Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/01/2026

Della guerra

Proponiamo alla lettura questo post di Pierluigi Fagan, secondo noi molto interessante e stimolante. Premettiamo queste poche righe solo per avvertire che lo stile conciso e polemico del testo potrebbe sorprendere lettori con scarse nozioni o addirittura completamente a digiuno di epistemologia, così come quanti abbiano una conoscenza solo cursoria della teoria marxiana (ossia quanto detto effettivamente da Marx, mentre “marxista” è chiunque – dopo – ne abbia condiviso i presupposti, anche a prescindere dall’esattezza della comprensione o dalle personali fantasie incollate sul discorso marxiano).

Per esempio, l’affermazione “Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata” potrebbe apparire eresia, al pari di “Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso” (in effetti il capitalismo si muove per garantire l’accumulazione e il profitto, determinando perciò lo stato di guerra o di pace a seconda dei dividendi ottenibili).

Ma tutta l’argomentazione portata a sostegno della sua critica al “riduzionismo economicista” è, a ben guardare, piuttosto coerente con quanto lo stesso Engels ebbe a scrivere, verso il termine della sua vita, riguardo alle semplificazioni/deformazioni della teoria marxiana e sua (ne era stato del resto il primo fondatore, con La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845) già allora circolanti, o addirittura prevalenti, nel dibattito tra “marxisti”.
“secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda.
La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma.
È un’azione reciproca tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.
Ci facciamo da noi la nostra storia, ma, innanzitutto, a presupposti e condizioni assai precisi. Tra di essi quelli economici sono in fin dei conti decisivi. Ma anche quelli politici, ecc., anzi addirittura la tradizione che vive nelle teste degli uomini ha la sua importanza, anche se non decisiva.”

(Friedrich Engels, Lettera a Bloch, 21 settembre 1890)
Buona riflessione.

*****

Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.

La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse [l’economia liberale, quella che si insegna nelle università occidentali, è in effetti conosciuta come “la scienza triste” perché di solito “prevede il passato”, con ovvi problemi di statuto scientifico, ndr].

Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.

Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.

Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento ad un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.

C’è quindi dentro una bella confusione di metodo e molto da fare. A cominciare da quei geopolitici che espellono l’argomento economico e finanziario e relative lenti di analisi (anche perché probabilmente non conoscono neanche i fondamentali della materia), favoleggiando di spirito dei popoli, potenza astratta, ethnos e gloria, che, comunque, sono pur sempre variabili che hanno una dosata incidenza.

Il che ci porta ad un primo problema epistemologico generale ovvero la mania riduzionista di trovare “la” causa dei fenomeni. La stragrande maggioranza dei fenomeni non ha “una” causa, ma un complesso di cause. Le variabili incidenti un fenomeno soprattutto quando appartiene al mondo umano e non a quello naturale – quindi antropologia, sociologia, demografia, storia, economia, politica e ovviamente geopolitica – sono molteplici e concorrono a creare la dinamica del fenomeno, volta per volta, assemblandole in diverse dosi e reciproche relazioni, spesso non lineari.

Che la causa della guerra e anche dell’imperialismo sia la forma economica detta “capitalismo” è falsificata immediatamente dal verificare in Storia almeno cinque-seimila anni di guerre e primi regni espansivi, poi imperi (da quello di Sargon 2300 a.n.e. che si legge “ante nostra era” e corrisponde al più noto avanti Cristo). Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvietà.

Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso, non è una regola (in questo campo ci sono al massimo “regole”, le “leggi” tanto care ai positivisti con l’invidia per la fisica newtoniana meccanica, non ci sono). A volte, secondo i suoi cicli interni e di contesto, prospera nella pace e nel commercio espanso, a volte si butta a capofitto nella produzione di armi e loro utilizzo per garantirsi spazi, popoli subordinati, energie e materie prime o bruciare i bilanci e relativi debiti accumulati.

Anzi, si potrebbe argomentare invertendo il processo causativo. Furono le varie guerre europee tra XV e XVII secolo a muovere lo sviluppo tecnico e la rivoluzione artigiana che precede quella industriale, inclusa l’espansione marinara verso le future colonie, che faranno poi da base alla forma di economia moderna.

A volte ci si dimentica che il capitalismo è un sistema che ha bisogno di possedere uno Stato (F. Braudel: “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”) ed uno Stato è sempre iscritto in una geografia e una storia (una geo-storia). Da cui anche l’apporto di argomenti relativi lo spazio geografico, la competizione di potenza a vari livelli (grandi, medie e piccole potenze), la rilevanza della componente militare e la mentalità (cultura) di taluni popoli e non di altri (indo-cinesi ed euro-anglosassoni hanno tradizioni storiche molto diverse rispetto alla guerra), la demografia, includendo la stratificazione dei poteri interni e la tipologia e rilevanza delle élite locali.

Tuttavia, rimane vero e inconfutabile che la forma economica e finanziaria di uno Stato moderno sia una delle sue strutture primarie. Altrettanto rilevante ricordarsi che uno Stato non è solo la sua economia, da cui l’appello ad approcci multidisciplinari per leggere a grana fine quando più dell’una o dell’altra variabile causativa.

Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata. La partizione fondamentale è la costruzione sociale piramidale tra Pochi e Molti che connota tutta la storia delle civiltà umane, che il capitalismo ha interpretato nella modernità qualificando i Pochi come i possessori di capitale. Nell’URSS i Pochi di potere non erano capitalisti o generati dal modo economico e così lo stesso oggi in Cina o in Iran.

Infine, usando il modello logico dialettico, se dire “A determina B” è la tesi, val bene opporgli il “B determina A”, ma solo per arrivare al successivo “A e B si co-determinano in un anello causativo” così la finiamo di buttare via tempo con discussione ottocentesca sul primato della struttura o della sovrastruttura.

Limitandoci alle cronache recenti, la guerra operata pur sotto la vestizione di “operazione speciale” (una guerra limitata) dalla Russia verso l’Ucraina è di origine capitalistica? Non direi proprio. Non sappiamo se i russi avevano fatto bene i loro calcoli strategici; tuttavia, era prevedibile il perdere l’Europa come partner di scambio commerciale, industriale e tecnologico.

Esattamente ciò che la Russia, dall’indomani del crollo dell’URSS, aveva pazientemente sviluppato come propria direzione di sviluppo economico, finanziario e capitalistico. Da cui la perdita per la loro élite della ricchezza di proprietà, soldi, investimenti, prospettive e libertà di operare nei ricchi mercati occidentali.

La sindrome di Procuste, ovvero la mania di dover coartare i fatti all’interpretazione e non il contrario, ha portato un altro autore osservante marxista che leggevo ieri a dire che la guerra in Ucraina è stata mossa per il possesso di materie prime e terre rare. Quanto all’argomento basta andare sul sito dell’ISPI (Relazioni Internazionali) per avere la cartina del dove si troverebbero in Ucraina i giacimenti più interessanti di una decina di metalli, l’area interessata dall’invasione russa non è certo la più promettente.

Inoltre, com’era prevedibile ad uno stratega di medio livello (credo che al Cremlino ce ne sia più d’uno), il grosso dei giacimenti ora verranno donati a statunitensi e forse europei, in cambio di armi e finanziamenti di sopravvivenza. Come si può dunque scrivere una stupidaggine del genere?

L’autore, in tutta evidenza, non sa nulla di Putin, delle élite di San Pietroburgo, degli equilibri politici interni alla Russia, della storia russa, dei trattati internazionali che regolavano gli equilibri tra USA e Russia via Europa, di ciò che statunitensi e nord-europei stavano facendo in Ucraina dal 2014 e di molto altro relativo la sicurezza tra cui il lungo accerchiamento della NATO, gli equilibri di potenza e le alleanze o amicizie geopolitiche di questa fase storica per poter scrivere una tale scemenza. Diciamo che fa il paio con quegli altri senza cervello che pretendevano di spiegare il conflitto col fatto che Putin s’è svegliato una mattina dopo che in sonno gli era apparsi Nicola I e s’era così ricordato quanto era fico essere “zar di tutte le Russie”.

Di contro, chi può negare che il motore della nuova effervescenza di potenza trumpiana volta a sottomettere tutto il suo continente e l’Europa – poi vedremo cosa farà in Asia (tra cui il processo che sta portando il Giappone a pensare di rompere il tabù e dotarsi di arma atomica mentre gli attriti di inimicizia tra i neocon di Tokyo e Beijing stanno facendo scintille) – ha ragioni dettate soprattutto, ma non solo, dalla metrica del proprio capitalismo?

La guerra mossa da Netanyahu ai palestinesi di Gaza e a Hezbollah ha un fondo economico legato alle promesse della nuova via del Cotone, ma ha anche la partecipazione di altre cause che vanno dalla demografia, alla lunga storia culturale di difficile convivenza con gli arabi, alla sicurezza, all’opportunità per il Primo Ministro di evitare i propri guai giudiziari, a ragioni di politica interna dato che il governo si regge sul voto di integralisti coloniali avidi di terra (che attrae nuovi coloni quindi nuovi voti per quei partiti).

Ci sono poi altri conflitti come quello in Sudan o tra Thailandia e Cambogia dove è difficile rinvenire ragioni economiche.

Come si vede, metallurgia della certezza (leggi ferree, di bronzo, d’acciaio) non se ne vede, si vede pluralità e molteplicità dei casi e dei relativi contesti. Così anche gli studiosi dovrebbero abbandonare l’applicazione industriale dei modelli e dedicarsi alla cura artigianale del pensiero.

