Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/01/2025

Il Tar dà ragione a USB: Salvini non poteva precettare lo sciopero del 13 dicembre

Dopo che a dicembre si era già espresso sospendendo l’ordinanza con la quale Salvini intendeva depotenziare lo sciopero del 13 dicembre, ora il Tar del Lazio ha pronunciato una sentenza di annullamento della stessa ordinanza, dichiarandone l'illegittimità. Con la stessa ordinanza il Tar ha condannato il ministro a pagare le spese legali.

A rendere illegittimo l’intervento di Salvini è stata, in sostanza, l’assenza di fattori straordinari che potessero giustificare l’azione del Ministro, soprattutto in considerazione del giudizio di regolarità dello sciopero espresso dalla Commissione di garanzia. Il potere di precettazione del Ministro può essere esercitato su segnalazione della Commissione “ovvero quando ricorrano condizioni di urgenza e necessità”, recita la sentenza, ma sono proprio queste condizioni a non essersi presentate lo scorso 13 dicembre.

Va ricordato che già nel dicembre del 2023 Salvini aveva precettato uno sciopero nel settore del solo trasporto locale e che in quell’occasione il Tar non aveva riconosciuto la sospensiva. Quando poi il 28 marzo del 2024 aveva riconosciuto l’illegittimità dell’intervento del Ministro, la sentenza era risultata priva di effetti concreti, poiché lo sciopero era stato comunque depotenziato.

È evidente che Salvini sia alla disperata ricerca di visibilità, anche se ultimamente con sempre meno successo. Invece di affrontare i mali strutturali del sistema dei trasporti, sempre più evidenti peraltro, si è lanciato in una crociata contro il diritto di sciopero per ingraziarsi i desiderata delle associazioni padronali. Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, sicuramente tornerà alla carica, anche perché con i pessimi contratti che si apprestano a firmare tanto nel Tpl come nelle Ferrovie, le ragioni delle proteste aumenteranno.

Sulla sua strada troverà però con ancora più determinazione la nostra organizzazione, che ha già dimostrato di poterlo contrastare efficacemente, senza lasciarsi intimidire dall’azione di un ministro che è andato molto oltre il potere di cui dispone.

Unione Sindacale di Base

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29/11/2024

Salvini vs. USB, un vittimismo paraculo

Il ministro Salvini evidentemente i comunicati non li sa leggere, o non ha tempo per farlo.

Il Ministro infatti per dare risposte ai lavoratori di questo paese il tempo non lo trova mai (ben 6 le nostre richieste di incontro di cui l’ultima inviata oggi). Il Ministro Salvini però trova il tempo di fare la vittima sui social, inveendo contro la nostra organizzazione sindacale, per mettere nuovamente in discussione il diritto costituzionale dello sciopero e per inventarsi una minaccia che il nostro sindacato gli avrebbe rivolto.

Ma ci faccia il piacere Ministro Salvini, ci dica dove sarebbe sta minaccia; il monito a cui abbiamo fatto riferimento è quello del giudizio dato dal TAR in merito alla sua idea di “precettazione facile”. Se ne faccia una ragione, lo sciopero è un diritto che continueremo a esercitare fino a quando lei non darà le risposte necessarie, assumendosi completamente la responsabilità del disastro dei trasporti del nostro Paese.

La nostra organizzazione conferma l’iniziativa del giorno 6 dicembre sotto il Ministero dei Trasporti e conferma lo sciopero generale del 13 dicembre, che con l’esclusione del trasporto aereo, riguarderà tutti i trasporti di questo paese.

Qui il comunicato dell’Unione Sindacale di Base.

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27/11/2024

Salvini il “precettatore” contro lo sciopero generale di venerdi

In vista dello sciopero generale di otto ore proclamato per venerdì, il ministro Salvini ha firmato la precettazione contro lo sciopero nei trasporti per ridurne la durata a sole 4 ore.

La precettazione era stata annunciata in una nota del Ministero al termine dell’incontro con le organizzazioni sindacali che ha visto la partecipazione del ministro. In caso di inosservanza della precettazione la legge 146 del 1990 prevede sanzioni amministrative a carico di ciascun lavoratore “colpevole” della violazione, determinabile, con riguardo alla gravità dell’infrazione ed alle condizioni economiche, da un minimo di 500 euro a un massimo di mille euro per ogni giorno di mancata ottemperanza.

“Impugneremo la precettazione presso le sedi opportune, faremo subito il ricorso. Leggeremo ovviamente la motivazione ma eravamo preparati perché è il secondo anno consecutivo che il ministro Salvini precetta i trasporti durante uno sciopero di Cgil e Uil” ha affermato il segretario della Uil Bombardieri. “Non ci ricordiamo la stessa solerzia durante altri scioperi indetti da altri sindacati. Mi pare ci sia un tentativo di mettere in discussione il diritto allo sciopero e una corrispondenza fra la commissione di garanzia e la politica che è preoccupante, con la commissione di garanzia che risponde agli input di un ministro che si preoccupa soltanto di ridurre gli spazi democratici in questo paese”.

“Noi riconfermiamo lo sciopero di 8 ore anche per il Tpl e il trasporto aereo: abbiamo escluso il trasporto ferroviario perché c’è stato lo sciopero domenica, e quindi ci sono da rispettare i dieci giorni” ha dichiarato il segretario della Cgil Landini.

Secondo Guido Lutrario dell’Usb “È molto grave che ora si attacchi anche uno sciopero generale, puntando a limitarne gli effetti. Lo scorso anno ci siamo scontrati con il ministro Salvini sulle arbitrarie limitazioni che impose allo sciopero del trasporto locale e il TAR ci diede ragione. Oggi tornano all’attacco senza tenere conto di quanto già stabilito in precedenza. L’unica preoccupazione della Commissione – aggiunge Lutrario – è quella di ridurre le agitazioni e mai di obbligare le aziende e le associazioni padronali a discutere con le organizzazioni dei lavoratori in presenza di scioperi che raccolgono un’ampia adesione. Sono inaccettabili le restrizioni che si vogliono imporre sullo sciopero del 29 ma voglio ricordare a Landini e Bombardieri che la difesa del diritto di sciopero non può esercitarsi a singhiozzo, solo quando è colpita la propria organizzazione”.

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26/11/2024

“Gravissimo attacco al diritto di sciopero da parte della Commissione di garanzia”

Sono anni che denunciamo il totale arbitrio della Commissione di Garanzia in materia di scioperi ed il suo agire ben oltre le regole, che in Italia sono le più restrittive d’Europa. È molto grave che ora si attacchi anche uno sciopero generale, puntando a limitarne gli effetti. Lo scorso anno ci siamo scontrati con il ministro Salvini sulle arbitrarie limitazioni che impose allo sciopero del trasporto locale e il TAR ci diede ragione. Oggi tornano all’attacco senza tenere conto di quanto già stabilito in precedenza.

L’unica preoccupazione della Commissione è quella di ridurre le agitazioni e mai di obbligare le aziende e le associazioni padronali a discutere con le organizzazioni dei lavoratori in presenza di scioperi che raccolgono un’ampia adesione.

È questa indisponibilità al confronto a rendere endemica la protesta. Non affrontare i problemi non può che farli incancrenire e portare ad una crescente esasperazione. I lavoratori hanno solo lo sciopero per far sentire la propria voce ed hanno diritto ad essere ascoltati, soprattutto quando a protestare è una larga parte della categoria, come sta avvenendo da tempo tra i ferrovieri e gli autoferrotranvieri.

È da tempo un dato di realtà che in molti settori ed anche nei trasporti i lavoratori scioperino in massa fuori dalle organizzazioni tradizionali, Cgil, Cisl e Uil, e che spesso siano costretti a farlo contro accordi sottoscritti da queste sigle. Siamo preoccupati da questa pericolosa insistenza a voler riconoscere il monopolio del diritto di sciopero solo ad alcune sigle.

È bene ricordare che il diritto di sciopero appartiene a tutti i lavoratori e non è un diritto esclusivo di alcuni. Sono inaccettabili le restrizioni che si vogliono imporre sullo sciopero del 29 ma voglio ricordare a Landini e Bombardieri che la difesa del diritto di sciopero non può esercitarsi a singhiozzo, solo quando è colpita la propria organizzazione.

“L’USB il prossimo 6 dicembre sarà in piazza sotto le finestre del Ministro Salvini con i lavoratori dei trasporti in difesa del diritto di sciopero e perché si ascoltino finalmente le ragioni di intere categorie che da tempo attendono risposte ai problemi che stanno ponendo.

USB

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30/03/2024

Salvini non poteva precettare: il TAR dà ragione ad USB sullo sciopero del Tpl, importante risultato dei lavoratori

Salvini non poteva precettare! Il TAR dà ragione a USB sullo sciopero del trasporto pubblico locale e condanna il MIT al pagamento delle spese processuali.

Un importante risultato dei lavoratori che hanno comunque respinto le minacce del Ministro.

Il TAR del Lazio ha accolto in pieno il ricorso promosso da USB, contro la riduzione a 4 ore attraverso la precettazione messa in atto dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Salvini. Questo atto era stato portato avanti dal Ministro nei confronti dello sciopero nazionale del trasporto pubblico locale dell’intera giornata promosso da USB e altre sigle sindacali per il 15 dicembre 2023 nel pieno rispetto delle regole, già fortemente restrittive, previste dalla normativa sullo sciopero.

L'USB respinse il diktat, sfidando la precettazione e disobbedendo alla riduzione a sole quattro ore della durata dello sciopero imposta dall’ordinanza del Ministro. Questa, infatti, era arrivata senza neppure l’avallo dovuto per legge da parte della Commissione di Garanzia sugli scioperi, che ritenne non esserci il “fondato pericolo di pregiudizio grave ed imminente” che solo avrebbe reso legittimo l’intervento del Ministro: la proclamazione era rispettosa delle previsioni di legge ed era assolutamente legittima.

Il Ministro Salvini, che si era presentato a favore di telecamere gonfiando il petto ed affermando che era suo diritto utilizzare ogni mezzo per garantire il diritto alla mobilità dei cittadini, questa volta come molte altre, si è comportato più da Napoleone in miniatura e non da Ministro della Repubblica in cui valgono le leggi e non i fuochi d’artificio a favore di telecamere per raggranellare qualche voto e qualche consenso in più.

La USB esprime piena soddisfazione per la sentenza che ha sconfessato l’operato del Ministro Salvini e ringrazia tutti quei delegati e lavoratori del Trasporto Pubblico Locale che hanno accolto l’invito di USB a scioperare, rischiando anche sanzioni economiche e amministrative, difendendo il diritto di sciopero con la loro disponibilità a lottare per affermare i propri diritti.

Uniti siamo imbattibili!

Unione Sindacale di Base

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25/11/2023

Precettazione continua, ma il conflitto sociale monta lo stesso

Ormai entrato nella parte del tagliatore di teste e di scioperi, Matteo Salvini precetta ancora una volta.

Il vicepremier e ministro dei Trasporti ha firmato la lettera di precettazione per ridurre lo sciopero di lunedì dei mezzi pubblici dalle annunciate 24 ore a quattro, ossia dalle ore 9 alle ore 13.

