Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/11/2025

7 novembre 1917 - La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi


Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:
1) per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;
2) per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento”. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente”, che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.

Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.

I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.

Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.

In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si imposero, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.

Tra gli elementi che dobbiamo prendere in esame, uno risulta essere decisivo: la guerra e la fine della guerra annunciata dai bolscevichi.

La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era predominante come fonte della vita e della sopravvivenza di gran parte delle società dell’epoca.

Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.

Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. E poi c’era la guerra vera e propria.

La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc). Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa, diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio diffuso verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.

La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.

Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano maggiormente in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.

Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” (ieri è troppo presto, domani troppo tardi) per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.

Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.

La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.

Celebrare a distanza di decenni la Rivoluzione d’Ottobre, significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.

Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?

Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi, questa somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).

La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che non solo gli imperi come Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o l’Italietta che aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.

Negli ultimi anni la guerra in Europa e la guerra mondiale a pezzi, la recessione economica, la insopportabile crescita della disuguaglianze sociali, l’infarto ecologico del Pianeta e la regressione sociale complessiva, stanno caratterizzando la fase storica in cui ci è toccato di vivere. Fino a metterci davanti agli occhi un genocidio: quello del popolo palestinese.

In passato quando queste condizioni si sono intersecate con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, hanno prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente. Nell’epoca delle armi nucleari questa exit strategy dalla crisi potrebbe non essere più praticabile.

Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Più di cento anni dopo vale la pena di rimettere in campo di nuovo una alternativa di sistema e misurarsi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne sia la spinta che l’esperienza storica.

Fonte

20/04/2024

L’inquietudine di Lenin. L’attualità del suo pensiero a cento anni dalla sua morte

L’inquietudine politica di Lenin

Una delle ultime opere di Lenin è stata pubblicata sulla Pravda il 4 marzo 1923. Il lungo articolo “Meglio meno, ma meglio” non è solo una sintesi critica del percorso tormentatissimo della Rivoluzione bolscevica, tra Prima Guerra mondiale e guerra civile, ma anche “testamento politico” nel quale Lenin si spinge a ipotizzare, su dati materiali e oggettivi, previsioni geopolitiche ed economiche che avrebbero potuto rompere l’assedio militare ed economico di cui l’Unione Sovietica era oggetto.

“Meglio meno, ma meglio” (in russo Лучше меньше, да лучше, Lučše men’še, da lučše) è da allora diventato un detto della lingua russa che invita alla qualità dell’azione da preferire alla quantità.

Lenin scorge nella Russia sovietica la sindrome del fare senza la qualità, perché presa dalla trappola dell’accerchiamento. Il prevalere della quantità sulla qualità non è casuale, dato che la lunga guerra non poteva che condurre a una notevole quantità di provvedimenti e il “fare” era spesso deficitario della qualità. Lenin nella sua solitudine, mentre la salute declinava (sarebbe deceduto il 21 gennaio 1924) non poteva non constatare i limiti della Rivoluzione sovietica e indicare i processi per risolverli. Per poter rafforzare la Rivoluzione essa andava sottoposta a critica radicale in modo da intervenire e fare tesoro degli errori. Il problema si poneva in modo stringente per l’elezione dei Commissari del popolo, i quali avevano il compito di controllare i settori produttivi e di stimolarne la crescita:
“Per poter migliorare il nostro apparato statale, l’Ispezione operaia e contadina, a parer mio, non deve correr dietro alla quantità e non deve aver fretta.

Finora abbiamo avuto così poco tempo per riflettere sulla qualità del nostro apparato statale e preoccuparcene, che sarebbe giusto dedicarsi con particolare attenzione e serietà alla sua organizzazione e concentrare nell’Ispezione operaia e contadina materiale umano di qualità realmente moderna, cioè non inferiore ai migliori modelli dell’Europa occidentale[1]”.
La Rivoluzione bolscevica si era concretizzata in una nazione con un numero altissimo di analfabeti. La gestione diretta delle industrie da parte degli operai non era possibile, poiché essi non avevano gli strumenti tecnici e amministrativi per la gestione. In questo contesto, “imparare” era uno dei modi certi attraverso cui salvare la Rivoluzione. Nei decenni che verranno, per Lenin “imparare” sarà l’imperativo categorico. Migliorare la produzione in senso qualitativo e quantitativo non poteva che consolidare la Rivoluzione. Un’intera nazione doveva partecipare al processo di alfabetizzazione e crescita professionale.

Il temporaneo arretramento, rispetto al comunismo, con la NEP e l’introduzione di metodi capitalistici di produzione (taylorismo) avevano lo scopo di utilizzare le tecniche capitalistiche per aumentare la produzione e soddisfare i bisogni primari. Il socialismo non poteva sopravvivere senza la “temporanea contaminazione”. Imparare e controllare era la modalità con cui i rivoluzionari dovevano operare; senza la tecnica, l’industria e la produzione il comunismo era irrealizzabile. Il “comunismo di guerra” è stata la modalità con cui superare l’aggressione straniera e la guerra civile, per cui nel presente e nel futuro la Rivoluzione dovrà rispondere in modo duttile alle sfide geopolitiche. Le sperimentazioni attuate durante il comunismo di guerra, i sabati comunisti e l’eliminazione pressoché totale del denaro erano da dimenticare, mentre le urgenze non permettevano accelerazioni, ma arretramenti tattici e strategici:
“Per rinnovare il nostro apparato dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare; in secondo luogo, di imparare; in terzo luogo, di imparare, e poi di controllare ciò che si è imparato affinché la scienza non rimanga lettera morta o frase alla moda (come da noi, e non v’è nessuna ragione di nasconderlo, accade molto spesso), affinché la scienza diventi realmente carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, affinché essa diventi in modo completo e reale parte integrante della nostra vita. In una parola, dobbiamo avanzare non le esigenze che avanza la borghesia dell’Europa occidentale, ma quelle che sono degne di un paese che si è posto il compito di divenire un paese socialista[2]”.
Selezione e classe dirigente

Il commissario del popolo doveva sentire come proprio il dovere del controllo attento e scrupoloso, poiché egli era al servizio del popolo e del comunismo, in quanto dai controlli sarebbe dipeso il benessere del popolo sovietico. Ogni commissario non averebbe dovuto farsi prendere dalla fretta. Errori e ignoranza sarebbero stati il risultato della fretta; il popolo e il comunismo rischiavano di essere minacciati dalla velocità irresponsabile dei Commissari, non semplici burocrati, dall’agire dei quali sarebbe dipesa la qualità della produzione. La formazione politica e la cultura scientifica sarebbero divenuti i capisaldi con cui neutralizzare i pericoli di corrosione interna causati dalla “fretta” e imparare avrebbe comportato l’accertamento con scrupolo etico dei risultati e delle “mancanze” del sistema produttivo:
“Per essere all’altezza del compito che le è affidato, l’Ispezione deve attenersi alla regola: misurare sette volte prima di tagliare[3]”.
La qualità del comunismo dipendeva dalla selezione della classe dirigente. Nelle parole di Lenin vi è l’inquietudine che derivava dalla consapevolezza dell’inadeguatezza della classe dirigente. Il compito di edificare il comunismo era immenso e terribile; il contesto storico era tra i più complessi e pericolosi immaginabili. In una tale cornice solo una classe dirigente esperta, competente e motivata avrebbe potuto condurre l’Unione Sovietica fuori dalle acque tempestose dell’assedio:
“Parallelamente bisognerà nominare una commissione che proceda alla scelta dei candidati a membri della Commissione centrale di controllo. Spero che per queste mansioni troveremo un numero più che sufficiente di candidati, sia fra gli impiegati esperti di tutte le amministrazioni che fra gli studenti delle nostre scuole sovietiche. Non credo sarebbe giusto escludere a priori l’una o l’altra categoria. Probabilmente dovremo dare la preferenza a una composizione eterogenea per questo organismo, che deve assommare in sé molte qualità e requisiti diversi, sicché la compilazione dell’elenco dei candidati richiederà un lavoro molto serio. Per esempio, non sarebbe soprattutto desiderabile che il nuovo Commissariato del popolo fosse composto di gente di un solo tipo, di funzionari, diciamo, o ne fossero esclusi uomini con qualità di agitatori, o altri il cui tratto caratteristico è la socievolezza o la capacità di penetrare in ambienti che funzionari di questo tipo abitualmente non frequentano, ecc.[4]”.
La Russia comunista era stata capace di audacia teorica che spesso era stata applicata in modo improprio. Contadini e operai non erano nelle condizioni culturali e politiche per sostenere il processo che dal socialismo conduceva al comunismo, a tale limite si aggiungeva la contraddizione tra burocrazia e audacia rivoluzionaria. All’interno della macchina rivoluzionaria contraddizioni e freni operativi erano gli ostacoli entro cui la Rivoluzione “inciampava”. Tali problematiche non potevano che rafforzare il fronte controrivoluzionario. Lo sforzo era stato immenso, ma Lenin constatava che la Rivoluzione era a un bivio e la vittoria sul fronte capitalistico non era garantita. La solitudine di Lenin era nella consapevolezza cruda e realistica che la Rivoluzione poteva essere vinta dall’assedio e che solo una classe dirigente diffusa e politicamente preparata poteva oltrepassare le difficoltà e le tensioni che lo Stato sovietico subiva:
“E ciò è comprensibile, perché i più audaci passi in avanti sono stati fatti su un terreno che da lungo tempo era riservato alla teoria, su un terreno che era stato coltivato principalmente e persino quasi esclusivamente in modo teorico. Il russo si sfogava in casa contro l’odiosa condizione di impiegatuccio, si sfogava con elucubrazioni teoriche estremamente ardite, e queste elucubrazioni teoriche estremamente ardite acquistavano quindi un carattere eccezionalmente unilaterale. Nel nostro paese vivevano l’una accanto all’altra, in buona armonia, l’audacia teorica nelle costruzioni generali e una sorprendente timidezza per la più insignificante delle riforme burocratiche. Una grandiosa rivoluzione agraria mondiale è stata elaborata con un’audacia sconosciuta in altri Stati, e in pari tempo mancava la fantasia per una riforma burocratica di infimo ordine; mancava la fantasia o la pazienza per applicare a questa riforma le tesi generali che davano risultati così “brillanti” quando erano applicate a questioni di carattere generale[5]”.
Assedio e guerra

