Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2026

L’estasi dell’ignoranza

Per quanto si tenda a distinguere tra chi è propenso alla conoscenza e chi sembra invece far di tutto per evitarla, in realtà, sostiene Mark Lilla in L’estasi dell’ignoranza (Luiss University Press, 2026), l’essere umano si trova frequentemente in balia di uno scontro di volontà, tra sete di conoscenza e desiderio di ignorare. Al tipo di essere umano (homo viator) propenso a pensare alla propria vita come a un viaggio alla scoperta di qualcosa, aspettandosi di trovare piacere e felicità in questa ricerca, si contrappone chi (homo fugiens) preferisce evitare tale sforzo considerandolo non solo inutile, ma persino dannoso. Della volontà di ignoranza si sono occupati i miti antichi, le religioni e, più in generale, le opere di immaginazione, ma ben più raramente la propensione al non voler sapere è stata affrontata in ambiti “non poetici”. Il saggio di Lilla, docente alla Columbia University e collaboratore di riviste come «New York Review of Books» e «The New Republic», intende contribuire a colmare questa lacuna.

Nella tradizione occidentale, sin dai tempi antichi, è presente una pulsione, raramente confessata, che spinge l’essere umano a non voler sapere; che si tratti di evitare notizie scomode, di difende un tabù nonostante se ne intuisca l’origine, di rifiutare una diagnosi o una responsabilità morale, non è affatto raro che l’individuo si rifugi volontariamente nell’ignoranza.

Esiste una lunga tradizione di pensiero che guarda con sospetto all’umana passione per la conoscenza e che cerca sollievo nell’evitare ogni sforzo per comprendere il mondo, ma occorre ammettere che anche chi, sul versante opposto, cerca soddisfazione nella conoscenza, di tanto in tanto, non disdegna di sgravarsi da tale imperativo accontentandosi di non sapere. «Più la verità è dura, maggiore è la tentazione di sfuggirle» (p. 144). La consapevolezza della convivenza in ogni essere umano di volontà di sapere e di non sapere, sostiene l’autore, dovrebbe frenare chi si sente appartenere alla categoria dell’homo viator dal dare giudizi sbrigativi e autocompiaciuti sull’homo fugiens come se questo rappresentasse davvero una totale alterità.

Passando in rassegna i miti antichi, come quello di Edipo, passando per Sant’Agostino, Nietzsche e Freud, Lilla ripercorre una lunga serie di fughe dalla verità esplorando le tensioni tra il desiderio e il rifiuto di conoscere e comprendere il mondo che gravano su ogni essere umano. L’autore guarda dunque alla «tendenza umana a trasformare quelle tensioni interiore in miti religiosi, contrapponendo divinità, con i loro tabù che impongono limiti alla curiosità, a esseri umani che eroicamente, seppure inutilmente, si ribellano» (p. 14).

Una parte della trattazione è dedicata alle fantasie. «Oltre al suo potere di ispirare la resistenza e prendere coscienza della realtà, la volontà di ignoranza alimenta anche l’immaginazione e fa balenare di fronte a noi illusorie realtà alternative»: dall’esistenza di una modalità segreta ed esoterica di vivere il mondo che consenta di accedere a verità nascoste extra-razionali, alla vana speranza di poter preservare una sorta di “innocenza originaria”, o di ottenerne una nuova, «libera dalla tragica conoscenza dei limiti umani, della mortalità, del male», oppure, ancora, di poter fuggire il presente tornando a un passato immaginario «libero dal peso della consapevolezza dell’irreversibilità del tempo o di compiere un balzo in un glorioso futuro in cui le virtù dei tempi passati saranno ripristinate» (p. 14).

Il volume di Lilla è stato scritto, come ricorda lo stesso autore, in un momento in cui diverse manifestazioni di resistenza al sapere si sono combinate tra loro. «Oggi non occorre cercare lontano per imbattersi in misologi che respingono il ragionamento come un gioco da sciocchi, un velo che copre le macchinazioni del potere. O in tromboni che credono di essere stati benedetti con un accesso privilegiato alla verità e scelti per far sì che viviamo alla sua luce. O in movimenti di massa fatti di santi sciocchi e bambini eterni, il cui disgusto per il presente li spinge a correre invano, a restaurare un passato immaginario. Né è difficile trovare i profeti odierni dell’ignoranza, i dotti disprezzatori del sapere che, per convinzione o per ambizione, idealizzano chi resiste al dubbio ed erige bastioni attorno alle proprie credenze. Di fronte a tutto ciò, i devoti del ragionamento e dell’indagine aperta possono cominciare a sentirsi dei profughi» (pp. 144-145).

Oltre che rivelarsi utile a comprendere meglio le radici profonde del cospirazionismo, del pensiero magico e delle semplificazioni ideologiche che attraversano la contemporaneità, L’estasi dell’ignoranza ha il merito di evidenziare tanto gli aspetti seduttivi della fuga dalla verità, quanto il prezzo che si finisce per pagare nello scegliere, consapevolmente, di non sapere.

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05/08/2025

L’IA può sostituire i mercati?

Il mio amico Carlo Ludovico Cordasco ha recentemente pubblicato due articoli ricchi e stimolanti sull’IA e il problema della conoscenza. Il suo argomento ha il merito di andare oltre dicotomie semplicistiche, esplorando in modo intellettualmente onesto se e come l’IA possa replicare, o addirittura sostituire, le funzioni economiche tradizionalmente svolte dai mercati.

In particolare, si concentra sul ruolo dei mercati nella scoperta della conoscenza e nella correzione degli errori, sollevando dubbi sulla capacità dell’IA di eguagliarli in queste aree cruciali.

Ciò che colpisce della sua analisi è quanto si avvicini a una prospettiva socialista di mercato, che vede i mercati non come sacri, ma come strumenti istituzionali contingenti, che possono essere integrati, simulati o parzialmente sostituiti se e quando emergono meccanismi migliori.

Molte delle sfide che Carlo solleva, così come le soluzioni ibride che immagina, si inseriscono bene nel quadro proposto da Oskar Lange e altri che cercavano una sintesi tra pianificazione e feedback decentralizzato.

Separare la normatività dal meccanismo

Uno dei punti chiave del ragionamento di Carlo è che qualsiasi criterio normativo di allocazione ottimale deve essere indipendente dai mercati stessi. Che adottiamo l’efficienza paretiana, una funzione di benessere sociale utilitaristica, il principio rawlsiano del maximin o un approccio basato sulle capacità, questi standard sono definiti in termini di risultati, non di forme istituzionali. I mercati possono approssimare bene tali risultati in certe condizioni, ma non sono privilegiati normativamente di per sé.

Questo è proprio il punto di partenza del contributo di Lange. Egli riconosceva il valore informativo dei mercati, ma non li considerava assiomatici. Proponeva invece di usare segnali di prezzo simulati in un sistema di pianificazione centrale, guidato da feedback su surplus e carenze, per imitare la funzione di coordinamento dei mercati decentralizzati (Lange, 1936).

L’argomento risuona con tradizioni più ampie dell’economia istituzionale e della teoria delle decisioni: dalla razionalità limitata di Herbert Simon (1957), che richiede di accontentarsi di soluzioni soddisfacenti in ambienti complessi e poveri di informazioni, alla pianificazione partecipativa di Albert & Hahnel (1991), che cerca processi economici decentralizzati ma coordinati basati su feedback iterativi e obiettivi condivisi anziché sulla competizione.

Linee simili di pensiero compaiono nella coordinazione negoziata di Pat Devine (1988), dove la partecipazione democratica nel processo produttivo gioca un ruolo centrale nell’allocazione delle risorse senza affidarsi esclusivamente ai mercati.

Il collaboratore di Lange, Włodzimierz Brus, approfondì questo quadro sottolineando i prerequisiti istituzionali e politici per una coordinazione economica significativa, sostenendo che i sistemi di pianificazione devono incorporare decentramento, reattività e controllo democratico per funzionare efficacemente (Brus & Laski, 1989). Il suo lavoro successivo criticò i fallimenti del “socialismo reale”, proponendo una gestione economica più pluralista e democratica.

Importante, queste proposte non erano mere aggiustature tecnocratiche al capitalismo. Provenivano da una tradizione marxista interessata a superare l’anarchia della produzione, abolire lo sfruttamento e controllare democraticamente il surplus. Lange, Brus e altri cercarono di risolvere una tensione nell’eredità di Marx: come preservare la proprietà collettiva senza cadere in un centralismo burocratico inefficiente.

Esperimenti storici come Cybersyn nel Cile degli anni ’70 (un tentativo di usare la cibernetica per coordinare l’economia in tempo reale, Medina, 2011) e il sistema jugoslavo di imprese autogestite in un quadro socialista di mercato (Horvat, 1982) mostrano che gli sforzi per combinare pianificazione, partecipazione e mercato non sono nuovi. Ciò che mancava allora – capacità computazionale, dati in tempo reale, previsioni avanzate – oggi l’IA potrebbe fornirlo.

L’IA come pianificazione potenziata?

Carlo ha ragione a enfatizzare i due motori del coordinamento di mercato:
- scoperta della conoscenza, con agenti che rivelano informazioni disperse attraverso transazioni;
- correzione degli errori, dove gli errori sono puniti con perdite, spingendo a revisioni o uscite.

Dubita che l’IA possa eguagliare i mercati nella seconda funzione, ma riconosce che è sempre più efficace nella prima: classificare dati, prevedere domanda, condurre micro-esperimenti su larga scala.

Arriviamo così al cuore del discorso: non serve abolire i mercati per riconoscere che l’IA può ridisegnare i confini del loro utilizzo. Come anticipò Lange, se cambiano le condizioni informative, cambia anche la necessità di affidarsi ai mercati.

E queste condizioni stanno cambiando. La pianificazione basata sull’IA non è più teorica:
- i sistemi di raccomandazione allocano attenzione e beni nei media digitali;
- le multinazionali usano algoritmi per ottimizzare produzione, gestione delle scorte e logistica (Phillips & Rozworski, 2019);
- le smart grid energetiche regolano produzione e consumo in tempo reale.

Questi non sono esperimenti mentali: sono sistemi di pianificazione parziali, integrati in economie di mercato.

Da una prospettiva marxista, si apre una nuova frontiera nella critica dell’economia politica. Se l’IA può alleviare i vincoli informativi che una volta rendevano necessari i mercati, e se possiamo progettare istituzioni che disciplinino l’attività economica attorno ai bisogni sociali anziché al profitto, allora la socializzazione del coordinamento economico diventa una questione pratica, non un sogno utopico.

Verso un futuro a mosaico?

Carlo ipotizza un futuro istituzionale ibrido:
- in alcuni settori (es. beni digitali a costo marginale quasi zero), la scarsità sta scomparendo, e con essa il ruolo informativo dei prezzi. Qui, l’IA potrebbe coordinare l’allocazione meglio dei mercati, usando algoritmi, code o protocolli ad accesso aperto; 
- in altri, la scarsità persiste, e con essa la necessità di feedback basati sui prezzi. Ma anche qui, l’IA può affiancare i mercati, migliorando scoperta, previsione ed efficienza.

Un campo rilevante è il mechanism design algoritmico, dove agenti IA allocano risorse attraverso protocolli incentivanti. Nella versione distribuita, gli agenti interagiscono direttamente per raggiungere equilibri senza controllo centralizzato, suggerendo che coordinamento e correzione degli errori possano emergere da feedback tra pari, anziché da mercati tradizionali.

Conclusione: un riquadro Langeano?

Forse la domanda giusta non è se l’IA possa sostituire i mercati, ma in quali condizioni possa integrarli o parzialmente rimpiazzarli. Lo scetticismo di Carlo sulla capacità dell’IA di replicare la correzione degli errori è condivisibile, ma il suo quadro apre – piuttosto che chiudere – la possibilità di una sintesi socialista di mercato: preservare il ruolo disciplinare dei mercati dove serve, esplorando strumenti algoritmici per espandere le forme di coordinamento possibili e desiderabili.

Non è un rifiuto dei mercati, ma un invito a reimmaginarli: come strumenti da affinare, non templi da difendere. E, da un punto di vista marxista, non è un ritorno alla pianificazione burocratica, ma una visione proiettata in avanti: una produzione democraticamente diretta, tecnologicamente potenziata ed ecologicamente sostenibile – un socialismo riadattato all’era digitale.

