È difficile immaginare dei ministri più svergognati di quelli del governo Meloni, che tra l’altro agiscono con uno sciagurato sincronismo.
Mentre in parlamento il ministro della Difesa Crosetto proponeva di stralciare le spese militari dal pareggio di bilancio per consentire di ripristinare le dotazioni dell’esercito, falcidiate dagli “aiuti” peraltro segreti, mandati in Ucraina, quello dell’“Istruzione e del Merito”, Valditara, diceva che per mandare avanti la scuola sono necessari finanziamenti privati.
Insomma, soldi solo per la guerra ma non per l’istruzione.
Tuttavia, la posizione di Valditara va esaminata più in profondità, poiché rappresenta un’ulteriore accelerazione del processo di privatizzazione e di sottomissione della scuola alle aziende iniziato già da anni. Ora Valditara immagina che i privati debbano finanziare direttamente le scuole, soprattutto professionali e tecniche, evidentemente acquisendo voce in capitolo sui percorsi e le modalità della formazione.
Sappiamo bene come da anni le scuole versino in uno stato d’abbandono finanziario, abbiano problemi didattici, di attrezzature e di spazi. La fragilità della scuola, non casuale, ma programmata razionalmente da parte dei diversi governi rende evidentemente appetibile un aiuto dei privati.
Un sostegno però molto negativo in termini di formazione che sarebbe tutta orientata verso l’addestramento di mano d’opera per le aziende e non certo verso l’acquisizione dei saperi fondamentali per il cittadino.
Non potrebbe essere che così, i privati investono per avere un guadagno, non per beneficenza.
Il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi sezione del Lazio, Mario Rusconi, si è dimostrato entusiasta dell’idea del Ministro, anzi l’ha in qualche modo superata, sostenendo che le scuole dovrebbero avere lo statuto di Fondazione, per essere più celeri nell’azione e diminuire i costi.
Non siamo certi che il preside Rusconi si riferisse a tutte le scuole (abbastanza improbabile trasformare una scuola elementare in Fondazione), ma sicuramente il modello che egli ha in mente è quello già sperimentato a proposito degli Istituti Tecnici Superiori (ribattezzati ITS Academy, un po’ di inglese fa sempre figo) che sono appunto gestiti da Fondazioni.
Questo modello vede affiancati gli enti pubblici, tra cui quelli locali, come le Regioni, le aziende del territorio e altre istituzioni private. Il risultato è che tali istituti sono rigidamente sottomessi alle esigenze delle aziende del territorio in cui si trova la scuola e le imprese si garantiscono il controllo sulla didattica mandandovi a insegnare propri quadri che costituiscono il 50% circa del corpo docente.
In Lombardia, dove gli ITS scuola-fondazione sono in rapida espansione (già 25 istituti) si immaginano già percorsi formativi specifici per le Olimpiadi invernali del 2026, ripetendo le esperienze di sfruttamento già vissute con Expo 2015.
Questo obbrobrio aziendalista il preside Rusconi lo vorrebbe generalizzare a tutto il sistema scolastico che a quel punto non avrebbe più nulla né di pubblico né di unitario a livello nazionale, poiché sarebbe semplicemente costituito da Fondazioni senza nulla in comune tra loro, destinate solo a formare forza lavoro più o meno qualificata in base alle esigenze delle imprese del territorio in cui si trovano.
È evidente che ciò provocherebbe un ulteriore divario di risorse tra le scuole che si trovano in territori produttivamente sviluppati che potrebbero trovare partner privati e altre che invece non ce la farebbero.
La disparità territoriale non sembra preoccupare questi grandi sostenitori della “Nazione” (termine caduto in disuso dal linguaggio politico e rispolverato da Meloni). Infatti, intorno alla discussione sui capitali privati nella scuola, è emersa anche l’idea di differenziare i salari dei lavoratori della scuola in base al costo della vita nella sede di lavoro.
In pratica, una reintroduzione delle gabbie salariali abolite a furor di lotte operaie tra il 1969 e il 1972 in virtù delle quali i lavoratori che svolgevano uguali mansioni percepivano salari diversi in base alla città dove lavoravano.
Secondo Valditara, evidentemente, non è nemmeno necessario attendere che Calderoli termini il suo lavoro di demolizione della repubblica: gli stipendi differenziati si possono applicare subito.
Naturalmente Valditara ha voluto precisare che non intende mettere in discussione l’esistenza del contratto nazionale né pensa a veri e propri salari differenziati. Si tratta “solo di un adeguamento al costo della vita”. Ma in concreto, alcune buste paga potrebbero essere più leggere di altre. Ciò che rimarrà condiviso, sarà la miseria generale.
Quanto all’abolizione del contratto nazionale, non ci fidiamo affatto ed è il caso di vigilare attentamente. Non riusciamo a immaginare un contratto che preveda retribuzioni diverse per lo stesso lavoro.
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27/01/2023
17/05/2020
Una ministra che non cambia idea… o forse sì
Dopo la conferenza stampa di sabato mattina, 16 maggio, mi sono chiesto se fosse il caso di scrivere un articolo, visto che la notizia sembrava non esserci. Infatti, la ministra Azzolina ha dichiarato di “non avere cambiato idea” rispetto alle sue precedenti prese di posizione, in particolare sugli esami di maturità in presenza.
Invece, qualche notizia c’è. La più importante, anche se sottotraccia, è il totale rientro della ministra nel perimetro della legge 107, la cosiddetta “buona scuola” di Renzi-Giannini.
Nella sua conferenza stampa la ministra Azzolina ha più volte citato la legge 107, sia a proposito dell’importanza che nel colloquio per la maturità siano valorizzati i “Percorsi trasversali per le competenze e l’orientamento” – già detti scuola-lavoro – sia per la valutazione nella scuola primaria.
Tutto ciò dall’esponente di un partito che un paio d’anni fa aveva battuto l’Italia chiedendo voti per l’abolizione della legge 107, la cosiddetta “Buona scuola” (e per la verità anche del jobs act).
Sulla questione della valutazione di fine anno nella scuola primaria si è espresso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) chiedendo che a fine anno si derogasse dall’uso dei voti numerici: “Relativamente alla valutazione degli alunni della scuola primaria, tenuto conto che la situazione emergenziale ha particolarmente penalizzato l’apprendimento degli alunni per i quali l’interazione in presenza con i docenti di classe costituisce un elemento determinante nei processi di apprendimento, in misura maggiore di quanto non lo sia negli altri gradi di scuola, si ritiene che nell’ordinanza possa essere previsto che la valutazione finale degli apprendimenti sia espressa attraverso un giudizio riportato nel documento di valutazione, tenuto conto della possibilità di derogare all’art, 2, comma 2, del d.lvo 62/2017 che dispone nel primo ciclo l’attribuzione della votazione espressa in decimi”.
Fatto salvo che la valutazione numerica nella scuola dell’obbligo è comunque contestata da molti insegnanti, tanto che il Movimento di Cooperazione Educativa ha chiesto da anni la sua abolizione almeno per il settore primario, il parere del CSPI appare, in una situazione d’emergenza, ancor più ragionevole.
A una domanda posta da una giornalista, la ministra ha però risposto evasivamente, dicendo che si tratta di decisioni da meditare, da non prendere affrettatamente, facendo riferimento proprio alle legge 107.
La ministra Azzolina dimostra un’affezione particolare per la valutazione, vera ossessione della scuola-azienda e mentre dichiara che “non si deve lasciare indietro nessuno”, afferma che le insufficienze nella valutazione di fine anno ci saranno e dovranno essere recuperate il prossimo anno.
È evidente che il prossimo anno si dovranno fare attività di recupero, ma per tutti, poiché una scuola vera, da fine febbraio, non c’è stata, e la didattica a distanza è stata penalizzante per qualunque allievo, anche se soprattutto per quelli economicamente, socialmente e psicologicamente svantaggiati. Mi chiedo come si possa quindi pensare a valutazioni con insufficienze.
Quanto a come la ripresa di settembre potrà essere effettuata, la ministra è nella nebbia totale, cosa spiegabile con l’incapacità di tutto il governo, nel suo complesso, di dominare la situazione sanitaria.
Tuttavia è grave che la ministra dichiari che molte delle decisioni saranno decentrate e lasciate addirittura ai singoli istituti “in rispetto dell’autonomia”, anche avvalendosi della collaborazione degli stakeholder (?).
Nella pratica, questo significa scaricare sui singoli dirigenti scolastici responsabilità enormi senza dare loro indicazioni chiare e definite.
Infine, è stata piuttosto grottesca la presenza, a fianco della ministra, del dott. Miozzo, membro del Comitato tecnico scientifico del Ministero. Il dott. Miozzo, ovviamente non in giacca e cravatta ma in sobria felpa, come tutti i funzionari della Protezione Civile, a significare che saltano su e giù dagli elicotteri per salvarci (magari lo facessero davvero), ha rassicurato tutti dicendo che la maturità si svolgerà in sicurezza, che gli studenti saranno accompagnati da casa a scuola, che potranno presentarsi anche con una mascherina “fatta in casa” (quindi, ci dicono i medici, del tutto inutile).
Ma da chi saranno accompagnati non si sa. Il tutto per “salvare un momento indimenticabile della loro vita”, cioè la maturità. Fatta con le mascherine, seguendo percorsi tracciati in scuole semideserte, con il rischio del contagio, senza avere accanto i propri compagni. Sarà di certo un momento indimenticabile, ma in negativo. Quindi sarebbe stato forse meglio trovare soluzioni egualmente frustanti per i giovani maturandi ma almeno più sicure.
Naturalmente, nemmeno una parola per gli insegnanti e il personale scolastico non docente, tra cui molti anziani, che dovranno esporsi al rischio di contagio in questi esami comunque improbabili.
Fonte
Invece, qualche notizia c’è. La più importante, anche se sottotraccia, è il totale rientro della ministra nel perimetro della legge 107, la cosiddetta “buona scuola” di Renzi-Giannini.
Nella sua conferenza stampa la ministra Azzolina ha più volte citato la legge 107, sia a proposito dell’importanza che nel colloquio per la maturità siano valorizzati i “Percorsi trasversali per le competenze e l’orientamento” – già detti scuola-lavoro – sia per la valutazione nella scuola primaria.
Tutto ciò dall’esponente di un partito che un paio d’anni fa aveva battuto l’Italia chiedendo voti per l’abolizione della legge 107, la cosiddetta “Buona scuola” (e per la verità anche del jobs act).
Sulla questione della valutazione di fine anno nella scuola primaria si è espresso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) chiedendo che a fine anno si derogasse dall’uso dei voti numerici: “Relativamente alla valutazione degli alunni della scuola primaria, tenuto conto che la situazione emergenziale ha particolarmente penalizzato l’apprendimento degli alunni per i quali l’interazione in presenza con i docenti di classe costituisce un elemento determinante nei processi di apprendimento, in misura maggiore di quanto non lo sia negli altri gradi di scuola, si ritiene che nell’ordinanza possa essere previsto che la valutazione finale degli apprendimenti sia espressa attraverso un giudizio riportato nel documento di valutazione, tenuto conto della possibilità di derogare all’art, 2, comma 2, del d.lvo 62/2017 che dispone nel primo ciclo l’attribuzione della votazione espressa in decimi”.
Fatto salvo che la valutazione numerica nella scuola dell’obbligo è comunque contestata da molti insegnanti, tanto che il Movimento di Cooperazione Educativa ha chiesto da anni la sua abolizione almeno per il settore primario, il parere del CSPI appare, in una situazione d’emergenza, ancor più ragionevole.
A una domanda posta da una giornalista, la ministra ha però risposto evasivamente, dicendo che si tratta di decisioni da meditare, da non prendere affrettatamente, facendo riferimento proprio alle legge 107.
La ministra Azzolina dimostra un’affezione particolare per la valutazione, vera ossessione della scuola-azienda e mentre dichiara che “non si deve lasciare indietro nessuno”, afferma che le insufficienze nella valutazione di fine anno ci saranno e dovranno essere recuperate il prossimo anno.
È evidente che il prossimo anno si dovranno fare attività di recupero, ma per tutti, poiché una scuola vera, da fine febbraio, non c’è stata, e la didattica a distanza è stata penalizzante per qualunque allievo, anche se soprattutto per quelli economicamente, socialmente e psicologicamente svantaggiati. Mi chiedo come si possa quindi pensare a valutazioni con insufficienze.
Quanto a come la ripresa di settembre potrà essere effettuata, la ministra è nella nebbia totale, cosa spiegabile con l’incapacità di tutto il governo, nel suo complesso, di dominare la situazione sanitaria.
Tuttavia è grave che la ministra dichiari che molte delle decisioni saranno decentrate e lasciate addirittura ai singoli istituti “in rispetto dell’autonomia”, anche avvalendosi della collaborazione degli stakeholder (?).
Nella pratica, questo significa scaricare sui singoli dirigenti scolastici responsabilità enormi senza dare loro indicazioni chiare e definite.
Infine, è stata piuttosto grottesca la presenza, a fianco della ministra, del dott. Miozzo, membro del Comitato tecnico scientifico del Ministero. Il dott. Miozzo, ovviamente non in giacca e cravatta ma in sobria felpa, come tutti i funzionari della Protezione Civile, a significare che saltano su e giù dagli elicotteri per salvarci (magari lo facessero davvero), ha rassicurato tutti dicendo che la maturità si svolgerà in sicurezza, che gli studenti saranno accompagnati da casa a scuola, che potranno presentarsi anche con una mascherina “fatta in casa” (quindi, ci dicono i medici, del tutto inutile).
Ma da chi saranno accompagnati non si sa. Il tutto per “salvare un momento indimenticabile della loro vita”, cioè la maturità. Fatta con le mascherine, seguendo percorsi tracciati in scuole semideserte, con il rischio del contagio, senza avere accanto i propri compagni. Sarà di certo un momento indimenticabile, ma in negativo. Quindi sarebbe stato forse meglio trovare soluzioni egualmente frustanti per i giovani maturandi ma almeno più sicure.
Naturalmente, nemmeno una parola per gli insegnanti e il personale scolastico non docente, tra cui molti anziani, che dovranno esporsi al rischio di contagio in questi esami comunque improbabili.
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14/04/2020
Didattica a distanza: pedagogia dell’emancipazione o dell’asservimento?
“Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici […] La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri […] ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee” (Antonio Gramsci, Torino, 1916).
La relazione pedagogica e gli strumenti didattici utilizzati per la sua attuazione non sono mai neutri, sono sempre sottesi da una dimensione politica.
Indire, centro di elaborazione dell’ideologia delle competenze, oggi si dichiara al fianco delle 27 Scuole Polo del Movimento di Avanguardie Educative che ha elaborato il “Manifesto della scuola che non si ferma” nel quale si afferma che “Le scuole del Movimento delle Avanguardie educative credono in una scuola che si rinnova e non si ferma, anche in condizioni di emergenza, facendo leva sulla forza della condivisione delle idee e del supporto tra scuole”.
Gli assi portanti del succitato manifesto sono “crescita, innovazione, responsabilità, sistema, rete e comunità”. Se da un lato appare evidente la natura pianificata e strumentale della propaganda nazional-popolar-patriottica (“la scuola non si ferma” è un messaggio che fa pendant con quello tanto caro ai padroni che enfatizza “l’Italia che non si ferma”), dall’altro è palese l’ulteriore traghettamento della scuola verso i bisogni del libero mercato.
Il nuovo Moloch sono le piattaforme, le connessioni, le videoconferenze: non-luoghi, non-classi, non-relazioni. La connessione non avvicina, ma divide, non crea comunità, ma segmentazione, non accomuna. Eppure, al tempo della shock economy, i messaggi sono chiari e univoci: continuare a quantificare, valutare, misurare, trasferire informazioni.
La scrivente, rivoluzionando obtorto collo la propria azione didattica, ha registrato le proprie lezioni, le ha inviate in maniera sistematica ai propri studenti (triplicando peraltro – aspetto non secondario – il proprio tempo di lavoro e rinunciando al legittimo crinale tra il tempo di lavoro e quello privato): un trasferimento continuo e unidirezionale di informazioni che non si apre a reali interazioni neanche nelle video conferenze, nelle classi virtuali, quelle che sostituiscono bit alla relazione, innanzitutto umana, docente/discente.
L’azione didattica a distanza si configura come un travaso continuo di dati in un altro soggetto, riproponendo, in maniera amplificata, quel modello di educazione “depositaria e bancaria” di cui parlava il pedagogista Paulo Freire nell’opera “Pedagogia degli oppressi”.
Questa forma di educazione, per il pedagogista brasiliano che ha dedicato parte della sua vita a un impegnativo progetto di alfabetizzazione delle classi disagiate nel Brasile degli anni Sessanta, divide l’umanità in due gruppi, oppressi e oppressori: i primi sanno e impongono il proprio sapere, i secondi non sanno e si limitano ad assimilare passivamente informazioni e modelli imposti da altri.
Così afferma Freire in proposito: “Se il parlare autenticamente, che è lavoro, che è prassi, significa trasformare il mondo, parlare non è privilegio di alcuni uomini, ma diritto di tutti gli uomini […] il dialogo è questo incontro di uomini, attraverso la mediazione del mondo per dargli un nome, e quindi non si esaurisce nel rapporto io/tu. […] Perciò il dialogo è un’esigenza esistenziale. E se esso è l’incontro in cui si fanno solidali il riflettere e l’agire dei rispettivi soggetti, orientati verso un mondo da trasformare e umanizzare, non si può ridurre all’atto di depositare idee da un soggetto nell’altro, e molto meno diventare semplice scambio di idee come se fossero prodotti di consumo” (P. Freire, Torino, 2002, pp. 78 – 79).
La didattica, al tempo della connessione emergenziale, va nella direzione opposta, favorendo, invece, la passivizzazione, rafforzando la distinzione gerarchica tra chi sa, parla e comanda (nel caso della classe virtuale, il docente tramutato in “host”, gestore della video conferenza) e chi non sa, il deposito, e si limita a obbedire, fatta salva qualche richiesta di ulteriore spiegazione salutata con emoticon di vario tipo.
La pedagogia non è mai neutra e l’emergenza rappresenta un’occasione d’oro per rafforzare l’ideologia del libero mercato già ampiamente metabolizzata attraverso la famigerata controriforma della scuola. La legge 107 del 2015 così recitava: “Tali insegnamenti [...] sono parte del percorso dello studente e sono inseriti nel curriculum dello studente, che ne individua il profilo associandolo a un’identità digitale e raccoglie tutti i dati utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, relativi al percorso degli studi, alle competenze acquisite.”
Senza tanti infingimenti, già la legge 107 aveva svelato la sua natura politica, sussumendo la scuola alle logiche della competitività e del profitto e imponendo un modello pedagogico funzionale al libero mercato, non certo alla ”conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri” ovvero al libero sviluppo dello studente.
Aggressiva iper-competitività, contabilizzazione, gerarchizzazione delle conoscenze, tracciabilità dello studente, utile alla sua potenziale immissione nel mercato e, dunque, al suo sfruttamento futuro e asservimento agli interessi del capitale: questi erano gli ingredienti del modello pedagogico della 107.
La situazione emergenziale, determinata dal coronavirus, ha favorito ulteriori torsioni nella relazione apprendimento/insegnamento, rafforzando quel taylorismo educativo che trasforma gli studenti, come affermerebbe il caro maestro Manzi, in “semplici ripetitori di cose e non in creatori di cultura”.
Il docente, trasformato in “host”, nella classe virtuale, ha il diritto di ammettere lo studente con un click sulla voce “admit”, di decidere se lo studente deve essere in condizione “mute” o “unmute”, di dare o togliere la voce o registrare cliccando “rec”: un vero controllo automatico a distanza che produce e riproduce situazioni di dominio.
È un modello molto distante da quello della pedagogia della “coscientizzazione” e della liberazione proposta da Freire, tutta declinata sull’idea di un rovesciamento dialettico permanente in grado di trasformare vicendevolmente, in un’ottica problematizzante, le figure coinvolte nell’attività didattica.
