l’atteggiamento del datore di lavoro, contro il 47,5% degli uomini, con uno scarto superiore ai 20 punti percentuali.
Sul fronte opposto, quasi un quarto degli uomini (23,9%) giudica non corretto il comportamento del datore di lavoro, a fronte del 10,7% delle donne.
Tra i lavoratori uomini risultano inoltre più frequenti le segnalazioni di maltrattamenti (7,6% contro 3,8%) e la condizione di assenza di un datore di lavoro (14,1% contro 4,6%). Le donne, invece, indicano più spesso un datore di lavoro disponibile ad aiutarle (13% contro 6,9%).
Secondo Eurispes, il dato va letto anche alla luce della forte presenza femminile in settori come il lavoro domestico e l’assistenza alla persona, caratterizzati da dinamiche relazionali e contrattuali specifiche.
L’indagine mette inoltre in evidenza il peso della regolarità del soggiorno nelle condizioni lavorative: tra chi possiede un permesso di soggiorno, il 55,2% valuta corretto il comportamento del proprio datore di lavoro, quota che scende al 46,2% tra gli irregolari.
Ancora più marcata la differenza sul fronte dei maltrattamenti: il 15,4% di chi è privo di permesso dichiara di subirne, contro il 5,1% di chi è in regola. Per Eurispes, la mancanza del permesso di soggiorno rappresenta dunque un importante fattore di vulnerabilità ed esposizione a forme di abuso sul lavoro.
Il rapporto segnala infine uno scarso ricorso agli strumenti di tutela. L’80,8% degli immigrati afferma di non essersi mai rivolto a sindacati, patronati o altre agenzie di supporto. Tra le motivazioni principali, il 39,2% sostiene di non averne avuto bisogno, mentre il 24% ritiene che queste strutture non possano essere utili.
Un ulteriore 21,3% dichiara di non sapere a chi rivolgersi, evidenziando un deficit informativo. La mancanza di fiducia nelle istituzioni di tutela riguarda il 12,2% degli intervistati, mentre barriere linguistiche e condizione di irregolarità incidono in misura marginale, rispettivamente con l’1,8% e lo 0,3% delle risposte.
Il razzismo, prevalente nel Nord Ovest e al Centro Italia
Riguardo al giudizio sull’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri, prevale la percezione di indifferenza (22,3%), insieme alla sensazione di atteggiamento amichevole, avvertito da uno straniero su cinque (20,3%). Seguono comportamenti di comprensione/solidarietà (14,6%), ostilità (14,2%) e diffidenza (13,1%).
Un immigrato su dieci percepisce atteggiamenti razzisti (10%), l’egoismo si ferma al 2,9% e l’atteggiamento compassionevole/pietoso al 2,1%.
Guardando all’insieme delle valutazioni positive e di quelle negative e considerando tra queste anche l’indifferenza, queste ultime superano le prime (62,5% contro 37%). Il Nord-Ovest è l’unica area geografica in cui domina la percezione di ostilità (22%) e, insieme al Centro è l’area che ottiene nel complesso meno risposte positive.
Sono soprattutto gli uomini ad affermare di essere stati testimoni di episodi di razzismo: il 66% contro il 43,4% delle donne. Ancora una volta è il Nord-Ovest a raccogliere il maggior numero di indicazioni in questo senso (64,9%), anche se il fenomeno appare diffuso in tutte le regioni. Le esperienze personali rappresentano una ulteriore conferma del fenomeno: la maggioranza degli immigrati è stata vittima in prima persona di episodi di razzismo almeno una volta (53,2%).
Nel dettaglio il 24% qualche volta, il 19,8% una sola volta e il 9,4% molte volte. Nel dettaglio i comportamenti razzisti subìti sono: la scortesia (55,7%); seguono con distacco la derisione (38,8%), gli insulti a sfondo razzista (35,3%) e l’esclusione (31,5%), mentre è stato vittima di aggressione fisica il 14% del campione.
Fonte
13/06/2026
Il palazzo rosso
di Camillo Acquilino
Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.
Per noi ragazzi di Genova PP, invece, il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.
Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.
OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.
La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.
Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.
Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.
Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.
Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al Sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio...
In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori...
L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.
I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.
L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati. Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.
Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano che avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.
Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.
Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.
Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.
L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta. Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .
Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.
Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.
Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.
Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.
Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.
Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.
Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.
Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che ha staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.
L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.
Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.
Fonte
01/06/2026
Cina, socialismo e IA contro Occidente
di Pino Arlacchi
Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento.
Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato.
Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’URSS: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione.
“Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato, è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.
Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile.
Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale.
Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayek “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi.
La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030.
La capacità di calcolo viene concepita come una “nuova forza produttiva”. Già oggi una parte crescente della vita associata – traffico, energia, logistica, servizi – è governata da sistemi algoritmici che coordinano in tempo reale ciò che nessuna Mano invisibile potrebbe coordinare meglio. È il sogno della pianificazione cibernetica, attuato su scala continentale.
Ma il punto più dirompente riguarda il futuro più immediato. Proiettando tali trend nel prossimo decennio, intravediamo la sagoma di un sistema finora solo vagheggiato: un’economia largamente automatizzata in cui i due grandi istituti della modernità capitalistica, il mercato e il capitale, sono diventati superflui.
Non è fantascienza. La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio.
La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.
Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire. Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’Intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporation Usa che del libero mercato si proclamano campioni.
L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’URSS sia mai stata.
E la decisione d’investire? Era la roccaforte ultima del capitalismo. Keynes l’aveva consacrata nella sua Teoria generale: poiché il futuro è inconoscibile e nessun calcolo può prevederlo, l’investimento nasce dagli “spiriti animali del capitalismo”, dall’impulso dell’imprenditore a tuffarsi nell’ignoto assumendosene il rischio. E il profitto del capitalista è la ricompensa per quell’atto di coraggio.
Ma anche gli spiriti animali, in fondo, erano la soluzione a un problema d’informazione: secondo Keynes colmavano col fiuto (o la fortuna) dell’imprenditore il vuoto lasciato dall’incertezza. Ed è proprio quello che l’Intelligenza artificiale sta riempiendo, calcolando opportunità e rischi d’investimento su milioni di scenari con una freddezza sconosciuta agli umani.
Se la macchina alloca il capitale meglio dell’imprenditore – e i mercati finanziari, ormai dominati dagli algoritmi, lo dimostrano ogni giorno – l’intera giustificazione dell’imprenditore capitalista come assuntore del carico dell’incertezza si dissolve.
Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”.
L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Amazon e Google sono proprio quelle “fabbriche-uffici uniche” che hanno interiorizzato il mercato sostituendolo col coordinamento cosciente. Ma è un’operazione volta al profitto privato anziché al bisogno collettivo.
Il compito che la Storia ci pone è quello indicato da Lenin: impadronirci di quell’apparato e volgerlo al servizio di tutti.
Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate.
In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia.
Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’Oriente socialista, non nell’Occidente capitalista.
L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.
Fonte
30/05/2026
IA e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico
Quali sarebbero i probabili effetti dell’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia, dal punto di vista marxista? Curiosamente, questa domanda, per quanto ne so, non è stata posta.
Inizialmente, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o con le nostre aspettative. L’IA implica l’introduzione di tecniche produttive estremamente intensive in capitale, o per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica del capitale molto elevata. In altre parole, l’IA implica un rapporto c/v molto alto. Ovvero il rapporto tra capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v).
