di Pino Arlacchi
Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento.
Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato.
Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’URSS: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione.
“Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato, è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.
Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile.
Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale.
Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayek “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi.
La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030.
La capacità di calcolo viene concepita come una “nuova forza produttiva”. Già oggi una parte crescente della vita associata – traffico, energia, logistica, servizi – è governata da sistemi algoritmici che coordinano in tempo reale ciò che nessuna Mano invisibile potrebbe coordinare meglio. È il sogno della pianificazione cibernetica, attuato su scala continentale.
Ma il punto più dirompente riguarda il futuro più immediato. Proiettando tali trend nel prossimo decennio, intravediamo la sagoma di un sistema finora solo vagheggiato: un’economia largamente automatizzata in cui i due grandi istituti della modernità capitalistica, il mercato e il capitale, sono diventati superflui.
Non è fantascienza. La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio.
La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.
Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire. Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’Intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporation Usa che del libero mercato si proclamano campioni.
L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’URSS sia mai stata.
E la decisione d’investire? Era la roccaforte ultima del capitalismo. Keynes l’aveva consacrata nella sua Teoria generale: poiché il futuro è inconoscibile e nessun calcolo può prevederlo, l’investimento nasce dagli “spiriti animali del capitalismo”, dall’impulso dell’imprenditore a tuffarsi nell’ignoto assumendosene il rischio. E il profitto del capitalista è la ricompensa per quell’atto di coraggio.
Ma anche gli spiriti animali, in fondo, erano la soluzione a un problema d’informazione: secondo Keynes colmavano col fiuto (o la fortuna) dell’imprenditore il vuoto lasciato dall’incertezza. Ed è proprio quello che l’Intelligenza artificiale sta riempiendo, calcolando opportunità e rischi d’investimento su milioni di scenari con una freddezza sconosciuta agli umani.
Se la macchina alloca il capitale meglio dell’imprenditore – e i mercati finanziari, ormai dominati dagli algoritmi, lo dimostrano ogni giorno – l’intera giustificazione dell’imprenditore capitalista come assuntore del carico dell’incertezza si dissolve.
Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”.
L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Amazon e Google sono proprio quelle “fabbriche-uffici uniche” che hanno interiorizzato il mercato sostituendolo col coordinamento cosciente. Ma è un’operazione volta al profitto privato anziché al bisogno collettivo.
Il compito che la Storia ci pone è quello indicato da Lenin: impadronirci di quell’apparato e volgerlo al servizio di tutti.
Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate.
In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia.
Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’Oriente socialista, non nell’Occidente capitalista.
L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Modo di produzione socialista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Modo di produzione socialista. Mostra tutti i post
01/06/2026
Cina, socialismo e IA contro Occidente
05/08/2025
L’IA può sostituire i mercati?
Il mio amico Carlo Ludovico Cordasco ha recentemente pubblicato due articoli ricchi e stimolanti sull’IA e il problema della conoscenza. Il suo argomento ha il merito di andare oltre dicotomie semplicistiche, esplorando in modo intellettualmente onesto se e come l’IA possa replicare, o addirittura sostituire, le funzioni economiche tradizionalmente svolte dai mercati.
In particolare, si concentra sul ruolo dei mercati nella scoperta della conoscenza e nella correzione degli errori, sollevando dubbi sulla capacità dell’IA di eguagliarli in queste aree cruciali.
Ciò che colpisce della sua analisi è quanto si avvicini a una prospettiva socialista di mercato, che vede i mercati non come sacri, ma come strumenti istituzionali contingenti, che possono essere integrati, simulati o parzialmente sostituiti se e quando emergono meccanismi migliori.
Molte delle sfide che Carlo solleva, così come le soluzioni ibride che immagina, si inseriscono bene nel quadro proposto da Oskar Lange e altri che cercavano una sintesi tra pianificazione e feedback decentralizzato.
Separare la normatività dal meccanismo
Uno dei punti chiave del ragionamento di Carlo è che qualsiasi criterio normativo di allocazione ottimale deve essere indipendente dai mercati stessi. Che adottiamo l’efficienza paretiana, una funzione di benessere sociale utilitaristica, il principio rawlsiano del maximin o un approccio basato sulle capacità, questi standard sono definiti in termini di risultati, non di forme istituzionali. I mercati possono approssimare bene tali risultati in certe condizioni, ma non sono privilegiati normativamente di per sé.
Questo è proprio il punto di partenza del contributo di Lange. Egli riconosceva il valore informativo dei mercati, ma non li considerava assiomatici. Proponeva invece di usare segnali di prezzo simulati in un sistema di pianificazione centrale, guidato da feedback su surplus e carenze, per imitare la funzione di coordinamento dei mercati decentralizzati (Lange, 1936).
L’argomento risuona con tradizioni più ampie dell’economia istituzionale e della teoria delle decisioni: dalla razionalità limitata di Herbert Simon (1957), che richiede di accontentarsi di soluzioni soddisfacenti in ambienti complessi e poveri di informazioni, alla pianificazione partecipativa di Albert & Hahnel (1991), che cerca processi economici decentralizzati ma coordinati basati su feedback iterativi e obiettivi condivisi anziché sulla competizione.
Linee simili di pensiero compaiono nella coordinazione negoziata di Pat Devine (1988), dove la partecipazione democratica nel processo produttivo gioca un ruolo centrale nell’allocazione delle risorse senza affidarsi esclusivamente ai mercati.
Il collaboratore di Lange, Włodzimierz Brus, approfondì questo quadro sottolineando i prerequisiti istituzionali e politici per una coordinazione economica significativa, sostenendo che i sistemi di pianificazione devono incorporare decentramento, reattività e controllo democratico per funzionare efficacemente (Brus & Laski, 1989). Il suo lavoro successivo criticò i fallimenti del “socialismo reale”, proponendo una gestione economica più pluralista e democratica.
Importante, queste proposte non erano mere aggiustature tecnocratiche al capitalismo. Provenivano da una tradizione marxista interessata a superare l’anarchia della produzione, abolire lo sfruttamento e controllare democraticamente il surplus. Lange, Brus e altri cercarono di risolvere una tensione nell’eredità di Marx: come preservare la proprietà collettiva senza cadere in un centralismo burocratico inefficiente.
Esperimenti storici come Cybersyn nel Cile degli anni ’70 (un tentativo di usare la cibernetica per coordinare l’economia in tempo reale, Medina, 2011) e il sistema jugoslavo di imprese autogestite in un quadro socialista di mercato (Horvat, 1982) mostrano che gli sforzi per combinare pianificazione, partecipazione e mercato non sono nuovi. Ciò che mancava allora – capacità computazionale, dati in tempo reale, previsioni avanzate – oggi l’IA potrebbe fornirlo.
L’IA come pianificazione potenziata?
Carlo ha ragione a enfatizzare i due motori del coordinamento di mercato:
- scoperta della conoscenza, con agenti che rivelano informazioni disperse attraverso transazioni;
- correzione degli errori, dove gli errori sono puniti con perdite, spingendo a revisioni o uscite.
Dubita che l’IA possa eguagliare i mercati nella seconda funzione, ma riconosce che è sempre più efficace nella prima: classificare dati, prevedere domanda, condurre micro-esperimenti su larga scala.
Arriviamo così al cuore del discorso: non serve abolire i mercati per riconoscere che l’IA può ridisegnare i confini del loro utilizzo. Come anticipò Lange, se cambiano le condizioni informative, cambia anche la necessità di affidarsi ai mercati.
E queste condizioni stanno cambiando. La pianificazione basata sull’IA non è più teorica:
- i sistemi di raccomandazione allocano attenzione e beni nei media digitali;
- le multinazionali usano algoritmi per ottimizzare produzione, gestione delle scorte e logistica (Phillips & Rozworski, 2019);
- le smart grid energetiche regolano produzione e consumo in tempo reale.
Questi non sono esperimenti mentali: sono sistemi di pianificazione parziali, integrati in economie di mercato.
Da una prospettiva marxista, si apre una nuova frontiera nella critica dell’economia politica. Se l’IA può alleviare i vincoli informativi che una volta rendevano necessari i mercati, e se possiamo progettare istituzioni che disciplinino l’attività economica attorno ai bisogni sociali anziché al profitto, allora la socializzazione del coordinamento economico diventa una questione pratica, non un sogno utopico.
Verso un futuro a mosaico?
Carlo ipotizza un futuro istituzionale ibrido:
- in alcuni settori (es. beni digitali a costo marginale quasi zero), la scarsità sta scomparendo, e con essa il ruolo informativo dei prezzi. Qui, l’IA potrebbe coordinare l’allocazione meglio dei mercati, usando algoritmi, code o protocolli ad accesso aperto;
- in altri, la scarsità persiste, e con essa la necessità di feedback basati sui prezzi. Ma anche qui, l’IA può affiancare i mercati, migliorando scoperta, previsione ed efficienza.
Un campo rilevante è il mechanism design algoritmico, dove agenti IA allocano risorse attraverso protocolli incentivanti. Nella versione distribuita, gli agenti interagiscono direttamente per raggiungere equilibri senza controllo centralizzato, suggerendo che coordinamento e correzione degli errori possano emergere da feedback tra pari, anziché da mercati tradizionali.
Conclusione: un riquadro Langeano?
Forse la domanda giusta non è se l’IA possa sostituire i mercati, ma in quali condizioni possa integrarli o parzialmente rimpiazzarli. Lo scetticismo di Carlo sulla capacità dell’IA di replicare la correzione degli errori è condivisibile, ma il suo quadro apre – piuttosto che chiudere – la possibilità di una sintesi socialista di mercato: preservare il ruolo disciplinare dei mercati dove serve, esplorando strumenti algoritmici per espandere le forme di coordinamento possibili e desiderabili.
Non è un rifiuto dei mercati, ma un invito a reimmaginarli: come strumenti da affinare, non templi da difendere. E, da un punto di vista marxista, non è un ritorno alla pianificazione burocratica, ma una visione proiettata in avanti: una produzione democraticamente diretta, tecnologicamente potenziata ed ecologicamente sostenibile – un socialismo riadattato all’era digitale.
Bibliografia
Albert, M., & Hahnel, R. (1991). The Political Economy of Participatory Economics. Princeton University Press.
Brus, W., & Laski, K. (1989). From Marx to the Market: Socialism in Search of an Economic System. Oxford University Press.
Devine, P. (1988). Democracy and Economic Planning: The Political Economy of a Self-Governing Society. Polity Press.
Horvat, B. (1982). The Political Economy of Socialism: A Marxist Social Theory. M.E. Sharpe.
Lange, O. (1936). On the Economic Theory of Socialism. Review of Economic Studies, 4(1), 53–71.
Medina, E. (2011). Cybernetic Revolutionaries: Technology and Politics in Allende’s Chile. MIT Press.
Phillips, L., & Rozworski, M. (2019). The people’s republic of Walmart: How the world’s biggest corporations are laying the foundation for socialism. Verso Books.
Simon, H. A. (1957). Models of Man: Social and Rational. Wiley.
Fonte
In particolare, si concentra sul ruolo dei mercati nella scoperta della conoscenza e nella correzione degli errori, sollevando dubbi sulla capacità dell’IA di eguagliarli in queste aree cruciali.
Ciò che colpisce della sua analisi è quanto si avvicini a una prospettiva socialista di mercato, che vede i mercati non come sacri, ma come strumenti istituzionali contingenti, che possono essere integrati, simulati o parzialmente sostituiti se e quando emergono meccanismi migliori.
Molte delle sfide che Carlo solleva, così come le soluzioni ibride che immagina, si inseriscono bene nel quadro proposto da Oskar Lange e altri che cercavano una sintesi tra pianificazione e feedback decentralizzato.
Separare la normatività dal meccanismo
Uno dei punti chiave del ragionamento di Carlo è che qualsiasi criterio normativo di allocazione ottimale deve essere indipendente dai mercati stessi. Che adottiamo l’efficienza paretiana, una funzione di benessere sociale utilitaristica, il principio rawlsiano del maximin o un approccio basato sulle capacità, questi standard sono definiti in termini di risultati, non di forme istituzionali. I mercati possono approssimare bene tali risultati in certe condizioni, ma non sono privilegiati normativamente di per sé.
Questo è proprio il punto di partenza del contributo di Lange. Egli riconosceva il valore informativo dei mercati, ma non li considerava assiomatici. Proponeva invece di usare segnali di prezzo simulati in un sistema di pianificazione centrale, guidato da feedback su surplus e carenze, per imitare la funzione di coordinamento dei mercati decentralizzati (Lange, 1936).
L’argomento risuona con tradizioni più ampie dell’economia istituzionale e della teoria delle decisioni: dalla razionalità limitata di Herbert Simon (1957), che richiede di accontentarsi di soluzioni soddisfacenti in ambienti complessi e poveri di informazioni, alla pianificazione partecipativa di Albert & Hahnel (1991), che cerca processi economici decentralizzati ma coordinati basati su feedback iterativi e obiettivi condivisi anziché sulla competizione.
Linee simili di pensiero compaiono nella coordinazione negoziata di Pat Devine (1988), dove la partecipazione democratica nel processo produttivo gioca un ruolo centrale nell’allocazione delle risorse senza affidarsi esclusivamente ai mercati.
Il collaboratore di Lange, Włodzimierz Brus, approfondì questo quadro sottolineando i prerequisiti istituzionali e politici per una coordinazione economica significativa, sostenendo che i sistemi di pianificazione devono incorporare decentramento, reattività e controllo democratico per funzionare efficacemente (Brus & Laski, 1989). Il suo lavoro successivo criticò i fallimenti del “socialismo reale”, proponendo una gestione economica più pluralista e democratica.
Importante, queste proposte non erano mere aggiustature tecnocratiche al capitalismo. Provenivano da una tradizione marxista interessata a superare l’anarchia della produzione, abolire lo sfruttamento e controllare democraticamente il surplus. Lange, Brus e altri cercarono di risolvere una tensione nell’eredità di Marx: come preservare la proprietà collettiva senza cadere in un centralismo burocratico inefficiente.
Esperimenti storici come Cybersyn nel Cile degli anni ’70 (un tentativo di usare la cibernetica per coordinare l’economia in tempo reale, Medina, 2011) e il sistema jugoslavo di imprese autogestite in un quadro socialista di mercato (Horvat, 1982) mostrano che gli sforzi per combinare pianificazione, partecipazione e mercato non sono nuovi. Ciò che mancava allora – capacità computazionale, dati in tempo reale, previsioni avanzate – oggi l’IA potrebbe fornirlo.
L’IA come pianificazione potenziata?
Carlo ha ragione a enfatizzare i due motori del coordinamento di mercato:
- scoperta della conoscenza, con agenti che rivelano informazioni disperse attraverso transazioni;
- correzione degli errori, dove gli errori sono puniti con perdite, spingendo a revisioni o uscite.
Dubita che l’IA possa eguagliare i mercati nella seconda funzione, ma riconosce che è sempre più efficace nella prima: classificare dati, prevedere domanda, condurre micro-esperimenti su larga scala.
Arriviamo così al cuore del discorso: non serve abolire i mercati per riconoscere che l’IA può ridisegnare i confini del loro utilizzo. Come anticipò Lange, se cambiano le condizioni informative, cambia anche la necessità di affidarsi ai mercati.
E queste condizioni stanno cambiando. La pianificazione basata sull’IA non è più teorica:
- i sistemi di raccomandazione allocano attenzione e beni nei media digitali;
- le multinazionali usano algoritmi per ottimizzare produzione, gestione delle scorte e logistica (Phillips & Rozworski, 2019);
- le smart grid energetiche regolano produzione e consumo in tempo reale.
Questi non sono esperimenti mentali: sono sistemi di pianificazione parziali, integrati in economie di mercato.
Da una prospettiva marxista, si apre una nuova frontiera nella critica dell’economia politica. Se l’IA può alleviare i vincoli informativi che una volta rendevano necessari i mercati, e se possiamo progettare istituzioni che disciplinino l’attività economica attorno ai bisogni sociali anziché al profitto, allora la socializzazione del coordinamento economico diventa una questione pratica, non un sogno utopico.
Verso un futuro a mosaico?
Carlo ipotizza un futuro istituzionale ibrido:
- in alcuni settori (es. beni digitali a costo marginale quasi zero), la scarsità sta scomparendo, e con essa il ruolo informativo dei prezzi. Qui, l’IA potrebbe coordinare l’allocazione meglio dei mercati, usando algoritmi, code o protocolli ad accesso aperto;
- in altri, la scarsità persiste, e con essa la necessità di feedback basati sui prezzi. Ma anche qui, l’IA può affiancare i mercati, migliorando scoperta, previsione ed efficienza.
Un campo rilevante è il mechanism design algoritmico, dove agenti IA allocano risorse attraverso protocolli incentivanti. Nella versione distribuita, gli agenti interagiscono direttamente per raggiungere equilibri senza controllo centralizzato, suggerendo che coordinamento e correzione degli errori possano emergere da feedback tra pari, anziché da mercati tradizionali.
Conclusione: un riquadro Langeano?
Forse la domanda giusta non è se l’IA possa sostituire i mercati, ma in quali condizioni possa integrarli o parzialmente rimpiazzarli. Lo scetticismo di Carlo sulla capacità dell’IA di replicare la correzione degli errori è condivisibile, ma il suo quadro apre – piuttosto che chiudere – la possibilità di una sintesi socialista di mercato: preservare il ruolo disciplinare dei mercati dove serve, esplorando strumenti algoritmici per espandere le forme di coordinamento possibili e desiderabili.
Non è un rifiuto dei mercati, ma un invito a reimmaginarli: come strumenti da affinare, non templi da difendere. E, da un punto di vista marxista, non è un ritorno alla pianificazione burocratica, ma una visione proiettata in avanti: una produzione democraticamente diretta, tecnologicamente potenziata ed ecologicamente sostenibile – un socialismo riadattato all’era digitale.
Bibliografia
Albert, M., & Hahnel, R. (1991). The Political Economy of Participatory Economics. Princeton University Press.
Brus, W., & Laski, K. (1989). From Marx to the Market: Socialism in Search of an Economic System. Oxford University Press.
Devine, P. (1988). Democracy and Economic Planning: The Political Economy of a Self-Governing Society. Polity Press.
Horvat, B. (1982). The Political Economy of Socialism: A Marxist Social Theory. M.E. Sharpe.
Lange, O. (1936). On the Economic Theory of Socialism. Review of Economic Studies, 4(1), 53–71.
Medina, E. (2011). Cybernetic Revolutionaries: Technology and Politics in Allende’s Chile. MIT Press.
Phillips, L., & Rozworski, M. (2019). The people’s republic of Walmart: How the world’s biggest corporations are laying the foundation for socialism. Verso Books.
Simon, H. A. (1957). Models of Man: Social and Rational. Wiley.
Fonte
16/09/2023
Quello che anche un bambino dovrebbe sapere sulla teoria del valore di Marx
di Michael A. Lebowitz
La legge del valore funziona in modi misteriosi. Per alcuni marxisti, essa è alla base di tutto ciò che dobbiamo sapere sul capitalismo.[1] Ma, così come Karl Marx affermava di non essere marxista, allo stesso modo avrebbe potuto dire: «Questa non è la mia legge del valore».
È tutta una questione di allocazione* del lavoro
Come per Crusoe, così per la società. Ogni società deve allocare il proprio lavoro aggregato in modo da ottenere le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità di bisogni. Come commentava Marx, «in quanto la società vuole che i suoi bisogni siano soddisfatti ed a tal fine richiede la produzione di un determinato articolo, essa necessariamente deve pagarlo... [lo] compera mediante una quantità determinata di tempo di lavoro, di cui essa può disporre».[4] Deve allocare quantità di lavoro «diverse e quantitativamente determinate» alla produzione di beni e servizi per il consumo diretto (II Sfera) e una quantità di lavoro altrettanto determinata per la produzione e la riproduzione dei mezzi di produzione (I Sfera).
Per garantire la riproduzione di una determinata società, deve essere disponibile una quantità di lavoro sufficiente per la riproduzione dei produttori – sia direttamente che indirettamente (ad esempio, rispettivamente nelle Sfere II e I) – in base al livello esistente di bisogni e alla produttività del lavoro. Ciò include non solo il lavoro nei luoghi di lavoro organizzati, che producono particolari prodotti e servizi materiali, ma anche il lavoro necessario assegnato alla casa e alla comunità e ai luoghi in cui vengono curate l'istruzione e la salute dei lavoratori. Ogni società, inoltre, deve allocare il lavoro a quello che possiamo chiamare III Sfera, un settore che produce strumenti di regolazione e che può contenere istituzioni come la polizia, l'autorità legale, l'apparato ideologico e culturale, e così via.
Oltre al lavoro necessario per mantenere i produttori, in ogni società di classe una quantità di lavoro sociale è necessaria per riprodurre coloro che governano. Pertanto, il processo di riproduzione richiede l'allocazione del lavoro non solo per la produzione di articoli di consumo, mezzi di produzione e mezzi particolari di regolazione, ma, in ultima analisi, per la produzione e la riproduzione dei rapporti di produzione stessi.