“Perciò la liberazione è un parto. Un parto doloroso. L’uomo che nasce da questo parto è un uomo nuovo, che diviene tale attraverso il superamento della contraddizione oppressori/oppressi che è poi l’umanizzazione di tutti.” (P. Freire, Torino, 2002, p. 34).
L’educazione, senza precostituiti/pregressi significati impressi al mondo, diviene così un atto creativo che affiora dalla relazione pedagogica stessa, in grado di cancellare la distinzione gerarchica tra chi sa, la leadership dominante, e chi non sa e obbedisce, l’asservito.
“La prima sopravvive nella misura del suo antagonismo con le masse, la seconda nella sua comunione con esse” (P. Freire, Torino, 2002, p. 172).
Fonte
La relazione pedagogica e gli strumenti didattici utilizzati per la sua attuazione non sono mai neutri, sono sempre sottesi da una dimensione politica.
Indire, centro di elaborazione dell’ideologia delle competenze, oggi si dichiara al fianco delle 27 Scuole Polo del Movimento di Avanguardie Educative che ha elaborato il “Manifesto della scuola che non si ferma” nel quale si afferma che “Le scuole del Movimento delle Avanguardie educative credono in una scuola che si rinnova e non si ferma, anche in condizioni di emergenza, facendo leva sulla forza della condivisione delle idee e del supporto tra scuole”.
Gli assi portanti del succitato manifesto sono “crescita, innovazione, responsabilità, sistema, rete e comunità”. Se da un lato appare evidente la natura pianificata e strumentale della propaganda nazional-popolar-patriottica (“la scuola non si ferma” è un messaggio che fa pendant con quello tanto caro ai padroni che enfatizza “l’Italia che non si ferma”), dall’altro è palese l’ulteriore traghettamento della scuola verso i bisogni del libero mercato.
Il nuovo Moloch sono le piattaforme, le connessioni, le videoconferenze: non-luoghi, non-classi, non-relazioni. La connessione non avvicina, ma divide, non crea comunità, ma segmentazione, non accomuna. Eppure, al tempo della shock economy, i messaggi sono chiari e univoci: continuare a quantificare, valutare, misurare, trasferire informazioni.
La scrivente, rivoluzionando obtorto collo la propria azione didattica, ha registrato le proprie lezioni, le ha inviate in maniera sistematica ai propri studenti (triplicando peraltro – aspetto non secondario – il proprio tempo di lavoro e rinunciando al legittimo crinale tra il tempo di lavoro e quello privato): un trasferimento continuo e unidirezionale di informazioni che non si apre a reali interazioni neanche nelle video conferenze, nelle classi virtuali, quelle che sostituiscono bit alla relazione, innanzitutto umana, docente/discente.
L’azione didattica a distanza si configura come un travaso continuo di dati in un altro soggetto, riproponendo, in maniera amplificata, quel modello di educazione “depositaria e bancaria” di cui parlava il pedagogista Paulo Freire nell’opera “Pedagogia degli oppressi”.
Questa forma di educazione, per il pedagogista brasiliano che ha dedicato parte della sua vita a un impegnativo progetto di alfabetizzazione delle classi disagiate nel Brasile degli anni Sessanta, divide l’umanità in due gruppi, oppressi e oppressori: i primi sanno e impongono il proprio sapere, i secondi non sanno e si limitano ad assimilare passivamente informazioni e modelli imposti da altri.
Così afferma Freire in proposito: “Se il parlare autenticamente, che è lavoro, che è prassi, significa trasformare il mondo, parlare non è privilegio di alcuni uomini, ma diritto di tutti gli uomini […] il dialogo è questo incontro di uomini, attraverso la mediazione del mondo per dargli un nome, e quindi non si esaurisce nel rapporto io/tu. […] Perciò il dialogo è un’esigenza esistenziale. E se esso è l’incontro in cui si fanno solidali il riflettere e l’agire dei rispettivi soggetti, orientati verso un mondo da trasformare e umanizzare, non si può ridurre all’atto di depositare idee da un soggetto nell’altro, e molto meno diventare semplice scambio di idee come se fossero prodotti di consumo” (P. Freire, Torino, 2002, pp. 78 – 79).
La didattica, al tempo della connessione emergenziale, va nella direzione opposta, favorendo, invece, la passivizzazione, rafforzando la distinzione gerarchica tra chi sa, parla e comanda (nel caso della classe virtuale, il docente tramutato in “host”, gestore della video conferenza) e chi non sa, il deposito, e si limita a obbedire, fatta salva qualche richiesta di ulteriore spiegazione salutata con emoticon di vario tipo.
La pedagogia non è mai neutra e l’emergenza rappresenta un’occasione d’oro per rafforzare l’ideologia del libero mercato già ampiamente metabolizzata attraverso la famigerata controriforma della scuola. La legge 107 del 2015 così recitava: “Tali insegnamenti [...] sono parte del percorso dello studente e sono inseriti nel curriculum dello studente, che ne individua il profilo associandolo a un’identità digitale e raccoglie tutti i dati utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, relativi al percorso degli studi, alle competenze acquisite.”
Senza tanti infingimenti, già la legge 107 aveva svelato la sua natura politica, sussumendo la scuola alle logiche della competitività e del profitto e imponendo un modello pedagogico funzionale al libero mercato, non certo alla ”conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri” ovvero al libero sviluppo dello studente.
Aggressiva iper-competitività, contabilizzazione, gerarchizzazione delle conoscenze, tracciabilità dello studente, utile alla sua potenziale immissione nel mercato e, dunque, al suo sfruttamento futuro e asservimento agli interessi del capitale: questi erano gli ingredienti del modello pedagogico della 107.
La situazione emergenziale, determinata dal coronavirus, ha favorito ulteriori torsioni nella relazione apprendimento/insegnamento, rafforzando quel taylorismo educativo che trasforma gli studenti, come affermerebbe il caro maestro Manzi, in “semplici ripetitori di cose e non in creatori di cultura”.
Il docente, trasformato in “host”, nella classe virtuale, ha il diritto di ammettere lo studente con un click sulla voce “admit”, di decidere se lo studente deve essere in condizione “mute” o “unmute”, di dare o togliere la voce o registrare cliccando “rec”: un vero controllo automatico a distanza che produce e riproduce situazioni di dominio.
È un modello molto distante da quello della pedagogia della “coscientizzazione” e della liberazione proposta da Freire, tutta declinata sull’idea di un rovesciamento dialettico permanente in grado di trasformare vicendevolmente, in un’ottica problematizzante, le figure coinvolte nell’attività didattica.
“Perciò la liberazione è un parto. Un parto doloroso. L’uomo che nasce da questo parto è un uomo nuovo, che diviene tale attraverso il superamento della contraddizione oppressori/oppressi che è poi l’umanizzazione di tutti.” (P. Freire, Torino, 2002, p. 34).
L’educazione, senza precostituiti/pregressi significati impressi al mondo, diviene così un atto creativo che affiora dalla relazione pedagogica stessa, in grado di cancellare la distinzione gerarchica tra chi sa, la leadership dominante, e chi non sa e obbedisce, l’asservito.
“La prima sopravvive nella misura del suo antagonismo con le masse, la seconda nella sua comunione con esse” (P. Freire, Torino, 2002, p. 172).
Fonte
29/11/2018
La scuola della competitività è un pericolo. L’unità studenti, insegnanti, lavoratori può sventarlo
Venerdì 30 novembre scenderanno in piazza studenti e lavoratori della scuola, i quali, pur partendo da piani vertenziali apparentemente diversi, hanno in comune un unico obiettivo politico: l’abolizione delle Legge 107/2015, la cosiddetta buona scuola. Ma le intenzioni comuni hanno anche una radice comune: lo sfruttamento sempre più sofisticato e articolato del lavoro.
La “campagna Basta Alternanza” ha individuato il punto centrale delle riforme europee tradotte dalla “Buona scuola”, ossia il completo asservimento della formazione alle esigenze del sistema produttivo attuale, sia dal punto di vista delle “competenze” (cioè le conoscenze piegate alle finalità del mercato) sia dal punto di vista della mentalità. Non è un caso che nella nozione di “competenza”, oltre al “sapere” e al “saper fare”, sia incluso il “saper essere”. L’“essere” in questione è l’essere per il mercato, ossia per il capitalismo odierno. In altre parole, non solo si deve sapere risolvere un problema che lo sviluppo capitalistico pone (“saper fare”), ma si deve anche volerlo risolvere, si deve accettarne le condizioni e le finalità (“saper essere”, appunto). Per sottrarre lo sfruttamento della “pratica” ai fini del mercato, gli studenti chiedono che essa venga “internalizzata”, ossia gestita dalla scuola, secondo criteri formativi democraticamente decisi dal mondo della scuola e tarata sui reali bisogni degli studenti (ci sarebbe molto da dire sulla nozione di “bisogni formativi” e su chi stabilisce quali essi siano).
Non è un caso che un altro obiettivo degli studenti sia l’abolizione delle prove Invalsi, ossia quel sistema di certificazione delle competenze su cui la scuola (docenti e studenti) non esercitano nessun controllo, le cui finalità non sono spesso conosciute alla stragrande maggioranza del popolo della scuola e su cui non si può dire nulla: aspettiamo, infatti, che qualcuno ci spieghi su quali basi si fondi la competenza linguistica che le prove invalsi intendono misurare. Chi decide che quella ricercata (e spessa imposta attraverso la didattica) dai sistemi di valutazione sia l’abilità linguistica tout court?
Ma non c’è solo questo ad essere preso di mira nella piattaforma studentesca: l’autonomia scolastica e la regionalizzazione delle scuole sono giustamente viste come strumenti di differenziazione che acuiscono in senso territoriale e sociale le divisioni di classe all’interno del sistema educativo nazionale, che sono funzionali alla competizione (già in ambito formativo) nel mercato del lavoro (mercato sempre più integrato a livello europeo).
L’USB ha accolto l’invito degli studenti rivolto ai sindacati di base e conflittuali ad appoggiare la loro lotta e ha indetto uno sciopero del comparto scuola.
Quest’appoggio ha un valore che va oltre la solidarietà rivendicativa (il punto centrale è sempre la Legge 107/2015, oltre agli altri punti rivendicativi che mirano a smantellare l’impianto di tutte le riforme scolastiche degli ultimi 25 anni), ma ha un duplice valore politico strategico: da una parte individua un obiettivo generale (le politiche europee sulla formazione) e dall’altra tenta di ricomporre, per finalità non “politiciste” (non si tratta di andare contro questo o quel governo), un fronte di lotta nel mondo della scuola che metta assieme lavoratori e studenti, avviando un necessario lavoro di ricostituzione del blocco sociale, sottraendolo al blocco economico-sociale regressivo e reazionario di questo paese, che sempre più si avvale del supporto militare (leggi “scuole sicure” e militarizzazione).
Altro bersaglio di questa lotta – va ricordato dopo l’ultima uscita di questo governo – dovrebbe essere il tentativo di abolire il valore legale del titolo di studio, che fa pendant con i tentativi di accelerare i processi competitivi messi in atto con l’autonomia scolastica, la regionalizzazione, il sistema dei crediti e la certificazione delle competenze.
Quale funzione dovrebbe avere l’abolizione del valore legale del titolo di studio? Lo spiegava un anno fa Michele Tiraboschi (ordinario di Diritto del lavoro Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico Scuola di alta formazione in Relazioni industriali e di lavoro di ADAPT, l’associazione no profit fondata da Marco Biagi nel 2000 per promuovere studi e ricerche di lavoro), in un articolo sul Sole 24 ore: «all’epoca della Quarta rivoluzione industriale, la competizione internazionale sarà sempre più una sfida tra i diversi sistemi educativi e della ricerca che saremo in grado di affrontare solo abbandonando la vecchia e falsa idea che il valore legale del titolo sia garanzia e presidio dell’ideale egualitario».
Qualcuno non lo ricorderà (o forse non lo sa proprio), ma il progetto di abolire il valore legale del titolo di studio era già scritto (intorno alla metà degli anni settanta) nel “Piano di rinascita democratica” (o della “Rinascita nazionale”, come viene anche spesso indicato) della loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli. Sarà forse un caso che negli stessi anni un progetto simile – soprattutto per la flessibilizzazione del mercato del lavoro – era presente anche nel programma dei “Chicago Boys”, ossia dei giovani economisti formatisi all’Università di Chicago che furono i consiglieri economici del dittatore cileno Pinochet e pionieri del neoliberismo? A noi sembra proprio di no. Dal Cile di Pinochet al piano della P2 (totalmente applicato da tutti i governi della seconda repubblica), passando attraverso tutte le controriforme del lavoro (fino al Jobs Act) e fino al governo giallo-verde, la strada è quella: la flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, ossia il progetto neoliberista in tutte le sue varianti. L’Unione Europea sostiene questo progetto, nella misura in cui i titoli di studio dovranno contare sempre meno nel mercato europeo del lavoro, a favore della certificazione delle competenze, che possono essere certificate da enti non pubblici, come avviene in alcune parti degli USA dove esistono enti non statali definiti “fabbriche di titoli” (“diploma mill” o “degree mill”).
La cornice della competizione internazionale dà un giro di vite alla corsa competitiva nel mondo della formazione e del lavoro, che ormai sono legati in unico destino. E allora, l’alleanza tra lavoratori della scuola e gli studenti/futuri lavoratori ha una ragion d’essere in più per ritrovarsi in piazza il 30 novembre.
Fonte
La “campagna Basta Alternanza” ha individuato il punto centrale delle riforme europee tradotte dalla “Buona scuola”, ossia il completo asservimento della formazione alle esigenze del sistema produttivo attuale, sia dal punto di vista delle “competenze” (cioè le conoscenze piegate alle finalità del mercato) sia dal punto di vista della mentalità. Non è un caso che nella nozione di “competenza”, oltre al “sapere” e al “saper fare”, sia incluso il “saper essere”. L’“essere” in questione è l’essere per il mercato, ossia per il capitalismo odierno. In altre parole, non solo si deve sapere risolvere un problema che lo sviluppo capitalistico pone (“saper fare”), ma si deve anche volerlo risolvere, si deve accettarne le condizioni e le finalità (“saper essere”, appunto). Per sottrarre lo sfruttamento della “pratica” ai fini del mercato, gli studenti chiedono che essa venga “internalizzata”, ossia gestita dalla scuola, secondo criteri formativi democraticamente decisi dal mondo della scuola e tarata sui reali bisogni degli studenti (ci sarebbe molto da dire sulla nozione di “bisogni formativi” e su chi stabilisce quali essi siano).
Non è un caso che un altro obiettivo degli studenti sia l’abolizione delle prove Invalsi, ossia quel sistema di certificazione delle competenze su cui la scuola (docenti e studenti) non esercitano nessun controllo, le cui finalità non sono spesso conosciute alla stragrande maggioranza del popolo della scuola e su cui non si può dire nulla: aspettiamo, infatti, che qualcuno ci spieghi su quali basi si fondi la competenza linguistica che le prove invalsi intendono misurare. Chi decide che quella ricercata (e spessa imposta attraverso la didattica) dai sistemi di valutazione sia l’abilità linguistica tout court?
Ma non c’è solo questo ad essere preso di mira nella piattaforma studentesca: l’autonomia scolastica e la regionalizzazione delle scuole sono giustamente viste come strumenti di differenziazione che acuiscono in senso territoriale e sociale le divisioni di classe all’interno del sistema educativo nazionale, che sono funzionali alla competizione (già in ambito formativo) nel mercato del lavoro (mercato sempre più integrato a livello europeo).
L’USB ha accolto l’invito degli studenti rivolto ai sindacati di base e conflittuali ad appoggiare la loro lotta e ha indetto uno sciopero del comparto scuola.
Quest’appoggio ha un valore che va oltre la solidarietà rivendicativa (il punto centrale è sempre la Legge 107/2015, oltre agli altri punti rivendicativi che mirano a smantellare l’impianto di tutte le riforme scolastiche degli ultimi 25 anni), ma ha un duplice valore politico strategico: da una parte individua un obiettivo generale (le politiche europee sulla formazione) e dall’altra tenta di ricomporre, per finalità non “politiciste” (non si tratta di andare contro questo o quel governo), un fronte di lotta nel mondo della scuola che metta assieme lavoratori e studenti, avviando un necessario lavoro di ricostituzione del blocco sociale, sottraendolo al blocco economico-sociale regressivo e reazionario di questo paese, che sempre più si avvale del supporto militare (leggi “scuole sicure” e militarizzazione).
Altro bersaglio di questa lotta – va ricordato dopo l’ultima uscita di questo governo – dovrebbe essere il tentativo di abolire il valore legale del titolo di studio, che fa pendant con i tentativi di accelerare i processi competitivi messi in atto con l’autonomia scolastica, la regionalizzazione, il sistema dei crediti e la certificazione delle competenze.
Quale funzione dovrebbe avere l’abolizione del valore legale del titolo di studio? Lo spiegava un anno fa Michele Tiraboschi (ordinario di Diritto del lavoro Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico Scuola di alta formazione in Relazioni industriali e di lavoro di ADAPT, l’associazione no profit fondata da Marco Biagi nel 2000 per promuovere studi e ricerche di lavoro), in un articolo sul Sole 24 ore: «all’epoca della Quarta rivoluzione industriale, la competizione internazionale sarà sempre più una sfida tra i diversi sistemi educativi e della ricerca che saremo in grado di affrontare solo abbandonando la vecchia e falsa idea che il valore legale del titolo sia garanzia e presidio dell’ideale egualitario».
Qualcuno non lo ricorderà (o forse non lo sa proprio), ma il progetto di abolire il valore legale del titolo di studio era già scritto (intorno alla metà degli anni settanta) nel “Piano di rinascita democratica” (o della “Rinascita nazionale”, come viene anche spesso indicato) della loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli. Sarà forse un caso che negli stessi anni un progetto simile – soprattutto per la flessibilizzazione del mercato del lavoro – era presente anche nel programma dei “Chicago Boys”, ossia dei giovani economisti formatisi all’Università di Chicago che furono i consiglieri economici del dittatore cileno Pinochet e pionieri del neoliberismo? A noi sembra proprio di no. Dal Cile di Pinochet al piano della P2 (totalmente applicato da tutti i governi della seconda repubblica), passando attraverso tutte le controriforme del lavoro (fino al Jobs Act) e fino al governo giallo-verde, la strada è quella: la flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, ossia il progetto neoliberista in tutte le sue varianti. L’Unione Europea sostiene questo progetto, nella misura in cui i titoli di studio dovranno contare sempre meno nel mercato europeo del lavoro, a favore della certificazione delle competenze, che possono essere certificate da enti non pubblici, come avviene in alcune parti degli USA dove esistono enti non statali definiti “fabbriche di titoli” (“diploma mill” o “degree mill”).
La cornice della competizione internazionale dà un giro di vite alla corsa competitiva nel mondo della formazione e del lavoro, che ormai sono legati in unico destino. E allora, l’alleanza tra lavoratori della scuola e gli studenti/futuri lavoratori ha una ragion d’essere in più per ritrovarsi in piazza il 30 novembre.
Fonte
30/09/2018
Alternanza scuola-lavoro e cultura d’impresa
Il problema non è che gli studenti del Classico vadano a fare i gommisti e quelli del Tecnico si ritrovino a fare fotocopie. L’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria per tutti gli istituti Superiori dalla legge 107, meglio nota come Buona Scuola, è il dispositivo centrale di un’operazione propagandistica: la disoccupazione giovanile nascerebbe da un disallineamento tra le competenze dei diplomati e le richieste del mondo del lavoro. Spariti d’incanto decenni di ristrutturazione selvaggia dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro su scala internazionale, la responsabilità delle difficoltà occupazionali delle giovani generazioni viene attribuita ad una presunta inadeguatezza della scuola. Agli studenti e alle loro famiglie si fornisce da un lato l’illusione che qualche settimana in azienda faciliterà, poi, l’inserimento lavorativo, dall’altro la percezione che le materie oggetto di studio sono lontane dalla realtà e non sono realmente importanti per la vita. Intanto, la scuola pubblica, divenuta fornitrice di mano d’opera a costo zero, è sottoposta ad una vera invasione di campo da ditte, terzo settore, banche, assicurazioni, studi professionistici, che propongono agli studenti “pacchetti formativi”, talora persino a pagamento. Sfatiamo un luogo comune: non esiste una buona alternanza, perché non è emendabile un dispositivo strategico di adattamento sociale e di stravolgimento delle finalità educative. E’ necessario chiedere alle forze politiche una moratoria nell’applicazione dell’alternanza, dispositivo che compromette gravemente la dignità e lo spessore culturale del percorso educativo, la libertà di insegnamento, la necessaria indipendenza della scuola dalle pressioni del mercato.