“Non tutti i sindacati coinvolti hanno proposto di incrociare le braccia tutto il giorno“, sottolinea il ministero in una nota, precisando che per Salvini “il diritto allo sciopero è sacrosanto“.

“Purtroppo” questo diritto è per lui subordinato a tutti gli altri, e quindi praticamente non vale. Il titolare del Mit si trincera dietro la necessità “di ridurre al massimo i disagi per i cittadini“, anche alla luce di agitazioni che “ormai sono diventate molto frequenti“.

Nell’ultima affermazione c’è anche la prova della sua cecità: se le agitazioni sono “diventate molto frequenti” significa che i problemi sociali stanno aumentando. Un politico almeno furbo – non ne pretendiamo di “intelligenti” – capirebbe che non conviene esagerare con la repressione e che bisogna farsi venire qualche idea più lungimirante...

I sindacati di base che hanno promosso lo sciopero hanno diramato questo comunicato:
Il Ministro Salvini precetta uno sciopero regolare e riduce l’astensione da 24 a 4 ore.

Rifiutiamo la riduzione illegittima e sfidiamo il Ministro anti-sciopero il 15 dicembre prossimo

La precettazione da parte del Ministro dei Trasporti Salvini dello sciopero nazionale del TPL di 24 ore, regolarmente indetto dalle sigle dei sindacati di base, altamente rappresentativi nel settore, è tutt’altro che inaspettata. Ciò, però, non toglie la gravità di quanto deciso da Salvini, interprete da padrone delle ferriere dell’art.8 della L.146/90.

Le motivazioni addotte da Salvini per giustificare l’intervento di riduzione della astensione dal lavoro in programma, un potere del Ministro che la legge prevede solo per situazioni eccezionali, sono invece ridicole e suonano come un vero e proprio oltraggio all’esercizio di un diritto costituzionale.

Va sottolineato come questo sciopero sia stato indetto più di un mese fa, prima persino di quello di Cigl e Uil, nel pieno rispetto delle più restrittive norme in Europa per l’effettuazione di uno sciopero. Significativo a tale proposito il fatto che la Commissione di Garanzia non ha mosso il benché minimo rilievo alla proclamazione dello sciopero del TPL del 27.11.2023.

Le Associazioni Datoriali, Astra, Anav e Agens, le quali invece continuano a tagliare linee e servizi, a contestare i delegati che chiedono il rispetto di norme sulla sicurezza e a tagliare i salari ai lavoratori e lavoratrici, oltre a rifiutare qualsiasi confronto, come oggi asserito impunemente al ministero, le sigle dei sindacati di base, sentitamente ringraziamo il ministro che lancia la sua personale campagna elettorale mettendosi al loro servizio.

Ma evidentemente mai sazie, una delle associazioni datoriale del trasporto pubblico, Agens, si fa addirittura parte attiva di un progetto di legge riguardo un’ulteriore stretta all’esercizio dello sciopero.

Non va mai dimenticato che tutta questa prova muscolare viene garantita dalle esose multe pecuniarie che gravano su ogni lavoratore o lavoratrice che non obbedirebbe all’ordinanza del Ministro.

È oramai evidente che il problema è diventato politico: accettare la riduzione imposta nell’ordinanza sarebbe a nostro avviso come fare proprio che un Ministro consideri il diritto di sciopero alla stregua di una propria concessione ai sindacati, tanto da considerarne “eccessiva” la durata di 24 ore.

Per questo motivo, le scriventi Organizzazioni Sindacali hanno deciso unitariamente di RIFIUTARE la riduzione e di SPOSTARE lo sciopero nazionale di 24 ore di tutto il trasporto pubblico locale al 15 dicembre prossimo, sfidando il Ministro Salvini sul terreno dei diritti costituzionali, oltre che nel merito delle questioni poste dalle istanze dei lavoratori, ignorate dalle controparti datoriali e dal responsabile del dicastero dei trasporti.

Non è più tollerabile che questo avvenga senza che i lavoratori e l’intera società che SI RICONOSCE nei valori della Carta Costituzionale e che la continuerà a difendere, prendano una esplicita posizione contro questa palese aggressione a uno dei diritti costituzionali più importanti.

ADL Cobas – COBAS Lavoro Privato – SGB – CUB Trasporti – USB Lavoro Privato
La scorsa settimana Salvini aveva deciso allo stesso modo anche per lo sciopero generale proclamato da Cgil e Uil, violando – grazie al parere emanato dalla cosiddetta “Commissione di garanzia” – la normativa che non prevede alcuna possibile precettazione in occasione di sciopero generali.

Nel far questo, oltre a confermare il ruolo reazionario di cane da guardia delle imprese – ridurre d’autorità la portata di uno sciopero significa in primo luogo diminuire i danni delle imprese, riducendo così la loro disponibilità alla trattativa – aveva per la prima volta esplicitato che, per questo governo, i sindacati Cgil e Uil non godranno più di alcuna considerazione privilegiata, come avveniva durante tutti i precedenti governi.

Non basta più, insomma, neanche essere e comportarsi da “complici”. L’unico sindacato che piace è quello che dice sempre sì (come Cisl e Ugl) e non pretende alcun ruolo contrattuale.

Bisognerebbe quasi (molto “quasi”) ringraziare Salvini, perché in questo modo ha rotto il pilastro che consentiva di governare il conflitto sociale a favore del profitto privato: la piena acquiescenza dei sindacati “maggiormente rappresentativi”.

A questo punto, per i lavoratori in generale – non certo per i sindacati come Cgil e Uil, il cui quadro dirigente è stato formato e selezionato nell’arco di 40 anni per fare da comoda sponda al padronato – diventa chiaro che non c’è alcuna alternativa al conflitto per provare a far valere le proprie esigenze vitali.

Si apre una possibilità nuova di unificare la classe, insomma, e questo richiederà un salto di qualità generale anche all’interno del sindacalismo conflittuale, per porsi all’altezza della sfida.

Del resto siamo nella fase in cui in tutto l’Occidente neoliberista il movimento dei lavoratori sta rialzando faticosamente la testa. Si moltiplicano sulle due sponde dell’Atlantico i segnali di nuova vita.

Negli Usa i lavoratori del settore auto, dopo decenni di silenzio e impoverimento salariale, hanno piegato le “Big Three” (Ford, General Motors, Stellantis) ottenendo forti aumenti salaria, il ripristino della “scala mobile” anti-inflazione e la trasformazione dei contratti precari in stabili.

Proprio ieri c’è stato uno sciopero internazionale che ha bloccato le consegne di Amazon nel “black friday”, il giorno di massima attività della multinazionale.

In Svezia, l’intoccabile Tesla di Elon Musk è bloccata da uno sciopero che va avanti da quattro settimane. Per “convincere” il bizzoso miliardario a trattare anche i fornitori stanno iniziando a bloccare le consegne, mentre i portuali stanno discutendo su come fare per impedire che “anche una sola Tesla esca dalla Svezia“.

In Germania i macchinisti hanno bloccato nuovamente la circolazione dei treni merci, chiedendo un adeguamento salariale all’inflazione più corposo di quello fin qui concesso.

In Austria, due settimane fa, circa 400 aziende del settore metallurgico si sono fermate. I lavoratori chiedevano un aumento dell’11,6%, in linea con l’inflazione. In Francia i controllori di volo hanno bloccato la circolazione...

E, per stare alla disperante Italia attuale, il fatto stesso che due sindacati di lunghissima tradizione “concertativa”, come Cgil e Uil, siano stati costretti a proclamare uno sciopero generale (in modalità così contorte da facilitare il compito di chi voleva impedirlo), sta ad indicare che l’insofferenza dei lavoratori sta superando la soglia dell’attenzione.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma non serve. È chiaro che la lunga stagione della “passività delle masse” volge al termine. La causa è nella crisi del modello “mercantilista” – tutto orientato alle esportazioni, e fondato perciò sul blocco dei salari – che è esplosa con la pandemia prima e le guerra successivamente, mettendo fine alla cosiddetta “globalizzazione” ad egemonia Usa.

Siamo solo all’inizio, certo. Ma quando l’aria cambia, tutto l’ecosistema si mette in moto...

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Sciopero dei trasporti il 27 novembre: Salvini insiste sulla precettazione

Si è da poco concluso al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un incontro tra le organizzazioni promotrici dello sciopero del Trasporto Pubblico Locale previsto per il 27 novembre, tra cui l’Unione Sindacale di Base Lavoro Privato, ed il ministro Salvini con la presenza anche delle associazioni datoriali.

In questa sede è stato ribadito dalle organizzazioni promotrici come lo sciopero del 27 novembre rispetti tutti i crismi di legge, nel quadro di una legislazione antisciopero che, lo ricordiamo è quella più restrittiva d’Europa e limita fortemente la possibilità di scioperare.

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha firmato la lettera di precettazione per ridurre lo sciopero convocato per lunedì 27 novembre dai sindacati di base. Secondo il provvedimento dalle annunciate 24 ore lo sciopero deve passare a quattro ore, dalle ore 9 alle ore 13.

“Come organizzazioni sindacali di base e conflittuali non faremo un passo indietro sul diritto di sciopero” ha risposto l’Usb in una nota contro la decisione del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Salvini, di firmare la precettazione sullo sciopero dei trasporti indetto per lunedì.

“L’incontro delle organizzazioni sindacali con il Ministro Salvini sulla mobilitazione di sciopero nazionale di 24 ore degli autoferrotranvieri”, si legge nel comunicato, “conferma le posizioni di un Governo che vuole imporre la limitazione di un diritto costituzionale già fin troppo penalizzato da leggi e normative che si sono susseguite fin dagli anni '90 con tanto di benestare di Cgil Cisl Uil. A fronte di una categoria aggredita dalle continue privatizzazioni, appalti, sub appalti e sub affidamenti, con salari d’ingresso sotto le 7 euro l’ora e senza riconoscimento dei salari di secondo livello; a fronte di sempre minori investimenti in materia di sicurezza del lavoro e del servizio con turni di lavoro massacranti che producono la fuga da questo mestiere, l’unico modo che questo Governo individua per intervenire è quello di disarmare la categoria dell’unico vero strumento di cui dispongono i lavoratori per far valere i propri diritti, che spesso coincidono con quelli degli utenti”.

Nonostante questo il Ministro si è comunque riservato di decidere per un suo intervento, con una precettazione che vorrebbe ridurre a poche ore lo sciopero del TPL.

Ma per i lavoratori del TPL che subiscono da anni mancanza di sicurezza sul lavoro, bassi stipendi, appalti e subappalti, serve un’azione di sciopero vera, di 24 ore, per rivendicare i propri diritti.

USB e le altre sigle promotrici non faranno un passo indietro sul diritto di sciopero, riconosciuto dalla Costituzione e che oggi subisce continui attacchi. 24 ore di sciopero sono il minimo per rivendicare i diritti e far sentire la voce di lavoratrici e lavoratori, ricordiamo che nel caso del TPL, le fasce di garanzia fanno si che durante lo sciopero siano previste comunque dalle 6 alle 8 ore di lavoro.