Riproduzione di una società socialista
Consideriamo una società socialista: «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale».[5] Avendo identificato le diverse quantità di bisogni che desidera soddisfare, questa società di produttori associati alloca il proprio lavoro, diverso e quantitativamente determinato, attraverso un processo consapevole di pianificazione. A questo proposito, segue la Regola di Robinson: ripartisce il suo lavoro aggregato «secondo un piano [che] regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni» sociali.[6]
La premessa di questo processo di pianificazione è un particolare insieme di relazioni in cui i produttori associati riconoscono la loro interdipendenza e su questa base si impegnano nell'attività produttiva. «Come base della produzione si presuppone una produzione comunitaria, la comunanza della produzione». La trasparenza e la solidarietà tra i produttori, in breve, sono alla base dell'«organizzazione del lavoro» nella società socialista, con il risultato che le attività produttive sono consapevolmente «determinate da bisogni e da scopi comuni».[7] La riproduzione della società, in questo caso, «diventa produzione da parte di [produttori] liberamente associati e si trova sotto il loro controllo consapevole e pianificato».[8]
Per identificare i loro bisogni e la loro capacità di soddisfarli, i produttori cominciano dalle istituzioni più vicine a loro: i consigli comunali, che identificano i cambiamenti nei bisogni espressi dagli individui e dalle comunità, e i consigli dei lavoratori, dove i lavoratori esplorano il potenziale per soddisfare i bisogni locali. Questi bisogni e capacità vengono trasmessi a organismi più grandi e infine consolidati a livello di società nel suo complesso, dove è necessario operare scelte a livello sociale. Sulla base di queste decisioni (che vengono discusse dai produttori associati a tutti i livelli della società), la società socialista alloca direttamente il proprio lavoro in base ai propri bisogni, sia per la soddisfazione immediata che per quella futura.
Alla base di questo processo c'è «il bisogno di sviluppo dell'operaio stesso», «l'assoluto sfruttamento delle sue potenzialità creative», «lo sviluppo completo dell'individuo» – lo sviluppo di ciò che Marx chiamava esseri umani «ricchi».[9] Questo obiettivo è inteso come indivisibile: non è compatibile con disparità significative tra i membri della società. Nelle parole del Manifesto del Partito comunista, «il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti».[10] Di conseguenza, data la premessa della comunanza e della solidarietà, questa società socialista alloca il proprio lavoro per eliminare i deficit ereditati dalle formazioni sociali precedenti. La società socialista, in breve, è «fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale».[11]
La pianificazione consapevole – una mano visibile, una mano collettiva – è la condizione per costruire una società socialista. Questo processo, tuttavia, non si limita a produrre il cosiddetto piano giusto. È importante che produca e riproduca anche i produttori stessi e le relazioni tra di loro. Ciò che Marx chiamava «pratica rivoluzionaria» («il cambiamento simultaneo delle circostanze e dell'attività umana o l'autocambiamento») è centrale. Ogni attività umana produce due prodotti: il cambiamento delle circostanze e il cambiamento degli attori stessi. Nel caso particolare delle istituzioni socialiste, il tempo di lavoro speso in riunioni per sviluppare decisioni collettive non solo produce soluzioni che attingono alle conoscenze di tutti gli interessati, ma è anche un investimento che sviluppa le capacità di tutti coloro che prendono tali decisioni. Costruisce solidarietà a livello locale, nazionale e internazionale. Queste istituzioni e pratiche, in breve, sono al centro della regolamentazione dei produttori stessi (attività della III Sfera). Sono essenziali per la riproduzione della società socialista.[12]
Riproduzione di una società caratterizzata dalla produzione di merci
Ma che dire di una società non caratterizzata dalla comunanza, una società segnata invece da attori separati e autonomi? La premessa essenziale di una società di questo tipo è la separazione dei produttori indipendenti.[13] Piuttosto che una comunità di produttori, c'è un insieme di proprietari autonomi che dipendono, per la soddisfazione dei loro bisogni, dall'attività produttiva di altri proprietari. La «dipendenza reciproca dei produttori» esiste, ma si tratta di una «connessione di individui reciprocamente indifferenti». Infatti, «la [loro] unità e integrazione reciproca esiste, per così dire, come un rapporto naturale esterno agli individui, indipendentemente da loro». Tuttavia, se questi «individui indifferenti tra loro» non comprendono la loro connessione, come fa questa società ad allocare le sue «diverse e quantitativamente determinate quantità di lavoro aggregato della società» per soddisfare le sue «diverse quantità di bisogni»?[14]
Ovviamente, una società di questo tipo non utilizza la Regola di Robinson: non può allocare direttamente il suo lavoro aggregato in accordo con la distribuzione dei suoi bisogni. «È solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo,», sottolinea Marx, «che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare».[15] Sebbene l'applicazione della Regola di Robinson non sia possibile, la sua funzione rimane. Come commenta Marx, in quelle relazioni semplici e trasparenti delineate per Robinson Crusoe «vi sono contenute tutte le determinanti essenziali del valore».[16] In particolare, rimane la «necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni specifiche».
La legge necessaria dell'allocazione proporzionale del lavoro aggregato, insisteva Marx, «non è certo abolita dalla forma specifica della produzione sociale». Cambia solo la forma di questa legge. Come scrisse Marx a Ludwig Kugelmann, «ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono». Nella società produttrice di merci, la forma assunta da questa legge necessaria è la legge del valore. «La forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti».[17]
Poiché l'allocazione del lavoro sociale incorporato nelle merci è «mediata attraverso l'acquisto e la vendita dei prodotti dei diversi rami dell'industria» (piuttosto che attraverso un «controllo genuino e preventivo» da parte della società), l'effetto immediato del mercato è un «modello disordinato di distribuzione dei produttori e dei loro mezzi di produzione».[18] Tuttavia, questo apparente caos mette in moto un processo attraverso il quale la necessaria allocazione del lavoro tenderà a emergere. Nella semplice produzione di beni, alcuni produttori riceveranno un reddito ben superiore al costo di produzione, mentre altri riceveranno un reddito ben inferiore. Supponendo che sia possibile, i produttori sposteranno la loro attività, cioè mostreranno una tendenza all'entrata e all'uscita. Di conseguenza, tenderebbe ad emergere un equilibrio in cui non c'è più motivo di muoversi per i singoli produttori di beni. Attraverso tali movimenti, i vari tipi di lavoro «vengono continuamente ridotti alle proporzioni quantitative in cui la società li richiede».
In breve, sebbene «il gioco del capriccio e del caso» significhi che l'allocazione del lavoro non corrisponde immediatamente alla distribuzione dei bisogni espressa dagli acquisti di merci, «le differenti sfere della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio».[19] Attraverso la legge del valore, il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nella società produttrice di merci. «Così come p. es. trionfa con la forza, la legge della gravità», vediamo che «nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione».[20] C'è una «tendenza costante da parte delle varie sfere di produzione verso l'equilibrio» proprio perché «la legge del valore delle merci determina in ultima istanza quanta parte del suo tempo di lavoro disponibile la società può impiegare per ogni tipo di merce».[21]
È possibile raggiungere nella realtà l'equilibrio in cui il lavoro viene allocato per soddisfare i bisogni della società? Se pensiamo a una società caratterizzata dalla semplice produzione di merci, l'equilibrio si verifica quando tutti i produttori di merci ricevono l'equivalente del lavoro contenuto nelle loro merci. In realtà, tuttavia, esistono notevoli barriere all'uscita e all'entrata: le particolari competenze e capacità possedute dai singoli produttori non saranno facilmente trasferite alla produzione di merci diverse. In effetti, questo processo potrebbe richiedere una generazione, nel qual caso i produttori di alcuni settori appariranno privilegiati per lunghi periodi.
Nel caso della produzione capitalistica di merci – oggetto del Capitale – il singolo capitalista «obbedisce alla legge immanente, e quindi all'imperativo morale, del capitale di produrre quanto più plusvalore possibile».[22] Di conseguenza, si verifica una «distribuzione proporzionale del capitale sociale totale, in continuo cambiamento, reso possibile dalla immigrazione o dalla emigrazione di capitale rispetto alle particolari sfere di produzione».[23] L'equilibrio si verifica quando tutti i produttori ottengono un uguale tasso di profitto sul loro capitale avanzato per i mezzi di produzione e la forza lavoro. Questa tendenza «ha l'effetto di distribuire la massa totale del tempo di lavoro sociale tra le varie sfere di produzione secondo il bisogno sociale».[24] Tuttavia, anche in questo caso c'è un ostacolo alla realizzazione dell'equilibrio: l'esistenza di un capitale fisso incorporato in particolari sfere non consente una facile uscita ed entrata.
Tuttavia, per Marx, la legge del valore (il processo attraverso il quale il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nel capitalismo) funziona in modo più fluido man mano che il capitalismo si sviluppa. Il «libero movimento del capitale tra queste diverse sfere di produzione come tanti campi di investimento disponibili» ha come condizione lo sviluppo del sistema creditizio e bancario. Solo come capitale monetario il capitale «possiede la forma in cui viene distribuito come elemento comune tra queste diverse sfere, tra la classe capitalista, a prescindere dalla sua applicazione particolare, in base alle esigenze di produzione di ciascuna sfera particolare».[25] Nella sua forma monetaria, il capitale è astratto da impieghi particolari. Solo nel capitale monetario, nel mercato monetario, scompaiono tutte le distinzioni relative alla qualità del capitale: «Tutte le forme particolari del capitale, derivanti dal suo investimento in particolari sfere di produzione o di circolazione, sono qui cancellate. Esso esiste qui nella forma indifferenziata, autoidentica, di valore indipendente, del denaro».[26]
L'equiparazione dei tassi di profitto «presuppone lo sviluppo del sistema creditizio, che concentra insieme la massa inorganica del capitale sociale disponibile nei confronti del singolo capitalista».[27] Cioè, presuppone il dominio del capitale finanziario: i banchieri «diventano i gestori generali del capitale monetario», che ora appare come «una massa concentrata e organizzata, posta sotto il controllo dei banchieri in quanto rappresentanti del capitale sociale in modo del tutto diverso dalla produzione reale».[28]
L'autocritica di Marx
Non c'è modo migliore per comprendere la teoria del valore di Marx che vedere come egli rispose ai critici del Capitale. Rispetto a una particolare recensione, Marx commentò a Kugelmann nel luglio 1868 che la necessità di dimostrare la legge del valore rivela la «più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza». Ogni bambino, continuava Marx, sa che «le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Come può il critico non vedere che «questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, [ma solo può cambiare il suo modo di apparire], è SELF-EVIDENT!»[29] Analogamente, rispondendo all'obiezione di Eugen Dühring alla sua discussione sul valore, Marx scrisse a Friedrich Engels nel gennaio del 1868 che «in realtà, nessuna forma di società può impedire che il tempo di lavoro a disposizione della società regoli la produzione in UN MODO O IN UN ALTRO».[30] Questo era il punto: in una società produttrice di merci, in quale altro modo il lavoro potrebbe essere allocato – se non dal mercato!
Sebbene su tale punto Marx fosse più chiaro in queste lettere che nel Capitale, nella sua critica all'economia politica classica si espresse in modo trasparente sul valore e sul denaro. A differenza degli economisti volgari, che non andavano al di sotto della superficie, gli economisti classici (a loro merito) avevano cercato di «cogliere la connessione interna in contrasto con la molteplicità delle forme esteriori».[31] Gli economisti classici cominciarono spiegando il valore relativo con la quantità di tempo-lavoro, ma «non si posero mai una volta la domanda perché questo contenuto abbia assunto quella particolare forma, cioè perché il lavoro sia espresso in valore e perché la misura del lavoro in base alla sua durata sia espressa nel valore del prodotto».[32] La loro analisi, in breve, partiva dal centro.
Questo approccio classico caratterizzava il pensiero iniziale di Marx. È importante riconoscere che la critica di Marx era un'autocritica, una critica di opinioni che lui stesso aveva accettato in precedenza. Nel 1847, Marx dichiarò che «la teoria dei valori di David Ricardo è l'interpretazione scientifica della vita economica reale».[33] Nei Principi di economia politica e dell’imposta, Ricardo aveva sostenuto che «il valore di una merce... dipende dalla quantità relativa di lavoro necessaria per la sua produzione». Con ciò intendeva «non solo il lavoro applicato immediatamente alle merci», ma anche il lavoro «impiegato per gli attrezzi, gli strumenti e gli edifici con cui tale lavoro è svolto». Di conseguenza, i valori relativi delle diverse merci erano determinati dalla «quantità totale di lavoro necessaria per produrle e metterle sul mercato». Questa era «la regola che determina le rispettive quantità di merci che devono essere date in cambio l'una dell'altra».[34]
Nei suoi primi lavori, Marx seguì Ricardo. «Le oscillazioni della domanda e della disponibilità», scrive Marx in Lavoro salariato e capitale, «riconducono sempre il prezzo di una merce ai costi di produzione» (cioè al suo «prezzo naturale»). Questa era la teoria del valore di Ricardo: «La determinazione del prezzo secondo i costi di produzione è uguale alla determinazione del prezzo sulla base della durata del lavoro che si richiede per la produzione di una merce». Inoltre, questa regola si applicava anche alla determinazione dei salari, che erano «determinati dai costi di produzione, dal tempo di lavoro che si richiede per produrre questa merce, il lavoro».[35] Lo stesso punto fu espresso nel Manifesto del Partito comunista del 1848: «il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione».[36]
Negli anni ‘50 del XIX secolo, tuttavia, Marx iniziò a sviluppare una nuova concezione. Nei quaderni scritti nel 1857-58, che costituiscono i Grundrisse, inizia la sua critica dell'economia politica classica. Marx concluse i Grundrisse annunciando che il punto di partenza dell'analisi non doveva essere il valore (come aveva fatto Ricardo), ma la merce, che «appare come unità di due determinazioni» – il valore d'uso e il valore di scambio.[37] La merce e, in particolare, il suo carattere bifronte è il punto di partenza della sua critica e il modo in cui inizia sia Per la critica dell'economia politica (1859) sia Il Capitale.[38]
I migliori punti del Capitale
La legge del valore come «legge regolatrice della natura» non era uno dei punti migliori del Capitale, né uno degli «elementi fondamentalmente nuovi del libro». Dopotutto, se la legge del valore è la tendenza dei prezzi di mercato ad avvicinarsi all’equilibrio, allo stesso modo in cui «si afferma la legge di gravità», allora questa «legge regolatrice della natura» era già presente in Ricardo.
Piuttosto, ciò che Marx sosteneva nel Capitale è che l’economia politica classica non comprendeva il valore. «Per quanto riguarda il valore in generale, l’economia politica classica non distingue esplicitamente in nessun luogo, in modo esplicito e chiaramente consapevole, tra il lavoro che appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro che appare nel valore d’uso del prodotto».[39] Ma questa distinzione, dichiarò Marx a Engels nell’agosto 1867, è «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI!» Questo «duplice carattere del lavoro», egli indicava, è uno dei «punti migliori del mio libro» (e, in effetti, è il punto migliore del primo volume del Capitale).[40]
Marx ha espresso lo stesso concetto nella prima edizione del primo volume del Capitale a proposito del duplice carattere del lavoro nelle merci: «questo aspetto, che per primo ho sviluppato in modo critico, è il punto di partenza da cui dipende la comprensione dell’economia politica».[41] Scrivendo nuovamente a Engels nel gennaio 1868, Marx descrive la sua analisi del duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci come uno dei «tre elementi fondamentalmente nuovi del libro». Tutti gli economisti precedenti, non avendolo compreso, furono «destinati a scontrarsi ovunque con l’inspiegabile. Questo è di fatto l’intero segreto della concezione critica».[42]
Il segreto della concezione critica, il punto di partenza per la comprensione dell'economia politica, la base per ogni comprensione dei fatti: che cosa ha reso così importante la rivelazione del duplice carattere del lavoro nelle merci? Molto semplicemente, è il riconoscimento che il lavoro effettivo, specifico, concreto, tutte quelle ore di lavoro reale impiegate per produrre una determinata merce, di per sé non hanno nulla a che fare con il suo valore. Non si possono sommare le ore di lavoro del falegname al lavoro contenuto nei mezzi di produzione consumati per ricavare il valore della merce del falegname. Quel lavoro specifico, piuttosto, è stato impiegato nella produzione di una cosa da usare, nota anche come valore d'uso. Inoltre, non si possono spiegare i valori relativi attraverso il conteggio della quantità di lavoro specifico contenuta in valori d’uso separati. Se non si distingue chiaramente tra i duplici aspetti del lavoro nella merce, non si è compresa la critica di Marx all'economia politica classica.
Il lavoro di Marx sulla teoria del denaro
«Qui si tratta di compiere un’impresa», annunciò Marx, «che non è neppure stata tentata dall’economia politica borghese».[43] Questo compito consisteva nello sviluppare la sua teoria del denaro – in particolare, di rivelare che il denaro è il rappresentante sociale del lavoro aggregato nelle merci. Per questo Marx ha dimostrato che (1) il concetto di denaro è latente nel concetto di merce e (2) che il denaro rappresenta il lavoro astratto in una merce e che la manifestazione di quest'ultimo, la sua unica manifestazione, è il prezzo della merce.
Se sommare le ore di lavoro concreto necessarie per produrre una merce non ne rivela il valore, che cosa lo rivela? Niente, se stiamo considerando una singola merce. «Potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile».[44] Possiamo avvicinarci alla comprensione del valore di una merce solo considerandola in una relazione. La forma più semplice (ma non sviluppata) di questa relazione è quella di valore di scambio: il valore della merce A è uguale a x unità della merce B, dove B è un valore d'uso. Abbiamo sempre conosciuto A come valore d'uso, ma ora conosciamo il valore di A dal suo equivalente in B. (Se invertiamo questo, diremmo che il valore di B è uguale a 1/x unità di A, e qui A è l'equivalente). La seconda merce, l'equivalente, è uno specchio del valore della prima merce. È attraverso questa relazione sociale che possiamo cogliere la merce come qualcosa che possiede valore.
Avendo stabilito che il valore di una merce si rivela attraverso il suo equivalente, Marx procede logicamente, passo dopo passo, a definire l'esistenza di una merce che funge da equivalente per tutte le merci, che cioè è la forma generale del valore. Da qui a rivelare la forma monetaria del valore il passo è breve: il denaro come equivalente universale, il denaro come rappresentante del valore.[45] In breve, una volta che iniziamo ad analizzare una società che scambia merci, siamo condotti al concetto di denaro. Questo è ciò che Marx identifica come suo compito: «Dobbiamo dimostrare la genesi di questa forma di denaro, dunque di perseguire lo svolgimento dell’espressione di valore contenuta nel rapporto di valore delle merci, dalla sua figura più semplice e inappariscente, fino all’abbagliante forma di denaro. Con ciò scomparirà anche l’enigma del denaro».[46] Ma questo era un libro chiuso per gli economisti classici; «Ricardo», commentò Marx anni dopo, «in realtà si occupava solo del lavoro come misura della grandezza del valore e quindi non trovava alcun collegamento tra la sua teoria del valore e l’essenza del denaro».[47]
Ma cos'è il denaro? Per capire il denaro dobbiamo tornare al duplice carattere del lavoro nelle merci, quel punto da cui dipende la comprensione dell’economia politica. Sappiamo che il lavoro concreto e specifico produce valori d'uso specifici. Poiché il lavoro è concreto, non possiamo confrontare merci contenenti diverse qualità di lavoro. Ma possiamo confrontarle se le astraiamo dalle loro specificità, cioè se le consideriamo come contenenti lavoro in generale, lavoro astratto, «uguale lavoro umano, il dispendio di identica forza-lavoro umana».[48] Il lavoro complessivo della società è un composto di molti «diversi modi di lavoro umano»: «la forma compiuta o totale di apparenza del lavoro umano è costituita dalla totalità delle sue forme particolari di apparenza».[49] «L’unica massa omogenea della forza-lavoro umana», quel lavoro universale, uniforme, astratto, sociale in generale, il «lavoro umano puro e semplice», entra in ogni merce.[50]
Pensate al lavoro aggregato nelle merci come ad una gelatina, composta da una serie di unità identiche e omogenee. Una certa quantità di questa gelatina entra in ogni merce. Il valore di una merce è determinato dalla quantità che questa gelatina – quanto lavoro omogeneo, universale, astratto, quella comune “sostanza sociale” – contiene. Ovviamente non possiamo sommare la gelatina in modo semplice, come potremmo fare con il lavoro concreto. Come possiamo allora vedere il valore di una merce? Abbiamo già risposto a questa domanda. Il valore di una merce (cioè il lavoro omogeneo, generale, astratto contenuto nella merce) è rappresentato dalla quantità di denaro, che è il suo equivalente. Infatti l’unica forma in cui il valore delle merci può manifestarsi è la forma denaro.
Ogni società ottiene le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità dei suoi bisogni dedicando alla loro produzione una parte del tempo di lavoro disponibile. Come già detto, «se la società vuole soddisfare i propri bisogni e far produrre un articolo a questo scopo, deve pagarlo…[e] lo compra con una certa quantità di tempo-lavoro che ha a disposizione.»[51] Come soddisfiamo i nostri bisogni nel capitalismo? Li acquistiamo con il rappresentante del lavoro sociale totale delle merci: il denaro.
Ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico
Come scrive Michael Heinrich, «molti marxisti hanno difficoltà a comprendere l’analisi di Marx», come gli economisti borghesi, «tentano di sviluppare una teoria del valore senza riferimento al denaro».[52] Tuttavia è un po' difficile capire il perché, viste le critiche di Marx all'economia politica classica proprio su questo punto. Ricardo, commentava Marx, non aveva compreso «e nemmeno sollevato come problema» la «connessione tra il valore, la sua misura immanente – cioè il tempo-lavoro – e la necessità di una misura esterna dei valori delle merci». Ricardo non ha esaminato il lavoro astratto, il lavoro che «si manifesta nei valori di scambio – la natura di questo lavoro. Quindi non coglie la connessione di questo lavoro con il denaro o il fatto che debba assumere la forma di denaro».[53]
Per questo Marx si è impegnato a «mostrare l’origine di questa forma di denaro” e di risolvere “il mistero del denaro”, un compito «che non è neppure stato tentato dall’economia politica borghese». Dobbiamo comprendere la natura del denaro e come si passa direttamente dal valore al denaro. Come ha spiegato nel capitolo 10 del terzo volume del Capitale:
Il concetto di capitale, insomma, non cade dal cielo. È contrassegnato dalle categorie precedenti. Poiché il denaro è il rappresentante del lavoro astratto, dell’omogeneo lavoro complessivo della società, il capitale deve essere inteso come accumulazione di omogeneo lavoro astratto. Intendendo il denaro come latente nelle merci, rifiutiamo l’immagine del denaro giustapposto esternamente alle merci come nell’economia politica classica e riconosciamo, quindi, che il lavoro astratto è sempre presente nel concetto di capitale.