In conclusione, una rinnovata epistemologia delle discipline storico-sociali ed umane, dovrebbe darsi uno statuto che non è “chiacchiera in libertà” quanto non è e non può essere una “scienza”. Superare le ristrettezze cognitive della causa unica. Studiare diverse discipline per poterle usare con diverso approfondimento e gradazione passando dal o-o al e-e allo scopo di ricostruire gli anelli causativi non lineari dei fatti. Questo s’intende quando si dice che una faccenda è “complessa”.

Le polemiche (il polemos sulle idee) sui primati disciplinari andrebbero superate nel comune sforzo di evolvere una disciplina che ha in oggetto la guerra, disciplina che esiste (per quanto ignota ai più) anche se in forme ancora immature e che si chiama polemologia.

Fonte

28/01/2026

La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo

di Paolo Persichetti

Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.

Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».

Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».

Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.

Una vita da migrante

Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.

L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta

Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.

La Fgci e i Quaderni rossi

Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergere di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.

Nella lista nera dei sovversivi

Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.

L’assemblea studenti-operai di Torino

Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.

L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.

Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli

C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.

Nel processo al nucleo storico

Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa. Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).

La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980

Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.

Anni di riflessione e scrittura

Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».

Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.

Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».

Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).

Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.

Fonte

17/12/2025

Celli Group Pozzuoli: dopo 60 giorni di occupazione, la lotta paga

Dopo 60 giorni di occupazione della fabbrica, di lotta dura e determinata, le lavoratrici e i lavoratori della Celli Group hanno ottenuto un primo risultato concreto di un percorso che però sarà ancora lungo. Una vertenza complessa, costruita con sacrificio, unità e determinazione, che ha costretto l’azienda e le istituzioni ad assumersi responsabilità precise.

La mobilitazione ha portato alla concessione della cassa integrazione fino a 18 mesi, garantendo una tutela reddituale fondamentale e aprendo una fase nuova, nella quale il tema centrale non è l’uscita individuale ma il futuro occupazionale collettivo.

Al tavolo istituzionale è stato infatti assunto un impegno formale da parte della Regione Campania, del Comune di Pozzuoli, dell’azienda e del Ministero affinché venga costruito un percorso di ricollocazione reale per tutte le lavoratrici e i lavoratori coinvolti, attraverso strumenti di politica attiva, formazione e nuove opportunità occupazionali sul territorio.

In questo quadro, l’azienda ha indicato un soggetto operativo affermato per la ricollocazione, impegnandosi ad attivare percorsi verso soggetti aziendali con proposte di lavoro a parità di condizioni economiche e finalizzate esclusivamente all’assunzione a tempo indeterminato.

Percorsi che dovranno essere condivisi, monitorati e verificati con le organizzazioni sindacali e con le istituzioni competenti, affinché non si riducano a un mero adempimento formale, ma producano risultati occupazionali concreti e stabili.

Le lavoratrici e i lavoratori attendono ora che trovino piena attuazione anche gli impegni assunti sul piano politico. In particolare, restano centrali le dichiarazioni del nuovo Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, che nel corso della campagna elettorale si era impegnato a garantire un monitoraggio continuo dell’esito della vertenza e a rafforzare le politiche attive del lavoro, assicurando un coordinamento reale tra Regione, enti locali, Ministero e soggetti attuatori e accompagnando concretamente il percorso di ricollocazione delle lavoratrici e dei lavoratori.

Un contributo importante alla vertenza è arrivato anche dal livello nazionale, e sono le lavoratrici e i lavoratori della Celli Group a volerlo riconoscere e ringraziare direttamente. Le interrogazioni parlamentari presentate da Antonio Caso e Giuseppe De Cristofaro hanno portato la crisi Celli Group all’attenzione del Parlamento e del Governo, sollecitando risposte chiare sulla tutela occupazionale, sugli ammortizzatori sociali e sulle responsabilità aziendali. Gli stessi parlamentari hanno ribadito l’impegno a continuare a seguire la vertenza affinché gli accordi sottoscritti non restino sulla carta, ma si traducano in atti concreti.

Le lavoratrici e i lavoratori vogliono inoltre ringraziare Giuliano Granato, sempre presente e solidale nei momenti più concitati della protesta, per il sostegno politico e umano garantito lungo tutto il percorso di lotta.

Questa vertenza dimostra ancora una volta che la lotta, l’occupazione della fabbrica e la mobilitazione collettiva sono strumenti decisivi per la difesa del lavoro. Nulla è stato concesso: tutto è stato conquistato.

Ora è il tempo dei fatti.

Le lavoratrici e i lavoratori resteranno in stato di mobilitazione e di vigilanza, pronti a riattivare la lotta qualora anche uno solo degli impegni assunti dovesse essere disatteso.

La lotta continua, fino alla piena tutela di tutti i posti di lavoro.

USB Lavoro Privato – Industria Nazionale

Fonte

05/12/2025

La lezione di Genova

Da quasi 60 anni le cariche contro gli operai in una manifestazione con CgilCislUil segnano il superamento di una linea rossa che quasi nessun governo ha osato oltrepassare.

L’ultimo episodio rilevante erano state le cariche contro i metalmeccanici della Fiom, a Roma, guidati da Maurizio Landini, il 30 ottobre del 2014. Il presidente del consiglio era Matteo Renzi, e gli operai venivano dalle acciaierie di Terni, già aggrediti dalla polizia un anno prima nella cittadina umbra con un pestaggio che aveva ferito persino l’allora sindaco Di Girolamo. La crisi dell’acciaio in Italia ha ormai una lunga storia... 

Ieri a Genova mancava la Uil, famosa nell’ex Ilva più come “ufficio raccomandazioni” che come sindacato (a Taranto bisognava iscriversi prima ancora di essere assunti), sostituita però dalla molto più conflittuale Usb, che oggi può vantare una presenza operaia in continua ascesa.

Il ruolo del governo Meloni nella crisi dell’Ilva era ieri molto ben rappresentato dalla blindatura della piazzetta sede della Prefettura (il “palazzo del Governo”, in ogni capoluogo di provincia). Riesumate le grate, utilizzate ai tempi del G8, saldate a chiudere ogni passaggio e con dietro i blindati della polizia.

L’istantanea perfetta di un esecutivo sordo, cieco, inabile a tutto, che però non vuol essere “disturbato” da coloro che sta mandando sul lastrico. E da un Paese in declino... 

Il piano presentato dal ministro Urso è stato unanimemente considerato un piano di chiusura, con i dipendenti della ex Ilva buttati in mezzo alla strada e basta. Una scelta idiota sotto molti e diversi punti di vista. Non solo e non tanto per l’occupazione (20.000 persone, tra “interni” ed indotto), quanto per il ruolo strategico da sempre svolto dall’industria dell’acciaio, senza la quale un paese diventa dipendente dalle forniture altrui.

Per misurare quanto sia idiota questa scelta basti pensare che avviene mentre contemporaneamente il governo aumenta gli stanziamenti per le armi, che notoriamente sono destinatarie primarie della produzione di acciaio di tutti i tipi. Noi siamo per il disarmo, è noto, ma stupisce che i reazionari guerrafondai pensino sia possibile fare a meno della “materia prima” per quello che hanno in testa.

Nella fase alta della cosiddetta “globalizzazione” si era pensato che la produzione “indigena” potesse essere sostituita con quella meno costosa proveniente dall’India o dall’Ucraina. Ma oggi sappiamo che Nuova Delhi viaggia su una rotta meno amichevole con l’Occidente coloniale. E l’Azovstal di Mariupol è saldamente tornata in mani russe, quindi con qualche problema di comunicazione creato dalle “nostre” stesse sanzioni.

E dire che persino un manager delle privatizzazioni come Franco Bernabè ha fatto notare che “ristrutturare l’Ilva e continuare la produzione costerebbe meno che chiuderla”. 4 miliardi contro 10-12 da buttare a fondo perduto per la cassa integrazione, i “corsi di riqualificazione” dei licenziati, la bonifica dei siti produttivi (16 kmq a Taranto, oltre un kmq a Genova Cornigliano, ecc.).

Ma è sul piano del conflitto sociale e politico che la giornata di ieri a Genova segna il superamento di una “linea rossa”. Un governo che attacca militarmente gli operai non può più spacciarsi come “vicino al popolo”, per quanto si sforzi di “parlare alla pancia” dei più poveri. Entra in crisi la “narrazione populista” con cui questi post-fascisti si erano travestiti.

Ma nello stesso tempo è anche andata in pensione la divisione tra “buoni e cattivi” nei cortei, utile da sempre a criminalizzare una parte dei movimenti per paralizzarli nel loro insieme. La reazione operaia alla blindatura della Prefettura è stata da manuale: solo chi tratta quotidianamente con l’acciaio sa come fare per sbragare le “difese” erette a protezione del Palazzo. E il “trattore” gigante utilizzato per la movimentazione dei carichi è diventato lo strumento adatto a divellere le grate.

Di lì la pioggia di lacrimogeni, anche di tipo proibito a livello europeo. In particolare, il gas CS (o-chlorobenzylidene malononitrile) è considerato un’arma chimica e il suo uso è regolamentato dalla Convenzione sulle armi di quel tipo.

Stavolta però nessuno ha provato ad imbastire teorie strane sui “black-bloc”, gli “anarchici” o gli “autonomi”. Persino la sindaca di centrosinistra e il presidente regionale di centrodestra si sono precipitati a dare solidarietà e/o disponibilità alla mediazione col governo sordo.

