C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.
Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.
Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese”. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
E mentre “a sinistra” si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quegli 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la “sinistra” che si cannibalizzava in nome del mercato.
Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: “Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un’idea geniale”.
E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c’è Conte che si oppone e fa muro, ma l’intenzione di aprirgli la porta è chiarissima.
E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po’ a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti.
Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta?
Perché vedete, l’incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c’è una vocazione. L’ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell’alternativa.
Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: “Tranquilli, l’opposizione siamo noi, non faremo niente di male”. Fanno finta di essere l’alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero.
È la “sinistra da passerella”: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2026
Il masochismo programmatico del “campo largo”
13/01/2026
A Milano sfila il “campo larghissimo” della guerra
Sabato si è svolto in piazza della Scala a Milano un presidio, organizzato da Ponte Atlantico e dall’associazione Maanà, per esprimere sostegno alle manifestazioni di protesta in corso in Iran.
Erano presenti un centinaio di persone con bandiere iraniane monarchiche, di Israele, ucraine e del Venezuela. Si sono susseguiti una serie di interventi che, a partire dall’Iran, hanno spaziato su diversi temi, ricalcando sostanzialmente l’agenda politica internazionale messa in campo dall’amministrazione Trump nei diversi quadranti del mondo.
Hanno preso parola, soprattutto, numerosi esponenti politici. Il che ha reso subito evidente quale fosse l’operazione politica dietro la chiamata delle associazioni promotrici: legittimare il partito trasversale della guerra attraverso la mobilitazione delle comunità esiliate da “feroci dittature” – vale a dire dei paesi che sono attualmente nel mirino delle politiche euro-atlantiche.
Operazione mal riuscita dato più che la manifestazione di un movimento spontaneo di queste comunità, si è trattato ancora una volta di sparuti gruppi arruolati dalla politica; gli stessi, pochi, che abbiamo visto in questi giorni presentarsi alle mobilitazioni per la Palestina o per il Venezuela e Maduro cercando la provocazione in favore di telecamera, e facilmente disinnescati e allontanati dalle piazze.
Rappresentando un’agghiacciante sintesi della reazione mondiale attuale, hanno quindi sfilato in ordine da destra a destra: Fidanza (Fratelli d’Italia), Gallera (Forza Italia), Gelmini (Noi Moderati), Ascioti (Azione), Scalfarotto (Italia Viva), Valcauda (Europa radicale), Hallissey (+ Europa), Maran (Partito Democratico) e Buscemi (sempre PD e Presidente del Consiglio comunale del sindaco Sala).
Se il “campo largo” non dovesse essere sufficiente a vincere le prossime elezioni, possono comunque dormire tutti sonni sereni, il campo non è largo, è già larghissimo: fascisti, liberali e “democratici” vanno a braccetto, e tutto fila con estrema naturalezza; con buona pace di chi da sinistra ha da tempo deciso di legare al PD le proprie sorti, nell’illusione – si fa per dire, dopo trent’anni di mortale coazione a ripetere – di contare qualcosa e, soprattutto, che questo qualcosa possa essere di segno progressivo e politicamente alternativo all’attuale governo Meloni.
D’altronde non è bastato nemmeno un genocidio o il rapimento di un presidente a segnare una qualche sostanziale differenza tra i “due” schieramenti. Condito da un malcelato odio di classe, c’è per entrambi la fedeltà assoluta ai desiderata delle classi dominanti euro-atlantiche e alle loro politiche di guerra, a spese dei lavoratori, e di rapina verso i popoli e i governi che non sono più disposti ad accettare un ordine globale ingiusto e fallimentare e, se ne facessero una ragione, ormai superato.
Se questa, a monte, è la scelta di campo, ogni decisione politica è già servilmente tracciata e non può esserci spazio, tale è il livello delle contraddizioni, ormai neanche per la minima variazione sul tema.
In tempi di guerra vengono meno le sfumature, i distinguo che prima – sempre meno, per la verità – poteva sembra contassero ancora qualcosa: o stai dalla parte giusta oppure da quella di chi la guerra (mondiale) la prepara, e la sta già facendo.
La giornata di sabato a Milano ci restituisce limpidamente questa polarizzazione. Da una parte oltre duemila persone (in larghissima parte lavoratori italiani e immigrati, giovani e studenti) attraversavano in corteo la città dirette verso il consolato USA – nella convergenza tra la mobilitazione per gli attivisti palestinesi ingiustamente arrestati e quella promossa in trenta città italiane contro l’aggressione al Venezuela e per la liberazione del presidente Maduro e della compagna Cilia Flores.
Dall’altra un centinaio di guerrafondai si radunavano in piazza della Scala – ribattezzata piazza Gaza questo autunno da ben altri numeri e contenuti – per chiedere variamente di sterminare un popolo o di bombardare il proprio, applauditi e decisamente ben rappresentati dal campo larghissimo della guerra e del pensiero unico.
Va detto, l’operazione sperimentata sabato in piazza della Scala al momento non sembra poter riuscire, se nonostante abbia mobilitato esponenti politici di spicco non è stata in grado di muovere che qualche decina di persone, evidenziando anzi il solco sempre più profondo tra lavoratori, giovani e classi popolari e una classe politica già ampiamente sfiduciata dalle oceaniche mobilitazioni autunnali per la Palestina e poi dalla due giorni del 28 e 29 novembre contro governo Meloni e finanziaria di guerra.
Ci dà, però, certamente la misura del degrado valoriale e della pericolosità del nemico con cui dovrà fare i conti il movimento di opposizione al governo Meloni che va, invece, affermandosi e definendosi nel paese – nel segno della crescente conflittualità dei settori sociali organizzati, del rinnovato attivismo dei settori giovanili e studenteschi e della solidarietà coi popoli, dalla Palestina al Venezuela.
Fonte
Erano presenti un centinaio di persone con bandiere iraniane monarchiche, di Israele, ucraine e del Venezuela. Si sono susseguiti una serie di interventi che, a partire dall’Iran, hanno spaziato su diversi temi, ricalcando sostanzialmente l’agenda politica internazionale messa in campo dall’amministrazione Trump nei diversi quadranti del mondo.
Hanno preso parola, soprattutto, numerosi esponenti politici. Il che ha reso subito evidente quale fosse l’operazione politica dietro la chiamata delle associazioni promotrici: legittimare il partito trasversale della guerra attraverso la mobilitazione delle comunità esiliate da “feroci dittature” – vale a dire dei paesi che sono attualmente nel mirino delle politiche euro-atlantiche.
Operazione mal riuscita dato più che la manifestazione di un movimento spontaneo di queste comunità, si è trattato ancora una volta di sparuti gruppi arruolati dalla politica; gli stessi, pochi, che abbiamo visto in questi giorni presentarsi alle mobilitazioni per la Palestina o per il Venezuela e Maduro cercando la provocazione in favore di telecamera, e facilmente disinnescati e allontanati dalle piazze.
Rappresentando un’agghiacciante sintesi della reazione mondiale attuale, hanno quindi sfilato in ordine da destra a destra: Fidanza (Fratelli d’Italia), Gallera (Forza Italia), Gelmini (Noi Moderati), Ascioti (Azione), Scalfarotto (Italia Viva), Valcauda (Europa radicale), Hallissey (+ Europa), Maran (Partito Democratico) e Buscemi (sempre PD e Presidente del Consiglio comunale del sindaco Sala).
Se il “campo largo” non dovesse essere sufficiente a vincere le prossime elezioni, possono comunque dormire tutti sonni sereni, il campo non è largo, è già larghissimo: fascisti, liberali e “democratici” vanno a braccetto, e tutto fila con estrema naturalezza; con buona pace di chi da sinistra ha da tempo deciso di legare al PD le proprie sorti, nell’illusione – si fa per dire, dopo trent’anni di mortale coazione a ripetere – di contare qualcosa e, soprattutto, che questo qualcosa possa essere di segno progressivo e politicamente alternativo all’attuale governo Meloni.
D’altronde non è bastato nemmeno un genocidio o il rapimento di un presidente a segnare una qualche sostanziale differenza tra i “due” schieramenti. Condito da un malcelato odio di classe, c’è per entrambi la fedeltà assoluta ai desiderata delle classi dominanti euro-atlantiche e alle loro politiche di guerra, a spese dei lavoratori, e di rapina verso i popoli e i governi che non sono più disposti ad accettare un ordine globale ingiusto e fallimentare e, se ne facessero una ragione, ormai superato.
Se questa, a monte, è la scelta di campo, ogni decisione politica è già servilmente tracciata e non può esserci spazio, tale è il livello delle contraddizioni, ormai neanche per la minima variazione sul tema.
In tempi di guerra vengono meno le sfumature, i distinguo che prima – sempre meno, per la verità – poteva sembra contassero ancora qualcosa: o stai dalla parte giusta oppure da quella di chi la guerra (mondiale) la prepara, e la sta già facendo.
La giornata di sabato a Milano ci restituisce limpidamente questa polarizzazione. Da una parte oltre duemila persone (in larghissima parte lavoratori italiani e immigrati, giovani e studenti) attraversavano in corteo la città dirette verso il consolato USA – nella convergenza tra la mobilitazione per gli attivisti palestinesi ingiustamente arrestati e quella promossa in trenta città italiane contro l’aggressione al Venezuela e per la liberazione del presidente Maduro e della compagna Cilia Flores.
Dall’altra un centinaio di guerrafondai si radunavano in piazza della Scala – ribattezzata piazza Gaza questo autunno da ben altri numeri e contenuti – per chiedere variamente di sterminare un popolo o di bombardare il proprio, applauditi e decisamente ben rappresentati dal campo larghissimo della guerra e del pensiero unico.
Va detto, l’operazione sperimentata sabato in piazza della Scala al momento non sembra poter riuscire, se nonostante abbia mobilitato esponenti politici di spicco non è stata in grado di muovere che qualche decina di persone, evidenziando anzi il solco sempre più profondo tra lavoratori, giovani e classi popolari e una classe politica già ampiamente sfiduciata dalle oceaniche mobilitazioni autunnali per la Palestina e poi dalla due giorni del 28 e 29 novembre contro governo Meloni e finanziaria di guerra.
Ci dà, però, certamente la misura del degrado valoriale e della pericolosità del nemico con cui dovrà fare i conti il movimento di opposizione al governo Meloni che va, invece, affermandosi e definendosi nel paese – nel segno della crescente conflittualità dei settori sociali organizzati, del rinnovato attivismo dei settori giovanili e studenteschi e della solidarietà coi popoli, dalla Palestina al Venezuela.