Se la presenza del lavoro è piccola, e forse in casi di produzione completamente automatizzata, vicina allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere piccolo o vicino allo zero. Indipendentemente da quanto alto sia il tasso di sfruttamento, una v molto piccola implica una s (plusvalore) molto piccola.
Stabiliamo così che il tasso di profitto (s/(c+v)) deve essere anch’esso molto piccolo, in linea con una delle più famose “leggi dello sviluppo capitalistico” di Marx, ossia la tendenza del saggio di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi più intensivi in capitale.
Nel caso di produzione quasi interamente automatizzata, il tasso di profitto dovrebbe diventare zero o avvicinarsi a zero. Come ci dicono Marx, Schumpeter e il senso comune, il capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità. I capitalisti non investiranno se il loro rendimento atteso è zero. Quindi, la tendenza del saggio di profitto a diminuire segna la fine del capitalismo.
Molto prima che apparisse l’IA, questa era l’idea discussa da economisti marxisti del primo Novecento come Rosa Luxemburg e Henryk Grossman. Si aspettavano proprio ciò che osserviamo oggi: che introducendo processi produttivi a più alta intensità di capitale, i quali per ogni singolo capitalista che li introduce sono più redditizi, i capitalisti come classe, quando lo fanno tutti insieme, sostituiscono il lavoro vivo, riducono la quantità di plusvalore e, di conseguenza, portano il loro stesso saggio di profitto (per tutti i capitalisti nel loro insieme) verso lo zero.
Quindi l’IA porrà fine al capitalismo? Questo non sembra accordarsi bene con i fatti e con le aspettative di tassi di profitto non minori, ma maggiori, che deriverebbero dall’introduzione dell’IA. Marx aveva completamente torto? Forse no.
Per capirlo, si consideri un’economia composta da due settori. Primo, il settore con composizione organica del capitale molto elevata, esattamente come l’abbiamo descritto.
Ma ora ammettiamo che la completa automatizzazione della produzione in questo settore crei una domanda di produzione di beni e servizi che solo il lavoro umano vivo può svolgere, o in cui il lavoro umano vivo è superiore all’IA: pensiamo ad attività di cura, sport, infermieristica, abilità culinarie d’alto livello, coaching, baristi, scrittura creativa e una moltitudine di altri compiti che, proprio perché alcuni di essi possono essere svolti in modo grossolano dall’IA, diventeranno sempre più preziosi quando svolti da lavoro umano vivo, reale e qualificato.
Migliaia di insegnanti potranno essere sostituiti dall’IA, ma la domanda di insegnanti veramente bravi, in grado di battere l’IA, aumenterà.
Allora, un secondo settore, l’opposto del settore completamente automatizzato, si svilupperà. Sarebbe caratterizzato da una bassa composizione organica del capitale: il capitale costante (c) sarebbe piccolo rispetto al capitale variabile (cioè rispetto alla quantità di capitale impiegato pagato sotto forma di salari). A differenza del settore automatizzato, genererebbe un’enorme quantità di plusvalore.
Ma come sappiamo, nel capitalismo, le merci e i servizi non sono venduti secondo i valori-lavoro, ma secondo i prezzi di produzione che eguagliano i saggi di profitto nei settori ad alta e bassa intensità di capitale (cioè in settori con diverse composizioni organiche del capitale). Ciò significa, a sua volta, che l’ammontare del profitto nel settore automatizzato sarà, in equilibrio, proporzionale all’enorme quantità di capitale impiegato nel settore medesimo.
Pertanto, il profitto del nostro settore automatizzato non sarà trascurabile come sembrava inizialmente quando lo si guardava in modo isolato e si supponeva che l’intera economia fosse composta solo da esso. Al contrario, il saggio di profitto potrebbe aumentare perché la sostituzione del lavoro in un settore è accompagnata dalla creazione di processi produttivi a più alta intensità di lavoro altrove.
In parole povere: mentre una parte dell’economia funzionerà solo con macchine (dove sotto il termine macchina includo l’IA), un’altra parte dell’economia sarà molto più intensiva di lavoro, probabilmente anche più di oggi. Questo a sua volta significa che i profitti nel settore dell’IA potrebbero essere elevati, ma solo se la crescita del settore IA è accompagnata da una crescente domanda di beni e servizi prodotti dal lavoro vivo e quindi dall’emergere di quel secondo settore.
Se il settore IA prendesse l’intera economia, allora secondo le analisi marxiste, il saggio di profitto dovrebbe tendere a zero. E anche nell’analisi neoclassica sarebbe così, perché una produzione completamente automatizzata che non impiega affatto lavoro implicherebbe salari totali pari a zero o quasi zero, e diventerebbe poco chiaro a chi potrebbe essere venduto il benessere della nuova produzione.
Così, l’abbondanza generata dall’IA porta, anche in un mondo neoclassico (in assenza di una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano), a una domanda aggregata insufficiente, e di conseguenza a un saggio di profitto vicino o uguale a zero.
Nel mondo neoclassico, come in quello marxista, l’ascesa dell’IA deve essere accompagnata da un equivalente aumento delle attività ad alta intensità di lavoro per mantenere l’economia in equilibrio e non far scendere a zero la domanda aggregata e il saggio di profitto.
Per riassumere: sia nel mondo marxista che in quello neoclassico, un’economia composta solo da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo. In un caso perché il plusvalore prodotto e quindi il profitto è zero; nell’altro caso, perché una domanda aggregata insufficiente porta a profitti pari a zero. La situazione può essere “salvata” solo da un equivalente aumento di un settore ad alta intensità di lavoro o da una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano.
Così, vediamo un futuro meno cupo per il lavoro di quanto alcuni sostengano. Le attività in cui il lavoro non può essere sostituito dall’IA fioriranno.
L’IA porterà a una complessiva dequalificazione del lavoro o no? A prima vista, sembra che l’IA porterà alla dequalificazione del lavoro semplicemente perché molte competenze (come l’informatica, lo sviluppo software, la scrittura, persino la matematica) diventeranno ridondanti in quanto potranno essere svolte dalle macchine.
Tuttavia, questo processo può essere, ed è probabile che sia, controbilanciato dalla creazione di occupazioni in cui le competenze lavorative supereranno il livello odierno, semplicemente perché dovrebbero essere superiori ai livelli di competenza prodotti dall’IA affinché le persone vogliano acquistare tali prodotti e servizi.
Pertanto, mentre una parte della forza lavoro potrebbe soffrire di dequalificazione, o per dirla chiaramente, di imbarbarimento intellettuale, un’altra parte della forza lavoro diventerà più sofisticata e molto più qualificata. Per rimanere all’avanguardia, dovrà competere con le macchine più che con gli altri esseri umani.
Ma finché crediamo nell’adattamento umano, possiamo pensare che ci sarà sempre un segmento di tale lavoro che farà cose che le macchine non possono fare, o anche dove lo stesso output è prodotto da entrambi, sarà più apprezzato (e quindi più valorizzato) se fatto da lavoro vivo piuttosto che dall’IA. Un pattinatore artistico generato dall’IA ugualmente bello, difficilmente sarà apprezzato quanto un pattinatore artistico umano. Almeno, dagli umani.
Nota: nel testo, ho usato i termini “maggiore intensità di capitale della produzione” e “più elevata composizione organica del capitale” come intercambiabili. Il primo è ovviamente un termine neoclassico, il secondo marxista, ma in questo contesto esprimono entrambi la stessa cosa: macchine (inclusa l’IA) che sostituiscono gli umani.