La guerra imperialista aveva destabilizzato il debole sistema produttivo russo. Il capitalismo sviluppava le sue industrie, e la sua macchina da guerra, con l’acciaio a ritmi incontenibili, per cui la minaccia era nella contraddizione tra il sistema produttivo occidentale e l’embrionale sistema industriale sovietico. L’Unione Sovietica aveva respinto la Guerra civile finanziata dalle nazioni capitalistiche, ma la sua vittoria era stata pagata col dissanguamento delle sue risorse e delle potenzialità di sviluppo. L’assedio e la guerra erano state utilizzate dai capitalisti per indurre l’Unione Sovietica a dilapidare energie e produzione. Il risultato finale vedeva l’Unione Sovietica vittoriosa, ma isolata e tormentata dalla bassa produzione. Allora come oggi assediare e costringere a una lunga guerra è l’arma per erodere lentamente le potenzialità del nemico:
“Il tratto generale della nostra vita odierna è il seguente: noi abbiamo distrutto l’industria capitalistica, ci siamo sforzati di distruggere dalle fondamenta gli istituti medioevali, la grande proprietà fondiaria, e al suo posto abbiamo creato la piccola e piccolissima proprietà dei contadini, che seguono il proletariato per la fiducia che hanno riposto nei risultati della sua opera rivoluzionaria. È tuttavia difficile reggersi su questa fiducia fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti, perché la classe dei piccoli e piccolissimi contadini, specialmente durante la Nep, si mantiene per necessità economica a un livello estremamente basso di rendimento del lavoro. Inoltre, la situazione internazionale ha fatto sì che oggi la Russia è stata respinta indietro, e che, in generale, il rendimento del lavoro è ora considerevolmente inferiore a quello dell’anteguerra. Le potenze capitalistiche dell’Europa occidentale, in parte consapevolmente, in parte spontaneamente, hanno fatto tutto il possibile per respingerci indietro, per utilizzare gli elementi di guerra civile in Russia al fine di rovinare il più possibile il nostro paese. Appunto una soluzione simile della guerra imperialistica si presentava, naturalmente, come cosa che offriva considerevoli vantaggi: se non rovesceremo il regime rivoluzionario in Russia ne renderemo in ogni caso difficile lo sviluppo verso il socialismo. Cosi pressappoco ragionavano quelle potenze, e, secondo il loro modo di vedere, non potevano ragionare diversamente. Il risultato che hanno ottenuto è che il compito che si erano prefissate è stato risolto a metà. Non rovesciarono il nuovo regime creato dalla rivoluzione, ma non gli permisero di fare subito un passo in avanti tale da giustificare le previsioni dei socialisti e da permettergli di sviluppare con grandissima rapidità le forze produttive, di sviluppare tutte quelle possibilità, che messe assieme, avrebbero dato il socialismo, di dimostrare a tutti in modo evidente, lampante, che il socialismo racchiude in sé forze gigantesche e che l’umanità è ora passata in una nuova fase di sviluppo, che racchiude in sé possibilità magnifiche[6]”.
Non solo elettrificazione, guardare a Oriente

Per L’Unione Sovietica vi era la possibilità di volgersi a Oriente. I capitalisti con la complicità di sindacati e partiti avevano economicizzato il conflitto, per cui la sinistra occidentale non era l’alleata con cui costruire l’alternativa e da essa non sarebbe giunto nessun sostegno rilevante. Le sinistre occidentali si accalcavano verso il compromesso con il capitale. La partita si giocava a Oriente: Cina e India erano, e sono, un potenziale prodigioso per risorse e per popolazione. La decolonizzazione che già si profilava non poteva che rafforzare la lotta e la coscienza comunista in Oriente. Per l’Unione Sovietica la porta d’Oriente era l’ancora di salvezza, poiché con l’Oriente si poteva costruire non solo un’alleanza su principi comunisti comuni, ma anche sviluppare potenzialità produttive che avrebbero potuto condurre verso la rottura dell’isolamento. L’alleanza era potenzialmente possibile e ciò non avrebbe potuto, in futuro, che rafforzare il comunismo sovietico, la sua espansione difensiva e liberatrice degli oppressi:
“Nello stesso tempo, una serie di paesi, Oriente, India, Cina, ecc., a causa appunto dell’ultima guerra imperialistica, sono stati definitivamente gettati fuori dai loro binari. Il loro sviluppo si è adeguato definitivamente allo sviluppo del capitalismo europeo. È incominciato in essi un fermento simile a quello che si ha in Europa. È ormai chiaro per il mondo intero che essi sono stati trascinati su una vita di sviluppo che non può non portare a una crisi del capitalismo mondiale nel suo insieme. Dalla nostra parte c’è il vantaggio che tutto il mondo sta già passando a un movimento da cui dovrà nascere la rivoluzione socialista mondiale. Ma vi è anche lo svantaggio che gli imperialisti sono riusciti a scindere tutto il mondo in due campi, e che inoltre questa scissione si complica per il fatto che la Germania, paese capitalistico effettivamente sviluppato e colto, incontra estreme difficoltà per rimettersi in piedi. Tutte le potenze capitalistiche del cosiddetto Occidente la beccano e non le permettono di rialzarsi. E d’altra parte tutto l’Oriente, con le sue centinaia di milioni di lavoratori sfruttati e ridotti all’estremo limite della sopportazione, è messo in condizioni tali che le sue forze fisiche e materiali non possono essere messe a confronto con le forze fisiche materiali e militari di uno qualsiasi degli Stati più piccoli dell’Europa occidentale[7]”.
I popoli d’Oriente avevano iniziato la lotta per la liberazione e in un futuro neanche troppo lontano, l’Unione Sovietica, la Cina, l’India ecc. sarebbero diventate alleate e avrebbero potuto ribaltare gli equilibri geopolitici per diventare gli assedianti che avrebbero premuto sui confini occidentali. Unione Sovietica e grandi stati orientali sarebbero potuti diventare le potenze socialiste che avrebbero condotto alla realizzazione del comunismo ed emancipare i popoli oppressi dalle oligarchie. Il numero della popolazione e le risorse materiali rendevano l’Oriente un’area geopolitica che avrebbe potuto ribaltare la storia. Il colonialismo sarebbe stato rovesciato solo se l’Oriente, compatto nella progettualità, avesse condotto una lunga lotta espansiva, non per colonizzare, ma per liberare:
“L’esito della lotta dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina, ecc. costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione. Ed è appunto questa maggioranza che negli ultimi anni, con una rapidità mai vista, è entrata in lotta per la propria liberazione, sicché in questo senso non può sorgere ombra di dubbio sul risultato finale della lotta mondiale. In questo senso la vittoria definitiva del socialismo è senza dubbio pienamente assicurata[8]”.
Cultura, elettrificazione e alleanze erano la speranza dell’Unione Sovietica e dei popoli. Per l’Unione Sovietica del tempo la priorità era l’economia e la produzione, ma il futuro non si fondava solo sul presente, poiché era necessario costruire prospettive. L’Oriente era il futuro dell’Unione Sovietica. L’obiettivo primo è stato superare la carestia; essa è stata il risultato della guerra di conquista dell’Occidente, il cui obiettivo non era la restaurazione del vecchio regime, ma il saccheggio delle risorse nazionali. Il colonialismo era il paradigma capitalistico che i sovietici avrebbero vinto e avrebbero pagato con la carestia:
“Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all’altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell’economia, adatto a un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell’elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc.[9]”.
L’Unione Sovietica è caduta, ma l’analisi di Lenin ci offre ipotesi geopolitiche che sembrano valide nel presente per il futuro della Russia e per l’incipit di una nuova storia del pensiero politico. In Lenin duttilità e progettualità si fondevano in un rigoroso realismo che aveva nella lotta la sua “quotidiana sostanza”. Il tempo attuale ancora una volta pone prospettive storiche che guardano a Oriente. A cento anni dalla morte di Lenin, tutto sembra essere cambiato, l’Oriente ha iniziato a compattarsi e a diventare l’antagonista dell’Occidente che ha perso, ma non ne è consapevole, il primato. La speranza è un pianeta senza “primati”, in cui all’omologazione soffocante del totalitarismo liberista possano succedere la “speranza e la prassi” dell’antagonismo dialettico senza il quale non vi è che l’inarrestabile declino dell’umanità.

Note

[1] Vladimir Lenin, Meglio meno, ma meglio, 1923, Archivio Lenin

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] Ibidem

[7] Ibidem

[8] Ibidem

[9] Ibidem

Fonte

06/02/2024

La confusione antileninista del Ministro Sangiuliano

Circa due settimane or sono, il Corriere del Mezzogiorno pubblicava un articolo a firma del Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, il cui titolo così recitava: “Lenin e l’élite russa a Capri, laboratorio della rivoluzione”.

L’ineffabile Ministro dava fondo – nel pezzo spacciato per analisi storico-culturale, laddove trattasi di semplice e indigesta manifestazione di livore anticomunista – a tutta la paccottiglia pubblicistica, di matrice liberal-liberista e/o fascista che dir si voglia, sul rivoluzionario russo, capo dei bolscevichi e architetto indiscusso della Rivoluzione d’Ottobre, tracciandone un profilo in bilico tra la falsificazione del dato storiografico, l’insulto personale e il teatro storico dell’assurdo.

Di seguito pubblichiamo in esclusiva la risposta che il professor Guido Carpi, docente di letteratura russa all’Università di Napoli, ha deciso di affidare alle pagine di Contropiano, visto il panorama informativo sempre più asfittico e la tremebonda ritrosia di tante redazioni mainstream.

Carpi è autore di importanti saggi sulla storia e la letteratura russa, sul marxismo e sulla Rivoluzione d’Ottobre. Oltre che di ben tre volumi ponderosi su Lenin.

Buona lettura...

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La confusione antileninista del Ministro Sangiuliano

Guido Carpi

Il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano si confonde. Succede quando, nel trattare un argomento storicamente cruciale come la rivoluzione d’Ottobre e i suoi dintorni, ti affidi al canovaccio dei romanzi semipubblicistici e supercriminalistici di Aleksandr Solżenicyn e ci ricami sopra, in una sorta di vuoto pneumatico storiografico.

Maksim Gor’kij, residente a Capri, era lo scrittore più celebre dell’epoca, e godeva indubbiamente di buone disponibilità economiche, ma non era affatto “perfettamente integrato nelle abitudini aristocratiche” dell’èlite caprese: di origini umilissime, Gor’kij conduceva una vita piuttosto sobria e utilizzava buona parte dei propri introiti per finanziare i socialisti russi perseguitati in patria e per contribuire a cause umanitarie (ad esempio, il sostegno ai terremotati di Messina).

Attorno a lui non vi era alcuna “colonia russa caprese” stabile, né tantomeno una “élite rivoluzionaria aristocratica”: i rivoluzionari citati da Sangiuliano – tutti esuli braccati dai gendarmi zaristi – nel 1910 erano convenuti sull’isola per risolvere alcuni dissidi interni e per realizzare la “Scuola operaia di Capri”, che non doveva imporre “una sorta di egemonia” sugli operai, ma, al contrario, stimolarli a creare una propria autonoma cultura e visione del mondo.

Sempre al contrario di quanto rapporta Sangiuliano, Lenin era contrarissimo al progetto della Scuola: a suo parere, la priorità della classe operaia non era costruire un’utopistica “cultura proletaria”, ma acquisire quei rudimenti della cultura già esistente che permettesse loro di emanciparsi e al contempo di trasformare l’intera società.

Né Lenin ne i suoi avversari di partito costituivano alcuna “élite intellettuale di provenienza borghese se non addirittura aristocratica”: il nonno paterno di Lenin era un servo della gleba e quello materno era un medico ebreo. Figlio di un ispettore scolastico di provincia e fratello di un condannato a morte del regime zarista, Vladimir Ul’janov (Lenin) si era poi laureato in giurisprudenza, proprio come il ministro Sangiuliano, a cui nessuno si sognerebbe di ascrivere a demerito tale circostanza.

E ancora: i bolscevichi non avevano affatto auspicato “il bagno di sangue della Prima guerra mondiale”: quando Georgij Plechanov – il maestro politico di Lenin – fece professione di lealtà patriottarda, il capo bolscevico lo apostrofò come “porco!”

Sulle divagazioni psicopatologiche di Sangiuliano mi limito a notare che invece di scandagliare la mente criminale di Lenin chiamando in causa l’incolpevole Dostoevskij, sarebbe stato meglio ripassare Wikipedia sui fatti più basilari.