Fonte
12/01/2026
Iran - Problemi sociali e provocazioni imperiali
Nonostante l’eco mediatica data in Occidente alle proteste in Iran (un’eco resa ridicola dalla propaganda, con cifre di vittime che appaiono buttate lì per caso: in poche ore qualche giornale ha progressivamente aumentato i morti da 180 a oltre 2.000 – gli stessi che garantivano che i russi “vanno all’assalto brandendo le pale”, “usano le dita al posto delle baionette”, “stanno senza calcini nella neve”, ecc.), l’attuale architettura di governo non sembra prossima al collasso.
A dirlo è l’intelligence statunitense. Secondo fonti riportate dal sito Axios, l’Iran non è vicino a una condizione di rovesciamento dell’assetto istituzionale. Le proteste sono sicuramente larghe e sentite, e si radicano nelle profonde difficoltà economiche vissute nel paese, strozzato dalla guerra economica dell’imperialismo occidentale, anche dai settori in cui tradizionalmente la Repubblica Islamica ha trovato la propria legittimazione.
Ma secondo gli analisti di Washington, le mobilitazioni mancano di tre elementi fondamentali per trasformarsi in un cambio di regime: l’assenza di forze che ne possano diventare una guida unitaria, capace di coordinare le proteste; la frammentarietà delle istanze, che oscillano tra crisi economica, diritti sociali e riforme politiche, senza una piattaforma politica coerente; le forze di sicurezza hanno dimostrato di poter gestire le piazze senza dover ricorrere a un uso generalizzato della forza che potrebbe innescare reazioni incontrollabili, subendo anche un alto livello di perdite.
A rafforzare questa tesi interviene un’analisi del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che evidenzia una differenza sostanziale rispetto alla caduta dello Scià nel 1979. All’epoca, le defezioni nelle forze armate furono decisive, mentre oggi l’apparato di sicurezza appare coeso e fedele all’ayatollah Khamenei.
Inoltre, l’Iran non è una costruzione artificiale, come altri paesi “disegnati sulla carta geografica” dai colonialisti europei: ha una forte identità radicata in secoli di storia, in una sostanziale omogeneità religiosa e in minoranze etniche – curdi, arabi, baluchi e turkmeni – che, per quanto portino avanti richieste di maggiore rappresentanza e autonomia, non perseguono progetti separatisti o, quando pur esistono, non sono sostenute da una ampia legittimazione popolare.
L’idea che vi possa essere una “balcanizzazione” del paese, spesso auspicata dai più rapaci imperialisti, è una proiezione di schemi usati e foraggiati dall’Occidente che non sono esportabili ovunque. Intanto, oggi si svolgerà una manifestazione a sostegno della Repubblica Islamica, mentre già ieri sono state decine di migliaia le persone che hanno partecipato al funerale di Melina Asadi, bambina di 3 anni uccisa dai manifestanti durante le proteste giovedì scorso, a Kermanshah.
Appare dunque evidente come questa insistenza su di un Iran vicino al collasso serva solo a creare una narrazione orientata a legittimare interventi esterni ad un’opinione pubblica occidentale già alle prese con l’allarmismo sull'“aggressività russa”, il perdurante lento genocidio dei palestinesi, le minacce statunitensi di attaccare molti paesi, dal Venezuela alla Groenlandia.
Presentare il paese come un’entità in crisi, vicina a frantumarsi, trasforma da “accettabile” a “necessario”, da “pericoloso” a “facile”, lo scenario della destabilizzazione violenta attraverso un intervento esterno, per aiutare i manifestanti a fare “l’ultimo miglio” che li separa dalla liberazione dal regime islamico. La realtà, stando a quel che dicono persino avversari strategici come Israele e USA, è diversa.
I media nostrani, tuttavia, riportano solo la notizia diffusa dal New York Times secondo il quale, negli ultimi giorni, Donald Trump sarebbe stato informato sulle varie opzioni possibile per un attacco militare all’Iran, e tra i target ci sarebbero anche siti non militari della capitale. Teheran ha immediatamente risposto che ciò porterebbe a una reazione contro le basi statunitensi nella regione, ma anche contro Israele.
Lo schema della propaganda coordinata e funzionale a un’aggressione imperialista risulta evidente, e a questo partecipano anche le forze della “sinistra imperiale” occidentale. Non avevamo dubbi, per esempio, che l’italiana AVS avrebbe strumentalizzato “l’autodeterminazione dei popoli” per chiedere alla UE di “sostenere la mobilitazione” in Iran. Bisogna segnalare anche le parole di Ilaria Salis, secondo la quale “molti a sinistra risultano affetti dalla malattia del campismo e faticano persino a solidarizzare con gli insorti”.
Purtroppo, il “campismo” è in realtà alimentato – da parte degli imperialisti – con una brutale semplificazione/manipolazione degli eventi, mentre l'“autodeterminazione dei popoli” a doppio standard (vale per alcuni, non per altri) diventa un mezzo per legittimare l’ingerenza straniera negli affari interni altrui, quando autodeterminazione significa proprio il contrario. E difatti, ci sono anche recenti prove di come il tentativo di sfruttamento da parte occidentale di legittime rivendicazioni popolari iraniane abbia smorzato la protesta e abbia fatto danno proprio alla capacità di autodeterminazione.
È un discorso complesso, ma è quella complessità che non vogliono farci sciogliere in termini chiari, per far sì che l’imperialismo in crisi possa avere mano libera nei propri crimini.
Fonte
A dirlo è l’intelligence statunitense. Secondo fonti riportate dal sito Axios, l’Iran non è vicino a una condizione di rovesciamento dell’assetto istituzionale. Le proteste sono sicuramente larghe e sentite, e si radicano nelle profonde difficoltà economiche vissute nel paese, strozzato dalla guerra economica dell’imperialismo occidentale, anche dai settori in cui tradizionalmente la Repubblica Islamica ha trovato la propria legittimazione.
Ma secondo gli analisti di Washington, le mobilitazioni mancano di tre elementi fondamentali per trasformarsi in un cambio di regime: l’assenza di forze che ne possano diventare una guida unitaria, capace di coordinare le proteste; la frammentarietà delle istanze, che oscillano tra crisi economica, diritti sociali e riforme politiche, senza una piattaforma politica coerente; le forze di sicurezza hanno dimostrato di poter gestire le piazze senza dover ricorrere a un uso generalizzato della forza che potrebbe innescare reazioni incontrollabili, subendo anche un alto livello di perdite.
A rafforzare questa tesi interviene un’analisi del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che evidenzia una differenza sostanziale rispetto alla caduta dello Scià nel 1979. All’epoca, le defezioni nelle forze armate furono decisive, mentre oggi l’apparato di sicurezza appare coeso e fedele all’ayatollah Khamenei.
Inoltre, l’Iran non è una costruzione artificiale, come altri paesi “disegnati sulla carta geografica” dai colonialisti europei: ha una forte identità radicata in secoli di storia, in una sostanziale omogeneità religiosa e in minoranze etniche – curdi, arabi, baluchi e turkmeni – che, per quanto portino avanti richieste di maggiore rappresentanza e autonomia, non perseguono progetti separatisti o, quando pur esistono, non sono sostenute da una ampia legittimazione popolare.
L’idea che vi possa essere una “balcanizzazione” del paese, spesso auspicata dai più rapaci imperialisti, è una proiezione di schemi usati e foraggiati dall’Occidente che non sono esportabili ovunque. Intanto, oggi si svolgerà una manifestazione a sostegno della Repubblica Islamica, mentre già ieri sono state decine di migliaia le persone che hanno partecipato al funerale di Melina Asadi, bambina di 3 anni uccisa dai manifestanti durante le proteste giovedì scorso, a Kermanshah.
Appare dunque evidente come questa insistenza su di un Iran vicino al collasso serva solo a creare una narrazione orientata a legittimare interventi esterni ad un’opinione pubblica occidentale già alle prese con l’allarmismo sull'“aggressività russa”, il perdurante lento genocidio dei palestinesi, le minacce statunitensi di attaccare molti paesi, dal Venezuela alla Groenlandia.
Presentare il paese come un’entità in crisi, vicina a frantumarsi, trasforma da “accettabile” a “necessario”, da “pericoloso” a “facile”, lo scenario della destabilizzazione violenta attraverso un intervento esterno, per aiutare i manifestanti a fare “l’ultimo miglio” che li separa dalla liberazione dal regime islamico. La realtà, stando a quel che dicono persino avversari strategici come Israele e USA, è diversa.
I media nostrani, tuttavia, riportano solo la notizia diffusa dal New York Times secondo il quale, negli ultimi giorni, Donald Trump sarebbe stato informato sulle varie opzioni possibile per un attacco militare all’Iran, e tra i target ci sarebbero anche siti non militari della capitale. Teheran ha immediatamente risposto che ciò porterebbe a una reazione contro le basi statunitensi nella regione, ma anche contro Israele.
Lo schema della propaganda coordinata e funzionale a un’aggressione imperialista risulta evidente, e a questo partecipano anche le forze della “sinistra imperiale” occidentale. Non avevamo dubbi, per esempio, che l’italiana AVS avrebbe strumentalizzato “l’autodeterminazione dei popoli” per chiedere alla UE di “sostenere la mobilitazione” in Iran. Bisogna segnalare anche le parole di Ilaria Salis, secondo la quale “molti a sinistra risultano affetti dalla malattia del campismo e faticano persino a solidarizzare con gli insorti”.
Purtroppo, il “campismo” è in realtà alimentato – da parte degli imperialisti – con una brutale semplificazione/manipolazione degli eventi, mentre l'“autodeterminazione dei popoli” a doppio standard (vale per alcuni, non per altri) diventa un mezzo per legittimare l’ingerenza straniera negli affari interni altrui, quando autodeterminazione significa proprio il contrario. E difatti, ci sono anche recenti prove di come il tentativo di sfruttamento da parte occidentale di legittime rivendicazioni popolari iraniane abbia smorzato la protesta e abbia fatto danno proprio alla capacità di autodeterminazione.
È un discorso complesso, ma è quella complessità che non vogliono farci sciogliere in termini chiari, per far sì che l’imperialismo in crisi possa avere mano libera nei propri crimini.
Fonte
08/01/2026
I volenterosi facilitatori del lavoro sporco di Trump
Puntuali come l’abbassamento delle temperature a gennaio, in questi giorni drammatici stanno comparendo di nuovo gli “equidistanti”.
Un articolo dell’Huffington Post (area La Repubblica per intendersi) sottolinea con enfasi come l’arcipelago vicino al PD stia negando ogni adesione alla giornata di mobilitazione nazionale del 10 gennaio intorno alla parola d’ordine “Giù le mani dal Venezuela” che vedrà manifestazioni in molte città italiane.