Bibliografia

Albert, M., & Hahnel, R. (1991). The Political Economy of Participatory Economics. Princeton University Press.

Brus, W., & Laski, K. (1989). From Marx to the Market: Socialism in Search of an Economic System. Oxford University Press.

Devine, P. (1988). Democracy and Economic Planning: The Political Economy of a Self-Governing Society. Polity Press.

Horvat, B. (1982). The Political Economy of Socialism: A Marxist Social Theory. M.E. Sharpe.

Lange, O. (1936). On the Economic Theory of Socialism. Review of Economic Studies, 4(1), 53–71.

Medina, E. (2011). Cybernetic Revolutionaries: Technology and Politics in Allende’s Chile. MIT Press.

Phillips, L., & Rozworski, M. (2019). The people’s republic of Walmart: How the world’s biggest corporations are laying the foundation for socialism. Verso Books.

Simon, H. A. (1957). Models of Man: Social and Rational. Wiley.

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09/07/2025

Intelligenza artificiale, crisi delle competenze, simulazione del saper fare

Il vero punto di rottura dell'intelligenza artificiale non risiede nella sua capacità di simulare l'intelligenza, quanto piuttosto nel permettere agli utenti di simulare competenze che non possiedono realmente. Questo fenomeno può ridefinire profondamente concetti come autorevolezza, originalità e merito che, in teoria, dovrebbero essere fondanti per una società. Sottolineo "in teoria" perché una società governata in larga parte da simulacri come Baudrillard li ha definiti è già pronta per sostituire intelligenza e competenza con i rispettivi segni.

Il dibattito sull'IA si dovrebbe schiodare dalla dimensione filosofica del passato, incentrata sulla domanda se una macchina possa pensare, per includere l'impatto sociale di queste tecnologie.

C'è una questione già presente: cosa accade quando chiunque può produrre risultati che sembrano provenire da un esperto senza esserlo davvero? L'apparente "democratizzazione" della conoscenza o delle competenze in realtà alimenta un equivoco colossale.

Andiamo indietro nel tempo per dare un'occhiata a una rivoluzione che rimosse barriere all'accesso di una tecnologia. Il boom dei personal computer aveva portato con sé prima quello dei sistemi operativi e poi quello delle interfacce grafiche (MacOS prima, Windows poi). E la maggior parte del software più importante, dal sistema operativo agli applicativi più rilevanti, inclusi quelli per la programmazione, era a pagamento. Poi arrivò Linux, gratuito: qualcuno commentò in chiave marxista, dicendo che i mezzi di produzione erano stati distribuiti alla popolazione.

Con Linux e il free software, in potenza, chiunque poteva programmare in vari linguaggi, da C ANSI a SQL. Ma rimaneva una barriera intrinseca: l'apprendimento dei linguaggi. Imparare un linguaggio richiede tempo e impegno. Se pensate che impegno lo richiedano Python o R, considerate il Fortran o tutta la faccenda dei puntatori in C... Se dovessi cercare nella mia memoria un caso di genialità che ho visto all'opera direi che era quello di qualcuno che, programmando, apriva il core dump, ci dava un'occhiata e esclamava "Ah, ecco il problema!". Era un mondo in cui ogni competenza per essere acquisita non richiedeva soltanto studio e pratica, ma anche capacità analitiche.

L'interfaccia con linguaggio naturale rimuove queste barriere, in tutti i sensi: si può anche chiedere al GPT codice Python o SQL o che altro senza avere alcuna conoscenza o pratica di quei linguaggi. Con l'imparare a scrivere prompt l'asticella della competenza necessaria è stata ricollocata raso terra.

Oggi assistiamo a studenti che generano tesi di laurea di ottanta pagine in tre ore senza aver mai consultato una bibliografia, ad Amazon invasa da opere scritte dall'intelligenza artificiale che, pur contenendo errori concettuali, mantengono un'apparenza credibile, e a sviluppatori che copiano codice da ChatGPT senza comprendere le implicazioni sulla sicurezza informatica.

La questione non è più capire come funzioni l'IA, ma comprendere come funzioni una società in cui l'intelligenza artificiale svolge lavoro per gli esseri umani. Questo cambiamento genera tre crisi fondamentali che minacciano le basi del nostro sistema conoscenza/competenza.

La prima è una crisi epistemica che mette in discussione i nostri meccanismi per stabilire cosa sia e cosa non sia artefatto. Oggi l'intelligenza artificiale dissocia completamente l'output dalla competenza reale: un libro di fisica generato da GPT-4 può apparire identico a quello scritto da un fisico di fama mondiale. Il risultato è che il sapere si trasforma in un teatro di simulazioni dove diventa impossibile distinguere l'umano dall'artefatto e forse, ad un certo punto, questa distinzione finirà per perdere di significato.

La seconda crisi riguarda il merito e solleva interrogativi fondamentali nei processi dell'educazione e dell'istruzione. Due laureati possono presentare tesi formalmente equivalenti, anche se uno ha impiegato sei mesi di lavoro intenso mentre l'altro ha utilizzato l'IA in tre giorni. Le istituzioni, dalle università alle case editrici, si trovano nell'impossibilità di distinguere l'umano dall'artefatto (o il reale dal simulato?), causando un progressivo svuotamento di valore dell'opera scritta. È la falsificazione di un processo: lo studente che ha impiegato sei mesi in quel lasso di tempo ha accresciuto le sue competenze, l'altro no, ma il suo elaborato certifica il contrario.

La terza crisi tocca la motivazione stessa all'apprendimento. Se un sistema può scrivere romanzi, tradurre dal sanscrito o condurre analisi finanziarie al posto nostro, chi investirà ancora anni della propria vita per acquisire queste competenze? Il rischio è la formazione di una generazione di individui superficiali, capaci di utilizzare strumenti sofisticati ma incapaci di comprenderli veramente. Qualcuno potrebbe dire: i social hanno già inscenato questa realtà, con lauree brevi, magari prese online, che potevano pontificare in nome della scienza. Si, ok, ma i social non sono il mondo reale.

Questa rivoluzione si distingue radicalmente da tutte le innovazioni tecnologiche precedenti. La calcolatrice non ha mai simulato la matematica, ma si è limitata ad accelerare calcoli che l'utente era già in grado di comprendere. Google non scriveva contenuti al posto dell'utente, che doveva comunque possedere le competenze per cercare informazioni e sintetizzarle. Il GPT, o quello che sarà il suo successore, genera invece output completi senza richiedere comprensione o competenza, spezzando definitivamente il legame tra apprendimento e produzione di contenuto.

Nel peggiore dei casi, potremmo vedere il collasso completo del sistema di conoscenza certificata, con istituzioni educative e editoriali che perdono rilevanza di fronte alla capacità dell'IA di fornire risposte immediate. Il sapere rischierebbe di frammentarsi in micro-verità algoritmiche personalizzate, replicando su scala più ampia quanto già accade con i social media.

Ma...

C'è un enorme "ma": per quanto la produzione di contenuti e informazione sia prevalente, nella nostra società, (occidentale -ndR) tutto questo ha implicazioni marginali sul saper fare. O meglio ne ha finché non si confondono i due piani. Un esempio? Cucina e ricette. Se qualcuno dovesse obiettare: "un GPT non ha gusto né olfatto, è un nonsenso chiedergli di creare ricette!" avrebbe la mia piena approvazione. Purtroppo:
Ma qui veniamo al dunque: sono mesi che litigo con un certo pesce perché non riesco a trovare una ricetta che mi soddisfi. Secondo ChatGPT l'idea di marinarlo nella birra chiara con alloro, pepe in grani e scalogno era una buona idea. In realtà l'idea non era per niente buona. E questo è un esempio banale innocuo e terra terra. Il saper fare è inconciliabile con la presente intelligenza artificiale perché riguarda un apprendimento esperienziale.

Il grosso rischio, visto che la confusione tra piani sembra essere l'impronta del presente secolo, è che il saper produrre contenuti sia confuso con il saper fare di ogni ordine. Un GPT non può interagire fisicamente con la realtà materiale. Può generare istruzioni per eseguire task sulla base del dataset su cui è addestrato. E per fare un esempio, con le sintesi organiche può produrre istruzioni assai poco sensate dal punto di vista della ottimalità della procedura, del suo profilo di sicurezza, etc, etc. E poi c'è la grande incognita: i GPT possono produrre output cosiddetti "allucinati". Finché è un'allucinazione che produce contenuti ok. Ma un'allucinazione che produce istruzioni da essere eseguite nel mondo fisico?

In ultima analisi è sempre l'essere umano, il problema.

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26/11/2024

La Cina promuove un accordo sulla Open Science con Brasile, Sud Africa e Unione Africana

In ambito scientifico la circolazione dei saperi non è più quella dei libri che si prendono in prestito in biblioteca, ma è piuttosto quella di un’enorme mole di dati e contributi, elaborati e pubblicati su diverse piattaforme. E il problema di come vi si accede è diventato un nodo determinante.

Lo sa bene la Cina, che qualche giorno fa ha lanciato un’iniziativa per la cooperazione internazionale sulla Open Science. Una categoria che raccoglie vari concetti, di cui sicuramente i più famosi e, forse, i più importanti sono quelli di Open Acces, Open Source, Open Data.

Per farla breve, quando c’è davanti un Open-, si intendono tutte quelle forme con cui quella enorme mole di dati e contributi citata all’inizio viene messa a disposizione a tutti, dal curioso all’esperto in materia, in maniera immediata e riutilizzabile.

È insomma la strada attraverso cui diffondere i prodotti della conoscenza in maniera più orizzontale e democratica possibile, consentendo non solo di verificarli ma anche di moltiplicare e ampliare le opportunità di studio. Ma “immediata e riutilizzabile” non significa gratuita.

Seppur il lettore non deve sborsare nulla, per fare l’esempio degli articoli Open Access, esistono comunque dei pagamenti che possono essere eseguiti dalle istituzioni per cui lavora il ricercatore, o dal ricercatore stesso. Una ricerca ha mostrato come questo prezzo al 2021 si aggirava sui 1.700 dollari.

Un costo – chiamato Article Processing Charges (APC) – che spesso può essere proibitivo, soprattutto per studiosi e istituti di paesi ancora in via di sviluppo. O che, comunque, vivono un’importante asimmetria di potere d’acquisto delle proprie retribuzioni rispetto a quelle occidentali.

Proprio per questo l’iniziativa cinese assume straordinaria importanza, e viene difatti portata avanti coinvolgendo Brasile, Sud Africa e l’intera Unione Africana. Uno sforzo governativo di questo genere promette di permettere una più facile circolazione dei saperi in quei paesi.

Questa iniziativa è legata al protagonismo acquisito da questi attori nello scenario globale. Lo scopo è di “promuovere l’innovazione scientifica e tecnologica globale per il beneficio del Sud Globale”, si legge su Xinhua, una delle agenzie di stampa ufficiali della Cina.

“Tutti i paesi”, conclude il giornale, “dovrebbero aumentare gli investimenti nella scienza aperta e incoraggiare la cooperazione, la costruzione congiunta e la condivisione delle principali infrastrutture di ricerca scientifica”. Frasi che fanno eco ad altri eventi recenti.

Dal 22 al 24 ottobre si è svolto a Pechino il World Science and Technology Development Forum (WSTDF 2024), organizzato dal 2019 dal China Association for Science and Technology (CAST).

Durante l’incontro, scienziati cinesi e di varie altre nazionalità hanno sollecitato la costruzione di infrastrutture scientifiche aperte, in una sessione tematica appositamente dedicata al tema.

In quell’occasione, il direttore dell’Ufficio regionale per l’Asia orientale dell’UNESCO, Shahbaz Khan, ha osservato che ciò è in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, in particolare per ciò che riguarda il cambiamento climatico e la sicurezza alimentare.

Khan è stato ancora più esplicito rispetto al ruolo che il WSTDF può svolgere rispetto al Sciences Decade, lanciato dall’UNESCO per lo sviluppo sostenibile fino al 2033. Davanti ai giornalisti del Global Times Khan si è chiesto “come possiamo promuovere la conoscenza dov’è necessaria?”

Si è risposto affermando: “ad esempio, per i paesi bisognosi dell’Africa, i paesi in via di sviluppo, che sono i partner della Belt and Road Initiative come Pakistan e Afghanistan, questo forum può aiutare a portare loro i benefici della scienza e della tecnologia per migliori mezzi di sussistenza”.