La sigla “Nep”, ad esempio, non significa affatto “Nuova economia pianificata”, ma “Nuova politica economica”: un ritorno temporaneo all’economia di mercato, attuato da Lenin nel contesto della grave crisi del marzo 1921, e che della pianificazione imposta da Stalin un decennio dopo rappresenta... l’esatto contrario! Non male per uno che su Lenin si vanta di avere addirittura scritto un libro.

Che a una persona dalla formazione politica come quella del ministro Sangiuliano Lenin faccia orrore, è cosa ovvia e – dal mio punto di vista – del tutto rispettabile. Consiglierei però al collega (che è infatti anche docente del Master in Giornalismo e Comunicazione dell’Università telematica “Pegaso”) di sobbarcarsi almeno il minimo sindacale del lavoro di storico e di documentarsi meglio sull’oggetto delle proprie idiosincrasie: se ce l’ha con Lenin se la prenda con Lenin, non con una testa di turco confezionata ad hoc.

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“Lenin e l’élite russa a Capri, laboratorio della rivoluzione”

Gennaro Sangiuliano – il Corriere del Mezzogiorno

Tra il 1908 e il 1910 Vladimir Ilic Uljanov detto Lenin trascorse due periodi della sua vita a Capri, già a quel tempo riconosciuta come la «perla del Mediterraneo», un paradiso avulso dalle sofferenze del mondo, un luogo che dall’epoca dei grandi imperatori romani era diventato la meta di nobili e teste coronate in fuga dagli affanni del potere.

La Capri degli inizi del nuovo secolo è l’intreccio di ricche élite multinazionali, accomunate dall’agiatezza e dalla ricerca di suggestioni intellettuali. A Villa Discopoli soggiornava lo scrittore Rainer Maria Rilke, mentre la splendida Villa Lysis era la residenza del ricchissimo conte francese Jacques d’Adelsward Fersen, rampollo di un’altra dinastia industriale, allontanato dai salotti parigini per via della sua dichiarata omosessualità. Lo scrittore inglese, di origini polacche, Joseph Conrad vi aveva trascorso un periodo, come pure Norman Douglas e Oskar Kokoschka.

In questo contesto, perfettamente integrata nelle abitudini aristocratiche del luogo, si era sedimentata una colonia russa. Maksim Gorkij si era stabilito a Capri ai primi di novembre del 1906, pochi giorni prima, il 26 ottobre, era sbarcato a Napoli dal transatlantico «Princess Irene» proveniente da New York, assieme a Maria Fjodorovna Andreeva e a Nicolaj Burenin, un ricco borghese di San Pietroburgo convertito al marxismo.

Accanto allo scrittore gli elementi di spicco della colonia caprese erano Aleksandr Aleksandrovic Bogdanov, all’epoca il più temuto avversario interno di Lenin che per un certo tempo gli avrebbe conteso la leadership politica, quindi Anatolj Vasilevic Lunacarskij, futuro commissario dell’Istruzione (una sorta di ministro) dei primi governi sovietici, e Vladimir Bazarov Rudnev, economista teorico della Nep (Nuova economia pianificata).

Sarebbero stati invitati anche altri protagonisti della Rivoluzione come Aleksinskij, Rožkov, Skorcov-Stepanov, Desnickij e Pokrovskij.

I documenti inglesi, alcuni dei quali recano ancora il timbro «secret», raccontano alcuni spezzoni del Lenin caprese; gli agenti segreti britannici sono soprattutto interessati ai suoi rapporti con l’aristocrazia prussiana che frequenta l’isola.

Morto Alfred Krupp, la figlia Bertha (quella che darà il nome al famoso cannone della Grande guerra) comincia a frequentare Capri, naviga con lo splendido panfilo «Germania» davanti ai Faraglioni. Le crociere della famiglia Krupp nel Golfo di Napoli ospitano spesso il generale Paul von Hindenburg, futuro presidente del Reich, allora esponente di spicco dello Stato maggiore militare tedesco.

La vita caprese di Lenin è lo spaccato, evidente anche in una celebre foto, di una élite rivoluzionaria aristocratica non dissimile negli stili di vita, ma anche nella sostanza, dal potere che lavorava per abbattere. A Capri Vladimir Ilic Uljanov, leader della frazione bolscevica del Partito socialdemocratico, si muove come l’imperatore del prossimo impero comunista, lo zar rosso che in un decennio affermerà la dittatura del terrore.

Nell’agosto del 1909 prende il via la cosiddetta «Scuola di Capri», sintesi della vera sigla: Scuola della tecnica rivoluzionaria per la preparazione scientifica dei propagandisti del socialismo russo. Lenin e Gorkij, al di là della retorica rivoluzionaria e degli appelli alle masse, sapevano bene che la rivoluzione sarebbe stata fatta da un’élite intellettuale di provenienza borghese se non addirittura aristocratica.

Come gli illuministi avevano imposto una sorta di egemonia attraverso l’Enciclopedia francese, che aveva ispirato le idee della Rivoluzione giacobina, allo stesso modo i capresi puntavano a guadagnare, attraverso una «Enciclopedia dei lavoratori», quel consenso che avrebbe preparato la Rivoluzione proletaria.

Gli storici sono concordi nel ritenere che per molto tempo il partito bolscevico non superò i ventiquattromila iscritti, davvero pochi rispetto alle dimensioni demografiche dell’immensa Russia. Quella minoranza, però, così elitaria quanto determinata, avrebbe vinto.

Vladimir Ilic Uljanov fu un uomo dotato di grandi capacità intellettuali e di tenacia, una persona fuori dal comune, dotato di un carattere forte e complesso. Come dirigente politico riuscì a fondare e guidare alla vittoria la fazione bolscevica del comunismo russo, trasformandola con spietata efficacia in quella élite di professionisti della politica che progettò e attuò la Rivoluzione d’Ottobre.

Le azioni di Lenin misero in moto una catena di eventi che influirono in maniera decisiva sugli esiti del marxismo e la storia mondiale. I bolscevichi, dopo aver auspicato il bagno di sangue della Prima guerra mondiale, in cui videro il detonatore della rivoluzione, conclusero una pace separata con gli imperi centrali e vinsero la guerra civile. Nessuno avrebbe scommesso sulla vittoria finale di questa minoranza.

Dalla Rivoluzione russa nacque l’Urss, il primo stato comunista al mondo, basato sul terrore interno e un ferreo dogmatismo ideologico. Come in una religione, l’Unione Sovietica fu eletta quale modello dell’altro «Paradiso» a cui tutti i comunisti del mondo cominciarono a ispirarsi.

Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, dunque, sul palcoscenico della storia risulta essere come il creatore di quel sistema politico ideologico che il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, bollò decenni dopo come «L’impero del male».

La sua tragicità richiama «l’egoismo, l’amoralismo e l’ateismo» di alcuni personaggi di Dostoevskij. Ogni uomo, insegna il grande scrittore russo, ha la percezione di ciò che è «bene» e ciò che è «male», il leninismo sovverte questa sicumera morale e divide le azioni degli uomini in «rivoluzionarie» e non, per cui all’interno delle prime tutto è concesso, anche le cose più bieche.

Nella dialettica di Dostoevskij anche il delitto esprime, in maniera deformata, l’energia dello spirito. Lenin traspone questi stimoli sul piano della storia, perché la rivoluzione può sovvertire ogni precetto morale e trasformare in bene l’assassinio di massa.

Aleksandr Solženicyn e Dimitrij Volkogonov ritengono che vada posto al di fuori della tradizione russa e ricollegato più immediatamente all’eredità del giacobinismo francese. Richard Pipes descrive Lenin come un semplice psicopatico privo di scrupoli. Bertrand Russel che lo incontrò annota: «Quando conobbi Lenin, non mi fece l’impressione del grande uomo che mi aspettavo. Le mie più vivide impressioni furono di bigotteria e crudeltà mongolica».

Su Lenin a Capri ho scritto un saggio sulla base di numerosi documenti storici. Ricordo la recensione che mi dedicò Raffaele La Capria sul Corriere della Sera, sabato 20 luglio 2013. Per me fu motivo di grande soddisfazione leggere testualmente «l’ho letto tutto d’un fiato, con curiosità senza mai annoiarmi perché è un libro pieno di notizie e di informazioni frutto di una paziente e appassionata ricerca intorno a cose che si sapevano o io credevo di sapere».

Fonte

28/01/2024

Il mondo di Lenin. Passaggio a Oriente

Il discorso di Lenin sull’Oriente è anche il discorso di un nuovo, necessario, rapporto tra il movimento operaio dei paesi capitalistici dell’occidente e i popoli in lotta per la liberazione dal giogo coloniale. La Rivoluzione russa viene vista come il ponte tra queste due realtà. La sconfitta del movimento operaio e del marxismo in occidente pongono ora problemi enormi.

Lenin è tornato, o forse non se è n’è mai andato in questo secolo trascorso dalla sua morte, anche se nell’ultimo trentennio l’abbattimento delle sue statue è stato uno sport abbastanza diffuso. Oggi qui e lì qualche statua viene ripristinata ma soprattutto in modo abbastanza improvviso (specie per i più distratti) riemerge il valore fondativo della frattura politica e, diremmo, epistemologica operata da Vladimir Ilic.

Se la cifra di questi nostri anni convulsi è il tendenziale rovesciamento della ri-colonizzazione (americana) del mondo, più nota sotto il nome di globalizzazione, e persino il tramonto del dominio occidentale sul globo (esito tutt’altro che scontato ma possibile), allora è necessario tornare a studiare l’iniziativa leniniana poi sviluppatisi lungo assai tortuosi sentieri ben oltre la fine del Secolo Breve (che sembra pretendere di diventare molto lungo) che di questi sconvolgimenti è, indiscutibilmente, la matrice. È come se attraverso la faglia leniniana prorompesse una nuova ondata di materiale storico incandescente, che non si può comprendere se non si torna alle caratteristiche originarie di quella frattura.

Che di frattura decisiva si tratti fu chiaro subito ai protagonisti di questa lunga storia. Il carattere “sconvolgente” e “costituente” delle idee di Lenin e degli atti del governo sovietico (sin dai primi giorni) sull’autodeterminazione dei popoli sono rilevati con stupore praticamente da tutti gli esponenti che da posizioni assai diversificate (a volte lontanissime da quelle dei comunisti) si pongono il tema dell’emancipazione delle nazioni costrette dagli europei alla condizione di colonie o semicolonie.

A Canton Sun Yat Sen fece chiudere i teatri per tre giorni alla notizia della morte di Lenin. È notissima la lettera che (siamo già nel 1930) Nehru scrive da una prigione inglese alla figlia Indira Gandhi indicando come memorabile l’anno di nascita della ragazzina (il 1917!) grazie all’opera di “un grande uomo”, ma valutazioni e attenzioni simili le troviamo in nazionalisti turchi, intellettuali persiani persino in qualche principe afghano con volontà di emanciparsi dal controllo inglese. Senza parlare ovviamente di coloro per cui militanza comunista e militanza anticoloniale da subito si identificarono.

Colpiscono per semplicità e forza le parole di Ho Chi Minh: “i popoli coloniali non potevano credere che esistesse un simile uomo e un simile programma”. Mille fili legano questo fascino travolgente alla situazione attuale e ne contribuiscono a spiegare aspetti anche sorprendenti. Del resto basta guardare gli studi storici che sono sempre tra gli indicatori più sensibili del presente: nel primo decennio dopo il 1989 gli studi prevalenti sulla Rivoluzione d’ottobre e sul movimento comunista sono studi di teratologia, cioè, studi su una mostruosità che aveva deviato dall’evoluzione storica “normale” parte consistente dell’umanità, condizionandola tutta. Nel nuovo millennio, archiviata la fine della storia, si sviluppa tra storici di diverso orientamento l’interesse per il movimento comunista come grande attore globale che propone vie alternative di modernizzazione.