Il giornale online collaterale a La Repubblica, avanza poi un paragone improprio tra le giornate di mobilitazione sulla Palestina di settembre e ottobre e quella programmata per sabato prossimo, puntando sulla prevedibile differenza in termini di partecipazione popolare. È evidente la capziosità di un simile paragone.
Dagli esponenti del PD a quelli dell’Arci nazionale o alla CGIL, è tutto un prendere le distanze da Maduro e dalla “dittatura venezuelana”. Certo Trump ha esagerato ma il Venezuela bolivariano rimane comunque una esperienza indigeribile e indigesta per i “democratici de noantri”.
In questa operazione di delegittimazione delle mobilitazioni solidali con il Venezuela si trascura un dettaglio: nessuno dei promotori della giornata di sabato 10 gennaio ha mai nutrito illusioni sul fatto che il Pd o pezzi del campo largo potessero sentire la responsabilità di prendere una posizione chiara contro una aggressione imperialista come quella realizzata dall’amministrazione Trump.
Non lo hanno mai fatto. Nè su quella contro l’Iraq nel 2003 né, tantomeno, su quella contro la federazione Jugoslava nel 1999 dove anzi sostennero i bombardamenti della Nato su Belgrado. Non lo hanno fatto neanche nel 2011 sulla Libia e ci hanno messo quasi due anni per trovare il coraggio di dire e fare qualcosa contro il genocidio dei palestinesi in corso a Gaza dall’ottobre 2023.
In tutte quelle occasioni, quella che molti cominciano a definire come “la sinistra imperiale”, hanno sempre accettato il ricatto della narrazione dominante del sistema politico/mediatico occidentale. Alla fin fine il demone da sconfiggere non era la bellicista supremazia di una superpotenza occidentale ma erano i Saddam Hussein, i Milosevic, i Gheddafi, Hamas e oggi Maduro. Era questa la “giungla” da liquidare con ogni mezzo illudendosi di poter mitigare le sanguinose spine nel proprio giardino.
Certo gli USA o la Nato bombardavano popoli e paesi che non li avevano aggrediti ma comunque questi erano gestiti da autocrati, dittatori, pazzi criminali etc etc. Ragione per cui meritavano di essere deposti, fucilati, impiccati, bombardati, con il solo difetto di qualche migliaio di vittime collaterali.
Di fronte alla enormità della minaccia rappresentata, oggi più di ieri, da un imperialismo consapevole del proprio declino e pertanto più inferocito, prevale nel mondo del campo largo – Pd, Cgil, Arci, Anpi etc. – la preoccupazione di prendere le distanze dagli aggrediti e, nella migliore delle ipotesi, di mostrarsi equidistanti tra aggrediti e aggressori. Del resto è proprio tale ambiguità che rende debole e inefficace l’opposizione ad un governo di destra sistematicamente allineato e complice prima con Israele e oggi con gli Stati Uniti.
Quello dell’equidistanza è uno schema ripetuto spesso che però non è stato messo in campo nel caso dell’Ucraina, dove la chiamata alle armi e all’arruolamento nel blocco euroatlantico è stata pressoché totale. Nel caso del Venezuela, invece, non trovano nemmeno il coraggio di dire almeno che c’è “un rapitore e un rapito”, evitando di impegnarsi e schierarsi contro una operazione statunitense che ratifica la fine di ogni parvenza di diritto internazionale e precipita velocemente il mondo su un piano inclinato.
Del resto eravamo stati facili profeti quando abbiamo scritto che la “normalizzazione del genocidio” contro i palestinesi rappresentava una soglia che, una volta oltrepassata, avrebbe spianato la strada alla banalità del male, in ogni quadrante ed in ogni circostanza.
Siamo ormai nel mezzo di tempi di ferro e di fuoco dove la supremazia militare statunitense e il suo braccio in Medio Oriente – Israele – puntano a ridisegnare una mappa delle relazioni internazionali in cui i loro interessi non devono avere competitori ma solo sudditi e partner commerciali e nelle quali all’egemonia viene sostituito il timore. Essere “temuti” prevale ormai sull’essere rispettati.
In un contesto storico con tali caratteristiche non c’è più spazio per ambiguità e equidistanza. Così come avvenuto nelle mobilitazioni al fianco del popolo palestinese, sabato in piazza ci sarà chi ne è consapevole già da adesso.
Fonte
Un articolo dell’Huffington Post (area La Repubblica per intendersi) sottolinea con enfasi come l’arcipelago vicino al PD stia negando ogni adesione alla giornata di mobilitazione nazionale del 10 gennaio intorno alla parola d’ordine “Giù le mani dal Venezuela” che vedrà manifestazioni in molte città italiane.
Il giornale online collaterale a La Repubblica, avanza poi un paragone improprio tra le giornate di mobilitazione sulla Palestina di settembre e ottobre e quella programmata per sabato prossimo, puntando sulla prevedibile differenza in termini di partecipazione popolare. È evidente la capziosità di un simile paragone.
Dagli esponenti del PD a quelli dell’Arci nazionale o alla CGIL, è tutto un prendere le distanze da Maduro e dalla “dittatura venezuelana”. Certo Trump ha esagerato ma il Venezuela bolivariano rimane comunque una esperienza indigeribile e indigesta per i “democratici de noantri”.
In questa operazione di delegittimazione delle mobilitazioni solidali con il Venezuela si trascura un dettaglio: nessuno dei promotori della giornata di sabato 10 gennaio ha mai nutrito illusioni sul fatto che il Pd o pezzi del campo largo potessero sentire la responsabilità di prendere una posizione chiara contro una aggressione imperialista come quella realizzata dall’amministrazione Trump.
Non lo hanno mai fatto. Nè su quella contro l’Iraq nel 2003 né, tantomeno, su quella contro la federazione Jugoslava nel 1999 dove anzi sostennero i bombardamenti della Nato su Belgrado. Non lo hanno fatto neanche nel 2011 sulla Libia e ci hanno messo quasi due anni per trovare il coraggio di dire e fare qualcosa contro il genocidio dei palestinesi in corso a Gaza dall’ottobre 2023.
In tutte quelle occasioni, quella che molti cominciano a definire come “la sinistra imperiale”, hanno sempre accettato il ricatto della narrazione dominante del sistema politico/mediatico occidentale. Alla fin fine il demone da sconfiggere non era la bellicista supremazia di una superpotenza occidentale ma erano i Saddam Hussein, i Milosevic, i Gheddafi, Hamas e oggi Maduro. Era questa la “giungla” da liquidare con ogni mezzo illudendosi di poter mitigare le sanguinose spine nel proprio giardino.
Certo gli USA o la Nato bombardavano popoli e paesi che non li avevano aggrediti ma comunque questi erano gestiti da autocrati, dittatori, pazzi criminali etc etc. Ragione per cui meritavano di essere deposti, fucilati, impiccati, bombardati, con il solo difetto di qualche migliaio di vittime collaterali.
Di fronte alla enormità della minaccia rappresentata, oggi più di ieri, da un imperialismo consapevole del proprio declino e pertanto più inferocito, prevale nel mondo del campo largo – Pd, Cgil, Arci, Anpi etc. – la preoccupazione di prendere le distanze dagli aggrediti e, nella migliore delle ipotesi, di mostrarsi equidistanti tra aggrediti e aggressori. Del resto è proprio tale ambiguità che rende debole e inefficace l’opposizione ad un governo di destra sistematicamente allineato e complice prima con Israele e oggi con gli Stati Uniti.
Quello dell’equidistanza è uno schema ripetuto spesso che però non è stato messo in campo nel caso dell’Ucraina, dove la chiamata alle armi e all’arruolamento nel blocco euroatlantico è stata pressoché totale. Nel caso del Venezuela, invece, non trovano nemmeno il coraggio di dire almeno che c’è “un rapitore e un rapito”, evitando di impegnarsi e schierarsi contro una operazione statunitense che ratifica la fine di ogni parvenza di diritto internazionale e precipita velocemente il mondo su un piano inclinato.
Del resto eravamo stati facili profeti quando abbiamo scritto che la “normalizzazione del genocidio” contro i palestinesi rappresentava una soglia che, una volta oltrepassata, avrebbe spianato la strada alla banalità del male, in ogni quadrante ed in ogni circostanza.
Siamo ormai nel mezzo di tempi di ferro e di fuoco dove la supremazia militare statunitense e il suo braccio in Medio Oriente – Israele – puntano a ridisegnare una mappa delle relazioni internazionali in cui i loro interessi non devono avere competitori ma solo sudditi e partner commerciali e nelle quali all’egemonia viene sostituito il timore. Essere “temuti” prevale ormai sull’essere rispettati.
In un contesto storico con tali caratteristiche non c’è più spazio per ambiguità e equidistanza. Così come avvenuto nelle mobilitazioni al fianco del popolo palestinese, sabato in piazza ci sarà chi ne è consapevole già da adesso.
Fonte
Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano
Vorrei condividere un paio di osservazioni che ritengo importanti in relazione alle notizie che stanno circolando sul recente attacco militare da parte dell’imperialismo statunitense contro il territorio venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana con il sequestro del presidente Nicolás Maduro.
Innanzitutto, credo che ci sia già la consapevolezza che uno dei motivi principali per i quali l’imperialismo sceglie di attaccare non solo militarmente il Venezuela, ma anche attraverso sanzioni, attraverso una guerra economica e mediatica, ha a che fare con l’interesse degli Stati Uniti ad accedere direttamente e poter continuare il saccheggio coloniale e imperialista delle risorse naturali del Venezuela, in particolare del petrolio.
Tuttavia, credo sia molto importante tenere presente che questa consapevolezza, ad esempio in certi contesti progressisti, decoloniali, che si definiscono di “sinistra” – sia in America Latina che in Spagna o in diversi contesti europei – non ha nulla a che vedere con il sostegno, che infatti è stato sempre negato, alla Rivoluzione Bolivariana. Sono state spesso proprio le persone che animano questi contesti, che si definiscono anticolonialiste e progressiste, ad essere attive nel tagliare i legami di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, nell’impedire che ci fosse un lavoro politico attivo in sua difesa. (...)
L’interesse degli Stati Uniti in questo territorio ha a che fare con la possibilità di continuare a depredare le nostre risorse naturali e per questo hanno bisogno di controllare i media, di controllare il governo, di avere un’élite che sia a loro servizio, hanno bisogno di avere un intero apparato statale che sia funzionale all’imperialismo per continuare il saccheggio coloniale. Se siamo tutti consapevoli di questo però non è perché è stata ascoltata la Rivoluzione Bolivariana, le persone organizzate nelle comunità o le autorità del governo chavista del Venezuela, ma perché Donald Trump ha avuto la sfacciataggine di ripeterlo più volte nelle sue conferenze stampa, così come i vari funzionari del suo governo e persino i funzionari militari. Sia Trump che molti altri hanno detto chiaramente che l’interesse principale nel territorio venezuelano è quello di poter accedere alle sue risorse naturali, in particolare al petrolio.
