Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2026

L’estasi dell’ignoranza

Per quanto si tenda a distinguere tra chi è propenso alla conoscenza e chi sembra invece far di tutto per evitarla, in realtà, sostiene Mark Lilla in L’estasi dell’ignoranza (Luiss University Press, 2026), l’essere umano si trova frequentemente in balia di uno scontro di volontà, tra sete di conoscenza e desiderio di ignorare. Al tipo di essere umano (homo viator) propenso a pensare alla propria vita come a un viaggio alla scoperta di qualcosa, aspettandosi di trovare piacere e felicità in questa ricerca, si contrappone chi (homo fugiens) preferisce evitare tale sforzo considerandolo non solo inutile, ma persino dannoso. Della volontà di ignoranza si sono occupati i miti antichi, le religioni e, più in generale, le opere di immaginazione, ma ben più raramente la propensione al non voler sapere è stata affrontata in ambiti “non poetici”. Il saggio di Lilla, docente alla Columbia University e collaboratore di riviste come «New York Review of Books» e «The New Republic», intende contribuire a colmare questa lacuna.

Nella tradizione occidentale, sin dai tempi antichi, è presente una pulsione, raramente confessata, che spinge l’essere umano a non voler sapere; che si tratti di evitare notizie scomode, di difende un tabù nonostante se ne intuisca l’origine, di rifiutare una diagnosi o una responsabilità morale, non è affatto raro che l’individuo si rifugi volontariamente nell’ignoranza.

Esiste una lunga tradizione di pensiero che guarda con sospetto all’umana passione per la conoscenza e che cerca sollievo nell’evitare ogni sforzo per comprendere il mondo, ma occorre ammettere che anche chi, sul versante opposto, cerca soddisfazione nella conoscenza, di tanto in tanto, non disdegna di sgravarsi da tale imperativo accontentandosi di non sapere. «Più la verità è dura, maggiore è la tentazione di sfuggirle» (p. 144). La consapevolezza della convivenza in ogni essere umano di volontà di sapere e di non sapere, sostiene l’autore, dovrebbe frenare chi si sente appartenere alla categoria dell’homo viator dal dare giudizi sbrigativi e autocompiaciuti sull’homo fugiens come se questo rappresentasse davvero una totale alterità.

Passando in rassegna i miti antichi, come quello di Edipo, passando per Sant’Agostino, Nietzsche e Freud, Lilla ripercorre una lunga serie di fughe dalla verità esplorando le tensioni tra il desiderio e il rifiuto di conoscere e comprendere il mondo che gravano su ogni essere umano. L’autore guarda dunque alla «tendenza umana a trasformare quelle tensioni interiore in miti religiosi, contrapponendo divinità, con i loro tabù che impongono limiti alla curiosità, a esseri umani che eroicamente, seppure inutilmente, si ribellano» (p. 14).

Una parte della trattazione è dedicata alle fantasie. «Oltre al suo potere di ispirare la resistenza e prendere coscienza della realtà, la volontà di ignoranza alimenta anche l’immaginazione e fa balenare di fronte a noi illusorie realtà alternative»: dall’esistenza di una modalità segreta ed esoterica di vivere il mondo che consenta di accedere a verità nascoste extra-razionali, alla vana speranza di poter preservare una sorta di “innocenza originaria”, o di ottenerne una nuova, «libera dalla tragica conoscenza dei limiti umani, della mortalità, del male», oppure, ancora, di poter fuggire il presente tornando a un passato immaginario «libero dal peso della consapevolezza dell’irreversibilità del tempo o di compiere un balzo in un glorioso futuro in cui le virtù dei tempi passati saranno ripristinate» (p. 14).

Il volume di Lilla è stato scritto, come ricorda lo stesso autore, in un momento in cui diverse manifestazioni di resistenza al sapere si sono combinate tra loro. «Oggi non occorre cercare lontano per imbattersi in misologi che respingono il ragionamento come un gioco da sciocchi, un velo che copre le macchinazioni del potere. O in tromboni che credono di essere stati benedetti con un accesso privilegiato alla verità e scelti per far sì che viviamo alla sua luce. O in movimenti di massa fatti di santi sciocchi e bambini eterni, il cui disgusto per il presente li spinge a correre invano, a restaurare un passato immaginario. Né è difficile trovare i profeti odierni dell’ignoranza, i dotti disprezzatori del sapere che, per convinzione o per ambizione, idealizzano chi resiste al dubbio ed erige bastioni attorno alle proprie credenze. Di fronte a tutto ciò, i devoti del ragionamento e dell’indagine aperta possono cominciare a sentirsi dei profughi» (pp. 144-145).

Oltre che rivelarsi utile a comprendere meglio le radici profonde del cospirazionismo, del pensiero magico e delle semplificazioni ideologiche che attraversano la contemporaneità, L’estasi dell’ignoranza ha il merito di evidenziare tanto gli aspetti seduttivi della fuga dalla verità, quanto il prezzo che si finisce per pagare nello scegliere, consapevolmente, di non sapere.

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21/06/2023

L’uomo è antiquato, e ridotto ai minimi termini

Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna essere violenti. I metodi del genere di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini.

L’ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate.

In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi.

Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile ed elitario. Il divario tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo.

Niente filosofia. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione, divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istinto. Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso. È buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare.

Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio.

In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà.

Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità.

L’ uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come lo è un gregge. Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, tutto ciò che potrebbe sollecitare il suo risveglio deve essere ridicolizzato, soffocato, combattuto.

Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali.

da L'uomo è antiquato di Günther Anders, 1956

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08/08/2020

USA - La disoccupazione corre verso l’abisso. I repubblicani guardano altrove

di Paul Krugman - New York Times

La crudeltà e l’ignoranza di Trump e dei suoi alleati stanno creando un altro disastro gratuito.

Nel caso non si fosse notato, il coronavirus è decisamente ancora tra noi. Circa un migliaio di americani muoiono ogni giorno da Covid-19, 10 volte il tasso riscontrato negli Stati dell’Unione Europea. A causa della nostra (statunitense, ndT) incapacità di controllare la pandemia, stiamo ancora soffrendo per i livelli di disoccupazione della Grande Depressione; la breve ripresa, guidata da tentativi prematuri di riapertura delle attività come se tutto fosse passato, sembra essersi esaurita quando gli stati si sono fermati, o hanno annullato la loro riapertura.

Nel frattempo gli aumenti dei sussidi di disoccupazione, un’ancora di salvezza cruciale per decine di milioni di americani si sono bloccati, e i negoziati su come ripristinare gli aiuti sembrano essere bloccati anch'essi.

A volte i titoli dei giornali descrivono questa crisi come conseguenza della “disfunzione congressuale”, facendo emergere un’avversione quasi patologica di alcuni media per le proprie origini.

Due mesi e mezzo fa è stata approvata una proposta di legge specificamente progettata per far fronte a questo disordine. L’amministrazione Trump e i repubblicani del Senato hanno avuto molto tempo per proporre un’alternativa, e invece hanno preferito non concentrasi sul problema fino a pochi giorni prima della fine dei benefici. E anche ora si stanno rifiutando di offrire qualsiasi cosa che possa alleviare in modo significativo la condizione dei lavoratori.

Questo è un sorprendente fallimento della governance, proprio lì con la cattiva gestione della pandemia stessa. Ma cosa lo si spiega? Malvagità ignorante o ignoranza malevola?

Parliamo prima dell’ignoranza.

La recessione da Covid iniziata a febbraio avrebbe potuto essere la recessione economica più semplice e comprensibile della storia. Gran parte dell’economia degli Stati Uniti è stata sospesa per contenere una pandemia. Le perdite di posti di lavoro si sono concentrate in servizi non essenziali e che erano altamente propensi a divenire potenziali focolai: ristoranti, viaggi aerei, visite dei dentisti.

L’obiettivo principale della politica economica era di rendere tollerabile questo blocco temporaneo, sostenendo i redditi di coloro che non erano in grado di lavorare.

I repubblicani, tuttavia, non hanno mostrato alcun segno di comprensione per tutto ciò. Le proposte politiche avanzate dalla Casa Bianca sono quasi surreali nella loro disconnessione dalla realtà: ridurre le tasse sui salari per i lavoratori che non possono lavorare? Consentire agli imprenditori di dedurre l’intero costo dei pranzi-da-tre-martini (definizione per il pranzo di manager e uomini d’affari, ndT) che non possono mangiare?

Non sembrano nemmeno capire i meccanismi con cui vengono pagati gli assegni di disoccupazione. Hanno proposto sussidi continuativi per un breve periodo, ma la realtà è che gli uffici statali che erogano gli aiuti per la disoccupazione non sono in grado di gestire la necessaria riprogrammazione.

Inoltre, i repubblicani sembrano ossessionati dall’idea che i sussidi di disoccupazione stiano rendendo i lavoratori pigri e riluttanti ad accettare un lavoro, cosa alquanto bizzarra anche se le indennità di disoccupazione riducessero davvero l’incentivo a cercare lavoro. Dopotutto, negli USA ci sono più di 30 milioni di lavoratori che ricevono benefici, ma solo 5 milioni di opportunità di lavoro. Non importa quanto duramente trattiate i disoccupati, non possono accettare lavori che non esistono.

È perciò una preoccupazione alquanto secondaria, quella di correlare l’erogazione del sussidio con l’incentivo alla ricerca di lavoro, come dimostrano tra l’altro diversi studi.

A proposito, una grande maggioranza di economisti ritiene che le indennità di disoccupazione abbiano contribuito a sostenere l’economia nel suo insieme, sostenendo la spesa dei consumatori.

Questo attacco all’aiuto alla disoccupazione è radicato nella profonda ignoranza. Ma c’è anche un forte elemento di malizia.

I repubblicani hanno una lunga storia nel far passare il messaggio che i disoccupati siano fallimenti morali (che preferiscono stare a casa a guardare la TV piuttosto che al lavoro), e gli anni di Trump sono stati segnati da un incessante assalto a programmi che aiutano i meno fortunati, da Obamacare ai buoni pasto.

Sono invece riemersi i “falchi del deficit” che sostengono che aiutare i disoccupati farà aumentare il debito nazionale.

Un recente report di Vanity Fair sul perché non abbiamo una strategia di mappatura del Covid nazionale generalizzata evidenzia come di fatto in questi mesi, per molti repubblicani, il Covid-19 fosse un problema degli “Stati blu” (quelli governati dai democratici, ndT), non rilevante per il proprio elettorato. Quando si sono resi conto che la pandemia stava esplodendo anche nella Cintura del Sole (gli States meridionali, quasi tutti repubblicani, ndT), era troppo tardi per evitare il disastro.

A questo punto, quindi, è difficile capire come evitare un’altra catastrofe gratuita. L’irrequietezza dell’amministrazione Trump e dei suoi alleati non porterà ad altro che a grossissime difficoltà finanziarie per milioni di americani.