Nel 2016 la Cina è diventato il luogo di produzione del maggior numero di articoli scientifici, mentre nel 2022 i suoi contributi sono stati i più citati a livello mondiale. Ma, rimanendo sull’esempio dell’Open Access, il Dragone è ancora indietro rispetto alla media complessiva.

È evidente, però, che anche in questo settore la Cina non sta solo acquisendo un peso dovuto alla quantità, ma anche in base al ruolo trainante rispetto alla ridefinizione delle politiche globali. Anche con strumenti che adottano i principi di mercato.

La Chinese Academy of Science ha fissato l’APC per la sua rivista National Sciences Open a 1.200 dollari. Ciò significa che gli altri editori al di fuori della Cina, mentre ne cresce la legittimazione accademica, subiranno una altrettanto crescente pressione per abbassare i loro APC.

Nella logica di questa iniziativa appena lanciata c’è dunque sia l’esigenza scientifica, incarnata nella categoria di Open Science, ma anche quella politica di far andare di pari passo sviluppo e giustizia sociale. Buone premesse per il futuro.

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15/01/2024

Il laboratorio del capitale. Metafisica delle competenze e controriforma scolastica

In cammino verso l’Oltre-Scuola

È sintomatico che l’intervento del Ministro Valditara alla Presentazione del Programma Nazionale “Suola e competenze 2021-2027”[1] sia passato relativamente inosservato. Dalle parti degli “ultra-pedagogisti” di sinistra[2] che lo avevano subito bollato come fascistissimo rappresentante di una scuola passatista, gentiliana e dal pugno duro non si è levato suono. Si capisce il perché. Non avrebbero saputo cosa dire.

Non tanto perché nel giro di un anno il Ministro ha imbellettato il proprio profilo, passando dalla “pedagogia dell’umiliazione” a farsi improbabile paladino di una scuola dell’inclusione, della lotta al sessismo e dell’educazione all’affettività, ma, ciò che più conta, perché la sua amministrazione del PNRR esprime perfettamente le linee ideologiche che da sempre accomunano i desiderata dell’UE e quelli della pedagogia sedicente “progressista”.

Queste ultime convergono nel sottrarre ogni autonomia al lavoratore docente attraverso una sussunzione del suo operato in schemi produttivi, “efficienti”, para-aziendalistici, asservendolo al contempo sempre più a compiti eteronomi di soddisfazione dell’utente-cliente scolastico, con particolare attenzione alle sue esigenze psicologico-emotive e “creative”[3].

Valditara e la pedagogia di sinistra marciano all’unisono, il cammino verso l’oltre-scuola, la Überschule del futuro, è ormai già segnato: i volti e lo stile di chi si avvicenda al MIUR sono relativamente indifferenti rispetto a un’agenda già scritta che esprime tendenze oggettive, di lungo periodo.

Questa agenda è infatti indipendente dalle volontà dei singoli perché è determinata dalla forma stabile che i rapporti produttivi assumono in un ordine sociale capitalistico e dal conflitto tra le esigenze di questi rapporti e quelle espresse dai cittadini in quanto lavoratori e futuri lavoratori, nonché da quelle di istituzioni – come la scuola – che nascono e si sviluppano su coordinate se non totalmente antagonistiche, sicuramente molteplici, stratificate, contraddittorie, spurie rispetto a quelle.

La duplice riduzione del sapere tecnico e di quello umanistico

Altrettanto sintomatico è che nel discorso del Ministro, per tacere di tutti coloro che lo hanno seguito nel convegno, non sia stata spesa una parola chiara per spiegare cosa si intenda con l’espressione “competenze”. Eppure sono proprio queste “competenze” che la scuola si impegna a sviluppare nei prossimi anni e verso cui dirige ingenti finanziamenti. Allo stesso tempo, tuttavia, le pur vaghe parole spese nel convegno chiariscono molto bene quale sia la posta in gioco politica di quella che potremmo chiamare “metafisica delle competenze”.

Le competenze costituiscono infatti un termine dalla ambigua natura descrittivo-prescrittiva: chi dice “competenze” vuole descrivere al tempo stesso come funziona la conoscenza e come dovrebbe funzionare.[4] In realtà usando quel termine si esplicita soltanto un certo modo di intendere il sapere e la trasmissione del sapere dentro una determinata epoca dello sviluppo industriale e l’insieme prescrittivo delle regole che i rapporti produttivi impongono alla società nel suo complesso e alle singole agenzie educative.

Ciò avviene attraverso una duplice riduzione che colpisce tanto il sapere tecnico-professionale quanto quello generale-umanistico. Dal primo ci si aspetta un immediato collegamento col mondo del lavoro, cioè delle imprese, attraverso la vetusta idea secondo cui queste ultime potrebbero determinare autonomamente contenuti formativi rilevanti.[5] Il sapere umanistico, dal canto suo, svapora in una generica preparazione alla “cittadinanza”, obiettivo che, a sua volta, ne sintetizza altri due essenzialmente diversi: formare un cittadino consapevole e permettergli una migliore inclusione sociale, garantirgli delle possibilità di “successo”, addirittura di “felicità”.

Omnia vincit laboratorium

Questo doppio movimento viene alla luce in modo fin troppo evidente prestando attenzione al modo in cui il discorso sulle competenze si intreccia con la parola chiave del discorso del Ministro: laboratorialità. I fondi stanziati dal MIUR e dall’UE sono infatti vincolati dall’applicazione di una “didattica laboratoriale”. Questo concetto appare al tempo stesso espressione di una gretta materialità e del più vacuo idealismo. Il discorso del Ministro riferisce l’investimento a cose apparentemente concretissime come il “cablaggio” e la “digitalizzazione” ma, con egual enfasi, si invola verso i cieli della lotta alla “dispersione scolastica” e al “divario nord-sud”.

In realtà, si tratta del solito sguardo sbilenco del riformismo pedagogico che sopravvaluta il potere trasformativo della scuola e sottovaluta le conseguenze pedagogiche della trasformazione sociale: in tal modo si lasciano intatte le cause che rendono impossibile una democratizzazione della scuola e della società mentre ci si balocca con un processo di democratizzazione immaginario che partendo dalle aule avrebbe il compito di porre fine alle storture nella realtà sociale.

Nel suo recente intervento alla festa di Atreju[6] il Ministro ha ricordato i tempi in cui la scuola riusciva invece a combattere le differenze di classe e garantire mobilità sociale. Si è scordato di ricordare che la scuola poteva riuscirci – una scuola cento volte più “autoritaria”, “frontale” e “nozionistica” di oggi – perché i rapporti produttivi erano investiti dalla potenza espansiva di una classe operaia ben organizzata, garantita da riforme sociali conquistate in lotte durate anni, all’interno di un movimento propulsivo che procedeva non solo dalla scuola in direzione della società ma piuttosto all’inverso. Lo scenario delle relazioni industriali oggi appare invertito, subiamo la controffensiva di un’egemonia liberista ormai consolidata che spariglia ogni opposizione organizzata dei lavoratori, le differenze sociali diventano siderali e l’attuale compagine di governo smantella ogni residua traccia di sostegno al reddito delle classi subalterne.

Questo scenario è dato per scontato, tanto dai governi liberisti quanto dalla pedagogia liberal. Per entrambi, se la scuola non riesce a combattere le disuguaglianze e la dispersione scolastica, se la scuola insomma è ancora “classista”, è colpa della vecchia lezione frontale, con il suo approccio autoritario, nozionistico e passivizzante.[7] L’orientamento laboratoriale avrebbe invece il potere mistico e taumaturgico di trasformare le scuole in “hub educativi” producendo “un’azione sociale e psicologica” in grado di “portare i ragazzi nelle scuole”.

Questo potere di seduzione verso le giovani generazioni deriverebbe dalla possibilità di rendere più molteplice e concreto l’insegnamento, di “personalizzarlo”. Si parla di “sport”, “teatro”, “musica” e tante cose belle che si posson fare nei laboratori. Ma come il canto delle sirene questo refrain ha il suo lato oscuro e a sua volta classista. Quando gli esperti dell’INDIRE esprimono il potenziale della didattica laboratoriale per tutte le aree parlano della possibilità per gli studenti di “entrare materialmente” nella disciplina e di “manipolare” i contenuti. Si incoraggia così l’attività degli studenti ponendo a essi delle “sfide” e alimentando la loro “curiosità”. L’apprendimento diventa “concreto” e si muove in direzione del problem solving.[8]

Prima di mostrare come questo discorso colpisca il sapere non solo umanistico ma quello teorico in genere, andiamo a vedere come viene intesa la “personalizzazione” dell’apprendimento rispetto al sapere tenico-professionale. I recenti tentativi del Ministro di approvare una riforma in quest’ambito hanno suscitato proteste e opposizioni perché è evidente l’intento di rendere il sapere una variabile dipendente dagli interessi delle imprese.[9] In effetti nel discorso del Ministro questo è detto a chiare lettere. La “personalizzazione” viene ottenuta non solo costruendo “ambienti di apprendimento” ma anche formando personale in modo specifico. Ora, questa formazione non riguarda, ovviamente, le conoscenze disciplinari ma l’istituzione di figure di “tutor” e “orientatori” che hanno il compito di costruire un percorso scolastico “su misura”. Dello studente? Certo ma in quanto studente che apprende orientandosi già verso il mercato del lavoro! E dunque non solo su misura delle sue “potenzialità” ma anche – e direi soprattutto visti i rapporti di forza vigenti tra le classi – delle potenzialità e delle aspettative delle aziende. Il Ministro parla esplicitamente della didattica laboratoriale come lo strumento attraverso cui la scuola si apre “alle esigenze del lavoro espresse dal territorio”. Ad un certo punto esplicita questo retro-pensiero con un bel lapsus in cui sottolinea la matrice labor dell’espressione laborialità.

Classe, classismo e classici

Non bisogna però cadere nell’errore di ritenere questo apprendistato come una richiesta da parte delle aziende di una formazione specifica e già tecnico-operativa. Questa è una visione parziale che non comprende la reale funzione modellatrice del rapporto di classe rispetto alla trasmissione del sapere. Le aziende sanno benissimo – meglio di quanto non sappiano ministri e pedagogisti – che le conoscenze tecniche e le richieste del mercato del lavoro cambiano tanto più velocemente quanto più il capitale riesce a mettere a frutto la tecnologia avanzata al servizio dell’accumulazione di plusvalore. Ciò che a esse serve perché quell’accumulazione possa realizzarsi sono due cose molto precise: una formazione elastica che dia al lavoratore gli strumenti cognitivi che gli permettano di adattarsi a sempre nuovi contesti e la sua disponibilità a sottomettersi a un processo produttivo che lo espropria integralmente di ogni autonomia sui modi, spazi e tempi di lavoro. I valori che animano la nuova scuola sono perfettamente allineati a queste richieste. La “creatività” tanto sollecitata deve preparare a quel creativo sforzo di adattamento continuo attraverso cui, come dice Masino, è il lavoratore stesso “a provvedere alla taylorizzazione del proprio lavoro”.[10]

Per questo, in realtà, l’opposizione alla scuola tradizionale muove dalla traduzione in termini sempre meno contenutistici e sempre più pratico-operativi tanto nel campo del sapere tecnico, quanto di quello scientifico e umanistico. L’attacco alla lezione frontale è a sua volta finalizzata ad un attacco all’autonomia del docente-lavoratore. Non solo. Attraverso una critica generica dell’insegnamento tradizionale, visto al tempo stesso come troppo “nozionistico-contenutistico” e troppo “astratto”, si vuole colpire una forma della trasmissione del sapere che aveva come scopo la costruzione di una solida formazione teorica che pretendeva di padroneggiare concettualmente nessi costruiti attraverso una mole molto ampia di contenuti disciplinari. Il fallimento della scuola pubblica non sta in quello che faceva ma in ciò che non riusciva a fare: elevare le masse a una comprensione concettuale del mondo e del proprio posto nel mondo, mostrare le vie contraddittorie ma vitali dell’universalizzazione.

