Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. È stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti.
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida statunitense. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati Uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa.
Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche.
Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
Come si vede, nella realtà dei fatti non c’è spazio per le infantili narrazioni alla moda, sui buoni e i cattivi che si contendono il mondo. C’è solo una brutale dinamica da guerra capitalista. Un tipico inviluppo imperialista, per dirla con Lenin. Le cui intuizioni restano superiori alle millanterie dei geopolitici di grido. E alle teorizzazioni di coloro, da Arrighi ad Harvey, che hanno provato ad annacquare la spiegazione capitalista della guerra in un imprecisato movente “statuale”.
Zelensky chiede perché la Russia, ricca di terre, pretenda ancora territorio. A domanda retorica risposta semplice: l’oggetto principale di tutte le guerre in atto non è il territorio, è la posizione gerarchica nell’ordine capitalistico futuro.
È dai tempi del “piano Keynes” che sappiamo come si governa una tendenza così perniciosa. Servirebbe una regolazione politica e non di mercato di squilibri internazionali altrimenti destinati a esondare nel sangue. Ma da questa ipotesi cooperativa siamo ancora lontani.
Per adesso, ci basta il conforto di vedere i due grandi capi insieme a Washington, seduti a sorseggiare un tè. Più i tempi sono cupi, più commettiamo l’errore di accontentarci di poco. Eppure, dal successo o dal fallimento di questi G2 ogni altra cosa del mondo è destinata a seguire.
Una rottura tra Xi e Trump alimenterebbe tutti i venti di guerra. Un sentiero di accordi tra i protagonisti, invece, costringerebbe gli attori secondari a rivedere i copioni bellici. Da Al Saud a Khamenei, e persino Netanyahu e Putin. Per ragioni di finanze e di interscambio, le loro guerre durano finché i due giganti le assecondano.
Con una eccezione: i cosiddetti “volenterosi” europei, con l’Italia nel ruolo di aspirante. Se la guerra in Ucraina sta diventando infinita, se siamo fermi all’accordo di associazione Ue-Ucraina che diede inizio al caos, lo dobbiamo a loro quanto al Cremlino. Di fatto, è l’unica cricca di paesi che potrebbe salutare con poco entusiasmo un eventuale cenno di pace dai vertici Cina-Usa.
Non è un accidente della storia. Anche qui, il punto è capitalistico. La suggestione di un nuovo militarismo verso l’esterno, che compensi il declino interno dei profitti, in Europa è più forte che altrove. Nelle speranze dei fondatori dell’Ue, dovevamo essere «agenti di pace nel mondo». Ci siamo ridotti a melliflui sabotatori della diplomazia internazionale.
Del resto, nel continente europeo la pulsione bellica è più diffusa di quanto sembri. Se non lo capiamo, è perché siamo arrivati alla follia di considerare i neofascisti in ascesa, militaristi, razzisti e simpatizzanti dei massacri di “islamici”, come “amici di Putin” e quindi baluardi di pace. Se il capitalismo americano decade, quello europeo è ormai in pieno delirio irrazionalista.
Anche un filotto di G2 sorprendentemente illuminati non potrebbe risolvere tutto. Serve che le velleità belliche europee siano schiacciate da un netto dissenso democratico. Da sinistra, perché ogni ipotesi di “pacifismo fascista” è solo una fantasia horror. In questo senso, pure un cambio nella politica estera di un paese laterale come l’Italia aiuterebbe.
In termini di risorse, logistica e disponibilità a militarizzare le vie commerciali, la linea di Meloni, Tajani e Crosetto è stata tra le più subalterne al bellicismo in tutta la storia repubblicana. Fare meglio non dovrebbe essere impossibile. Fare peggio potrebbe rivelarsi fatale.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/09/2026
Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
22/09/2026
I giornali italiani arruolati alla propaganda di guerra
L’ editoriale del Corriere della Sera di un giornalista di solito serio come Danilo Taino (“La guerra ibrida è tra noi”), indica come la propaganda di guerra abbia ormai perso i freni inibitori e istighi apertamente l’opinione pubblica a schierarsi – o almeno a non opporsi – al coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro la Russia.
Nell’editoriale del Corriere, non solo si fanno proprie tutte le panzane della propaganda di guerra diffuse in questi anni dagli ambiti Nato e dai guerrafondai europei (in particolare britannici, baltici e Polonia), ma si torna a maneggiare come una clava il tema della guerra ibrida come strumento indefinibile – ma ampiamente utilizzabile – per mettere il bavaglio a chi si oppone alla guerra e al riarmo. È diventata infatti ossessiva l’allusione a quel “il nemico è tra noi”.
In tal senso l’editoriale di Danilo Taino fa il paio con quello di alcuni mesi di Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, nel quale si affermava che “la guerra si vince innanzitutto sul fronte interno”, cioè azzittendo chi la contrasta all’interno del proprio paese.
Per il Corriere della Sera, ma non solo, quelli che non sono allineati con le pulsioni guerrafondaie di Bruxelles sono tutti agenti della Russia. Mai che venissero sfiorati dal dubbio che le istituzioni europee e le loro politiche economico/sociali fossero già abbondantemente odiate anche prima del febbraio 2022. Non a caso ogni volta che nei paesi europei si sono tenuti dei referendum in materia di trattati, le oligarchie europeiste sono sempre uscite sconfitte dal voto popolare.
Al contrario, nonostante i chiari segnali di indignazione popolare contro l’austerity e le conseguenze della “competitività”, hanno continuato ad andare avanti con il pilota automatico.
Lo si capisce quando l’editoriale sul Corriere scrive che: “La crescita della filorussa AfD in Germania, la possibile vittoria di Marine Le Pen (non schierata con l’AfD ma sensibile alle posizioni di Mosca) alle presidenziali francesi in aprile, le elezioni dell’anno prossimo in Spagna, Polonia, Italia, Grecia, Finlandia, Paesi baltici: Putin conta di mostrare appoggi tra gli elettorati e, allo stato delle discussioni, ha qualche buona chance di successo”.
La conclusione di questa disamina non è solo fuorviata e fuorviante, è decisamente inquietante. Secondo Danilo Taino “In questa strategia, le quinte colonne in Europa – partiti, movimenti, intellettuali, alcuni media – sono essenziali per il Cremlino”.
Dunque, fattori come il fatto che la maggioranza del paese sia contraria al riarmo e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra; che i giovani abbiano detto chiaramente che di “morire per Kiev” non ci pensano proprio (e non solo quelli di Cambiare Rotta ma, sorpresa, anche dentro i giovani del Pd); che il posizionamento sulla guerra potrebbe fare la differenza sui risultati delle prossime elezioni in Italia, non li sfiora nemmeno, al contrario spinge anche giornalisti fino a ieri attendibili ad arruolarsi vergognosamente nel partito della guerra.
Tant’è che l’editoriale del Corriere insiste nell’invocare ordine e disciplina sul fronte interno. “Sarebbe bene che chi ha al proprio interno quinte colonne filorusse, di destra o di sinistra – Francia, Germania, Italia, Spagna – chiarisca senza timidezze la realtà della situazione. In Italia, la discussione (si fa per dire) sui disertori, è una buona occasione per spiegare la sfida che ci sta di fronte”.
Questa logica, inevitabilmente, porta al bavaglio nell’informazione e alla repressione del dissenso politico in nome di quella che chiamano “guerra ibrida” e che questo, come altri documenti, definiscono ormai come una “sfida esistenziale” e che richiede anche il ricorso alla guerra contro la Russia.
È evidente come da tempo questo sia ormai l’ordine di batteria nelle redazioni dei giornali “europeisti” e reazionari come nei telegiornali pubblici e privati. Chi dissente, senza neanche un minimo di prova né di decenza, viene ormai considerato un agente del nemico. Si aggrappano a questa finzione per cercare di mantenere al potere le stesse classi dominanti che hanno portato alla regressione complessiva i loro paesi e le loro società.
La lotta aperta contro il riarmo e la guerra torna dunque ad essere uno spartiacque della politica e una clausola di salvaguardia sulla democrazia e sul futuro prossimo del nostro e degli altri paesi europei. Questa è la vera sfida esistenziale.
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18/09/2026
Ursula von der Leyen si incorona führer europeo
Fin dalle prime battute del “Discorso sullo stato dell’Unione Europea” letto da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento continentale è difficile, per un cittadino-suddito di questo insieme, non provare imbarazzo e rabbia.
Sentirsi dire che “Si tratta di un’Europa che sta assicurando la sua prosperità. Che si sta liberando dalla sua dipendenza tossica dai combustibili fossili russi. Questa è diventata la più grande potenza commerciale del pianeta. Ciò sta trasformando la sua politica industriale, pur sostenendo il nostro modello sociale unico” fa dubitare fortemente della sanità mentale della facente funzioni di presidente della Commissione (il “governo” della UE).
Un continente che vede sciogliersi come neve al sole il suo apparato industriale, a partire proprio da quella Germania che ha scelto questa aristocratica a digiuno di politica fin oltre i 40 anni (i 100.000 licenziandi di Volkswagen sono solo la prima pietra di una frana ciclopica). Che paga l’energia, ora, quattro volte di più rispetto a meno di cinque anni fa. Che ha perso valanghe di partner commerciali per seguire le sanzioni imposte dagli Usa o quelle decise in proprio. Che è costretto a sperare nella costruzione di droni e carri armati per sostituire quella di automobili ed elettrodomestici. Un continente così, la prosperità, la trova solo nei lontani ricordi...
E infatti VdL prosegue suonando la tromba di guerra: “Questa è un’Europa più capace di difendersi che mai. Un [soggetto] che ha radicalmente rivisto il proprio approccio per mettere in sicurezza le nostre terre. Che ha aumentato la spesa per la difesa di quasi l’80% solo negli ultimi cinque anni”. In barba all’austerità di bilancio, ottenuta tagliando (o prevedendo di farlo) tutta la spesa sociale che caratterizzava il “modello europeo”. Ossia la sua prosperità sociale...
Ma questo è solo l’incipit, e non serve a molto seguire le contorsioni ridicole del suo discorso. Meglio evidenziarne le “novità”.
La signora ha infatti annunciato, tra grandi cenni di assenso del premier Mark Carney, ospite d’onore in aula, che il Canada diventerà presto ‟membro associato” dell’Unione Europea.
Piccolo problema: nessuno degli attuali paesi membri ne sapeva ufficialmente nulla. Certo, è possibile che in qualche misura fosse stato accennato ai vari premier, ma le facce stupite di buona parte degli europarlamentari dimostra che questa “informazione secretata” non era circolata granché. Quindi non ha le caratteristiche di una “decisione concordata”, neanche informalmente.