Tuttavia, non tutte le accumulazioni di lavoro astratto sono capitale. Affinché corrispondano al concetto di capitale, devono essere spinte dall'impulso alla crescita e avere un valore che si espande da solo (cioè M-C-M´). Tuttavia, come è possibile questo, presupponendo lo scambio di equivalenti? Da dove viene il valore aggiunto, il plusvalore? Le due domande esprimono la stessa cosa: in un caso, sotto forma di lavoro oggettivato; nell'altro, sotto forma di lavoro vivo, fluido.[56]
La risposta ad entrambe è che, con la disponibilità di forza-lavoro come merce, il capitale può ora assicurarsi ulteriore lavoro (astratto). Ciò non è dovuto a qualche qualità occulta della forza-lavoro, ma al fatto che, acquistando forza-lavoro, il capitale si trova ora in una relazione di «supremazia e subordinazione» rispetto ai lavoratori, una relazione che porta con sé la «costrizione a svolgere pluslavoro».[57] Questa costrizione, insita nei rapporti di produzione capitalistici, è la fonte della crescita del capitale.
Consideriamo il plusvalore assoluto concentrandoci sul “lavoro vivo, fluido”. Il valore della forza-lavoro, o lavoro necessario, in un dato momento rappresenta la quota di lavoro sociale aggregato che va ai lavoratori. La restante quota di lavoro sociale viene catturata dai capitalisti. Quando il capitale usa il suo potere per aumentare la durata o l’intensità della giornata lavorativa, il lavoro sociale totale aumenta; supponendo che il lavoro necessario rimanga costante, il capitale è l’unico beneficiario. Il rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario – il tasso di sfruttamento – aumenta.
In alternativa, aumentiamo la produttività del lavoro. Per produrre la stessa quantità di valori d’uso è necessario meno lavoro totale. Di conseguenza, l’aumento della produttività porta con sé la possibilità di ridurre la giornata lavorativa (una possibilità non realizzata nel capitalismo). Se, al contrario, il lavoro sociale aggregato rimanesse costante, chi sarebbe il beneficiario di un tale aumento di produttività? Supponendo che la classe operaia sia atomizzata e che il capitale sia in grado di dividere sufficientemente i lavoratori, il capitale ottiene un plusvalore relativo perché il lavoro necessario diminuisce. In alternativa, nella misura in cui i lavoratori saranno sufficientemente organizzati come classe, beneficeranno degli aumenti di produttività con un aumento dei salari reali, in quanto i valori delle merci diminuiranno. Nel Capitale, questa seconda opzione è sostanzialmente preclusa perché, seguendo gli economisti classici, Marx presupponeva che il criterio di necessità fosse dato e fissato.[58]
In breve, dobbiamo comprendere il denaro se vogliamo comprendere il capitale, e per questo dobbiamo cogliere il duplice carattere del lavoro che entra in una merce. Sfortunatamente, molti marxisti non riescono a cogliere la distinzione «tra il lavoro come appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro come appare nel valore d’uso del prodotto» – distinzione che Marx considerava «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI». Di conseguenza, essi offrono una «teoria del valore senza riferimento al denaro», ciò che Heinrich chiama teorie «pre-monetarie del valore», che io considero teorie pre-marxiane del valore o teorie ricardiane del valore.[59]
I marxisti ricardiani non colgono la logica di Marx, o il modo in cui Marx passa logicamente dall'astratto al concreto. Il problema è particolarmente evidente quando si tratta del cosiddetto problema della trasformazione. Ciò che non riescono a capire coloro che tentano di calcolare la trasformazione dai valori ai prezzi di produzione è che, piuttosto che trasformare i valori realmente esistenti, i prezzi di produzione sono semplicemente un ulteriore sviluppo logico del valore.[60] Il reale movimento va dai prezzi di mercato ai prezzi di equilibrio, cioè ai prezzi di produzione. Come abbiamo visto, è così che la legge del valore alloca il lavoro aggregato nelle merci, in modo simile alla legge di gravità. L’incapacità di questi marxisti di distinguere tra il logico e il reale dimostra la loro «completa ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico».
Note
* N.d.T. Abbiamo tradotto l'inglese allocation, con allocazione. In questo articolo, allocazione ha come sinonimi, in relazione al contesto in cui viene adottato, termini come: ripartizione, distribuzione, divisione, destinazione. Nel linguaggio marxiano viene adottato, più comunemente, il termine "divisione del lavoro", ma abbiamo deciso di seguire l'indicazione dell'autore in quanto egli stesso utilizza il termine inglese "allocation of labour" invece di "division of labour".
[1] Nella sua bella introduzione e interpretazione del Capitale, Michael Heinrich critica il marxismo tradizionale e la visione del mondo, An introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2012. Heinrich approfondisce ulteriormente le prime sezioni del primo volume del Capitale, in Michael Heinrich, How to Read Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2021.
[2] Karl Marx, Lettera a Ludwig Kugelmann. Londra 11 luglio 1868, in Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, XLIII, Roma, 1975, pp. 597-598.
[3] Karl Marx, Capital, vol. 1, London, Penguin, 1977, pag. 169–70.
[4] Karl Marx, Capital, vol. 3, London, Penguin, 1981, p. 288.
[5] Marx, Capital, vol. 1, p. 171.
[6] Marx, Capital, vol. 1, p. 172.
[7] Karl Marx, Grundrisse, London, Penguin, 1973, pag. 171–72.
[8] Marx, Capital, vol. 1, p. 173.
[9] Marx, Capital, vol. 1, p. 772; Marx, Grundrisse, pag. 488, 541, 708; Karl Marx, Critique of the Gotha Programme in Marx and Engels, Selected Works, vol. 2, Moscow, Foreign Languages Press, 1962, p. 24.
[10] Marx and Engels, Collected Works, vol. 6, 506.
[11] Marx, Grundrisse, pag. 158–59.
[12] Su questa visione della società socialista, vedi Michael A. Lebowitz, The Socialist Alternative: Real Human Development, New York, Monthly Review Press, 2010, e Michael A. Lebowitz, Between Capitalism and Community, New York, Monthly Review Press, 2020.
[13] La discussione sul singolo produttore di merci si applica anche ai produttori di merci collettivi o di gruppo (come nel caso delle cooperative).
[14] Marx, Grundrisse, pag. 156–58.
[15] Marx, Capital, vol. 3, pag. 288–89.
[16] Marx, Capital, vol. 1, p. 170.
[17] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[18] Marx, Capital, vol. 1, 476. È importante tenere presente la distinzione tra lavoro aggregato nelle merci e lavoro aggregato nella società nel suo insieme.
[19] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[20] Marx, Capital, vol. 1, p. 168.
[21] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[22] M arx, Capital, vol. 1, p. 1051.
[23] Marx, Capital, vol. 3, p. 895.
[24] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part II, Moscow, Progress Publishers, 1968, p. 209.
[25] Marx, Capital, vol. 3, p. 491.
[26] Marx, Capital, vol. 3, p. 490. Stiamo qui descrivendo il cosiddetto jelly capital, [capitale gelatina].
[27] Marx, Capital, vol. 3, p. 298.
[28] Marx, Capital, vol. 3,pag. 528, 491.
[29] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[30] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 515.
[31] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part III, Moscow, Progress Publishers, 1971, p. 500.
[32] Marx, Capital, vol. 1, pag. 173–74.
[33] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, pag. 121, 123–24.
[34] David Ricardo, The Principles of Political Economy and Taxation, Homewood, Richard D. Irwin, Inc., 1963, pag. 5–6, 12–13, 42.
[35] Karl Marx, Wage Labour and Capital in Marx and Engels, Collected Works, vol. 9, p. 208–9.
[36] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, p. 491. In questo caso Marx accetta la simmetria di Ricardo nella produzione di cappelli e uomini, e continua a mantenere questa posizione nel Capitale. Per una critica, vedi Lebowitz, “The Burden of Classical Political Economy” in Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 6.
[37] Marx, Grundrisse, p. 881.
[38] Tuttavia, al momento della stesura del Capitale, Marx era passato a identificare la duplice natura della merce come valore d'uso e valore, e dichiarava che il valore di scambio è solo la forma necessaria che assume il valore.
[39] Marx, Capital, vol. 1, p. 173 n.
[40] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 407.
[41] Albert Dragstedt, Value: Studies by Karl Marx, London, New Park Publications, 1976, p. 11.
[42] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 514.
[43] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[44] Marx, Capital, vol. 1, p. 138.
[45] Nell'economia politica classica ed ai tempi di Marx, l'oro era la merce-denaro; tuttavia, la teoria del denaro di Marx richiede soltanto l'accettazione sociale come equivalente universale.
[46] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[47] Karl Marx, “Marginal Notes on Adolph Wagner’s Lehrbuch der Politschen Oekonomie” in Dragstedt, Value, p. 204.
[48] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[49] Marx, Capital, vol. 1, p. 157.
[50] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[51] Marx, Capital, vol. 1, p. 288.
[52] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, p. 57, 63–64.
[53] Marx, Theories of Surplus Value, Part II, pag. 164, 202.
[54] Marx, Capital, vol. 3,pag. 294–95.
[55] Vedi la discussione sulla derivazione del capitale, in Michael A. Lebowitz, Beyond Capital: Marx’s Political Economy of the Working Class, New York, Palgrave Macmillan, 2003, pag. 55–60.
[56] «Il tasso di plusvalore è quindi un'esatta espressione del grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale, o del lavoratore da parte del capitalista». Marx, Capital, vol. 1, p. 326.
[57] Marx, Capital, vol. 1, pag. 1026–27.
[58] Vedi Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 7.
[59] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 57, 63–64.
[60] Come specifica Heinrich, la trasformazione dei valori «rappresenta un avanzamento concettuale della determinazione della forma della merce». Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 148–49.
Fonte
La legge del valore funziona in modi misteriosi. Per alcuni marxisti, essa è alla base di tutto ciò che dobbiamo sapere sul capitalismo.[1] Ma, così come Karl Marx affermava di non essere marxista, allo stesso modo avrebbe potuto dire: «Questa non è la mia legge del valore».
È tutta una questione di allocazione* del lavoro
«Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Karl Marx [2]Ogni bambino ai tempi di Marx potrebbe aver sentito parlare di Robinson Crusoe. Quel bambino potrebbe aver sentito dire che sulla sua isola Robinson doveva lavorare per non morire, che aveva «bisogni [di vario genere] da soddisfare». A tal fine, Robinson doveva «compiere lavori utili di vario genere»: costruiva mezzi di produzione (utensili), cacciava e pescava per il consumo immediato. Si trattava di funzioni diverse, ma tutte erano soltanto «modi differenti di lavoro umano», il suo lavoro. Dall'esperienza, sviluppò la Regola di Robinson: «Proprio la necessità lo costringe a dividere esattamente il proprio tempo fra le sue differenti funzioni». In questo modo, imparò che la quantità di tempo dedicata a ciascuna attività dipendeva dalla sua difficoltà, cioè dalla quantità di lavoro necessaria per ottenere l'effetto desiderato. Date le sue esigenze, imparò come allocare il suo lavoro per sopravvivere.[3]
Come per Crusoe, così per la società. Ogni società deve allocare il proprio lavoro aggregato in modo da ottenere le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità di bisogni. Come commentava Marx, «in quanto la società vuole che i suoi bisogni siano soddisfatti ed a tal fine richiede la produzione di un determinato articolo, essa necessariamente deve pagarlo... [lo] compera mediante una quantità determinata di tempo di lavoro, di cui essa può disporre».[4] Deve allocare quantità di lavoro «diverse e quantitativamente determinate» alla produzione di beni e servizi per il consumo diretto (II Sfera) e una quantità di lavoro altrettanto determinata per la produzione e la riproduzione dei mezzi di produzione (I Sfera).
Per garantire la riproduzione di una determinata società, deve essere disponibile una quantità di lavoro sufficiente per la riproduzione dei produttori – sia direttamente che indirettamente (ad esempio, rispettivamente nelle Sfere II e I) – in base al livello esistente di bisogni e alla produttività del lavoro. Ciò include non solo il lavoro nei luoghi di lavoro organizzati, che producono particolari prodotti e servizi materiali, ma anche il lavoro necessario assegnato alla casa e alla comunità e ai luoghi in cui vengono curate l'istruzione e la salute dei lavoratori. Ogni società, inoltre, deve allocare il lavoro a quello che possiamo chiamare III Sfera, un settore che produce strumenti di regolazione e che può contenere istituzioni come la polizia, l'autorità legale, l'apparato ideologico e culturale, e così via.
Oltre al lavoro necessario per mantenere i produttori, in ogni società di classe una quantità di lavoro sociale è necessaria per riprodurre coloro che governano. Pertanto, il processo di riproduzione richiede l'allocazione del lavoro non solo per la produzione di articoli di consumo, mezzi di produzione e mezzi particolari di regolazione, ma, in ultima analisi, per la produzione e la riproduzione dei rapporti di produzione stessi.
Riproduzione di una società socialista
Consideriamo una società socialista: «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale».[5] Avendo identificato le diverse quantità di bisogni che desidera soddisfare, questa società di produttori associati alloca il proprio lavoro, diverso e quantitativamente determinato, attraverso un processo consapevole di pianificazione. A questo proposito, segue la Regola di Robinson: ripartisce il suo lavoro aggregato «secondo un piano [che] regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni» sociali.[6]
La premessa di questo processo di pianificazione è un particolare insieme di relazioni in cui i produttori associati riconoscono la loro interdipendenza e su questa base si impegnano nell'attività produttiva. «Come base della produzione si presuppone una produzione comunitaria, la comunanza della produzione». La trasparenza e la solidarietà tra i produttori, in breve, sono alla base dell'«organizzazione del lavoro» nella società socialista, con il risultato che le attività produttive sono consapevolmente «determinate da bisogni e da scopi comuni».[7] La riproduzione della società, in questo caso, «diventa produzione da parte di [produttori] liberamente associati e si trova sotto il loro controllo consapevole e pianificato».[8]
Per identificare i loro bisogni e la loro capacità di soddisfarli, i produttori cominciano dalle istituzioni più vicine a loro: i consigli comunali, che identificano i cambiamenti nei bisogni espressi dagli individui e dalle comunità, e i consigli dei lavoratori, dove i lavoratori esplorano il potenziale per soddisfare i bisogni locali. Questi bisogni e capacità vengono trasmessi a organismi più grandi e infine consolidati a livello di società nel suo complesso, dove è necessario operare scelte a livello sociale. Sulla base di queste decisioni (che vengono discusse dai produttori associati a tutti i livelli della società), la società socialista alloca direttamente il proprio lavoro in base ai propri bisogni, sia per la soddisfazione immediata che per quella futura.
Alla base di questo processo c'è «il bisogno di sviluppo dell'operaio stesso», «l'assoluto sfruttamento delle sue potenzialità creative», «lo sviluppo completo dell'individuo» – lo sviluppo di ciò che Marx chiamava esseri umani «ricchi».[9] Questo obiettivo è inteso come indivisibile: non è compatibile con disparità significative tra i membri della società. Nelle parole del Manifesto del Partito comunista, «il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti».[10] Di conseguenza, data la premessa della comunanza e della solidarietà, questa società socialista alloca il proprio lavoro per eliminare i deficit ereditati dalle formazioni sociali precedenti. La società socialista, in breve, è «fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale».[11]
La pianificazione consapevole – una mano visibile, una mano collettiva – è la condizione per costruire una società socialista. Questo processo, tuttavia, non si limita a produrre il cosiddetto piano giusto. È importante che produca e riproduca anche i produttori stessi e le relazioni tra di loro. Ciò che Marx chiamava «pratica rivoluzionaria» («il cambiamento simultaneo delle circostanze e dell'attività umana o l'autocambiamento») è centrale. Ogni attività umana produce due prodotti: il cambiamento delle circostanze e il cambiamento degli attori stessi. Nel caso particolare delle istituzioni socialiste, il tempo di lavoro speso in riunioni per sviluppare decisioni collettive non solo produce soluzioni che attingono alle conoscenze di tutti gli interessati, ma è anche un investimento che sviluppa le capacità di tutti coloro che prendono tali decisioni. Costruisce solidarietà a livello locale, nazionale e internazionale. Queste istituzioni e pratiche, in breve, sono al centro della regolamentazione dei produttori stessi (attività della III Sfera). Sono essenziali per la riproduzione della società socialista.[12]
Riproduzione di una società caratterizzata dalla produzione di merci
Ma che dire di una società non caratterizzata dalla comunanza, una società segnata invece da attori separati e autonomi? La premessa essenziale di una società di questo tipo è la separazione dei produttori indipendenti.[13] Piuttosto che una comunità di produttori, c'è un insieme di proprietari autonomi che dipendono, per la soddisfazione dei loro bisogni, dall'attività produttiva di altri proprietari. La «dipendenza reciproca dei produttori» esiste, ma si tratta di una «connessione di individui reciprocamente indifferenti». Infatti, «la [loro] unità e integrazione reciproca esiste, per così dire, come un rapporto naturale esterno agli individui, indipendentemente da loro». Tuttavia, se questi «individui indifferenti tra loro» non comprendono la loro connessione, come fa questa società ad allocare le sue «diverse e quantitativamente determinate quantità di lavoro aggregato della società» per soddisfare le sue «diverse quantità di bisogni»?[14]
Ovviamente, una società di questo tipo non utilizza la Regola di Robinson: non può allocare direttamente il suo lavoro aggregato in accordo con la distribuzione dei suoi bisogni. «È solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo,», sottolinea Marx, «che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare».[15] Sebbene l'applicazione della Regola di Robinson non sia possibile, la sua funzione rimane. Come commenta Marx, in quelle relazioni semplici e trasparenti delineate per Robinson Crusoe «vi sono contenute tutte le determinanti essenziali del valore».[16] In particolare, rimane la «necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni specifiche».
La legge necessaria dell'allocazione proporzionale del lavoro aggregato, insisteva Marx, «non è certo abolita dalla forma specifica della produzione sociale». Cambia solo la forma di questa legge. Come scrisse Marx a Ludwig Kugelmann, «ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono». Nella società produttrice di merci, la forma assunta da questa legge necessaria è la legge del valore. «La forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti».[17]
Poiché l'allocazione del lavoro sociale incorporato nelle merci è «mediata attraverso l'acquisto e la vendita dei prodotti dei diversi rami dell'industria» (piuttosto che attraverso un «controllo genuino e preventivo» da parte della società), l'effetto immediato del mercato è un «modello disordinato di distribuzione dei produttori e dei loro mezzi di produzione».[18] Tuttavia, questo apparente caos mette in moto un processo attraverso il quale la necessaria allocazione del lavoro tenderà a emergere. Nella semplice produzione di beni, alcuni produttori riceveranno un reddito ben superiore al costo di produzione, mentre altri riceveranno un reddito ben inferiore. Supponendo che sia possibile, i produttori sposteranno la loro attività, cioè mostreranno una tendenza all'entrata e all'uscita. Di conseguenza, tenderebbe ad emergere un equilibrio in cui non c'è più motivo di muoversi per i singoli produttori di beni. Attraverso tali movimenti, i vari tipi di lavoro «vengono continuamente ridotti alle proporzioni quantitative in cui la società li richiede».
In breve, sebbene «il gioco del capriccio e del caso» significhi che l'allocazione del lavoro non corrisponde immediatamente alla distribuzione dei bisogni espressa dagli acquisti di merci, «le differenti sfere della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio».[19] Attraverso la legge del valore, il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nella società produttrice di merci. «Così come p. es. trionfa con la forza, la legge della gravità», vediamo che «nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione».[20] C'è una «tendenza costante da parte delle varie sfere di produzione verso l'equilibrio» proprio perché «la legge del valore delle merci determina in ultima istanza quanta parte del suo tempo di lavoro disponibile la società può impiegare per ogni tipo di merce».[21]
È possibile raggiungere nella realtà l'equilibrio in cui il lavoro viene allocato per soddisfare i bisogni della società? Se pensiamo a una società caratterizzata dalla semplice produzione di merci, l'equilibrio si verifica quando tutti i produttori di merci ricevono l'equivalente del lavoro contenuto nelle loro merci. In realtà, tuttavia, esistono notevoli barriere all'uscita e all'entrata: le particolari competenze e capacità possedute dai singoli produttori non saranno facilmente trasferite alla produzione di merci diverse. In effetti, questo processo potrebbe richiedere una generazione, nel qual caso i produttori di alcuni settori appariranno privilegiati per lunghi periodi.
Nel caso della produzione capitalistica di merci – oggetto del Capitale – il singolo capitalista «obbedisce alla legge immanente, e quindi all'imperativo morale, del capitale di produrre quanto più plusvalore possibile».[22] Di conseguenza, si verifica una «distribuzione proporzionale del capitale sociale totale, in continuo cambiamento, reso possibile dalla immigrazione o dalla emigrazione di capitale rispetto alle particolari sfere di produzione».[23] L'equilibrio si verifica quando tutti i produttori ottengono un uguale tasso di profitto sul loro capitale avanzato per i mezzi di produzione e la forza lavoro. Questa tendenza «ha l'effetto di distribuire la massa totale del tempo di lavoro sociale tra le varie sfere di produzione secondo il bisogno sociale».[24] Tuttavia, anche in questo caso c'è un ostacolo alla realizzazione dell'equilibrio: l'esistenza di un capitale fisso incorporato in particolari sfere non consente una facile uscita ed entrata.