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20/11/2023

Il Governo precetta, lo sciopero non può attendere

Nei giorni in cui il Governo attacca volgarmente il diritto di sciopero dei lavoratori e i sindacati confederali confermano di non avere la forza e la volontà di opporsi a questa deriva, è bene rispolverare un po’ di evidenze sul grado di conflittualità della società italiana, per smascherare alcune menzogne che spesso fanno capolino nel dibattito pubblico. Mentre Salvini accusa il segretario della CGIL di indire lo sciopero generale di venerdì per poter godere di un week-end lungo e la narrazione dell’Italia come il Bengodi degli scioperi che bloccano le magnifiche sorti e progressive del paese si diffonde, la realtà dice tutt’altro.

Secondo i dati ISTAT, in Italia nel 2023 le ore di lavoro perse a causa di scioperi sono soltanto 0,5 ogni mille, in discesa rispetto al 2022 e al 2021 quando erano state pari a 0,6 e 0,8. Una riduzione della conflittualità ancora più significativa se confrontata con il primo dato disponibile risalente al 2005, quando le ore di sciopero erano state ben 2,5 per ogni 1000 ore lavorate. Se si guarda ai dati forniti dall’European Trade Union Institute (ETUI) si ha un quadro chiaro di come il nostro paese rappresenti sì un’anomalia, ma al contrario. Vale a dire come esso sia un paese dal bassissimo grado di conflittualità dei lavoratori, conflittualità che è andata raffreddandosi nei decenni con una singolare solerzia. Infatti, tra il 2000 e il 2009, secondo l’ETUI, in Italia si sono persi 87,6 giorni di lavoro a causa di sciopero, meno della Francia (127) e della Spagna (153) ma molto di più del periodo 2020-2022 quando il valore è talmente basso da essere insufficiente a formulare la statistica. Nel frattempo, però, in Germania si sono persi 18 giorni di lavoro, in Spagna 37, in Francia 79.

Un dato simile è riportato anche in un articolo di Domani dove, facendo riferimento a dati OCSE, si segnala che tra il 2008 e il 2018, mentre in Italia si registravano 42 giorni di sciopero, in Spagna e in Francia se ne registravano, rispettivamente, 76 e 112.

Ma che cosa c’entrano questi numeri con la vita reale delle persone? Abbiamo più volte sostenuto e argomentato che la distribuzione del reddito, quindi, salari più alti o più bassi, sia l’esito di un conflitto di classe che vede i lavoratori da un lato e i datori dall’altro. Quando il conflitto è sopito, in genere, i lavoratori stanno perdendo e i loro salari reali stanno crescendo poco o addirittura riducendosi. Lo sciopero è un indicatore importante di quanto questo conflitto sia presente nella società e, soprattutto nelle fasi economiche come quella che stiamo vivendo, ci può essere molto utile per spiegare cosa stia accadendo ai salari.

L’Italia, infatti, mentre si caratterizza per la scarsità di mobilitazioni, si caratterizza anche per essere il paese che ha visto la crescita dei salari monetari più bassa d’Europa. Secondo uno studio della banca britannica Barclays, l’Italia ha registrato un tasso di crescita dei salari monetari ben inferiore rispetto a quello delle altre grandi economie europee. In Italia, infatti, le retribuzioni contrattate nel 2023, sono cresciute del 3%, mentre la media europea è pari al 4,5%. In Europa, la Germania ha registrato un aumento del 4,5%, la Francia del 3,9% mentre il Belgio, in virtù di un sistema di indicizzazione dei salari all’inflazione, ha registrato un aumento delle retribuzioni pari al 7%.

Questa condizione si rispecchia benissimo nella caduta dei salari reali che, come riporta l’articolo di Domani citando dall’OCSE, è stata pari al 7,5% in Italia, al 4% in Spagna e al 3,2% in Germania, mentre in Francia si registra addirittura un lieve aumento (1,5%).

La questione salariale rappresenta, quindi, una vera e propria emergenza per il paese. La necessità di aprire una decisa ed estesa campagna di rinnovi contrattuali si fa sempre più cogente e richiede che i sindacati sappiamo tenere alto il livello delle rivendicazioni, svestendo i panni dimessi che hanno indossato finora.

A fronte di tutto questo occorre contrastare con vigore l’odiosa retorica che attacca oggi il diritto allo sciopero facendo leva sulla presunta tutela del cittadino utente per delegittimare i lavoratori dei servizi pubblici e, per estensione, tutti i lavoratori nel loro insieme. Una delegittimazione ideologica agitata ad arte per creare divisioni e spaccature fittizie nella società cercando di instillare nella collettività l’idea falsa che i disservizi pubblici siano legati ai pochi scioperi annuali e non invece al drammatico ridimensionamento del loro finanziamento statale. Una retorica velenosa che fingendo di voler tutelare il diritto, senza dubbio sacrosanto, dei cittadini a prendere autobus e treni per spostarsi, attacca il diritto allo sciopero nel suo complesso, nel trasporto e altrove, legittimando così quel cortocircuito vizioso che in ultima istanza va a detrimento di cittadini e lavoratori nel loro insieme.

Ribaltare a 180 gradi la retorica salviniana della precettazione degli scioperanti per la tutela degli utenti, significa ricordare che il peggioramento drammatico dei servizi è l’altra faccia della medaglia del deterioramento di salari e condizioni lavorative sia nel settore pubblico in senso stretto che nelle aziende nate dai processi di privatizzazione: tutte politiche figlie dell’austerità di bilancio, dei tagli alla spesa pubblica e sociale e del neoliberismo nel suo insieme.

Miglioramento delle condizioni di lavoro di tutti i lavoratori, crescita dei salari e potenziamento della quantità e qualità dei servizi pubblici rappresentano l’unica soluzione per tutelare gli interessi della collettività e rompere le false contraddizioni tra lavoratori e cittadini-utenti rinfocolate ad arte dai governi di turno.

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17/11/2023

CGIL-UIL, una resa che fa male a tutti i lavoratori

Non ci voleva la sfera di cristallo, per azzardare una previsione. Ma abbiamo preferito non anticiparla, perché ogni accenno di conflitto può avere conseguenze non previste dai protagonisti.

La scelta di Cgil e Uil di obbedire alla precettazione di Salvini è però più di una sconfitta “tattica”.

La marcia indietro sui trasporti – accettando la limitazione a sole 4 ore, dalle 9 alle 13, dopo aver già rinunciato a quello del trasporto aereo – avviene infatti sull’unico punto politico rilevante sollevato proprio dal governo.

Di fatto, come avevamo peraltro scritto, era quello il settore che ormai funziona come cartina tornasole dell’esistenza o meno di una mobilitazione generale. Se si fermano i mezzi pubblici, c’è uno sciopero; altrimenti è una parola, che diventa concreta soltanto per i diretti interessati, all’interno dei luoghi di lavoro.

Il governo, su questo punto, aveva già segnato il primo mezzo successo giocando il braccio di ferro con Cgil e Uil soltanto su questo.

La “resa” dei due sindacati ha completato l’opera, malamente coperta con la volontà di “non danneggiare i lavoratori” che avrebbero potuto essere pesantemente multati violando la precettazione.

Il problema delle sanzioni è serio, certamente, ma un sindacato altrettanto serio avrebbe potuto e dovuto condurre questa battaglia preparando le proprie “truppe” ad uno scontro che non si prefigurava come “la solita mobilitazione”. Solo per fare un esempio, la creazione di “casse di resistenza” ridurrebbe il potere ricattatorio delle sanzioni economiche...

Questo è un governo fascista per impreparazione e prepotenza, e siamo per di più in tempi di guerra. Tutte le relazioni sociali sono sottoposte ad una torsione che sposta il terreno dai “diritti e regole” ai puri rapporti di forza.

Detto in altre parole: non hai davanti il governo Letta o Draghi (e neanche Berlusconi), con cui puoi condurre in pubblico le tue finte battaglie e poi trovare “in sede di confronto” i compromessi più svaccati da rivendere come “vittorie”.

Questo governo vive solo se può rivendicare la capacità di schiacciare “i nemici”, altrimenti va in crisi d’ossigeno. E un “nemico” storicamente arrendevole come Cgil e Uil (la Cisl si era già sfilata da tempo) è il meglio che quel personale politico possa sperare.

È una sconfitta che rischia di segnare il conflitto sociale dei prossimi anni, perché il combinato disposto tra cosiddetta “Commissione di garanzia” e governo può essere a questo punto reso “strutturale”, diventando “la regola” per i prossimi scioperi (settoriali o generali fa ormai poca differenza).

Diventa insomma una sconfitta che pesa su tutto il movimento dei lavoratori, già duramente disarticolato da oltre 30 anni di “consociativismo”.

Se c’erano molti buoni motivi per abbandonare quelle organizzazioni e rivolgersi altrove, ora sono moltiplicate per dieci.

Sappiamo bene che questa “disaffezione” solo in piccola parte, fin qui, si è riversata sui sindacati conflittuali, trasformandosi invece nel depresso borbottio del “sono tutti uguali”.

Ma sappiamo anche che i lavoratori, come esseri umani pensanti, non sono comprimibili all’infinito. E che le alternative a Cgil e Uil esistono.

Fonte

16/11/2023

Precettazione nei trasporti per Cgil e Uil. Terranno botta o no?

Il dado è tratto, e ora c’è solo da vedere cosa faranno Cgil e Uil, non cosa diranno.

Conosciamo da decenni la dinamica sindacale e, come in quella politica, le parole non significano mai molto. Abbiamo visto clamorose ritirate e rotte sanguinose accompagnate da dichiarazioni tonitruanti. Quindi invitiamo tutti a guardare ai fatti.

E i fatti, al momento, sono questi.

Il ministro dei trasporti, nonché vicepresidente del consiglio, ha precettato i lavoratori dei trasporti pubblici, imponendo che la durata dello sciopero generale di dopodomani sia di sole quattro ore – dalle 9 alle 13 – anziché le previste otto per ogni turno.

Non si tratta solo di un “dimezzamento”, ma di un’autentica invalidazione dello sciopero generale nel settore più “visibile” e quindi politicamente rilevante.

Ovvio dunque che Cgil e Uil protestino contro una decisione del genere, permessa e anticipata dalla surreale interpretazione delle norme da parte della “Commissione di Garanzia” sugli scioperi.

“Dire che non è uno sciopero generale determina, per alcuni settori in particolare i trasporti, la possibilità di ridurlo, di cambiarlo ha aperto la strada all’intervento della precettazione. C’è stata una logica di questa nuova Commissione, che è una logica compiacente con il Governo”.

Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, parando ad Agorà su Rai3, ha però articolato molto male il ragionamento. “Questo è il primo sciopero generale – ha proseguito – che come confederazione proclamiamo in tutto l’anno. Nei mesi scorsi ci sono state altre sigle sindacali, meno rappresentative, che hanno proclamato scioperi nel settore dei trasporti e non ha detto niente nessuno, né la Commissione di garanzia né il Governo. Dice delle cose adesso, guarda caso, perché lo sciopero è contro le politiche che stanno facendo”.

Insomma, ha ritirato fuori la vecchia e stupida visione “concorrenziale” che aveva spinto CgilCislUil uniti a non protestare mai quando gli scioperi venivano spostati-ridotti-precettati al sindacalismo di base.

Ora che viene trattato nello stesso identico modo, invece di cogliere l’intenzione reazionaria del governo Meloni, Landini la butta sulle “differenze di trattamento” che fin qui avevano premiato i sindacati “complici”.

