Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2026

Inaccettabili le nuove linee guida del ministero dell’Università per gli studenti stranieri

Per giovedì è stata convocata una manifestazione di protesta sotto la sede del ministero dell’Università e della Ricerca per respingere le nuove linee guida per l’ingresso, il soggiorno e l’immatricolazione degli studenti internazionali, varate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che rappresentano un attacco frontale e ideologico contro gli studenti extra-UE.

Si tratta di un dispositivo di esclusione classista e razzista che mira a colpire duramente sia chi tenta di accedere ai nostri atenei, sia chi è già iscritto e sta portando avanti il proprio percorso di studi.

Questo provvedimento introduce barriere insormontabili e spudoratamente discriminatorie come l’imposizione dell’obbligo di un’abilitazione di livello B2 in lingua italiana.

Una misura che si configura come un vero e proprio ricatto, applicato con feroce specificità e accanimento proprio contro gli studenti palestinesi, ai quali si pretende di imporre standard burocratici surreali mentre si nega loro il diritto alla vita e allo studio.

Viene demandata alle rappresentanze diplomatico-consolari la valutazione del presunto “rischio migratorio”. Una scusa per criminalizzare a priori il desiderio di formazione, trasformando i visti di studio in una concessione arbitraria basata su logiche di polizia e non sul diritto universale alla conoscenza.

Gli effetti di questa politica reazionaria e complice sono già drammaticamente visibili. Decine di studenti e studentesse palestinesi sono oggi bloccati a Gaza con il pretesto di non possedere la certificazione di italiano.

L’entità sionista ha raso al suolo ogni singola università di Gaza, distrutto centinaia di scuole, assassinato rettori, docenti, ricercatori e migliaia di studenti.

Davanti alle macerie di un intero sistema educativo e al genocidio in corso, il governo italiano non solo si rende complice politico e militare del massacro, ma alza muri burocratici per impedire a chi sopravvive di ricostruire la propria vita e il proprio futuro.

Allo stesso tempo si assiste all’espulsione silenziosa di 80 studenti tunisini regolarmente iscritti nei nostri atenei, che si vedono revocare o negare il permesso di soggiorno nonostante abbiano già sostenuto esami e versato tasse, in una logica di pura persecuzione dei corpi e dei diritti dei migranti.

Per protestare contro queste misure razziste e discriminatorie del ministero dell’Università, per domani – giovedì 9 luglio alle ore 11:00 – Cambiare Rotta, Movimento Studenti Palestinesi e USB hanno convocato una manifestazione sotto alla sede del ministero in Largo Antonio Ruberti.

“Questo pacchetto di norme non è un incidente di percorso, ma si inserisce perfettamente nelle politiche di forte chiusura e militarizzazione delle frontiere che attraversano l’intera Unione Europea” scrivono in un comunicato che richiede un incontro immediato con il ministero e il ritiro immediato delle linee guida.

Fonte

14/12/2020

Come riapriranno le scuole in gennaio?

Purtroppo dobbiamo dircelo con chiarezza: i provvedimenti sanitari assunti dal governo non stanno affatto contenendo la pandemia, che registra ormai un numero stabile di contagi quotidiani attorno ai 20.000 e un numero di decessi impressionante, tra i 500 e i 900 al giorno. E la strage continuerà in nome della “produzione”.

È ormai chiaro che la “seconda ondata” è peggio della prima e che fino a quando non si fermeranno le produzioni manifatturiere, i cantieri, e tutte le attività non indispensabili la pandemia non calerà. Il governo italiano sta sacrificando la vita dei cittadini per gli interessi degli industriali e della grande distribuzione.

Questo è il quadro in cui, il 7 gennaio, le scuole dovrebbero riaprire in quasi-presenza (non è ancora chiaro davvero in quale percentuale oraria, di allievi ecc.). La scuola non è una bolla separata dalla società e la grave situazione sanitaria generale è un contesto con cui si devono fare i conti.

Siamo evidentemente oppositori della famigerata didattica a distanza, sappiamo che non è vera scuola, ma è legittimo chiedersi cosa stia facendo il governo e il Ministero dell’Istruzione in particolare per preparare un rientro in sicurezza, nella situazione estremamente pericolosa che abbiamo descritto.

In realtà, dal Ministero, dopo le tante fandonie estive, prima tra tutte quella dei banchi a rotelle, che ora giacciono polverosi nei magazzini delle scuole dove sono arrivati, non si hanno notizie precise di iniziative per la ripresa. Tutti i tracciamenti sono saltati, ci sono situazioni in cui per avere il risultato di un tampone di un allievo ci sono voluto dieci giorni, il caos è diventato regola.

Di fatto, la ministra Azzolina ha scaricato sugli enti locali e sulle “autonomie” le responsabilità di una ripresa sicura. In pratica, un pericoloso fai-da-te che si è già dimostrato fallimentare.

Sinora, solo due regioni hanno dato notizie su cosa intendano fare per la ripresa della scuola. L’Emilia ha predisposto un complesso piano di tamponi rapidi per gli studenti e il personale, che potranno essere effettuati, sembra, in farmacia e ripetuti mensilmente. Un piano di difficile realizzazione, poiché le farmacie non sono luoghi adatti per questo compito, ma seguiremo come evolverà la situazione. Il Piemonte, da parte sua, ha annunciato un potenziamento del trasporto pubblico di cui però non si sa nulla. È noto che la questione trasporti è particolarmente scottante.

Resta comunque aperta la questione principale a cui il Ministero non vuole dare risposta, cioè il numero degli alunni per classe. Il problema è noto: la ministra Azzolina non vuole assumere nuovo personale a tempo indeterminato, nemmeno quei precari che da anni già lavorano, costretti a un concorso periglioso nei mesi passati, poi sospeso a causa del riesplodere della pandemia.

Per poter formare classi meno numerose, è evidentemente necessario avere il personale per poterle gestire. Rispetto a tale esigenza, che si evidenzia in questo momento emergenziale ma che potrebbe costituire anche a lunga scadenza un miglioramento dell’offerta formativa, non giunge, dal ministero, alcuna risposta.

Si badi, avere più docenti aiuterebbe anche a offrire una didattica a distanza meno disumana. Non è possibile sbattere una classe di 25 ragazze di 12 anni, con magari due disabili e qualcuna con difficoltà linguistiche, dietro allo schermo di un computer e sperare che tutto vada bene. Non andrà per niente bene e di quelle alunne se ne perderà la metà o ancor più.

Chiaramente, un migliore rapporto numerico tra docenti e alunni, la costituzione di piccoli gruppi, potrebbe creare condizioni meno devastanti, anche se certamente difficili, per la didattica a distanza.

Per quanto riguarda i precari già in servizio, ci auguriamo che il governo rispetti l’ingiunzione dell’Unione Europea, arrivata qualche giorno fa, di assumerli immediatamente. Infatti, la direttiva 70 della Comunità Europea impone l’assunzione dei dipendenti pubblici che hanno stipulato 36 mesi di contratti continuativi negli ultimi 5 anni.

Una norma che valse l’assunzione, nel 2015, di 148.000 precari da parte del governo Renzi. Il quale spacciò tali assunzioni come un vantaggio della sua “buona scuola” quando invece era solo un modo di evitare una procedura d’infrazione delle normative europee.

Tuttavia, l’assunzione dei precari già in servizio non risolverebbe il problema, poiché costoro fanno già parte degli organici di fatto delle scuole.

Serve quindi un piano urgente e straordinario di assunzioni. Questo anche a fronte dell’evidenza che, nonostante le chiacchiere sulla miracolosità dei vaccini che risolverebbero tutto, la situazione di emergenza pandemica. a causa dell’insufficienza dei provvedimenti governativi, si protrarrà probabilmente per altri due o tre anni.

La ripresa delle scuole a gennaio è quindi sottoposta a diversi fattori di rischio ed è lecito temere che, in questa situazione, si possa continuare sino a fine anno con continue riaperture e richiusure estremamente dannose, senza che le scuole abbiano il personale necessario a fronteggiare la situazione.

Di fronte a questo immobilismo pedagogico e organizzativo del Ministero risulta invece stupefacente l’attivismo sul piano sindacale, anche se sviluppato attraverso l’ARAN, l’agenzia governativa per le questioni sindacali nel pubblico impiego. Infatti, il 2 dicembre è stato siglato in sede ARAN un nuovo accordo-capestro sul diritto di sciopero nella scuola sottoscritto da CGIL, CISL, UIL, Gilda, SNALS e ANIEF (il “sindacato” di cui era attivista Lucia Azzolina).

Tale accordo si pone chiaramente l’obiettivo di rendere sempre più difficile esercitare il diritto costituzionale dello sciopero e di ridurne comunque gli effetti. Secondo tale accordo, non si potrà scioperare nei primi giorni di scuola, si dovrà avvertire il dirigente della propria astensione dal lavoro quattro giorni prima, e, clausola davvero singolare, i sindacati firmatari del contratto, in accordo con l’ARAN, decideranno la legittimità degli scioperi.

Insomma, un modo per quei vetusti e complici sindacati, sempre più in odio presso i lavoratori della scuola, di impedire che i sindacati di base possano sviluppare la loro azione.

Fonte

15/11/2020

Serve un piano nazionale per la scuola

Il quadro che, giorno dopo giorno, si sta delineando nella scuola italiana è chiaro quanto desolante. La scuola sta scivolando inesorabilmente verso una totale ripresa della didattica a distanza.

Al momento è persino impossibile stabilire quante scuole e classi stiano lavorando in presenza e quante a distanza, poiché all’arlecchinata delle regioni si aggiungono quotidianamente situazioni locali di chiusure di singole scuole o di piccoli gruppi di istituti.

Ciò che è chiaro, invece, è che la ripresa scolastica nelle forme previste dal Ministero è fallita, avendo retto poche settimane all’impatto della nuova ondata della pandemia. Settimane in cui, peraltro, l’attività si è svolta in modo caotico, con la mancanza di migliaia d’insegnanti e di collaboratori ATA, in spazi costretti e senza indicazioni chiare.

L’impegno del personale della scuola per una ripresa della didattica in presenza è stato indiscutibile, ma alla fine è accaduto quanto si è verificato per la sanità, vale a dire che la buona volontà dei singoli non può supplire alla disorganizzazione istituzionale.

Così, ci si trova oggi di fronte a una constatazione che non avremmo mai voluto fare: le scuole non sono sicure o almeno non lo sono abbastanza. Questo per almeno due ragioni: la scuola non è una bolla isolata dal contesto sociale, ma interagisce con tutti gli altri settori d’attività e di servizi; inoltre il Ministero ha completamente sbagliato politica ignorando che la scuola necessita che vengano avviati interventi strutturali e non palliativi.

Anzitutto, la ripresa scolastica avrebbe dovuto essere sostenuta dall’interazione con i servizi sanitari, per un controllo preventivo e con un pronto intervento sulle situazioni di positività.

Il tragico stato della sanità territoriale è sotto gli occhi di tutti ed è una delle cause della perdita di controllo sulla pandemia; un servizio in questo stato non può essere buon partner della scuola. Inoltre, mettere in movimento ogni giorno dieci milioni di persone che vanno a scuola, spesso anche con situazioni di pendolarismo, avrebbe richiesto trasporti pubblici efficienti e sicuri.

