Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Bolscevichi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bolscevichi. Mostra tutti i post

07/11/2025

7 novembre 1917 - La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi


Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:
1) per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;
2) per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento”. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente”, che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.

Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.

I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.

Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.

In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si imposero, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.

Tra gli elementi che dobbiamo prendere in esame, uno risulta essere decisivo: la guerra e la fine della guerra annunciata dai bolscevichi.

La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era predominante come fonte della vita e della sopravvivenza di gran parte delle società dell’epoca.

Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.

Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. E poi c’era la guerra vera e propria.

La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc). Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa, diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio diffuso verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.

La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.

Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano maggiormente in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.

Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” (ieri è troppo presto, domani troppo tardi) per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.

Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.

La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.

Celebrare a distanza di decenni la Rivoluzione d’Ottobre, significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.

Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?

Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi, questa somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).

La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che non solo gli imperi come Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o l’Italietta che aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.

Negli ultimi anni la guerra in Europa e la guerra mondiale a pezzi, la recessione economica, la insopportabile crescita della disuguaglianze sociali, l’infarto ecologico del Pianeta e la regressione sociale complessiva, stanno caratterizzando la fase storica in cui ci è toccato di vivere. Fino a metterci davanti agli occhi un genocidio: quello del popolo palestinese.

In passato quando queste condizioni si sono intersecate con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, hanno prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente. Nell’epoca delle armi nucleari questa exit strategy dalla crisi potrebbe non essere più praticabile.

Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Più di cento anni dopo vale la pena di rimettere in campo di nuovo una alternativa di sistema e misurarsi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne sia la spinta che l’esperienza storica.

Fonte

30/08/2023

Quale destino per l’Ucraina post-majdanista?

Secondo il giornale libanese Al-Binaa, altri segnali sarebbero giunti a confermare quanto si ripete da tempo: gli USA sarebbero alla ricerca della strada per disfarsi di Vladimir Zelenskij.

La diversa retorica dei media occidentali, osserva Al-Binaa, testimonierebbe che USA e NATO cominciano ad ammettere il mutato equilibrio di forze nel mondo. Indicativi, sarebbero i colloqui dello scorso 21 agosto del presidente degli Stati maggiori riuniti USA, Mark Milley in Vaticano, ricevuto dal papa.

Il forse troppo ottimista (e certamente molto fantasioso) redattore del quotidiano di Beirut ipotizza che Milley avrebbe ammesso il fallimento della controffensiva ucraina e avrebbe addirittura chiesto consiglio a Bergoglio su una possibile “uscita dignitosa” americana dall’Ucraina.

I due avrebbero discusso, appunto, del modo «di disfarsi dell’attuale presidente ucraino» e nientepopodimeno che di un fantascientifico «accordo, secondo cui gli USA smantellerebbero i propri sistemi antimissilistici in Polonia, Romania e Turchia».

Come si dice dalle nostre parti, “tutto pol’esse”; anche se è quantomeno spassoso pensare a uno yankee in ginocchio a “chiedere consiglio” a chicchessia ed è difficilissimo non solo credere, ma anche solo immaginarsi gli USA intenti a ritirare proprie armi, almeno che non sia per riposizionarle in altre lochescion ritenute al momento più favorevoli.

In ogni caso, la scorsa settimana, anche la presidente ungherese Katalin Novak ha fatto visita al papa, dopo di che ha dichiarato che «presto arriverà il momento per la soluzione del conflitto in Ucraina».

Pronunciato dalla “beniamina” di Viktor Orban, il presagio dovrebbe mettere sul chi va là almeno Vladimir Zelenskij, tanto più che Novak, più o meno negli stessi giorni, nel corso della terza conferenza internazionale della cosiddetta “Piattaforma di Crimea”, ha detto chiaro e tondo al capo della junta nazigolpista che, a guerra finita, la Transcarpazia costituirà una preziosa risorsa per gli ungheresi e per Budapest.

Nel viaggio verso Kiev, Novak ha attraversato la Transcarpazia, dove il 20 agosto ha «avuto l’opportunità di celebrare la nostra giornata nazionale insieme alla comunità nazionale ungherese».

«Come ha detto Lei», ha dichiarato, rivolta direttamente a Zelenskij, la Transcarpazia «è una risorsa per il futuro, quando finalmente inizieremo a ricostruire l’Ucraina. Può servire come risorsa anche per noi, contiamo su di voi per avere un’amicizia molto forte tra gli ungheresi e gli altri rappresentanti delle comunità della Transcarpazia».

In questo modo, osserva PolitNavigator, parlando di “altre nazionalità”, Novak ha evitato di ricordare che, oltre agli ungheresi, nella regione vivono anche ucraini, classificati invece al pari di tutti gli “altri”, senza che ciò abbia sollevato obiezioni da parte di Zelenskij.

Ovviamente, da sempre, non è solo l’Ungheria ad avanzare pretese su territori ucraini. L’ex consigliere del Pentagono Douglas Macgregor, in un’intervista a Dialogue Works, torna a puntare il dito su Polonia e Lituania, che potrebbero azzardare un intervento in Ucraina occidentale “aggirando” la NATO.

Ma se ciò avverrà, pur se l’azione fosse “non coordinata” coi vertici atlantici, le truppe di Varsavia e Vilnius verrebbero viste come truppe NATO, con tutte le conseguenze del caso.

Su un’altra linea, l’ex Ministro dell’istruzione ucraino (2010-febbraio 2014) Dmitrij Tabačnik, suggerisce invece a Mosca di pensare a come restituire parte delle attuali regioni ucraine ai precedenti titolari: Polonia, Ungheria e Romania e, ovviamente, Russia. Lo ha detto ai microfoni di Krym 24.

Se non apprendiamo la «lezione e non cambiamo noi stessi, i nostri figli e nipoti dovranno affrontare lo stesso problema. Mio nonno ha combattuto da Kiev a Stalingrado e da Stalingrado a Vienna. Per fortuna, è morto a 90 anni, nel 1992. Non avrebbe potuto sopportare uno scontro tra russi e russi. Pertanto, penso che, prima di tutto, le terre russe dovrebbero tornare alla Russia; come storico, credo che la Galizia non sia terra ucraina e la popolazione tutt’altro che ucraina: sono galiziani, un gruppo etnico a sé».

Secondo Tabačnik, a tutt’oggi né Varsavia, né Budapest, né Bucarest riconoscono le acquisizioni ucraine; Kiev dovrebbe insomma rinunciare ai territori acquisiti alla fine della guerra, a est e a ovest; si dovrebbe fare dell’Ucraina centrale un’area cuscinetto in cui, trascorso un ventennio dopo la de-nazificazione, dovrebbe tenersi un referendum sulla autodeterminazione.

Le dichiarazioni dell’ex Ministro hanno sollevato le proteste del presidente del Congresso delle comunità russe di Crimea, Sergej Šuvajnikov, secondo il quale «non si deve conservare la minima isola di ucrainicità! Non si può parlare in quel modo: questo lo diamo a quelli, quest’altro a questi o a quegli altri. Si tratta di territori primordialmente russi, conquistati; come storico, Tabačnik dovrebbe sapere in quali aree fossero stanziate le tribù russe, slave. Dobbiamo perseguire questa ucrainicità anti-russa; essa deve essere eliminata. Se rimarrà anche solo un’isoletta di ucrainicità, quegli stessi stati la nutriranno e di nuovo inizierà a combattere contro la Russia».

E, a proposito di territori tornati alla Russia, Rostislav Iščenko scrive su Ukraina.ru che già oggi, dopo il ritorno di sei nuove regioni nell’orbita russa, si può dire che entreranno nella compagine russa non l’Ucraina, non il Donbass, non la Novorossija, bensì singole regioni. Ogni area si unirà per conto suo, così che un’unica politica di de-ucrainizzazione sarà soggetta alla politica di ogni singola regione.

Iščenko illustra poi il proprio personale metodo di intervento. È necessario, dice, «non vietare nulla oltre ciò che è proibito dalla legge russa, ma dare ciò che è garantito dalla Costituzione, in modo tale che essi stessi lo rifiutino. Tale metodo non funzionerebbe o incontrerebbe enormi difficoltà se avessimo a che fare con un’unica entità politica controllata da Kiev, Kharkov o Donetsk. Ma, con zone frammentate, mi sembra ineccepibile».

E porta a esempio la questione della lingua: la Costituzione non consente di proibire lo studio dell’ucraino nelle scuole ucraine. Se l’Ucraina si conservasse come una sorta di unità politica (anche autonoma nella compagine russa), elaborerebbe un’unica norma linguistica e, sul territorio di quell’autonomia, assicurerebbe una costante, se pur limitata, offerta per chi parla ucraino.

Ne approfitterebbero «scrittori, poeti e altri “artisti” “nazionali”, e su questa base si conserverebbe e riprenderebbe vita il banderismo, come era accaduto nella SSR ucraina». Ma nelle singole aree non sussisterebbe un apparato (tipo Accademia delle Scienze, o Istituto linguistico nazionale) in grado di elaborare una comune norma linguistica. L’unica norma sarebbe la «lingua russa, e diverrebbe anti-economico scarabocchiare poesie e romanzi in ucraino: non ci sarebbe sufficiente mercato».

In generale, continua Iščenko, non esiste «una norma unica per la lingua ucraina. Quella creata dai bolscevichi sulla base del dialetto di Poltava si è persa, cancellata dai nazionalisti ucraini come “troppo russificata”... Di fatto, l’ucraino parlato oggi è un suržk di centinaia, se non migliaia di villaggi locali: il suržk di Odessa differisce da quello di Vinnitsa e tutti e due da quello di Khar’kov, di Žitomir e più si va a ovest, più si moltiplicano i suržk e più differiscono da quelli dell’est, sud e centro d’Ucraina».

Dunque, per garantire il diritto costituzionale all’insegnamento nella lingua madre, «ogni regione o distretto dovrebbe farlo attingendo dal proprio bilancio locale... sarebbe un diritto, non un dovere: è una questione di principio»: ogni singolo villaggio dovrebbe scegliere se ripristinare una strada, oppure nominare insegnanti di matematica, fisica, ecc. di lingua ucraina.

Alla fine, dato che la lingua russa e gli insegnati di matematica, fisica, di lingua russa dipendono invece dal bilancio statale, si smetterebbe di optare per il “proprio” suržk banderista e il banderismo scomparirebbe.

Che il nazionalismo e il filo-nazismo banderista, nei decenni abbiano innalzato, tra le proprie “bandiere”, anche quella della lingua ucraina, è un fatto. È però da dubitare che il solo “mettere i bastoni tra le ruote” alla lingua ucraina serva a lottare contro il banderismo, sviluppatosi sul terreno del preesistente nazionalismo e rimasto, come quello, al servizio delle mire antisovietiche delle ex classi borghesi spodestate d’Ucraina, complice poi dei nazisti hitleriani.

La battaglia per liberare veramente il popolo ucraino dal banderismo e dal neonazismo è una battaglia di classe e non la sfida di un nazionalismo a un altro.

Proprio a proposito della questione della lingua, ma più in generale sulla questione dell’autodeterminazione, del diritto alla separazione, di lotta al nazionalismo borghese e di unità tra proletariato ucraino e grande-russo e, nello specifico, a proposito della “ucrainizzazione” degli organi di partito e di governo nella RSS d’Ucraina, riportiamo una nota del politologo russo Aleksandr Khaldej.

