Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/11/2025

7 novembre 1917 - La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi


Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:
1) per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;
2) per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento”. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente”, che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.

Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.

I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.

Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.

In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si imposero, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.

Tra gli elementi che dobbiamo prendere in esame, uno risulta essere decisivo: la guerra e la fine della guerra annunciata dai bolscevichi.

La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era predominante come fonte della vita e della sopravvivenza di gran parte delle società dell’epoca.

Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.

Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. E poi c’era la guerra vera e propria.

La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc). Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa, diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio diffuso verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.

La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.

Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano maggiormente in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.

Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” (ieri è troppo presto, domani troppo tardi) per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.

Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.

La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.

Celebrare a distanza di decenni la Rivoluzione d’Ottobre, significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.

Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?

Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi, questa somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).

La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che non solo gli imperi come Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o l’Italietta che aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.

Negli ultimi anni la guerra in Europa e la guerra mondiale a pezzi, la recessione economica, la insopportabile crescita della disuguaglianze sociali, l’infarto ecologico del Pianeta e la regressione sociale complessiva, stanno caratterizzando la fase storica in cui ci è toccato di vivere. Fino a metterci davanti agli occhi un genocidio: quello del popolo palestinese.

In passato quando queste condizioni si sono intersecate con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, hanno prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente. Nell’epoca delle armi nucleari questa exit strategy dalla crisi potrebbe non essere più praticabile.

Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Più di cento anni dopo vale la pena di rimettere in campo di nuovo una alternativa di sistema e misurarsi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne sia la spinta che l’esperienza storica.

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22/08/2025

Le ambiguità della “pace giusta”

“Tutti vogliono che la guerra in Ucraina finisca ma serve una pace giusta e duratura”. A fare la sottolineatura è stato il premier britannico Keir Starmer prima di arrivare a Washington per il vertice “largo” tra volenterosi europei e Trump.

Dal canto suo anche la Meloni ha dichiarato nei giorni scorsi che “è emersa una forte unità di vedute nel ribadire che una pace giusta e duratura non può prescindere da un cessate il fuoco, dal continuo sostegno all’Ucraina, dal mantenimento della pressione collettiva sulla Russia, anche attraverso lo strumento delle sanzioni, e da solide e credibili garanzie di sicurezza ancorate al contesto euroatlantico”.

Il concetto di “pace giusta” viene dunque agitato come un randello dai governi europei impegnati nella guerra in Ucraina contro le ipotesi di “pace possibile” che vengono invece evocate da Trump e da altri paesi come Cina, India, Brasile, Turchia. Qualcuno evoca il modello delle due Coree che si regge da decenni su un armistizio che ha messo fine alla guerra ma senza un vero e proprio trattato di pace.

Sul teatro di guerra in Ucraina, la situazione sul campo e gli inviti al realismo vengono invece respinti come cedimento alle richieste russe, ragione per cui ogni passo avanti sulla strada della fine della guerra vede i governi europei – a cominciare da Gran Bretagna e Polonia – mettersi sistematicamente di traverso.

Ma se si cambia scenario e si va a Gaza e in Palestina, il concetto di “pace giusta” invece scompare del tutto. Quando non viene strumentalmente messa in primo piano la questione umanitaria a danno della questione politica – l’autodeterminazione dei palestinesi – sulla Palestina diventano tutti realisti.

In questo caso la “pace giusta” viene considerata una illusione o addirittura una forzatura negativa, e i palestinesi dovrebbero accettare di tutto come condizione per una pace che – sulla base dei rapporti sul campo – si sta trasformando in una sottomissione tout court all’annessione israeliana della Palestina fin qui riconosciuta da gran parte del mondo.

A tale proposito torna utile riportare un episodio. Durante la seconda Intifada nel 2002, i sindacati Cgil Cisl Uil e forze collaterali ritirarono la loro adesione ad una manifestazione di solidarietà con la Palestina perché i palestinesi in Italia insistevano nel chiedere una “pace giusta” in Medio Oriente e non solo “una pace”. Quel rafforzativo – “giusta” – venne ritenuto una forzatura inaccettabile da parte di quelle forze che oggi invece sbraitano per chiedere una pace giusta in Ucraina e non solo la pace. È bene sottolineare che la manifestazione si fece e riuscì lo stesso nonostante la diserzione dei sindacati ufficiali e dei loro parvenu.

La “pace giusta” dunque non è un principio in qualche modo universale che lega la cessazione dei combattimenti anche al riconoscimento delle ragioni – o parte di queste – dei combattenti. Diventa invece un aggettivo che in un teatro di guerra deve ostacolare il raggiungimento della pace possibile (Ucraina) e in un altro deve invece scomparire per favorire i diktat del più forte sul campo (Israele).

Difficile su un terreno come questo dare lezioni. La realtà ha sempre mille sfaccettature e mille contraddizioni e non sempre è in bianco e nero.

Quello che è certo è che i “volenterosi governi europei” continuano a mostrare una avventuristica intransigenza sulla conclusione della guerra in Ucraina in nome di una “pace giusta” ma una complice inerzia nel mettere in riga Israele, continuando a non adottare verso Tel Aviv neanche un centesimo delle sanzioni o delle misure adottate contro la Russia o contro altri paesi (Serbia, Iraq etc.) negli anni passati.

Dunque la pretesa di una superiorità morale e di civiltà continua a convivere con le inaccettabili ambiguità di un doppio standard che il resto del mondo non euroatlantico non sembra più disposto a tollerare, né in Ucraina né in Palestina.

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23/05/2025

Il nuovo disordine mondiale / 29: morto un papa, se ne fa un altro?

di Sandro Moiso

Forse no, verrebbe da dire. Proprio per evitare quell’indifferentismo politico che, spacciandosi per radicalismo, non fa altro che impoverire il pensiero critico e le sue riflessioni. Oltre che la potenziale azione di classe. Proprio come Karl Marx si era già preoccupato di denunciare nel 1873, con il suo articolo Contro l’indifferenza in materia politica, scagliandosi contro Proudhon e i suoi seguaci che ritenevano possibile stabilire quali fossero, una volta per tutte, le forme organizzative e le modalità della lotta di classe. Legali e illegali.

Classe considerata in sé, ma che per sé deve poter trarre insegnamenti e lezioni, sia dalle proprie sconfitte che da quelle dell’avversario e delineare linee di tendenza e successivamente di condotta, sia dallo sviluppo delle contraddizioni nel campo avverso come all’interno del proprio. Perché è una partita solo e sempre a 360 gradi quella che si gioca con il conflitto di classe, in cui non si possono lasciare spazi esclusivi all’avversario.

In questo senso l’occuparsi da antagonisti di scienza, geopolitica, arte militare, cultura e tecnologia e della loro evoluzione non riduce l’opposizione di classe a culturalismo o a dibattito salottiero, ma piuttosto, se non si perde di vista il fine della lotta, ne rafforza e solidifica immagine e compiti. Così vale anche per campi apparentemente avulsi, come quello religioso o dell’elezione di un nuovo pontefice, ma di cui occorre tener conto per comprendere la fase con cui occorre fare politicamente i conti.

Questo, naturalmente, non per rincorrere gli individui e l’Io fetentissimo con cui l’ideologia borghese vorrebbe continuare a determinare l’immaginario e l’azione sociale proponendoli come idoli oppure al pubblico ludibrio. No, non è l’individuo in sé che deve interessare, o peggio ancora affascinare, i futuri affossatori del modo di produzione dominante, ma ciò che l’ha prodotto e le cause materiali delle sue, quasi sempre, prevedibili e inevitabili azioni. Papa o re, primo ministro o rivoluzionario, generale o dittatore oppure presidente degli Stati Uniti che questo sia. Poiché, in fin dei conti, non potrà mai essere una morale dettata dalla classe avversa a determinare il giudizio e la valutazione politica di chi dovrà, comunque, sbarazzarsene.

Ecco allora perché vale la pena di spendere qualche parola sul cambio ai vertici della chiesa cattolica con il passaggio dal pontificato di Francesco I a quello di Leone XIV. Tenendo sempre a mente sia l’insegnamento di Lenin sull’attenzione per la religione (qui) che, a sua volta, traeva spunto dalle riflessioni di Marx sul medesimo argomento.

La miseria religiosa è da una parte l’espressione della miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, così com’è lo spirito di una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio per il popolo. La soppressione della religione quale felicità illusoria del popolo è il presupposto della vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni circa la propria condizione è la necessità di rinunciare ad una condizione che ha bisogno dell’illusione. La critica della religione è, quindi, in germe la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola sacra (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione).

Quello, però, che l’individuo borghese non potrà mai comprendere è la dialettica inerente alle due definizioni che Marx dà della religione nel testo appena citato, l’essere “oppio dei popoli” e, allo steso tempo, il “sospiro”, oppure come si dice in altre parti il “gemito”, della creatura oppressa. Dialettica in cui resta sotteso che la scomparsa della religione dall’orizzonte degli oppressi non può appartenere soltanto ad un atto volontaristico o ad un editto di un governo borghese, ma al rovesciamento dell’oppressione materiale che diventerà anche stravolgimento dell’oppressione intellettuale. Senza il primo non può avvenire il secondo, pena la rivolta degli ultimi contro chi pretenderebbe di liberarne la coscienza senza liberarli dalle condizioni materiali di sfruttamento e miseria, sia economica che culturale.

Anche se ad un lettore poco attento questo potrebbe sembrare lontano dal “sentire” attuale di ciò che si vuole definire antagonismo, in realtà ha molto a che fare con il cambio della guardia che è avvenuto ai vertici della chiesa con la morte di Bergoglio. Papa di cui già in passato ci si era occupati su Carmilla (qui), proprio per le perplessità suscitate sia in ambito ecclesiastico che politico dalla sua ferma opposizione alla guerra, o alle guerre, del capitale, senza aggettivi e senza distinzioni di lana caprina tra pace o guerra giusta oppure tra guerre di difesa o di aggressione.

Un tema di cui si è occupato anche, in tempi più recenti, uno scritto apparso dopo la sua morte (qui), largamente condivisibile soprattutto per quanto riguarda la valutazione “politica” dell’opposizione espressa da una parte importate della base cattolica nei confronti della guerra. Ma tutto questo, naturalmente, non prelude ad una celebrazione del papa appena scomparso o ad una sua agiografica rivalutazione ideale. Tutt’altro, poiché l’analisi, come si diceva in apertura, dell’azione di un singolo individuo, per quanto significativo sul piano politico e/o culturale, non può mai prescindere dalle forze che l’hanno prodotto e di cui è manifestazione.

A differenza di tanta sinistra “smarrita” che, ad ogni piè sospinto, cerca di individuare un nuovo punto di riferimento, un nuovo modello se non un nuovo ipotetico leader che sappia dire o fare ciò che altrimenti non sarebbe più in grado di fare essa stessa, l’interesse per la figura di Francesco I si limita, almeno per chi qui scrive e anche se non è certamente cosa da poco, alla sua valutazione come strumento per l’opposizione alla guerra imperialista in tempi in cui si rende necessario marcare un’obbligatoria separazione tra coloro che credono che quest’ultima costituisca una questione dirimente per la lotta di classe e coloro che, con distinguo e peana per la libertà basata sugli ideali dell’Occidente liberale, altro non fanno che travestire da pacifismo ciò che altro non è che schieramento con uno dei fronti imperialisti in guerra.

Di tutt’altro avviso sembra essere invece, anche se mascherato dai media e dallo stesso nuovo pontefice come continuatore del pontificato precedente, l’inizio di Leone XIV la cui intronizzazione è stata immediatamente accompagnata da un entusiasmo mediatico ed europeista che non può far altro che far arricciare il naso ad un osservatore attento. A partire da quell’esaltazione di una sua presunta presa di posizione anti-trumpiana, utile sicuramente ai volenterosi di questi giorni e della sua preparazione di carattere teologico dovuta alla sua provenienza dalle fila degli agostiniani.