Tuttavia, per Marx, la legge del valore (il processo attraverso il quale il lavoro viene allocato nelle proporzioni necessarie nel capitalismo) funziona in modo più fluido man mano che il capitalismo si sviluppa. Il «libero movimento del capitale tra queste diverse sfere di produzione come tanti campi di investimento disponibili» ha come condizione lo sviluppo del sistema creditizio e bancario. Solo come capitale monetario il capitale «possiede la forma in cui viene distribuito come elemento comune tra queste diverse sfere, tra la classe capitalista, a prescindere dalla sua applicazione particolare, in base alle esigenze di produzione di ciascuna sfera particolare».[25] Nella sua forma monetaria, il capitale è astratto da impieghi particolari. Solo nel capitale monetario, nel mercato monetario, scompaiono tutte le distinzioni relative alla qualità del capitale: «Tutte le forme particolari del capitale, derivanti dal suo investimento in particolari sfere di produzione o di circolazione, sono qui cancellate. Esso esiste qui nella forma indifferenziata, autoidentica, di valore indipendente, del denaro».[26]
L'equiparazione dei tassi di profitto «presuppone lo sviluppo del sistema creditizio, che concentra insieme la massa inorganica del capitale sociale disponibile nei confronti del singolo capitalista».[27] Cioè, presuppone il dominio del capitale finanziario: i banchieri «diventano i gestori generali del capitale monetario», che ora appare come «una massa concentrata e organizzata, posta sotto il controllo dei banchieri in quanto rappresentanti del capitale sociale in modo del tutto diverso dalla produzione reale».[28]
L'autocritica di Marx
Non c'è modo migliore per comprendere la teoria del valore di Marx che vedere come egli rispose ai critici del Capitale. Rispetto a una particolare recensione, Marx commentò a Kugelmann nel luglio 1868 che la necessità di dimostrare la legge del valore rivela la «più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza». Ogni bambino, continuava Marx, sa che «le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo». Come può il critico non vedere che «questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, [ma solo può cambiare il suo modo di apparire], è SELF-EVIDENT!»[29] Analogamente, rispondendo all'obiezione di Eugen Dühring alla sua discussione sul valore, Marx scrisse a Friedrich Engels nel gennaio del 1868 che «in realtà, nessuna forma di società può impedire che il tempo di lavoro a disposizione della società regoli la produzione in UN MODO O IN UN ALTRO».[30] Questo era il punto: in una società produttrice di merci, in quale altro modo il lavoro potrebbe essere allocato – se non dal mercato!
Sebbene su tale punto Marx fosse più chiaro in queste lettere che nel Capitale, nella sua critica all'economia politica classica si espresse in modo trasparente sul valore e sul denaro. A differenza degli economisti volgari, che non andavano al di sotto della superficie, gli economisti classici (a loro merito) avevano cercato di «cogliere la connessione interna in contrasto con la molteplicità delle forme esteriori».[31] Gli economisti classici cominciarono spiegando il valore relativo con la quantità di tempo-lavoro, ma «non si posero mai una volta la domanda perché questo contenuto abbia assunto quella particolare forma, cioè perché il lavoro sia espresso in valore e perché la misura del lavoro in base alla sua durata sia espressa nel valore del prodotto».[32] La loro analisi, in breve, partiva dal centro.
Questo approccio classico caratterizzava il pensiero iniziale di Marx. È importante riconoscere che la critica di Marx era un'autocritica, una critica di opinioni che lui stesso aveva accettato in precedenza. Nel 1847, Marx dichiarò che «la teoria dei valori di David Ricardo è l'interpretazione scientifica della vita economica reale».[33] Nei Principi di economia politica e dell’imposta, Ricardo aveva sostenuto che «il valore di una merce... dipende dalla quantità relativa di lavoro necessaria per la sua produzione». Con ciò intendeva «non solo il lavoro applicato immediatamente alle merci», ma anche il lavoro «impiegato per gli attrezzi, gli strumenti e gli edifici con cui tale lavoro è svolto». Di conseguenza, i valori relativi delle diverse merci erano determinati dalla «quantità totale di lavoro necessaria per produrle e metterle sul mercato». Questa era «la regola che determina le rispettive quantità di merci che devono essere date in cambio l'una dell'altra».[34]
Nei suoi primi lavori, Marx seguì Ricardo. «Le oscillazioni della domanda e della disponibilità», scrive Marx in Lavoro salariato e capitale, «riconducono sempre il prezzo di una merce ai costi di produzione» (cioè al suo «prezzo naturale»). Questa era la teoria del valore di Ricardo: «La determinazione del prezzo secondo i costi di produzione è uguale alla determinazione del prezzo sulla base della durata del lavoro che si richiede per la produzione di una merce». Inoltre, questa regola si applicava anche alla determinazione dei salari, che erano «determinati dai costi di produzione, dal tempo di lavoro che si richiede per produrre questa merce, il lavoro».[35] Lo stesso punto fu espresso nel Manifesto del Partito comunista del 1848: «il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione».[36]
Negli anni ‘50 del XIX secolo, tuttavia, Marx iniziò a sviluppare una nuova concezione. Nei quaderni scritti nel 1857-58, che costituiscono i Grundrisse, inizia la sua critica dell'economia politica classica. Marx concluse i Grundrisse annunciando che il punto di partenza dell'analisi non doveva essere il valore (come aveva fatto Ricardo), ma la merce, che «appare come unità di due determinazioni» – il valore d'uso e il valore di scambio.[37] La merce e, in particolare, il suo carattere bifronte è il punto di partenza della sua critica e il modo in cui inizia sia Per la critica dell'economia politica (1859) sia Il Capitale.[38]
I migliori punti del Capitale
La legge del valore come «legge regolatrice della natura» non era uno dei punti migliori del Capitale, né uno degli «elementi fondamentalmente nuovi del libro». Dopotutto, se la legge del valore è la tendenza dei prezzi di mercato ad avvicinarsi all’equilibrio, allo stesso modo in cui «si afferma la legge di gravità», allora questa «legge regolatrice della natura» era già presente in Ricardo.
Piuttosto, ciò che Marx sosteneva nel Capitale è che l’economia politica classica non comprendeva il valore. «Per quanto riguarda il valore in generale, l’economia politica classica non distingue esplicitamente in nessun luogo, in modo esplicito e chiaramente consapevole, tra il lavoro che appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro che appare nel valore d’uso del prodotto».[39] Ma questa distinzione, dichiarò Marx a Engels nell’agosto 1867, è «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI!» Questo «duplice carattere del lavoro», egli indicava, è uno dei «punti migliori del mio libro» (e, in effetti, è il punto migliore del primo volume del Capitale).[40]
Marx ha espresso lo stesso concetto nella prima edizione del primo volume del Capitale a proposito del duplice carattere del lavoro nelle merci: «questo aspetto, che per primo ho sviluppato in modo critico, è il punto di partenza da cui dipende la comprensione dell’economia politica».[41] Scrivendo nuovamente a Engels nel gennaio 1868, Marx descrive la sua analisi del duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci come uno dei «tre elementi fondamentalmente nuovi del libro». Tutti gli economisti precedenti, non avendolo compreso, furono «destinati a scontrarsi ovunque con l’inspiegabile. Questo è di fatto l’intero segreto della concezione critica».[42]
Il segreto della concezione critica, il punto di partenza per la comprensione dell'economia politica, la base per ogni comprensione dei fatti: che cosa ha reso così importante la rivelazione del duplice carattere del lavoro nelle merci? Molto semplicemente, è il riconoscimento che il lavoro effettivo, specifico, concreto, tutte quelle ore di lavoro reale impiegate per produrre una determinata merce, di per sé non hanno nulla a che fare con il suo valore. Non si possono sommare le ore di lavoro del falegname al lavoro contenuto nei mezzi di produzione consumati per ricavare il valore della merce del falegname. Quel lavoro specifico, piuttosto, è stato impiegato nella produzione di una cosa da usare, nota anche come valore d'uso. Inoltre, non si possono spiegare i valori relativi attraverso il conteggio della quantità di lavoro specifico contenuta in valori d’uso separati. Se non si distingue chiaramente tra i duplici aspetti del lavoro nella merce, non si è compresa la critica di Marx all'economia politica classica.
Il lavoro di Marx sulla teoria del denaro
«Qui si tratta di compiere un’impresa», annunciò Marx, «che non è neppure stata tentata dall’economia politica borghese».[43] Questo compito consisteva nello sviluppare la sua teoria del denaro – in particolare, di rivelare che il denaro è il rappresentante sociale del lavoro aggregato nelle merci. Per questo Marx ha dimostrato che (1) il concetto di denaro è latente nel concetto di merce e (2) che il denaro rappresenta il lavoro astratto in una merce e che la manifestazione di quest'ultimo, la sua unica manifestazione, è il prezzo della merce.
Se sommare le ore di lavoro concreto necessarie per produrre una merce non ne rivela il valore, che cosa lo rivela? Niente, se stiamo considerando una singola merce. «Potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile».[44] Possiamo avvicinarci alla comprensione del valore di una merce solo considerandola in una relazione. La forma più semplice (ma non sviluppata) di questa relazione è quella di valore di scambio: il valore della merce A è uguale a x unità della merce B, dove B è un valore d'uso. Abbiamo sempre conosciuto A come valore d'uso, ma ora conosciamo il valore di A dal suo equivalente in B. (Se invertiamo questo, diremmo che il valore di B è uguale a 1/x unità di A, e qui A è l'equivalente). La seconda merce, l'equivalente, è uno specchio del valore della prima merce. È attraverso questa relazione sociale che possiamo cogliere la merce come qualcosa che possiede valore.
Avendo stabilito che il valore di una merce si rivela attraverso il suo equivalente, Marx procede logicamente, passo dopo passo, a definire l'esistenza di una merce che funge da equivalente per tutte le merci, che cioè è la forma generale del valore. Da qui a rivelare la forma monetaria del valore il passo è breve: il denaro come equivalente universale, il denaro come rappresentante del valore.[45] In breve, una volta che iniziamo ad analizzare una società che scambia merci, siamo condotti al concetto di denaro. Questo è ciò che Marx identifica come suo compito: «Dobbiamo dimostrare la genesi di questa forma di denaro, dunque di perseguire lo svolgimento dell’espressione di valore contenuta nel rapporto di valore delle merci, dalla sua figura più semplice e inappariscente, fino all’abbagliante forma di denaro. Con ciò scomparirà anche l’enigma del denaro».[46] Ma questo era un libro chiuso per gli economisti classici; «Ricardo», commentò Marx anni dopo, «in realtà si occupava solo del lavoro come misura della grandezza del valore e quindi non trovava alcun collegamento tra la sua teoria del valore e l’essenza del denaro».[47]
Ma cos'è il denaro? Per capire il denaro dobbiamo tornare al duplice carattere del lavoro nelle merci, quel punto da cui dipende la comprensione dell’economia politica. Sappiamo che il lavoro concreto e specifico produce valori d'uso specifici. Poiché il lavoro è concreto, non possiamo confrontare merci contenenti diverse qualità di lavoro. Ma possiamo confrontarle se le astraiamo dalle loro specificità, cioè se le consideriamo come contenenti lavoro in generale, lavoro astratto, «uguale lavoro umano, il dispendio di identica forza-lavoro umana».[48] Il lavoro complessivo della società è un composto di molti «diversi modi di lavoro umano»: «la forma compiuta o totale di apparenza del lavoro umano è costituita dalla totalità delle sue forme particolari di apparenza».[49] «L’unica massa omogenea della forza-lavoro umana», quel lavoro universale, uniforme, astratto, sociale in generale, il «lavoro umano puro e semplice», entra in ogni merce.[50]
Pensate al lavoro aggregato nelle merci come ad una gelatina, composta da una serie di unità identiche e omogenee. Una certa quantità di questa gelatina entra in ogni merce. Il valore di una merce è determinato dalla quantità che questa gelatina – quanto lavoro omogeneo, universale, astratto, quella comune “sostanza sociale” – contiene. Ovviamente non possiamo sommare la gelatina in modo semplice, come potremmo fare con il lavoro concreto. Come possiamo allora vedere il valore di una merce? Abbiamo già risposto a questa domanda. Il valore di una merce (cioè il lavoro omogeneo, generale, astratto contenuto nella merce) è rappresentato dalla quantità di denaro, che è il suo equivalente. Infatti l’unica forma in cui il valore delle merci può manifestarsi è la forma denaro.
Ogni società ottiene le quantità di prodotti corrispondenti alle diverse quantità dei suoi bisogni dedicando alla loro produzione una parte del tempo di lavoro disponibile. Come già detto, «se la società vuole soddisfare i propri bisogni e far produrre un articolo a questo scopo, deve pagarlo…[e] lo compra con una certa quantità di tempo-lavoro che ha a disposizione.»[51] Come soddisfiamo i nostri bisogni nel capitalismo? Li acquistiamo con il rappresentante del lavoro sociale totale delle merci: il denaro.
Ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico
Come scrive Michael Heinrich, «molti marxisti hanno difficoltà a comprendere l’analisi di Marx», come gli economisti borghesi, «tentano di sviluppare una teoria del valore senza riferimento al denaro».[52] Tuttavia è un po' difficile capire il perché, viste le critiche di Marx all'economia politica classica proprio su questo punto. Ricardo, commentava Marx, non aveva compreso «e nemmeno sollevato come problema» la «connessione tra il valore, la sua misura immanente – cioè il tempo-lavoro – e la necessità di una misura esterna dei valori delle merci». Ricardo non ha esaminato il lavoro astratto, il lavoro che «si manifesta nei valori di scambio – la natura di questo lavoro. Quindi non coglie la connessione di questo lavoro con il denaro o il fatto che debba assumere la forma di denaro».[53]
Per questo Marx si è impegnato a «mostrare l’origine di questa forma di denaro” e di risolvere “il mistero del denaro”, un compito «che non è neppure stato tentato dall’economia politica borghese». Dobbiamo comprendere la natura del denaro e come si passa direttamente dal valore al denaro. Come ha spiegato nel capitolo 10 del terzo volume del Capitale:
occupandoci del denaro, si è presupposto che le merci fossero vendute al loro valore, non essendovi alcun motivo per esaminare il caso di uno scarto fra prezzo e valore, trattandosi unicamente dei mutamenti di forma che la merce subisce nella sua trasformazione in denaro e nella sua ritrasformazione da denaro in merce. Non appena la merce è stata venduta e una nuova merce è stata acquistata con tale denaro, abbiamo davanti a noi la metamorfosi completa e da questo punto di vista è indifferente che il prezzo della merce sia superiore o inferiore al suo valore. Il valore della merce rimane importante come fondamento, poiché è solo in base ad esso che è possibile sviluppare il concetto del denaro e del prezzo, che, secondo il suo concetto generale è da principio nient'altro che la forma monetaria del valore.[54]Per capire perché Marx riteneva essenziale risolvere il mistero del denaro, è utile comprendere il suo metodo di derivazione dialettica. Come G.W.F. Hegel, esaminando determinati concetti, scoprì che essi contenevano implicitamente un secondo termine; procedette quindi a considerare l'unità dei due concetti, trascendendo così l'unilateralità di ciascuno di essi e passando a concetti più ricchi. In questo modo, Marx analizzò la merce e scoprì che conteneva, latente al suo interno, il concetto di denaro, la forma indipendente del valore, e che la merce si differenziava in merce e denaro. Inoltre, considerando la relazione tra merce e denaro da tutti i lati, Marx ha scoperto il concetto di capitale.[55]
Il concetto di capitale, insomma, non cade dal cielo. È contrassegnato dalle categorie precedenti. Poiché il denaro è il rappresentante del lavoro astratto, dell’omogeneo lavoro complessivo della società, il capitale deve essere inteso come accumulazione di omogeneo lavoro astratto. Intendendo il denaro come latente nelle merci, rifiutiamo l’immagine del denaro giustapposto esternamente alle merci come nell’economia politica classica e riconosciamo, quindi, che il lavoro astratto è sempre presente nel concetto di capitale.
Tuttavia, non tutte le accumulazioni di lavoro astratto sono capitale. Affinché corrispondano al concetto di capitale, devono essere spinte dall'impulso alla crescita e avere un valore che si espande da solo (cioè M-C-M´). Tuttavia, come è possibile questo, presupponendo lo scambio di equivalenti? Da dove viene il valore aggiunto, il plusvalore? Le due domande esprimono la stessa cosa: in un caso, sotto forma di lavoro oggettivato; nell'altro, sotto forma di lavoro vivo, fluido.[56]
La risposta ad entrambe è che, con la disponibilità di forza-lavoro come merce, il capitale può ora assicurarsi ulteriore lavoro (astratto). Ciò non è dovuto a qualche qualità occulta della forza-lavoro, ma al fatto che, acquistando forza-lavoro, il capitale si trova ora in una relazione di «supremazia e subordinazione» rispetto ai lavoratori, una relazione che porta con sé la «costrizione a svolgere pluslavoro».[57] Questa costrizione, insita nei rapporti di produzione capitalistici, è la fonte della crescita del capitale.
Consideriamo il plusvalore assoluto concentrandoci sul “lavoro vivo, fluido”. Il valore della forza-lavoro, o lavoro necessario, in un dato momento rappresenta la quota di lavoro sociale aggregato che va ai lavoratori. La restante quota di lavoro sociale viene catturata dai capitalisti. Quando il capitale usa il suo potere per aumentare la durata o l’intensità della giornata lavorativa, il lavoro sociale totale aumenta; supponendo che il lavoro necessario rimanga costante, il capitale è l’unico beneficiario. Il rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario – il tasso di sfruttamento – aumenta.
In alternativa, aumentiamo la produttività del lavoro. Per produrre la stessa quantità di valori d’uso è necessario meno lavoro totale. Di conseguenza, l’aumento della produttività porta con sé la possibilità di ridurre la giornata lavorativa (una possibilità non realizzata nel capitalismo). Se, al contrario, il lavoro sociale aggregato rimanesse costante, chi sarebbe il beneficiario di un tale aumento di produttività? Supponendo che la classe operaia sia atomizzata e che il capitale sia in grado di dividere sufficientemente i lavoratori, il capitale ottiene un plusvalore relativo perché il lavoro necessario diminuisce. In alternativa, nella misura in cui i lavoratori saranno sufficientemente organizzati come classe, beneficeranno degli aumenti di produttività con un aumento dei salari reali, in quanto i valori delle merci diminuiranno. Nel Capitale, questa seconda opzione è sostanzialmente preclusa perché, seguendo gli economisti classici, Marx presupponeva che il criterio di necessità fosse dato e fissato.[58]
In breve, dobbiamo comprendere il denaro se vogliamo comprendere il capitale, e per questo dobbiamo cogliere il duplice carattere del lavoro che entra in una merce. Sfortunatamente, molti marxisti non riescono a cogliere la distinzione «tra il lavoro come appare nel valore di un prodotto, e lo stesso lavoro come appare nel valore d’uso del prodotto» – distinzione che Marx considerava «fondamentale per ogni comprensione dei FATTI». Di conseguenza, essi offrono una «teoria del valore senza riferimento al denaro», ciò che Heinrich chiama teorie «pre-monetarie del valore», che io considero teorie pre-marxiane del valore o teorie ricardiane del valore.[59]
I marxisti ricardiani non colgono la logica di Marx, o il modo in cui Marx passa logicamente dall'astratto al concreto. Il problema è particolarmente evidente quando si tratta del cosiddetto problema della trasformazione. Ciò che non riescono a capire coloro che tentano di calcolare la trasformazione dai valori ai prezzi di produzione è che, piuttosto che trasformare i valori realmente esistenti, i prezzi di produzione sono semplicemente un ulteriore sviluppo logico del valore.[60] Il reale movimento va dai prezzi di mercato ai prezzi di equilibrio, cioè ai prezzi di produzione. Come abbiamo visto, è così che la legge del valore alloca il lavoro aggregato nelle merci, in modo simile alla legge di gravità. L’incapacità di questi marxisti di distinguere tra il logico e il reale dimostra la loro «completa ignoranza sia del tema in discussione che del metodo scientifico».
Note
* N.d.T. Abbiamo tradotto l'inglese allocation, con allocazione. In questo articolo, allocazione ha come sinonimi, in relazione al contesto in cui viene adottato, termini come: ripartizione, distribuzione, divisione, destinazione. Nel linguaggio marxiano viene adottato, più comunemente, il termine "divisione del lavoro", ma abbiamo deciso di seguire l'indicazione dell'autore in quanto egli stesso utilizza il termine inglese "allocation of labour" invece di "division of labour".
[1] Nella sua bella introduzione e interpretazione del Capitale, Michael Heinrich critica il marxismo tradizionale e la visione del mondo, An introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2012. Heinrich approfondisce ulteriormente le prime sezioni del primo volume del Capitale, in Michael Heinrich, How to Read Marx’s Capital, New York, Monthly Review Press, 2021.
[2] Karl Marx, Lettera a Ludwig Kugelmann. Londra 11 luglio 1868, in Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, XLIII, Roma, 1975, pp. 597-598.
[3] Karl Marx, Capital, vol. 1, London, Penguin, 1977, pag. 169–70.
[4] Karl Marx, Capital, vol. 3, London, Penguin, 1981, p. 288.
[5] Marx, Capital, vol. 1, p. 171.
[6] Marx, Capital, vol. 1, p. 172.
[7] Karl Marx, Grundrisse, London, Penguin, 1973, pag. 171–72.
[8] Marx, Capital, vol. 1, p. 173.
[9] Marx, Capital, vol. 1, p. 772; Marx, Grundrisse, pag. 488, 541, 708; Karl Marx, Critique of the Gotha Programme in Marx and Engels, Selected Works, vol. 2, Moscow, Foreign Languages Press, 1962, p. 24.
[10] Marx and Engels, Collected Works, vol. 6, 506.