Secondo problemino, più istituzionale. La formula del “membro associato” non esiste in nessun trattato costitutivo dell’Unione. O sei effettivo, o sei “candidato”, ovviamente sottoposto ad una serie di verifiche (cambiamenti delle leggi nazionali per adeguare la struttura interna compatibilmente con i trattati europei).
Ma il Canada non è il Kosovo o l’Albania, bensì un membro autorevole del G7. Ergo “si deve” fare uno strappo alle regole, anche perché il contrasto tra quel paese e l’America di Trump è questione freschissima, che richiede risposte in tempo reale.
Qui cascano – ci sembra – tutti gli asini “europeisti”, quelli che ancora adesso passano il tempo nei talk show a spiegarci che questa UE è una costruzione favolosa, rispettosa delle regole e della legalità, fondamentalmente paritaria e “democratica” ancorché “di secondo grado” (la formazione del “governo” continentale avviene distribuendo incarichi ai personaggi indicati da ogni singolo Stato nazionale, uno per paese).
Che la presidente della Commissione possa decidere in autonomia di ammettere un nuovo membro secondo una formula non prevista da alcun trattato – se la UE fosse una cosa seria – è certamente un atto illegale.
E non è l’unico, né forse il principale. Von der Leyen sembra insomma muoversi come se fosse Donald Trump, ossia un presidente reazionario, proto fascista, ma ufficialmente eletto con voto popolare. Mentre lei, oltre ad avere un indice di gradimento decisamente basso tra i cittadini europei (solo il 20% le dà un giudizio positivo), è persino sconosciuta ad altrettanti intervistati da un sondaggio di Public First. Un führer poco amato e semi-sconosciuto, ancora nell’ombra...
Ma non è la sola “illegalità” indicata nel suo discorso. Né forse la più grave.
Tutta l’esistenza della UE viene infatti declinata in termini di guerra. Lo spunto sono ovviamente le “minacce ibride” che, giura, ‟diventano sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Inutile fare l’elenco quotidiano degli avvistamenti di droni “presumibilmente russi”, blackout elettrici, disturbi alla telecomunicazioni, articoli di giornale non graditi, e quant’altro viene registrato dai media sotto questo titolo.
La signora passa direttamente alle contromisure. Tutte ovviamente militari e informative, per sviluppare capacità “contro ibride” non meglio specificate.
Il tutto per dar vita ad un ‟Protocollo di sicurezza d’emergenza”, sulla falsariga dell’articolo 4 della Nato, che vincoli tutti gli Stati membri ad applicare le misure decise dal braccio militare della Commissione. Che ancora non esiste, ma sarà presto creato, ovvio...
Un protocollo, fra l’altro, attivabile ogni volta che ‟secondo uno dei Paesi membri” sia minacciata la sua integrità territoriale, la sua indipendenza politica o la sua sicurezza. “Secondo”… Non serve un fatto o una prova, basta una “impressione”...
Immaginiamo l’Estonia della svalvolata “ministra degli esteri” Kaja Kallas – un milione e 300mila abitanti, meno della sola Milano – chiamare aiuto perché “secondo il governo” si stanno accumulando “minacce” nei suoi confronti. Che si fa? Si va tutti in guerra?
No, prima bisogna creare e far comandare un Consiglio di Sicurezza Europeo che valuterà l’entità delle “minacce” e disporrà le opportune contromisure. Vincolanti per tutti e 27 i paesi.
Come per la politica di bilancio dei singoli Stati, insomma, ci sarà un’“agenzia militare” composta secondo i normali criteri UE (uno o più rappresentanti per ogni paese) che deciderà della vita e della morte di quasi mezzo miliardo di persone – i cittadini UE sono 450 milioni – sulla base delle convinzioni più o meno informate di un gruppetto di “esperti”.
In barba ad ogni Parlamento e quindi ad ogni rappresentanza popolare, concentrando tutti i poteri decisivi – quello di far guerra è in cima a qualsiasi lista – in pochissime mani. Per di più manipolabili, vista la quantità di lobbies legali e non che circonda i palazzi della UE.
Ma “è necessario, per difendere la democrazia”, no?
P.s. Intervenendo stamattina al Parlamento Europeo, Mark Carney ha preso in misura sostanziale le distanze dalla “frettolosa” scelta di Ursula VdL di ammettere il Canada nell’Unione Europea come “paese associato”. Ha educatamente apprezzato l’offerta – “Accogliamo con favore questa ambizione”, anche perché “I sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza dei canadesi è favorevole a legami molto più stretti”.
Stretti, ma ancora indeterminabili e comunque tutti da discutere nelle sedi istituzionali del suo Paese. “Ci saranno dibattiti e ci sarà una votazione in Parlamento, ma a questo punto, questo è solo l’inizio del processo”.
Il che ripropone la domanda iniziale: ma la signora VdL, ci sta con la testa?
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16/09/2026
Saldi guerrafondai di fine stagione, si spera...
La situazione si complica e gli improvvisatori si moltiplicano. Da un lato abbiamo gli Stati Uniti che si vanno ripiegando sui loro equilibri interni, ormai a ridosso delle elezioni di midterm. Dall’altra l’Unione Europea alle prese con l’“abbandono” della protezione americana, che lascia loro in mano la bomba ucraina.
Se vivessimo in un mondo razionale, anziché nell’epoca in cui cala vistosamente l’egemonia occidentale sul pianeta, sarebbe abbastanza semplice pensare all’avvio di diversi processi di pace per metter fine ai numerosi conflitti che risultano ormai ingestibili e impossibili da vincere (Iran, Palestina, Ucraina, Libano, ecc.).
Ma funziona tutto al contrario. Negli Usa il Congresso ha dato un segno di vita, approvando una mozione che imporrebbe a Trump di metter fine alla guerra contro Teheran, dopo sette mesi altalenanti in cui i bombardamenti si sono fatti via via più sporadici e meno intensi, intervallati da dichiarazioni roboanti sulla vicina “vittoria”.
Anche stamattina, per dire, un costoso drone-spia è stato abbattuto dalla contraerea iraniana (quella che “non esiste più”, diceva Trump) mentre sorvolava l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz.
Sette repubblicani si sono uniti ai “dem”, evidenziando l’insofferenza per un conflitto che ha reso evidente agli occhi del mondo la caduta di “efficienza” della macchina militare Usa, con tutte le infinite conseguenze che questo potrebbe comportare a medio termine.
Ma i dubbi crescono anche dentro l’amministrazione Trump, con il vicepresidente J.D. Vance che ha accompagnato l’ennesimo carico di armi a Israele con l’avviso: Washington non può permettere che la sua politica estera in Medio Oriente sia “subordinata allo Stato di Israele”. Che – e sembra significativo anche l’uso dei verbi al passato – “è stato un partner importante per quanto riguarda la tecnologia militare e la condivisione di informazioni di intelligence”, ma “il popolo americano ha bisogno che prendiamo una direzione diversa”.
Dopo le elezioni, sia a Washington che a Tel Aviv, ci saranno probabilmente alcune novità...
In Europa, invece, sale la febbre guerrafondaia. Invece di ragionare seriamente sugli interessi immediati dell’insieme malfermo chiamato UE – costi dell’energia moltiplicati, problemi di rifornimenti stabili, crisi economica in parte autoimposta aderendo alle “sanzioni” unilaterali Usa, crollo del modello mercantilista continentale, assenza di un arsenale nucleare anche lontanamente paragonabile a quello russo, minorità assoluta sul fronte missilistico (gli ipersonici di Mosca non sono intercettabili), ecc. – tutto l’impegno appare concentrato sull’alimentare una escalation di allarmi che sta diventando ridicola per un verso, preoccupante per l’altro.
Non passa giorno, o anche mezzo, che non venga segnalato un “drone presumibilmente russo” che sorvola le aree di confine dell’est. Mai che venga fornita una mezza prova sull’origine effettiva, anche se l’analisi dei pezzi eventualmente caduti a terra potrebbe stabilirlo in tempi rapidissimi (ogni componente reca codici stampati inequivocabili).
In un caso, sulla Lituania, si trattava di uno stormo di uccelli, e si potrebbe ironizzare pesantemente su sistemi radar che non riescono a distinguere tra volatili con piume e velivoli con bombe...
I media ormai raggruppano tutte le notizie di guasti infrastrutturali sotto la voce “guerra ibrida”. In un paese si verificano danni alle rotaie di una ferrovia? È un “sabotaggio” da far risalire a Mosca... La rete telefonica funziona male? È un “attacco ibrido”. C’è un blackout elettrico? Idem... Le elezioni vanno male per chi è al governo? Colpa delle interferenze russe...
Ultima di stamattina: «Mosca prepara omicidi mirati in Usa e Ue», copiando – presumibilmente – quel che i servizi segreti ucraini fanno da quasi cinque anni a questa parte (bombe a Mosca, al gasdotto North Stream nel Baltico, contro un socio d’affari a Montecarlo, ecc.).
L’unico “avvertimento” vero arrivato dalla Russia – il drone che con precisione chirurgica, e dopo un preavviso, ha colpito la locomotiva del treno con a bordo i “consiglieri europei”, a partire dal solito Boris Johnson che già fece fallire di accordi di Istanbul nel 2022 – è stato invece derubricato a “ci vogliono spaventare”.
Ecco, questo scarto abissale tra realtà sul campo e “messaggistica pubblica” è forse la dimostrazione più chiara della miseria politica dominante nelle classi dirigenti del Vecchio Continente. Miseria complessiva, in senso stretto, su tutti i piani che contano (realismo, valori, equilibrio, etica, responsabilità, serietà, “professionalità diplomatica”, visione strategica, ecc.).
Giustamente gli analisti più seri – Lucio Caracciolo, per esempio, – sono ormai pronti a scommettere che questi “volenterosi europei” saranno velocissimi nel girare le spalle all’Ucraina e a chiunque altro non appena realizzeranno che loro, in questo mondo teso e tetro, non contano veramente niente.
La fine dell’Occidente “uber alles” richiederebbe serietà, non spataffiate retoriche recitate con l’antica postura coloniale, come se il mondo stesse ancora lì ad attendere che qualcun altro gli porti la “civiltà” insieme a un po’ di bombe e massacri.
A partire, ovviamente, dal fatto che se vuoi vivere in pace, sarà bene parlare con le controparti. Che ormai sono tante, numerose, tecnologicamente superiori o quasi (la Cina certamente), con popolazioni sterminate, mediamente giovani, acculturate.
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08/09/2026
Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace
Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che la guerra continua, e le potenze europee vogliono trovare il modo di farla continuare.