Dire che la precettazione “è un atto grave, di assoluta gravità, una limitazione del diritto di sciopero” è certamente giusto. Ma accompagnare questa affermazione con la noticina “non è mai successo prima” è dire il falso (la precettazione è diventata abituale ormai da anni, nel settore), in modo infantile. Succede per la prima volta alla Cgil. E questo è certamente un segno dei tempi.

Non è un buon viatico per la giornata di venerdì.

Ufficialmente la posizione del sindacato è chiara: “lo sciopero rimane in vigore: andiamo avanti”, “lo sciopero è generale perchè il governo non ci sta ascoltando, non sta discutendo con noi” per “cambiare la manovra” e le politiche economiche e sociali. “Il governo ha evitato di aprire una trattativa con noi” e portato avanti “incontri finti”, ripete Landini.

Però poi si socchiude una porta decisamente ambigua.

“Guarderemo questa mattina il testo della precettazione. Abbiamo convocato per oggi alle 15.30 una conferenza stampa con la Uil e discuteremo su cosa fare. Per quello che ci riguarda è confermato lo sciopero per tutti i settori, ma per quanto riguarda il settore dei trasporti vedremo cosa fare senza mettere in difficoltà i lavoratori, perché con la prescrizione del governo le misure riguardano anche i lavoratori, non solo i sindacati”.

Ignorare la precettazione, di regola, comporta sanzioni economiche sia per i sindacati (fino a 100.000 euro) che per i singoli lavoratori che non si presentano al lavoro negli orari stabiliti. E se per le due organizzazioni si tratta di un sacrificio non particolarmente acuto, visti i numeri degli iscritti e l’entità delle quote, per i singoli lavoratori – già puniti dalla sottrazione della giornata in busta paga, si tratta di un impegno serio.

Che è ragionevole prendere, in queste condizioni politiche (ci si gioca il diritto di contrastare le politiche dei governi con lo sciopero, anche in futuro), ma che certamente richiede un plus di consapevolezza politica, dopo decenni di acquiescenza e “concertazione”.

Perciò vedremo, anche dopo la conferenza stampa, se Cgil e Uil mantengono davvero la disposizione a effettuare un vero sciopero generale, accettando uno scontro che è stato aperto dal governo; oppure se rinculeranno, coprendosi malamente con l’argomento di “evitare ai lavoratori un doppio sacrificio economico”.

Siamo in tempi di guerra. Contano i fatti, le parole volano via.

Fonte

13/11/2023

La Cgil scopre che lo sciopero generale è di fatto “conflitto”

Si fa presto a dire “sciopero generale”, se non ne fai più uno da tempo immemorabile...

La cosiddetta “polemica tra Salvini e Landini” è però rivelatrice di questi tempi – di guerra – molto più che non le rispettive debolezze, bassezze o vergogne dei due protagonisti.

Procediamo con ordine.

Cgil e Uil (non la Cisl, sindacato “di regime” qualunque sia il regime) hanno proclamato per il 17 novembre uno sciopero generale di 24 ore contro la manovra del governo Meloni.

Uno sciopero politico a tutti gli effetti (tutti gli scioperi generali lo sono, perché hanno come controparte i governi, non soltanto le imprese) e che quindi ricade sotto regole diverse dagli scioperi settoriali o aziendali.

Possiamo giudicare questa proclamazione tardiva, deficitaria nella piattaforma, meno credibile perché non effettuata quando i governi con dentro il PD producevano “manovre” più o meno simili a quella di Giorgetti e Meloni... Ma è comunque uno sciopero legittimo e necessario (tardivo, semmai, come dicevamo).

Il punto di forza “politico” di qualsiasi sciopero generale è certamente nei trasporti pubblici, anche solo per banali motivi mediatici. Se si fermano quelli, infatti, “si vede” che c’è uno sciopero. Perché quello che accade nelle fabbriche o negli uffici risulta quasi invisibile (tranne che ai diretti interessati).

Ed è qui che ovviamente Salvini ha puntato tutte le sue poche carte retoriche, buttandola come suo solito sul volgare straccionismo di parole in libertà.

“Milioni di italiani non possono essere ostaggio dei capricci di Landini che vuole organizzarsi l’ennesimo weekend lungo”, è la chiave usata per arrivare al vero obiettivo: “In nessun caso il settore trasporti potrà essere paralizzato per l’intera giornata”.

Sarebbe facile far notare che “in ogni caso” lo sciopero nei trasporti pubblici, da quasi un trentennio (grazie anche al Pd e alla Cgil), è già “limitato” dall’obbligo di rispettare le “fasce di garanzia” e i “servizi minimi”.

O anche che “in ogni caso” l’obiettivo pratico di uno sciopero generale è proprio quello di “fermare il Paese” – se ne hai la forza, con il consenso dei lavoratori che aderiscono allo sciopero – in un meccanismo in cui “tutto si tiene” (la partecipazione anche indiretta allo sciopero è facilitata se i trasporti pubblici si fermano).

Dunque la sortita di Salvini è tutta politica e tende a impedire che siano in futuro proclamati altri scioperi generali, vietandoli di fatto e possibilmente anche ‘di diritto’. Magari allargando i già immondi poteri della cosiddetta “Commissione di garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici”, che da quando esiste si comporta come una “commissione antisciopero” agli ordini di Confindustria e governo.

Giusto dunque mandare Salvini dove si vuole o si merita, e tirare innanzi...

Il problema è che la risposta – inevitabile – di Maurizio Landini rivela a sua volta una visione che solo per eufemismo può essere considerata “debole e miope”.

Per un verso, infatti, giustamente respinge l’intimazione della “Commissione antisciopero” ad escludere i settori del trasporto aereo e dell’igiene ambientale, diminuendo l’orario dell’astensione per il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e nel trasporto ferroviario, trasporto pubblico locale, trasporto merci su rotaia, circolazione e sicurezza stradale ed elicotteri.

Per altro verso ha affidato a Stefano Malorgio, segretario della Filt (trasporti) Cgil, una difesa dello sciopero che appare suicida: “Lo abbiamo proclamato legittimamente ed è assolutamente consentito se si rispettano i servizi minimi e le fasce di garanzia. Lo stesso ministro Salvini, da settembre ad oggi, ha consentito ben tre scioperi di 24 ore nei trasporti e nel corso dell’anno sette scioperi generali, proclamati da sigle non confederali e quindi di limitata rappresentanza generale nel mondo del lavoro, tutti di 24 ore e regolarmente effettuati”.

Perché è “suicida”?

Negli anni passati (da 30 ad oggi) CgilCislUil hanno spinto per l’allargamento dei poteri negativi della “Commissione” in modo da contrastare meglio l’ascesa del sindacalismo di base e confermarsi senza sforzo come “sindacati più rappresentativi”.

Nonostante questo alcuni “sciopero generali” proclamati dai sindacati di base sono “passati” lo stesso al vaglio del “Garante” perché dichiarati rispettando scrupolosamente tutte le norme (gli ostacoli) frapposte all’azione.

Va da se che, per radicamento e forza organizzativa quegli scioperi, per quanto “generali” sulla carta, non hanno purtroppo avuto la capacità di “fermare tutto il paese”. E dunque hanno pesato politicamente in proporzione, sebbene proprio nel settore dei trasporti siano spesso riusciti in modo significativo.

Ma è chiaro che la situazione di oggi è parecchio differente. Le condizioni di vita e lavoro di milioni di persone sono enormemente peggiorate, i salari già ridicoli (anche per colpa del collaborazionismo di CgilCislUil) sono stati pesantemente falcidiati da due anni di inflazione consistente, persino le pensioni – ricordate le promesse salviniane sull’abolizone della Fornero? – vengono tagliate mettendo mano arbitrariamente ai meccanismi di indicizzazione.

Dunque lo sciopero di venerdì ha molte probabilità di essere uno sciopero “vero”, visibile come mai se ne ricordano negli ultimi anni.

Oggettivamente, insomma, un momento di conflitto sociale anche a dispetto del perdurante collaborazionismo pratico e ideologico di Cgil e Uil.

Questo dato, bisogna dire, sembra molto chiaro al governo (a Salvini, per estensione, a dispetto della sua “profondità di pensiero”), molto meno alla Cgil, ormai disabituata al ruolo di “antagonista oggettivo”.

Da parte nostra segnaliamo alcuni fatti che ci mostrano quale sia il segno dei tempi.

La Commissione di garanzia che convoca Cgil e Uil per “intimare” una correzione sulle modalità di uno sciopero è praticamente un “evento” di cui quasi non si trova traccia nella storia degli ultimi decenni.

Traduzione: il meccanismo che anche CgilCislUil condividevano per ostacolare “la concorrenza” ora viene usato contro di loro.

Il governo in carica è un governo di ultradestra, fascista nella “subcultura” che manifesta ad ogni presa di parola. È un governo che non ammette neanche più di doversi in qualche modo confrontare con una opposizione sociale, per quanto blanda e arrendevole possa essere da decenni. E quindi tratta persino i “consociativi” come prima i governi PD trattavano gli “alternativi”.

In terzo luogo, siamo in tempi di guerra. E in tempi come questi “la normalità” è la guerra. Anche nelle relazioni sociali. Non più “la democrazia e il confronto”.

Ma questo, in Cgil, non sono più in grado di capirlo...

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24/07/2023

Meloni, il governo della repressione di lavoratori e poveri

Nei roventi giorni dell’estate che scorre le vicende politiche e sociali del nostro paese continuano ad assumere tinte sempre più fosche ed il governo italiano non perde occasione per mostrare in modo sempre più ostentato la propria natura reazionaria e autoritaria.
 
Alla fine della scorsa settimana, il 13 e 14 luglio, doveva avere luogo lo sciopero congiunto dei lavoratori di Trenitalia e Italo. Allo stesso tempo, il 15 luglio doveva avere luogo quello dei lavoratori del trasporto aereo, in particolare per i dipendenti di ITA.

“Doveva avere” ma non “ha avuto”, o almeno non nelle forme definite e annunciate. Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, infatti, tra una sparata e l’altra sul fantomatico ponte sullo stretto ha deciso di precettare i lavoratori del settore ferroviario firmando un’ordinanza che comandava la fine dello sciopero alle ore 15:00 del giorno 13 luglio. Un’ordinanza che di fatto ha dimezzato la durata dello sciopero stesso, che inizialmente si avvicinava alla soglia massima delle 24 ore. La deriva sempre più autoritaria e reazionaria di questo governo è ancora più esemplificata dai modi in cui tutto ciò è avvenuto. Infatti, per quanto il governo possa per legge vietare uno sciopero (legge 146 del 1990) quando legato ai servizi pubblici, la comunicazione del divieto dovrebbe avvenire con almeno un anticipo di 48 ore. Così non è stato in questo caso.