I trasporti pubblici sono invece diventati una delle più pericolose cause di contagio. Non serve a nulla cercare di garantire la sicurezza nelle scuole se studenti e personale rischiano di ammalarsi sui mezzi con cui ci vanno. La realtà è quindi chiara: ciò che non ha funzionato, a causa delle inefficienze governative, è la triangolazione scuola-sanità-trasporti che sola avrebbe potuto consentire una ripresa e un anno scolastico regolare.

Dal punto di vista degli interventi specifici del Ministero dell’Istruzione sulla scuola è mancata, non casualmente, una visione politica di prospettiva capace di contemperare emergenza e rilancio dell’istituzione nel suo complesso.

Scriviamolo con chiarezza: dopo trent’anni di definanziamenti, di politiche di sussidiarietà pubblico-privato, di riduzione degli organici, di innovazione ridotta all’asservimento alle imprese, nemmeno se Lucia Azzolina fosse stata Superwoman avrebbe potuto mutare la situazione in pochi mesi.

Però ciò che si sarebbe potuto utilmente fare sarebbe stato prendere atto dell’idiozia suicida delle politiche degli ultimi trent’anni e avviare un serio piano di interventi che invertisse la rotta.

Al contrario, la Ministra ha centrato tutto sull’emergenza a breve, prevedendo tra l’altro interventi che si sono rivelati inutili, simbolo dei quali è il tormentone estivo sui banchi a rotelle, sul destino dei quali è sceso un silenzio glaciale.

Il Ministero non ha fatto che riempire giornali e televisioni di chiacchiere e di rapporti inutili stilati dai diversi organi di volta in volta messi in piedi: la ”Commissione Bianchi” il “Comitato tecnico scientifico” e altri, come le “Conferenze regionali di servizio” che avrebbero dovuto stendere i “Patti educativi di comunità” che non hanno nemmeno visto la luce.

La linea guida del Ministero è sempre comunque stata quella di confermare le scelte verso la sussidiarietà, la presenza dei privati nella scuola e la famigerata autonomia scolastica, da anni cavallo di Troia dell’aziendalizzazione del sistema.

Il continuo ricorso alla delega alle regioni, ai Comuni (con l’attribuzione di inutili poteri commissariali ai sindaci) e persino alle singole istituzioni scolastiche, in mancanza di una chiara guida centralizzata e di precisi impegni politici e finanziari, ha portato a una situazione di caos gestionale che è diventata presto paralisi.

Scrivevamo che sarebbe servito dare avvio a un piano di impegni strutturali, per esempio nel campo dell’edilizia scolastica, ma si è preferito cianciare di lezioni nei musei, nei parchi, nei cinema senza fare nulla di concreto.

Quanto all’assunzione di nuovo personale, la Ministra Azzolina ha preteso di indire un pericoloso quanto inutile concorso per assumere in ruolo chi ne aveva già diritto per legge, che oggi si può solo sperare sia annullato verso una soluzione più ragionevole d’immediata immissione in ruolo dei precari.

Per quanto concerne la Didattica a Distanza, per la quale mi rifiuto di usare la locuzione Didattica Digitale Integrata, perché ciò presuppone appunto l’integrazione tra strumento digitale e insegnamento in presenza, che al momento è impossibile, è evidente che già da mesi il Ministero, in assenza di qualunque progetto valido, meditava un suo massiccio impiego almeno per le scuole medie superiori.

Questo è testimoniato da mille dichiarazioni rilasciate durante l’estate da esponenti del ministero, dall’obbligo per le scuole di inserirla nei PTOF, infine dalla stipula di un pessimo contratto integrativo degli insegnanti per la didattica digitale, sinora firmato solo dalla CISL, dalla CGIL e dall’ANIEF (l’associazione professionale di cui era attivista la Ministra Azzolina).

La verità è che il ritorno alla didattica a distanza, per le scuole superiori, era dato per scontato dal Ministero, in mancanza di spazi e di personale alla cui carenza non si è voluto porre rimedio.

Tuttavia, se nelle stanze del Ministero si dava per certo il ritorno alla didattica a distanza, nemmeno su questo punto è esistita una regia centrale che avviasse almeno la realizzazione di un adeguato strumento di gestione, vale a dire una piattaforma pubblica nazionale di cui le scuole possano servirsi.

Le scuole continuano così a usare, in nome dell’autonomia, cioè nel più completo caos decisionale, le piattaforme proposte dalla GAFAM[1], che lucrano su queste attività, s’impadroniscono di dati personali per utilizzarli ai propri fini commerciali e pubblicitari e impongono i propri software.

In pratica, la ministra Azzolina ha sprecato mesi preziosi e la scuola non ha fatto passi avanti da aprile a oggi. Non si è voluto avviare alcun progetto di riqualificazione della scuola pubblica e nessuna riflessione su decenni di obbrobri ormai palesi.

La pandemia richiama l’urgenza della fine della vergogna del precariato che costituisce non solo un oltraggio alla dignità dei docenti ma anche un limite alla qualità della didattica poiché ne riduce la continuità e fa perdere ogni anno settimane di scuola agli studenti. Inoltre è necessario avviare un grande progetto di edilizia scolastica in un paese in cui gli istituti sono alloggiati in edifici dalle condizioni troppo spesso precarie.

Ma ciò non è sufficiente poiché si deve anche riflettere sui guasti provocati dalla politica di aziendalizzazione delle istituzioni scolastiche seguita tra l’altro all’autonomia scolastica. Tale politica ha posto le scuole in competizione tra loro in una gara poco edificante per accaparrarsi studenti e finanziamenti, secondo criteri che hanno spesso poco a che vedere con la buona formazione del cittadino.

Tale politica ha anche scosso lo statuto professionale dei docenti, esposti ai ricatti commerciali e sottoposti a dirigenti-manager e non a coordinatori della didattica. Il rapporto con le imprese private ha condizionato, nelle scuole superiori, la didattica e la sperimentazione, con la riduzione del ruolo dei saperi a vantaggio dell’acquisizione di competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro flessibile.

Tutto ciò ha indebolito il sistema formativo e aumentato le disuguaglianze tra regioni, città, scuole e infine tra i singoli studenti. Tali disparità non sono dovute solo alla didattica a distanza, ma quest’ultima le ha evidenziate e soprattutto accresciute.

Per questo, anche l’idea di un massiccio ritorno a questa modalità di didattica, che ormai è vista dal Ministero non solo come emergenza ma come prospettiva futura, non può non inquietare, perché è ben noto che essa tende ad aumentare il divario formativo e culturale dovuto alle differenze di classe.

Nella scuola si tratta quindi di riflettere su due piani. È evidente che siamo di fronte a un’emergenza immediata e che si prospetta una situazione drammatica, che potrebbe vedere gli studenti privati per mesi, forse per un intero anno scolastico, della vera scuola.

Però proprio per questo, è anche vero che i problemi posti dalla pandemia devono essere affrontati con una prospettiva di lungo termine, che restituisca centralità e impulso alla questione dell’educazione e della formazione nella nostra società, con il rilancio di un sistema nazionale unico e paritario di formazione che cancelli per sempre particolarismi ed egoismi regionali e locali.

Note:

1) Acronimo che raggruppa le più grandi società della rete: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft.

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24/09/2020

Scuola - Oggi e domani sciopero e manifestazioni in tutto il paese

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città.

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare la protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per venerdì 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare la mobilitazione del 25 settembre.

Infine, e non certo per importanza, venerdì 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza anti Covid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

Qui l’elenco degli appuntamenti nelle piazze delle varie città:

Giovedì 24 settembre:

ROMA – piazza Monte Citorio, ore 9

GENOVA – Palazzo Tursi (via Garibaldi), ore 10

PISA – piazza Vittorio Emanuele, ore 10

Venerdì 25 settembre

ROMA – MIUR (viale Trastevere), ore 9

MILANO – largo Cairoli, ore 9,30

TORINO – corso Vittorio Emanuele, ore 9

GENOVA – piazza Fanti d’Italia, ore 9,30

BOLOGNA – piazza Roosevelt, ore 9,30

FIRENZE – piazza Santissima Annunziata, ore 9,30

LIVORNO – piazza Cavour, ore 8,30

CATANIA – piazza Università, ore 10,30

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04/09/2020

La mobilitazione dei precari dà il via alle lotte nella scuola

Il problema del precariato è uno dei mali endemici della scuola italiana, che nessun governo ha mai voluto risolvere e le mobilitazioni degli insegnanti precari si succedono con cadenza regolare ormai ogni anno.

Quest’anno la lotta dei precari della scuola per una rapida e doverosa immissione in ruolo trova un sostegno e un consenso rinnovati anche a causa della situazione particolare causata dalla pandemia che impone misure di sicurezza adeguate per la ripresa dell’attività didattica in presenza.

Una realtà testimoniata anche dalla quantità di adesioni – trentacinque – di associazioni e movimenti di carattere non soltanto sindacale alla manifestazione che si è tenuta il 2 settembre a Roma, indetta dal Comitato Nazionale Precari della Scuola.

La situazione è davanti agli occhi di tutti ed è preoccupante, poiché a una decina di giorni dalla riapertura in presenza delle scuole si palesa che si dovrà ricorrere ad almeno 200.000 docenti precari per coprire le necessità di organico delle scuole, senza conteggiare in questa cifra le necessarie riduzioni del numero di allievi per classe imposte dalla pandemia. Inoltre, non si sa quando tali docenti potranno essere nominati, poiché le graduatorie provinciali per le supplenze a cui le scuole dovrebbero attingere, al momento della loro pubblicazione, sono risultate clamorosamente colme di errori nell’attribuzione dei punteggi.

Grottesche le situazioni di un insegnante che si è trovato attribuita un’anzianità di servizio di 52 anni (per la cronaca non li ha nemmeno d’età) e di un altro inserito nelle graduatorie di francese, lingua di cui non conosce una parola. Un pasticcio di non facile soluzione nei pochi giorni disponibili.

Tutto ciò avrebbe potuto essere evitato, poiché circa 70.000 docenti precari hanno almeno tre anni di servizio, hanno maturato una solida esperienza didattica e avrebbero potuto essere immessi in ruolo senza ricorrere al concorso riservato, di cui non si conosce ancora la data, imposto dalla ministra Azzolina dopo nottate di vertici di maggioranza, psicodrammi meritocratici e ventilate crisi di governo.

È evidente però che a tale concorso accederà personale già in servizio, quindi non aumenterà l’organico complessivo delle scuole e nemmeno ciò avverrà con il successivo concorso ordinario di cui nulla è ancora dato conoscere. Giova ricordare, comunque, che i precari con tre anni di servizio avrebbero diritto all’immediata immissione in ruolo anche in seguito alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 24 novembre 2014, che dichiara illegittima la continua reiterazione di contratti a termine nella pubblica amministrazione.

Una sentenza che, ai tempi della “Buona scuola” obbligò il governo Renzi all’immissione in ruolo dei precari che avevano maturato tale diritto, ma che fu spacciata come un beneficio della suddetta legge.

