Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/08/2026

Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza

di Pino Arlacchi

Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.

E il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l'economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali.

Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del Pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa.

E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio.

Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste – i rendimenti dei Treasury come “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della Fed come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è spostato nell’Estremo Oriente, nell’Asia profonda, ha cambiato natura.

Non è più finanziario. È tornato reale. Fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia produce ormai quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del Pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I Brics allargati pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più del G7.

Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”.

Ovunque dove? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio.

La Cina è la dimostrazione vivente che un‘altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street.

Mentre la Fed, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni,la Banca del Popolo li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica. Un’eresia inconcepibile per chi crede che il Pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington.

Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberale bollano come “repressione finanziaria” si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.

E l’Asia profonda ha buona memoria. Ricorda lo scherzo inflitto da Wall Street nel luglio 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi Imf”, perché fu la cura del Fondo – la solita austerità feroce, tassi al 30 percento, svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali – ad affondare economie fondamentalmente sane. La Malaysia di Mahathir, che disobbedi all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne usci prima e meglio di tutti.

La lezione fu appresa una volta per sempre. L’Asia ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. E ha adottato una regola non scritta ma ferrea; mai più a Washington col cappello in mano. Non a caso, da un quarto di secolo, il Fondo presta quasi soltanto a chi non ha potuto emanciparsene.

Il mio maestro Giovanni Arrighi lo aveva spiegato con largo anticipo: ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York.

I rendimenti dei Treasury non sono il termometro del mondo: sono il canto del cigno di un‘egemonia che scambia la propria febbre per il polso del Pianeta.

Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove.

E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo monetario.

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16/08/2026

L’Iran e l’impotenza dell’impero statunitense

di Pino Arlacchi

Le due portaerei dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano.

La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei.

La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.

Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile. L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar.

L’Arabia Saudita aveva trovato una valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.

Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più.

Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.

Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata.

L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo.

Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede. Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.

Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.

La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna.

Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema.

Resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.

Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.

Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi.

Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.

Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro.

Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.

Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative.

La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.

Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

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01/06/2026

Cina, socialismo e IA contro Occidente

di Pino Arlacchi

Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento.

Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato.

Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’URSS: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione.

“Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato, è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.

Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile.

Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale.

Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayek “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi.

La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030.

La capacità di calcolo viene concepita come una “nuova forza produttiva”. Già oggi una parte crescente della vita associata – traffico, energia, logistica, servizi – è governata da sistemi algoritmici che coordinano in tempo reale ciò che nessuna Mano invisibile potrebbe coordinare meglio. È il sogno della pianificazione cibernetica, attuato su scala continentale.

Ma il punto più dirompente riguarda il futuro più immediato. Proiettando tali trend nel prossimo decennio, intravediamo la sagoma di un sistema finora solo vagheggiato: un’economia largamente automatizzata in cui i due grandi istituti della modernità capitalistica, il mercato e il capitale, sono diventati superflui.

Non è fantascienza. La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio.

La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.

Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire. Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’Intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporation Usa che del libero mercato si proclamano campioni.

L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’URSS sia mai stata.

E la decisione d’investire? Era la roccaforte ultima del capitalismo. Keynes l’aveva consacrata nella sua Teoria generale: poiché il futuro è inconoscibile e nessun calcolo può prevederlo, l’investimento nasce dagli “spiriti animali del capitalismo”, dall’impulso dell’imprenditore a tuffarsi nell’ignoto assumendosene il rischio. E il profitto del capitalista è la ricompensa per quell’atto di coraggio.

Ma anche gli spiriti animali, in fondo, erano la soluzione a un problema d’informazione: secondo Keynes colmavano col fiuto (o la fortuna) dell’imprenditore il vuoto lasciato dall’incertezza. Ed è proprio quello che l’Intelligenza artificiale sta riempiendo, calcolando opportunità e rischi d’investimento su milioni di scenari con una freddezza sconosciuta agli umani.

