Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/10/2026
Chi governa Berlino?
Questo successo non ha nulla di misterioso. Si basa su un lavoro di fondo. Durante la campagna, migliaia di volontari di Die Linke hanno battuto i quartieri. Porta dopo porta. Palazzo dopo palazzo. Si sale, si scende, si risale. Niente belle brochure sotto il braccio, solo una domanda: cosa impedisce alla gente di dormire?
Per centinaia di migliaia di berlinesi, la risposta salta agli occhi, e fa male: l’affitto. Quella busta che cade nella cassetta delle lettere ogni mese. Quella certezza che una parte sempre più grande dello stipendio finisce dritta sul conto di un padrone di casa anonimo.
Die Linke vuole affitti accessibili, spezzare il potere dei giganti immobiliari quotati in Borsa e far finalmente rispettare il referendum. Nel 2021, più di un milione di berlinesi aveva votato per la socializzazione dei grandi parchi immobiliari privati.
Sul tema della casa, nessun altro partito ispira tanta fiducia ai berlinesi. I numeri parlano da soli: all’indomani del voto, il 37% di tutti i berlinesi ritiene che sia Die Linke ad avere le soluzioni migliori per abitare a un prezzo accessibile.
L’establishment contrattacca: il grande ribaltamento del dibattito
Die Linke ha vinto sul concreto: la casa, gli affitti, la proprietà. Ma in un batter d’occhio, la stampa e i salotti televisivi non ne parlano quasi più. Da un giorno all’altro, il dibattito politico ruota attorno ad accuse di antisemitismo.
Attorno alla Rote Hilfe, un’organizzazione di solidarietà di sinistra che fornisce sostegno legale a militanti e detenuti. Attorno a presunti legami con “clan” criminali. Attorno all’idea che parti del partito uscirebbero dal quadro democratico accettabile. Nei media, la questione non è più come far scendere gli affitti, ma se Die Linke sia «semplicemente in grado di governare».
È il grande ribaltamento. Non si parla più degli affitti inaccessibili, dell’onnipotenza dei gruppi immobiliari, della crisi abitativa. Si parla della legittimità del partito che ha vinto le elezioni proprio su quei temi. Nel frattempo, dietro le quinte, l’establishment federale si adopera per rendere giuridicamente impossibile qualsiasi socializzazione dei giganti immobiliari, la famosa Vergesellschaftung. Anche se l’articolo 15 della Legge fondamentale tedesca la consente in linea di principio.
Quello a cui assistiamo è una controffensiva organizzata dei blocchi di potere economici e politici in carica. Aprono diversi fronti contemporaneamente: economico, giuridico, politico e ideologico. Passiamo in rassegna le nove forze che si sono schierate in ordine di battaglia contro Die Linke a Berlino.
1. Il capitale immobiliare
Lo scontro più frontale oppone Die Linke al capitale immobiliare. Il partito vuole espropriare i gruppi immobiliari a scopo di lucro che possiedono più di tremila alloggi. Nella città sono interessati più di 200.000 alloggi. In prima linea: Vonovia, il più grande gruppo immobiliare d’Europa, che da sola detiene 138.000 appartamenti a Berlino.
Il 21 settembre, all’indomani del voto, il BFW Berlin-Brandenburg, la lobby dei promotori privati, lancia il segnale d’allarme. Denuncia «un ritorno indietro in materia di politica abitativa». L’espropriazione frenerebbe le costruzioni. Il capitale privato fuggirebbe.
La BBU, la federazione dei locatori di Berlino-Brandeburgo, è a sua volta sul piede di guerra. Sui giornali Handelsblatt, Die Welt, Die Zeit e Tagesspiegel, agita lo spettro di «massicci rischi di disinvestimento». In breve: se si minaccia anche solo minimamente il suo modello di proprietà e di profitto, la lobby immobiliare scende immediatamente in campo.
È la lotta di classe nella sua forma più materiale. Die Linke vuole passare il potere dei grandi proprietari immobiliari verso gli inquilini e la proprietà pubblica. Il settore immobiliare vuole mantenere il regno della proprietà privata, delle rendite locative e dei ritorni sugli investimenti.
La posta in gioco è quanto mai concreta: a chi appartengono gli alloggi, chi incassa gli affitti, dove vanno i soldi pubblici, e chi ha il diritto di deciderne?
2. Il capitale finanziario
Chi dice immobiliare dice banche. Lo stesso 21 settembre, Die Deutsche Kreditwirtschaft, la potente federazione del settore bancario tedesco, lancia un avvertimento ufficiale. Socializzare gli alloggi farebbe fuggire il capitale privato. Complicherebbe il finanziamento immobiliare. Farebbe lievitare i premi di rischio. E poiché l’ipocrisia non ha limiti, «ridurrebbe i mezzi disponibili per l’istruzione e la politica sociale».
Come se le banche tedesche si fossero mai preoccupate di questo genere di cose negli ultimi decenni.
I mercati reagiscono all’istante. Il titolo di Vonovia subisce un colpo e arretra dell’1,7% controcorrente rispetto al mercato, raggiungendo il livello più basso da giugno 2023. Anche Deutsche Wohnen ne risente. Perché? Perché per questi signori, un alloggio a Berlino non è un luogo dove si vive, dove si ama, dove si crescono i figli. Per il grande capitale, gli alloggi sono veicoli di investimento e garanzie che permettono in cambio di fare montagne di debiti.
Togliete questi alloggi dal mercato privato, e non colpirete solo il padrone di casa, ma anche il gestore di fondi, il banchiere e lo speculatore: tutto l’ecosistema parassitario di Francoforte. Anche questa è lotta di classe.
3. Il grande padronato berlinese
Il capitale berlinese tradizionale si era trincerato ben prima del voto. Le quattro grandi organizzazioni padronali, la Camera di commercio (IHK Berlin), la Camera delle arti e mestieri, la VBKI e l’UVB, avevano serrato i ranghi nella loro “Wahlarena der Berliner Wirtschaft”. In questo forum elettorale comune, i principali partiti venivano a difendere il loro programma economico davanti al padronato organizzato.
Il loro lobbismo non si ferma la sera delle elezioni. Dopo la vittoria di Die Linke, il presidente della VBKI, Harald Christ, monta sul suo cavallo di battaglia. Il suo messaggio? «Chi vuole espropriare la proprietà privata in questa città gioca con il nostro futuro».
La VBKI è uno dei circoli più esclusivi della Berlino degli affari, di quelli che vivono più dei redditi delle loro proprietà e del lavoro altrui che del proprio lavoro. Per Harald Christ, che non è mai stato eletto a nulla, un partito «che non si distacca chiaramente dall’antisemitismo» non dovrebbe nemmeno governare.
Le due linee d’attacco dell’establishment convergono perfettamente qui. Da un lato, la difesa della sacrosanta proprietà privata. Dall’altro, il ricatto morale. Die Linke deve essere trattata da paria finché non si piega a tutte le esigenze dell’establishment.
4. L’industria degli armamenti
Secondo fronte economico: l’industria degli armamenti. I militaristi sognano di fare di Berlino un crocevia dell’industria bellica. Die Linke non vuole. Nessuna espansione dell’industria militare in città. Nessuna propaganda militare per le strade. Nessun reclutatore dell’esercito nelle scuole.
È bestemmiare in piena messa del militarismo tedesco. Avido di nuovi contratti miliardari, il complesso militare-industriale vuole fare della Regione Berlino-Brandeburgo un polo della difesa e dell’aeronautica. La ministra dell’Economia del Land del Brandeburgo, Martina Klement, ha già avvertito che il suo Land «andrà da solo se necessario» se Berlino bloccherà i suoi progetti. Punta il dito contro l’ostilità di Die Linke verso la Rüstungsindustrie, l’industria degli armamenti.
Anche questa è lotta di classe: Berlino diventerà un ingranaggio dell’economia di guerra in pieno sviluppo, o le farà da argine?
5. Lo Stato federale e il veto istituzionale
La pressione non viene solo dalle banche, dai promotori e dalle lobby. Interi pezzi dell’apparato statale entrano direttamente nella danza.
Che Die Linke non debba in nessun caso guidare la formazione del governo berlinese, sembra essere stato deciso prima ancora della chiusura dei seggi. Il 20 settembre, pochi minuti dopo le 18, a urne appena chiuse, il cancelliere Friedrich Merz pronuncia un discorso dal messaggio limpido: mantenere la rotta, qualunque cosa dicano gli elettori.
Il giorno dopo, Merz annuncia di voler accelerare una legge federale contro la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari. La sua coalizione si era già accordata sul principio, ma con la vittoria di Die Linke, la questione diventa improvvisamente urgente.
Bisogna, secondo Merz, rassicurare gli investitori internazionali: in Germania, la proprietà privata è al sicuro e non si espropria alla leggera. Che questo messaggio venga da Merz non è banale. Prima del suo ritorno in politica, ha presieduto dal 2016 al 2020 il consiglio di sorveglianza della filiale tedesca di BlackRock, uno dei più potenti gestori di asset al mondo.
Tutto ruota attorno all’articolo 15 della Legge fondamentale. Dal 1949, prevede nero su bianco che il suolo, le risorse naturali e i mezzi di produzione possono, per legge, essere trasferiti alla proprietà collettiva o ad altre forme di economia collettiva, dietro indennizzo fissato dalla legge. Questo articolo non è mai stato applicato. Tutta la battaglia di Berlino è sapere se potrà esserlo, per la prima volta, contro i grandi gruppi immobiliari.