[11] Marx, Grundrisse, pag. 158–59.
[12] Su questa visione della società socialista, vedi Michael A. Lebowitz, The Socialist Alternative: Real Human Development, New York, Monthly Review Press, 2010, e Michael A. Lebowitz, Between Capitalism and Community, New York, Monthly Review Press, 2020.
[13] La discussione sul singolo produttore di merci si applica anche ai produttori di merci collettivi o di gruppo (come nel caso delle cooperative).
[14] Marx, Grundrisse, pag. 156–58.
[15] Marx, Capital, vol. 3, pag. 288–89.
[16] Marx, Capital, vol. 1, p. 170.
[17] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[18] Marx, Capital, vol. 1, 476. È importante tenere presente la distinzione tra lavoro aggregato nelle merci e lavoro aggregato nella società nel suo insieme.
[19] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[20] Marx, Capital, vol. 1, p. 168.
[21] Marx, Capital, vol. 1, p. 476.
[22] M arx, Capital, vol. 1, p. 1051.
[23] Marx, Capital, vol. 3, p. 895.
[24] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part II, Moscow, Progress Publishers, 1968, p. 209.
[25] Marx, Capital, vol. 3, p. 491.
[26] Marx, Capital, vol. 3, p. 490. Stiamo qui descrivendo il cosiddetto jelly capital, [capitale gelatina].
[27] Marx, Capital, vol. 3, p. 298.
[28] Marx, Capital, vol. 3,pag. 528, 491.
[29] Marx e Engels, Collected Works, vol. 43, p. 68.
[30] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 515.
[31] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Part III, Moscow, Progress Publishers, 1971, p. 500.
[32] Marx, Capital, vol. 1, pag. 173–74.
[33] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, pag. 121, 123–24.
[34] David Ricardo, The Principles of Political Economy and Taxation, Homewood, Richard D. Irwin, Inc., 1963, pag. 5–6, 12–13, 42.
[35] Karl Marx, Wage Labour and Capital in Marx and Engels, Collected Works, vol. 9, p. 208–9.
[36] Marx e Engels, Collected Works, vol. 6, p. 491. In questo caso Marx accetta la simmetria di Ricardo nella produzione di cappelli e uomini, e continua a mantenere questa posizione nel Capitale. Per una critica, vedi Lebowitz, “The Burden of Classical Political Economy” in Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 6.
[37] Marx, Grundrisse, p. 881.
[38] Tuttavia, al momento della stesura del Capitale, Marx era passato a identificare la duplice natura della merce come valore d'uso e valore, e dichiarava che il valore di scambio è solo la forma necessaria che assume il valore.
[39] Marx, Capital, vol. 1, p. 173 n.
[40] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 407.
[41] Albert Dragstedt, Value: Studies by Karl Marx, London, New Park Publications, 1976, p. 11.
[42] Marx e Engels, Collected Works, vol. 42, p. 514.
[43] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[44] Marx, Capital, vol. 1, p. 138.
[45] Nell'economia politica classica ed ai tempi di Marx, l'oro era la merce-denaro; tuttavia, la teoria del denaro di Marx richiede soltanto l'accettazione sociale come equivalente universale.
[46] Marx, Capital, vol. 1, p. 139.
[47] Karl Marx, “Marginal Notes on Adolph Wagner’s Lehrbuch der Politschen Oekonomie” in Dragstedt, Value, p. 204.
[48] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[49] Marx, Capital, vol. 1, p. 157.
[50] Marx, Capital, vol. 1, p. 129.
[51] Marx, Capital, vol. 1, p. 288.
[52] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, p. 57, 63–64.
[53] Marx, Theories of Surplus Value, Part II, pag. 164, 202.
[54] Marx, Capital, vol. 3,pag. 294–95.
[55] Vedi la discussione sulla derivazione del capitale, in Michael A. Lebowitz, Beyond Capital: Marx’s Political Economy of the Working Class, New York, Palgrave Macmillan, 2003, pag. 55–60.
[56] «Il tasso di plusvalore è quindi un'esatta espressione del grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitale, o del lavoratore da parte del capitalista». Marx, Capital, vol. 1, p. 326.
[57] Marx, Capital, vol. 1, pag. 1026–27.
[58] Vedi Lebowitz, Between Capitalism and Community, chapter 7.
[59] Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 57, 63–64.
[60] Come specifica Heinrich, la trasformazione dei valori «rappresenta un avanzamento concettuale della determinazione della forma della merce». Heinrich, An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx’s Capital, pag. 148–49.
Fonte
29/08/2023
[Contributo al dibattito] - La Guerra dei Trent’anni del XXI Secolo
di Fulvio Bellini
Le similitudini tra la Guerra del Trent’anni e l’attuale scontro dal carattere strategico tra fronte imperialista in crisi e fronte antimperialista in ascesa
Premessa: sono le guerre (purtroppo) che mutano i paradigmi
In questi giorni si sta concretizzando un fatto evidente fin dall’inizio: il velleitarismo della tanto proclamata controffensiva ucraina di primavera. Alcuni osservatori stanno supponendo che si vada incontro ad una fase di negoziazione tra le parti, che sono Stati Uniti e Russia, non certamente l’Ucraina che è uno stato fantoccio, e tanto meno la NATO che è un’organizzazione che coordina le attività dell’esercito imperiale, attualmente quello americano, con le forze armate ausiliarie dei vassalli, come è sempre stato fin dai tempi antichi.
Ovviamente vi è la speranza che questi negoziati inizino presto, ma non è detto che ciò accada e non è detto neppure che il ritorno alla diplomazia chiuda lo stato di ostilità globale, anzi vi sono elementi che giocano in senso contrario come cercherò di spiegare nel presente articolo.
I conflitti militari sono importanti nella storia dell’Uomo perché, fino alla determinazione di nuovi modi di composizione dei conflitti tra le potenze, che indubbiamente l’introduzione dell’arma atomica sollecita, sono le guerre che stabiliscono chi siano i vincitori, i vinti e le regole del gioco a beneficio dei primi.
Quando la premier italiana Giorgia Meloni dichiara pomposamente davanti al Congresso americano il 27 luglio scorso che: “L’Occidente è unito e difende le regole”, intende quelle scaturite dalla Seconda Guerra mondiale, le ultime stabilite e vigenti. Ma di quali regole si parla? Nel 1945 i benefici dei vincitori si tradussero in norme ascrivibili al cosiddetto diritto internazionale il quale, non bisogna mai scordarlo, non ha nulla a che fare con il cosiddetto diritto delle genti (Ius gentium), e tantomeno con criteri di giustizia, che al contrario sono spesso contraddetti: il rapporto tra Stato d’Israele e palestinesi è più che sufficiente per dimostrare questo assunto.
Dagli accordi e dal diritto internazionale discendono poi le istituzioni che hanno il compito di applicare tali regole, sempre nell’esclusivo vantaggio dei vincitori: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, NATO eccetera. Queste regole, però, hanno sempre una durata temporale definita, una sorta di “data di scadenza”, in quanto necessitano di essere riallineate con la realtà dei rapporti di forza tra le potenze, che sono invece mutevoli, in quanto risentono di fattori economici e finanziari.
Scrivere nuove regole perché aderenti alla realtà non è affatto un meccanismo automatico, può avvenire solo attraverso un nuovo conflitto armato per le due seguenti ragioni:
1) l’ultimo vincitore della guerra non ha nessuna intenzione di lasciare la sua posizione dominante in modo pacifico, perché è tale status che gli impedisce di sprofondare nella crisi da lui stesso creata;
2) le potenze che sono destinate a sostituire il dominus imperiale non possono esimersi dal farlo, anche se non lo desiderano ed anche se cercano di convincere la comunità internazionale della loro buona fede.
Nel XXI secolo chi non vuole e, sotto un certo punto di vista, non può lasciare il suo ruolo di potenza imperiale senza reagire sono gli Stati Uniti; chi è costretto suo malgrado ad emergere come nuova potenza mondiale è la Cina: tutti gli altri attori girano intorno a questo meccanismo centrale.
Vi sono poi dei conflitti armati che hanno segnato passaggi epocali perché portatori di cambiamenti irreversibili dei paradigmi religiosi, culturali, economici e sociali. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo non hanno solo chiuso la vicenda dell’Impero romano d’occidente, hanno pure sancito la fine dell’evo antico a causa del tramonto del paganesimo a favore del cristianesimo, del sistema schiavistico a favore di quello servile eccetera. Le numerose guerre dell’alto e basso medioevo sono state importanti ma non hanno mutato alcun paradigma, e neppure quelle rinascimentali. Bisogna aspettare l’epoca barocca, e precisamente il 1618, per assistere ad un conflitto che ha profondamente mutato i paradigmi avendo liberato le forze del capitalismo moderno che conosciamo oggi: la Guerra dei Trent’anni. Dopo questo terribile conflitto europeo vi sono stati altri momenti dove i paradigmi sono mutati: sostanzialmente le guerre napoleoniche che hanno sancito l’inizio della scalata della borghesia alla guida dello Stato e la Prima guerra mondiale che ha concluso tale processo. Sempre la Grande Guerra ha poi determinato la nascita di paradigmi alternativi a quelli borghesi, grazie alla miracolosa affermazione di uno stato socialista in Russia. La seconda guerra mondiale non ha mutato nessun paradigma, vi è stata la sostituzione di un centro imperiale, Londra, con un altro: Washington.
Oggi ci dobbiamo porre il seguente quesito: la guerra in Ucraina può mutare i paradigmi? In questo articolo cercherò di dimostrare che la risposta potrebbe essere affermativa.
Se si ammette che quella in corso in Ucraina è una guerra di cambiamento paradigmatico, a quale modello del passato si potrebbe avvicinare? Cercherò di dimostrare che il modello di riferimento è proprio la Guerra dei Trent’anni, non tanto per la durata, che dovrebbe essere inferiore a causa delle superiori capacità distruttive delle armi moderne e dei costi esorbitanti che possono rovinare velocemente uno Stato tributario, quanto per lo scontro tra due diversi sistemi paradigmatici tra loro alternativi ed inconciliabili, scontro che non può essere risolto dalla fine delle ostilità tra Kiev e Mosca. In altre parole, l’improvvida decisione degli USA di scatenare una guerra per procura in Ucraina ha scoperchiato il mitico vaso di pandora, dal quale stanno uscendo conseguenze del tutto inaspettate per gli strateghi di Washington e che li stanno convincendo di non potere più tornare indietro.
Dalla Guerra dei Trent’anni nasce il capitalismo moderno
In estrema e lacunosa sintesi, le istanze delle chiese riformate, è opportuno ricordarlo, erano state enunciate un secolo prima l’inizio della Guerra dei Trent’anni; la confessione augustana, detta anche luterana, venne espressa in maniera compiuta nel 1530 in occasione della Dieta di Augusta, ma Lutero aveva affisso le celebri 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg già nel 1517. Senza addentrarsi nei precetti teologici, da un punto di vista squisitamente politico la carica rivoluzionaria della riforma luterana risiedeva nella facoltà del cristiano di potere avere un rapporto immediato con Dio, attraverso la lettura e la meditazione delle sacre scritture, e non più mediato dall’ordinamento ecclesiastico che dal Papa discendeva fino ai parroci. Anche l’enorme letteratura teologica prodotta dai padri della chiesa della tarda antichità, dell’alto medioevo fino ad arrivare a San Tommaso d’Acquino veniva “rimandata al mittente”, ritenuta negativa perché tendeva a sostituirsi all’autentica parola di Dio custodita solo nella Bibbia e nei Vangeli. Il contenuto “eversivo” della riforma luterana venne immediatamente intuito da alcuni principi tedeschi, che vi poterono scorgere almeno due importanti opportunità: scrollarsi di dosso l’ingombrante potere dei vescovi cattolici in Germania, tre dei quali erano anche elettori del Sacro Romano Impero fin dai tempi della Bolla d’Oro: arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia; la possibilità di mettere le mani sull’immenso patrimonio che la Chiesa cattolica possedeva nei territori dell’Impero sia sotto forma di proprietà delle diocesi che degli ordini monastici.
I tempi per un cambio di paradigma erano diventati maturi e Paolo Sarpi, negli antefatti della sua Istoria del Concilio tridentino fa intendere che se Martin Lutero non avesse ottenuto la protezione di alcuni principi tedeschi, segnatamente il Duca di Sassonia Federico III, non si sarebbe potuto salvare da scomuniche e condanne di Leone X e di Carlo V, ed avrebbe fatto la medesima fine del suo precursore, Ian Hus, arso vivo a Costanza nel 1415.
Lutero aveva minato i fondamenti della tradizione politica medievale: il potere spirituale del Papa e quello temporale dell’Imperatore, la via era aperta ad altri cambiamenti come quelli descritti nella classica opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In questo importante testo si mette in rilievo la riforma di Giovanni Calvino, la quale ribalta la fondamentale visione anti economicista della tradizione cattolica. Il calvinista non chiede alcuna grazia a Dio, egli è invece devoto per la benevolenza già ricevuta ma a lui ancora sconosciuta; il cammino del credente nel corso della sua vita ha quindi lo scopo di capire, attraverso il successo del suo lavoro, delle sue iniziative, se Dio lo ha gratificato della sua grazia. Il successo, la ricchezza sono quindi segni della benevolenza divina già concessa, e per la quale la riconoscenza si manifesta in chiese sobrie, spoglie ed intime. Lo spirito d’iniziativa prende quindi slancio dalla ricerca della comprensione della grazia divina, e non è un caso che tale credo si sia affermato presso popoli dalle spiccate propensioni commerciali come quello olandese.
Tuttavia il XVI secolo non vede affatto il trionfo della Riforma nei confronti del Cattolicesimo, i protestanti non sono ancora in grado di emanciparsi dal potere di Papi ed Imperatori. Al contrario, la Controriforma fornisce un nuovo bagaglio ideologico al campo imperiale, il quale esercita una decisa stretta sulle “libertà di coscienza e parola” attraverso la tesi dell’infallibilità del Papa, e quindi del potere nelle sue articolazioni pubbliche e private, l’istituzione dell’Indice, dell’Inquisizione eccetera (non viene in mente nulla di attuale?).
L’impero degli Asburgo sul quale il sole non tramontava mai, diviso per ineludibili motivi di gestione tra i due rami della famiglia austriaca e spagnola, non poteva che nutrirsi del Concilio tridentino, e non poteva che cercare di cancellare quello che le chiese riformate avevano conquistato fino a quel momento. Le contraddizioni tra l’Imperatore che non voleva, ed anche non poteva, abbandonare imbelle il suo ruolo di guida del Sacro Romano Impero, ed i principi protestanti che si rendevano conto di non potere più accettare di tornare al passato, soprattutto a causa della volontà dei cattolici di essere risarciti dei beni già confiscati che sarebbe sfociato nell’Editto di restituzione, potevano essere risolti solo da una guerra, che è interessante per noi sotto alcuni aspetti.
Primo aspetto, lo abbiamo visto, scontro di due modi diversi di vedere politica ed economia: da un lato la tradizione medievale dell’Imperatore, del Papa, dei grandi feudatari, dell’economia sostanzialmente rurale dalla quale derivavano la vita da rentièr, grazie ad estese proprietà terriere, di nobili ed ecclesiastici. In questo sistema il vescovo siede al medesimo tavolo del principe e discute con lui di politica. Dall’altro lato, il mondo riformato fatto di principati, città stato e repubbliche liberate dal secolare giogo delle massime istituzioni medievali; in economia è il lavoro, il commercio, l’industria che determinano la conoscenza della grazia divina; la moneta merce acquista dignità morale, le attività finanziarie dei prestiti anche ad usura, l’affermarsi delle borse, delle banche si liberano del giudizio etico negativo che la teologia cattolica aveva dato loro e sotto un certo punto di vista Calvino avvicina Dio alla moneta. In questo sistema il pastore siede al tavolo della servitù ed è ignorato dal principe.
Il secondo aspetto risiede nell’evoluzione della guerra dei Trent’anni in diverse fasi, che vedono l’avvicendarsi di protagonisti diversi: fase boema (1618–1625), fase danese (1625–1629), fase svedese (1630–1635) ed infine fase francese (1635–1648). La Guerra dei Trent’anni è stata quindi un contenitore di diversi conflitti e non sempre senza soluzione di continuità.
Il terzo aspetto è rappresentato dal fatto che insieme ai paradigmi anche la gerarchia delle potenze cambiò in conseguenza degli esiti del conflitto: gli stati che avevano sostenuto le chiese riformate assunsero progressivamente maggiore importanza nello scacchiere europeo e quindi mondiale come la Svezia, nonché le stesse Olanda ed Inghilterra anche se coinvolte marginalmente nel teatro tedesco. Le potenze che si erano legate al partito cattolico, al contrario, iniziarono la loro fase declinante sia pure con tempistiche diverse: immediatamente l’Italia, mediatamente Spagna ed Austria come colonne d’Ercole del dominio asburgico in Europa. Un capitolo a parte riguarda infine la Francia, vera potenza vincitrice della Guerra dei Trent’anni grazie al genio politico di Richelieu.
La Francia, autentico Giano bifronte, da un lato era un paese cattolico, per di più governata successivamente da due cardinali della Chiesa, Richelieu appunto e Mazzarino, dall’altro sostenne decisamente il campo dei protestanti contro gli Asburgo; questa particolare e vincente alchimia politica le diede un indiscusso ruolo preminente nel vecchio continente che durò fino alla battaglia di Waterloo del 1815.
In sintesi, del modello “Guerra dei Trent’anni” in relazione all’odierno conflitto in Ucraina ci interessa verificare se si possano individuare i seguenti elementi: diversi paradigmi che sottendono i due schieramenti; divisione in più fasi di un lungo conflitto; individuazione di una nuova gerarchia delle potenze in relazione ai paradigmi sostenuti.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo americano”
A mio avviso, volenti o nolenti, dopo Cristo siamo tutti cristiani e dopo Marx siamo tutti marxisti. In che senso? Il cristianesimo aveva sconfitto il paganesimo: un caleidoscopio di religioni dove gli Dèi erano sostanzialmente raffigurazioni umane, un sistema di credenze che politicamente generava un’eccessiva vicinanza tra uomini e Dèi, causando seri problemi di legittimità dei poteri regio ed imperiale. Una delle ragioni della crisi dell’impero romano risiedeva nella risibile volontà di uomini, spesso caratterizzati da molti vizi e poche virtù, di pretendere di essere elevati al rango divino solo perché eletti imperatori. Il merito del cristianesimo è stato quello, grazie alla sua teologia evoluta, di restituire a Dio la giusta distanza da tutti gli uomini, sovrani compresi, e di far discendere dalla volontà divina il potere dei monarchi, che cessavano di essere Dèi, ma diventavano “unti del Signore”, quindi legittimati a governare dalla grazia divina nonostante gli stessi numerosi vizi e le poche virtù dei predecessori romani. La religione aveva quindi un posto centrale nella vita politica delle nazioni e dei popoli, lo abbiamo visto nel capitolo precedente.
Dopo Marx siamo tutti marxisti nel senso che l’economia ha sostituito la religione quale elemento di legittimazione del potere. Il modo di produzione, il modo di distribuire la ricchezza tra le diverse classi sociali, la diversa visione del rapporto tra economia e politica sono oggi la “teologia” che giustifica il potere del “sovrano”, scalzando la religione da questo importante ruolo. Se nella Guerra dei Trent’anni il confronto era stato tra due visioni della religione cristiana, nel conflitto ucraino si stanno profilando altrettanti modi diversi di vedere l’economia.
Cominciamo a guardare il “campo imperiale”, che chiameremo propriamente il “campo americano”. Il centro sono gli Stati Uniti, gli stati vassalli sono quelli europei, il Giappone, la Corea del Sud, e grazie all’alleanza con la Gran Bretagna, anche Australia e Nuova Zelanda. Quali sono i paradigmi difesi dagli “americani”? Innanzitutto la concezione della moneta come strumento di dominio e solo successivamente come mezzo di scambio, misura di valore e riserva di valore. Le monete del “campo americano” non solo sono inconvertibili con l’oro e con qualsiasi altro metallo nobile, ma sono espressioni di paesi estremamente indebitati, quindi soggetti ad una smodata produzione di moneta nelle sue tre aggregazioni.
In questo campo, infatti, militano paesi tra i maggiori debitori del mondo, limitandosi ai soli conti pubblici: Stati Uniti d’America (32.555 miliardi di dollari), Giappone (13.537 miliardi); Germania, Francia, Gran Bretagna ed Italia raccolti in una forbice che va dai 2.556 miliardi ai 3.042 miliardi di dollari. I raffronti con il valore del PIL delle relative economie sono del tutto risibili in quanto non vi è nessuna volontà di restituire un solo dollaro, e tanto meno d’invertire il trend dell’indebitamento, vuoi per la crisi pandemica del biennio 2020-2021, vuoi per la guerra in Ucraina del successivo anno e mezzo. Se un paese non è in grado di restituire i debiti contratti dovrebbe essere in default, innanzitutto gli Stati Uniti, ma se quest’ultimi esercitano il controllo diretto sugli organismi internazionali di regolazione come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, ecco che il problema non si pone più: il paese più indebitato è “padrone” delle istituzioni che “aiutano” gli Stati morosi. Non è solo questo: grazie alla smodata produzione della sua carta moneta, gli USA sono indirettamente in grado di finanziare i debiti di altri paesi che invece, loro sì, sono tenuti a restituire quanto prestato oppure di dichiarare bancarotta: stiamo parlando, ad esempio, del rapporto triangolare che lega Stati Uniti, FMI ed Argentina. Quando un paese finisce in questo “triangolo delle Bermude”, non solo viene saccheggiato dal punto di vista economico, ma viene anche privato della sua indipendenza, e la sua politica estera viene dettata da Washington, la quale, in una sorta di gioco beffardo, è a capo di una nazione ben più insolvente.