Certamente non tocca all’autore di queste righe disquisire sulla preparazione o meno del suddetto papa dal punto di vista della dottrina, ma ciò che occorre sottolineare è che le stesse caratteristiche sono state in precedenza attribuite a Benedetto XVI, papa sicuramente di tendenze e posizioni molto distanti da quelle del suo successore Francesco I, che provenendo dalle fila dei gesuiti non poteva comunque essere certamente meno edotto in materia di dottrina e cultura cattolica.

Basti qui osservare che il contenuto dell’omelia dell’intronizzazione non ha riguardato la fine della guerra tout court, ma il raggiungimento di una pace giusta in Ucraina. Formula che, come ha già in precedenza spiegato bene Domenico Quirico sulle pagine della «Stampa», non può preludere ad altro che a una continuazione della guerra considerato che la pace raggiunta per porre fine ad un conflitto non può essere giusta o sbagliata, ma soltanto avere inizio da un cessate il fuoco sulle linee raggiunte dai contendenti nel corso di un conflitto.

Conflitti in cui, di solito, c’è un vincitore e un vinto, indipendentemente dalle simpatie che possano ispirare i due a chi ne studia le mosse. Se non si tiene conto di questa “regola aurea” della diplomazia bellica non vi può essere alcuna trattativa possibile, perché se da un lato testimonia la volontà, in questo caso cieca, di continuare il conflitto da parte del vinto, dall’altra non può che acutizzare la tendenza dall’avversario a continuare la guerra “di conquista”.

Mai abbiamo sentito, tra le parole del papa precedente, la definizione di pace giusta, ma soltanto inviti alla pace ad ogni costo. Lezione già appresa e sviluppata da un uomo ben distante dalla fede religiosa come Lenin che, nel 1918, a Brest-Litovsk, accettò condizioni di pace che lasciavano alle truppe degli imperi centrali un’ampia porzione di territorio russo, pur di raggiungere l’obiettivo che, sostanzialmente, aveva costituito l’elemento cardine della rivoluzione di ottobre: quello della cessazione immediata della guerra, dei suoi massacri e delle sue distruzioni.

Eppure, eppure... una figura tutt’altro che equidistante, a differenza di Francesco I, dalle parti coinvolte nella guerra1 viene oggi entusiasticamente indicata dai media italiani come possibile “mediatore” per il conflitto in corso ai confini orientali d’Europa.

Dovrebbero bastare questi pochi riferimenti per comprendere come l’attuale coro di lodi per la figura del nuovo papa sia per lo meno sospetta e, anzi, come sia in corso, a pochi giorni dalla sua scomparsa, una sorta di rimozione dell’opera del predecessore, travestita da elogio al suo pontificato, confuso però con le premesse di quello attuale. Mentre è stata proprio quella posizione, sostanzialmente la più radicale, di Francesco a decretarne fondamentalmente la solitudine degli ultimi anni, destinata a metterlo a tacere e costringerlo a fare “il gran rifiuto”, cui si è testardamente sottratto fino alla fine, ancor prima della morte.

Certo, né l’uno né l’altro dovrebbero influenzare la pratica militante dell’anti-militarismo di classe, ma è certo che l’attuale differenza di governance della Chiesa potrebbe influire in maniera sostanziale su quell’immaginario diffuso, spesso cattolico, che fa sì che un parte significativa e maggioritaria di cittadini italiani ed europei si opponga ancora sia al conflitto che a un coinvolgimento diretto nello stesso.

Diventa, in questo caso, l’azione papale uno strumento di pressione che, pur ammantandosi di equità chiedendo anche una pace giusta per Gaza e i palestinesi, ma senza avere effetto alcuno sulla strage di gazawi portata avanti da Netanyahu e dal suo governo criminale, è sostanzialmente orientato a convincere una parte del fedeli, oggi in gran parte ancora contrari alla partecipazione al conflitto in Ucraina, della necessità di volgersi in direzione di una pace diversa da quella possibile e, quindi nella sostanza, ad una continuazione della stessa attraverso una partnership più marcata, di quanto già non sia, e attiva sul piano militare come quella su cui puntano i guerrafondai Macron, Starmer e Merz. Che, dopo aver assistito al diniego di Trump nei loro confronti e delle proposte di maggior impegno della NATO, oggi cercano una giustificazione al loro bellicismo nascondendosi sotto le bianche sottane pontificali.

Questo e nient’altro deve spingere gli antagonisti a guardare con sospetto sia al nuovo pontefice che al tentativo di presentarlo come un continuatore delle politiche di quello precedente che pur ebbe almeno sempre il coraggio di parlare di Terza guerra mondiale a pezzi, quasi fin dall’inizio del suo pontificato. In un momento in cui, come chi  qui scrive ha ripetutamente affermato, la questione della guerra imperialista, della sua estensione e del rifiuto della stessa diventa dirimente, indipendentemente dalle simpatie per le differenti parti, governi e nazioni coinvolte.

Note

1) In una una intervista del 2022, rilasciata a un canale tv locale peruviano, il nuovo Papa Leone XIV parlava tra le varie cose della guerra tra Ucraina e Russia. Affermando: “Vengono fatte tante analisi, ma dal mio punto di vista – diceva Prevost – si tratta di un’autentica invasione imperialista in cui la Russia vuole conquistare un territorio per motivi di potere e per ottenere vantaggi per sé”. E proseguiva sostenendo che “si stanno commettendo crimini contro l’umanità”. Prevost predicava anche la necessità di essere “molto chiari”, perché “alcuni politici, anche del nostro paese, non vogliono riconoscere gli orrori di questa guerra e il male che la Russia sta commettendo in Ucraina”. Fonte

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22/04/2025

Germania - Manifestazioni contro la guerra in cento città tedesche

Manifestazioni del movimento per la pace tedesco si sono svolte in oltre 100 città della Germania. Come è tradizione il lunedì di Pasqua, la gente è scesa in strada da Francoforte alla base aerea di Büchel in Renania-Palatinato, dove sono immagazzinate le armi nucleari statunitensi.

Decine di migliaia di persone hanno manifestato per la pace e il disarmo nei giorni di Pasqua, riferisce il centro informazioni della Marcia di Pasqua a Francoforte sul Meno. “Abbiamo mantenuto il livello del numero di azioni individuali e del numero di partecipanti, e in alcuni casi lo abbiamo superato in modo significativo”, afferma il loro portavoce Willi van Ooyen.

Van Ooyen vede la ripetuta “violazione del diritto internazionale, insieme alle esportazioni di armamenti e armi” come la ragione dell’aumento della partecipazione. Questo inquieta le persone e diffonde la paura. Ciò rende ancora più minaccioso lo stazionamento di nuove armi a medio raggio statunitensi in Germania, previsto per il 2026. D’altra parte, le firme per l'“Appello di Berlino” vengono raccolte ovunque.

Gli organizzatori sottolineano positivamente la partecipazione delle associazioni giovanili alle azioni, a cui tradizionalmente partecipano attivisti più anziani. Queste associazioni si oppongono alla prevista riattivazione del servizio militare obbligatorio e sostengono il mantenimento della clausola civile nelle università. Hanno anche protestato contro la pubblicità della Bundeswehr nelle scuole e nei centri per l’impiego.

Una delle manifestazioni più grandi è svolta sabato a Stoccarda con 4.500 partecipanti, secondo gli organizzatori. Diverse migliaia di persone hanno anche preso parte alla marcia di Pasqua del coordinamento per la pace a Berlino-Kreuzberg. Tra le richieste anche quella di porre fine alla guerra a Gaza. Secondo la polizia, sono state arrestate 15 persone indagate per aver gridato slogan e usato simboli di quelle che le autorità tedesche considerano organizzazioni incostituzionali e terroristiche, ovvero le associazioni palestinesi Hamas e Samidoun. Ci sono state contro-manifestazioni più piccole alla Marcia di Pasqua di Berlino, anche da parte dei nazionalisti ucraini, che hanno respinto le richieste di negoziati di pace con la Russia.

“Pomodori invece di granate” è stato il motto delle proteste davanti allo stabilimento Rheinmetall di Unterluss, in Bassa Sassonia. A Bochum-Wattenscheid, Ulrich Sander, membro del comitato federale della coalizione antifascista VVN-BdA, ha ricordato nel suo discorso di domenica che le marce di Pasqua erano dirette per la pace e contro il militarismo e il fascismo. Sander citava la prima marcia di Pasqua del 1960: “Il popolo tedesco è già stato rimproverato una volta per essere rimasto in silenzio dove erano necessarie parole e azioni coraggiose. Nei campi di concentramento – come Bergen-Belsen – milioni di persone hanno perso la vita. Ma se l’armamento nucleare continua, tutta l’umanità è minacciata di annientamento”.

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03/04/2025

Contro il riarmo europeo è bene manifestare, ma occorre anche chiarezza

Come abbiamo scritto spesso, la guerra è un discrimine che taglia in due ogni ragionamento e presa di posizione. Mentre tutti i governi europei sembrano ormai posseduti dal furore guerrafondaio e varano un gigantesco piano di riarmo, la politica è costretta a schierarsi pro o contro, quasi sempre suo malgrado.

Nella maggioranza di governo si dividono strumentalmente, cercando disperatamente di non apparire spaccati in due, tra i sostenitori della “pace di Trump” e i facilitatori del riarmo e delle ambizioni europee.

All’opposizione c’è chi vorrebbe tenere il piede in due scarpe (vedi il PD) e chi come il M5S sembra aver imbracciato con maggiore determinazione lo stop al riarmo europeo.

I sondaggi finora disponibili, dimostrano che nell’opinione pubblica prevale ancora un sentimento contrario al coinvolgimento nella guerra in Ucraina e al riarmo. È un dato importante, ma che rischia di diventare aleatorio se non trova una espressione politica capace di pesare nei rapporti di forza. E questi, nell’attuale Parlamento, sono ancora sfavorevoli ad una scelta non guerrafondaia.

Pesa infatti l’ambiguità sull’idea che l’Unione Europea (arbitrariamente e strumentalmente confusa con “l’Europa”), per pesare nella competizione globale con le altre grandi potenze, debba dotarsi di un forte apparato militare e di politiche conseguenti.

La guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti in qualche modo rafforza questa opzione e la alimenta nella campagna massmediatica tra le opinioni pubbliche del Vecchio Continente.

Ma i fatti, oltre che la storia europea, ci insegnano che una intensa campagna di riarmo parallela ad una guerra commerciale di stampo protezionista formano un combinato disposto micidiale che ha sempre innescato le guerre, e che per qualche motivo queste hanno sempre trovato in Europa la loro incubazione principale.

In uno scenario così inquietante, raddrizzare il piano inclinato appare una priorità sulla quale far convergere tutte le forze che ne hanno consapevolezza, in contrasto con quelle che spingono per inclinarlo ancora di più verso il baratro.

In tale contesto, la manifestazione contro il riarmo europeo del 5 aprile convocata dal M5S coglie l’occasione e sembra riuscire a catalizzare una gran parte delle forze schierate per la pace.

Si può asserire che era nata in un modo – condizionare il dibattito nel “campo largo” – ed è diventata via via un’altra cosa. Ma non appare affatto scontato se questo segno della manifestazione del 5 aprile reggerà nel tempo oppure no.

L’esperienza fattuale ci ha insegnato che le posizioni delle forze politiche italiane cambiano significativamente tra quando si trovano al governo o all’opposizione. In materia di riarmo il M5S di governo ha dato una pessima prova di sé, sia sulla spesa militare che sulla prima fase della guerra in Ucraina. Una volta all’opposizione ha modificato – in meglio – le proprie posizioni. Ne prendiamo atto, ma...

Su questa contraddizione, negli anni passati, non abbiamo mai fatto sconti alle forze del centro-sinistra e della sinistra parlamentare sulle posizioni adottate quando erano al governo o all’opposizione. È sufficiente ricordare lo scontro con il governo D’Alema sull’aggressione Nato alla Jugoslavia (con Mattarella vice e ministro della Difesa) o, in tempi più recenti, quello con il secondo governo Prodi sulla partecipazione dei militari italiani alle guerre degli Usa in Iraq e Afghanistan.