Nell’ambito del processo di aziendalizzazione che, da almeno due decenni, investe il sistema della pubblica istruzione l’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria per tutti gli istituti Superiori dalla legge 107, meglio nota come buona scuola, rappresenta uno snodo cruciale, sia per le sue implicazioni -pratiche e teoriche- sia per il suo carattere strategico.
L’alternanza è esemplare di come la quantità possa trasformarsi in qualità, fino a caratterizzare una nuova impostazione scolastica. La riforma renziana, infatti, non ha inventato gli stages in azienda, già da tempo praticati in totale autonomia da molti istituti tecnici e professionali, ma ne ha sancito l’obbligatorietà, li ha estesi ad ogni tipo di scuola di secondo grado ed ha aumentato massicciamente il numero di ore (200 per il triennio dei Licei, 400 per quello dei Tecnici).
Già il nome attribuito al progetto è significativo: istituendo una relazione dicotomica tra i due ambiti, si nega che lo studio sia un lavoro che, come tale, necessita di un tirocinio psico-fisico, oltre che intellettuale e si esprime una concezione piuttosto primitiva, per la quale il lavoro è solo quello manuale o, comunque, quello espletato in azienda. Dietro tanta approssimazione e semplificazione si cela, in realtà, una profonda svalorizzazione dei contenuti culturali ed etici che dovrebbero trovare nella scuola il loro terreno privilegiato.
L’alternanza è paradigmatica di una scuola progettata per il mercato: da un lato tende a spostare il baricentro della formazione dalla scuola - ritenuta obsoleta, perché nel nostro Paese è ancora legata alla trasmissione e rielaborazione di un patrimonio culturale - all’impresa, dall’altro svolge un ruolo di adattamento sociale non trascurabile, considerate le dinamiche lavorative del nuovo millennio.
Il suo presupposto si basa su una colossale mistificazione che una martellante campagna mediatica ha cercato di trasformare in evidenza: la disoccupazione giovanile nascerebbe da un disallineamento tra le competenze dei diplomati e le richieste del mondo del lavoro. Spariti d’incanto decenni di ristrutturazione selvaggia dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro su scala internazionale, taciuta vergognosamente la complicità di una classe politica attenta solo a recepire le richieste dei mercati ed incapace di progettare politiche economiche di ampio respiro, la responsabilità delle difficoltà occupazionali delle giovani generazioni viene attribuita ad una presunta inadeguatezza della scuola, chiamata, quindi, a colmare questo ritardo attraverso la didattica delle competenze e la collaborazione con le imprese. Dovendo dare, naturalmente, a questo assioma una parvenza di scientifica oggettività, il testo della “buona scuola“ porta a sostegno i dati emersi da un’inchiesta McKynsey 2014, secondo cui il 40% della disoccupazione giovanile avrebbe carattere non congiunturale, ma strutturale e nascerebbe dallo scarto” tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare e ciò che la nostra scuola effettivamente offre”. (http://labuonascuola.gov.it/documenti,p.106) Tutta la costruzione regge, insomma, su una sola fonte e sul metodo della decontestualizzazione dei dati rilevati, assunti come significativi in sé ed inappellabili e non ricondotti ad uno scenario economico ed occupazionale di ben diversa complessità e rispondente ad una ben precisa ratio.
Riduzionismo informativo e demagogia si mescolano per mettere a segno due obiettivi: assolvere le classi dirigenti dalle gravissime responsabilità nel campo delle politiche del lavoro e sociali e, contemporaneamente, attaccare la scuola pubblica e portarne avanti la progressiva destrutturazione.
L’alternanza diventa il dispositivo centrale di un’operazione demagogica e propagandistica indirizzata agli studenti e alle loro famiglie, ai quali si fornisce da un lato l’illusione che qualche settimana in azienda faciliterà, poi, l’inserimento lavorativo, dall’altro la percezione che le materie oggetto di studio sono lontane dalla realtà e non sono realmente importanti per la vita. Non solo: si dà corpo ad una concezione della scuola come luogo di formazione della futura manodopera che contrasta radicalmente con il portato di una lunga ed elaborata tradizione pedagogica per la quale la scuola è, innanzitutto, luogo di formazione della personalità umana, della coscienza civile, dell’educazione della ragione e dei sentimenti, attraverso la trasmissione (che è anche rielaborazione) delle conoscenze.
Operazione demagogica, perché gli ideatori della buona scuola sono i primi a sbandierare con compiacimento la rapidità dei mutamenti dell’assetto produttivo e lavorativo della cosiddetta “società della conoscenza” e, quindi, sono perfettamente consapevoli dell’inutilità pratica dell’alternanza ai fini dello sviluppo di competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro e che, nel giro di poco tempo, rischiano di divenire obsolete. La finalità perseguita è un’altra: l’elaborazione di uno strumento efficace per aprire la scuola pubblica ad una vera invasione di campo da parte di enti esterni: ditte, terzo settore, banche, assicurazioni, studi professionistici, compagnie navali che propongono agli studenti “pacchetti formativi”, talora persino a pagamento. La scuola è stata trasformata in un mercato appetibile che fornisce mano d’opera a costo zero e consente l’attivazione di convenzioni di tipo privatistico.
L’alternanza diventa, pertanto, il fulcro del processo di aziendalizzazione che sta snaturando in profondità la scuola, così come ogni ambito della vita pubblica, a partire dalla politica. Ben lontano dall’essere un parto naturale dei riformatori nostrani, trova il suo humus nelle “raccomandazioni” espresse in sede europea sul finire del secolo precedente. In particolare, il Libro bianco del 1995 del Commissario europeo con delega alla formazione e cultura Edith Cresson invita a stabilire nuovi ponti tra scuola e impresa, cui si conferiscono le credenziali di luogo formativo con correlate agevolazioni fiscali. Non solo: questo documento prospetta la possibilità di sostituire in futuro il titolo di studio, troppo rigido, con “una tessera personale delle competenze” sulla quale verrebbero registrate di volta in volta le acquisizioni del titolare, in modo da consentire al datore di lavoro una rapida valutazione delle qualifiche dell’aspirante lavoratore in ogni momento della sua vita. (www.mydf.it/DOC_IRASE/librobianco_Cresson.pdf, pp.10,11).
La certificazione delle competenze sarebbe demandata in buona parte alle imprese; in questo contesto la scuola sembra avviarsi a divenire un’agenzia formativa tra le altre, conformemente al nuovo scenario dell’apprendimento permanente funzionale alla mobilità dei lavoratori in base alle esigenze dell’economia. Non è possibile, salvo fraintenderne funzione e fini, estrapolare l’alternanza dal quadro più vasto delle politiche del lavoro programmate dai centri economico-politici decisionali sul breve-medio termine: il suo perfetto equivalente in ambito lavorativo è il jobs act, al quale essa prepara disinvoltamente i giovani, sin dall’età scolare. Non solo: fornisce alibi a mobilità, flessibilità, sottoccupazione, facilità di licenziamento, mettendo a disposizione delle imprese lavoratori non pagati da usarsi in sostituzione di quelli ancora abituati a percepire un salario, per quanto irrisorio. Ciò, naturalmente, è reso possibile da un quadro occupazionale caratterizzato ormai da contratti a tempo determinato o “atipici”.
Che, poi, la scuola sia chiamata ad attuare queste stesse politiche, così estranee al suo ambito d’intervento e alle sue finalità, prelude ad un capovolgimento radicale della sua struttura e del suo ruolo, di cui stiamo vedendo solo le prime avvisaglie. L’alternanza, insomma, funziona da efficace cavallo di Troia di una destrutturazione del sistema dell’istruzione, già delineata nelle sue linee essenziali attorno agli anni ’90 del Novecento, a cominciare dalla presenza di esperti esterni che garantiscono flessibilità quanto a reclutamento e fedeltà ideologica ai valori dell’impresa e del mercato, rispetto ai quali si sottolinea il persistere di una certa tiepidezza da parte dei docenti italiani. (La rimostranza viene espressa nei quaderni dell’Associazione TreeLLLe, think tank di ambito confindustriale che si propone di studiare le proposte per migliorare la qualità dell education e alla quale si sono largamente ispirati gli autori della buona scuola; cfr., in particolare, http//wwwtreellle.org/files/III/quaderno-8,p.21.)
L’alternanza come primo passo verso una progressiva esternalizzazione della docenza, con significativo cambiamento del profilo giuridico (libero da vincoli contrattuali ritenuti troppo rigidi) e professionale (da insegnanti alle prese con un sapere disciplinare a formatori chiamati ad addestrare a specifiche competenze richieste dal mondo esterno) va di pari passo con la sua funzione di dispositivo ideologico rivolto ai ragazzi per indirizzarli alla “cultura d’impresa” e all’autoimprenditorialità.
Se, infatti, con Harry Braverman, riteniamo che nella scuola non ha capitale importanza solo ciò che si impara, ma anche ciò a cui ci si abitua (cfr. Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel xx secolo,Einaudi, Torino,1978,p.287), non è di poco conto considerare che l’alternanza scuola-lavoro abitua gli studenti a lavorare gratuitamente dietro il presunto apprendimento di qualche abilità utile dopo il diploma. Se a ciò si aggiunge l’insistenza sulla necessità di una formazione permanente per rimanere sempre aggiornati rispetto alle esigenze del mercato del lavoro, si profila uno scenario futuro molto allettante per i profitti delle imprese, estremamente preoccupante per quanto riguarda la dignità del lavoro, già ampiamente devastata dalla deregolamentazione introdotta dalle “riforme” neoliberiste. L’alternanza proietta direttamente l’adolescente nella condizione lavorativa già predisposta per la gran maggioranza dei diplomati di lavoratore flessibile, sottopagato, docile, disposto ad accettare come normali demansionamenti, mobilità e precariato, incline a sentirsi personalmente responsabile in caso di disoccupazione o sottoccupazione, poiché privo di adeguate competenze o di soddisfacenti capacità imprenditoriali.
E’ doveroso sfatare un luogo comune che, criticando l’applicazione concreta dell’alternanza quale si è registrata in questi tre anni, non ne mette per nulla in discussione la sostanza che, peraltro, gli sfugge. Non esiste una buona alternanza, perché non è emendabile un dispositivo strategico di adattamento sociale e di stravolgimento delle finalità educative, rimosse a vantaggio di un economicismo che svilisce la scuola a luogo di formazione e addirittura di diretto collocamento di forza lavoro in possesso di qualche abilità settoriale di tipo tecnico. Il problema di fondo non consiste nello scarto tra la mancata corrispondenza fra le attività svolte dagli studenti durante lo stage in azienda e il loro piano di studio. Che gli studenti del Classico vadano a fare i gommisti e quelli del Tecnico si ritrovino a fare fotocopie in qualche ufficio, rappresenta solo un lato marginale e folkloristico del problema. E il problema è l’ingresso massiccio dell’impresa e della logica del mercato nella scuola, sia come concreta invadenza in termini di tempi, di spazi e di contenuti, sia come modello organizzativo, nonché culturale. Avrebbe dovuto sollevare l’indignazione del mondo intellettuale la perdita di un numero consistente di ore di lezione, di tempo sottratto alla trasmissione e rielaborazione delle conoscenze, alla riflessione critica, all’approfondimento disciplinare, tempo prezioso per la crescita umana e culturale che, per la maggior parte dei ragazzi, qualunque sia l’indirizzo frequentato, solo la scuola può offrire. L’alternanza comporta, inevitabilmente, un impoverimento dei contenuti, una compressione dei programmi e, in questo senso, è perfettamente organica alla “didattica delle competenze”. Che tale levata di scudi non ci sia stata, salvo qualche lodevole eccezione, rappresenta un’ulteriore riprova di un declino culturale complessivo, di un’attenzione alle sirene mercantilistiche che autorizza previsioni poco rosee relativamente alla tenuta di un pensiero critico e della stessa democrazia.
L’alternanza, in quanto meccanismo predisposto per un connubio contro natura scuola-impresa che sottrae specificità culturale ed educativa alla prima, nonché spazi istituzionali, costringendola sul terreno socialmente vincente della seconda, ipoteca gravemente il futuro della pubblica istruzione. Essa non ha nulla a che vedere con il riconoscimento della dimensione del lavoro e dell’esperienza pratica nella vita dei ragazzi, come viene suggerito da chi cerca di correggerne le storture più evidenti, con il fine di legittimarne la presenza, seppur in forme riviste. Le scuole, già da tempo, possono organizzare progetti estivi con gli enti locali per l’inserimento lavorativo, peraltro pagato, dei ragazzi che desiderino dedicare una parte delle loro vacanze allo svolgimento di un’attività professionale. L’ alternanza non promuove il lavoro che, anzi, svilisce in una nuova forma di apprendistato non riconosciuto socialmente ed economicamente, ma l’ideologia aziendalistica, non a caso, si avvale dell’educazione “all’autoimprenditorialità” consigliata già dalla scuola materna, mentre, nella concretezza della prassi scolastica, disputa il terreno ai saperi disciplinari, avvertiti come estranei alla ragione calcolante e strumentale.
E’ necessario chiedere alle forze politiche una moratoria nell’applicazione dell’alternanza, sulla scia di un appello, forte di migliaia di adesioni, lanciato nel dicembre 2017 da alcuni docenti. (cfr. Appello per la scuola pubblica. Un documento sulla scuola e sull’Istruzione: da leggere,pensare e sottoscrivere) L’obbligatorietà, il consistente monte-ore, la presenza di consulenti esterni, il suo essere requisito vincolante per l’ammissione alla Maturità compromettono gravemente la dignità e lo spessore culturale del percorso educativo, la libertà di insegnamento, la necessaria indipendenza della scuola dalle pressioni del mercato.
Fernanda Mazzoli
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Nell’ambito del processo di aziendalizzazione che, da almeno due decenni, investe il sistema della pubblica istruzione l’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria per tutti gli istituti Superiori dalla legge 107, meglio nota come buona scuola, rappresenta uno snodo cruciale, sia per le sue implicazioni -pratiche e teoriche- sia per il suo carattere strategico.
L’alternanza è esemplare di come la quantità possa trasformarsi in qualità, fino a caratterizzare una nuova impostazione scolastica. La riforma renziana, infatti, non ha inventato gli stages in azienda, già da tempo praticati in totale autonomia da molti istituti tecnici e professionali, ma ne ha sancito l’obbligatorietà, li ha estesi ad ogni tipo di scuola di secondo grado ed ha aumentato massicciamente il numero di ore (200 per il triennio dei Licei, 400 per quello dei Tecnici).
Già il nome attribuito al progetto è significativo: istituendo una relazione dicotomica tra i due ambiti, si nega che lo studio sia un lavoro che, come tale, necessita di un tirocinio psico-fisico, oltre che intellettuale e si esprime una concezione piuttosto primitiva, per la quale il lavoro è solo quello manuale o, comunque, quello espletato in azienda. Dietro tanta approssimazione e semplificazione si cela, in realtà, una profonda svalorizzazione dei contenuti culturali ed etici che dovrebbero trovare nella scuola il loro terreno privilegiato.
L’alternanza è paradigmatica di una scuola progettata per il mercato: da un lato tende a spostare il baricentro della formazione dalla scuola - ritenuta obsoleta, perché nel nostro Paese è ancora legata alla trasmissione e rielaborazione di un patrimonio culturale - all’impresa, dall’altro svolge un ruolo di adattamento sociale non trascurabile, considerate le dinamiche lavorative del nuovo millennio.
Il suo presupposto si basa su una colossale mistificazione che una martellante campagna mediatica ha cercato di trasformare in evidenza: la disoccupazione giovanile nascerebbe da un disallineamento tra le competenze dei diplomati e le richieste del mondo del lavoro. Spariti d’incanto decenni di ristrutturazione selvaggia dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro su scala internazionale, taciuta vergognosamente la complicità di una classe politica attenta solo a recepire le richieste dei mercati ed incapace di progettare politiche economiche di ampio respiro, la responsabilità delle difficoltà occupazionali delle giovani generazioni viene attribuita ad una presunta inadeguatezza della scuola, chiamata, quindi, a colmare questo ritardo attraverso la didattica delle competenze e la collaborazione con le imprese. Dovendo dare, naturalmente, a questo assioma una parvenza di scientifica oggettività, il testo della “buona scuola“ porta a sostegno i dati emersi da un’inchiesta McKynsey 2014, secondo cui il 40% della disoccupazione giovanile avrebbe carattere non congiunturale, ma strutturale e nascerebbe dallo scarto” tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare e ciò che la nostra scuola effettivamente offre”. (http://labuonascuola.gov.it/documenti,p.106) Tutta la costruzione regge, insomma, su una sola fonte e sul metodo della decontestualizzazione dei dati rilevati, assunti come significativi in sé ed inappellabili e non ricondotti ad uno scenario economico ed occupazionale di ben diversa complessità e rispondente ad una ben precisa ratio.
Riduzionismo informativo e demagogia si mescolano per mettere a segno due obiettivi: assolvere le classi dirigenti dalle gravissime responsabilità nel campo delle politiche del lavoro e sociali e, contemporaneamente, attaccare la scuola pubblica e portarne avanti la progressiva destrutturazione.
L’alternanza diventa il dispositivo centrale di un’operazione demagogica e propagandistica indirizzata agli studenti e alle loro famiglie, ai quali si fornisce da un lato l’illusione che qualche settimana in azienda faciliterà, poi, l’inserimento lavorativo, dall’altro la percezione che le materie oggetto di studio sono lontane dalla realtà e non sono realmente importanti per la vita. Non solo: si dà corpo ad una concezione della scuola come luogo di formazione della futura manodopera che contrasta radicalmente con il portato di una lunga ed elaborata tradizione pedagogica per la quale la scuola è, innanzitutto, luogo di formazione della personalità umana, della coscienza civile, dell’educazione della ragione e dei sentimenti, attraverso la trasmissione (che è anche rielaborazione) delle conoscenze.
Operazione demagogica, perché gli ideatori della buona scuola sono i primi a sbandierare con compiacimento la rapidità dei mutamenti dell’assetto produttivo e lavorativo della cosiddetta “società della conoscenza” e, quindi, sono perfettamente consapevoli dell’inutilità pratica dell’alternanza ai fini dello sviluppo di competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro e che, nel giro di poco tempo, rischiano di divenire obsolete. La finalità perseguita è un’altra: l’elaborazione di uno strumento efficace per aprire la scuola pubblica ad una vera invasione di campo da parte di enti esterni: ditte, terzo settore, banche, assicurazioni, studi professionistici, compagnie navali che propongono agli studenti “pacchetti formativi”, talora persino a pagamento. La scuola è stata trasformata in un mercato appetibile che fornisce mano d’opera a costo zero e consente l’attivazione di convenzioni di tipo privatistico.
L’alternanza diventa, pertanto, il fulcro del processo di aziendalizzazione che sta snaturando in profondità la scuola, così come ogni ambito della vita pubblica, a partire dalla politica. Ben lontano dall’essere un parto naturale dei riformatori nostrani, trova il suo humus nelle “raccomandazioni” espresse in sede europea sul finire del secolo precedente. In particolare, il Libro bianco del 1995 del Commissario europeo con delega alla formazione e cultura Edith Cresson invita a stabilire nuovi ponti tra scuola e impresa, cui si conferiscono le credenziali di luogo formativo con correlate agevolazioni fiscali. Non solo: questo documento prospetta la possibilità di sostituire in futuro il titolo di studio, troppo rigido, con “una tessera personale delle competenze” sulla quale verrebbero registrate di volta in volta le acquisizioni del titolare, in modo da consentire al datore di lavoro una rapida valutazione delle qualifiche dell’aspirante lavoratore in ogni momento della sua vita. (www.mydf.it/DOC_IRASE/librobianco_Cresson.pdf, pp.10,11).