Altri responsabili non sono da meno. Il presidente del Consiglio bavarese Markus Söder (CSU) minaccia di rimettere in discussione i trasferimenti finanziari verso Berlino se la città virerà troppo a sinistra. La Baviera è uno dei Länder più ricchi e uno dei principali contributori netti alla redistribuzione tra i Länder. La Baviera è ricca, la Baviera paga. Quindi Söder vuole dettare a Berlino come votare. Una pericolosa «lega-nordizzazione» del federalismo tedesco: la regione ricca che si compra la democrazia della regione povera.
Anche alcuni ministri si intromettono, servendosi della loro funzione ufficiale. La ministra federale dell’Economia, Katherina Reiche, ha usato l’account Instagram del suo ministero per attaccare Die Linke sulle espropriazioni, l’antisemitismo e presunti legami con la criminalità organizzata. Die Linke ha agito le vie legali invocando il dovere di neutralità delle istituzioni pubbliche.
Persino la giustizia si invita nel dibattito. In piena polemica su presunti contatti tra Die Linke e “clan” criminali, la procuratrice generale di Berlino, Margarete Koppers, ha avvertito che le reti criminali cercano deliberatamente di avvicinare i responsabili politici. Non ha accusato Die Linke per nome, ma il suo intervento ha dato un peso istituzionale supplementare all’immagine che si stava fabbricando attorno al vincitore delle elezioni.
Merz e il suo vice-cancelliere e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil (SPD), sanno benissimo cosa è in gioco: se la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari riesce a Berlino, l’idea potrebbe farsi strada altrove, nell’automotive, nell’energia o in altri settori strategici.
È proprio questo precedente che bisogna uccidere sul nascere. Una vittoria elettorale di Die Linke non deve assolutamente scuotere l’ordine della proprietà, e ancor meno diventare un esempio che appiccherebbe il fuoco ad altre lotte sociali.
6. La polizia e l’apparato di sicurezza
Sesta linea di pressione: l’apparato di polizia. Dopo le elezioni, alcuni sindacati di polizia berlinesi hanno avvertito che un governo guidato da Die Linke rischierebbe di indebolire la polizia limando i suoi poteri, i suoi mezzi di sorveglianza e di repressione. La Gewerkschaft der Polizei (GdP) è andata oltre, avvertendo SPD e Verdi che «la sicurezza di questa città è in gioco». Ha persino lasciato intendere che agenti potrebbero lasciare Berlino per altri Länder.
La minaccia ha presto preso una piega molto concreta. I governi CDU del Baden-Württemberg e del Brandeburgo hanno apertamente invitato i poliziotti berlinesi a fare i bagagli, collegando esplicitamente la loro campagna di reclutamento alla prospettiva di un governo guidato da Die Linke.
È una pressione organizzata, un ricatto in piena regola da parte di alcuni sindacati di polizia e di governi regionali conservatori: adottate la nostra visione della polizia e della sicurezza, o svuoteremo i ranghi della vostra polizia.
7. L’ambasciata d’Israele
E poi c’è l’elefante nella stanza: la campagna sull’antisemitismo. Il 26 settembre, l’ARD, il grande network pubblico radiotelevisivo tedesco, constatava che la polemica sull’antisemitismo aveva «eclissato tutti gli altri temi dalla vittoria elettorale».
In linea di principio, un ambasciatore non deve immischiarsi direttamente nella vita politica del paese che lo ospita. Ciò non ha impedito all’ambasciatore d’Israele, Ron Prosor, di denunciare, dopo la vittoria di Die Linke, una «minaccia esistenziale immediata» per la comunità ebraica a Berlino. Fedele sostenitore di Netanyahu e fustigatore della Corte penale internazionale, Prosor accusa parti di Die Linke di «antisemitismo sfrenato» e di ostilità verso Israele.
Quasi nello stesso momento, Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, interpellava direttamente SPD e Verdi: chiunque aiuti Die Linke a entrare al Rotes Rathaus, il municipio rosso di Berlino, mette secondo lui in pericolo la coesione sociale e la comunità ebraica.
Nel SPD e nei Verdi, questa pressione israeliana trova un’eco. L’eletto SPD Martin Hikel giudica impossibile cooperare con un partito che, secondo lui, «tollera dichiarazioni antisemite». L’antisemitismo e la difesa di Israele sono ormai al centro delle prime discussioni tra Die Linke, il SPD e i Verdi. L’intervento israeliano pesa così direttamente sul clima in cui si negozia il futuro governo berlinese.
Dietro tutto ciò si delinea un intreccio strategico più ampio. Nonostante il genocidio a Gaza, la Germania e Israele rafforzano la loro cooperazione militare-industriale. Quest’anno, il produttore di armi israeliano Elbit Systems ha firmato nuovi accordi strategici con, tra gli altri, TKMS e Diehl Defence, in particolare per sistemi d’arma navali e droni destinati alla Bundeswehr. Elbit conta di aprire fino a otto nuovi siti in Germania negli anni a venire.
La battaglia attorno a Israele ha quindi anch’essa una dimensione materiale. Non si tratta solo di Gaza, dell’apartheid e del colonialismo di insediamento israeliano, ma anche di un intreccio militare e industriale sempre più stretto. In questo contesto, l’etichetta «antisemita» assume una carica politica del tutto particolare quando la si appiccica alle forze che si oppongono al governo israeliano, al riarmo tedesco o a questa crescente cooperazione militare-industriale.
8. ELNET: la rete di lobbying internazionale
Oltre all’ambasciata, esiste tutta un’infrastruttura di lobbying. E una cosa colpisce: ogni volta che una sinistra sfonda nelle urne, l’antisemitismo torna al centro del dibattito.
In Gran Bretagna, tre grandi quotidiani hanno affermato all’unisono, nel 2018, che un governo guidato da Jeremy Corbyn avrebbe rappresentato una «minaccia esistenziale» per la comunità ebraica. Bisognava delegittimare Corbyn perché rompeva con il consenso su Israele, sosteneva apertamente la causa palestinese e difendeva un programma socio-economico in rottura frontale con l’establishment britannico. L’accusa di antisemitismo è diventata un’arma in una battaglia più ampia: dichiararlo inabile al potere.
Stesso scenario in Francia. Nel 2024, Yonathan Arfi, presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF), dichiarava che «La France Insoumise non ha posto al governo». Motivo invocato, anche qui: l’«antisemitismo».
In realtà, era la critica del genocidio a Gaza da parte della sinistra a essere presa di mira. Prima delle recenti elezioni municipali, il servizio francese di vigilanza e protezione contro le ingerenze digitali straniere Viginum ha persino portato alla luce una vasta campagna di disinformazione israeliana, orchestrata dall’oscuro ufficio Blackcore. Siti falsi, profili falsi, notizie false, bot dopati con l’IA: i candidati LFI sono stati sistematicamente infangati.
A Berlino, gli sguardi si rivolgono soprattutto verso ELNET Deutschland, un’organizzazione di lobbying che vuole stringere i legami tra Israele e l’Europa. Il finanziamento di questa impresa proviene principalmente dagli Stati Uniti. In un solo anno, l’ufficio tedesco ha ricevuto più di un milione di euro da ELNET US.
ELNET ha finanziato viaggi in Israele per almeno 51 deputati del Bundestag. Poco prima delle elezioni berlinesi, ha fatto venire sei ufficiali delle Tsahal nella capitale per incontrare responsabili politici, la Bundeswehr e i media. ELNET è così un anello chiave tra i circoli di sicurezza israeliani e l’establishment politico tedesco, con mezzi considerevoli e un accesso diretto ai decisori.
Nel dibattito politico berlinese attuale, questa infrastruttura contribuisce a creare un clima politico in cui l’atteggiamento verso Israele è sempre più usato come criterio per determinare chi può o non può governare.
9. Gli Stati Uniti
Resta l’ingerenza americana. Nella loro National Security Strategy ufficiale, gli Stati Uniti non fanno mistero del loro sostegno attivo alle forze di estrema destra e nazionaliste in Europa, dal Rassemblement national in Francia all’AfD in Germania. Per Trump, un’Europa simile presenta un doppio vantaggio: alleati più vicini a Washington, e un’Unione europea divisa, incapace di affermarsi come potenza autonoma.
Negli ultimi anni, pesi massimi americani, da Elon Musk a Donald Trump passando per JD Vance, Marco Rubio e l’ex ambasciatore Richard Grenell, si sono apertamente immischiati nella politica tedesca, il più delle volte per offrire all’AfD legittimità e spazio politico.
Quando l’AfD ha sfondato in Sassonia-Anhalt, Trump, Musk e Grenell erano in prima fila ad applaudire. Trump ha salutato pubblicamente il risultato, Musk ha scritto «Gut gemacht!» e Grenell ha parlato di «una grande vittoria e di un giorno nuovo per la Germania». Succedeva appena due settimane prima delle elezioni berlinesi.
Allo stesso tempo, l’ambasciata americana in Germania ha sbloccato quest’estate circa 400.000 dollari per organizzazioni della società civile, in particolare per progetti di lotta contro l’antisemitismo («countering antisemitism»). Fondi diplomatici per pesare sull’agenda politica interna. Su istruzione di Washington, le ambasciate americane in Europa alimentano la caccia alle streghe contro la sinistra, mentre mettono il piede nella staffa all’estrema destra.