Quando le forze politiche che avevano fatto quelle scelte, una volta tornate all’opposizione, hanno provato a rifarsi una verginità politica nelle piazze, non abbiano mai fatto sconti. Non si capisce perché con il M5S si dovrebbe usare uno standard diverso.

Dunque è un bene che ci sia una manifestazione contro il riarmo europeo, ma meno bene che le forze della sinistra di classe accettino l’egemonia del M5S su questa mobilitazione, che non abbiano previsto né prevedano altre ipotesi, né che esitino a definire più nitidamente le coordinate politiche sulle quali “convergere” con le altre forze che si battono per la pace.

Può sembrare un dettaglio ma non lo è. È stato proprio l’aver perso questa funzione chiarificatrice che ha disgregato e indebolito la sinistra di classe e alternativa in questo paese. Ne riparliamo a partire dal 6 aprile.

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13/03/2025

La politica fibrilla sulla guerra, è un bene

La guerra è come una spada tagliente, divide nettamente le posizioni in campo azzerando tutti i bizantinismi che troppo spesso eleggono l’ambiguità a vera cifra della politica. E su questa materia l’ambiguità diventa complicità, oggettiva e soggettiva, in una spirale che porta alla catastrofe.

In Europa la questione è particolarmente drammatica. Il continente è stato il teatro principale di due guerre mondiali. Questa amara esperienza storica ha reso possibile per alcuni decenni l’apparenza di una ritrovata “saggezza” diventata patrimonio comune di intere classi dirigenti.

Ma l’Europa del XXI° Secolo – diventata Unione Europea con un processo gerarchico e dominato dagli spiriti animali dell’ordoliberismo di stampo tedesco – ha esaurito da almeno una trentina d’anni tale patrimonio, costruendo e selezionando classi dirigenti arroganti, avventuriste, disabituate alla lungimiranza e dalla visione spaventosamente corta.

I furori bellicisti incarnati da Von der Leyen, ai quali si allineano volentieri molti leader e forze politiche europee, sembrano voler riprodurre molti dei fattori – e dei linguaggi – degli anni Trenta dello scorso secolo, quelli che hanno incubato i mostri e le tragedie successive.

Non solo. Il piano da 800 miliardi per il riarmo europeo e il relativo posizionamento a favore o contro, richiama molto da vicino il sostegno ai “crediti di guerra” del 1914 che spaccò e mise in ginocchio l'allora crescente movimento operaio in Europa. La minoranza che si oppose ai crediti di guerra con la Conferenza di Zimmerwald aveva visto lungo, tutti gli altri trascinarono i propri paesi e i propri popoli nella carneficina delle trincee.

Immemore di tutto questo, oggi la politica in Europa e in Italia si divide per linee trasversali a favore o contro il processo bellicista che si va imponendo quasi senza resistenza nei nostri paesi.

Se la tagliente spada del “sì” o del “no” alla guerra divide il campo, è tempo di affrontare di petto il come collocarsi e agire dentro il campo che si oppone alle forze guerrafondaie.

Al Parlamento europeo abbiamo assistito ad un voto trasversale a favore del piano Von der Leyen e alla dichiarazione di sostegno militare all’Ucraina.

Contro hanno votato le forze della sinistra alternativa ma anche parte della destra, mentre l’ambiguità ha nuovamente divorato dall’interno il PD, spaccatosi tra favorevoli e “astenuti”; una posizione, quest’ultima, che ha diviso a sua volta il gruppo parlamentare europeo dei “socialisti e democratici”.

Il PD ha invece votato più compatto a favore della risoluzione sull’Ucraina, la cui logica non era molto diversa ma, non parlando di soldi, deve essere sembrata più “potabile”.

AVS ha visto il voto contrario della sola Ilaria Salis e dei Verdi alla risoluzione sul piano di riarmo della Von der Leyen, diventato però solo astensione alla risoluzione sull’Ucraina.

Se non altro più nitida, invece, la posizione del M5S – e a destra della Lega – che hanno votato contro entrambe le risoluzioni.

Dunque i campi di chi è favore o contro le misure che spingono alla guerra in Europa si sono divisi trasversalmente e questo ci pone alcuni problemi che vanno presi rapidamente in considerazione.

Il primo è che sulla guerra tutti coloro che vi si oppongono – spesso con motivazioni totalmente diverse – diventano in qualche modo, “oggettivamente”, compagni di strada. Diciamo che in presenza della “contraddizione principale” (la guerra), le altre diventano contraddizioni secondarie. Ma non per questo possono o devono essere annullate o sottovalutate.

Il secondo è che dentro un campo siffatto l’autonomia e il peso delle proprie posizioni vanno rafforzati, non indeboliti. Non è mai un paradosso affermare che “per unirsi occorre definirsi”.

In un campo contro la guerra che tiene dentro forze di sinistra, M5S, cattolici ma anche forze di destra, sarebbe un errore rinunciare alle proprie posizioni in nome dell’unità di scopo. Anche dentro un obiettivo comune e prioritario – sottrarre il proprio paese alla spirale dell’economia di guerra e della guerra – le posizioni antimperialiste devono avere la loro visibilità e conquistarsi la loro credibilità.

Il terzo problema è che vediamo troppa “compagneria”, più o meno organizzata, rinunciare al proprio ruolo autonomo e affidarsi alla maggiore forza progressista oggi attiva nel campo contro la guerra: il M5S.

C’è molta differenza tra il riconoscere questo ruolo al M5S e il rendersi subalterni alla sua chiave di lettura e capacità di iniziativa solo “perché è più grosso”. Su questo terreno occorre saper coniugare autonomia politica, capacità di azione e convergenze quando necessarie, ma le seconde senza le prima portano alla subalternità e quindi alla scomparsa di una visione alternativa o antagonista.

Infine, il problema non è quello della riuscita di una manifestazione – e siamo sicuri che quella in piazza Barberini alternativa a quella dell’Effetto Serra riuscirà.

Il problema è avere in mente e cominciare a ragionare su un percorso di mobilitazione contro la guerra che abbia presente sia l’autonomia politica che l’unità d’azione. Questo riguarda una capacità di interlocuzione sociale oltre che politica.

Il complesso militare-industriale e l’economia di guerra hanno una loro base materiale di consenso e un apparato ideologico a proprio sostegno. Quale è invece la nostra? E se ancora non esiste o non riesce a rappresentarsi, come ci apprestiamo a dargli riconoscibilità di interessi e rappresentanza?

Una visione corta e subalterna relegherebbe le forze di classe in una posizione del tutto marginale, anche davanti ad una necessità/opportunità come quella che la storia ci va presentando.

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21/02/2025

I banchieri pronti “a cogliere l’occasione” della pace in Ucraina

C’è chi si approfitta della guerra e chi si approfitta della pace. Spesso sono gli stessi. Tra questi spiccano le banche.

Dopo tre anni di conflitto in Ucraina ed ora che la pace con la Russia pare un’ipotesi più concreta, le banche – ma anche le grandi multinazionali – si stanno attrezzando per coglierne i vantaggi e magari aumentare i loro dividendi.

Ad esempio la banca d’affari Goldman Sachs registra “flussi sproporzionati verso i settori e i titoli legati al tema del cessate il fuoco in Ucraina”.

Milano Finanza commenta questo come “Un fatto che porta a supporre che sempre più investitori stanno iniziando a prevedere in portafoglio un calo progressivo del rischio Ucraina. Detto in una parola: i mercati sentono profumo di pace”.

La stessa Goldman Sachs ha creato di recente un paniere di società quotate dedicato appositamente a questo scenario con il lancio dell’indice Ukraine Ceasefire (GSXECEAS Index) che comprende le 50 società europee più sensibili alla risoluzione del conflitto fra Ucraina e Russia. Un paniere di azioni che vale, nel complesso, quanto a capitalizzazione aggregata, 1,5 trilioni di dollari e comprende titoli specializzati nella (ri)costruzione, alcune banche, compagnie aeree e titoli rivolti ai consumatori che potrebbero beneficiare di un accordo di pace.

Per quanto sia salito del 5,5% subito dopo la notizia di un possibile accordo di pace in Ucraina, l’indice “continua a essere scambiato con uno sconto del 30% rispetto al mercato e ben al di sotto dei massimi storici del 2021, offrendo punti di ingresso interessanti”, commentano gli analisti della banca d’affari.

Emblematicamente anche la seconda banca italiana – Unicredit – sembra voler trarre vantaggio dalla possibile fine del conflitto in Ucraina. Il gruppo bancario – il più attivo nei paesi dell’Est – è stato uno dei pochi rimasto in Russia nonostante le sanzioni.

Unicredit in questi anni si era rifiutata di cedere la sua controllata russa se non ad un «prezzo equo», fra mille difficoltà normative e legali e soprattutto pressioni della Russia a cedere la sua controllata russa a valori irrisori.

“Se il quadro politico cambia, la nostra capacità di vendere la banca in Russia a condizioni più interessanti è destinato a migliorare, perché, la situazione si normalizzerà per entrambe le parti”, ha affermato Orcel nel corso dell’intervista al Financial Times. “Quindi potremo uscire a prezzi decisamente migliori”.

Altre grandi banche europee come Société Générale e Ing ad esempio avevano scelto di uscire subito dalla Russia ma subendo forti svalutazioni. Diversamente Unicredit ha invece continuato a operare in Russia nonostante le pressioni da parte della Ue e della Bce di accelerare l’uscita dal mercato russo.

“La banca si è «impegnata seriamente negli ultimi tre anni con un numero significativo di controparti nell’esplorazione di tutte le opzioni di uscita dalla Russia”, ha aggiunto Orcel, “ma date le diverse complessità e sanzioni in atto, non siamo stati in grado di andare avanti col processo».

Il problema è che nonostante le sanzioni la Russia ha inciso per il 5% dei ricavi totali del gruppo Unicredit lo scorso anno. Non solo. Questi ultimi sono saliti del 9% a 1,3 miliardi di euro nel 2024 e la Russia ha contribuito con 577 milioni di euro di utile netto annuale su 9,3 miliardi totali.

Milano Finanza sottolinea come Unicredit abbia nel frattempo ridotto di molto i prestiti e i depositi in Russia e si aspetta quindi che i profitti derivanti dalle attività russe saranno “marginali” entro il 2027.

Ma con gli scenari che cambiano anche gli interessi della banca li potrebbero trovare interessanti. A meno che non sia costretto, Orcel afferma che non venderà la propria controllata in Russia “per un euro o a un valore che non sia un prezzo equo”.

Nell’intervista al Financial Times il boss di Unicredit afferma di ritenere che il potenziale recupero dell’economia europea dalla fine della guerra in Ucraina sia stato sottovalutato. “La fine della guerra, che spero avvenga alle giuste condizioni, eliminerà l’incertezza geopolitica... e i livelli di investimento e rimbalzo saranno davvero significativi. I mercati lo hanno ignorato per ora, ma lo vedremo”.

Tra le righe emerge piuttosto nitidamente la soddisfazione di un banchiere che se ne è “impippato” delle sanzioni alla Russia durante la guerra ed ora pensa di poterne ricavare guadagno, come tutti i banchieri del resto.

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28/12/2024

Basta parlare di pace per far impazzire l’establishment

È bastato un semplice discorso di Putin per capire che anche “fare la pace” in Ucraina non sarà una cosa lineare.

Andiamo con ordine.

Intanto si è capito di cosa hanno parlato nei giorni scorsi il presidente russo e il premier slovacco, il socialdemocratico Fico, sotto la coltre scandalizzata di parole di condanna del resto dell’Unione Europea. Le trattative per una pace potrebbero partire, e Bratislava si offre come sede.

Lo scandalo – e l’imbarazzo occidentale – sta tutto nel fatto che la Slovacchia è un paese aderente alla Nato e, nonostante questo, la Russia lo considera abbastanza indipendente da costituire quasi una “sede neutrale”.