La certificazione delle competenze sarebbe demandata in buona parte alle imprese; in questo contesto la scuola sembra avviarsi a divenire un’agenzia formativa tra le altre, conformemente al nuovo scenario dell’apprendimento permanente funzionale alla mobilità dei lavoratori in base alle esigenze dell’economia. Non è possibile, salvo fraintenderne funzione e fini, estrapolare l’alternanza dal quadro più vasto delle politiche del lavoro programmate dai centri economico-politici decisionali sul breve-medio termine: il suo perfetto equivalente in ambito lavorativo è il jobs act, al quale essa prepara disinvoltamente i giovani, sin dall’età scolare. Non solo: fornisce alibi a mobilità, flessibilità, sottoccupazione, facilità di licenziamento, mettendo a disposizione delle imprese lavoratori non pagati da usarsi in sostituzione di quelli ancora abituati a percepire un salario, per quanto irrisorio. Ciò, naturalmente, è reso possibile da un quadro occupazionale caratterizzato ormai da contratti a tempo determinato o “atipici”.
Che, poi, la scuola sia chiamata ad attuare queste stesse politiche, così estranee al suo ambito d’intervento e alle sue finalità, prelude ad un capovolgimento radicale della sua struttura e del suo ruolo, di cui stiamo vedendo solo le prime avvisaglie. L’alternanza, insomma, funziona da efficace cavallo di Troia di una destrutturazione del sistema dell’istruzione, già delineata nelle sue linee essenziali attorno agli anni ’90 del Novecento, a cominciare dalla presenza di esperti esterni che garantiscono flessibilità quanto a reclutamento e fedeltà ideologica ai valori dell’impresa e del mercato, rispetto ai quali si sottolinea il persistere di una certa tiepidezza da parte dei docenti italiani. (La rimostranza viene espressa nei quaderni dell’Associazione TreeLLLe, think tank di ambito confindustriale che si propone di studiare le proposte per migliorare la qualità dell education e alla quale si sono largamente ispirati gli autori della buona scuola; cfr., in particolare, http//wwwtreellle.org/files/III/quaderno-8,p.21.)
L’alternanza come primo passo verso una progressiva esternalizzazione della docenza, con significativo cambiamento del profilo giuridico (libero da vincoli contrattuali ritenuti troppo rigidi) e professionale (da insegnanti alle prese con un sapere disciplinare a formatori chiamati ad addestrare a specifiche competenze richieste dal mondo esterno) va di pari passo con la sua funzione di dispositivo ideologico rivolto ai ragazzi per indirizzarli alla “cultura d’impresa” e all’autoimprenditorialità.
Se, infatti, con Harry Braverman, riteniamo che nella scuola non ha capitale importanza solo ciò che si impara, ma anche ciò a cui ci si abitua (cfr. Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel xx secolo,Einaudi, Torino,1978,p.287), non è di poco conto considerare che l’alternanza scuola-lavoro abitua gli studenti a lavorare gratuitamente dietro il presunto apprendimento di qualche abilità utile dopo il diploma. Se a ciò si aggiunge l’insistenza sulla necessità di una formazione permanente per rimanere sempre aggiornati rispetto alle esigenze del mercato del lavoro, si profila uno scenario futuro molto allettante per i profitti delle imprese, estremamente preoccupante per quanto riguarda la dignità del lavoro, già ampiamente devastata dalla deregolamentazione introdotta dalle “riforme” neoliberiste. L’alternanza proietta direttamente l’adolescente nella condizione lavorativa già predisposta per la gran maggioranza dei diplomati di lavoratore flessibile, sottopagato, docile, disposto ad accettare come normali demansionamenti, mobilità e precariato, incline a sentirsi personalmente responsabile in caso di disoccupazione o sottoccupazione, poiché privo di adeguate competenze o di soddisfacenti capacità imprenditoriali.
E’ doveroso sfatare un luogo comune che, criticando l’applicazione concreta dell’alternanza quale si è registrata in questi tre anni, non ne mette per nulla in discussione la sostanza che, peraltro, gli sfugge. Non esiste una buona alternanza, perché non è emendabile un dispositivo strategico di adattamento sociale e di stravolgimento delle finalità educative, rimosse a vantaggio di un economicismo che svilisce la scuola a luogo di formazione e addirittura di diretto collocamento di forza lavoro in possesso di qualche abilità settoriale di tipo tecnico. Il problema di fondo non consiste nello scarto tra la mancata corrispondenza fra le attività svolte dagli studenti durante lo stage in azienda e il loro piano di studio. Che gli studenti del Classico vadano a fare i gommisti e quelli del Tecnico si ritrovino a fare fotocopie in qualche ufficio, rappresenta solo un lato marginale e folkloristico del problema. E il problema è l’ingresso massiccio dell’impresa e della logica del mercato nella scuola, sia come concreta invadenza in termini di tempi, di spazi e di contenuti, sia come modello organizzativo, nonché culturale. Avrebbe dovuto sollevare l’indignazione del mondo intellettuale la perdita di un numero consistente di ore di lezione, di tempo sottratto alla trasmissione e rielaborazione delle conoscenze, alla riflessione critica, all’approfondimento disciplinare, tempo prezioso per la crescita umana e culturale che, per la maggior parte dei ragazzi, qualunque sia l’indirizzo frequentato, solo la scuola può offrire. L’alternanza comporta, inevitabilmente, un impoverimento dei contenuti, una compressione dei programmi e, in questo senso, è perfettamente organica alla “didattica delle competenze”. Che tale levata di scudi non ci sia stata, salvo qualche lodevole eccezione, rappresenta un’ulteriore riprova di un declino culturale complessivo, di un’attenzione alle sirene mercantilistiche che autorizza previsioni poco rosee relativamente alla tenuta di un pensiero critico e della stessa democrazia.
L’alternanza, in quanto meccanismo predisposto per un connubio contro natura scuola-impresa che sottrae specificità culturale ed educativa alla prima, nonché spazi istituzionali, costringendola sul terreno socialmente vincente della seconda, ipoteca gravemente il futuro della pubblica istruzione. Essa non ha nulla a che vedere con il riconoscimento della dimensione del lavoro e dell’esperienza pratica nella vita dei ragazzi, come viene suggerito da chi cerca di correggerne le storture più evidenti, con il fine di legittimarne la presenza, seppur in forme riviste. Le scuole, già da tempo, possono organizzare progetti estivi con gli enti locali per l’inserimento lavorativo, peraltro pagato, dei ragazzi che desiderino dedicare una parte delle loro vacanze allo svolgimento di un’attività professionale. L’ alternanza non promuove il lavoro che, anzi, svilisce in una nuova forma di apprendistato non riconosciuto socialmente ed economicamente, ma l’ideologia aziendalistica, non a caso, si avvale dell’educazione “all’autoimprenditorialità” consigliata già dalla scuola materna, mentre, nella concretezza della prassi scolastica, disputa il terreno ai saperi disciplinari, avvertiti come estranei alla ragione calcolante e strumentale.
E’ necessario chiedere alle forze politiche una moratoria nell’applicazione dell’alternanza, sulla scia di un appello, forte di migliaia di adesioni, lanciato nel dicembre 2017 da alcuni docenti. (cfr. Appello per la scuola pubblica. Un documento sulla scuola e sull’Istruzione: da leggere,pensare e sottoscrivere) L’obbligatorietà, il consistente monte-ore, la presenza di consulenti esterni, il suo essere requisito vincolante per l’ammissione alla Maturità compromettono gravemente la dignità e lo spessore culturale del percorso educativo, la libertà di insegnamento, la necessaria indipendenza della scuola dalle pressioni del mercato.
Fernanda Mazzoli
Fonte
27/09/2018
Cattedre vuote e insegnanti disoccupati. Il paradosso della pessima scuola
Le lezioni sono iniziate ormai da più di una settimana e, come ogni anno, affrontiamo la criticità della carenza di docenti, in particolar modo nelle regioni settentrionali e nella scuola primaria.
USB ha seguito da vicino le vicende degli insegnanti diplomati magistrali, abbindolati da un ricorso tardivo, da promesse impossibili da mantenere, delusi nelle speranze, per noi del tutto prive di fondamento, della riapertura delle GaE e, adesso, beffati ancora una volta: immessi in ruolo con la certezza della trasformazione del loro contratto a tempo indeterminato in supplenza.
Abbiamo seguito le fasi del concorso 2018, un vero concorso truffa, l’unico concorso Statale con il quale non si ottiene un contratto a tempo indeterminato ma una supplenza (e comunque questa prima fase riservata resta la meno precarizzante e sfruttante del percorso FiT), le cui graduatorie, in molti casi, ancora non sono state completate. Graduatorie che sono in ogni caso troppo scarne per coprire le reali esigenze delle scuole.
Continuiamo a seguire le problematiche legate alla carenza di insegnanti di sostegno specializzati a fronte di un numero sempre crescente di alunni e studenti in situazione di disabilità. Il tentativo di ridurre le ore di sostegno didattico attraverso il decreto 66/17, derivato dalla legge 107, non è ancora del tutto operativo e, da una prima stima, sono circa 10.000 gli insegnanti di sostegno ancora necessari a garantire il diritto allo studio degli alunni diversamente abili a detta del Ministro. In realtà parliamo di un fabbisogno che probabilmente è 5 volte superiore alle stime fatte, considerando che tra organico di diritto, di fatto e deroghe sono 50.000 i posti su cui lavorano, da anni, docenti non specializzati, la cui unica pecca è non avere avuto la possibilità di formarsi.
La carenza di insegnanti nel nord Italia è un dato strutturale, come l’assenza di insegnanti specializzati sul sostegno in ogni parte d’Italia. La mancanza di investimenti nelle assunzioni e nella formazione, attraverso percorsi di abilitazione e specializzazione, impedisce a chi vuole insegnare in modo sereno e stabile di accedere ai ruoli, di uscire dall’inferno della precarietà, di assicurare stabilità a se stesso e agli studenti.
Basti pensare alle migliaia cattedre vacanti nella primaria in Lombardia. Le graduatorie ad esaurimento sono vuote, ma il concorso per primaria e infanzia non è che alla fase embrionale. Recenti dichiarazioni del Ministro Bussetti indicano il 10 ottobre come data di pubblicazione del bando. Nel frattempo arrivano proclami su nuovi percorsi abilitanti per il sostegno.
Ed intanto, per quest’anno scolastico, l’incertezza è ancora totale. Tra assegnazioni provvisorie a lezioni iniziate, immissioni fallite per mancanza di aspiranti, concorsi non terminati, graduatorie d’istituto ancora non definitive, il precariato nel nord Italia sembra non avere soluzione e al sud anche peggio.
La “buona scuola”, che doveva porre fine a questo sistema aberrante, ha peggiorato la situazione, precarizzando il lavoro e la vita degli insegnanti di ruolo del sud trasferiti al nord e peggiorando notevolmente le attività delle scuole. L’attuale governo pensa di risolvere la problematica con il “domicilio lavorativo”, creando un impianto di blocco della mobilità per i neoassunti in nome della continuità didattica, senza però mettere mano alle soluzioni che USB Scuola propone da anni, seppur inascoltata e che intende riproporre al MIUR dove ha già chiesto un incontro con il nuovo ministro:
– assunzione immediata dei docenti con 3 anni di servizio;
– trasformazione dell’organico di fatto in diritto;
– realizzazione del tempo pieno e prolungato nelle scuole del Sud Italia e suo ripristino al Nord;
– riduzione del numero degli alunni per classe;
– trasformazione dell’organico di sostegno in deroga in organico di diritto;
– un piano di assunzioni del personale ATA basato sulle reali necessità delle scuole;
– un serio piano di investimento sulla Scuola Pubblica, anche attraverso il taglio dei finanziamenti alle scuole private.
Queste soluzioni non solo permetterebbero a chi è stato allontanato dalla provincia, in cui ha lavorato anche per decenni, di rientrare, ma il recupero di posti di lavoro e, quindi, la stabilizzazione per i lavoratori della scuola ancora precari.
Fonte
USB ha seguito da vicino le vicende degli insegnanti diplomati magistrali, abbindolati da un ricorso tardivo, da promesse impossibili da mantenere, delusi nelle speranze, per noi del tutto prive di fondamento, della riapertura delle GaE e, adesso, beffati ancora una volta: immessi in ruolo con la certezza della trasformazione del loro contratto a tempo indeterminato in supplenza.
Abbiamo seguito le fasi del concorso 2018, un vero concorso truffa, l’unico concorso Statale con il quale non si ottiene un contratto a tempo indeterminato ma una supplenza (e comunque questa prima fase riservata resta la meno precarizzante e sfruttante del percorso FiT), le cui graduatorie, in molti casi, ancora non sono state completate. Graduatorie che sono in ogni caso troppo scarne per coprire le reali esigenze delle scuole.
Continuiamo a seguire le problematiche legate alla carenza di insegnanti di sostegno specializzati a fronte di un numero sempre crescente di alunni e studenti in situazione di disabilità. Il tentativo di ridurre le ore di sostegno didattico attraverso il decreto 66/17, derivato dalla legge 107, non è ancora del tutto operativo e, da una prima stima, sono circa 10.000 gli insegnanti di sostegno ancora necessari a garantire il diritto allo studio degli alunni diversamente abili a detta del Ministro. In realtà parliamo di un fabbisogno che probabilmente è 5 volte superiore alle stime fatte, considerando che tra organico di diritto, di fatto e deroghe sono 50.000 i posti su cui lavorano, da anni, docenti non specializzati, la cui unica pecca è non avere avuto la possibilità di formarsi.
La carenza di insegnanti nel nord Italia è un dato strutturale, come l’assenza di insegnanti specializzati sul sostegno in ogni parte d’Italia. La mancanza di investimenti nelle assunzioni e nella formazione, attraverso percorsi di abilitazione e specializzazione, impedisce a chi vuole insegnare in modo sereno e stabile di accedere ai ruoli, di uscire dall’inferno della precarietà, di assicurare stabilità a se stesso e agli studenti.
Basti pensare alle migliaia cattedre vacanti nella primaria in Lombardia. Le graduatorie ad esaurimento sono vuote, ma il concorso per primaria e infanzia non è che alla fase embrionale. Recenti dichiarazioni del Ministro Bussetti indicano il 10 ottobre come data di pubblicazione del bando. Nel frattempo arrivano proclami su nuovi percorsi abilitanti per il sostegno.
Ed intanto, per quest’anno scolastico, l’incertezza è ancora totale. Tra assegnazioni provvisorie a lezioni iniziate, immissioni fallite per mancanza di aspiranti, concorsi non terminati, graduatorie d’istituto ancora non definitive, il precariato nel nord Italia sembra non avere soluzione e al sud anche peggio.
La “buona scuola”, che doveva porre fine a questo sistema aberrante, ha peggiorato la situazione, precarizzando il lavoro e la vita degli insegnanti di ruolo del sud trasferiti al nord e peggiorando notevolmente le attività delle scuole. L’attuale governo pensa di risolvere la problematica con il “domicilio lavorativo”, creando un impianto di blocco della mobilità per i neoassunti in nome della continuità didattica, senza però mettere mano alle soluzioni che USB Scuola propone da anni, seppur inascoltata e che intende riproporre al MIUR dove ha già chiesto un incontro con il nuovo ministro:
– assunzione immediata dei docenti con 3 anni di servizio;
– trasformazione dell’organico di fatto in diritto;
– realizzazione del tempo pieno e prolungato nelle scuole del Sud Italia e suo ripristino al Nord;
– riduzione del numero degli alunni per classe;
– trasformazione dell’organico di sostegno in deroga in organico di diritto;
– un piano di assunzioni del personale ATA basato sulle reali necessità delle scuole;
– un serio piano di investimento sulla Scuola Pubblica, anche attraverso il taglio dei finanziamenti alle scuole private.
Queste soluzioni non solo permetterebbero a chi è stato allontanato dalla provincia, in cui ha lavorato anche per decenni, di rientrare, ma il recupero di posti di lavoro e, quindi, la stabilizzazione per i lavoratori della scuola ancora precari.
Fonte
11/09/2018
Scuola. Riaprono i cancelli della gabbia europea
Pronti via! Tutti ai blocchi di partenza! Riparte la scuola delle competenze, della competizione integrata, dei test invalsi e dello sfruttamento, fucina di “gorilla ammaestrati”. Pensavamo di aver toccato il fondo con la devastazione della scuola pubblica, ma Bussetti, ministro dell’istruzione in quota Lega, in piena continuità con le controriforme del sistema PD, ha sostanzialmente confermato quanto era già in cantiere rispetto al nuovo esame di Stato. Entreranno così in vigore le disposizioni del Decreto attuativo approvato il 7 aprile 2017. Sparisce la terza prova scritta, lo svolgimento dei test Invalsi costituirà prerequisito per l’ammissione all’esame, il colloquio orale verterà sull’esperienza di alternanza scuola – lavoro degli studenti e sarà orientato all’accertamento delle competenze.
Le continue riforme dell’esame di Stato, sintomo di un vero e proprio parossismo “riformistico”, si susseguono ormai da vent’anni. Inutile meravigliarsi, la logica sottesa a questo dinamismo legislativo è chiara. Si tratta infatti di continue modifiche all’output dello studente che, in realtà, sono funzionali a produrre un cambiamento del processo di apprendimento e, quindi, dell’input iniziale.
È un classico processo di retroazione ovvero, per usare una metafora, un vera e propria sorta di “strozzo dell’imbuto” che obbliga docenti e studenti a operare secondo direttive sempre più stringenti, imposte dagli interessi del mercato. D’altronde, come già scritto in più occasioni, “la legge 107 e la connessa introduzione dell’alternanza scuola-lavoro è solo l’ultimo tassello di un intreccio sempre più stretto tra “la filiera produttiva e la filiera formativa”. Fin dagli anni ottanta, il capitalismo europeo ha considerato la scuola l’ambito strategico per la ristrutturazione della produzione, soprattutto nell’ottica del superamento dei momenti di crisi.
Negli anni novanta, la nascente UE si è data politiche sempre più organiche in materia di istruzione ed educazione. A partire dall’Atto Unico Europeo, passando dal trattato di Maastricht del 1992, per giungere infine al trattato di Lisbona del 2000, l’Unione Europea ha dettato linee guida sempre più cogenti in materia di educazione e istruzione” (http://www.retedeicomunisti.org/index.php/scuola/1978-alternanza-scuola-lavoro-sfruttamento-e-disciplinamento-sociale-nella-scuola-del-mercato).
Il cosiddetto governo del cambiamento, dunque, non sta cambiando proprio nulla circa l’impianto sostanziale della Buona scuola e dell’esame di Stato. Il governo del cambiamento si limita a eseguire.
Così a uscire rafforzato da questo ulteriore depotenziamento dell’esame di Stato è proprio il taylorismo cognitivo, ovvero l’applicazione cieca di una didattica per competenze volta alla mera esecutività di compiti prestabiliti. Emblematica, a tal proposito, è l’eliminazione della terza prova scritta, guarda caso l’unica che puntava a monitorare le conoscenze disciplinari dello studente. Se a ciò si aggiunge l’importanza dei test Invalsi, introdotti anche al quinto anno e condizione necessaria all’ammissione, abbiamo l’espulsione dell’accertamento delle conoscenze dal percorso d’esame. Infine, va ricordato che la nuova prova orale dovrà contemplare un resoconto relativo all’esperienza di alternanza scuola – lavoro che assume così un ruolo sempre più centrale nel processo di apprendimento.
L’ennesima controriforma dell’esame di Stato è un’ulteriore conferma, semmai ce ne fosse bisogno, della sussunzione del mondo dell’istruzione alle direttive del capitale. Quella tracciata in questi giorni è la coerente evoluzione di un processo imposto a studenti e insegnanti dall’autoritarismo di mercato. Tradotto significa: insegna e impara ciò che serve al capitale, disciplinati alle condizioni di mercato e d’impresa e competi. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio rasoio di Ockham che, però, nulla ha a che fare con la logica di economia del pensiero propugnata dal grande filosofo. E’ un rasoio che taglia i saperi con la ferocia dell’economia neoliberista nella quale lo studente si fa merce.