Nella piazza di Genova c’è la classe operaia più classica dell’immaginario novecentesco: i siderurgici, gli uomini dell’acciaio. A viso aperto, con determinazione granitica, competenza meccanica ed intelligenza politica.

Tre mesi fa erano stati i portuali di Genova a “suonare la sveglia” contro il genocidio dei palestinesi indicando le forme della mobilitazione attraverso quel “Blocchiamo tutto” che si è materializzato in tutto il paese.

Questi operai hanno dato una lezione al potere, ma anche al resto del movimento che da mesi – e per fortuna – va montando contro il genocidio, il riarmo, i tagli alla spesa sociale, la militarizzazione strisciante ed esplicita, la repressione, ecc.

Si parte e si torna insieme, sempre. Ci si comporta in piazza come è stato deciso. Nessuna scelta è preclusa, ma deve sempre essere condivisa, altrimenti serve solo ad indebolirci.

È una lezione antica ma sempre attuale. La lotta è una cosa seria e l’unico modo di vincere è nel partire e tornare insieme.

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Libri, antifascismo, diritti sociali e manifestazioni culturali

Più Libri Più Liberi… ma, e non certo da oggi, sarebbe meglio dire “più contraddizioni”. O anche, tanto per essere chiari, “più cavolate”.

Di fronte alla manifestazione del fascismo in ogni sua forma, infatti, è ridicolo, offensivo e volgare appellarsi a concetti quali la libertà di stampa o di opinione.

Come è stato detto e ribadito con i fatti, il fascismo non è un’opinione, è un crimine. E combatterlo è, né più né meno, un dovere civico e morale. Certamente, però, a essere contraddittorio è che ci si stupisca che il fascismo, avanzante nella società, esista anche nel mondo dei libri.

Nella prossima edizione di Più Libri Più Liberi ci saranno diversi editori di “destra”, capeggiati, quest’anno dagli “identitari” di Passaggio al Bosco. Ma che dire degli editori di area democratica che da anni posteggiano allegramente nella fiera letteraria di destra Libropolis di Pietrasanta (https://www.libropolis.org/ospiti-ed-editori/) senza che la stessa area democratica – o addirittura di movimento – abbia nulla da ridire?

In realtà, in questi anni, abbiamo assistito a una continua fascistizzazione dello scenario politico generale, con l’assunzione di provvedimenti terrificanti nella loro portata repressiva. Basti citare il recente Decreto Sicurezza per farsi un’idea di ciò che il fascismo è e a cosa il fascismo serva: nei momenti di crisi economica, a comprimere le aspirazioni di chi vive del proprio lavoro a vantaggio degli interessi del grande capitale. E che ci siano Più o Meno Libri, poco importa.

Senz’altro in questi ultimi anni ci sono Più Sfratti e Meno Case Popolari, Più Sfruttamento e Meno Lavoro Garantito, Più Povertà e Meno Valore dei Salari percepiti dalla classe operaia, Più Devastazione Sociale ed Ambientale e Meno Tutela del Territorio, Più Analfabetismo e Meno Scuola, Più Malattia e Meno Sanità, Più Femminicidi e Meno Consultori, Più Guerra e Meno Pace o, per dirla in sintesi: Più Fascismo e Meno Democrazia.

La Red Star Press ha sempre pensato che la partita per i Libri e per la Cultura non si giochi nella sovrastruttura del sistema, ma nel suo cuore.

Per questo il nostro slogan è, non ci stancheremo mai di ripeterlo: «Cosa ci facciamo di un libro se non abbiamo un lavoro decente e neppure una casa?»; ed è sempre per questo che, come casa editrice dedicata alla storia e alla cultura del movimento operaio, siamo convinti che lo spazio per i libri e per la cultura debba essere guadagnato al centro della partecipazione alle battaglie per la conquista dei diritti sociali: all’interno della lotta di classe.

Allo stesso modo pensiamo che sia necessario difendere con le unghie e con i denti gli spazi di agibilità conquistati negli anni a caro prezzo.

Per questo i nostri lettori e le nostre lettrici ci troveranno come sempre nello stand C04 di Più Libri Più Liberi dietro le insegne antifasciste che ci hanno sempre contraddistinto e che proprio raccogliendo consenso nelle manifestazioni di massa capiscono di essere tutt’altro che sole.

Tornando, però, alla prossima edizione di Più Libri Più Liberi, fa davvero specie che l’ex deputato dem Emanuele Fiano, presidente di “Sinistra per Israele”, si stupisca di presenze come quella di Passaggio al Bosco a Più Libri Più Liberi (https://ilmanifesto.it/passaggio-al-bosco-la-presenza...https://bit.ly/4opqs4k).

Assumendo come reale lo stupore di Fiano, sarà bene far notare al politico del PD come, nel corso del Genocidio in Palestina, le posizioni più estremisticamente a favore di Israele – i sionisti – non abbiano fatto altro che trovare nella destra e nell’estrema destra i propri alleati più fedeli. Il risultato, oltre all’impunito massacro di decine di migliaia di palestinesi, è stato anche un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico dell’intero Occidente, dove i governi si sono ostinatamente rivelati sordi alle oceaniche manifestazioni che hanno continuato a rivendicare giustizia e libertà per la Palestina, preoccupandosi solo dei modi per silenziare le voci dissonanti, aggredendo le persone comuni, il “nemico interno”.

Da buoni cani da guardia del capitale, i fascisti hanno supportato e supportano senza nessun problema l’atlantismo guerrafondaio di Trump, il sionismo genocidario di Israele (ammesso che ci sia una reale differenza tra le due cose...) e i governi servili come quello italiano. Ma alla fine non mancano di presentare il proprio conto.

Per le antifasciste e gli antifascisti una battaglia da combattere con la consapevolezza che “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince”.

P.S. Come era prevedibile, la presa di parola antifascista, da parte nostra un semplice atto dovuto, ha comportato immediatamente una minaccia. La Red Star Press viene indicata come se fosse un bersaglio da colpire: un invito all’azione che non di rado personaggi a posteriori fatti passare per “matti” hanno raccolto. In ogni caso ribadiamo quello che abbiamo già detto e che appartiene da sempre alla storia del movimento operaio: “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”. Combatterlo non è nient’altro che un dovere civico e morale. Per il resto, da domani ci troverete a Più Libri Più Liberi, nello stand C04. Uno dei motti della nostra casa editrice, ben conscia delle sue dimensioni minime, è “dove andiamo resistiamo”. Resistete con noi.

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07/11/2025

7 novembre 1917 - La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi


Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:
1) per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;
2) per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento”. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente”, che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.

Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.

I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.

Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.

In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si imposero, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.

Tra gli elementi che dobbiamo prendere in esame, uno risulta essere decisivo: la guerra e la fine della guerra annunciata dai bolscevichi.

La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era predominante come fonte della vita e della sopravvivenza di gran parte delle società dell’epoca.

Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.

Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. E poi c’era la guerra vera e propria.

La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc). Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa, diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio diffuso verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.

La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.

Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano maggiormente in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.

Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” (ieri è troppo presto, domani troppo tardi) per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.

Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.

La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.

Celebrare a distanza di decenni la Rivoluzione d’Ottobre, significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.

Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?

Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi, questa somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).

La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che non solo gli imperi come Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o l’Italietta che aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.

Negli ultimi anni la guerra in Europa e la guerra mondiale a pezzi, la recessione economica, la insopportabile crescita della disuguaglianze sociali, l’infarto ecologico del Pianeta e la regressione sociale complessiva, stanno caratterizzando la fase storica in cui ci è toccato di vivere. Fino a metterci davanti agli occhi un genocidio: quello del popolo palestinese.

In passato quando queste condizioni si sono intersecate con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, hanno prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente. Nell’epoca delle armi nucleari questa exit strategy dalla crisi potrebbe non essere più praticabile.

Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Più di cento anni dopo vale la pena di rimettere in campo di nuovo una alternativa di sistema e misurarsi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne sia la spinta che l’esperienza storica.

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02/11/2025

Le rivolte della Generazione Z

Un’ondata di rivolte ha colpito le istituzioni politiche ed economiche di vari Paesi sparsi per il globo, dal Nepal alla Mongolia. Tutte hanno un tratto in comune: coloro che vi hanno preso parte sono per la maggior parte appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ovvero quella dei nati tra il 1997 e il 2012. Le analisi condotte dai media hanno sottolineato le proteste contro la corruzione o la repressione poliziesca, senza sforzarsi di comprendere a fondo il fenomeno e tracciare le similitudini. Molte di queste lotte sono infatti animate da una coscienza politica profonda e vedono tra i promotori movimenti che contestano apertamente le disparità economico-sociali, puntando il dito contro un modello di sviluppo che permette condizioni sempre più agiate a una ristretta élite, in molti casi figlia della stessa classe dirigente, in netto contrasto con l’abbandono infrastrutturale e la diffusa povertà della maggior parte della popolazione. Questi manifestanti non chiedono una generica riforma della politica, ma pretendono il cambio di un sistema incentrato su privilegi per pochi e precarietà di vita per tutti gli altri.

Nepal, da Discord alla caduta del governo

Tra le proteste che negli ultimi due anni hanno imperversato tra l’Asia meridionale e il Sud Est Asiatico, le manifestazioni in Nepal sono state quelle maggiormente coperte dai mezzi di comunicazione occidentali. 

