Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/08/2026
Facciamo un po’ di chiarezza sul woke
La discussione ha preso spunto da alcune recenti dichiarazioni di Alexandra Ocasio-Cortez. Dopo aver rilanciato il tweet del consigliere newyorchese Chi Ossé (“woke 1.0 was crazy”), la deputata democratica si è dissociata da alcuni punti del programma nazionale dei Democratic Socialists of America (DSA).
In particolare, si è detta in disaccordo con le proposte di definanziamento del dipartimento della difesa e della polizia, di chiusura delle basi militari all’estero, di amnistia per tutti i migranti, di trasformazione degli Stati Uniti in una repubblica parlamentare monocamerale con elezioni su base proporzionale, di proprietà pubblica delle imprese più grandi e delle industrie essenziali.
Allo stesso tempo, ha affermato di volersi concentrare sulla sanità, l’aumento dei salari e i diritti sindacali. Così facendo, Ocasio-Cortez è venuta a patti con le regole non scritte della politica statunitense per accreditarsi come aspirante candidata presidenziale.
Quali sono i gravi misfatti del woke 1.0? Nei giorni scorsi, la stampa statunitense ha citato, a titolo di esempio, l’innocua richiesta di avere un presidente di consiglio comunale non maschio bianco etero, l’affermazione che Dio non è binario (in ritardo di oltre 40 anni rispetto a Papa Luciani), ma soprattutto, sacrilegio che ha fatto grande scalpore oltreoceano, la richiesta da parte della candidata DSA Francesca Huang di cancellare il Ringraziamento perché, fatto innegabile, questa festività celebra il colonialismo.
Il nuovo woke 2.0 sarebbe immune da questi pericolosi estremismi anticolonialisti, pacifisti, antisessisti, addirittura parlamentaristi, per concentrarsi finalmente sugli interessi materiali delle famiglie dei bravi lavoratori senza grilli per la testa, che vogliono mangiare spensierate il tacchino a novembre.
Storicamente, il termine woke, letteralmente “sveglio”, nasce nell’inglese afroamericano dall’espressione stay woke, “resta vigile”, usata già nella prima metà del Novecento per invitare la comunità a mantenere la consapevolezza (wokeness) dei pericoli del razzismo istituzionale negli Stati Uniti.
Il suo significato politico trova grande diffusione con Black Lives Matter nel 2013-2014, quando wokeness indica soprattutto la consapevolezza del carattere sistemico del razzismo. Negli anni successivi, il termine amplia il proprio significato, arrivando a comprendere la sensibilità verso un insieme più vasto di discriminazioni e disuguaglianze, legate al genere e all’orientamento sessuale. In questo modo, il termine si mescola con filoni preesistenti quali la identity politics, il multiculturalismo o la political correctness.
Parallelamente, woke comincia a essere usato ironicamente, anche a sinistra, per criticare forme di progressismo prevalentemente simbolico o ostentato, in analogia a quanto avveniva in precedenza con il politicamente corretto e, dalla seconda metà degli anni Dieci, viene appropriato dalla destra come termine polemico contro la sinistra in generale.
Nel dibattito contemporaneo woke è quindi diventato un termine-ombrello, che viene usato in modo impreciso e strumentale dalla destra, ma spesso anche dalla “sinistra” moderata, per attaccare le idee progressiste, pacifiste, socialiste, anticolonialiste e antimperialiste.
Ad esempio, secondo il politologo Carlo Galli il woke coincide “con l’esercizio della critica che mette in discussione quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili – per esempio, che i generi siano soltanto due...”, ma “non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo... la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili”.
Qui, passatemi la battuta, al poeta greco viene assegnata la parte del tacchino, così come a Cicerone perché, secondo l’ex primo ministro Giuseppe Conte, entrambi sarebbero stati trattati come suprematisti bianchi dai sostenitori del woke. Peccato che si tratti di una vecchia fake news a cui potrebbe dare credito un Salvini o un Vannacci.
Perché non citare casi politicamente molto più significativi di cosiddetta cancel culture, come la rimozione di denominazioni e simboli confederali, la ridenominazione di edifici dedicati a personaggi compromessi con la schiavitù e il colonialismo, la rimozione, talvolta solo tentata, di statue dedicate a Cristoforo Colombo, Cecil Rhodes, Edward Colston, Winston Churchill, tutti dimostrabilmente implicati nella schiavitù o nel colonialismo?
Probabilmente perché avrebbe reso il woke meno folkloristico agli occhi dei lettori, ma anche perché avrebbe costretto a parlare di temi più sostanziali, che restano eccessivamente scomodi per le élite occidentali.
Forse non è proprio un caso che il passato debba essere così intoccabile, quando è alla base dei privilegi economici di cui una larga parte delle popolazioni occidentali gode tutt’oggi.
Né è strano che a difenderlo da una tribuna al di sotto di ogni sospetto sia una pattuglia di nativi europei, uomini e donne maturi, mediamente benestanti e istruiti. Tanto più se si rafforza, anno dopo anno, la richiesta di riparazioni per i crimini e per i danni provocati dalla schiavitù e dal colonialismo, e se l’economista indiana Utsa Patnaik ha quantificato in 45 trilioni di dollari (17 volte il PIL odierno del Regno Unito) il furto di risorse perpetrato dall’impero britannico in India, mentre Jason Hickel ha calcolato che, dal 1960 al 2021, i paesi occidentali hanno drenato dal Sud globale l’equivalente di 152 trilioni di dollari, proprio grazie ai lasciti di quella storia che gli intellettuali di Repubblica vogliono difendere a tutti i costi e che è viva e vegeta ancora oggi nella politica militare estremamente aggressiva dell’Occidente.
Lascio giudicare ai lettori quanto possa essere credibile la “sinistra della ZTL” quando raccomanda maggiore attenzione ai diritti sociali, lavorativi e ai salari.