Ecco quindi il primo punto che mi sembra importante tenere presente: in quale collasso ideologico di visione e impostazione politica si trovano i progressisti, gli anticolonialisti, le femministe che si dicono di sinistra – tanto in Sudamerica che in Europa – che non hanno mostrato solidarietà con la rivoluzione bolivariana, se hanno dovuto aspettare che Donald Trump e lo stesso governo statunitense e le sue autorità confermassero esplicitamente che il loro interesse è quello di accedere alle risorse naturali del Venezuela?
A che livello di razzismo e di arroganza ci troviamo? Credo che sia molto importante tenere presente che la rivoluzione bolivariana è fatta dal popolo venezuelano, dalla classe proletaria, dai contadini venezuelani, dalle persone razializzate, dalle persone che hanno vissuto per 500 anni la sottomissione coloniale. Anche i suoi rappresentanti eletti fanno parte di questa classe, lo stesso presidente Nicolás Maduro è un autista che non appartiene alle élite né alla classe politica creola bianca, lo stesso Hugo Chávez non proviene da un contesto privilegiato ed era un uomo razzializzato.
Credo che ci sia stata una logica profondamente razzista nel non ascoltare questo popolo razzializzato, proletario, contadino che da 20 anni denuncia che l’imperialismo contro il Venezuela ha a che fare principalmente con l’accesso e il saccheggio coloniale delle sue risorse. Invece molti hanno dovuto aspettare che fossero lo stesso Donald Trump, l’imperialismo e le sue autorità, a confermare con assoluta disinvoltura che il proprio interesse principale è l’accesso e il saccheggio delle riserve di petrolio. Quando finalmente i progressisti occidentali riescono a riconoscere che c’è un intervento imperialista e che l’interesse è il petrolio, sostengono però contemporaneamente che questo intervento non abbia nulla a che fare con Maduro, né con la rivoluzione, né con il tipo di governo che c’è in Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana, che ha avuto come una delle sue priorità, ed è per questo che c’è questo livello di attacco e pressione, difendere la sovranità del territorio venezuelano.
E cosa significa “sovranità” in una visione socialista? Il popolo venezuelano, a partire da una prospettiva non capitalista, non coloniale, da una prospettiva che non avvantaggia le élite, ha deciso autonomamente come gestire lo sfruttamento delle proprie risorse naturali, la loro vendita e i profitti ottenuti da questa. Questo è quello che ha fatto il chavismo nei primi anni della rivoluzione, quando c’erano ottime condizioni materiali per promuovere quel processo rivoluzionario, perché sono riusciti a ridistribuire le ricchezze che venivano dal proprio territorio e dalle proprie risorse naturali, risorse a cui gli Stati Uniti e l’imperialismo non avevano più accesso. (...)
La figura di Maduro, come è stato fatto a suo tempo con Chávez, è stata “mostrificata” perché sia Chávez che Maduro, come il governo del Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana, hanno impedito agli Stati Uniti di portare avanti il saccheggio coloniale.
Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, quelle autorità, quel presidente Nicolás Maduro, che garantivano che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantivano che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana. A decidere come reinvestire i profitti, come è stato fatto nei primi anni della rivoluzione.
Certo, bisogna riconoscere, che negli anni successivi tutto è stato molto più complesso in virtù delle sanzioni e dei blocchi imposti dai paesi imperialisti che sono stati pensati e applicati per far crollare sistematicamente l’economia e generare, ad esempio, un processo di migrazione forzata di massa, come quello a cui abbiamo assistito, della popolazione venezuelana.
Abbiamo visto anche come nelle ultime settimane gli Stati Uniti abbiano sequestrato e si siano impossessati di due navi che trasportavano petrolio. Quel sequestro ha a che fare con il saccheggio delle risorse, ma anche con la possibilità che il processo rivoluzionario manchi delle condizioni materiali, politiche e sociali per poter essere realizzato, per poter costruire quella sovranità e per poter difendere il diritto del popolo venezuelano di decidere cosa fare con quelle risorse.
C’è qualcosa di molto importante che vorrei sottolineare: ci sono persone, tra quelle che ho definito “progressiste” che, dopo aver letteralmente accusato di dittatura il governo del Venezuela e definito Maduro un dittatore, hanno sistematicamente messo al servizio dell’imperialismo gli strumenti interpretativi e le argomentazioni della sinistra, del discorso decoloniale, femminista, per rompere i legami di solidarietà, e ancora più grave, per impedire la possibilità di fare un lavoro di pedagogia politica che consentisse di comprendere cosa succede nel contesto venezuelano, limitandosi così solo a ripetere la narrazione imperialista che, evidentemente, è stata da loro molto ben assorbita.
Credo sinceramente, e in questo momento non ho più alcuna ritrosia a dirlo, che molte di queste persone hanno tanta visibilità e popolarità nella loro presunta radicalità femminista, nella loro radicalità “antirazzista”, proprio perché l’egemonia imperialista permette loro di accedere a spazi istituzionali. (...)
Molte figure pubbliche considerate decoloniali, antirazziste, radicali hanno potuto ampliare i loro spazi di visibilità utilizzando questo armamentario retorico apparentemente progressista perché hanno mantenuto il patto imperialista di tacere di fronte alle sanzioni e al blocco, che sono metodologie e punizioni collettive razziste che hanno imposto la fame principalmente ai contadini, alle classi proletarie venezuelane, mentre le élite creole se la spassavano a Madrid e a Miami.
Finora hanno taciuto. E adesso che hanno deciso di dire qualcosa, molte di queste persone, per esempio riguardo al bombardamento del Venezuela (a quanto pare dovevano vedere le bombe per capire come funziona l’imperialismo!), hanno utilizzato, per esempio chiamando Maduro dittatore, la stessa retorica dell’imperialismo, ammantandola di parole femministe, anticoloniali, antirazziste e così via.
Così facendo, e questo è l’ultimo punto che volevo condividere, queste persone hanno ostacolato la possibilità di comprendere la profondità e la ricchezza della coscienza antimperialista che questo governo e le autorità – pur tenendo conto degli errori, dei fallimenti o delle contraddizioni del presidente Hugo Chávez e del presidente Nicolás Maduro – sono riuscite a costruire nel contesto venezuelano.
Questo credo davvero che sia qualcosa contro cui l’imperialismo non potrà lottare, non stiamo parlando, ad esempio, di una situazione come quella che si è presentata in Afghanistan, ma di un contesto in cui c’è una coscienza politica molto forte, che forse è più simile al contesto del Vietnam al tempo della sua guerra. Il chavismo ha fatto un vero e proprio lavoro di pedagogia politica antimperialista, ha spiegato come leggere l’imperialismo, quali sono le sue finalità, i suoi interessi, e il popolo venezuelano è assolutamente consapevole che la serie di eventi che sta vivendo da decenni ha principalmente a che fare con il saccheggio delle sue risorse.
Io dico che quel popolo deve essere ascoltato, deve essere visto, deve essere compreso e deve essere rispettato, soprattutto in questi momenti in cui è indispensabile continuare ad articolare e rafforzare la solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana affinché la sovranità e le risorse venezuelane possano essere protette dall’assedio imperialista che questa volta si è manifestato attraverso la sua forma più diretta e visibile: i bombardamenti.
Fonte
Innanzitutto, credo che ci sia già la consapevolezza che uno dei motivi principali per i quali l’imperialismo sceglie di attaccare non solo militarmente il Venezuela, ma anche attraverso sanzioni, attraverso una guerra economica e mediatica, ha a che fare con l’interesse degli Stati Uniti ad accedere direttamente e poter continuare il saccheggio coloniale e imperialista delle risorse naturali del Venezuela, in particolare del petrolio.
Tuttavia, credo sia molto importante tenere presente che questa consapevolezza, ad esempio in certi contesti progressisti, decoloniali, che si definiscono di “sinistra” – sia in America Latina che in Spagna o in diversi contesti europei – non ha nulla a che vedere con il sostegno, che infatti è stato sempre negato, alla Rivoluzione Bolivariana. Sono state spesso proprio le persone che animano questi contesti, che si definiscono anticolonialiste e progressiste, ad essere attive nel tagliare i legami di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, nell’impedire che ci fosse un lavoro politico attivo in sua difesa. (...)
L’interesse degli Stati Uniti in questo territorio ha a che fare con la possibilità di continuare a depredare le nostre risorse naturali e per questo hanno bisogno di controllare i media, di controllare il governo, di avere un’élite che sia a loro servizio, hanno bisogno di avere un intero apparato statale che sia funzionale all’imperialismo per continuare il saccheggio coloniale. Se siamo tutti consapevoli di questo però non è perché è stata ascoltata la Rivoluzione Bolivariana, le persone organizzate nelle comunità o le autorità del governo chavista del Venezuela, ma perché Donald Trump ha avuto la sfacciataggine di ripeterlo più volte nelle sue conferenze stampa, così come i vari funzionari del suo governo e persino i funzionari militari. Sia Trump che molti altri hanno detto chiaramente che l’interesse principale nel territorio venezuelano è quello di poter accedere alle sue risorse naturali, in particolare al petrolio.
Ecco quindi il primo punto che mi sembra importante tenere presente: in quale collasso ideologico di visione e impostazione politica si trovano i progressisti, gli anticolonialisti, le femministe che si dicono di sinistra – tanto in Sudamerica che in Europa – che non hanno mostrato solidarietà con la rivoluzione bolivariana, se hanno dovuto aspettare che Donald Trump e lo stesso governo statunitense e le sue autorità confermassero esplicitamente che il loro interesse è quello di accedere alle risorse naturali del Venezuela?
A che livello di razzismo e di arroganza ci troviamo? Credo che sia molto importante tenere presente che la rivoluzione bolivariana è fatta dal popolo venezuelano, dalla classe proletaria, dai contadini venezuelani, dalle persone razializzate, dalle persone che hanno vissuto per 500 anni la sottomissione coloniale. Anche i suoi rappresentanti eletti fanno parte di questa classe, lo stesso presidente Nicolás Maduro è un autista che non appartiene alle élite né alla classe politica creola bianca, lo stesso Hugo Chávez non proviene da un contesto privilegiato ed era un uomo razzializzato.