Un altro paradigma del “campo americano”, che discende dal primo, è rappresentato dalla totale finanziarizzazione della sua economia. L’elevata presenza di denaro disgiunto da logiche economiche ha determinato l’affermarsi di banche d’affari, Edge Found, società d’investimento private che dispongono di enormi capitali liquidi e che si pongono come intermediari anche nei rapporti politici dentro e fuori gli Stati. Seguendo l’esempio triangolare che abbiamo visto precedentemente, vediamo una nuova relazione tra Stati Uniti, società d’investimento private ed Ucraina, come ci riferisce Wall Street Italia del 20 giugno scorso: “BlackRock e JP Morgan a supporto della ricostruzione dell’Ucraina”. La forte interconnessione tra finanza privata ed amministrazioni USA, caratterizzata da un continuo travaso di personale apicale tra le due sponde in un clamoroso conflitto d’interessi che nessuno mette mai in adeguato rilievo, permette a queste società di sostituirsi anche alle istituzioni finanziarie nate dalla seconda guerra mondiale. Il paradigma occidentale di creare soldi dai soldi attraverso l’aumento dell’indebitamento pubblico, ha come contraltare la deindustrializzazione attraverso i classici meccanismi di prelievo di valore da parte delle proprietà finanziarizzate nei confronti dell’apparato produttivo: dirottamento di quote maggiori di ricavi a favore del mercato borsistico e speculativo; depotenziamento di ricerca e sviluppo dei prodotti; abbattimento dei costi a deterioramento della qualità della produzione; compressione di salari e stipendi; delocalizzazione delle attività in aree a minore costo complessivo. Il processo di finanziarizzazione e privatizzazione dell’economia non riguarda solo la produzione di beni, anche di primaria necessità, ma investe sempre maggiori settori dei servizi specialmente se di origine pubblica: autostrade, telecomunicazioni, sanità, servizi sociali. Le regole applicate sono le medesime sopra descritte e non ha nessuna importanza se si tratta di pagare un pedaggio per passare su un Ponte Morandi a pochi minuti dal suo crollo per incuria; oppure se pagare privatamente, solo chi se lo può permettere, una prestazione sanitaria urgente che altrimenti vede mesi di liste d’attesa; oppure ancora abbandonare le città alla speculazione edilizia ed alla bolla degli affitti in modo da espellere aliquote sempre maggiori di cittadini che non sono in grado di pagare pigioni salate oppure mutui dai tassi variabili proibitivi. Tutto questo non deriva dall’azione della misteriosa mano del mercato, come avrebbe detto il non compianto Cesare Romiti, ma è frutto di una precisa dottrina che è figlia di un’altrettanto pervasiva ideologia: il neoliberismo.
Nel “campo americano” i cosiddetti diritti personali, che sono quelli della borghesia, non debbono avere tendenzialmente limiti, e non possono trovare ostacoli nei diritti di una comunità. Il limite alla volontà del borghese di soddisfare il proprio bisogno e più spesso il proprio capriccio, deriva dalla sola capacità di spesa di colui che declina il desiderio in un diritto, anche quando si tratta di affittare oppure acquistare a titolo definitivo parti del corpo di altre persone che, secondo l’ideologia occidentale, debbono essere libere di potersi vendere sul mercato, e non ha nessuna importanza se tale libertà è solo un’ipocrita maschera che nasconde il puro bisogno di chi affitta oppure vende parti del proprio organismo: “Maternità surrogata, corsa delle coppie in Ucraina prima del “reato universale”, La Repubblica del 9 giugno scorso; oppure “Traffico di esseri umani, così i profughi in fuga dall’Ucraina rischiano di finire nella rete dei trafficanti... La tratta degli esseri umani è la schiavitù del mondo contemporaneo e da quando la Russia ha invaso l’Ucraina si teme per i profughi in fuga dal conflitto. Ha diverse vesti: prostituzione e lavori forzati, condizioni di servitù domestica, obbligo a commettere crimini. E poi c’è il traffico di bambini o di organi”, Il Fatto Quotidiano del 19 aprile 2022.
In conclusione, i paradigmi del campo americano sono: polarizzazione economica tra i sempre più ricchi, ma in sempre in minor numero, ed i poveri in perenne aumento quantitativo e “qualitativo”; privatizzazione di ogni aspetto della vita sociale; finanziarizzazione di tutte le attività economiche. Vi è poi da registrare un mutamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa che, al di là dei paradigmi enunciati, ha reso ancora più gerarchico il rapporto tra metropoli imperiale e provincie. La crisi strutturale del dollaro e di conseguenza degli USA spinge Washington a pretendere esosi e continui tributi da provincie imperiali sempre più impoverite. Tali tributi assumono poi diverse forme a seconda della causale sottesa: ad esempio maggiori acquisti di armi americane, che i membri europei della NATO sono tenuti a porre in essere per far fronte allo stato di guerra “per procura” contro la Russia; per poterle pagare, i membri UE devono ovviamente tagliare la spesa sociale e gli investimenti per fare spazio alla percentuale di PIL necessaria da devolvere al complesso militare industriale USA. Un’altra forma di tributo che Washington pretende è una conseguenza della dollarizzazione dell’economia europea, ed in questo caso l’aggio imperiale funziona in due modi: da un lato impone all’industria europea maggiori costi derivanti dai prezzi di materie prime ed energia dettati dai mercati controllati dal dollaro; dall’altro rende gli Stati Uniti appetibili per accogliere aziende europee che vogliono delocalizzare per arginare l’aumento dei costi determinati dagli USA stessi. La deindustrializzazione della zona Euro e le derivanti crisi economiche e sociali avranno delle conseguenze rilevanti per il futuro di queste nazioni, vediamole sotto forma di causa – effetto. L’aumento del disavanzo delle bilance commerciale e dei pagamenti rende i deficit sempre maggiori anche a causa dalla diminuzione tendenziale del gettito fiscale, dovuto al paradigma del “campo americano” che prevede di spostare il peso fiscale sempre di più sulle spalle degli strati poveri della popolazione, ad esempio inasprendo la tassazione indiretta oppure aumentando la platea di servizi pubblici sottoposti a ticket. I profitti, e spesso gli extra profitti delle Corporation, soprattutto se americane, godono invece di benefici fiscali dovuti, ad esempio, a sedi legali e fiscali diverse dal luogo dove si produce la ricchezza, a complessi meccanismi d’elusione grazie alla compiacenza della autorità nazionali e della UE e via di questo passo. I deficit annuali sempre più elevati aumenteranno il debito complessivo, consegnando gli stati europei nelle mani di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, con funzioni di supervisione anche delle attività della BCE piuttosto che delle banche centrali nazionali, sul modello della Troika che si è palesata in occasione della crisi greca del 2015.
A questo punto il gioco è fatto: paesi deindustrializzati, indebitati, agitati da tensioni sociali anche violente vengono privati di ogni residuo di sovranità, pronti per essere lanciati in uno scenario di Terza guerra mondiale, dovendo cercare di recuperare in oriente quello che gli Stati Uniti tolgono loro in occidente. L’Italia è già arrivata a questo punto ma non basta; la volontà di guerra alla Russia di paesi come Polonia e Repubbliche baltiche non sono ancora sufficienti; occorre che paesi importanti come Germania e Francia giungano al medesimo punto di crisi in modo da formare una coalizione ampia e militarmente valida per attaccare la Russia, considerando poi che gli USA terrebbero un profilo simile a quello attuale rispetto all’Ucraina, mandando al massacro le provincie europee contro la Russia, e magari quelle asiatiche contro la Cina nelle fasi successive della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo dei BRICS”
Abbiamo visto gli imperiali, ovvero gli americani ed i loro vassalli, vediamo ora i paradigmi dei protestanti, ovvero del “campo dei BRICS”. Va premesso che far coincidere i “protestanti” con i BRICS è una semplificazione che va presa con la massima cautela, fatta con evidenti scopi didascalici ma ben consci dei suoi limiti. Il comune denominatore di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa è l’interesse nazionale che propende maggiormente nel perseguire e sviluppare la cooperazione BRICS rispetto ad un rapporto con gli Stati Uniti; questi paesi possiedono inoltre un grado di sovranità, sia pure in diversa misura, sufficiente per perseguire una politica estera in grado di “protestare” contro il potere imperiale americano. Vi sono poi paesi che possono essere ascritti al “campo BRICS”, pur non facendone formalmente parte, sempre per le due ragioni sopra evidenziate.
A differenza del “campo americano”, dove il rapporto tra i membri è quello classico che si instaura tra una metropoli imperiale e le sue provincie, quello dei BRICS è un’associazione di nazioni tra loro indipendenti e con un grado diverso di impermeabilità alla potente influenza di Washington. Vi sono membri impermeabili come Cina e Russia, vi sono componenti parzialmente permeabili come Brasile ed India, e vi è infine il Sud Africa che, oltre alla permeabilità all’influenza americana che non sembra irresistibile, deve gestire quella maggiore della Gran Bretagna a causa della presenza delle due importanti minoranze bianche di origine inglese ed olandese ed i loro legami culturali e d’interesse con l’Occidente. Inoltre Pretoria deve destreggiarsi nei rapporti interni al Commonwealth of Nations in misura maggiore rispetto all’India che invece non ha nessuna minoranza bianca sulla quale Londra possa fare leva. Come accennato, vi sono poi altri paesi che militerebbero volentieri nel “campo BRICS”, e che a volte lo fanno intendere, come ad esempio: Iran, Turchia ed Arabia Saudita.
Ma quali sono i paradigmi dei “BRICS” così differenti da rendere necessario un lungo confronto anche militare? Partiamo sempre dal cuore del problema e dalla madre di tutti i conflitti: la crisi del dollaro inconvertibile. Nel “campo dei BRICS” sta maturando l’idea di non utilizzare più il biglietto verde per le transazioni commerciali, ma di usare le valute nazionali a seconda dei paesi con i quali si debbono regolare i conti della Bilancia commerciale: siamo già nel campo del “casus belli” per gli Stati Uniti. Ma non è finita qui: per regolare i conti più complessi della Bilancia dei pagamenti i BRICS stanno realizzando proprie istituzioni finanziarie internazionali indipendenti da FMI e Banca Mondiale, come la Nuova Banca di Sviluppo presieduta dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff e per gli americani è ancora peggio. Le brutte notizie per Washington proseguono: i paesi euroasiatici e BRICS stanno facendo incetta di oro come ci informa, ad esempio, The Post del 10 gennaio 2023: “BRICS undermine dollar hegemony with gold purchases”. Per un motivo opposto a quello degli Stati Uniti, anche i BRICS possono usare la moneta come arma, la quale, a differenza del dollaro che ha bisogno della minaccia militare per essere accettata, è sufficiente che esista per causare danni incalcolabili al biglietto verde ed alla economia del “campo imperiale”. Se i BRICS decidessero, come sembra vogliano fare, di creare una moneta comune convertibile in oro, tornando ad una sorta di Gold Exchange Standard, è assai probabile che il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione a doppia cifra simile, se non peggiore, a quella che colpì il Papier Mark tedesco nel 1923. Da un punto di vista paradigmatico, i BRICS riconducono la moneta alle sue funzioni tradizionali: mezzo di scambio per acquisto di beni e servizi, unità di conto per attribuire prezzi, riserva di valore per il risparmio. Ricondurre la belva moneta nel suo recinto vuol dire che le economie dei BRICS non sono propense alla finanziarizzazione per le caratteristiche di grandi paesi produttori di materie prime e dotati di un comparto manifatturiero sviluppato.
Nel campo dei BRICS le attività di banca commerciale e di banca d’affari sono decisamente divise, al contrario del campo americano dove le seconde sfruttano parassitariamente le prime. La presenza di uno Stato comunista a tutti gli effetti, la Cina, e di un altro che è stato il primo paese socialista nella storia dell’umanità, la Russia, possono velocemente orientare l’organizzazione dei BRICS in forma di “Capitalismo di Stato”, anche sviluppato. In Cina il Piano Quinquennale è una realtà avente forza di legge ed è in grado di coordinare a sé altre forme di organizzazioni economiche tendenzialmente pianificate; in Russia la cultura del Piano viene da lontano, dal 1928 quando fu adottato per la prima volta, e questo strumento di programmazione è stato usato per i successivi sessant’anni. Le economie in via di sviluppo degli altri componenti del “campo BRICS”, possono essere diretti verso forme di Capitalismo di Stato ed organizzazione pianificata in forma evoluta. Essere portatori di questi paradigmi significa, però, che la politica prevale sull’economia, che gli interessi collettivi condizionano quelli individuali. Nel “campo BRICS” anche e soprattutto per il notevole numero di abitanti, il diritto della comunità prevale rispetto a quello del singolo, e questo comporta che il diritto ad un lavoro dignitoso, all’accesso universale alla sanità, all’istruzione, alla politica della casa deve riguardare tutta la popolazione rientrando quindi nella sfera di responsabilità e di azione dello Stato. L’economista americano Michael Hudson parla di “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” e lo descrive nel seguente modo: “Certo, ci sarà un’economia mista. Naturalmente ci sarà l’impresa privata. Naturalmente ci sarà la proprietà individuale, ma sarà soggetta a vincoli sociali in modo che le fortune che vengono fatte da qualche privato non saranno ottenute a spese del resto della società... È necessario coordinare i settori pubblico e privato. Invece come in America e in Europa, dove l’obiettivo del settore privato è quello di prendere il controllo del governo per privatizzare e svendere il dominio pubblico... Bisogna evitare la ricerca di rendita economica, la ricerca di rendita immobiliare e la ricerca di rendita monopolistica. Quei settori della finanza, della proprietà terriera, della ricerca e sviluppo, della salute pubblica, appartengono al dominio pubblico, non privatizzati”.
Le similitudini con la crisi attuale: la guerra a fasi
Il leninismo, ancora di più del marxismo, porta in sé la terribile regola di guardare in faccia alla realtà senza cessioni ai propri desideri, alle proprie speranze, alle proprie convinzioni. Solo una chiara ed obiettiva capacità d’analisi può far comprendere gli avvenimenti attuali e cercare di prevedere con un margine d’errore accettabile le tendenze future; in altre parole il leninismo è esattamente il contrario della propaganda. Se applichiamo i princìpi leninisti a quanto ci siamo detti fino ad ora ne derivano le seguenti conclusioni:
- i paradigmi dei due campi sono tra loro inconciliabili;
- gli Stati Uniti si trovano ampiamente in uno stato di “casus belli” a causa del rischio sempre più concreto che il dollaro venga utilizzato sempre di meno;
- il minor utilizzo del biglietto verde ne causa il rischio di evaporazione in una incontrollata iper inflazione;
- l’élite americana si sta orientando verso la decisione di disfarsi del dollaro, considerato ormai una moneta zombi, cioè moneta morta ma ancora vivente;
- l’unico modo pensato per disfarsi del dollaro è attraverso una guerra mondiale anche nucleare;
- la necessità americana di un conflitto su larghissima scala è però contrastato dal “campo BRICS”, che è composto da nazioni militarmente in grado di tenere testa agli USA ed ai suoi vassalli.
L’élite americana sta quindi valutando se il costo in termini di possibile devastazione degli Stati Uniti è compatibile con la prosecuzione del suo attuale potere, oppure se vi sia il rischio di un’implosione economica, sociale e politica tale da disgregare l’Unione in uno scenario simile a quello della guerra di secessione del 1861. Per ora la valutazione è ancora negativa, quindi gli Stati Uniti sono propensi ad adottare una strategia di guerra prolungata a più fasi, simile a quella della guerra dei Trent’anni, appunto.
Abbiamo sotto gli occhi la “fase ucraina” che sta volgendo al suo termine. In questo stadio gli attori sul campo sono stati solo Russia ed Ucraina, mentre gli altri componenti dei due campi si sono mossi alle spalle dei contendenti. Nella fase boema della guerra dei Trent’anni, il campo imperiale era già organizzato e, ad esempio, in occasione della battaglia della Montagna Bianca del 1620, la Lega Cattolica (la NATO di allora), fu in grado di mobilitare tutte le sue forze, mentre il campo protestante era rappresentato solo da boemi e dal Palatinato, assenti gli altri principi protestanti. Nel febbraio 2022 la NATO era già schierata compatta a sostegno del proprio delegato sul campo di battaglia, l’Ucraina, mentre la Russia, gravata dall’onere di dover iniziare formalmente l’azione militare, per potere radunare il proprio campo intorno a sé, ha avuto bisogno di tutto l’anno. Tuttavia nel 2022 il campo dei protestanti si è organizzato ed ha conseguito una prima vittoria non militare: le due strategie americane tese a far collassare l’economia russa ed a provocare l’isolamento diplomatico di Mosca, necessario per provocare la caduta di Vladimir Putin, sono entrambe fallite. È rimasta la sola opzione militare di cui abbiamo parlato in premessa, ma è ormai ammesso anche dagli americani che le possibilità per Kiev di vincere la guerra sono assai ridotte: “Leaked Pentagon documents suggest US is pessimistic Ukraine can quickly end war against Russia” afferma la CNN del 12 aprile scorso, e come dice il proverbio “a buon intenditore poche parole”.
La progressiva coscienza della probabile sconfitta del regime di Kiev induce gli americani a chiudere la fase ucraina del conflitto ed aprirne una nuova con attori diversi che verrebbero ad affiancare prima e rimpiazzare poi l’esausto esercito ucraino: potrebbe essere la fase polacca con l’aiuto di una Coalition of the willing, rigorosamente fuori dall’ambito NATO. La consistenza della coalizione dei volenterosi dipenderebbe poi dal potere coercitivo degli USA nei confronti dei singoli volontari: bulgari, rumeni, slovacchi sembrano i predestinati dell’est europeo, l’Italia la più votata in quello ovest. Ma sulla predizione di fasi future è opportuno fermarsi subito per non scadere nella cabala. Invece va indagato un dato preoccupante sulla durata del conflitto, che forse non è così distante da un concetto pluridecennale.
Il punto è individuare il teatro del confronto e se possibile circoscriverlo. La Guerra dei Trent’anni si svolse soprattutto in Germania e nei territori ereditari della Casa d’Austria perché erano i luoghi dove si fronteggiavano i cattolici coi protestanti. Se il conflitto odierno dovesse seguire le medesime regole dovrebbe estendersi nell’area dove si confrontano neo-liberismo e socialismo dalle caratteristiche euroasiatiche, ovviamente semplificando concetti più complessi. Teoricamente si parla del continente euro-asiatico, non solo la Russia ma anche la Cina, caratterizzati da fronti apribili da parte degli Stati Uniti in Europa orientale, Medio Oriente, Mar della Cina. Tuttavia nei BRICS vi è anche il Brasile, quindi l’America Latina potrebbe essere un teatro di guerra futuro, ed in Africa vi è il Sud Africa, causa di un altro possibile teatro. Tra l’altro, il continente nero sta rispondendo in modo positivo alle sollecitazioni che vengono da Mosca in occasione del vertice tra Russia ed Africa tenutosi a San Pietroburgo lo scorso 27 luglio: “Vladimir Putin promette grano gratis all’Africa e accusa l’Occidente... La Russia è pronta a sostituire il grano ucraino in Africa, soprattutto sullo sfondo di raccolti record», ha spiegato Putin, secondo cui «la quota della Russia nel mercato mondiale del grano è del 20%, quella dell’Ucraina è inferiore al 5%. Ciò significa che è la Russia che contribuisce in modo significativo alla sicurezza alimentare globale... I Paesi occidentali ostacolano la fornitura di cereali e fertilizzanti e accusano ipocritamente la Federazione Russa della crisi alimentare globale».”, Il Tempo del 27 luglio.
Gli scenari possibili sono vasti, ed il tempo necessario per portarli ad uno stadio operativo sono tutt’altro che rapidi, questa considerazione potrebbe aggiungersi a quelle precedenti a supporto della tesi di un lungo conflitto diviso in fasi successive.
Similitudini con la crisi attuale: la nuova gerarchia delle nazioni
Abbiamo accennato che alla fine della Guerra dei Trent’anni le nazioni che si erano legate alle chiese riformate iniziarono la loro fase ascendente, mentre quelle che erano rimaste fedeli alla chiesa cattolica la loro fase discendente. Il tremendo conflitto in Germania, occorre ribadirlo, permise di riscrivere le regole politiche che riallineavano i rapporti internazionali alla realtà economica e finanziaria già esistente nel vecchio continente, questa riscrittura fu la pace di Westfalia. Nello scenario attuale Michael Hudson parla correttamente, per il campo dei “protestanti”, di economia mista, di proprietà private che si debbono rapportare al pubblico in via subordinata, realtà economiche già presenti, seppur in diverso grado, in tutti i paesi BRICS. Quello che Hudson definisce “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” tuttavia oggi è distinguibile solo in Cina, e solo un esito positivo della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo potrebbe estenderlo a tutto il campo dei “protestanti” in un processo in divenire. Al contrario, nel campo americano il neo-liberismo è già affermato in tutti i suoi componenti, avendo espresso la sua attrattività negli anni Novanta dello scorso secolo, all’interno dell’euforia della Fine della Storia, a seguito del crollo del Muro di Berlino. Oggi il neo-liberismo esprime solo tendenze regressive ed è pervaso da una sinistra forma di nichilismo causata dall’inarrestabile processo di concentrazione di enormi ricchezze fittizie in pochissime mani. Da questo particolare nichilismo dei signori di Wall Street e della City di Londra potrebbe scaturire la decisione di precipitare il pianeta nell’olocausto nucleare, anche perché sono consci che il mutamento della gerarchia delle nazioni è già in atto. Non giungono notizie di paesi che smaniano di entrare nel G7, al contrario sono gli occidentali che invitano indiani e brasiliani all’ultimo summit in Giappone nella speranza di esercitare pressioni utili ad incrinare i rapporti interni ai BRICS, sperando di sfruttare quella permeabilità della quale si accennava prima; al contrario, ci sono 19 gli stati che formalmente oppure informalmente hanno chiesto di entrare a far parte dei BRICS.