Un’ammissione di debolezza
Sommate tutte queste forze, banche, gruppi immobiliari, padronato, industria degli armamenti, giustizia, governo federale, ambasciate, capitale internazionale, e vedrete cosa si sta giocando davvero a Berlino. Diverse frazioni della classe dominante, ciascuna con i propri interessi, fanno blocco non appena si toccano i rapporti di proprietà e di potere.
Il primo fronte è materiale. Il capitale immobiliare difende i suoi affitti e il suo patrimonio fondiario, le banche i loro crediti e le loro garanzie, gli investitori i loro rendimenti, l’industria degli armamenti i suoi contratti miliardari e i suoi ordini pubblici. I loro interessi divergono, ma convergono su un punto: Die Linke non deve toccare la presa del capitale privato sulla casa, sull’investimento e sul denaro pubblico.
Il secondo fronte è politico e ideologico. Non appena questi interessi materiali sono minacciati, il dibattito scivola verso l’antisemitismo, l’estremismo, la Rote Hilfe e presunti legami con i clan criminali. Non si tratta più solo di bloccare riforme concrete. Si tratta di spingere Die Linke fuori dal campo politico accettabile.
Ma siamo onesti: questa campagna di calunnie disperata è soprattutto una formidabile ammissione di debolezza. Le élite trascinano Die Linke nel fango per mancanza di argomenti. Nessuno può guardare i berlinesi negli occhi e dire loro che una topaia a 1.500 euro al mese è normale. La crisi abitativa non è una posizione estremista. È il quotidiano dell’immensa maggioranza della popolazione, compresi molti elettori del SPD, dei Verdi e della destra.
Poiché non può vincere quel dibattito, l’establishment tenta di imporne un altro. Le cortine fumogene si susseguono: «Antisemitismo!» «Clan!» «Islamisti!» «Rote Hilfe!» Meno si risponde alla questione sociale, più si grida sulla presunta incapacità di Die Linke di governare.
Il vero estremismo non è un partito che organizza gli inquilini. Il vero estremismo è una società in cui milioni di persone sono cacciate dalla loro città perché una manciata di avvoltoi reclama il suo rendimento. Il vero estremismo è un sistema che riduce la casa alla speculazione e la guerra a un business.
Die Linke ha vinto la battaglia sulla questione fondamentale: a chi appartiene Berlino? Chi fissa le regole, chi controlla gli immobili e a chi deve servire la città? La risposta dei berlinesi è stata chiara. La violenza della controffensiva mostra quanto il campo avverso comprenda bene cosa è in gioco.
Questa polarizzazione non deve spaventare nessuno. È semplicemente il rumore della lotta di classe: i poteri economici difendono i loro beni e il loro capitale, i poteri dello Stato tentano di blindare il perimetro entro cui un risultato elettorale ha il diritto di cambiare qualcosa.
Un profumo di panico aleggia nei circoli del potere. Non è il momento di mettersi sulla difensiva né di arretrare. È il momento, più che mai, di appoggiarsi alla popolazione e mobilitarsi. Perché è proprio qui che si gioca la questione decisiva: chi forma realmente la maggioranza a Berlino, e chi ha il potere di sbarrargli la strada?
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05/10/2026
Il diritto all’abitare, una questione centrale dello scontro in corso
Quanto sta accadendo nello Stato Spagnolo sul diritto all’abitare è forse il punto più avanzato dello scontro che il capitale e la borghesia portano ai settori popolari e ai lavoratori.
L’austerità imposta dalle politiche guerrafondaie dell’Unione Europea sta provocando in molti Paesi una crisi senza precedenti; licenziamenti di massa, blocco dei salari, aumenti del carburante, dell’elettricità e del gas, impossibilità per le masse popolari e per le famiglie dei lavoratori di sostenere l’aumento fortissimo dei prezzi dei beni di prima necessità e il costante aumento dei costi per le abitazioni e il conseguente dilagare degli sfratti per chi non riesce più a sostenere i costi di mutui e affitti alle stelle sono tutti elementi dello scontro di classe in Europa.
Il timido tentativo del governo dello Stato Spagnolo di correre ai ripari, dopo l'enorme sollevazione popolare che ha respinto lo sfratto di una donna anziana dalla casa in cui abitava da molti anni, ha prodotto l’immediata levata di scudi della destra, da quella cosiddetta moderata a quella più estrema, che ha affossato anche un timido e insufficiente provvedimento ribadendo la propria mission, la difesa degli interessi della borghesia, delle grandi multinazionali dell’abitare e dei gruppi speculativi.
La lotta per il diritto alla casa nello Stato Spagnolo, la lotta degli studenti francesi per il diritto allo studio per tutti e di qualità, le lotte contro i licenziamenti e la trasformazione degli impianti in fabbriche di armi e di morte in Germania e Italia, il rifiuto del servizio militare da parte dei giovani europei, gli scioperi unitari dei portuali del mediterraneo per impedire il trasporto e il traffico di armi sono però segnali importanti di una ripresa complessiva del conflitto tra lavoro e capitale che va sostenuto in ogni Paese attuando i principi della solidarietà internazionalista, mettendo in relazione le lotte nei vari Paesi, contribuendo alla diffusione della controinformazione sulle lotte in corso, mantenendo aperti spazi di democrazia e di conflitto di classe, difendendo chi lotta dalla repressione.
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Piazze in collera, la vera “unità europea”
I temi segnano il campo di battaglia tra classi sociali nettamente definite, al di là del sogno liberista dell’individualizzazione totale e della “società liquida” (cioè, liquidata...).
In Spagna lo sfratto di una 87enne in barella, da sempre abitante in quella casa e da sempre in regola con i pagamenti, ha improvvisamente rotto l’indifferenza sociale per le tante piccole ingiustizia quotidiane. Quell’anziana buttata per strada solo perché uno dei tanti “fondi avvoltoio” aveva comprato lo stabile in cui viveva, pretendendo di quintuplicare l’affitto, ha visivamente svelato la condizione in cui tutti viviamo: dentro un sistema economico che produce sempre meno e dove i profitti si fanno con la speculazione (immobiliare, ma non solo), la truffa, la prepotenza.
Un trattamento al di là dell’inumano del tutto simile – per l’indifferenza con cui si distruggono le vite – a quanto accade a Gaza o in Libano. Cambiano i metodi, ovviamente, non i risultati.
Così ora le piazze strabordano di gente che fa rumore, agitando le chiavi o suonando le pentole. Oltre mezzo milione a Madrid, decine di migliaia ovunque nel paese (Bilbao, Malaga, Alicante, Palma de Maiorca, Canarie). A Valencia la polizia – ideologicamente di destra, come ovunque – ha attaccato il corteo che aveva circondato il Palau de las Artes, dov’era in corso un congresso di avvoltoi immobiliaristi. “Sciopero generale” è la richiesta immediata, perché anche in Spagna i sindacati hanno i riflessi lenti...
La politica di palazzo ne esce stravolta. Tutti fin qui rassegnati all’avanzata irresistibile delle destre, trainate da un tema semi-finto come quello dell’immigrazione (in cui la parte di “realtà” è dovuta alla esibita assenza di politiche inclusive e quindi alla creazione della “percezione di insicurezza”), scoprono che le questioni di classe sono determinanti. Persino tra gli elettori di destra, secondo gli ultimissimi sondaggi spagnoli, oltre il 55% è favorevole a mettere un tetto agli affitti, perché le tasche vuote cominciano a pesare più dell’allarmismo sul “nemico esterno”.
È la stessa dinamica che in Francia contrappone un governo di banchieri senza neanche la maggioranza in parlamento a piazze stracolme di giovanissimi che hanno chiara solo una cosa: il loro futuro sarà di merda, se non cambiano ora il corso della Storia.
Anche lì, per l’establishment, la soluzione parafascista è una prospettiva accettabile, meglio ancora se con Marine Le Pen al posto dell’“antisemita da giovane”, Jordan Bardella. Mentre il nemico assoluto è La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’unica forza capace di dare una prospettiva a quel popolo.
In Germania, tra riarmo, foia guerrafondaia, crisi industriale, appoggio al genocidio dei palestinesi, tutto sembra spingere tranquillamente verso una deriva neonazista – anche lì – che usa i migranti come specchio per allodole invecchiate.
Poi Berlino dice che si può percorrere un’altra strada – anche lì a partire dalla casa, dalla speculazione immobiliare, dai servizi sociali in ritirata – e una legge che reintroduce il servizio militare obbligatorio (un po’ alla volta, perché si credono furbi) fanno capire a tutti che se si resta fermi ci si può aspettare solo povertà e guerra. E quindi in piazza...
Il neoliberismo vincente per oltre 30 anni ha eroso i fondamenti della coesione sociale in Europa. L’austerità di bilancio ha spostato il timone degli Stati dalle mani di una classe politica obbligata a render conto alla popolazione in quelle di “mercati finanziari” che badano soltanto alla trimestrale di cassa. E con l’orizzonte dei prossimi tre mesi, senza futuro né grandi strategie, se non incassare il più possibile il prima possibile.