La precettazione può anche avvenire a meno di 48 ore dall’inizio dello sciopero, ma solo e soltanto se sono stati effettuati tentativi di conciliazioni tra le parti. In questa circostanza, per quanto gli scioperi fossero già stati indetti da tre settimane l’8 e il 22 giugno, fino a qualche giorno prima vi era stato un totale immobilismo da parte del Governo. Tutto è cambiato però con la convocazione di una riunione da parte del Ministero con le parti coinvolte mercoledì pomeriggio. Una riunione all’ultimo, da cui, visto il poco preavviso, non è uscito nulla di fatto, ma che ha costituito il cavillo formale che ha consentito al Governo di intervenire d’imperio con la riduzione dell’orario dello sciopero con meno di 48 ore di anticipo.

Appare quindi un evidente atto di forza contro i lavoratori quello che è avvenuto mercoledì pomeriggio, un vero e proprio esercizio di potere per sperimentare con metodo autoritario un ridimensionamento del diritto allo sciopero lanciando al mondo sindacale un chiaro messaggio e creando precedenti per gli anni a venire. Del resto, è stato lo stesso ministro Salvini a dichiararsi “orgoglioso” di aver accorciato uno sciopero nascondendosi dietro alla tutela degli utenti pendolari (falsamente, poiché i pendolari vedevano le loro fasce orarie già protette e una serie di treni garantiti per le loro necessità) o, ancor peggio, dietro ad argomenti pretestuosi e ridicoli come il fatto che “ci sono 35°C”, come se gli scioperi si potessero fare solo in determinate condizioni climatiche. Lasciando peraltro intendere in modo sibillino che i disagi, reali e drammatici, dei pendolari, sperimentati quotidianamente, siano legati alle proteste sindacali e agli scioperi quando è ben noto il livello di cronica carenza, sotto-finanziamento e disorganizzazione gestionale del trasporto pubblico locale soggetto da anni a privatizzazioni e/o tagli dei servizi e degli investimenti.

D’altro canto, le ragioni per cui le sigle sindacali del settore si sono mobilitate erano e rimangono sacrosante: “un adeguato piano di assunzioni, una mitigazione dei carichi di lavoro nella programmazione dei turni degli equipaggi, favorendo la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli della vita privata, il rilancio del settore manutenzione, la centralità della rete vendita e assistenza ai passeggeri e investimenti tecnologici, crescita professionale e percorsi formativi per tutto il personale degli uffici”.

D’altro canto, la situazione lavorativa in Italia, non solo nel settore delle ferrovie e del trasporto aereo, resta drammatica e bisognosa quindi non di uno, ma di due, tre, molti scioperi. Il Report dell’OCSE sull’Occupazione 2023 parla chiaro. L’Italia è, tra i grandi paesi sviluppati, quello che ha visto crollare maggiormente i salari reali. Un calo del 7,5% tra l’inizio della pandemia e il 2022. In più, i “salari contrattati” sono anche essi diminuiti in termini reali di oltre il 6% nel 2022, e, vista l’elevata copertura della contrattazione collettiva nel nostro paese, anche questo è un fatto alquanto significativo. Come se non bastasse, per quanto il tasso di disoccupazione sia comunque calato rispetto a quello che si registrava prima della pandemia, il 7,6% registrato al maggio 2023 rimane comunque ampiamente più alto della media OCSE del 4,8%.

Nel frattempo, in questo quadro occupazionale disperato, tra decreti pro-precarizzazione e l’eliminazione del reddito di cittadinanza, a fronte del drammatico aumento dei prezzi e della conseguente diminuzione del potere di acquisto dei lavoratori, viene presentata come misura di contrasto all’impoverimento la Carta “Dedicata a Te”. Un unico contributo di 382,50€ a famiglia. Un bonus, erogato un’unica volta, dal valore alquanto ridotto e oltretutto non cumulabile con qualsiasi altra misura di inclusione sociale. Insomma, i candidati a ricevere questo intervento sono solo quelle famiglie in difficoltà economiche ma che allo stesso tempo non godevano già di altri sussidi. Come se un bonus di 380€ possa risolvere da solo una situazione così complicata. A questo va aggiunto come questa carta sia destinata alle sole famiglie composte da almeno tre elementi ovvero da due genitori e almeno un figlio piccolo a carico, mentre non potranno essere beneficiari genitori single con figli a carico. Una limitazione assurda che tiene fuori dai beneficiari nuclei familiari monoreddito spesso in situazioni di forte bisogno economico, stabilita in pieno ossequio ai vincoli dell’austerità e al dogma del “non ci sono soldi per tutti”. Un’altra beffa, peraltro, risiede nel modo in cui l’importo può effettivamente essere speso: ovvero solo per una lista ben definita di prodotti di prima necessità. Ad esempio, si potranno acquistare caffè e zucchero ma non tisane e sale, in una logica malata in cui è il Governo a dirti come e dove puoi spendere ciò che ti viene dato. Conseguenza lineare di una visione punitiva e colpevolizzante in cui il povero è povero perché non sa come e dove spendere i suoi soldi. Carta che comunque verrà disattivata nel caso non venga effettuato nessun acquisto entro il 15 settembre, perché l’eventuale volontà di iniziare ad utilizzare questo importo più avanti durante la stagione fredda non è a priori concepito.

Insomma, in una situazione economica e sociale disastrosa, il governo, non pago delle misure legislative di precarizzazione del lavoro, mostra i muscoli attaccando i diritti fondamentali dei lavoratori colpendo con arroganza e nel peggiore dei modi il diritto allo sciopero e nel contempo elargisce elemosine selettive spacciandole per lotta alla povertà.

Di fronte a tutto questo e alla faccia di chi vorrebbe silenziare la protesta sociale è sempre più necessaria l’unione di tutte le lotte dell’ampio mondo dei soggetti subalterni che da anni subiscono le conseguenze nefaste di crisi economica, disoccupazione, bassi salari e generale peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

Fonte

10/12/2022

USA - La lotta dei ferrovieri mette a nuodo il ruolo reazionario dei democratici

La settimana a cavallo tra novembre e dicembre il Congresso statunitense si è mosso rapidamente per approvare una legge che ha impedito lo sciopero nazionale dei lavoratori delle ferrovie, pochi giorni dopo che il Presidente Biden aveva avvertito che tale sciopero avrebbe “devastato la nostra economia”.

La minaccia di uno sciopero dei ferrovieri si è profilata per mesi, dal momento che i lavoratori e le compagnie ferroviarie non sono riusciti a raggiungere un accordo che soddisfacesse le richieste dei sindacati per salari più alti, orari più flessibili e il pagamento dei congedi di malattia.

Se sei un ferroviere e ti ammali, negli USA, non vieni pagato, ma la tua flessibilità operativa è comunque massima.

Il rischio dello sciopero sembrava esser stato scongiurato a settembre, quando l’amministrazione Biden ha contribuito a mediare un accordo che prevedeva un aumento dei salari del 24%. Ma i lavoratori di 4 dei 12 sindacati ferroviari di categoria statunitensi – la maggioranza, comunque, degli iscritti complessivi ai sindacati – hanno respinto l’accordo quando è stato messo ai voti, soprattutto perché non includeva il congedo per malattia retribuito.

La sconfitta in queste votazioni ha spinto Biden a chiedere l’intervento del Congresso per scongiurare lo sciopero e di fatto “precettare” i lavoratori, costringendoli ad accettare un accordo da loro bocciato.

Nella maggior parte dei settori, il Congresso non ha l’autorità per imporsi all'interno delle controversie sindacali. Ma una legge del 1926, chiamata Railway Labor Act, conferisce ai legislatori il potere unico di imporre una risoluzione alle controversie che coinvolgono i lavoratori delle ferrovie.

Una legge che obbliga i lavoratori delle ferrovie ad accettare i termini dell’accordo iniziale è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti mercoledì e dal Senato il giorno successivo.

Una proposta di legge separata che avrebbe aggiunto sette giorni di congedo per malattia all’accordo iniziale è stata approvata alla Camera, ma è morta al Senato, dopo aver mancato la soglia dei 60 voti (su 100 senatori) necessaria per l'approvazione della leggi in aula.

Oltre il danno, la beffa.

La controversia ha messo Biden, che si è impegnato a diventare “il presidente più favorevole ai sindacati” nella storia degli Stati Uniti, in una situazione difficile: dover scegliere tra la difesa dei lavoratori del movimento operaio organizzato e il rischio di un colpo (di molto incerta portata) all’economia.

Molti legislatori democratici hanno fatto eco al sentimento di Biden secondo cui, per quanto fossero riluttanti a forzare un accordo contro la volontà dei lavoratori, il danno che uno sciopero avrebbe causato li ha “obbligati” ad intervenire.

I commentatori conservatori in genere plaudono a qualsiasi passo che indebolisca il potere dei sindacati, ma alcuni hanno accusato Biden di ipocrisia per aver agito in questo caso, dopo aver appoggiato le organizzazioni dei lavoratori in altre situazioni quando ciò gli ha giovato politicamente.

Il presidente ha subito il fuoco di fila dei sindacati del settore, che lo hanno accusato di essersi schierato dalla parte delle “ferrovie rapinatrici” per imporre un accordo che “farà ancora più male, infuriare e privare di diritti” i lavoratori delle ferrovie.

Alcuni democratici progressisti, tra cui il senatore Bernie Sanders, e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, avevano chiesto al Congresso di approvare una legge che soddisfacesse le richieste dei lavoratori in materia di congedi per malattia. Alla fine, però, nessuno di loro ha bloccato l’accordo a tutela dei congedi di malattia.

Alcuni critici di sinistra sostengono che Biden e i Democratici hanno tradito le promesse fatte al movimento sindacale, minando la capacità dei lavoratori ferroviari di far leva sulla loro forza per ottenere migliori condizioni di lavoro.

Altri sostengono che Biden avrebbe dovuto intervenire per forzare un accordo alle condizioni dei sindacati, invece di schierarsi con le compagnie ferroviarie che si rifiutano di fornire ai loro dipendenti miglioramenti basilari della loro qualità di vita nonostante profitti in continua crescita.

Come afferma un dirigente di uno dei sindacati che hanno bocciato l’accordo (la RWU) in una intervista che abbiamo tradotto:

“Le ferrovie non vengono gestite per spostare le merci, ma come una banca per estrarre ricchezza. Per correggere questa situazione, dobbiamo gestire le ferrovie come un’infrastruttura pubblica, come un elemento necessario della nostra economia, quali sono. Questo è un aspetto che RWU ha promosso: la proprietà pubblica. È un modo per passare all’offensiva, per iniziare a far capire che c’è un altro modo per farlo che non ha un effetto negativo altrettanto grande sui lavoratori.”

Fa un certo effetto sentire parlare di nazionalizzazioni di una struttura strategica negli USA.

Intervenendo per fermare lo sciopero, Biden ha fatto una precisa scelta di campo che pensiamo avrà ripercussioni negative nella percezione che il nuovo movimento operaio statunitense ha del partito democratico.

Le reazioni dei media

Facciamo una breve rassegna dei commenti nei maggiori quotidiani statunitensi e di alcuni media rilevanti, sintetizzandone sommariamente il giudizio.

“Biden avrebbe certamente gradito un accordo che soddisfacesse le persistenti richieste dei sindacati. Ma con le preoccupazioni economiche che continuano a pesare sugli americani, il presidente non era disposto a lasciare che si verificasse uno sciopero“. Joey Garrison, USA Today

“Biden ha fatto bene a intervenire, ma ha appoggiato la parte sbagliata“.