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03/06/2020

Le manifestazioni ‘No Mask’ durante l’Influenza Spagnola


Se pensate che le manifestazioni no mask dei “gilet arancioni” a Milano, contro l’uso delle mascherine, la quarantena e i più disparati complotti globali, sia un’esclusiva della nostra epoca vi sbagliate di grosso. 100 anni fa succedeva lo stesso con l’Influenza Spagnola, a San Francisco.

L’Influenza Spagnola a San Francisco

Quando l’Influenza Spagnola colpì gli USA nel 1918, il Governo dovette attuare misure simili a quelle che abbiamo visto oggi: obbligo delle mascherine e quarantena. Ma una serie di elementi culturali crearono grossi problemi con la popolazione anche allora. Nella città di San Francisco, in particolare, una situazione sanitaria gestibile fu trasformata in catastrofe dalle pressioni delle proteste Anti-Mask.

Gli americani accusavano il Governo di violare i propri diritti e le loro libertà. Gli uomini erano i più difficili da convincere: consideravano la mascherina femminile e non volevano rinunciare a certi comportamenti segno di virilità come sputare, tossire e trascurare l’igiene. Una vastissima campagna pubblicitaria cercò di cambiare la mentalità dell’epoca, vero ostacolo alla prevenzione dell’epidemia.

Le manifestazioni ‘no mask’ del 1918-19

Ma fu più facile contare le vittime che cambiare atteggiamento. La poca fiducia nella scienza, nelle istituzioni e nel governo portarono a manifestazioni contro l’uso delle mascherine. A fine autunno del 1918 la prima ondata della malattia si fece meno intensa e i commercianti chiesero a gran voce, e ottennero, di togliere ogni restrizione. L’Anti-Mask League scese in piazza dichiarando la mascherina poco sana e la disoccupazione, dovuta al ritorno dei soldati dalla Grande Guerra, un problema più urgente dell’epidemia.

E l’Influenza Spagnola tornò a colpire. Il Dr. William Hassler, consigliere medico, e il sindaco (la cui moglie si era ammalata), chiesero di reintrodurre le mascherine, ma era ormai tardi. L’epidemia travolse San Francisco, colpì 45.000 cittadini e ne uccise circa 3.200, almeno ufficialmente. La città raggiunse uno dei più alti tassi di mortalità degli USA, dove la malattia uccise 600.000 persone e 50 milioni nel resto del mondo.

«I nemici delle vaccinazioni hanno detto che a Vienna non è scoppiato il vaiolo, ma un’epidemia da vaccino. Ora, anche loro sanno valutare il valore della profilassi, ma la loro prudenza è un po’ esagerata: si prendono il vaiolo per proteggersi dal vaccino»

Karl Krauss

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10/05/2020

Sardine ignoranti

Erano orgogliose di essere classe medio-alta, piene di laureati e competenti in questo e quello.

Poverine, mancavano gli storici, tra loro. Però si sforzano di “conservare la memoria”, come scrivono in questo post da tso immediato.

“In un’epoca in cui l’assenza di memoria è uno dei nemici peggiori di questo paese vale sempre la pena di ricordare #AldoMoro e #PeppinoImpastato ammazzati dalla Mafia”.

Hashtag a parte, difficilmente chi ha scritto questa stronzata passerebbe l’esame di Storia Contemporanea 1 (primo anno...).

Però bisogna capirle... sono nate nella buona borghesia bolognese “progressista”, nell’entourage di Romano Prodi e Alberto Clò, democristiani storici di primo livello...

Sono state alimentate a buone maniere e cazzate storiche... come pretendere che sappiano qualcosa della vita reale di questo Paese? (La maiuscola qualche volta ci vorrebbe...).

Allora proviamo a ricordar loro qualcosa, noi.

Peppino Impastato era un compagno di Democrazia Proletaria, tanto più serio ed eroico perché figlio di un “uomo d’onore”. Fu ammazzato perché irrideva, dalla sua radio, “don” Tano Badalamenti, boss mafioso e padrino padrone della politica locale, incentrata sulla Democrazia Cristiana.

Aldo Moro, invece, era il Presidente della stessa Democrazia Cristiana, cinque volte Presidente del Consiglio e diverse volte segretario di quel partito.

A voler essere precisi, in fatto di memoria storica, erano mafiosi e democristiani in parecchi.

Per esempio.

Vito Ciancimino, sindaco di Palermo.

Salvo Lima, parlamentare, eliminato nel 1992 da Cosa Nostra per non essere riuscito a impedire che passassero le leggi antimafia dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino.

I fratelli Salvo, Ignazio e Antonino, della cosca di Salemi, esattori delle tasse per conto dello Stato, della mafia e della Dc.

Una familiarità antica, risalente ai tempi dello sbarco degli americani in Sicilia, quando i Lucky Luciano, “don Calò” Vizzini (organizzatore dell’attacco armato al comizio del comunista Li Causi) e Genco Russo divenuti i garanti per i nuovi e vecchi padroni, furono tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia.

Non che Moro lo ignorasse: “Nel 1960, nel corso della trasmissione televisiva Tribuna politica, fu chiesto ad Aldo Moro il motivo per cui Genco Russo, noto mafioso, fosse stato candidato nelle liste della DC a Mussomeli. Moro rispose che non vi erano elementi certi a carico di Russo e che non competeva alla direzione nazionale del partito valutare tutte le liste locali.”

E democristiano di alto livello era Giovanni Gioia, più volte parlamentare e ministro, “padrino” politico proprio di Ciancimino e dei fratelli Salvo, nonché proprietario dei fondi di Ciaculli su cui pascolava la “famiglia” Greco.

Potremmo andare avanti per migliaia di nomi e pagine, perché Mafia e Democrazia Cristiana – in alcune regioni del Paese (la maiuscola qualche volta ci vuole...) – erano spesso la stessa cosa. E una buona fetta di parlamentari e senatori Dc erano “uomini d’onore” o loro referenti diretti.

Alcuni studi storici, più precisi, hanno calcolato che tra il 40 e il 75% degli eletti in Sicilia con la Democrazia Cristiana – dal 1950 al 1992 (con lo scoppio di Tangentopoli, la DC si scioglie...) erano arrivati lì con i voti della Mafia.

Di quel partito era stato segretario e presidente Aldo Moro, col naso ben turato.

Speriamo di aiutare le Sardine a scoprire la memoria, insomma...

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09/03/2020

Trump ignora l’influenza mortale, che uccise suo nonno

Ad Atlanta venerdì scorso, il presidente Trump ha parlato del numero di persone infette dal coronavirus in altri paesi rispetto a quelle negli Stati Uniti. Ha anche confrontato la malattia di coronavirus con l’influenza. “Nell’ultimo lungo periodo di tempo, abbiamo avuto una media di 36.000 persone che muoiono?”, ha detto il presidente, citando il direttore dell’Istituto Nazionale per le allergie e le malattie infettive Anthony S. Fauci che, seduto vicino a lui, annuiva.

Trump, allora, ha continuato: “Non ho mai sentito quei numeri. Sarei stato scioccato. Avrei detto: ‘Qualcuno muore per l’influenza?’. Non sapevo che le persone morissero per influenza...”. E ancora: “hai mai avuto un paio d’anni in cui sono morte più di 100.000 persone per influenza?”

L’influenza stagionale ha ucciso tra le 12.000 e le 61.000 persone negli Stati Uniti ogni anno dal 2010, secondo i Centers for Disease Control and Prevention. Ci sono stati diversi anni in cui oltre 100.000 americani sono stati uccisi da ceppi di influenza particolarmente cattivi.

Uno di quegli episodi fu la pandemia del 1958, che uccise 116.000 persone negli Stati Uniti.

Un altro ancora, fu nel 1918, l’anno della morte del nonno paterno di Trump, per un’influenza.

Nel 1918, Friedrich Trump era un uomo d’affari di successo, 49 anni, marito e padre di tre persone che vivevano nel Queens, secondo Gwenda Blair nel suo libro del 2001 “The Trumps: Three Generations That Built a Empire“. Un giorno di maggio tornò a casa da una passeggiata sentendosi male. Morì quasi immediatamente.

Fu vittima della prima ondata della pandemia di influenza spagnola. Una seconda ondata più mortale colpì gli Stati Uniti in quell’autunno. Alla fine, la pandemia aveva ucciso almeno 50 milioni di persone in tutto il mondo e 675.000 solo negli Stati Uniti, secondo il CDC.

Il figlio maggiore di Friedrich, Federico, aveva solo 12 anni quando suo padre morì, ma lui e sua madre avrebbero ripreso l’attività di famiglia. Sarebbero passati altri 28 anni prima che Fred e sua moglie avessero il loro quarto figlio, un ragazzo di nome Donald.

La stessa biografia di questo nonno è già emersa come un punto critico. Friedrich è venuto negli Stati Uniti a 16 anni dalla Germania e oggi sarebbe classificato come un “figlio profugo non accompagnato”, hanno detto gli esperti al Washington Post nel 2018. Trump è stato messo sotto accusa per il trattamento da parte della sua amministrazione di minori non accompagnati e altri bambini dell’America Centrale che stavano provando ad entrare nel paese attraverso il confine meridionale.

A trent’anni, Friedrich Trump si diresse verso il nord-ovest del Pacifico, dove fece fortuna aprendo taverne, ristoranti e hotel, di solito in quartieri a luci rosse, nelle città minerarie dell’era Gold Rush. Tentò anche un ritorno in Germania intorno ai 30 anni, ma venne espulso perché aveva evitato il servizio militare da adolescente.

Il presidente è solo parzialmente consapevole della biografia di suo nonno. Recentemente, nel febbraio 2019, ha detto in un discorso: “Mio nonno era in Alaska da molto tempo. Stava cercando l’oro. Stava cercando l’oro. Non l’ha trovato, ma ha iniziato ad aprire piccoli hotel per chi cerca l’oro. Ed ha funzionato”. Altre volte, ha erroneamente affermato che suo padre, non suo nonno, era nato in Germania. Suo padre nacque, invece, a New York.

Alla stessa conferenza stampa di venerdì scorso in cui Trump appariva inconsapevole della causa della morte di suo nonno, ha citato un altro membro della famiglia – uno “zio super-genio”, il figlio minore di suo nonno – quello che gli avrebbe trasmesso i geni della famiglia per comprendere la scienza del focolaio coronavirus . “Le persone sono davvero sorprese dal fatto che capisco queste cose”, ha detto. Ed ha aggiunto: “Ognuno di questi dottori che incontrato mi ha detto: come fai a sapere così tutte queste cose? Gli ho risposto: forse ho un’abilità naturale.”

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30/09/2019

Finanza e Onu scoprono l’istruzione

Ah, ma con la cultura si mangia!

A differenza di quanto pensano Tremonti e gran parte della classe dirigente italiana della Seconda Repubblica, l’istruzione sarà il driver del XXI° secolo e uno dei motori del capitalismo digitalizzato.

A tal punto che la finanza si è buttata a capofitto e l’Onu la ritiene uno dei capisaldi dell’economia sostenibile. Un interessante articolo pubblicato su Milano Finanza, a firma di Nicola Carosielli (La cultura è oro), ci informa che l’ultimo gestore ad investire in imprese che hanno come caposaldo l’istruzione e la formazione è il Credit Suisse Asset Management.