Se la macchina alloca il capitale meglio dell’imprenditore – e i mercati finanziari, ormai dominati dagli algoritmi, lo dimostrano ogni giorno – l’intera giustificazione dell’imprenditore capitalista come assuntore del carico dell’incertezza si dissolve.

Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”.

L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Amazon e Google sono proprio quelle “fabbriche-uffici uniche” che hanno interiorizzato il mercato sostituendolo col coordinamento cosciente. Ma è un’operazione volta al profitto privato anziché al bisogno collettivo.

Il compito che la Storia ci pone è quello indicato da Lenin: impadronirci di quell’apparato e volgerlo al servizio di tutti.

Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate.

In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia.

Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’Oriente socialista, non nell’Occidente capitalista.

L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.

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20/03/2026

Il cuore del dollaro colpito nel Golfo

di Pino Arlacchi

Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.

Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.

L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro, la ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa.

Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati energetici del pianeta.

I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.

Questo sistema poggia su tre colonne. La prima è la produzione di gas, petrolio e derivati: il Golfo Persico contiene circa il 48% delle riserve mondiali di petrolio accertate, e attraverso lo Stretto di Hormuz transita quotidianamente l’80% dell’output petrolifero della regione e circa il 20% di quello mondiale.

La seconda colonna è il pagamento in dollari: dal 1974, per accordo esplicito con Washington, l’Arabia Saudita e gli altri produttori hanno accettato di denominare in dollari la vendita del proprio petrolio, dando luogo a una domanda permanente di valuta Usa.

La terza colonna è la protezione militare: grandi basi con decine di migliaia di soldati distribuite tra l’ingresso di Hormuz e l’Iraq – da Camp Doha in Kuwait alla mega-base di Al-Udeid in Qatar, dalla V flotta della Marina Usa di stanza a Bahrein alla base di Al Dhafra negli Emirati.

È un sistema di mutuo rafforzamento: il petrolio viene venduto e riciclato in dollari e i soldati americani proteggono i regimi del Golfo dall’instabilità interna e dall’aggressione esterna. Un cerchio virtuoso per Washington, un cappio stretto intorno al collo di chiunque voglia sfidare la supremazia del dollaro.

Tutte e tre queste colonne vacillano paurosamente in questi giorni. Gli orrendi, sporchi, etc. ayatollah di cui sopra hanno lucidamente individuato il punto di massima fragilità del sistema: la fiducia dei petro-monarchi del Golfo nella capacità americana di proteggere i loro regimi, le loro industrie e i loro soldi. Fiducia iniziata a svanire nel 2019 e dissolta nella prima settimana di questa guerra con gli attacchi iraniani che hanno devastato senza grandi ostacoli infrastrutture critiche della produzione di idrocarburi del Golfo e colpito basi militari ritenute invulnerabili. La chiusura di Hormuz ha completato l’opera.

L’assaggio di quanto sta accadendo, d’altra parte, c’era già stato nel settembre 2019, quando un attacco di droni iraniani manovrati dagli Houthi mise fuori gioco il 5% dell’offerta mondiale di petrolio e fece schizzare il prezzo del Brent di oltre il 15% in una sola seduta. Oggigiorno, un attacco prolungato, abbinato alla chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso mine navali, missili costieri e sommergibili, può portare, secondo le stime più conservative, il prezzo del petrolio oltre i 200 dollari al barile.

Le conseguenze sull’economia mondiale possono essere brutali. Un raddoppio del prezzo del barile può innescare una recessione profonda nelle economie industrializzate importatrici, a cominciare da Europa e Giappone. Ma il danno più grave non si limiterebbe al breve termine: consisterebbe nell’inizio della fine del petrodollaro, e del dollaro di cui consiste. Nel breve periodo, i giganti del petrolio potrebbero registrare utili straordinari. La guerra fa bene alle compagnie petrolifere, ma non fa bene al meccanismo che tiene in piedi l’intera baracca.