Mentre si rende evidente che anche l’invenzione delle chiamate rapide non risolverà i problemi d’organico, il capolavoro dell’attuale gestione di viale Trastevere è stata l’invenzione di una nuova tipologia di precari, quelli a gettone, che andranno in cattedra (o nelle segreterie delle scuole se ATA) ma saranno licenziati se si dovrà tornare dalla didattica a distanza. Una figura professionale di incerto inquadramento e di dubbia legittimità legale.

Un capitolo a parte è quello rappresentato dalle cattedre di sostegno. La situazione in questo settore è particolarmente drammatica, fatto testimoniato anche dalla quantità di mancate nomine nello scorso anno scolastico. Non si sa come e con quale personale le scuole potranno sopperire alla mancanza di insegnanti di sostegno. Si conta che saranno circa 80.000 le cattedre occupate da personale supplente con nessuna possibilità di stabilizzazione.

Inoltre, un gran numero di queste cattedre – si calcola il 70% – sarà occupato da docenti non specializzati, a fronte della presenza di quasi 15.000 docenti specializzati che reclamano la loro assunzione in ruolo dopo avere frequentato un duro corso di qualificazione. In questo caso la questione non è solo sindacale, ma anche culturale e pedagogica.

Infatti, è noto che l’inclusione dei disabili nella scuola statale è uno dei punti d’orgoglio del nostro sistema scolastico, che lo distingue positivamente da altri paesi europei, dove esistono ancora classi differenziali e scuole speciali e dove, anche quando esiste, l’istituto del sostegno non ha la stessa qualità ed estensione numerica. Si tratta quindi di un dato pedagogico rilevante che va salvaguardato e non svilito e degradato dall’incuria ministeriale.

La mobilitazione degli insegnanti e delle associazioni che si occupano di scuola è dunque partita e si allargherà nelle prossime settimane e mesi, andando a mettere in discussione tutti i temi che riguardano la scuola anche oltre a quello del precariato. Temi che saranno oggetto del prossimo sciopero indetto dai sindacati di base per il 24 e 25 settembre e della manifestazione del movimento “Priorità alla scuola” del 26.

Fonte

29/08/2020

Riapertura delle scuole: i problemi vengono da lontano

A due settimane dalla riapertura delle scuole si susseguono le riunioni ministeriali, i vertici stato-regioni, le audizioni parlamentari su come si potrà ritornare negli istituti. Da tutta questa enorme congerie di riunioni, contatti e comunicati, in cui si parla di distanze, mascherine e banchi a rotelle, emerge un solo dato chiaro.

L’unico provvedimento che avrebbe diminuito significativamente i rischi di contagio e al contempo aumentato la qualità dell’insegnamento, cioè la riduzione del numero di alunni per classe, non è stato preso.

Questo perché il Ministero non ha voluto assumere un numero di insegnanti sufficiente, pasticciando con i concorsi e inventandosi una nuova categoria di supplenti – quelli a gettone – che saranno licenziati in caso di ritorno alla didattica a distanza.

A oggi si calcola che manchino circa 250.000 insegnanti per la ripresa in sicurezza della scuola, ma senza contare la diminuzione necessaria degli alunni per classe e a fronte, tra l’altro, della richiesta di molti insegnanti di non essere esposti ai rischi della pandemia, per età o perché affetti da patologie croniche.

Vedendo la questione della ripresa scolastica in una prospettiva ampia, ci si rende facilmente conto che tale scadenza sta portando al pettine, nella nuova situazione di emergenza, i nodi di scelte politiche compiute negli ultimi decenni, indifferentemente da governi di centro-destra o centro-sinistra che fossero e che non riguardano strettamente la sola scuola.

Anzitutto, la riduzione degli organici nella scuola e la non risoluzione del problema del precariato. Ciò si collega all’aumento del numero degli alunni per classe e all’abbattimento di molti vincoli, tra i quali, per esempio, quello di avere un solo alunno disabile per classe.

Una scelta che ha impoverito la qualità didattica e aumentato il carico di lavoro di un corpo insegnante sempre più anziano. Infatti, l’aumento dell’età pensionabile, avvenuto a più riprese, iniziando con il governo D’Alema sino alla legge Fornero, è alla base del fatto che oggi i lavoratori della scuola sono, mediamente, i più “vecchi” d’Europa, con un abbondante 40% sopra i 55 anni.

Ne consegue che molti di questi anziani insegnanti abbiano oggi timore di esporsi a condizioni di lavoro non sicure e chiedano di essere destinati ad altri incarichi. Questi lavoratori, ma non solo loro, sono talvolta anche portatori di patologie croniche che li pongono particolarmente “a rischio”.

Un elemento di grave incertezza che incombe sulla ripresa è quello della medicina preventiva. Si parla di medici che, dalla rispettiva ASL, dovranno vigilare sulle scuole, mediamente 23 per ciascuno di loro, una quantità impossibile per garantire un servizio reale.

Non dimentichiamo che un tempo esistevano i medici scolastici, regolarmente presenti nelle scuole e affiancati da infermieri che gestivano le “sale mediche”. Un altro dei servizi sacrificati sull’altare della riduzione della spesa pubblica nonostante la sua importanza nell’ambito della prevenzione sul territorio.

Anni di politiche di tagli hanno ridotto il patrimonio edilizio delle scuole in condizioni disastrose. È noto che in Italia esistono scuole che non hanno nemmeno la certificazione di agibilità. Impossibile in pochi mesi non solo rimediare a questa situazione e persino organizzare nuovi spazi per la didattica.

Nei diversi vertici in cui si consuma la guerriglia elettorale tra il governo e le repubblichine regionali più o meno autonome, queste ultime hanno insistito affinché si consentisse di far viaggiare i mezzi pubblici con capienze superiori a quelle indicate dal CTS della Presidenza del Consiglio.

Da anni i lavoratori e i pendolari denunciano di dover andare al lavoro in condizioni disumane, ammassati all’inverosimile in mezzi pericolosi e lenti. Pensare oggi di diminuire la capienza dei mezzi appare impossibile; anche il sindaco della città più “europea” d’Italia, il milanese Sala, ha dichiarato che non ci sono mezzi e personale per garantire un potenziamento delle corse.

Questo è l’esito della politica che ha privilegiato per decenni la capienza dei mezzi sulla loro frequenza, per ridurre il personale e il numero dei mezzi in circolazione.

Peraltro, come si può oggi pensare di limitare la capienza dei mezzi al 75-80% (cifra già molto alta per garantire la sicurezza) quando c’è un solo agente a bordo, cioè l’autista, che deve pensare a guidare e non a contare i passeggeri?

Questi sono solo alcuni dei problemi che, connessi alla ripresa della scuola, fanno comprendere che per affrontare efficacemente l’emergenza Covid si sarebbe dovuto intervenire cambiando la direzione a 180 gradi rispetto al passato, cosa che né il MIUR e il governo nel suo insieme, né le varie regioni hanno la minima volontà di fare.

Tutti i problemi che oggi sono sul tappeto e che si pongono con drammatica urgenza, peraltro, erano noti da mesi. Probabilmente si sarebbe potuto fare di più, certamente di meglio, ma il MIUR si è trastullato in iniziative inutili, quali la costituzione della Commissione di esperti per la riapertura della scuola presieduta da Patrizio Bianchi che ha costituito solo una perdita di tempo.

Ancora, ci si è concentrati sulla questione dei banchi a rotelle, non certo prioritaria e che ha assorbito una mole di fondi che potevano essere spesi meglio. Tra l’altro, appare un’irritante presa in giro che la prima consegna dei nuovi banchi sia stata effettuata nelle scuole di Codogno, primo comune colpito dalla pandemia, ma soprattutto ad Alzano e a Nembro, centri della Val Seriana dove la mancata dichiarazione di “zona rossa” ha provocato una strage, quasi si volesse risarcire ciò che risarcibile non è oppure dimostrare un’attenzione ormai troppo tardiva.

Le scuole riapriranno, dunque, in una situazione preoccupante, rispetto alla quale possiamo solo sperare che si levi forte la voce dei lavoratori per cercare di trovare vie d’uscita più degne di quelle proposte da un Ministero che sinora non li ha voluti ascoltare, con un atteggiamento di un autoritarismo intollerabile.

Fonte

17/08/2020

Scuola: cosa si nasconde sotto i nuovi banchi?

Nel caldo ferragostano, mentre governo e regioni litigavano sul riaprire o chiudere le discoteche e sull’affollamento delle spiagge date in concessione per quattro bucce di patate a facoltosi imprenditori che stipano sulla sabbia più persone possibili per aumentare i loro profitti, è arrivato un nuovo, sorprendente comunicato del Comitato Tecnico Scientifico della Presidenza del Consiglio.

Cancellando i precedenti comunicati sul distanziamento e sulle “rime buccali” il CTS ha sentenziato che, alla fine, il metro di distanza non è indispensabile e che si può stare a scuola anche più vicini se si indossa la mascherina.

Una presa di posizione che non stupisce se si considera che salva il Ministero dal grave imbarazzo di non sapere come avviare l’anno scolastico di fronte agli appelli degli istituti che proprio non hanno idea di come rispettare le norme sul distanziamento fisico in assenza di un sufficiente numero di docenti, personale ATA e aule. In pratica, il rischio è che nulla cambi dallo scorso anno, salvo l’obbligo della mascherina, che non è certo agevole, per dei ragazzi, portare ogni giorno per cinque o sei ore di lezione.

Credo che gli attuali responsabili del Ministero potrebbero rivendicare delle attenuanti alla loro incapacità di gestire la crisi sanitaria. In effetti, da decenni nella scuola italiana è stato un susseguirsi di tagli di bilancio, di riduzione degli organici, di incuria degli edifici, di aziendalizzazioni, di accorpamenti di classi e di istituti e di favori ai privati che l’hanno ridotta allo stremo.

Di fronte a una tale situazione, sarebbe stata necessaria una chiara autocritica rispetto a tale politica a cui far seguire una decisa inversione di rotta. Al contrario, tale rettifica non è avvenuta e si continua a fronteggiare una crisi strutturale della scuola, messa ancora più in luce dalla pandemia, con palliativi tecnici e con una completa e colpevole incapacità pedagogica e organizzativa.

Per mesi il Ministero ha parlato quasi esclusivamente dell’acquisto di tre milioni di banchi monoposto di “nuova generazione”, come se in questo modo si potesse risolvere la situazione disperata delle scuole. Finalmente si è arrivati al bando d’acquisto (europeo, perché la quantità assorbe cinque anni di normale produzione nazionale) che ha trovato undici diversi vincitori, che forniranno tali materiali (pare i noti banchi-gabbietta a rotelle), sembra, entro fine ottobre.

Le modalità del bando mal pensato e peggio gestito dal Commissario tuttologo Arcuri hanno sollevato enormi polemiche, su cui non mi dilungo, se non per sottolineare l’enormità dei fondi impiegati per l’acquisto di tali banchi – ognuno dei quali costa 300€ – e che in tutta la vicenda si è voluto ignorare che tutte le scuole italiane sono già dotate, almeno dall’inizio degli anni '60, di banchi singoli più funzionali a una didattica flessibile nell’organizzazione degli spazi. Se tali banchi sono accostati a coppie, è soprattutto perché le classi sono troppo numerose.