Il fondo investe in contenuti digitali, business innovativo con un approccio radicale e multidisciplinare dell’istruzione. Kirill Pyshkin, gestore del fondo dichiara che “siamo nella fase iniziale di una trasformazione strutturale in uno dei settori principali dell’economia mondiale e l’istruzione digitalizzata avrà un raddoppio della spesa, specie nei Paesi Emergenti dove si sta sempre più ingrossando la classe media, che attualmente è al 2% mondiale“.

Negli ultimi decenni la spesa in Usa è cresciuta del 1.225% contro il 256% del tasso di inflazione. La spesa attualmente è pari a 5mila miliardi di dollari, ma avrà un raddoppio sia presso le strutture pubbliche e private sia presso le imprese.

Juliette Cohen, del fondo Cpr, afferma che “l’Ocse ha rilevato che l’istruzione di qualità aumenta la produttività e che vi sono ritorni pubblici e privati“.

La popolazione studentesca, nel grado superiore, è in costante crescita, dovuta ai Paesi Emergenti – Cina e India su tutti – dove rappresenta uno delle principali elementi di spesa delle famiglie.

Ora, negli ultimi due decenni, in Italia è aumentata notevolmente la dispersione scolastica, ci sono state varie riforme (Ruberti, Gelmini, Berlinguer, Moratti) che hanno prodotto questo disastro. Perché si voleva puntare sul pluslavoro assoluto dei subfornitori italiani, che non richiedevano un grado di istruzione superiore.

E i laureati sono perciò emigrati all’estero. La spesa scolastica è costantemente scesa e ciò ha influito sulla produttività totale dei fattori produttivi, stagnante da due decenni.

Non dico altro. Lo vogliamo fare un bilancio della Seconda Repubblica e del neoliberismo “europeista”?

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05/08/2019

La pacchia di Salvini al Papeete beach

“Dai c’è LUI, ma lo vedi che è proprio uno di noi... Chissà come ci sformano i comunisti. Già, loro difendono gli zingari e a Bibbiano vendono i bambini. Hanno fatto tanto casino perché ha detto zingaraccia, che schifo sono sempre contro gli italiani. Se penso a quei negri di m**** che non fanno un c**** tutto il giorno e che noi paghiamo, altro che fare i buonisti.

Finalmente abbiamo uno che mantiene ciò che promette, aveva detto basta all’invasione e basta è stato. Aveva detto sicurezza nelle case e adesso lo vedi che gli succede agli albanesi se ti vengono a rubare, io gli sparo in bocca e chiusa lì. Poverino li ha tutti contro ma lui non si scompone. Ora vedrai che ci diminuisce le tasse. Davvero non se ne può più di lavorare per mantenere i furbetti del cartellino o i terroni che stanno sul divano a prendersi il reddito. Già quello glielo hanno dato i cinquestelle, altri comunisti travestiti. Prima li scarica e meglio è, non vogliono mai fare un c**** ma col TAV l’han preso in c*** Sì però son sempre lì a rompere.

Tranquilli ci pensa LUI a farli fuori, lo farà quando gli conviene di più. Guarda fa il DJ mentre quelle ballano, accidenti che gnocche. Certo mica come quella p****** comunista della nave, chissà perché le comuniste son tutte racchie. Sono comuniste proprio perché sono racchie.

A me stanno ancora più sul c*** le femministe, han rovinato la famiglia. Sì ma adesso anche loro vanno a posto, basta femministe, froci, comunisti, negri, finalmente c’è uno che che sta con noi italiani. E che sgombera sti c**** di centri sociali e li manda in galera. Ecco senti suonano l’inno guarda ballano tutti anche le gnocche mi viene da piangere, che bello essere italiani qui al Papeete Beach.

A proposito lo sai che non trovano gente che lavori in spiaggia per via di quel reddito del c****, non han voglia di fare un c**** e poi si lamentano che sono disoccupati. Ma muovi il c*** dico io.

Tanti anni di governo comunista hanno abituato solo a pretendere diritti e a fottersene dei doveri. Giustissimo ma ora ci pensa lui a rimettere le cose a posto. Ci aveva provato Berlusconi, eravamo tutti con lui ma era troppo buono, ora ci vuole uno con le palle coi controfiocchi, vedrai lui ci riesce. Sì ci riesce perché non ha paura di dire la verità a zingari negri e comunisti. E la finiremo di pagare tutte quelle tasse per mantenerli, che poi dicono evasione, ma come si fa a dare tutti i soldi allo stato, fa bene chi riesce a tenersene un po’, c**** il comunismo è rimasto solo in Italia. E gli imprenditori che sono i soli che creano lavoro sono disperati. Basta con...

Aspetta si sta alzando va a ballare con la gnocca, che uomo del popolo alla faccia dei professoroni dei giornalisti e dei banchieri. Facciamo un selfie dai: SALVINI SALVINI SALVINI.”

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02/05/2019

Italia ultima in Europa per spesa in istruzione. Così ci condannano a essere un popolo ignorante

Abbiamo tutti un aneddoto sulle condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano: non c’è studente di qualsiasi latitudine che non abbia il ricordo di mediocri pasti della mensa – quando la mensa c’è – o di giornate passate al freddo per un guasto al sistema di riscaldamento. All’università è normale sedersi a terra in aule affollate o ascoltare le lezioni dal corridoio, perché i locali sono troppo piccoli per accogliere tutti.

In Italia, fra studenti e professori si instaura un rapporto di mutua rassegnazione, ma basta andare all’estero, conoscere un Erasmus, ascoltare racconti di esperienze diverse – danesi, svedesi, tedeschi – per rendersi conto di quanto l’Italia, nel campo dell’istruzione, sia arretrata rispetto al resto d’Europa.

Non è un luogo comune, ma una realtà provata dalle statistiche. Da anni l’Italia è terzultima in Europa per investimenti nel settore educativo: secondo un rapporto Eurostat, l’Italia riserva alla scuola circa il 3,8% (passato al 3,5% per il 2019 con l’ultimo documento programmatico di Bilancio) del Pil, almeno un punto in meno rispetto alla media europea – che si attesta al 4,9% del Pil – e molto al di sotto di altri Paesi: la Danimarca guida questa classifica con 7 punti percentuali, seguita dalla Svezia, con 6,5 punti, e dal Belgio con 6,4. Solo la Romania e l’Irlanda registrano un dato peggiore di quello italiano, rispettivamente con il 3,1% e il 3,7% del Pil. Anche altri Paesi europei che non fanno parte dell’Unione spendono più di noi: l’Islanda destina all’istruzione quasi l’8% del suo Pil, mentre Norvegia e Svizzera si attestano sopra i 5 punti percentuali.

Guardando i dati si potrebbe obiettare che anche la Germania, con il suo 4,3%, si trova sotto la media europea, ma se consideriamo il valore del Pil tedesco, Berlino investe nell’istruzione 127,4 miliardi di euro l’anno, contro i 65,1 dello Stato italiano. Per quanto riguarda la percentuale di spesa dedicata all’istruzione rispetto alla spesa pubblica totale, l’Italia riconferma il trend negativo e si trova addirittura all’ultimo posto della classifica con il 7,9%. La Grecia spende l’8,2%, la Romania l’8,4%. L’Islanda il 15%.

Sul tema dei finanziamenti scolastici l’esecutivo gialloverde sembra intenzionato a fare economia almeno quanto i governi precedenti. Lo scorso febbraio il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, rispondendo a chi chiedeva più soldi per gli istituti scolastici del Meridione, ha dichiarato che “Non servono più fondi. Serve più sacrificio, più lavoro, più impegno. Vi dovete impegnare forte”. Il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato a fare marcia indietro: “Se un Ministro dice una fesseria sulla scuola, chiede scusa. Caro Marco, siamo noi al Governo che evidentemente dobbiamo impegnarci sempre di più”. Un impegno che stenta ad arrivare dato che già in passato Bussetti si era espresso contro la possibilità di aumentare gli stipendi inadeguati dei docenti: “Lo stipendio degli insegnanti dovrebbe essere all’altezza del ruolo che hanno e dell’impegno. Non possiamo però far finta di non conoscere la difficile situazione dei conti dello Stato,” aveva dichiarato.

Oltre agli stipendi del personale anche le strutture sono inadeguate e spesso fatiscenti. Secondo l’ultimo rapporto nazionale sulla sicurezza delle scuole – stilato da Cittadinanzattiva – un edificio scolastico su due ha ricevuto il collaudo statico, meno di uno su dieci è stato migliorato dal punto di vista sismico, e in media ogni quattro giorni si verificherebbe un crollo. Il rapporto restituisce un Paese spaccato: se in Lombardia si spendono in media 119mila euro per una manutenzione ordinaria, in Puglia si arriva a malapena a 3mila, mentre in Calabria si superano di poco i 2mila euro. Al Nord il 64% degli istituti scolastici è in possesso del certificato di prevenzione incendi, mentre al Sud il dato scende al 17%, così come solo il 15% degli istituti ha il certificato che attesta il rispetto delle norme igienico-sanitarie, contro il 67% delle scuole settentrionali.

Allo stesso modo, al Nord le verifiche tecniche hanno riconosciuto il 63% degli edifici scolastici come agibile, mentre al Sud i controlli hanno dato parere positivo solo nel 15% dei casi. Il Centro non versa in condizioni migliori: il 19% delle scuole ha il certificato di prevenzioni incendi, solo il 18% quello sanitario e il 22% quello di agibilità.

Sono le regioni del Centro e del Sud a mostrare i più gravi segni di ritardo: nel Lazio l’agibilità è attestata solo per il 9% delle scuole, il 6% in caso di incendi; In Campania il dato migliora di poco: 11% per l’agibilità e 17% per la prevenzione incendi; di poco sopra la Calabria con il 12% di agibilità.

Non può dirsi migliore la situazione delle università. I fondi scarseggiano e l’istruzione “pubblica” è in gran parte a carico delle famiglie. Secondo Anvur l’Italia è il terzo Paese in Europa per le rette più alte, superata solo da Inghilterra e Paesi Bassi. Di contro solo uno studente su cinque ha accesso a una borsa di studio, costringendo l’80% degli universitari italiani a cavarsela da soli, con le proprie forze o con il contributo economico della famiglia.

All’estero la situazione è sensibilmente diversa: in Germania circa il 25% degli studenti percepisce borse di studio, in Spagna il 30% e in Francia il 40%. Inoltre in Germania e Austria non sono previste tasse universitarie, mentre in Danimarca, Finlandia e Svezia gli studi sono gratuiti per i cittadini europei.

Andando più nello specifico, in Danimarca gli studenti possono usufruire di aiuti su base mensile o settimanale: chi vive con i genitori può arrivare a percepire 346 euro, mentre chi vive da solo prende fino a 804 euro. In Finlandia gli aiuti dello Stato ammontano a 11.260 euro annui per studente, che se ha un reddito inferiore a 11850 euro annui ha diritto anche a un bonus affitto di 201 euro mensili per 9 mesi l’anno.