L’attacco alla lezione frontale ha lo scopo di manomettere questo aspetto della trasmissione del sapere favorendo invece skills cognitive di altro tipo: da un lato, attiva lo studente in quanto cliente e consumatore di cultura, incoraggiandolo a “scegliere” ciò che più lo aggrada, fissandolo così alla propria identità, alle proprie inclinazioni; dall’altro, lo addestra ad apprendere solo ciò che risulta spendibile in una pratica ottusa e limitata, consegnandogli compiti da svolgere. Lo addestra al lavoro eterodiretto, alla sua forma squisitamente capitalistica.

La metafisica delle competenze

In tutto questo le “competenze” fungono da concetto ideologico fondamentale, sono l’architrave teorico della laborialità. Esse vengono evocate per alludere ad una forma di sapere consustanziale ai rapporti produttivi dominanti. Nel corso degli anni le competenze hanno assunto infatti i più diversi significati, la loro ampiezza è cambiata (dalle “competenze di base” alle “competenze di cittadinanza”), così come il loro oggetto e la loro funzione (dalle “competenze chiave” alle “competenze trasversali”).[11]

Si potrebbe, e si dovrebbe, ovviamente contestare alla radice questa ricerca di una definizione sempre più precisa delle “competenze”. A partire dalla distinzione stessa tra conoscenze e competenze che è totalmente astratta. Lo stesso punto di vista che concepisce lezione, studio e verifica come momenti “separati”, dunque astratti, del processo formativo pretende poi risolvere il problema creato dalla propria falsa astrazione attraverso la falsa concretezza della didattica laboratoriale. Se, come si ribadisce ad nauseam, non esistono competenze senza conoscenze non può che essere vero anche il contrario. Oltre che astratta la nozione di competenza appare quindi spesso del tutto pleonastica poiché ogni disciplina che venga appresa non in modo pedantesco e meccanico ma con passione, rigore e continuità produce motu proprio un passaggio di livello metacognitivo.

Le competenze appaiono come l’esito di una stratificazione ridondante e arbitraria: da un lato dicono un po’ sempre la stessa cosa, dall’altro mescolano cose assolutamente diverse e inconciliabili; per un verso sono legate alla pratica operativa, per un altro si involano verso livelli spiritualistici di autocoscienza. Se il saper-fare è sempre legato a un apprendimento di tipo performativo che ne garantisce, tra l’altro, la misurabilità, la competenza si eleva anche, consapevolmente, al di sopra del piano delle “mere” conoscenze.[12] E questo è non solo difficilmente misurabile ma anche difficilmente definibile senza entrare in un circolo vizioso. Ogni volta che questo aspetto della competenza viene codificato, infatti, ad es. attraverso le famigerate tabelle ministeriali, ci troviamo di fronte ad affermazioni tautologiche: l’alunno “sa scegliere”, “padroneggia”, “discute criticamente” ecc.[13]

Passando alle competenze “chiave”, a quelle “trasversali” fino alle competenze di “cittadinanza” che dovrebbero accompagnare le transizioni green e digitali dell’UE (per tacere del recente pilastro sui diritti sociali), entriamo in un vortice di definizioni sempre più pretenziose e vacue che coinvolgono la dimensione psico-emotiva ed attitudinale, l’arte di “apprendere ad apprendere”, il possesso degli strumenti per una maggiore inclusione sociale, senza farci mancare, ovviamente, la valorizzazione di competenze falsamente neutrali come la leadership e l’imprenditorialità.

Dalle competenze alla critica dell’ideologia

A poco servono le iniezioni di “valori” con cui l’UE pompa le competenze fino a farle esplodere. Esse restituiscono un’immagine di come l’UE si autorappresenta: un mondo in cui è possibile amministrare il conflitto perpetuando l’oppressione sociale nel momento stesso in cui se ne denuncia l’inammissibilità de iure. Il suo pragmatismo civile è fatto della stessa pasta inconsistente delle sue competenze e della sua laborialità: come quelle mescola nobili idealità e cieco operazionismo. Come quelle sprofonda nell’irrazionalità perché si rifiuta di riconoscere che è la parzialità della logica autoritaria del capitale a impedire il progresso dell’universale come forma realizzata della vita collettiva.

La scuola del futuro dovrebbe favorire la “creatività” e insegnare come “apprendere ad apprendere”. Ma di chi è quella “creatività”? E per fare cosa dovremmo apprendere ad apprendere? Se alla scuola pubblica viene sottratta la capacità di pensarsi come luogo alternativo tanto al consumo quanto al mondo del lavoro, non le resta alcuna alterità da rappresentare rispetto a queste sfere in cui domina incontrastato il capitale.

La “creatività” di cui possiamo essere portatori collettivamente è inversamente proporzionale a quella che possiamo esprimere individualmente. E questo è tanto più vero nelle relazioni industriali in cui, come si è visto, la creatività deve accompagnarsi sempre alla capacità di riformulare un compito assegnato e circoscritto. Nella fase espansiva della socialdemocrazia la creatività della classe operaia lottava contro la gabbia d’acciaio di una razionalità di classe, voleva entrare dentro quel meccanismo espansivo e appropriarsene per rovesciarne la razionalità in direzione di una reale universalità: un compito che univa il sapere umanistico, scientifico e tecnico.

L’attuale attacco alla scuola pubblica va in direzione esattamente contraria: asseconda le pulsioni anarcoidi della soggettività neoliberale e distrugge ogni possibilità di un sapere trasformativo, di un inveramento rivoluzionario della cultura classica. Anche il suo anti-autoritarismo è una parodia della lotta che fu e che, nei suoi momenti migliori, vedeva alleati studenti e docenti contro l’autorità del capitale nei confronti del lavoro. La tendenza attuale a mettere in discussione ogni asimmetria nel rapporto docente/discente è piuttosto una forma di preparazione al team-working. L’insegnante, che pure ha dalla sua il potere di disporre dell’alunno, deve incarnare un potere buono e condiscendente, deve prefigurare la condizione in cui il lavoratore assumerà spontaneamente il compito di collaborare al proprio sfruttamento, si sentirà non oppresso ma partner dell’oppressore.

Se allo studente viene insegnato che la creatività precede e non segue l’apprendimento non potrà accedere alla consapevolezza che la creatività non solo non è “sua” ma si realizza appieno solo con gli altri. Che la trasformazione della vita è opera di quella libertà che inizia veramente solo laddove si impara a riconoscere la sua forma mistificata e oppressiva.

Note
[1] Presentazione del Programma Nazionale SCUOLA E COMPETENZE 2021-2027
[2] Cfr. Marco Maurizi, L’invasione degli ultra-pedagogisti. Scuola democratica, universalismo e lotta di classe, in Sinistrainrete.info
[3] Cfr. Marco Maurizi, La scuola della crisi. Lavoro docente ed emancipazione sociale, in Kulturjam, 17/07/2022, ora in Id., Ecce Infans. Diseducare alla pedagogia del dominio, Novalogos, Aprilia 2023, pp. 71-77.
[4] Sull’onda di una concezione pedagogica moralistica e soggettiva, che si spaccia per “concreta” e “operativa” ma che muove invece da uno sguardo astratto, tutto concentrato sulle “relazioni” all’interno dell’istituzione scolastica. Si tratterebbe piuttosto di partire dalla posizione e dal ruolo della scuola nella società, materialisticamente intesa.
[5] Michele Dal Lago, L’autosufficienza educativa dell’impresa: una lettura critica, in “Altronovecento”, n. 22, 1/02/2013. Molte idee che sostengo in questo articolo sono una ripresa di concetti che Dal Lago aveva già elaborato in questo saggio di dieci anni fa. Colgo l’occasione per ringraziarlo del costante lavoro di stimolo e di chiarimento. Sull’ideologia neoliberista che sottende la recente “riforma” della formazione tecnica e professionale cfr. Daniele Lo Vetere La riforma dei tecnici e dei professionali e la produzione del capitale umano nella scuola dell’età neoliberale – Le parole e le cose²
[6] L’intervento del Ministro Giuseppe Valditara ad Atreju 2023 (youtube.com)
[7] Daniele Lo Vetere, Difesa della lezione frontale – Le parole e le cose²
[8] Programma Operativo Nazionale 2014-2020 per la Scuola. Competenze e ambienti per l’apprendimento, al convegno di Palermo “Porte aperte all’innovazione”, 15 novembre 2018.
[9] Il Ministro Valditara forza e per decreto attiva la sperimentazione della filiera formativa tecnologico-professionale (flcgil.it)
[10] Masino, citato in Michele Dal Lago, L’autosufficienza educativa dell’impresa: una lettura critica – Altro Novecento | Fondazione Micheletti
[11] Cfr. ad es. Michele Pellerey, Competenze di base, competenze chiave e standard formativi, in Osservatorio sulle riforme, 2006, pp. 67-89.
[12] Piuttosto dovremmo dire, come abbiamo già accennato, che è proprio la pretesa di costituire un livello metacognitivo a sé stante a produrre l’immagine negativa di un livello di “mera” conoscenza fattuale.
[13] Da dove nasce la competenza di chi pontifica sulle competenze è domanda non meno abissale di quella che assale il malcapitato che provi a comprendere come si attivino le competenze del proprio ambito disciplinare specifico. Anche perché, kantianamente, se si potesse inventare una regola preposta a ciò non servirebbe il lavoro “creativo” dell’intelletto che si pretende suscitare nei discenti. I. Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 132.
Fonte

11/09/2023

La proprietà intellettuale si sta trasformando in un monopolio della conoscenza?

Il XX secolo ha visto la nascita di università e istituti tecnici finanziati con fondi pubblici, mentre lo sviluppo tecnologico si concentrava nei laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi aziende. L’era dell’inventore solitario – Edison, Siemens, Westinghouse, Graham Bell – era finita con il XIX secolo.

Il ventesimo secolo è stato caratterizzato da laboratori di R&S basati sull’industria, in cui le aziende riunivano scienziati e tecnologi di spicco per creare le tecnologie del futuro. In questa fase, il capitale stava ancora espandendo la produzione. Anche se il capitale finanziario era già dominante rispetto al capitale produttivo, i principali paesi capitalisti avevano ancora una forte base manifatturiera.

In questa fase di sviluppo, la scienza era considerata un bene pubblico e il suo sviluppo era in gran parte concentrato nel sistema universitario o negli istituti di ricerca finanziati con fondi pubblici.

Lo sviluppo della tecnologia era in gran parte considerato un’impresa privata. Si supponeva che la scienza producesse nuove conoscenze, che potevano poi essere estratte dalla tecnologia per produrre manufatti. Il ruolo dell’innovazione era quello di convertire le idee in manufatti.

Il sistema della proprietà intellettuale – brevetti e altri diritti – è nato per fornire protezione alle idee utili incarnate nei manufatti. Fin dall’inizio, i brevetti avevano anche uno scopo pubblico: il monopolio concesso dallo Stato per un certo periodo doveva garantire l’eventuale divulgazione pubblica dell’invenzione: la contropartita era la piena divulgazione pubblica in cambio di un monopolio di durata limitata.

La trasformazione di questo sistema, che era esistito per diversi secoli, è avvenuta in seguito a due importanti cambiamenti nella produzione della conoscenza.

Il primo riguarda il modo in cui, nell’ambito dell’ordine neoliberale, il sistema universitario di produzione della conoscenza è stato trasformato in un’impresa commerciale a scopo di lucro.

In secondo luogo, la distinzione tra scienza e tecnologia si è notevolmente attenuata e le due cose sono più strettamente integrate rispetto al passato. Ad esempio, un progresso nella genetica può portare quasi senza soluzione di continuità a un prodotto – un farmaco, uno strumento diagnostico o un seme – che è sia brevettabile che commercializzabile. Lo stesso vale per le innovazioni nel campo dell’elettronica e delle comunicazioni.

Molte discipline scientifiche e anche la produzione di ricerca nelle università sì sono, di conseguenza, avvicinate ai sistemi di produzione. La conversione del sistema universitario in un sistema che produce conoscenza direttamente per scopi commerciali è avvenuta di pari passo con la distruzione dei laboratori di ricerca e sviluppo che facevano parte del panorama industriale del XX secolo.

Il capitale finanziario controlla la scienza universitaria, non solo attraverso “investimenti” in R&S, ma anche attraverso l’acquisto di “conoscenza”. Il suo monopolio si esercita attraverso l’acquisto dei brevetti che la ricerca universitaria produce. Questo monopolio, a sua volta, permette al capitale finanziario di dominare sul capitale industriale.