La guerra non fa affatto bene alle monarchie del Golfo. Se esse vengono destabilizzate militarmente – i loro impianti colpiti, la loro stessa sopravvivenza politica messa in discussione – il flusso di capitali che da decenni scorre dalla Penisola Arabica verso Wall Street può interrompersi e invertirsi. I fondi sovrani del Golfo iniziano a liquidare asset americani per coprire le spese belliche e ricostruire le infrastrutture distrutte. I titoli del Tesoro Usa vengono venduti in massa sul mercato aperto. Il dollaro subisce una pressione al ribasso che la Federal Reserve non può contrastare solo alzando i tassi di interesse, perché tassi più alti in un contesto di recessione petrolifera aggravano la crisi economica interna.

È lo scenario che economisti come Michael Hudson hanno prefigurato da tempo: il momento in cui la liquidazione delle riserve in dollari da parte dei paesi produttori di petrolio innesca una crisi di sfiducia sistemica nella divisa americana. Non una svalutazione controllata, ma una fuga dal dollaro.

Per andare dove? Il terreno per questa transizione è già stato preparato con cura negli ultimi anni. Nel marzo 2023, Xi Jinping e Mohammed bin Salman hanno siglato un accordo storico a Pechino, con l’Arabia Saudita che ha accettato di ricevere pagamenti in yuan per una quota crescente delle proprie esportazioni petrolifere verso la Cina.

Pechino è già il principale cliente dei sauditi, importandone circa 1,8 milioni di barili al giorno. Già nel 2022 la Cina aveva lanciato il contratto futures sul petrolio denominato in yuan sulla Borsa internazionale dell’energia di Shanghai (Ine), con l’obiettivo di creare un meccanismo di pricing alternativo al Brent londinese e al Wti americano.

La logica è imperativa: se gli Usa non sono più in grado di garantire la sicurezza dei regimi del Golfo la diversificazione delle loro riserve valutarie diventa urgente. Il processo è già in corso: le riserve di yuan nelle Banche centrali dei paesi del Golfo sono aumentate significativamente negli ultimi tre anni. L’accordo quadro Brics+ – al quale hanno aderito Arabia Saudita, Emirati, Iran ed Egitto – prevede lo sviluppo di forme di pagamento alternative al dollaro per il commercio tra i paesi membri.

Gli attacchi iraniani stanno squassando le monarchie del Golfo e stanno accelerando questo processo. La ricchezza petrolifera che per cinquant’anni ha finanziato i deficit Usa attraverso il riciclaggio dei petrodollari inizia a fluire verso Pechino, Shanghai e i mercati asiatici emergenti.

Le conseguenze di tutto questo sono epocali. Un’America che perde il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale – privilegio che le consente d’emettere debito a costi bassissimi, di finanziare il proprio deficit commerciale stampando carta moneta, d’esercitare il dominio finanziario attraverso il sistema Swift e le sanzioni bancarie – non è più la stessa America. Perde la capacità di proiettare potenza militare su scala globale perché non può più permettersi di farlo. Perde la capacità d’imporre sanzioni economiche perché il sistema alternativo yuan-Brics+ offre una via di fuga. Perde, in sostanza, l’impero.

Questo è ciò che il mio maestro, Giovanni Arrighi, aveva intuito con straordinaria lungimiranza. La transizione egemonica dal dollaro a una nuova valuta di riserva – o a un sistema multipolare senza valuta di riserva unica – sarebbe avvenuta non attraverso una decisione politica consapevole, ma attraverso la dinamica caotica di una crisi che nessun attore avrebbe completamente controllato.

L’Iran non è l’autore del dramma, ma il detonatore che innesca un’esplosione la cui miccia è stata preparata da decenni d’egemonia finanziaria americana sempre più rapace e obsoleta.

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