In Germania non ci sono tasse – escluso l’abbonamento ai mezzi – e le borse di studio possono garantire 735 euro mensili. In Norvegia gli studenti pagano una cifra a semestre che oscilla tra i 30 e i 60 euro. In Scozia la laurea triennale è gratuita, mentre in Francia le università hanno una tassa unica per tutti gli studenti di 181 euro l’anno per una magistrale e 250 per un master (a esclusione di politecnici e facoltà di medicina dove la cifra sale a un massimo di 600 euro). Inoltre lo Stato francese garantisce un bonus tra i 115 e i 200 euro mensili per le spese di affitto.

In Italia i fondi sono gestiti male e non si fa niente per invertire la tendenza. Dal 2013 è fermo il decreto che destina il 3% del denaro confiscato alla mafia al Fondo Integrativo Statale per la concessione di borse di studio universitarie. Mancano i decreti attuativi per rendere effettiva questa misura. Secondo Elisa Marchetti, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari, “Queste risorse risultano fondamentali per il finanziamento del diritto allo studio e, oltretutto, riteniamo questa vicenda estremamente grave, considerando che si tratta di un ‘semplice’ trasferimento di risorse e non di fondi aggiuntivi per cui si renderebbe necessario trovare conseguenti coperture”.

Con presupposti simili non stupisce che secondo un recente rapporto Ocse un quarto dei 500mila studenti che hanno sostenuto l’esame di maturità nel 2018 vivrà all’estero entro il 2020 per studiare o lavorare. Questo esodo imminente è il frutto dalla mancanza di lavoro, ma anche dalle scarse prospettive offerte dal nostro sistema scolastico.

Fra gravi deficit nelle infrastrutture e un costo elevato dell’istruzione, la scuola italiana è uno dei punti di maggior debolezza del nostro Paese. Chi concentra la sua attenzione su un’inesistente invasione straniera dovrebbe rendersi conto che il vero pericolo è affidare i propri figli a scuole che rischiano di crollare loro sulla testa e a un sistema universitario che li esclude con rette insostenibili per un numero sempre più alto di famiglie.

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22/01/2019

Fascisti e coglioni

Il senatore cinquestelle Lannutti ha pubblicato un post in cui si faceva uso dei Protocolli dei Savi di Sion. Non per ricordare che essi fossero un falso costruito dalla polizia segreta zarista, per fomentare l’antisemitismo in Russia. Non per condannare l’uso infame di quel falso da parte del nazismo e del fascismo.

No, Lannutti ha usato quel fake ante rete a sostegno della sua tesi sul complotto giudeoplutocratico mondiale. Poi di fronte allo scandalo il senatore si è scusato, balbettando che gli capita di pubblicare ciò che non condivide.

Nemmeno nelle scuse è riuscito a dire che aveva accreditato come vero un falso storico.

Del resto il senatore cinquestelle vive in un mondo di falsi. Probabilmente ai Protocolli dei Savi é giunto attraverso un altro complotto inventato da reazionari e razzisti: il Piano Kalergi. Il complotto mondiale per inquinare la purezza razziale dei popoli occidentali con i migranti.

Capita in rete di incontrare mentecatti arroganti che seriamente sostengano la verità di quella falsa e criminale idiozia. Ecco, simili mentecatti sono l’area di riferimento del senatore Lannutti, che neppure conosce la storia che si impara da ragazzi, e che dovrebbe essere cacciato dal Senato della Repubblica non solo per simpatie naziste, ma per colossale ignoranza.

Gino Strada ha detto che questo governo è formato per metà da fascisti e metà da coglioni. Il senatore Lannutti dimostra che queste due metà possono formare una sola persona.

Sotto, locandina nazista ispirata ai Protocolli: gli ebrei come banchieri e come comunisti vogliono impadronirsi del mondo.


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16/10/2018

Dietro un piatto di pasta negato ai bambini

Pagare la retta dello scuolabus e della mensa non è una trovata della sciagurata sindaca di Lodi. Lo fanno tutti i comuni. Perché alla scuola sono stati tagliati i finanziamenti, non da oggi, da quando al governo c’era Berlusconi, alle Finanze c’era Tremonti e Gelmini – “beata ignoranza” – stava al ministero dell’istruzione, senza neanche capire che ci stava a fare.

Non è da oggi che nelle scuole primarie le ragazzine e i ragazzini devono portarsi da casa anche la carta igienica, oltre i materiali didattici che un tempo erano a carico della scuola dell’obbligo.

In un paese in cui l’evasione dall’obbligo scolastico è sempre in agguato, in cui i diplomati sono meno del 50%, al di sotto della soglia europea e i laureati neanche il 10%, la metà degli altri paesi, imporre queste gabelle agli scolari è un crimine contro il diritto all’istruzione, l’accesso alla cultura, una discriminazione economica, contraria alla nostra Costituzione. Ostacolare la scuola pubblica è rendere zoppa la democrazia. Un crimine non casuale: si definanzia la scuola pubblica, si foraggia la privata.

Oltre alla dispersione scolastica, il basso numero di diplomati e la penuria di laureati, il fenomeno dell’assenza di strumenti pubblici che forniscano l’autoformazione, la cura della propria istruzione e cultura è uno dei fenomeni che colpisce la popolazione italiana: per dirlo chiaro, l’analfabetismo di ritorno e la mancanza di stimoli all’apprendimento è la causa fondamentale del bassissimo numero di lettori di giornali e libri. Un popolo ignorante è quello che ci vuole per certe politiche.

Ostacolare la scolarizzazione di massa nei primi anni di vita scolastica con gabelle alla mensa è anche un inno all’ignoranza delle norme basilari di uno stile di vita sano: si rinuncia alla diffusione dell’educazione alimentare del paese che ha inventato la dieta mediterranea.

È stato giusto raccogliere i soldi per sanare queste insopportabili discriminazioni. Ma è tempo di raccogliere le forze per proteggere e diffondere il diritto all’istruzione per tutti.

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25/06/2018

BUTAC ci dà dei bufalari. Ecco perchè non è così

Domenica scorsa un nostro post sulla nostra pagina Facebook ha ricevuto le attenzioni della pagina BUTAC (Bufale un tanto al chilo) che cerca di smascherare le bufale che girano sui social network. Un post che è stato visualizzato su oltre 800.000 bacheche e che ha ricevuto oltre 200.000 interazioni in aggiunta a 3000 like e 4000 condivisioni.

Cosa diceva il nostro post di così clamoroso? Mostrava alcune foto scattate su un pullman partito da Viareggio che andava a partecipare ad una manifestazione a Roma organizzata dal sindacato USB dal titolo “Prima gli sfruttati” contro Jobs Act, legge Fornero, sfruttamento e precarietà. Nelle foto si vedeva una persona con abiti civili (un poliziotto in borghese), fotografare le persone sedute sul pullman. Infatti tutti i pullman partiti per Roma sono stati fermati e le persone fotografate con il documento in mano come riportano numerose testimonianze e come poi hanno confermato ulteriori foto (anche con poliziotti in divisa) e questo video.

Quindi nessuna bufala ma la pura realtà. Anche perchè le bufale sono un fenomeno che sta devastando la cultura civile, sociale e politica del nostro paese e da sempre cerchiamo di combatterle in ogni modo, e abbiamo parlato diverse volte di quanto siano dannose, oltre a dedicargli anche prime pagine del nostro giornale cartaceo.

La nostra testata nasce nel 2005. Facciamo informazione indipendente da 13 anni, fino allo scorso anno anche con un giornale cartaceo che veniva spedito ai nostri associati e si trovava nelle edicole della nostra città, ed era “acquistabile” ad offerta libera.

Inoltre ci teniamo a dire che sì, siamo un giornale di parte, un giornale che ripudia il fascismo, il razzismo, il sessismo e che quotidianamente denuncia tutti i sistemi e le norme che producono un sempre maggiore impoverimento delle masse a favore di pochi detentori delle ricchezze.

Siamo totalmente autofinanziati e questo garantisce la nostra indipendenza editoriale, inoltre né sul nostro sito, né sulla nostra pagina facebook o sul giornale cartaceo sono mai apparse pubblicità, quindi non siamo acchiappa like per lucro o altri motivi. Semplicemente raccontiamo le notizie con il nostro punto di vista. Qui potete trovare “chi siamo“.

Questa premessa era necessaria per spiegare perchè non possiamo tollerare di finire su un sito che si occupa di “bufale” come se avessimo distorto una notizia, prima cosa perchè siamo giornalisti e “militanti politici” e su alcuni di quei pullman c’era anche gente che appartiene alla nostra redazione; secondo perchè l’accusa di generare inutilmente indignazione e rabbia, la vogliamo rispedire al mittente.

Ma perchè BUTAC si è occupato di noi? Perché secondo loro i fatti da noi raccontati e vissuti in prima persona, sono “meno eclatanti di quello che sembrano”. E secondo loro il fatto che nel nostro post abbiamo menzionato l’attuale governo e abbiamo denunciato una deriva verso uno stato di polizia è fazioso.

Ebbene questa è una vera e propria bufala, per due motivi. Il primo perchè l’ordine pubblico è gestito di volta in volta da questure e prefetture (che rappresentano il governo) su indirizzo del ministero degli interni, sulla base di valutazioni tecniche e politiche e sulla base delle norme vigenti. Visto che abbiamo partecipato a decine e decine di manifestazioni a Roma, possiamo dire che quello che è avvenuto sabato scorso non l’avevamo mai visto ad un corteo sindacale autorizzato ed oltretutto organizzato da un sindacato riconosciuto. Forse non è chiaro, ma se una prefettura decide di applicare misure preventive o repressive che si rifanno a norme in vigore del codice Rocco, non è che è colpa di Rocco o di Mussolini. La responsabilità è di chi oggi decide di applicare quel livello di controllo o di repressione preventiva.

Per BUTAC “Non c’è nulla di strano nei controlli pre-manifestazioni”, e secondo loro la polizia da molto tempo controlla i manifestanti e può chiedere i documenti a chi vuole. In seguito si parla di un sacco di leggi che evidentemente l’autore dell’articolo cita senza aver capito cosa sia successo sabato scorso.

Quindi vediamo di smontare le accuse di aver fomentato inutilmente l’indignazione.

Ciò che è grave in quanto successo, non è la richiesta di identificazione delle persone. Questa cosa è assolutamente legale e prassi giuridica. Si va un po’ oltre invece se si vuole identificare TUTTE le persone che partecipano ad una manifestazione. Su questo punto si scontrano il diritto e il controllo dell’ordine pubblico, con l’articolo 7 della legge n° 121 del 1° aprile 1981 che recita:
b) è vietato raccogliere informazioni e dati sui cittadini per il solo fatto della loro razza, fede religiosa od opinione politica, o della loro adesione ai principi di movimenti sindacali, cooperativi, assistenziali, culturali, nonché per la legittima attività che svolgano come appartenenti ad organizzazioni legalmente operanti nei settori sopraindicati.
Su questo fatto ci sembra che fermare TUTTI, ripetiamo TUTTI i pullman diretti ad una manifestazione politica, ed identificare tutte quante le persone, sia una cosa molto assimilabile al “raccogliere informazioni e dati sui cittadini per la loro opinione politica, o per adesione ai principi di movimenti sindacali” (la manifestazione era appunto organizzata da un sindacato).