Il mondo è, senza alcun dubbio, per Lenin lo scenario vero della sua azione politica, la dimensione necessaria della sua strategia rivoluzionaria. Da questo punto di vista possiamo dire che egli è il primo leader politico globale. Marx ha intravisto chiaramente l’unificazione tendenziale del mondo agita dal capitalismo, Lenin assume questa dimensione come cardine della pratica politica quotidiana.

Questa pratica politica globale tiene in tensione – proponendosi, per la prima volta nella storia del mondo, di unificarle – due aspetti: la lotta del proletariato europeo contro il capitalismo, la lotta dei popoli oppressi delle colonie.

A questa tensione se ne incrocia, quasi fosse una trama esplicativa, un’altra: quella tra dimensione nazionale e internazionale della lotta. Il mondo di Lenin è un mondo di classi, popoli, nazioni e l’internazionalismo deve sempre specificarsi nel radicamento nelle specifiche condizioni nazionali (e prima ancora nello studio di esse). Il cosmopolitismo e le costruzioni astrattamente sovranazionali, come il progetto degli Stati Uniti d’Europa, sono guardate con atteggiamento critico se non sprezzante.

La Rivoluzione d’Ottobre nella visione di Lenin trova la sua ragion d’essere storica nell’essere al centro di queste tensioni. Essa non solo avviene al momento giusto, impedendo di riassorbire nel quadro borghese la crisi dell’Impero zarista, ma avviene anche nel posto giusto, in una formazione territoriale e storica che può connettere il movimento operaio europeo, il marxismo e le lotte dei popoli contro l’imperialismo e il colonialismo.

La rottura non solo politica ma innanzitutto culturale con il pensiero europeo dominante (compreso quello socialista) non potrebbe essere più netta. Per dirla con un’espressione di un intellettuale indiano l’Europa iniziò ad essere provincializzata.

Per questo parliamo di una frattura epistemologica decisiva da cui ogni visione policentrica del mondo non può che partire. E per questo bisogna indagarla a partire dal nome con cui questi nuovi soggetti venivano chiamati, popoli d’Oriente. Che cos’è l’ Oriente?

Per i bolscevichi la parola “Oriente” designa almeno tre dimensioni politiche.

1) L’Oriente mussulmano e l’India.

Innanzitutto Oriente indica la grande area che va dalla Turchia all’India e che, soprattutto nel Caucaso e in Asia centrale, incrocia grandi masse di popolazione del territorio stesso dell’ex impero zarista.

Questo enorme quadrante assai variegato e complesso, anche se in molti luoghi segnato dalle culture islamiche (e mussulmano è aggettivo spesso usato a definire popolazioni di quest’area nei documenti bolscevichi), è molto interno alle dinamiche della guerra civile e all’intervento esterno delle potenze imperialistiche che si scatenano contro il neonato potere sovietico.

L’attenzione principale è qui soprattutto ai processi di costruzione nazionale che si sviluppano nel centro del dissolto Impero Ottomano, la Turchia. La giovane potenza sovietica gioca di sponda con il nazionalismo turco contro le potenze capitalistiche vincitrici (e interventiste contro la Russia sovietica) similarmente a come fa, in qualche fase, con settori nazionalisti tedeschi dopo Versailles.

Ma qui il gioco è molto più complesso. Basti pensare ad una vicenda come quella di Enver Pasha che plasticamente intreccia le lotte che presiedono alla costruzione dello spazio sovietico nel Caucaso e in Asia centrale con i conflitti interni alle élite nazionalistiche turche, in una girandola di alleanze e scontri.

Alla fine il risultato sarà politicamente ambiguo, da un lato consentendo la stabilizzazione (per nulla scontata in partenza) del potere sovietico in una vastissima area, ma dall’altro registrando l’impermeabilità del nazionalismo turco a ogni istanza rivoluzionaria, anzi la sua precoce postura anticomunista, che avrà conseguenza di lungo periodo, per tutto il corso del XX secolo.

Alterni esiti avranno anche i rapporti con i processi di riorganizzazione che attraversano anche l’altro grande continente storico-culturale, quello persiano.

Un discorso a parte merita l’India, spazio culturale con caratteristiche assai specifiche rispetto al resto dell’area, perla dell’Impero britannico, in cui l’intervento politico diretto del bolscevismo fu più limitato.

Ma enorme fu l’impatto che ebbe sul movimento la Rivoluzione d’ottobre sul variegato mondo di chi si batteva per l’indipendenza dell’India. E la grande ostilità dei governi di sua maestà alla Russia sovietica era motivata soprattutto dalla paura per l’India.

Sono paure che si prolungano nei tempi, la letteratura ci aiuta a individuarle. In Italia è uscito da qualche anno il romanzo, scritto negli anni ’80, di Peter Hopkirk dal significativo titolo Setting the East Ablaze: Lenin’s Dream of an Empire in Asia, 1984 (letteralmente: Dare fuoco all’Oriente: il sogno di Lenin di un impero in Asia, assai più significativo del titolo dell’edizione italiana in cui dare fuoco all’Oriente si trasforma in un meno pregnante “Avanzando nell’oriente in Fiamme”).

In esso la paura per l’India rappresenta il filo conduttore della trama. Una paura mascherata da allarme per i complotti più improbabili e per fantomatici eserciti sovversivi ma in realtà fondata preoccupazione politica dell’eco sconvolgente che la Rivoluzione russa e l’elaborazione di Lenin hanno avuto su un’ampia platea militante e intellettuale del subcontinente.

2) L’Estremo Oriente e la Cina.

Distinto da questo oriente vicino vi è un altro Oriente nella mente di Lenin, estremo o lontano, anch’esso interno e (assai più) esterno allo spazio dominato dagli Zar.

Questo spazio viene “tematizzato” e soprattutto investito da un’azione politica diretta con un qualche ritardo, in particolare per le vicende della guerra civile e dell’intervento straniero particolarmente aspre nell’Estremo Oriente russo. Ma sarà in questi territori enormi che il discorso leninista sull’oriente getterà radici profondissime capaci di produrre nei decenni successivi sviluppi straordinari e duraturi.

Se Oriente significa soprattutto Turchia, Persia, India e il grande antagonista è l’Inghilterra, in Estremo Oriente la Russia sovietica si confronta con l’enorme questione cinese e trova sulla sua strada un imperialismo autoctono particolarmente aggressivo, quello giapponese, primo ad intervenire a fianco delle armate bianche e ultimo a rassegnarsi alla sconfitta (truppe giapponesi rimangono a Vladivostok fino all’ottobre del 1922).

La vittoria faticosa e sanguinosa, ma netta, contro i vari raggruppamenti controrivoluzionari che matura nel 1921 permette di riorganizzare il potere sovietico in vasti territori e di risolvere la questione dell’indipendenza della Mongolia. Nel frattempo, il Comintern lavora alacremente a costruire nuclei che, negli anni successivi, riscuoteranno importanti risultati in Indonesia, Corea, Indocina.

Si impone poi, molto presto, la centralità della questione cinese. Il rapporto tra la Cina, il pensiero di Lenin e la Rivoluzione d’ottobre è tema storico-politico, non a caso recentemente riscoperto, tanto complesso quanto fondamentale.

Schematicamente ma in modo pregante possiamo fissarne il punto di partenza, con la sintonia molto significativa tra la polemica del giovane stato sovietico contro il trattato di Versailles che Lenin definì “indegna pace di violenza, di rapina, di lucro” da un lato, e il movimento cinese cosiddetto del 4 maggio 1919, che è ritenuto ancora oggi il punto di partenza di una nuova Cina, dall’altro.

La cifra politica del movimento del 4 maggio, cioè il nesso tra rinnovamento culturale e sociale della Cina e la sua indipendenza e dignità nazionale contro le umiliazioni delle potenze imperialistiche, trova presto un riferimento tanto nelle tesi generali di Lenin quanto negli atti specifici di politica internazionale.

Non a caso il marxismo si diffonde in quegli anni in Cina, ma è un marxismo cinese che già nasce “leninista” e che ha originariamente nel suo DNA la centralità della questione nazionale, dell’anticolonialismo e dell’antimperialismo ben diversamente di quanto accade in Europa.

E la stessa fondazione del Partito Comunista Cinese, connessa direttamente al movimento del 4 maggio (basta guardare le biografie del suo gruppo dirigente) segue questa strada, ben diversa, dalla fondazione per scissione dal movimento socialista che avviene in occidente. E che sarà un modello diffuso in Asia (ma anche successivamente in Africa) con la significativa eccezione del Giappone.

Queste caratteristiche originarie spiegano molto (anche se non tutto) di quello che accadrà negli anni e nei decenni successivi. Spiegano soprattutto due elementi decisivi: da un lato la permeabilità del movimento nazionale cinese al marxismo, il suo collegamento con le posizioni sovietiche (su cui investirono molto, per tutti gli anni Venti, con una presenza costante di consiglieri politici e militari) e dall’altro la propensione del comunismo cinese in più fasi politiche a porsi il problema dell’unità con i nazionalisti, assumendo però l’unità come terreno di sfida egemonica.

3) L’Oriente globale.

Le due dimensioni dell’Oriente che abbiamo descritto si fondono e contemporaneamente si dilatano fino a comprendere territori che solo dopo la morte di Lenin progressivamente saranno investiti concretamente dall’iniziativa articolata del Comintern e dell’Urss, ma che già prima della Rivoluzione sono dentro lo schema nella testa di Lenin e che sono scossi profondamente dal messaggio che viene dall’ottobre sovietico.

È un Oriente globale che include anche territori che non sono orientali geograficamente ma lo sono (radicalmente) sotto il profilo politico, oltre a tutta l’Asia esso si estende all’ Africa e all’America Latina. Oriente diventa sinonimo di “questione coloniale” e, anche, di antimperialismo. La connessione con l’attuale discussione sul “Sud globale” appare evidente.

Il tema dello sviluppo ineguale del capitalismo che Lenin studia in modo approfondito, produce già prima negli anni precedenti la Rivoluzione, una definita concezione del processo rivoluzionario su scala mondiale, profondamente innovativa perché basata su dimensioni differenziate ma allo stesso tempo articolate.

La rivoluzione sociale, scrive Lenin dall’esilio svizzero, può compiersi soltanto come “un’epoca che associa la guerra civile del proletariato contro la borghesia a tutta una serie di movimenti democratici e rivoluzionari, compresi i movimenti di liberazione nazionale, delle nazioni oppresse”.

I tempi e le forme della rivoluzione sono radicalmente molteplici. Non solo la concezione della storia lineare ed evoluzionista della Seconda Internazionale è smontata dalle fondamenta, ma la stessa legittimità e centralità della rivoluzione socialista in Russia (che nel momento in cui queste note vengono scritte non è facilmente prevedibile) viene sancita.

La Russia può svolgere un ruolo fondamentale non solo per la sua straordinaria collocazione geografica e storica tra Europa e Asia, tra Oriente e Occidente ma anche perché forme di sviluppo assai diverse convivono nello stesso stato (in “Russia c’è Londra ma anche l’India” secondo la battuta di Trotzki).