Il fortissimo sospetto è che la sinistra istituzionale nostrana, sempre alla ricerca di bussole oltre Atlantico, cerchi disperatamente di riportare negli argini un’opinione pubblica che, durante le mobilitazioni a supporto della Palestina, ha cominciato ad abbracciare idee pericolose, costringendo l’opposizione parlamentare a rincorrerla su un terreno anticolonialista e antimperialista che resta totalmente, e non casualmente, indigeribile per il mainstream e per l’opposizione stessa.
Al contrario, per chi vuole veramente cambiare le cose, la wokeness (coscienza) resta uno strumento insostituibile. Scordiamoci che possa esistere una strada per migliorare la condizione economica della maggioranza della popolazione italiana, senza continuare a sfruttare gli altri popoli, che non passi dalla decostruzione dei meccanismi materiali e simbolici alla base della società occidentale, includendo tra questi la persistente presa che le retoriche escludenti ed eurocentriche esercitano su una parte considerevole dell’opinione pubblica.
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19/07/2026
“Dopo Netanyahu non cambierà nulla”
“Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato in abito regionale e anche se le elezioni del prossimo autunno vedessero l’uscita di scena di Netanyahu, le cose non cambieranno in alcun modo”.
Gideon Levy, editorialista di lungo corso del quotidiano Haaretz, nonché figura centrale e controversa – per il suo coraggio – nel dibattito politico israeliano, ribadisce la sua posizione estremamente critica sia nei confronti del governo di Tel Aviv che dell’opposizione, sostenendo che ormai non c’è più alcuna possibilità di un cambiamento dall’interno per la società israeliana.
Alla luce degli ultimi sviluppi a Gaza, in Libano e in Iran, come descriverebbe oggi la strategia complessiva di Israele e i suoi reali obiettivi?
Finora Israele non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato e credo che non li raggiungerà neanche in futuro.
In Libano, per esempio, per la prima volta nella storia c’è un governo che dichiara di essere disposto a negoziare una pace permanente con Israele. Ma Tel Aviv non reagisce a questa offerta storica. Potrebbe intanto fare un accordo con Beirut, e poi cercare insieme di capire cosa si possa fare nei confronti di Hezbollah.
Dire di no al governo libanese e continuare i bombardamenti, le evacuazioni di milioni di persone e la distruzione dell’intero sud del Libano è folle. E di questo, purtroppo, si discute pochissimo nel mio Paese. Dal 7 ottobre in poi, gli israeliani credono di avere il diritto di fare qualsiasi cosa.
E la fanno, con il sostegno di Trump. Oggi in tutto il Medio Oriente ci sono circa 6 milioni di persone sfollate dalle loro case e gran parte di loro non vi farà mai ritorno. È normale che vivano ormai da quasi tre anni nelle tende, senza elettricità? In Libano oltre un milione di persone hanno perso la casa, e parte di loro non potrà mai tornarvi.
Inoltre, dal punto di vista della sicurezza, adesso Israele non è più forte, al contrario: qualche giorno fa siamo stati presi di mira con missili balistici per diciassette ore, non era mai successo prima d’ora. Quello che ci troviamo di fronte è uno scenario folle, e solo la comunità internazionale può fermarlo.
Lei ha spesso criticato la società israeliana per la progressiva assuefazione alla guerra: vede ancora spazi interni di dissenso o cambiamento significativo dell’opinione pubblica?
Dopo il 7 ottobre c’è stato un cambiamento drammatico nell’opinione pubblica del mio Paese, e temo che sia stato irreversibile. Gran parte degli israeliani credono che Israele non debba avere più alcun limite, né legale, né morale.
Anche la minoranza che credeva ancora nella pace con i palestinesi, ormai non ci crede più. La nozione del “o noi o loro”, tipica della destra, ha un consenso assai diffuso, con conseguenze davvero terribili. In Israele si protesta solo su questioni secondarie.
L’unica vera linea di frattura profonda nella società israeliana, negli ultimi anni, è Netanyahu sì o no. Netanyahu è lo statista israeliano più amato e più odiato di sempre, e chi lo sostiene lo segue ciecamente, qualunque cosa faccia, e chi lo oppone lo osteggia qualunque cosa faccia.
Ma alla fine dei conti, questa divisione non porta da nessuna parte, perché chi lo osteggia ha pochissimo da proporre come alternativa. Tutti i leader dell’opposizione erano favorevoli alla guerra in Iran, a quella in Libano e alla distruzione di Gaza. Nessuno di loro ha nemmeno provato a protestare contro il genocidio. Lo sostengono tutti e vogliono che l’occupazione continui per sempre.
In Israele i movimenti per la pace e le giovani generazioni non possono indurre una certa speranza nel futuro?
Direi proprio di no. Il 7 ottobre è stato raccontato agli israeliani come la seconda terribile catastrofe del popolo ebraico dopo l’Olocausto, in alcuni casi si è arrivati addirittura a metterli sullo stesso piano, e questo ha distrutto buona parte di quello che rimaneva del mondo pacifista che oggi non esiste praticamente più. Pochissimi continuano a parlare di pace, è un tema completamente fuori dal dibattito pubblico.
Quanto ai giovani, al contrario di quanto accade in molte società europee dove i giovani sono più pacifisti e più di sinistra rispetto alle generazioni anziane, in Israele vanno nella direzione opposta. E ciò mi rende ancora più pessimista per il futuro. Non vedo alcuna speranza di un cambiamento che possa venire dall’interno della società israeliana. Deve venire giocoforza dall’esterno.
Per quanto riguarda Gaza, come interpreta il rapporto tra la realtà di una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi e la narrazione politica ufficiale israeliana e occidentale?
Gli israeliani non sono scossi da quanto accade a Gaza perché nessuno gliel’ha mostrato. I mezzi di informazione, di proprietà privata e piuttosto liberali, hanno deciso di non mostrarlo. Un israeliano medio ha visto molto meno di Gaza negli ultimi tre anni rispetto a qualsiasi abitante di un piccolo paese italiano di montagna.
Il fatto che gli israeliani non vogliano sapere, e che i media non glielo mostrino, permette loro di vivere in pace con se stessi e di credere che tutto ciò che è stato fatto a Gaza sia legale e morale. Possono continuare a credere, e lo credono davvero, che chiunque osi alzare la voce, e abbia una coscienza, sia un antisemita. Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza.