Nota preziosa, anche perché si muovono spesso accuse ai bolscevichi, di aver contribuito ad alimentare la russofobia ucraina, prima con la costituzione di una RSS ucraina distinta dalla Russia, poi col promuovere la politica di “ucrainizzazione”.

In una famosa lettera inviata nell’aprile 1926 «Al compagno Kaganovič e agli altri membri del Politbjuro del CC del KP(b)U», Stalin affronta la questione delle spinte nazionalistiche che si stavano sempre più manifestando tra le masse ucraine e anche all’interno del CC del KP(b)U, favorite da un intreccio di legami tra il PC dell’Ucraina occidentale (KPZU), nazionalisti borghesi della Unione nazional-democratica ucraina (UNDO) e il comunista ucraino Šumskij.

Scrive Stalin:
«Ho avuto una conversazione con Šumskij. (…) Ritiene che la crescita della cultura ucraina e dell’intellighenzia ucraina stia procedendo a ritmo rapido, che se non prendiamo in mano questo movimento, potrebbe sfuggirci. Ritiene che a capo del movimento dovrebbero esserci persone che credono nella causa della cultura ucraina, che conoscono e vogliono conoscere questa cultura, che supportano e possono sostenere il crescente movimento per la cultura ucraina.

Egli è particolarmente scontento del comportamento dei vertici di partito e sindacali in Ucraina che, a suo avviso, ostacolano l’ucrainizzazione. Egli pensa che uno dei peccati principali dei vertici partitici e sindacali consista nel fatto che non attirano alla direzione del lavoro di partito e sindacale quei comunisti che sono direttamente legati alla cultura ucraina. Pensa che l’ucrainizzazione debba condursi principalmente nelle file del partito e tra il proletariato.

Secondo: egli pensa che per la correzione di queste carenze, sia necessario prima di tutto cambiare la composizione dei vertici di partito e sovietici dall’angolo visuale della ucrainizzazione (…)

Ecco la mia opinione a questo proposito. Ci sono alcune riflessioni corrette nelle affermazioni di Šumskij sul primo punto. È vero che un ampio movimento per una cultura e una partecipazione sociale ucraine è iniziato e sta crescendo in Ucraina. È vero che in nessun caso dobbiamo mettere questo movimento nelle mani di elementi a noi estranei.

È vero che un certo numero di comunisti in Ucraina non capiscono il significato e l’importanza di questo movimento e quindi non si adoperano per assumerne la direzione. (...)

Ma Šumskij commette almeno due gravi errori nel farlo. Primo. Mischia l’ucrainizzazione del nostro partito e di altri apparati con l’ucrainizzazione del proletariato. È possibile e necessario ucrainizzare, a un certo ritmo, il nostro partito, lo stato e gli altri apparati al servizio della popolazione. Ma il proletariato non può essere ucrainizzato dall’alto.

È impossibile “costringere” le masse operaie russe ad abbandonare la lingua e la cultura russa e a riconoscere l’ucraino come loro cultura e lingua...

Non c’è dubbio che la composizione del proletariato ucraino cambierà con il progredire dello sviluppo industriale dell’Ucraina, nella misura in cui gli operai ucraini affluiranno all’industria dalle campagne circostanti.

Non c’è dubbio che la composizione del proletariato ucraino si ucrainizzerà, così come la composizione del proletariato, diciamo, della Lettonia o dell’Ungheria, che un tempo aveva carattere tedesco e si è poi lettonizzato e magiarizzato.

Ma si tratta di un processo lungo, spontaneo, naturale. Cercare di sostituire questo processo naturale con una ucrainizzazione forzata dall’alto del proletariato, significa condurre una politica utopistica e nociva, foriera di evocare in Ucraina uno sciovinismo anti-ucraino negli strati non ucraini del proletariato (…)

Secondo. Sottolineando del tutto correttamente il carattere positivo del nuovo movimento in Ucraina per la cultura e la partecipazione sociale ucraine, Šumskij tuttavia non vede i lati oscuri di questo movimento. Šumskij non vede che, data la debolezza dei quadri comunisti indigeni in Ucraina, questo movimento, interamente guidato dall’intellighenzia non comunista, può in alcuni punti assumere il carattere di una lotta per l’estraneazione della cultura e della socialità ucraine dalla cultura e dalla socialità comuni sovietiche, può assumere il carattere di una lotta “contro Mosca” in generale, contro i russi in generale, contro la cultura russa e la sua più alta conquista: il leninismo».
Dunque, Khaldej nota come sia oggi diffusa la tesi secondo cui se la politica di ucrainizzazione, negli anni ’30, non fosse stata condotta sotto costrizione, l’Ucraina sarebbe rimasta filo-russa e l’uso della lingua ucraina si sarebbe gradualmente ridotto a poche sperdute campagne. Si sarebbe così tolto il terreno sotto i piedi ai nazionalisti che oggi hanno separato l’Ucraina dalla Russia.

In pratica, dice Khaldej, «si presentano i bolscevichi come degli idioti, dei russofobi e dei traditori nazionali. Questa stupidità è sfruttata dai nazionalisti borghesi russi, che odiano il periodo sovietico tanto quanto lo odiasse Stepan Bandera o lo odino i liberali».

E si dice che i bolscevichi avrebbero «allevato il Leviatano nazista ucraino, quando sarebbe stato possibile schiacciarlo sul nascere senza problemi, rimuovere il problema per secoli e chiudere la questione con l’ucronazionalismo, che è diventato un trampolino di lancio per l’Occidente nella sua conquista della Russia».

Dalla lettera di Stalin a Kaganovič, emerge invece che «i bolscevichi si scontrarono in Ucraina col crescente nazionalismo delle masse contadine della popolazione, che non erano in grado di frenare. Si posero dunque l’obiettivo di intercettarlo e cambiarne il vettore. In Ucraina, anche i comunisti erano nazionalisti; non c’erano altri comunisti e non c’era da dove prenderne altri».

I bolscevichi si erano resi conto di non poter venire a capo dei nazionalisti ucraini con la repressione e la russificazione forzata; ciò avrebbe condotto, afferma Khaldej, a un «consolidamento della popolazione attorno ai nazionalisti e all’isolamento dei bolscevichi. Così Stalin decise di mettersi alla testa di ciò che non si poteva bloccare. Dirigere, cioè, per modificare il contenuto nella forma desiderata: in pratica affinché un ucraino, visto che vuole parlare ucraino, leggesse Lenin in ucraino.

Stalin ha chiaro il quadro della struttura sociale ucraina; capisce che il proletariato è russo, mentre le campagne sono ucraine e, in vista dell’inevitabile accrescimento del proletariato con popolazione contadina, prevede l’immissione di idee contadine nell’ambiente proletario.

Egli non voleva che l’ambiente proletario russo respingesse i contadini ucraini che affluivano dalle campagne verso le fabbriche».

Dunque, l’ucrainizzazione doveva essere condotta dalla dirigenza del partito secondo i propri schemi e per i propri obiettivi. Dove sta qui la “russofobia”, chiede Khaldej? Tutt’altro, Stalin intendeva sostenere le «posizioni della cultura russa e impedire il suo conflitto con la cultura ucraina nel loro inevitabile scontro, nel processo di sviluppo industriale dell’Ucraina e del suo avvicinamento alla Russia».

Tra l’altro, lo stesso Khaldej, come altri storici e politologi, ribadisce che le favole antibolsceviche oggi in circolazione, nascondono «un altro mito, accolto tacitamente in Russia: che il nazionalismo abbia in Ucraina delle radici poco profonde e non storiche e vi sia stato introdotto, durante la Prima guerra mondiale, dai comandi austro-germanici, mentre, prima di allora, tutti i piccoli-russi si sarebbero considerati russi, addirittura anche quelli che parlavano in suržik, che era allora la lingua ucraina. Un simile approccio è assolutamente falso, perché antistorico. Il conflitto tra “moskaly” e piccoli-russi era già in essere all’epoca di Bogdan Khmel’nitskij, nel XVII secolo, ma è stato accuratamente taciuto dalla storiografia sovietica e da quella russa liberale», per motivi ovviamente diversi.

Oggi, la maggior parte dei critici del potere sovietico, cerca di «presentare i bolscevichi come russofobi deliranti e stupidi. Niente di più falso. La politica di Stalin aveva permesso di spingere i nazionalisti in posizioni marginali. (…) essi, pur trovandosi in posizione marginale, divennero però una potente base sociale per gli occupanti nazisti e altre forze anti-russe. Quella base sarebbe stata molto più forte, se alla lotta economica dei comunisti in Ucraina se ne fosse aggiunta una nazionale».

E comunque, conclude Khaldej, nemmeno quelle misure poterono sradicare il nazionalismo, che seppe conservarsi all’interno delle strutture sovietiche e prendersi poi la rivincita.

Non è abbastanza chiara la diversità di approccio tra chi parta da basi nazionalistiche e chi ponga a fondamento un’analisi di classe?

Fonte

26/12/2022

100 anni dalla fondazione dell’URSS: l’Unione Sovietica e la mina ucraina

«Cosa accadrà, se si svilupperanno in URSS i successi della costruzione socialista? Ciò migliorerà in modo radicale le posizioni rivoluzionarie dei proletari di tutti i paesi nella loro lotta contro il capitale… Cosa accadrebbe se il capitale riuscisse ad annientare la Repubblica dei Soviet? Avrebbe inizio l’epoca della reazione più nera in tutti i paesi capitalisti e coloniali».

(Stalin, dicembre 1926)

«Zelenskij ricorda molto più Lenin che non George Washington. È un dittatore, un pericoloso governante autoritario che, con le centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani dategli, ha costruito in Ucraina uno stato di polizia con partito unico»

(Margarita Simon’jan, direttrice di RT – 8 dicembre 2022)

Dopo i cento anni della Rivoluzione d’Ottobre che i comunisti hanno celebrato nel 2017, quest’anno, il 30 dicembre, si celebra il centenario della formazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Cosa abbiano rappresentato le due date, il 1917 e il 1922, non solo per i popoli prima assoggettati al giogo zarista, ma per l’intera umanità progressista, per le conquiste sociali e le prospettive di ribaltamento dei rapporti di classe; e cosa significhi, di contro, sempre più, oggi, la fine di quell’esperienza per le classi sfruttate, nella lotta contro lo strapotere del capitale; cosa costituisca tutto ciò, altri e in maniera più ragionata lo scriveranno sulle pagine di questo giornale.

Qui ci vorremmo limitare a riassumere un solo momento relativo al processo di formazione dell’Unione Sovietica: più precisamente, il ruolo giocato dalla questione nazionale in Russia, cui la formazione dell’URSS è intimamente legata.

Lo stimolo, nell’anno che vede coincidere il centenario dell’unione di quelle prime Repubbliche socialiste, con la guerra che da dieci mesi si combatte in Ucraina, anche in nome della sua liberazione dal tallone di una junta nazigolpista, viene da alcune esternazioni, ripetute negli anni, del Presidente russo Vladimir Putin e di membri della sua cerchia, secondo cui colpevoli della situazione creatasi dopo il 1991 nello “spazio post-sovietico” e, in particolare, dopo il golpe del 2014 in Ucraina, sarebbero Vladimir Lenin e il partito dei bolscevichi, con la loro politica delle nazionalità, quasi di “odio” verso il proprio popolo grande-russo.

Sarebbero stati insomma i bolscevichi che, proclamando il principio dell’autodeterminazione delle nazioni – si sostiene oggi al Cremlino – a “mandare in rovina l’impero russo”, rendendosi così colpevoli di tutti i mali capitati poi alla grande Russia.