Dopo sette mesi di stallo (e dissanguamento ucraino), la Casa Bianca rilancia il dialogo tra Russia e Ucraina per definire una soluzione negoziata al conflitto. The Donald sta probabilmente cercando altre strade per glorificare il suo operato, dato che lo strangolamento di Cuba non ha dato finora i risultati sperati e l’aggressione all’Iran si è trasformata in una sconfitta strategica, con annesso rialzo dei prezzi dei carburanti anche negli States.
Il nodo economico rimane centrale nella diplomazia del tycoon. Sul tavolo del presidente russo, infatti, non sono finite soltanto le opzioni per la risoluzione delle ostilità, ma anche potenziali progetti di investimento congiunti di ampia portata tra Washington e Mosca. Il Cremlino, tuttavia, rifiuta tregue prolungate o vertici tripartiti con Stati Uniti e Ucraina, a meno che non servano per siglare un accordo definitivo, su cui l’intesa è ancora lontana.
Domenica, Kushner e Witkoff sono giunti a Kiev per la prima volta dall’inizio del secondo mandato Trump: per l’occasione, Putin aveva persino disposto una sospensione temporanea dei raid aerei sulla capitale ucraina per tre giorni. I due inviati hanno incontrato Zelensky e, successivamente, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito.
A Kiev le proposte statunitensi sono state accolte con un cauto ottimismo e giudicate da fonti governative più efficaci e attuabili rispetto al passato, riporta il Kyiv Independent. Tra i temi caldi del confronto hanno figurato la sicurezza delle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno e il sostegno economico e militare.
Zelensky ha dichiarato che si è parlato dell’autorizzazione per la produzione ucraina dei missili Patriot, rimasta in sospeso, senza però fare sostanziali passi in avanti. Allo stesso tempo, ha confermato il clima costruttivo delle discussioni, ribadendo come uno dei nodi più spinosi, quello delle cessioni territoriali, possa essere risolto solo tramite un incontro diretto con Putin.
Il presidente ucraino ha però respinto ogni illusione di una svolta immediata nel conflitto. La guerra continuerà almeno per tutto l’anno e probabilmente per l’inverno a venire. Del resto, in una nota della Casa Bianca inviata ad Afp e Axios dopo il confronto di Mosca si faceva riferimento a generici avanzamenti di cui si sarebbe dato conto nelle successive settimane: lo sguardo era già sul medio termine.
Al contrario, sul breve è la smania guerrafondaia a sostenere la giunta di Kiev. Da Londra e Parigi è arrivato il via libera per la produzione domestica del missile da crociera Storm Shadow, mentre la risposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alle accuse tedesche di aver orchestrato il fallito attentato dell’aeroporto di Lipsia-Halle è netta: per Mosca, “in linea di massima, è l’inizio di una vera guerra”.
L’escalation condotta dalle capitali europee prevede di integrare definitivamente l’Ucraina nel complesso militare-industriale del Vecchio Continente, così da renderla, oltre che laboratorio bellico sulla pelle degli ucraini, anche fabbrica e insieme destinatario della produzione di armi e armamenti europea. L’autorizzazione riguardante gli Storm Shadow va in questa direzione.
Allo stesso tempo, è evidente che né Kiev nei suoi alleati europei sanno più dove attingere per armare e finanziare l’Ucraina, che è sempre più allo sbando. L’unica strada è quella di usare gli asset finanziari russi congelati, ma per farlo bisogna trovare una soluzione legale che metta al riparo dallo sgretolamento di ogni fiducia nel sistema finanziario europeo.
Il problema è aggirare il blocco del Belgio, che detiene la maggior parte dei 210 miliardi di euro presso Euroclear, e teme giustamente i contenziosi che potrebbero ricadere sul paese. Una soluzione che viene sempre più paventata è quella di trasferire i soldi verso un nuovo depositario, con un’iniziativa di cui tutti i 27 membri della UE sarebbero corresponsabili.
Non ci sarebbe uno stato specifico su cui rifarsi, e il Belgio verrebbe così sollevato dalla paura delle ritorsioni. Ma i nodi legali e i possibili effetti economici rimangono inalterati. È il sintomo della corsa disperata alla guerra delle classi dirigenti europee, e anche la loro unica alternativa.
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03/09/2026
Militari al potere, con la collaborazione dei media
L’obiettivo appare scontato: utilizzare l’allarmismo per ottenere un consenso sociale – al momento inesistente, anzi... – al riarmo e, a seguire, le prospettive di una guerra.
Se ci fosse una preoccupazione reale per l’“espansionismo russo” vedremmo – sì – crescere l’allarme, ma anche prendere in esame le possibili soluzioni per evitare la guerra, ovviamente in compresenza di spinte guerrafondaie ben nutrite (dai costruttori di sistemi d’arma).
In fondo l’idea di andare allo scontro con una potenza che dispone di quasi seimila testate nucleari, nonché di missili ipersonici non intercettabili (significa che se un missile parte verso casa tua, sicuramente arriva a destinazione), dovrebbe far venire un brivido lungo la schiena soprattutto a chi governa questo sfortunato angolo di mondo, perché due informazioni attendibili sull’arsenale del nemico – contrariamente alla popolazione – le possiede certamente.
Invece, dalle “alte” (si fa per dire...) gerarchie europee alle ridicole macchiette nostrane, è tutto un friccicore di celodurismo dichiaratorio, posture “macho” in stile Kaja Kallas, “no pasaran” da guerriglieri dei Parioli...
Con un risvolto politico interno immediato e chiaro: chiunque metta in discussione questi governi, protesti in vario modo (dalle vertenze sindacali alle manifestazioni di dissenso) viene tacciato di essere un potenziale “agente putiniano”, quindi da tacitare, sanzionare, confinare (politicamente per ora), estromettere dal palcoscenico politico.
È il solito vecchio gioco dei regimi che vanno alla guerra (“taci! il nemico ti ascolta!”), quasi ridicolo per governi che traballano come una zattera nel mare in tempesta. L’Italia deve andare ad elezioni, Macron è da anni senza una maggioranza e cambia governi più spesso delle lenzuola, la Gran Bretagna idem, in Germania c’è un tale senza più maggioranza che parla come un nazista per rallentare l’arrivo dei nazisti dell’AfD... Ecc..
In questo solito vecchio gioco c’è comunque una stranezza che nessuno riesce a spiegare: il sistema mediatico pare impegnatissimo a indicare nel “nazista de noantri” – un ex generale che si propone di far tornare l’Italia all’epoca delle palafitte – il nemico assoluto, gonfiandone le (poche) iniziative e frasi fatte fino a farne il pilastro dei palinsesti e del dibattito politico.
L’idea, ritenuta evidentemente “geniale”, di presentarlo come un “agente di Putin” non appare peraltro in grado di frenarne l’ascesa nei sondaggi. E non dovrebbe sorprendere, in un paese in cui la contrarietà alla guerra e al riarmo supera in genere i due terzi dei cittadini.
Ciò nonostante si continua su questa solfa, ignorando completamente le (poche) ricostruzioni giornalistiche serie che hanno portato alla luce – nero su bianco, con nomi, cognomi e cifre – la rete di facilitatori-esperti-finanziatori-influencer che hanno strutturato il suo “movimento”.
Come i nostri lettori sanno, questa ricostruzione NON porta alla Russia, ma a Steve Bannon, stratega elettorale di Trump nel suo primo mandato, poi referente della Lega salviniana ed altri fascistoidi che volevano regalargli pure la Certosa di Trisulti. Nomi, cognomi, cifre.
L’altro elemento fondamentale completamente ignorato dai media è che i suoi “collaboratori” principali, compreso il candidato-sindaco di Milano, sono a loro volta alti o ex ufficiali delle forze armate, con una visibile preferenza per quelli dei “corpi speciali” o dei carabinieri.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea, nel giornalista medio, è semplice: com’è possibile che il fior fiore (si fa per dire) delle nostre forze armate sia tutto “putiniano”? Che si porta dietro l’altra: come facciamo ad andare alla guerra contro la Russia con un esercito guidato da “agenti di Putin”?
A noi, che siamo finti ingenui, sembra piuttosto che tutto il sistema mediatico (e quello politico) stia invece creando una “classe dirigente militare” da portare eventualmente al governo del paese. Ovviamente fascista nel dna, retrograda sul piano della cultura civile, pericolosissima. Non con un golpe, ma attraverso elezioni profondamente truccate (media orientati, leggi elettorali su misura, ecc.).
Ma si tratta di una “classe dirigente” completamente al servizio della Nato, o almeno della sua guida tuttora dominante: gli Stati Uniti, ovviamente in versione Trump.
L’unica incertezza riguarda quindi il sistema dei media (giornalisti e conduttori, non certo gli “editori” che sono attentissimi): tanta “collaborazione” con il piano di militarizzazione è consapevole o semplicemente frutto dell’idiozia che inevitabilmente matura con il servilismo?
Fonte
Germania - La paura di perdere le elezioni scatena l’escalation contro la Russia
La “crisi dei droni” all’aeroporto di Lipsia, capitale del Land della Germania orientale in cui si vota domenica, è venuta crescendo di giorno in giorno, con il chiaro obiettivo di indicare nella “guerra ibrida” della Russia il convitato di pietra di un risultato elettorale che nei sondaggi vede in testa la formazione di destra AfD e il crollo dei partiti della coalizione di governo (Cdu e Spd).
Del resto, come scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estendibile a seconda dei momenti e senza confini”. Talmente estendibile che può essere giocata anche in una campagna elettorale in salita per le attuali classi dirigenti e utilizzata contro i propri avversari politici.
Oggi tutto il fronte europeo guerrafondaio saluta l’ulteriore escalation di ostilità scatenata dal cancelliere Merz contro la Russia, augurandosi che questa metta in difficoltà sia la destra in ascesa nei lander tedeschi ma anche chi si oppone allo scatenamento della guerra in Europa che proprio i servizi di intelligence tedeschi – e la Nato – prevedono entro il 2030.
L’alleanza di guerra ha dichiarato di essere solidale con la Germania “dopo l’attacco ibrido della Russia”, ha scritto il Segretario Generale NATO Mark Rutte.
La Russia dal canto suo ha negato il coinvolgimento nell’incidente di Lipsia e vede una provocazione che “serve esclusivamente gli obiettivi di Kiev e dell’ala militarista della classe politica europea”.
“Mosca mostra una “aperta ostilità” verso la Germania e nessuna volontà di compromessi”, ha dichiarato ieri a Berlino il ministro degli Esteri tedesco Wadephul. “Al contrario, con l’attacco con droni a Lipsia, la leadership russa aveva deciso consapevolmente di danneggiare ulteriormente il rapporto”.