Ma quello che riteniamo più grave di tutta la faccenda, e che evidentemente l’autore di BUTAC non ha capito, è questo pezzo del nostro post: “ogni manifestante è stato schedato e fotografato in faccia con carta d’identità in mano”.

Questa pratica non ci pare sia autorizzata esplicitamente da nessuna legge. La legge che spiega e regolamenta l’identificazione è l’Articolo 4 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS) – (R.D. 18 giugno 1931, n.773). Ecco cosa dice:
L’autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non sono in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici.

Ha facoltà inoltre di ordinare alle persone pericolose o sospette di munirsi, entro un dato termine, della carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza.
Il rifiuto all’identificazione è punito con l’articolo 651 del Codice Penale che recita così:
Chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni (1), rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali (2) (3) , è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a duecentosei euro.

(1) La richiesta deve essere legittima e deve al contempo provenire da un pubblico ufficiale, qualifica riconosciuta anche al controllore o al capotreno rispetto al controllo dei titoli di viaggio.

(2) Si tratta di un reato omissivo proprio che difatti si sostanzia in un’attività di inerzia nei riguardi della richiesta di identificazione mossa dall’autorità di polizia.

(3) E’ sufficiente ai fini dell’integrazione della norma in esame che il soggetto declini le proprie generalità, non essendo richiesto che fornisca i documenti attestanti la propria identità personale. 
Tornando al succo della questione, la legge parla della possibilità in qualsiasi momento, da parte di un pubblico ufficiale, di “identificare” una qualsiasi persona.

Nel diritto, per “identificazione” si intende l’accertamento dell’identità personale. E’ quindi evidente, oltre che specificato nell’articolo 651 del codice penale, che per identificare una persona basta che questa fornisca le proprie generalità a voce, o esibendo un documento. Se poi l’autorità ritiene che queste generalità siano false, scattano tutta una serie di ulteriori controlli, possibilità di fermo, ecc. che però non sono questo il caso che ci interessa. Quello che ci interessa, è che da nessuna parte si dà la possibilità all’autorità di fare una fotografia del documento. Oltretutto senza sapere cosa ne verrà fatta di quella fotografia e di quei dati che sono regolamentati dalla disciplina sulla privacy.

Se poi qualcuno è curioso di leggere un po’ dei 5000 commenti vi mettiamo qui il link.

In particolare segnaliamo quelli che commentano dicendo che se uno è onesto non ha niente da temere da qualsiasi tipo di controllo e schedatura e che in ogni caso le manifestazione si devono svolgere nei limiti previsti dalla legge. Fino a ieri volevano mettere a ferro e fuoco, su Facebook, l’Italia e il suo governo non eletto dal popolo, oggi chiedono solo ordine. Una posizione talmente miope che se la storia si fosse sviluppata su quella dinamica invece che sul conflitto, probabilmente saremmo sempre al servaggio della gleba o allo Ius primae noctis.

Purtroppo anni di leghismo e di Mediaset ma anche di propaganda del M5S hanno impedito di sviluppare la differenza fra il concetto di giustizia e legalità. Rendiamoci conto tuttavia che siamo circondati da pericolosi eversivi visto che la grandissima maggioranza degli elettori di questo governo è contraria a quasi tutti gli articoli della Costituzione (specialmente la parte sui PRINCIPI FONDAMENTALI e quella sui DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI) ma non ad esempio al pareggio di bilancio che larga parte nemmeno conosce. C’è soprattutto difficoltà a comprendere che fra le funzioni delle norme e delle leggi c’è anche quello di bilanciare i poteri fra governo e cittadini e disciplinare il rapporto fra controllore e controllato. Sono discorsi di sistema che sono alla base dello stato di diritto da qualche secolo. Possono sembrare complicati ma non lo sono, il problema è che per molti concittadini qualsiasi sistema dovrebbe occuparsi di ciò che accade entro il raggio del proprio naso.

Ma i più belli di tutti sono quelli per cui se contesti il sistema dell’ordine pubblico o critichi il comportamento di qualche poliziotto o la repressività di una norma sei un ipocrita perché quando poi ti rubano in casa o ti aggrediscono chiami la polizia. Se vi capita che qualcuno vi dica così, rispondetegli pure che se uno critica il sistema sanitario nazionale per il servizio che dà o qualche dottore per i comportamenti che tiene o gli errori che fa, la prossima volta che si deve operare lo faccia da solo in casa sua o vada in una clinica privata. Vediamo cosa risponde.

Ribadiamo tuttavia un concetto. La preoccupazione principale non deve essere Salvini ma i milioni di persone che lui e questo governo rappresentano ampiamente. Non c’è un governo golpista al potere ma un governo che rappresenta ampiamente una parte di Paese. Per ora minoritaria elettoralmente (considerati gli astenuti) ma maggioritaria culturalmente. Chiunque deve fare i conti con questo. Prima ce ne rendiamo conto, meno tempo si perde.

Redazione, 23 giugno 2018

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15/05/2018

Gli “esperti” della prove Invalsi dovrebbero tornare a scuola


Non si tratta di un banale refuso – anche noi ne facciamo a decine, prigionieri di una scrittura sempre veloce per “stare sul pezzo” – perché chi scrive i test delle prove Invalsi ha tutto il tempo (mesi...) per rileggere quel che ha scritto, farlo verificare da correttori delle bozze, farlo approvare infine da funzionari ministeriali che si presume siano degli autentici eruditi.

Quei test, infatti, vengono pensati e presentati come una “verifica” a posteriori del lavoro fatto dagli insegnanti e dalla capacità degli studenti di trattenere nozioni (“competenze”). Nulla viene chiesto infatti sulla capacità di apprendere ed elaborare concetti, sviluppare una capacità critica di quanto proposto in base ai programmi, ecc.

Dunque dobbiamo per forza dedurre chi chi ha scritto (verificato, approvato, fatto stampare, ecc.) questo quesito Invalsi sia definitivamente ignorante. E dunque che i test Invalsi servano soprattutto a misurare l’ignoranza di chi li elabora.

A voi l’articolo, tra il divertito e l’indispettito (quel giornale è stato tra i grandi sostenitori di questa “innovazione regressiva”), tratto dal Corriere della Sera di oggi.

*****

Non c’è pace per l’Invalsi. Dopo le polemiche suscitate dal questionario per la «profilazione sociale» dei bambini di quinta elementare («Da grande pensi che avrai abbastanza soldi e troverai un buon lavoro?»), in queste ore stanno montando in Rete nuove polemiche causate da un infelice lapsus calami (come avrebbero detto i latini) nel quiz di storia romana. E’ così che la battaglia di Azio in cui la flotta di Ottaviano sconfisse le navi di Cleopatra e Antonio sullo Ionio cambia mare e fa un salto di un paio di millenni diventando la battaglia di Anzio. Sì, Anzio: proprio come il nome dell’antica città tirrenica a sud di Roma in cui il 22 gennaio 1944 sbarcarono le truppe alleate.

Un bel salto acrobatico, dalla guerra civile romana alla Seconda guerra mondiale, tutto per colpa di una «enne» traditrice. Neanche Rodari sarebbe riuscito a fare tanto nel suo libro degli errori! Inevitabile, l’ironia della Rete sul livello di preparazione degli estensori delle prove standardizzate che, come più volte ricordato dallo stesso Istituto nazionale di valutazione, dovrebbero servire non già a dare i voti ai ragazzi ma a monitorare lo stato di salute delle scuole. E così mentre una romanissima gattara (nom de plume) ironizza sul fatto che Cleopatra e Antonio stessero in vacanza a Zoomarine (villaggio acquatico sito in quel di Torvaianica), i sindacati di base non perdono occasione per sparare sull’odiato Invalsi: «Ma quell’analfabeta che ha scritto Anzio al posto di Azio gira per il Ministero con il cappello di Napoleone?».



La lezione di Svetonio

Forse vale più la lezione che viene dagli antichi. Lo storico Svetonio raccontava uno strano episodio capitato ad Ottaviano prima della battaglia di Azio: l’incontro con un asinello di nome Niconte (Vittorioso). Dopo aver sbaragliato Antonio e Cleopatra, il console romano fece erigere un monumento in bronzo alla bestia e al suo padrone Eutico (Fortunato) che gli avevano portato fortuna. Ecco, forse se volessimo leggere un segno in questo ennesimo incidente occorso durante le prove Invalsi, potremmo dire che il termometro della scuola italiana in queste ore sembra denunciare qualche linea di febbre a carico del medico più che del paziente.

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27/04/2018

L’orrore classista della “buona scuola” genera apartheid sociale

Insegno italiano in un istituto professionale e mentre vi indignate delle parole di Michele Serra, vorrei segnalarvi una cosa. Grazie alla Buona Scuola di Matteo Renzi, dall’anno prossimo, nelle classi terze, quarte e quinte dei professionali, i ragazzi faranno un’ora settimanale di italiano in meno.

Che vuoi che sia dirà qualcuno.

Bene!

Allora sappiate che oggi, ne fanno 4 alla settimana, che il loro corso di studio non contiene discipline come filosofia, storia dell’arte, latino né tanto meno greco e che quelle attuali 4 ore settimanali sono l’unico luogo scolastico dove gli studenti dei professionali, portati alla ribalta delle stronzatine radical chic di Michele Serra, dovrebbero consolidare le loro capacità di scrivere, ascoltare, parlare, leggere e capire.

Il luogo dove conoscere la letteratura italiana e un po’ quella straniera, dove sviluppare il loro senso critico, dove apprendere, per fare pochi esempi, l’insegnamento degli illuministi francesi e di Machiavelli, di Dante e di Galilei, di Leopardi e degli avanguardisti, dell’umanesimo e del rinascimento e di tutto ciò che nei secoli, di bello e di brutto, di accettabile e di inaccettabile ha prodotto quella parte del pensiero che chiamiamo umanistico...

Quelle 4 ore settimanali, che dall’anno prossimo si ridurranno a 3, sono l’unico luogo, in cui possono appropriarsi di una parte importante di ciò che occorre per guardarsi attorno, tra le vicende umane, per osservarle e saperle capire.

Che sarà mai un’ora di meno a settimana dirà qualcuno.

Bene! Allora moltiplicate quell’ora per tutto l’anno e per tre anni e avrete idea di cosa gli si sta sottraendo.

Aggiungete che molte delle ore che rimangono saranno solo nominalmente di italiano, in realtà molte se ne andranno tra alternanza scuola-lavoro, corsi sulla sicurezza, patentini e contorno relativo.

Provate a leggerlo il decreto 61 attuativo della Buona Scuola, che disegna la riforma degli istituti professionali ed entrerà in vigore l’anno prossimo.