Gli accordi tra le Repubbliche sovietiche

E dunque. Tra il settembre 1920 e la prima metà del 1921, sul finire della guerra civile, la Russia sovietica aveva firmato trattati di unione militare ed economica con le Repubbliche socialiste di Azerbaidžan, Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia.

Dalle strette e impellenti necessità di far fronte militarmente all’intervento straniero che sosteneva la controrivoluzione, dal Baltico all’Ucraina, dal Caucaso all’Estremo Oriente, e risollevare le nazionalità dell’ex impero zarista dalla devastazione economica causata da guerra imperialista e guerra civile, si arriverà alla salda unione, in un tutto unico, di alcune Repubbliche che, nel corso della storia, sarebbero diventate quindici, compatte in un’unica entità statale che arriverà a contare quasi 300 milioni di cittadini.

Già il trattato firmato il 28 dicembre 1920 da Vladimir Lenin per la RSFSR e Khristian Rakovskij, in qualità di presidente del SovNarKom (Consiglio dei Commissari del popolo) ucraino, pur parlando di «indipendenza e sovranità di ciascuna delle parti contraenti», prevedeva Commissariati unificati di entrambe le Repubbliche per Affari militari, Economia, Commercio estero, Finanze, Lavoro, Trasporti, Poste e telegrafo.

Forme un po’ diverse di unione erano previste dai trattati tra RSFSR e Repubbliche popolari (non socialiste) di Khorezm (Khiva), Bukhara e Estremo Oriente.

La strada era aperta per rinsaldare i legami di popolo e statali tra le nazioni delle parti europea e asiatica di quella che era stata la «Russia gendarme d’Europa, carnefice dell’Asia» (Stalin). Un altro evento di portata internazionale, quale la Conferenza di Genova dell’aprile-maggio 1922 e il contiguo accordo di Rapallo tra Germania e Russia sovietica, costituirono l’occasione per rinsaldare maggiormente i legami tra quelle prime sette Repubbliche, con il conferimento alla RSFSR del diritto di firmare tutti gli accordi a nome di tutte.

Queste le linee approssimative, esposte in maniera grezza, dei passi che portarono alla proclamazione dell’URSS quale compatto stato unitario, ricordando come fosse stato oltremodo aspro e prolungato il dibattito sul tipo di unione da realizzarsi: si andava infatti da chi proponeva di includere tutte le altre Repubbliche nella RSFSR, dotandole di diversi livelli di autonomia (sul modello delle otto Repubbliche e tredici Regioni autonome della Russia) e si arrivava a chi avrebbe voluto frantumare la stessa RSFSR nei suoi 21 soggetti federali, per fonderli poi tutti, con pari dignità e insieme alle altre Repubbliche socialiste, in un’unica ampia Federazione.

Tralasciamo qui di esaminare la vulgata oggi corrente su una presunta contrapposizione tra Lenin e Stalin a proposito della cosiddetta “autonomizzazione”, che calcasse le orme della RSFSR, giudicata da Lenin, nel 1921, “modello” per la futura Unione, con un centro forte e un reale potere locale, assicurando il passaggio dalla federazione a uno stato unitario in cui, nella variante di Lenin, il grado di centralizzazione del potere esecutivo sarebbe stato significativamente maggiore che non in quella di Stalin.

Quando nel gennaio 1922 Stalin aveva proposto per la prima volta la “autonomizzazione” come base per l’unificazione delle repubbliche sovietiche, Lenin era stato d’accordo. Poi, nell’autunno del 1922, improvvisamente l’autore della nota attribuita a Lenin Sulla questione delle nazionalità o della “autonomizzazione”, definisce quest’ultima «famigerata».

Basti ricordare che in quel periodo, nota Valentin Sakharov nel voluminoso Il “testamento politico” di Lenin, la critica del principio di “autonomizzazione” veniva principalmente dalle repubbliche autonome della RSFSR che, alla fine del 1922, avevano cominciato a chiedere la liquidazione della RSFSR e la trasformazione delle repubbliche autonome in federate.

Qui basti notare come l’imponente, dettagliata e complessa analisi storica, politica, filologica e sintattica condotta da Sakharov mettendo anche a confronto i diari delle segretarie di Lenin e quelli dei medici che lo seguirono negli ultimi mesi di vita, mostri a sufficienza come siano più che legittimi i dubbi sulla vera paternità di alcuni dei cosiddetti “Ultimi articoli e lettere di Lenin; 23 dicembre 1922-2 marzo 1923”, inseriti dopo il 1956 nel 45° volume delle sue opere, che copre il periodo marzo 1922-marzo 1923.

Dunque, il 30 dicembre 1922, i delegati di RSFS russa, RSS ucraina, RSS bielorussa e RSFS di Transcaucasia (sorvoliamo sulle vicende che costrinsero sul momento i bolscevichi a optare per l’unione di Georgia, Armenia e Azerbaidžan in un’unica Federazione transcaucasica) si costituirono in Primo Congresso dei Soviet dell’URSS.

Gli scontri ideologici e le battaglie cruente combattute dall’Esercito Rosso contro i nazionalisti, soprattutto ucraini, georgiani, baltici, alle cui spalle stavano le potenze dell’Intesa, spinsero i bolscevichi, per togliere loro terreno e spazi di manovra tra le masse contadine arretrate, a indirizzarsi verso una unione federativa di Repubbliche sovietiche quale forma di transizione verso l’unità completa.

I documenti del POSDR e del RKP

Nel marzo 1919, l’8° Congresso del RKP(b) aveva approvato il nuovo programma del partito, redatto in massima parte seguendo le linee tracciate da Lenin e che, nel campo dei rapporti nazionali, ricalcava per lo più le tesi del primo programma, quello del POSDR del 1903, stabilendo che al centro della questione era posta la politica di avvicinamento di proletari e semi-proletari delle diverse nazionalità per la lotta comune volta al rovesciamento di latifondisti e borghesia.

Con l’obiettivo del superamento della sfiducia da parte delle masse lavoratrici dei paesi oppressi nei confronti del proletariato degli stati che opprimono, si diceva, è necessario l’annullamento di ogni privilegio di qualsiasi gruppo nazionale, la completa parità di diritti delle nazioni, il riconoscimento del diritto alla separazione statale da parte di colonie e nazioni subordinate.

Con gli stessi obiettivi e quale una delle forme transitorie sulla strada della piena unità, si puntava sull’unione federativa degli stati organizzati sul tipo sovietico. Per quanto riguardava la questione a chi spettasse esprimere la volontà di secessione della nazione, il RKP(b) partiva da un punto di vista storico-classista, tenendo conto della fase di sviluppo storico in cui si trovasse la data nazione: sulla strada dal medioevo alla democrazia borghese, o invece dalla democrazia borghese a quella sovietica o proletaria.

In ogni caso, era scritto nel programma, da parte del proletariato delle nazioni che opprimono, sono necessarie particolari cautela e attenzione alle sopravvivenze dei sentimenti nazionali tra le masse lavoratrici delle nazioni oppresse.

Nel dicembre successivo, l’8° Conferenza di partito stabiliva il riconoscimento dell’indipendenza dell’Ucraina; chiedeva la più stretta unione di tutte le Repubbliche sovietiche, le cui forme avrebbero dovuto esser decise da operai e contadini lavoratori ucraini; al momento, intanto, tra RSSU e RSFSR si stabilivano rapporti federativi.

Nella vita quotidiana, visto che la cultura (lingua, scuola, ecc.) ucraina era stata schiacciata per secoli dallo zarismo e dalle classi sfruttatrici di Russia, il CC faceva obbligo a tutti i membri del partito di contribuire con ogni mezzo a eliminare ogni ostacolo al libero sviluppo di lingua e cultura ucraine.

Dato che «sul terreno della plurisecolare oppressione, tra la parte più arretrata delle masse ucraine si osservano tendenze nazionaliste, i membri del RKP sono tenuti alla più grande tolleranza e cautela, opponendo loro la parola della spiegazione da compagni sull’identità di interessi delle masse lavoratrici di Ucraina e Russia».

I membri del RKP operanti in Ucraina, inoltre, dovevano far sì che la lingua ucraina si trasformasse in mezzo di formazione delle masse lavoratrici. Nelle istituzioni pubbliche dovranno operare quanti più addetti che parlino la lingua ucraina.

Per quanto riguarda la politica agraria, dal momento che l’Ucraina era per la maggior parte contadina, il potere sovietico doveva conquistare la fiducia non solo dei contadini poveri, ma anche di larghi strati di contadini medi, separandoli nettamente dai contadini ricchi; l’obiettivo era quello della completa liquidazione del possesso fondiario latifondista ripristinato dal generale bianco Anton Denikin, con la distribuzione dei fondi ai contadini senza o con poca terra.

Per l’instaurazione di un autentico potere dei lavoratori, non si doveva consentire l’afflusso nelle istituzioni sovietiche di elementi della piccola borghesia cittadina, estranei alle condizioni di vita delle larghe masse contadine, oppure li si doveva porre sotto rigido controllo di classe proletario.

Al XII Congresso del partito, nell’aprile 1923, quando l’URSS era già stata proclamata e si discuteva il progetto della sua Carta costituzionale, da Kiev si esprimevano però idee particolari sul tipo di unione da configurare tra le Repubbliche. «Non è vero che la questione della confederazione e della federazione sia una cosa da poco», dirà Stalin.

«È un caso che i compagni ucraini, considerando il progetto di Costituzione, adottato al Congresso dell’Unione delle Repubbliche, ne abbiano cancellato la frase secondo cui le repubbliche “si uniscono in un unico stato unitario”? Perché hanno cancellato quella frase? È forse casuale che i compagni ucraini nel loro controprogetto abbiano proposto di non fondere i Commissariati al commercio estero e agli affari interni? Dov’è qui l’unico stato unitario, se ogni repubblica ha il proprio NKID e NKVT?» [Commissariati al commercio estero e agli interni]…

Io vedo, continuava Stalin, in questa insistenza di alcuni compagni ucraini, il «desiderio di voler realizzare, in termini di definizione della natura dell’Unione, qualcosa di mezzo tra una confederazione e una federazione con una preponderanza verso la confederazione.

È chiaro invece che non stiamo creando una confederazione, ma una federazione di repubbliche, uno stato unitario che riunisca affari militari, esteri, commercio estero e altri affari; uno stato unitario che non svilisce la sovranità delle singole repubbliche...

Se nell’Unione non si fonderanno i vari Commissariati... creeremo non uno stato unitario, ma un conglomerato di repubbliche, e quindi ogni repubblica dovrebbe avere il proprio apparato parallelo. Penso che la verità sia dalla parte del compagno Manuil’skij, e non dalla parte di Rakovskij e Skrypnik»
.

Federazione e Stato unitario

Trattando il tema del tipo di federazione che si stava sviluppando nella RSFSR, Stalin ne faceva il paragone con le unioni federative democratico-borghesi del tempo – USA e Svizzera – passate dalla confederazione alla federazione di stati indipendenti e trasformatesi di fatto, attraverso oppressioni e guerre nazionali, in stati unitari.

In Russia, invece, le diverse regioni emerse «rappresentano unità abbastanza definite in termini di modi di vita e composizione nazionale. Ucraina, Crimea, Polonia, Transcaucasia, Turkestan, Medio Volga, territorio del Kirghizistan si differenziano dal centro non solo per posizione geografica, ma anche come territori economici integrali, con determinati modi di vita e composizione nazionale».