Del resto, se si guarda al mondo con gli occhiali del bipolarismo guerrafondaio, di paesi “terzi” veri e propri non ce ne sono, a meno di non andare in Asia a cercare di risolvere un problema euro-atlantico...

Il secondo problema posto da Putin è invece di merito: “Vogliamo chiudere la guerra, non congelarla”. Ovvero raggiungere un trattato complessivo non tanto con Kiev – palesemente ormai solo un suicida combattente per conto terzi – quanto con l’intera Nato, a cominciare ovviamente dagli Stati Uniti.

Niente “soluzione coreana” insomma – le due Coree, dal 1953, sono di fatto divise sul 38° parallelo senza che sia mai stato stipulato un trattato di pace con obblighi riconoscibili – come traspariva dalle roboanti dichiarazioni occasionali di Donald Trump (i “democratici” sono invece per la prosecuzione della guerra fino alla “vittoria”).

Comunque la si pensi, nel mondo e nelle mentalità delle superpotenze, appare un’idea piuttosto logica. Un indefinito “congelamento” della situazione lascerebbe di fatto campo libero alla Nato di installare basi militari e anche rampe di missili a lungo raggio in Ucraina, magari anche nucleari.

Basta pensare a come reagirebbero gli Usa alla possibilità della Russia di fare lo stesso a Cuba (accenno avvenuto nel 1962) o in Messico per rendersi conto che questa “soluzione” aprirebbe più incognite tenebrose di quante non ne sciolga.

Questo lo sanno tutti, se non altro ai piani alti di Washington e di Bruxelles. Ma ammetterlo pubblicamente equivale a dire che l’allargamento ad Est della Nato (e della UE) è stato un azzardo dettato da necessità economiche, prima ancora che strategico-militari. E che, dunque, è l’imperialismo occidentale ad avere la responsabilità principale di questa guerra. Come di tutte le altre nel mondo...

E quindi doveva per forza scattare la “controffensiva mediatica” per raccontare al pubblico occidentale la solita storiella della “Russia a pezzi”, “prostrata dalle sanzioni economiche” (che stanno distruggendo i pilastri dell’economia europea), “senza più uomini né mezzi” da impegnare sul terreno (ricorderete quando erano “costretti a combattere con le pale”, solo dopo pochi mesi di guerra).

Tutte cose, se non inventate di sana pianta, quanto meno mostruosamente esagerate. La prova? Beh, basta guardare a quel che avviene sul terreno, dove gli stessi osservatori Nato ammettono che i russi avanzano ora piuttosto velocemente, aggirando le città per ridurle a “sacche” da cui potrà scaturire solo una resa.

Una seconda prova viene dalle cosiddette “fonti indipendenti” da cui tutti i media occidentali – senza eccezioni – traggono le informazioni che poi trasformano in “articoli” o “reportage” preparati da “professionisti abituati a verificare le notizie”.

La principale, la più citata (e “garantita” come “indipendente”), è l’Institute for the Study of War, gestito dalla “famiglia Kagan”, che l’antropologo francese Emmanuel Todd, certamente non sospettabile di “putinismo”, così descrive dettagliando personaggi, istituto e media:
“Partiamo da Robert Kagan, il più scalmanato e violento degli ideologi neoconservatori. E uno dei figli dello storico della guerra Donald Kagan e fratello dello storico della guerra Frederick Kagan, altro figlio di Donald. Vengono tutti da Yale.

Robert scrive libri in cui esalta il contributo che lo strumento militare fornisce alla ‘vitalità della democrazia’. Ha iniziato sostenendo l’amministrazione repubblicana di Bush (fautrice della guerra in Iraq) prima di appoggiare i democratici imperiali (nella guerra in Ucraina).

Robert Kagan è l’orgoglioso marito di Victoria Nuland, ex sottosegretario di Stato, chiamata a occuparsi dell’Europa e dell’Ucraina. La donna si è fatta conoscere nel 2014 per una sfuriata telefonica: «Fuck the EU!».

Ma non è tutto. La cognata di Robert Kagan, Kimberly Kagan, moglie di Frederick, ha fondato e dirige I’Institute for the Study of War (Isw). lo stesso think tank, emanazione diretta del neoconservatorismo, che ha elaborato le mappe sulla guerra in Ucraina devotamente riprodotte da «Le Monde» e altrove, ma presentate come provenienti da una fonte indipendente e affidabile.”
Inutile dire che questa ‘tribù’, al pari delle altre che costituiscono la “cittadella del potere” nell’establishment statunitense, hanno un interesse vitale – anche personale – nella prosecuzione di qualsiasi guerra, soprattutto se gli Usa non devono mettere “gli scarponi sul terreno”.

Quando le cose, poi, vanno male – perché la realtà mondiale difficilmente obbedisce ad interessi così limitati, ancorché “potenti” – allora cominciano le operazioni che dovranno, o dovrebbero, presentare una sconfitta strategica come una “grande vittoria” in grado di confermare l’“eccezionalismo americano”.

Ne vedremo di ogni, nei prossimi mesi...

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23/11/2024

Guerra in Ucraina - La maggioranza degli ucraini vuole negoziare con la Russia

La maggioranza del popolo ucraino vuole negoziare la fine della guerra con la Federazione russa.

Questo è quanto emerge da un sondaggio realizzato da Gallup, azienda specializzata in ricerca circa gli umori dell’opinione pubblica, proprio durante l’attacco in territorio russo con i missili Atacms.

Il sondaggio sui negoziati con la Russia

Le rilevazioni sono state effettuate tra l’agosto e l’ottobre del 2024. Seconda quanto riporta la ricerca, dopo oltre due anni di conflitto il 52% degli ucraini vorrebbe che il proprio paese negoziasse la fine della guerra “il prima possibile”.

Il 38% degli intervistati invece ritiene che l’Ucraina debba “continuare a combattere fino alla vittoria”.

Un dato interessante è che nei mesi immediatamente successivi all’intervento russo a sostenere questa posizione era il 73% della popolazione intervistata, segnando dunque un dimezzamento dopo mille giorni di conflitto.

“Nel 2023 il sostegno alla lotta fino alla vittoria è diminuito, ma più del doppio degli ucraini preferiva una lotta continua (73%) a una pace negoziata (27%)”, si legge sul report di Gallup.

La guerra ha logorato il consenso di Zelensky

Ad influire su questa drastica riduzione c’è sicuramente il logoramento materiale e morale portato dalla guerra.

Diserzioni di massa al fronte, corruzione diffusa nell’amministrazione e nell’esercito, distruzione diffusa soprattutto negli oblast orientali, mancanza totale o quasi di democrazia nelle scelte governative (il mandato di Zelensky è scaduto nel maggio 2024), e in ultimo l’orizzonte di un inverno in gran parte al buio e al freddo.

Tutti elementi che portano al massimo storico la stanchezza e la sfiducia da parte degli ucraini nei confronti delle operazioni militari, volute ormai praticamente solo dai governi occidentali e sulla pelle dello stesso popolo ucraino, a partire dal ritiro dai negoziati di Istanbul del marzo 2022 avvenuto su spinta anglosassone.

Una “voglia di pace” generalizzata

“Oggi il sostegno alla pace negoziata è salito al 52%, facendo registrare per la prima volta la maggioranza”, evidenzia la nota. Inoltre, la metà degli intervistati concorda sulla necessità di fare concessioni territoriali par arrivare a un accordo che ponga fine alle ostilità.

Da notare che, come afferma Gallup, la ricerca non ha coinvolto gli abitanti dei territori in mano alla Russia per “mancanza di copertura da parte degli operatori di telefonia mobile ucraini”. Tale esclusione comunque rappresenta circa un decimo della popolazione.

Come commenta Analisi Difesa, “questa precisazione rafforza ulteriormente il risultato del sondaggio poiché i pareri sono stati raccolti solo nelle aree sotto il controllo del governo di Kiev e il consenso alla guerra è calato in tutte queste regioni”.

L’Occidente ci porta alla guerra

Come spesso accaduto durante questi mille giorni, chi subisce gli effetti più diretti di questa guerra è stato in realtà il meno presente nelle varie discussioni pubbliche, o almeno di quelle riportate nei media italiani.

Mentre l’oramai illegittimo presidente Zelensky continua a visitare tutti i parlamenti occidentali chiedendo “armi e dollari”, la popolazione ucraina – o almeno la maggioranza di essa – subisce gli effetti della guerra portata sul proprio territorio dalla miopia dell’occidente collettivo, due anni fa forse ancora fermo all’idea dell’immobilismo eltsiniano durante lo smembramento della Jugoslavia.

Ma così non è stato e la complessità del mondo odierno rende sempre più inadeguata, e dunque pericolosa, quella classe politica occidentale che continua a “giocare alla guerra” contro il resto del mondo, in Europa orientale come in Medio Oriente.

Che anche gli abitanti dell’Ucraina si siano accorti di questa condizione è un segno delle profonde divergenze che caratterizzano i governi occidentali dai popoli che in teoria dovrebbero rappresentare.

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02/04/2024

Elezioni europee. Cosa farà Potere al Popolo

Le Elezioni Europee di giugno si inseriscono in un contesto generale di accelerazione verso la guerra. A livello internazionale aumenta l’instabilità e la NATO vi contribuisce in maniera determinante per proteggere i propri interessi di blocco: dalla guerra in Ucraina, a cui ha corrisposto il fortissimo aumento delle spese militari alla propaganda bellicista che governi e mezzi di informazione stanno portando avanti per imporre sulle popolazioni l’economia di guerra, fino all’entrata in guerra vera e propria con l’operazione Aspides nel Mar Rosso.

Le prossime elezioni rappresentano quindi un banco di prova sia dal punto di vista della partecipazione, e quindi del consenso espresso nei confronti delle istituzioni comunitarie, che per i singoli governi nel quadro di un’Unione Europea che sta assumendo un volto sempre più reazionario.

In questo assetto il Governo Meloni mira a riconfermare la sua tenuta sul piano nazionale e il suo ruolo in Europa.

A partire da ottobre, la questione palestinese è diventata uno spartiacque tra le forze politiche: da un lato chi si oppone al genocidio palestinese e sostiene la legittima resistenza di un popolo che subisce pulizia etnica e apartheid da oltre settant’anni, dall’altro chi appoggia l’occupazione e le politiche sioniste dello Stato di Israele, che si è macchiato solo negli ultimi sei mesi dell’assassinio di oltre 30.000 persone, di cui 10.000 bambini.

La questione palestinese sta mobilitando in tutto il mondo milioni di persone, e nel nostro paese sta coinvolgendo, come mai prima d’ora, giovani e “seconde generazioni”.

Potere al Popolo! in questi mesi ha deciso chiaramente da che parte stare, scegliendo il sostegno alla causa palestinese come una delle principali discriminanti rispetto alle sue relazioni e del suo agire politico.

In questi due anni abbiamo lavorato alla costruzione di Unione Popolare, che per noi rappresentava un fronte ampio di opposizione alla guerra e alle politiche belliciste del Governo Draghi prima e Meloni poi.

Ci siamo quindi impegnati affinché nel dibattito per le Elezioni Europee emergesse una voce chiara contro la guerra e l’economia di guerra, contro il genocidio e a sostegno della lotta di resistenza palestinese e per la costruzione di un’alternativa radicale di società.

Lo abbiamo fatto proponendo che Unione Popolare si presentasse alle elezioni in modo riconoscibile e interloquendo alla pari con altre forze per costruire un’alleanza caratterizzata da punti politici chiari.

Con questo spirito, abbiamo cercato un’interlocuzione con la proposta di Michele Santoro i cui risultati valutiamo negativamente per diverse ragioni.

Innanzitutto, riguardo ai contenuti: sia Santoro che altri esponenti della lista hanno assunto una posizione ambigua sulla questione palestinese, non esplicitando il sostegno alla resistenza, e negando di fatto il genocidio in atto; inoltre, non individua la NATO come attore chiave degli attuali scenari bellici, non ne chiede lo scioglimento, ma nemmeno considera necessario proporre un suo superamento in maniera esplicita.