Fonte
17/03/2026
Per liberare il lavoro, serve pure l’IA
Lo ha fatto molto crudamente, secondo il suo stile, ma ha posto questioni che erano marxiane, tratte dalla lettura di Giovanni Mazzetti.
Qui si pone davanti a noi, nell’epoca dell’IA, del controllo, di una repressione sempre più sottile, di idee censurate, o nascoste, dell’appropriazione dei mezzi di produzione... la questione, stringente, dell’autogestione simil-jugoslava, che non a caso misero fuori.
Qui si pone, nelle epoche di guerre imperialiste, segno di scarsa profittabilità capitalistica, della composizione organica del capitale che toglie il lavoro salariato, e che per questo, causa una caduta del saggio di profitto, senza avere controtendenze ad esse – in termini posti a suo tempo da Grossmann – il tema del proletariato e delle cure.
Troppa geopolitica fa male, troppo moralismo fa male... ci fa perdere l’Orizzonte di una transizione verso il socialismo, che con l’IA sarebbe sempre più a portata di mano. E per farlo ci vuole “formazione”, “studio”, “mobilitazione”, inchiesta operaia, come faceva Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi, in vista di una lotta sindacale, politica, di massa, nel segno del “lavoro liberato” di un “Prometeo Liberato”.
Insomma, non dobbiamo provare sconforto, ma esser coscienti, avere coscienza di classe, avere quella parola scandalosa che si chiama ideologia socialista.
In fondo, tutto ciò che ha fatto la cosiddetta Seconda Repubblica, aggrappata agli Usa (non importa quale fronte) e all’Ue (che ha origine nel “Piano Werner” del 1967 e, prima ancora, nel “Piano Funk” nazista del 1941), è stato quello di “rallentare”, “impedire” che il lavoro liberato – la riduzione dell’orario di lavoro, giornaliero, mensile, annuale, di vita (vi ricordo la Riforma Fornero), il pluslavoro assoluto, non degno del XXI secolo – si affacciasse nelle menti del proletariato italiano, disperso, frantumato, alienato, individualizzato, che si scanna ancora oggi l’uno contro l’altro, per non pensare a chi sta in “alto” (e non parlo di “politici”, quelli non contano niente, ma di capitale finanziario).
In fondo la Cina ha dato l’IA a tutta la popolazione... insomma, ha dato le armi, e in risposta all’automazione della produzione sempre più spinta, crea “altri settori lavorativi”, guarda caso di cura, di sanità, di educazione, e altro.
Non credo che i cinesi pensino al “lavoro liberato”, ma tentano vie diverse dalle nostre, fatte di miseria, di disoccupazione, di lavori servili e altro.
Fonte
15/01/2026
Come confondere la marxiana astrazione concreta con l’idealtipo weberiano
L’articolo di Zichen e Haijun pubblicato da “Contropiano” (Il Proletariato digitale, ndr) affronta in modo ingenuo – mi permetto di definirlo tale soprattutto perché accampa infondate pretese di novità – un interrogativo teorico complesso e controverso sul quale, in campo marxista, si discute da decenni, vale a dire: in che misura l’avvento delle tecnologie digitali impone una revisione radicale delle categorie fondamentali della critica dell’economia politica.
Ho volutamente usato il termine tecnologie digitali, laddove gli autori associano disinvoltamente l’aggettivo digitale ai concetti di economia, capitalismo e proletariato (proletariato digitale è il titolo dell’articolo), in modo da chiarire da subito i termini del dissenso. È vero che io stesso, sia in un libro del 2011 – Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro – che in testi precedenti, fui fra i primi a utilizzare analoghi neologismi (ad esclusione di “proletariato digitale”), ma in un contesto e con finalità diverse: da un lato, intendevo richiamare l’attenzione su certi fenomeni socioeconomici emergenti, dall’altro, mi proponevo di criticare coloro che, a partire da tali fenomeni, tentavano già allora di fondare una visione tanto innovativa quanto distorta della teoria marxista.
Oggi non li userei più nemmeno in senso metaforico, perché mi sono convinto che l’attuale livello di evoluzione del modo di produzione capitalistico – di cui la tecnologia digitale è solo uno, e nemmeno il più decisivo, dei fattori – imponga di elevare l’analisi a un 2/10 livello di astrazione superiore a quello cui Marx poteva aspirare a partire dall’analisi concreta del capitalismo ottocentesco, e non di riproporne i concetti cambiandone il nome, senza metterne in discussione i limiti immanenti (vale a dire la loro determinazione storica che – Lukács docet – è l’unico criterio scientifico accettabile per chi voglia applicare seriamente il metodo marxiano alla realtà). Ma procediamo con ordine.
Prima di analizzare alcune pacchiane sviste teoriche presenti nell’articolo di Zichen e Haijun, preferisco partire da un paio di affermazioni condivisibili:
1) il lavoro digitale (che i due autori identificano restrittivamente con il lavoro direttamente coinvolto nella produzione di dati) non è lavoro immateriale;
2) il lavoro cooperativo ispirato ai principi dell’open source (cioè della condivisione libera e gratuita del codice dei software sviluppati) non è, come sostenuto da alcuni apologeti della new economy, una inedita forma di “socialismo”, ma finisce per essere inglobato nei circuiti dell’economia capitalistica.
Non sto a dilungarmi sul secondo punto (da me affrontato tempo fa), in merito al quale mi limito a ricordare che le grandi software house (superata la fase delle “crociate” indette da Microsoft e altri giganti del settore per tutelare il copyright sui propri prodotti) hanno fatto ampio ricorso ai principi dell’open source per coinvolgere (a titolo gratuito!) le reti di sviluppatori indipendenti nei processi di debugging, implementazione e perfezionamento dei propri programmi.
Decisamente più significativo, a mio avviso, il primo punto, che ha il merito di fare piazza pulita delle idiozie sul lavoro immateriale diffuse in anni recenti da autori come André Gorz e altri. Il lavoro digitale, scrivono Zichen e Haijun, non è immateriale, nella misura in cui anche un singolo bit richiede consumo di energia e dev’essere scritto su un supporto materiale, ergo: i dati sono il prodotto materiale del lavoro digitale. Ben detto, peccato che questa giusta precisazione si inscriva in un discorso in cui la definizione restrittiva (vedi sopra) del concetto di lavoro digitale è associata a una serie di speciose distinzioni formali che dovrebbero chiarire qual è oggi lo specifico soggetto di classe – il cosiddetto proletariato digitale – che si oppone al cosiddetto capitalismo digitale.
Così gli autori contrappongono arbitrariamente la produzione di dati alla produzione di beni e servizi “immateriali” che ispira i concetti postoperaisti di lavoro cognitivo e di “cognitariato” (annoto, per inciso, che le critiche che i due rivolgono al concetto di lavoro immateriale riferito alla produzione di dati andrebbero estese a ogni altra forma di produzione: non esiste letteralmente qualcosa come un lavoro immateriale, né esistono prodotti immateriali – nemmeno gli algoritmi e le teorie scientifiche sono a mio avviso tali).