Dopo secoli di monarchia, nonostante l’ottenimento della democrazia, durante gli ultimi vent’anni la situazione in Nepal non ha portato ai miglioramenti sperati dalla popolazione. L’attuazione di un modello capitalista fondato su una scarsa industrializzazione e sul turismo ha ingrossato le casse delle caste più elevate, a discapito della maggior parte della popolazione nepalese. Il tasso di povertà assoluta che supera il 20% e la disoccupazione giovanile al 21% si scontrano con le condizioni economiche delle famiglie al potere, le quali, in molti casi, fanno sfoggio dei propri agi sui social network. Dopo una prima ondata di manifestazioni, represse duramente dalla polizia, l’8 settembre sono riesplose le proteste, quando il governo ha deciso di bloccare temporaneamente l’accesso a più di venti social network. Rapidamente le proteste, organizzate su piattaforme come Discord, sono divenute violente e si sono abbattute sulle principali strutture del potere nepalese a Kathmandu.

I manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento, la Corte Suprema, oltre che le residenze del presidente e le sedi del Partito Comunista del Nepal. Nei giorni seguenti il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli ha rassegnato le dimissioni e il testimone è passato nelle mani di Sushila Karki, giurista nota per la sua lotta alla corruzione e segnalata dai manifestanti come unica figura in grado di traghettare il Paese alle prossime elezioni.

Indonesia, il dissenso contro la militarizzazione

Tra le proteste imperversate nei Paesi del Sud Est asiatico, l’Indonesia ha raggiunto livelli di violenza e repressione militare eccezionalmente alti e allarmanti. In pochi giorni le attività della polizia hanno portato a 3000 arresti, 20 persone risultano scomparse e l’utilizzo della violenza da parte delle autorità militari ha causato almeno 8 morti accertati. Il fuoco della protesta è deflagrato il 25 agosto 2025, quando i giovani, appoggiati dai sindacati, sono scesi per le strade di Jakarta e in particolare di fronte al Parlamento a manifestare contro l’approvazione di una legge che prevedeva l’aumento di benefici economici per i parlamentari del Paese. Gli stipendi di queste figure politiche superano i 100 milioni di rupie indonesiane (più di 5000 euro), di cui una parte è costituita da un bonus per l’alloggio. Queste cifre entrano in netto contrasto con le politiche attuate dal presidente indonesiano Prabowo Subianto che, in carica dall’ottobre del 2024, ha dato il via a una serie di misure di austerity finalizzate a contrastare l’aumento dell’inflazione attraverso profondi tagli a settori come la sanità e l’istruzione.  

Se da un lato i progetti economici di Prabowo hanno già deluso le aspettative, dall’altro la società indonesiana sta vivendo sulla propria pelle un aumento drastico della militarizzazione del Paese. È bene sottolineare che la figura del presidente è storicamente legata agli anni della dittatura, quando, sotto l’autorità di Suharto, Prabowo ricopriva il ruolo di comandante delle forze speciali indonesiane. Difatti, l’approvazione di alcune misure in ambito militare ha rapidamente attirato l’attenzione di coloro i quali hanno vissuto gli anni della dittatura. Nel marzo del 2025, Prabowo ha rimaneggiato l’articolo 47 della Costituzione, applicando un aumento dell’età pensionabile per il personale militare e l’accesso agli incarichi civili da parte delle forze militari. Tra questi ruoli spiccano la segreteria di Stato, la procuratoria generale e l’antiterrorismo. Se la prima ondata di proteste è stata repressa con violenza dalle autorità, l’approvazione di una nuova misura che raddoppia l’indennità dei parlamentari per le vacanze sta innalzando nuovamente il livello di tensione tra i manifestanti.

Mongolia, si dimettono due presidenti

Tra le manifestazioni contro la corruzione che hanno animato i giovani asiatici, sicuramente le proteste in Mongolia hanno trovato poco spazio nella stampa generalista italiana. Anche in questo caso, la popolazione è scesa in piazza in seguito a scandali di corruzione legati alla classe politica a capo del Paese. Nel maggio del 2025 sono state organizzate altre manifestazioni in occasione di scandali della famiglia presidenziale emersi attraverso i social network. Il casus belli riguarderebbe alcuni regali di lusso fatti dal figlio del presidente Oyun-Erdene Luvsannamsrai alla propria fidanzata, elemento che metterebbe in evidenza le ricchezze della famiglia al governo e sottolineerebbe così le profonde disuguaglianze tra le élite del Paese e il resto della popolazione. Eletto nel 2024, Luvsannamsrai raggiunse la presidenza grazie a un’alleanza tra il suo Partito Popolare e il Partito Democratico, avversario durante le elezioni.

Le proteste, che si sono svolte in maniera prevalentemente pacifica, hanno raccolto il plauso di alcuni deputati democratici: proprio questo elemento ha portato all’esclusione del partito dalla coalizione di governo e, di conseguenza, alla proposta di una mozione di fiducia nei confronti del presidente Luvsannamsrai. Nonostante il capo del governo abbia negato ogni coinvolgimento con i casi di corruzione, il 3 giugno scorso si è visto costretto a rassegnare le dimissioni in seguito all’insuccesso della mozione di fiducia. 

Dopo soltanto quattro mesi, il 10 ottobre del 2025, anche il neopresidente Gombojav Zandanshatar è stato sfiduciato dal parlamento con l’accusa di aver nominato unilateralmente il nuovo ministro della Giustizia e degli Affari Interni, contravvenendo alla Costituzione. 

Marocco: più ospedali, meno stadi

Anche i giovani marocchini stanno scendendo in piazza da settimane per protestare contro il sistema. Tutto ha avuto inizio a fine settembre 2025, quando, dopo la diffusione di una notizia riguardante le morti di 8 partorienti nell’ospedale Hassan II di Agadir, migliaia di giovani si sono radunati nelle piazze principali delle più grandi città marocchine per manifestare contro le politiche di Rabat. Le immagini delle condizioni in cui versano molti degli ospedali pubblici hanno acceso un sentimento di profonda ingiustizia in una popolazione che denuncia gravi lacune in ambito sanitario, profonde disuguaglianze economiche, un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 37% e una condizione di totale abbandono delle aree più periferiche del Paese.

A questo si aggiunge l’organizzazione della Coppa d’Africa del 2025 e dei Mondiali di calcio del 2030, che, come reclamato dai giovani manifestanti, sta mettendo in evidenza l’interesse da parte del governo di concentrarsi su tematiche futili, invece di intervenire sulle condizioni critiche in cui versano i principali settori pubblici del Paese. Come in Nepal, le proteste sono state organizzate su piattaforme social come Discord e Instagram, sotto il nome di GenZ212 e Moroccan Youth Voices. Le manifestazioni sono rapidamente dilagate in tutto il territorio e, come denunciato da vari collettivi impegnati nella tutela dei diritti umani, le forze di polizia hanno represso fin da subito ogni forma di dissenso, attaccando con violenza sproporzionata i giovani manifestanti e uccidendo 3 persone. Gli arresti sarebbero oltre 2000, 900 le accuse di crimini di vario genere. Nonostante le proteste, il multimiliardario primo ministro e sindaco di Agadir Aziz Akhannouch ha sorvolato sulle ragioni delle manifestazioni, mentre il re Mohammed VI ha invitato il governo ad approvare riforme sociali, senza però mai accennare all’eventualità di dimissioni per il presidente Akhannouch.

Perù, la repressione infiamma le proteste

Anche nel caso del Perù, le proteste si sono concentrate dopo l’approvazione, da parte del governo di Dina Boluarte, di una legge legata al sistema pensionistico del Paese. Spontaneamente, dal 13 settembre, vari manifestanti, ispirati dalle immagini provenienti dal Nepal e dall’Indonesia, hanno iniziato a riunirsi nelle vie del centro della capitale Lima e, nei giorni successivi, le proteste si sono diffuse in varie città del Paese, interessando specialmente i giovani. Fin da subito la polizia ha attaccato con violenza i manifestanti, ferendo anche vari giornalisti, ma la repressione non ha fatto altro che innalzare il livello della tensione sociale.

Il 9 ottobre il Congresso della Repubblica ha destituito Dina Boluarte, per poi trasferire l’incarico al conservatore José Jerí, accusato, tra le altre cose, di aggressione sessuale e arricchimento illecito. L’assunzione dell’incarico da parte del nuovo presidente non ha fatto che aizzare le proteste, che il 15 di ottobre si sono svolte simultaneamente in più di quindici città peruviane. Anche in questo caso la polizia ha represso brutalmente i manifestanti, ferendone a decine, mentre a Lima un agente di polizia avrebbe ucciso il musicista Mauricio Ruíz, noto con il nome d’arte Trvko. L’uccisione di Ruíz ha innescato una spirale di rabbia tra i manifestanti, che la stessa sera si sono radunati davanti alla sede del Congresso della Repubblica e del Palazzo del Potere giudiziale e hanno iniziato a lanciare sassi contro le due sedi istituzionali.

Il termine «Gen Z» per celare la lotta di classe

Sebbene sia indubbio che i principali fautori di questa nuova ondata di proteste siano i giovani appartenenti alla generazione nata a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, è interessante notare come la stampa occidentale abbia rapidamente etichettato le proteste attraverso la dicitura «Gen Z», senza sottolineare che nella quasi totalità dei casi si tratta di manifestazioni indette dalle fasce più colpite dalle disuguaglianze sociali e dalla disoccupazione. Come affermato da Wlliam Shoky, redattore della rivista online Africa is a Country, l’attenzione rivolta dai media all’età dei manifestanti sembra avere il fine di depoliticizzare le proteste, che invece denunciano le nefandezze di sistemi politici ed economici chiaramente definiti.