Ancora, a differenza degli stati federali occidentali, in cui è stata la borghesia imperialista a gestire la costruzione statale, ricorrendo anche alla violenza, in Russia è il proletariato a gestirla ed è quindi possibile e necessario istituire un sistema federale sulla base di una libera unione dei popoli.

E non si tratta nemmeno di diversità geografiche tra Centro e Periferie: «Polonia e Ucraina non sono divise dal centro da catene montuose o corsi d’acqua. Cionondimeno, a nessuno viene in mente di sostenere che l’assenza di tali barriere geografiche escluda il diritto di tali regioni a una libera autodeterminazione».

Ma, in definitiva, ricordava Stalin, in Russia «la costruzione politica procede in ordine inverso» rispetto a USA o Svizzera. Qui, il forzato unitarismo zarista è sostituito dal «federalismo volontario, affinché, col tempo, il federalismo lasci il posto all’unione volontaria e fraterna delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e genti della Russia... Il federalismo in Russia è destinato, come in America e in Svizzera, a giocare un ruolo di transizione: verso il futuro unitarismo socialista».

Decidono gli interessi di classe

In ogni caso, alla base di ogni scelta dei bolscevichi, mantenendo costantemente fermo il basilare principio leniniano del diritto delle nazioni all’autodeterminazione, come era stato formulato sin dal Programma del 1903, rimaneva il cardine dell’unità della classe operaia, al di sopra di ogni frontiera repubblicana e ogni autonomia nazionale.

Un perno saldato a quei principi espressi da Marx e Engels nel loro “Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850”, secondo cui «...l’attuazione della più rigida centralizzazione del potere è oggi in Germania compito del partito veramente rivoluzionario», cui seguiva la nota di Engels all’edizione del 1885: «...Ma come l’autogoverno locale e provinciale non contraddice alla centralizzazione politica nazionale, così esso non è affatto necessariamente legato a quell’egoismo ristretto, cantonale o comunale che tanto ci ripugna nella Svizzera».

Trent’anni dopo, in URSS, gli interessi superiori di classe, della classe che aveva conquistato il potere e instaurato la propria dittatura sulle vecchie classi sfruttatrici, venivano prima di qualsiasi specificità o esigenza nazionale, le quali, tra l’altro, erano messe in primo piano proprio da borghesie e latifondisti sconfitti, che su di quelle puntavano per staccare i “propri” proletariati nazionali dagli obiettivi di classe comuni ai proletari delle altre Repubbliche.

Alla famosa Conferenza “d’aprile” 1917, si era ribadito come non fosse lecito confondere la questione del diritto delle nazioni alla libera separazione, con la questione dell’opportunità della separazione di questa o quella nazione, in questo o quel momento.

Il partito del proletariato deve decidere quest’ultima questione caso per caso, del tutto autonomamente, dal punto di vista degli interessi dell’intero sviluppo sociale e degli interessi della lotta di classe del proletariato per il socialismo.

Il partito, era detto, esige una «larga autonomia regionale, l’abolizione del controllo dall’alto, l’abolizione della lingua di stato obbligatoria e la determinazione dei confini delle regioni dotate di autogoverno e di autonomia, sulla base della considerazione, da parte della popolazione locale, delle condizioni economiche e di vita e della composizione nazionale della popolazione, ecc.».

Ancora una volta si afferma che «Il partito del proletariato respinge decisamente la cosiddetta “autonomia culturale-nazionale”, cioè la sottrazione degli affari scolastici, ecc., dalla giurisdizione dello Stato e il suo trasferimento nelle mani di una sorta di diete nazionali. L’autonomia culturale-nazionale divide artificialmente gli operai che vivono in una stessa zona e che addirittura lavorano nelle stesse imprese, in base all’appartenenza a questa o quella “cultura nazionale”, rafforza cioè i legami degli operai con la cultura borghese delle diverse nazioni, mentre invece l’obiettivo della social-democrazia è quello del rafforzamento della cultura internazionale del proletariato mondiale».

Gli interessi della classe operaia, inoltre, esigono la fusione degli operai di tutte le nazionalità della Russia in comuni organizzazioni proletarie, politiche, professionali, di cooperazione culturale, ecc. Solo una simile fusione in organizzazioni comuni degli operai delle diverse nazionalità darà al proletariato la possibilità di condurre una lotta vittoriosa col capitale internazionale e il nazionalismo borghese.

Il punto fermo della politica bolscevica, dei superiori interessi di classe rispetto a ogni specificità nazionale, negli anni stabilmente associato a quello della volontarietà dell’unione e del diritto a uscirne, passa ininterrottamente dal periodo pre-rivoluzionario, agli anni della guerra civile, poi della NEP e lo si ritrova finanche nelle dispute pratico-ideologiche degli anni ’30, intimamente connesso al costante richiamo della opportunità della separazione o meno, in base alle esigenze della lotta di classe e agli interessi della classe operaia.

Nel 1918, per esempio, a proposito di tutta una serie di conflitti tra Centro della RSFSR e vari Soviet locali che, come si era espresso Lenin, «si installano come se fossero repubbliche indipendenti», Stalin aveva detto che tali conflitti vertevano sulla questione del potere, come era il caso dei governi nazionalisti delle periferie, composti da «rappresentanti degli strati superiori delle classi possidenti» che, se cercavano di dare «una vernice nazionale a quei conflitti, era solo perché era comodo e vantaggioso nascondere dietro un mascheramento nazionale la lotta contro il potere delle masse lavoratrici entro i propri confini regionali», come era accaduto in Ucraina con la Rada borghese-sciovinista di Kiev.

Ciò, aveva detto Stalin, mostrava la necessità di trattare il principio dell’autodeterminazione come diritto di autodeterminazione non della borghesia, ma delle masse lavoratrici di una data nazione.

Tra il 1918 e il 1924, Stalin ribadisce a varie riprese il concetto della stretta connessione tra questione nazionale e lotta di classe, con la subordinazione della prima alla seconda, avendo in mente, come ripetuto costantemente da Lenin, che in ogni nazione ci sono due nazioni, in ogni cultura ci sono due culture: quella borghese e quella operaia.

Dunque, affermava Stalin, «Essendo solo una parte della questione generale della trasformazione del sistema esistente, la questione nazionale è interamente determinata dalle condizioni della situazione sociale, dal carattere del potere nel paese». E ancora, polemizzando con Rakovskij e Bukharin, diceva che «per noi comunisti, è chiaro che la cosa principale nel nostro lavoro, è l’opera di rafforzamento del potere operaio e, dopo di questo, abbiamo di fronte un’altra questione, molto importante, ma subordinata alla prima, la questione nazionale».

Quindi, Iosif Vissarionovič ricorda come la questione nazionale debba esser affrontata in connessione «con la questione generale del rovesciamento dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria».

La smania separatista e le mire dell’imperialismo

Nell’ottobre 1920, a proposito della questione nazionale in Russia, Stalin osservava che, ovviamente, le regioni periferiche della Russia avevano l’inalienabile diritto a separarsi da essa, come era avvenuto per la Finlandia nel 1917.

Ma in quel momento si parlava «non dei diritti delle nazioni, indiscutibili, bensì degli interessi delle masse popolari sia del centro che delle periferie», e quegli interessi, in quel periodo, dicevano che «la richiesta di separazione delle periferie allo stadio presente della rivoluzione è profondamente controrivoluzionaria».

La Russia centrale, diceva Stalin, fulcro della rivoluzione mondiale, non può resistere a lungo senza l’aiuto delle regioni periferiche, ricche di materie prime, combustibili e prodotti alimentari. Queste ultime, a loro volta, sono «condannate all’inevitabile schiavitù imperialista senza il sostegno politico, militare e organizzativo della più sviluppata Russia centrale».

Le potenze interventiste dell’Intesa contavano proprio su questa circostanza, sin dall’inizio della Rivoluzione d’Ottobre, quando avevano cominciato ad attuare il piano di «accerchiamento economico della Russia centrale, staccando da essa le più importanti periferie» e tale piano continuava con le macchinazioni in Ucraina, Azerbaidžan, Turkestan.

La conclusione era che si doveva escludere qualsiasi richiesta di separazione delle regioni periferiche dalla Russia «soprattutto perché radicalmente in contraddizione con gli interessi delle masse popolari sia del centro che delle periferie. Per non parlare del fatto che la separazione delle regioni di confine minerebbe la potenza rivoluzionaria della Russia centrale... le stesse periferie separatesi cadrebbero inevitabilmente nella schiavitù dell’imperialismo internazionale.

Basta guardare a Georgia, Armenia, Polonia, Finlandia, ecc. che, staccatesi dalla Russia, conservano solo l’apparenza di indipendenza, trasformate di fatto in indubbi vassalli dell’Intesa; sufficiente infine ricordare la storia recente con l’Ucraina e l’Azerbaidžan, con la prima saccheggiata dal capitale tedesco, e la seconda dall’Intesa, per comprendere quanto controrivoluzionaria sia la richiesta di secessione delle regioni di confine nelle attuali condizioni internazionali»
.

In effetti, le smanie indipendentiste sia dei nazionalisti menscevichi georgiani, sia di quelli borghesi-reazionari ucraini riuniti attorno alla Rada di Kiev aiutarono di fatto l’occupazione delle potenze interventiste. Per quanto riguarda, in particolare, l’Ucraina, è un fatto, che proprio essa sia stata, per rimanere solo ai tempi dello sviluppo capitalistico, uno degli obiettivi più appetitosi dell’imperialismo internazionale.

Ancora nella seconda metà del XIX secolo, le mire dei capitali francesi, belgi, inglesi si appuntavano sulle sue risorse minerali: per dire, l’attuale Donetsk era sorta come villaggio minerario di Juzovka, dal nome del britannico John Hughes, che nel 1869 costruì una fabbrica attorno alla quale crebbe successivamente la città.

Se a Mosca, dopo la rivoluzione borghese del febbraio 1917, il governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij non aveva inteso nemmeno discutere di uno stato ucraino indipendente, dopo la rivoluzione d’Ottobre venne l’occupazione austro-tedesca di gran parte del territorio ucraino, appena mascherata dietro la Repubblica popolare ucraina” nazionalista di Mikhailo Gruševskij, liquidata dai tedeschi stessi nell’aprile 1918 e ridenominata “Stato ucraino”, sotto l’hetman Pavlo Skoropadskij.

Con la sconfitta militare austro-tedesca e la vittoria della rivoluzione in Germania, nel novembre 1918 veniva formato in Ucraina un governo provvisorio operaio-contadino, che proclamava il rovesciamento del hetmanato e l’istituzione del potere sovietico, con la distribuzione di terre e fabbriche ai contadini e agli operai.

Ma, al posto degli austro-tedeschi, arrivarono le truppe anglo-francesi, in appoggio ai generali bianchi. Ed ecco ancora una cosiddetta “Repubblica popolare” dei reazionari Vinničenko-Petliura, di fatto un Direttorio controrivoluzionario, liquidato dall’insurrezione del febbraio 1919.

Più a est, e più vicine al potere sovietico russo, erano sorte la Repubblica di Donetsk-Krivoj Rog (DKRS – proclamata nel gennaio 1918 dal IV Congresso regionale dei Soviet nell’ambito della RSFSR: si chiamava così il Donbass alla nascita del potere sovietico) e le Repubbliche di Crimea e di Odessa.