Peggio: pur ammettendo che esiste una “forma indiretta” di produzione dati, – cioè i milioni di lavoratori che fabbricano, aggiustano distribuiscono, ecc. i device digitali, ai quali andrebbero sommati i milioni di lavoratori che estraggono i minerali di cui quei device sono fatti –, e pur ammettendo che esistono proletari digitali “atipici” (rider, autisti di Uber e simili, lavoratori precari della gig economy, ecc.), asseriscono che tutti questi strati di forza lavoro (che dovrebbero essere oggetto di un’analisi della nuova composizione di classe) sono solo “resti” di forme economiche e modalità produttive precedenti, rappresentano cioè la periferia di una struttura produttiva a cerchi concentrici in cui tutti contribuiscono alla produzione globale di dati, ma solo chi sta al centro di tale 3/10 struttura è il “vero” proletariato digitale che incarna la contraddizione di classe con il capitalismo digitale.
Qui le scemenze sono tante e intrecciate, per cui diventa difficile districarsi. Comunque ci provo.
Il primo anello da cui si dipana l’intera catena è di ordine metodologico. Zichen e Haijun sostengono infatti di avere applicato “il metodo di ricerca marxiano secondo cui per ogni classe esistono forme tipiche”. In altre parole, confondono l’astrazione concreta – cioè l’astrazione storicamente determinata – marxiana con gli idealtipi weberiani.
Ciò trova ulteriore conferma laddove scrivono che Marx analizzava l’Inghilterra perché cercava di individuare l’oggetto più “tipico” e rappresentativo di una certa classe, applicando il metodo “del caso esemplare”.
Ma se così fosse il metodo di Marx sarebbe un esempio di cattiva astrazione. Marx non cercava “l’oggetto più tipico”, analizzava il più alto livello di sviluppo storico raggiunto dal modo di produzione capitalistico che in quella concreta e specifica fase coincideva con il capitalismo inglese. Né pretendeva, come ha chiarito nella famosa lettera indirizzata al recensore russo del Capitale, di avere inteso individuare le leggi evolutive generali che guidano il cammino dell’umanità.
L’Inghilterra non era un “caso tipico”, era il caso storico concreto dalla cui analisi Marx ha estratto alcuni concetti. Dalla mancata comprensione dell’essenza del metodo marxiano discendono gli altri equivoci.
Posto che i nostri vedono nel capitalismo digitale – inteso come produzione di dati – l’idealtipo del modo di produzione capitalistico contemporaneo, ne derivano la concezione secondo cui il proletariato digitale (restrittivamente definito e distinto dai lavoratori che concorrono alla “produzione indiretta” di dati, che per inciso sono la schiacciante maggioranza del proletariato mondiale) sarebbe l’unico “soggetto attivo della lotta rivoluzionaria”.
E qui siamo al paradosso: ammesso e non concesso che si accetti la definizione di proletariato digitale, essa connoterebbe tuttalpiù la “classe in sé”, certamente non la “classe per sé”, si potrebbe cioè sostenere che questi lavoratori incarnano la contraddizione oggettiva fra capitale e lavoro, certamente non la consapevolezza soggettiva del proprio ruolo rivoluzionario.
A dircelo non è la teoria ma la prassi: gli unici soggetti attivi delle lotte rivoluzionarie li troviamo nelle larghe masse dei produttori indiretti di dati che popolano le periferie del mondo, certamente non nelle minoranze privilegiate che popolano i centri.
La sproporzione fra centri e periferie non è solo qualitativa, è anche e soprattutto quantitativa. Dopodiché nell’articolo in questione c’è un tentativo di rimediare a quest’ultimo aspetto, senonché, per citare un detto che ho imparato abitando per anni a Venezia, “el tacon è pesor del buso” (la toppa è peggiore del buco).
I nostri insinuano infatti che i miliardi di utenti dei social producono gratuitamente valore (cioè i big data che alimentano il modello di business delle piattaforme che li gestiscono) per cui possono essere considerati parte del proletariato digitale.
L’argomento è seducente, tanto che anch’io ho rischiato a suo tempo di cascarci, finché mi sono reso conto che si trattava di una metafora, più che di una tesi scientificamente sostenibile. Questo “furto” capitalistico del sapere sociale prodotto dagli utenti dei social rinvia infatti al concetto di 4/10 accumulazione per espropriazione di David Harvey (nel caso in questione appropriazione privata di commons digitali) (12) piuttosto che al rapporto di sfruttamento fra capitale e forza lavoro.
Per ricondurlo a quest’ultimo Zichen e Haijun ricorrono a un’altra mossa teoricamente insostenibile: scrivono che, siccome i big data sono privati e posseduti dal capitale, tutti i dati prodotti sono trasformati in pluslavoro.
A parte questa ardita soluzione “scientifica”, il vero punto è che, considerato l’alto livello di socializzazione raggiunto dagli attuali processi produttivi, non solo di dati, ma di beni, servizi, prodotti industriali e quant’altro (previsto da Marx nel Libro VI Inedito (13)) il rapporto fra lavoro necessario e pluslavoro, e quindi il tasso di sfruttamento, si determinano a livello delle catene globali del valore e non dei singoli processi.
Fonte
12/10/2025
Baran, Sweezy e il potere operaio
La struttura del capitalismo monopolistico, dicono Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), è tale che un volume continuamente crescente di surplus non si potrebbe smaltire attraverso canali privati: in mancanza di altri sbocchi, il surplus non sarebbe prodotto affatto.
La situazione in cui una parte del surplus prodotto non trova impiego profittevole è quella del capitalismo concorrenziale. In esso un eccesso di capitali che non trova condizioni favorevoli di valorizzazione produce disoccupazione e disimpego di impianti. Il sistema del laissez-faire – la concorrenza – produce una quantità di capitali superiore alle possibilità di valorizzazioni offerte dal mercato. Fino al 1870 questo capitale in eccesso veniva distrutto. Il mercato poteva riprendere il suo regolare funzionamento solo dopo questa distruzione.
In condizioni di laissez-faire il mercato è una struttura autonoma indipendente dal desiderio e dalla volontà dei partecipanti. La concorrenza conduce i prezzi al limite dei costi socialmente necessari alla produzione della merce. C’è un limite indipendente oltre il quale il mercato boccia le offerte. Questa struttura indipendente determina contemporaneamente l’impiego dei fattori – lavoratori, clienti, fornitori, proprietari – e la distribuzione dei prodotti.
Dopo il 1870, e in maniera decisiva dopo la Grande Depressione (1873-1896), il sistema dei prezzi rappresenta un limite per la valorizzazione. I prezzi che il mercato impone alle imprese, e sotto i quali esse non possono scendere, non sono più sostenibili. Il mercato boccia il mercato. Meglio non produrre affatto che produrre in perdita. A meno che non si trovi un metodo per ingannare il mercato e superare la concorrenza.
Ma senza la concorrenza, si chiedono Baran e Sweezy, come si determinano i prezzi? Come sono remunerati i fattori e quale relazione esiste tra retribuzioni e prestazioni? Qual è, se esiste, il meccanismo che assicura un efficace impiego delle risorse e in che modo le direzioni delle società possono avere le carte in regola con i lavoratori, i clienti, i fornitori e i proprietari e nello stesso tempo agire nel pubblico interesse?
Senza la concorrenza, dicono Sweezy e Baran, i prezzi e i redditi sarebbero indeterminati e non vi sarebbero tendenze definibili verso l’equilibrio. Gli odierni teorici dell’economia rimarrebbero disoccupati.