Vive in una posizione molto strana e senza precedenti storici, in cui un popolo responsabile di un genocidio crede di essere la vittima.
La mia impressione è che ora anche il mondo stia dimenticando Gaza. Parlo con i miei amici lì e piango. Non c’è alcuna intenzione di ricostruire la Striscia. Gaza è un cimitero e può restare così per anni. Toccherebbe alla comunità internazionale riportarla all’ordine del giorno e approvare sanzioni come fu fatto tanti anni fa nei confronti del regime sudafricano.
L’UE ha sanzionato ripetutamente la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina ma non Israele. Forse l’invasione di Gaza è meno brutale? Basta condanne formali, servono le sanzioni.
Papa Leone dovrebbe andare a Gaza?
Sì, e sono molto deluso che non ci sia ancora ancora andato. Avrei voluto sentirlo annunciare un viaggio nella Striscia e magari vedere Israele che glielo impediva. In ogni caso Leone XIV doveva almeno provarci, dire chiaramente: “voglio entrare a Gaza e voi non avete alcun diritto morale di impedirmelo”. Credo proprio che in quel caso il governo di Tel Aviv non avrebbe potuto dire di no al Papa.
Quanto potrebbero pesare le elezioni previste nell’autunno prossimo nel ridefinire la direzione del Paese e la leadership attuale?
Il genocidio a Gaza non influenzerà il voto in alcun modo. Ad oggi sembra assai improbabile che Netanyahu possa essere in grado di formare il prossimo governo. Non c’è un solo sondaggio che dia la maggioranza a lui e ai suoi alleati.
Ciò non mi rallegra, perché so bene qual è l’alternativa e vi invito a non cadere nella trappola in cui cadono molti in Europa: aspettare semplicemente che Netanyahu se ne vada e poi credere che tutto si risolva per il meglio come se lui fosse l’unico problema.
Il primo candidato alternativo, quello che oggi ha le maggiori possibilità, è Naftali Bennett, che per anni è stato segretario generale del movimento dei coloni. Cosa possiamo aspettarci da un uomo del genere?
Il secondo candidato serio è Gadi Eisenkot, che ha ricoperto vari incarichi, gestendo l’occupazione in qualità di generale. Vi pare credibile immaginare una nuova direzione politica? Davvero pensate che gente come loro, che non ha mai trattato i palestinesi come esseri umani possano cambiare le cose?
La verità è che propongono solo cambiamenti cosmetici nella vita interna di Israele. Tutti i governi europei li accoglieranno con entusiasmo, ma tanto grande sarà la gioia, altrettanto grande sarà la delusione perché quei due non faranno nulla per risolvere i veri problemi del nostro Paese.
La soluzione “due popoli due Stati” appare ormai del tutto irrealizzabile, eppure molti leader politici continuano a parlarne.
Con 700mila coloni e circa 1,5 milioni di dunam [1.500 km²] sottratti in Cisgiordania con la violenza soltanto negli ultimi due anni, non c’è più alcuno spazio per uno Stato palestinese. E in Israele nessuno è disposto a evacuare quei criminali dai territori che hanno occupato.
Dobbiamo affrontare la realtà. Tutti coloro che sostengono ancora la soluzione “due popoli due Stati” – l’UE, l’Autorità Palestinese, gli Stati Uniti, il mondo arabo – sono ben consapevoli che non si avvererà mai. Continuare a parlarne gioca a favore dell’occupazione.
Lo dico da molto prima del 7 ottobre: non c’è altra soluzione che creare un unico stato democratico che garantisca uguali diritti a tutta la popolazione. Dobbiamo dimenticare il sionismo e iniziare a parlare di “una persona, un voto”. Israele si opporrà dichiarando ufficialmente di essere uno Stato di apartheid.
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29/06/2026
Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza
La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).
Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora che Bruxelles e Washington dovrebbero convincere Kiev ad accettare un accordo di pace con Mosca, anche a costo di rinunciare a parte del proprio territorio. A questi va aggiunto il 15% che è addirittura a favore di una totale interruzione del sostegno italiano all’Ucraina.
A queste posizioni si contrappongono il 23% che dichiara che Kiev vada sostenuta fino in fondo, fino alla riconquista dei propri territori, si tratta di una percentuale ancora minoritaria ma in aumento visto a dicembre era il 15%.
Contestualmente, c’è il 51% degli intervistati che vorrebbe ripristinare le forniture di gas dalla Russia, sia dopo un eventuale cessate il fuoco (27%) che senza (25%).
Coloro che invece si oppongono al ripristino delle forniture del gas russo sono solo il 28%, divisi tra quelli che negano in qualsiasi caso questa opzione (11%) e quelli che lo subordinano al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina (17%).
Raccoglie entusiasmi relativi anche l’opzione dell’adesione rapida dell’Ucraina all’Unione Europea. Il 41% è a favore dell’ingresso, anche se tre quarti sostengono che per l’Ucraina non si dovrebbero fare favoritismi e si dovrebbero invece rispettare le regole e le tempistiche previste anche per gli altri aspiranti paesi membri.
Il fronte del “no” incalza però da vicino con il 34% degli intervistati che sostengono come l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresenterebbe un rischio per i paesi membri, nonché un costo economico significativo.
Insomma, per la banda Calenda & Picierno e di tutti i volenterosi guerrafondai italiani sono risultati pesanti.
Il sondaggio dell’Ispi riguarda anche altri temi dell’agenda internazionali, dai quali emerge che nella guerra tra Usa e Iran i vincitori sarebbero i primi per il 14% e il secondo per il 22%. La grande maggioranza – il 55% – ritiene invece che non ci siano stati né vinti né vincitori.
Interessante il dato per cui il 36% ritiene che Usa e Ue dovrebbero “ostacolare il governo israeliano” mentre solo il 6% pensa invece che questo andrebbe sostenuto.