Non c’è chiarezza, dunque, sui contenuti e nemmeno sul posizionamento politico: Santoro nel corso di questi mesi ha dichiarato più volte di non considerare PD e M5S degli avversari o addirittura dei competitor politici. PD e M5S che, non dimentichiamolo, col Governo Draghi ci hanno di fatto portato in guerra autorizzando la cessione di armi a Kiev e che oggi si ritrovano nuovamente uniti nel voto favorevole missione Aspides.

“Pace, Terra e Dignità” ha poi esplicitamente aperto all’alleanza con Sinistra Italiana, stampella a sinistra del PD sia a livello nazionale che nei livelli locali. Inoltre, ha riempito la propria lista di figure ambigue e compromesse.

Infine, siamo stanchi di una gestione personalistica della politica come quella fatta da Santoro, che ha rifiutato il confronto alla pari con UP e con altre forze, mettendo le organizzazioni di fronte a un “prendere o lasciare”.

Prima dell’ufficializzazione della lista PTD, alla luce del mancato confronto e delle dichiarazioni pubbliche di Santoro, abbiamo proposto all’interno di Unione Popolare di considerare chiusa l’interlocuzione con Santoro e lavorare alla costruzione di una lista autonoma.

Unione Popolare ha infine deciso di non aderire a PTD, ma una parte delle sue componenti ha invece deciso di entrare nella lista.

Come Potere al Popolo!, a questo punto, non possiamo che ritenere l’esperienza di UP stessa quantomeno sospesa, fino alla conclusione della tornata elettorale. Non si può far finta di niente, magari addirittura presentando il simbolo di UP alle amministrative, mentre sul piano nazionale è in atto una crisi.

Come Potere al Popolo! abbiamo deciso dunque di non presentarci alle Europee. Ma crediamo che in questo paese ci sia bisogno di costruire un’opposizione reale al Governo Meloni, al di là dell’opposizione di facciata presente in parlamento, per rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, di chi subisce l’economia di guerra e l’inflazione, di chi si vede negato un futuro dignitoso, degli studenti e le studentesse che si organizzano e vengono repressi, e di chi lotta ogni giorno per difendere il nostro territorio da cementificazione e speculazione.

Per questo crediamo ci sia bisogno di costruire una primavera di lotta. Continueremo ad animare le mobilitazioni per la causa palestinese e la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) porteremo avanti le campagne per il salario minimo e la sicurezza sul luogo di lavoro.

Proponiamo a tutti quelli che si schierano contro la guerra e per mandare a casa il Governo Meloni la costruzione di una manifestazione nazionale che faccia irrompere nel dibattito elettorale i bisogni inascoltati della maggioranza!

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11/03/2024

Sulla guerra in Ucraina il Papa ha detto quello che molti pensano

“È più forte chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà? Oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali”.

Con queste parole Papa Francesco è tornato a intervenite sulla guerra in Ucraina invitando Kiev ad accettare un negoziato per la fine delle ostilità e della carneficina.

La presa di posizione del Pontefice in una intervista alla Radio Televisione Svizzera è esplosa come un fulmine nel dibattito internazionale sulle sorti della guerra in Ucraina che si trascina da due anni con un costo sociale e umano pesantissimo.

Superfluo sottolineare come le parole del Papa aumentino il divario tra il governo di Zelensky e la Santa Sede già manifestatosi nei mesi scorsi. “Rispetto il Papa, ma non abbiamo bisogno di mediatori”, aveva bruscamente liquidato il presidente ucraino a maggio 2023 le ipotesi di mediazione del Pontefice. Gli appelli alla pace del Vaticano sono sempre stati respinti al mittente da Kiev. Il consigliere presidenziale ucraino Podolyak era arrivato a ventilare l’accusa a Papa Bergoglio di essere “filorusso”.

Dopo la circolazione dell’intervista alla televisione svizzera, immediato si è levato il coro di tutti i guerrafondai europei contro le dichiarazioni del Papa. I falchi e le “falche” hanno preso la parola per ribadire la posizione oltranzista che vede i leader e le leader europei parlare ormai quotidianamente di aumento delle spese militari, di maggiori invii di armi in Ucraina, di crescente contrapposizione frontale e militare alla Russia.

La ministra degli Esteri francese Stéphane Séjourné, in una intervista a La Tribune Dimanche si è chiesta: “Come si fa a pensare che di fronte a una potenza espansionista, a un paese imperialista, ci si possa permettere di fare un passo di lato? Significherebbe dargli la possibilità di approfittarne per andare avanti. Noi dobbiamo parlare lo stesso linguaggio della Russia, quello dei rapporti di forza. Siamo molto ingenui a pensare che dovremmo fissare noi i nostri limiti, mentre è la Russia a violare il diritto internazionale”.

A sua volta la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock (esponente del governo Scholz in quota Verdi) ha affermato di di “non capire” la posizione del Pontefice.

Non potevano mancare le repliche del ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, il quale ha invitato Papa Francesco a incoraggiare la Russia a ritirare le sue truppe dall’Ucraina. “Che ne dice, per bilanciare, di incoraggiare Putin ad avere il coraggio di ritirare il suo esercito dall’Ucraina? La pace arriverebbe immediatamente senza bisogno di negoziati”, ha scritto in un messaggio sul suo account X. O quella del presidente della Lettonia, Edgards Rinkevics secondo cui “La mia opinione: non dobbiamo capitolare davanti al male, dobbiamo combatterlo e sconfiggerlo, affinché il male alzi bandiera bianca e capitoli”.

Tanto per capire come stanno le cose in Europa, durante un colloquio telefonico Macron e Zelenski hanno concordato un nuovo invio di armi all’Ucraina. I due hanno concordato di compiere progressi in cinque settori: la cyber-difesa, l’eliminazione delle mine antiuomo, il mantenimento e la coproduzione di armamenti in Ucraina e il sostegno ai paesi vicini della Russia.

Macron ha anche dichiarato il suo supporto all’iniziativa, voluta dalla Repubblica Ceca, di acquistare munizioni fuori dall’Unione europea da inviare alle forze ucraine. Ha infine sottolineato il sostegno dell’Eliseo alla coalizione di paesi che supportano l’invio di artiglieria pesante a Kiev.

“In generale, l’allargamento del dibattito e la persistente attività di Parigi per costruire una coalizione di Paesi che dichiarino un’ipotetica disponibilità a inviare un certo contingente, ovviamente, non è altro che una via diretta verso un’intensificazione delle tensioni. Questa è una linea pericolosa, molto pericolosa”, ha replicato il portavoce del Cremlino, citato dalla Tass.

I guerrafondai europei e Nato sono furenti perché sono stati presi in contropiede dalle parole fin troppo esplicite del Papa, ma soprattutto perché sanno che all’interno delle loro opinioni pubbliche il Papa ha detto quello che molti pensano.

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19/01/2024

Valgono poco i discorsi su fantomatici “piani di pace” ucraini

Nella valutazione dei rischi globali per il 2024 emessa al forum di Davos, a proposito del conflitto in Ucraina è detto che se questo «si intensificherà, ciò avverrà probabilmente con l’impiego di armi tradizionali e non nucleari, ma che comunque esso può estendersi ai paesi vicini.

Quantunque sia difficile prevedere gli scenari post-conflittuali sia per l’Ucraina, che per la Russia, la guerra potrebbe “congelarsi” in un conflitto prolungato, che potrebbe protrarsi per anni o addirittura decenni».

Dal punto di vista economico, si prevede che la Russia, a dispetto delle sanzioni, continui a incamerare profitti dall’esportazione di risorse energetiche e materie prime e possa anche aumentarli, se il conflitto in Medio Oriente si estenderà.

Di contro, il sostegno a Kiev potrebbe calare, se nella UE si diffonderanno “umori filo-russi o neutrali”, mentre in USA ciò potrebbe avvenire a causa di pressioni interne, priorità internazionali diverse o cambio di amministrazione.

Così, se da una parte il consigliere presidenziale, Jack Sullivan assicura che la Casa Bianca farà il possibile perché il Congresso avalli ulteriori aiuti a Kiev, il coordinatore del Consiglio di sicurezza, John Kirby ha detto che gli aiuti dello scorso 27 dicembre sono stati gli ultimi (un solo esempio di cosa ciò significhi, citato dal politologo ucraino Andrej Zolotarëv: «dicono che la scorsa estate una divisione sparasse 500 proiettili da 155 mm a settimana; ora, 20») e lo speaker repubblicano della Camera, Mike Johnson è intenzionato a dare un secco «assolutamente no» a nuovi aiuti.

Cosicché, al momento, tutto il peso del sostegno alla junta ucraina sembra dover ricadere sulla UE, pur con tutti i problemi che agitano – ad esempio Germania e Polonia – sia sul “fronte ucraino” sia su quello interno.

Secondo gli iniziali piani di Washington, un possibile compromesso coi repubblicani avrebbe consentito di continuare a rifornire Kiev almeno fino alla primavera, dandole respiro sul campo e, soprattutto, spronandola alla mobilitazione totale: il tutto, per arrivare in qualche modo a una stabilizzazione del fronte per la prossima estate e reggere l’urto russo fino a inizi 2025.

Ora, con il pressoché certo “no” repubblicano, è improbabile prevedere nuove forniture di armi yankee prima dell’estate e gli osservatori occidentali, CIA compresa, escludono che, in tali condizioni, Kiev possa reggere fino all’autunno.

È così che tornano in ballo i discorsi “pacifisti”, con Kiev che intenderebbe avanzare un proprio “piano di pace”: ovviamente senza la Russia.

Dunque, il gioco USA consiste nel proporre, soprattutto ai paesi più orientati verso Mosca e al cosiddetto “Sud globale”, la famigerata “formula di pace Zelenskij”.

A Davos, principale obiettivo yankee era quello di portare Pechino quantomeno ad ascoltare tali discorsi “di pace”, non contando su un’approvazione cinese. Ciò sarebbe bastato per dire poi al resto del “Sud”: ecco, nemmeno la Cina si oppone e alla fine dovrà acconsentire anche Mosca. Tutto, con l’unico obiettivo di guadagnare tempo in attesa di uno sblocco degli aiuti a Kiev.

Ma il gioco non è riuscito; Pechino ha tirato diritto, ignorando Kiev. Per ora, siamo a questa fase; ma è molto dubbio che il Dipartimento di Stato (ossia Blinken) si accontenti: la pressione che il conflitto in Ucraina esercita sull’economia russa – con Washington che conta sulla continuazione della guerra anche come mezzo per tentare di destabilizzare la società russa – è a tutt’oggi l’asse attorno cui ruota la politica USA.

Così, Zelenskij a Davos ha tentato l’unica carta che (forse) lo potrebbe salvare, in particolare dal “ghigliottinamento” da parte degli stessi ucraini: pensare a un “congelamento” del conflitto solo in cambio di investimenti occidentali. O meglio: gli investimenti occidentali non rimarrebbero che un miraggio in un paese le cui infrastrutture sono distrutte e che continua a guerreggiare, lontano da un accordo di pace col vicino orientale.

D’altronde lo stesso New York Times scrive che, a Davos, la guerra in Ucraina è stata notata, ma non è stata il tema dominante: tutti versano lacrime in pubblico per la crisi negli aiuti a Kiev, ma alla fine insistono per una conclusione diplomatica del conflitto.

Disgraziatamente per la junta nazigolpista, oggi Mosca potrebbe consentire a un accordo di pace solo alle proprie condizioni, irridendo a ogni “piano Zelenskij”. Ogni altro piano, ha dichiarato Vladimir Putin, non è che «un tentativo di convincerci a rinunciare alle conquiste conseguite nell’ultimo anno e mezzo e ciò è impossibile».

È per questo che, paradossalmente, per tutta la cerchia presidenziale ucraina, l’unica soluzione vantaggiosa sembra essere la completa disfatta sul campo; come dire ai padrini USA-NATO-UE: «vedete, ci siamo battuti fino all’ultimo, ma il nemico spietato è risultato più forte» e non c’è stato nulla da fare.