Si può ancora misurare dopo che l’unità di misura è distrutta? Quando il mercato smette di regolare e allocare correttamente le risorse, si può ancora pensare di ricondurre le grandezze entro un ordine intelligibile, oppure tutto è smisurato e perso, confuso e disordinato e la fuffa sale al fianco della mamma e pretende un compenso?
Se il laissez-faire produce un eccesso di capitali che non possono tornare in circolo e valorizzarsi, capitali che devono dunque essere distrutti, allora bisogna trovare un modo per far rientrare questi capitali violando le condizioni imposte dal mercato e dal sistema dei prezzi. Le strade percorribili sono due:
1) abolire il mercato e il sistema dei prezzi e sostituirlo con un sistema più vantaggioso;
2) mantenere il mercato e il sistema dei prezzi, ma ingannarlo: violarne la consistenza mantenendone la struttura.
La seconda strada è quella scelta dal capitalismo monopolista.
Il capitalo quinto del libro di Baran e Sweezy – L’assorbimento del surplus: la promozione delle vendite – è spettacolare, superbo. Il libro è stato scritto tra gli anni Cinquanta e Sessanta e pubblicato nel 1966.
Il grande limite che regola i prezzi nel sistema di mercato è costituito dai costi di produzione – i costi socialmente necessari. Le imprese che non sono in grado di offrire costi di produzione entro questo limite sono sbattute fuori dal mercato. Le imprese non scelgono il prezzo, lo subiscono. Sospendo la questione della circolarità tra costi di produzione e prezzi e tutti i tratti irrazionali che affettano anche il mercato in regime di laissez-faire, e considero acquisito il limite dei prezzi di produzione.
Il potere del mercato – un potere impersonale – impone alle imprese di produrre entro i limiti dei costi socialmente necessari. Anche le imprese che sono in salute e perfettamente concorrenziali, soprattutto quelle che sono andate bene e hanno generato un surplus che vogliono investire, possono produrre alla condizione di rimanere entro i costi socialmente necessari e a patto di trovare una domanda solvibile. In ogni caso, la domanda solvibile si indirizza verso merci prodotte entro i limiti dei costi socialmente sostenibili. A parità di qualità il consumatore compra la merce che costa di meno.
Per gli economisti classici, marxisti compresi, tutto ciò che viene aggiunto a una merce e ciò che eccede i costi socialmente necessari è lavoro sprecato, risorse sprecate, lavoro improduttivo. Aumentando il costo della merce si diminuiscono le sue possibilità di vendita. Invece di renderla socialmente utile la rendono inutile.
Tutti i costi che scaturiscono solo dal mutamento di forma di una merce, scrive Marx (Capitale), non aggiungono valore a quest’ultima. Il capitale sborsato in questi costi (compreso il lavoro da esso comandato) appartiene ai faux frais della produzione. Essi costituiscono una sottrazione di surplus. Tutto ciò che eccede i costi socialmente necessari costituisce una spesa inutile che grava sul surplus e che lo riduce di un ammontare equivalente – è surplus consumato, distrutto.
Questa regolazione e ripartizione dei costi opera in un regime di mercato concorrenziale. In esso un compratore non è disposto a sobbarcarsi costi che non ritiene socialmente necessari. La musica cambia in un regime di monopolio.
Quando una o più imprese unite in un trust controllano l’offerta di un prodotto, il potere del mercato di imporre il prezzo viene bloccato. Si passa da un regime di prezzi subiti a un regime di prezzi amministrati. Il limite dei costi di produzione può essere superato e il surplus in eccesso può entrare in circolazione e trovare condizioni di valorizzazione.
La promozione delle vendite, dicono Baran e Sweezy, è un modo alternativo di utilizzo del surplus eccedente le condizione di valorizzazione ordinarie in un sistema di laissez-faire.
Non bisogna certo sottovalutare il legame tra la pubblicità e l’industria culturale, tutta la paccottiglia – faux frais – che viene finanziata dalla pubblicità. Allo stesso tempo non bisogna dimenticare che tutti i discorsi critici di economisti e filosofi che hanno tentato di evidenziare i lati cattivi della pubblicità, che hanno posto l’accento sugli sprechi massicci di risorse, sul continuo drenaggio dai redditi dei consumatori e sulla sistematica distruzione delle loro libertà di scegliere tra genuine alternative, sono discorsi che depistano. In primo luogo, dicono Baran e Sweezy, in questi discorsi la pubblicità è considerata come un costo accessorio – un faux frais, appunto – che può essere eliminato se si avesse voglia e coraggio di farlo. Si tratta di quella copertura fornita al capitalismo dai sui difensori più ingenui. Una volta emendato dei sui tratti sporchi e corrotti il mercato è il migliore dei sistemi possibili. Non si tiene conto del fatto che la pubblicità è parte integrante del capitalismo monopolistico e che essa non è una sottrazione di surplus, ma un metodo per la sua valorizzazione. Senza pubblicità una parte di risorse, compresi lavoratori e capannoni industriali, rimarrebbe disoccupata. In secondo luogo, la teoria critica dice che la pubblicità è un sistema che indirizza il consumatore verso scelte irrazionali e a spendere in prodotti e servizi privi di valore, prodotti e servizi che altrimenti non verrebbero comprati. In questo caso, dicono Baran e Sweezy, la pubblicità non viene considerata come un fattore capace di modificare il volume complessivo degli acquisti dei consumatori, e dunque non viene vista come un fattore in grado di valorizzare risorse che altrimenti verrebbero distrutte.
Questo atteggiamento critico oscura completamente il ruolo della pubblicità. Secondo questi critici, senza pubblicità, i vestiti si acquisterebbero per la loro utilità, gli alimenti si comprerebbero in base al loro valore nutritivo ed economico, la automobili sarebbero ridotte all’essenziale e tenute dallo stesso proprietario per tutti i dieci o quindici anni della loro vita utile, le case sarebbero costruite per la loro capacità di dare riparo, senza badare allo stile o al quartiere. Senonché, se i consumatori si comportassero in questo modo, tutto il mercato che dipende da questi acquisti si fermerebbe, e con esso si fermerebbero i lavoratori e gli impiegati, si fermerebbero le macchine e le presse e i capannoni presto sarebbero infestati dai rovi e le strade riconquistate dalla natura.
Questo è il nocciolo della questione, dicono Baran e Sweezy. Cosa accadrebbe infatti a un mercato continuamente affetto da domanda insufficiente? E a un sistema economico sofferente di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici? L’importanza della pubblicità, dicono, non sta nel fatto che essa determina una redistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni o che incentiva l’acquisto di prodotti inutili, ma nei suoi effetti sul volume della domanda globale effettiva e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito. Non si può pensare di togliere la pubblicità e tenere il mercato. Pubblicità e mercato, nell’età del monopolio, sono la stessa cosa, sono inseparabili, persino indistinguibili.
La spinta della pubblicità sulla domanda determina un impiego di quella parte del surplus che altrimenti rimarrebbe inutilizzata. Ciò non lascia le cose come stanno. Il sistema economico del laissez-faire – il sistema dei prezzi e il mercato – viene alterato. Il verificarsi di una situazione in cui gli sforzi di produzione e di vendita si compenetrano in misura tale da diventare praticamente indistinguibili, dicono Baran e Sweezy, comporta un profondo cambiamento del sistema. Quando i costi socialmente necessari non sono più distinguili dai faux frais – dai costi accessori o inutili – il sistema dei prezzi entra in un processo di disgregazione, e se continua ancora a regolare gli scambi è perché, da una parte, risponde ancora a interessi forti, e, dall’altra, perché non si riesce a trovare un sistema alternativo.