Se da un lato i media generalisti scelgono di soffermarsi sulla presenza tra i manifestanti di bandiere con il Jolly Roger tratto dal fumetto giapponese One Piece, con l’intenzione di trasformare le proteste in elementi di costume giovanile, dall’altro sembra essere messa in atto dalla stessa stampa un’operazione di profonda delegittimazione del movimento, che, nella sua essenza, vuole soppiantare un sistema ereditato da politiche messe a punto dalle generazioni precedenti.

Se si vuole tracciare un filo rosso tra queste manifestazioni, è necessario, chiaramente, includere anche le proteste che si stanno verificando in Italia e in molte città europee contro il genocidio in Palestina, perché fondate sull’ingiustizia sofferta davanti all’impunità di cui gode Israele. La rabbia che sta animando simultaneamente migliaia di giovani in varie parti del mondo è il risultato di un sistema politico ormai fallito. Queste proteste stanno dimostrando la forza di una popolazione schiacciata da decenni di disuguaglianze economiche e sociali; limitarle alla dicitura «Generazione Z» è fin troppo riduttivo.

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26/06/2025

Il Tribunale di Firenze ordina lo sgombero della ex-GKN

Gli operai della Gkn di Campi Bisenzio sono in assemblea e presidio permanente della loro fabbrica dal 9 luglio 2021. Il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sgombero per alcune aree dello stabilimento presso le quali, il 4 giugno, i commissari e custodi incaricati hanno effettuato un sopralluogo. Nel decreto del tribunale, è specificato che i commissari potranno anche avvalersi dell’utilizzo della forza pubblica, inventariare i beni presenti ed eventualmente sostituire le serrature di accesso allo stabilimento.

Il Collettivo di fabbrica della Gkn ha convocato per oggi una assemblea straordinaria della solidarietà mentre si da appuntamento per l’ 11 e 12 luglio per impedire lo sgombero della fabbrica.

L’organismo di base denuncia “Società create sul momento per fare cosa, con soldi venuti da dove, eterodirette da chi? Società a vocazione immobiliare create nel settembre 2023, poco prima dei secondi licenziamenti, legate da logiche “infragruppo” (?) alla proprietà di Qf, la quale a sua volta aveva acquistato la ex Gkn nel dicembre 2021 dal gruppo Melrose, senza chiarire mai in base a quali accordi riservati. Società a cui Qf ha svenduto, nel marzo 2024, l’immobile (vendita all’interno dello stesso gruppo?). Società da cui transitano milioni di euro provenienti da soggetti terzi, schermati da fiduciarie”.

A questa lotta operaia va tutta la nostra solidarietà. Mentre la vecchia e l’attuale dirigenza dell’azienda stanno letteralmente speculando sul sito industriale e sulla vita di centinaia di operai e delle loro famiglie, il problema per le istituzioni sembrano essere solo il collettivo di fabbrica e i solidali.

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11/06/2025

USB - Cosa ci insegna la sconfitta dei referendum

Senza troppi giri di parole, occorre prendere atto della sconfitta. Con poco meno del 30% di affluenza alle urne è stata affossata la speranza di vedere neutralizzate alcune parti del Jobs Act e di invertire la rotta alle leggi che hanno fatto dilagare la precarietà e abbassato il livello dei diritti.

Lo strumento del referendum non ha mai funzionato sui temi del lavoro e ancor meno funziona oggi, in un contesto dove una gran parte dei settori popolari ha perso la speranza di poter cambiare le cose a causa delle tante delusioni subite.

La Cgil, che ha promosso i 4 referendum sul lavoro, si è preoccupata di portare avanti una campagna identitaria, ha provato a rifarsi il maquillage, e non ha tenuto conto della enorme difficoltà di portare a votare più di 26 milioni di italiani. Con l’evidente conseguenza di trascinarci tutti a raccogliere l’ennesima sconfitta e di regalare al governo delle destre una boccata di ossigeno e un’occasione di rinsaldamento interno.

Le componenti politiche del campo largo hanno sostenuto i 5 quesiti referendari in un’ottica elettorale e con l’obiettivo di regolare i conti dentro il centrosinistra. Ora fanno il confronto tra chi ha votato ai referendum e l’elettorato di centrodestra e puntano a gestire i 14 milioni di persone che sono andate a votare, attribuendosele come loro elettorato.

A questo gioco l’USB ha provato a sottrarsi dando vita ad un Comitato referendario indipendente, sostenendo le ragioni dei 5 SI, ma tenendosi a debita distanza dalle logiche strumentali dei promotori. Questa scelta è stata giusta sia perché sarebbe un grave errore confondersi con chi porta sulle proprie spalle tante responsabilità dell’abbassamento delle tutele e dei diritti che soffriamo in questo paese, e sia perché sarebbe ancora più grave confidare nella Cgil e nei suoi alleati politici per una svolta nelle politiche del lavoro e contro lo sfruttamento.

Del resto, basta guardare alla stagione contrattuale appena conclusa o ancora aperta in diverse categorie per accorgersi che niente è cambiato nella logica delle grandi organizzazioni confederali, né in tema di salario, né in tema di diritti e di precarietà, né in tema di democrazia. Quella che è stata condotta sui referendum è stata solo una operazione di immagine che non trova alcun riscontro nelle piattaforme sindacali e nell’azione sui posti di lavoro.

E questo è probabilmente il vero motivo per cui milioni di lavoratori e lavoratrici non hanno creduto alla possibilità del cambiamento attraverso i referendum promossi dalla Cgil. La Cgil non ha più la credibilità per proporsi alla guida di un processo di trasformazione se le chiacchiere di Landini in tv vengono quotidianamente smentite dall’agire concreto di un sindacato abituato alla concertazione più che al conflitto. Stanchi di essere presi in giro, in tanti sono rimasti indifferenti alla proposta dei referendum.

Anche se questa sconfitta, volenti e nolenti coinvolge anche noi, per il clima certamente non positivo che produce tra i lavoratori, dobbiamo saperne raccogliere gli insegnamenti. Innanzitutto la necessità di rafforzare il percorso di organizzazione indipendente: se vogliamo ricostruire un movimento dei lavoratori che possa invertire la rotta dobbiamo sapere riconoscere e smascherare ogni tentativo di rifarsi l’immagine da parte dei sindacati concertativi e dei loro alleati politici. In secondo luogo, dobbiamo sapere che la partita si gioca sul campo, sui posti di lavoro, nelle piazze, sul territorio, ricostruendo tra le persone in carne ed ossa la speranza del cambiamento collettivo, senza affidarsi a scorciatoie che oggi sono impraticabili e controproducenti. Infine, che la lotta è oggi e non è procrastinabile perché stanno trascinando il paese dentro un’economia di guerra gravida di rischi e conseguenze imprevedibili e drammatiche.

Per questo già il 12 occorre sostenere l’iniziativa dei migranti in tante piazze d’Italia e poi il 20 lo sciopero generale e il 21 la manifestazione nazionale a Roma da piazza Vittorio. Per non dare tregua al governo Meloni. Per il salario e contro il riarmo.

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29/05/2025

India - Sciopero generale il 9 luglio

Lo scorso 20 maggio si è svolto in India uno sciopero nazionale contro le riforme del governo Modi e per il rafforzamento delle misure di protezione sociale in tema di lavoro, promosso dalla piattaforma sindacale Central Trade Union (CTU) – che unisce in un unico cartello diverse sigle (BMS, INTUC, AITUC, CITU, AIUTUC tra tutte) – che ha rilanciato come prossima data della mobilitazione il 9 luglio.

Lo sciopero (organizzato ogni anno dall’emanazione delle riforme in questione ma quest’anno apparentemente più partecipato) è stato l’occasione per migliaia di lavoratrici e lavoratori di scendere in piazza nelle principali città e nei maggiori centri industriali del Paese per chiedere il ritiro dei quattro codici del lavoro emanati tra il 2019 e il 2020 dal governo nazionalista di estrema destra guidato dal Primo Ministro Modi (Code on Wages, Industrial Relations Code, Occupational Safety, Health and Working Conditions Code e Social Security Code), giustamente definiti dai sindacati “pro-corporate”, cioè che favoriscono le élite imprenditoriali vicine al BJP a scapito dei lavoratori.

Sinteticamente queste riforme, sbandierate da Modi come atto di modernizzazione necessaria per attrarre investimenti e creare posti di lavoro, prevedono la flessibilizzazione dei licenziamenti, l’aumento dell’orario lavorativo, la riduzione delle tutele sulla sicurezza e la limitazione del diritto di sciopero.

Per fare solo alcuni esempi più specifici: l’Industrial Relations Code alza da cento a trecento il numero di dipendenti oltre il quale un’azienda deve chiedere permessi governativi per licenziamenti o chiusure, aumentando la precarietà e facilitando i licenziamenti, con conseguenze terribili in termini di povertà in un Paese, com’è l’India, con un debole sistema di protezione sociale.

L’Occupational Safety, Health and Working Conditions Code, invece, alza a dodici le ore lavorative giornaliere (quattro di straordinario), che in un Paese con un tasso di sindacalizzazione minimo (solo il 6% di chi lavora è oggi sindacalizzato) e con solo un ispettore del lavoro ogni 10.000 lavoratori aumenta notevolmente il lavoro non retribuito.