Ma, in generale, se è vero che i nazionalisti ucraini, indipendentemente dal tipo di governo in Russia, sovietico o meno, non volevano avere nulla in comune con lo spazio russo e cercavano l’alleanza con qualunque potenza straniera fosse interessata alle risorse ucraine, è però curioso come il virus della “ucrainicità” fosse diffuso anche tra molti comunisti ucraini, come si evince dai contrasti tra i bolscevichi di Kiev e quelli della DKRS.

Chi ha diviso lo spazio sovietico?

Secondo il politologo Sergei Vasil’tsov, le critiche al bolscevismo da parte dell’attuale leadership russa costituiscono un tema abbastanza vecchio; si incolpano Lenin e Stalin della “divisione” del paese, per tacere sullo smembramento di classe della società russa e la riduzione in miseria dei lavoratori.

In effetti, ciò che spicca nelle diverse dichiarazioni di Vladimir Putin a proposito della storia sovietica e del ruolo dei comunisti, è l’assenza di ogni riferimento di classe; un’assenza del tutto in linea con la visione della società tipica della borghesia, i cui rappresentanti raffigurano il “loro” mondo come fosse l’unico reale, uniforme, che ruota compatto attorno agli interessi della classe capitalista.

Dunque, anche sulla questione nazionale, la visione borghese distingue soltanto tra il “nostro” Stato, la “nostra” nazione, il “nostro” popolo, saldi sotto le bandiere del “proprio” confine, e lo Stato e la nazione nemici. Tutto ciò che non risponde agli interessi della “propria” ricchezza è per ciò stesso estraneo o addirittura nemico e si deve o cercare di accentrarlo attorno al “proprio” Stato, assimilarlo, oppure combatterlo.

E la questione si complica ancora di più nel caso di Stati plurinazionali, quale era ad esempio la Russia alla vigilia della Rivoluzione. Tant’è che Vladimir Putin presenta l’esperienza sovietica dal punto di vista della borghesia: «l’unica cosa che teneva il paese nell’ambito dei confini comuni era il filo spinato» ha detto.

Al borghese Putin è estranea una visione della società che parta dalla divisione in classi e dalla solidarietà, dall’unità delle classi lavoratrici delle diverse nazioni.

Una visione – anzi: la visione principale, basilare – costantemente presente, al contrario, in ogni analisi, discussione, risoluzione dei bolscevichi, sia che enunciassero il principio del diritto all’autodeterminazione delle nazioni, sia che ne argomentassero la sua subordinazione al più alto principio della lotta di classe e, dunque, ne constatassero, in ogni situazione concreta, l’opportunità o meno, nel dato momento, della sua applicazione sic et simpliciter.

Nel 1913, Vladimir Lenin affermava che il riconoscimento, da parte della social-democrazia, del diritto all’autodeterminazione di tutte le nazionalità, non «significa affatto la rinuncia della s-d a un’autonoma valutazione sull’opportunità della separazione statale di questa o quella nazione in ogni caso concreto».

Si portava l’esempio di Polonia e Finlandia, tra le più chiuse in se stesse, ma anche tra le più sviluppate culturalmente, all’epoca ancora incluse nell’impero russo e Lenin scriveva che la rivoluzione del 1905 aveva dimostrato che anche in queste due nazioni le classi dominanti, latifondisti e borghesia «abdicano alla lotta rivoluzionaria per la libertà e cercano il contatto con le classi dominanti in Russia e con la monarchia zarista per paura del proletariato rivoluzionario di Finlandia e Polonia».

Dunque, i social-democratici dovevano mettere in guardia proletariato e classi lavoratrici di tutte le nazionalità dal diretto inganno con le parole d’ordine nazionaliste della “propria” borghesia, che cercava l’unione con la borghesia di altre nazioni e la monarchia zarista.

In ogni documento elaborato dal POSDR e poi RKP(b) e in particolare nelle tesi messe a punto da Lenin e da Stalin, nei diversi periodi, nei diversi congressi e conferenze di partito, si è sempre evidenziato come la rivendicazione democratica del diritto all’autodeterminazione delle nazioni non significasse affatto la frammentazione delle diverse organizzazioni politiche, sindacali, culturali dei lavoratori delle diverse nazionalità.

«Non una federazione nella struttura del partito e non la formazione di gruppi s-d nazionali, bensì l’unità dei proletari di tutte le nazioni della data regione, conducendo propaganda e agitazione in tutte le lingue del proletariato locale, insieme alla lotta unitaria degli operai di tutte le nazioni contro ogni tipo di privilegio nazionale».

Una Ucraina targata “Vladimir Il’ič Lenin”?

Guardando non solo al ruolo dell’imperialismo anglo-francese negli anni ’20 del secolo scorso, ma anche alle mire odierne dell’imperialismo USA e UE, è appena il caso di ricordare quali siano state e siano le loro manovre nel soffiare sul fuoco del separatismo delle élite locali nelle varie periferie dell’URSS.

«Come risultato della politica bolscevica» disse lo scorso febbraio Vladimir Putin, «sorse anche l’Ucraina sovietica, che ai nostri giorni può definirsi con pieno fondamento “Ucraina Vladimir Il’ič Lenin”» – come fosse il nome di una piazza o di una via; «egli è il suo autore e architetto e ciò è pienamente confermato dai documenti d’archivio, incluse alcune rigide direttive leniniane sul Donbass, che fu letteralmente ficcato nell’Ucraina».

Qui di nuovo si ignora qualsiasi considerazione di classe, sostituita dall’egoismo nazionalista: la comunanza di interessi tra lavoratori di nazioni diverse lascia spazio alla concorrenza dei capitali, formalmente russi o ucraini e molto spesso pienamente integrati gli uni con gli altri.

Va da sé che i pochissimi lavoratori industriali dell’Ucraina del tempo e la gran parte dei contadini arretrati, si sentivano di per sé russi, mentre le tendenze più accentuatamente nazionaliste riguardavano solo una cerchia di intellettuali e borghesi di città.

Il fatto che il governo sovietico riconoscesse all’Ucraina la regione del Donbass, mentre serviva anche a togliere terreno al più acceso e reazionario nazionalismo, partiva dal dato dell’integrazione, comunque e di fatto, di lavoratori e masse proletarie russe e ucraine, indipendentemente dai formali confini regionali, poggiante sull’influenza internazionalista del Partito comunista.

Alla Conferenza “d’agosto” (1913) del CC del POSDR, nella risoluzione proposta da Lenin sulla questione nazionale, si affermava che la lotta contro l’oppressione nazionale è indissolubilmente legata alla lotta contro lo zarismo, per una struttura dello Stato coerentemente democratica e repubblicana, che assicuri la piena parità di diritti di tutte le nazioni e lingue. Si giudicavano particolarmente necessari un’ampia autonomia e un democratico autogoverno locale.

Nell’estate 1917, di fronte all’atteggiamento del Governo provvisorio che, sulla scia di quello zarista, negava qualsiasi autonomia all’Ucraina, pur in presenza di dichiarazioni della Rada di non volersi separare “da tutta la Russia, non rompere con lo stato russo”, ma di aspirare a che “il popolo ucraino sulla propria terra abbia il diritto di decidere della propria vita”, Lenin scriveva che nessun «democratico, per non parlare poi dei socialisti, osa negare la piena legittimità delle richieste ucraine... o il diritto dell’Ucraina alla libera separazione dalla Russia: anzi, proprio soltanto l’incondizionato riconoscimento di tale diritto dà la possibilità di fare agitazione per la libera unione di ucraini e grandi-russi, per l’unità volontaria di due popoli in un unico stato.

Proprio soltanto l’incondizionato riconoscimento di tale diritto è in grado di rompere, di fatto, irrevocabilmente, fino in fondo, col maledetto passato zarista, che aveva fatto di tutto per la reciproca estraneazione di due popoli così vicini per lingua, sede di vita, carattere e storia. Il maledetto zarismo aveva trasformato i grandi-russi in carnefici del popolo ucraino, alimentando in esso l’odio per coloro che proibivano anche ai bambini ucraini di parlare e studiare nella loro lingua madre»
.

Come ricorda infatti Edward Carr, negli anni ’70 del XIX secolo il governo zarista aveva emanato un bando contro letteratura e giornali ucraini, in parte attenuato dopo la rivoluzione del 1905, ma pienamente rimesso in vigore nel 1914.

Dunque, continuava Lenin, la democrazia rivoluzionaria russa deve rompere con quel passato e rifondare negli operai e contadini ucraini la fiducia fraterna negli operai e contadini russi: ancora una volta, il perno è costituito dall’unità di classe e non da reciproche pretese nazionaliste.

Al tempo stesso, ancora una volta, si ribadiva che «non siamo sostenitori dei piccoli stati. Siamo per la più stretta unione degli operai di tutti i paesi contro i capitalisti del “proprio” e tutti i paesi in generale. Ma proprio perché tale unione sia volontaria, l’operaio russo, senza credere in nulla e nemmeno per un istante né alla borghesia russa né alla borghesia ucraina, si esprime ora per il diritto degli ucraini a separarsi, non imponendo loro la propria amicizia, ma conquistandola col trattarli da pari a pari, da alleati e fratelli nella lotta per il socialismo».

Ecco l’Ucraina “targata Vladimir Il’ič Lenin” che sembra fare tanto ribrezzo a Vladimir Vladimirovič Putin.

Ancora E. Carr cita a proposito le parole di Lenin nel 1916, a proposito del fatto che chi non abbia riflettuto sulla questione, può trovare “contraddittorio” che i socialdemocratici delle nazioni che opprimono insistano sulla “libertà di secessione” e quelli delle nazioni oppresse insistano sulla “libertà di unione”.

Ma, diceva Lenin, è sufficiente «riflettere un poco per comprendere che non può esserci alcun’altra strada verso l’internazionalizzazione e la fusione delle nazioni, alcun’altra strada dalla situazione presente verso il raggiungimento di quello scopo».

Dunque: chi ha “creato” l’Ucraina?

Difficile dichiararsi d’accordo con quanti accusano Lenin di aver creato l’Ucraina. Per costoro, sarebbe forse stato preferibile che nazioni in cui il 90% della popolazione era costituito da contadini – come era il caso, appunto, dell’Ucraina, ma anche di regioni russe più arretrate e di molte aree del Caucaso – rimanessero indietro rispetto allo sviluppo del centro russo.

Proprio tale arretratezza costituiva uno dei metodi con cui lo zarismo manteneva soggiogata tutta quella metà della popolazione dell’impero che subiva l’oppressione nazionale delle classi dominanti.

Alla Conferenza “d’Aprile” 1917, quando lo zar era già stato rovesciato, si dice ancora una volta che la politica di oppressione nazionale, in quanto eredità dell’autocrazia e della monarchia, è sostenuta da latifondisti, capitalisti e piccola borghesia nell’interesse della conservazione dei loro privilegi di classe e della divisione degli operai delle diverse nazionalità.

L’imperialismo moderno, intensificando l’ambizione a soggiogare i popoli deboli, è un nuovo fattore di aggravamento dell’oppressione nazionale. Per quel che è raggiungibile nella società capitalista l’eliminazione dell’oppressione nazionale, ciò è possibile solo con una struttura repubblicana coerentemente democratica e un’amministrazione statale che garantisca la completa uguaglianza di tutte le nazioni e lingue.

A tutte le nazioni facenti parte della Russia deve essere riconosciuto il diritto alla libera separazione e alla costituzione di uno stato autonomo.