Tanto che a Davos, lo scorso 16 gennaio, Zelenskij ha confermato di non voler alcun colloquio con Mosca e tantomeno un accordo di pace.

Così che oggi, tra i più accaniti russofobi, quali sono da sempre i baltici, circola la minaccia, cara a Kiev: «Nella UE ci sono 800.000 vigliacchi che hanno lasciato illegalmente l’Ucraina: È necessario aiutare Kiev a farli tornare». Per continuare la guerra, infatti, data la forte carenza di armi occidentali, è indispensabile “carne fresca” da mandare al macello.

Tra sempre più frequenti diserzioni e passaggi al “nemico moskaly”, rifiuti di andare all’attacco o semplicemente di rimanere in trincea – nei giorni scorsi, circa 150 fanti di marina sono stati arrestati nella regione di Khersòn per essersi rifiutati di eseguire l’ordine, a loro giudizio suicida, di portarsi sulla riva sinistra del Dnepr, nell’area di Krynki, saldamente controllata dalle forze russe – l’imperativo è quello di mandare sotto le armi quanti più ucraini possibile.

E, quasi non bastasse la recente legge sulla mobilitazione, la Rada ha approvato tre giorni fa un nuovo disegno di legge, per l’istituzione di un “Registro elettronico delle persone in età di richiamo”, dai 17 ai 60 anni, in cui verrà raccolto ogni possibile dato su tali cittadini, senza bisogno del loro consenso, compresa la digitalizzazione dei volti, così da poter identificare chiunque attraverso le telecamere.

Ma, il paragrafo della norma che ha suscitato l’indignazione anche di molti deputati, è la possibilità di inserire i data-center del Ministero della difesa ucraino in quelli dei paesi NATO.

Tutto ciò, è il commento più diffuso, non è che la continuazione della strategia NATO di condurre “la guerra fino all’ultimo ucraino”; anche perché, di fatto, in Occidente nessuno pensa davvero al declamato “congelamento” del conflitto, ma solo a una ripetizione del gioco del Minsk-2, con cui si dette fiato al regime Porošenko, dopo la disfatta di Debaltsevo nel febbraio 2015.

In ogni caso, nota Aleksandr Sitnikov su Svobodnaja Pressa, il “congelamento” è come se l’allenatore di un pugile messo ko chiedesse all’arbitro di interrompere il conto alla rovescia, lasciando che quello si rialzi: e questo è anche più o meno il modo in cui la «formula Zelensky» viene valutata nei forum militari americani.

Grosso modo la stessa funzione giocata dalla sceneggiata del massacro di Bucha, una tragedia inscenata apposta per linciare mediaticamente i russi e mandare all’aria i colloqui in Turchia.

Insomma, ogni discorso su “piani di pace” – che venga da Kiev, Washington o Bruxelles – somiglia tanto a quel sistema escogitato dal Don Basilio rossiniano, che «le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar», ma che, alla fine, in questo caso si ritorce contro il suo ideatore, che «avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello per gran sorte va a crepar».

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20/06/2023

Guerra in Ucraina - Le proposte di negoziati sul campo

Si è conclusa la visita della delegazione di alcuni stati africani a Kiev e Mosca nel tentativo di porre fine al conflitto in Ucraina. Nei colloqui la Russia ha affermato di prendere in considerazione tutte le proposte in arrivo sulla risoluzione della situazione in Ucraina. Kiev invece ha ribadito il suo piano in 10 punti che ha come presupposto la cacciata dei russi da tutti i territori rivendicati dall’Ucraina, inclusa la Crimea.

Durante i colloqui con Putin, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha presentato i 10 punti principali del piano di pace, che comprendono l’allentamento del conflitto da entrambe le parti, i negoziati diplomatici, la garanzia della sovranità degli Stati in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, lo scambio di prigionieri, la ricostruzione postbellica e altri.

Ecco i punti chiave del colloquio di Putin con i leader africani.

I 10 punti del Piano di pace africano

Cyril Ramaphosa ha affermato che è giunto il momento di porre fine al conflitto in Ucraina. Rilevando che l’Africa vorrebbe diventare un mediatore nella ricerca della pace, ha presentato il piano, che si concentra sui 10 punti principali per la sua realizzazione.

Il piano invita ad ascoltare le posizioni di entrambi i paesi; iniziare la de-escalation da entrambe le parti; garantire la sovranità degli Stati e dei popoli in conformità con la Carta delle Nazioni Unite; ottenere garanzie di sicurezza per tutti i paesi; garantire il trasporto di cereali e fertilizzanti di entrambi i paesi; sostegno umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra; risoluzione della questione dello scambio dei prigionieri e del rimpatrio dei bambini; la ricostruzione postbellica e l’aiuto alle popolazioni colpite dalla guerra; cooperazione più stretta con gli Stati africani.

Il Cremlino ha sottolineato che la Russia ha sostenuto il popolo del Donbass dopo il “sanguinoso colpo di stato” in Ucraina e ha cercato a lungo di risolvere pacificamente la situazione.

“È stato il regime di Kiev a iniziare questa guerra nel 2014, e noi avevamo il diritto di fornire aiuti alla gente del Donbass in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, citando la clausola relativa all’autodifesa“, ha sottolineato Putin. Mosca coopera con Kiev sullo scambio di prigionieri di guerra.

“Si sta facendo molto per questo, sia dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti che dagli altri nostri partner e amici. E siamo pronti a sostenere questo processo“.

Sul punto relativo all’accordo sul grano, Mosca ha definito un inganno il fatto che il cibo non vada ai paesi africani bisognosi in base all’accordo raggiunto: “Queste autorità neocoloniali – europee e, in sostanza, americane – hanno ancora una volta ingannato la comunità internazionale e i paesi africani bisognosi”.

Secondo Putin, circa 31,7 milioni di tonnellate di prodotti agricoli sono già stati esportati dai porti ucraini nell’ambito dell’iniziativa per il grano, ma solo il 3,1% di questo volume è andato ai paesi in via di sviluppo.

Gli Stati africani hanno evidenziato anche i noti 12 punti della posizione cinese, presentata da diversi mesi ed hanno evidenziato che le parti prevedono che non ci debba essere alcun doppio standard, che tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite siano rispettati e attuati, che non vengano applicate sanzioni unilaterali, che nessuno debba cercare di garantire la propria sicurezza a scapito della sicurezza degli altri, che la sicurezza rimanga indivisibile a livello globale.

Vediamo adesso i punti chiave sui diversi piani di pace per l’Ucraina presentati da altri paesi.

Lo scenario “coreano” proposto dall’Indonesia

Il piano proposto dall’Indonesia all’inizio di giugno è simile ai principi stabiliti nella penisola coreana dopo la guerra tra nord e sud negli anni ’50: cessate il fuoco immediato da entrambe le parti, ritiro delle forze ucraine e russe a 15 km dalle loro posizioni attuali e l’istituzione di una zona smilitarizzata (DMZ).

Inoltre, l’iniziativa comporterebbe lo stazionamento di forze di pace delle Nazioni Unite nella zona demilitarizzata, oltre a tenere referendum sotto la supervisione delle Nazioni Unite, al fine di “confermare oggettivamente la volontà della maggioranza della popolazione“. Il piano non specifica quali territori sarebbero oggetto di referendum.

L’Indonesia si è dichiarata pronta a prendere parte a tutti i processi e a inviare i propri militari nell’ambito della missione di mantenimento della pace. Il ministro della Difesa indonesiano Prabowo Subianto sostiene che l’efficacia di tali misure sia stata dimostrata dall’esperienza coreana.

I 12 punti della Cina

A febbraio, la Cina ha pubblicato il proprio piano di pace in 12 punti. Pechino ha chiesto una riduzione dell’escalation, un cessate il fuoco e la fine delle ostilità, nonché colloqui di pace. La Cina ha sottolineato che le preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti devono essere prese in considerazione; nel frattempo, non si deve cercare di assicurare la pace regionale espandendo i blocchi militari.

Il piano di pace cinese prevede la risoluzione della crisi umanitaria, lo scambio di prigionieri e la garanzia delle esportazioni di cibo attraverso il corridoio del grano.

La Cina ha chiesto di impedire lo sviluppo e l’uso di armi biologiche e chimiche, di prevenire la proliferazione di armi nucleari e di evitare una crisi nucleare. Secondo Pechino, è ora di smetterla di imporre sanzioni unilaterali non approvate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di contrastare gli sforzi per armare l’economia globale. La Cina è anche pronta a fornire aiuti nella ricostruzione postbellica della zona di conflitto in Ucraina.

Le proposte di Brasile e Vaticano

Anche il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva chiede negoziati. A suo avviso, è necessario stabilire un nuovo formato internazionale con la partecipazione di paesi pronti a fare da mediatori a Mosca e Kiev e non coinvolti nel conflitto.

Lula da Silva ha chiesto un vertice delle Nazioni Unite con la partecipazione del presidente russo Vladimir Putin e del suo omologo ucraino Vladimir Zelensky. Anche se i dettagli del piano del Brasile sono sconosciuti, Mosca, secondo da Silva, deve essere presentata con alcune “precondizioni minime”.

Il Vaticano ha avviato una missione di pace e sforzi di mediazione. Papa Francesco si è detto pronto a visitare Kiev e Mosca. In questo momento, la missione di pace della Santa Sede è guidata dal presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi. Non si conoscono però i termini e le precondizioni della missione: il pontefice ha osservato che l’iniziativa non è pubblica, sebbene il suo obiettivo sia quello di raggiungere un cessate il fuoco.

La posizione della Russia

La posizione della Russia è stata delineata durante i colloqui in Bielorussia, e successivamente durante i colloqui in Turchia nel febbraio-aprile 2022; include lo status neutrale e di non appartenenza alla Nato dell’Ucraina, cementato nella sua costituzione, così come il rifiuto dell’Ucraina di avere un proprio arsenale nucleare.

La Russia chiede la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, la risoluzione della questione linguistica, nonché il riconoscimento dell’indipendenza di DPR e LPR e il riconoscimento della sovranità della Russia su Crimea e Sebastopoli.

Nel frattempo, la Russia ha ripetutamente osservato che accoglie con favore gli sforzi di tutti gli stati, volti a una soluzione pacifica della crisi ucraina, ma si aspetta proposte specifiche, anche dall’Indonesia, dal Vaticano e dal Sudafrica. Mosca ha anche sottolineato che nessun piano di pace può esistere, se non prevede l’adesione delle quattro nuove regioni alla Russia.

Tuttavia, Putin ha sottolineato che il piano della Cina può essere considerato come la base per il trattato di pace, quando l’Occidente e Kiev saranno pronti.

I “10 punti” di Zelenskyj

Nel frattempo, Zelensky ha proposto il suo “piano di pace”, che l’Ucraina considera l’unica possibile soluzione a lungo termine, nel novembre 2022. Il piano comprende 10 punti.

Secondo Zelensky, la Russia deve ritirare le sue forze dall’Ucraina, “ripristinare l’integrità territoriale dell’Ucraina” e scambiare prigionieri di guerra secondo la formula “tutto per tutti“.

La Russia deve immediatamente ritirare i suoi militari dal territorio della centrale nucleare di Zaporizhzhia. La centrale deve essere immediatamente trasferita sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e del personale ucraino. Ciò comporterà una cessazione reale e completa delle ostilità.

Kiev deve essere dotata di sicurezza militare, nucleare, alimentare, biologica ed energetica attraverso meccanismi internazionali. Il mondo dovrebbe approvare la creazione del Tribunale speciale per il crimine di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la creazione di un meccanismo internazionale per compensare tutti i danni causati da questa guerra.

È necessario un risarcimento a carico dei russi, poiché è l’aggressore che deve fare tutto il possibile per ripristinare la giustizia che ha violato. Dovrebbero essere introdotte restrizioni sui prezzi delle risorse energetiche russe.