La fine del XX secolo ha rivelato la rottura tra capitale finanziario e capitale produttivo. Oggi il capitale globale opera molto più come capitale finanziario disincarnato, controllando la produzione da un lato e controllando la tecnologia e i mercati dall’altro.

In questa fase, in cui il capitale vive sempre più di speculazione e di rendita, si assiste anche a una marcata separazione della conoscenza come capitale dal capitale produttivo o fisico (impianti e macchinari).

Foxconn/Hon Hai Precision Industries produce prodotti Apple, ma non può rivendicare una quota importante dei profitti derivanti dalla loro vendita, poiché Apple detiene la conoscenza intellettuale e i diritti di proprietà. Approssimativamente, Apple ottiene il 31% dei profitti derivanti dalla vendita di un iPhone, Foxconn meno del 2%.

La trasformazione del capitale in ricerca di rendita, utilizzando il monopolio sulla conoscenza (brevetti, diritti d’autore, disegni industriali, ecc.), caratterizza l’attuale fase del capitale. I Paesi a capitalismo avanzato sono diventati sempre più economie di rendita e di “servizio”.

In sostanza, dominano il mondo in virtù del controllo della struttura finanziaria globale, delle nuove conoscenze necessarie per la produzione e della distribuzione attraverso la vendita al dettaglio e i marchi globali.

Anche se le università sono state catturate dal capitale e trasformate nella cosiddetta University Inc, la nuova conoscenza che producono è ancora finanziata pubblicamente. Questo vale sia per i Paesi capitalisti avanzati che per quelli come l’India.

La direzione della ricerca scientifica è dettata dal capitale privato, che si appropria di ogni risultato positivo, eppure questa trasformazione della scienza non è avvenuta grazie al finanziamento privato. Il costo della ricerca fondamentale è elevato e solo alcuni dei suoi risultati possono avere benefici immediati in termini di avanzamento tecnologico.

È qui che lo Stato, sia nell’elettronica che nella genetica, si fa carico dei costi, mentre i brevetti vengono ceduti al capitale privato. Un tratto distintivo del sistema neoliberale è la socializzazione del rischio e la privatizzazione delle ricompense.

La consapevolezza che la scienza deve essere ripristinata come un esercizio aperto e collaborativo ha dato vita al movimento dei beni comuni. Per un curioso gioco di prestigio, il capitalismo considera infiniti i beni comuni finiti – l’atmosfera e i grandi corpi idrici come laghi, fiumi e oceani – e chiede il diritto di scaricare i rifiuti in questi beni.

Eppure considera la conoscenza, che può essere copiata un numero infinito di volte senza subire perdite, come finita e pretende diritti di monopolio su di essa!

Mai prima d’ora la società ha avuto la capacità che ha oggi di mettere insieme comunità e risorse diverse per produrre nuova conoscenza. È un lavoro sociale e universale, e la sua appropriazione privata come proprietà intellettuale sotto il capitalismo impedisce di liberare l’enorme potere della collettività di generare nuova conoscenza e di portare beneficio alle persone.

di Prabir Purkayastha, editore e fondatore di Newsclick.in, una piattaforma di media digitali. È un attivista per la scienza e il movimento del software libero. Il suo libro più recente è Knowledge as Commons: Towards Inclusive Science and Technology (LeftWord, 2023).

Fonte

10/06/2023

ChatGPT, valore e conoscenza. Un approccio marxista

di Gugliemo Carchedi

In un commento al post di Michael Roberts sull’intelligenza artificiale (IA) e le nuove macchine per l’apprendimento del linguaggio (LLM), l’autore e commentatore Jack Rasmus ha sollevato alcune domande, che mi sono sentito in dovere di riprendere.

Jack ha detto: “l’analisi di Marx sulle macchine e il suo punto di vista secondo cui le macchine sono un valore del lavoro condensato che viene trasferito nella merce quando si deprezza, si applicano completamente alle macchine basate su software AI che hanno la capacità crescente di auto-mantenersi e aggiornare il proprio codice senza l’intervento del lavoro umano – cioè di non deprezzarsi?“.

La mia risposta alla legittima domanda di Jack presuppone lo sviluppo di un’epistemologia marxista (una teoria della conoscenza), un’area di ricerca che è rimasta relativamente inesplorata e poco sviluppata.

A mio avviso, una delle caratteristiche principali di un approccio marxista è la distinzione tra “produzione oggettiva” (la produzione di cose oggettive) e “produzione mentale” (la produzione di conoscenza).

La cosa più importante è che la conoscenza deve essere vista come materiale, non come “immateriale”, né come un riflesso della realtà materiale. Questo ci permette di distinguere tra mezzi di produzione (MP) oggettivi e MP mentali; entrambi sono materiali.

Marx si è concentrato principalmente, ma non esclusivamente, sui primi. Ciononostante, nelle sue opere ci sono molti spunti su come dovremmo intendere la conoscenza.

Una macchina è un MP oggettivo; la conoscenza incorporata in essa (o disincorporata) è un MP mentale. Quindi, l’IA (compresa ChatGPT) dovrebbe essere vista come una MP mentale. A mio avviso, dato che la conoscenza è materiale, i MP mentali sono materiali quanto i MP oggettivi.

Perciò, i MP mentali hanno valore e producono plusvalore se sono il risultato del lavoro mentale umano svolto per il capitale. Quindi, l’IA coinvolge il lavoro umano. Solo che si tratta di lavoro mentale.

Come i MP oggettivi, anche quelli mentali aumentano la produttività e riducono il lavoro. Il loro valore può essere misurato in ore di lavoro. La produttività dei MP mentali può essere misurata, ad esempio, dal numero di volte in cui ChatGPT viene venduto o scaricato o applicato ai processi di lavoro mentale.

Come i MP oggettivi, il loro valore aumenta con l’aggiunta (da parte del lavoro umano) di miglioramenti (ulteriore conoscenza) e diminuisce a causa dell’usura. Quindi, i MP mentali (AI) non solo si svalutano, ma lo fanno anche a un ritmo molto veloce. Si tratta di un deprezzamento dovuto alla concorrenza tecnologica (obsolescenza), piuttosto che di un deprezzamento fisico. E, come i MP oggettivi, la loro produttività influisce sulla redistribuzione del plusvalore

Nella misura in cui i nuovi modelli di ChatGPT sostituiscono quelli più vecchi, a causa dei differenziali di produttività e dei loro effetti sulla redistribuzione del plusvalore (teoria dei prezzi di Marx), i modelli più vecchi perdono valore rispetto a quelli più nuovi e più produttivi.

Jack chiede: “questa capacità è basata sul lavoro umano o no? Se no, cosa significa un ‘no’ per il concetto chiave di Marx della composizione organica del capitale e, a sua volta, per il vostro (Roberts e Carchedi, ndt) più volte dichiarato appoggio all’ipotesi della caduta tendenziale del tasso di profitto?“.

La mia risposta precedente è stata che questa “capacità” non solo è basata sul lavoro umano (mentale), ma è lavoro umano. Da questo punto di vista, non c’è alcun problema con il concetto di Marx di composizione organica del capitale (C).

Poiché l’IA e quindi ChatGPT sono nuove forme di conoscenza, di MP mentale, il numeratore di C è la somma di MP oggettivo più MP mentale. Il denominatore è la somma del capitale variabile speso in entrambi i settori. Quindi il tasso di profitto è il plusvalore generato in entrambi i settori diviso per (a) la somma dei MP in entrambi i settori più (b) il capitale variabile speso sempre in entrambi i settori.

Quindi la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto è invariata dal MP mentale, contrariamente a quanto suggerito da Jack.

Per comprendere meglio i punti sopra esposti, è necessario esaminare e sviluppare la teoria implicita della conoscenza di Marx. Questo è ciò che fanno i paragrafi seguenti, anche se in una versione estremamente sintetica.

Consideriamo innanzitutto i computer classici. Essi trasformano la conoscenza sulla base della logica formale, o logica booleana o algebra, che esclude la possibilità che la stessa affermazione sia vera e falsa allo stesso tempo. La logica formale e quindi i computer escludono le contraddizioni. Se potessero percepirle, sarebbero errori logici. Lo stesso vale per i computer quantistici.

In altre parole, la logica formale spiega i processi di lavoro mentale predeterminati (in cui il risultato del processo è noto in anticipo e quindi non contraddittorio con la conoscenza che entra in quel processo di lavoro), ma esclude i processi di lavoro mentale aperti (in cui il risultato emerge come qualcosa di nuovo, non ancora noto).

Un processo aperto attinge a un bagaglio di conoscenza informe e potenziale, che ha una natura contraddittoria a causa della natura contraddittoria degli elementi in esso sedimentati. A differenza della logica formale, la logica aperta si basa sulle contraddizioni, compresa la contraddizione tra gli aspetti potenziali e quelli realizzati della conoscenza. Questa è la fonte delle contraddizioni tra gli aspetti della realtà, compresi gli elementi della conoscenza.

Per tornare all’esempio precedente, per i processi di lavoro mentale aperti, A=A e anche A¹A. Non c’è contraddizione in questo caso. A=A perché A come entità realizzata è uguale a se stessa per definizione; ma A¹A perché A realizzata può essere in contraddizione con A potenziale. Questa è la natura del cambiamento, qualcosa che la logica formale non può spiegare.

Questo vale anche per l’Intelligenza Artificiale (IA). Come i computer, l’IA funziona sulla base della logica formale. Ad esempio, alla domanda se A=A e se allo stesso tempo può essere A¹A, Chat GPT risponde negativamente. Poiché funziona sulla base della logica formale, l’IA non ha un serbatoio di conoscenza potenziale da cui estrarre altra conoscenza. Non può concepire le contraddizioni perché non può concepire il potenziale. Queste contraddizioni sono l’humus del pensiero creativo, cioè della generazione di nuova conoscenza ancora sconosciuta.

L’intelligenza artificiale può solo ricombinare, selezionare e duplicare le forme di conoscenza realizzate. In compiti come la visione, il riconoscimento delle immagini, il ragionamento, la comprensione della lettura e il gioco possono ottenere risultati migliori degli esseri umani. Ma non possono generare nuova conoscenza.

Consideriamo il riconoscimento facciale, una tecnica che confronta la fotografia di un individuo con un database di volti noti per trovare una corrispondenza. Il database è costituito da una serie di volti noti. La ricerca di una corrispondenza seleziona un volto già realizzato, cioè già conosciuto. Non viene generata nuova conoscenza (nuovi volti).

Il riconoscimento facciale può trovare una corrispondenza molto più rapidamente di quanto possa fare un essere umano. Rende il lavoro umano più produttivo. Ma la selezione non è creazione. La selezione è un processo mentale predeterminato; la creazione è un processo mentale aperto.

Prendiamo un altro esempio. ChatGPT sembrerebbe emulare la scrittura creativa umana. In realtà, non è così. Ricava la sua conoscenza da grandi quantità di dati testuali (gli oggetti della produzione mentale). I testi sono divisi in pezzi più piccoli, frasi, parole o sillabe, i cosiddetti token.

Quando ChatGPT scrive un pezzo, non sceglie il token successivo in base alla logica dell’argomento (come fanno gli esseri umani). Sceglie invece il token più probabile. Il risultato della scrittura è una catena di token assemblati sulla base della combinazione statisticamente più probabile. Si tratta di una selezione e ricombinazione di elementi di conoscenza già realizzati, non della creazione di nuova conoscenza.

Come dicono Chomsky et al. (2023): “l’intelligenza artificiale prende enormi quantità di dati, ne cerca gli schemi e diventa sempre più abile nel generare risultati statisticamente probabili, come un linguaggio e un pensiero apparentemente simili a quelli umani... [ChatGPT] si limita a riassumere gli argomenti standard della letteratura“.

Potrebbe accadere che ChatGPT produca un testo che non è mai stato pensato dagli esseri umani. Ma si tratterebbe comunque di un riassunto e di una rielaborazione di dati già noti. Non ne potrebbe scaturire una scrittura creativa, perché la nuova conoscenza realizzata può emergere solo dalle contraddizioni insite nella conoscenza potenziale.