La negazione di un simile diritto e la mancanza di misure che garantiscano la sua pratica attuazione, corrisponde all’appoggio a una politica di conquista e annessione. «Solo il riconoscimento da parte del proletariato del diritto delle nazioni alla separazione assicura la piena solidarietà degli operai delle diverse nazioni e favorisce avvicinamento davvero democratico delle nazioni. Il conflitto sorto oggi tra la Finlandia e il Governo provvisorio, mostra in maniera particolarmente evidente che la negazione del diritto alla libera separazione conduce alla diretta continuazione della politica dello zarismo».

La nuova unione degli stati e delle nazionalità raccolte nel nuovo edificio statale, sovietico, fondato il 30 dicembre 1922, garantiva al contrario i diritti di ogni minoranza nazionale, esteso autogoverno e autonomizzazione regionale, con pieno diritto di separazione.

Quando si afferma di dolersi per la fine dell’Unione Sovietica e si dice che «solo una persona senza cuore può non dispiacersi del crollo dell’Unione Sovietica e solo una persona senza cervello può desiderare il ristabilimento di quella Unione», ci si deve ricordare che l’URSS è divenuta potente, industrialmente avanzata, ha sconfitto l’esercito all’epoca più potente al mondo ed è rimasta unita e compatta proprio grazie alle condizioni e alle regole stabilite al momento della sua fondazione, grazie al socialismo, all’unità del partito e al suo ruolo dirigente (non parliamo qui, ovviamente, delle ultime fasi dell’URSS) e la frammentazione è avvenuta proprio a partire dalle scelte a-classiste o anche apertamente anti-socialiste del partito e dello Stato tardo-sovietico.

A livello di documenti ufficiali: se la prima Costituzione sovietica (1924) definiva la «struttura del potere sovietico, internazionale per la sua natura di classe» e la Costituzione “staliniana” (1936), ai primi due articoli, declamava che «L’URSS è uno stato socialista degli operai e dei contadini. La base politica dell’URSS è costituita dai Soviet dei deputati dei lavoratori, sviluppatisi e consolidatisi in seguito all’abbattimento del potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti e alla conquista della dittatura del proletariato», ecco che nella Costituzione “brežneviana” (1977) mancava ogni caratterizzazione di classe: «L’URSS è uno Stato socialista di tutto il popolo... Tutto il potere in URSS appartiene al popolo».

Le separazioni, le scissioni tra le varie Repubbliche sono avvenute allorché le diverse borghesie nazionali hanno rialzato la testa – incoraggiate a prendersi «tanta sovranità quanta ne potete inghiottire» (El’tsin): un’esortazione rivolta non tanto alle regioni, quanto alle borghesie di quelle regioni – ringagliardite dagli appetiti per le ricchezze delle “proprie” regioni e hanno cominciato a farsi concorrenza negli accaparramenti delle risorse nazionali.

La Dichiarazione posta in testa alla Costituzione del 1924 diceva che erano sinora rimasti infruttuosi i tentativi del sistema capitalista di risolvere il problema delle nazionalità conservando il sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

«L’inimicizia nazionale e gli scontri nazionali sono inevitabili finché il capitale è al potere, finché la piccola borghesia e, soprattutto, i contadini dell’ex nazione “potente”, pieni di pregiudizi nazionalisti, seguono i capitalisti» aveva scritto Stalin nelle Tesi per il XII Congresso del RKP(b) nel marzo 1923. Ancora una volta: la questione nazionale subordinata alla questione del potere degli operai e dei contadini.

Nel caso specifico dell’Ucraina, poi, mai completamente persa di vista dall’imperialismo occidentale, la questione delle bramosie della borghesia locale si è intrecciata con il vecchio nazionalismo che, a cavallo tra XIX e XX secolo, ha assunto caratteri reazionari e fascisti, abilmente sfruttati ora dalle potenze centrali, quindi dal nazismo e poi, a guerra appena terminata, dal Dipartimento di stato, con il corollario di un nazionalismo penetrato fino nelle file del partito e transitato fluidamente dall’ultimo periodo sovietico alla cosiddetta “indipendenza” proclamata in ordine sparso dalle ex Repubbliche dell’URSS, Russia compresa.

Perché, invece di accusare i bolscevichi di aver minato la Grande Russia, non ci si ricorda di come dalle file del PCUS, negli anni ’80, venissero gli incoraggiamenti alla creazione dei cosiddetti “Fronti popolari” nelle Repubbliche baltiche, ricettacolo anche di ex volontari SS e apripista dello scontro cruento i cui prodromi Mosca evitò accuratamente di frenare?

Perché Vladimir Putin non mostra altrettanto risentimento di quello che dimostra nei confronti di Lenin, per le scellerate decisioni khruščëviane relative proprio all’Ucraina, che spianarono la strada alla realizzazione dei progetti di penetrazione USA, oppure per le azioni disgregatrici e distruttive di Gorbačëv e El’tsin?

È storia, purtroppo, quella raccontata qualche anno fa dall’ex deputato del Soviet supremo dell’URSS, Viktor Alksnis, sui movimenti “indipendentistici” baltici a fine anni ’80 e su come la CIA avesse radunato a Cracovia i leader dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del “Rukh” ucraino, di Georgia, Moldavia, per dar vita a una Confederazione Baltico-mar Nero e creare un cordone sanitario attorno alla Russia, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA.

Lo sviluppo delineato dai bolscevichi

Lo sviluppo sovietico, come delineato dai bolscevichi, la graduale industrializzazione delle repubbliche del tutto arretrate o a larga maggioranza contadine, come era il caso anche dell’Ucraina, prevedeva la formazione di quadri tecnici locali, che prendessero via via il posto di quelli fino a quel momento giunti dalla Russia, in modo da «realizzare una linea di graduale “nazionalizzazione” delle istituzioni governative in tutte le repubbliche e regioni nazionali, e soprattutto in una repubblica così importante come l’Ucraina».

Perché, se il Turkestan, si diceva, rappresentava la repubblica più importante in termini di rivoluzione dell’Oriente, «il secondo punto debole del potere sovietico deve essere considerato l’Ucraina. Lo stato delle cose in termini di cultura, alfabetizzazione, ecc. qui è lo stesso, o quasi lo stesso, del Turkestan... La situazione in Ucraina è ulteriormente complicata da alcune peculiarità dello sviluppo industriale del Paese. Il fatto è che le principali industrie, carbone e metallurgica, non sono apparse in Ucraina dal basso, non per lo sviluppo naturale dell’economia nazionale, ma dall’alto, impiantate artificialmente dall’esterno».

Tale circostanza aveva determinato il fatto che la «composizione del proletariato industriale non è locale, non è di lingua ucraina. E questa circostanza porta al fatto che l’influenza culturale della città sulla campagna e il legame tra proletariato e contadini sono fortemente ostacolati da queste differenze nella composizione nazionale del proletariato e dei contadini».

Non il socialismo provocava le ambizioni nazionalistiche e le spinte separatiste; a incoraggiare le mire delle risorgenti borghesie nazionali e dell’imperialismo, era casomai la rinuncia al socialismo o un temporaneo arretramento dettato dalle circostanze.

I bolscevichi hanno sempre messo in guardia sia contro lo sciovinismo grande-russo, sia contro il nazionalismo nelle singole Repubbliche dell’Unione: due tarli che qua e là si annidavano in certe sfere della burocrazia sovietica e nello stesso partito e che nei primi anni dalla nascita dell’URSS coincisero con la NEP.

Quest’ultima e «il capitale privato a essa associato nutrono, coltivano il nazionalismo georgiano, azero, uzbeko, ecc.» e favoriscono la crescita del «nazionalismo grande-russo», mentre lo sciovinismo insidiava «l’uguaglianza delle nazionalità sulla cui base è costruito il potere sovietico».

Dunque «i rapporti tra il proletariato dell’ex nazione sovrana e i lavoratori di tutte le altre nazionalità rappresentano i tre quarti dell’intera questione nazionale», afferma Stalin nel 1923 e continua dicendo che «l’essenza di classe della questione nazionale nelle condizioni dell’attuale sviluppo sovietico consiste nell’instaurazione di corretti rapporti tra il proletariato dell’ex nazione dominante e i contadini delle ex nazionalità oppresse ... allo scopo di minare ogni sopravvivenza di sfiducia verso tutto ciò che è russo, una sfiducia nutrita e insinuata per decenni dalla politica zarista, e affinché il proletariato sia tanto vicino e affine ai contadini non russi quanto ai russi».

Con tale obiettivo, è necessario che il «potere sovietico diventi vicino e affine anche per i contadini di altre nazionalità», e sia dunque loro comprensibile nella lingua madre; è necessario che nelle scuole e negli organi governativi ci siano persone locali, che conoscono lingua, costumi, usanze, vita delle nazionalità non russe.

Solo allora e «solo nella misura in cui il potere sovietico, ancora russo fino agli ultimi tempi, diventerà non solo russo, ma anche potere internazionale, affine ai contadini delle nazionalità precedentemente oppresse, solo quando le istituzioni e gli organi di potere nelle repubbliche di questi paesi inizieranno a parlare e lavorare nella loro lingua madre», a ricevere l’istruzione nella lingua madre, come rivendicava già il primo Programma del POSDR nel 1903, allora si procederà in direzione della soluzione della questione nazionale.

Stalin invitava una volta di più a ricordare come la base dell’Unione fosse costituita dalla volontarietà e uguaglianza di diritti dei membri dell’Unione stessa: «...se noi, alle spalle di Kolčak, Denikin, Vrangel e Judenič, non avessimo avuto i cosiddetti “stranieri”, non avessimo avuto popoli precedentemente oppressi che minavano le retrovie di questi generali, con la loro simpatia silenziosa per i proletari russi... noi non avremmo battuto nemmeno uno di quei generali... Perché? Perché quei generali facevano affidamento sull’elemento colonizzatore dei cosacchi, dipingevano davanti ai popoli oppressi la prospettiva della loro ulteriore oppressione».

Di nuovo dunque l’elemento di classe, ignorato o estraneo a chi oggi rimpiange “la Russia che abbiamo perduto”. Un altro fattore, diceva Stalin, che contribuiva alla saldezza dell’Unione, era «l’essenza di classe del Potere sovietico. Ed è chiaro. Il Potere sovietico è il potere degli operai, la dittatura del proletariato che, per sua natura, favorisce il fatto che i lavoratori delle repubbliche e dei popoli, facenti parte dell’Unione, siano orientati su binari di amicizia l’uno con l’altro».

Dunque, attenzione a non scadere nello sciovinismo grande-russo, ma altrettanta cautela a gonfiare troppo le particolarità nazionali: un gruppo di compagni, affermava Stalin nelle conclusioni al XII Congresso, con a capo «Bukharin e Rakovskij, ha esagerato l’importanza della questione nazionale, l’ha esagerata e ha trascurato la questione sociale, la questione del potere della classe operaia, a causa della questione nazionale. Si deve ricordare che, oltre al diritto dei popoli all’autodeterminazione, esiste anche il diritto della classe operaia a rafforzare il proprio potere, e il diritto all’autodeterminazione è subordinato a quest’ultimo diritto».

In conclusione, una concezione del mondo che discenda dagli interessi di classe del proletariato è stata alla base dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Il suo abbandono, sulla scia di altri interessi, ha condotto alla fine dell’URSS e alle vicende di cui tutt’oggi siamo testimoni.