Quest’intuizione che è fondativa del bolscevismo e che, dopo complesse discussioni unifica l’intero gruppo dirigente, troverà uno sviluppo politico straordinario con la politica estera della giovane Russia rivoluzionaria (grande impatto ebbe la denuncia dei trattati segreti dell’Intesa, in particolare quelli che riguardavano le progettate spartizioni delle terre orientali) e con la fondazione della Terza Internazionale che già nelle condizioni di ammissione sanciva una posizione nettissima e assegnava compiti precisi ai partiti comunisti dei paesi coloniali.

Un momento di grande discussione teorica e politica avvenne nel secondo congresso del Komintern nel 1920, con un particolare impegno di Lenin che si assunse l’onere di condurre personalmente la discussione delle tesi sulla questione nazionale e coloniale a riprova della centralità che nel pensiero del capo bolscevico rivestiva il problema.

Il maggiore interlocutore è il comunista indiano M.N. Roy, un personaggio interessante, che in qualche modo anticipa la figura, su cui hanno riflettuto gli studi postcoloniali, dell’intellettuale diasporico (la sua attività intellettuale e politica attraversò contesti assai diversi dall’India alla Russia Sovietica, dal Messico alla Cina).

Egli rappresenta nella discussione dell’Internazionale una forma di radicalismo intellettuale, che più volte si ripresenterà nella storia del movimento operaio e in quella dei suoi rapporti con i movimenti di liberazione che estremizzando alcuni tratti ideologici rischia di separarsi dal movimento reale. Da questo punto di vista la discussione con Roy sulla lotta nei paesi coloniali assomiglia non poco alla precedente discussione di Vladimir Ilic con Rosa Luxemburg sulla questione nazionale.

Il confronto con M.N. Roy ci consegna un Lenin particolarmente dialogante e proteso alla sintesi, teso a fare crescere con pazienza un gruppo dirigente di comunisti “orientali”, consapevole di trovarsi in un campo straordinariamente nuovo, in cui la sperimentazione è particolarmente necessaria.

La caratteristica forse più peculiare di Lenin, l’unità strettissima e anzi la circolarità di teoria e pratica politica, trova qui una nelle sue espressioni più alte. I risultati sono storicamente assai rilevanti. In particolare due: la definizione dei rapporti tra movimenti di liberazione nazionale e comunisti, una riconsiderazione del rapporto tra grado di sviluppo e prospettiva socialista.

Sul primo punto viene sancita l’alleanza tra i movimenti nazionali e il movimento comunista come scelta strategica ma senza rinunciare ad entrare nel merito delle caratteristiche politiche dei movimenti di liberazione nazionali, con la consapevolezza dei complessi rapporti tra classi dirigenti autoctone e poteri imperialisti.

Si consegna quindi ai nuclei rivoluzionari dei paesi orientali e alla stessa Internazionale la responsabilità di analisi concrete e differenziate sulle realtà dei singoli paesi e dei diversi soggetti politici, che si propongono di guidare i popoli “orientali” alla loro emancipazione dal gioco coloniale o semicoloniale.

Se ripercorriamo i complessi rapporti tra Kuomintang e Partito Comunista Cinese per fare solo un esempio (ma di grande rilievo) vediamo quanto, storicamente, questa indicazione sia pesata.

Sul secondo punto assistiamo a una vera rottura epistemologica nel campo del socialismo: viene affermata con forza, sia pure anche qui facendo appello alla necessaria sperimentazione, la possibilità di vie alternative di cambiamento delle forme economico-sociali rispetto a quelle dei paesi capitalistici avanzati. La rottura con la tradizione della seconda internazionale ma direi con lo stesso pensiero occidentale, è nettissima.

Una tradizione all’opera

Le tesi sulla questione coloniale approvate dal secondo congresso del Komintern sono l’inizio di una storia e di una cultura che attraversano, tra infinite contraddizioni, tutto il XX secolo, acquistano una centralità nei decenni della decolonizzazione, si inabissano al passaggio del millennio e sembrano tornare, in forme molto diverse e in un contesto profondamente mutato, in questa fase.

Dopo la grande spinta del Congresso internazionale del 1920 e dopo il Congresso dei Popoli d’Oriente, nel settembre dello stesso anno, che ne rappresenta la prima concreta applicazione, si inizia a sedimentare un lavoro culturale (che ha nelle decisioni di Baku il primo impulso) i cui effetti saranno profondi. Stiamo parlando della costruzione di istituzioni formative e di ricerca, di riviste, di associazioni di studiosi, del forte investimento in studi in una pluralità di settori dall’archeologia alla linguistica.

Protagonisti di questo sforzo politico e culturale sono uomini come Mikhail Pavlovich (pseudonimo rivoluzionario di Mikhail Lazarovich Vel’tman) protagonista, non molto visibile ma importante, al congresso del Komintern e soprattutto a Baku.

Pavlovich fu la figura chiave della costituzione e direzione dell’istituto di studi orientali e dell’influente associazione scientifica sovietica per gli studi orientali, l’esponente più noto e probabilmente più forte teoricamente di un quadro dirigente e intellettuale “specialista” dell’Oriente, che in tempi sorprendentemente rapidi occupa posizioni di responsabilità nel partito Bolscevico, nell’Internazionale, nelle istituzioni sovietiche, nei servizi di sicurezza, nell’Armata Rossa.

Un quadro fatto di personalità che vengono da tutte le nazionalità sovietiche ma anche di militanti comunisti internazionali e in cui si saldano una curata preparazione teorica, esperienze politiche (e anche militari), saperi specialistici in un quadro unitario prodotto dalla elaborazione leninista.

Attenzione particolare meritano poi le iniziative e le strutture di formazione rivolte a giovani quadri politici dei paesi orientali, provenienti tanto dai partiti comunisti, che si stanno formando, quanto dai movimenti di liberazione nazionale.

Troppo lungo sarebbe anche solo accennare alle tante personalità che negli anni 20 frequentarono l’Università Comunista dei Lavoratori d’Oriente o la sua derivazione dedicata alla Cina e intitolata a Sun Yat-sen (a conferma di una precoce e speciale attenzione rivolta alla situazione cinese) o anche iniziative molto meno note come la scuola “Lenin” di Vladivostok, rivolta soprattutto a giovani cinesi e coreani.

Basti dire che tra i partecipi di questi corsi vi furono Deng Xiaoping, Ho Chi Minh e persino Yomo Kenyatta.

Ripercorrere il dibattito serrato che attraversò questa cultura “orientale” leninista nella dialettica con le vicende del movimento comunista internazionale e con lo sviluppo delle lotte rivoluzionarie prima in Asia poi in Africa e America Latina sarebbe assai interessante (e parte non piccola di una comprensione adeguata del ‘900), ma esula dai compiti e dalle dimensioni di questo lavoro.

È importante invece rilevare come si struttura, con caratteristiche inevitabilmente assai variegate ma anche con tratti unitari, una vera tradizione culturale, un punto di vista sul mondo. Inevitabilmente una tradizione di forte impatto politico è oggetto di una costante attenzione critica, da più versanti. Ci sembra interessante individuare e discutere due tendenze critiche, significativamente opposte, almeno all’apparenza.

La prima e assai diffusa reazione all’iniziativa di Lenin verso il mondo coloniale è una orientalizzazione dello stesso bolscevismo. Si potrebbe utilizzare a questo proposito (con qualche licenza, certo) la nozione gramsciana di “assedio reciproco“.

Mentre per Lenin la questione orientale (nella sua già indicata identificazione con la questione dell’emancipazione dei popoli delle colonie e delle semicolonie) è un modo per ampliare il fronte di lotta al capitalismo e all’imperialismo, per l’enorme operazione ideologica che tende, dai primi giorni dopo la Rivoluzione d’ottobre ad oggi, a identificare il comunismo come fenomeno orientale, l’obiettivo è quello di circoscriverne la natura nel recinto dell’arretratezza storica.

D’altra parte, negli ultimi anni, avanza un fronte critico opposto, quello che parla di Red Orientalism (Orientalismo Rosso!) usando – abbastanza creativamente – il celebre concetto che Edward Said ha usato per descrivere come la cultura europea dell’età coloniale (e quella dei cosiddetti Area Studies statunitensi che ne sono i legittimi eredi) avesse costruito un concetto di Oriente funzionale al proprio dominio.

Secondo questi critici la sistematizzazione del pensiero leninista riguardo l’Oriente sarebbe stata funzionale esclusivamente alla politica di potenza dell’Urss, avrebbe recuperato abbondantemente lessico e concetti dell’orientalismo occidentale e di quello russo prerivoluzionario e sarebbe sostanzialmente vettore di una idea di “missione civilizzatrice”. Nel più puro stile orientalista.

Questa tipo di ragionamento, che pure pone alcuni punti da indagare (in particolare che cosa e in che forme la conoscenza sovietica dell’Oriente eredita dagli studi orientalisti della Russia prerivoluzionaria) salta alcuni passaggi fondamentali e in particolare l’opzione nettissima dei Bolscevichi per la soggettivazione dei popoli delle colonie ed anche la radicale critica, che viene da Lenin direttamente, ad ogni idea stereotipata e predeterminata dello sviluppo delle società orientali, ad ogni evoluzionismo occidentale universalizzato.

Comunque lo si voglia giudicare, la tradizione di studi orientali che prenda vita con il pensiero di Lenin e la Rivoluzione d’ottobre, e poi si articola enormemente quando se ne appropriano i concreti movimenti rivoluzionari del ‘900, ha una “internità” alle dinamiche complesse dei popoli dei paesi che hanno combattuto il colonialismo e il neocolonialismo, che la rende non accostabile al sapere orientalista come lo hanno definito Said e poi gli studi postcoloniali. Ovviamente non si tratta di rivendicare una qualche “purezza”, la differenza è differenza di collocazione. Ed è differenza radicale.

Molto difficile da affrontare organicamente, in conclusione, è il tema che in più punti del nostro argomento abbiamo incrociato e che riveste un indubbio interesse al punto da essere evocato anche nel dibattito mainstream. Quando una rivista come Limes riconduce l’intrinsichezza alla Russia di classi dirigenti africane che mettono alla porta la Francia ai legami nati in quelle istituzioni formative che abbiamo visto nascere e moltiplicarsi su indicazione del lontano Congresso di Baku; quando solidarietà antimperialiste antiche producono eventi clamorosi come l’iniziativa sudafricana contro Israele; quando tornano centrali (certo in forme assai diverse dal passato) i rapporti tra Russia e Cina; quando le cancellerie occidentali trovano inspiegabile la posizione dell’India sulla crisi ucraina... non c’è dubbio alcuno che la tradizione politica e intellettuale che abbiamo ricostruito viene chiamata in causa.

Un approfondimento particolare meriterebbe la vicenda dei cambiamenti della politica russa negli ultimi trent’anni. Ci limitiamo qui a segnalare una traccia.

Non c’è dubbio che la prima (e forse decisiva) rottura dell’eltsnismo, cioè di una collocazione della Federazione Russa completamente subalterna all’Occidente, politicamente e culturalmente, è legata ad un nome preciso: Evgenij Maksimovič Primakov. E alla sua politica che una fonte ostile ma attenta, come Samuel Huntington, definisce precocemente “antiegemonica”.

Ma chi è Evgenij Primakov? È indiscutibilmente un prodotto tipico di quella tradizione politica e culturale che abbiamo descritto, anzi nell’ultima fase della vita dell’URSS ne è il rappresentante più autorevole.