Credo che ci sia stata una logica profondamente razzista nel non ascoltare questo popolo razzializzato, proletario, contadino che da 20 anni denuncia che l’imperialismo contro il Venezuela ha a che fare principalmente con l’accesso e il saccheggio coloniale delle sue risorse. Invece molti hanno dovuto aspettare che fossero lo stesso Donald Trump, l’imperialismo e le sue autorità, a confermare con assoluta disinvoltura che il proprio interesse principale è l’accesso e il saccheggio delle riserve di petrolio. Quando finalmente i progressisti occidentali riescono a riconoscere che c’è un intervento imperialista e che l’interesse è il petrolio, sostengono però contemporaneamente che questo intervento non abbia nulla a che fare con Maduro, né con la rivoluzione, né con il tipo di governo che c’è in Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana, che ha avuto come una delle sue priorità, ed è per questo che c’è questo livello di attacco e pressione, difendere la sovranità del territorio venezuelano.
E cosa significa “sovranità” in una visione socialista? Il popolo venezuelano, a partire da una prospettiva non capitalista, non coloniale, da una prospettiva che non avvantaggia le élite, ha deciso autonomamente come gestire lo sfruttamento delle proprie risorse naturali, la loro vendita e i profitti ottenuti da questa. Questo è quello che ha fatto il chavismo nei primi anni della rivoluzione, quando c’erano ottime condizioni materiali per promuovere quel processo rivoluzionario, perché sono riusciti a ridistribuire le ricchezze che venivano dal proprio territorio e dalle proprie risorse naturali, risorse a cui gli Stati Uniti e l’imperialismo non avevano più accesso. (...)
La figura di Maduro, come è stato fatto a suo tempo con Chávez, è stata “mostrificata” perché sia Chávez che Maduro, come il governo del Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana, hanno impedito agli Stati Uniti di portare avanti il saccheggio coloniale.
Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, quelle autorità, quel presidente Nicolás Maduro, che garantivano che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantivano che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana. A decidere come reinvestire i profitti, come è stato fatto nei primi anni della rivoluzione.
Certo, bisogna riconoscere, che negli anni successivi tutto è stato molto più complesso in virtù delle sanzioni e dei blocchi imposti dai paesi imperialisti che sono stati pensati e applicati per far crollare sistematicamente l’economia e generare, ad esempio, un processo di migrazione forzata di massa, come quello a cui abbiamo assistito, della popolazione venezuelana.
Abbiamo visto anche come nelle ultime settimane gli Stati Uniti abbiano sequestrato e si siano impossessati di due navi che trasportavano petrolio. Quel sequestro ha a che fare con il saccheggio delle risorse, ma anche con la possibilità che il processo rivoluzionario manchi delle condizioni materiali, politiche e sociali per poter essere realizzato, per poter costruire quella sovranità e per poter difendere il diritto del popolo venezuelano di decidere cosa fare con quelle risorse.
C’è qualcosa di molto importante che vorrei sottolineare: ci sono persone, tra quelle che ho definito “progressiste” che, dopo aver letteralmente accusato di dittatura il governo del Venezuela e definito Maduro un dittatore, hanno sistematicamente messo al servizio dell’imperialismo gli strumenti interpretativi e le argomentazioni della sinistra, del discorso decoloniale, femminista, per rompere i legami di solidarietà, e ancora più grave, per impedire la possibilità di fare un lavoro di pedagogia politica che consentisse di comprendere cosa succede nel contesto venezuelano, limitandosi così solo a ripetere la narrazione imperialista che, evidentemente, è stata da loro molto ben assorbita.
Credo sinceramente, e in questo momento non ho più alcuna ritrosia a dirlo, che molte di queste persone hanno tanta visibilità e popolarità nella loro presunta radicalità femminista, nella loro radicalità “antirazzista”, proprio perché l’egemonia imperialista permette loro di accedere a spazi istituzionali. (...)
Molte figure pubbliche considerate decoloniali, antirazziste, radicali hanno potuto ampliare i loro spazi di visibilità utilizzando questo armamentario retorico apparentemente progressista perché hanno mantenuto il patto imperialista di tacere di fronte alle sanzioni e al blocco, che sono metodologie e punizioni collettive razziste che hanno imposto la fame principalmente ai contadini, alle classi proletarie venezuelane, mentre le élite creole se la spassavano a Madrid e a Miami.
Finora hanno taciuto. E adesso che hanno deciso di dire qualcosa, molte di queste persone, per esempio riguardo al bombardamento del Venezuela (a quanto pare dovevano vedere le bombe per capire come funziona l’imperialismo!), hanno utilizzato, per esempio chiamando Maduro dittatore, la stessa retorica dell’imperialismo, ammantandola di parole femministe, anticoloniali, antirazziste e così via.
Così facendo, e questo è l’ultimo punto che volevo condividere, queste persone hanno ostacolato la possibilità di comprendere la profondità e la ricchezza della coscienza antimperialista che questo governo e le autorità – pur tenendo conto degli errori, dei fallimenti o delle contraddizioni del presidente Hugo Chávez e del presidente Nicolás Maduro – sono riuscite a costruire nel contesto venezuelano.
Questo credo davvero che sia qualcosa contro cui l’imperialismo non potrà lottare, non stiamo parlando, ad esempio, di una situazione come quella che si è presentata in Afghanistan, ma di un contesto in cui c’è una coscienza politica molto forte, che forse è più simile al contesto del Vietnam al tempo della sua guerra. Il chavismo ha fatto un vero e proprio lavoro di pedagogia politica antimperialista, ha spiegato come leggere l’imperialismo, quali sono le sue finalità, i suoi interessi, e il popolo venezuelano è assolutamente consapevole che la serie di eventi che sta vivendo da decenni ha principalmente a che fare con il saccheggio delle sue risorse.
Io dico che quel popolo deve essere ascoltato, deve essere visto, deve essere compreso e deve essere rispettato, soprattutto in questi momenti in cui è indispensabile continuare ad articolare e rafforzare la solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana affinché la sovranità e le risorse venezuelane possano essere protette dall’assedio imperialista che questa volta si è manifestato attraverso la sua forma più diretta e visibile: i bombardamenti.
Fonte
16/12/2025
Cile, il dado è tratto
Ormai il Cile avrà ufficialmente alla presidenza un discendente dei nazisti tedeschi: Juan Antonio Kast.
Nel suo programma elettorale e nel suo percorso politico ha mostrato chiaramente di essere degno erede dei suoi antenati. Limitazioni al diritto di sciopero, togliere le tasse ai super ricchi, porre deroghe al matrimonio ugualitario e all’aborto, aumentare l’età pensionabile delle donne, frenare l’aumento delle pensioni – che già sono da fame – indulto ai criminali che durante la dittatura hanno compiuto atti di tortura assassinio e scomparsa di persone, ridurre le regole ambientaliste, ridurre le spese statali tagliando il welfare, eliminare le imposte sui profitti del capitale, e tanto altro sono già cose dichiarate e previste.
La candidata concorrente, Jannette Jara, ha dovuto accettare il verdetto delle urne (58,3% per “il tedesco” e 41,7% per lei) che promuove Kast come il presidente più votato dai cileni. A questo proposito però è da tenere presente il fatto che, per la prima volta, il voto in Cile è diventato obbligatorio.
A seguito dei risultati, Jara dichiara che sarà necessario fare “una profonda riflessione per capire le cause che hanno portato a questo risultato”. In realtà, pur senza voler tagliare i problemi con l’accetta, non ci sarebbe bisogno di grandi riflessioni sull’argomento, bensì di decidere profondi cambiamenti nelle politiche delle cosiddette “sinistre” concertazioniste e progressiste che sono state al potere nel dopo Pinochet.
La responsabilità maggiore dell’esito di questa ultima elezione è facilmente ascrivibile a Gabriel Boric, che era stato designato presidente nel novembre del 2021 con l’esplicito mandato delle folle cilene – esplose nell’ottobre del 2019 – di mettere fine al sistema neoliberista.
Lui ha invece profondamente deluso tutte le aspettative di coloro che lo avevano votato sperando in una nuova rinascita del Cile popolare di Allende. Ma quella fiducia era molto mal riposta, perché, malgrado la scintillante traiettoria politica dello “studente Boric”, che prometteva fuoco e fiamme nel 2011, già il 15 novembre del 2019, il “Boric rappresentante del Fronte Amplio”, creò scompiglio nelle sue stesse file firmando l’“Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”.
Questo accordo ha avuto infatti il potere di sgonfiare in gran parte la giusta rabbia spontanea della popolazione, che, sbagliando, immaginava che una nuova Costituzione potesse essere elemento sufficiente a risolvere tutti i problemi socio-economici del Paese.
Purtroppo il percorso previsto dall’infame Accordo era stato strutturato dai politici in maniera tale da non lasciare alla popolazione lo spazio che aveva creduto di poter avere: cioè esercitare una vera sovranità riscrivendo totalmente la Magna Carta, dando così alle istanze popolari possibilità vere e concrete per gestire le risorse del paese, dare spazio alle organizzazioni territoriali, ecc. Insomma cambiare totalmente il modello socio-economico neoliberista.
Tutto questo, unito al fatto che quella manovra ha avuto anche lo scopo di salvare la testa dell’allora odiatissimo presidente Piñera, che era ormai sul punto di cadere, ha fatto sì che la mobilitazione popolare rientrasse. Cosa favorita anche dalla catastrofe sanitaria che è stata il Covid nel 2020/2021.
Nel novembre del 2021 arriva il momento delle elezioni presidenziali. Si risvegliano le speranze di gran parte delle masse popolari, che ricominciano a credere di poter uscire dalla difficile situazione socio economica col semplice voto per un candidato come Boric, un “progressista” che faceva grandi promesse di cambiamento radicale in tutti i campi più sentiti dalla popolazione.
Diceva di voler eliminare le politiche neoliberiste, causa di tutti i problemi nei vari campi, di volere giustizia per le vittime e i prigionieri della rivolta sociale, di non volere ulteriore repressione nel Wallmapu e di volere trattative eque con la popolazione mapuche, ecc ecc. Promesse, promesse, promesse... che man mano ha diluito addirittura nel corso stesso della campagna elettorale – non tutti hanno voluto vedere da subito questo scivolamento – e, infine, tutte totalmente disattese negli atti di governo una volta eletto.
In realtà il neoliberismo, nato con Pinochet e implementato alla grande dai governi di quella che doveva essere la “transizione” – che non è mai finita... – dalla dittatura alla democrazia, ha avuto nel governo Boric un interprete appassionato e convinto che ha confermato tutte le istanze neoliberiste che erano rimaste in sospeso nei governi precedenti (dalla firma del TPP11, alle concessioni ai signori delle AFP, alla cessione del litio al genero di Pinochet ecc. Tutti elementi strutturali che confermano e rafforzano il potere delle oligarchie nazionali e delle multinazionali).