È l’ora dei poveri e dei popoli che devono tornare a farsi sentire per poter sopravvivere ed evitare, magari, il genocidio silenzioso nascosto sotto le vesti del “gelo demografico”, conseguente a salari ormai sotto il livello della “riproduzione della forza lavoro”.
E come sempre il potere reagisce con l’ultimo strumento che gli resta, dopo aver eliminato il welfare (e la democrazia): la polizia.
Non sarà un autunno breve... E in fondo è l’anno più caldo di sempre, no?
Fonte
04/10/2026
La Spagna verso il voto, ma per “ragioni di classe”
I governi che restano a metà strada tra cambiamento radicale e compromessi con gli interessi costituiti non vanno mai molto lontano.
In Spagna il governo guidato da Pedro Sanchez – il più “a sinistra” nello sconquassato panorama europeo – è stato battuto in Parlamento proprio su due decreti legge che, bloccando ulteriori sfratti per le fasce più deboli, venivano incontro alle proteste dei movimenti sull’abitare dopo lo scandaloso sfratto di Maricarmen Abascal, un donna di 87 anni portata via in barella dalla casa che abitava da 70 anni ma i cui proprietari – un fondo immobiliare, che aveva comprato lo stabile di recente – pretendevano ora un affitto quintuplicato, impossibile da pagare.
Contro il decreto hanno votato ovviamente la destra – guidata curiosamente da un omonimo della signora sfrattata, Santiago Abascal, franchista a capo di Vox – e la pattuglia di Junts, ovvero la formazione di Carles Puigdemont, indipendentisti catalani centristi, schierati con gli speculatori immobiliari.
178 a 172 il risultato del voto, che costringerà probabilmente Sanchez alle dimissioni, lunedì, nel tentativo di cavalcare la piazza andando a nuove elezioni. Gioco rischioso, ma restare dopo la sconfitta parlamentare sarebbe una soluzione peggiore...
Nella vicenda si intrecciano interessi sociali, scelte politiche e nazionali, parecchia miopia politica da tutte le parti e gioco al massacro da parte delle destre, favorite da un establishment europeo che vede ormai come il fumo negli occhi tutto ciò che odora di “difesa degli interessi popolari”. Anche minimi, come in questo caso.
Lo sfratto di Maricarmen aveva innescato una protesta molto più consistente di quanto i movimenti per l’abitare spagnoli fossero stati in grado di costruire fin qui.
Sotto accusa è la turistificazione selvaggia delle principali città del paese (Barcellona e Madrid su tutte) che, insieme all’incremento della popolazione e alla scarsità di un patrimonio abitativo di proprietà pubblica, ha fatto levitare verso l’alto il prezzo delle case e conseguentemente anche degli affitti. Protagonisti sono insomma quelli che tutti, comunemente, chiamano ormai “fondi avvoltoio”.
I catalani centristi di Junts, ora guidati dall’imprenditrice tessile Miriam Noguera, dal canto loro, potevano forse a ragione dolersi del fatto che l’amnistia promessa da Sanchez per le vicende di ormai un decennio fa, e in assenza della quale Puigdemont resta esule a Bruxelles dove era andato da europarlamentare eletto, non è mai arrivata.
Ma certo non sembra una scelta intelligente far cadere l’unica coalizione che li poteva “tollerare”, e a cui avevano permesso di formare il governo attualmente in carica, pur di soddisfare gli appetiti degli immobiliaristi e “vendicarsi” di Sanchez. Un futuro governo di estrema destra non sarà certamente clemente con gli indipendentisti – sia catalani che baschi, o galiziani – dopo averne preteso gli arresti, la messa fuori legge e aver impedito ogni amnistia.
Il voto di Junts, fra l’altro, spacca verticalmente proprio gli indipendentisti catalani, con Gabriel Rufián di Esquerra Republicana che ha mostrato in aula una banconota da 50 euro a Noguera urlando che è quella la sua vera bandiera, uguale a quella di Vox e Partito Popolare.
Il ministro del consumo di Sumar (Podemos in altra veste), Pablo Bustinduy, ha in pratica aperto la campagna elettorale attaccando frontalmente la destra: «Non si tratta di aritmetica parlamentare: oggi è conflitto di classe. Voi difendete un’oligarchia internazionale che ricava il reddito dagli stipendi delle classi lavoratrici, guadagnati con il loro sforzo, per distribuirselo come dividendo. Si può gridare a squarciagola ‘Spagna’ o ‘Catalogna’, ma votare contro il decreto significa votare contro il proprio popolo per sventolare la bandiera della rendita».
Il dado politico sembra quindi ormai tratto e non è paradossale che la caduto del governo su una “questione di lotta di classe”, porti chiarezza nel altrimenti inguardabile scontro politico-parlamentare, di un livello appena meno imbarazzante di quello italico.
Le piazze spagnole sono in questi giorni occupate dalle “acampade” dei movimenti. La lotta per la casa è diventata l’innesco di una protesta politica generale, che spazza via le ambiguità – come “l’indipendentismo” interclassista – e rimette in piedi lo scontro che oppone interessi sociali che, nell’avanzare della crisi, soprattutto europea, stanno diventando apertamente inconciliabili.
Anche a dispetto dei felpati “socialisti” di Sanchez...
Intanto, il sindacato degli inquilini ha invitato “tutti i sindacati e i consigli di fabbrica, le associazioni di quartiere e scolastiche, i gruppi studenteschi universitari e la società spagnola in generale a scendere in piazza domani e a iniziare immediatamente a organizzare uno sciopero generale che paralizzi il paese”.
Ieri sera è stata convocata una grande assemblea all’accampada di Puerta del Sol, mentre a Barcellona una mobilitazione ha assediato la sede di “Junts per Catalunya” che in Parlamento ha votato contro la legge sulle abitazioni. Per oggi sono già indette una cinquantina di manifestazioni in altrettante città della Spagna.
Fonte
24/09/2026
Un’arma di distruzione di massa senza esplosione: l’AI e lo smantellamento della mente umana
Perdere il controllo di questi sistemi è però soltanto il lato rumoroso del pericolo, che si sviluppa rapidamente per effetto della concorrenza tra le grandi potenze e le imprese monopolistiche, al punto che le leggi non riescono a stargli dietro, e il loro sviluppo avviene dentro rapporti di proprietà e una concorrenza feroce che rendono più probabile che sfuggano al controllo e ne moltiplicano il costo per le persone.
Il suo lato più grave è molto più silenzioso, poiché l’intelligenza artificiale, sotto la struttura capitalistica che la sviluppa, contribuisce a plasmare la coscienza di miliardi di persone in un senso che serve la logica del modello capitalistico, e questa concorrenza può, in assenza di leggi efficaci, infliggere i danni più gravi alla mente umana e trasformare l’intelligenza artificiale in un’arma di distruzione di massa.
Queste inquietudini non provengono più soltanto da chi critica l'IA. La rivista TIME ha rivelato che un sistema di intelligenza artificiale è sfuggito al controllo e ha attaccato altri sistemi, e pochi giorni dopo circa 1.400 ingegneri delle maggiori imprese hanno firmato una petizione comune che chiede di regolare il ritmo dello sviluppo, e tra i firmatari figuravano alti dirigenti di quelle stesse imprese.
Decine di migliaia di persone, tra cui scienziati di primo piano del settore, hanno firmato una dichiarazione internazionale che chiede di vietare lo sviluppo della «superintelligenza» finché non esista un consenso scientifico sulla sua sicurezza, mentre pensatori e tecnici hanno chiesto che il suo sviluppo venga regolato per legge e posto sotto supervisione sociale.
Il 12 settembre 2026, sotto una pressione mondiale popolare, delle organizzazioni per i diritti umani e anche del mondo tecnico, le imprese del capitalismo digitale si sono viste costrette a rompere il loro silenzio. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato un articolo intitolato «Dobbiamo regolare il ritmo sulla frontiera tecnologica», nel quale invita la propria industria a rallentare la corsa dello sviluppo e propone di aprire i laboratori a valutatori indipendenti con pieni poteri, un organismo di norme comuni tra le imprese e un accordo internazionale che comprenda la Cina.
Nel giro di poche ore Sam Altman ha annunciato la sua adesione e ha adottato la stessa misura, Elon Musk ha scritto «Dario ha ragione», e a loro si è unito Demis Hassabis di Google DeepMind, mentre le tre imprese hanno rivelato di discutere di questo dossier da settimane.
Questa ammissione, che viene dai proprietari stessi, è la conferma più chiara della gravità della situazione, poiché dicono apertamente di non potersi fermare da soli, perché chi rallenta perde di fronte ai concorrenti, il che significa che il nocciolo del problema sta nella struttura stessa della proprietà e della concorrenza.
La risposta dell’amministrazione statunitense è arrivata in fretta, poiché Donald Trump ha definito questi avvertimenti una «truffa» e una «cospirazione malata» e ha scritto «non uccidete la gallina dalle uova d’oro», mentre il suo vice JD Vance li ha giudicati un «cavallo di Troia».
Così lo Stato più potente si schiera dalla parte dell’accelerazione senza controlli, perfino di fronte a chi fabbrica questa tecnologia. E non credo che queste imprese prenderanno misure effettive. È più probabile che le loro misure restino formali e mirino ad assorbire l’inquietudine e l’opposizione crescenti, poiché sono legate ai poteri di governo e sottoposte alle regole della concorrenza e del dominio.