Il sondaggio rileva come solo il 6% ritenga che gli Stati Uniti siano oggi il principale alleato dell’Italia e il 38% pensa che “dovremmo essere più autonomi”.
E infine c’è la Cina, ritenuta dagli intervistati come un partner economico e geopolitico per il 48% e il 45% rispettivamente, mentre è ritenuta una minaccia economica dal 28% e geopolitica dal 32%.
Fonte
18/06/2026
Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna
di Silvano Cacciari
L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare. È una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.
Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.
Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa, attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.
La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing, come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generate dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.
Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità. Gli attori principali delle pratiche di astroturfing, che siano reali o generati da IA, si presentano “proprio come noi”, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.
La dieta mediale delle classi popolari britanniche, oltretutto, si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream – percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal – ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.
In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre. Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi, risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.
L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.
La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.
Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzato come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.
L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.
Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. La galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”.
Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze sono “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.
Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.
Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità:
- estetizzazione AI e meme: subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica;
- monetizzazione dei disordini in tempo reale: su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”);
- doxxing e coordinamento logistico: mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in strumenti di aggressione fisica.
Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.
Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale.
Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono.
Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile.
Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e i confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.
Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.
Inoltre, l’emergere dell’IA agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti IA introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).
In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente IA può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividersi compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.
Dal punto di vista comunicativo-politico, l’IA agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso:
grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei
profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e
all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-IA.
La seconda è l’ibridazione con utenti reali:
gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e
incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore
in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine.
La
terza è l’evoluzione temporale e adattiva:
gli sciami di agenti IA possono apprendere, evolvere tattiche e migrare
su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB
detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.
Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’IA agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.
C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere.
Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.
Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, i sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.
11/06/2026
L’effetto Gaza travolge il Labour: collassa il supporto ai “progressisti” britannici
La strutturale complicità nel genocidio dei palestinesi sta presentando un conto salatissimo al governo laburista di Londra. Un sondaggio commissionato da Palestine Solidarity Campaign (PSC) e Friends of the Earth UK e condotto dall’istituto Opinium, ha mostrato che il tema Gaza ha avuto e avrà un ruolo centrale nelle tornate elettorali delle isole britanniche.
Più della metà di coloro che hanno votato Labour e Keir Starmer, e che hanno intenzione di votare alle prossime elezioni generali, hanno dichiarato lo spostamento della loro preferenza verso altri partiti, che vanno dal centro alla sinistra dell’offerta politica, in virtù della risposta del governo alle iniziative israeliane e della cooperazione del Regno Unito con Tel Aviv.
I dati smentiscono categoricamente la narrazione secondo cui l’indignazione per la situazione a Gaza sia una preoccupazione di nicchia, settaria o legata esclusivamente alla comunità musulmana: si tratta invece di un fenomeno di massa che sta ridisegnando gli equilibri del panorama politico britannico. Come è evidente un po’ ovunque, la politicizzazione della crisi materiale ed egemonica occidentale è un fenomeno a cui nessuno può sottrarsi, non solo in Italia.
Il sondaggio, che traccia i flussi elettorali tra le elezioni generali del 2024 e le elezioni locali dello scorso mese, mostra che il 53% di coloro che sono fuggiti dal Labour per sostenere altri partiti di centro o sinistra indica esplicitamente tra i motivi di questa scelta il sostegno del governo Starmer a Israele (un po’ più del 21% “moltissimo”, il resto “in parte”).
Il 40,7% di coloro che ha votato Labour nel 2024 ha messo una croce sui Verdi (Green Party) alle scorse elezioni locali. Sono proprio questi elettori e i giovani in generale che hanno posto la pulizia etnica dei palestinesi come elemento dirimente nelle loro preferenze politiche.
Due terzi di chi ha sostenuto i Verdi di recente ha dichiarato che la situazione a Gaza ha avuto impatto sul proprio voto. Il 66% delle persone di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha affermato che gli eventi nella Striscia sono stati un fattore determinante; lo stesso vale per il 54% di coloro nella fascia d’età 35-49 anni, per il 49% nella fascia 50-64 anni, e per il 43% degli over 65.
È interessante il fatto che anche il 32% di coloro che hanno sostenuto i Liberal Democratici ha visto la complicità nei crimini perpetrati a Gaza come un fattore determinante per abbandonare il Labour, e questo vale per addirittura il 44% dei votanti che hanno scelto lo Scottish National Party, il Plaid Cymru o candidati indipendenti.
Un altro dato emblematico riguarda il “Pledge for Palestine” (l’Impegno per la Palestina), promosso dalla PSC: i candidati che hanno firmato il documento – impegnandosi a sostenere i diritti dei palestinesi, nel caso in cui venissero eletti – hanno vinto il 27% dei seggi in cui erano in corsa, tallonando la destra di Reform UK (30%).
Peter Leary, vicedirettore della PSC, ha affermato: “i partiti che hanno sostenuto la richiesta di azioni concrete, tra cui un embargo totale sulle armi e sanzioni di vasta portata contro Israele, sono stati ampiamente ricompensati”. Il sondaggio conferma che l’82% degli intervistati è favorevole a sanzioni contro Israele (solo il 5% è contrario). L’80% vuole il blocco totale della vendita di armi allo Stato sionista e il 75% quello del commercio legato ai territori occupati.
Sulla stessa linea di Leary si è mosso Finnian Murtagh, attivista di Friends of the Earth: “gli elettori vogliono partiti politici – e un governo – disposti a difendere i palestinesi, a proteggere le vite umane e a porre fine a decenni di devastanti abusi ambientali”. I nodi della crisi di modello vengono al pettine, e le rappresentanze politiche del passato che fino a oggi si sono presentate come la parte “progressista” della classe politica si dimostrano essere parte del problema.
Fonte
10/06/2026
Il mondo ritiene Israele uno stato canaglia
Il sondaggio, condotto tra febbraio e maggio 2026 in 36 paesi, dipinge uno dei quadri più cupi finora della posizione internazionale di Israele mentre la sua guerra genocida su Gaza continua a rimodellare le percezioni globali.