Sarete colpiti dal continuo, melenso e insopportabile ripetersi dell’espressione “le studentesse e gli studenti”, inutile ritornello messo li ad affermare, sulla carta, pari opportunità che non esistono nella realtà e ad emettere facili sentenze di autoassoluzione di coloro che, di tale assenza, sono i primi responsabili.

E poi, se volete, leggendo se è necessario anche tra le righe, andate al cuore dei provvedimenti e capirete che si vogliono formare lavoratori silenziosi ed ubbidienti, che sappiano svolgere bene le mansioni, e se non saranno in grado di guardare oltre, di inquadrare se stessi e la loro condizione in un mondo complesso, poco male sarà. Non indignatevi solo del classismo di Michele Serra che non è se non un dettaglio senza significato, indignatevi del classismo trasformato in decreto legge, indignatevi dei tagli all’istruzione e alla cultura per tutti, indignatevi di una scuola devastata dalla riforma renziana e da quelle precedenti berlusconiane, indignatevi delle condizioni di lavoro degli insegnanti italiani, delle scuole chiuse nei piccoli centri, dei 30 alunni per classe, degli edifici fatiscenti, delle biblioteche inesistenti…

E vi prego, non cadete mai dalle nuvole quando leggete che la massa dei giovani italiani non ha competenze linguistiche sufficienti a muoversi adeguatamente in questo mondo.

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25/06/2017

Scrutini e altri imbarazzi

Il declino di un sistema sociale si vede da molte cose, lo sappiamo. Ma un indicatore decisivo resta pur sempre l’atteggiamento del “senso comune” nei confronti del sapere. Magari semplicemente perché un analfabeta rimpiange – quasi sempre – la propria condizione guardando “chi sa leggere”, inevitabilmente più a suo agio con il mondo moderno, intriso in ogni anfratto di comunicazione e informazioni multi livello.

Il secondo indicatore decisivo è perciò l’atteggiamento di un genitore nei confronti del processo di formazione dei propri figli. Senza alcuna simpatia per quelli convinti di aver messo al mondo un genio, in una società orientata a migliorare ogni genitore spera che i propri discendenti possano avere un futuro migliore grazie a competenze vere, sapere vero, fondamentali di buon livello. Per quanta sfiducia si possa nutrire nella scuola pubblica, insomma, in una società di questo tipo si tiene conto – senza sacralità, ovvio – del “termometro” rappresentato dal corpo docente, chiamato a fornire le conoscenze e giudicare (a fine anno o fine ciclo) se il processo di apprendimento individuale ha raggiunto gli obiettivi minimi.

In un società rassegnata al declino, invece, un genitore si preoccupa di trovare la “giustificazione” che il figlio magari non è neanche in grado di elaborare da sé, oppure di contestare le procedure, la qualità dei “giudici”, ecc. Insomma, per non sapere che si ha la febbre alta, si preferisce rompere il termometro. Senza neppure capire che da 25 anni, da Luigi Berlinguer a oggi, i governi stanno pazientemente lavorando per distruggere il “termometro scuola” e consegnare la maggior parte delle future generazioni a un destino da schiavi ignoranti.

A voi la storia poco edificante, ma frequente, narrata dal disperato Spartaco.

*****

La storia è vera. Il ragazzo rischia di essere rimandato perché per tutto l’anno non ha fatto niente, nonostante i professori gli riconoscano una intelligenza viva e brillante, di quelle che basterebbe poco per mettere a frutto. A due giorni dagli scrutini i genitori presentano alla scuola un certificato. Il documento, prodotto da uno studio privato, segnala alcune non meglio precisate difficoltà di concentrazione che sarebbero la causa dello scarso rendimento.

Mi chiedo quale insegnamento quei genitori stiano dando al proprio figlio. E mi chiedo quale messaggio facciano passare quei genitori che davanti alle negligenze dei propri figli chiedono l’accesso agli atti pretendendo che venga consegnato loro tutto il materiale prodotto nell’intero anno scolastico, nella consapevolezza che un semplice vizio di forma, la mancanza di una firma, di una data, di una indicazione puramente accessoria, può rendere nullo il giudizio di uno scrutinio e salvare il ragazzo dall’essere rimandato o non ammesso alla classe successiva.

Io vorrei guardarli negli occhi dei genitori così. Vorrei guardarli per scoprire che colore ha la malafede, l’arroganza e il menefreghismo.

p.s.
La faccia assai perplessa è quella di Eli Wallach, l’indimenticabile Tuco (Il Buono il Brutto e il Cattivo)

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07/03/2017

La lunga marcia dell’Europa per disciplinare i migranti ‘irregolari’

Domina la paura. Trionfa un linguaggio violento e intollerante che manipola l'opinione pubblica facendo leva su un'atavica paura della diversità. L'ignoranza è elevata a motivo di orgoglio e si fregia di liquidare come "buonisti" coloro che non intendono rinunciare alla propria umanità.

E’ l’amico Francesco che comincia così il suo messaggio-confessione sul modo nel quale, una delle zone più ricche della Liguria, liquida il tema dei migranti. Si è parlato assai, almeno nei circoli cristiani ed illuminati della società, di accoglienza e solidarietà, lasciando alla ‘buona volontà’ dei cittadini di gestire le perenni emergenze migranti. Forse questo è stato un limite, fin troppo spiegabile con la consueta improvvisazione perversa che ha accompagnato per decenni le politiche sociali della nostra penisola.

Il discorso avrebbe potuto o forse dovuto essere un altro. Per esempio centrato sulla giustizia globale o allora e prima di tutto nel tentare di smantellare le menzogne che circondano i processi migratori che interessano il mondo intero.

In realtà la lunga marcia di costruzione del finto nemico migrante (irregolare) è cominciata da vari decenni. Come un filo che unisce, pezzo dopo pezzo, le convenzioni, i trattati, le dichiarazioni e gli accordi tra l’Europa e i paesi terzi. Fin dal Consiglio Europeo di Tampere, ottobre del 1999, si sono andati affermando i principi guida delle politiche europee sulle migrazioni. La lotta all’immigrazione definita clandestina nella ricerca della cooperazione dei paesi di origine e di transito dei migranti è ben presente. Come pure la giustificazione umanitaria nel proteggere i diritti umani dei migranti e combattere la tratta. Sullo stesso tema si precisa da subito la possibilità di accordi bilaterali per la riammissione dei migranti ‘indesiderati’.

La lunga marcia confluisce nel processo di Rabat del 2006, di Parigi due anni più tardi e si è andata precisando nella conferenza di Dakar del 2011. Le convergenze sulla necessità di prevenire e limitare il flusso delle migrazioni irregolari e meglio organizzare quelle regolari. Nel novembre del 2014 è stata la volta della dichiarazione di Roma nel quadro del processo di Khartoun. Quattro erano i temi portanti dell’accordo coi Paesi africani: organizzare la mobilità e la migrazione regolare, migliorare il controllo delle frontiere per combattere la migrazione irregolare, sinergia tra migrazione e sviluppo, promozione della protezione internazionale. L’incontro dell’anno seguente a Malta (La Vallette, nel 2015) non ha fatto che riprecisare questi punti arricchendoli e contestualizzandoli. E’ in questa ottica che si dovranno inserire le leggi che vari paesi africani hanno approvato contro la tratta dei migranti. Ciò è accaduto per fornire arsenale giuridico a quanto dovrebbe accadere ulteriormente nella lotta alla migrazione irregolare.

La lunga marcia che arriva alla Valletta ribadisce i punti conosciuti compreso quello di andare alle radici profonde delle migrazioni. L’aiuto allo sviluppo locale è finalizzato alla riduzione del desiderio di migrare e per questo vengono stanziati fondi per progetti nei paesi che si dimostreranno collaborativi con i desiderata dell’Europa. L’esternalizzazione delle frontiere dell’Europa è una realtà per chi vive nel Sud del mondo. Si formano controllori e gestori di frontiere e si promuovono le misure che dovrebbero frenare drasticamente le migrazioni intempestive. La ‘guardia civil’ spagnola in Mauritania, le reti uncinate di Ceuta e Melilla nel Marocco, i centri di detenzione in Libia (fin dall’epoca di Gheddafi), le espulsioni in Algeria e il blocco delle frontiere per i migranti in Niger fanno parte del dispositivo di controllo globale.

Quanto accade nei nostri giorni arriva da lontano, ha una storia, una politica e soprattutto un’economia. Che poi l’italica legge sulle migrazioni ‘Bossi-Fini’, abbia potuto reggere e costituire lo scenario su cui sono state interpretati i movimenti migratori non è una sorpresa. Essa ha contribuito a creare uno sguardo e una seri di politiche volte a manipolare i movimenti migratori in funzione dell’economia del paese, per buona parte sommersa. Ed è a proposito di questo preciso snodo che occorre parlare di una lunga marcia della menzogna. In fondo lo si sa molto bene. La politica della paura ha prodotto la paura della politica. Le migrazioni, il modo di gestirle, i sistemi di sicurezza, le esternalizzazioni delle frontiere altro non sono che un grande business, funzionale al sistema di mantenimento dell’attuale sistema neoliberista. Una lotta di classe che si articola con cortine fumogene costituite da Think Tank che sposano la doxa imperante e funzionale agli interessi di chi ha il potere.

Ecco perché dicevo in apertura che il vero tema di fondo è in realtà quello della giustizia globale. La maggior parte delle migrazioni accadono e si sviluppano nel SUD del mondo ed è nel SUD del mondo che si trova il maggior numero di rifugiati. L’Occidente, perso in sentieri senza qualità e preda delle retoriche umanitarie a geometrie variabili, cerca o meglio finge di controllare un processo che in fondo lo mantiene in vita. Le Nazioni Unite hanno una volta di più ribadito che prendere sul serio la demografia implica una migrazione di sostituzione. Per l’Italia il recente documento in questione ricorda che sarebbero necessari almeno 6.500 migranti per milione di abitanti. Farebbe qualcosa come 400 mila persone l’anno, popolazione acquisita che dovrebbe garantire il presente livello di ricambio demografico.

Dunque il problema non sono le migrazioni ‘irregolari’, che come tali non sono altri che il frutto voluto di scelte politiche, quanto la flessibilità e la sottomissione di lavoratori, soggetti svendibili a seconda delle esigenze del mercato. Si creano le condizioni perché la gente fugga dai paesi di origine (fattori economici, politici e soprattutto guerre che rilanciano l’economia). In seguito si selezionano coloro che porteranno il peso maggiore della ‘distruzione creativa’ della nuova tappa dell’economia.

I veri ‘corridoi’ umanitari sono quelli costituiti da coloro che non accettano di piegarsi al sistema e offrono a noi, popoli del NORD, un corridoio umanitario per non perire di vergogna. Conclude così l’amico Francesco:

La vera speranza è che barconi stracarichi di umanità possano sbarcare sulle nostre coste prima che sia troppo tardi, prima che i nostri rappresentanti eletti trovino il modo di affondarli con le armi della paura.