La questione dei banchi può suscitare qualche sorriso per la sua apparente pochezza pedagogica, ma così non è. Infatti, l’organizzazione dello spazio educativo corrisponde alla visione metodologica dell’insegnante e dell’istituto: dei banchi sistemati frontalmente a una cattedra esprimono una determinata visione, se disposti a cerchio un’altra, a isole un’altra ancora.

Inoltre, anche le diverse materie possono richiedere spazi attrezzati diversi: geografia, storia, arte, musica, letteratura hanno prassi differenti che richiedono una conseguente disposizione degli arredi. Anche per questo sarebbe opportuno immaginare una scuola di laboratori, dove siano gli studenti a muoversi tra spazi attrezzati per una specifica attività e non gli insegnanti a correre per i corridoi carichi di libri, quaderni e fotocopie.

Inoltre, non è da trascurare che i banchi-gabbietta oltre ad apparire ergonomicamente poco adatti a starci trenta-trentacinque ora la settimana – sono un derivato delle sedie da aula conferenze dove si rimane una o due ore – e poco ecologici (usano molta plastica) sono stati richiesti da un numero limitato di scuole, ma comperati in quantità molto superiore a tale domanda.

Appaiono dunque come un’imposizione del Ministero alle scuole, sostenuta da un tam-tam mediatico non indifferente. Il Corriere della Sera è arrivato a pubblicare nel suo sito un grottesco filmato in cui si spiega come usare tale banchi e quale innovazione didattica essi rappresentino.

Tuttavia, le scuole e gli insegnanti che l’innovazione didattica la fanno davvero sono tra coloro che tali banchi proprio non li vogliono. Per esempio, è esemplare il comunicato della “Rete delle scuole senza zaino” che hanno maturato un’esperienza specifica sul terreno dell’organizzazione degli spazi didattici.

In tale comunicato non solo si critica la scelta dei banchi effettuata dal Ministero, ma si sostiene che sono possibili soluzioni organizzative diverse che – pur rispettando le precauzioni sanitarie – consentano ai bambini e ragazzi di lavorare con modalità cooperative e collaborative.

Anche l’insegnante e pedagogista Franco Lorenzoni, in un articolo apparso su Internazionale ha criticato l’adozione di tali banchi, vista come inadatta a una scuola dove gli insegnanti e i bambini possano rimodulare lo spazio in base alle attività e alle materie d’insegnamento.

Nel suo articolo, Lorenzoni sembra confermare un’impressione che mi aveva già colto osservando i nuovi banchi proposti dal Ministero. Tali banchi – come viene detto persino nel citato video del Corriere – hanno un tavolino reclinabile assai piccolo, dove è impossibile mettere più di un libro o di un quaderno alla volta.

Diventa difficile, per esempio, consultare un libro e contemporaneamente scrivere degli appunti. Impossibile tracciare disegni collettivi, schemi, confrontare un gruppo testi e documenti. Il piccolo tavolino, quindi, sembra prefigurare una scuola dove in luogo di testi e quaderni si usi soltanto un tablet o un piccolo computer. In pratica una scelta del digitale come unica forma di didattica.

Ciò mi sembra inaccettabile, visto che il digitale deve essere solo uno dei tanti linguaggi e forme di comunicazione che la scuola propone ai suoi allievi. Tra l’altro – osserva ancora Lorenzoni – l’adozione di tali banchi nelle scuole medie superiori, dove sembrano prioritariamente destinati condizionerà per molti anni la didattica rendendo difficili le attività di gruppo.

Una via verso la famigerata strada delle competenze e la cancellazione dei saperi, con il conseguente annullamento dello sviluppo delle capacità critiche come prioritarie nella formazione del cittadino.

Purtroppo il Ministero, negli ultimi anni, e la gestione Azzolina è in continuità, sembra orientato a voler spingere sull’acceleratore della didattica digitale anche verso lo sviluppo massiccio della Didattica Digitale Integrata (DDI), che diventa dal prossimo settembre parte obbligatoria dei Piani Triennali dell’Offerta Formativa (PTOF) e della progettazione dei Consigli di classe.

Un orientamento che cela – in mancanza di progetti alternativi – l’eventualità di un ritorno alla Didattica a Distanza già sperimentata quest’anno e alla sua futura istituzionalizzazione anche oltre la fine della pandemia.

Purtroppo, verso la conferma di tali sospetti marcia speditamente anche quanto previsto dai progetti ministeriali di formazione in servizio dei docenti che sono incentrati sul digitale e in particolare sulla DDI.

Una scelta molto discutibile, visto che sicuramente i problemi che gli insegnanti dovranno affrontare dal prossimo anno scolastico sono di un’ampiezza enorme e richiedono ai docenti una responsabilità pedagogica che va molto oltre l’uso di qualche tecnica digitale.

Nei mesi seguenti la riapertura delle scuole i docenti saranno chiamati a confrontarsi con situazioni molto difficili, con studenti che hanno subito lutti o malattie in famiglia, che hanno vissuto il confinamento, la separazione dai compagni e dagli insegnanti e che vivranno con tensione il dover rientrare a scuola con tutte le precauzioni previste e con le difficoltà che la situazione provocherà.

Il Ministero non dice nulla su tutto questo, nessuna formazione specifica è prevista, si ciancia di psicologi a scuola mentre sarebbe più opportuno preparare gli insegnanti.

Ho già sostenuto che la scuola è nata per avvicinare, per includere, non per distanziare. Nessuno al Ministero si sta occupando di risolvere la contraddizione tra avvicinamento e distanziamento fisico che è la vera contraddizione che la scuola si trova ad affrontare. In questa indifferenza, il distanziamento, da fisico, diventerà sociale con l’aggravarsi della selezione, l’abbandono dei progetti d’inclusione e l’aggravamento delle discriminazioni già verificate nel periodo del confinamento.

Ma è evidente che il MIUR già pensa a un anno scolastico dimezzato, intermittente, che potrà essere avviato e poi interrotto e condotto a distanza, poi ripreso. La didattica dell’intermittenza, con danni enormi per gli studenti.

Inoltre, si parla poco della fascia 0-6 anni, troppo trascurata nella discussione pedagogica sul post- Covid. Per tale fascia d’età, dove la DAD è impossibile, non sono ancora oggi previste indicazioni chiare. Nel rapporto tra le educatrici e i bambini/e di quell’età, la corporeità è particolarmente importante, per rassicurare e garantire l’affetto.

Anche il dover disinfettare continuamente i giocattoli e le suppellettili che i bambini sono usi a portare al viso e alla bocca, può creare momenti d’ansia e d’insicurezza. La polarizzazione dell’attenzione sull’evitare il contatto fisico mette in discussione alcuni dei presupposti consolidati per chi lavora nella fascia d’età 0-6.

Tuttavia, nessuna indicazione pedagogica reale, nessun momento di formazione è attualmente previsto dal Ministero su questi temi e gli/le insegnanti possono contare solo sulla loro professionalità e sensibilità.

Fonte

09/08/2020

Scuola - Dalla formazione del cittadino a quella di “utente digitale”?

Da tempo avevamo esplicitato su Contropiano il sospetto che il governo volesse utilizzare l’ emergenza sanitaria per imporre nella scuola alcune trasformazioni permanenti e non legate al momento specifico.

Il Decreto e le relative Note Guida per la DDI (Didattica Digitale Integrata) emanate dal MIUR il 7 agosto ci danno purtroppo ragione.

Infatti, attraverso tale decreto l’insegnamento digitale a distanza entra a pieno titolo tra le attività istituzionali della scuola italiana.

Alla ripresa di settembre, ogni istituzione dovrà integrare la DDI all’interno del PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) e anche nel regolamento interno. La DDI entra anche a far parte dell’orario di servizio degli insegnanti e ogni dirigente scolastico terrà conto, nella formulazione degli orari, dell’integrazione tra attività in presenza e a distanza. In base alle esigenze della DDI i consigli di classe sono tenuti a riformulare le progettualità didattiche, con particolare riferimento ai contenuti dell’insegnamento e alle connessioni interdisciplinari.

L’integrazione della DDI nelle normali attività scolastiche riguarda, per il momento, solo la scuola secondaria superiore, ma tutti gli istituti devono comunque redigere un piano specifico che potrebbe essere attuato in caso si rendessero necessarie nuove chiusure delle scuole.

Un passaggio inquietante riguarda l’indicazione circa il “bilanciamento” tra attività sincrone e asincrone, vale a dire tra quelle che si svolgono con la connessione contemporanea del docente e dei discenti e quelle invece che vengono fruite dagli studenti in solitudine, senza la presenza dell’insegnante.

In effetti, nelle Note Guida si parla della costituzione, presso ogni scuola, di un repository (per capirci, un archivio, un deposito) dove saranno conservate videolezioni registrate da singoli docenti che potranno essere riutilizzate qualora necessario. Di fatto, un archivio di conferenze, più che di lezioni, che potranno essere riproposte ad libitum e in cui, evidentemente, sarà assente ogni forma d’interattività.

Le Note Guida si profondono sulle sorti radiose e progressive della DDI che costituirebbe di per sé un’”innovazione” didattica, e permetterebbe la realizzazione di momenti d’apprendimento cooperativo o di pratiche molto amate dai Ministeri come la flipped classroom (classe rovesciata). Tali affermazioni sembrano inserite nel documento con una certa casualità, tanto per far intendere che con la DDI si possono attuare strategie e tecniche pedagogiche sperimentali (o alla moda), purtroppo molto diverse tra loro per ispirazione e risultati.

Ci chiediamo come al MIUR si pensi di poter conciliare la DDI con l’apprendimento cooperativo, mentre forse la DDI si adatta meglio alla “classe rovesciata” che, come è noto, si attaglia positivamente soprattutto a chi ha genitori laureati e una buona biblioteca domestica. Infine, qualche legittimo dubbio mi sembra si possa avanzare sull’idea, contenuta nelle Note Guida, che si possa fare “musica d’insieme” attraverso la DDI. Ma forse al MIUR non ci hanno mai provato, quindi non conoscono davvero il problema.

Perplessità, credo giustificate, solleva anche la tempistica didattica indicata dal Ministero. Infatti, si indicano quante ore di didattica dovranno essere impartite alle varie classi in caso di chiusura obbligata delle scuole. Appare abbastanza dannoso che dei bambini di prima elementare possano restare incollati a un PC per dieci ore settimanali, per poi passare a quindici in seconda. Imporre tre ore al giorno di lezioni digitali a dei bambini di sette-otto anni è davvero esagerato, come è anche troppo imporre agli studenti delle superiori ben venti ore settimanali a cui aggiungere non meglio definite “attività in piccolo gruppo”.

Dal punto di vista pedagogico, tutto questo significa immaginare una scuola dove il dialogo, la collaborazione tra docente e studenti, lo sviluppo di capacità dialogiche e critiche sono sacrificate all’acquisizione di contenuti e delle famigerate competenze.

Ma più in generale, immaginare che la DDI diventi un’attività abituale e quotidiana delle scuole può comportare la cancellazione della formazione dei giovani a essere parte di un corpo sociale, a confrontarsi sui problemi collettivi e sulle possibilità di affrontarli insieme, a vantaggio di una formazione all’atomizzazione e all’individualismo monadico. Insomma, dalla società all’individuo, come predicava Margaret Tatcher e buonanotte alla formazione del cittadino.