Morozov (2023) fornisce un esempio rilevante: “l’opera d’arte Fountain di Marcel Duchamp del 1917. Prima dell’opera di Duchamp, un orinatoio era solo un orinatoio. Ma, con un cambio di prospettiva, Duchamp lo trasformò in un’opera d’arte. Alla domanda su cosa avessero in comune il portabottiglie, la pala da neve e l’orinatoio di Duchamp, Chat GPT ha risposto correttamente che sono tutti oggetti di uso quotidiano che Duchamp ha trasformato in arte”.

“Ma quando gli è stato chiesto quali oggetti di oggi Duchamp avrebbe potuto trasformare in arte, ha suggerito smartphone, monopattini elettronici e maschere facciali. Non c’è alcun accenno a una vera ‘intelligenza’. È una macchina statistica ben gestita ma prevedibile“.

Marx fornisce il quadro teorico adeguato per comprendere la conoscenza. Gli esseri umani, oltre a essere individui concreti unici, sono anche portatori di relazioni sociali, in quanto individui astratti.

In quanto individui astratti, “umani” è una denominazione generale che cancella le differenze tra gli individui, tutti con interessi e visioni del mondo diversi. Anche se le macchine (i computer) potessero pensare, non potrebbero pensare come gli esseri umani determinati dalla classe, con concezioni diverse, determinate dalla classe, di ciò che è vero e falso, giusto o sbagliato.

Credere che i computer siano in grado di pensare come gli esseri umani non solo è sbagliato, ma è anche un’ideologia a favore del capitale, perché significa essere ciechi di fronte al contenuto di classe della conoscenza immagazzinata nel lavoro e quindi alle contraddizioni insite nella generazione della conoscenza.

Per approfondire la teoria marxista della conoscenza e la sua relazione con la legge del valore di Marx, si veda il mio recente articolo, The Ontology and Social Dimension of Knowledge: The Internet Quanta Time, International Critical Thought, 2022 e il libro scritto con Michael Roberts, Capitalism in the 21st century, capitolo quinto.

Fonte

23/10/2021

[Contributo al dibattito] - Scienza “non neutra” o negazione della scienza?

Ci sembra ora di prendere per le corna uno pseudo-argomento, portato addirittura con ambizioni “epistemologiche”, che sta dietro e dentro l’ideologia “no vax”, i dubbi e le paure di tante gente (anche compagni di lunga esperienza), le diffidenze sui vaccini e zone limitrofe.

In breve, alcuni ci rimproverano di “berci la narrazione del potere” in materia di vaccini, perché “inconsapevoli” – nel migliore dei casi – del fatto che la scienza non è neutrale, in regime capitalistico.

Una discussione epistemologicamente seria su questo argomento richiederebbe uno spazio corposo e soprattutto un linguaggio specialistico ostico ai più, nonché – come nelle normali discussioni scientifiche – note e citazioni in abbondanza.

Siamo un giornale, abbiamo abituato i nostri lettori a una scrittura più attenta alla divulgazione che non allo specialismo, e dunque rimaniamo su questo piano, rinviando ad altre occasioni ogni confronto di livello “accademico”.

La discussione sulla non neutralità della scienza ha attraversato tutto il Novecento, e soprattutto gli anni Settanta. In Italia, in particolare, va ricordato il grande contributo di Marcello Cini, fisico de La Sapienza, comunista prima nel PCI e poi nel gruppo de il manifesto.

Il suo libro L’ape e l’architetto – a dispetto dei ricordi sballati di tale Gianni Riotta – segnò la discussione, sancendo la distanza irreversibile con lo scientismo, ovvero con la convinzione (una fede come un’altra) che solo la scienza positiva – quella che concretamente c’è in questo momento – può risolvere i problemi dell’umanità.

Il corollario dello scientismo positivista era naturalmente che la scienza progredisse in modo lineare – dall’ignoranza al sapere – senza troppe interferenze del mondo circostante sul lavoro degli scienziati, come se il “processo di produzione” della conoscenza fosse indifferente a qualsiasi condizionamento.

Non fu difficile, anche se doloroso per l’ego di molti scienziati, dimostrare che invece molto di quel lavoro dipende dal mondo circostante.

Influiscono molto le culture dominanti, in un certo periodo, in una certa area del pianeta; le tradizioni e i luoghi comuni; e più di tutto le esigenze del capitale.

A parte forse alcune istituzioni dedite alla ricerca pura – finanziate da grandi Stati o insiemi di Stati, quasi esclusivamente nell’ambito della fisica – la maggior parte della ricerca è oggettivamente “condizionata” dai finanziamenti.

Di fatto, un singolo scienziato o un gruppo deve riuscire a trovare il finanziamento “giusto”. E dunque, nella maggior parte dei casi, adattarsi a cercare quel che interessa al finanziatore (azienda o Stato che sia), più e prima di quello che sarebbe “giusto” in una logica di “crescita disinteressata della conoscenza”.

Negli USA (ma anche in Cina e Russia, Francia o Gran Bretagna, ecc.) la ricerca scientifica legata alle esigenze militari comporta che molti “addetti ai lavori” vengano inquadrati direttamente nell’esercito. In campo medico, ovviamente, la gran parte dei finanziamenti privati è mirato su prodotti che possono portare profitto, più che salute (antidepressivi e dimagranti, per dire, rendono molto di più dei vaccini e costano molto meno in ricerca).

Aggiungiamoci pure che gli scienziati sono donne e uomini come tutti gli altri, con le loro passioni – nobili o ignobili che siano – oltre che ambizioni, gelosie, miserie e nobiltà.

Ergo, possiamo dire senza alcun dubbio che la scienza non è neutra sia sotto l’aspetto del processo produttivo della conoscenza che nell’individuazione degli obbiettivi della ricerca.

Ma altrettanto senza dubbio è il fatto che i risultati di quella produzione scientifica sono oggettivi, veri in modo storicamente determinato (ossia perfettibili e ribaltabili nel progresso della ricerca). Perché confermati dal processo sperimentale, dalla revisione tra pari (altri gruppi di ricercatori debbono ripetere quell’esperimento e “trovare” gli stessi risultati nelle stesse condizioni), ecc.

Si potrà sicuramente fare ancor meglio in futuro, ma per l’intanto quei risultati sono una certezza che permette di fare un passo avanti.

E questo vale tanto sul piano delle leggi fisiche (biologiche, chimiche, ecc.), quanto sul piano della ricerca applicata, ossia finalizzata all’innovazione tecnologica.

Una catena di montaggio automatizzata è certamente utile al capitale per tagliare occupazione e costo del lavoro per unità di prodotto; ma servirebbe anche in un sistema socialista che riduce al minimo il tempo di lavoro necessario per tutti (un’ora, magari, invece di otto).

Il fatto che sia stata inventata e prodotta capitalisticamente, insomma, non ne riduce l’importanza e l’oggettiva validità.

E così anche per i vaccini, che certamente sono stati “selezionati politicamente” (sono ammessi solo quelli “euro-atlantici”, dalle nostre parti), ma altrettanto certamente sono stati analizzati e riconosciuti anche dai ricercatori della “concorrenza” (cubani, russi, cinesi). Se ci fosse anche un solo piccolo dubbio di validità ed efficacia (relativa, come per tutti i vaccini) non mancherebbero di farlo notare, se non altro per “piazzare” meglio i propri prodotti sul mercato mondiale.

Ancora più semplice il caso delle “leggi della natura,” che certo non cambiano se scoperte a Cuba o negli States.

Poi, è ovvio, è sempre possibile “inventare” prodotti inutili o dannosi, “elisir di lunga vita” e pozioni magiche velenose. Ma questo ha a che fare con la natura del capitalismo, la ricerca del profitto, ecc.; nulla con la scienza (anche se qualche scienziato avido può sempre esser chiamato a collaborare per rassicurare sulla “bontà del prodotto”).

È qui che la mentalità complottista si inserisce.

Siccome è possibile (anzi, è sicuro) che alcune conclusioni o “prodotti” non siano esattamente delle “verità scientifiche”, per quanto presentate da scienziati più o meno autorevoli, allora non esiste più alcuna verità scientifica, nessun “concreto di pensiero” confermato in via sperimentale.

Per questa via, in assenza di un briciolo di istruzione secondaria di medio livello, si annulla ed ignora quel millenario processo di accumulazione della conoscenza nato dalla separazione netta – a far data dalla cultura greca classica – tra opinione soggettiva (dòxa) ed epìsteme (pensiero che corrisponde alla cosa, concetto che corrisponde all’oggetto).

Se la conoscenza di tutti e di chiunque diventa solo una opinione, al pari di una fede religiosa o calcistica, ognuna di esse ha altrettanto diritto di essere sostenuta, rispettata, esibita. Di più: ognuna di esse ha diritto di pesare nella determinazione delle scelte collettive.

A prescindere dalla corrispondenza con la realtà fisica. O di un virus.

Immaginiamo di fare un referendum per decidere se è la Terra a girare intorno al Sole o viceversa.

Siete sicuri che vincerebbe la posizione scientifica moderna? E se dovesse vincere l’altra (quella simil-tolemaica, che almeno era “scientifica” ancorché ancorata alle scarse conoscenze di un tempo in cui gli unici strumenti di osservazione erano gli occhi), Sole e Terra obbedirebbero alla “volontà popolare”?

Ovvio che no (lo scriviamo per togliere il dubbio agli incerti).

Ma qui interviene anche la strategia di distrazione di massa di un governo certamente reazionario, ma razionale. Invece di imporre l’obbligatorietà della vaccinazione – un risultato della ricerca scientifica, per quanto perfettibile e non immunizzante al 100% – ha preferito imporre un atto burocratico.

Con ciò ha trasformato una questione di necessità sanitaria – come gli altri dieci vaccini obbligatori che abbiamo tutti fatto senza problemi – in un atto discrezionale di oscura motivazione politica.

Fin quando poi questo “certificato” limitava soltanto le attività ludiche individuali (ristoranti, bar, discoteche, ecc.), in fondo, chissenefrega. Si vive benissimo anche senza, per qualche mese. Protestavano gli imprenditori di quelle attività, qualche lavoratore precario in attesa di trovare qualcos’altro, ma tutto nei limiti del “fisiologico”.

Quando è andato a toccare le necessità vitali – lavorare, prendere uno salario, rischiare il licenziamento per assenza ingiustificata – si è creato il cortocircuito mortifero che ha ingigantito la “popolarità” di una spiegazione irrazionale (“no vax”), in assenza di una razionalità popolare contrapposta a quella del governo reazionario “con tutti dentro”.

Chi credeva che bastasse “contendere le piazze ai fascisti”, cercando di partecipare o mettesi alla testa di questa protesta, si è ritrovato, magari suo malgrado, a dover condividere o tollerare l’irrazionalismo travestito da “dubbio scettico”, facile da riconoscere per la sua serialità (si risponde scientificamente a una domanda, ne esce fuori un’altra, si risponde ma ne viene fuori un’altra, e via così, all’infinito). E quindi a dire o avallare stronzate per essere “interno ai movimenti”.

Ora, non c’è modo di “canalizzare” in senso progressivo o rivoluzionario una protesta senza ragioni o obbiettivi che possano prefigurare un diverso rapporto di forza politico. Tolto il green pass, infatti, non hai guadagnato quasi nulla di concreto (tranne la fine del temporaneo ricatto occupazionale su una minoranza dei lavoratori).

Resta il problema della pandemia e quindi della vaccinazione. E lì ritrovi intatta e immarcescibile tutta la fogna reazionaria che pensavi di poter “egemonizzare”.

Siamo alla fine di questo breve viaggio.

La scienza non è neutrale. E neanche l’irrazionalismo e l’individualismo (la “libertà di scelta”, in un’epidemia mondiale, è un’autobomba a un funerale).

La scienza e la razionalità possono essere “borghesi” o “rivoluzionarie” (il socialismo di Marx è noto per esser stato definito, appunto, scientifico).

L’irrazionalismo è sempre borghese e reazionario. Chiunque lo faccia proprio.

Fonte

15/04/2020

Alvaro Garcia Linera: il panico globale della pandemia

Di Alvaro Garcia Linera, ex vicepresidente nella Bolivia di Evo Morales oggi rifugiato in Argentina; Testo presentato alla Conferenza inaugurale della Facoltà di Sociologia e Antropologia dell’Università Nazionale di San Martín il 30 marzo 2020.