L’Industrial Relations Code a sua volta introduce requisiti più stringenti per organizzare scioperi (come preavvisi di 14 giorni e maggioranze del 75% dei lavoratori per proclamarli), limitando il numero di sindacati riconosciuti per azienda e centralizzando il potere nelle mani di organizzazioni vicine alle imprese (gli effetti disastrosi di questo codice sono stati evidenti nel 2022, quando un ampio movimento di lavoratori portuali fu represso brutalmente proprio perché non aderiva ai requisiti di legalità dell’Industrial Relations Code).

Il Code on Wages, che a parole proclama l’introduzione di un salario minimo nazionale, permette ai singoli Stati di fissare soglie più basse, creando disparità regionali e innescando una corsa al ribasso dei salari per attrarre più investimenti delle aziende (si consideri che il salario minimo medio in India è di circa 178 rupie/giorno (2,15€), insufficiente per sopravvivere nelle città metropolitane).

Infine, il Social Security Code esclude i lavoratori informali (circa il 93% della forza lavoro) da schemi universali, legando l’accesso a contributi individuali o ad adesioni volontarie delle aziende e lasciando senza copertura milioni di braccianti agricoli, lavoratori domestici e rider, categorie già molto esposte (oltre al fatto che l’imperante informatizzazione delle domande di welfare di fatto esclude milioni di lavoratrici e lavoratori residenti in aree rurali dall’ottenimento dei benefici della protezione sociale).

Tutto ciò si inserisce in un’agenda economica fortemente liberista e centralizzante (i quattro codici trasferiscono competenze dagli stati al governo centrale, riducendo la flessibilità degli stati nel legiferare su temi lavorativi) promossa dal governo a guida BJP dal 2014 in poi, la quale in nome della “modernizzazione” e dello “sviluppo” ha spinto per riforme strutturali che attraggano investimenti stranieri e stimolino la crescita economica riducendo la già debole protezione sociale sul lavoro (si pensi solo che l’India è passata dalla 142ª posizione nel 2014 alla 63ª nel 2020 nella classifica sull’“Ease of Doing Business”, cioè la facilità di fare business, della Banca Mondiale).

Nonostante gli altisonanti proclami di creazione di posti di lavoro – in India, dove la domanda di lavoro supera di gran lunga l’offerta (l’età media è 28 anni), la difficoltà a trovare lavoro è un problema sociale di fondamentale importanza – i dati mostrano che gran parte dei nuovi incarichi sono precari o a bassa produttività e la realtà è quella di un Paese sempre più diseguale.

Tuttavia, le massicce proteste contro le leggi agricole del 2020 (poi ritirate) già hanno dimostrato la capacità di mobilitazione della società civile e questo è anche l’auspicio per il prossimo 9 luglio. Perché solo l’organizzazione di un fronte unito di massa e la lotta pagano.

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19/04/2025

USB più forte dopo le RSU del Pubblico Impiego: continua a crescere il progetto del sindacalismo di classe

Alla fine hanno vinto tutti, come dice La Stampa commentando i risultati RSU nel pubblico impiego. Noi però, cari compagni e compagne dell'USB, abbiamo vinto davvero perché abbiamo raggiunto il nostro obiettivo che non era affatto scontato, cioè garantire al progetto del sindacalismo di classe di poter continuare a crescere senza subire battute d'arresto. E lo abbiamo fatto contro tutti e tutte.

Non si era mai vista una campagna elettorale così, hanno portato la gente a votare regalando soldi, hanno letteralmente comprato i voti sapendo di non aver nient’altro da offrire. Hanno utilizzato ogni mezzo a loro disposizione per cercare di escludere le nostre liste, per cancellare la possibilità di esistenza dell’USB. E poi abbiamo dovuto far fronte anche alle difficoltà oggettive: una intera generazione di quadri sindacali uscita dalle lotte degli scorsi decenni che è andata in pensione e che non è certo facile sostituire, soprattutto in assenza di nuovi cicli di conflitto. E poi lo smart working che rende complicato il rapporto con le persone e tra le persone, aumenta l’isolamento e l’individualismo, allontana i lavoratori da un’idea corretta di cosa è e cosa deve essere un sindacato. Ma il risultato che abbiamo raggiunto, che ci parla di migliaia di nuovi delegati e delegate RSU dell’USB, è il segno che la nostra organizzazione è solida ed è capace di affrontare anche le sfide più complesse. Va detto che questo risultato è ancora più significativo perché si inserisce in un contesto di lotta ai rinnovi contrattuali bidone.

L’USB si è presa la responsabilità di uscire da un tavolo negoziale con il governo sul CCNL delle funzioni centrali, perché aveva capito che avrebbe portato ad un risultato in perdita. Quella scelta è stata premiata, il nostro coraggio ha avuto la meglio. Avremo tempo per una valutazione accurata dei risultati comparto per comparto e ci vorrà ancora un po’ per conoscere bene tutti i dati.

Oggi però possiamo e dobbiamo ringraziare tutti i compagni e le compagne dei settori pubblici e in generale tutti quelli che hanno contribuito a questo risultato importante per la nostra organizzazione. Oggi USB è più forte ed è ancora più determinata a proseguire nella sue battaglie per dare una alternativa sindacale di classe ai lavoratori e alle lavoratrici del nostro Paese.

Unione Sindacale di Base

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11/04/2025

Grecia - Secondo sciopero generale in quaranta giorni

Ieri i lavoratori in Grecia hanno dato vita ad un nuovo sciopero generale che ha investito tutti i settori dell’economia. Lo sciopero è stato indetto per chiedere salari più alti e l’annullamento delle misure di austerità a fronte di un costo della vita salito alle stelle.

Questo sciopero si è svolto appena 41 giorni dopo lo sciopero generale e le proteste di massa dello scorso 28 febbraio per chiedere giustizia per le 57 vittime dell’incidente ferroviario avvenuto a Tempi nel 2023.

Decine di migliaia di lavoratori hanno manifestato mercoledì nella capitale Atene, nella seconda città Salonicco e in altre importanti aree urbane.

Gran parte del trasporto pubblico nella capitale è stato bloccato, con i servizi ferroviari, inclusa la ferrovia suburbana, completamente sospesi. I marittimi hanno sostenuto l’azione di sciopero, con i traghetti rimasti fermi nei porti.

Le scuole sono state chiuse, con la partecipazione allo sciopero degli insegnanti delle scuole primarie e secondarie. Gli studenti hanno aderito allo sciopero per protestare contro i tagli all’istruzione, l’aumento delle tasse universitarie e le università private.

Gli operatori sanitari hanno partecipato, mentre gli ospedali pubblici si occupavano solo di casi di emergenza.

Le principali federazioni sindacali hanno tenuto comizi in Piazza Syntagma e Piazza Klafthmonos, mentre il PAME si è concentrato ai Propilei. A Salonicco, gli scioperanti si sono radunati presso la statua di Venizelos.

L’appello allo sciopero denunciava come la Grecia sia il “penultimo” paese “in tutta l’Unione Europea in termini di potere d’acquisto, con una larga fetta di cittadini che spende più del 40% del proprio reddito per alloggio e riscaldamento”.

I lavoratori hanno risposto con la mobilitazione ad una crisi sociale sempre più disperata, con l’inflazione che si attesta intorno al 3% – superiore alla media europea – e milioni di persone che subiscono un calo reale dei salari. A gennaio, secondo Eurostat, il salario minimo in Grecia era tra i più bassi dell’Unione Europea (UE), dopo quello di Portogallo e Lituania.

Il quotidiano greco Kathimerini scrive che: “A 1.342 euro al mese, lo stipendio lordo medio è ancora inferiore del 10% rispetto al 2010, quando la Grecia ha firmato il suo primo piano di austerità, secondo i dati del Ministero del Lavoro”.

Il salario minimo è aumentato ad aprile da 830 euro al mese alla cifra ancora irrisoria di 880 euro per i lavoratori dipendenti. Per i salariati, la paga giornaliera è aumentata da 37,07 euro a 39,30 euro.

Lo stipendio di un infermiere neolaureato è di soli 863,82 euro al mese, in leggero aumento rispetto agli 803,92 euro del 2011. Per un assistente infermiere, lo stipendio mensile è di soli 736,61 euro, in realtà inferiore ai 757,74 euro del 2011. Gli ospedali greci, al collasso sotto il peso dell’austerità, avrebbero bisogno di altri 45.000 dipendenti per funzionare correttamente.

La Grecia, tra l’altro, è da tempo uno dei Paesi europei con la maggiore spesa militare con una quota del 3,5%, ben al di sopra della quota del 2% del PIL richiesta dalla NATO. Secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici, negli ultimi 16 anni di brutale austerità, dal 2008 al 2024, i partiti al governo in Grecia hanno sperperato la sbalorditiva cifra di 112 miliardi di euro in spese militari.

Lo sciopero generale di mercoledì si è tenuto pochi giorni dopo che il governo ha annunciato uno stanziamento aggiuntivo di 25 miliardi di euro per la spesa militare nel prossimo decennio nel quadro del furore guerrafondaio che anima i governi dell’Unione Europea.

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12/01/2025

USA - Portuali: aumenti salariali e lotta contro l’automazione

Il recente sciopero dei portuali americani ha fruttato spettacolari aumenti salariali ma anche fatto emergere una questione destinata a essere un conflitto permanente: la lotta dei lavoratori organizzati contro l’incedere di IA e robotica. Queste ultime, se non contrastate da un soggetto collettivo, evolvono secondo caratteristiche destinate o a peggiorare le condizioni di lavoro o, semplicemente, a spazzare via i lavoratori.