Queste considerazioni, e ben altre con dovizia d’informazioni al massimo livello, vengono fatte in tutte le cancellerie, anche quelle soggette al giogo americano come la francese e la tedesca ma che hanno comunque ben chiaro che l’interesse nazionale stia andando in senso contrario alla politica estera espressa dai vari Macron e Scholz (l’Italia sembra non pervenuta, persa ormai nel suo delirio di servilismo).
A mio avviso Parigi e Berlino si rendono perfettamente conto di trovarsi di fronte ad una scelta: accettare la sollecitazione americana d’intraprendere una guerra convenzionale contro la Russia, e magari contro suoi nuovi alleati (Bielorussia, Iran?), tentare l’avventura di riguadagnare in quei paesi quello che gli americani esigono come tributo in occidente; oppure cambiare di campo tra una fase e l’altra del conflitto come fece la Sassonia nella Guerra dei Trent’anni, complice disordini dinastici di quello stato. Quello che invece sembra non più possibile è rimanere nell’attuale stallo: tributari dell’esosa metropoli imperiale e vittime della perdita dei grandi spazi commerciali cinese e russo.
Resta un’ultima considerazione che per ora non ha riscontro, ma che potrebbe averlo. Abbiamo detto che alla fine il grande vincitore della Guerra dei Trent’anni fu la Francia, la quale beneficiò dell’essere essere rimasta uno stato cattolico, ma di aver saputo lucrare sull’affermazione dei paesi protestanti ai danni di Vienna. Chi potrebbe essere la Francia di oggi? Quale paese occupa una posizione di guida della NATO, primo alleato degli USA, e contemporaneamente siede nel Commonwealth con India e Sud Africa? Suggerirei di osservare la Gran Bretagna sotto quest’ottica perché potrebbe essere la strategia che risolleva Londra dalle difficoltà del dopo Brexit.
La contraddizione tra realtà economica e finanziaria del mondo e le sue regole scritte nel 1945 è giunta ad un grado d’intensità difficilmente gestibile, vedremo se il modello “Guerra dei Trent’anni”, ovviamente non l’unica possibile, sarà quella probabile.
Fonte
Le similitudini tra la Guerra del Trent’anni e l’attuale scontro dal carattere strategico tra fronte imperialista in crisi e fronte antimperialista in ascesa
Premessa: sono le guerre (purtroppo) che mutano i paradigmi
In questi giorni si sta concretizzando un fatto evidente fin dall’inizio: il velleitarismo della tanto proclamata controffensiva ucraina di primavera. Alcuni osservatori stanno supponendo che si vada incontro ad una fase di negoziazione tra le parti, che sono Stati Uniti e Russia, non certamente l’Ucraina che è uno stato fantoccio, e tanto meno la NATO che è un’organizzazione che coordina le attività dell’esercito imperiale, attualmente quello americano, con le forze armate ausiliarie dei vassalli, come è sempre stato fin dai tempi antichi.
Ovviamente vi è la speranza che questi negoziati inizino presto, ma non è detto che ciò accada e non è detto neppure che il ritorno alla diplomazia chiuda lo stato di ostilità globale, anzi vi sono elementi che giocano in senso contrario come cercherò di spiegare nel presente articolo.
I conflitti militari sono importanti nella storia dell’Uomo perché, fino alla determinazione di nuovi modi di composizione dei conflitti tra le potenze, che indubbiamente l’introduzione dell’arma atomica sollecita, sono le guerre che stabiliscono chi siano i vincitori, i vinti e le regole del gioco a beneficio dei primi.
Quando la premier italiana Giorgia Meloni dichiara pomposamente davanti al Congresso americano il 27 luglio scorso che: “L’Occidente è unito e difende le regole”, intende quelle scaturite dalla Seconda Guerra mondiale, le ultime stabilite e vigenti. Ma di quali regole si parla? Nel 1945 i benefici dei vincitori si tradussero in norme ascrivibili al cosiddetto diritto internazionale il quale, non bisogna mai scordarlo, non ha nulla a che fare con il cosiddetto diritto delle genti (Ius gentium), e tantomeno con criteri di giustizia, che al contrario sono spesso contraddetti: il rapporto tra Stato d’Israele e palestinesi è più che sufficiente per dimostrare questo assunto.
Dagli accordi e dal diritto internazionale discendono poi le istituzioni che hanno il compito di applicare tali regole, sempre nell’esclusivo vantaggio dei vincitori: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, NATO eccetera. Queste regole, però, hanno sempre una durata temporale definita, una sorta di “data di scadenza”, in quanto necessitano di essere riallineate con la realtà dei rapporti di forza tra le potenze, che sono invece mutevoli, in quanto risentono di fattori economici e finanziari.
Scrivere nuove regole perché aderenti alla realtà non è affatto un meccanismo automatico, può avvenire solo attraverso un nuovo conflitto armato per le due seguenti ragioni:
1) l’ultimo vincitore della guerra non ha nessuna intenzione di lasciare la sua posizione dominante in modo pacifico, perché è tale status che gli impedisce di sprofondare nella crisi da lui stesso creata;
2) le potenze che sono destinate a sostituire il dominus imperiale non possono esimersi dal farlo, anche se non lo desiderano ed anche se cercano di convincere la comunità internazionale della loro buona fede.
Nel XXI secolo chi non vuole e, sotto un certo punto di vista, non può lasciare il suo ruolo di potenza imperiale senza reagire sono gli Stati Uniti; chi è costretto suo malgrado ad emergere come nuova potenza mondiale è la Cina: tutti gli altri attori girano intorno a questo meccanismo centrale.
Vi sono poi dei conflitti armati che hanno segnato passaggi epocali perché portatori di cambiamenti irreversibili dei paradigmi religiosi, culturali, economici e sociali. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo non hanno solo chiuso la vicenda dell’Impero romano d’occidente, hanno pure sancito la fine dell’evo antico a causa del tramonto del paganesimo a favore del cristianesimo, del sistema schiavistico a favore di quello servile eccetera. Le numerose guerre dell’alto e basso medioevo sono state importanti ma non hanno mutato alcun paradigma, e neppure quelle rinascimentali. Bisogna aspettare l’epoca barocca, e precisamente il 1618, per assistere ad un conflitto che ha profondamente mutato i paradigmi avendo liberato le forze del capitalismo moderno che conosciamo oggi: la Guerra dei Trent’anni. Dopo questo terribile conflitto europeo vi sono stati altri momenti dove i paradigmi sono mutati: sostanzialmente le guerre napoleoniche che hanno sancito l’inizio della scalata della borghesia alla guida dello Stato e la Prima guerra mondiale che ha concluso tale processo. Sempre la Grande Guerra ha poi determinato la nascita di paradigmi alternativi a quelli borghesi, grazie alla miracolosa affermazione di uno stato socialista in Russia. La seconda guerra mondiale non ha mutato nessun paradigma, vi è stata la sostituzione di un centro imperiale, Londra, con un altro: Washington.
Oggi ci dobbiamo porre il seguente quesito: la guerra in Ucraina può mutare i paradigmi? In questo articolo cercherò di dimostrare che la risposta potrebbe essere affermativa.
Se si ammette che quella in corso in Ucraina è una guerra di cambiamento paradigmatico, a quale modello del passato si potrebbe avvicinare? Cercherò di dimostrare che il modello di riferimento è proprio la Guerra dei Trent’anni, non tanto per la durata, che dovrebbe essere inferiore a causa delle superiori capacità distruttive delle armi moderne e dei costi esorbitanti che possono rovinare velocemente uno Stato tributario, quanto per lo scontro tra due diversi sistemi paradigmatici tra loro alternativi ed inconciliabili, scontro che non può essere risolto dalla fine delle ostilità tra Kiev e Mosca. In altre parole, l’improvvida decisione degli USA di scatenare una guerra per procura in Ucraina ha scoperchiato il mitico vaso di pandora, dal quale stanno uscendo conseguenze del tutto inaspettate per gli strateghi di Washington e che li stanno convincendo di non potere più tornare indietro.
Dalla Guerra dei Trent’anni nasce il capitalismo moderno
In estrema e lacunosa sintesi, le istanze delle chiese riformate, è opportuno ricordarlo, erano state enunciate un secolo prima l’inizio della Guerra dei Trent’anni; la confessione augustana, detta anche luterana, venne espressa in maniera compiuta nel 1530 in occasione della Dieta di Augusta, ma Lutero aveva affisso le celebri 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg già nel 1517. Senza addentrarsi nei precetti teologici, da un punto di vista squisitamente politico la carica rivoluzionaria della riforma luterana risiedeva nella facoltà del cristiano di potere avere un rapporto immediato con Dio, attraverso la lettura e la meditazione delle sacre scritture, e non più mediato dall’ordinamento ecclesiastico che dal Papa discendeva fino ai parroci. Anche l’enorme letteratura teologica prodotta dai padri della chiesa della tarda antichità, dell’alto medioevo fino ad arrivare a San Tommaso d’Acquino veniva “rimandata al mittente”, ritenuta negativa perché tendeva a sostituirsi all’autentica parola di Dio custodita solo nella Bibbia e nei Vangeli. Il contenuto “eversivo” della riforma luterana venne immediatamente intuito da alcuni principi tedeschi, che vi poterono scorgere almeno due importanti opportunità: scrollarsi di dosso l’ingombrante potere dei vescovi cattolici in Germania, tre dei quali erano anche elettori del Sacro Romano Impero fin dai tempi della Bolla d’Oro: arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia; la possibilità di mettere le mani sull’immenso patrimonio che la Chiesa cattolica possedeva nei territori dell’Impero sia sotto forma di proprietà delle diocesi che degli ordini monastici.
I tempi per un cambio di paradigma erano diventati maturi e Paolo Sarpi, negli antefatti della sua Istoria del Concilio tridentino fa intendere che se Martin Lutero non avesse ottenuto la protezione di alcuni principi tedeschi, segnatamente il Duca di Sassonia Federico III, non si sarebbe potuto salvare da scomuniche e condanne di Leone X e di Carlo V, ed avrebbe fatto la medesima fine del suo precursore, Ian Hus, arso vivo a Costanza nel 1415.
Lutero aveva minato i fondamenti della tradizione politica medievale: il potere spirituale del Papa e quello temporale dell’Imperatore, la via era aperta ad altri cambiamenti come quelli descritti nella classica opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In questo importante testo si mette in rilievo la riforma di Giovanni Calvino, la quale ribalta la fondamentale visione anti economicista della tradizione cattolica. Il calvinista non chiede alcuna grazia a Dio, egli è invece devoto per la benevolenza già ricevuta ma a lui ancora sconosciuta; il cammino del credente nel corso della sua vita ha quindi lo scopo di capire, attraverso il successo del suo lavoro, delle sue iniziative, se Dio lo ha gratificato della sua grazia. Il successo, la ricchezza sono quindi segni della benevolenza divina già concessa, e per la quale la riconoscenza si manifesta in chiese sobrie, spoglie ed intime. Lo spirito d’iniziativa prende quindi slancio dalla ricerca della comprensione della grazia divina, e non è un caso che tale credo si sia affermato presso popoli dalle spiccate propensioni commerciali come quello olandese.
Tuttavia il XVI secolo non vede affatto il trionfo della Riforma nei confronti del Cattolicesimo, i protestanti non sono ancora in grado di emanciparsi dal potere di Papi ed Imperatori. Al contrario, la Controriforma fornisce un nuovo bagaglio ideologico al campo imperiale, il quale esercita una decisa stretta sulle “libertà di coscienza e parola” attraverso la tesi dell’infallibilità del Papa, e quindi del potere nelle sue articolazioni pubbliche e private, l’istituzione dell’Indice, dell’Inquisizione eccetera (non viene in mente nulla di attuale?).
L’impero degli Asburgo sul quale il sole non tramontava mai, diviso per ineludibili motivi di gestione tra i due rami della famiglia austriaca e spagnola, non poteva che nutrirsi del Concilio tridentino, e non poteva che cercare di cancellare quello che le chiese riformate avevano conquistato fino a quel momento. Le contraddizioni tra l’Imperatore che non voleva, ed anche non poteva, abbandonare imbelle il suo ruolo di guida del Sacro Romano Impero, ed i principi protestanti che si rendevano conto di non potere più accettare di tornare al passato, soprattutto a causa della volontà dei cattolici di essere risarciti dei beni già confiscati che sarebbe sfociato nell’Editto di restituzione, potevano essere risolti solo da una guerra, che è interessante per noi sotto alcuni aspetti.
Primo aspetto, lo abbiamo visto, scontro di due modi diversi di vedere politica ed economia: da un lato la tradizione medievale dell’Imperatore, del Papa, dei grandi feudatari, dell’economia sostanzialmente rurale dalla quale derivavano la vita da rentièr, grazie ad estese proprietà terriere, di nobili ed ecclesiastici. In questo sistema il vescovo siede al medesimo tavolo del principe e discute con lui di politica. Dall’altro lato, il mondo riformato fatto di principati, città stato e repubbliche liberate dal secolare giogo delle massime istituzioni medievali; in economia è il lavoro, il commercio, l’industria che determinano la conoscenza della grazia divina; la moneta merce acquista dignità morale, le attività finanziarie dei prestiti anche ad usura, l’affermarsi delle borse, delle banche si liberano del giudizio etico negativo che la teologia cattolica aveva dato loro e sotto un certo punto di vista Calvino avvicina Dio alla moneta. In questo sistema il pastore siede al tavolo della servitù ed è ignorato dal principe.
Il secondo aspetto risiede nell’evoluzione della guerra dei Trent’anni in diverse fasi, che vedono l’avvicendarsi di protagonisti diversi: fase boema (1618–1625), fase danese (1625–1629), fase svedese (1630–1635) ed infine fase francese (1635–1648). La Guerra dei Trent’anni è stata quindi un contenitore di diversi conflitti e non sempre senza soluzione di continuità.
Il terzo aspetto è rappresentato dal fatto che insieme ai paradigmi anche la gerarchia delle potenze cambiò in conseguenza degli esiti del conflitto: gli stati che avevano sostenuto le chiese riformate assunsero progressivamente maggiore importanza nello scacchiere europeo e quindi mondiale come la Svezia, nonché le stesse Olanda ed Inghilterra anche se coinvolte marginalmente nel teatro tedesco. Le potenze che si erano legate al partito cattolico, al contrario, iniziarono la loro fase declinante sia pure con tempistiche diverse: immediatamente l’Italia, mediatamente Spagna ed Austria come colonne d’Ercole del dominio asburgico in Europa. Un capitolo a parte riguarda infine la Francia, vera potenza vincitrice della Guerra dei Trent’anni grazie al genio politico di Richelieu.
La Francia, autentico Giano bifronte, da un lato era un paese cattolico, per di più governata successivamente da due cardinali della Chiesa, Richelieu appunto e Mazzarino, dall’altro sostenne decisamente il campo dei protestanti contro gli Asburgo; questa particolare e vincente alchimia politica le diede un indiscusso ruolo preminente nel vecchio continente che durò fino alla battaglia di Waterloo del 1815.
In sintesi, del modello “Guerra dei Trent’anni” in relazione all’odierno conflitto in Ucraina ci interessa verificare se si possano individuare i seguenti elementi: diversi paradigmi che sottendono i due schieramenti; divisione in più fasi di un lungo conflitto; individuazione di una nuova gerarchia delle potenze in relazione ai paradigmi sostenuti.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo americano”
A mio avviso, volenti o nolenti, dopo Cristo siamo tutti cristiani e dopo Marx siamo tutti marxisti. In che senso? Il cristianesimo aveva sconfitto il paganesimo: un caleidoscopio di religioni dove gli Dèi erano sostanzialmente raffigurazioni umane, un sistema di credenze che politicamente generava un’eccessiva vicinanza tra uomini e Dèi, causando seri problemi di legittimità dei poteri regio ed imperiale. Una delle ragioni della crisi dell’impero romano risiedeva nella risibile volontà di uomini, spesso caratterizzati da molti vizi e poche virtù, di pretendere di essere elevati al rango divino solo perché eletti imperatori. Il merito del cristianesimo è stato quello, grazie alla sua teologia evoluta, di restituire a Dio la giusta distanza da tutti gli uomini, sovrani compresi, e di far discendere dalla volontà divina il potere dei monarchi, che cessavano di essere Dèi, ma diventavano “unti del Signore”, quindi legittimati a governare dalla grazia divina nonostante gli stessi numerosi vizi e le poche virtù dei predecessori romani. La religione aveva quindi un posto centrale nella vita politica delle nazioni e dei popoli, lo abbiamo visto nel capitolo precedente.
Dopo Marx siamo tutti marxisti nel senso che l’economia ha sostituito la religione quale elemento di legittimazione del potere. Il modo di produzione, il modo di distribuire la ricchezza tra le diverse classi sociali, la diversa visione del rapporto tra economia e politica sono oggi la “teologia” che giustifica il potere del “sovrano”, scalzando la religione da questo importante ruolo. Se nella Guerra dei Trent’anni il confronto era stato tra due visioni della religione cristiana, nel conflitto ucraino si stanno profilando altrettanti modi diversi di vedere l’economia.
Cominciamo a guardare il “campo imperiale”, che chiameremo propriamente il “campo americano”. Il centro sono gli Stati Uniti, gli stati vassalli sono quelli europei, il Giappone, la Corea del Sud, e grazie all’alleanza con la Gran Bretagna, anche Australia e Nuova Zelanda. Quali sono i paradigmi difesi dagli “americani”? Innanzitutto la concezione della moneta come strumento di dominio e solo successivamente come mezzo di scambio, misura di valore e riserva di valore. Le monete del “campo americano” non solo sono inconvertibili con l’oro e con qualsiasi altro metallo nobile, ma sono espressioni di paesi estremamente indebitati, quindi soggetti ad una smodata produzione di moneta nelle sue tre aggregazioni.
In questo campo, infatti, militano paesi tra i maggiori debitori del mondo, limitandosi ai soli conti pubblici: Stati Uniti d’America (32.555 miliardi di dollari), Giappone (13.537 miliardi); Germania, Francia, Gran Bretagna ed Italia raccolti in una forbice che va dai 2.556 miliardi ai 3.042 miliardi di dollari. I raffronti con il valore del PIL delle relative economie sono del tutto risibili in quanto non vi è nessuna volontà di restituire un solo dollaro, e tanto meno d’invertire il trend dell’indebitamento, vuoi per la crisi pandemica del biennio 2020-2021, vuoi per la guerra in Ucraina del successivo anno e mezzo. Se un paese non è in grado di restituire i debiti contratti dovrebbe essere in default, innanzitutto gli Stati Uniti, ma se quest’ultimi esercitano il controllo diretto sugli organismi internazionali di regolazione come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, ecco che il problema non si pone più: il paese più indebitato è “padrone” delle istituzioni che “aiutano” gli Stati morosi. Non è solo questo: grazie alla smodata produzione della sua carta moneta, gli USA sono indirettamente in grado di finanziare i debiti di altri paesi che invece, loro sì, sono tenuti a restituire quanto prestato oppure di dichiarare bancarotta: stiamo parlando, ad esempio, del rapporto triangolare che lega Stati Uniti, FMI ed Argentina. Quando un paese finisce in questo “triangolo delle Bermude”, non solo viene saccheggiato dal punto di vista economico, ma viene anche privato della sua indipendenza, e la sua politica estera viene dettata da Washington, la quale, in una sorta di gioco beffardo, è a capo di una nazione ben più insolvente.
Un altro paradigma del “campo americano”, che discende dal primo, è rappresentato dalla totale finanziarizzazione della sua economia. L’elevata presenza di denaro disgiunto da logiche economiche ha determinato l’affermarsi di banche d’affari, Edge Found, società d’investimento private che dispongono di enormi capitali liquidi e che si pongono come intermediari anche nei rapporti politici dentro e fuori gli Stati. Seguendo l’esempio triangolare che abbiamo visto precedentemente, vediamo una nuova relazione tra Stati Uniti, società d’investimento private ed Ucraina, come ci riferisce Wall Street Italia del 20 giugno scorso: “BlackRock e JP Morgan a supporto della ricostruzione dell’Ucraina”. La forte interconnessione tra finanza privata ed amministrazioni USA, caratterizzata da un continuo travaso di personale apicale tra le due sponde in un clamoroso conflitto d’interessi che nessuno mette mai in adeguato rilievo, permette a queste società di sostituirsi anche alle istituzioni finanziarie nate dalla seconda guerra mondiale. Il paradigma occidentale di creare soldi dai soldi attraverso l’aumento dell’indebitamento pubblico, ha come contraltare la deindustrializzazione attraverso i classici meccanismi di prelievo di valore da parte delle proprietà finanziarizzate nei confronti dell’apparato produttivo: dirottamento di quote maggiori di ricavi a favore del mercato borsistico e speculativo; depotenziamento di ricerca e sviluppo dei prodotti; abbattimento dei costi a deterioramento della qualità della produzione; compressione di salari e stipendi; delocalizzazione delle attività in aree a minore costo complessivo. Il processo di finanziarizzazione e privatizzazione dell’economia non riguarda solo la produzione di beni, anche di primaria necessità, ma investe sempre maggiori settori dei servizi specialmente se di origine pubblica: autostrade, telecomunicazioni, sanità, servizi sociali. Le regole applicate sono le medesime sopra descritte e non ha nessuna importanza se si tratta di pagare un pedaggio per passare su un Ponte Morandi a pochi minuti dal suo crollo per incuria; oppure se pagare privatamente, solo chi se lo può permettere, una prestazione sanitaria urgente che altrimenti vede mesi di liste d’attesa; oppure ancora abbandonare le città alla speculazione edilizia ed alla bolla degli affitti in modo da espellere aliquote sempre maggiori di cittadini che non sono in grado di pagare pigioni salate oppure mutui dai tassi variabili proibitivi. Tutto questo non deriva dall’azione della misteriosa mano del mercato, come avrebbe detto il non compianto Cesare Romiti, ma è frutto di una precisa dottrina che è figlia di un’altrettanto pervasiva ideologia: il neoliberismo.