Si riaprono dunque i cancelli della gabbia europea. Buon inizio di anno scolastico! E, soprattutto, buon inizio di nuove lotte per rompere la gabbia e per liberare studenti e insegnanti dai diktat del mercato e della UE.
Fonte
Le continue riforme dell’esame di Stato, sintomo di un vero e proprio parossismo “riformistico”, si susseguono ormai da vent’anni. Inutile meravigliarsi, la logica sottesa a questo dinamismo legislativo è chiara. Si tratta infatti di continue modifiche all’output dello studente che, in realtà, sono funzionali a produrre un cambiamento del processo di apprendimento e, quindi, dell’input iniziale.
È un classico processo di retroazione ovvero, per usare una metafora, un vera e propria sorta di “strozzo dell’imbuto” che obbliga docenti e studenti a operare secondo direttive sempre più stringenti, imposte dagli interessi del mercato. D’altronde, come già scritto in più occasioni, “la legge 107 e la connessa introduzione dell’alternanza scuola-lavoro è solo l’ultimo tassello di un intreccio sempre più stretto tra “la filiera produttiva e la filiera formativa”. Fin dagli anni ottanta, il capitalismo europeo ha considerato la scuola l’ambito strategico per la ristrutturazione della produzione, soprattutto nell’ottica del superamento dei momenti di crisi.
Negli anni novanta, la nascente UE si è data politiche sempre più organiche in materia di istruzione ed educazione. A partire dall’Atto Unico Europeo, passando dal trattato di Maastricht del 1992, per giungere infine al trattato di Lisbona del 2000, l’Unione Europea ha dettato linee guida sempre più cogenti in materia di educazione e istruzione” (http://www.retedeicomunisti.org/index.php/scuola/1978-alternanza-scuola-lavoro-sfruttamento-e-disciplinamento-sociale-nella-scuola-del-mercato).
Il cosiddetto governo del cambiamento, dunque, non sta cambiando proprio nulla circa l’impianto sostanziale della Buona scuola e dell’esame di Stato. Il governo del cambiamento si limita a eseguire.
Così a uscire rafforzato da questo ulteriore depotenziamento dell’esame di Stato è proprio il taylorismo cognitivo, ovvero l’applicazione cieca di una didattica per competenze volta alla mera esecutività di compiti prestabiliti. Emblematica, a tal proposito, è l’eliminazione della terza prova scritta, guarda caso l’unica che puntava a monitorare le conoscenze disciplinari dello studente. Se a ciò si aggiunge l’importanza dei test Invalsi, introdotti anche al quinto anno e condizione necessaria all’ammissione, abbiamo l’espulsione dell’accertamento delle conoscenze dal percorso d’esame. Infine, va ricordato che la nuova prova orale dovrà contemplare un resoconto relativo all’esperienza di alternanza scuola – lavoro che assume così un ruolo sempre più centrale nel processo di apprendimento.
L’ennesima controriforma dell’esame di Stato è un’ulteriore conferma, semmai ce ne fosse bisogno, della sussunzione del mondo dell’istruzione alle direttive del capitale. Quella tracciata in questi giorni è la coerente evoluzione di un processo imposto a studenti e insegnanti dall’autoritarismo di mercato. Tradotto significa: insegna e impara ciò che serve al capitale, disciplinati alle condizioni di mercato e d’impresa e competi. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio rasoio di Ockham che, però, nulla ha a che fare con la logica di economia del pensiero propugnata dal grande filosofo. E’ un rasoio che taglia i saperi con la ferocia dell’economia neoliberista nella quale lo studente si fa merce.
Si riaprono dunque i cancelli della gabbia europea. Buon inizio di anno scolastico! E, soprattutto, buon inizio di nuove lotte per rompere la gabbia e per liberare studenti e insegnanti dai diktat del mercato e della UE.
Fonte
07/07/2018
Buona scuola, pessima formazione
Da troppo tempo manca un vero dibattito sulla scuola. Alcuni di noi appartengono a quella generazione che si è formata attraverso le lotte degli studenti medi ai tempi delle grandi riforme del sistema della formazione, dalla Riforma Moratti alla Gelmini, e che ha assistito dall’esterno delle mura scolastiche alla promulgazione della legge 107/2015, passata agli onori delle cronache come “Buona Scuola”. Non ci interessa ora analizzare nel dettaglio o dare il nostro giudizio su questa legge; tanto se ne è parlato e la sua sostanza volta a irrigidire ancora di più la selezione di classe congenita al mondo della formazione appare chiara. Può essere da spunto, però, rilevare come la più liberista delle riforme degli ultimi 30 anni sia stata varata proprio da un governo di “centro-sinistra”, a rimarcare il ruolo da centravanti di sfondamento operato dal Pd nei confronti di qualsiasi forma di eguaglianza e giustizia sociale ancora presente nell’ordinamento legislativo del nostro Paese, nel nome di un’uniformità di stampo ultra-liberista con gli altri paesi dell’Unione europea.
Sarebbe interessante una riflessione sulla scarsa opposizione registrata nei confronti di un provvedimento che ha introdotto, tra le altre cose, il lavoro gratuito per gli studenti nel triennio con l’alternanza scuola-lavoro, il preside manager, cui è demandata la scelta arbitraria di quale insegnante assumere nel proprio istituto, e un criterio “meritocratico” di valutazione dei docenti per l’elargizione di bonus economici: in parole povere la definitiva aziendalizzazione della formazione e la fine della scuola di massa per come l’abbiamo conosciuta dal secondo dopoguerra ad oggi. Al di là di alcune discrete mobilitazioni il provvedimento è passato e l’interesse dell’opinione pubblica verso la scuola è gradualmente scemato, salvo poi riemergere ciclicamente collateralmente ad atti di bullismo o a video che ritraggono professori in balìa dei propri studenti. E puntualmente ecco gli opinionisti salire in cattedra a millantare soluzioni più o meno grottesche da mettere in atto per salvare un’istituzione che appare allo sbando, ecco i vari Galli della Loggia e Giovanni Floris avanzare proposte di cattedre rialzate, sequestro dei telefoni, ridare parola agli insegnanti, etc.
Dal canto nostro, se c’è qualcosa che ci pare assolutamente assente in questo momento, è una presa di parola forte da parte di chi la formazione la vive tutti i giorni. Ciò che manca è la voce degli studenti e degli insegnanti che “fanno” la scuola. Chi vive le conseguenze di un definanziamento devastante, di un classismo ormai insito nella cultura scolastica, di una privatizzazione lampante.
Infine, nell’ultima settimana si sono aggiunte le dichiarazioni del neo-ministro Bussetti che, intervistato da vari giornali, ha affermato di aver cancellato la chiamata diretta degli insegnanti, seppur in forma provvisoria, che l’alternanza scuola-lavoro va migliorata per diventare più efficiente, e che all’interno del sistema formativo le scuole private mantengono un ruolo importantissimo e per questo vanno premiate. Un perfetto capovolgimento di fronte per un ministro fortemente voluto da un partito, il M5S, che in campagna elettorale chiamava alle barricate contro la “buona scuola”.
Tralasciando i continui voltafaccia dei pentastellati, la conferma di Bussetti nei confronti dell’impianto della Buona Scuola è la certificazione di un cambiamento di passo epico che si è avuto in questo paese: subordinare i percorsi scolastici delle scuole superiori, soprattutto di quelle a indirizzo tecnico e professionale, ai bisogni di formazione del personale e di trasmissione della cultura aziendale delle grandi imprese. E quindi oggi, come riportato in un articolo uscito su Linkiesta, «ci troviamo un milione e mezzo (sì, un milione e mezzo) di ragazzi dentro percorsi di alternanza. Alcuni eccellenti, altri da migliorare, altri ancora da riscrivere da capo: ma nessuno, nemmeno i partiti più ostili all’attuale Governo, si sono spinti a proporre il colpo di spugna. L’alternanza scuola lavoro è diventato un pezzo dell’offerta formativa della scuola italiana», giustificando il tutto con la presenza di un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 40% e con la crisi economica.
E’ evidente come la necessità di una misura del genere sia del tutto ideologica, così come la presenza di un milione e mezzo di lavoratori gratuiti sia in tutto e per tutto un regalo alle imprese.
Ora, la domanda sorge spontanea, ma i Galli della Loggia, i Giovanni Floris, i grandi intellettuali progressisti di questo paese, non hanno nulla da dire al riguardo?
Fonte
Sarebbe interessante una riflessione sulla scarsa opposizione registrata nei confronti di un provvedimento che ha introdotto, tra le altre cose, il lavoro gratuito per gli studenti nel triennio con l’alternanza scuola-lavoro, il preside manager, cui è demandata la scelta arbitraria di quale insegnante assumere nel proprio istituto, e un criterio “meritocratico” di valutazione dei docenti per l’elargizione di bonus economici: in parole povere la definitiva aziendalizzazione della formazione e la fine della scuola di massa per come l’abbiamo conosciuta dal secondo dopoguerra ad oggi. Al di là di alcune discrete mobilitazioni il provvedimento è passato e l’interesse dell’opinione pubblica verso la scuola è gradualmente scemato, salvo poi riemergere ciclicamente collateralmente ad atti di bullismo o a video che ritraggono professori in balìa dei propri studenti. E puntualmente ecco gli opinionisti salire in cattedra a millantare soluzioni più o meno grottesche da mettere in atto per salvare un’istituzione che appare allo sbando, ecco i vari Galli della Loggia e Giovanni Floris avanzare proposte di cattedre rialzate, sequestro dei telefoni, ridare parola agli insegnanti, etc.
Dal canto nostro, se c’è qualcosa che ci pare assolutamente assente in questo momento, è una presa di parola forte da parte di chi la formazione la vive tutti i giorni. Ciò che manca è la voce degli studenti e degli insegnanti che “fanno” la scuola. Chi vive le conseguenze di un definanziamento devastante, di un classismo ormai insito nella cultura scolastica, di una privatizzazione lampante.
Infine, nell’ultima settimana si sono aggiunte le dichiarazioni del neo-ministro Bussetti che, intervistato da vari giornali, ha affermato di aver cancellato la chiamata diretta degli insegnanti, seppur in forma provvisoria, che l’alternanza scuola-lavoro va migliorata per diventare più efficiente, e che all’interno del sistema formativo le scuole private mantengono un ruolo importantissimo e per questo vanno premiate. Un perfetto capovolgimento di fronte per un ministro fortemente voluto da un partito, il M5S, che in campagna elettorale chiamava alle barricate contro la “buona scuola”.
Tralasciando i continui voltafaccia dei pentastellati, la conferma di Bussetti nei confronti dell’impianto della Buona Scuola è la certificazione di un cambiamento di passo epico che si è avuto in questo paese: subordinare i percorsi scolastici delle scuole superiori, soprattutto di quelle a indirizzo tecnico e professionale, ai bisogni di formazione del personale e di trasmissione della cultura aziendale delle grandi imprese. E quindi oggi, come riportato in un articolo uscito su Linkiesta, «ci troviamo un milione e mezzo (sì, un milione e mezzo) di ragazzi dentro percorsi di alternanza. Alcuni eccellenti, altri da migliorare, altri ancora da riscrivere da capo: ma nessuno, nemmeno i partiti più ostili all’attuale Governo, si sono spinti a proporre il colpo di spugna. L’alternanza scuola lavoro è diventato un pezzo dell’offerta formativa della scuola italiana», giustificando il tutto con la presenza di un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 40% e con la crisi economica.
E’ evidente come la necessità di una misura del genere sia del tutto ideologica, così come la presenza di un milione e mezzo di lavoratori gratuiti sia in tutto e per tutto un regalo alle imprese.
Ora, la domanda sorge spontanea, ma i Galli della Loggia, i Giovanni Floris, i grandi intellettuali progressisti di questo paese, non hanno nulla da dire al riguardo?
Fonte
30/06/2018
La “strabuona scuola”...
In questi ultimi giorni, tutte le principali testate giornalistiche, nonché i siti dei sindacati firmatari, danno l’annuncio :
“È stata eliminata la chiamata diretta dei docenti da parte del Preside, un primo colpo contro la Buona Scuola”.
Niente di più falso!
Non solo la chiamata diretta resta, per ammissione dello stesso Ministro Bussetti, ma addirittura viene ribadita nell’accordo sindacale firmato da CGIL/flc-CISL-UIL-GILDA/unams e Governo il 26 giugno 2018.
Scrive Bussetti:
Quindi la chiamata diretta rimane, lo si ribadisce nell’accordo del 26/6, dove si giustifica il temporaneo provvedimento sulla mobilità del personale docente in quanto la chiusura dell’anno scolastico e “dei lavori dei Collegi dei Docenti, non consentono l’attivazione di quelle procedure di compartecipazione ed imparzialità nell’individuare i requisiti professionali sulla base dei quali i Dirigenti scolastici possano procedere (n.d.r. alla chiamata diretta) garantendo la pubblicazione di criteri oggettivi”.
Come dire: siccome non facciamo in tempo a stabilire le caratteristiche che devono avere i docenti da selezionare, per l’anno prossimo si va a graduatoria!
Ma non finisce qui. I sindacati firmatari dell’accordo si vantano dello straordinario risultato conseguito nell’estendere il bonus premiale (prima appannaggio dei soli docenti di ruolo) anche ai docenti precari!
Quindi: non solo il bonus premiale non viene messo in discussione, ma addirittura se ne estende la fruizione: come dire che è talmente caro il mantenimento di questa misura a premialità discrezionale che bisogna aumentare la platea degli aspiranti!
Peccato che il programma del M5Stelle prometteva l’esatto contrario, cioè l’abolizione del bonus come misura iniqua e discriminatoria.
Peggio di così, non si poteva cominciare!
Fonte
“È stata eliminata la chiamata diretta dei docenti da parte del Preside, un primo colpo contro la Buona Scuola”.
Niente di più falso!
Non solo la chiamata diretta resta, per ammissione dello stesso Ministro Bussetti, ma addirittura viene ribadita nell’accordo sindacale firmato da CGIL/flc-CISL-UIL-GILDA/unams e Governo il 26 giugno 2018.
Scrive Bussetti:
“Con l’accordo sindacale, siglato oggi presso gli Uffici del MIUR, già dal prossimo anno scolastico si elimina, così come preannunciato in questi giorni, l’istituto della cosiddetta chiamata diretta dei docenti. In attesa dell’intervento legislativo di definitiva abrogazione, che è mia intenzione proporre nel primo provvedimento utile, con l’accordo sindacale di oggi si dà attuazione a una precisa previsione del contratto del governo del cambiamento, sostituendo la chiamata diretta, connotata da eccessiva discrezionalità e da profili di inefficienza, con criteri trasparenti e obiettivi di mobilità ed assegnazione dei docenti dagli uffici territoriali agli istituti scolastici”.Così il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti.
Quindi la chiamata diretta rimane, lo si ribadisce nell’accordo del 26/6, dove si giustifica il temporaneo provvedimento sulla mobilità del personale docente in quanto la chiusura dell’anno scolastico e “dei lavori dei Collegi dei Docenti, non consentono l’attivazione di quelle procedure di compartecipazione ed imparzialità nell’individuare i requisiti professionali sulla base dei quali i Dirigenti scolastici possano procedere (n.d.r. alla chiamata diretta) garantendo la pubblicazione di criteri oggettivi”.
Come dire: siccome non facciamo in tempo a stabilire le caratteristiche che devono avere i docenti da selezionare, per l’anno prossimo si va a graduatoria!
Ma non finisce qui. I sindacati firmatari dell’accordo si vantano dello straordinario risultato conseguito nell’estendere il bonus premiale (prima appannaggio dei soli docenti di ruolo) anche ai docenti precari!
Quindi: non solo il bonus premiale non viene messo in discussione, ma addirittura se ne estende la fruizione: come dire che è talmente caro il mantenimento di questa misura a premialità discrezionale che bisogna aumentare la platea degli aspiranti!
Peccato che il programma del M5Stelle prometteva l’esatto contrario, cioè l’abolizione del bonus come misura iniqua e discriminatoria.
Peggio di così, non si poteva cominciare!
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15/06/2018
Pistoia. Studente si taglia una falange durante l’Alternanza Scuola Lavoro
Mercoledì 13 giugno, uno studente diciassettenne dell’Istituto Fedi-Fermi di Pistoia è rimasto vittima di un terribile incidente. Mentre lavorava in un’officina meccanica di Montemurlo, provincia di Prato, il macchinario che stava utilizzando gli ha amputato una falange della mano.
Noi non ci accodiamo agli ipocriti appelli che stiamo leggendo in queste ore. Non condividiamo le parole del segretario provinciale della Fiom-CGIL di Prato che chiede maggiore sicurezza nei progetti di alternanza, che le regole vadano rispettate garantendo sempre la presenza di un tutor aziendale che segua gli studenti, soprattutto in ambienti di lavoro potenzialmente pericolosi.
Lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo anche in questa occasione: nei confronti degli studenti si sta realizzando la stessa forma di repressione e controllo che subiscono i lavoratori di tutti i settori. L’alternanza scuola-lavoro è il perno centrale di un più ampio progetto. Da decenni l’UE sta lavorando per modificare in modo radicale e irreversibile i sistemi di istruzione e formazione dei Paesi membri, con lo scopo, ormai nemmeno più tanto nascosto, di diffondere in modo capillare la cultura di impresa e di mercato e di formare giovani generazioni disponibili al lavoro sottopagato, molto spesso gratuito, ma anche a spostarsi molto lontano dal paese d’origine per “inseguire” il lavoro.
Gli studenti e le studentesse sono chiamati a mutare per così dire antropologicamente, adattandosi al mercato.
Dall’autonomia scolastica (leggi Bassanini) in poi, passando per le riforme Berlinguer, Moratti, Gelmini e infine con la L. 107/15, il lavoro di trasformazione del sistema di istruzione italiano è continuato in questa direzione e ha recepito le direttive europee.
Dietro il linguaggio mistificatorio del saper fare, della scuola delle competenze e dell’educazione al lavoro si nasconde il progetto impietoso di un sistema economico alla ricerca di manodopera gratuita per le imprese. L’Alternanza è una delle misure con cui di fatto la crisi economica sistemica viene affrontata attraverso l’abbassamento complessivo del costo del lavoro e quindi l’aumento dell’estrazione di plusvalore assoluto.
A nostro avviso la differenza tra una buona e una cattiva alternanza è inaccettabile e controproducente. Da sempre la posizione di USB P.I. Scuola è stata di netta opposizione al progetto messo in atto dal governo Renzi attraverso la legge 107. Continueremo pertanto a opporci con forza e determinazione a tutto l’impianto ideologico che si è instaurato nel sistema scolastico nazionale, che trova nell’alternanza la messa a sistema del pervertimento della funzione educativa della pubblica istruzione. Lasciamo ad altri la via di un riformismo velleitario e pericoloso che passa sui corpi e sulle menti delle giovani generazioni.
Non è il primo grave incidente che si verifica durante lo svolgimento delle attività obbligatorie di alternanza scuola-lavoro, attività che si traducono troppo spesso in lavoro non tutelato, sfruttato e che, non cesseremo mai di ribadirlo, minacciano la formazione umana, sociale e culturale dei nostri studenti.
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Noi non ci accodiamo agli ipocriti appelli che stiamo leggendo in queste ore. Non condividiamo le parole del segretario provinciale della Fiom-CGIL di Prato che chiede maggiore sicurezza nei progetti di alternanza, che le regole vadano rispettate garantendo sempre la presenza di un tutor aziendale che segua gli studenti, soprattutto in ambienti di lavoro potenzialmente pericolosi.
Lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo anche in questa occasione: nei confronti degli studenti si sta realizzando la stessa forma di repressione e controllo che subiscono i lavoratori di tutti i settori. L’alternanza scuola-lavoro è il perno centrale di un più ampio progetto. Da decenni l’UE sta lavorando per modificare in modo radicale e irreversibile i sistemi di istruzione e formazione dei Paesi membri, con lo scopo, ormai nemmeno più tanto nascosto, di diffondere in modo capillare la cultura di impresa e di mercato e di formare giovani generazioni disponibili al lavoro sottopagato, molto spesso gratuito, ma anche a spostarsi molto lontano dal paese d’origine per “inseguire” il lavoro.
Gli studenti e le studentesse sono chiamati a mutare per così dire antropologicamente, adattandosi al mercato.
Dall’autonomia scolastica (leggi Bassanini) in poi, passando per le riforme Berlinguer, Moratti, Gelmini e infine con la L. 107/15, il lavoro di trasformazione del sistema di istruzione italiano è continuato in questa direzione e ha recepito le direttive europee.
Dietro il linguaggio mistificatorio del saper fare, della scuola delle competenze e dell’educazione al lavoro si nasconde il progetto impietoso di un sistema economico alla ricerca di manodopera gratuita per le imprese. L’Alternanza è una delle misure con cui di fatto la crisi economica sistemica viene affrontata attraverso l’abbassamento complessivo del costo del lavoro e quindi l’aumento dell’estrazione di plusvalore assoluto.
A nostro avviso la differenza tra una buona e una cattiva alternanza è inaccettabile e controproducente. Da sempre la posizione di USB P.I. Scuola è stata di netta opposizione al progetto messo in atto dal governo Renzi attraverso la legge 107. Continueremo pertanto a opporci con forza e determinazione a tutto l’impianto ideologico che si è instaurato nel sistema scolastico nazionale, che trova nell’alternanza la messa a sistema del pervertimento della funzione educativa della pubblica istruzione. Lasciamo ad altri la via di un riformismo velleitario e pericoloso che passa sui corpi e sulle menti delle giovani generazioni.
Non è il primo grave incidente che si verifica durante lo svolgimento delle attività obbligatorie di alternanza scuola-lavoro, attività che si traducono troppo spesso in lavoro non tutelato, sfruttato e che, non cesseremo mai di ribadirlo, minacciano la formazione umana, sociale e culturale dei nostri studenti.
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27/04/2018
L’orrore classista della “buona scuola” genera apartheid sociale
Insegno italiano in un istituto professionale e mentre vi indignate delle parole di Michele Serra, vorrei segnalarvi una cosa. Grazie alla Buona Scuola di Matteo Renzi, dall’anno prossimo, nelle classi terze, quarte e quinte dei professionali, i ragazzi faranno un’ora settimanale di italiano in meno.
Che vuoi che sia dirà qualcuno.
Bene!
Allora sappiate che oggi, ne fanno 4 alla settimana, che il loro corso di studio non contiene discipline come filosofia, storia dell’arte, latino né tanto meno greco e che quelle attuali 4 ore settimanali sono l’unico luogo scolastico dove gli studenti dei professionali, portati alla ribalta delle stronzatine radical chic di Michele Serra, dovrebbero consolidare le loro capacità di scrivere, ascoltare, parlare, leggere e capire.
Il luogo dove conoscere la letteratura italiana e un po’ quella straniera, dove sviluppare il loro senso critico, dove apprendere, per fare pochi esempi, l’insegnamento degli illuministi francesi e di Machiavelli, di Dante e di Galilei, di Leopardi e degli avanguardisti, dell’umanesimo e del rinascimento e di tutto ciò che nei secoli, di bello e di brutto, di accettabile e di inaccettabile ha prodotto quella parte del pensiero che chiamiamo umanistico...
Quelle 4 ore settimanali, che dall’anno prossimo si ridurranno a 3, sono l’unico luogo, in cui possono appropriarsi di una parte importante di ciò che occorre per guardarsi attorno, tra le vicende umane, per osservarle e saperle capire.
Che sarà mai un’ora di meno a settimana dirà qualcuno.
Bene! Allora moltiplicate quell’ora per tutto l’anno e per tre anni e avrete idea di cosa gli si sta sottraendo.
Aggiungete che molte delle ore che rimangono saranno solo nominalmente di italiano, in realtà molte se ne andranno tra alternanza scuola-lavoro, corsi sulla sicurezza, patentini e contorno relativo.
Provate a leggerlo il decreto 61 attuativo della Buona Scuola, che disegna la riforma degli istituti professionali ed entrerà in vigore l’anno prossimo.
Sarete colpiti dal continuo, melenso e insopportabile ripetersi dell’espressione “le studentesse e gli studenti”, inutile ritornello messo li ad affermare, sulla carta, pari opportunità che non esistono nella realtà e ad emettere facili sentenze di autoassoluzione di coloro che, di tale assenza, sono i primi responsabili.
E poi, se volete, leggendo se è necessario anche tra le righe, andate al cuore dei provvedimenti e capirete che si vogliono formare lavoratori silenziosi ed ubbidienti, che sappiano svolgere bene le mansioni, e se non saranno in grado di guardare oltre, di inquadrare se stessi e la loro condizione in un mondo complesso, poco male sarà. Non indignatevi solo del classismo di Michele Serra che non è se non un dettaglio senza significato, indignatevi del classismo trasformato in decreto legge, indignatevi dei tagli all’istruzione e alla cultura per tutti, indignatevi di una scuola devastata dalla riforma renziana e da quelle precedenti berlusconiane, indignatevi delle condizioni di lavoro degli insegnanti italiani, delle scuole chiuse nei piccoli centri, dei 30 alunni per classe, degli edifici fatiscenti, delle biblioteche inesistenti…
E vi prego, non cadete mai dalle nuvole quando leggete che la massa dei giovani italiani non ha competenze linguistiche sufficienti a muoversi adeguatamente in questo mondo.
Fonte
Che vuoi che sia dirà qualcuno.
Bene!
Allora sappiate che oggi, ne fanno 4 alla settimana, che il loro corso di studio non contiene discipline come filosofia, storia dell’arte, latino né tanto meno greco e che quelle attuali 4 ore settimanali sono l’unico luogo scolastico dove gli studenti dei professionali, portati alla ribalta delle stronzatine radical chic di Michele Serra, dovrebbero consolidare le loro capacità di scrivere, ascoltare, parlare, leggere e capire.
Il luogo dove conoscere la letteratura italiana e un po’ quella straniera, dove sviluppare il loro senso critico, dove apprendere, per fare pochi esempi, l’insegnamento degli illuministi francesi e di Machiavelli, di Dante e di Galilei, di Leopardi e degli avanguardisti, dell’umanesimo e del rinascimento e di tutto ciò che nei secoli, di bello e di brutto, di accettabile e di inaccettabile ha prodotto quella parte del pensiero che chiamiamo umanistico...
Quelle 4 ore settimanali, che dall’anno prossimo si ridurranno a 3, sono l’unico luogo, in cui possono appropriarsi di una parte importante di ciò che occorre per guardarsi attorno, tra le vicende umane, per osservarle e saperle capire.
Che sarà mai un’ora di meno a settimana dirà qualcuno.
Bene! Allora moltiplicate quell’ora per tutto l’anno e per tre anni e avrete idea di cosa gli si sta sottraendo.
Aggiungete che molte delle ore che rimangono saranno solo nominalmente di italiano, in realtà molte se ne andranno tra alternanza scuola-lavoro, corsi sulla sicurezza, patentini e contorno relativo.
Provate a leggerlo il decreto 61 attuativo della Buona Scuola, che disegna la riforma degli istituti professionali ed entrerà in vigore l’anno prossimo.
Sarete colpiti dal continuo, melenso e insopportabile ripetersi dell’espressione “le studentesse e gli studenti”, inutile ritornello messo li ad affermare, sulla carta, pari opportunità che non esistono nella realtà e ad emettere facili sentenze di autoassoluzione di coloro che, di tale assenza, sono i primi responsabili.
E poi, se volete, leggendo se è necessario anche tra le righe, andate al cuore dei provvedimenti e capirete che si vogliono formare lavoratori silenziosi ed ubbidienti, che sappiano svolgere bene le mansioni, e se non saranno in grado di guardare oltre, di inquadrare se stessi e la loro condizione in un mondo complesso, poco male sarà. Non indignatevi solo del classismo di Michele Serra che non è se non un dettaglio senza significato, indignatevi del classismo trasformato in decreto legge, indignatevi dei tagli all’istruzione e alla cultura per tutti, indignatevi di una scuola devastata dalla riforma renziana e da quelle precedenti berlusconiane, indignatevi delle condizioni di lavoro degli insegnanti italiani, delle scuole chiuse nei piccoli centri, dei 30 alunni per classe, degli edifici fatiscenti, delle biblioteche inesistenti…
E vi prego, non cadete mai dalle nuvole quando leggete che la massa dei giovani italiani non ha competenze linguistiche sufficienti a muoversi adeguatamente in questo mondo.
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25/04/2018
Alternanza Scuola – Forze Armate per l’Italia del XXI secolo
Lavoro forzato, gratuito, schiavo. Imposizione ideologica neoliberista, ipercompetitiva e ultraindividualista. Gerarchizzazione e autoritarismo. L’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), il provvedimento sicuramente più inaccettabile della cosiddetta “Buona scuola”, ha avviato negli istituti scolastici della secondaria il laboratorio sperimentale del modello culturale, sociale, economico e politico dell’Italia della Terza Repubblica: democrazia e diritti zero; lavoratori-studenti-cittadini-soldati signorsì, sempre, comunque e dovunque. La parola d’ordine è militarizzare coscienze, luoghi, rapporti sociali e di produzione. Non è casuale dunque che alla famigerata “alternanza” guardino con sempre maggiore interesse e aggressività - contestualmente - Confindustria, transnazionali, forze armate e le industrie belliche.
L’occupazione fisica della scuola italiana e degli stessi contenuti didattico-educativi da parte delle istituzioni militari non è un purtroppo un processo nuovo. La legge n. 107 del 13 luglio 2015 di “riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione” ha tuttavia dato nuova linfa e copertura ideologica-reazionaria al rafforzamento dei binomi scuola-caserma e libro-moschetto, con però sempre meno scuola e libri e ancora più caserme e moschetti. La formalizzazione istituzionale del rimodernato rapporto istruzione-forze armate in nome del lavoro coatto e non retribuito è avvenuta il 15 dicembre 2017, quando i rappresentanti dei ministeri della Difesa, del Lavoro e della Scuola hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa per la mutua collaborazione all’alternanza. “Il Ministero della Difesa metterà a disposizione i musei militari, gli Enti e gli istituti operativi e logistici, mentre gli studenti potranno aiutare il ministero durante il periodo dell’ASL nei suddetti spazi”, si legge nella nota emessa dal MIUR. Le forze armate, inoltre, “s’impegneranno a rafforzare e qualificare l’inserimento lavorativo dei giovani, in particolare nelle strutture civili del ministero della Difesa dedicate alla manutenzione dei mezzi militari”. Agli ufficiali delle forze terrestri, navali ed aeree viene chiesto altresì di cooperare allo sviluppo delle attività di orientamento, “per consentire agli studenti una scelta consapevole del percorso di studio e delle opportunità degli sbocchi occupazionali”.
Tutto in linea con il “nuovo” modello con cui è interpretata in sede nazionale e NATO la cosiddetta “difesa”: un inestricabile network civile-militare (CIMIC in gergo bellico), dove spariscono differenze, metodologie e confini tra le attività e le operazioni nella sfera pubblica (con i primi a sparire i “civili”) e dove è poi la stessa “sfera pubblica” ad essere sottoposta all’egemonia e al controllo dei militari e del “privato”. “La proposta di collaborazione è il sigillo del riconoscimento della propensione della Difesa al duale”, ha dichiarato il sottosegretario Gioacchino Alfano nelle ore successive alla firma del protocollo con i ministri partner dell’Istruzione e del Lavoro. “Le attività svolte dal comparto Difesa si sono dimostrate utili anche al mondo civile in tanti settori e, grazie alla sinergia interistituzionale nata oggi, potremo trasmettere ai giovani studenti le esperienze, le conoscenze scientifiche e tecnologiche e gestionali del mondo militare. Un mondo complesso che ha dovuto evolversi velocemente per affrontare le sfide globali e che, quindi rappresenta oggi il massimo che il Sistema Italia possa offrire”.
Basi navali, arsenali e sottomarini per gli studenti-soldati
Si moltiplicano intanto a vista d’occhio le convenzioni e gli accordi tra gli Stati Maggiori delle forze armate e i dirigenti scolastici per la realizzazione di stage e sessioni di alternanza scuola lavoro, non certo solo all’interno di musei e centri di documentazione militare, ma anche in basi strategiche, porti e aeroporti, installazioni di telecomunicazione e postazioni radar, arsenali, centri d’intelligence e guerra elettronica. Vediamo le esperienze più significative a partire dall’ASL con la Marina Militare.
Lo Stato Maggiore della Marina ha firmato una convenzione triennale con il Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma per avviare percorsi formativi per gli studenti presso vari reparti della capitale (Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione, Reparto Navi, Ufficio Generale Affari Legali, finanche il Reparto C4S che si occupa del settore IT-Information Technology). “Un panorama ampio e diversificato di attività, quindi, che vede i giovani studenti cimentarsi tra ricerche storiche sulla 1^ Guerra mondiale, comunicati stampa, social media ma anche reti informatiche, cyber-security simulazioni di modelli navali in 3D, bandi di gara, contratti e norme giuridiche per la Pubblica Amministrazione”, riporta l’ufficio stampa dello Stato Maggiore della Marina. Più specificatamente sono state svolte “alcune delle attività che caratterizzano il mondo della comunicazione: redigere un comunicato stampa e un articolo, progettare e realizzare un sito web, preparare la rassegna stampa, ideare messaggi promozionali e loghi, ecc.”. Per la cronaca, il Convitto “Vittorio Emanuele II” è ad oggi l’unica scuola italiana a cui l’AISE, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna che coordina le attività dei servizi segreti a livello internazionale, ha permesso di visitare il Museo dell’Intelligence realizzato in una galleria sotterranea di Forte Braschi, il quartiere generale degli 007 italiani. Altra convenzione è stata firmata tra l’Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione della Marina Militare e l’istituto “Gaetano De Sanctis” di Roma per realizzare percorsi formativi ASL presso le strutture della forza armata e “promuovere attività di sviluppo dell’impiego civico e sociale dei giovani”. In particolare gli studenti del “De Sanctis” sono stati impegnati presso l’Ufficio Storico della Marina in “ricerche storiche archivistiche-documentali-iconografiche finalizzate alla redazione di articoli di argomento navale”.
Centinaia di studenti di sette istituti scolatici pugliesi (“Liside”, “Maria Pia”, “Pacinotti”, “Pitagora” e “Righi” di Taranto, “Sandro Pertini” di Grottaglie e “Falcone-Del Prete” di Sava) hanno effettuato un percorso di alternanza presso l’Arsenale di Taranto, affiancando le maestranze civili e militari nelle varie lavorazioni navali e in molteplici attività in officine, uffici, laboratori tecnologici, fisico-elettrici, chimici, ecc.. Alcuni di questi istituti hanno sviluppato percorsi di alternanza scuola-lavoro anche presso il Centro fi formazione e addestramento aeronavale di Taranto (MARICENTADD): agli studenti sono state fornite “nozioni sull’organizzazione della Marina, sulle norme in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, sull’arte marinaresca, sulle telecomunicazioni nonché dimostrazioni pratiche sulla lotta antincendio”. A MARICENTADD Taranto (centro specialistico impegnato pure in diversi progetti di cooperazione con le Marine da guerra di Algeria, Bangladesh, Cina, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Malta e Qatar), gli allievi dell’ISS “Righi” hanno svolto inoltre “attività di manutenzione dei motori a turbina e alternativi”.
Sempre a Taranto si sono svolti progetti ASL sulle telecomunicazioni presso il Comando Stazione Navale (MARISTANAV) con gli studenti dell’IS “Pacinotti” e presso il Museo dell’Arsenale (Liceo Ginnasio “Aristosseno” di Taranto). “Il progetto di alternanza Taranto e la Marina: il Museo dell’Arsenale ha lo scopo di valorizzare la funzione storico-culturale che l’Arsenale della Marina Militare ha avuto per la città di Taranto dalla sua costruzione sino ai giorni nostri”, spiega la dirigenza del liceo pugliese. “La classe opererà presso i locali del Museo dell’Industria che ospita la mostra storico-artigiana permanente della Marina Militare; inoltre, si lavorerà all’organizzazione di una mostra fotografica per la riscoperta e valorizzazione di vari siti storico-culturali all’interno dell’Arsenale militare e di altri siti significativi della Marina a Taranto, producendo materiale (dépliants, brochures, video multimediali) anche in lingua straniera”.
Da qualche mese a Taranto è stato avviato il progetto ASL presso il Centro Ospedaliero della Marina Militare per gli studenti di sei istituti scolastici locali (il Liceo scientifico “Battaglini”, il Liceo “Archita”, l‘IPS “Cabrini”, il Liceo Artistico “Calò Lisippo” e ancora una volta l’IISS “Pacinotti” e l’IISS “Righi”). Il programma è caratterizzato da laboratori e tirocini presso i vari Reparti del Centro Ospedaliero e da visite e attività presso i Comandi e gli assetti operativi della Marina. “L’intento del progetto ASL è di creare una nuova tipologia di equipaggio composto dal personale della Forza Armata, dagli studenti e dai loro insegnanti nonché dalle associazioni di volontariato, per la diffusione e la salvaguardia della cultura marittima del Paese in un percorso condiviso, innovativo e multidisciplinare”, riporta il sito del Comando navale.
Progetti di alternanza scuola-lavoro sono stati avviati con le scuole della provincia di Siracusa presso un altro importante Arsenale della Marina militare, quello di Augusta, su iniziativa del Comando Marittimo Sicilia (Marisicilia). Questo Comando ha pure sottoscritto un accordo con l’Istituto “F. Insolera” di Siracusa per avviare il progetto Abbellisci l’ambiente che ti circonda. Le classi ad indirizzo “servizi per l’agricoltura” sono state impiegate presso il comprensorio di Punta Izzo di Augusta nella progettazione e successiva realizzazione del “rinverdimento delle aiuole e delle aree destinate al verde dell’area demaniale della Marina”, la stessa che viene utilizzata periodicamente come poligono militare e per cui è previsto un piano di ampliamento e potenziamento infrastrutturale fortemente osteggiato dalla popolazione locale.
Il porto militare di Augusta, utilizzato anche in ambito NATO per la sosta e il rifornimento di unità di superficie e sottomarini a capacità nucleare, è stato meta della “visita guidata” degli studenti dell’IPSIA “Efesto” di Biancavilla (Catania) nell’ambito delle attività ASL, con tanto di “ispezione” al pattugliatore d’altura “Sirio”, alle dipendenze del Comando Forze da Pattugliamento per la Sorveglianza e la Difesa Costiera (COMFORPAT). “I militari hanno dato testimonianza diretta dell’impegno profuso in azioni di salvaguardia, tutela e soccorso in mare nei confronti del sempre crescente numero di migranti”, si legge nel report dell’istituto etneo. Come ormai sempre accade in ambito scolastico, l’unità da guerra è ovviamente descritta in maniera edulcorata e “umanitaria”, evitando ogni accenno alle passate missioni internazionali del “Sirio”, come ad esempio gli addestramenti congiunti con le unità di buona parte dei turbolenti paesi che si affacciano nel Mediterraneo e nell’Adriatico, la partecipazione all’Operazione multinazionale Cooperative Shield per “effettuare il controllo dell’immigrazione clandestina nello Stretto di Sicilia” o le “attività promozionali promosse dalla Marina Militare a favore del comparto industriale italiano in Turchia”.
Presso la Scuola Sottufficiali della Marina de La Maddalena (l’isola minore della Sardegna per anni ostaggio delle pericolose evoluzioni e soste in rada dei sottomarini a propulsione e capacità nucleare degli Stati Uniti d’America) è stato avviato un progetto ASL con il locale Istituto d’istruzione superiore “Giuseppe Garibaldi” che “consente agli studenti di affiancare il personale della Scuola e apprendere le tecniche impiegate nella manutenzione di imbarcazioni a vela e motore e lavorazioni sulla vetroresina, ecc”. Sempre in Sardegna, si svolgono gli stage degli studenti dei corsi informatica e telecomunicazioni dell’ITIS “Dionigi Scano” di Cagliari presso le principali infrastrutture della Marina Militare del capoluogo.