Stavolta i lavoratori USA hanno vinto, sfruttando la condizione strategica dei loro porti nel commercio internazionale degli Stati Uniti, ma non c’è da dubitare che la questione IA-Robotica nel settore portuale americano è destinata a riproporsi. Del resto il presente e il futuro prossimo del lavoro sono questi: la flessibilità umana è ineliminabile per produrre valore, e profitto, la tecnologia assedia la flessibilità umana per ridurne i costi.

La risposta dei lavoratori in questo caso c’è stata, ed ha fruttato sul piano salariale, ma va considerato che la ricerca e l’innovazione, tramite IA e robotica, innovano velocemente, anche se non senza incontrare criticità, nella automazione delle operazioni portuali, nel monitoraggio e nella manutenzione predittiva, in sicurezza e protezione, nella riduzione dell’impatto ambientale e nella ottimizzazione della logistica e della catena di approvvigionamento.

Qui bisogna ricordare che, all’epoca della formazione della classe operaia, i luddisti non erano – come ha ricostruito magistralmente Edward Thompson – proletari disorganizzati che odiavano le macchine e che si muovevano estemporaneamente, ma operai specializzati, organizzati e con forte radicamento sociale sotto attacco del gigantismo macchinico dell’automazione. Non deve stupire, quindi, che la reazione all’automazione negli USA sia venuta da sindacati organizzati e con attorno un reale consenso sociale.

La vicenda dello sciopero dei portuali americani rappresenta una delle prime grandi battaglie sindacali contro l’automazione e l’intelligenza artificiale, un tema che diventerà sempre più rilevante in molti settori e, si spera, in molti paesi.

Pubblichiamo la traduzione di un articolo del Financial Times dedicato alla vicenda.

(Redazione)

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La lotta contro i robot che minacciano i posti di lavoro americani

di Taylor Nicol Rogers e Tabby Kinder

Quando circa 25.000 membri dell‘International Longshoremen’s Association (ILA) sono entrati in sciopero lo scorso ottobre, bloccando tre dozzine di porti sulle coste est e del Golfo degli Stati Uniti, si è diffuso un allarme generale. Alcune previsioni indicavano che, poiché questi porti gestiscono un quarto del commercio internazionale del paese, lo stop avrebbe potuto costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno, riaccendere l’inflazione e innescare effetti a catena che si sarebbero sentiti in tutto il mondo.

In realtà, il panico è durato solo 72 ore. A seguito di negoziati frettolosi e dell’offerta di un aumento salariale di quasi il 62% in sei anni, i portuali hanno accettato di tornare al lavoro, anche se temporaneamente – forse “i tre giorni più redditizi nella storia dei rapporti tra lavoro e dirigenza”, secondo le parole di Patrick L Anderson, CEO della società di consulenza aziendale Anderson Economic Group.

Ma per certi versi la battaglia è solo all’inizio. Sebbene sia stato l’aumento salariale ad attirare l’attenzione dei media, il vero problema del sindacato è l’automazione, in particolare le proposte della United States Maritime Alliance (USMX), che rappresenta gli operatori portuali e i vettori di container, di dotare più porti statunitensi di gru semi-automatiche.

Queste gru sono dotate di una tecnologia avanzata che le rende più veloci ed efficienti da utilizzare, affermano i proprietari. Ma l’ILA sostiene che la loro introduzione minaccia i mezzi di sussistenza dei suoi membri. A meno che USMX non accetti un divieto totale sui macchinari automatizzati, il sindacato ha minacciato di scioperare di nuovo già la prossima settimana.

“Accogliamo le tecnologie che migliorano la sicurezza e l’efficienza”, ha affermato in una dichiarazione il pittoresco presidente dell’ILA, Harold Daggett. “Ma solo quando un essere umano rimane al timone”.

La controversia ha attirato l’attenzione non solo per il suo potenziale impatto enorme, ma perché è una delle prime nel suo genere. Man mano che sempre più aziende sperimentano la robotica di nuova generazione, i sindacati statunitensi che rappresentano settori diversi come gli autisti UPS, i lavoratori dei casinò di Las Vegas e i dipendenti dei negozi di alimentari stanno lottando affinché vengano aggiunte disposizioni ai contratti che si concentrano sul mantenimento dei posti di lavoro e sul risarcimento dei lavoratori sfollati in caso di automazione.

Quelle che in precedenza erano trattative ordinarie su retribuzioni e condizioni si sono trasformate in controversie più ampie ed esistenziali sul rapporto tra uomo e macchina. Circa il 70% dei 12 milioni di persone rappresentate dall‘American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations ora teme di essere sostituito dalla tecnologia, stima la presidente dell’AFL-CIO Liz Shuler: “I lavoratori sono stufi di come sono stati trattati per molto tempo e sono spaventati di ciò che il futuro potrebbe riservare”.

Qualunque sia il contratto che i portuali negoziano, dicono gli analisti, potrebbe aiutare a fornire un modello per gli accordi a livello nazionale. “Quello che vedi in atto è il lavoro che lotta per avere un posto al tavolo”, afferma Robert Bruno, professore di lavoro all’Università dell’Illinois Urbana-Champaign.

Gli investitori statunitensi hanno accumulato oltre 15 miliardi di dollari in startup di robotica dal 2019, secondo PitchBook, e la notevole crescita dell’intelligenza artificiale negli ultimi 18 mesi ha iniziato a dare i suoi frutti. I lavori che sembravano poter essere svolti solo dalle persone improvvisamente sono messi a rischio; gli economisti hanno messo in guardia da cambiamenti troppo dirompenti nella forza lavoro anche se le macchine sono in grado di fare sempre di più.

Ad aumentare la pressione in economie come gli Stati Uniti, affermano gli imprenditori, è la lenta crescita della forza lavoro, che rende sempre più difficile reclutare lavoratori. I piani del presidente eletto per le espulsioni di massa – ha detto alla NBC News il mese scorso che intende espellere tutti gli 11 milioni di persone stimate negli Stati Uniti illegalmente nei prossimi quattro anni – probabilmente intensificheranno solo tali preoccupazioni.

La nuova amministrazione (Trump) può vantare sia il sostegno di alcuni sindacati, compresi i Longshoremen (portuali), sia nella Silicon Valley, mentre gli scioperi robot diventeranno un punto critico in questo schema del consenso. Elon Musk è un appassionato a tutti gli effetti della tecnologia, parla di automatizzare completamente le fabbriche Tesla e desideroso di mostrare un robot umanoide sviluppato da Tesla chiamato Optimus. Ma, il presidente eletto forse consapevole della sua base Maga, sembra avere un’opinione diversa: scrivendo su Truth Social sugli scaricatori di porto il mese scorso, ha affermato che “la quantità di denaro risparmiata dall’automazione non è neanche lontanamente vicina al disagio, dolore e danno che causa ai lavoratori americani”.

Leader sindacali tra cui Daggett hanno promesso che se riusciranno a tenere a bada i robot, hanno in programma di lavorare con i sindacati di tutto il mondo per fare lo stesso.

“Nei luoghi di lavoro sindacalizzati, almeno nei settori con sindacati che stanno rendendo questa una priorità, lo sciopero è l’unico meccanismo probabilmente efficace… per impedire alle stesse industrie di impazzire”, afferma Bruno.

Prima dell’avvento della containerizzazione, i portuali trascorrevano lunghe giornate a scaricare singole scatole, barili e casse, quindi a trasferire il loro contenuto su camion e treni merci: un lavoro pericoloso ma affidabile e ben pagato che, al suo apice, impiegava circa 100.000 uomini in porti intorno agli Stati Uniti.

Dopo che l’imprenditore dell’autotrasporto Malcom McLean ha sostenuto il container in acciaio largo 8 piedi a metà degli anni ’50, quel mondo è crollato. La nuova tecnologia consentiva di trasferire il carico con il minimo sforzo e costi drasticamente ridotti. Decine di migliaia di posti di lavoro sono scomparsi quasi da un giorno all’altro.

Nonostante un enorme aumento delle esportazioni mondiali, il numero di portuali impiegati nel porto di New York e New Jersey è crollato da 55.000 negli anni ’50 a circa 4.000 oggi, afferma Jean-Paul Rodrigue, professore di affari marittimi alla Texas A&M University. “L’automazione ha distrutto molti posti di lavoro per i portuali ed è stato un grosso problema”, afferma Rodrigue.

Quando le gru semi-automatiche furono introdotte per la prima volta nei terminal sulla costa orientale degli Stati Uniti all’inizio degli anni 2000, i leader dell’ILA affermano di aver accettato i cambiamenti perché avrebbero contribuito a creare posti di lavoro. Ma ora dicono che è successo il contrario.

“L’automazione, completa o semi, sostituisce i posti di lavoro ed erode le funzioni lavorative storiche che abbiamo combattuto duramente per proteggere”, ha affermato Daggett in una nota. (L’ILA non ha accettato un’intervista con il Financial Times.)

Un sondaggio del 2022 commissionato dal sindacato dei portuali della costa occidentale ha rilevato che l’automazione parziale dei porti di Los Angeles e Long Beach ha comportato la perdita di quasi 1.200 posti di lavoro nel 2020 e nel 2021.

USMX afferma che poiché la maggior parte dei porti gestiti dai suoi membri non dispone di terreno libero, l’unica scelta è “densificare i terminal” aggiungendo macchinari che velocizzano le operazioni.