Bibliografia

V.I.Lenin, Op. complete – 5° Ed. – Mosca 1958-1969

I.V.Stalin, Opere; voll. 4, 5 – Mosca 1947

Risoluzioni e decisioni di Congressi, Conferenze e Plenum del CC del VKP(b) – 6° Ed., Parte 1° – Mosca 1940

I.V.Stalin, Opere; vol. 20 – Mosca 2021

V.I.Lenin, Sulla questione nazionale e nazionale-coloniale (raccolta di scritti) – Mosca 1956

E.H.Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923 – Einaudi

V.A.Sakharov, Il “testamento politico” di Lenin, Realtà della storia e miti della politica – Ed. Università di Mosca 2003

Fonte

13/05/2022

Gli echi del rivoluzionario dagli occhi di tataro

di Jack Orlando

Guido Carpi, Lenin vol. II. Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), Stilo Editrice, Bari, 2021, 327 pp., 18€ 

Avevamo già incontrato Lenin di recente, su queste pagine (qui), attraverso le parole di Guido Carpi e della sua biografia del sensei bolscevico.

Ci ritroviamo di nuovo qui a percorrere i sentieri di Vladimir Il’ič Ul’janov, quasi sempre in un frustrante e recalcitrante esilio; lo si era congedato all’alba del 1905, prima dello scossone rivoluzionario, fermi con lo sguardo su uno dei sommi cardini della sua opera: il militante, il rivoluzionario di professione che opera da cinghia di trasmissione tra processo (di rottura) oggettivo e volontà (politica) soggettiva, figura deputata al rovesciamento dell’esistente.

Lo riprendiamo ora nella frattura del 1905, per accompagnarlo fino alle soglie di quel fatidico ‘17, in un decennio dove il vecchio mondo scivola nella catastrofe fino a frantumarsi nelle trincee, e dove per il rivoluzionario si rivelano in tutta la loro importanza la centralità del partito e la imprescindibile dialettica tra tattica e strategia, tempi duri per gente dura e menti radicali.

Andiamo rapidi, che non stiamo qui a far gli storici; la parentesi rivoluzionaria del 1905, quella del pope Gapon e dei gendarmi che sparano sulla folla con le icone sacre, vede Lenin (come quasi sempre) in una posizione di minoranza all’interno della socialdemocrazia, e con un apparato bolscevico impostato sulle indicazioni del che fare: partito ristretto, cospirativo, portato avanti da un èlite “neogiacobina”; una struttura atta a muoversi agilmente negli interstizi e nel mondo ben poco accomodante dello zarismo russo.

Il 1905 pone i rivoluzionari di fronte a una situazione inedita: l’irrompere sulla scena delle masse operaie come attore autonomo in grado di stabilire una propria agenda sganciata, a volte contrapposta, dagli interessi dello Stato o della borghesia. I lavoratori si dotano dei propri strumenti di decisione ed organizzazione, i Soviet, e l’incedere del processo rivoluzionario allarga le maglie della partecipazione alla vita pubblica, dalle libertà politiche alla stampa.

La fase è di attacco, di allargamento, e avanza convulsa. Va da sé che chi non tiene il passo resta indietro, come legge di natura, gli animali che non si adeguano alle mutazioni ambientali periscono.

Di qui una revisione dei principi d’azione bolscevichi che si orientano verso la messa in piedi di un partito di massa, in grado di occupare quei nuovi spazi di manovra convogliando le energie della massa in movimento, con l’esperienza combattiva del militante.

Non si tratta di scegliere tra vecchie maniere e nuovi democraticismi, come per quasi tutti i moderati. Non c’è teleologia del socialismo che tenga, né riforma che valga.

È sempre il processo rivoluzionario a portarsi appresso, come effetto collaterale, una politica di riforme; viceversa nessun riformismo o forma di rappresentanza può davvero far avanzare il percorso di emancipazione.

Si tratta di occupare tatticamente i posti disponibili in una Duma sostanzialmente impotente, per parlare al popolo dei lavoratori e non al potere burocratico, di usare le possibilità di stampare giornali legali non per tessere le lodi della libertà d’opinione ma per formare e radicalizzare la soggettività combattiva in lotta; i bolscevichi stanno nei soviet non per abbracciare il moto perpetuo e progressivo delle masse verso l’utopia socialista, ma per articolarne e coordinarne le potenzialità su di un piano di attacco che arrechi danni e sottragga terreno quanto più possibile al nemico.

Si dialoga con la spontaneità proletaria, unica davvero a rompere gli argini del potere, ma la si articola in organizzazione per portarla ad un livello superiore, per darle nuovo spazio e non farla rifluire.

Portare all’estremo le conquiste democratiche, accelerare la rivoluzione fino al punto di non ritorno.

O tutto o niente.

E quando poi la parentesi si va chiudendo, quando gli spazi si restringono, la repressione colpisce duro e le energie cominciano a smobilitare, come sopravvivere al contraccolpo?

L’ormai ex piccolo gruppo compatto, ora giovane partito di massa con articolazioni legali e non, deve operare una nuova virata e passare attraverso la porta stretta della controrivoluzione: mettere in sicurezza le varie articolazioni prima che vengano annientate; nella prassi: lasciare attivi i presidi conquistati, come i rappresentanti della Duma, per tenere viva una voce pubblica, ma investire le energie in una pratica di esercizio della forza, che sfrutti gli ultimi scampoli di tempo per un colpo di reni in grado di deviare la tendenza. È ora un bolscevismo insurrezionale che si nutre di rapine per il finanziamento, di truffe internazionali e contrabbando per l’approvvigionamento di armi, di tentativi lottarmatisti, gruppi di combattimento e granate nelle strade.

Ma all’impossibilità di tenere il confronto armato con gli apparati dell’impero zarista, si rende necessario uno spostamento ulteriore, con un non pacifico smantellamento dell’apparato militare prima che esso inghiotta l’intero partito in una spirale senza uscita. La direzione del processo deve rimanere sempre dell’elemento politico, anche quando questo tenga in mano una pistola.

È qui che Lenin imprime una nuova mutazione alla sua struttura: un partito fluido, rizomatico direbbe qualcuno, che al tradizionale centralismo bolscevico innesta una molteplicità di centri operativi indipendenti che portino avanti il lavoro sul campo, e che alla monolitica struttura-partito preferisce l’infiltrazione nelle forme legali e associative della società, per operare tramite queste un’egemonia politica sul tessuto sociale.

Un bolscevismo poco attenzionato dalla tradizione che però traghetta il partito fino al ‘17, alla resa dei conti finale col nemico storico. L’ultimo livello della sfida.

A fare questa breve cavalcata, è subito evidente una cosa: la coerenza delle forme è roba da neofiti.

Il militante bolscevico si è trovato a cambiare pelle più e più volte, ora scrittore ora agitatore politico, ora sindacalista, ora bandito e dinamitardo; così come alla sua comunità politica è chiesto un perpetuo sforzo di adattamento ed aggiornamento del sistema operativo. Anche a costo di una continua frammentazione dei rapporti personali e organizzativi, e quindi ad un costante riperimetrare il campo della propria amicizia politica. Bisogna prima dividersi, delinearsi, per poi potersi unire.

La coerenza delle forme, siano esse quelle dell’organizzazione o quelle dell’ideologia, finiscono sempre per essere pensiero autocentrato, che antepone il proprio sguardo alla realtà materiale, di fatto scollandosi da essa e diventando inutile orpello o strumento di affermazione personale.

Quella leniniana è invece dottrina di combattimento, e in quanto tale, non può mai prescindere dall’analisi concreta del campo di battaglia.

Se coerenza c’è, essa è tutta interna al rapporto dialettico tra tattica e strategia. Vero asse centrale dell’agire politico. Si preserva la rigidità strategica, perché l’obbiettivo è uno solo ed è indifferibile: l’instaurazione del comunismo da parte del proletariato attraverso le sue avanguardie organizzate. Stante questo assunto si può mantenere la flessibilità tattica per cui ad ogni passaggio di fase, come si rimodula il capitale, così corrisponde un adeguato riposizionamento della forza antagonista e delle sue pratiche.

Lenin prendeva ciò che gli serviva quando gli serviva. Ma per riporlo in una cassetta degli attrezzi dagli scomparti ben ordinati. A costituire la griglia immutabile attraverso cui il bolscevismo filtra, scompone e metabolizza ogni altro elemento, sono: la lotta come esperienza diretta, immediata che – assai più delle acquisizioni teoriche – determina la crescita politica, organizzativa, addirittura morale dei soggetti coinvolti; la profonda consapevolezza di come la lotta pratica non sia mai fine a sé stessa, ma sia fonte primaria di teoria, così come non si dà teoria che non si traduca immediatamente in pratica; l’enfasi su di una nuova figura di militante, che unisce in sé le capacità teoriche dell’intelligent e la determinazione pratica del proletario. Infine tutti questi elementi trovano la propria sintesi nell’organizzazione, pietra filosofale del leninismo e manifestazione sensibile di quell’universale istinto alla partiticità (partijnost’) che si configura come una vera e propria grazia laica.”1

Uno schema da tenere a mente, tanto più in quest’oggi dove la guerra, con lo spettro della sua deflagrazione totale, torna a soffiare in Europa.

L’adagio leniniano del trasformare la guerra imperialista in guerra civile è ritornato di moda tra un certo antagonismo sempre a caccia di slogan, pure se non si sa bene chi, cosa e come dovrebbe operare questa mutazione bellica.

Guardare a Zimmerwald, cioè guardare a una politica che, innanzi alla sfida della guerra mondiale, della pace e del sentimento umanitario sostanzialmente se ne infischia e pone all’ordine del giorno ancora una volta il qui e ora della frattura rivoluzionaria, aiuta a smarcarsi da certe ingenuità pacifiste e dall’assorbimento in campo nemico (che è sempre quello che ci tiene direttamente il piede sul collo) e stabilisce, come sua consuetudine, che “non importa cosa soggettivamente pensi di stare facendo, ma negli interessi di chi stai oggettivamente operando; e guai se i due parametri non collimano”.2 

Insieme al piccolo uomo dagli occhi di tataro siamo di nuovo di fronte al Moloch del capitale nella sua fase suprema, quella dell’imperialismo, pronta a scatenare tutta la sua furia (auto)distruttiva. Ma siamo orfani di una parte collettiva in grado di far sentire la sua voce, orfani di sodalizi davvero in grado in rompere questo frame, schegge sparse tra derive, resistenze e tentativi generosi.

Un compagno, parlando della situazione attuale, mostrava con rammarico il timore “di essere di nuovo in ritardo, e di non poter essere più in tempo ora che la Storia ha ricominciato a correre veloce”.

Non un timore infondato insomma, ma Lenin mostra come non esista un tempo giusto per il rivoluzionario, solo tempi diversi in cui agire diversamente, con l’occhio sempre all’obbiettivo.

Esistono momenti di ritirata, altri d’assedio, altri ancora di attacco. Ma il tempo giusto, in ultima istanza, sono volontà e intelligenza a determinarlo.

Non esiste fraseologia che tenga, è solo il metodo a contare davvero; l’uomo Lenin dorme in una teca di vetro, ed è giusto che sia lì a riposo, a noi servono gli strumenti del suo laboratorio, non le spoglie. Quegli echi che attraversano un secolo, non arrivano a noi per essere soggetti a condanna o celebrazione, ma perché siano ascoltati e reinterpretati, lingue nuove alimentate di grammatica antica. Il passato è per il rivoluzionario materia viva.

La condizione oggettiva non serve a niente senza una volontà soggettiva di rovesciamento. Né esiste un sentiero su cui camminare verso il Sol dell’Avvenire, abbiamo solo catene di istanti da far deflagrare, anello dopo anello, finché tutto il continuum non vada in frantumi.