Alle questioni già citate, si aggiunge una serie di indicazioni organizzative che appaiono non disgiunte da quelle pedagogiche e politiche. In una situazione in cui spinge a oltranza la DDI, il Ministero non si perita di immaginare la realizzazione di una piattaforma pubblica a cui le scuole possano fare riferimento.

Al contrario, si demanda alle singole scuole l’individuazione di una piattaforma che abbia “requisiti di sicurezza” e di protezione dei dati personali. Come è noto, tutte le piattaforme attualmente disponibili sono proprietà di giganti dell’informatica e nascono per loro stessa natura per carpire dati personali da utilizzare in seguito a fini commerciali. Mi chiedo come al Ministero possa essere ignota questa semplice realtà.

Naturalmente, la parte degli ultimi, in questa vicenda, spetta come sempre agli insegnanti. Questi ultimi dovranno virtuosamente praticare la BYOD (un terribile acronimo che significa, in pratica, arrangiati e porta i tuoi attrezzi da casa), utilizzando i propri dispositivi informatici e le proprie connessioni private.

A questo proposito, le Note Guida ricordano che i docenti di ruolo “da anni” godono del bonus-formazione e che con questo possono comprarsi un PC (cosa non scontata, dato che è di 500 € l’anno), facendola però finita con la formazione per cui tale istituto era stato pensato. Ma non c’è problema, la formazione arriverà comunque, obbligatoria e centrata, guarda caso, sulla DDI. Di conseguenza, è cancellata la possibilità di aggiornarsi sulla propria materia d’insegnamento e su questioni pedagogiche rilevanti che non riguardino la DDI.

Una valutazione complessiva del nuovo decreto della Ministra Azzolina non può quindi considerare che esso impone una sterzata negativa alla scuola italiana e risponde ai suoi problemi nel modo esattamente contrario a ciò che sarebbe invece necessario, vale a dire con un importante aumento di organico e di spazi dedicati all’educazione. Scelta che non si vuole fare soprattutto per ragioni politiche ma anche di bilancio, visti i vincoli di spesa imposti dalla UE (ricordiamo che lo sforamento di bilancio è stato concesso solo per un anno).

Sulla questione organico, il MIUR ha inventato peraltro una nuova figura professionale, quella dei docenti precari a gettone. Infatti, la Ministra ha annunciato l’assunzione di 50.000 docenti precari che però, nel caso di nuovi confinamenti, saranno immediatamente licenziati senza diritto ad alcun indennizzo né sostegno economico.

Fatte salve le ovvie quanto negative considerazioni sindacali, mi sembra legittimo interrogarsi sulla qualità d’insegnamento di cui fruiranno gli studenti che, iniziando l’anno scolastico in presenza con uno o più di tali docenti, dovessero trovarsi a continuare con l’insegnamento a distanza con altri docenti sconosciuti e a cui sono sconosciuti, i quali, tra l’altro, si troverebbero ad avere una quantità enormemente aumentata di allievi.

Però a questi insegnanti a gettone, le Note Guida riservano la possibilità, visto che non fruiscono del bonus per la formazione, di poter avere in uso dalla scuola una device (cioè un dispositivo) informatico qualora ne restino a disposizione dopo che tutti gli alunni bisognosi l’abbiano ricevuta.

Insomma, se avanza, vi va bene, altrimenti arrangiatevi.

Fonte

29/06/2020

Le linee guida per la scuola-azienda

Data la valanga di critiche giunta al Ministero, le manifestazioni in oltre sessanta città di lavoratori della scuola e genitori, era lecito attendersi che la bozza di Linee guida per il rientro a scuola di settembre sarebbe stata sensibilmente modificata nella sua stesura finale.

Così non è stato. Confrontando la bozza e la stesura finale si trovano due sole significative differenze: sparisce il riferimento alle figure educative che conducono attività integrative che non saranno più chiamate a essere responsabili delle classi e il metro di distanza tra i banchi diventa un metro tra le “rime buccali” (!).

Quest’ultima bizzarra correzione è fatta, in sostanza, per guadagnare qualche centimetro dal metro di distanza e far entrare qualche alunno in più in aula. A questo proposito, la ministra ha annunciato pomposamente che sarà predisposta una app che permetterà di incrociare i dati sulle situazioni edilizie di vari istituti. Se funzionerà e servirà a qualcosa, lo vedremo.

Nonostante tutto questo, ciò che sembra avere destato una certa soddisfazione nei presidenti di regione, quale l’emiliano Bonaccini, è l’aumento dello stanziamento di fondi per la scuola promesso ma non ancora esattamente quantificato dal Presidente del Consiglio.

Destinare maggiori fondi alla scuola è senz’altro una buona cosa, ma non può bastare a dare un giudizio positivo su come il governo intende la ripresa settembrina. Ciò anche perché tali fondi non si tradurranno in un’entrata di docenti e personale ATA in più, poiché, come ha detto la Ministra, le assunzioni saranno a tempo determinato e, aggiungiamo noi, riguardano per la maggior parte personale precario già in servizio, quindi aumenteranno solo in minima parte l’organico delle scuole.

Inoltre, una parte del movimento “priorità alla scuola” non ha esitato a richiedere piuttosto acriticamente che all’istruzione fosse destinata una parte dei fondi che si presume arriveranno dalla Commissione Europea, che non sono ancora sicuri e che soprattutto non saranno certo un gentile regalo, ma saranno legati in gran parte a impegni di restituzione e soprattutto a riforme strutturali da apportare al nostro paese, magari anche alla scuola.

E le precedenti esperienze, Grecia compresa, fanno tremare.

Giova anche ricordare che la crisi della scuola italiana non è dovuta solo ai tagli di bilancio, pur gravi, ma in buona parte all’impianto dell’organizzazione del lavoro e della didattica imposto negli ultimi venti anni, con cui le Linee guida si pongono in una continuità che è rimasta completamente intatta, nonostante le tante critiche espresse da pedagogisti e insegnanti.

In particolare, tutto il documento, che utilizza alcune indicazioni del Comitato Colao e della Commissione Bianchi, è impostato sulla commistione tra pubblico e privato, nel nome della sussidiarietà.

L’approdo al concetto di sussidiarietà sembra essere la continuazione del lungo percorso iniziato nel 1997 con il varo dell’autonomia scolastica e giunto a un punto di svolta decisivo con la legge 107/2015, la “Buona scuola“ di Renzi.

Tale commistione, naturalmente, viene presentata come una pulsione al volontariato, alla filantropia, alla beneficenza da parte dei privati, occultando che ciò, in realtà, non può che significare un’indebita ingerenza se non un totale asservimento della scuola alle esigenze del capitale.

Non è un caso che si siano già sperimentate, nel nostro paese, alcune situazioni di sponsorizzazione di scuole e progetti di scuole che hanno sempre avuto come sbocco la torsione verso un modello produttivistico dell’offerta formativa.

L’autonomia scolastica è, ancora una volta, il brodo di coltura all’interno del quale si possono sviluppare tali attività di carattere aziendalista e privatista. In tale contesto, la scuola non appare certamente tutelata dal fatto che sia stato escluso dalle Linee guida che figure che non fanno parte dell’organico docente non possano avere ruoli di responsabilità nella vigilanza degli alunni, poiché sicuramente aziende e associazioni private potranno inviare i loro “esperti” ad affiancare i docenti.

Appare anche pericolosa la formulazione del “Patto educativo di comunità” che tanto piace al Ministero, in cui dovrebbero convergere i contributi delle regioni, del cosiddetto volontariato e dei privati. Una commistione e una compromissione rischiosa, in cui i ruoli e soprattutto il senso delle istituzioni si stemperano.

La scuola è una colonna istituzionale pubblica dello stato italiano, non può essere frammentata e smembrata in “patti educativi di comunità” locali in cui entrano interessi privati, sponsorizzazioni, esperti aziendali, associazioni di “volontariato” magari confessionali.

Una frammentazione istituzionale, magari spacciata per aderenza alle esigenze del territorio (leggasi imprese) accrescerebbe tra l’altro le differenze già provocate dall’autonomia scolastica.

Queste riflessioni sorgono anche perché, come ho scritto, le Linee guida si collegano ad alcune sollecitazioni della Commissione di esperti del Miur presieduta da Patrizio Bianchi, che guarda ben oltre la ripresa di settembre, nell’intenzione di un “miglioramento del sistema di istruzione nazionale”.

Una questione su cui la Ministra non sembra proprio avere le idee chiare è quella di dove mettere quel 15% di alunni e studenti che, secondo le sue dichiarazioni, in classe proprio non troveranno posto. L’indicazione è di usare musei, teatri, spazi di istituzioni varie per attività educative.

La Ministra non sembra rendersi conto che non tutte le scuole si trovano a Roma, Milano o Napoli, dove il patrimonio culturale è molto vasto ed esistono plurime attività, ma sono collocate in piccoli centri o paesi dove musei e teatri nemmeno ci sono.

In ogni caso, anche nei grandi centri non appare edificante che le scolaresche siano costrette a pencolare per la città alla ricerca di luoghi dove svolgere attività che non si riesce a fare a scuola e gli insegnanti a programmare compulsivamente uscite didattiche dettate più da esigenze di spazio che da un progetto pedagogico.

Certamente, in alcuni casi, si potrebbe pensare di riutilizzare edifici dismessi nel periodo della grande decrescita demografica degli anni '90, ma tali sedi sono state spesso lasciate in stato d’abbandono e inoltre, non si deve dimenticare che la scuola d’oggi richiede attrezzature, laboratori e aule multimediali non essendo, a dispetto di quanto scrivono molti giornali, la scuola della cattedra e dei banchi.

Qualche giorno fa, ho letto su un giornale che gli insegnanti, per sicurezza, avrebbero dovuto fare lezione “stando in cattedra”, evitando persino di spostarsi tra i banchi. Mi chiedo quale sia la concezione della scuola di quel giornalista. Ho insegnato per decenni, e nella mia aula la cattedra nemmeno c’era.

Tuttavia, facciamo attenzione agli imbrogli. Se taluni esprimono una concezione della scuola puramente trasmissiva, che peraltro ha trovato una buona realizzazione in molte esperienze improvvisate di didattica a distanza, ben diverso è il linguaggio che si parla al Ministero, un misto di didattichese e aziendalese associato a teorie sull’innovazione didattica in cui quest’ultima coincide con digitalizzazione.

Personalmente ho sempre pensato che il digitale possa avere molte potenzialità nella scuola, ma nella direzione esattamente contraria a quella immaginata al Ministero.

Infatti, l’uso delle nuove tecnologie nella scuola dovrebbe essere destinato allo sviluppo della creatività nelle attività artistiche, come l’arte e la musica, il teatro, il cinema, dove possono dare un notevole contributo, oltre che naturalmente nelle materie tecnico-scientifiche. Ciò significa però, per converso, anche opporsi alla digitalizzazione degli apprendimenti e alla loro riduzione a sequenze prestabilite e alla sottomissione a ritmi prefissati.

In pratica, delle possibilità di sperimentare e creare offerte dalle nuove tecnologie è proposta al contrario una standardizzazione dei percorsi e degli obiettivi, magari verificati con i famigerati test a scelta multipla tanto amati dall’INVALSI.