In una struttura concorrenziale, dicono Baran e Sweezy, soltanto costi di produzione minimi (in quanto determinati dalla tecnologia prevalente), insieme con costi minimi di imballaggio, trasporto e distribuzione (in quanto richiesti dalle vigenti consuetudini) sarebbero riconosciuti dal mercato – e dalla teoria economica – come costi socialmente necessari per fornire un prodotto agli acquirenti. In questo regime, dicono, i costi socialmente necessari si potrebbero chiaramente definire e misurare come spese per produrre e consegnare un prodotto utile. E una volta definiti i costi, dicono, il surplus sociale si potrebbe facilmente identificare come la differenza tra prodotto totale e costi totali.
Nei bilanci delle società monopoliste, e in genere in tutti i bilanci delle società post laissez-faire, i faux frais sono registrati come costi di produzione. I produttori rivolgono sempre più attenzione alla vendibilità del prodotto, per cui ciò che nei libri contabili risulta come costo di produzione si dovrebbe più propriamente attribuire alla produzione di apparenze vendibili, ovvero a fuffa che non aumenta l’utilità del prodotto, ma aumenta le sue probabilità di esser venduto. Con ciò la distinzione tra costi di produzione e costi accessori o inutili viene completamente cancellata. Che cosa sono infatti i costi socialmente necessari, si chiedono Baran e Sweezy, quando questa distinzione viene cancellata? Fino a quando l’industria delle vendite e l’ufficio vendite sono separati e non interferiscono con gli uffici di produzione, si possono facilmente riconoscere come forme di surplus. In tal caso, dicono, i costi di vendita, come la rendita e l’interesse, si possono facilmente riconoscere come forme di surplus da dedurre dai costi globali al fine di pervenire ai veri costi di produzione socialmente necessari. Ma come dobbiamo procedere, dicono, quando i costi di promozione e vendita non si possono letteralmente distinguere dai costi di produzione, come avviene per esempio nell’industria automobilistica?
È fuori di dubbio che buona parte del lavoro che entra nella produzione di un’automobile non ha lo scopo di produrre un bene funzionale, ma uno più vendibile. Ma l’automobile, una volta progettata, dicono, è un bene prodotto dallo sforzo unitario di tutti gli operai che lavorano nella fabbrica e nella linea di montaggio. Com’è possibile distinguere gli operai produttivi da quelli improduttivi? Come è possibile separare i costi di produzione da quelli di vendita? Non è più possibile, dicono, perché gli operai che producono i cerchioni sono gli stessi che producono i copri cerchioni che rendono la macchina più vendibile, e quelli che progettano il freno sono gli stessi che progettano il cambio che duri meno di quello precedente, quelli che progettano il bene utile sono gli stessi che progettano la sua obsolescenza anticipata. La distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, sulla quale si regge l’impianto dell’economia classica e marxista, viene cancellata.
Non è un caso che proprio nei primi anni Settanta dell’Ottocento l’economia neo-classica (Jevons, 1871, Menger 1871, Walras 1874) spazzi via il lavoro e i costi di produzione come centri regolatori del sistema economico, e introduca un sistema strutturale privo di centro, senza punto di ancoraggio assoluto, dove l’uno è misura dell’altro e tutto è relativo (novanta anni dopo la letteratura impererà la lezione con Pynchon).
La teoria economica moderna, dicono Baran e Sweezy, vede le cose diversamente: tutti i costi sostenuti in questo processo sono ugualmente importanti e per definizione necessari. Per essa è da rigettare ogni distinzioni tra prodotto utile e inutile, tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, tra costi e surplus – anche la spazzatura è buona.
La teoria economica moderna, dicono, ha pacificamente accettato le cose come sono, non ha lotte da condurre, non vuole confronti tra realtà e ragione, non vuole confronti tra ragione e sragione. Va tutto bene, tutto procede bene, ogni scontrino va bene, ogni importo va bene, ogni richiesta è ricevibile, ogni compenso è giusto.
Eppure, e qui sta la grandezza di questo capitolo, una grandezza che lo pone alla pari dei Dialoghi sulla religione naturale di Hume, in questo caos dove tutto è misura di tutt’altro, e non c’è alcun centro per fissare i prezzi, e tutto è mobile e relativo e ogni segno è un azzardo, e ogni senso è un decreto, e ciò che è finto ed è fuffa è veicolo di ciò che serve ed è necessario, in questo caos, noi due, Baran e Sweezy, ripetiamo i calcoli fatti da Fisher, Griliches e Kaysen e diciamo che una macchina costruita nel 1961 dovrebbe costare meno della metà di quello che costa, che il 25% dei suoi costi sono dovuti a faux frais e l’altro 25% sono dovuti a obsolescenza pianificata, ai costi di riparazione e al consumo ingiustificabile di carburante artificialmente incrementato, e che tutti questi costi accessori pesano sul PIL degli Usa per il 2,5%. Effettuato per l’economia nel suo complesso, dicono, tale raffronto ci darebbe una stima del volume del surplus attualmente nascosto dalla compenetrazione tra gli sforzi di produzione e di vendita.
Ciò non dimostra, dicono, che attualmente sarebbe possibile eseguire questo calcolo. Non è possibile eseguire il calcolo. Nessun gruppo di economisti, dicono, per quanto ricchi di fantasia, e nessun gruppo di statistici, per quanto dotati di ingegno, potrebbe – né del resto dovrebbe – tentare di specificare la struttura della produzione che sarebbe possibile avere in un regime economico più razionale. Non c’è alcun regime economico razionale. C’è solo questo caos in cui le cose si approssimano e si respingono e trovano una sistemazione reciproca. E comunque, dicono, non c’è bisogno di accedere subito, adesso, a una dimensione razionale, per valutare razionalmente questo caos e metterci ordine.
Non è necessario avere l’idea precisa di un’automobile ragionevolmente costruita, di un quartiere ben organizzato o di una bella composizione musicale per riconoscere che i cambiamenti di modello che ci sono continuamente imposti, gli slums che ci circondano e il rock-and-roll che ci assorda, rappresentano un modello di utilizzo delle risorse umane e materiali dannoso al nostro benessere. Non c’è bisogno di aspettare un aiuto dal cielo, basta appoggiarsi ai calcoli di Fisher, Griliches e Kaysen che, seppur azzardati, costituiscono un ottimo punto di appoggio per spiccare il salto.
Fonte
07/05/2025
Referendum 8-9 giugno, USB ha dato vita al Comitato Indipendente e dà indicazione per 5 Sì
Assieme ad una coalizione di realtà politiche e sociali, l’USB ha dato vita ad un Comitato indipendente perché non ha condiviso la scelta di chi ha promosso i referendum. Avventurarsi in una campagna referendaria ci sembra un forte azzardo e i quesiti, almeno 3 dei 4 promossi dalla Cgil, sono stati formulati con il “freno a mano” per non scontentare i partner politici del sindacato di Landini, a cominciare dal Pd. Nell’eventualità che si dovesse raggiungere il quorum e vincere, il risultato sarebbe quindi modesto e l’effetto concreto più simbolico che reale.
Ma la partita è comunque in campo e, pur se parziali, i quesiti referendari costituiscono un tentativo di assestare un colpo alla precarietà del lavoro e alle leggi che l’hanno sancita. E poi c’è il quinto quesito, che mira a ridurre gli anni di permanenza in Italia per ottenere la cittadinanza e che costituisce una battaglia di civiltà.