“Sono spariti i mormorii sulle potenze straniere” – scrive il quotidiano economico Handesblatt – ora la colpa ufficiale del fallito attacco all’aeroporto di Lipsia è ufficialmente la Russia. “In Germania, i partiti AfD e BSW stanno già facendo un favore al governante del Cremlino chiedendo la cessazione degli aiuti all’Ucraina. Vengono applauditi sui social network dai troll di Putin” chiosa il giornale portavoce del crescente complesso militare-industriale tedesco.
L’utilizzo sul fronte interno del pretesto della guerra ibrida è diventato ormai spudorato. La logica del nemico all’interno manovrato dagli agenti esteri è un format classico di tutte le guerre e delle misure repressive che di conseguenza vengono adottate all’interno dei paesi coinvolti. Secondo questo schema, come scrive Olimpio sul Corriere della Sera, “sono gli agenti di influenza stranieri quelli che commissionano compiti sul campo come campagne di disinformazione, gesti per suscitare polemiche interne ai Paesi considerati ostili”.
In pratica ogni critica ai governi in carica, alle loro alleanze internazionali, alle loro leggi, non è più esercizio della lotta politica ma diventa “intelligenza con il nemico”.
Questa visione – e le misure repressive che ne conseguono – del resto erano state illustrate fin troppo esplicitamente anche nel dossier sulle guerre ibride che il ministro Crosetto ha consegnato nel novembre scorso fa al Consiglio Supremo della Difesa al Quirinale.
Come nei bui anni Trenta del secolo scorso, anche oggi in Europa è quanto accade in Germania a dare il ritmo.
Ci siamo detti spesso che la storia non si ripete se non come farsa, ma qui abbiamo davanti agli occhi delle classi dirigenti in Europa che non hanno né il senso della storia né quello della farsa. Al contrario siamo in presenza di quell’avventurismo delle classi dirigenti che ha sempre trascinato i popoli dentro il baratro. Fermiamoli!
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28/08/2026
L’ansia di guerra, a cervelli spenti
Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”.
Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal tranquillo incarico di sindaco di Manchester a quello più stressante di gestore di un paese con nostalgie imperiali e un presente da servi impoveriti, dice che “la Russia attaccherà, è inevitabile”, “è solo questione di quando, non di se”.
Entrambi stanno in un’alleanza militare chiamata Nato, e in molti altri organismi sovranazionali di intelligence, parlano la stessa lingua (niente lost in translation, insomma) e condividono gli stessi “valori” che poi è uno solo: “il mercato è sovrano”, lo dice pure Tajani.
La distonia è troppo evidente per essere nascosta, ma i media mainstream ci provano lo stesso, magari alludendo al fatto che Trump non ci sta troppo con la testa – in effetti si occupa di scemenze come rinominare l’Ontario in “lago America” – oppure che è “putiniano” perché non apprezza la stessa democrazia che lo ha selezionato. Come se Burnham fosse stato eletto o Macron avesse una maggioranza parlamentare...
Se si guarda al panorama europeo la situazione è invece uniforme. Tutti i cosiddetti leader (della UE o dei singoli paesi) gridano che bisogna riarmarsi, e di corsa, perché la Russia attaccherà presto. “È solo questione di quando, non di se”.
In testa, come decibel, ci sono quattro nanerottoli ringhiosi confinanti appunto con la Russia (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia, da poco entrata nella Nato ma già lobotomizzata quanto basta da farsi dirigere da un certo Stubb).
I quattro invocano la guerra ogni giorno, fanno transitare nel loro spazio aereo i droni ucraini che devono colpire la Russia “nel profondo” (qualcuno sospetta che in realtà ospitino direttamente i lanciatori) e pressano la Nato perché agisca al più presto perché loro – giurano – voglio “la pace” e naturalmente “la sicurezza”.
I paesi più grandi – Francia, Germania, la stessa Gran Bretagna, la Polonia – sono d’accordo sul risultato finale (la guerra contro Mosca) molto meno su tempi e modi. Parigi e Londra scalpitano per “manovre congiunte con l’esercito ucraino”, presumibilmente in territorio ucraino per “non sguarnire le difese di Kiev” impegnate a combattere sul serio, mentre Berlino e Varsavia preferiscono accelerare la preparazione. Pardon, il riarmo.
Dell’Italia è inutile parlare, perché non sanno quel che vogliono né quel che fanno. Ed è quasi una fortuna...
Tutti, però, condividono la “narrativa”: la Russia ci vuole invadere. Il paese più esteso del mondo, ma con appena 130 milioni di abitanti, ricchezze naturali dalle dimensioni ancora semi-sconosciute ma ciclopiche, saldamente collegato con la prima economia del mondo (la Cina, a parità di potere d’acquisto), vorrebbe insomma “allargarsi” inglobando un territorio frammentato e abitato da quasi 500 milioni di persone, in profonda crisi economica e “di senso”, pressoché privo di materie prime ed ormai anche di tecnologie di punta.
Realistico, no? Più probabile – a naso – il contrario...
Ma se si parla di guerra, si incrementano i dispositivi (e la spesa) militari, si provoca sistematicamente l’avversario armando con sistemi sempre più “offensivi” il suo attuale antagonista sul campo – l’Ucraina – in modo da massimizzarne il logoramento... prima o poi la guerra arriva.
Perché non puoi seriamente parlare di “guerra ibrida russa” per ogni drone non identificato che cade sui confini e far finta che i “tuoi” missili, gentilmente regalati all’Ucraina, con in più il supporto radar e satellitare per indirizzarli con efficacia, siano invece un “semplice risultato commerciale” di cui non sei responsabile per l’utilizzo.
Se si parla di guerra, insomma, e la si fa pure facendo finta del contrario, la guerra vera prima o poi arriva... Per un “incidente” mal calcolato, un missile su un obbiettivo “troppo sensibile”, oppure per la decisione della controparte di non attendere che il futuro “aggressore europeo” si sia organizzato abbastanza da poterlo fare davvero.
Perché in tutta questa follia guerrafondaia c’è un solo piccolissimo problema: per “sdraiare” le velleità europee non serve “invaderne” i territori confinanti – processo costoso in uomini e mezzi, dai risultati incerti e con prospettive invalidanti sul medio-lungo periodo (la legittima “resistenza” degli invasi). Bastano un paio di “atomiche tattiche”, quelle meno potenti ma egualmente micidiali.
Lo sanno tutti, tanto che l’ineffabile Corsera affida al suo direttore tuttofare – Giuseppe Sarcina – il compito di stilare un lungo elenco, e relativa mappa, degli “obbiettivi sensibili” sul territorio europeo. Come se dovesse avvenire domattina...
Ovvio – per chi non ha portato il cervello in discarica – che neanche i più “falchi” tra i dirigenti russi vogliano far passare i rapporti con i guerrafondai europei dall’attuale “tensione” alla guerra totale, che in quel caso coinvolgerebbe probabilmente anche gli Stati Uniti (che di atomiche ne hanno altrettante).
In tre quarti d’ora sarebbe tutto finito. Superati tutti i problemi che affliggono l’umanità... per estinzione della stessa.
Lo sappiamo tutti, meno – sembra – qual piccolo branco di idioti che popola le stanze delle “cancellerie”, da Bruxelles a Londra e dintorni.
La domanda è perciò: quanto è grave la crisi che li attanaglia se non riescono ad immaginare altro che la guerra come “soluzione”?
Ogni giorno che restano al loro posto rende il pericolo maggiore...
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26/08/2026
Ucraina - Soldi europei ma armamenti extraUe. L’autolesionismo di Bruxelles
L’Ucraina ha ottenuto da Bruxelles alcune deroghe che le consentono di procurarsi equipaggiamenti militari anche fuori dall’Europa nell’ambito dell’Ukraine Support Loan (il prestito comunitario per il sostegno bellico a Kiev).
La Francia sta ora cercando di limitare la durata di queste deroghe, nel tentativo di fare in modo che una quota maggiore dei fondi garantiti dall’Ue sostenga la produzione della difesa europea e, potenzialmente, francese, secondo quanto risulta a Euronews.
L’Ukraine Support Loan approvato ad aprile dai Paesi dell’Ue prevede ben 90 miliardi di euro per sostenere lo sforzo bellico ucraino nel 2026 e 2027. È suddiviso in 30 miliardi di euro di sostegno economico e 60 miliardi di euro di assistenza militare.
Secondo le condizioni del prestito, l’Ucraina non dovrebbe coprire più del 35% del costo totale di un prodotto per la difesa con forniture provenienti al di fuori dell’Ue e dello Spazio economico europeo.
Mentre la Francia chiede limiti precisi alle deroghe e rispetto delle quote di acquisto di armamenti europei all’Ucraina, con una forte dose di autolesionismo i ministri della Difesa di Svezia, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Estonia, Polonia, Lettonia, Finlandia e Lituania hanno scritto all’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera Kaja Kallas e al commissario alla Difesa Andrius Kubilius, chiedendo che l’Ucraina abbia la massima flessibilità possibile per acquistare gli equipaggiamenti di cui ha bisogno.
“Continuiamo a sottolineare che la rapida approvazione dei piani di fornitura è fondamentale, anche attraverso un uso pragmatico della deroga per l’acquisto di materiali prodotti da Paesi terzi”, si legge nella lettera.
La Francia al contrario sta invece facendo pressione sulla Commissione affinché, alla fine, le deroghe lascino più spazio alla produzione europea di armamenti.
Le ripetute ambiguità della Commissione europea in materia di forniture militari e assistenza economica all’Ucraina, hanno fatto si che la Commissione dovrà trovare un equilibrio delicato tra interessi divergenti: da un lato vorrebbe approfittare della guerra in Ucraina per rafforzare la produzione europea nel settore della difesa e ridurre la dipendenza strategica dai fornitori esteri nel medio-lungo periodo, dall’altro vuole assicurarsi che l’Ucraina disponga comunque degli armamenti necessari per proseguire la guerra con la Russia.
Dunque i ripetuti e cospicui finanziamenti comunitari all’Ucraina per proseguire la guerra con la Russia, che teoricamente intendevano essere un volano per le industrie militari europee, rischiano di diventare una ulteriore fonte di finanziamento per le industrie belliche statunitensi o israeliane.
Sul fronte interno il governo Meloni, dopo aver negato per settimane, ha invece deciso di utilizzare 8 miliardi dei crediti di guerra europei (il fondo Safe) sui 14,9 disponibili per l’Italia. Ufficialmente è per ricostruire le scorte di magazzino degli armamenti inviati in Ucraina, in realtà serviranno all’acquisto di nuovi armamenti.
Intanto relativamente all’annuncio dato due giorni fa da Macron sulle manovre militari ai confini e all’interno dell’Ucraina dei paesi “volenterosi” per ottobre/novembre, la Russia ha fatto sapere di ritenere l’ipotesi inaccettabile.