Laureato nel 1953 in studi orientali, corrispondente dal Medio Oriente per Radio Mosca e per la Pravda, è protagonista per decenni dell’analisi e dell’iniziativa sull’ “Oriente” in alcuni dei gangli decisivi della complessa architettura sovietica: gli istituti di ricerca, l’Accademia delle Scienze e, ambito non certamente secondario, il KGB.

Anzi, come responsabile della rilanciata, nel 1979, Associazione per gli studi orientali, Primakov è l’erede anche formale di Mikhail Pavlovich, al cui lavoro esplicitamente si ricollega. Con Primakov, in epoca post sovietica, prima Ministro degli Esteri, poi Presidente del Consiglio, la collocazione russa cambia sostanzialmente, e se sotto il profilo simbolico colpì l’interruzione del viaggio a Washington alla notizia dell’inizio del bombardamento del Kosovo, è la “dottrina Primakov” cioè il progetto di costruzione di un asse strategico con Cina e India e l’attenzione al ruolo dell’Iran, che definisce tratti salienti di una nuova collocazione internazionale della Russia in funzione – si direbbe con antico termine – di contrappeso al ruolo degli USA. E ancora una volta un filo rosso tra passato e presente appare evidente.

Ovviamente cautela e attenzione sono d’obbligo: è sbagliata e sterile ogni sovrapposizione che non tenga conto di una situazione del mondo che la storia dell’ultimo secolo ha trasformato profondamente, ma allo stesso tempo è assurdamente miope non vedere le lunghe tendenze che connettono la frattura rivoluzionaria leninista, le lotte anticoloniali della seconda metà del ‘900 (potentemente spinte dalla vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale e dalla Rivoluzione Cinese), le resistenze di fine secolo con l’odierna lotta per il mondo multipolare.

Il Sud Globale è erede dell’Oriente Globale delineato negli anni Venti e della lotta per la decolonizzazione e – fatto decisivo, perché la soggettività conta – rivendica questa eredità.

Naturalmente questa ricerca sull’Oriente tiene dentro di sé domande anche sull’altro polo, sull’Occidente, chiede di fare luce anche sulla nostra parte del mondo. Il discorso di Lenin sull’Oriente è anche il discorso di un nuovo, necessario, rapporto tra il movimento operaio dei paesi capitalistici dell’Occidente e i popoli in lotta per la liberazione dal giogo coloniale.

La Rivoluzione russa, come si è detto, viene vista come il ponte tra queste due realtà. La sconfitta del movimento operaio e del marxismo in Occidente, le cui durissime conseguenze storiche appaiono in questa fase particolarmente evidenti e devastanti, pongono problemi enormi. E di questo bisognerà riparlare.

Fonte

09/11/2023

La ‘patria sovietica’ nella memoria dei russi

Questo post, che circolava in Russia il 7 Novembre, nell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, riassume l’atteggiamento della stragrande maggioranza della popolazione verso il passato sovietico.

Si tratta di una “ode alla patria perduta”, scritta dal grande artista satirico sovietico, di nazionalità ebrea, Mikhail Žvanetskij, scomparso appena tre anni fa e che, paradossalmente, era stato a suo tempo sempre critico verso il potere sovietico.

Difficile dire se nelle parole di Žvanetskij si rifletta il sentire della popolazione di tutte le Repubbliche ex sovietiche (probabilmente sì), ma certamente della popolazione semplice della Russia: operai, ex kolkhoziani, insegnanti, medici, scienziati, tutta quella grandissima parte di popolazione che dal golpe del 1991-1993 non si è appropriata di fabbriche, miniere, industrie, flotte, risorse naturali, che appartenevano al popolo sovietico.

E tale sentimento non accomuna solamente, come si è portati a credere (e come in Russia si è teso a far credere fin dagli anni ’90, per diffondere la credenza che il “rimpianto per la fine dell’URSS” non fosse altro che “compassionevole nostalgia degli anziani per la propria giovinezza”) le generazioni più mature, ma anche quelle che nel 1991 si affacciavano appena alla consapevolezza.

Certamente, nelle parole di Žvanetskij, si lascia in ombra un’intera parte più “politica” del rimpianto per la “patria perduta”; ma quello che viene detto racchiude, pur se apparentemente nascosto, il lato politico della “pancia” di coloro che hanno vissuto l’Unione Sovietica.

E al tempo stesso è una critica agli aspetti più cialtroneschi della nuova realtà, come quando scrive che la Patria sovietica «Non ci coccolava con infinite varietà di merci estere», ma ogni tanto ci «regalava film americani, profumi francesi, stivali tedeschi o giacche finlandesi. Raramente e moderatamente. Erano tutti però di qualità eccellente»: a differenza di oggi...

E nei commenti al post: «quanto siamo stati stupidi! Non apprezzavamo quello che avevamo». Oppure «Ti rendi conto cosa abbiamo distrutto nel ’91!»... Qualcun altro ha commentato «da far venire le lacrime»: in particolare quando Žvanetskij scrive «un giorno ci ribellammo. Essa non era sorpresa. Aveva capito tutto. E perciò non disse nulla. Sospirò pesantemente e se ne andò. Per sempre»...

Ecco il post (nota: il soggetto agente è sempre la Patria sovietica)

*****

Sulla patria sovietica

«Era rigida, all’apparenza per niente affettuosa. Non aveva nulla di glamour. Non affettava amabilità. Non aveva tempo per questo. E non ne aveva nemmeno desiderio. E l’origine stessa la spingeva a questo. Era semplice.

Per tutta la vita, per quanto mi ricordi, non ha fatto altro che lavorare. E anche molto. Moltissimo. Si occupava di tutti: tutti insieme. E soprattutto di noi, asini e imbecilli.

Ci nutriva come poteva. Non coi tartufi, con le aragoste, non con parmigiano o mozzarella. Ci nutriva con formaggio semplice, con semplice salame, incartato in carta grigia e ruvida.

Ci istruiva. Ci metteva libri sotto il naso, ci spingeva in circoli e associazioni sportive, ci portava al cinema, agli spettacoli mattutini per bambini, con un biglietto da 10 kopeeke. E poi nei teatri di burattini, al teatro giovanile. Più tardi, al teatro drammatico, all’opera e al balletto.

Ci insegnava a riflettere. Ci insegnava a trarre conclusioni. A dubitare e raggiungere il dovuto. E noi ce la mettevamo tutta, come potevamo. E facevamo i capricci. E storcevamo il naso.

E poi crescevamo, mettevamo senno, diventavamo maturi, si raggiungeva la laurea e si ottenevano medaglie e titoli. E non capivamo nulla. Sebbene credessimo di capire tutto.

E così essa sempre di nuovo ci mandava agli istituti e all’università. Agli istituti scientifici. Nelle fabbriche e negli stadi. Nei kolkhozy. Nelle brigate di costruzione. Ai cantieri lontani. Nel cosmo. Essa ci indirizzava sempre verso qualche obiettivo. Anche contro la nostra volontà. Ci prendeva per mano e ci conduceva. Ci spingeva senza farsi notare. Poi ci salutava e andava oltre, seguendoci però in silenzio. Da lontano.

Essa non era ostentatamente-compiacente, o dimostrativamente generosa. Era economica. Parsimoniosa. Non ci coccolava con infinite varietà di merci estere. Preferiva la sue, fatta da noi.

Poi, a volte, improvvisamente ci regalava accidentalmente film americani, profumi francesi, stivali tedeschi o giacche finlandesi. Raramente e moderatamente. Erano tutti però di qualità eccellente, sia i film, i vestiti, i cosmetici o i giocattoli per bambini. Come dovrebbero essere dei regali donati da persone care.

E noi ce li contendevamo nelle code [fuori dei negozi]. E ci entusiasmavamo, rumorosamente e in modo completamente infantile. Ed essa sospirava. In silenzio. Più di quello non ce lo poteva dare. E per questo rimaneva in silenzio. E si metteva di nuovo al lavoro. Costruiva. Lanciava. Inventava. E ci nutriva. E ci istruiva.

Ma a noi non bastava. E ci mettevamo a mormorare, proprio come bambini viziati che ancora non conoscono il dolore. Brontolavamo; ci lamentavamo. Non eravamo soddisfatti. Per noi tutto quello non era mai abbastanza.

Fu così che un giorno ci ribellammo. Rumorosamente. Sul serio.

Essa non era sorpresa. Aveva capito tutto. E perciò non disse nulla. Sospirò pesantemente e se ne andò. Del tutto. Per sempre.

Non si era offesa. Nella sua lunga e difficile vita si era abituata a tutto.

Essa non era perfetta e lo capiva da sola. Era viva e quindi poteva sbagliare. A volte anche molto. Più spesso tragicamente. Però sempre a nostro vantaggio. Semplicemente, ci amava troppo. Anche se cercava di non mostrarlo apertamente.

Aveva di noi una considerazione troppo alta. Più di quanto non fossimo davvero. E ci proteggeva come meglio poteva. Da tutto il male. Noi pensavamo di essere ormai adulti. Eravamo convinti di poter vivere senza le sue cure e senza la sua custodia.

Ne eravamo sicuri. Noi ci sbagliavamo. Essa no.

Aveva ragione anche questa volta. Come quasi sempre. Poi, udite le nostre recriminazioni, non si mise a discutere.

E se ne andò. Senza sparare. Senza spargere sangue, né sbattere la porta. Senza offendersi nell’addio.

Se ne andò, lasciandoci vivere come allora volevamo.

Ed ecco come viviamo tutt’oggi.

E però, ora sappiamo tutto. Sappiamo cosa sia l’abbondanza. Cosa sia il dolore. Lo sappiamo eccome.

Siamo felici?

Non lo so.

Ma so esattamente quali parole molti di noi non le dissero allora.

Abbiamo pagato per intero per la nostra sfrontatezza infantile. Ora abbiamo capito tutto ciò di cui non potevamo renderci conto nelle menti immature, in quegli anni della nostra serena infanzia viziata.

Grazie! Non avere un cattivo ricordo di noi. E perdonaci. Di tutto! Patria Sovietica...».

Fonte

08/11/2023

7 Novembre: Russia e non solo

Il 7 Novembre in Russia, ormai da almeno tredici anni, non è più, nemmeno ufficialmente, Festa nazionale: è un qualsiasi giorno lavorativo, quantunque chi abbia più di trent’anni continui a percepire quella data come la “propria festa”, la festa forse più grande e certamente più sentita, a dispetto delle campagne e delle rappresentazioni negative che il potere si sforza di darne.

Al suo posto, giornata festiva è diventata il 4 novembre e andrà bene se il 7 novembre, “Festa della gloria militare”, si terrà la parata sulla Piazza Rossa a ricordo di quella del 7 novembre 1941.

Proprio per cercare di instillare nelle menti delle persone una data che cadesse a poca distanza da quella dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, si sono rispolverati avvenimenti di quattro secoli fa – la liberazione di Mosca dal dominio polacco, conclusasi il 4 novembre 1612 – che, pur importanti nella storia russa, non hanno certo il significato rivestito dall’Ottobre 1917 in tutto il mondo.

Secondo le rilevazioni dell’ufficiale VTsIOM a proposito della Festa dell’unità nazionale, che si celebra dal 2005 a simboleggiare «la coesione e la fratellanza del nostro popolo multinazionale», la percentuale di russi convinti dell’unità del popolo non è mai stata così alta come quest’anno.

Emerge che il 75% degli intervistati riconosce l’importanza di tale festa, contro il 29% del 2019, in piena pandemia, e il 32% del 2022. Calata invece dal 26 al 21% la percentuale di chi giudica simili feste non importanti.