Organizzare una conferenza internazionale per rinsaldare gli elementi chiave dell’architettura della sicurezza postbellica nello spazio euro-atlantico, comprese le garanzie per l’Ucraina. Il risultato principale della conferenza dovrebbe essere la firma del Patto di sicurezza di Kiev. (Il Patto di sicurezza di Kiev di nove pagine pubblicato a settembre chiede ai paesi occidentali di fornire «risorse politiche, finanziarie, militari e diplomatiche» per rafforzare la capacità di difesa di Kiev).

Secondo Kiev quando tutte le misure anti-guerra saranno attuate, quando la sicurezza e la giustizia cominceranno a essere ripristinate, un documento che conferma la fine della guerra dovrà essere firmato dalle parti. Gli Stati disposti a prendere l’iniziativa di una decisione possono diventare parti di questa convenzione.

Secondo Kiev, il “tempo dei mediatori” – Cina, Brasile, Vaticano – è “finito”, mentre l’iniziativa indonesiana “farà solo guadagnare tempo alla Russia”. L’Ucraina è pronta a discutere le proposte dell’Africa, ma non ha intenzione di congelare il conflitto fino all’eventuale successo della controffensiva militare.

Segnaliamo infine un dato che va preso in considerazione: la guerra in Afghanistan è costata in media 115 miliardi all’anno ai paesi della Nato. Quella in Ucraina è già costata loro 170 miliardi in un anno.

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28/05/2023

Fermare il treno della guerra, è tempo di mobilitarsi

Tre ore fitte di discussione e diciassette interventi hanno animato l’assemblea dei firmatari dell’appello “Fermare la guerra, imporre la pace” tenutasi sabato a Roma.

Michela Arricale, giurista del Cred, ha introdotto i lavori sottolineando l’urgenza di porre fine ad una guerra che vorrebbe essere la sostituzione dell’ordine internazionale fondato sul diritto con quello fondato su “regole” come viene definito dalle potenze della Nato.

Sono poi intervenuti Sergio Cararo, Josè Nivoi del CALP di Genova, Angelo Baracca, Salvatore Izzo, Giorgio Cremaschi, Davide Tutino del comitato promotore dei referendum contro l’invio di armi, Fabio Marcelli, Giacomo Marchetti, Jorge Ceriani (PRC), Luciano Vasapollo, Marta Collot (Potere al Popolo), Guido Lutrario dell’USB, Simone del Comitato No basi militari di Coltano, gli studenti universitari di Cambiare Rotta, Patrizia Sterpetti (Wilpf), Francesco Vitanza.

Il confronto si è concluso con l’impegno a lavorare per far convergere in una manifestazione nazionale in ottobre tutte le forze che intendono fermare il treno della guerra e una serie di appuntamenti intermedi.

Qui di seguito il documento prodotto dall’assemblea.
L’assemblea dei promotori e firmatari dell’appello “Fermare la guerra, imporre la pace”, riunita a Roma sabato 27 maggio 2023 presso il cinema Aquila,

– constata che le ragioni enunciate nell’appello risultano più che mai attuali data l’evidente assenza di ogni prospettiva di negoziato e l’escalation quotidiana verso sempre nuovi e incontrollabili livelli del conflitto, che assume sempre più le caratteristiche di una contrapposizione militare globale tra Russia e NATO;

– afferma quindi la necessità urgente di rilanciare in modo intransigente e capillare le ragioni del cessate il fuoco e del negoziato;

– denuncia il crescente coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in netta e grave violazione del principio del ripudio della guerra enunciato dall’art. 11 della Costituzione repubblicana;

– individua nei referendum promossi contro l’invio delle armi al governo ucraino uno strumento fondamentale per dar modo al popolo italiano di esprimere la propria opposizione alla guerra;

– decide di promuovere per ottobre una grande manifestazione nazionale contro l’invio delle armi e ogni altro possibile coinvolgimento italiano nel conflitto ucraino, per il cessate il fuoco e l’apertura di un negoziato basato sui principi del diritto internazionale applicabile, che consenta una soluzione pacifica basata sul rispetto dell’autodeterminazione di tutte le popolazioni coinvolte e della sicurezza di tutti gli Stati interessati;

– invita a partecipare alle manifestazioni contro la guerra già convocate in alcune città per il 2 giugno;

– invita a partecipare all’assemblea nazionale contro le basi militari che si terrà il 4 giugno a Coltano (PI);

– valuta positivamente la proposta di una manifestazione nazionale dell’opposizione al governo della guerra per sabato 24 giugno a Roma.

Roma 27 maggio 2023
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13/04/2023

[Contributo al dibattito] - Leggere Lazzarato a Pechino

Guerra o rivoluzione di Maurizio Lazzarato (DeriveApprodi 2022) è un libro capace di suscitare vivaci discussioni attorno alle sue ipotesi. In questo articolo Gabriele Battaglia analizza il rapporto tra macchina Stato-capitale e guerra a partire dalla complessità dell’esperienza cinese. Andando oltre il dibattito su che cosa ci sia di socialista in Cina, l’autore si interroga proprio sul nesso deterministico tra crescita e guerra, connubio che è stato ed è decisivo nel modello di egemonia americano, come il conflitto in Ucraina dimostra.

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Lunedì 28 marzo 2023, le cronache riportano che il più noto imprenditore cinese è ricomparso dopo oltre due anni nella natia Hangzhou provocando un brivido di eccitazione nei media e sui mercati. Jack Ma è il fondatore di Alibaba, la più grande azienda di e-commerce al mondo dopo Amazon. Figura leggendaria per le giovani generazioni cinesi, l’ex insegnante di inglese è uno di quegli imprenditori ispirazionali che assumono lo status di guru e fanno tendenza: nel 2017, al meeting annuale della sua azienda, si mise a danzare sul palco travestito da Michael Jackson, copiandone tutte le mossette, per il delirio delle masse. Da sempre brillante, scaltro, attento a non pestare i piedi sbagliati, propenso alle enunciazioni profetiche e perciò astratte, Jack Ma è sempre stato perfettamente in simbiosi con il Partito comunista, tant’è che nel 2015 Xi Jinping se lo portò in delegazione negli Usa. Tuttavia, nell’ottobre del 2020, l’imprenditore-guru si montò forse un po’ troppo la testa e definì pubblicamente «banco dei pegni» il sistema finanziario cinese incentrato sulle grandi banche di Stato. Dopo pochi giorni, in rapida successione, le autorità di controllo fecero saltare la collocazione del braccio finanziario di Alibaba – Ant o Alipay – alla borsa di Hong Kong e iniziarono un giro di vite non solo sul conglomerato dell’e-commerce, ma su tutte le grandi imprese tecnologiche cinesi e soprattutto sulle loro propaggini finanziarie. Dopo tutto, imprese IT e finanza online si erano espanse troppo e senza controllo, rischiavano di destabilizzare il sistema finanziario cinese, la regolamentazione era nell’aria.

Da quel momento, Jack Ma assume un bassissimo profilo, viaggia all’estero, fa la sua apparizione una volta in Olanda, dove sembra particolarmente interessato alla coltivazione dei tulipani e infine, due anni e mezzo dopo, rispunta in una scuola fondata da lui stesso medesimo a Hangzhou, dove annuncia l’avvento di «un’era digitale guidata da intelligenza, creatività, responsabilità e pensiero indipendente».

Al momento, su questo grande ritorno sono due le interpretazioni, che non si escludono a vicenda: Jack Ma fa da testimonial al governo cinese che intende tranquillizzare la comunità imprenditoriale e attirare gli investitori internazionali dopo i chiari di luna degli anni segnati dal Covid; Jack Ma annuncia l’avvento di un nuovo «balzo tecnologico», per cui tutta la Cina è chiamata a mobilitarsi.

L’imprenditore non può vivere senza Stato cinese e lo Stato ha bisogno dell’imprenditore.

La macchina Stato-capitale

Mai, come nel caso cinese, appare chiaro che stato e capitale sono due facce della stessa medaglia; e Guerra o rivoluzione (DeriveApprodi 2022), di Maurizio Lazzarato, è il libro necessario per i tempi che viviamo.

Partendo dal dilemma dell’ultimo Latour, che di fronte agli eventi ucraini non trovava più un filo conduttore e un nesso con la propria ecologia politica, Lazzarato ricompone guerra e devastazione ambientale come esito di un’era inaugurata dalla Grande guerra nel 1914, quando dopo l’illusione della Belle époque inizia la «distruzione assoluta» e quindi l’Antropocene. È in quel momento che, per la prima volta nella storia, si crea una mobilitazione e integrazione totale di Stato, economia, società, scienza e tecnica, lavoro – con la complicità dei partiti socialisti – per espandere la produzione finalizzata alla macchina da guerra: «produzione totale» determinata dalla «guerra totale». Produzione finalizzata alla distruzione. La Prima guerra mondiale sussume quindi l’intera società al capitale ed è lì che si gettano anche le premesse per quello sfruttamento al limite delle risorse che genera il degrado dell’ecosistema.

Con la mobilitazione generale si realizza per altro anche il general intellect concepito da Marx, perché la produzione non dipende più solo dal lavoro vivo strettamente inteso, bensì dalla cooperazione di tutta la società attraverso reti, relazioni. Solo che in Marx non c’è la guerra come esito, mentre nella realizzazione concreta del general intellect è proprio lo scontro tra imperialismi che completa e integra il tutto. È Lenin il primo a vedere che la produzione è sia sociale, sia finalizzata alla distruzione, in un capitalismo che si configura definitivamente come macchina Stato-capitale, dove i due termini si rapportano a geometrie variabili a seconda delle fasi: la violenza originaria che permette l’inizio di un ciclo di accumulazione è organizzata dallo Stato sotto forma di lotta di classe o guerra civile; il capitale gestisce poi una fase di «falsa pacificazione», come la parentesi neoliberale che abbiamo appena vissuto (ma attenzione, solo nel Nord globale, altrove la guerra continua o viene esportata); la guerra è l’esito inevitabile della contraddizione tra la tendenza del capitale a espandersi all’infinito e la natura dello Stato, che presuppone confini, conflitti, sovranità, nazionalismi, violenza organizzata, fascismi.

È qui che si colloca l’irruzione del Sud globale sulla scena del mondo – e quindi della Cina – che pone due problemi. Primo, il neocapitalismo adottato dalle ex colonie estende a tutto il mondo l’accoppiata produzione/distruzione, rendendo irreversibile la devastazione cominciata con la «grande accelerazione» del 1914; secondo, l’affermazione delle ex colonie, paradossalmente generata da quella globalizzazione che nelle intenzioni degli statunitensi doveva gettare le premesse per un «nuovo secolo americano», riaccende il conflitto tra imperialismi, che Washington progetta di trasformare in guerra aperta (perché è sul piano militare, oltre che sull’egemonia del dollaro, che può ancora esercitare dominio).

E qui siamo già in Ucraina, siamo all’allargamento a est della Nato, al tentativo di «contenimento» della Cina. Illuminante è per altro l’osservazione di Lazzarato a proposito del «divenire fascista» di un’opinione pubblica europea trascinata nella nuova crociata, fenomeno a cui assistiamo quotidianamente sui cosiddetti «media indipendenti» euroatlantici e subiamo anche intellettualmente ed emotivamente come ennesima violenza. Una lunga lista di scrittori postcoloniali – da Franz Fanon a Samir Amin, passando per la letteratura di Amitav Ghosh – parlerebbero forse di orgoglio ferito del colonialista. Del resto, il fascismo non è anche il vittimismo aggressivo del più forte?