Tutto questo va tenuto presente per quanto riguarda le Linee guida, ricordando che ogni scuola dovrà, secondo tale documento, inserire nel proprio PTOF una parte riguardante la didattica digitale, indicazione che sembra voler rilanciare le non troppo certe fortune del “Piano nazionale scuola digitale” che è una delle colonne portanti della legge 107/2015.

Peraltro l’idea di una digitalizzazione dell’apprendimento si sposa alla chiara tendenza alla riduzione dell’importanza dei saperi già in atto da anni con l’introduzione d’imperio, nella scuola, della didattica per competenze, assai spinta da attori esterni alla scuola, come l’OCSE, la Tavola degli Industriali Europei, il FMI, che nell’ultimo trentennio hanno deciso di impegnarsi nella formazione per indirizzarla verso le esigenze delle imprese e del mercato del lavoro.

Proprio pensando al mercato del lavoro, tali agenzie internazionali, con l’accordo dell’Unione Europea, che ne ha accolto le istanze in molte delle sue conferenze, prima tra tutte Lisbona 2000, immaginano una scuola dove s’impara ciò che serve per il lavoro, non quanto è utile a un cittadino critico e consapevole.

Poiché solo pochi saranno destinati ai più alti livelli nel mondo del lavoro, è inutile fingere che la società sia diversa da come è, fornendo un’istruzione di qualità a tutti. Per la maggioranza, basta infatti sapere poche cose e, secondo la logica delle competenze, saper risolvere qualche problema semplice, come gli “Episodi di apprendimento situato” attraverso alcune tecniche le quali si appoggiano spesso al digitale.

Nulla a che vedere con la complessità dei saperi, la ricerca, l’approfondimento discorsivo e narrativo.

In questo quadro va collocata per esempio, la proposta delle Linee guida di “aggregazione delle discipline in aree e ambiti disciplinari”, che evidentemente non contribuisce all’approfondimento dei saperi, ma piuttosto a un loro utilizzo per la risoluzione di semplici problemi volti all’acquisizione di competenze.

Evidente poi, l’importanza che in un tale quadro assumono i “Percorsi trasversali per l’orientamento”, cioè l’alternanza scuola lavoro, momento fondamentale per instillare nei giovani la cultura aziendalista e di formazione ideologica alla sottomissione del lavoro dipendente.

Nemmeno di fronte alle evidenti difficoltà in cui si trovano molti studenti a causa di un anno scolastico bruscamente interrotto e malamente concluso con la didattica a distanza, la Ministra ha pensato si potesse rinunciare a un’attività tanto discussa come l’alternanza scuola-lavoro a favore di tempo dedicato al recupero dei saperi.

A proposito delle attività di recupero per i molti studenti che hanno avuto difficoltà durante il periodo della didattica a distanza, non è chiaro cosa accadrà a settembre, ma la Ministra ha parlato di attività che inizieranno già dal primo del mese, ma anche di possibilità di “potenziamento” per gli alunni che vogliono mostrare il loro “talento”.

Iniziativa, quest’ultima, che potrebbe apparire poco adatta al momento, ma che si spiega con l’insistenza con la quale da qualche tempo si batte sul tasto dei “superdotati”. Insomma, la scuola deve avere degli eccellenti e dei mediocri, se vuole adattarsi alla gerarchia sociale e alla giungla del lavoro.

Le linee guida del Ministero, quindi vanno prese molto sul serio, poiché, pur se nate in un momento d’emergenza, sono espressione di una concezione della scuola in continuità con la gestione degli ultimi decenni e guardano al contempo alle tendenze che si delineano per i prossimi.

Anche la loro vaghezza, che emerge in alcuni punti, è semplicemente segno della volontà di frammentare sempre più il sistema scolastico nazionale a vantaggio di una situazione a macchie di leopardo, con l’accrescimento non certo virtuoso delle differenze e soprattutto delle disuguaglianze, a tutto vantaggio delle “comunità educanti” che sguazzeranno nella sussidiarietà pubblico-privato.

Ci resta comunque una speranza: la Ministra ha detto che da settembre si vogliono scuole pulite e che sono stati investiti milioni per prodotti detergenti e igienizzanti. Chissà se finalmente sono finiti i tempi in cui i genitori dovevano fornire le classi di carta igienica, saponette e fazzolettini.

Questo anche se resta una domanda inquietante: chi pulirà le aule, con una dotazione organica così insufficiente di collaboratori scolastici?

Fonte

25/06/2020

Linee guida per il rientro a scuola: esternalizzazione, privatizzazione, flessibilità

Mentre in tutta Italia si svolgono e si annunciano manifestazioni di lavoratori e genitori che richiedono priorità alla scuola e la definizione di un chiaro quadro di ripresa dell’attività formativa, il Ministero ha diramato la bozza delle Linee guida che dovranno essere seguite da settembre per la riapertura degli istituti.

La lettura di tale bozza chiarisce subito che il Ministero non ha alcuna intenzione di seguire l’unica strada sensata per una ripresa che rappresenti anche un miglioramento dell’offerta formativa: una massiccia assunzione in servizio di docenti e personale ATA che consenta una sostanziale diminuzione del numero di alunni per classe e un’adeguata vigilanza anche nei momenti comunitari meno strutturati.

La bozza demanda molte delle decisioni a costituendi “Tavoli regionali” presso gli Uffici Scolastici regionali e a Conferenze dei servizi degli enti locali, con la partecipazione di organizzazione private, soprattutto in materia di reperimento e gestione di spazi alternativi a quelli attualmente disponibili nelle scuole.

Il documento, infatti, decentra molte delle responsabilità sulle istituzioni locali, ultimo anello delle quali sono i singoli istituti, in base al principio dell’autonomia scolastica. I dirigenti avranno molta discrezionalità, anche se non hanno mancato di far sapere che ne vorrebbero di più, forse totale.

Qualcuno ha scritto che in realtà, le Linee guida sarebbero un documento ispirato al principio del “fate come vi pare”, nell’incapacità del Ministero a dare un indirizzo unitario chiaro.

In realtà, la situazione è più complessa. Infatti, il rimando al principio dell’autonomia scolastica non è causale ma assai pertinente perché essa è il primo mattone, posato alla fine degli anni novanta, dal governo Prodi, per la messa in concorrenza, la privatizzazione e l’aziendalizzazione delle scuole. Un disegno proseguito poi dai tanti governi succedutisi ma che ha trovato il suo punto più alto con la “buona scuola” renziana e a cui oggi il governo Conte vuole dare un’ulteriore spinta, forse definitiva, con il pretesto dell’emergenza. L’autonomia resta la trave portante di tale processo.

In questa chiave va letto il richiamo, fondamentale, al principio di sussidiarietà e di corresponsabilità educativa, con l’auspicata collaborazione con enti e istituzioni private e del terzo settore (quindi comunque private, anche se no profit).

Un principio, quello della sussidiarietà, che ha già provocato enormi guasti al sistema sanitario, che spesso anticipa, nelle riforme privatistiche, la scuola.

Un esempio chiaro è ciò che accadde a partire dalla legge De Lorenzo del 1992 e gli altri provvedimenti che portarono a includere il privato nel sistema sanitario nazionale, parallelamente a quanto accadde nella scuola tra il 1997 e il 2000, anno quest’ultimo in cui fu istituito dal governo D’Alema il sistema nazionale d’istruzione. In tale sistema confluirono le scuole dichiarate paritarie, con relativi cospicui finanziamenti alle stesse, in spregio alla Costituzione ma soprattutto con l’assunzione del privato in un sistema pubblico.

Il principio della sussidiarietà, nelle Linee guida, ha un’accezione molto ampia, estesa anche al personale educativo, poiché agli operatori, facenti parte di organizzazioni di volontariato o di cooperative d’animazione che nelle scuole si occupano oggi di attività integrative (musica, sport, teatro e arte in generale), ma che non hanno responsabilità sulle classi e agiscono in genere in compresenza con i docenti, potranno essere affidati anche compiti di sorveglianza e vigilanza sugli alunni.

Questa decisione pone gravi problemi di natura legale e sindacale, poiché si affiderebbero in questo modo dei minori a personale non abilitato all’insegnamento, dipendente da istituzioni terze rispetto alla scuola e impiegato in assenza di un qualunque quadro normativo. Resta poi da chiedersi quali garanzie pedagogiche dovrebbero offrire le organizzazione a cui fanno capo tali operatori, per esempio sulla loro laicità.

Una soluzione pericolosa, però probabilmente utile al Ministero per evitare di assumere docenti e creare una fascia di docenti di serie B, mal retribuiti, assolutamente precari, senza contratto pubblico e reali diritti, pur se con grandi responsabilità. Una proposta, comunque, che tende a esternalizzare una parte del servizio scolastico affidandolo a privati.

Tutto ciò sembra essere funzionale alla “riconfigurazione della classe in più gruppi d’apprendimento”, escamotage per dire che non si vogliono formare classi meno numerose. Diventa sospetta, in questo contesto, anche l”articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti da diverse classi o da diversi anni di corso”.

Far lavorare insieme bambini e ragazzi anche di età diversa, far imparare loro la cooperazione è una cosa educativamente interessante e che è già stata praticata in scuole sperimentali, tuttavia deve rispondere a un preciso progetto pedagogico, con premesse teoriche e conseguenze pratiche specifiche, non improvvisata per far fronte all’esigenza di classi aggregate e disaggregate come in un grande gioco di costruzioni.

Ancor più inquietante la questione dell’accorpamento, possibile, nella scuola secondaria, di materie affini. Una flessibilità che può significare per gli studenti perdita di ore di lezione e di saperi specifici.

Sempre per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, si scopre inoltre che già si progetta di ricorrere ancora alla “didattica digitale a distanza”, per supplire evidentemente alla mancanza di spazi e di personale.

Del resto, che il Ministero punti ancora molto sulla didattica a distanza, rendendola permanente, è testimoniato dal fatto che sono previste specifiche formazioni sul tema per i docenti (naturalmente via webinar!) e che le Linee guida per la didattica digitale integrata dovranno entrare a far parte dei PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa). Dietro a tutto ciò sta un’enorme truffa ideologica, quella di far coincidere digitale (a distanza) e innovazione pedagogica, cosa per nulla scontata, anche in base ai risultati di quest’anno, dove la didattica a distanza ha dimostrato tutto il suo portato di discriminazioni e di accrescimento delle disuguaglianze.

Quanto agli insegnanti, questi ultimi sono trattai come persone che non hanno diritti sindacali e orari di lavoro. Entrate scaglionate, estensione dei giorni di attività didattica, “rimodulazione” delle ore d’insegnamento (cioè riduzione a 40 minuti con aggravio del numero di classi e di lavoro collegiale), formazione in sevizio incentrata solo sulle tecnologie digitali, uso di mezzi propri per la didattica a distanza sono temi che mettono in discussione lo statuto professionale e l’orario di lavoro e non possono essere decisi per decreto.

Per quanto riguarda gli alunni disabili, le Linee guida sono molto generiche e trattano solo di dispositivi di protezione, tuttavia citano la possibilità di accomodamenti ragionevoli per garantire a tali allievi la presenza quotidiana in aula.