Nessuno nega le enormi possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Comprime anni di ricerca nella scoperta di farmaci, aumenta la precisione della diagnosi delle malattie e permette di individuarle precocemente, modella i cambiamenti climatici e avverte delle loro catastrofi, e abbatte le barriere linguistiche e mette il sapere alla portata di chi ne è stato privato.
E sono proprio queste conquiste a rendere la domanda più urgente, poiché l’articolo non contesta tali capacità. Ciò che chiede è a chi appartengono, chi le orienta, quali interessi servono e come vengono impiegate.
Dall’orientamento della coscienza alla servitù digitale volontaria
Questa tecnologia viene impiegata in modo sistematico per orientare la coscienza delle persone in un senso che rafforza la cultura capitalistica e i suoi valori, poiché gli algoritmi di classificazione e raccomandazione controllano il contenuto mostrato e sono progettati per nutrire gli utenti con ciò che serve la visione capitalistica.
La tendenza si è consolidata con l’espansione delle piattaforme, dato che secondo il rapporto dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni circa tre quarti della popolazione mondiale sono oggi utenti di internet, e questo si deve in parte all’impegno delle imprese monopolistiche e delle grandi potenze nel portare internet in ogni angolo del mondo, e in particolare nei paesi del Sud, perfino in regioni prive di acqua potabile e di elettricità, perché la priorità dell’investimento va a ciò che allarga il mercato prima che a ciò che risponde ai bisogni delle persone, e questo è un nuovo colonialismo nella sua forma digitale.
E così la coscienza collettiva viene condotta gradualmente ad accettare questi valori come naturali e inevitabili, al punto che la maggior parte degli utenti, compresi settori della sinistra, vede in questa tecnologia strumenti neutrali. L’effetto raggiunge anche le facoltà mentali, poiché secondo uno studio di ricercatori dell’Istituto di tecnologia del Massachusetts affidarsi a strumenti di scrittura con IA riduce l’attività cerebrale e indebolisce la memoria, fenomeno che i ricercatori hanno chiamato «debito cognitivo», mentre un altro studio ha associato l’uso frequente dell'IA a un indebolimento del pensiero critico attraverso la «delega cognitiva».
E non si limita ai laboratori, dato che i risultati della valutazione internazionale degli studenti hanno spostato il quadro su interi sistemi educativi, con i risultati peggiori nella storia delle scuole europee, e dietro tutto questo sta il modello di profitto delle piattaforme fondato sulla dipendenza digitale e sullo sfruttamento dei grandi volumi di dati per manipolare le motivazioni delle persone.
Ciò che rende questo dominio più pericoloso è il suo carattere volontario, poiché le persone vengono spinte dentro questa «servitù digitale» senza costrizione e con l’illusione del controllo e della scelta.
Ora, una libertà le cui condizioni non appartengono a chi la esercita non è libertà, poiché è una scelta tra ciò che il capitale le ha messo davanti. E quel che accade a livello della persona si ripete a livello dell’umanità, dato che l’assenza di proprietà collettiva e di controllo democratico è ciò che porta la persona a perdere il dominio sulla propria coscienza, e può portare l’umanità a perdere il dominio sullo strumento più pericoloso che abbia costruito, riproducendo così in forma digitale l’alienazione umana, nella quale l’essere umano resta sottoposto ad algoritmi che stabiliscono per lui che cosa legge, come pensa e come comunica.
L’intelligenza artificiale può trasformarsi in un’arma di distruzione di massa
Sul piano militare, questa concorrenza prende corpo in una vera corsa agli armamenti che comprende armi autonome, robot da combattimento e sistemi di designazione degli obiettivi. E ci sono ricercatori che avvertono del collasso di questi sistemi quando passano dall’ambiente di test alle condizioni della guerra. Il pericolo non è ipotetico, poiché ci sono stati sistemi di intelligenza artificiale sfuggiti al controllo in casi annunciati e documentati.
Ora, la distruzione che può derivare dall’intelligenza artificiale non si ferma ai confini della guerra e delle operazioni militari, poiché ha un altro livello, più sommesso nel suono e più esteso nella portata. L’arma nucleare è stata legata a un uso militare diretto, relativamente visibile e sottoposto a calcoli e ad accordi internazionali dichiarati, e il suo pericolo è rimasto confinato all’istante della detonazione e a ciò che ne segue.
Sul piano della coscienza, al contrario, l’intelligenza artificiale lavora in silenzio e si infiltra nei dettagli della vita quotidiana, nell’istruzione, nel lavoro, nei media, nei servizi e nella maggior parte degli snodi della società, indebolisce le capacità umane, approfondisce la dipendenza dai sistemi digitali, e con essa arretrano il pensiero critico e l’autonomia cognitiva.
Qui la distruzione diventa meno rumorosa e più diffusa, e la servitù digitale stessa si converte in una forma di arma di distruzione di massa, poiché non uccide la persona in un colpo solo, e invece ne modifica la coscienza, le capacità e le relazioni giorno dopo giorno. I due livelli sono due facce di una stessa arma: l’uno distrugge i corpi in un istante, l’altro smonta le menti con calma.
E guardando i due livelli insieme, il pericolo non sta soltanto nel produrre armi più letali, sta anche nel rimodellamento dell’essere umano e della società quando lo sviluppo e l’impiego dell’intelligenza artificiale sono sottoposti alla logica del profitto, della concorrenza, del monopolio e del controllo. L’intelligenza artificiale può minacciare la capacità umana di comprendere, scegliere, analizzare e decidere.
Per questo centinaia di ricercatori di primo piano nell’intelligenza artificiale, tra cui chi ha contribuito a costruirla, hanno firmato una dichiarazione sintetica secondo cui «mitigare il rischio di estinzione causato dall’intelligenza artificiale deve essere una priorità globale, accanto ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare».
Quando la tecnologia più pericolosa nella storia dell’umanità diventa una carta nelle mani della rivalità geopolitica e militare capitalistica tra i grandi poli, senza freni giuridici, sociali e democratici reali, il rischio di perdere il controllo cessa di essere una minaccia soltanto per la coscienza individuale e diventa una minaccia per il futuro della società e dell’umanità intera.
Un terreno di lotta di classe e di lotta cognitiva
Sarebbe tuttavia un errore cadere nel determinismo tecnologico. L’intelligenza artificiale è un terreno aperto di lotta di classe e di lotta cognitiva, dove il capitale la impiega nella repressione, nella designazione degli obiettivi, nell’uccisione e nel lavaggio della coscienza, mentre medici, ricercatori del clima, attivisti, sindacati e movimenti operai la usano nella cura, nella lotta e per far arrivare la voce delle vittime.
E le stesse evidenze che registrano il danno registrano il beneficio quando le condizioni cambiano, nell’istruzione e nei luoghi di lavoro, dove il rendimento e la produttività salgono quando il sistema è progettato perché sia chi lo usa a fare il lavoro invece di farlo al suo posto, e quando si mantiene la supervisione sociale.
Resta la domanda più importante: a chi vanno questi guadagni? L’aumento della produttività significa un accrescimento del plusvalore estratto dal lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori manuali e intellettuali, e l’intelligenza artificiale non è qui una tecnica neutrale, poiché intensifica lo sfruttamento, dato che produce lo stesso valore con meno lavoro e meno tempo, mentre la maggior parte dei guadagni si converte in profitti per il capitale.
Lo si vede nel campo del lavoro, dove la minaccia sull’occupazione ha cessato di essere una possibilità futura, poiché è già cominciata la soppressione e la riduzione di numerosi posti e mansioni professionali, e ampi settori affrontano il rischio di perdere il lavoro o di vedere peggiorare le proprie condizioni.
Questo cambiamento viene presentato spesso come se l’intelligenza artificiale fosse un’entità indipendente che «si impadronisce» dei posti di lavoro, e questa formulazione nasconde la decisione economica e politica che le sta dietro, poiché sono le imprese e i datori di lavoro a decidere l’investimento, il licenziamento dei lavoratori e la ripartizione dei guadagni di produttività, e ogni posto di lavoro soppresso è il risultato di una decisione umana su chi raccoglie i frutti del progresso tecnico e chi ne sopporta il costo.
E anche là dove non sostituisce nessuno, basta agitare la possibilità di licenziare perché tutti si disciplinino, chi lavora accetta orari più lunghi, salari più bassi e una sorveglianza più stretta per paura di perdere il posto.
Così l’esercito salariale di riserva assume una nuova forma digitale che indebolisce la capacità della classe lavoratrice di negoziare, organizzarsi e scioperare. La disoccupazione non è qui un destino tecnico, dipende dal modo in cui la tecnologia viene usata e dalle decisioni del capitale, poiché quella stessa tecnica è in grado, dentro altri rapporti sociali, di ridurre la giornata lavorativa, mantenere i salari, allargare il tempo di riposo e liberare gli esseri umani dal lavoro estenuante.
Il problema non sta nel produrre di più con meno lavoro. Sta nel fatto che i frutti di tutto ciò vengono orientati, sotto il sistema capitalistico, verso l’accumulazione di profitti, invece di convertirsi in tempo libero, sicurezza economica e una vita migliore per chi produce il valore.
Conclusione e compiti: verso un’intelligenza artificiale al servizio dell’umanità
Qui affiora la contraddizione fondamentale: l’intelligenza artificiale è un prodotto sociale per eccellenza, costruito sul sapere umano accumulato e sul lavoro di milioni di persone, eppure di appropriano dei suoi frutti una manciata di monopoli e di Stati.