Note

  1. Carpi Guido, Lenin. Verso la rivoluzione d’ottobre (1905-1917), Stilo editore, Bari, 2021, p. 8 

  2. Ivi, p.10 

Fonte

14/12/2019

Gli Arditi del popolo, il PCd’I e l’irrisolta questione dell’organizzazione militare di classe

di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019, pp. 184, 10,00 euro

Definitivo è il fallimento d’ogni programma di lotta costituzionale e morale (La catena, Emilio Lussu – 1929)

In tempi in cui le piazze “antifasciste” si riempiono di giovani inneggianti alla legalità, alla politica educata e non violenta e in cui la conflittualità di classe, ancora una volta, rischia di essere messa sott’olio e sigillata come le sardine che la promuovono, è sicuramente molto utile ripercorrere, dal punto di vista storiografico e politico, le vicende che portarono ad una netta distinzione tra l’organizzazione illegale del Partito fondato a Livorno nel 1921 e quella spontanea e diffusa, soprattutto in ambito proletario, di chi cercava di opporsi armi alla mano alla nascente minaccia fascista.

Una lezione, indipendentemente dai risultati conseguiti e dalle motivazioni politiche che alimentarono le differenti strategie e tattiche assunte dai principali protagonisti, che potrebbe rivelarsi ancora oggi decisiva per distinguere comunque il reale antifascismo da quello di facciata finalizzato soltanto a protrarre oltre ogni possibile limite la sopravvivenza dell’attuale ordine economico e sociale basato sul sopruso e l’oppressione di classe.

All’interno di un conflitto sociale che si muove oggi in un’aura già di guerra civile, nelle diverse aree del globo in cui si va manifestando, ma in cui una parte dei contendenti sembra ancora tardare nel prendere coscienza delle difficoltà e delle responsabilità che l’attendono nel confronto con la violenza dispiegata dagli Stati e dai loro apparati militari e repressivi.

Tale non secondario problema, evidentemente, nel periodo intercorso tra il 1919 e il 1921, fu invece centrale per l’organizzazione di chi, tornato dalla guerra oppure rimasto in officina, doveva fare i conti con la crisi economica successiva alla fine del primo conflitto mondiale e, soprattutto qui in Italia, con l’organizzazione della violenza armata delle milizie che, come quelle fasciste, affiancarono l’opera di controrivoluzione preventiva messa in atto dallo Stato nei confronti dei lavoratori e del proletariato e delle loro iniziative ed organizzazioni politiche e sindacali.

Certo, a differenza di oggi, l’idea della violenza ineliminabile da qualsiasi discorso sullo scontro di classe non era ancora stata cancellata dalla memoria di chi si opponeva all’esistente e alle condizioni di vita e di lavoro che ne conseguivano. E a questo avevano certamente contribuito anni di guerra e di macelli interimperialisti, la leva di massa, le sofferenze di coloro che erano rimasti a casa e la delusione dei reduci e dei sopravvissuti di un conflitto che aveva causato in Europa circa dieci milioni di morti e un’innumerevole quantità di feriti e dispersi tra le file dei soldati di ogni nazionalità.

L’uso delle armi era diventato massiccio e abituale per chi era stato al fronte, ma anche il corso degli avvenimenti precedenti e contemporanei al periodo di guerra (la settimana rossa, l’insurrezione di Torino dell’agosto del 1917, le rivolte per il pane e la terra e le occupazioni delle fabbriche del cosiddetto Biennio rosso) aveva determinato tra i proletari, gli operai e i militanti più decisi delle varie tendenze politiche contrarie al capitalismo una pratica diffusa di detenzione o una più semplice propensione all’uso delle armi per far valere i propri diritti oppure per difendere la propria vita, le manifestazioni, gli scioperi e tutte le strutture connesse all’organizzazione delle lotte (tipografie, sedi sindacali e di partito, case private dei militanti) dall’assalto delle forze della controrivoluzione preventiva: sia che si trattasse di quelle dello Stato che di quelle inquadrate nelle milizie fasciste.

Un’azione militare proletaria che ebbe nell’azione degli Arditi del popolo un’autentica punta di diamante nella risposta al Fascismo e che finì con lo scontrarsi sia direttamente sul campo che giuridicamente con gli apparati repressivi e militari dello Stato Regio.

Stato che sempre e comunque, ben prima della sua completa fascistizzazione, intervenne a difesa delle milizie nere sia a supporto della loro azione repressiva sia per soccorrerle in caso di probabile o evidente sconfitta. Ragion per cui gli appelli successivi alla pacificazione o l’invito al ritorno alla tradizione democratica del parlamento e del governo, ancora nel 1924 dopo il delitto Matteotti oppure vent’anni dopo con gli appelli ai “fratelli in camicia nera” del 1938 o la formazione del CLN dopo la caduta del regime, sempre risuonarono, e non avrebbe potuto essere diversamente, come autentici tradimenti dell’iniziativa autonoma proletaria e dello spirito rivoluzionario che l’aveva spontaneamente animata fin dagli anni del primo dopoguerra.

Mantovani prende in esame, nel suo sintetico testo, un problema importante e significativo del rapporto tra organizzazione politica (il partito o i partiti) e azione autonoma del proletariato: quello dell’avvicinamento alle formazioni militari degli Arditi del popolo e del contemporaneo allontanamento di molti militanti dalla disciplina e dalle direttive degli stessi partiti, in particolare da quel Partito Comunista d’Italia che era nato da una scissione a sinistra dell’ormai decotto Partito Socialista.

Proprio la giovane dirigenza del partito, nato rivoluzionario sulla base delle indicazioni della Internazionale Comunista o Terza Internazionale, fu quella che con più decisione si oppose teoricamente e organizzativamente all’unione militare tra militanti del Partito, proletari non ancora inquadrati politicamente e ex-combattenti antifascisti e avversi a quell’ordine socio-economico che li aveva mandati al macello.

Questi ultimi avevano una composizione socio-politica molto diversificata al proprio interno: ex-militari di prima linea, volontari fiumani, anarchici, socialisti, repubblicani, comunisti provenienti da classi sociali diverse (studenti, piccoli borghesi, disoccupati, sottoproletari, lavoratori), ma uniti nel rifiuto dell’esistente e attivi nel rispondere alla minaccia e alle aggressioni fasciste.
Certo non potevano essere portatori di un programma politico ben delineato e definito e proprio da qui nacque l’equivoco, se vogliamo definirlo con un eufemismo, che portò l’allora segretario del Partito Amadeo Bordiga e buona parte del direttivo dello stesso ad opporsi alla pratica di collaborazione militare e a proporre un inquadramento militare, destinato soltanto ai militanti riconosciuti del partito stesso, all’interno delle strutture illegali del Partito.

Molti militanti non diedero ascolto a tali indicazioni (lo dimostrano le cifre delle adesioni agli Arditi del popolo di militanti definiti come comunisti) e ciò naturalmente causò irritazione negli organi dirigenti da una parte e dall’altra una serrata polemica tra la direzione del Partito e la Direzione dell’Internazionale e lo stesso Lenin, favorevoli invece ad una collaborazione militare tra il Partito italiano e le formazioni militari spontanee rappresentate dagli Arditi.

Mentre la dotta introduzione di Marco Rossi, già autore di diversi testi sul tema degli Arditi e del rifiuto della guerra, serve a inquadrare più generalmente il periodo e le pratiche spontanee di resistenza e di organizzazione paramilitare di chi, nel primo dopoguerra oppure durante la guerra stessa, si opponeva allo Stato borghese, al capitalismo, al nazionalismo e al fascismo, la ricostruzione di Mantovani si basa principalmente sulla documentazione e sui testi prodotti all’epoca dal Partito Comunista a direzione bordighiana e dall’Internazionale relativi al medesimo argomento.

È un lavoro interessante e, fortunatamente, critico delle formulazioni e delle pratiche messe in atto dal PCd’I in quei frangenti, ma nell’opera quasi ostinata di antologizzazione dei testi (molto ricca è infatti l’Appendice in cui si raccolgono i documenti, gli articoli e gli accesi contrasti tra Partito e Internazionale) rischia di cadere nello stesso errore di schematismo in cui caddero Bordiga e gli altri dirigenti del Partito (fatto forse salvo il caso di Gramsci) che ebbero come unico faro i compiti e i programmi del Partito stesso, senza tener conto delle proposte e delle nuove modalità organizzative e operative che giungevano dal basso e dalla società. Un dibattito che, per forza di cose, era destinato e sarebbe destinato tutt’ora, a rimanere racchiuso nel confronto ideologico e politico interno ad una minima frazione di proletariato e di militanti compresi all’interno del Partito di allora o di quello puramente immaginario di adesso.

In questo, però, occorre vedere anche un prolungamento di quelle pratiche bolsceviche e bolscevizzanti messe in atto proprio sulla base delle indicazioni provenienti dall’Internazionale per la formazione dei nascenti partiti comunisti: partiti di quadri e militanti rivoluzionari che dovevano guidare le masse in nome di un chiaro e ben definito progetto di azione tattica e strategica.

Una concezione dell’azione politica militante che non solo avrebbe portato nel giro di pochi anni alla degenerazione staliniana nell’Urss e nei partiti “fratelli”, ma che era riuscita di ostacolo persino agli inizi della rivoluzione russa quando, a febbraio, i rappresentanti del partito presenti a Pietrogrado si erano inizialmente opposti alle iniziative dal basso, di operaie, operai e soldati, che avrebbero portato nel giro di una settimana alla caduta dello Zar.

Una concezione e una pratica militare, quella ereditata dal partito bolscevico, più adatta all’azione armata ristretta delle fasi di difficoltà di un movimento (come quella attraversata dal partito bolscevico dopo la rivoluzione del 1905) piuttosto che all’azione generale di classe in un momento di guerra civile oppure pre-insurrezionale e rivoluzionario. Concezione ristretta che si sarebbe drammaticamente riverberata anche nei cosiddetti ‘anni di piombo’ e nelle tragiche e perdenti scelte operate dalle organizzazioni maggioritarie della lotta armata italiana a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Se non sbaglio, inoltre, l’autore dimentica una specie di autocritica che lo stesso Bordiga avrebbe poi fatto sulle pagine di Prometeo, la rivista teorica del Partito sopravvissuta pochi mesi all’azione fascista statalizzata, riconoscendo l’importanza che il movimento dannunziano e l’impresa di Fiume avrebbero potuto avere come momento di rottura all’interno della società italiana se questa fosse stata riconosciuta dai vertici della Sinistra come una possibile componente del movimento rivoluzionario. Ma questa “autocritica” in realtà tale non era poiché all’epoca del movimento dannunziano il Partito Comunista non esisteva ancora e, quindi, la responsabilità poteva essere rovesciata interamente sul Partito Socialista.

Il testo di Mantovani, edito da Pagine marxiste, è pertanto utile dal punto di vista della conoscenza e diffusione delle teorizzazioni, pro o contro, dell’epoca, ma pecca ancora di una mancata e approfondita analisi delle componenti sociali e degli immaginari che determinarono tali scelte. E questo non è poco in un momento in cui, a livello mondiale, torna a delinearsi uno scontro di classe variegato e contraddistinto dall’essere più guerra civile che non “rivoluzione pura” come alcuni vorrebbero, cosa che condannerà inevitabilmente questi ultimi a ripercorrere ancora le stesse orme lasciate da altre sconfitte nella neve insanguinata della Storia.

Fonte