Con queste premesse, il passaggio dalla democrazia “ristretta, tutelata e a bassa intensità” instaurata nel 1990 all’attuale nazifascismo dichiarato non è affatto un fulmine a ciel sereno. Così come non lo è il fatto che qua in Italia abbiamo al governo i nipoti di Mussolini...
Sembra ormai statisticamente consolidato il fatto che quando le “sinistre” fanno le medesime politiche socio economiche delle destre – anche se con qualche maquillage colorato in più – le destre, soprattutto quelle estreme, se ne avvantaggiano e addirittura prendono i posti del comando politico.
Un altro elemento importante che ha determinato gli esiti della votazione cilena è sicuramente molto ben espresso in un articolo che abbiamo proposto alcuni giorni fa e che dedica una interessante analisi psico-sociale delle motivazioni per cui i poveri votano personaggi che sono assolutamente agli antipodi dei loro interessi.
Il dado è tratto. Ormai Kast a marzo assumerà la carica di presidente. Grande e comprensibile è lo sconforto dei compagni che da tempo vedevano arrivare questo evento che avevano paventato e previsto, dati gli elementi sopra accennati.
Meno comprensibile, e ancor meno accettabile, lo sconcerto e la sorpresa con cui le “sinistre progressiste” accolgono il fatto. Purtroppo dalla dichiarazioni fatte, sembra che Jara, come gli altri del governo, pensi ancora che con una “aggiustatina” qua e là a qualche proposta di legge, con ulteriori concessioni sulla “sicurezza”, mettendo insieme un’accozzaglia ancora più ampia di partiti che vada dalla Democrazia Cristiana al Frente Amplio o addossando esclusivamente alla persona di Boric tutte le responsabilità dell’attuale esito elettorale, nelle prossime elezioni presidenziali la destra sarà sconfitta.
Una visione totalmente miope ed elettoralistica che non coglie la profonda necessità ed esigenza di cambio totale del modello neoliberista nato e sperimentato in dittatura e poi esportato ahimè con grandi successi/danni – a seconda dei punti di vista, o meglio degli interessi materiali... – nel resto del Mondo.
Ma Kast sa che non può permettersi proprio tutto tutto quello che ha in mente e, nel discorso di circostanza tenuto dopo l’uscita dei risultati elettorali, ha un po’ moderato il suo programma estremista ed escludente dichiarando che comunque lui sarà “il presidente di tutti i cileni”.
Infatti, malgrado i tempi difficili che intende somministrare alle masse popolari e a chi rientra nei progetti di repressione tout court, sa bene che comunque dovrà fare i conti con un movimento operaio e studentesco che, pur nelle difficoltà organizzative, non è morto e sepolto, e che gli renderà la vita meno facile di quanto possa sperare, se si riusciranno a creare i giusti collegamenti con i tanti movimenti sociali, che pure ancora vivono nei territori, e richiamandosi anche alle pratiche dello sciopero generale portate avanti qui in Italia e in Portogallo, da cui pare che intendano trarre esempio con entusiasmo per creare le condizioni per un vero cambiamento strutturale di governo e sistema.
Fonte
Nel suo programma elettorale e nel suo percorso politico ha mostrato chiaramente di essere degno erede dei suoi antenati. Limitazioni al diritto di sciopero, togliere le tasse ai super ricchi, porre deroghe al matrimonio ugualitario e all’aborto, aumentare l’età pensionabile delle donne, frenare l’aumento delle pensioni – che già sono da fame – indulto ai criminali che durante la dittatura hanno compiuto atti di tortura assassinio e scomparsa di persone, ridurre le regole ambientaliste, ridurre le spese statali tagliando il welfare, eliminare le imposte sui profitti del capitale, e tanto altro sono già cose dichiarate e previste.
La candidata concorrente, Jannette Jara, ha dovuto accettare il verdetto delle urne (58,3% per “il tedesco” e 41,7% per lei) che promuove Kast come il presidente più votato dai cileni. A questo proposito però è da tenere presente il fatto che, per la prima volta, il voto in Cile è diventato obbligatorio.
A seguito dei risultati, Jara dichiara che sarà necessario fare “una profonda riflessione per capire le cause che hanno portato a questo risultato”. In realtà, pur senza voler tagliare i problemi con l’accetta, non ci sarebbe bisogno di grandi riflessioni sull’argomento, bensì di decidere profondi cambiamenti nelle politiche delle cosiddette “sinistre” concertazioniste e progressiste che sono state al potere nel dopo Pinochet.
La responsabilità maggiore dell’esito di questa ultima elezione è facilmente ascrivibile a Gabriel Boric, che era stato designato presidente nel novembre del 2021 con l’esplicito mandato delle folle cilene – esplose nell’ottobre del 2019 – di mettere fine al sistema neoliberista.
Lui ha invece profondamente deluso tutte le aspettative di coloro che lo avevano votato sperando in una nuova rinascita del Cile popolare di Allende. Ma quella fiducia era molto mal riposta, perché, malgrado la scintillante traiettoria politica dello “studente Boric”, che prometteva fuoco e fiamme nel 2011, già il 15 novembre del 2019, il “Boric rappresentante del Fronte Amplio”, creò scompiglio nelle sue stesse file firmando l’“Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”.
Questo accordo ha avuto infatti il potere di sgonfiare in gran parte la giusta rabbia spontanea della popolazione, che, sbagliando, immaginava che una nuova Costituzione potesse essere elemento sufficiente a risolvere tutti i problemi socio-economici del Paese.
Purtroppo il percorso previsto dall’infame Accordo era stato strutturato dai politici in maniera tale da non lasciare alla popolazione lo spazio che aveva creduto di poter avere: cioè esercitare una vera sovranità riscrivendo totalmente la Magna Carta, dando così alle istanze popolari possibilità vere e concrete per gestire le risorse del paese, dare spazio alle organizzazioni territoriali, ecc. Insomma cambiare totalmente il modello socio-economico neoliberista.
Tutto questo, unito al fatto che quella manovra ha avuto anche lo scopo di salvare la testa dell’allora odiatissimo presidente Piñera, che era ormai sul punto di cadere, ha fatto sì che la mobilitazione popolare rientrasse. Cosa favorita anche dalla catastrofe sanitaria che è stata il Covid nel 2020/2021.
Nel novembre del 2021 arriva il momento delle elezioni presidenziali. Si risvegliano le speranze di gran parte delle masse popolari, che ricominciano a credere di poter uscire dalla difficile situazione socio economica col semplice voto per un candidato come Boric, un “progressista” che faceva grandi promesse di cambiamento radicale in tutti i campi più sentiti dalla popolazione.
Diceva di voler eliminare le politiche neoliberiste, causa di tutti i problemi nei vari campi, di volere giustizia per le vittime e i prigionieri della rivolta sociale, di non volere ulteriore repressione nel Wallmapu e di volere trattative eque con la popolazione mapuche, ecc ecc. Promesse, promesse, promesse... che man mano ha diluito addirittura nel corso stesso della campagna elettorale – non tutti hanno voluto vedere da subito questo scivolamento – e, infine, tutte totalmente disattese negli atti di governo una volta eletto.
In realtà il neoliberismo, nato con Pinochet e implementato alla grande dai governi di quella che doveva essere la “transizione” – che non è mai finita... – dalla dittatura alla democrazia, ha avuto nel governo Boric un interprete appassionato e convinto che ha confermato tutte le istanze neoliberiste che erano rimaste in sospeso nei governi precedenti (dalla firma del TPP11, alle concessioni ai signori delle AFP, alla cessione del litio al genero di Pinochet ecc. Tutti elementi strutturali che confermano e rafforzano il potere delle oligarchie nazionali e delle multinazionali).
Con queste premesse, il passaggio dalla democrazia “ristretta, tutelata e a bassa intensità” instaurata nel 1990 all’attuale nazifascismo dichiarato non è affatto un fulmine a ciel sereno. Così come non lo è il fatto che qua in Italia abbiamo al governo i nipoti di Mussolini...
Sembra ormai statisticamente consolidato il fatto che quando le “sinistre” fanno le medesime politiche socio economiche delle destre – anche se con qualche maquillage colorato in più – le destre, soprattutto quelle estreme, se ne avvantaggiano e addirittura prendono i posti del comando politico.
Un altro elemento importante che ha determinato gli esiti della votazione cilena è sicuramente molto ben espresso in un articolo che abbiamo proposto alcuni giorni fa e che dedica una interessante analisi psico-sociale delle motivazioni per cui i poveri votano personaggi che sono assolutamente agli antipodi dei loro interessi.
Il dado è tratto. Ormai Kast a marzo assumerà la carica di presidente. Grande e comprensibile è lo sconforto dei compagni che da tempo vedevano arrivare questo evento che avevano paventato e previsto, dati gli elementi sopra accennati.
Meno comprensibile, e ancor meno accettabile, lo sconcerto e la sorpresa con cui le “sinistre progressiste” accolgono il fatto. Purtroppo dalla dichiarazioni fatte, sembra che Jara, come gli altri del governo, pensi ancora che con una “aggiustatina” qua e là a qualche proposta di legge, con ulteriori concessioni sulla “sicurezza”, mettendo insieme un’accozzaglia ancora più ampia di partiti che vada dalla Democrazia Cristiana al Frente Amplio o addossando esclusivamente alla persona di Boric tutte le responsabilità dell’attuale esito elettorale, nelle prossime elezioni presidenziali la destra sarà sconfitta.
Una visione totalmente miope ed elettoralistica che non coglie la profonda necessità ed esigenza di cambio totale del modello neoliberista nato e sperimentato in dittatura e poi esportato ahimè con grandi successi/danni – a seconda dei punti di vista, o meglio degli interessi materiali... – nel resto del Mondo.
Ma Kast sa che non può permettersi proprio tutto tutto quello che ha in mente e, nel discorso di circostanza tenuto dopo l’uscita dei risultati elettorali, ha un po’ moderato il suo programma estremista ed escludente dichiarando che comunque lui sarà “il presidente di tutti i cileni”.
Infatti, malgrado i tempi difficili che intende somministrare alle masse popolari e a chi rientra nei progetti di repressione tout court, sa bene che comunque dovrà fare i conti con un movimento operaio e studentesco che, pur nelle difficoltà organizzative, non è morto e sepolto, e che gli renderà la vita meno facile di quanto possa sperare, se si riusciranno a creare i giusti collegamenti con i tanti movimenti sociali, che pure ancora vivono nei territori, e richiamandosi anche alle pratiche dello sciopero generale portate avanti qui in Italia e in Portogallo, da cui pare che intendano trarre esempio con entusiasmo per creare le condizioni per un vero cambiamento strutturale di governo e sistema.