Nel “campo americano” i cosiddetti diritti personali, che sono quelli della borghesia, non debbono avere tendenzialmente limiti, e non possono trovare ostacoli nei diritti di una comunità. Il limite alla volontà del borghese di soddisfare il proprio bisogno e più spesso il proprio capriccio, deriva dalla sola capacità di spesa di colui che declina il desiderio in un diritto, anche quando si tratta di affittare oppure acquistare a titolo definitivo parti del corpo di altre persone che, secondo l’ideologia occidentale, debbono essere libere di potersi vendere sul mercato, e non ha nessuna importanza se tale libertà è solo un’ipocrita maschera che nasconde il puro bisogno di chi affitta oppure vende parti del proprio organismo: “Maternità surrogata, corsa delle coppie in Ucraina prima del “reato universale”, La Repubblica del 9 giugno scorso; oppure “Traffico di esseri umani, così i profughi in fuga dall’Ucraina rischiano di finire nella rete dei trafficanti... La tratta degli esseri umani è la schiavitù del mondo contemporaneo e da quando la Russia ha invaso l’Ucraina si teme per i profughi in fuga dal conflitto. Ha diverse vesti: prostituzione e lavori forzati, condizioni di servitù domestica, obbligo a commettere crimini. E poi c’è il traffico di bambini o di organi”, Il Fatto Quotidiano del 19 aprile 2022.
In conclusione, i paradigmi del campo americano sono: polarizzazione economica tra i sempre più ricchi, ma in sempre in minor numero, ed i poveri in perenne aumento quantitativo e “qualitativo”; privatizzazione di ogni aspetto della vita sociale; finanziarizzazione di tutte le attività economiche. Vi è poi da registrare un mutamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa che, al di là dei paradigmi enunciati, ha reso ancora più gerarchico il rapporto tra metropoli imperiale e provincie. La crisi strutturale del dollaro e di conseguenza degli USA spinge Washington a pretendere esosi e continui tributi da provincie imperiali sempre più impoverite. Tali tributi assumono poi diverse forme a seconda della causale sottesa: ad esempio maggiori acquisti di armi americane, che i membri europei della NATO sono tenuti a porre in essere per far fronte allo stato di guerra “per procura” contro la Russia; per poterle pagare, i membri UE devono ovviamente tagliare la spesa sociale e gli investimenti per fare spazio alla percentuale di PIL necessaria da devolvere al complesso militare industriale USA. Un’altra forma di tributo che Washington pretende è una conseguenza della dollarizzazione dell’economia europea, ed in questo caso l’aggio imperiale funziona in due modi: da un lato impone all’industria europea maggiori costi derivanti dai prezzi di materie prime ed energia dettati dai mercati controllati dal dollaro; dall’altro rende gli Stati Uniti appetibili per accogliere aziende europee che vogliono delocalizzare per arginare l’aumento dei costi determinati dagli USA stessi. La deindustrializzazione della zona Euro e le derivanti crisi economiche e sociali avranno delle conseguenze rilevanti per il futuro di queste nazioni, vediamole sotto forma di causa – effetto. L’aumento del disavanzo delle bilance commerciale e dei pagamenti rende i deficit sempre maggiori anche a causa dalla diminuzione tendenziale del gettito fiscale, dovuto al paradigma del “campo americano” che prevede di spostare il peso fiscale sempre di più sulle spalle degli strati poveri della popolazione, ad esempio inasprendo la tassazione indiretta oppure aumentando la platea di servizi pubblici sottoposti a ticket. I profitti, e spesso gli extra profitti delle Corporation, soprattutto se americane, godono invece di benefici fiscali dovuti, ad esempio, a sedi legali e fiscali diverse dal luogo dove si produce la ricchezza, a complessi meccanismi d’elusione grazie alla compiacenza della autorità nazionali e della UE e via di questo passo. I deficit annuali sempre più elevati aumenteranno il debito complessivo, consegnando gli stati europei nelle mani di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, con funzioni di supervisione anche delle attività della BCE piuttosto che delle banche centrali nazionali, sul modello della Troika che si è palesata in occasione della crisi greca del 2015.
A questo punto il gioco è fatto: paesi deindustrializzati, indebitati, agitati da tensioni sociali anche violente vengono privati di ogni residuo di sovranità, pronti per essere lanciati in uno scenario di Terza guerra mondiale, dovendo cercare di recuperare in oriente quello che gli Stati Uniti tolgono loro in occidente. L’Italia è già arrivata a questo punto ma non basta; la volontà di guerra alla Russia di paesi come Polonia e Repubbliche baltiche non sono ancora sufficienti; occorre che paesi importanti come Germania e Francia giungano al medesimo punto di crisi in modo da formare una coalizione ampia e militarmente valida per attaccare la Russia, considerando poi che gli USA terrebbero un profilo simile a quello attuale rispetto all’Ucraina, mandando al massacro le provincie europee contro la Russia, e magari quelle asiatiche contro la Cina nelle fasi successive della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo dei BRICS”
Abbiamo visto gli imperiali, ovvero gli americani ed i loro vassalli, vediamo ora i paradigmi dei protestanti, ovvero del “campo dei BRICS”. Va premesso che far coincidere i “protestanti” con i BRICS è una semplificazione che va presa con la massima cautela, fatta con evidenti scopi didascalici ma ben consci dei suoi limiti. Il comune denominatore di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa è l’interesse nazionale che propende maggiormente nel perseguire e sviluppare la cooperazione BRICS rispetto ad un rapporto con gli Stati Uniti; questi paesi possiedono inoltre un grado di sovranità, sia pure in diversa misura, sufficiente per perseguire una politica estera in grado di “protestare” contro il potere imperiale americano. Vi sono poi paesi che possono essere ascritti al “campo BRICS”, pur non facendone formalmente parte, sempre per le due ragioni sopra evidenziate.
A differenza del “campo americano”, dove il rapporto tra i membri è quello classico che si instaura tra una metropoli imperiale e le sue provincie, quello dei BRICS è un’associazione di nazioni tra loro indipendenti e con un grado diverso di impermeabilità alla potente influenza di Washington. Vi sono membri impermeabili come Cina e Russia, vi sono componenti parzialmente permeabili come Brasile ed India, e vi è infine il Sud Africa che, oltre alla permeabilità all’influenza americana che non sembra irresistibile, deve gestire quella maggiore della Gran Bretagna a causa della presenza delle due importanti minoranze bianche di origine inglese ed olandese ed i loro legami culturali e d’interesse con l’Occidente. Inoltre Pretoria deve destreggiarsi nei rapporti interni al Commonwealth of Nations in misura maggiore rispetto all’India che invece non ha nessuna minoranza bianca sulla quale Londra possa fare leva. Come accennato, vi sono poi altri paesi che militerebbero volentieri nel “campo BRICS”, e che a volte lo fanno intendere, come ad esempio: Iran, Turchia ed Arabia Saudita.
Ma quali sono i paradigmi dei “BRICS” così differenti da rendere necessario un lungo confronto anche militare? Partiamo sempre dal cuore del problema e dalla madre di tutti i conflitti: la crisi del dollaro inconvertibile. Nel “campo dei BRICS” sta maturando l’idea di non utilizzare più il biglietto verde per le transazioni commerciali, ma di usare le valute nazionali a seconda dei paesi con i quali si debbono regolare i conti della Bilancia commerciale: siamo già nel campo del “casus belli” per gli Stati Uniti. Ma non è finita qui: per regolare i conti più complessi della Bilancia dei pagamenti i BRICS stanno realizzando proprie istituzioni finanziarie internazionali indipendenti da FMI e Banca Mondiale, come la Nuova Banca di Sviluppo presieduta dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff e per gli americani è ancora peggio. Le brutte notizie per Washington proseguono: i paesi euroasiatici e BRICS stanno facendo incetta di oro come ci informa, ad esempio, The Post del 10 gennaio 2023: “BRICS undermine dollar hegemony with gold purchases”. Per un motivo opposto a quello degli Stati Uniti, anche i BRICS possono usare la moneta come arma, la quale, a differenza del dollaro che ha bisogno della minaccia militare per essere accettata, è sufficiente che esista per causare danni incalcolabili al biglietto verde ed alla economia del “campo imperiale”. Se i BRICS decidessero, come sembra vogliano fare, di creare una moneta comune convertibile in oro, tornando ad una sorta di Gold Exchange Standard, è assai probabile che il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione a doppia cifra simile, se non peggiore, a quella che colpì il Papier Mark tedesco nel 1923. Da un punto di vista paradigmatico, i BRICS riconducono la moneta alle sue funzioni tradizionali: mezzo di scambio per acquisto di beni e servizi, unità di conto per attribuire prezzi, riserva di valore per il risparmio. Ricondurre la belva moneta nel suo recinto vuol dire che le economie dei BRICS non sono propense alla finanziarizzazione per le caratteristiche di grandi paesi produttori di materie prime e dotati di un comparto manifatturiero sviluppato.
Nel campo dei BRICS le attività di banca commerciale e di banca d’affari sono decisamente divise, al contrario del campo americano dove le seconde sfruttano parassitariamente le prime. La presenza di uno Stato comunista a tutti gli effetti, la Cina, e di un altro che è stato il primo paese socialista nella storia dell’umanità, la Russia, possono velocemente orientare l’organizzazione dei BRICS in forma di “Capitalismo di Stato”, anche sviluppato. In Cina il Piano Quinquennale è una realtà avente forza di legge ed è in grado di coordinare a sé altre forme di organizzazioni economiche tendenzialmente pianificate; in Russia la cultura del Piano viene da lontano, dal 1928 quando fu adottato per la prima volta, e questo strumento di programmazione è stato usato per i successivi sessant’anni. Le economie in via di sviluppo degli altri componenti del “campo BRICS”, possono essere diretti verso forme di Capitalismo di Stato ed organizzazione pianificata in forma evoluta. Essere portatori di questi paradigmi significa, però, che la politica prevale sull’economia, che gli interessi collettivi condizionano quelli individuali. Nel “campo BRICS” anche e soprattutto per il notevole numero di abitanti, il diritto della comunità prevale rispetto a quello del singolo, e questo comporta che il diritto ad un lavoro dignitoso, all’accesso universale alla sanità, all’istruzione, alla politica della casa deve riguardare tutta la popolazione rientrando quindi nella sfera di responsabilità e di azione dello Stato. L’economista americano Michael Hudson parla di “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” e lo descrive nel seguente modo: “Certo, ci sarà un’economia mista. Naturalmente ci sarà l’impresa privata. Naturalmente ci sarà la proprietà individuale, ma sarà soggetta a vincoli sociali in modo che le fortune che vengono fatte da qualche privato non saranno ottenute a spese del resto della società... È necessario coordinare i settori pubblico e privato. Invece come in America e in Europa, dove l’obiettivo del settore privato è quello di prendere il controllo del governo per privatizzare e svendere il dominio pubblico... Bisogna evitare la ricerca di rendita economica, la ricerca di rendita immobiliare e la ricerca di rendita monopolistica. Quei settori della finanza, della proprietà terriera, della ricerca e sviluppo, della salute pubblica, appartengono al dominio pubblico, non privatizzati”.
Le similitudini con la crisi attuale: la guerra a fasi
Il leninismo, ancora di più del marxismo, porta in sé la terribile regola di guardare in faccia alla realtà senza cessioni ai propri desideri, alle proprie speranze, alle proprie convinzioni. Solo una chiara ed obiettiva capacità d’analisi può far comprendere gli avvenimenti attuali e cercare di prevedere con un margine d’errore accettabile le tendenze future; in altre parole il leninismo è esattamente il contrario della propaganda. Se applichiamo i princìpi leninisti a quanto ci siamo detti fino ad ora ne derivano le seguenti conclusioni:
- i paradigmi dei due campi sono tra loro inconciliabili;
- gli Stati Uniti si trovano ampiamente in uno stato di “casus belli” a causa del rischio sempre più concreto che il dollaro venga utilizzato sempre di meno;
- il minor utilizzo del biglietto verde ne causa il rischio di evaporazione in una incontrollata iper inflazione;
- l’élite americana si sta orientando verso la decisione di disfarsi del dollaro, considerato ormai una moneta zombi, cioè moneta morta ma ancora vivente;
- l’unico modo pensato per disfarsi del dollaro è attraverso una guerra mondiale anche nucleare;
- la necessità americana di un conflitto su larghissima scala è però contrastato dal “campo BRICS”, che è composto da nazioni militarmente in grado di tenere testa agli USA ed ai suoi vassalli.
L’élite americana sta quindi valutando se il costo in termini di possibile devastazione degli Stati Uniti è compatibile con la prosecuzione del suo attuale potere, oppure se vi sia il rischio di un’implosione economica, sociale e politica tale da disgregare l’Unione in uno scenario simile a quello della guerra di secessione del 1861. Per ora la valutazione è ancora negativa, quindi gli Stati Uniti sono propensi ad adottare una strategia di guerra prolungata a più fasi, simile a quella della guerra dei Trent’anni, appunto.
Abbiamo sotto gli occhi la “fase ucraina” che sta volgendo al suo termine. In questo stadio gli attori sul campo sono stati solo Russia ed Ucraina, mentre gli altri componenti dei due campi si sono mossi alle spalle dei contendenti. Nella fase boema della guerra dei Trent’anni, il campo imperiale era già organizzato e, ad esempio, in occasione della battaglia della Montagna Bianca del 1620, la Lega Cattolica (la NATO di allora), fu in grado di mobilitare tutte le sue forze, mentre il campo protestante era rappresentato solo da boemi e dal Palatinato, assenti gli altri principi protestanti. Nel febbraio 2022 la NATO era già schierata compatta a sostegno del proprio delegato sul campo di battaglia, l’Ucraina, mentre la Russia, gravata dall’onere di dover iniziare formalmente l’azione militare, per potere radunare il proprio campo intorno a sé, ha avuto bisogno di tutto l’anno. Tuttavia nel 2022 il campo dei protestanti si è organizzato ed ha conseguito una prima vittoria non militare: le due strategie americane tese a far collassare l’economia russa ed a provocare l’isolamento diplomatico di Mosca, necessario per provocare la caduta di Vladimir Putin, sono entrambe fallite. È rimasta la sola opzione militare di cui abbiamo parlato in premessa, ma è ormai ammesso anche dagli americani che le possibilità per Kiev di vincere la guerra sono assai ridotte: “Leaked Pentagon documents suggest US is pessimistic Ukraine can quickly end war against Russia” afferma la CNN del 12 aprile scorso, e come dice il proverbio “a buon intenditore poche parole”.
La progressiva coscienza della probabile sconfitta del regime di Kiev induce gli americani a chiudere la fase ucraina del conflitto ed aprirne una nuova con attori diversi che verrebbero ad affiancare prima e rimpiazzare poi l’esausto esercito ucraino: potrebbe essere la fase polacca con l’aiuto di una Coalition of the willing, rigorosamente fuori dall’ambito NATO. La consistenza della coalizione dei volenterosi dipenderebbe poi dal potere coercitivo degli USA nei confronti dei singoli volontari: bulgari, rumeni, slovacchi sembrano i predestinati dell’est europeo, l’Italia la più votata in quello ovest. Ma sulla predizione di fasi future è opportuno fermarsi subito per non scadere nella cabala. Invece va indagato un dato preoccupante sulla durata del conflitto, che forse non è così distante da un concetto pluridecennale.
Il punto è individuare il teatro del confronto e se possibile circoscriverlo. La Guerra dei Trent’anni si svolse soprattutto in Germania e nei territori ereditari della Casa d’Austria perché erano i luoghi dove si fronteggiavano i cattolici coi protestanti. Se il conflitto odierno dovesse seguire le medesime regole dovrebbe estendersi nell’area dove si confrontano neo-liberismo e socialismo dalle caratteristiche euroasiatiche, ovviamente semplificando concetti più complessi. Teoricamente si parla del continente euro-asiatico, non solo la Russia ma anche la Cina, caratterizzati da fronti apribili da parte degli Stati Uniti in Europa orientale, Medio Oriente, Mar della Cina. Tuttavia nei BRICS vi è anche il Brasile, quindi l’America Latina potrebbe essere un teatro di guerra futuro, ed in Africa vi è il Sud Africa, causa di un altro possibile teatro. Tra l’altro, il continente nero sta rispondendo in modo positivo alle sollecitazioni che vengono da Mosca in occasione del vertice tra Russia ed Africa tenutosi a San Pietroburgo lo scorso 27 luglio: “Vladimir Putin promette grano gratis all’Africa e accusa l’Occidente... La Russia è pronta a sostituire il grano ucraino in Africa, soprattutto sullo sfondo di raccolti record», ha spiegato Putin, secondo cui «la quota della Russia nel mercato mondiale del grano è del 20%, quella dell’Ucraina è inferiore al 5%. Ciò significa che è la Russia che contribuisce in modo significativo alla sicurezza alimentare globale... I Paesi occidentali ostacolano la fornitura di cereali e fertilizzanti e accusano ipocritamente la Federazione Russa della crisi alimentare globale».”, Il Tempo del 27 luglio.
Gli scenari possibili sono vasti, ed il tempo necessario per portarli ad uno stadio operativo sono tutt’altro che rapidi, questa considerazione potrebbe aggiungersi a quelle precedenti a supporto della tesi di un lungo conflitto diviso in fasi successive.
Similitudini con la crisi attuale: la nuova gerarchia delle nazioni
Abbiamo accennato che alla fine della Guerra dei Trent’anni le nazioni che si erano legate alle chiese riformate iniziarono la loro fase ascendente, mentre quelle che erano rimaste fedeli alla chiesa cattolica la loro fase discendente. Il tremendo conflitto in Germania, occorre ribadirlo, permise di riscrivere le regole politiche che riallineavano i rapporti internazionali alla realtà economica e finanziaria già esistente nel vecchio continente, questa riscrittura fu la pace di Westfalia. Nello scenario attuale Michael Hudson parla correttamente, per il campo dei “protestanti”, di economia mista, di proprietà private che si debbono rapportare al pubblico in via subordinata, realtà economiche già presenti, seppur in diverso grado, in tutti i paesi BRICS. Quello che Hudson definisce “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” tuttavia oggi è distinguibile solo in Cina, e solo un esito positivo della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo potrebbe estenderlo a tutto il campo dei “protestanti” in un processo in divenire. Al contrario, nel campo americano il neo-liberismo è già affermato in tutti i suoi componenti, avendo espresso la sua attrattività negli anni Novanta dello scorso secolo, all’interno dell’euforia della Fine della Storia, a seguito del crollo del Muro di Berlino. Oggi il neo-liberismo esprime solo tendenze regressive ed è pervaso da una sinistra forma di nichilismo causata dall’inarrestabile processo di concentrazione di enormi ricchezze fittizie in pochissime mani. Da questo particolare nichilismo dei signori di Wall Street e della City di Londra potrebbe scaturire la decisione di precipitare il pianeta nell’olocausto nucleare, anche perché sono consci che il mutamento della gerarchia delle nazioni è già in atto. Non giungono notizie di paesi che smaniano di entrare nel G7, al contrario sono gli occidentali che invitano indiani e brasiliani all’ultimo summit in Giappone nella speranza di esercitare pressioni utili ad incrinare i rapporti interni ai BRICS, sperando di sfruttare quella permeabilità della quale si accennava prima; al contrario, ci sono 19 gli stati che formalmente oppure informalmente hanno chiesto di entrare a far parte dei BRICS.
Queste considerazioni, e ben altre con dovizia d’informazioni al massimo livello, vengono fatte in tutte le cancellerie, anche quelle soggette al giogo americano come la francese e la tedesca ma che hanno comunque ben chiaro che l’interesse nazionale stia andando in senso contrario alla politica estera espressa dai vari Macron e Scholz (l’Italia sembra non pervenuta, persa ormai nel suo delirio di servilismo).
A mio avviso Parigi e Berlino si rendono perfettamente conto di trovarsi di fronte ad una scelta: accettare la sollecitazione americana d’intraprendere una guerra convenzionale contro la Russia, e magari contro suoi nuovi alleati (Bielorussia, Iran?), tentare l’avventura di riguadagnare in quei paesi quello che gli americani esigono come tributo in occidente; oppure cambiare di campo tra una fase e l’altra del conflitto come fece la Sassonia nella Guerra dei Trent’anni, complice disordini dinastici di quello stato. Quello che invece sembra non più possibile è rimanere nell’attuale stallo: tributari dell’esosa metropoli imperiale e vittime della perdita dei grandi spazi commerciali cinese e russo.
Resta un’ultima considerazione che per ora non ha riscontro, ma che potrebbe averlo. Abbiamo detto che alla fine il grande vincitore della Guerra dei Trent’anni fu la Francia, la quale beneficiò dell’essere essere rimasta uno stato cattolico, ma di aver saputo lucrare sull’affermazione dei paesi protestanti ai danni di Vienna. Chi potrebbe essere la Francia di oggi? Quale paese occupa una posizione di guida della NATO, primo alleato degli USA, e contemporaneamente siede nel Commonwealth con India e Sud Africa? Suggerirei di osservare la Gran Bretagna sotto quest’ottica perché potrebbe essere la strategia che risolleva Londra dalle difficoltà del dopo Brexit.
La contraddizione tra realtà economica e finanziaria del mondo e le sue regole scritte nel 1945 è giunta ad un grado d’intensità difficilmente gestibile, vedremo se il modello “Guerra dei Trent’anni”, ovviamente non l’unica possibile, sarà quella probabile.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)