La maggior parte dei sondaggi è avvenuta dopo che Stati Uniti e Israele hanno lanciato una campagna militare contro l’Iran il 28 febbraio.
Secondo Pew, una media del 67 percento degli intervistati in tutti i paesi ha espresso un’opinione sfavorevole su Israele, mentre solo il 25 percento ha riportato opinioni favorevoli.
Le percezioni negative risultano particolarmente marcate in tutto il mondo musulmano, inclusi Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan e Turchia.
Tuttavia, il sondaggio ha riscontrato anche un’ampia opposizione in Europa, evidenziando come la critica a Israele si sia estesa oltre le regioni tradizionalmente avverse a Tel Aviv.
Uno dei risultati più sorprendenti del sondaggio è stato la profondità del sentimento negativo registrato in tutta Europa.
Pew ha rilevato che tutti i paesi europei intervistati hanno registrato valutazioni relativamente negative su Israele.
In Italia, Spagna e Paesi Bassi, circa la metà o più degli intervistati ha dichiarato di avere opinioni “molto sfavorevoli” sul paese.
I risultati suggeriscono che il malcontento pubblico verso le politiche israeliane non è più confinato a circoli di attivisti o particolari gruppi politici, ma si è profondamente radicato in ampi segmenti della società europea.
Pew ha inoltre riportato che le opinioni sfavorevoli su Israele sono aumentate dal 2025 in 13 dei 24 paesi in cui erano disponibili dati sulle tendenze.
In Argentina, ad esempio, le opinioni negative sono passate dal 46 percento lo scorso anno a una maggioranza del 55 percento oggi.
Aumenti significativi sono stati registrati anche in Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito.
La tendenza non indica solo critiche persistenti a Israele, ma anche un continuo deterioramento dell’immagine globale del paese.
L’indagine ha rilevato significative divisioni generazionali, in particolare in Nord America ed Europa.
I giovani adulti hanno costantemente espresso opinioni più negative su Israele rispetto alle generazioni più anziane.
In Ungheria, ad esempio, il 72 percento degli intervistati tra i 18 e i 34 anni aveva opinioni sfavorevoli su Israele, rispetto al 45 percento di coloro di 50 anni e oltre. Modelli simili sono emersi in numerosi paesi occidentali.
Anche l’ideologia politica ha avuto un ruolo importante.
Paese dopo paese, gli intervistati che si identificavano con la sinistra politica erano significativamente più propensi rispetto a quelli di destra ad avere opinioni sfavorevoli su Israele.
La divisione ideologica era particolarmente marcata negli Stati Uniti, dove l’83 percento dei liberal ha riportato opinioni sfavorevoli su Israele rispetto al 37 percento dei conservatori.
Sono stati registrati grandi vuoti anche in Australia, Grecia, Spagna, Canada, Svezia, Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi.
Il sondaggio ha rilevato risultati altrettanto desolanti per Netanyahu.
La maggioranza della popolazione nella maggior parte dei paesi intervistati ha dichiarato di avere poca o nessuna fiducia nella capacità del leader israeliano di gestire gli affari mondiali. In molti paesi, il rifiuto totale è stato particolarmente marcato.
Più della metà degli intervistati in paesi come Italia, Germania, Francia, Spagna, Svezia, Canada, Australia, Malesia, Pakistan e Turchia ha dichiarato di non avere alcuna fiducia in Netanyahu.
Pew ha inoltre rilevato che la fiducia in Netanyahu è ulteriormente diminuita dal 2025 in 13 paesi dove esistono dati comparabili.
In Italia, la quota di intervistati che non hanno espresso alcuna fiducia in Netanyahu è aumentata drasticamente dal 45 percento nel 2025 al 62 percento quest’anno. Cali simili sono stati registrati in Europa, Nord America, Asia e Africa.
I risultati del Pew arrivano in un contesto di crescenti prove di una trasformazione più ampia dell’opinione pubblica, anche all’interno del più importante alleato internazionale di Israele: gli Stati Uniti.
All’inizio di quest’anno, l’istituto Gallup ha riportato che gli americani non simpatizzano più con gli israeliani rispetto ai palestinesi, segnando la prima volta che Israele non gode più di un chiaro vantaggio da quando l’organizzazione di sondaggi ha iniziato a porsi la domanda nel 2001.
Secondo Gallup, il 41 percento degli americani ora afferma di simpatizzare di più con i palestinesi, rispetto al 36 percento che simpatizza maggiormente con gli israeliani. Solo un anno prima, gli israeliani avevano un vantaggio di tredici punti.
Gallup ha inoltre trovato un record di sentimenti favorevoli verso la Palestina e un sostegno quasi record per l’istituzione di uno stato palestinese indipendente, in particolare tra i giovani americani, i democratici e gli indipendenti politici.
Fonte
19/05/2026
Argentina - Il consenso di Milei crolla al 30 per cento
L’ultimo sondaggio della consultora Zubán Córdoba, diffuso il 16 maggio, mostra infatti un dato significativo: il 57,2 per cento degli argentini dichiara che non voterebbe Milei alle presidenziali del 2027. Solo il 18,7 per cento afferma con certezza che lo rieleggerebbe, mentre un ulteriore 12,7 risponde con un più incerto “potrei votarlo”. Un consenso potenziale che si aggira attorno al 30 per cento, cioè una cifra molto simile a quella ottenuta da La Libertad Avanza alle primarie del 2023.
Il dato interessante è che il rifiuto del presidente attraversa praticamente tutte le fasce sociali e generazionali. Anche tra gli uomini, segmento che nel 2023 era stato uno dei principali bacini elettorali del leader libertario, il “non lo voterei” supera il 55 per cento. Tra le donne il rigetto sale oltre il 58 per cento. Ancora più rilevante è la caduta dell’adesione emotiva al progetto mileista: a gennaio il 43 per cento degli intervistati riteneva che “le misure del governo fossero necessarie anche se dolorose”; oggi quel sostegno è precipitato al 32 per cento.