È la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e l’appropriazione privata dei suoi risultati, riprodotta nelle forze produttive più avanzate della storia. Il problema fondamentale risiede nella proprietà dei mezzi digitali di produzione e nel controllo su di essi, ed è questo che sposta la battaglia dal terreno della lamentela contro la tecnologia al terreno della lotta di classe.
Ciò che abbiamo oggi davanti non è un destino tecnico inevitabile. È il prodotto di scelte politiche ed economiche che servono gli interessi del capitale, e può essere combattuto.
Questo richiede un’organizzazione di sinistra, progressista e basata sui diritti a livello mondiale, lavorare alla costruzione di alternative digitali di sinistra e progressiste, collocare l’infrastruttura dei dati sotto l’interesse pubblico e la gestione sociale, trasformare gli algoritmi da «scatole nere» in software open source sottoposto ad audit indipendente, imporre la trasparenza nella progettazione dei modelli e nelle fonti dei loro dati, sostenere alternative digitali cooperative di proprietà di chi le usa e di chi vi lavora, e orientare questa tecnologia a servire i bisogni della società e la giustizia sociale.
Senza questi meccanismi, l’appello alle leggi e alla supervisione resta generico e insufficiente, e la tecnologia resta ostaggio di una manciata di imprese monopolistiche e di grandi potenze. Attraverso la proprietà sociale, la responsabilizzazione sociale e le alternative cooperative, invece, diventa possibile strappare l’intelligenza artificiale alla logica del monopolio e del profitto e trasformarla in proprietà collettiva e in un mezzo di liberazione umana.
Fonte
16/07/2026
L’altro Di Vittorio
di Giovanni Iozzoli
Michele Colucci, Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo, Carocci editore, Roma, 2026, pp. 260, € 23,00
È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome di Di Vittorio è stato spesso associato, quasi per riflesso automatico, ad un’idea di “arretratezza rurale”, espressione di un Mezzogiorno arcaico e immodificabile, da cui, grazie alla formazione educativa dell’azione sindacale, un povero bracciante si emancipa fino a diventare segretario generale del più grande sindacato italiano.
Se nel percorso biografico di Di Vittorio alcuni di questi elementi sono oggettivi – la mancanza di scolarizzazione, l’originaria condizione bracciantile – un racconto appiattito su questi elementi rischia di farne una figura anacronistica, pittoresca o, peggio, un esempio di self made man ante litteram che “si fa strada nella vita”. Queste letture rappresenterebbero l’esatto opposto del quadro valoriale, politico e ideologico che segna la biografia militante di Di Vittorio: ribelle per vocazione, leader naturale, instancabile tessitore di trame sovversive dai primi del secolo fino alla nascita della Repubblica.
Colucci infatti valorizza ed elabora un elemento essenziale, nella traiettoria umana e politica di Giuseppe Di Vittorio: il suo rapporto con il mondo, con il proletariato internazionale, con i movimenti operai e sindacali che agitano il continente a cavallo tra le due guerre. Un’impronta che lo formerà nei lunghi anni della latitanza, nell’ambiente del fuoriuscitismo e nella sua responsabilità di dirigente sindacale internazionale. Altro che arretratezza contadina: Di Vittorio si muove con disinvoltura dentro ambienti, contesti geografici e politici che lo formano come leader operaio di statura internazionale, in grado di esercitare il suo ruolo di avanguardia tra il cuore dell’Europa e la giovane Unione Sovietica.
Alla luce della necessità di ricomporre le tante stagioni che lo hanno visto protagonista, la prospettiva dello sguardo internazionale è particolarmente stimolante, anche perchè è evidente che funziona sia come risorsa cui attingere in momenti difficili sia come elemento che nella stessa biografia consente di mettere in relazione i diversi ambienti che ha frequentato e i differenti periodi storici che ha vissuto. Un esempio […] la risposta all’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Quando i due anarchici italiani vengono giustiziati negli Stati Uniti, ad agosto 1927, Di Vittorio si trova da pochi mesi esule a Parigi. Nel giro di poche ore è uno dei protagonisti della pianificazione e della realizzazione della rivolta di piazza che segue la loro morte: verrà per questo espulso dalla Francia (pag. 13).
Del resto, lo stesso universo bracciantile da cui Di Vittorio proveniva, non era già più il residuo semifeudale del Mezzogiorno arcaico; si trattava piuttosto di un mondo già segnato da imprese agricole di grandi dimensioni e abbastanza meccanizzate. Il giovanissimo Di Vittorio lavora sì la terra, ma impatta anche presto con le forme moderne dell’azienda capitalistica, dentro un territorio, la Capitanata, che già conosce da anni le lacerazioni sociali e le forme organizzate che la lotta di classe novecentesca sta generalizzando ovunque.
Gli eventi che si susseguono in Capitanata tra il 1909 e il 1914 ripropongono ciò che è avvenuto nel parmense con il grande sciopero agrario del 1908 e prefigurano relazioni e connessioni con le mobilitazioni che negli stessi anni vengono organizzate dal sindacalismo di classe negli Stati Uniti. Le cronache sugli scioperi a Cerignola scritte da Di Vittorio sono impaginate sulle colonne de “L’Internazionale” di fianco a quelle sui fatti di Chicago, di New York, di Paterson, di Lawrence (pag. 15).
In quella fioritura di organizzazioni e mobilitazioni contadine, il giovane Di Vittorio era emerso subito quale agitatore efficace e temuto. Suggestive le pagine sulla creazione del Circolo Giovanile Socialista a Cerignola, che sembrano evocare scenari attuali e prassi ricompositive, quasi da centro sociale ante litteram:
La nascita del Circolo rappresenta una novità dirompente nella storia di Cerignola, proprio a partire dalla ricomposizione tra città e campagna proposta da Di Vittorio. La struttura nasce per organizzare tutti quei lavoratori giovani e giovanissimi che di giorno lavorano dispersi nelle campagne ma che possono ritrovare una loro unità nell’ambito delle attività proposte dal Circolo, non solo in un’ottica di battaglie sindacali ma più in generale in chiave di emancipazione culturale e sociale. Grazie al Circolo giovanile, i ragazzi e le ragazze hanno la concreta possibilità di vivere un’alternativa all’alcolismo, si ritrovano la sera a cantare le canzoni di lotta in giro per la città, si rendono visibili fondando una nuova forma di socialità che per Cerignola rappresenta una grande novità, insieme all’autorganizzazione e alla rivendicazione di servizi fondamentali quali l’ambulatorio popolare e la scuola serale. […] Il posizionamento del Circolo è rivolto verso l’orientamento del sindacalismo rivoluzionario, in sintonia con la Camera del Lavoro di Parma (pag. 43).
Il movimento operaio italiano vive una fase di forte fluidità e Di Vittorio sta dentro questo magma di proposte, battaglie, feroci discussioni. Nel giro di quattro anni si passa dall’antimilitarismo contro la guerra coloniale in Libia, alle suggestioni interventiste a cui cede anche una parte del sindacalismo rivoluzionario. Questa articolazione delle posizioni dentro al campo operaio sarà il terreno di travaglio e formazione più aspro, per il giovane Di Vittorio.
La guerra irrompe in modo clamoroso all’interno del socialismo, delle organizzazioni sindacali, nelle formazioni anarchiche, nel mondo democratico: il dibattito su quale posizione prendere dilaga. Gli ambienti più vicini a Di Vittorio sono dilaniati dalla scelta. Si profilano due alternative, tra le quali lui stesso cerca di barcamenarsi senza prendere una posizione chiara per diversi mesi, almeno fino al dicembre 1914. […] Per gli interventisti, la guerra rappresenta una doppia occasione: combattere direttamente il militarismo tedesco e favorire a partire dal contesto bellico una dinamica di rottura rivoluzionaria. […] Il settore dei contrari all’intervento è convinto che in Italia, sulla scia delle battaglie contro la guerra in Libia, la gran parte delle masse sia istintivamente contraria alla guerra, ma i tentennamenti e le ambiguità dei dirigenti politici e sindacali possono rappresentare un grave rischio, anche alla luce delle tensioni militariste sempre più diffuse nella società” (pag. 69).
Anche dentro questo drammatico dibattito, l’autore evidenzia la visione globale del giovane Di Vittorio: l’arena mondiale è il vero terreno della lotta di classe, contro ogni approccio localista o provincialista. Nel 1924 Di Vittorio sceglie il PCD’I dopo aver partecipato in Unione Sovietica ai lavori del V Congresso mondiale della Terza Internazionale. L’epoca della fluidità ideale e organizzativa si è conclusa, lo sguardo si allunga definitivamente sul mondo, ma poggiando sulla roccia solida della bolscevizzazione.
Si apre una fase nuova: alla chiusura sempre più stringente e oppressiva degli spazi di libertà in Italia, si affianca la prospettiva dell’apertura di uno spazio di cooperazione globale incentrato su un luogo, l’Unione Sovietica, cui aveva guardato con estrema curiosità fin dalle prime notizie giunte dopo gli eventi del 1917. Non è più soltanto un auspicio o una speranza, è un livello concreto con cui si deve misurare, a partire dalle responsabilità che il gruppo dirigente comunista intende affidargli (pag. 101).