“Biden ha buone ragioni per preoccuparsi del fatto che uno sciopero provocherebbe notevoli perturbazioni economiche e potrebbe aumentare le pressioni inflazionistiche. Ma il presidente ha scelto il lato sbagliato della battaglia. Dovrebbe fare pressione sulle aziende affinché facciano delle concessioni“, Benyamin Appelbaum, New York Times.

“Non c’è nulla di male nell’applicare un accordo che avvantaggia entrambe le parti in causa“

“L’adozione dell’accordo Walsh-Biden, che Biden ha invitato a fare al Congresso, non preclude in alcun modo ai sindacati la possibilità di continuare a negoziare per ottenere più permessi di malattia a livello locale. L’accordo Walsh-Biden è un accordo equo, raggiunto attraverso le procedure corrette e accettato dalle ferrovie e dalla maggioranza dei sindacati“, editoriale del National Review

“I democratici lasciano libere le compagnie ferroviarie di sfruttare i lavoratori”

“Possiamo usare diverse cornici per comprendere questa storia. ‘Il tempo scorre verso la crisi!’ è una di queste. ‘Due parti non riescono ad accordarsi’ è un’altra. ‘I lavoratori stufi chiedono una dignità umana di base agli oligarchi rapaci’ è un’altra. Quest’ultima sarebbe così imprecisa?“, Paul Waldman, Washington Post

“Biden è stato finalmente costretto a mettere i bisogni degli americani di tutti i giorni al di sopra dei suoi alleati sindacali”

“Una risoluzione del Congresso che impedisca lo sciopero costringerebbe Biden, che ha già deciso di fare tutto bene come presidente, a mostrare per chi lavora davvero. Lavora per te e per la tua famiglia? Oppure lavora per un movimento sindacale moderno e viziato che non si fa scrupoli a tenere in ostaggio il paese per avere una leva in più nelle trattative contrattuali?“, editoriale del Washington Examiner

“I Democratici avrebbero dovuto approvare solo un piano che rispondesse alle richieste dei lavoratori”

“Il Congresso deve fare di più per garantire che le richieste dei ferrovieri siano soddisfatte prima di dire loro di tornare al lavoro. Dopo tutto, queste richieste non sono irragionevoli“, editoriale del Philadelphia I.

“Biden ha indebolito l’intero movimento sindacale”

“Le compagnie ferroviarie hanno tagliato posti di lavoro per spendere meno in salari e aumentare i profitti, costringendo i lavoratori dei treni con poco personale ad accettare condizioni punitive, orari più lunghi e poco tempo libero. Scegliendo di mettere alle strette i sindacati delle ferrovie, Biden sta facendo del suo meglio per garantire che questa dinamica di sfruttamento continui. Inoltre, sta indicando agli interessi delle aziende di altri settori che le sue convinzioni a favore dei lavoratori non si estendono al sostegno dei lavoratori quando questi minacciano di creare disagi o interruzioni, il che, ovviamente, è la loro unica vera fonte di influenza“, Luke Savage, Jacobin.

“I democratici si opporranno ai sindacati fuori controllo solo quando ne subiranno le conseguenze politiche”

“Uno sciopero ferroviario dirompente sarebbe negativo per l’economia quanto la chiusura delle scuole per i bambini. Ma questa volta Biden si preoccupa che il suo partito paghi un prezzo politico. Pensa a questa ipocrisia la prossima volta che il Presidente cercherà di intromettersi in industrie private come Amazon e Starbucks. O quando saranno i tuoi figli ad essere istruiti da un cattivo insegnante protetto da un sindacato. A Biden e ai Democratici non interessa chi ne soffre, purché non siano loro“, James Bovard, New York Post

“Il Congresso deve aggiornare le obsolete leggi sul lavoro per evitare queste situazioni in futuro”

“Abbiamo bisogno di una discussione più ampia su questo tipo di impieghi e su come risolvere questo tipo di controversie. ... Nessuno sembra mai avere la voglia di aggiornare alcuni di questi vecchi e goffi meccanismi che abbiamo. E probabilmente è già da molto tempo che è necessario farlo“, Kimberley Strassel, Wall Street Journal

Per comprendere meglio la vertenza abbiamo tradotto una intervista che Jonah Furman, del sito d’informazione sul movimento sindacale statunitense Labor Notes, ha fatto con il macchinista dello Iowa Ross Grooters, co-presidente di Railroad Workers United.

Buona lettura.

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Cosa serve ai lavoratori delle ferrovie per vincere?

Giovedì il Congresso ha votato per imporre un contratto a 120.000 lavoratori delle ferrovie merci e per evitare il primo blocco nazionale delle ferrovie in 30 anni. Questa decisione pone fine a tre anni di negoziati, mediazioni e interventi federali ai sensi del Railway Labor Act (RLA), la legge federale che regola i lavoratori delle ferrovie.

Negli ultimi mesi del processo, i lavoratori delle ferrovie hanno respinto diversi accordi provvisori, hanno organizzato picchetti informativi e hanno attirato l’attenzione nazionale sulla questione del congedo di malattia retribuito per i lavoratori delle ferrovie.

Lunedì la Casa Bianca ha annunciato l’intenzione di imporre ai lavoratori l’accordo provvisorio negoziato a settembre dal Segretario al Lavoro Marty Walsh. Grazie alle pressioni dell’opinione pubblica e alle manovre legislative, i progressisti hanno imposto un voto sui giorni di malattia retribuiti alla Camera, che è passato, ma la richiesta è stata respinta al Senato, dove il voto favorevole (52-43) non ha superato la soglia dei 60 voti.

Per tutta la durata dello scontro, Railroad Workers United (RWU), un’organizzazione di base di tutti e dodici i sindacati ferroviari, ha spinto per accordi più forti, per non votare i contratti sbagliati e per un’azione federale dalla parte dei lavoratori, piuttosto che delle aziende ferroviarie.

Jonah Furman di Labor Notes ha parlato con il macchinista dello Iowa Ross Grooters, co-presidente di Railroad Workers United, della lotta per il contratto, dei fallimenti della leadership del sindacato ferroviario e di come costruire un movimento sindacale ferroviario che possa vincere.

Labor Notes: Qual è la situazione attuale? Qual è l’accordo provvisorio che viene imposto ai lavoratori?

Ross Grooters: Direi che quello che il Congresso sta facendo ora è una sorta di pratica sindacale sleale. Perché le compagnie ferroviarie dovrebbero negoziare se il Congresso impone un accordo? Il Congresso ha agito molto prematuramente.

L’accordo provvisorio (TA) è nato da un comitato di emergenza presidenziale (PEB) dell’amministrazione Biden che ha emesso le sue raccomandazioni ad agosto. Per evitare uno sciopero ferroviario a settembre, il Segretario al Lavoro Marty Walsh e altri hanno agito da intermediari per riunire le ferrovie e i sindacati ferroviari e mediare alcune aggiunte al pacchetto del PEB, per cercare di ottenere un po’ di flessibilità.

Non lo definirei nemmeno “un fiocco sul pacchetto”: non era proprio all’altezza delle esigenze dei lavoratori delle ferrovie in relazione alla situazione che stiamo vivendo.

L’accordo provvisorio è stato quindi sottoposto agli iscritti. Otto sindacati lo hanno approvato (alcuni dopo molteplici tentativi), mentre quattro, che rappresentano oltre il 55% dei lavoratori delle ferrovie, lo hanno respinto.

Queste votazioni si sono svolte in una situazione in cui molte persone si sono rassegnate all’AT perché il Congresso può fare esattamente quello che sta facendo ora. Molte persone si sono sentite messe alle strette dal processo, dagli opinionisti e dai politici, e hanno pensato che non ci fosse la possibilità di fare meglio.

L’accordo provvisorio mediato da Walsh ha anche aggiunto all’accordo le cosiddette ‘squadre autosufficienti’. Puoi spiegarlo?

I pool autosufficienti sono un cambiamento nelle operazioni delle ferrovie per far sì che la riduzione del personale adottata con il “Precision Scheduled Railroading” si adatti all’accordo contrattuale. Perché in questo momento stanno ogni giorno violando i nostri accordi nazionali per far funzionare le ferrovie.

Un pool autosufficiente accelererà ulteriormente il ciclo lavoro-riposo per far tornare i lavoratori al lavoro più rapidamente. Così, invece di avere un orario in cui ci sono più persone davanti a te e sai che, ad esempio, sei la decima persona di quella lista a dover essere chiamata e sai che quel decimo treno arriverà domani – il che è ancora molto imprevedibile – ora, all’improvviso, puoi essere chiamato di punto in bianco per andare a lavorare, a quindici minuti da adesso, perché hanno bisogno di qualcuno per guidare un treno.

Come si è comportata la dirigenza del sindacato nei confronti dell’AT?

Se ti guardassi intorno e vedessi cosa sta facendo la dirigenza del settore ferroviario, riaffermeresti il punto di vista che non c’è più nulla da fare. La dirigenza del sindacato è stata lenta nel presentare i dettagli dell’accordo agli iscritti e, francamente, ha cercato di fare il doppio gioco, dicendo: “Beh, non vi dirò come votare” ma allo stesso tempo cercando di vendere il contratto in modo soft e parlando di quanto fosse “buono”.

Inoltre, i vari sindacati fissano date diverse per le votazioni degli accordi provvisori e per i periodi di riflessione. Non è che i lavoratori del settore ferroviario siano stati messi nelle condizioni di ottenere un contratto simile o identico tutti insieme.

Cosa ne pensi della valutazione secondo la quale i sindacati delle ferrovie hanno puntato su un accordo favorevole da parte del Partito Democratico e, quando questo non si è concretizzato, non hanno avuto un ‘piano B’?

Non mi è chiaro questo punto, credo. Parte del problema è che non faccio parte di queste conversazioni. Quello che ho visto è stata la mancanza di comunicazione durante i tre anni in cui non abbiamo avuto un contratto.

Anche la tempistica dell’AT: inizialmente non abbiamo avuto molte informazioni. Quando le abbiamo avute, sono arrivate dall’alto verso il basso. Alcune persone hanno visto il contratto, altre no, e in gran parte dipendeva da quanto un lavoratore fosse in contatto con la dirigenza. Le aziende si sono rifiutate di negoziare per tre anni e ora ci si aspetta che votiamo alla cieca.

Cosa pensano i ferrovieri della decisione dei progressisti al Congresso di votare per imporre l’accordo provvisorio come parte di un accordo per ottenere un voto sui giorni di malattia retribuiti?

Il ferroviere medio non ci fa caso. Il ferroviere medio sapeva che probabilmente sarebbe stato imposto dal Congresso. Per loro, credo, ci sono discussioni sul fatto che sia sufficiente. Ma i sette giorni di malattia retribuiti sono probabilmente quelli a cui si presta maggiore attenzione.

È una vittoria. C’è voluto molto lavoro da parte degli stessi progressisti che sono sotto accusa: persone come Jamaal Bowman, che si sono fatte avanti e hanno sostenuto l’inclusione dei giorni di malattia retribuiti. Credo che vadano elogiati per questa azione.

Non è stato facile farlo, soprattutto se il tuo presidente, il leader del tuo partito, ha detto: “No, i lavoratori delle ferrovie non meritano niente di più“. Si sono impegnati a fondo per i lavoratori delle ferrovie e credo che meritino un elogio per questo.