“Non è la prima volta che si discute dell’intenzione di schierare contingenti militari provenienti da paesi membri dell’Alleanza Atlantica sul territorio ucraino” – ha dichiarato il portavoce del Cremlino Peskov – “La condizione è ‘dopo la fine del conflitto’. Ma abbiamo ripetutamente ribadito a vari livelli la nostra posizione, ovvero che lo schieramento di contingenti militari stranieri provenienti da paesi dell’Alleanza Atlantica è per noi inaccettabile”.
In queste ore Mosca è al centro di un frenetico via via diplomatico dagli Stati Uniti e dal Vaticano. Su questo vedi l’articolo pubblicato in altra parte del giornale.
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25/08/2026
Manovre militari e tecnologie per missili all’Ucraina. I guerrafondai europei in cerca di “rogne”
La coalizione dei volenterosi guerrafondai europei tra ottobre e novembre terrà delle esercitazioni militari congiunte su vasta scala e a ridosso dell’Ucraina sotto la guida di Gran Bretagna e Francia. L’annuncio è stato dato da Macròn, durante il vertice della coalizione a Kiev.
“Le esercitazioni su vasta scala che la nostra coalizione condurrà a ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la capacità di agire dopo la cessazione delle ostilità, e questo è molto importante. Si tratta di uno degli elementi chiave dei negoziati, quando l’Ucraina deciderà di avviarli. Ed è estremamente importante che lavoriamo collettivamente su questo aspetto”, ha sottolineato Macron.
La decisione di fare manovre militari sul campo, già di per sé pericolosa visto che la Russia non ha gradito affatto l’idea, fa il paio con un altra decisione altrettanto pericolosa sul piano dell’escalation nella guerra in Ucraina: quella di fornire tecnologie sensibili all’Ucraina per costruire missili a lungo raggio in grado di colpire in profondità la Russia.
Le esercitazioni militari dei “volenterosi” in Ucraina avranno un significato operativo. La Coalizione vuole dimostrare di essere in grado di mobilitare e coordinare rapidamente le proprie forze armate sul territorio ucraino qualora, dopo un eventuale cessate il fuoco, fosse necessario attuare le garanzie di sicurezza promesse all’Ucraina. Il progetto della Coalizione non riguarda soltanto il sostegno militare a Kiev durante la guerra, ma anche la possibile costruzione di un dispositivo multinazionale da attivare dopo la cessazione delle ostilità.
L’Ucraina infatti riceverà nuovi aiuti militari, in particolare sistemi di difesa aerea e fondi per la produzione di droni.
Il governo di Londra ha autorizzato l’industria bellica Mbda a condividere informazioni riservate sui componenti britannici del missile a lungo raggio Scalp, consentendo a Ucraina e Francia di avviare linee di assemblaggio del sistema missilistico direttamente sul territorio ucraino. Lo Scalp è la versione francese del missile britannico Storm Shadow e utilizza tecnologie condivise tra Francia e Regno Unito.
L’autorizzazione di Londra permetterà quindi a Parigi e Kiev di procedere con l’assemblaggio locale dei missili in grado di colpire in profondità la Russia. Una scelta che indubbiamente accresce e alimenta la percezione di una “minaccia esistenziale” da parte della Russia e presenta inquietanti interrogativi sulla eventuale “qualità” delle eventuali ritorsioni.
Il governo italiano intanto ha fatto sapere che “non parteciperà” alle esercitazioni di ottobre/novembre della coalizione dei Volenterosi annunciate da Macron. Fonti del governo ricordano come si tratti di una scelta in linea con la posizione italiana, che non prevede la presenza di soldati italiani in Ucraina.
Ma nella politica italiana c’è chi si oppone a questa decisione – di buon senso – del governo. Emblematicamente si tratta di esponenti del campo largo e dintorni. Tra questi c’è il senatore del PD Filippo Sensi che – perdendo l’occasione per tacere – ha definito la decisione come “emotiva e sbagliata”: “Non c’entra niente la pace e la Costituzione. Si tratta di lavorare insieme agli alleati europei. Tirarsi indietro è da furbastri o codardi”.
E poi non poteva mancare il guerrafondaio dei Parioli Carlo Calenda: “Considero questa decisione dell’Italia gravissima, sia dal punto di vista strategico, sia per il posizionamento del Paese nella costruzione della Nato europea di cui abbiamo bisogno. È l’ennesima dimostrazione di mancanza di coraggio del governo italiano”.
È evidente che la linea da seguire nella guerra in Ucraina rimane e sarà uno spartiacque politico, doloroso e dirimente contro i guerrafondai di ogni campo o schieramento politico.
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20/08/2026
Il sistema mediatico è fuori di senno
La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed
estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump.
La
dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del
Financial Times
– giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma
inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi
geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla
falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video.
Andiamo
con ordine perché è bene cogliere appieno la portata dell’operazione e quindi
dello “spirito” che ormai domina in certe redazioni.
Lasciamo per ora perdere l’attendibilità della “fonte”, che in questi casi è sempre incerta, al limite del gioco delle spie. E restiamo alla lettera del titolo: se l’America riprenderà a bombardare, magari aumentando l’intensità degli attacchi, in quel caso l’Iran potrebbe dirigere i suoi missili verso le basi presumibilmente Usa e/o Nato presenti sul territorio europeo.
Dal punto di vista logico e strategico, in questa eventualità, è possibile. L’Iran ha adottato lo stesso criterio nei confronti dei paesi del Golfo Persico e in Medio Oriente, demolendo parecchi radar e basi americane – con qualche “danno collaterale” per i paesi che le ospitano.
Dunque potrebbe fare altrettanto con i paesi europei, che appoggiano materialmente lo sforzo americano ma con l’aria di chi non sa come funzionino le basi e cosa vi avvenga dentro (rifornimenti di munizioni e carburante, manutenzione, radar, ecc.).
Questa contro-escalation iraniana sarebbe peraltro subordinata ad una condizione precisa: l’escalation bellica, SE sarà decisa e praticata da un Trump sull’orlo della crisi di nervi per i fallimenti registrati in sei mesi.
I media italici avrebbero potuto quindi riprendere la notizia del Financial Times nella sua interezza, commentarla, “arricchirla” con dichiarazioni di qualsiasi provenienza attendibilità, ecc., evidenziando magari il rischio per le nostre popolazioni insito nella dinamica di guerra imposta da Usa e Israele a tutto il Medio Oriente e quindi anche al Mediterraneo.
Troppo facile, troppo deontologicamente corretto, troppo poco allarmante per “farci un titolo ad effetto”...
L’ordine che ha attraversato pressoché tutte le direzioni e le redazioni è stato univoco: eliminare dai titoli qualsiasi accenno alla “condizione” indicata dal FT (l’escalation Usa) e dare soltanto la parte dell’“attacco all’Europa”.
Ovviamente “ingiustificato”, “intollerabile”, e via sacramentando. Come si può vedere dal titolo di Repubblica qui di fianco (ma erano tutti simili, dal Corriere in giù, potete divertirvi su Internet), che si sbizzarrisce elencando subito i possibili obbiettivi e mettendo una foto per criminalizzare i pacifisti che chiedono la chiusura delle basi Usa.
Che questa unanimità sia “casuale” è ovviamente impossibile. Per quanto devastata sia la categoria “giornalaia” ci dovrà pur essere una singola testata che – se non altro per ragioni di concorrenza – rispetti la notizia originale. Niente, neanche Il Fatto stavolta dirazza rispetto al mainstream... Di fronte all’Iran tutti con l’elmetto.
È evidente che dire “l’Iran ci vuole attaccare” è completamente diverso dal dire “se Trump intensifica gli attacchi, allora la risposta di Teheran potrebbe arrivare fino a noi”.
Nel primo caso sono gli ayatollah o i pasdaran a rappresentare il pericolo per la pace, nel secondo è Trump – e l’America – a dover essere “contenuto”.
Nel primo caso l’unica cosa da fare è armarsi ed eventualmente partecipare fisicamente alle prossime iniziative di guerra; nel secondo l’Unione Europea e financo l’Italia potrebbero fare pressione sugli Usa – nei limiti delle loro scombiccherate direzioni politiche – per evitare che la guerra in Medio Oriente diventi semi-globale.
La scelta – nelle redazioni e soprattutto tra i proprietari dei giornali – è stata dunque una scelta di campo e di guerra. Non c’è nulla da capire e da fare se non combattere. Come per l’Ucraina, insomma.
La foia guerrafondaia del sistema mediatico “industriale” ormai ha assunto la stessa dinamica che alimenta i pogrom o la caccia alle streghe, con un rimbalzare di voci incontrollate che convergono sull’indicazione di un nemico da scuoiare vivo a furor di popolo (redazionale). Nel migliore dei casi, se l’innocente è debole, finisce con un omicidio immotivato. Se è abbastanza forte da resistere, invece, finisce malissimo...
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01/08/2026
L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale
Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.
Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.
In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.
Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!
Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.
Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.
Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.
Unione Sindacale di Base
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28/07/2026
La UE si prepara alla guerra, senza gli Usa ma insieme all’Ucraina
In un discorso tenuto alla Georgetown University di Washington in occasione della “Serata della Difesa europea”, il commissario alla Difesa europeo Kubilius, ha messo nero su bianco gli orientamenti della Ue in materia di spesa militare e di ambizioni belliciste verso la Russia ma non solo.
Colpisce in un passaggio del suo intervento il livello di integrazione militare raggiunto con l’Ucraina, quella che la Von Der Leyen ha definito come il “porcospino d’acciaio” nel cuore dell’Europa, un po’ come Israele per il Medio Oriente. Il pretesto – perché di questo si tratta nonostante le geremiadi di Calenda e della Picierno – è lo scontro a tutti i costi con la Russia.
Vediamo alcuni passaggi significativi del discorso di Kubilus a Washington.
In primo c’è luogo c’è la riaffermazione dell’asse euroatlantico e della visione di questo come “giardino” da contrapporre alla “giungla”.
“L’equilibrio globale del potere sta cambiando. Cina e India stanno tornando alla leadership economica globale, come lo erano prima che Colombo salpasse per il “Nuovo Mondo”. Per gli USA può essere delicato passare nei prossimi 50 anni dalla leadership economica globale al terzo posto”.
“Un anno dopo la conclusione del nostro accordo su dazi e commercio, vale la pena ripeterlo: gli USA sono la prima economia del mondo. L’Unione Europea è la seconda economia del mondo. Come economie combinate, anche alla fine del secolo, potremmo essere in grado di mantenere la leadership economica globale. Forse. Insieme non dobbiamo temere alcun avversario. Ma da soli e divisi, siamo in pericolo”.