In una gru convenzionale, un operatore si siede all’interno di una cabina, sollevando i container dalle navi e smistandoli, prima di trasferirli su camion o treni: un lavoro altamente qualificato che può far guadagnare ai lavoratori fino a $ 200.000 all’anno. In un sistema di gru a portale (RMG) semi-automatico su rotaia, l’operatore lavora in remoto da un ufficio fuori sede, monitorando la gru tramite collegamento video ma lasciando che il sistema svolga la maggior parte del lavoro. Il lavoro richiede competenze e formazione simili, ma sono necessarie meno persone.

I leader sindacali affermano di aver già compiuto un “balzo in avanti nella produttività” utilizzando alcune di queste tecnologie, ma affermano che un’ulteriore automazione è un passo troppo lungo.

“Non si tratta di soddisfare le esigenze operative, si tratta di sostituire i lavoratori con il pretesto del progresso, massimizzando al contempo i profitti aziendali”, ha scritto Dennis Daggett, presidente dell’ILA Local 1804-1 e figlio di Harold Daggett, in un recente saggio sul sito web del sindacato.

I Longshoremen hanno ragione ad avere paura, dice Rodrigue, stimando che fino al 40% di loro rischia di perdere il lavoro.

Ma USMX descrive le richieste di vietare l’automazione come “irrealizzabili”, affermando che la moderna tecnologia delle gru ha “quasi raddoppiato” sia la produttività dei container che il numero di lavoratori nei porti che la utilizzano.

“USMX non sta cercando, né lo ha mai fatto, di eliminare posti di lavoro”, ha affermato in una nota.

Da quando la General Motors ha messo per la prima volta i robot sulle linee di assemblaggio negli anni ’60, le case automobilistiche sono state pioniere dell’automazione. Eppure, fino all’ascesa dell’intelligenza artificiale, altre industrie, quelle che richiedevano compiti più manuali o in cui i robot avrebbero potuto dover rispondere ad ambienti imprevedibili o pericolosi, hanno faticato a seguire l’esempio.

Eppure i recenti progressi hanno conferito alle macchine capacità che anche gli esperti in precedenza ritenevano impossibili, il che significa che vengono utilizzate in una varietà sempre più ampia di spazi di lavoro. Le aziende manifatturiere in particolare hanno investito molto, con le installazioni totali di robot industriali in aumento del 12% a oltre 44.000 unità nel 2023, il volume più grande in almeno un decennio, secondo l‘International Federation of Robotics. Ancora una volta, l’industria automobilistica ha aperto la strada, seguita dalle aziende elettriche ed elettroniche.

Gli investimenti di venture capital statunitensi nella robotica sono aumentati da circa 2 miliardi di dollari nel 2019 a oltre 3,5 miliardi di dollari lo scorso anno, secondo i dati di PitchBook. Nei primi nove mesi del 2024, ci sono stati 130 accordi di raccolta fondi per startup di robotica, più che in tutto il 2019.

Tra i più importanti c’è stato un investimento di 675 milioni di dollari lo scorso febbraio da parte del fondatore di Amazon Jeff Bezos, in Figure AI, una startup della Silicon Valley fondata nel 2022 che sta lavorando a un robot “generico” umanoide senza volto.

Si tratta di robot, il cui costo per i clienti è stimato tra 30.000 e 150.000 dollari, che potrebbero completare attività tra cui lo spostamento di una scatola su un nastro trasportatore, mettendo potenzialmente in pericolo il lavoro di chiunque lavori, diciamo, in un centro di distribuzione. I primi modelli sono stati consegnati a un “cliente commerciale” il mese scorso.

Durante il loro viaggio annuale al Consumer Electronics Show di Las Vegas lo scorso anno, i membri del Culinary Union, che rappresenta il personale dei casinò della città, sono rimasti scioccati nel vedere robot friggere cibo e preparare cocktail.

“Se inseriscono macchine, come faranno le persone a guadagnarsi da vivere?” dice Francisco Rufino, un cuoco del Paris Las Vegas hotel and casino. “Come pagheranno l’affitto? Come pagheranno il cibo?”

Datori di lavoro e analisti affermano che ci sono forti ragioni per perseguire l’automazione. Gli aumenti salariali sperimentati da molti americani negli ultimi anni hanno avuto un costo, afferma Laurie Harbour, amministratore delegato della società di consulenza Harbour Results. “[I lavoratori americani] hanno lottato per salari che potessero sostenere la nostra inflazione”, dice. “Il problema è che questo rende gli Stati Uniti in qualche modo non competitivi”.

60,4% : è la stima degli economisti sulla quota di americani al lavoro o in cerca di lavoro entro il 2030, in calo dal 67,3% del 2000 Alcuni settori affermano di essere preoccupati di rimanere senza persone, in particolare per i lavori più difficili e pericolosi. Con l’invecchiamento della popolazione e le famiglie che faticano a trovare assistenza all’infanzia, la quota di americani al lavoro o in cerca di lavoro è in calo da decenni, passando dal 67,3% nel 2000 al 62,5% alla fine dello scorso anno. Gli economisti stimano, appunto, che scenderà al 60,4% entro il 2030.

In un recente rapporto del sito di reclutamento Indeed, gli analisti hanno scritto che si aspettano che la “offerta di lavoratori in diminuzione peserà molto sul mercato del lavoro nei prossimi anni”, in particolare se l’amministrazione seguirà le sue minacce di espulsione.

Nick Durst, analista senior dello sviluppatore immobiliare The Durst Organization, cita i ranghi in diminuzione dei lavavetri negli Stati Uniti. Nonostante il boom dello sviluppo, il numero di persone impiegate a lavare i vetri nel paese è diminuito di oltre il 5% dal 2019, suggerisce un’analisi di IbisWorld.

Nel 2022, il capitale di rischio ha investito nel produttore di un robot lavavetri, Skyline Robotics, con sede in Israele. Il robot Ozmo può ora essere visto mentre pulisce le finestre di un grattacielo vicino a Times Square. L’investimento è un modo per essere “proattivi” nell’affrontare la carenza di manodopera, afferma Durst.

“È molto comprensibile per me perché quella prossima generazione non si presenti in cerca di lavoro”, afferma il presidente di Skyline Robotics Ross Blum. “È un lavoro davvero duro… Chi vuole andare a 1.000 piedi in aria oggi e fare lavori manuali all’aperto?”

Blum e altri appassionati di robotica insistono sul fatto che il loro obiettivo non è sostituire i lavoratori, ma dare loro gli strumenti per renderli più sicuri e produttivi. Eppure i gruppi di lavoro non sono convinti. Edwin Quezada, responsabile della produzione in un Stop & Shop di Long Island, che è anche membro del Retail Wholesale and Department Store Union, afferma che i robot in grado di scansionare gli scaffali durante la notte sono “un’arma a doppio taglio”.

“Rende più facili alcuni degli aspetti di ciò che facciamo”, dice Quezada. “Ma poi di nuovo, a volte quella tecnologia è solo un modo per eliminare più posti di lavoro”.

Negli ultimi anni, sia i sindacati della vendita al dettaglio che quelli culinari hanno negoziato clausole nei contratti che sperano proteggano i lavoratori umani. I casinò di Las Vegas sono ora tenuti a dare alle persone un preavviso di sei mesi prima di implementare nuove tecnologie e formazione gratuita su come usarle, oltre a pacchetti di licenziamento per chiunque venga licenziato a causa della tecnologia.

UPS ha accettato di negoziare con i Teamsters, uno dei sindacati più potenti degli Stati Uniti, prima di introdurre droni o veicoli di ritiro senza conducente. Anche i negozi al dettaglio di New York i cui lavoratori sono rappresentati da RWDSU, tra cui Bloomingdale’s e Macy’s, richiedono che la direzione raggiunga un accordo prima di introdurre nuove tecnologie.

Ma questo non ha fermato l’ansia per lo spostamento diffuso del lavoro. “I macchinari fanno bene alle aziende”, afferma Rufino, il cuoco di Las Vegas. “Fa risparmiare loro i costi del lavoro. Ma allo stesso tempo, il tasso di disoccupazione salirà alle stelle”.

I macchinari fanno bene alle aziende. Fa risparmiare loro i costi del lavoro. Ma il tasso di disoccupazione salirà alle stelle

Alcuni analisti sostengono che i lavoratori potrebbero vincere le battaglie, ma probabilmente perderanno la guerra. Poche persone hanno il tipo di influenza di cui godono i portuali, afferma Rodrigue della Texas A&M.

Eppure, se i robot riusciranno a conquistare i luoghi di lavoro, gli economisti sono divisi su quante persone saranno effettivamente espulse. “Storicamente, perdite di posti di lavoro diffuse e massicce [semplicemente non accadono] quando emergono nuove tecnologie”, afferma Bill Rodgers, direttore dell’Institute for Economic Equity presso la Federal Reserve Bank di St Louis. “Significa che non potrebbe succedere? Forse”.

Altri sono meno ottimisti. L’economista del MIT Daron Acemoglu afferma che le attuali capacità dei robot significano che coloro che sono maggiormente a rischio di essere espulsi sono nei lavori manuali e non hanno una laurea, il che potrebbe rendere difficile per loro passare ai ruoli più high-tech che probabilmente saranno creati dall’ automazione.

Ciò potrebbe aumentare la disuguaglianza economica “creando un divario maggiore tra” i lavoratori che non hanno una laurea e quelli che ce l’hanno, dice Acemoglu.

Daggett dell’International Longshoremen’s Association è d’accordo. Determinato a fermare l’automazione con qualsiasi mezzo possibile, lui ei suoi membri riconoscono quali sono le poste in gioco, dice: “Capiscono che è una lotta per la loro stessa sopravvivenza”.

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