Niamey, Marzo 2017

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13/01/2017

L’Unità chiude un’altra volta. Anche per colpa dei giornalisti

Il giornale fondato da Antonio Gramsci, da un numero non quantificabile di anni, sembra aver scelto come propria funzione quella di far rivoltare il fondatore nella tomba. La punizione – non divina, questo è certo – è la sua ricorrente crisi, con sprazzi di riaperture tra una chiusura e l'altra.

Non è mai bello infierire sui dipendenti di un'azienda che chiude e licenzia, però neppure si può dare solidarietà sempre e comunque, a prescindere da qualsiasi giudizio sull'operato di quei dipendenti.

Siamo peraltro capaci di distinguere tra poligrafici (segretarie di redazioni, impiegati dell'amministrazione, arichivisti, ecc) e giornalisti. Non perché chi fa questo mestiere – che è anche il nostro, seppur più "militante" – sia indegno di solidarietà. Ma se l'Italia è arrivata al 77° posto mondiale quanto a libertà dell'informazione, qualche domanda è lecito porsela.

Siamo abituati a polemizzare con l'Unità per il suo indegno supporto ai governi in carica (tutti quelli non berlusconiani, certo; ma ci è sfuggita la differenza quanto a "riforme" anti-sociali), all'idolatria per Renzi & co (Verdini compreso). Se qualcuno vuole approfondire, per esempio, gli insulti di Rondolino a chiunque mettesse in discussione la "divinità" del ducetto di Rignano, farà fatica a distinguere tra la sua prosa velenosa e i poemetti di Bondi per il Caimano.

Insomma, se l'Unità affonda ancora è anche – non "solo" – per demeriti di chi ci scrive. Demeriti in senso stretto, in qualche caso; ignoranza crassa o volgare ideologismo, a voler essere espliciti. Difetti che minano insomma radicalmente la credibilità degli scriventi, a prescindere dallo schieramento politico.

Un esempio? Eccolo qui, fresco fresco...

Nel protestare contro la chiusura, Umberto De Giovannangeli, componente del comitato di redazione, ha rilasciato tra le altre la seguente dichiarazione contro la proprietà: “Neanche il peggior padrone delle ferriere di una lontana repubblica dell’Unione sovietica poteva comportarsi così”.

Non abbiamo il tempo di insegnare la Storia a nessuno, però se un giornalista professionista de l'Unità, ignora che i "padroni delle ferriere" sono o sono stati i protagonisti di una fase iniziale del capitalismo, e l'Unione Sovietica il primo tentativo di costruzione del socialismo, l'ignoranza è eccessiva.

Peggio. Viene da pensare che – dicendo queste sciocchezze – il giornalista pensi ancora di potersi ingraziare il padrone presente o quello futuro.

Per la cronaca, anche "nella più lontana repubblica dell'Unione Sovietica" i padroni nelle ferriere non potevano trattar male nessuno dei propri dipendenti. Per il buon motivo che erano stati fucilati. E proprio dai dipendenti, che avevano finalmente preso il potere...
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92 minuti di applausi per il corsivo! 

19/08/2016

La razionalità retrograda della “buona scuola”

La riforma della scuola non è razionale in senso strettamente illuministico.

Essa non modernizza la formazione, ma la riporta indietro di secoli creando innanzitutto rapporti di lavoro servo/padrone non sottoposti al controllo dello stato di diritto (il DS non deve motivare il rifiuto del docente, per esempio).

Precarizza un lavoro, quello del docente, che per garantire la continuità didattica dovrebbe al contrario essere tutelato sotto l'aspetto del ricongiungimento alla famiglia ecc; tanto più che la maggioranza dei docenti è sotto ogni evidenza fatto di donne.

Non stanzia fondi per la formazione in itinere dei docenti, millantando al contrario di avere come obiettivo il merito.

Punta tutto sull'alleggerimento dei contenuti disciplinari aggravando l'analfabetismo di ritorno di cui soffrono gli italiani con la scuola della distrazione progettuale e dell'alternanza scuola lavoro.

Con questa riforma lo Stato si sfila e si libera dal peso della formazione nazionale pubblica.

Il capitale italiano non ha bisogno di forza lavoro qualificata. Solo di servi e soprattutto di serve generiche e di camerieri al servizio del turismo di lusso straniero.

Sarà un caso il master sulla "filosofia del cibo e del vino" attivato al San Raffaele?

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01/07/2016

“È tempo per l’élite di sollevarsi contro le masse ignoranti”

Si sono proprio messi paura... Non tanto i mercati finanziari, ormai guidati da robusti algoritmi più che dal fiuto degli speculatori, quanto proprio le élite politiche, i think tank del dominio geostrategico. Il voto per la Brexit – nonostante la “strategia del terrore” praticata da tutti i media e nonostante l’assassinio della deputata laburista Jo Cox – ha segnalato che le classi sociali più impoverite da globalizzazione, crisi economica e gestione “austera” della crisi stessa stanno recidendo il legame di subordinazione rispetto alla volontà egemonica delle classi dirigenti.

La reazione popolare è stata fin qui molto diversificata (dalle lotte operaie in Francia fino al voto “antisistema” alle amministrative italiane), “sporca” come tutte le risposte che non si dipanano dietro un progetto politico vero, “rivoluzionario” negli obiettivi sociali più che nella retorica; una reazione spesso brutalmente reazionaria, nazionalista, identitaria e dunque razzista, egemonizzata com’è (in alcuni paesi) da partiti di quel tipo, pienamente sponsorizzati da un sistema dei media che li presentano consapevolmente come “l’unica alternativa” alla “razionalità” che sarebbe rappresentata dai mercati, dall’Unione Europea, dall’inevitabilità di processi storici che trascendono e travolgono miliardi di esseri umani. Non è un caso, insomma, che per illustrare il “malessere francese” i nostri media “democratici” facciano parlare solo Marine Le Pen anziché operai e sindacalisti che staccano la luce a Confindustria o ai parlamentari “socialisti”. Fanno lo stesso con l’Italia, dove parlano solo di Salvini, Meloni, Casapound, e non nominano mai le realtà di lotta antagonista (se non per demonizzarle come “black bloc”, “antagonisti”, ecc).

Si sono comunque messi davvero paura. E si ascoltano ora, fuori dai denti, discorsi seminazisti e aristocratici in forma di “difesa della democrazia”. Il top, in questi giorni lo abbiamo rintracciato in questo articolo apparso sulla prestigiosa rivista Foreign Policy, bimestrale fondato dalla Caregie Foundation e ora di proprietà di un importante quotidiano liberal, come The Washington Post.

Già il titolo è agghiacciante, come potete leggere. Trasuda aristocrazia malata, supponenza, odio. Ma è un sintomo rivelatore, forse fin troppo esplicito, di un mood in incubazione da tempo. La democrazia è un regime politico riesumato dal capitalismo novecentesco quasi esclusivamente in funzione anticomunista (“noi abbiamo le libere elezioni, l’Urss no”), senza peraltro negarsi sanguinosi golpe effettuati da eserciti fascisti che hanno compiuto stragi di dimensioni ancora non quantificate appieno.

Ma ora la democrazia è in aperto conflitto con questo stadio di sviluppo e crisi del modo di produzione.

I poveri sono ignoranti, non sanno perché non devono sapere; devono lavorare e basta, o restare disoccupati, ma in silenzio; non devono chiedere, non devono ribellarsi, non devono pretendere. Dunque non devono votare su questioni che mettono in discussione interessi così vasti e “coperti” che nessuno che ne sia escluso – non soltanto i poveri, dunque – è in grado di conoscere e capire.

Secondo dettaglio rilevante: la portata dello sconvolgimento in corso è superiore a quello registrato – diciamo così – nel “Sessantotto globale”. Allora sono state “normali oscillazioni di un sistema politico relativamente stabile“. Oggi c’è un sistema che non regge più il peso dei fenomeni contraddittori che lo attraversano…

È un fatto nuovo, nella storia dell’Occidente. Difficile sottovalutarlo...

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È tempo per l’élite di sollevarsi contro le masse ignoranti

Il Brexit ha messo a nudo lo scisma politico del nostro tempo. Non si tratta dello scontro tra destra e sinistra; si tratta del sano contro la rabbia senza pensiero.

JAMES TRAUB


Sono nato nel 1954, e finora avrei detto che la fine degli anni ’60 sono stati il più grande periodo di convulsione politica che ho vissuto. Eppure, nonostante tutto quello che la guerra del Vietnam e la lotta per i diritti civili hanno cambiato nella cultura americana e rimodellato i partiti politici, in retrospettiva quelle tempeste selvagge assomigliano alle normali oscillazioni di un sistema politico relativamente stabile. Il momento attuale è diverso. Oggi la rivolta dei cittadini – negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa – può capovolgere la politica come niente altro ha fatto durante la mia vita.

Alla fine del 1960, le élite erano in disordine, come sono ora – ma allora fuggivano dalla ribellione dei figli contro il mondo dei loro genitori; ora le elite stanno fuggendo dai genitori. L’estremismo è diventato dominante. Una delle caratteristiche più evidenti del voto Brexit è stato il ripudio totale di banchieri ed economisti e capi di stato occidentali, che hanno messo in guardia gli elettori contro i pericoli di una spaccatura con l’Unione europea. Il primo ministro britannico David Cameron ha pensato che gli elettori avrebbero rispettato il parere quasi universale degli esperti; il che dimostra solo quanto abbia mal giudicato il suo stesso popolo.

Sia il partito conservatore che quello laburista, in Gran Bretagna, sono ormai in crisi. Gli inglesi hanno avutola loro resa dei conti; gli americani stanno per averla. Se Donald Trump perde, e perde male (mi perdoni il mio ottimismo spericolato, ma credo che sarà così) il Partito Repubblicano può dover affrontare una spaccatura storica tra la sua base di ignoranti totali e la sua classe dirigente uscita da K Street o dalla Camera di Commercio. Il governo socialista di Francia può affrontare un fiasco simile nelle elezioni nazionali della prossima primavera: i sondaggi indicano che il presidente François Hollande non riuscirerebbe nemmeno arrivare al ballottaggio. I partiti di destra in tutta Europa chiedono a gran voce di poter votare anche loro per l’uscita (dall’Unione Europea, ndr).

Sì, è possibile che tutti i pezzi politici volino in aria per sistemarsi più o meno dove erano prima, ma il voto Brexit dimostra che anche un cambiamento sconvolgente non è più così tanto scioccante. Dove, allora, potrebbero finire quei pezzi? L’Europa sta già puntando in una direzione. In gran parte dell’Europa i partiti nazionalisti di estrema destra sono in testa nei sondaggi. Finora, nessuno ha raccolto la maggioranza, anche se il mese scorso Norbert Hofer, il leader di estrema destra Partito della Libertà austriaco, che si crogiola nella simbologia nazista, è stato a un soffio dal vincere le elezioni per la presidenza della Repubblica. partiti tradizionali di destra e sinistra possono combinare sempre più le forze per tenere fuori i nazionalisti. Questo è già successo in Svezia, dove un partito di centrodestra funge da socio di minoranza del governo di centrosinistra. Se in Francia i socialisti perdono davvero al primo turno, saranno costretti quasi certamente a sostenere i repubblicani conservatori contro l’estrema destra del Fronte Nazionale.