Capisco la frustrazione. Ma la mia frustrazione non è nei confronti dei politici che hanno votato per l’attuazione di questa cosa, è nei confronti del processo stesso. Non biasimo Alexandria Ocasio-Cortez, per esempio, per aver votato sì [all’attuazione per ottenere il voto sui giorni di malattia retribuiti, ndr].

Capisco i forti sentimenti al riguardo perché non sono in disaccordo: si tratta di una rottura dello sciopero e di una pratica sindacale sleale, ma questo è il processo; in un certo senso lo sapevamo già.

Non è stata una sorpresa per i lavoratori delle ferrovie. Non c’è animosità per questo voto. Era una conclusione scontata.

Il prossimo ciclo di negoziati ferroviari inizierà nel 2025. Cosa dovranno fare i sindacati e i lavoratori delle ferrovie per vincere la prossima volta?

Questo è ciò che dobbiamo chiederci. Se vogliamo vincere, dobbiamo cambiare il nostro modo di procedere.

Mi riferisco a Sara Nelson e all’Associazione degli Assistenti di Volo, che ha trovato il modo di lavorare all’interno dell’RLA per fare pressione sui loro datori di lavoro affinché negozino. Invece di proclamare uno sciopero nazionale, gli assistenti di volo hanno capito che anche in base all’RLA possono fare scioperi a rotazione che sono imprevedibili.

Per esempio, oggi scioperano ad Atlanta, in Georgia, e chiudono l’aeroporto, causando disagi in tutto il sistema: voli cancellati, ecc. Si tratta di una finestra breve, che può essere di un giorno o di otto ore. Si tratta di una serie di date che mettono sotto pressione le compagnie aeree affinché negozino.

Qualcosa di simile potrebbe essere provato con le ferrovie. Resta da vedere se avrebbe lo stesso effetto. Le ferrovie potrebbero reagire in modo molto diverso dal settore aereo. Ma è sicuramente qualcosa che si potrebbe tentare.

Questa è la radice del punto in cui ci troviamo oggi. Per fare questo è necessario organizzare l’adesione. È necessario tenere delle conversazioni e far sì che i membri si attivino per essere coinvolti nel processo. Questo è il primo passo.

Fino a quest’anno le trattative contrattuali non erano ancora state inserite nel radar dei ferrovieri. Negli ultimi due anni senza contratto, le cose sono state tranquille. E questo perché c’è uno scollamento tra la dirigenza e gli iscritti.

Non si è riusciti a sfruttare il potere dei membri della base per fare cose come picchetti informativi, far conoscere le storie, tutto il lavoro che potrebbe fare pressione sui capi. Per qualche motivo, il settore ferroviario ha eliminato questo aspetto dal processo.

Una delle cose che questa tornata di contrattazioni ha messo in luce è che i lavoratori delle ferrovie non hanno il lavoro che si pensava avessero. Abbiamo un discreto lavoro. Ma un tempo si trattava di un buon lavoro, perché possiamo bloccare l’economia. Perché siamo fondamentali per le infrastrutture della nazione e per le infrastrutture di trasporto merci. E questo non c’è più, è stato portato via.

Solo di recente le persone hanno iniziato a capire quanto sia difficile il lavoro dei ferrovieri, quanto siano difficili le esigenze di programmazione, l’incognita di quando si potrà andare a lavorare e le condizioni che abbiamo accettato perché avevamo dei benefit decenti o la possibilità di autogestirci quando avevamo più personale.

Solo negli ultimi cinque anni, con le ferrovie ‘di precisione’, tutto questo è stato davvero ridotto e i lavoratori sono stati schiacciati.

Direi che anche dalla prima fase del processo di negoziazione dell’RLA, tre anni fa, le condizioni di lavoro sono cambiate così tanto che il contratto che stiamo negoziando oggi non corrisponde alle condizioni di tre anni fa. Ecco quanto rapidamente sono cambiate le cose nelle ferrovie.

Railroad Workers United ha parlato di questo contratto. Siamo stati ripetutamente attaccati dai vertici del sindacato. La maggior parte delle volte gli attacchi consistono nell’affermare che stiamo condividendo informazioni errate o sbagliate. Ho letto il contratto. Credo di essere abbastanza bravo a leggere i contratti e a interpretarli. Credo che questa sia l’unica cosa che possono dire, perché i fatti non sono dalla loro parte.

E il modo in cui la dirigenza ha tentato di presentare questo contratto, ha ignorato gli aspetti negativi che stiamo sollevando. Perché i membri, sapendo, ad esempio, che abbiamo negoziato l’eliminazione degli aumenti dell’assistenza sanitaria nei futuri aumenti contrattuali, voterebbero contro il contratto.

La Brotherhood of Maintenance of Way Employes (BMWE) ha investito intelligentemente nell’organizzazione interna qualche anno fa. Sono stati tra i primi mestieri a dover affrontare l’esternalizzazione del lavoro e, rendendosene conto, hanno iniziato a cercare di attivare i propri iscritti. Hanno cercato di raggiungere i vari mestieri e di creare coalizioni contrattuali per fare picchetti informativi e lavorare insieme come sindacati di mestiere.

Grazie a ciò, ora abbiamo un caucus dei ranghi e delle file del BMWE e abbiamo visto i risultati nella votazione del contratto: gli iscritti al BMWE l’hanno respinto in modo piuttosto netto. Sono certo che i dirigenti del settore ferroviario non apprezzeranno, ma la proposta di congedo per malattia non è stata avanzata da loro, bensì dai membri dei ranghi.

Il lavoro ferroviario non è organizzato. Non siamo al punto in cui dovremmo essere. E gli iscritti non sono abbastanza attivi da permetterci di ottenere il genere di cose che vogliamo ottenere nei contratti futuri. Dobbiamo fare in modo che ciò accada.

Cosa succederà ora?

I lavoratori delle ferrovie otterranno un contratto, soprattutto per quanto riguarda i mestieri operativi [cioè conduttori e ingegneri], che porterà a un’ulteriore riduzione della forza lavoro. Abbiamo molti lavoratori che si avvicinano ai 20 anni di lavoro nel settore. Con 20 anni, a seconda dell’età, potresti avere diritto alla pensione. I lavoratori delle ferrovie hanno molti problemi di salute a causa del modo in cui lavoriamo e dello stile di vita.

E ci sono molti lavoratori anziani che sono pronti per la pensione e che stanno resistendo solo per ottenere gli stipendi arretrati e i bonus. Sanno che i termini di questo contratto continueranno a portare a una riduzione della forza lavoro. Non risolverà il problema alla radice dell’inadeguatezza del personale, per rendere il nostro posto di lavoro più sicuro, più sano e più sostenibile.

Questo contratto aiuta le ferrovie a trasformare questo lavoro in una porta girevole anziché in una carriera. E tra due anni torneremo al tavolo delle trattative.

A mio avviso, il lavoro che stiamo facendo ora non dovrebbe fermarsi. Questo è ciò che vorrei far capire ai ferrovieri e ai nostri alleati che hanno visto questo momento e si sono attivati.

Chi è frustrato dal Caucus Progressista, cerchi di tenere il problema in primo piano e di organizzarsi con noi. Continuate a fare pressione sui vettori; questa cosa non sparirà. I problemi che abbiamo continueranno e continueranno a mettere a rischio la catena di approvvigionamento e l’economia.

Le ferrovie non vengono gestite per spostare le merci, ma come una banca per estrarre ricchezza. Per correggere questa situazione, dobbiamo gestire le ferrovie come un’infrastruttura pubblica, come un elemento necessario della nostra economia quale sono.

Questo è un aspetto che RWU ha promosso: la proprietà pubblica. È un modo per passare all’offensiva, per iniziare a far capire che c’è un altro modo per farlo che non ha un effetto negativo altrettanto grande sui lavoratori.

Questo è il mio messaggio più importante. Negli ultimi due mesi abbiamo creato una rete di persone che si rivolgono alla RWU per avere una guida in questo processo.

Questo potrebbe essere fatto dai nostri sindacati ferroviari, che potrebbero avanzare richieste molto importanti per l’intera classe operaia. Non sono solo i lavoratori delle ferrovie ad avere bisogno di orari prevedibili e di tempo libero: tutti i luoghi di lavoro ne hanno bisogno.

Trasformare la lotta dei ferrovieri in una lotta di classe più ampia è la mia visione.

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03/12/2022

USA - Biden precetta i ferrovieri in sciopero

Un clamoroso esempio di come i “democratici” euroatlantici aiutano la destra a far proseliti tra i lavoratori. Biden ha deciso di precettare i ferrovieri in sciopero per i permessi retribuiti. E questo lascia campo libero al trumpiano Marco Rubio, di origine cubana (i “gusanos” controrivoluzionari espatriati nel corso dei decenni), di potersi fingere difensore della classe operaia: “Non voterò per imporre un accordo che non ha il sostegno dei lavoratori delle ferrovie“.

A voi l’articolo da Business Insider (certo non sospettabile di simpatie con i lavoratori...)

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Questa settimana il Presidente Joe Biden è intervenuto per scongiurare uno sciopero dei lavoratori delle ferrovie e mantenere in funzione le infrastrutture ferroviarie, anche se i lavoratori chiedono un contratto migliore con accesso a congedi per malattia retribuiti. Ora ha attirato le ire del senatore repubblicano Marco Rubio della Florida.

“Le ferrovie e i lavoratori dovrebbero tornare indietro e negoziare un accordo che i lavoratori, non solo i capi sindacali, accetteranno”, ha twittato martedì Rubio. “Ma se il Congresso è costretto a farlo, non voterò per imporre un accordo che non ha il sostegno dei lavoratori delle ferrovie”.

In una dichiarazione di lunedì, Biden ha detto di aver chiesto al Congresso di “approvare immediatamente una legge che adotti il Tentative Agreement tra i lavoratori delle ferrovie e gli operatori – senza alcuna modifica o ritardo – per evitare un blocco ferroviario nazionale potenzialmente paralizzante”.

Il Congresso può votare per intervenire e imporre un accordo ai lavoratori delle ferrovie, annullando il normale processo di contrattazione. Ciò impedirebbe ai lavoratori di scioperare e di negoziare ulteriormente l’accesso ai permessi retribuiti, una questione fondamentale per i membri del sindacato. A settembre, alcuni repubblicani del Senato hanno chiesto al Congresso di intervenire per imporre un accordo.

La Reuters ha riferito che i lavoratori volevano 15 giorni di malattia retribuiti, mentre le aziende ferroviarie hanno accettato un solo giorno personale retribuito nell’accordo provvisorio.

“Come Presidente orgogliosamente favorevole ai lavoratori, sono riluttante a scavalcare le procedure di ratifica e le opinioni di coloro che hanno votato contro l’accordo”, ha dichiarato Biden. “Ma in questo caso – in cui l’impatto economico di uno shutdown danneggerebbe milioni di altri lavoratori e famiglie – credo che il Congresso debba usare i suoi poteri per adottare questo accordo”.