Quali potranno essere questi accomodamenti non si sa, ma certo l’accento posto sulla loro presenza quotidiana a scuola sospettare che essa, per gli altri studenti, non ci sarà.

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01/01/2020

Fioramonti, Azzolina e Manfredi. Le regole del disegno europeo su scuola e università

Con una tempistica da record abbiamo assistito in questi ultimi giorni alle dimissioni (largamente annunciate) di Fioramonti e alla risposta del governo, con lo spacchettamento del ministero in Scuola e Università, mettendo a capo rispettivamente Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi.

Manfredi è nome noto in ambito accademico, presidente della CRUI dal 2015, grande sostenitore dei valori della competizione, dell’eccellenza e della concorrenza tra atenei. Azzolina, già sottosegretaria all’Istruzione, è un chiaro segnale di continuità con le politiche che da decenni stanno stravolgendo l’istruzione pubblica in questo paese, basti pensare al recente sostegno per la simulazione dell’attività imprenditoriale tra i banchi di scuola permessa dal «sillabo per l’educazione all’imprenditorialità», lo stesso portato ideologico che ha generato – per ultima – la riforma della “buona scuola” targata Renzi.

La direzione confermata e mai messa in discussione rimane dunque la stessa, lo stesso Fioramonti d’altronde oltre a parlare di fondi non ha mai posto a critica radicale le scelte dei governi precedenti.

È importante allora precisare alcune questioni che non possono essere ignorate per analizzare correttamente l’evoluzione dell’università e del mondo della formazione nel suo complesso in questi ultimi anni.

Nel nostro paese abbiamo visto come le riforme che hanno investito il mondo della formazione, e quella universitaria in modo particolare, negli ultimi trent’anni si sono incastrate perfettamente a formare un puzzle comune (non ancora terminato), indipendentemente dai governi di centro-destra o centro-sinistra che le hanno varate.

Questo puzzle è quello disegnato dall’Unione Europea che da decenni ha individuato nella formazione, in particolare quella universitaria, e nella ricerca un settore strategico per il suo sviluppo e per ritagliarsi uno spazio sempre maggiore all’interno della crescente competizione globale. La direzione verso cui si muove il progetto europeo è quella di un’università che sappia essere funzionale alle mutevoli necessità del capitale e che sia strumento utile al processo di integrazione europea basato su un modello di polarizzazione centro-periferia.

In Italia questa necessità europea di trasformazione del sistema universitario è proceduta grazie al solito “pilota automatico” (per usare un’espressione cara a Mario Draghi che però ben rappresenta la situazione) che ha guidato tutte quelle riforme della “controrivoluzione” che hanno progressivamente distrutto le conquiste in termini di stato sociale per cui intere generazioni avevano lottato.

Dall’autonomia degli atenei, all’istituzione del cosiddetto sistema “3+2” e di criteri quantitativi per la valutazione della didattica e della ricerca con i CFU e la creazione dell’ANVUR; passando poi per la riduzione dei finanziamenti pubblici agli atenei, l’istituzione di quote premiali e la possibilità di reperimento i fondi necessari da soggetti privati aumentandone progressivamente il potere decisionale e di indirizzo.

Tutto ciò ha determinato oggi un sistema elitario e classista basato sulla competizione sfrenata fra studenti così come fra atenei provocando, non solo a livello continentale ma anche nazionale, quell’evidente processo di polarizzazione fra atenei di serie A e di serie B, a seconda del grado di integrazione con il tessuto produttivo circostante e della posizione che questo occupa all’interno della catena della produzione globale del valore.

Più in generale, in Italia, come in tutta l’UE, le università sono oggi private del ruolo che tradizionalmente hanno ricoperto, trasformate invece in luoghi di riproduzione dell’ideologia dominante e con lo scopo di formare i lavoratori secondo le precise esigenze del mercato.

Fioramonti, dimessosi pochi giorni fa ”per amore dell’istruzione”, nel suo j’accuse ha denunciato solamente una generica mancanza di fondi stanziati per l’istruzione. Eppure l’FFO stanziato per il prossimo anno è tornato ai livelli del 2008 e sulla scuola secondaria sono stanziati 2 miliardi.

Lungi da noi tessere le lodi di questo governo, stiamo soltanto riportando dei dati per mostrare quanto sia insufficiente e strumentale la critica dell’ex ministro. Perché se da un lato ha ragione a denunciare la mancanza strutturale di fondi verso l’istruzione (l’Italia spende il 3,6% del PIL contro una media OCSE del 5%), dall’altro tace completamente sul modo in cui i soldi vengono spesi.

Non una parola sul modello che negli ultimi decenni si è voluto dare al mondo della formazione, sul modello secondo il quale sono ripartiti i fondi stanziati e sono identificati gli obiettivi che si vanno a perseguire. Chiedere genericamente più fondi senza mettere in discussione il modello di funzionamento significa fornire ulteriore linfa ad un modello sbagliato che produce disuguaglianze.

Fioramonti non ha mosso queste critiche perché queste critiche non gli appartengono, perché al di là delle parole il suo modello ideale è perfettamente compatibile con quello in essere e lo ha dimostrato, sul fronte dell’istruzione secondaria, accettando senza fiatare l’imposizione del PD sui test Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro come requisiti di accesso agli esami di maturità.

Il rapido susseguirsi degli eventi sembra poi confermare quanto abbiamo già detto: queste dimissioni e lo sbandieramento del delicato tema dei finanziamenti all’istruzione, più che un atto di coraggio e di coerenza sembrano una calcolata manovra politica anche in vista di una possibile crisi di governo.

Infatti i nodi politici che potrebbero mettere a dura prova questo esecutivo, sempre sull’orlo della crisi, non mancano: dalle imminenti elezioni in Emilia-Romagna e Calabria al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, solo per citare due fra i temi più scottanti. Inoltre, i frequenti contatti di queste ore con i delusi del M5S, ma anche con LeU, oltre al fermento che le sue dimissioni e dichiarazioni hanno provocato in alcuni ambienti della sinistra – più o meno istituzionale – ci fanno pensare che presto assisteremo di nuovo al tentativo di ricompattarsi di tutto quel mondo compatibilista a sinistra del PD, che non ha nessuna intenzione di criticare e modificare gli assetti politici ed economici dominanti.

Il mondo della formazione oggi è un terreno di battaglia politica e ideologica di primaria importanza. Come organizzazione giovanile pensiamo sia necessario portare avanti questa battaglia in un settore che è strategico per il nostro nemico di classe e dove possiamo agire sulla nostra generazione, fra le principali vittime della ristrutturazione che sta avvenendo al livello continentale. Per questo riteniamo che sia cruciale analizzare correttamente e secondo una prospettiva di classe il quadro generale entro cui si inserisce il mondo della formazione e, scendendo nel particolare, ciò che si muove nel nostro paese intorno a questi temi.

Non possiamo gioire per le parole di chi fino a ieri si rendeva complice di questo sistema e oggi ne denuncia – parzialmente – le storture per il proprio tornaconto personale. Non possiamo aspettarci niente di buono da chi rappresentava e continuerà a rappresentare interessi perfettamente integrati nell’attuale assetto di potere. Il cambiamento necessario potrà arrivare soltanto dall’analisi concreta della condizione generale e dalla presa di coscienza della necessità di un cambiamento radicale di paradigma.

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27/12/2019

Fioramonti si dimette: nessun coraggio, è solo tattica politica

Quest’anno sotto l’albero sono comparse le dimissioni del Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Un congedo “per amore dell’istruzione” stando alla sua narrazione, ma che a noi non convince per niente.

Ci sono state molte occasioni in cui poteva dimettersi – pensiamo quando a fine novembre è stato scavalcato dal PD che impose i test Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro come requisiti di accesso agli esami di maturità – invece Fioramonti ha scelto di restare al suo posto e ora, a legge di bilancio approvata, dimettersi.

In molti lo stanno applaudendo per il coraggio e per la coerenza, ma a noi sembra molto di più un calcolo politico maturato all’interno di una crisi di governo latente ma reale, che potrebbe rapidamente precipitare difronte ai diversi nodi politici irrisolti e al risultato degli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi.

Ci teniamo infatti a sottolineare che, oltre alle dimissioni, Fioramonti appare intenzionato a formare un proprio gruppo parlamentare filo-contiano.

Una manovra che potrebbe essere rafforzata se “dal basso” sorgesse un movimento sulle stesse parole d’ordine dell’ormai ex ministro, un generico “più soldi all’istruzione” senza tenere in considerazione la critica di un sistema scolastico e universitario profondamente ristrutturato in chiave classista ed elitaria dopo oltre vent’anni di riforme dell’istruzione, ultima per importanza la Gelmini.

Un sistema che infatti Fioramonti non ha ma messo profondamente in discussione.

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27/09/2018

Cattedre vuote e insegnanti disoccupati. Il paradosso della pessima scuola

Le lezioni sono iniziate ormai da più di una settimana e, come ogni anno, affrontiamo la criticità della carenza di docenti, in particolar modo nelle regioni settentrionali e nella scuola primaria.

USB ha seguito da vicino le vicende degli insegnanti diplomati magistrali, abbindolati da un ricorso tardivo, da promesse impossibili da mantenere, delusi nelle speranze, per noi del tutto prive di fondamento, della riapertura delle GaE e, adesso, beffati ancora una volta: immessi in ruolo con la certezza della trasformazione del loro contratto a tempo indeterminato in supplenza.

Abbiamo seguito le fasi del concorso 2018, un vero concorso truffa, l’unico concorso Statale con il quale non si ottiene un contratto a tempo indeterminato ma una supplenza (e comunque questa prima fase riservata resta la meno precarizzante e sfruttante del percorso FiT), le cui graduatorie, in molti casi, ancora non sono state completate. Graduatorie che sono in ogni caso troppo scarne per coprire le reali esigenze delle scuole.

Continuiamo a seguire le problematiche legate alla carenza di insegnanti di sostegno specializzati a fronte di un numero sempre crescente di alunni e studenti in situazione di disabilità. Il tentativo di ridurre le ore di sostegno didattico attraverso il decreto 66/17, derivato dalla legge 107, non è ancora del tutto operativo e, da una prima stima, sono circa 10.000 gli insegnanti di sostegno ancora necessari a garantire il diritto allo studio degli alunni diversamente abili a detta del Ministro. In realtà parliamo di un fabbisogno che probabilmente è 5 volte superiore alle stime fatte, considerando che tra organico di diritto, di fatto e deroghe sono 50.000 i posti su cui lavorano, da anni, docenti non specializzati, la cui unica pecca è non avere avuto la possibilità di formarsi.

La carenza di insegnanti nel nord Italia è un dato strutturale, come l’assenza di insegnanti specializzati sul sostegno in ogni parte d’Italia. La mancanza di investimenti nelle assunzioni e nella formazione, attraverso percorsi di abilitazione e specializzazione, impedisce a chi vuole insegnare in modo sereno e stabile di accedere ai ruoli, di uscire dall’inferno della precarietà, di assicurare stabilità a se stesso e agli studenti.