Siamo entrati in un tempo paradossale tipico di una società mondiale in transizione. Tempi di destabilizzazione generalizzata in cui gli orizzonti condivisi si diluiscono e nessuno sa se ciò che arriverà domani sarà la ripetizione dell'oggi o un nuovo ordine sociale più preoccupato del benessere delle persone... oppure l’abisso. L’angosciosa contingenza del futuro è l’unica certezza. In verità adesso non ci troviamo più di fronte agli azzardi regolari della quotidianità come quando, per esempio, prendevamo la metropolitana per andare al lavoro e non potevamo prevedere chi avremmo incontrato nel vagone o se saremmo arrivati in tempo. L’incertezza attuale è più profonda, è affidata al fato, perché nessuno può sapere in realtà quando potrà prendere di nuovo la metropolitana, se avrà un lavoro verso il quale andare o, addirittura, se per allora saremo ancora vivi. Dunque, quello attuale è il crollo assoluto dell’orizzonte delle società in cui l’avvenire è a tal punto aleatorio che tutto l’immaginabile, compreso il nulla, potrebbe accadere.

Un piccolissimo virus fra le centinaia di migliaia esistenti ci sta portando al fatto che più di due miliardi e seicento milioni di persone devono sospendere le loro attività regolari, che una gran parte dei lavori con cui la gente riproduce le proprie condizioni di esistenza è paralizzata, mentre i governi mettono in funzione stati di eccezione riguardanti la possibilità di raggrupparsi o di spostarsi. Un panico globale si è impadronito dei mezzi di comunicazione e una nebbia di sospetti sul vicino/altro, portatore della malattia, cerca di coprire lo spirito dell’epoca.

L’impostura della globalizzazione

Il paradosso è che nel momento di esaltazione della globalizzazione dei mercati finanziari, delle catene di distribuzione commerciale, della cultura di massa e delle reti, il principale rimedio che si applica di fronte ad una malattia globalizzata sia l’isolamento individuale. È come una confessione di sconfitta di questi mercati globali e dei loro sacerdoti rispetto alla necessaria persistenza degli Stati, della sanità pubblica e delle famiglie come nuclei imprescindibili di socialità e di protezione. Perciò sembra addirittura grottesco vedere i profeti del libero commercio e dello “Stato leggero” che ieri ingiungevano di distruggere le frontiere nazionali e disfarsi dei “costosi” sistemi di diritti sociali (sanità, educazione, pensioni e altro), venir fuori adesso ad applaudire la chiusura profilattica delle frontiere ed esigere dallo Stato misure più drastiche per proteggere i cittadini e riattivare le economie nazionali. Che l’euforia globalizzante come destino finale dell’umanità si poggi solo sull’isolamento individuale e che l’unica organizzazione politica prevalente di fronte all’emergenza di un’infermità globale, frutto del corso stesso della globalizzazione, sia solo lo Stato, ci parla di una farsa senza attenuanti. C’è qualcosa che non funziona in questo paradosso: o la globalizzazione come progetto politico-economico è stato ed è una truffa collettiva per il reddito di pochi, o le società non hanno ancora compreso le “virtù” del mondo globale, il che vuol dire che se la realtà non si adatta alla retorica, quella che non sta funzionando è la realtà e non la retorica su questa realtà. La verità è che non esiste una risposta globalizzata a un dramma globale e questa è già una sentenza storica su un’epoca sventurata.

Insomma, si tratta di un colossale fallimento della globalizzazione così come fino ad ora è stata costruita e, soprattutto, del discorso politico che l’ha accompagnata e delle ideologie normative che l’hanno assecondata.

Certo, se si globalizzano i mercati azionari, ma non la protezione sociale; se si globalizzano le catene della distribuzione delle merci ma non il libero spostarsi delle persone; se si globalizzano le reti sociali ma non i salari né le opportunità, allora la globalizzazione è più un alibi per un certo numero di paesi, per un certo numero di persone per imporre il loro dominio, il loro potere e la loro cultura, che una vera integrazione universale dei progressi umani a beneficio di tutti.

Si tratta di una maniera mutilata di globalizzare la società che, mentre genera maggiore disuguaglianza e ingiustizia, indebolisce i meccanismi di protezione e cura creati durante decenni dai vari Stati nazionali.

Oggi sappiamo che i mercati finanziari non curano malattie globali, ne intensificano solo gli effetti sui più deboli; oggi vediamo che il libero commercio ha portato a un ritorno alla condizioni di uguaglianza simili a quelle del principio del secolo XX. Secondo Piketty, l’1% dei più ricchi degli Stati Uniti che nel 1975 erano arrivati a concentrare il 20% della proprietà del totale degli attivi immobiliari, professionali e finanziari, nel 2018 hanno aumentato la loro partecipazione fino a un 40% vicino all’anno 1920; oggi sappiamo che nessuna istituzione globale ha la più piccola possibilità di convincere le volontà sociali ad affrontare le avversità globali, mentre invece lo Stato lo sta già facendo. È come se la “mano invisibile” di Smith fosse non solo inservibile per la cura dell’umanità, ma più pericolosa della stessa pandemia. Il fatto è che la globalizzazione fino ad ora ha funzionato come un modo per accrescere i guadagni privati delle grandi imprese del mondo, mentre, al contrario, non serve a promuovere la protezione delle persone.

L’attuale epidemia non è la prima di carattere globale. Se ne sono già presentate altre dall’inizio del mercato mondiale al principio del secolo XVI, durante la colonizzazione dell’America quando il vaiolo ha ridotto del 70 – 80% la popolazione originaria; in seguito, in diversi luoghi del pianeta, infezioni del colera, dell’influenza russa nel secolo XIX, della spagnola, dell’influenza aviaria, del VIH, recentemente della SARS 1, H1N1 e altre.

Le malattie globali emergono dai modi di sussunzione formale e reale della natura viva alla razionalità della produzione mercantile, i quali spezzano processi regolati nella trasmissione di malattie fra specie animali diverse. Sussunzione formale quando si fa pressione sulla piccola economia agraria per internarsi sempre di più in boschi e in aree ecologicamente autosostenibili per mercantilizzare la flora e la fauna; sussunzione reale, quando la produzione pienamente capitalista impone illimitatamente nei boschi modi di lavoro agricolo estensivo adeguato ai mercati delle commodities. In entrambi i casi l’interfaccia fra la vita campestre e gli esseri umani che si andava regolando gradualmente durante decenni e durante secoli attraverso la diffusione in piccole comunità, adesso si comprime in giorni o settimane in giganteschi conglomerati umani, esplodendo in contagi fulminanti, massicci, devastanti.

Dietro ogni pandemia c’è una maniera di definire la ricchezza sociale come illimitata accumulazione privata di denaro e di beni materiali e che, per tanto, converte la natura, con le sue componenti di esseri vivi e inanimati, in una semplice massa di materia prima suscettibile di essere processata, depredata, finanziarizzata. È una maniera cieca di produrre sempre più denaro che però è impotente a produrre un modo globale per proteggere le persone e meno ancora la natura. Il risultato è un ordine dominante di società che non capisce che la sua maniera compulsiva di divorare la natura sull’altare del guadagno è una maniera di divorare se stesso.

Il fatto che adesso i mercati e le istituzioni globali si trincerino dietro le legittimità statali per cercare di contenere i demoni distruttivi che questa forma di globalizzazione ha scatenato è la constatazione di un doppio fallimento: delle istituzioni globali a proporre fattibili risposte globali per proteggere la salute delle persone di tutti i paesi; e dei mercati globali a impedire la rovina economica mondiale accelerata dalla pandemia.

Alla frenata economica degli ultimi anni adesso fa seguito la recessione globale, cioè una decrescita delle economie locali che porteranno ad una chiusura virale delle imprese, al licenziamento di milioni di lavoratori, alla distruzione del risparmio familiare, all’aumento della povertà e alla sofferenza sociale. E di nuovo i sacerdoti della globalizzazione, istigati dalla loro meschinità, incrociano le braccia aspettando che gli Stati nazionali spendano le loro ultime riserve, ipotechino il futuro di due generazioni almeno per contenere la rabbia popolare e temperare il disastro che gli architetti della globalizzazione hanno provocato.

Quando la potenza globale era evidente, aveva molti padri, ciascuno più accanito dell’altro rispetto alla finta superiorità storica del libero mercato. Ma adesso che la recessione economica spunta fuori, si presenta come orfana e senza responsabili. E toccherà al maltrattato Stato cercare di mettersi alla guida per attenuare i terribili costi sociali di un’orgia economica di pochi.

Il ritorno dello Stato

Sicuramente assistiamo e assisteremo o una rivalutazione generale dello Stato, sia nella sua funzione social-protettiva sia in quella economico finanziaria. Di fronte alle nuove malattie globali, al panico sociale e alle recessioni economiche, solo lo Stato ha la capacità organizzativa e la legittimità sociale in grado di poter difendere i cittadini.

Ci troviamo in un momento di regressione collettiva verso le paure sociali che, secondo Elías, sono le fondamenta delle costruzioni statali. Ma per adesso solo lo Stato, nella sua forma integrale gramsciana di apparato amministrativo e di società civile politicizzata e organizzata, può orientare volontà sociali verso azioni comuni e sacrifici condivisi richiesti dalle politiche pubbliche di cura rispetto alla pandemia e alla recessione economica.

In queste circostanze, lo Stato appare come una comunità di protezione rispetto ai rischi di morte e di crisi economica. E benché sia certo che il destino di molti deve dipendere dalla decisione di pochi che monopolizzano le decisioni statali – per questo Marx parlava di una “comunità illusoria” – queste decisioni dovranno essere efficaci per creare un corpo collettivo unificato nella sua determinazione a superare le avversità sempre che sia in grado di dialogare con le speranze profonde delle classi subalterne.

Perfino la recessione globale trova nello Stato nazionale l’unica realtà sociale capace di riorganizzare la freccia temporale del flusso della ricchezza delle nazioni per anticipare oggi per tutti ciò che sarà prodotto domani al fine di dare una spinta per entrare nel mondo del lavoro, nel consumo interno, nella creazione statale di impiego e nel credito produttivo.

Quanto durerà questo ritorno allo Stato, è difficile dirlo. Ma è chiaro che per un lungo periodo né le piattaforme globali, né i mezzi di comunicazione, né i mercati finanziari né i padroni delle grandi corporazioni avranno la capacità di articolare associatività e impegno morale come quelli degli Stati. Che ciò significhi un ritorno a forme identiche di stato di benessere o di sviluppo dei decenni passati non è possibile perché esistono delle interdipendenze tecniche ed economiche che non possono più fare marcia indietro per costruire società autocentrate sul mercato interno e sullo stipendio regolare. Ma senza Stato sociale preoccupato per l’attenzione alle condizioni di vita delle popolazioni saremo sempre condannati a ripetere queste rovine globali che fratturano brutalmente le società e le lasciano sull’orlo del precipizio storico.

Le forme emergenti di Stato dovranno combinare una rivalutazione del mercato interno, della protezione sociale ampliata agli stipendiati, ai non stipendiati e a forme ibride di lavoro autonomo, di profonde politiche di democratizzazione della proprietà e delle decisioni sul futuro, con l’articolazione controllata delle diverse catene di forniture mondiali, la fiscalizzazione radicale dei flussi finanziari e le immediate azioni di protezione dell’ambiente planetario.

Adesso un altro dei paradossi del tempo di biforcazione aleatoria come quello attuale è il rischio di un ritorno perverso dello Stato sotto la forma dei keynesismi invertiti e di un totalitarismo dei big data come nuovissima tecnologia di contenimento delle classi pericolose. Se il ritorno dello Stato serve per utilizzare denaro pubblico, cioè di tutti, per sostenere i tassi di reddito di pochi proprietari di grandi corporazioni, non ci troviamo davanti a uno Stato sociale protettore, ma a uno Stato patrimonializzato da un’aristocrazia degli affari, come è già successo durante tutto il periodo neoliberale che ci ha portato a questo punto di rovina sociale. E se l’uso dei big data è irradiato dalla cura medica della società alla contro insorgenza sociale, ci troveremo davanti a una nuova fase della biopolitica trasformata adesso in data-politica che passa dalla gestione disciplinare della vita in fabbrica, nei centri di reclusione e nei sistemi di salute pubblica, al controllo algoritmico della totalità degli atti della vita, cominciando dalla storia degli spostamenti, delle relazioni, delle scelte personali, dei gusti, dei pensieri e perfino delle probabili azioni future, trasformati adesso in dati di un qualche algoritmo che misura la pericolosità delle persone; oggi pericolosità medica, domani pericolosità culturale, dopodomani pericolosità politica.