Ma per stare insieme il blocco euroatlantico ha bisogno di una minaccia e di un nemico e per i responsabili della Ue questo nemico è la Russia.
“Il più grande avversario, la minaccia più grande sul continente europeo è ora la Russia. Possiamo scoraggiare l’aggressione russa solo insieme. La Russia spende il 50% del suo budget nazionale per la sua macchina da guerra. La Russia sta producendo più dell’Europa in molti settori e persino degli Stati Uniti e della NATO. E sarà in grado di lanciare 10 milioni di droni l’anno prossimo.
Il Vertice NATO di Ankara lo ha chiarito: la Russia è la più grande minaccia a lungo termine per l’Europa e per la NATO. Per scoraggiare la Russia abbiamo bisogno di un’Europa più forte, per una NATO più forte. Abbiamo bisogno della NATO 3.0”.
Il Big Bang delle spese militari in Europa, è maggiore e più veloce di quanto immaginiamo
“Otto paesi europei stanno già spendendo più degli Stati Uniti per la difesa, in percentuale del PIL. I Paesi Baltici e la Polonia ora spendono più del 5% del loro PIL per la difesa di base. Gli Stati Uniti con il 3,2% sono al 9° posto. E se le tendenze continueranno, entro il 2030 i paesi europei in termini nominali, dollaro per dollaro, euro per euro spenderanno più degli Stati Uniti per la difesa: mille miliardi di dollari. L’Europa si sta mettendo al passo. Un vero big bang della difesa, che rende più forti sia l’Europa che la NATO”.
Un fiume di soldi dall’Unione Europea per l’Ucraina
“È stato positivo anche che al Vertice NATO di Ankara gli alleati abbiano promesso nuovamente: 140 miliardi di euro di sostegno per la difesa dell’Ucraina per quest’anno e il prossimo. L’Unione Europea e gli Stati Membri continueranno il nostro sostegno. Come abbiamo fatto fino ad ora, essendo il più grande sostenitore mondiale dell’Ucraina, con più di 180 miliardi di euro dall’invasione russa.
Gli Stati Membri possono ora utilizzare 150 miliardi di euro in prestiti SAFE per acquistare con l’Ucraina e per l’Ucraina. E ora i soldi del nostro prestito di sostegno all’Ucraina di 60 miliardi, destinati alla difesa dell’Ucraina, stanno iniziando ad arrivare in Ucraina.
Stiamo unendo la potenza industriale dell’Europa e la potenza innovativa dell’Ucraina”.
Nell’intervento di Kubilius, che ricordiamo è un esponente del blocco più guerrafondaio in Europa essendo un baltico come la Kallas, si sottolinea poi la profonda e accresciuta integrazione militare tra Ue e Ucraina. Per i guerrafondai europei siamo ormai alla vera e propria esegesi delle capacità militari ucraine, esattamente come accaduto per troppo tempo con Israele.
Kubilius così afferma nel suo discorso a Washington:
“Ora l’Ucraina non solo riceve sostegno, ma dà anche sostegno. Anche a noi, in Europa. L’Ucraina ha il miglior esercito non solo perché ha i migliori generali e i soldati più coraggiosi. Ma anche perché l’Ucraina ha l’industria e gli ingegneri migliori e più innovativi.
E perché l’industria della difesa ucraina è la più innovativa? All’inizio della guerra, non c’era alcuna richiesta militare da parte dei generali tradizionali dell’Ucraina per droni e per la difesa innovativa.
Stiamo imparando come trasformare la nostra industria e la dottrina di guerra dall’Ucraina. Mettendo l’Ucraina al centro delle nostre iniziative di difesa. Le nostre iniziative sull’innovazione nella difesa, gli acquisti congiunti e la produzione. E l’Ucraina fa parte di progetti di difesa paneuropei come l’Eastern Flank Watch, lo Scudo di Difesa Aerea e lo Scudo Europeo contro i missili balistici.
La scorsa settimana abbiamo firmato il patto industriale di difesa UE-Ucraina. Ed è stata istituita l’alleanza dei droni tra l’industria dell’UE e quella ucraina per produrre congiuntamente sistemi di droni e controdroni. E sono stati annunciati piani per costruire un sistema antibalistico congiunto, basato su missili prodotti dall’Ucraina e cercatori e radar europei. Stiamo unendo la potenza industriale dell’Europa e la potenza innovativa dell’Ucraina”.
In ogni riga di questo intervento del responsabile europeo alla Difesa, trasuda la logica per cui l’Unione Europea sarebbe di fronte ad una sfida esistenziale che richiede e legittima il ricorso alla guerra. La guerra in Ucraina con la Russia è stata una occasione costruita a tavolino dai membri europei della Nato per farne una crisi costituente e dotarsi degli strumenti per farla.
Questi vanno fermati, a tutti i costi, almeno tenendo fuori il nostro paese dal mattatoio che stanno preparando.
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21/07/2026
La lettera di 13 esponenti del PD al campo largo: sì al riarmo e via il veto in UE
I firmatari – tra cui Graziano Delrio, Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Virginio Merola, Lia Quartapelle, e Walter Verini – hanno voluto mandare un messaggio ai vertici del campo largo, che cercano di apparire, almeno, diversi dal centrodestra: il riarmo non si mette in discussione, anche se Conte dice che tali spese sono “folli” (dopo averle costantemente alzate quando era al governo) o se Schlein dice di approvare, per ora, solo la difesa comune europea razionalizzando così quelle nazionali.
I 13 dem, in realtà, non fanno altro che ricordare i vincoli strozzanti che tutto il campo largo condivide, innanzitutto l’adesione alla NATO. Facendo la felicità delle aziende statunitensi degli armamenti, la lettera ha lo scopo di dare una spallata a tutte le velleitarie posizioni che vedono nel campo largo un’alternativa. La strada è tracciata, e quali sono i paletti li mettono in chiaro i riformisti del PD: guerra in Ucraina, riarmo, difesa comune, maggiore integrazione europea per fare un salto di qualità nella competizione globale.
È però molto interessante leggere anche quello che scrivono, perché è un insieme di falsità e contraddizioni rispetto all’operato politico degli estensori che mette in chiaro, mentre riaggiusta la linea del campo largo, come ci sia ansia da parte del centrosinistra di vendere belle promesse a un elettorato che non è probabilmente così propenso ad assecondare l’ennesimo massacro sociale, per di più per pagare una continua precipitazione bellica.
La lettera parte seguendo la vita di un ucraino, Artem, dalla caduta del Muro di Berlino: la cornice ideologica e l’allineamento strategico sono i primi elementi messi in risalto, in poche frasi. “La storia di Artem è la storia di un europeo costretto alla guerra, che cerca la strada per conciliare pacifismo e patriottismo”, scrivono.
Per i palestinesi non varrebbe lo stesso principio, perché, a quanto pare, solo le guerre degli europei sono “costrette”, e dunque “giuste”. Se volevano cercare un esempio che unisce pacifismo e patriottismo potevano guardare a Cuba, non a chi ha armato i nazisti per condurre una guerra civile contro una parte del proprio popolo, ben prima di essere “costretti” alla guerra con la Russia. Ma andiamo avanti.
La lettera dice che la guerra è un “incubo seppellito nel secolo scorso” che ora torna ad affacciarsi. Perché, come prima, fuori dal Vecchio Continente non ci sono popoli che meritano un tale appellativo, e dunque l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, la trasformazione della Libia e della Siria in un grande campo di battaglia tra potentati e bande locali, tutto questo non conta.
Scrivono poi nella lettera che “si sta facendo strada la forza dell’arroganza” e che bisogna intavolare una “politica estera che promuove la cooperazione, il multilateralismo e la convivenza tra i popoli”. Eppure le sanzioni unilaterali non le ha messe l’Iran, ed è stato il primo ministro del Canada a dire, a gennaio di quest’anno, che “la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa” e che i paesi occidentali hanno “in gran parte evitato di mettere in luce il divario tra retorica e realtà”.
Ovviamente, perché hanno approfittato di un sistema che si diceva equo e fondato sui diritti per godere dei frutti della propria egemonia. Ora, al contrario di quello che vogliono lasciar intendere, la convivenza dei popoli è messa in pericolo proprio dall’Occidente per garantirsi di mantenere quella egemonia di fronte alla crescita di competitori internazionali. E lo fa tramite la guerra.
Secondo i parlamentari riformisti, un maggiore investimento nella sicurezza non comporta automaticamente una riduzione dello stato sociale. Peccato che sia stato il Fondo Monetario Internazionale a mettere nero su bianco, nell’Outlook dello scorso aprile, che sul medio e lungo periodo il riarmo si rifletterà “in un aumento dei disavanzi pubblici, in tagli alla spesa sociale e in un peggioramento delle posizioni con l’estero”.
Tolto il disaccordo con il FMI, i riformisti, comunque, affermano con sicurezza che tale investimento in sicurezza deve essere fatto in direzione di “una vera difesa europea, non come alternativa alla diplomazia, ma come suo indispensabile complemento”. Insomma, una dichiarazione onesta, per una volta: una UE armata serve come minaccia per imporre agli altri la propria agenda di politica estera. Se ogni tanto ci scappa una guerra è un “effetto collaterale”.
Affinché Bruxelles assolva pienamente questo compito, però, serve fare un passo in avanti nell’integrazione comunitaria. I tredici esponenti del PD invocano un bilancio comune più solido e il superamento del diritto di veto, elementi che vadano di pari passo con la difesa comune per rendere la UE davvero una potenza globale, capace di muoversi con tutti i suoi membri all’unisono sul terreno del multipolarismo.
Nella lettera i dem scrivono che “dobbiamo uscire dalla contrapposizione sterile tra pacifismo di testimonianza e bellicismo”. Loro e il campo largo lo hanno fatto con una scelta netta: basta sterile pacifismo, solo fruttuoso bellicismo.
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14/07/2026
Il campo del “ma anche”
Giuseppe Provenzano, fedelissimo di Elly Schlein e responsabile della politica estera del PD, ha dovuto riaffermare sul Corriere della Sera la posizione del suo partito su riarmo e guerra.
Dopo il bombardamento mediatico contro Conte, che aveva osato affermare che la minaccia russa è una invenzione del partito delle armi e della guerra, il PD, che ha una posizione opposta, non poteva tacere.
È vero che la tattica che Schlein ha in comune con Giorgia Meloni è quella dei sommergibili: inabissarsi subito di fronte a ciò che può essere una minaccia, ma stavolta la pressione del palazzo era troppo forte. Volete governare ? Allora dovete garantire che quelle di Conte siano solo parole. Le stesse che ogni tanto borbotta Salvini, per poi obbedire a Meloni.