Il grande altro cinese

Dunque la Cina. Questo grande altro dove il capitalismo in quanto macchina Stato-capitale si caratterizza perfettamente come in una rappresentazione teatrale e che è al tempo stesso sia ex colonia – colonia di tutti, verrebbe da dire – sia civiltà da sempre a vocazione imperiale (attenzione, non necessariamente imperialista), concorrerà inevitabilmente alla «trappola di Tucidide» che gli statunitensi cercano di evitare anticipando i tempi della guerra? È l’ennesima macchina Stato-capitale che aspetta solo il momento giusto per colpire a sua volta? Questo concetto è stato ribadito recentemente da Maurizio Lazzarato in un’intervista per il podcast Il Cielo Sopra Pechino (piccolo spot). Per lui, apparentemente, è solo questione di tempo: anche la Cina prima o poi scatenerà una guerra, quando si sentirà abbastanza forte e sempre che non abbiano già provveduto gli Usa.

Non ne sono così sicuro. È una visione troppo determinista.

Quando in Italia partecipo a incontri pubblici incentrati sulla Cina, arriva sempre la domanda: «Cosa c’è ancora di socialista in Cina?». Di solito rispondo ragionando a voce alta sulla forte presenza dello Stato, sulla ragion politica che domina sul capitale, sul patto non scritto tra imperatore e popolazione – e poi tra Partito e masse – per cui il potere si giustifica solo se rende benefici a tutti, sul volontarismo rivoluzionario che a partire dal 1978 si trasferisce nell’energia delle forze ctonie del mercato, sull’avanguardia rivoluzionaria e sulla mobilitazione di massa come strategia di fronte alle emergenze.

Ribaltando il quesito – la Cina è capitalista? – di recente, mi è capitato di intervistare l’economista della diseguaglianza Branko Milanovic, che ha riaffermato quanto già scritto in Capitalismo contro capitalismo (Laterza): «Per essere capitalista, una società deve essere tale per cui la maggior parte della produzione viene condotta utilizzando mezzi di produzione privati (capitale, terra), la maggior parte dei lavoratori sono salariati (non devono essere legalmente legati alla terra né lavorare in maniera autonoma utilizzando il proprio capitale), e la maggior parte delle decisioni sulla produzione e sui prezzi sono prese in modo decentralizzato (cioè senza che nessuno le imponga alle imprese). La Cina è decisamente capitalistica su tutti e tre i fronti».

Accettiamo senz’altro questa definizione e chiediamoci allora se il capitalismo cinese implichi un imperialismo simile a quello statunitense oppure no. Giovanni Arrighi ha a suo tempo ben argomentato in Adam Smith a Pechino che la «pacifica ascesa» cinese richiede un mondo di stabilità e non di caos, sarebbe troppo lungo argomentare qui come questo abbia a che fare con un percorso di lungo periodo che nasce da un modello di sviluppo agrario contrapposto a quello mercantilista.

Questa macchina Stato-capitale di nome Cina continua a investire nel comparto militare molto meno di quanto facciano gli Usa, sebbene la sua forza non sia al momento paragonabile a quella del «concorrente strategico» (definizione statunitense e non cinese). All’ultimo Lianghui – la doppia sessione annuale dei parlamenti cinesi – l’aumento del budget militare per il 2023 è stato posto al 7,2%, più o meno come l’anno scorso (7,1), ed è dal 2016 che le spese per esercito e armamenti crescono a cifre singola. In compenso, sono stati decisi una crescita del 12% per l’attività diplomatica – cioè la presenza della Cina nel mondo – che l’anno scorso era cresciuta solo del 2%; e del 6% nella pubblica sicurezza – l’anno scorso era solo del 4 – che rivela un’attenzione particolare nel controllo/repressione interno.

Se consideriamo le portaerei, cioè il dispositivo principe per una proiezione militare all’esterno, la Cina ne ha tre, di cui forse solo una è al momento in grado di operare. Certo, il programma portaerei della Cina conferma l’intento di ampliare il bacino operativo delle forze armate, dalle acque regionali dei «mari vicini» ai «mari lontani» (yuanhai). Ma per fare cosa? Se consideriamo le basi militari all’estero, alle circa 800 degli Usa si contrappone l’unica base cinese inaugurata a Gibuti, nel 2017, per controllare gli approvvigionamenti che passano attraverso il golfo di Aden e soprattutto in funzione anti pirateria e nel quadro di operazioni internazionali.

Solo questione di tempo oppure siamo di fronte proprio a un altro modello?

Sintetizzando: per la Cina, la pace è un prerequisito della crescita; la guerra invece è caos, distruzione, miseria diffusa.

Pace cinese?

Consideriamo allora l’attività diplomatica, in particolare rispetto alla guerra in Ucraina. Il 24 febbraio, nell’anniversario dell’invasione russa, la Cina ha presentato nero su bianco la propria posizione in 12 punti per una «soluzione politica», che sui media occidentali è stata definita frettolosamente «proposta di pace», ma che tale non è: si tratta appunto di una «posizione» e, per dirla tutta, è la stessa che la Cina ha mantenuto dal 25 febbraio 2022, cioè da quando il ministero degli esteri di Pechino si espresse per la prima volta sulla «operazione militare speciale» appena cominciata. Pochi giorni prima, Pechino aveva diffuso un «documento concettuale sull’Iniziativa di sicurezza globale» che sistematizzava in senso più generale alcuni dei principi presenti nella «posizione» (l’Iniziativa di sicurezza globale è uno slogan lanciato da Xi Jinping nel 2022 che getta le basi per quel mondo multipolare così caro sia a lui sia a Putin). Chiamiamolo documento di programma.

Il senso della «pace cinese» è che, quando un conflitto non sembra risolvibile, per amor di pace bisogna congelare la situazione sul campo così com’è, facendo quindi e soprattutto tacere le armi. Poi i negoziati possono durare mesi oppure anni, ma intanto non muore nessuno. In Asia – va detto – ogni tanto una non-soluzione è già una soluzione e Pechino – con Delhi – applica già questa tipologia nelle reciproche schermaglie himalayane scaturite dalla guerra del 1963, per tacere del tormentone Taiwan, in cui un sostanziale status quo pende ciclicamente da una parte o dall’altra con tanta enfasi mediatica e nessuna conseguenza reale, almeno finché qualcuna delle forze in campo – Cina, Taiwan, Usa – non deciderà di superare qualche linea rossa. La posizione cinese sembrerebbe dunque una «soluzione coreana», in riferimento all’armistizio che nel 1953 mise fine alla guerra di Corea anche se in seguito non c’è mai stata una vera pace. La Cina ribadisce alcuni principi: rispetto della sovranità territoriale di ogni paese – quindi anche dell’Ucraina – ma fine della cosiddetta «mentalità da guerra fredda», cioè la politica statunitense dei blocchi contrapposti, ovvero l’espansione della Nato a Oriente. Questo è ciò che va discusso con calma perché una cosa si lega all’altra, sono indissolubili, una non può essere la precondizione dell’altra. Nel frattempo si sospenda la guerra e si avviino colloqui di pace, mentre si ricostruisce l’Ucraina con una pioggia di investimenti, si tutela la vita dei suoi abitanti e si tiene in piedi la filiera globale. E quindi si metta anche fine alle sanzioni, una politica che Pechino non ha mai digerito e la Russia neppure. Poi chissà, tra qualche anno il benessere farà mutare le circostanze e la guerra non sarà più un’opzione, così come la questione territoriale. Non si sa quanto a Pechino si aspettassero che la loro «posizione» venisse presa in considerazione – e infatti è stata preventivamente liquidata dagli Usa – ma l’alternativa è la guerra senza fine.

Qui, va rimarcato che la «posizione cinese» si discosta da quella occidentale perché considera di fatto i propositi di allargamento della Nato a Oriente un atto ostile al pari dell’invasione russa. Di conseguenza, bisogna sì rispettare l’integrità territoriale, ma anche prendere in considerazione le «legittime preoccupazioni» del tuo vicino. Tu non puoi ottimizzare la tua sicurezza se questo va a scapito della sicurezza – o della percezione di sicurezza – altrui.

Questa è una vera e propria ipotesi di pace post-westfaliana – ancorché embrionale – e arriva da Oriente: ogni Stato-nazione non ha il diritto di ottimizzare la propria sicurezza fino a limiti sanciti dal diritto internazionale, un diritto creato in un ben preciso momento storico e nel quadro di ben precisi rapporti di forza, poi puntualmente disatteso dalla potenza dominante. Bisogna invece porsi dei limiti in partenza, assumere su di sé l’impegno a non «preoccupare» il vicino.

Ciò che importa sottolineare è che l’approccio cinese sembra discendere non solo da interessi e circostanze del momento – che pure ci sono, in primis la partnership necessaria con la Russia nel quadro delle attuali tensioni internazionali – ma da un pensiero che arriva da lontano, lontanissimo.

Zhao Tinyang, filosofo politico, professore all’Accademia cinese di scienze sociali di Pechino, ha rielaborato in anni recenti un modello politico che reggeva la Cina tremila anni fa, ai tempi della dinastia Zhou: quello del Tianxia, ovvero «tutto sotto il cielo» (di Zhao è accessibile in inglese il libro All Under Heaven: the Tianxia system for a possible world order, University of California Press).

Il Nuovo Tianxia di Zhao presuppone tre principi o concetti: l’internalizzazione del mondo. Tutto il mondo diventa un problema interno, non esiste più l’esterno. «Questo risolve un vecchio problema spinoso delle scienze politiche ed economiche, il ritenere che tutte le sfide e le difficoltà derivino da negatività esterne. Se tutto viene internalizzato, non esistono più negatività esterne. Rimangono le contraddizioni, ma del tipo che Mao chiamava le contraddizioni all’interno del popolo. Se le contraddizioni nei confronti del nemico si possono trasformare in contraddizioni interne sono più facilmente risolvibili, senza per questo negarle», ci ha detto Zhao in una recente intervista.

Poi c’è la razionalità relazionale – contrapposta alla razionalità individuale dell’Occidente – secondo cui la minimizzazione dei danni reciproci deve avere la priorità sulla massimizzazione degli interessi di parte. Infine c’è il miglioramento confuciano, che si ispira al miglioramento paretano (di Vilfredo Pareto), secondo cui va bene il miglioramento individuale che non incide sulla condizione degli altri perché, aritmeticamente parlando, determina comunque un aumento dell’efficienza complessiva del sistema. Il miglioramento confuciano di Zhao considera positivo il miglioramento della condizione economica di un individuo solo se questo ingenera anche un miglioramento della condizione degli altri, non basta il «non peggioramento» della situazione altrui. «Io invece penso in termini psicologici», ci ha detto Zhao. «Non possiamo essere contenti se Elon Musk si arricchisce ogni giorno di più mentre noi restiamo fermi dove siamo. Penso che la sola matematica non basti. Se una società diventa ricca, ogni suo membro deve essere coinvolto, anche se in diversa misura, in questo arricchimento».

Si tratta di un approccio morale invece che legale alle relazioni internazionali – con tutto ciò che comporta in positivo e negativo – ma è indubbio che sulla base di questi tre principi non ci sarebbe mai stata una «Nato globale» e quindi, probabilmente, una guerra in Ucraina.

La leadership cinese si ispira a questi principi? Sicuramente, oltre che nell’elaborazione recente di una pace possibile, si trovano degli indizi di teoria del Tianxia in alcune costanti della politica cinese sia interna che esterna. Cito ad esempio il mantra del rapporto «win-win» (in cui vincono tutti) e il principio di non intromissione (quindi di non espansione del proprio modello/interesse) nelle relazioni internazionali; in politica interna, il patto non scritto tra governante e governati, per cui l’esclusiva del potere deve essere a beneficio di tutti, oppure il freno politico posto a quei settori dell’economia che sembrano espandersi troppo, destabilizzando l’economia.

Proprio come nel caso del Jack Ma da cui eravamo partiti.

Siamo lì, attraversiamo il fiume tastando le pietre – come diceva Deng Xiaoping – osserviamo senza essere troppo sicuri delle conclusioni, ma ci sentiamo di dire che la Cina potrebbe (condizionale d’obbligo) scompaginare un modello eccessivamente deterministico per cui il capitalismo, a partire dal 1914, produce inevitabilmente guerra. Ferma restando la violenza intrinseca al capitalismo stesso e la contraddizione rappresentata dalla sua pretesa di infinita espansione.

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