Il Segretario ai Trasporti Pete Buttigieg ha fatto eco al sentimento di Biden. La Camera di Commercio statunitense, favorevole alle imprese, ha stimato che uno sciopero potrebbe costare all’economia 2 miliardi di dollari al giorno e bloccare una serie di servizi.

Mentre Rubio ha attaccato i capi sindacali, il processo contrattuale prevede che i membri del sindacato votino se ratificare l’accordo provvisorio. Il più grande sindacato del settore, insieme ad altri tre, ha votato contro, mentre il resto dei 12 sindacati coinvolti nelle trattative ha votato per la ratifica.

La mancanza di congedi per malattia nell’accordo ha suscitato le proteste dei lavoratori e dei politici. Ro Khanna, rappresentante democratico della California, ha twittato martedì: “Mi sfugge qualcosa? Perché le compagnie ferroviarie non permettono ai lavoratori di avere giorni di malattia retribuiti? Il nuovo accordo ne concede solo uno. È assurdo. Dobbiamo stare dalla parte dei lavoratori. Non è una cosa complicata”.

Michael Paul Lindsey, ingegnere di locomotiva nell’Idaho e membro del comitato direttivo di Railroad Workers United, ha dichiarato a Insider che si tratta di un “palese tradimento”, ma non è sorpreso.

“Ho pensato che fosse abbastanza ridicolo che qualcuno potesse pensare che ai Democratici o ai Repubblicani importasse davvero. In fondo, a loro interessa il denaro”, ha detto.

Tuttavia, ha aggiunto, “c’era sempre la speranza in fondo alla mia mente che forse qualcuno avrebbe fatto qualcosa che fosse davvero giusto per i lavoratori americani, per una volta, invece di fare solo ciò che è giusto per le aziende americane”.

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30/11/2022

Corea del Sud - Precettati i camionisti dell’industria del cemento

Il governo della Corea del Sud ha ordinato a circa 2.500 camionisti dell’industria del cemento in sciopero di tornare al lavoro martedì, un provvedimento senza precedenti che invoca altre leggi severe contro gli scioperi, mentre in tutto il paese i cantieri sono a corto di materiali da costruzione.

Il secondo sciopero in meno di sei mesi per il pagamento del salario minimo sta causando perdite giornaliere stimate in 300 miliardi di won (224 milioni di dollari) e sta interrompendo l’attività industriale della quarta economia asiatica, che prevede un crollo della crescita nel prossimo anno.

“Vi prego di tornare alle vostre postazioni prima che sia troppo tardi“, ha detto il presidente Yoon Suk-yeol durante una riunione di gabinetto. “Durante il mio mandato stabilirò con fermezza lo stato di diritto tra lavoratori e dirigenti e non scenderò mai a compromessi con l’illegalità“.

Mentre lo sciopero entra nel suo sesto giorno, la posa del cemento si è fermata in 508 cantieri, ovvero circa la metà del totale, a causa della scarsità nei rifornimenti.

L’industria del cemento stima una perdita cumulativa di produzione di circa 64 miliardi di won (47,81 milioni di dollari) a partire da lunedì.

Circa 1.000 dei circa 2.500 rimorchi di cemento sfuso sono guidati da camionisti sindacalizzati, ma l’industria ha effettuato solo un decimo delle spedizioni giornaliere necessarie per l’alta stagione, da settembre all’inizio di dicembre. Anche alcuni camionisti non sindacalizzati hanno, infatti, interrotto i trasporti.

Anche migliaia di altri camionisti che non operano nel settore del cemento sono in sciopero.

In un’intervista esclusiva a Reuters, Yoon ha dichiarato che la dura risposta del suo governo agli scioperi di quest’anno sta iniziando a stabilire lo stato di diritto nelle relazioni industriali.

Questo aiuterà a eliminare il rischio di pratiche di lavoro sleali, ha detto all’amministratore delegato di Tesla Elon Musk in una videochiamata la scorsa settimana.

Legge marziale per i lavoratori del settore cargo

L’amministrazione Yoon è la prima nella storia del Paese a emettere un ordine che costringe i lavoratori dei trasporti in sciopero a tornare al loro posto di lavoro.

Il mancato rispetto dell’ordine può portare a punizioni come la cancellazione delle licenze e tre anni di carcere o una multa fino a 30 milioni di won (22.550 dollari).

L’organizzatore dello sciopero, Cargo Truckers Solidarity Union (CTSU), ha definito la precettazione “antidemocratica e violenta”, nonché prova della mancanza di volontà di dialogo da parte del governo. I funzionari del sindacato hanno anche messo in guardia da ulteriori interruzioni nelle forniture di carburante e generi alimentari.

“L’ordine di tornare al lavoro equivale alla legge marziale per i lavoratori del settore cargo. No, è un ordine di morte“, ha dichiarato il sindacato.

Martedì il sindacato ha tenuto 16 manifestazioni in tutto il Paese.

Durante una protesta per la rasatura della testa nell’hub dei trasporti di Uiwang, il leader del sindacato Lee Bong-ju ha detto a centinaia di scioperanti che avrebbero sfidato l’ordine di inizio lavoro e intrapreso un’azione legale con l’aiuto di avvocati del lavoro specializzati.

Lee Kwang-jae, capo della sezione metropolitana di Seoul del sindacato, ha dichiarato alla Reuters che circa 2.000 camionisti si sono uniti al sindacato dopo il precedente sciopero di giugno, quando hanno lottato per difendere il loro salario messo minacciato dal caro carburante.

Ha espresso frustrazione per l’inazione dei politici, compreso il principale partito di opposizione, che detiene la maggioranza parlamentare.

Circa 76 squadre di funzionari governativi hanno iniziato a condurre indagini sul posto insieme alla polizia per ordinare a 2.500 lavoratori del trasporto del cemento di tornare al lavoro.

Circa 9.600 persone hanno manifestato durante il primo giorno di sciopero e il sindacato ha dichiarato che si stima che circa 25.000 autisti stiano scioperando, compresi molti che non lavorano nell’industria del cemento.

Se i lavoratori del trasporto del cemento non si adeguano, il governo può sospendere le loro licenze di trasporto per 30 giorni.

Le licenze possono essere revocate e il governo può chiedere un’azione legale per il potenziale carcere o per le multe, ha dichiarato a Reuters un funzionario del ministero dei trasporti.

Il governo non è disposto a estendere il sistema di retribuzione minima per altri tre anni, mentre il sindacato sostiene che dovrebbe essere permanente e di portata più ampia. I negoziati riprenderanno mercoledì, ma i funzionari del sindacato affermano che il divario è ancora troppo ampio per raggiungere un compromesso.

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24/09/2020

Scuola - Oggi e domani sciopero e manifestazioni in tutto il paese

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città.

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare la protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per venerdì 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare la mobilitazione del 25 settembre.

Infine, e non certo per importanza, venerdì 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza anti Covid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

Qui l’elenco degli appuntamenti nelle piazze delle varie città:

Giovedì 24 settembre:

ROMA – piazza Monte Citorio, ore 9

GENOVA – Palazzo Tursi (via Garibaldi), ore 10

PISA – piazza Vittorio Emanuele, ore 10

Venerdì 25 settembre

ROMA – MIUR (viale Trastevere), ore 9

MILANO – largo Cairoli, ore 9,30

TORINO – corso Vittorio Emanuele, ore 9

GENOVA – piazza Fanti d’Italia, ore 9,30

BOLOGNA – piazza Roosevelt, ore 9,30

FIRENZE – piazza Santissima Annunziata, ore 9,30

LIVORNO – piazza Cavour, ore 8,30

CATANIA – piazza Università, ore 10,30

Fonte

28/09/2017

Roma è una caserma: limitazione forzata allo sciopero, piazze vietate

Nella Capitale non si può scioperare per tutta la giornata. La “forte presenza turistica prevista nel fine settimana” (?) e la probabile alta adesione allo sciopero sono le ragioni per le quali la Prefettura ha deciso di ridurre, di fatto precettare, lo sciopero del trasporto locale previsto per il prossimo venerdì 29 settembre convocato dalla Usb. Dalle 24 ore lo sciopero quindi è limitato alla sola fascia 8,30 – 12,30.

I periodi di franchigia già esistenti (le cosiddette fasce di garanzia) a tutela della mobilità, costituiscono già una forte limitazione al diritto di sciopero e sono funzionali proprio al commercio ed alla ricezione turistica. Che poi tra le motivazioni della limitazione forzata dello sciopero ci sia la sua probabile riuscita e che questo costituisca un motivo per vietarlo, lascia decisamente sconcertati!

Ma forse su questa aria da caserma che si respira ormai nella Capitale, pesa la cattiva coscienza sulle tagliole che le autorità comunali, regionali e prefettizie si apprestano a realizzare contro i lavoratori, oggi dell’Atac domani delle altre municipalizzate. Infatti gli stipendi degli autisti Atac saranno pagati dall’azienda ma solo come “anticipazione”. Oggi infatti il Tribunale di Roma ha accolto la domanda di concordato preventivo presentata dall’Atac lo scorso 18 settembre 2017, avviando a tutti gli effetti il procedimento per la presentazione della proposta definitiva di concordato corredata del Piano e degli ulteriori documenti previsti dalla legge – prosegue la nota –. Il termine concesso è di 60 giorni e si compirà in data 27 novembre 2017. Sono stati nominati Commissari il Prof. Lener, il Prof. Sancetta e l’Avv. Gratteri.

Secondo quanto riportato nel Comunicato al personale, firmato dal direttore dell’Atac Paolo Coretti, con il quale il popolo dei tranvieri romani ha appreso che lo stipendio del mese sarà una sorta di “prestito ponte”, soggetto al giudizio e all’autorizzazione del Tribunale e potrà anche essere richiesto indietro qualora la complessa procedura fallimentare avviata da Atac su indicazione del socio unico Roma Capitale non dovesse andare in porto.

E’ così che l’incapacità di gestire la città, i suoi flussi turistici ed il pendolarismo (già enormemente penalizzato in condizioni di “normalità”), viene scaricata sui lavoratori ed utilizzata come arma per tappargli la bocca. Ad aggravare le cose è la consapevolezza che c’è un malessere diffuso e maggioritario nella categoria diventa una ragione per impedire che esso possa esprimersi.

Dopo il divieto della manifestazione a piazza Indipendenza per il pomeriggio del 29 settembre, poi autorizzata e infine nuovamente vietata, adesso è arrivato dalla Prefettura questo nuovo attacco alle libertà ed al diritto di espressione che conferma l’atteggiamento autoritario delle istituzioni romane.

La Questura non ha voluto che piazza Indipendenza diventasse il simbolo delle violenze ingiustificate ai migranti e della xenofobia di stato. E soprattutto non si vuole che si saldi il fronte delle ingiustizie, che si uniscano quelli che si vuole mantenere divisi.

La manifestazione di venerdì pomeriggio si sposta quindi in piazza del Campidoglio e la questione democratica diventa centrale. Mentre i piani di privatizzazione vanno avanti, mentre continuano a non pagare gli stipendi di centinaia (o migliaia?) di lavoratori in appalto, mentre continuano gli sgomberi nelle case popolari, intanto riducono fortemente lo sciopero e vietano le piazze. Questione democratica e questione sociale devono tornare a saldarsi, il 29 Roma è chiamata a non farsi imbavagliare.

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