Così è toccato a Provenzano ribadire che la Russia è sicuramente una minaccia e le armi in guerra si devono inviare. Poi ci deve essere anche la diplomazia , ma intanto si spara.
Quanto al riarmo, l’esponente PD ha detto che il 5% del PIL è insostenibile, lo afferma anche Giorgetti, ma l’alternativa non è il disarmo, bensì “la difesa comune europea”. Cioè un debito comune europeo che finanzi tante belle cose, ma anche le armi se serve.
E per non restare troppo nel fumo, Provenzano ha affermato che il PD è per ricorrere al famigerato SAFE, il prestito europeo per comprare armi che persino il Governo Meloni finora ha cercato di evitare.
Insomma Provenzano ha ribadito le ragioni per cui il PD in Europa vota sempre come Giorgia Meloni su riarmo e guerra.
Quanto al M5S di Conte, è evidente che per il PD deve fare ciò che fa la Lega: affermare un cosa, ma anche votare il suo esatto opposto.
Vi ricordate quando il PD fu fondato da Valter Veltroni con una fila di “ma anche” su cui imperversò la satira? Ecco, il campo largo è allo stesso punto: noi vogliamo la pace, ma siamo anche per la guerra. Solo così stanno assieme, nel centrosinistra come a destra, con il “ma anche”.
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08/07/2026
Il MES torna a parlare, per indorare la pillola del riarmo
Il primo rapporto di questa nuova serie di studi si intitola “Resilienza sotto pressione”, e guarda essenzialmente alle sfide che l’Eurozona si trova ad affrontare in questa congiuntura storica, a partire – e come ci si può sbagliare – dalla tenuta dei conti pubblici e dalla crescita economica.
Rolf Strauch, capo economista del MES, ha affermato che “la resilienza non si sostiene da sola. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche che vengono fatte oggi”. Tradotto: il percorso dei trattati europei va seguito alla lettera, pena una tempesta finanziaria, e in prospettiva le uniche spese concesse sono quelle militari.
Gli esperti del MES hanno evidenziato che lo spazio per manovre fiscali va ancor di più riducendosi, e dunque ogni “misura anticrisi deve essere temporanea e mirata”. Insomma, il modello di sviluppo, per quanto fallimentare, non si cambia, e a pagarne le conseguenze saranno le classi popolari. Ogni centesimo libero sarà speso per la deriva bellicista del Vecchio Continente.
Il fatto che sempre più fondi saranno assorbiti dalla difesa e della sicurezza è visto come processo da dare per scontato, necessario e inevitabile. Viene poi calcolato che, per raggiungere i target richiesti dalla NATO (il 3,5% di spese militari in senso stretto), l’eurozona dovrà investire circa 45 miliardi di euro in più ogni anno, fino al 2035.
Il MES chiarisce anche gli indirizzi preferibili per questa spesa. Se i fondi finiranno a fornitori europei e in progetti ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro investito torneranno indietro sotto forma di crescita e gettito fiscale a lungo termine. E qui c’è il primo evidente nodo di una scelta politica, pensata in funzione di una UE capace di essere attore globale per mezzo delle armi, e a discapito di lavoratori, pensionati e, soprattutto, i più giovani.
Un moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra l’effetto sul PIL e l’incremento della spesa pubblica, che nel migliore dei casi permette un ritorno della metà di quanto speso è tutto fuorché un viatico alla crisi. L’anno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcolava dati simili, mentre la Banca d’Italia segnalava che investimenti in capitale pubblico hanno un moltiplicatore fiscale tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.
Detto in parole povere, il riarmo europeo sarà uno straordinario spostamento di ricchezza sociale, raccolta con i vari strumenti di cui dispone lo stato, verso le multinazionali della difesa, con effetti economici risibili rispetto a quelli che si potrebbero ottenere rilanciando lo sviluppo infrastrutturale e della proprietà pubblica, intesa in senso lato.
Quella del riarmo, insomma, è una scelta totalmente “anti-economica”, se volessimo ragionare secondo la patina “tecnica” che le classi dirigenti nostrane affibbiano alle proprie scelte politiche. Riarmo e difesa europei, invece, rappresentano la strada strategica imboccata dalla UE, ovvero quella di affidare alla guerra la definizione degli equilibri futuri a livello mondiale, e dunque anche il futuro dei popoli su cui governa.
Ciò è confermato da altri due fattori che, sempre secondo gli esperti del MES, rendono complessa la condizione dell’eurozona in questa fase storica. Da una parte, c’è il conflitto contro l’Iran e le interruzioni delle forniture energetiche che ha prodotto: l’aumento ulteriore dei prezzi di gas e petrolio minerebbe in profondità quel che rimane della competitività europea.
Dall’altra, c’è una sostanziale esposizione degli investitori europei a potenziali correzioni dei mercati statunitensi, in cui i titoli continuano a essere gonfiati rispetto al loro valore reale, soprattutto in virtù della bolla finanziaria sull’IA. Ecco quel che succede quando uno strumento dall’enorme potenziale per migliorare le condizioni di lavoro viene interpretato come terreno di speculazione.
Entrambi questi fattori sono parte integrante del modello economico e dell’allineamento strategico ribadito ogni giorno da Bruxelles: finanziarizzazione come risposta alla crisi, interconnesione con Washington, sostanziale complicità quando si tratta di sostenere aggressioni imperialiste, attraverso e in virtù degli accordi stretti in ambito NATO.
In pratica, la UE si è cacciata con le proprie mani in un vicolo cieco che porta inevitabilmente alla guerra, e lo spaccia come soluzione al proprio fallimento. Il MES è intervenuto per affermare ai quattro venti, di nuovo, che “there is no alternative”... ma nei fatti, ha messo in chiaro che alternative ce ne sono, eccome.
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06/07/2026
La Nato è un’alleanza o un fondo di investimento politico-militare?
I tempi sono difficili per coloro che sono critici coerenti della NATO. Dall’era della “difesa del Mondo Libero” contro il comunismo, passando per l’era dell'“intervento umanitario” e della “Guerra Globale al Terrore”, fino all’odierna presunta lotta esistenziale contro praticamente tutto il mondo non occidentale, l’Alleanza ha ripetutamente reinventato le narrazioni che giustificano la sua esistenza.
Il linguaggio cambia; la logica sottostante, no. La NATO rimane indispensabile, e ogni nuovo nemico (che venga scoperto, esagerato o deliberatamente prodotto) diventa un’ulteriore prova della sua necessità.
Per decenni, i critici con prospettive antimilitariste, anti-egemoniche o di sinistra hanno dovuto impegnarsi molto per decostruire questa mitologia, facendo fronte agli sforzi combinati delle élite politiche nazionali, dei grandi media, delle istituzioni accademiche e degli esperti di sicurezza.
Questo compito intellettuale, di per sé, non è mai stato particolarmente difficile. Le contraddizioni, le ipocrisie e le conseguenze devastanti degli interventi della NATO sono rimaste visibili molto tempo dopo la fine dei bombardamenti. Ciò che richiedeva coraggio era parlare contro il consenso predominante.
Ironia della sorte, oggi gli stessi leader dell’Alleanza sono diventati i suoi più efficaci portavoce della verità. Donald Trump ha ripetutamente spogliato la NATO del linguaggio morale che tradizionalmente la avvolgeva. Mark Rutte, il segretario generale dell’Alleanza, è diventato altrettanto franco, mentre il cancelliere tedesco e il presidente francese parlano sempre più con notevole schiettezza del futuro militare dell’Europa.
Tuttavia, il privilegio di dire la verità su ciò che la NATO è diventata appartiene solo a coloro che sono al potere. Come dimostra la repressione dei movimenti di protesta prima del vertice NATO di Ankara, i cittadini possono conoscere la verità su questo gigante militare, ma non ci si aspetta che si organizzino contro di esso.
Il Vertice di Ankara non è nemmeno iniziato, ma le sue conclusioni sono già note.
L’espressione “vertice storico” è diventata così ripetuta da aver quasi perso significato.
Alcuni osservatori si aspettano una “europeizzazione” della NATO, con gli alleati europei che assumono maggiore responsabilità per il finanziamento e la guida dell’Alleanza. Ma questo rimane, in larga misura, retorica.
L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti come spina dorsale militare dell’Alleanza. Può, tuttavia, stringere volontariamente il cappio attorno al proprio collo – e forse attorno all’intero mondo.
Mentre gli atlantisti rimangono preoccupati per il rapporto tra Washington e Bruxelles e se Trump intenda davvero ridurre l’impegno degli Stati Uniti nell’alleanza, una trasformazione più significativa sta avvenendo all’interno della stessa Europa.
Nuove coalizioni militari stanno emergendo all’interno della NATO. Gli Stati baltici e la Polonia perseguono sempre più la propria agenda di sicurezza, spinti da rancori storici e da una profonda russofobia.
La Svezia e la Finlandia, un tempo simboli di neutralità, hanno rapidamente abbracciato la militarizzazione, con Helsinki che ora permette persino lo schieramento di armi nucleari sul proprio territorio (armi americane, naturalmente, il che rende questi Stati sempre più profondamente integrati nell’architettura strategica di Washington).
Configurazioni militari regionali simili stanno silenziosamente prendendo forma nei Balcani, dove Croazia, Albania, Bulgaria e Kosovo parlano sempre più di rafforzare la propria cooperazione nella difesa: una NATO dentro la NATO.
Ciò che distingue veramente la NATO 3.0, tuttavia, non è meramente la sua disponibilità a nominare esplicitamente Russia e Cina come avversari strategici o a proclamare le proprie ambizioni globali.
Lo stesso Rutte ha già detto che la NATO è indispensabile perché permette agli Stati Uniti di proiettare il proprio potere a livello globale attraverso l’Europa. L’Europa, in altre parole, funge sia da piattaforma che da moltiplicatore di forza per la strategia globale americana (come dimostrato dall’operazione Furia Epica).
Ancora più rivelatore è il linguaggio con cui la NATO ora si descrive. Rutte parla con orgoglio di una “rivoluzione industriale della difesa”. L’espressione è rivelatrice. Così come la Prima Rivoluzione Industriale trasformò la produzione attraverso le fabbriche e la meccanizzazione, la NATO 3.0 cerca di riorganizzare la produzione militare su una scala completamente nuova, non principalmente per la difesa, ma per la redditività permanente.
Dietro la retorica della “sicurezza collettiva”, dell'“autonomia strategica” e della “dissuasione” si nasconde una realtà molto più semplice: la NATO funziona sempre più come un meccanismo per trasferire quantità senza precedenti di denaro pubblico nelle mani di imprese private.
Pertanto, la NATO 3.0 rappresenta un’ulteriore mutazione: un’alleanza la cui principale missione storica sembra essere, sempre più, la militarizzazione permanente delle economie occidentali e, molto probabilmente, una nuova guerra con la Russia.