A esser precisi, quando a proposito del 4 novembre si parla di “unità di popolo”, a livello ufficiale e mediatico si tende a porre l’accento sulla unità delle decine e decine di nazionalità che compongono la Federazione russa.

Di fatto, l’intendimento politico è ben diverso, come dimostrano ripetuti eventi ai massimi vertici politici e l’essenza di quella “unità” dovrebbe consistere nel mettere fine a quella divisione tra le classi che era a fondamento di una Rivoluzione che aveva dato il potere alla classe operaia, concretizzandone la dittatura su borghesia e latifondisti.

Come ammette la stessa VTsIOM, nonostante il balzo fino al 75% dei favorevoli alla nuova festa – grazie alla massiccia campagna mediatica condotta in tutto il paese – è minima la differenza percentuale tra quanti conoscono le radici storiche della festa e l’approvano (23%) e quanti, conoscendole, la disapprovano (29%).

E questo, nonostante i diciotto anni trascorsi dalla sua istituzione, votata alla Duma a dicembre 2004 con 327 voti a favore e 104 contrari (l’intera frazione del KPRF), che decretava anche l’eliminazione della Festa del 7 novembre, anniversario della Rivoluzione socialista.

Nel corso di una puntata del talk show “Serata con Vladimir Solov’ëv” (il conduttore che forse qualcuno ricorda per aver “messo al tappeto” Bruno Vespa in un collegamento video. Intendiamoci: i due sono speculari) di poco successiva al 24 febbraio 2022, il regista Karen Šakhnazarov disse
«Dopo il 1991 si sono determinate due ideologie: c’è quella della classe al potere, la borghesia, mentre tra il popolo si è conservata l’ideologia sovietica. In questo risiede una contraddizione che non riusciamo a superare. Così, Poddubnyj [Evgenij Poddubnyj, corrispondente di guerra dei canali TV Rossija-24 e Rossija-1] ha detto: “Per cosa combattono? Per la giustizia!”. Questa è ideologia sovietica. È così che vien fuori un “guazzabuglio”, e tale contraddizione, nel periodo del SVO [l’operazione militare in Ucraina] deve esser risolta. Su tutti i canali ci mostrano la nonna con la bandiera rossa, ma poi coprono il Mausoleo. Non si deve fare! E allora, perché mostrate quell’eroica vecchietta con la bandiera rossa? Per tutti, quella è un’immagine sovietica! È l’Unione Sovietica. Le persone scrivono da mezzo mondo, piangono, quando la vedono... E invece vien fuori un “guazzabuglio”; mentre il nostro popolo è sovietico!».
E invece, nel più trito e usuale stile liberale, si proclama che tutto il popolo è unito attorno a “interessi comuni”, che la patria è la patria “di tutti”, che gli interessi salvaguardati dal potere sono quelli dell’intero popolo; un popolo la cui divisione in classi si vorrebbe esorcizzare col fatto di essere semplicemente e volutamente negata ai vertici dello stato.

Proprio questo è il significato dell’abolizione, a livello ufficiale e mediatico, dell’anniversario di una rivoluzione che, a partire proprio della messa in pratica delle analisi di Marx e Engels aveva decretato, nei fatti, che lo stato sorto dal 7 Novembre non era uno stato di tutto il popolo.

Aveva stabilito, nei fatti, l’insegnamento di Marx secondo cui come scrisse Lenin, lo stato è l’organo del dominio di classe, l’organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione.

Quella Rivoluzione aveva messo in pratica gli studi di Engels la cui conclusione, riassunta ancora da Lenin, è che lo stato è il
«prodotto e la manifestazione della inconciliabilità degli antagonismi di classe. Lo stato sorge là, quando e in quanto, dove, quando e nella misura in cui obiettivamente le contraddizioni di classe non possono essere conciliate. E, di contro: l’esistenza dello stato dimostra che le contraddizioni di classe sono inconciliabili».
Lo scontro tra le classi è negato solamente «quando e in quanto, dove, quando e nella misura in cui» i portavoce governativi e mediatici delle classi sfruttatrici vogliano aggiogare la classe oppressa a trainare il carro del capitale.

E soprattutto, scriveva Lenin, nello studio che, partendo dagli insegnamenti di Marx e Engels non solo liquidava ogni chiacchiera liberale, ma metteva alla gogna l’opportunismo della II Internazionale, negli ambienti riformisti si taceva di proposito la verità che
«se lo stato è un prodotto dell’inconciliabilità delle contraddizioni di classe, se esso è una forza che sta al di sopra della società e che sempre più si estranea dalla società, è chiaro che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la soppressione di quell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante e in cui questa “estraneazione” si è concretizzata».
Così, oggi, al pari di qualsiasi repubblica liberale, nella Russia uscita dal golpe del 1991-1993 si cerca di negare la sussistenza nel paese di contraddizioni di classe: semplicemente, fingendo di ignorarle e proclamando l’unità del popolo, che i malvagi bolscevichi, cento anni fa, avevano tentato di distruggere.

Avevano tentato, mettendo in pratica le conclusioni di Lenin per cui
«Lo stato è un’organizzazione particolare della forza, è l’organizzazione della violenza per la repressione di una qualunque classe. … Le classi sfruttatrici hanno bisogno del dominio politico per il mantenimento dello sfruttamento, vale a dire nell’interesse egoistico di un’infima minoranza contro l’immensa maggioranza del popolo.
Le classi sfruttate hanno bisogno del dominio politico per sopprimere completamente ogni sfruttamento, vale a dire nell’interesse dell’immensa maggioranza del popolo, contro l’infima minoranza dei moderni schiavisti, cioè proprietari fondiari e capitalisti».
E contro ogni proclama borghese sulla “unità della nazione”, su un presunto “sforzo comune” per favorire “l’interesse nazionale”, Lenin affermava che
«L’essenza della dottrina di Marx sullo stato è assimilata soltanto da colui che ha compreso che la dittatura di una sola classe è necessaria non solo per ogni società classista in generale, non solo per il proletariato una volta rovesciata la borghesia … Le forme degli stati borghesi sono straordinariamente varie, ma la loro sostanza è unica: tutti questi stati sono, in un modo o nell’altro, ma in ultima analisi, necessariamente, una dittatura della borghesia».
E se oggi, in Russia come in qualsiasi paese capitalistico, c’è bisogno di far dimenticare che, nel dirigere lo stato degli operai e dei contadini, funzionari e ministri, operai d’assalto e stakhanovisti, lungi dall’accumulare milioni per ville in patria e all’estero, morivano letteralmente «al proprio posto di lavoro», ancora Lenin riportava le conclusioni di Engels su quel tipo nuovo di apparato che era stata la Comune di Parigi del 1871:
«… La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, giunta al potere, non può continuare ad amministrare con la vecchia macchina statale; che la classe operaia, per non perdere di nuovo il dominio appena conquistato, deve, da una parte, eliminare tutto il vecchio macchinario repressivo sfruttato contro di essa fino a quel momento e, dall’altra, deve assicurarsi contro i propri deputati e funzionari, dichiarandoli tutti, senza eccezione alcuna, revocabili in ogni momento…».
Engels, scrive Lenin, sottolinea ancora una volta che non solo nella monarchia, ma anche nella repubblica democratica, lo stato rimane lo stato; conserva cioè il proprio fondamentale carattere distintivo: trasformare i funzionari, «servitori della società», suoi organi, in padroni di essa.

Così che, nello Stato uscito dalla Rivoluzione d’Ottobre, sin dall’inizio si cerca di assicurarsi contro quella eventualità, purtroppo molto reale allora e divenuta la norma oggi:
«la completa soppressione del carrierismo richiede che un posticino “onorifico” nel servizio pubblico, quantunque non retribuito, non possa servire da trampolino per saltare a impieghi molto lucrativi nelle banche e nelle società per azioni, come accade costantemente in tutti i più liberi paesi capitalisti».
In questo è l’essenza del potere nato il 7 Novembre e che in tutto il mondo si cerca di eliminare dalle menti delle classi oppresse.

Fonte

07/11/2023

7 novembre. Tra guerra e crisi di civiltà la storia è di nuovo in marcia

Oggi è il 7 Novembre, anniversario della Rivoluzione che ha “sconvolto il mondo”. Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti in questo secolo, possono essere riassunte in almeno due narrazioni:

1) Per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista.

2) Per la “sinistra” è stata una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Nasce da qui l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi e lo è altrettanto oggi. Soprattutto se, giustamente, si intende riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente” che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo nasconderci che esiste anche una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad una sorta di manuale per le istruzioni.

Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.

I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.

Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.

In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si impongono perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.

Due gli elementi che dobbiamo prendere in esame. Uno di essi è decisivo: la guerra.

La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura.

Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era dominante. Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava.

Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.

Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante.

C’era poi la guerra vera e propria. La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc).

Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio di massa verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.

La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.

Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.

Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.

Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.

La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato ed avevano scelto soggettivamente di esserlo.

Ricordare la Rivoluzione d’Ottobre significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.

Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando contraddizioni fortissime come la guerra e una crisi sistemica del modo di produzione capitalista che mettono a rischio la vita di milioni e milioni di persone. In quale modo le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza possono trasformarsi in emancipazione sociale?

Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).

La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o che anche l’Italietta aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia.

Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi in guerra prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.

Stiamo assistendo ad un dominio dell’economia capitalista che prevede e produce continuamente distruzione di eccessi di capacità produttiva, soprattutto nelle fasi di crisi senza soluzioni indolori come quella in corso dalla prima metà degli anni Settanta.

In passato questa distruzione di capacità produttive in eccesso, quando si è intersecata con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, ha prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente.

Come ci segnala lo storico Graham Allison, il declino di una potenza imperialista dominante, negli ultimi cinque secoli, ha prodotto in dodici casi su sedici una guerra devastante.

Oggi la capacità produttiva in eccesso sembra concentrarsi sul capitale umano. La ristrutturazione produttiva fondata sull’automazione ha già messo in conto 50 milioni di disoccupati nella sola Europa tra quindici/venti anni.

Lo sviluppo disuguale e la rapina delle risorse sta producendo lo spostamento di masse migratorie crescenti verso i poli più sviluppati. L’invecchiamento della popolazione mette in sollecitazione i sistemi di welfare dei paesi a capitalismo avanzato.

Un eccesso di capitale umano che va ridotto distruggendone quote crescenti. È già accaduto in Russia nei primi anni Novanta, dopo il crollo del socialismo reale e l’avvento di un capitalismo brutale. La Russia è stato l’unico paese ad aver perso popolazione senza una guerra ma solo a causa di miseria e crollo degli standard di salute. Una sorte che sembra profilarsi anche in Italia.

I tecnocrati al comando nei paesi capitalisti lo hanno già indicato come scenario plausibile per ridurre i costi sociali. Una sorta di lento ma pianificato genocidio delle classi subalterne per soggiogarne del tutto quelli condannati al lavoro salariato.

In alcuni casi, come quello palestinese, il genocidio viene condotto manu militare da potenze tecnologicamente avanzate.

Si muore di più e si muore prima semplicemente a causa dell’aumento dell’età pensionabile, della diminuzione degli standard del servizio sanitario a disposizione, dello stress dovuto alle disuguaglianze sociali, dell’avvelenamento del Pianeta e l’infarto ecologico, e poi si muore nelle guerre tornate ad essere mattatoi di esseri umani come quelle in corso in Ucraina e Palestina.

Ma se la lotta di classe diventa anche lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917.