Stage e incontri nell’ambito dei programmi ASL sono tenuti sempre più spesso presso l’Accademia Navale di Livorno. Qui sono approdati perfino gli studenti dell’indirizzo nautico dell’Istituto “Majorana” di Gela (Caltanissetta) per “rafforzare le loro capacità organizzative e relazionali partecipando attivamente alla gestione delle attività e ad una giornata di studio assieme agli allievi Ufficiali, su argomentazioni scientifiche come la navigazione, la cartografia, l’astronomia, l’oceanografia e la meteorologia”. Collaborazione con l’Accademia di Livorno per l’ASL pure per l’ITT “Chilesotti” di Thiene (Vicenza). “Ciò ci ha consentito di conoscere le attività professionali offerte dalla Marina Militare per la difesa del Paese: da quelle in ambito internazionale, con supporto umanitario ed antipirateria, alle operazioni di ricerca e soccorso in mare, vigilanza pesca e anti inquinamento, bonifica dei fondali marini da ordigni pericolosi”.
A La Spezia, altra città sede di importanti infrastrutture della Marina, nel giugno 2017 sono stati avviati con gli studenti in ASL dell’IISS “A. Fossati-M. Da Passano”, i laboratori ludico-didattici, le conferenze e le mostre dell’evento Un Mare di emozioni, organizzato dal Centro di Supporto e Sperimentazione Navale della Marina Militare. L’iniziativa ha avuto lo “scopo di avvicinare i giovani al mondo scientifico nelle sue applicazioni legate all’ambiente marino” e ha visto la collaborazione di CNR, Interuniversity Center of Integrated Systems for the Marine Environment - ISME, Università degli Studi di Firenze, Distretto Ligure delle Tecnologie Marine e Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE), il centro di ricerche avanzate e tecnologie navali e sottomarine della NATO che sorge nel comprensorio spezzino. Sempre a La Spezia si tiene annualmente all’interno dell’Arsenale Militare Marittimo la rassegna internazionale Seafuture dedicata alle “innovazioni navali e marittime”, anche in questo caso dual, civili-militari. Seafuture è organizzato da Marina Militare, DLTM - Consorzio Tecnomar Liguria, Eiead, Aiad, con la collaborazione di Agenzia ICE, Regione Liguria e Comune della Spezia. Alla prossima edizione in programma dal 19 al 23 giugno 2018, oltre al premio destinato a laureati, dottorandi e dottorati di ricerca ne sarà assegnato un altro agli studenti dell’ultimo biennio delle scuole superiori per “valorizzare tesine o elaborati divulgativi riguardanti argomenti, prodotti o processi nell’ambito delle tecnologie del mare, aventi come principale tema la salvaguardia dell’ambiente e la biomimetica”.
A La Spezia, anche le Giornate di Primavera del FAI (Fondo Ambiente Italiano) dedicate alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico e culturale italiano meno conosciuto, si trasformano in occasione di propaganda militare e legittimazione dei reparti d’elite e pronto intervento delle nostre forze armate. Le ultime edizioni hanno visto l’inedita apertura al pubblico dell’Arsenale militare, del “Varignano” alle Grazie di Portovenere (sede del COMSUBIN, le forze speciali della Marina) e del Forte Umberto I, situato sull’isola Palmaria. “Ciceroni, gli studenti spezzini dei progetto ASL dell’ITIS “G. Capellini”, dell’ITNS “N. Sauro”, dell’Istituto Albergiero “Casini” e gli allievi dei Licei “Costa”, “Pacinotti”, “Cardarelli” ,”Parentuccelli”, degli ISS “Fossati Da Passano” e “Arzelà” e della Scuola Media “Fontana”. In verità negli ultimi anni si è assistito un po’ in tutta Italia alla “militarizzazione” delle Giornate FAI, con la scusa dell’apertura (per un solo giorno e con l’utilizzo di “volontari” delle scuole secondarie anche in ASL) di infrastrutture militari che sorgono in aree d’indubbio interesse naturale o storico-architettonico e la cui fruibilità viene sistematicamente negata ai residenti e agli enti locali. Non è casuale così che l’edizione 2018 delle Giornate di primavera è stata presentata nel corso di una conferenza stampa presso il Palazzo Marina Militare di Roma, poi aperto alle visite per “offrire affreschi, fregi dipinti, marmi policromi e arredi pregiati e per la prima volta la stanza 112, intitolata al Grande Ammiraglio Thaon di Revel, protagonista della vittoria sul mare durante la prima guerra mondiale”. “Condividiamo con il FAI l’amore per il nostro Paese”, ha commentato l’ammiraglio Paolo Treu, Sottocapo di Stato Maggiore della Marina. “Con le navi e suoi equipaggi, la Marina è ambasciatrice dell’Italia nel mondo, promuove la consapevolezza della marittimità perché il futuro, il benessere e il progresso della nostra nazione dipendono dalla tutela del mare, dal suo rispetto e valorizzazione”. Oltre al Forte Umberto I nel golfo di La Spezia, hanno aperto le loro porte ai visitatori delle Giornate FAI anche l’Accademia Navale di Livorno e il Forte San Felice a Chioggia, con l’allestimento di mostre sul “contributo della Marina Militare alla Grande Guerra”.
Attività di alternanza scuola-lavoro per gli allievi di numerosi istituti nautici italiani durante la lunga crociera dall’Adriatico al Tirreno della goletta “Oloferne” con a bordo il Museo Navigante e importanti cimeli storici messi a disposizione dalla Marina Militare: fascicoli sulle operazioni navali della Grande Guerra, strumenti dell’Istituto Idrografico della Marina, ecc... Il viaggio della goletta ha preso il via il 9 gennaio 2018 a Cesenatico e si è concluso a fine marzo a Sète, in Francia. Promotrice delle attività del Museo Navigante la Lega Navale con le sue sezioni locali per “promuovere l’educazione e l’inclusione sociale attraverso la navigazione a vela”. Altrettanto ambiguo nelle sue finalità civili-militari il progetto “Sauro100”, avviato due anni fa “da un’idea dell’ammiraglio Romano Sauro, nipote dell’eroe nazionale Nazario Sauro e che vede l’ammiraglio toccare, da Sanremo a Trieste, più di 100 porti in Italia e 20 all’estero”. Questa crociera è effettuata con una barca a vela di nove metri e si pone come obiettivo quello di “testimoniare, nelle varie tappe, quei profondi sentimenti di giustizia, di libertà e di solidarietà menzionati dal Presidente Mattarella in occasione della ricorrenza dei 100 anni dalla morte di Nazario Sauro, giustiziato a Pola dagli austriaci il 10 agosto 1916”. L’ammiraglio Romano Sauro, oggi in pensione dopo 42 anni di servizio nella Marina Militare, “utilizza ogni sosta per portare nelle scuole il racconto dei marinai che nella Prima guerra mondiale, con il sacrificio e l’impegno, formarono l’identità europea e nazionale, portando alla conoscenza dei giovani quei valori che animarono i loro coetanei di un tempo”, si legge nella brochure del progetto “Sauro 100”. Alla sua riuscita contribuiscono in particolare le convenzioni tra gli istituti scolastici e le sezioni della Lega Navale Italiana (di cui Romano Sauro è stato Commissario Straordinario nel periodo 2015-2017), stipulate nell’ambito dei percorsi ASL previsti dalla L.107/2015 e che consentono di imbarcare studenti a bordo della barca a vela nelle tratte di trasferimento da un porto a un altro.
Eccitanti navigazioni pure per gli allievi dell’ISS “Barsanti” di Massa Carrara nell’ambito del progetto ASL “Sailor School”, realizzato in collaborazione con Sail Training Association - Italia, un’associazione senza scopo di lucro fondata nel luglio 1996 dalla Marina Militare e dallo Yacht Club Italiano per “incrementare le conoscenze marinaresche in modo operativo, permettere agli studenti di entrare in contatto con il mare, maturare un senso di responsabilità e di autosufficienza, imparare ad orientarsi nel mondo fisicamente e moralmente, ecc.
Centotrenta studenti dell’IISS “Amerigo Vespucci” di Gallipoli, hanno seguito per due settimane le attività svolte presso la locale Capitaneria di Porto – Guardia Costiera. “I militari sono assistiti nell’espletamento delle pratiche amministrative che fanno capo all’Autorità Marittima e per il funzionamento dei servizi tecnico-nautici del porto”, riportano i media locali. “Sono state svolte inoltre attività di familiarizzazione a bordo dei mezzi nautici della Guardia Costiera e attività formative sulle operazioni legate alla navigazione e all’uso e al rispetto del demanio marittimo”. Esperienze analoghe sono toccate agli allievi ASL dell’ISS “Cristoforo Colombo” di Torre del Greco presso la locale Capitaneria di Porto. “Si tratta di un percorso collaborativo per l’acquisizione di competenze ed esperienze sulle professioni marittime e sulle tematiche afferenti il complesso settore dell’amministrazione e governo del mare, secondo le linee di indirizzo emanate dal Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto di concerto con il MIUR”, spiega l’addetto stampa della Marina. Anche a Torre del Greco come a Gallipoli, gli studenti hanno offerto il proprio “supporto al personale militare addetto agli sportelli preposti al ricevimento dell’utenza marittima”.
Altra convenzione in ambito ASL è stata sottoscritta tra l’IIS “Leonardo Da Vinci” di Sapri e l’Ufficio circondariale marittimo di Palinuro, per consentire l’accoglienza degli studenti presso gli uffici della locale Guardia Costiera e “affiancare il personale militare nell’espletamento delle attività istituzionali del Corpo”. Altro accordo quello tra la Capitaneria di Porto Torres e l’Istituto Tecnico Nautico “Mario Paglietti” per un percorso formativo di 400 ore, “durante il quale la scuola offrirà sia il personale che le dotazioni con l’obiettivo in futuro di attuare un piano di investimenti sull’hardware e sul software per potenziare le risorse della scuola”. Anche gli studenti dell’ISS “Buccari Marconi” di Cagliari sono stati accolti presso la Capitaneria di Porto del capoluogo sardo per attività teoriche e pratiche sui principali ambiti di competenza del Corpo e della Guardia Costiera e in “attività tecnico-amministrative incardinate negli uffici gente di mare, patenti nautiche, naviglio, diporto e armamento e spedizioni, e cognitive degli apparati tecnologici della sala operativa e in dotazione ai mezzi navali”.
“Full immersion nei vari uffici, naviglio e diporto, patenti, pesca, contenzioso, demanio servizio operativo e dei mezzi nautici e servizi militari della Guardia Costiera” per gli alunni ASL dell’ITIS “Galilei” e dell’Istituto Nautico “Artiglio” di Viareggio. Il tutto con tanto di “uscite con le Motovedette o le attività ispettive in area portuale ed in materia di pesca”. In Sicilia è stata firmata una convenzione tra la Guardia Costiera e l’Istituto Tecnico Aeronautico “Ettore Majorana” di Gela, per effettuare tirocini e stage presso il 2º Nucleo Aereo con sede all’aeroporto di Catania-Fontanarossa. Progetto “formativo” ed ASL della Guardia Costiera di Catania pure con gli studenti del Politecnico del Mare “Duca degli Abruzzi”, istituto che il 7 aprile 2017, nell’ambito del “percorso didattico mirato a creare una forte intesa con il mondo del lavoro”, ha ospitato un incontro seminariale con gli ufficiali della Marina Militare sul tema de L’affascinante mondo dei sottomarini.
L’ISS “Volterra – Elia” di Ancona ha dato vita invece al progetto “Naviotica”, d’intesa con la Capitaneria di Porto, il supporto del MIUR e la collaborazione della provincia di Ancona e del Consorzio Navale Marchigiano, inaugurando un Laboratorio di Simulazione Navale, il “primo esemplare al servizio del Medio Adriatico e tra i più evoluti in Italia” per formare il personale nelle procedure navali come l’entrata e l’uscita dai porti e le manovre anticollisione. Meno oneroso e certamente più divertente lo stage di alternanza scuola lavoro che gli invidiati studenti dell’ISS “Giuseppe Renda” di Polistena (Reggio Calabria) hanno svolto qualche tempo fa presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare di Venezia, in occasione del locale “Carnevale per gli studenti”...
Caccia, elicotteri e droni per l’alternanza scuola-aeronautica
Nell’ultimo biennio, da quanto si apprende dal sito ufficiale del Comando dell’Aeronautica Militare, per lo svolgimento di attività di “tirocinio di formazione e orientamento” sono state sottoscritte articolate convenzioni tra i reparti di punta della forze aeree e numerosi istituti scolastici italiani. Nello specifico si segnalano i protocolli tra l’Istituto Statale Istruzione Tecnica “A. Manetti” di Grosseto e la 121^ Squadriglia Radar di Poggio Ballone (Grosseto); l’IISS “Euclide” di Bari, l’IISS “Flacco” di Castellaneta e il 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari); il Liceo Statale “Enrico Medi”, l’ITIS “Guglielmo Marconi” di Verona ed il 3° Stormo di Villafranca-Verona; l’ITAS “Francesco Baracca” di Forlì e la 1^ Brigata Aerea Operazioni Speciali / 15° Stormo di Cervia-Pisignano (Ravenna); l’ITC “Fabio Besta” di Ragusa ed il Comando Aeroporto di Sigonella (“attività di controllo dello spazio aereo e della meteorologia, manutenzione dei velivoli in forza ai Gruppi Volo del 41° Stormo”). Il “Besta” di Ragusa ha avviato progetti ASL anche presso lo scalo aereo di Comiso e nella stazione dell’Aeronautica di Noto-Mezzogregorio per “studiare le telecomunicazioni e i sistemi d’antenna”; inoltre – come si legge nel sito istituzionale – “ci siamo già attivati in passato con la Guardia Costiera di Catania, dove gli alunni si sono cimentati nella manutenzione degli elicotteri destinati al progetto Frontex”. Nell’anno scolastico 2015-16, gli studenti più meritevoli dell’istituto ibleo sono stati premiati con uno stage presso il complesso Alenia-Finmeccanica di Cameri (Novara) dove vengono assemblati i cacciabombardieri a capacità nucleare F-35; a condurre in Piemonte gli allievi ci ha pensato proprio il 41° Stormo dell’Aeronautica con un pattugliatore da guerra Atlantic decollato dalla grande base aerea di Sigonella.
Il 41° Stormo ha sottoscritto una convenzione ASL con l’I.S.S. “Ettore Majorana" di Gela e l’Istituto Tecnico Aeronautico Statale “Arturo Ferrarin” di Catania (quest’ultimo propone ai propri studenti pure il corso di “Robotica in avionica”, per la progettazione dei sistemi elettronici di un aeromobile e il corso “Basico teorico pratico di droni” per l’apprendimento di “tutti i segreti della meccanica dei velivoli radiocomandati fino al conseguimento dell’attestato di pilotaggio droni”). Sempre in Sicilia, alternanza scuola-lavoro per gli studenti dell’Istituto Nautico “Leonardo Da Vinci” di Milazzo presso l’Osservatorio meteorologico di Messina, opportunità nata grazie al Protocollo di Intesa stipulato con il Comando dell’Aeronautica Militare di Sigonella per il triennio 2017/2020.
Dal sito istituzionale dell’Aeronautica si apprende poi di una convenzione per la “formazione e l’orientamento curriculare” tra l’ITS “Somma Lombarda” di Cameri (Novara) e il 1° Reparto Manutenzioni Velivoli di stanza presso lo scalo aeroportuale di Cameri, unità specializzata nella manutenzione dei cacciabombardieri “Tornado”, “Eurofigter Typoon” e dei nuovi F-35. Altri tirocini formativi sono in fase di svolgimento presso il Servizio telematico e radar del 36° Stormo dell’Aeronautica con gli alunni delle quinte classi dell’Istituto Industriale “Leonardo Da Vinci - Galileo Galilei” di Gioia del Colle. Stage presso il 36° Stormo pure per l’IISS “Leonardo Da Vinci” di Martina Franca per “osservare da vicino in che modo si possa prevedere il verificarsi di fenomeni metereologici” e “prendere visione delle attività operative dei reparti dell’Aeronautica e sulle capacità dell’Eurofighter Typhoon”. Il cacciabombardiere è descritto per l’occasione in maniera mistificata come un velivolo meramente “da intercettazione e difesa”. “Questo aereo multiruolo è uno dei più avanzati in Europa, dato il suo recente utilizzo (2011)”, si legge nell’articolo-report del sito istituzionale dell’IISS “Leonardo da Vinci”. “Il suo compito, nonostante l’artiglieria che trasporta suggerisca il contrario, non è offensivo, bensì difensivo, infatti l’unico momento in cui utilizza armi è solo in presenza di un attacco nei suoi confronti”.
Ancora in Puglia, nel novembre 2017 è stato siglato un accordo tra il Comando della Scuola Volontari di Truppa dell’Aeronautica Militare che ha sede sull’Idroscalo di Taranto e l’I.I.S.S. “Augusto Righi” per la realizzazione di due progetti ASL: il primo per gli alunni delle classi ad indirizzo costruzioni aeronautiche che “sotto la supervisione del personale militare provvederanno a restaurare un caccia-addestratore statunitense d’epoca, il T-6 Texan”; il secondo progetto per gli alunni delle classi ad indirizzo informatico “il cui compito sarà quello di realizzare un libro multimediale sulla lunghissima storia dell’Aeronautica Militare nella città di Taranto”. Sempre secondo l’accordo, il personale del Comando della Scuola Volontari Truppa “provvederà a far frequentare a tutti gli alunni coinvolti un corso di formazione antinfortunistica per lavoratori modulo generale ai sensi del D.Lgs. nr 81/2008”.
Attività di alternanza scuola-lavoro degli allievi dell’IISS “Carnaro-Marconi-Flacco-Belluzzi” di Brindisi presso l’aeroporto di Galatina (Lecce), sede del 61º Stormo, del 10º Reparto Manutenzione Velivoli dell’Aeronautica Militare e di una delle maggiori scuole di formazione dei piloti da guerra a livello internazionale. Oltre alle visite guidate agli ufficio meteo, agli hangar di sosta degli aeromobili e alle officine di manutenzione, sono previsti stage presso la sala simulatori di volo “linkati al nuovo velivolo trainer T-346A, che hanno fatto di questa esperienza un metodo didattico e di apprendimento sintonizzato con le esigenze del mondo esterno”.
L’ISS “Malignani” di Udine ha avviato un progetto ASL con il Comando militare dell’aeroporto di Rivolto con attività e stage che spaziano dalle scienze aeree, le costruzioni edili, le telecomunicazioni, la topografia, le reti elettriche, la logistica intermodale, l’antincendio e la sicurezza. Grazie a questo progetto, la dirigenza dell’istituto spera di “rinnovare il proprio parco velivoli e con esso l’offerta didattica, ricevendo in assegnazione un cacciabombardiere AMX quando lascerà le piste di volo nel 2020”. Altra convenzione ASL è quella tra la 46^ Brigata Aerea di Pisa e il Liceo “XXV Aprile” di Pontedera; il percorso didattico è articolato in 200 ore con la “collaborazione nella realizzazione di eventi commemorativi o in occasione di seminari, mostre, ecc. come nel caso del Pisa Airshow” e la conoscenza degli “aspetti caratterizzanti l’attività quotidiana dei reparti della 46^ Brigata, dalla sicurezza dei voli alla torre di controllo, dai ricoveri in hangar degli aeroplani alla loro manutenzione, ecc.”.