L’irriducibilità del corpo

La verità è che il corpo, le tracce del corpo nello spazio-tempo sociale sono state sempre l’ossessiva destinazione di tutte le relazioni di potere e oggi lo sono in maniera assoluta. In uno dei suoi dialoghi, Valery diceva che la cosa più profonda di una persona è la pelle e non si sbagliava. Nella pelle del corpo sono incisi i codici della società per questa ragione quello che più manca nell’isolamento è l’incontro dei corpi, l’azione dei corpi vicini, il linguaggio dei corpi che ci parlano e ci educano senza che ne prendiamo coscienza.

E così sembra che stiamo seppellendo pure nell’angoscia dell’isolamento il volto tecnicista dell’utopia liberale dell’individualismo autosufficiente che pretendeva di sostituire la realtà sociale con la realtà virtuale. Fatto sta che i corpi, le loro interazioni, sono e continueranno ad essere imprescindibili per la creazione di società e di umanità. Adesso sappiamo che i lavori virtuali, il “telelavoro”, importanti e in crescita, non sono il modo predominante per generare la ricchezza delle nazioni; che la forza lavoro è sempre una somma di sforzo fisico e mentale; che le società nazionali si paralizzano se non c’è attività umana corporale, se non interagisce con altre corporeità. È come se la pelle e il corpo fossero forze produttive della società in generale e delle forme della comunità in particolare, cominciando da quella familiare, nazionale, mondiale.

Un like in Facebook è una convergenza stretta di inclinazioni che non produce di nuovo altro che l’incremento contabile di aderenze anonime. Un’assemblea, invece, è una permanente costruzione social-corporale di conoscenze pratiche e di esperienze comuni.

L’ansietà e la sensazione di mutilazione con cui la gente reagisce di fronte al necessario e temporaneo isolamento, rivela che il corpo non è puramente un disturbante ricettacolo di un cervello capace di dare il salto verso la virtualità assoluta. No, il corpo non è un recipiente di neuroni organizzati; il corpo è il prolungamento del cervello nella stessa misura in cui il cervello è il prolungamento del corpo e, pertanto, i meccanismi di conoscenza, d’invenzione, di affetti e di azione sociale sono attività integrali di tutto il corpo nel suo vincolo con altri corpi, con l’umanità intera e con la natura intera.

Dunque, il corpo è un luogo privilegiato di conoscenza sociale e di produzione della società.

Che i limiti della virtualità globale forzata portino alla luce il valore delle esperienze del corpo è un altro dei paradossi del tempo ambiguo. E benché sia probabile che da qui a qualche anno questa esperienza angosciante sarà dimenticata, molti torneranno in strada con il collo piegato verso il cellulare, ma potranno farlo perché la gente è lì, a portata di mano, interagendo attraverso gli sguardi e i gesti del corpo anche se la nostra coscienza stesse dialogando su whatsapp. Ma è anche probabile che la disperazione per l’incontro con gli altri torni a manifestarsi in maniera ricorrente se, adesso, non sapremo tirar fuori le lezioni da questo tipo di globalizzazione meschina che non si preoccupa né della gente comune né della natura in comune; e magari la paura si trasformerà in uno stato permanente della convivenza sociale.

Noi esseri umani siamo degli esseri globali per natura e ci meritiamo un tipo di globalizzazione che vada oltre i mercati e i flussi finanziari. Ci serve una globalizzazione delle conoscenze, delle attenzioni mediche, del transito di persone, dei salari dei lavoratori, della cura della natura, dell’uguaglianza fra donne e uomini, dei diritti dei popoli indigeni, in altre parole, di una globalizzazione dell’uguaglianza sociale in tutti i campi della vita che è l’unica che arricchisce umanamente tutti. Finché ciò non accadrà, come transito verso una globalizzazione dei diritti sociali, è imprescindibile uno Stato sociale plebeo che non solo protegga la popolazione più debole, ma che ampli la sanità pubblica, i diritti dei lavoratori e che ricostruisca metabolismi mutuamente vivificanti con la natura; ma che poi democratizzi in maniera crescente la ricchezza materiale e il potere su di lei e quindi anche la politica, il modo di prendere decisioni che dovranno andare sempre più dal basso verso l’alto e sempre meno dall’alto verso il basso, in un tipo di Stato integrale che permetta di irradiare la democratica associatività molecolare della società sullo Stato stesso.

L’università in tempi di caos planetario

L’università pubblica è parte dello Stato; è una delle sue istituzioni più importanti nella formazione delle molteplici legittimità statali e non statali: universalizza l’istruzione regolare, distribuisce i beni educativi nella società, costruisce capillarità per la nascita di nuove professioni e, soprattutto, produce conoscenza sociale e modi di integrazione intellettuale, logica e morale della società con lo Stato.

In tempi neoliberali, insieme al crollo dello Stato sociale, le élite hanno abbracciato vie di legittimazione esterne, le tecnocrazie delle università del nord, i consulenti di organismi internazionali che si sono dedicati a creare una liturgia intorno alle bontà dell’espropriazione di risorse pubbliche e l’esternalizzazione dell’eccedente economico nazionale. Ciò ha comportato una catena di disprezzi coloniali verso la conoscenza locale e le università pubbliche.

Nessuna società è capace di autodeterminarsi, cioè di definire da se stessa il proprio destino, senza produzione di conoscenza di sé e del mondo. Per questo oggi le università affrontano una doppia sfida: ampliare la capacità di generare conoscenza propria che non è solo ripetere e diffondere quello che altri hanno fatto in altre parti del mondo. Sicuramente l’accesso ad altre conoscenze locali è imprescindibile per produrre cose nuove, ma ciò che succede in ogni patria non significa la convalida empirica di ciò che altri hanno teorizzato in altri luoghi né, meno ancora, la “deviazione” temporale di un destino al quale rassegnarsi prima o poi.

Bisogna avere l’ardire di produrre nuove conoscenze, nuove strutture concettuali che rendano intellegibile questo uragano di avvenimenti che prima non esistevano, capaci di dialogare con schemi concettuali prodotti in altre parti del mondo ma anche di spiegare nel modo migliore, con categorie più logiche, quello che succede qui e che succede anche in altre zone del pianeta. Quello di oggi è un momento eccezionale per le scienze sociali per la stessa eccezionalità di tutto quello che sta accadendo da ogni parte e in ogni terreno dell’esperienza sociale.

La società latinoamericana durante la sua storia passata e presente ha dato esempi di ineguagliabile audacia politica e sociale per impugnare le molteplici relazioni di potere, per produrre combinazioni istituzionali innovative, per attuare forme di azione collettiva di avanguardia molte delle quali servono da esempio o da riferimento per altre società del mondo; lo stesso dovrebbe accadere con la produzione di conoscenza e di teoria sociale. Nei fatti ciò sta già accadendo solo che ci manca di vedere con maggior attenzione cosa succede nel nostro orizzonte interno anche come fonte di conoscenza universale.

Per di più, contiamo su una forma di procedere più plurale e in certo modo intellettualmente cosmopolita. A differenza delle accademie dei paesi centrali nelle quali ogni università prestigiosa e ogni intellettuale riconosciuto, frutto del prevedibile effetto di concorrenza delle posizioni intellettualmente dominanti, praticano un silenzioso disprezzo per ciò che si produce in altre nazioni, in una sorta di vergognoso nazionalismo intellettuale; nei nostri paesi, invece, esiste un’avidità, a volte esagerata, di conoscere la produzione accademica di altri paesi, specialmente se sono dominanti. Questo, che al principio è una zavorra, può facilmente essere ed è un grande vantaggio se sommiamo un’irrefrenabile passione per ciò che è proprio, compreso il proprio continente. In conclusione, potremmo chiamarla produzione di conoscenza universale molto più potente di molte conoscenze regionaliste e localiste dominanti, che oggi fingono di essere universali per il solo fatto dell’effetto, nella teoria, della posizione economicamente dominante nel pianeta dei luoghi dove si producono queste conoscenze.

In secondo luogo, c’è l’impegno dello studente, del professore e del ricercatore verso la società. Rispetto a una lettura distorta della solita “neutralità di valutazione” che dà l’illusione di trovare persone spoglie dell’insieme di valori, inclinazioni politiche e posizioni morali che ne attraversano le strutture mentali, cosa che è già di per sé una valutazione magica del mondo; d’altra parte, è evidente che il ricercatore non possa disfarsi del suo essere sociale o della trama di relazioni di potere che lo circondano. In senso stretto, in generale, la forza interiore di qualsiasi buona ricerca poggia proprio sulla corretta amministrazione di quella trama costitutiva dell’essere sociale del ricercatore. Una coscienza di queste determinazioni è il miglior punto di partenza per progettare inizialmente il problema della ricerca. Ma questa coscienza implacabile dei criteri valoriali che aiutano a formulare il fatto sociale da studiare, non può servire a sottomettere alle stesse ragioni né il processo né il risultato della ricerca, perché altrimenti non si ricerca più ma si convalida qualcosa che era già noto prima della ricerca e il fatto sociale non emerge da un’articolazione di causalità ma da desideri, annullando così il processo del conoscere.

Le pertinenze degli impegni sociali del ricercatore devono esserci nel momento di rendere visibili i fatti da studiare, nel momento di formulare le domande sui fatti che dovrà risolvere, perché ogni maniera di posizionarsi nel mondo abilita con maggiore o minore evidenza uno spazio di infinite domande inquadrate nelle aspettative e nei giudizi che si hanno sul corso del mondo.

La lealtà e gli impegni, se sono critici verso la realtà del mondo, devono essere messi a prova nella multidisciplinarietà e nell’eterodossia degli strumenti concettuali da adottare, ritorcere, fondere, e inventare quelli che meglio colgano la dinamica degli avvenimenti. La stessa ricerca, necessariamente, farà sbocciare nel suo sviluppo concetti e schemi logici che esprimono nel modo migliore le regolarità individuate dalle quali non bisogna sfuggire. I modi di ottenere e di misurare i dati dei processi sociali dovranno adeguarsi a coprire la maggior parte della qualità dei fatti indagati, mentre l’articolazione logica dei risultati dovrà essere guidata dall’intenzione di rendere evidente, quasi apodittico, il flusso di casualità, sia logico che pratico delle persone coinvolte nel fatto sociale. In questo modo, l’impegno sociale sarà molto più valido per la forza argomentativa che per la retorica.

Conoscenza sociale, il risorgimento dello Stato e i tempi d’incertezza strategica delle società aprono uno spazio infinito di possibilità di creatività sociale, di impegno politico e di sfoggio di attrezzi accademici capaci di contribuire all’autoriflessione della società e impattare in politiche pubbliche. Il mondo si trova imprigionato in un vortice di molteplici crisi ambientali, economiche, mediche e politiche che stanno polverizzando tutte le previsioni sul futuro; e il brutto è che tutto ciò arriva con un imminente rischio che vengano imposte “soluzioni” in cui le classi subalterne saranno sottomesse a penurie maggiori di quelle che già sopporta oggi. Ma la condizione di subalternità sociale o nazionale in questo turbine planetario ha anche un momento di sospensione eccezionale delle adesioni attive verso le decisioni e le strade proposte dalle élite dominanti. L’ansietà planetaria per la fragilità degli orizzonti ai quali aggrapparsi fa parte delle credenze dominanti, per cui il senso comune diventa poroso, desideroso di nuove certezze. E se lì il pensiero critico in generale e l’accademia pubblica in particolare, aiutano a formulare le domande del crollo morale fra dominanti e dominati e aiutano a rendere visibili gli strumenti di autoconoscenza sociale, allora è probabile che, nel mezzo della contingenza dell’avvenire, si rafforzi quel corso sostenuto nelle attività della comunità, della solidarietà e dell’uguaglianza che è l’unico luogo dove i subalterni possono emanciparsi dalla loro condizione.

Solo così l’orizzonte che emergerà, quale che sia nella forma o quale che sia il nome che gli si voglia dare, sarà proprio; quello che la società è capace di dare a se stessi; e per il quale vale la pena di rischiare tutto quello che siamo stati fino ad oggi.

Fonte