Fonte
14/12/2025
Il grande valzer del Nazareno: Riformisti a Destra, Riformisti a Sinistra, e la svolta che non si muove
Cari amici del dibattito politico, l’Assemblea Nazionale del PD ha avuto il suo momento catartico: Stefano Bonaccini e la sua “Energia Popolare” sono entrati ufficialmente in maggioranza, chiudendo il cerchio con un atto di unità che è stato salutato come la fine di ogni conflitto interno. L’immagine è quella di una grande famiglia che si ricompone.
Ebbene, mentre i “riformisti di popolo” di Bonaccini si stringono alla segretaria, e i “riformisti-riformisti” (i veri scontenti) si auto-isolano come un collettivo di dissidenza intellettuale, l’osservatore cinico non può che chiedersi: ma la svolta a sinistra, alla fine, ha ottenuto più voti o più freno a mano?
L’ingresso di Bonaccini è stato un esercizio di alto trasformismo moderno, un valzer dove chi prima era il principale sfidante ora è il sostegno più ingombrante. Questa mossa, lodata per l’unità tattica contro Meloni, in realtà cristallizza il problema principale del PD: la retorica della sinistra deve coesistere per forza con la prassi del centro.
I riformisti di Bonaccini hanno portato in dote la loro forza territoriale e la loro aura di “governismo pragmatico”. Ottimo, ma se l’obiettivo della segretaria era quello di rompere con il passato (fiscale, lavoristico, ideologico) del PD, come può farlo ora con una componente così potente e dichiaratamente “attendista” – perché diciamocelo, i governatori si sono schierati in attesa del “dopo Schlein” – che vigila su ogni passo come un severo revisore dei conti?
Il risultato rischia di essere un PD unito nel nome, ma paralizzato nei fatti: una segretaria che parla di trasformazione e una maggioranza che vuole conservazione. Si continua a promettere coraggio contro le disuguaglianze, ma l’ossessione è non fare nulla di troppo sgradito al ceto produttivo, al punto che il fantasma del Jobs Act e la paura di una vera patrimoniale aleggiano su ogni discussione.
Insomma, il valzer è finito. Abbiamo tutti i riformisti al loro posto, la segretaria consolidata, e un avversario esterno (Meloni) che li sbeffeggia perché non hanno un leader, ma due linee politiche che si neutralizzano a vicenda. Un grande successo dell’unità, se solo non significasse che la vera svolta a Sinistra ha appena ricevuto un caloroso benvenuto nella lista delle cose da fare dopo le prossime elezioni. Forse nel 2027. O forse mai.
Fonte
Ebbene, mentre i “riformisti di popolo” di Bonaccini si stringono alla segretaria, e i “riformisti-riformisti” (i veri scontenti) si auto-isolano come un collettivo di dissidenza intellettuale, l’osservatore cinico non può che chiedersi: ma la svolta a sinistra, alla fine, ha ottenuto più voti o più freno a mano?
L’ingresso di Bonaccini è stato un esercizio di alto trasformismo moderno, un valzer dove chi prima era il principale sfidante ora è il sostegno più ingombrante. Questa mossa, lodata per l’unità tattica contro Meloni, in realtà cristallizza il problema principale del PD: la retorica della sinistra deve coesistere per forza con la prassi del centro.
I riformisti di Bonaccini hanno portato in dote la loro forza territoriale e la loro aura di “governismo pragmatico”. Ottimo, ma se l’obiettivo della segretaria era quello di rompere con il passato (fiscale, lavoristico, ideologico) del PD, come può farlo ora con una componente così potente e dichiaratamente “attendista” – perché diciamocelo, i governatori si sono schierati in attesa del “dopo Schlein” – che vigila su ogni passo come un severo revisore dei conti?
Il risultato rischia di essere un PD unito nel nome, ma paralizzato nei fatti: una segretaria che parla di trasformazione e una maggioranza che vuole conservazione. Si continua a promettere coraggio contro le disuguaglianze, ma l’ossessione è non fare nulla di troppo sgradito al ceto produttivo, al punto che il fantasma del Jobs Act e la paura di una vera patrimoniale aleggiano su ogni discussione.
Insomma, il valzer è finito. Abbiamo tutti i riformisti al loro posto, la segretaria consolidata, e un avversario esterno (Meloni) che li sbeffeggia perché non hanno un leader, ma due linee politiche che si neutralizzano a vicenda. Un grande successo dell’unità, se solo non significasse che la vera svolta a Sinistra ha appena ricevuto un caloroso benvenuto nella lista delle cose da fare dopo le prossime elezioni. Forse nel 2027. O forse mai.
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28/10/2025
L’Irlanda non è qui
Allora, mi dicono, vedo e sento: “Guarda l’Irlanda, guarda Dublino! La sinistra si è unita, ha fatto blocco, e la Catherine Connolly ha vinto, ha sbaragliato! Non come qui da noi, dove si litiga sul colore del fucsia e si perde per un voto al fantasma di Berlinguer.”
Bello. Giusto. L’unione fa la forza, è una verità che nemmeno la pubblicità ci aveva reso così banale. Ma andiamo a vedere chi hanno unito, e soprattutto, cosa è stato unito.
La signora Connolly, mi dicono, non è esattamente la cugina timida di D’Alema. Ha sparato a zero, ma proprio a zero, contro il “solito modello di business” e la “crescita infinita per il gusto della crescita che produce macelleria sociale”. Un attacco frontale, un colpo al cuore del Neo-Liberismo, quella religione laica che qui da noi è l’aria che respiriamo, la poltrona su cui dormiamo.
E qui viene il bello, il tragico, l’italiano.
Domanda: in Italia, un candidato così, anti-neo-liberista, che urla contro la macelleria sociale... chi diavolo lo appoggerebbe a sinistra?
Proviamo a fare l’appello, con la mano sul cuore e un sorrisetto amaro. Chi si unirebbe, ma proprio con l’anima in pace, per sconfiggere le destre sul terreno della coerenza?
Parliamo dei partiti che furono rossi, quelli che hanno firmato i peggiori trattati, quelli che hanno svenduto il patrimonio pubblico, quelli che il Neo-Liberismo l’hanno allattato al seno come un figlio scapestrato ma promettente.
Loro, che fanno? Cercano un “Campo Largo”. Un campo largo, sì, ma per le loro sedie. Un’unione per la conservazione del potere, non per la coerenza ideologica. Un’accozzaglia strategica, che non muove la pancia, ma solo il calcolo elettorale.
E poi ci sono i pochi, i coraggiosi, i coerenti. Quelli che stanno con la gente, quelli che, forse, stanno finalmente alzando la testa, ma non per vedere da che parte soffia il vento del “campo largo”, no. Sono troppo indaffarati a portare la gente in piazza, a sollecitare nuove energie, a svegliare chi ancora dorme. Le sirene neoliberiste dell’unità a tutti i costi non le sentono. Hanno altro da fare che guardare le poltrone.
Insomma, l’Irlanda unisce l’anti-sistema per vincere. L’Italia unisce il sistema (o quel che ne resta) per non morire. Una piccola, insignificante, ma fondamentale differenza.
La verità è che la gran parte della presunta sinistra italica è madre nel neoliberismo, o quantomeno collusa e felice di esserlo, finché c’è da spartire una briciola. Non possono appoggiare un candidato anti-sistema. Sarebbe come se il macellaio facesse campagna elettorale per l’Associazione Vegetariana.
Quindi, dove si guarda? Ancora una volta, siamo al solito punto, quello del “non voto” e della disperazione.
Forse, e dico forse, la speranza non è nel “campo largo” delle poltrone, ma nel “campo largo” delle piazze.
Sì, la speranza è lì. In quel popolo incazzato che finora si è allontanato dal voto. Quelli che si sono stancati del teatrino, del balletto di facce interscambiabili. Quelli che, magari, un giorno, decideranno di votare contro e non per, e di mettere lì, su quelle schede, un nome che non sia una bandiera sbiadita, ma un pugno in faccia al “solito modello di business”.
Finirà così? Non lo so.
Però, intanto, brava Catherine Connolly. Chissà cosa si prova ad avere una sinistra che non ha paura di dire la parola “Fondo Monetario Internazionale” senza aggiungere subito dopo “dobbiamo fare i compiti a casa”.
Fonte
Bello. Giusto. L’unione fa la forza, è una verità che nemmeno la pubblicità ci aveva reso così banale. Ma andiamo a vedere chi hanno unito, e soprattutto, cosa è stato unito.
La signora Connolly, mi dicono, non è esattamente la cugina timida di D’Alema. Ha sparato a zero, ma proprio a zero, contro il “solito modello di business” e la “crescita infinita per il gusto della crescita che produce macelleria sociale”. Un attacco frontale, un colpo al cuore del Neo-Liberismo, quella religione laica che qui da noi è l’aria che respiriamo, la poltrona su cui dormiamo.
E qui viene il bello, il tragico, l’italiano.
Domanda: in Italia, un candidato così, anti-neo-liberista, che urla contro la macelleria sociale... chi diavolo lo appoggerebbe a sinistra?
Proviamo a fare l’appello, con la mano sul cuore e un sorrisetto amaro. Chi si unirebbe, ma proprio con l’anima in pace, per sconfiggere le destre sul terreno della coerenza?
Parliamo dei partiti che furono rossi, quelli che hanno firmato i peggiori trattati, quelli che hanno svenduto il patrimonio pubblico, quelli che il Neo-Liberismo l’hanno allattato al seno come un figlio scapestrato ma promettente.
Loro, che fanno? Cercano un “Campo Largo”. Un campo largo, sì, ma per le loro sedie. Un’unione per la conservazione del potere, non per la coerenza ideologica. Un’accozzaglia strategica, che non muove la pancia, ma solo il calcolo elettorale.
E poi ci sono i pochi, i coraggiosi, i coerenti. Quelli che stanno con la gente, quelli che, forse, stanno finalmente alzando la testa, ma non per vedere da che parte soffia il vento del “campo largo”, no. Sono troppo indaffarati a portare la gente in piazza, a sollecitare nuove energie, a svegliare chi ancora dorme. Le sirene neoliberiste dell’unità a tutti i costi non le sentono. Hanno altro da fare che guardare le poltrone.
Insomma, l’Irlanda unisce l’anti-sistema per vincere. L’Italia unisce il sistema (o quel che ne resta) per non morire. Una piccola, insignificante, ma fondamentale differenza.
La verità è che la gran parte della presunta sinistra italica è madre nel neoliberismo, o quantomeno collusa e felice di esserlo, finché c’è da spartire una briciola. Non possono appoggiare un candidato anti-sistema. Sarebbe come se il macellaio facesse campagna elettorale per l’Associazione Vegetariana.