Quindi, sempre la dimensione internazionalista come fondante: trovando nel 1936 un terreno centrale nella battaglia contro il colonialismo italiano in Etiopia, il razzismo di regime e la sua pretesa missione “civilizzatrice”. Di Vittorio fa sue le parole profetiche di Marx: nessun popolo che anela alla libertà, può conculcare quella di altri popoli.
Gli anni dell’esilio sono un tourbillon frenetico e fecondo. Qui emerge il Di Vittorio più noto, rifugiato in Svizzera, in Germania, in Belgio – ma soprattutto a Parigi: “la città dove Di Vittorio riesce a raggiungere gli obiettivi politici più importanti, sperimentando alleanze, aggregazioni, interventi politici e sindacali che costituiscono un laboratorio di straordinaria importanza”. Agitatore metropolitano in Europa e poi commissario politico di brigata nella guerra di Spagna. E di nuovo, di ritorno dalla Spagna, instancabile costruttore di strutture, giornali, comitati e associazioni che tengono insieme il carattere pubblico e quello clandestino tipico del lavoro politico di un esule-latitante.
Dopo il 1943 – nel periodo che va dal Patto di Roma alla nascita della Repubblica, con la nuova centralità assunta della CGIL e il complesso equilibrio in seno alla Federazione Sindacale Mondiale – Di Vittorio consolida il suo ormai maturo protagonismo. Gode di un autorevolezza, nello scenario interno e mondiale, che gli permette di polemizzare con il mondo politico e sindacale di stretta osservanza sovietica, dopo i fatti ungheresi del ’56. Ma questa sua caratura – e il mito che ancora evoca la sua storia – vanno ricercati proprio in quel percorso di apertura al mondo che da Cerignola lo proietterà nella dura ed esaltante vicenda dell’esilio. Del Di Vittorio internazionalista e “cittadino del mondo”, ci parla Colucci in questo volume denso e interessante che sicuramente va consigliato a chi considera la storia del movimento operaio non un reperto archeologico, ma un libro aperto da interrogare.
16/05/2026
Corea del Sud - 18 giorni di sciopero alla Samsung, in pericolo la filiera internazionale dei chip
Al centro della disputa c’è un profondo disaccordo sul sistema dei bonus e sulla ripartizione degli utili. Il sindacato, che rappresenta oltre 50.000 lavoratori, accusa l’azienda di aver creato un divario salariale inaccettabile rispetto alla rivale SK Hynix. Le richieste sono chiare: i dipendenti pretendono che il 15% dell’utile operativo venga destinato ai premi di produzione, oltre alla rimozione dei tetti massimi sui bonus.
Samsung, dal canto suo, ha cercato di mediare offrendo il 10% e un pacchetto di compensazione una tantum, ma il tavolo delle trattative mediato dal governo è saltato all’inizio della settimana. Nonostante l’azienda si sia detta pronta a riprendere i colloqui senza precondizioni e i vertici si siano recati personalmente al campus di Pyeongtaek per incontrare i leader sindacali, la linea dei lavoratori resta chiara: si torna a discutere dopo lo sciopero, che prenderà avvio il 21 maggio.
Le ripercussioni economiche di una mobilitazione così prolungata rappresentano una leva sindacale enorme. Secondo un rapporto di JPMorgan, l’impatto sull’utile operativo di Samsung potrebbe oscillare tra i 21 e i 31 trilioni di won (circa 14-20 miliardi di dollari), con una perdita di vendite stimata in 4,5 trilioni di won.
A preoccupare molti analisti è soprattutto la continuità delle forniture. Inoltre, l’incertezza sulla capacità di Samsung di onorare gli impegni con i clienti sta spingendo gli investitori verso i concorrenti. Già durante una manifestazione, lo scorso 23 aprile, il sindacato aveva rivendicato un calo del 58% nella produzione delle fonderie di chip e un calo del 18% nella produzione di memorie digitali.
Una chiusura di quasi tre settimane potrebbe paralizzare le catene di approvvigionamento globali. Questo ha spinto a muoversi persino il governo. Il Primo Ministro e il Ministro delle Finanze sudcoreani hanno avvertito che uno sciopero in Samsung rappresenta un rischio sistemico per la crescita economica e le esportazioni del paese.
Il Ministro dell’Industria, Kim Jung-kwan, è stato ancora più diretto, definendo il danno potenzialmente irreparabile e accennando alla possibilità di ricorrere all’arbitrato d’emergenza, uno strumento legale che solo il Ministro del Lavoro può attivare per interrompere forzatamente la protesta in settori critici per l’economia nazionale.
Dalla sua Blue House, la presidenza sudcoreana per ora predica cautela, sperando in una risoluzione diplomatica dell’ultimo minuto. Ma che l’azione di Samsung sia politicamente ed esplicitamente antioperaia lo confermano i risultati economici. Solo poche settimane fa, Samsung aveva annunciato risultati record per il primo trimestre dell’anno, con un utile operativo balzato del 750% grazie al boom della domanda di chip per l’intelligenza artificiale.
È proprio questa enorme disponibilità a spingere i lavoratori a chiedere una fetta più grande della torta, in quella che è ormai diventata la crisi sindacale più grande della storia del paese, probabilmente. Oggi si tenterà un ultimo round di mediazione, ma è evidente che rimane il punto politico: la rapacità della multinazionale contro i suoi lavoratori non deriva dalla congiuntura, e gli operai chiedono un riequilibrio delle relazioni industriali interne.
Fonte
29/01/2026
Della guerra
Per esempio, l’affermazione “Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata” potrebbe apparire eresia, al pari di “Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso” (in effetti il capitalismo si muove per garantire l’accumulazione e il profitto, determinando perciò lo stato di guerra o di pace a seconda dei dividendi ottenibili).
Ma tutta l’argomentazione portata a sostegno della sua critica al “riduzionismo economicista” è, a ben guardare, piuttosto coerente con quanto lo stesso Engels ebbe a scrivere, verso il termine della sua vita, riguardo alle semplificazioni/deformazioni della teoria marxiana e sua (ne era stato del resto il primo fondatore, con La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845) già allora circolanti, o addirittura prevalenti, nel dibattito tra “marxisti”.
“secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda.Buona riflessione.
La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma.
È un’azione reciproca tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.
Ci facciamo da noi la nostra storia, ma, innanzitutto, a presupposti e condizioni assai precisi. Tra di essi quelli economici sono in fin dei conti decisivi. Ma anche quelli politici, ecc., anzi addirittura la tradizione che vive nelle teste degli uomini ha la sua importanza, anche se non decisiva.”
(Friedrich Engels, Lettera a Bloch, 21 settembre 1890)
Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.
La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse [l’economia liberale, quella che si insegna nelle università occidentali, è in effetti conosciuta come “la scienza triste” perché di solito “prevede il passato”, con ovvi problemi di statuto scientifico, ndr].
Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.
Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.
Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento ad un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.
C’è quindi dentro una bella confusione di metodo e molto da fare. A cominciare da quei geopolitici che espellono l’argomento economico e finanziario e relative lenti di analisi (anche perché probabilmente non conoscono neanche i fondamentali della materia), favoleggiando di spirito dei popoli, potenza astratta, ethnos e gloria, che, comunque, sono pur sempre variabili che hanno una dosata incidenza.
Il che ci porta ad un primo problema epistemologico generale ovvero la mania riduzionista di trovare “la” causa dei fenomeni. La stragrande maggioranza dei fenomeni non ha “una” causa, ma un complesso di cause. Le variabili incidenti un fenomeno soprattutto quando appartiene al mondo umano e non a quello naturale – quindi antropologia, sociologia, demografia, storia, economia, politica e ovviamente geopolitica – sono molteplici e concorrono a creare la dinamica del fenomeno, volta per volta, assemblandole in diverse dosi e reciproche relazioni, spesso non lineari.
Che la causa della guerra e anche dell’imperialismo sia la forma economica detta “capitalismo” è falsificata immediatamente dal verificare in Storia almeno cinque-seimila anni di guerre e primi regni espansivi, poi imperi (da quello di Sargon 2300 a.n.e. che si legge “ante nostra era” e corrisponde al più noto avanti Cristo). Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvietà.
Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso, non è una regola (in questo campo ci sono al massimo “regole”, le “leggi” tanto care ai positivisti con l’invidia per la fisica newtoniana meccanica, non ci sono). A volte, secondo i suoi cicli interni e di contesto, prospera nella pace e nel commercio espanso, a volte si butta a capofitto nella produzione di armi e loro utilizzo per garantirsi spazi, popoli subordinati, energie e materie prime o bruciare i bilanci e relativi debiti accumulati.
Anzi, si potrebbe argomentare invertendo il processo causativo. Furono le varie guerre europee tra XV e XVII secolo a muovere lo sviluppo tecnico e la rivoluzione artigiana che precede quella industriale, inclusa l’espansione marinara verso le future colonie, che faranno poi da base alla forma di economia moderna.
A volte ci si dimentica che il capitalismo è un sistema che ha bisogno di possedere uno Stato (F. Braudel: “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”) ed uno Stato è sempre iscritto in una geografia e una storia (una geo-storia). Da cui anche l’apporto di argomenti relativi lo spazio geografico, la competizione di potenza a vari livelli (grandi, medie e piccole potenze), la rilevanza della componente militare e la mentalità (cultura) di taluni popoli e non di altri (indo-cinesi ed euro-anglosassoni hanno tradizioni storiche molto diverse rispetto alla guerra), la demografia, includendo la stratificazione dei poteri interni e la tipologia e rilevanza delle élite locali.