Forse queste coalizioni informali possono sopravvivere fino alla fine della febbre. Ma l’imperativo della convivenza potrebbe anche portare a veri e propri riallineamenti. Cioè, pezzi di partiti di sinistra e centro destra potrebbero staccarsi in modo da formare un diverso tipo di centro, difendendo pragmatismo, migliorismo, conoscenze tecniche, e una governance efficace contro le forze ideologiche raccolte su entrambi i lati. Non è difficile immaginare il partito repubblicano negli Stati Uniti – e, forse, i conservatori britannici, se il processo della Brexit dovesse andare terribilmente male – possa perdere il controllo della rabbia, dell’orgoglio nazionalista e quindi ricorìtruirsi alla maniera di Main Street, il partito pro-business che erano una generazione fa, prima che il loro zelo ideologico li portasse in un vicolo cieco. Questa otrebbe essere la loro unica alternativa all’irrilevanza.

La questione, in fondo, è la globalizzazione. Brexit, Trump, il Fronte Nazionale, e così via mostrano che le élite politiche hanno giudicato male la profondità della rabbia forze globali e quindi la domanda di ripristinare, in qualche modo, lo status quo ante. Può sembrare strano che la reazione sia arrivata oggi piuttosto che immediatamente dopo la crisi economica del 2008, ma il riflusso della crisi ha portato a un nuovo senso di stagnazione. Con prospettive di crescita piatta in Europa e la crescita del reddito al minimo negli Stati Uniti, gli elettori si ribellano contro le loro prospettive tristi a lungo termine. E globalizzazione significa cultura così come economia: le persone anziane, il cui mondo familiare è scomparso sotto una ridda di lingue straniere e feste multiculturali, stanno agitando i pugni verso le élite cosmopolite. Recentemente sono stato in Polonia, dove un partito di estrema destra che fa appello al nazionalismo e alla tradizione ha conquistato il potere, nonostante anni di prosperità innegabile sotto un regime di centro. I sostenitori usano le stesse parole più e più volte per spiegare loro voto: “I valori e la tradizione”. Hanno votato per la “polonità” contro la modernità dell’Europa occidentale.

Forse la politica stessa potrebbe riallinearsi attorno all’asse della globalizzazione, con gli agita-pugni da una parte e i pragmatici dall’altro. I nazionalisti avrebbero ottenuto la fedeltà della classe operaia bianca e della classe media, che si vedono come i difensori della sovranità. Il centro riformato dovrebbe includere i beneficiari della globalizzazione e i cittadini poveri e i non-bianchi e marginali, che riconoscono che la celebrazione dell’identità nazionale li esclude.

Naturalmente, i partiti tradizionali sia della sinistra e la destra stanno cercando di raggiungere i nazionalisti arrabbiati. A volte questo prende la forma di trucco grossolano, come quando Nicolas Sarkozy, che sta cercando di riconquistare la presidenza francese, denuncia la “tirannia della minoranza” e richiama il “per sempre la Francia” di un passato tutto bianco. Da sinistra, Hillary Clinton ha gettato il suo passato di fautrice del libero scambio per fare appello ai membri del sindacato e altri che vogliono proteggere i confini nazionali contro il mercato globale. Ma a destra e a sinistra non sono poi d’accordo così profondamente sul modo migliore per attutire gli effetti della globalizzazione, né come affrontare il vasto afflusso di rifugiati e migranti; e anche la minaccia di estremismo può non ssere abbastanza forte da portarli a fare causa comune.

Lo scisma che vediamo aprirsi di fronte a noi non riguarda solo le politiche, ma la realtà. Le forze per la Brexit hanno vinto perché alcuni leader cinici erano pronti a soddisfare la paranoia degli elettori, mentendo loro sui pericoli dell’immigrazione e i costi dell’adesione all’Unione europea. Alcuni di questi leader hanno già cominciato ad ammettere che stavano mentendo. Donald Trump ha, ovviamente, stabilito un nuovo standard per la falsità e la capacità di alimentare i timori degli elettori, in materia di immigrazione o di commercio estero, o su qualsiasi altra cosa si possa pensare. Il partito repubblicano, già pieno di negazionisti della scienza e negazionisti delle realtà economiche, si è gettato nelle braccia di un uomo che fabbrica le realtà che la gente ignorante va poi ad abitare.

Ho detto “ignorante”? Si l’ho fatto. E ‘necessario dire che il popolo è stato illuso e il compito della leadership è disilluderli. È questo “elitario”? Forse lo è; forse siamo diventati così inclini a celebrare la veridicità delle convinzione personale che ora sembra elitario credere nella ragione, la competenza, nelle lezioni della storia. Se è così, il partito che accetta la realtà deve essere pronto a contrastare il partito della negazione della realtà, e i suoi dirigenti sono tra coloro che lo sanno meglio. Se questo è il prossimo riallineamento, dovremmo abbracciarlo

da Foreign policy

It’s Time for the Elites to Rise Up Against the Ignorant Masses

Fonte

30/05/2016

Ci vogliono poveri e ignoranti. Ma felicemente silenti

La costruzione di un’ideologia nauseabonda è un lavoro lungo, faticoso, con grande dispendio di mezzi. Addirittura sproporzionati – in apparenza – rispetto all’obiettivo.

L’ideologia in costruzione – di cui ci stiamo occupando – deve affiancare una condizione reale: noi che non stiamo “in alto”, nella scala sociale del potere, dobbiamo essere persuasi che in fondo stiamo benissimo così. E se la situazione peggiora di giorno in giorno, beh, ce lo meritiamo, perché non siamo abbastanza “competitivi”. Per poter stare sereni – ahia! – in una condizione squallida, bisogna sapere anche poco; e infatti stanno distruggendo da oltre 30 anni, a piccoli slittamenti regressivi, sia la scuola che l’università pubbliche. Non dobbiamo insomma essere messi a conoscenza dei meccanismi di funzionamento del reale (del “sistema”, si diceva giustamente qualche tempo fa), in modo da poter essere meglio indirizzati verso spiegazioni ad hoc, rigorosamente false ma “credibili” e persuasive.

Esempio semplice: stiamo peggio, e peggio pagati, per colpa degli immigrati “che ci rubano il lavoro”. L’effetto al posto della causa (è l’impresa che paga meno, per essere a sua volta più “competitiva”), e il gioco è fatto.

Insomma, l’ignoranza è una iattura per gli schiavi, che così non possono mai emanciparsi dalla loro – nostra – triste condizione. Qualche imbecille “di sinistra”, tanti anni fa, provò persino a trasformare – ideologicamente, ovvio – questa iattura in una “fortuna”. Nacque così l’elogio dell’assenza di memoria (o Erkenntnistheorie), per cui il non sapere come e perché i tuoi predecessori nella rivolta avessero perso avrebbe permesso l’esplodere di un radicalismo più forte. Naturalmente è accaduto il contrario, ovvero la “pace dei cimiteri” della coscienza, perché l’ignoranza paralizza anche nella difesa della propria vita (anche nei lager c’era chi sperava fino all’ultimo di essere risparmiato, lui individualmente), proprio mentre il potere consolida e arricchisce le proprie conoscenze “controrivoluzionarie”, costruendo archivi e scuole di formazione per sbirri e infiltrati, monitorando ogni pur pallido apparire di “critica del presente”.

Tempi passati, non senza gravi danni per la soggettività antagonista.

Ora – sulla stessa linea – si dà da fare direttamente il bestiario mediatico mainstream. Qui sotto vi proponiamo di dare un'occihata a un articoletto apparso oggi sull’edizione italiana dell’Huffington Post, che riprende “ricerche” fatte in ambiente anglosassone.

Tesi ideologica: l’ignoranza è la chiave della felicità. Prove a favore: lo dice anche la scienza.

Basta una sbirciata per cogliere immediatamente l’inganno, alquanto volgaruccio. l’”ignoranza che ci aiuta a essere felici”, nella ricerca citata, è quella relativa al futuro individuale. E in effetti sarebbe impossibile vivere davvero sapendo già cosa ci accadrà.

Il professore australiano che propala questa felice ignoranza non ha però alcuna intenzione “universalistica”. In altri termini, non estrapola affatto una tesi “scientifica” a favore dell’ignoranza in generale. Il mondo va conosciuto, studiato, “saputo”. Mentre la propria vita futura è bene che riservi sempre molte sorprese, almeno sul piano delle esperienze di vita, affettive, amicali, esperienziali.

Al contrario, se non si mette questo preciso confine tematico alla “virtù dell’ignoranza”, si scrivono corbellerie miranti a far credere che l’ignoranza in genere porta felicità.

Una volta questa ideologia aveva altri modi di dire, in forma di proverbi: “i soldi non portano la felicità”, ecc. Ora ne abbiamo versione 2.0.

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“L’ignoranza è la chiave della felicità”. La ricerca: “È ciò che ci rende davvero liberi”

Ilaria Betti, L’Huffington Post

“Meno sai e meglio stai”, recita un detto, e a dargli ragione è anche la scienza. Se ciò che facciamo ogni giorno non è altro che pensare, immagazzinare quante più informazioni possibili, anticipare il futuro nella nostra mente, forse sarebbe meglio imparare ad arrendersi al “nemico”: l’ignoto, il non sapere. Sarebbe proprio questa la chiave della felicità, secondo uno studio della Australian National University: “Solo l’ignoranza ci dona la vera libertà”, spiega Michael Smithson, professore della Research School of Psychology.

“Per assaporare l’autentica libertà personale hai bisogno di non conoscere alcune parti della tua vita presente e futura. Se tutto è già scritto per te, se sai già come andrà a finire, sei meno libero di compiere delle scelte e di prendere decisioni”, afferma lo studioso. E proprio per rimpiazzare quel “vuoto” si accendono in noi la curiosità e la creatività: ecco perché soprattutto gli artisti, gli artigiani, gli scienziati e gli imprenditori dovrebbero accogliere l’ignoranza e riempirla di nuove idee. “C’è sempre qualcosa che ignoriamo, altrimenti non avremo nulla da scoprire”, aggiunge Smithson.

Per aiutare le persone a scoprirsi (felicemente) ignoranti, il professore ha lanciato il corso online gratuito “Ignorance!”, il cui sottotitolo recita: “Scoprite cosa è l’ignoranza, come nasce, cosa ci si può fare e il suo ruolo nella società e nella cultura”. Analizzando anche il lato negativo che porta al razzismo e al pregiudizio, ciò che vuole fare con il sito è soprattutto combattere contro lo stereotipo della persona ignorante e perciò da denigrare: “L’ignoranza è in ognuno di noi. È rilevante in ogni disciplina e professione, nella vita di tutti i giorni”. E conviene: “Immaginate di sapete la trama e il finale del vostro libro prima di leggerlo. O di sapere già quale sarà il vostro regalo di compleanno o di Natale”. Nessuno, assicura il professore, accetterebbe mai un “affronto” simile.

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