Basti pensare alle migliaia cattedre vacanti nella primaria in Lombardia. Le graduatorie ad esaurimento sono vuote, ma il concorso per primaria e infanzia non è che alla fase embrionale. Recenti dichiarazioni del Ministro Bussetti indicano il 10 ottobre come data di pubblicazione del bando. Nel frattempo arrivano proclami su nuovi percorsi abilitanti per il sostegno.

Ed intanto, per quest’anno scolastico, l’incertezza è ancora totale. Tra assegnazioni provvisorie a lezioni iniziate, immissioni fallite per mancanza di aspiranti, concorsi non terminati, graduatorie d’istituto ancora non definitive, il precariato nel nord Italia sembra non avere soluzione e al sud anche peggio.

La “buona scuola”, che doveva porre fine a questo sistema aberrante, ha peggiorato la situazione, precarizzando il lavoro e la vita degli insegnanti di ruolo del sud trasferiti al nord e peggiorando notevolmente le attività delle scuole. L’attuale governo pensa di risolvere la problematica con il “domicilio lavorativo”, creando un impianto di blocco della mobilità per i neoassunti in nome della continuità didattica, senza però mettere mano alle soluzioni che USB Scuola propone da anni, seppur inascoltata e che intende riproporre al MIUR dove ha già chiesto un incontro con il nuovo ministro:

– assunzione immediata dei docenti con 3 anni di servizio;

– trasformazione dell’organico di fatto in diritto;

– realizzazione del tempo pieno e prolungato nelle scuole del Sud Italia e suo ripristino al Nord;

– riduzione del numero degli alunni per classe;

– trasformazione dell’organico di sostegno in deroga in organico di diritto;

– un piano di assunzioni del personale ATA basato sulle reali necessità delle scuole;

– un serio piano di investimento sulla Scuola Pubblica, anche attraverso il taglio dei finanziamenti alle scuole private.

Queste soluzioni non solo permetterebbero a chi è stato allontanato dalla provincia, in cui ha lavorato anche per decenni, di rientrare, ma il recupero di posti di lavoro e, quindi, la stabilizzazione per i lavoratori della scuola ancora precari.

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20/07/2018

Scuola - Il Miur vuole il docente-servo, d’accordo con i sindacati complici

Quanto dev’essere tragica la situazione dei docenti della scuola pubblica, se si vedono costretti a indirizzare un appello... ai sindacati!

Di solito, lo sanno tutti, si scrive alle “istituzioni” per impedire che facciano qualcosa di sbagliato, oppure – all’opposto perché facciano qualcosa di buono. Ma i sindacati, signora mia, dovrebbero essere i “rappresentanti dei lavoratori”, non un corpo lontano e nemico che dispone di noi in combutta col nemico.

Eppure è proprio questa la situazione nella scuola italiana, dove l’abitudine della “triplice” (CgilCislUil), Snals e Gilda di firmare accordi infami senza neanche consultare i loro “rappresentati” è così radicata e lontana nel tempo da farli vedere ormai come una contro parte.

Il tema di questi giorni è tipico di tempi bui: il governo vuole conferire ai presidi il potere di sanzionare gli insegnanti che loro non approvano con “sospensioni” fino a dieci giorni; naturalmente con la sospensione dello stipendio, altrimenti la sanzione sarebbe interpretata come “troppo leggera”.

Evidente impossibilitati a conferire e trovare ascolto con i propri “delegati” alcuni gruppi di insegnanti hanno preso carte e penna per implorare i cosiddetti “sindacati complici” di non fare questa ennesima mignottata alle loro spalle.

Troveranno ascolto? Non ci scommetteremmo...

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Appello ai sindacati: non mettete in mano ai presidi il potere di sospenderci fino a 10 giorni.

In queste ore si sta discutendo al tavolo negoziale aperto nella calura estiva se i DS potranno, dal prossimo anno scolastico, sospendere dal servizio i docenti fino a 10 giorni e metterli senza stipendio.

Se daranno anche questo ulteriore potere ai DS, con la coda contrattuale prevista dal CCNL 2018, oggi i sindacati sono convocati per questo all’Aran, visto il clima presente e pesante nelle scuole anche per gli eccessivi poteri dati ai DS dalla 107, le cose non faranno altro che peggiorare e di molto.

Certamente a scuole chiuse, i docenti non possono neppure essere mobilitati dai sindacati, ma come sappiamo il tasso di mobilitazione dei docenti è praticamente nullo e la loro reattività è pari allo zero, lo si è potuto verificare dal numero di scioperanti contro la vergognosa intesa contrattuale del febbraio scorso. Non riuscirò mai a capire come il docente è reattivo e pronto alla lotta solo quando é precario, ma diventa remissivo e fatalista una volta diventato di ruolo.

Ripeto se daranno tale potere sospensivo al DS in alcune scuole regnerà veramente il terrore.

Vista la delicatezza anche normativa della vicenda essendo ora vigente per i soli docenti il D.lvo 297 /94 e non il D.lvo 165/2001, l’introduzione dei 10 giorni di sospensione potrebbe trovare un ostacolo proprio nella norma preesistente, quindi la sequenza contrattuale potrebbe essere ulteriormente rinviata.

É quanto tutti ci auguriamo.

Da qui il nostro appello a Flc Cgi , Cisl Uil Rua e a Fgu ex Gilda, non firmate accordi che mettono in mano a questi presidi anche il potere di sospenderci dal servizio senza assegni. Ne sarebbe compromessa proprio quella libertà di insegnamento richiamata dallo stesso articolo 29 del CCNL 2018, libertà oggi in serio pericolo proprio per l’attuazione di alcuni istituti della cosiddetta Buona scuola.

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09/02/2018

I presidi-manager della scuola classista e razzista

C’è un filo perverso nell’Italia che peggiora, quello di credere di migliorare tornando al passato. Come se le conquiste d’un cinquantennio addietro, ricordato solo per scadenza e moda retrò intervistando giovani-simbolo di quel Sessantotto che ha scosso costumi e pensieri dell’intera società, fossero tutte fasulle o peggio. Ovviamente le contraddizioni mostrate da quell’epoca e dalle successive annate sono state numerose, ma l’attuale spirito di rivalsa, che da sempre caratterizza i cicli storici, si spinge talvolta a umiliare anche la ragione più pura.

Accanto al riemergere di quegli spettri finora bollati da superficiali quanto velleitari “mai più”, crescono intolleranza e razzismo addirittura in strutture preposte a istruzione e cultura: le scuole. Non parliamo del bullismo del branco, purtroppo maledettamente radicato, o di forme di pseudo autogestioni che degradano la funzione propositiva di queste iniziative in ambito didattico. Ci riferiamo alla “vendita” del prodotto scolastico da parte di certi presidi-manager diventati più realisti del re. In una struttura che, com’è giusto, dev’essere efficiente ed efficace nella formazione delle nuove generazioni alcuni licei italici si lanciano in un’esaltazione del proprio passato, rispolverando un blasone classista.

Il “Giuseppe Parini”, liceo storico milanese creato da Maria Teresa d’Austria dove fra gli altri studiarono Manzoni e Cattaneo, Manara e Cavallotti, Gadda, che ne fu anche docente, Buzzati e Sraffa, si presenta sul sito del Miur ricordando che: “Gli studenti del classico, per tradizione, hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito”.

La dichiarazione d’intenti lascia trasparire più che un classicismo un classismo di ritorno, che fa tabula rasa non tanto della tradizione interna di una “Zanzara” ormai archiviata, ma di decenni di apertura della didattica a ogni ceto. Perché è questo che certuni presidi-manager detestano quando affermano, come fa il liceo pariolino “Santa Giuliana Falconieri”: “Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana... Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri e custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”. E sì, anche l’operaio vuole il figlio dottore: non c’è più morale, Contessa...

E non basta, poiché non contenti si vuole alzare l’asticella. Un altro liceo classico romano, il “Quirino Visconti”, in pienissimo centro storico, a poche centinaia di metri da Camera e Senato di quella Repubblica che garantisce a tutti il diritto allo studio, così si pubblicizza: “Tranne un paio, gli studenti sono italiani e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce l’apprendimento”. Capiamo bene, l’apprendimento dei “normodotati”. Rotto ogni tabù si va a ruota libera e si propone il modello dell’apartheid, sentite come si presenta il liceo genovese “Andrea D’Oria”: “L’assenza di gruppi particolari (ad esempio nomadi o provenienti da zone svantaggiate) dà un background favorevole”.

Il pensiero vola a quel passo della “Lettera a una professoressa”, dove gli studenti montanari della scuola di Barbiana parlando delle pluriclasse cui erano costretti dal disagio e dall’abbandono statale chiosavano: “E’ il sistema che adoperano in America per creare le differenze fra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri sin da piccini”. Se il Miur ha un Ministro, ma ne dubitiamo leggendo sul sito istituzionale simili oscenità, può organizzare fra i suoi presidi-manager corsi di lettura e commento di quel testo. Nell’Italia che torna al passato, don Milani resta profeticamente attuale.

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18/01/2018

Scuola. Nulla di fatto al Miur sugli abilitati scuola infanzia. Serve uno sciopero di tutti

Ieri al Miur si è svolto un incontro interlocutorio sulla sentenza smaccatamente politica che ha travolto i Diplomati Magistrali, docenti che lavorano da anni per lo Stato italiano alcuni dei quali già immessi in ruolo.

L’amministrazione ci ha chiarito quali sono i numeri dei docenti interessati dalla sentenza e ha rimandato a data da destinarsi la ricerca di una soluzione, dopo aver sentito il parere dell’avvocatura dello Stato.

“Abbiamo con forza sottolineato che una assenza di risposte concrete immediate rappresenta la chiara volontà politica di rimandare alla prossima legislatura la risoluzione di una situazione che sfiora il caos, insomma una decisione pilatesca che è assolutamente inaccettabile” dichiara Luigi Del Prete dell’Esecutivo nazionale scuola dell’Unione Sindacale di Base. “Crediamo che a questo punto la mobilitazione debba essere unitaria, attraverso una piattaforma comune del sindacalismo alternativo” conclude Del Prete.

USB Scuola ritiene fondamentale costruire una piattaforma che sappia unire le lotte:

– degli abilitati della scuola primaria e della scuola dell’infanzia;

– dei docenti precari che protestano contro il percorso di reclutamento FIT;

– del personale ATA sfruttato, precarizzato, vessato e umiliato da una proposta di aumento salariale vergognosa a fronte di carichi di lavoro sempre maggiori;

– dei docenti esiliati dalla mobilità farsa sottoscritta dai sindacati complici negli ultimi due anni;

– di tutti i docenti e di tutto il personale ATA per contrastare le oscene e vergognose proposte liberticide che l’Aran in questi giorni sta portando al tavolo per il rinnovo del contratto collettivo nazionale.

Occorre proclamare uno sciopero unitario e alternativo che riunisca le lotte di tutti per vincere la battaglia comune per la dignità del nostro lavoro. Chiediamo all’Anief di ritirare lo sciopero degli scrutini che non consente ai lavoratori di scendere in piazza insieme rendendo visibili le lotte di tutti. Solo ritirando lo sciopero degli scrutini sarà possibile consentire al sindacalismo alternativo di indire due giornate di sciopero consecutivo nei primi giorni di febbraio, a cui far seguire altri due giorni di sciopero dopo 10 giorni e così procedere a oltranza fino alle elezioni politiche.

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