Il momento è notevole. Per decenni, i governi hanno insistito sul fatto che le finanze pubbliche richiedessero austerità. Ospedali, università, pensioni e assistenza sociale avrebbero dovuto accettare di sottoporsi a una dolorosa disciplina di bilancio. Improvvisamente, nessuna di queste restrizioni fiscali si applica alle spese militari.
Deficit che erano politicamente impossibili per la sanità o l’istruzione sono diventati del tutto accettabili per l’acquisizione di armi. Le spese per la difesa non sono più presentate come un fardello, ma come una strategia di investimento e un’ottima possibilità di creazione di posti di lavoro (senza menzionare i cimiteri sempre più grandi che di solito accompagnano la guerra).
Ciò solleva altre questioni profondamente importanti. Se il cloud computing, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni via satellite e le armi autonome sono sempre più sviluppate da aziende tecnologiche private, chi, in ultima analisi, controlla la sicurezza nazionale? Se i governi diventano strutturalmente dipendenti da fornitori commerciali, dove finisce la responsabilità democratica? Quando l’acquisizione di equipaggiamenti militari inizia ad assomigliare a un investimento di capitale di rischio, chi, in realtà, trae beneficio dall’insicurezza permanente? A queste domande è stata data, sorprendentemente, poca attenzione.
Invece, sentiamo solo il discorso dell’emergenza: l’Europa deve riarmarsi immediatamente. La produzione industriale deve essere accelerata. Le regole di acquisizione devono essere semplificate. L’investimento militare non può aspettare.
Tuttavia, la storia ci insegna che le emergenze raramente rimangono temporanee. Misure eccezionali diventano gradualmente forme permanenti di governance. In condizioni di percezione permanente della minaccia, le spese militari straordinarie iniziano a sembrare normali, mentre le richieste di investimento in istruzione, sanità o giustizia sociale diventano improvvisamente irresponsabili dal punto di vista fiscale.
La sicurezza colonizza la politica. Ciò che emerge davanti ai nostri occhi è un modello in cui la guerra stessa diventa sempre più privatizzata. Appaltatori della difesa privati, aziende tecnologiche, imprese di logistica e sviluppatori di IA diventano attori indispensabili nell’ecosistema militare. Persino la guerra stessa diventa sempre più remota. L’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le infrastrutture digitali permettono che le operazioni militari vengano esternalizzate, automatizzate e commercializzate in modi senza precedenti. La guerra non richiede necessariamente una mobilitazione di massa; richiede portafogli di investimenti.
Per i piccoli Stati membri che speravano nel benessere piuttosto che nella guerra, le implicazioni sono particolarmente preoccupanti. L’aumento dei budget per la difesa è presentato come una forma di solidarietà con l’Alleanza, ma in realtà spesso assomiglia a una partecipazione obbligatoria a un vasto schema di investimento militare-industriale. I cittadini finanziano armi che non producono né controllano, acquisendo protezione da minacce che sono spesso amplificate dalla stessa logica geopolitica che sostiene il sistema.
La NATO non è mai stata meramente un’alleanza militare all’interno dell’ordine internazionale basato sull’ONU. È sempre stata un’espressione della visione del mondo strategica occidentale. Oggi, sta diventando qualcosa di ancora più complesso: un sistema in cui la politica di sicurezza, la politica industriale, il potere tecnologico e l’accumulazione di capitale si fondono sempre più. Il vertice di Ankara non discuterà solo di difesa e dissuasione; rivelerà fino a che punto il futuro del capitalismo, della tecnologia e della violenza organizzata sia diventato interconnesso. Sarà un altro capitolo nell’economia politica della mobilitazione permanente per la guerra.
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04/07/2026
Germania: «Volete essere ricchi? Fate la guerra»
È sempre Teutoburgo
“Alemania, mala tempora currunt”, avrebbe forse gridato l’intrepido Giulio Germanico, tornato arso di sete di vendetta nelle foreste di Teutoburgo. Doveva recuperare le aquile perse dalle legioni di Varo, massacrate dalle orde dei Cherusci, guidati dal traditore Arminio. Beh, in qualche modo, il nipote dell’imperatore Tiberio gliela fece pagare. Oggi, a due millenni di distanza, ricordare la Germania significa comunque discutere ancora di guerra. Forse quei popoli la vocazione allo scontro ce l’hanno nel sangue. In ogni caso, vederli sotto questa luce, non è certo una diffamazione, per carità. Perché, per loro parla la storia. E se l’economia del Paese va male, ecco che la migliore “intelighentia” tedesca si mobilita, per studiare come coniugare efficacemente guerra e ricchezza. O, detto, in termini più scientifici, “investimenti nel settore della difesa e crescita del Pil”. Fa più fino.
Il Kiel Institut
Il “pensatoio” tedesco sull’economia della guerra è il prestigioso ‘Kiel Institut fur Weltwirtschaft’, che per la verità possiamo considerare (sia detto con tutto il rispetto) il tempio “intellettuale” del riarmo europeo. Certo, il Kiel si occupa di diversi temi di scottante attualità, a cominciare dalla globalizzazione. Ma chi ha tempo di leggere i suoi working papers (molto interessanti, da un punto di vista dottrinario), si renderà subito conto del fil rouge che lega politica, grandi industrie e scelte di programmazione economica. Insomma, a nostro avviso, questo istituto offre una solida piattaforma scientifica (o così la si vuole presentare) per giustificare la crescita esponenziale delle spese militari, che stanno sbalestrando i bilanci pubblici di tutti i Paesi del Vecchio continente. Germania in testa. I bravi analisti del Kiel sanno anche che il popolo non è poi così “bue”, come spesso si vuole far credere. E che ulteriori esborsi dello Stato, tanto sanguinosi, possono essere fatti solo a “debito”, o imponendo nuove tasse. Quindi, politicamente parlando, si tratta di materia assai indigesta, che va fatta trangugiare “a fin di bene”. Come l’olio di ricino.
Una storia inquietante
Credeteci, non è per lo sfizio di andare a scovare il classico scheletro nell’armadio. Ma nella storia del Kiel c’è un periodo oscuro, un vero “buco nero” relativo alla collaborazione, assai stretta, col governo nazista. Dopo il 1934, l’Istituto fornì gli indirizzi teorici, dal punto di vista economico, per il riarmo della Germania di Hitler. Una ferita sanguinosa che, involontariamente, è stata riaperta qualche giorno fa, con un “working paper” dal titolo assai significativo: “Gli effetti economici del riarmo. Prove dalla Germania nazista”, di Lionel Chanbon. “Utilizzando nuovi dati d’archivio sulla Luftwaffe tedesca – scrive l’autore – ho stimato l’effetto causale della spesa militare sulla disoccupazione nella Germania nazista tra il 1932 e il 1936. Sfruttando la variazione inter distrettuale dell’ubicazione dei fornitori, ho stimato l’impatto degli appalti militari sui risultati del mercato del lavoro locale. Ho riscontrato che, in media, la sede del fornitore ha registrato una diminuzione della disoccupazione pro capite di circa 6 punti percentuali. Un calcolo approssimativo suggerisce che la spesa militare totale rappresenti circa il 32% della riduzione complessiva della disoccupazione osservata. Ho inoltre riscontrato prove di significative ricadute, il che indica che i miei risultati probabilmente sottostimano il vero effetto della spesa militare”. Vi risparmiamo il resto. No comment.
Il prossimo conflitto
La cinghia di trasmissione che lega il Kiel alla politica di riarmo tedesca (ed europea in generale) gira a pieno regime se c’è un motore che la fa andare. In questo caso, il nemico è costantemente identificato con la Russia di Putin, che viene giudicata in condizione di attaccare l’Europa nel giro di un paio d’anni. Per chiunque capisca qualcosa di storia militare e di studi di strategia, un’affermazione di questo tipo suona assolutamente inverosimile. E non è tanto una questione di volontà, ma di forze (convenzionali) in campo. Naturalmente, non mancano gli studi del Kiel che enfatizzano il rischio. Come uno degli ultimi lavori sul tema: “Pronti alla guerra entro il 2030? Gli sforzi di riarmo europei nei confronti della Russia. In crescita, ma in ritardo in termini di numeri e tecnologie”. “Innanzitutto – dice il paper – la Russia continua a superare nella produzione di diversi sistemi d’arma quattro Paesi europei. Il rapporto dimostra che la produzione deve aumentare di circa cinque volte per ribaltare definitivamente la situazione a favore dell’Europa. Gli appalti devono accelerare ed essere concentrati nella fase iniziale, poiché persistono ritardi nelle consegne di tre anni o più”.
La “filosofia” nel business della guerra
“La Germania al momento non è in grado di difendersi e l’economia è stagnante. Lo Stato dovrebbe trasformare questa necessità in un punto di forza e stimolare la crescita investendo in armamenti”. È questo il distillato della (filosofia?) economica propugnato dal Kiel ed esposto dal suo Presidente, il professor Moritz Schularick. “Un simile aumento della spesa per la difesa tedesca (100 miliardi di euro n.d.r.) – sostiene Schularick – potrebbe dare un vero impulso alla crescita economica, altrimenti stagnante, della Germania e dell’Europa. Recenti ricerche economiche condotte negli Stati Uniti, ad esempio da Valery Ramey e dai suoi coautori, dimostrano che il cosiddetto effetto moltiplicatore della spesa per la difesa sulla crescita del Pil si aggira intorno a uno (e persino superiore se finanziata tramite debito). In altre parole, un aumento di 100 miliardi di euro nella spesa per la difesa tedesca incrementerebbe il Pil tedesco ed europeo di circa 100 miliardi di euro, soprattutto se la produzione avvenisse in Europa. Poiché questi miliardi confluirebbero principalmente in settori ad alta intensità di capitale – spiega il Presidente del Kiel – avrebbero scarso impatto su un mercato del lavoro già afflitto da carenza di competenze e sull’inflazione. Anzi, potrebbero favorire la tanto necessaria transizione strutturale dell’economia tedesca, che dovrebbe passare dalla produzione di automobili con motore a combustione a settori più tecnologici”.
“La guerra in Ucraina – conclude Schularick – ha dimostrato ancora una volta quanto la guerra sia ormai intrinsecamente legata alla tecnologia e all’innovazione. Un maggiore investimento tedesco nelle tecnologie della difesa avrebbe probabilmente un effetto positivo sull’utilizzo della tecnologia nel resto dell’economia nazionale nel medio termine”.
Riflessione finale: colpisce e addolora che, all’alba del Terzo millennio, ci sia ancora chi crede che dalle bombe possa nascere ricchezza per l’uomo.
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