Dietro questi numeri ci sono mesi di austerità feroce. I tagli alla spesa pubblica, la demolizione di programmi sociali, l’attacco al sistema universitario e alla sanità, insieme al crollo del potere d’acquisto, stanno colpendo settori che inizialmente avevano guardato con simpatia al presidente. La promessa di stabilizzazione economica si è tradotta per milioni di persone in precarietà, disoccupazione e impoverimento accelerato.
È in questo contesto che sono tornate con forza le mobilitazioni di piazza. Le grandi manifestazioni universitarie, gli scioperi generali convocati dalla Confederación General del Trabajo, le proteste dei pensionati e le iniziative dei movimenti sociali hanno mostrato che l’opposizione al governo non è confinata alle strutture del peronismo tradizionale, ma attraversa pezzi importanti della società argentina. Le piazze hanno ricominciato a riempirsi attorno a una parola d’ordine semplice: fermare la distruzione del tessuto sociale.
Di fronte a questa situazione, Milei sembra aver scelto l’escalation permanente. Gli attacchi ai giornalisti sono diventati quotidiani, con insulti pubblici e aggressioni verbali sempre più esplicite. Il presidente ha trasformato il conflitto con la stampa in un pilastro della sua comunicazione politica, cercando di mantenere mobilitata la propria base più radicalizzata. Ma anche questa strategia mostra segni di usura. Persino media non ostili al governo iniziano a parlare apertamente di isolamento politico e perdita di controllo del consenso.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono gli scandali che hanno colpito figure centrali dell’esecutivo, come le accuse di arricchimento illecito rivolte al portavoce e capo di Gabinetto Manuel Adorni. Episodi che si sommano alla crescente percezione di un governo incapace di mantenere la promessa anti-casta con cui aveva conquistato parte dell’elettorato.
Il punto centrale, però, è che il progetto mileista continua a mantenere una base sociale consistente, anche se minoritaria. La crisi del peronismo, le divisioni dell’opposizione e la frammentazione politica impediscono per ora la costruzione di un’alternativa chiara. Per questo la partita argentina resta aperta: da una parte un governo che perde consenso ma conserva capacità egemonica; dall’altra una società che torna a mobilitarsi senza aver ancora trovato una sintesi politica capace di trasformare il malcontento in proposta.
L’Argentina entra così in una nuova fase. Non più l’euforia del “fenomeno Milei”, ma una stagione di logoramento, conflitto sociale e polarizzazione crescente, in cui le strade e i sondaggi iniziano finalmente a raccontare la stessa storia.
Fonte
17/05/2026
Palestina, la radicalizzazione algoritmica
di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei
gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a
un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha
alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico.
Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha
operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker
politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la
nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come
TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri.
Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli
under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si
informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media,
segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo
orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità
istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In
questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio
strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a
Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di
immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale,
spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere
con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze
dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha
trasformato il campo di battaglia della legittimità politica
internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a
relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente
nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione
pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per
una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare
il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i
contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione
morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.
3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo
di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di
“intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento
dell’utente a livello micro – replay, like, commenti e tempo di
permanenza su un frame – per inferire interessi e regolare le
raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo
design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a
narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito
“arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da
immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo
potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto
alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari
tecniche. Questa dinamica crea una circolarità: l’utente che
interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce
di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e
marginalizzando i punti di vista israeliani, di fatto privi di appetibilità algoritmica.
La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok: l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.
4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali
tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della
sovranità informativa. Questo ha portato a ciò che alcuni analisti
chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di
attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano
la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori
democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha
cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità
mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti
come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto
che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su
una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e
tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è
entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità
e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a
definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di
superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a
una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato
limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha
lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto
non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage
Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di
contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da
Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza
influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica
americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano
credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di
Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con
le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e
attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono
contenuti patinati ed embedded con l’esercito, il feed globale viene
inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come
più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e
professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per
creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale
operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti
tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste
iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i
propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della
narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività
ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società
israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a
scalfire le percezioni internazionali.
5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della
causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del
linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di
comunicazione del XX secolo – basata sul controllo dei messaggi e sulla
narrazione istituzionale – la controparte ha utilizzato un fiume di
formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending
che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori
rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si
limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e
della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing)
per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto
l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre
template memetici principali che alimentano flussi affettivi di
contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali
per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il
messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets),
funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video
provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza
condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei
panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto
emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione
attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di
validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele
di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o
palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo
premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji
dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno,
noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura
automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a
limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o
“Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso,
verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che
trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di
mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi
di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un
frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la
radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la
radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi
di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del
mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la
controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti
culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci
capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di
massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da
veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le
culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi,
considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza
dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie, percepiti
come oggetti autentici. Questa visione, un po' troppo influenzata dalla
vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione
politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la
radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno
fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto
culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo
rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di
“spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa
palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento,
comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione
precede sempre la ragione.
6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme
superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio
(comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla
più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove
tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che
un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia
della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale.
Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini
satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana
la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della
radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia
tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele
può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può
spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati
in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La
radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale
separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo
Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si
integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band
Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale
nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio
dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale,
ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e
della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme.
Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o
con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di
superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale
che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto
fondamentale.
7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è
intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è
verso la viralità, l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel
contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche
strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale,
resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla
narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica,
statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha
continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza
delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il
“feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le
mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma
perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore
fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI
secolo.
Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere
all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire
che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella
capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della
radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo
del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se
non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti
affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa
capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le
architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai
modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle
armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di
trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i
telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che
premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.
Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)
01/05/2026
Le guerre di Israele non finiranno con Netanyahu
È facile sostenere che la nuova dottrina militare israeliana si basi sulla guerra perpetua, ma la realtà è più complessa.