In Sardegna, il Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo RSSTA di Decimomannu che supporta le attività di addestramento al tiro aereo dei velivoli italiani, NATO ed extra-NATO nei poligoni sardi, ha ospitato gli studenti ASL dell’Istituto Tecnico “Dionigi Scano” di Cagliari per una visita alla Sala Radar del Nucleo Avvicinamento, alla locale Stazione meteorologica, alla Torre di controllo e ai reparti schierati nello scalo aereo. “Per l’occasione, un pilota del 61° Stormo di Galatina-Lecce, la Scuola di Volo dell’Aeronautica Militare che provvede alla formazione per il conseguimento del brevetto di pilota militare e alla formazione pre-operativa del personale navigante, ha illustrato agli studenti le caratteristiche del velivolo addestratore Aermacchi M-346A”, riporta l’ufficio stampa dell’Aeronautica. In volo con l’Aeronautica è invece il titolo del progetto ASL dell’’ISS “Vanvitelli Stracca Angelini” di Ancona, con tanto di “giornate di familiarizzazione” con i velivoli da guerra operativi presso l’aeroporto di Falconara Marittima e “trasferimenti degli allievi” dal capoluogo marchigiano allo scalo “con automezzi militari a cura dell’Aeronautica Militare”. Altro protocollo ASL quello per gli studenti dell’ISIS “Isabella D’Este Caracciolo” di Napoli presso l’Accademia Aeronautica Militare di Pozzuoli.
Il Comando del Reparto Sistemi Informativi Automatizzati dell’Aeronautica Militare (Re.S.I.A.) di Roma che si occupa della formazione del personale nel settore informatico, della realizzazione e manutenzione dei sistemi di controllo delle banche dati e della gestione contro le minacce cibernetiche ha sottoscritto un protocollo con l’Istituto Tecnico Tecnologico “Enrico Fermi” di Frascati. Scopo dell’accordo la realizzazione di attività pratico-teoriche al fine di “introdurre gli studenti alla conoscenza dei velivoli da guerra e di altre tematiche militari” e “sviluppare dei software gestionali utili alla Forza Armata, concentrando l’attenzione sulla dinamica tematica dell’informatica e la relativa sicurezza dei sistemi in gestione”. Agli studenti è stato pure presentato il “sito riservato ai militari che permette loro di accedere a informazioni importanti e riservate in un database”. Significativo il commento espresso dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare: “La collaborazione del ReSIA, con l’Istituto Fermi rappresenta un segno tangibile della vision dell’Aeronautica 4.0 che vede la Forza Armata snella, dinamica e perfettamente integrata nel contesto sociale nel quale opera, sia al servizio del cittadino alla salvaguardia delle persone, delle cose, della cultura e dei valori del Paese”. Sempre l’ITT “Enrico Fermi” di Frascati, ha sottoscritto nel febbraio 2017 specifica convenzione ASL con il Centro Studi Militari Aeronautici (Ce.S.M.A.) e il 6° Reparto Manutenzione Elicotteri di Pratica di Mare (Pomezia) per accogliere una cinquantina di studenti presso le strutture militari di riferimento per 400 ore complessive a persona. Il Centro Studi Militari Aeronautici e lo Stato Maggiore dell’Aeronautica hanno firmato una convenzione triennale ASL pure con il Liceo classico “Dante Alighieri” di Roma al fine di “valorizzare le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali, avvicinando gli studenti al mondo della Difesa per toccare con mano nuove dinamiche organizzative e di rapporto”.
Presso il Reparto Sistemi Informativi Automatizzati (Re.S.I.A.) che ha sede nell’area del parco archeologico dell’Appia Antica si sono svolti stage formativi anche per gli studenti del corso informatico–telecomunicazioni dell’Istituto Tecnico Commerciale Statale “Vincenzo Arangio Ruiz” di Roma. Stage ASL per gli studenti dell’ITT “Francesco Baracca” di Brescia presso il 6° Stormo di Ghedi, l’unico reparto italiano abilitato, in caso di guerra, al trasporto e all’uso di testate nucleari; e per gli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale “G. Armellini” di Roma presso l’aeroporto militare di Pratica di Mare per visitare le officine di manutenzione velivoli ed elicotteri. Incontri formativi sul tema Aeronautica, ingegneria industriale e territorio: opportunità e prospettive si sono tenuti invece presso l’ISS “Mattei-Fortunato” di Eboli con i rappresentanti dell’Aeronautica militare e dell’azienda Tesi Srl. In partnership, gli Istituti Industriali “Meucci” di Firenze e “Leonardo da Vinci” di Martina Franca hanno svolto parte del loro progetto ASL presso l’aviosuperficie di Manduria (Taranto), con un “volo di familiarizzazione propedeutico al corso di pilotaggio”, lo studio-progettazione di droni e la visita conclusiva alla base del 16° Stormo dell’Aeronautica di Martina Franca.
La testa ... tra le nuvole. Orientamento al lavoro è stato invece il titolo del seminario che gli studenti dell’I.I.S. “Enrico De Nicola” di San Giovanni La Punta (Catania) hanno svolto con gli ufficiali del Comando dell’Aeronautica Militare di Sigonella. Sempre in tema di orientamento, per gli studenti delle ultime classi dell’Istituto “Giosué Carducci” di Comiso (Ragusa) è stato promosso un “progetto di collaborazione con le forze armate”, animatori tre ufficiali in forza ai reparti di volo dell’Aeronautica della grande base siciliana. Sigonella, tra l’altro, si conferma come una delle mete più ambite per le visite guidate degli istituti scolastici nell’ambito dei progetti ASL. Recentemente il Liceo Classico “Empedocle” di Agrigento si è recato presso il Comando del 41° Stormo per un “incontro con le donne aviere che ha evidenziato l’importanza della parità dei sessi e del volersi mettere in gioco in un ambiente prettamente maschile”.
In convenzione con l’Università del Piemonte Orientale, l’Istituto Tecnico “Fauser” di Novara ha realizzato un progetto ASL con uno stage di formazione presso l’aeroporto militare di Cameri a cui hanno partecipato le classi terze a indirizzo informatico e aeronautico. “Il progetto si è svolto attraverso la modalità di apprendimento learning by doing per promuovere una partecipazione attiva degli studenti al contesto sociale e creare competenze cognitive, collaborative e comunicative”, spiega la dirigenza dell’istituto novarese, noto per la presenza al suo ingresso di un velivolo Aermacchi MB 326, l’addestratore per i piloti italiani destinati alla guida dei cacciabombardieri Tornado e AMX, venduto pure a numerosi clienti internazionali: Argentina, Australia, Brasile, Congo, Dubai, Ghana, Malesia, Nigeria, Perù, Tunisia, Zambia, Sudafrica (in violazione dell’embargo internazionale decretato ai tempi dell’Apartheid).
Le dichiarate finalità pro-forze armate di alcune delle attività didattiche proposte dall’Istituto Tecnico “Fauser”, hanno indotto una trentina di sua insegnanti, qualche tempo fa, a sottoscrivere una denuncia pubblica dal significativo titolo Fauser di Novara: una scuola di guerra?. La protesta dei docenti è scaturita dopo la creazione di un corso post-diploma per tecnici aeronautici finalizzato alla costruzione del cacciabombardiere F-35 nel complesso militare-industriale di Cameri. “Il futuro nello spazio. Al Fauser un percorso che porta agli F-35: questo è il titolo di un’inserzione pubblicitaria comparsa il 2 settembre 2011, su La Stampa”, si legge nell’appello dei docenti-obiettori. “Coloro che frequenteranno il corso ITS in aerospazio-meccatronica, che partirà a novembre, avranno la strada spianata per la conquista di un posto di lavoro nella fabbrica per cacciabombardieri F-35 che stanno costruendo nell’aeroporto di Cameri. Noi, che siamo insegnanti di Novara e dintorni, noi, che non stimiamo la guerra né utile né giusta, noi, che consideriamo tutte le fabbriche d’armi nient’altro che fabbriche di morte, noi ci permettiamo, a scanso di equivoci futuri, di invitare giovani e docenti a boicottare il corso di cui sopra. Sarebbe bello che nessun giovane novarese si iscrivesse ad un corso di questo genere, lasciando le aule tristemente vuote. Sarebbe pure sacrosanto che nessun docente accettasse di insegnare in questo corso destinato a formare fabbricanti d’armi e di morte”.
Decine di istituti scolastici di secondo grado vengono poi selezionati, ogni anno, in differenti province italiane per partecipare ai “Corsi di cultura aeronautica” organizzati dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare con la collaborazione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, allo scopo di “promuovere e diffondere l’immagine della Forza Armata e la cultura militare aeronautica: uomini e donne che con passione e professionalità sono al servizio del Paese nel controllo dello spazio aereo nazionale, nelle missioni alleate ed internazionali per il rafforzamento ed il mantenimento della pace nel segno della solidarietà, nel soccorso alla popolazione in caso di calamità o emergenze”. Nell’ultimo biennio sono state coinvolte le scuole delle province di Catania, Ferrara, Firenze, Grosseto, L’Aquila, Milano, Padova, Pavia, Torino, Treviso, Udine e Verona, mentre alle “attività didattiche” hanno concorso ufficiali e piloti dei reparti di volo più importanti dell’Aeronautica, come ad esempio il 2° Stormo di Rivolto (Udine), il 3° Stormo di Villafranca-Verona, il 4° Stormo di Grosseto; il 41° Stormo di Sigonella; il 51° Stormo di Istrana (Treviso). Ogni corso ha una durata di due settimane durante le quali gli studenti seguono le lezioni teoriche e apprendono il funzionamento dei diversi strumenti di bordo; al termine, i frequentatori affrontano la fase pratica, con un volo di circa 30 minuti a bordo di un velivolo “SIAI-Marchetti 208M”, sotto la guida degli istruttori del 60° Stormo di Guidonia (Roma). Dal 2009 i giovani partecipanti hanno la possibilità di effettuare voli “virtuali” pure sul simulatore di volo costruito sul cockpit del velivolo MB-339 della Pattuglia Acrobatica Nazionale “Frecce Tricolori”. Gli studenti “migliori” vengono selezionati per uno stage presso l’aeroporto militare di Guidonia per assistere a lezioni teoriche su “aerotecnica, propulsione, manovre di volo, sicurezza del volo e strumenti di bordo” e volare infine con un aliante biposto. A tutti i partecipanti viene consegnato infine un diploma attestato di frequenza, che “assegna un punteggio di merito in alcuni concorsi dell’Aeronautica Militare”. Oltre a svolgere corsi di cultura aeronautica per le scuole secondarie di secondo grado, il Centro di Guidonia effettua i corsi di volo a vela per gli allievi dell’Accademia Aeronautica nell’ambito dell’iter formativo per il conseguimento del brevetto di pilota militare e per quelli della Scuola Militare Aeronautica “Giulio Douhet” di Firenze.
L’Alternanza con l’Esercito: musei, archivi e intelligence…
“L’Esercito Italiano ha sviluppato diversi progetti di Alternanza Scuola/Lavoro sul territorio nazionale: solo nella città di Roma sono stati diversi gli Istituti Scolastici coinvolti nella realizzazione di programmi formativi che hanno consentito a diversi studenti di incontrare ed affiancare i militari nei più svariati ambiti professionali”, spiega con orgoglio il Capo di Stato maggiore dell’Esercito. Nello specifico, si ricorda che il Liceo Scientifico “Talete” ha sviluppato un progetto che ha consentito agli studenti di operare all’interno del Museo Storico della Fanteria, “dove sono stati realizzati approfondimenti di 20 cimeli della mostra Bollettino 1268. Il confine di carta”; il Liceo Classico e Scienze Umane “Plauto” ha invece impiegato i suoi alunni presso l’Ufficio Storico dell’Esercito, “dove hanno acquisito capacità professionali nell’ambito della tutela del patrimonio storico-culturale”; presso la Rivista Militare, “collaborando alla redazione di un articolo”, nonché per “attività di catalogazione presso i Musei Militari della Capitale”.
Nell’ambito di un programma di valorizzazione del patrimonio storico dell’Esercito Italiano, in accordo con il Comando Militare di Roma, il Liceo Scientifico “Torricelli” sta realizzando una piattaforma multimediale su supporto informatico, integrata a diverse strutture museali della forza armata (Museo Militare di Roma, Museo Storico di Fanteria, ISAG – Istituto Storico dell’Arma del Genio, Museo Storico dei Bersaglieri, Museo Storico della Motorizzazione Militare). L’obiettivo del progetto ASL è quello di “allestire un museo virtuale che possa mettere in rete i diversi musei favorendone la conoscenza e la fruizione tramite internet o, direttamente dagli stessi spazi museali, attraverso dispositivi mobili (tablet e smartphone)”.
Centinaia di studenti degli istituti di Padova in alternanza scuola-lavoro hanno fatto da “apprendisti Ciceroni” nelle Giornate di Primavera del FAI nella caserma “Carlo De Bertolini”, sede del Dipartimento Militare di Medicina Legale del Comando logistico dell’Esercito. Il Dipartimento è l’unico ente sanitario militare dell’area nord-est a fornire attività di supporto alle unità di tutte le forze armate e di tutte le forze dell’ordine in ambito medico-legale e clinico. Presso il Dipartimento, inoltre, viene svolta attività formativa di aggiornamento professionale per il personale sanitario e corsi di tecniche di pronto soccorso a favore del personale militare dei vari enti dell’Esercito.
Per lo svolgimento di “tirocini curriculari” per gli anni 2017-2020, la Scuola di Cavalleria di Lecce dell’Esercito ha firmato convenzioni con l’IISS “F. Calasso”, il Liceo classico musicale “G. Palmieri”, l’Istituto di cultura e lingue “Marcelline”, l’IISS “Cezzi De Castro – Moro” e l’IISS “P. Colonna”, tutte scuole con sede nella città pugliese. In via di definizione una convenzione tra la Scuola di Cavalleria e il liceo Scientifico e Linguistico “A Vallone” di Galatina diretta a un “gruppo di studenti particolarmente interessati alla carriera militare”.
Di sicura rilevanza, non fosse altro perché l’esperienza potrebbe presto estendersi ad altre regioni italiane, il protocollo d’intesa per la realizzazione di attività ASL che l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna ha firmato nel giugno 2017 con il Comando Militare dell’Esercito di Bologna. “L’iniziativa, rivolta ad iscritti degli istituti-tecnici ad indirizzo economico e dei licei, prevede che gli studenti in alternanza lavorino presso l’Ufficio documentale dell’Esercito, gestendo pratiche di archivio (archiviazione, riordino e catalogazione patrimonio e aggiornando i database anagrafe, documentazione e matricola del personale delle Forze armate e dei Carabinieri della Regione Emilia Romagna, ecc.)”, si legge nell’accordo.
Presso la Scuola Telecomunicazioni Interforze di Chiavari è in corso invece da alcuni anni il progetto Giovani@Web, grazie ad un accordo siglato nel marzo 2012 da Regione Liguria, Ufficio Scolastico Regionale, Comitato Regionale delle Comunicazioni, Scuola Telecomunicazioni FF.AA., Polizia Postale (e successivamente esteso alle Regioni Sicilia e Puglia), con obiettivo, la “sensibilizzazione di studenti, dirigenti scolastici, docenti e genitori sui pericoli e le responsabilità legati all’utilizzo dei sistemi informatici, internet e social network”. La Scuola Telecomunicazioni Interforze di Chiavari è responsabile della formazione specialistica e dell’addestramento del personale del Ministero della Difesa con “particolare attenzione alle attività di certificazione dei corsi S.I.C.R.AL. (Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed Allarme) svolti presso il Centro di Vigna di Valle; telematica; sicurezza delle informazioni e custodia del materiale crittografico; informatica; cyber defence”.
Per l’Istituto per Geometri “Denina” di Saluzzo, si sono aperte invece le porte dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, “fulcro nazionale dello studio del territorio e della mappatura e che svolge funzione di ente cartografico dello Stato Italiano”. Stage presso il 235° Reggimento Addestramento Volontari “Piceno”, nella caserma “Emidio Clementi” di Ascoli Piceno, per gli studenti del locale ITS “G. Mazzocchi”, per “favorire la crescita individuale dal punto di vista psicologico e comportamentale, attraverso l’acquisizione di forme di autocontrollo e di disciplina personale, l’educazione al rispetto delle regole, la capacità di effettuare scelte in autonomia e senza condizionamenti esterni”. Percorsi di alternanza scuola-lavoro sono previsti per gli studenti del Liceo “E. Medi” di Villafranca presso la Procura del Tribunale Militare di Verona; altra discutibile esperienza civile-militare ASL quella progettata sulla base di una convenzione tra il Liceo classico “Muratori-S. Carlo” di Modena e l’ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati Invalidi di Guerra), per lo “sviluppo di competenze nella ricerca storico-documentale e visite-stage presso l’Accademia Militare di Modena”.
Attività di guide e vigilantes al fianco dei militari della Brigata Bersaglieri “Garibaldi” per oltre duecento studenti ASL dei licei “Diaz”, “Giannone” e “Manzoni”, dell’Istituto d’arte “San Leucio, degli Istituti tecnico-professionali “Buonarroti”, “Ferraris” e “Giordani” della provincia di Caserta per il percorso museale Erano Giovani e Forti – Caserta e i suoi Figli nella Grande Guerra 1917-2017, allestito lo scorso autunno nelle sale della Quadreria della Reggia vanvitelliana. L’iniziativa è stata realizzata nell’ambito delle commemorazioni ufficiali del Centenario della Prima Guerra Mondiale, per “riscoprire e valorizzare le storie, i documenti e gli oggetti che hanno contraddistinto il quotidiano dei 5.718 caduti casertani”. La mostra Erano Giovani e Forti con oltre 600 cimeli provenienti da collezioni private, musei storici civili e dell’Esercito Italiano – spiegano i promotori – “è stata soltanto uno degli eventi del progetto, iniziato nel 2015, grazie ad un protocollo d’intesa sottoscritto da Brigata Bersaglieri “Garibaldi”, Reggia di Caserta, Provincia di Caserta, Comune di Caserta, Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, Camera di Commercio, Archivio Di Stato” e che ha permesso la realizzazione di “convegni, giornate di studio, concorsi per le scuole di ogni ordine e grado e un cineforum destinato ad oltre settecento studenti di sette istituti superiori casertani”.
Sempre nell’ambito di un progetto di alternanza scuola-lavoro, 85 alunni del Liceo Statale “Alessandro Manzoni” di Caserta sono stati impiegati come “giudici di gara” all’ultima edizione della Flick Flok, la manifestazione di corsa istituita nel 1991 dalla Brigata Bersaglieri “Garibaldi” per la preparazione fisico-militare dei propri uomini, successivamente estesa ai civili e agli studenti. “La Flick Flock si fonda su tre pilastri: la famiglia, quale base della nostra società e futuro della stessa, lo sport e la solidarietà”, ha spiegato il generale Nicola Terzano, comandante della “Garibaldi”. Ospite d’onore della Flick Flock 2017 la banda della Marina Militare USA di stanza all’Allied Joint Force Command Naples, il Comando congiunto per il Sud Europa della NATO che opera dalla moderna infrastruttura realizzata a Lago Patria, nel territorio comunale di Giugliano.
Oltre che per la convenzione Flick Flock, la dirigenza del Liceo “Manzoni” di Caserta ha messo la propria firma per avviare una delle attività educative-didattiche più singolari nella storia dell’autonomia scolastica e del dirompente processo di privatizzazione e militarizzazione del sapere: un “Corso di Preparazione Sportiva Carriere Militari” riservato agli studenti che aspirano a partecipare ai concorsi per allievi, sottufficiali e ufficiali di tutti i Corpi militari. “I corsi si tengono nella palestra dell’istituto in ore pomeridiane con il fine di fornire una preparazione ottimale e creare una base eccellente per sostenere i concorsi”, si legge nel sito del liceo casertano. L’“offerta formativa”, ovviamente, è a pagamento: 250 euro per un mese di attività, 450 per due. Sport ed educazione fisica, come nel Ventennio fascista, per formare ed addestrare menti e corpi per la Guerra.
Research prodotta in occasione del Corso di formazione nazionale per insegnanti Militarizzazione dei territori, militarizzazione delle coscienze, militarizzazione della scuola?, promosso dal CESP, il Centro Studi per la Scuola Pubblica – Napoli, 21 marzo 2018.
Fonte
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