Decenni dopo vale la pena di guardarvi di nuovo, con occhi attenti, antenne dritte e misurandosi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne la spinta e l’esperienza.

Fonte

07/06/2023

Polonia versus Russia. Una storia che viene da lontano

Per una serie di circostanze, presumibilmente non fortuite, la notizia apparsa il 4 giugno, a proposito della presenza di mercenari polacchi del Polski Korpus Ochotniczy (PKO), insieme ai terroristi del Corpo Volontario Russo (RDK: Russkij Dobrovol’ceskij Korpus), che lo scorso 22 maggio ha attaccato alcuni villaggi confinari nella regione russa di Belgorod, è coincisa con la richiesta presentata dal presidente della Duma russa, Vjaceslav Volodin, al Comitato investigativo e alla Procura generale, di tornare a indagare sulla morte di decine di migliaia di soldati del giovane Esercito Rosso nei lager polacchi negli anni 1919-1921, dopo la guerra russo-polacca.

Che mercenari polacchi, insieme a decine di altre nazioni, agissero prima in Donbass, a dar man forte alle truppe di Kiev e, dopo il 24 febbraio 2022 nella stessa Ucraina, è cosa nota. Ma, con la pubblicazione di alcuni video da parte di PKO e il comunicato del RDK, è venuta l’aperta ammissione: «Non da ora i nostri compagni d’armi polacchi combattono effettivamente con noi, fianco a fianco per la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina. Insieme, siamo già riusciti a compiere una serie di operazioni sulle direttrici di Orekhov, Zaporož’e e Bakhmut. I ragazzi si sono mostrati all’altezza, con un alto livello di motivazione e preparazione».

Un’ammissione così sfacciata che i nazi-golpisti di Kiev sono stati redarguiti e si sono visti costretti a imporre al RDK di fare un passo indietro, così che è apparso un nuovo comunicato: «Per quanto riguarda le operazioni in territorio russo, i combattenti del PKO hanno assicurato scorta dei prigionieri, logistica medico-militare, ma solamente all’interno dei confini di stato ucraini».

In una maniera o in un’altra, sembra di assistere al mai sopito sogno polacco di una “crociata su Mosca”.

Così, le “imprese” dei moderni reazionari polacchi, istituzionali o “volontari”, meritano il giusto rilievo; ma anche quelle dei loro antenati non devono cadere nell’oblio; tra l’altro, anche perché i caporioni del moderno PKO si equiparano ai famigerati “Ussari della morte” di Jozef Sila-Nowicki, ricalcandone anche la simbologia, cioè la Dywizjon Huzarow Smierci, che si distinse nella repressione di polacchi e nell’uccisione di prigionieri russi nella guerra russo-polacca.

Delitti simili, ha detto Volodin, non hanno termine di prescrizione. Ma vengono deliberatamente ignorati o, al massimo, tenuti sotto traccia, aggiungiamo noi; a differenza del circo mediatico sugli ufficiali polacchi fucilati dai nazisti a Katyn’, che da decenni tiene invece banco in ogni rappresentazione “storica” anti-sovietica, facendo il paio con l’omelia nazi-golpista ucraina sul cosiddetto “golodomor stalinista”.

E dunque: se a proposito degli attacchi di fascisti russi e mercenari polacchi, armati e riforniti con mezzi ucraini – a proposito: oltre alla proposta di Evgenyj Prigožin, di spostare distaccamenti della “Wagner” a difesa della regione di Belgorod, è arrivata anche quella del leader ceceno Ramzan Kadyrov, di inviare nella regione 70.000 uomini degli spetsnaz ceceni – si parla diffusamente su quasi tutti i mezzi di informazione, la proposta di Volodin merita qualche parola in più.

Sulle pagine di questo giornale, più di una volta si è accennato (soltanto accennato, all’interno di altri temi) alla sorte dei prigionieri di guerra russi nei lager polacchi oltre cento anni fa. L’indagine cui, per parte nostra, si è sempre fatto riferimento, è la seconda parte del volume dello storico russo Vladislav Šved “Katyn’”, che l’autore intitola, per l’appunto, “Antikatyn’ o i Soldati Rossi nella prigionia polacca”.

Un centinaio di pagine in cui l’autore, sulla base di poco meno di settecento pagine di documenti pubblicati nel 1922 dal Ministero degli esteri della RSFSR, di indagini russo-polacche (quando i rapporti Mosca-Varsavia erano di tutt’altro tipo che non gli attuali), di rapporti della Croce Rossa e dell’Associazione americana della gioventù cristiana dell’epoca, documenta le condizioni inumane (ovviamente disconosciute dall’attuale Varsavia) in cui vennero tenuti i prigionieri russi, tanto da provocare la morte di massa di oltre la metà, se non di più, degli oltre 130.000 (secondo altre fonti: 165.500; secondo lo Stato maggiore polacco: 206.877) “krasnoarmejtsy” rinchiusi nei lager.

Šved accenna anche alle memorie di una serie di futuri ufficiali e generali dell’Esercito Rosso, distintisi poi nella Guerra patriottica del 1941-1945, sopravvissuti vent’anni prima ai lager polacchi: tutti parlano di fame, freddo, sete, percosse, privazione di calzature e indumenti, assenza di baraccamenti; testimonianze confermate anche da alcune note stese negli anni ’20 da medici militari polacchi, che parlavano dei lager come di «cimiteri di scheletri mezzo morti e mezzo nudi», o di «focolai di pestilenza e uccisione di persone per fame» e denunciavano quelle condizioni come «una macchia indelebile sull’onore del popolo e dell’esercito polacco».

E, in particolare, Šved smentisce alcune affermazioni polacche – fatte proprie anche da massimi esponenti russi ancora una quindicina d’anni fa – secondo cui le vittime russe sarebbero state “appena” 16-18.000, per lo più morti di tifo. Solamente nei lager di Strzalkowo e Tuchola, scrive Šved, in cui ad esempio nel novembre 1919 morivano per malattie fino a 70-90 prigionieri al giorno, morirono più di 30.000 prigionieri russi; il 1 febbraio 1922, il tenente-colonnello Ignacy Matuszewki riferiva al Ministro della guerra polacco, della morte di 22.000 prigionieri nel solo lager di Tuchola.

Ancora nel 1998, storici russi, sulla Rivista storico-militare, parlavano di almeno 82.500 soldati rossi morti nella prigionia polacca, comprendendo nella cifra anche i prigionieri morti di fame, prima ancora di arrivare a destinazione, rinchiusi nei vagoni merci con cui venivano trasportati senza cibo, per giorni e giorni, verso i lager: in questi casi, la mortalità arrivava al 40-60% dei «bolscevichi prigionieri».

Il rappresentante della Croce Rossa internazionale, che nel 1919 visitò il lager di Bugshupe (uno dei 5-6 campi allestiti nel territorio della fortezza di Brest) riferì che due gravissime epidemie di tifo e dissenteria avevano falciato 180 uomini in un solo giorno.

Senza contare – dati forniti nel 1919 dal Comando supremo del Wojsko Polskie – la pratica in uso presso alcuni reparti polacchi di fucilare sul posto o impiccare i prigionieri dell’Esercito Rosso: in primo luogo, secondo una “tradizione” fatta poi propria dalla Wehrmacht, commissari, comunisti, comandanti e ebrei; soprattutto commissari e ebrei, secondo uno spirito che si sarebbe tramandato negli anni successivi: questo, tanto per chiarire il valore della “legge” polacca odierna, sulla proibizione di dire o scrivere della partecipazione polacca allo sterminio degli ebrei.

A onor del vero, i prigionieri non erano solo russi, ma anche baltici, bielorussi, ucraini, tedeschi; in ogni caso, sembra che in quel periodo, in diversi casi, “istruttori” francesi indicassero il numero di prigionieri da fucilare: è noto come, nel corso della guerra civile, ufficiali francesi dirigessero le operazioni delle truppe bianche a nord, mentre quelli britannici operavano con le forze contro-rivoluzionarie a sud e nel Caucaso.

Nell’autunno del 1920, il comandante del lager di Brest-Litowsk parlò così ai prigionieri appena arrivati: «Voi, bolscevichi, volevate prendere la nostra terra: bene, io la terra ve la darò. Io non ho il diritto di uccidervi, ma vi nutrirò in modo tale che creperete da soli».

Stesso sistema, si racconta, nei lager di Zdunska Wola, Torun, Dorogusk, Plock, Radom, Przemysl, L’vov, Dombe, Petrokov, Wadowice, Bialystok, Baranowici, Vil’no, Ruzany, Bobruisk, Grodno, e tanti altri, situati anche nelle regioni occupate di Ucraina e Bielorussia occidentali.

Non da invidiare nemmeno la sorte di quei prigionieri mandati a lavorare per alcuni nobili polacchi: si racconta di un conte (il nome non viene citato) che, dopo aver utilizzato i soldati rossi prigionieri per costruire una sorta di castello sul fiumicello Mistintsa, presso il villaggio di Šešory (oggi località sciistica nella regione ucraina di Ivano-Frankovsk) li “liberò” nel bosco, dopo di che, lui e gli ospiti del castello, andarono a caccia dei prigionieri, con cani e fucili.

Al processo di Norimberga, fu stabilito che centinaia di migliaia di soldati dell’Esercito Rosso erano stati deliberatamente lasciati morire di fame nei lager nazisti nel 1941-1945: nel 1919-1922, scrive Šved, un simile “golodomor” (“holodomor”, per dirla nella lingua dei suoi diffusori ucraini) era stato deliberato da Varsavia per i «bolscevichi e gli ebrei russi».

Un “golodomor” che, a differenza della carestia del 1932-’33, che aveva interessato molte regioni dell’Unione Sovietica (e anche di Polonia e Romania, sia detto per inciso) e nient’affatto “scientemente programmato” dai «bolscevichi russi ai danni del popolo ucraino», costituì la sanguinaria risposta dell’allora szlachta polacca al tentativo (poi riconosciuto “avventato” dallo stesso Lenin) di portare la rivoluzione a ovest dei confini russi, compiuto sulla spinta della controffensiva opposta dalla RSFSR all’attacco polacco per impossessarsi di Vil’no (l’attuale Vilnius), Kiev, Minsk, Smolensk e, nei sogni di Jozef Pilsudski, anche Mosca.

La narrazione sulla strage degli ufficiali polacchi, perpetrata nel 1941 nei boschi vicino a Smolensk, venne messa in circolazione da Joseph Goebbels sin dal 1943, per riequilibrare le sorti propagandistiche naziste dopo la batosta di Stalingrado e dette il via a una narrazione “fertile” tutt’oggi negli ambienti liberali, nonostante tutte le prove indichino la matrice nazista del massacro.

Di contro, “Antikatyn’”, con testimonianze e documenti di fonti internazionali, merita qualcosa di più del silenzio sotto cui sono stati lasciati, per tanti decenni, i prigionieri rossi di una Polonia che, esclusa la parentesi della Repubblica popolare, prima di divenire reazionaria e sanfedista, era passata per la dittatura di Pilsudskij e l’alleanza con la Germania hitleriana.

La “Katyn’” polacca dei «bolscevichi e ebrei russi», insieme all’omelia del “holodomor” nazi-ucraino, dice qualcosa non tanto o non solo sulla russofobia dei nani post-sovietici, e parla apertamente delle sciagure del nazionalismo reazionario al servizio sia degli interessi delle borghesie locali, che delle mire globali dell’imperialismo, «genti fangose in quel pantano» dantesco.

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