Tuttavia, rimane vero e inconfutabile che la forma economica e finanziaria di uno Stato moderno sia una delle sue strutture primarie. Altrettanto rilevante ricordarsi che uno Stato non è solo la sua economia, da cui l’appello ad approcci multidisciplinari per leggere a grana fine quando più dell’una o dell’altra variabile causativa.
Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata. La partizione fondamentale è la costruzione sociale piramidale tra Pochi e Molti che connota tutta la storia delle civiltà umane, che il capitalismo ha interpretato nella modernità qualificando i Pochi come i possessori di capitale. Nell’URSS i Pochi di potere non erano capitalisti o generati dal modo economico e così lo stesso oggi in Cina o in Iran.
Infine, usando il modello logico dialettico, se dire “A determina B” è la tesi, val bene opporgli il “B determina A”, ma solo per arrivare al successivo “A e B si co-determinano in un anello causativo” così la finiamo di buttare via tempo con discussione ottocentesca sul primato della struttura o della sovrastruttura.
Limitandoci alle cronache recenti, la guerra operata pur sotto la vestizione di “operazione speciale” (una guerra limitata) dalla Russia verso l’Ucraina è di origine capitalistica? Non direi proprio. Non sappiamo se i russi avevano fatto bene i loro calcoli strategici; tuttavia, era prevedibile il perdere l’Europa come partner di scambio commerciale, industriale e tecnologico.
Esattamente ciò che la Russia, dall’indomani del crollo dell’URSS, aveva pazientemente sviluppato come propria direzione di sviluppo economico, finanziario e capitalistico. Da cui la perdita per la loro élite della ricchezza di proprietà, soldi, investimenti, prospettive e libertà di operare nei ricchi mercati occidentali.
La sindrome di Procuste, ovvero la mania di dover coartare i fatti all’interpretazione e non il contrario, ha portato un altro autore osservante marxista che leggevo ieri a dire che la guerra in Ucraina è stata mossa per il possesso di materie prime e terre rare. Quanto all’argomento basta andare sul sito dell’ISPI (Relazioni Internazionali) per avere la cartina del dove si troverebbero in Ucraina i giacimenti più interessanti di una decina di metalli, l’area interessata dall’invasione russa non è certo la più promettente.
Inoltre, com’era prevedibile ad uno stratega di medio livello (credo che al Cremlino ce ne sia più d’uno), il grosso dei giacimenti ora verranno donati a statunitensi e forse europei, in cambio di armi e finanziamenti di sopravvivenza. Come si può dunque scrivere una stupidaggine del genere?
L’autore, in tutta evidenza, non sa nulla di Putin, delle élite di San Pietroburgo, degli equilibri politici interni alla Russia, della storia russa, dei trattati internazionali che regolavano gli equilibri tra USA e Russia via Europa, di ciò che statunitensi e nord-europei stavano facendo in Ucraina dal 2014 e di molto altro relativo la sicurezza tra cui il lungo accerchiamento della NATO, gli equilibri di potenza e le alleanze o amicizie geopolitiche di questa fase storica per poter scrivere una tale scemenza. Diciamo che fa il paio con quegli altri senza cervello che pretendevano di spiegare il conflitto col fatto che Putin s’è svegliato una mattina dopo che in sonno gli era apparsi Nicola I e s’era così ricordato quanto era fico essere “zar di tutte le Russie”.
Di contro, chi può negare che il motore della nuova effervescenza di potenza trumpiana volta a sottomettere tutto il suo continente e l’Europa – poi vedremo cosa farà in Asia (tra cui il processo che sta portando il Giappone a pensare di rompere il tabù e dotarsi di arma atomica mentre gli attriti di inimicizia tra i neocon di Tokyo e Beijing stanno facendo scintille) – ha ragioni dettate soprattutto, ma non solo, dalla metrica del proprio capitalismo?
La guerra mossa da Netanyahu ai palestinesi di Gaza e a Hezbollah ha un fondo economico legato alle promesse della nuova via del Cotone, ma ha anche la partecipazione di altre cause che vanno dalla demografia, alla lunga storia culturale di difficile convivenza con gli arabi, alla sicurezza, all’opportunità per il Primo Ministro di evitare i propri guai giudiziari, a ragioni di politica interna dato che il governo si regge sul voto di integralisti coloniali avidi di terra (che attrae nuovi coloni quindi nuovi voti per quei partiti).
Ci sono poi altri conflitti come quello in Sudan o tra Thailandia e Cambogia dove è difficile rinvenire ragioni economiche.
Come si vede, metallurgia della certezza (leggi ferree, di bronzo, d’acciaio) non se ne vede, si vede pluralità e molteplicità dei casi e dei relativi contesti. Così anche gli studiosi dovrebbero abbandonare l’applicazione industriale dei modelli e dedicarsi alla cura artigianale del pensiero.
In conclusione, una rinnovata epistemologia delle discipline storico-sociali ed umane, dovrebbe darsi uno statuto che non è “chiacchiera in libertà” quanto non è e non può essere una “scienza”. Superare le ristrettezze cognitive della causa unica. Studiare diverse discipline per poterle usare con diverso approfondimento e gradazione passando dal o-o al e-e allo scopo di ricostruire gli anelli causativi non lineari dei fatti. Questo s’intende quando si dice che una faccenda è “complessa”.
Le polemiche (il polemos sulle idee) sui primati disciplinari andrebbero superate nel comune sforzo di evolvere una disciplina che ha in oggetto la guerra, disciplina che esiste (per quanto ignota ai più) anche se in forme ancora immature e che si chiama polemologia.
Fonte
28/01/2026
La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo
Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.
Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».
Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».
Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.
Una vita da migrante
Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.
L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta
Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.
La Fgci e i Quaderni rossi
Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergere di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.
Nella lista nera dei sovversivi
Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.
L’assemblea studenti-operai di Torino
Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.
L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.
Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli
C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.
Nel processo al nucleo storico
Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa. Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).
La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980
Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.
Anni di riflessione e scrittura
Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».
Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.
Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».
Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).
Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.
Fonte
17/12/2025
Celli Group Pozzuoli: dopo 60 giorni di occupazione, la lotta paga
La mobilitazione ha portato alla concessione della cassa integrazione fino a 18 mesi, garantendo una tutela reddituale fondamentale e aprendo una fase nuova, nella quale il tema centrale non è l’uscita individuale ma il futuro occupazionale collettivo.
Al tavolo istituzionale è stato infatti assunto un impegno formale da parte della Regione Campania, del Comune di Pozzuoli, dell’azienda e del Ministero affinché venga costruito un percorso di ricollocazione reale per tutte le lavoratrici e i lavoratori coinvolti, attraverso strumenti di politica attiva, formazione e nuove opportunità occupazionali sul territorio.
In questo quadro, l’azienda ha indicato un soggetto operativo affermato per la ricollocazione, impegnandosi ad attivare percorsi verso soggetti aziendali con proposte di lavoro a parità di condizioni economiche e finalizzate esclusivamente all’assunzione a tempo indeterminato.
Percorsi che dovranno essere condivisi, monitorati e verificati con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni competenti, affinché non si riducano a un mero adempimento formale, ma producano risultati occupazionali concreti e stabili.
Le lavoratrici e i lavoratori attendono ora che trovino piena attuazione anche gli impegni assunti sul piano politico. In particolare, restano centrali le dichiarazioni del nuovo Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, che nel corso della campagna elettorale si era impegnato a garantire un monitoraggio continuo dell’esito della vertenza e a rafforzare le politiche attive del lavoro, assicurando un coordinamento reale tra Regione, enti locali, Ministero e soggetti attuatori e accompagnando concretamente il percorso di ricollocazione delle lavoratrici e dei lavoratori.
Un contributo importante alla vertenza è arrivato anche dal livello nazionale, e sono le lavoratrici e i lavoratori della Celli Group a volerlo riconoscere e ringraziare direttamente. Le interrogazioni parlamentari presentate da Antonio Caso e Giuseppe De Cristofaro hanno portato la crisi Celli Group all’attenzione del Parlamento e del Governo, sollecitando risposte chiare sulla tutela occupazionale, sugli ammortizzatori sociali e sulle responsabilità aziendali. Gli stessi parlamentari hanno ribadito l’impegno a continuare a seguire la vertenza affinché gli accordi sottoscritti non restino sulla carta, ma si traducano in atti concreti.
Le lavoratrici e i lavoratori vogliono inoltre ringraziare Giuliano Granato, sempre presente e solidale nei momenti più concitati della protesta, per il sostegno politico e umano garantito lungo tutto il percorso di lotta.
Questa vertenza dimostra ancora una volta che la lotta, l’occupazione della fabbrica e la mobilitazione collettiva sono strumenti decisivi per la difesa del lavoro. Nulla è stato concesso: tutto è stato conquistato.
Ora è il tempo dei fatti.
Le lavoratrici e i lavoratori resteranno in stato di mobilitazione e di vigilanza, pronti a riattivare la lotta qualora anche uno solo degli impegni assunti dovesse essere disatteso.
La lotta continua, fino alla piena tutela di tutti i posti di lavoro.
USB Lavoro Privato – Industria Nazionale
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