L’USB, quindi, pur con tutti i distinguo che non possono essere taciuti, è in campo per sostenere i 5 Si e per provare ad invertire la rotta di una legislazione a senso unico, tutta indirizzata verso l’aumento della precarietà del lavoro e la restrizione dell’accesso ai diritti per i cittadini stranieri.
Unione Sindacale di Base
Fonte
16/04/2025
L’automazione non ci ha reso liberi dal lavoro, e dallo sfruttamento
Il timore che le intelligenze artificiali (IA) possano sostituire i lavoratori è al centro di un dibattito acceso. Un dibattito che però trascura l’impatto di queste tecnologie sulla qualità delle condizioni di lavoro esattamente come in passato è avvenuto per varie forme di automazione industriale.
Per approfondire questo tema, ci siamo avvalsi della lente di ingrandimento di Jason Resnikoff, professore di Storia contemporanea all’Università di Groninga (Paesi Bassi) e autore del libro “Labor’s End: How the Promise of Automation Degraded Work”.
Resnikoff è specializzato in storia del lavoro, storia del capitalismo globale, storia intellettuale e storia della tecnologia e ha un’esperienza pregressa tra le file della United Auto Workers, sindacato statunitense che rappresenta i lavoratori dell’industria automobilistica, oltre ad altri settori come l’istruzione superiore, la sanità e il gaming.
Le ricadute dell’automazione secondo Resnikoff
Secondo Resnikoff, l’automazione porta con sé un paradosso: presentata come una spinta verso una società migliore, in realtà ha contribuito ad aumentare, accelerandolo, lo sfruttamento del lavoro. Un argomento che appare molto attuale in relazione all’odierno dibattito sull’impatto dell’IA. In poche parole, si parla molto di come l’IA renderà le imprese più produttive o competitive, o di come le macchine sostituiranno dei lavoratori o faranno lavori noiosi al posto nostro, e si parla molto poco di come invece questa nuova ondata tecnologica potrebbe ampliare lo sfruttamento del lavoro (umano).
Nel suo libro Resnikoff entra nei meandri dell’automazione negli Stati Uniti a partire dalla seconda metà del secolo scorso, rilevando da subito il paradosso secondo il quale, benché dovesse migliorare la società, l’automazione ha portato a un rapido sfruttamento del lavoro. Per Resnikoff, sono la globalizzazione e la sovrapproduzione a causare le maggiori perdite di posti di lavoro e non l’automazione in sé, alla quale però riconosce il demerito di creare “una razza di schiavi costituzionalmente incapaci di ribellione”.
Tutto ciò malgrado nei decenni passati molti analisti dell’automazione fossero ottimisti e credessero in un mondo utopico in cui si sarebbe lavorato meno a parità di stipendio, nota il professore, ovvero qualcosa di simile a ciò che si ipotizza oggi parlando delle IA e della robotica.
Per capire meglio, gli abbiamo fatto alcune domande.
Professor Resnikoff, come e perché pensa che l’automazione degradi il lavoro?
“I dati storici mi portano a questa conclusione. Il termine ‘automazione’ è stato coniato dal dipartimento motori della Ford negli anni ’40 per evocare l’idea di progresso tecnologico e contrastare il movimento sindacale industriale, che l’azienda aveva da poco dovuto riconoscere per imposizione del governo federale. Nel dopoguerra, la parola ‘automazione’ non indicava una tecnologia specifica. John Diebold, definito dal New York Times l’evangelista dell’automazione, ha affermato che per i dirigenti d’impresa definire l’automazione era complesso quanto per i teologi definire il peccato. Questo dimostra come il termine fosse usato indiscriminatamente per descrivere qualunque cambiamento tecnologico nel luogo di lavoro.
L’automazione è stata soprattutto una narrativa secondo cui il progresso tecnologico porta inevitabilmente a una diminuzione del lavoro umano. Questa idea ha avvantaggiato le grandi aziende, che hanno sfruttato l’utopismo tecnologico e l’ottimismo per sostenere che il lavoro umano non contribuisce (o presto non contribuirà più) al processo produttivo”.
Cosa è quindi l’automazione?
“È tanto una copertura retorica per il degrado del lavoro quanto un processo materiale. Gli esempi del periodo postbellico sono numerosi: l’introduzione dei computer nel lavoro d’ufficio e l’introduzione degli utensili elettrici nel confezionamento della carne sono due esempi particolarmente toccanti. Oggi, tutto ciò viene fatto dai datori di lavoro invocando l’intelligenza artificiale.
Amazon ha affermato che la fatturazione nei negozi fisici fosse automatizzata, ma era svolta da lavoratori in India. Oppure, Presto Automation ha attribuito a sistemi automatizzati il servizio nei fast-food statunitensi, in realtà gestito da lavoratori nelle Filippine.
Ciò che viene chiamato ‘automazione’ si potrebbe definire ‘outsourcing’, che peggiora le condizioni dei lavoratori locali obbligandoli a competere con manodopera a basso costo. Dall’inizio della rivoluzione industriale, i datori di lavoro hanno utilizzato macchine per frammentare lavori qualificati, assumendo manodopera meno costosa e aumentando i ritmi di lavoro. Nel dopoguerra, il termine ‘automazione’ ha camuffato questo fenomeno come risultato naturale del progresso tecnologico, nascondendo il vero intento di controllo del processo lavorativo e compressione dei salari”.
L’automazione può davvero creare dei “nuovi schiavi” o è una provocazione?
“L’automazione, tecnicamente parlando, non fa nulla. Non è un processo tecnologico o storico ben definito. Sostengo che gran parte di ciò che viene chiamato automazione sia ben poco tecnologico, ma piuttosto una narrativa che i datori di lavoro usano per degradare il lavoro (piuttosto che abolirlo tecnologicamente). Piuttosto, suggerirei che questa sia la suggestione legata all’idea di automazione, in particolare per i datori di lavoro, ma talvolta, sorprendentemente, anche per dirigenti sindacali, utopisti di sinistra e alcuni lavoratori stessi.
Aristotele sosteneva che alcune persone fossero ‘schiavi naturali’. Nel XX secolo, spesso si è invocata l’idea dell’automazione per sostenere che i nuovi ‘schiavi naturali’ fossero le macchine. Ritengo che questo modo di pensare sia pericoloso per i lavoratori, poiché presuppone che gran parte del lavoro, in teoria, debba essere svolto in condizioni coercitive e degradate. Il problema principale è che i lavoratori umani rimangono (e rimarranno) essenziali per l’economia e, perpetuando questa idea di lavoro, saranno costretti sempre più a lavorare in condizioni degradanti”.
Secondo lei, le aziende preferiscono l’automazione o la sostituzione dei lavoratori con altri lavoratori (delocalizzando quindi dove il lavoro costa meno)?
“La maggior parte delle aziende non si impegna esclusivamente in una o nell’altra strategia. Generalmente, le aziende di successo puntano a ottenere profitti. Se una macchina aiuta a raggiungere questo obiettivo, utilizzeranno una macchina; se invece è il lavoro umano a essere più vantaggioso, opteranno per quello. In genere, combinano macchine e lavoro umano per ottenere il massimo vantaggio.