Non che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si opporrebbe a un simile assetto. Al contrario, la sua incessante spinta verso l’intensificazione militare suggerisce proprio questo. Dopotutto, la sua dichiarata ricerca di un “Grande Israele” richiederebbe esattamente questo tipo di militarismo permanente: espansione senza fine e distruzione regionale continua.
Tuttavia, Israele non può sostenere indefinitamente una guerra a tempo indeterminato su più fronti.
I funzionari israeliani si vantano di combattere su “sette fronti”, ma molti di questi, in termini militari, sono in gran parte immaginari piuttosto che veri e propri campi di battaglia.
Le guerre reali, tuttavia, sono interamente opera di Israele: dal Genocidio di Gaza alle sue guerre regionali non provocate.
Ciononostante, questo fatto non deve impedirci di vedere un’altra realtà: nel periodo precedente alla guerra contro l’Iran e nell’aggressione crescente contro il Libano, c’era un consenso quasi totale tra gli israeliani di origine ebraica. Un sondaggio dell’Istituto Israeliano per la Democrazia condotto tra il 2 e il 3 marzo ha rilevato che il 93% degli israeliani di origine ebraica sosteneva l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran. Il sostegno era trasversale a tutti gli schieramenti politici.
Lo stesso entusiasmo per la guerra ha accompagnato il Genocidio di Gaza e le varie guerre e espansionistiche in Libano.
Persino Yair Lapid, spesso falsamente dipinto all’estero come una “colomba”, ha appoggiato pienamente queste guerre, ammettendo dopo il cessate il fuoco con l’Iran che Israele vi era entrato con un “raro consenso” e che le aveva sostenute “fin dal primo momento”.
Le sue ripetute critiche, come quelle di altri politici israeliani, non riguardano la guerra in sé, ma l’incapacità di Netanyahu di ottenere un risultato strategico.
Ed è questa la distinzione cruciale. Gli israeliani, nella maggior parte dei casi, appoggiano le guerre, ma molti non si fidano più di Netanyahu e della sua capacità di trasformare la distruzione in una vittoria strategica. A metà aprile, il 92% degli israeliani ebrei aveva espresso un giudizio positivo sull’esercito per la gestione della guerra con l’Iran, ma solo il 38% aveva dato un giudizio positivo al governo.
In altre parole, l’opinione pubblica crede ancora nella guerra, ma nutre crescenti dubbi sulla dirigenza che la conduce.
Questa distinzione potrebbe non essere rilevante per noi, dato che il risultato rimane comunque una strage, devastazione e violenza coloniale. Ma nei calcoli militari e strategici di Israele, ha un’importanza enorme. Le guerre israeliane hanno storicamente seguito uno schema ben preciso: schiacciare la Resistenza, imporre il Dominio militare e politico e trasformare la violenza sul campo di battaglia in espansione coloniale.
Netanyahu non ha realizzato nulla di tutto ciò.
Ecco perché la reazione in Israele al cessate il fuoco in Libano del 16 aprile è stata così forte, e perché i timori di una possibile situazione di stallo con l’Iran sono ancora più profondi.
Il cessate il fuoco in Libano non ha chiaramente garantito uno degli obiettivi principali dichiarati da Israele: il disarmo di Hezbollah. Israele ha mantenuto le truppe nel Libano meridionale, ma l’accordo ha interrotto le operazioni offensive ed è rimasto ben lontano dalla promessa “vittoria totale”.
Per molti in Israele, qualsiasi risultato che non sia una vittoria totale viene immediatamente interpretato come una sconfitta. Un dirigente regionale del Nord di Israele, Eyal Shtern, ha espresso questo sentimento con brutale chiarezza quando, in risposta al cessate il fuoco in Libano, si è chiesto come Israele fosse passato “dalla vittoria assoluta alla resa totale”, secondo quanto riportato dalla CNN.
Questa è la vera crisi che Israele si trova ad affrontare oggi: non aver scoperto i limiti della guerra permanente, ma aver scoperto ancora una volta che la violenza sterminatrice non produce automaticamente una vittoria politica.
Sebbene l’Iran possieda una leva politica che potrebbe consentire una tregua a lungo termine, o addirittura permanente, il Libano e la Siria rimangono in una posizione ben più vulnerabile. Tuttavia, nessuno si trova in una condizione più precaria dei palestinesi, in particolare quelli di Gaza.
A differenza di altri che conservano un certo margine politico e spazio di manovra, i palestinesi vivono sotto l’Occupazione, l’Apartheid e l’Assedio israeliano. Gaza, in particolare, è stata ridotta a un’enclave isolata e devastata.
Il suo assedio ermetico ha prodotto una delle catastrofi umanitarie più orribili della storia moderna: un’intera popolazione che sopravvive con acqua inquinata, infrastrutture distrutte, cibo estremamente scarso e migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie.
A parte la loro leggendaria fermezza, il Sumud, i palestinesi operano con forti limitazioni nella loro capacità di imporre condizioni a Israele, soprattutto perché quest’ultimo continua a ricevere il sostegno incondizionato degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali. Eppure la loro Resilienza, l’azione collettiva e la presenza costante rimangono potenti strumenti di pressione che non possono essere facilmente arginati.
Netanyahu, e coloro che verranno dopo di lui, troveranno sempre in Palestina uno spazio in cui condurre una guerra continua e a costi relativamente bassi per Israele stesso. A differenza di altri campi di battaglia, dove la guerra diventa insostenibile dal punto di vista politico, militare ed economico, Israele ha trasformato la sua Occupazione della Palestina in un campo di battaglia permanente.
Anche se Netanyahu, ormai politicamente indebolito e anziano, dovesse uscire di scena, il paradigma di fondo rimarrà intatto. I futuri dirigenti israeliani continueranno a fare la guerra in Palestina, non nonostante i costi, ma per i benefici che ne derivano: è finanziata, vantaggiosa dal punto di vista coloniale e politicamente sostenibile all’interno dell’attuale struttura israeliana.
Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono acquisire una reale influenza. Questa non può derivare da inutili negoziati o da appelli a un Diritto Internazionale a lungo ignorato. Può emergere solo da una Resistenza collettiva e costante al Colonialismo, rafforzata da un sostegno concreto da parte degli Stati arabi e musulmani e di autentici alleati internazionali, e amplificata da una solidarietà globale in grado di esercitare una reale pressione su Israele e, soprattutto, sui suoi principali finanziatori.
Per ora, Netanyahu continua le sue guerre perché non ha risposte ai propri fallimenti strategici. In questo contesto, l’intensificazione della guerra non è un punto di forza; è l’ultimo rifugio di una dirigenza incapace di ottenere la vittoria.
Questo, tuttavia, rivela anche qualcos’altro: Israele sta entrando in un momento di vulnerabilità senza precedenti.
Tale vulnerabilità deve essere denunciata, in modo chiaro, coerente e urgente, da tutti coloro che auspicano la fine di queste guerre insensate, la fine dell’Occupazione israeliana della Palestina e un percorso verso la giustizia che è stata negata fin troppo a lungo.
Fonte
30/04/2026
Gli Stati Uniti hanno perso il mondo arabo
A documentarlo sono i sondaggi condotti dall’Arab Barometer, progetto di ricerca internazionale che negli ultimi anni ha monitorato l’evoluzione dell’opinione pubblica in diversi paesi arabi. Le rilevazioni effettuate tra agosto e novembre 2025 in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, territori palestinesi, Siria e Tunisia confermano che il cambiamento registrato dopo il 7 ottobre non è stato episodico, ma strutturale. La fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti è quasi del tutto erosa.
La percezione diffusa è che Washington e molti dei suoi alleati europei abbiano adottato un approccio selettivo al diritto internazionale, risultando faziosi e moralmente compromessi. Alla domanda su quali paesi difendano maggiormente le libertà, contribuiscano alla sicurezza regionale e sostengano la causa palestinese, gli intervistati indicano sempre più spesso Cina, Russia e Iran piuttosto che Stati Uniti ed Europa. Non si tratta, tuttavia, di una piena adesione ai modelli politici di queste potenze, quanto piuttosto di un rigetto del ruolo occidentale.
La guerra a Gaza rappresenta il punto di rottura. La reputazione degli Stati Uniti è precipitata e non si è più ripresa. I dati sono eloquenti: solo il 12% degli intervistati in Giordania e nei territori palestinesi esprime un giudizio positivo sulla politica estera del presidente Donald Trump, percentuali che salgono appena al 24% in Iraq e al 21% in Libano. Fanno eccezione Marocco e Siria, dove il consenso resta più alto per ragioni specifiche legate a decisioni politiche favorevoli a Rabat e al nuovo governo siriano.
Nel complesso, però, prevale un giudizio negativo. Tra il 47% e il 66% degli intervistati nei vari paesi ritiene che la politica di Trump sia peggiore di quella del suo predecessore Joe Biden. Un dato che riflette non solo la gestione dell’offensiva israeliana contro i palestinesi, ma anche il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran e l’instabilità crescente che ne è derivata.
In parallelo, cresce il consenso verso la Cina, percepita come potenza emergente e meno compromessa. I livelli di approvazione di Pechino oscillano tra il 37% in Siria e il 69% in Tunisia. Anche la Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina, registra un aumento significativo del favore, superando gli Stati Uniti in molti paesi della regione. Più complesso il quadro relativo all’Iran, che continua a essere visto come una minaccia, soprattutto per il suo programma nucleare e la sua influenza regionale, ma beneficia di un crescente sostegno grazie alla sua opposizione a Israele.
Emblematico è il caso dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei (assassinato da Israele e Usa con l’attacco del 28 febbraio), la cui immagine è migliorata sensibilmente. In diversi paesi, la percezione della sua politica estera è passata da negativa a più sfumata, in un contesto in cui l’ostilità verso Israele e i suoi alleati occidentali tende a ridefinire le gerarchie di consenso.
Il nodo centrale resta infatti la questione palestinese. Secondo i dati dell’Arab Barometer, tra il 58% e l’86% degli intervistati nei vari paesi arabi considera gli Stati Uniti schierati con Israele contro i palestinesi. Anche l’Unione Europea è vista in larga misura come favorevole a Tel Aviv, sebbene con differenze tra i singoli paesi: Spagna e Irlanda godono di una percezione più positiva, mentre la Germania è spesso associata a un sostegno più netto a Israele.
Questa percezione si estende alle istituzioni internazionali. Una quota significativa di intervistati ritiene che anche le Nazioni Unite siano sbilanciate a favore di Israele, segno di una crisi più ampia di fiducia nell’intero sistema multilaterale. Non sorprende, in questo quadro, che Israele risulti il paese meno popolare in assoluto: in quasi tutti gli stati analizzati, meno del 5% della popolazione esprime un’opinione favorevole.
Eppure, nonostante la radicalizzazione delle posizioni, l’opinione pubblica araba non appare completamente chiusa a soluzioni diplomatiche. La maggioranza degli intervistati continua a sostenere la prospettiva dei due Stati.
Sul piano geopolitico, i dati dell’Arab Barometer lanciano un avvertimento chiaro: il declino di credibilità degli Stati Uniti rischia di tradursi in un progressivo allontanamento anche dei governi arabi, tradizionalmente legati a Washington. Pur essendo in gran parte autoritari, questi regimi non possono ignorare completamente l’opinione pubblica, soprattutto di fronte al rischio di proteste.
Segnali in questa direzione sono già visibili. Alcuni paesi del Golfo hanno espresso apertamente preoccupazione per l’escalation con l’Iran e valutano una diversificazione delle loro alleanze economiche e militari, rafforzando i legami con Cina e Russia. Allo stesso tempo, cresce la cautela nel mostrare apertamente cooperazione con gli Stati Uniti.
Il futuro, tuttavia, non è ancora scritto. L’esperienza della Francia dimostra che un cambio di posizione può produrre effetti tangibili: il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese nel settembre 2025 ha contribuito a migliorare sensibilmente la sua immagine nella regione.
Fonte