Le macchine possono essere molto costose e rappresentano costi fissi, ma possono eseguire alcune fasi del lavoro rapidamente o contribuire a rendere più economico il lavoro umano. Le persone possono essere licenziate, ma possono anche essere più difficili da controllare e potrebbero organizzarsi in sindacati. La combinazione tra macchine e lavoro umano varia costantemente. Storicamente, i datori di lavoro hanno usato le macchine per rendere il lavoro umano più economico, ma quel lavoro umano a basso costo è rimasto (e generalmente rimane) essenziale per il processo produttivo.
Georges Doriot, professore della Harvard Business School negli anni ’40 e ’50, una volta disse che la fabbrica ideale non avrebbe avuto lavoratori. Tuttavia, quando aziende come la Ford iniziarono a considerare l’idea di costruire fabbriche senza lavoratori (cosa impossibile all’epoca), si resero conto che sarebbe stato incredibilmente costoso, impraticabile e fisicamente irrealizzabile.
Quel sogno di automazione completa è semplicemente un sogno manageriale: un sogno in cui non si dovrebbe dipendere da altre persone, ossia dai lavoratori. Quando si tratta di fare profitti, però, quel sogno si rivela essere una fantasia”.
È vero, secondo lei, che essere contrari all’automazione significa essere nemici del progresso?
“No. Il concetto di progresso è, naturalmente, oggetto di dibattito. La vera domanda è: in una società ideale, le persone lavoreranno? E se sì, che tipo di lavoro faranno? Per quale compenso? Per quante ore alla settimana? E sotto la supervisione di chi, se ce ne sarà una?
William Morris immaginava una società utopica in cui le persone lavoravano ancora, ma in condizioni migliori e più significative. In modo molto diverso (e, in parte, inquietante) anche Edward Bellamy aveva una visione simile. Storicamente, lo stesso movimento dei lavoratori ha sostenuto che il progresso significasse ottenere migliori condizioni lavorative per le persone comuni, non necessariamente l’abolizione del lavoro.
L’automazione non è l’unico percorso verso il progresso; il miglioramento del lavoro e delle sue condizioni può essere un’alternativa più significativa e sostenibile per il benessere collettivo”.
La cooperazione uomo-macchina richiede che le macchine si adattino agli esseri umani? Le macchine possono offrire un vantaggio ai lavoratori?
“Le macchine, di per sé, non creano situazioni sociali o politiche. Gli storici della tecnologia definiscono l’idea che le macchine determinino automaticamente tali situazioni come ‘determinismo tecnologico’ e, in generale, hanno respinto questa concezione considerandola un errore storico. Gli esseri umani fanno la propria storia, anche se non sempre nel modo in cui vorrebbero.
Il problema non sono le macchine, ma le strutture gerarchiche (o, come alcuni potrebbero sostenere, il capitalismo). Una società veramente democratica utilizzerebbe le macchine in modo diverso rispetto a una fortemente gerarchica. In quel contesto, le macchine potrebbero offrire molti più benefici ai lavoratori rispetto alla nostra società attuale. Il problema non risiede quindi nelle macchine in sé, ma nell’alienazione delle persone comuni dalle macchine stesse”.
Quali sono gli impatti dell’automazione sulla socialità e sulle capacità democratiche dei governi?
“Questa è una domanda complessa. Il degrado del lavoro ha avuto conseguenze significative nei paesi che hanno costruito il loro stato sociale sul modello fordista, in cui la classe media veniva sostenuta da salari relativamente alti e dal sostegno dell’industria nazionale.
Negli ultimi cinquant’anni, la dissoluzione del modello fordista è andata di pari passo con un aumento delle disuguaglianze di reddito e con l’erosione della classe media. Tuttavia, questo fenomeno non è stato causato direttamente dall’automazione. È stato il risultato di una scelta politica intenzionale da parte della destra, che ha smantellato progressivamente lo stato sociale. Ciò è accaduto contemporaneamente alla frammentazione del modello fordista, che include un uso strategico dei cambiamenti tecnologici per ridurre il potere dei lavoratori. Tra questi, si possono citare la logistica avanzata utilizzata per delocalizzare la produzione, le tecnologie della comunicazione che consentono in modo simile l’esternalizzazione della produzione e l’ascesa dell’economia delle piattaforme che consente la trasformazione di lavori propriamente detti in occupazioni occasionali, eccetera.
Questi processi non solo hanno alterato il panorama economico, ma hanno anche avuto un impatto sulla coesione sociale e sulla capacità dei governi di agire democraticamente, poiché i lavoratori, spesso frammentati, hanno perso una parte del loro potere contrattuale collettivo”.
Cosa dovrebbero fare i governi e i legislatori per sostenere una transizione ordinata?
“Se i governi avessero veramente a cuore il benessere dei lavoratori, dovrebbero prima separare il mantenimento del lavoro dai bisogni più basilari della vita sociale, garantendo che l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, all’alloggio, alle attività ricreative e le pensioni non dipendano dall’occupazione.
In secondo luogo, dovrebbero aiutare i sindacati a ottenere un vero potere nel negoziare sui mezzi di produzione stessi. I lavoratori dovrebbero avere un ruolo decisivo nel decidere quali tipi di macchine utilizzare e per quali scopi.
Infine, i governi dovrebbero emanare leggi su come sviluppare e impiegare la tecnologia. Oltre alle condizioni di lavoro (che sono cruciali), questa è attualmente una necessità urgente per evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico. Ovviamente, i governi hanno interesse a legiferare su quali tipi di tecnologie dovrebbero esistere e come dovrebbero essere utilizzate. Allo stesso modo in cui dovrebbero emanare leggi sulle emissioni di carbonio, dovrebbero emanare leggi simili riguardanti l’uso della tecnologia per degradare il lavoro. Se un nuovo software aggiunge lavoro a un compito, innanzitutto un lavoratore dovrebbe avere il diritto di rifiutare quel lavoro extra e, almeno, dovrebbe ricevere una compensazione aggiuntiva per il compito svolto. Se un datore di lavoro vuole abolire tecnologicamente un lavoro completamente, dovrebbe pagare il lavoratore per il lavoro che ha distrutto. Ma soprattutto, i governi dovrebbero sforzarsi di dare ai lavoratori il controllo sui mezzi di produzione. Il controllo dei lavoratori è la risposta più fondamentale a questa questione.”
Le sue previsioni per il futuro e, infine, l’ipotesi di un reddito universale da distribuire specialmente a chi perde il lavoro a causa dell’automazione sono davvero plausibili?
“In un certo senso, ho già risposto a questa domanda. Penso che i datori di lavoro continueranno a usare le nuove tecnologie per degradare il lavoro piuttosto che eliminarlo del tutto, come fanno fin dall’alba della rivoluzione industriale. Il problema non è che le nuove tecnologie verranno utilizzate per fare qualcosa di completamente nuovo, ma che continueranno a essere impiegate per perpetuare le dinamiche di sfruttamento lavorativo esistenti. Questo rappresenta un problema, almeno dal punto di vista della gente comune.
Un reddito universale non è necessariamente un’idea pessima, ma risulta meno efficace rispetto a un solido stato sociale che fornisca servizi indipendentemente dal reddito individuale. Ho scritto di questo argomento di recente: i servizi garantiti da uno stato sociale robusto piacciono a molte persone. Tuttavia, il problema è che, nell’ultimo mezzo secolo, questi servizi sono stati drasticamente sotto finanziati dai neoliberisti”.
Fonte