Quindi, dove si guarda? Ancora una volta, siamo al solito punto, quello del “non voto” e della disperazione.
Forse, e dico forse, la speranza non è nel “campo largo” delle poltrone, ma nel “campo largo” delle piazze.
Sì, la speranza è lì. In quel popolo incazzato che finora si è allontanato dal voto. Quelli che si sono stancati del teatrino, del balletto di facce interscambiabili. Quelli che, magari, un giorno, decideranno di votare contro e non per, e di mettere lì, su quelle schede, un nome che non sia una bandiera sbiadita, ma un pugno in faccia al “solito modello di business”.
Finirà così? Non lo so.
Però, intanto, brava Catherine Connolly. Chissà cosa si prova ad avere una sinistra che non ha paura di dire la parola “Fondo Monetario Internazionale” senza aggiungere subito dopo “dobbiamo fare i compiti a casa”.
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20/10/2025
AVS: l'antipasto di “sinistra” (servito dal PD)
La sicurezza con cui taluni commentatori dibattono l’esito delle recenti elezioni regionali in Toscana, speculando su un ipotetico miglior risultato per la “sinistra” qualora AVS avesse sostenuto la candidatura di Antonella Bundu anziché Eugenio Giani, rivela una sconcertante amnesia storica e una fatale incomprensione delle dinamiche politiche.
Simili congetture non solo mancano di rigore analitico, ma ignorano deliberatamente la natura intrinseca e il ruolo sistemico di Sinistra Italiana.
È imperativo richiamare alla memoria che Sinistra Italiana, lungi dall’essere una forza radicalmente autonoma, si è configurata in origine come una mera costola tattica del Partito Democratico. Sebbene il suo atto fondativo di Rimini, scaturito da una mozione congressuale, fosse veicolato dall’ambizione di porsi come alternativa al PD, la sua traiettoria è stata una palese ritirata strategica.
L’alleanza precoce per le Regionali del Lazio con il PD di Zingaretti, seguita alla sua fondazione, non è stata una contingenza, ma il primo, esplicito tradimento di quel mandato programmatico, causando una prevedibile emorragia di iscritti.
L’uscita di Nicola Fratoianni dall’assemblea congressuale successiva, pur confermato segretario, non sancì una ritrovata coerenza ideologica, ma formalizzò un mandato di capitolazione: quello di perseguire alleanze che, nella pratica, la incatenavano alla strategia di “campo largo” del PD.
Non si può negare che, su questioni specifiche, quali i diritti civili più avanzati o talune istanze ambientali particolarmente sensibili, SI e AVS abbiano saputo articolare un distinguo tattico rispetto alla linea ufficiale del PD. Tali mosse, tuttavia, non rappresentano la prova di un’autonomia sostanziale, ma costituiscono un’operazione di cosmetica politica, studiata ad arte per mantenere viva la loro “patente di sinistra” e giustificare la propria esistenza agli occhi della base più critica.
Questi scarti occasionali non mettono mai in discussione la fondamentale appartenenza al “campo largo”, garantendo la conservazione del potere di coalizione.
Coloro che oggi definiscono AVS come l’autentica “sinistra” disattendono la sua funzione reale e consolidata: quella di un sofisticato vaso di raccolta per il voto di protesta. AVS intercetta quell’elettorato disilluso e disgustato dalle politiche strutturalmente neoliberiste del PD, convogliando tali suffragi nel bacino più ampio della coalizione di centrosinistra.
Questo meccanismo, astutamente congegnato, offre all’elettore la simulazione di un voto “puro” – un’autoassoluzione morale per non aver sostenuto direttamente il PD – mentre, nella sostanza, rafforza la medesima architettura di potere che si intende criticare.
L’ipotesi, rilanciata in occasione del buon risultato di Toscana Rossa, di un potenziale “distacco” di AVS dal PD per confluire in una fantomatica “Sinistra autentica” non è che una mistificazione ideologica, una narrazione miserabile volta a cancellare la memoria storica. È un tentativo retorico di conferire dignità e autonomia a un soggetto politico la cui funzione storica è la sussidiarietà.
La conclusione, fondata sull’analisi della sua condotta politica e delle sue reiterate scelte di campo, è lapidaria e ineludibile: mai con Sinistra Italiana/AVS. Questo principio non è frutto di settarismo, ma l’ineluttabile corollario di una rigorosa valutazione della sua persistente subalternità e della sua incapacità, o forse non volontà, di porsi come polo di vera opposizione al mainstream politico.
Fonte
Simili congetture non solo mancano di rigore analitico, ma ignorano deliberatamente la natura intrinseca e il ruolo sistemico di Sinistra Italiana.
È imperativo richiamare alla memoria che Sinistra Italiana, lungi dall’essere una forza radicalmente autonoma, si è configurata in origine come una mera costola tattica del Partito Democratico. Sebbene il suo atto fondativo di Rimini, scaturito da una mozione congressuale, fosse veicolato dall’ambizione di porsi come alternativa al PD, la sua traiettoria è stata una palese ritirata strategica.
L’alleanza precoce per le Regionali del Lazio con il PD di Zingaretti, seguita alla sua fondazione, non è stata una contingenza, ma il primo, esplicito tradimento di quel mandato programmatico, causando una prevedibile emorragia di iscritti.
L’uscita di Nicola Fratoianni dall’assemblea congressuale successiva, pur confermato segretario, non sancì una ritrovata coerenza ideologica, ma formalizzò un mandato di capitolazione: quello di perseguire alleanze che, nella pratica, la incatenavano alla strategia di “campo largo” del PD.
Non si può negare che, su questioni specifiche, quali i diritti civili più avanzati o talune istanze ambientali particolarmente sensibili, SI e AVS abbiano saputo articolare un distinguo tattico rispetto alla linea ufficiale del PD. Tali mosse, tuttavia, non rappresentano la prova di un’autonomia sostanziale, ma costituiscono un’operazione di cosmetica politica, studiata ad arte per mantenere viva la loro “patente di sinistra” e giustificare la propria esistenza agli occhi della base più critica.
Questi scarti occasionali non mettono mai in discussione la fondamentale appartenenza al “campo largo”, garantendo la conservazione del potere di coalizione.
Coloro che oggi definiscono AVS come l’autentica “sinistra” disattendono la sua funzione reale e consolidata: quella di un sofisticato vaso di raccolta per il voto di protesta. AVS intercetta quell’elettorato disilluso e disgustato dalle politiche strutturalmente neoliberiste del PD, convogliando tali suffragi nel bacino più ampio della coalizione di centrosinistra.
Questo meccanismo, astutamente congegnato, offre all’elettore la simulazione di un voto “puro” – un’autoassoluzione morale per non aver sostenuto direttamente il PD – mentre, nella sostanza, rafforza la medesima architettura di potere che si intende criticare.
L’ipotesi, rilanciata in occasione del buon risultato di Toscana Rossa, di un potenziale “distacco” di AVS dal PD per confluire in una fantomatica “Sinistra autentica” non è che una mistificazione ideologica, una narrazione miserabile volta a cancellare la memoria storica. È un tentativo retorico di conferire dignità e autonomia a un soggetto politico la cui funzione storica è la sussidiarietà.
La conclusione, fondata sull’analisi della sua condotta politica e delle sue reiterate scelte di campo, è lapidaria e ineludibile: mai con Sinistra Italiana/AVS. Questo principio non è frutto di settarismo, ma l’ineluttabile corollario di una rigorosa valutazione della sua persistente subalternità e della sua incapacità, o forse non volontà, di porsi come polo di vera opposizione al mainstream politico.
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29/03/2025
L’arroganza del linguaggio universale che sottende al progetto europeo
di Mjriam Abu Samra
Sono sempre stata convinta di essere una persona estremanente ottimista. So, e me lo dico ogni mattina, che per continuare a credere nella rivoluzione, nella liberazione, bisogna riuscire a restare sempre romantici, e coltivare nonostante tutto una incondizionata fiducia verso il mondo. Leggere Wisam Rafidieh ha confermato e dato solidità politica a questo approccio spassionato e appassionato all’umanità. Ho anche sempre pensato che questo amore e questa fiducia si esprimessero spesso – e a volte soprattutto – attraverso una rabbia – che non è odio – ma è, appunto, la trasformazione dell’indignazione in azione determinata, convinta, indefessa. Non mi spaventa essere arrabbiata, non lo nascondo, anzi, spesso lo dimostro e lo comunico, ispirata proprio da quella inspiegabile, inconscia, convinzione che dal confronto e addirittira dallo scontro sincero e non-apologetico, possa ripartire l’analisi, la mobilitazione, la costruzione anche microscopica di un percorso rivoluzionario.
Oggi però no. Oggi mi sento sconfitta. La mia rabbia non è più motore. È disgusto.
Difficile da spiegare senza banalizzare. Non sono le immagini, le ennesime, le stesse, da un anno e mezzo a questa parte. Non è la stessa, forte indignazione per il silenzio assordante. Non è la constante e sempre più radicata consapevolezza del sistema; del marcio; dello squallido macchinone che continua ad opprimere e perpetrare violenza e repressione di ogni tipo, in ogni geografia. Non è la bruciante frustrazione per l’incapacità di troppi di vedere fino in fondo la raffinata oppressione del sistema e comprendere le radici profonde delle ingiustizie che viviamo.
È la confusione del pensiero, è l’incoerenza e l’inconsistenza politica che mi disgustano e paralizzano oggi. Perché sembrano confermare che l’individualismo e la superficialità che solo l’egocentrismo neoliberale può effettivamente produrre e continuare a rinforzare, hanno avuto la meglio. È la mancanza di solidità analitica, a livello collettivo ma anche – e più drammaticamente – a livello individuale, che mi spaventa. Non esiste la ricerca di un percorso trasformativo collettivo, proprio come il sistema si auspica. Ma non esiste neanche la fermezza critica di menti pensanti capaci di mantenere linearità di analisi e solidità di approccio. È il trionfo del buonismo e politically-trendy e politically-correct della sinistra perbenista. Il “tutto fumo e niente arrosto” che però trasuda arroganza politica e mi conferma che vivere in un mondo distopico ormai è una realtà accettata, anzi quasi cercata, per molti. Perché è comodo. Perché non richiede disciplina. Perché non richiede, appunto, neanche consistenza di pensiero. Perché appaga le coscienze. Il poter dire tutto, e poi il contrario di tutto, il poter essere rivoluzionari per la Palestina ma con le postille quando serve, o “staccando” quando è “tutto troppo intenso”. Il saltare di palo in frasca, indignarsi per tutto ciò che fa notizia, Benigni, Vecchioni, e Ventotene, senza sapere bene di che si parla, ma se ne deve parlare per non rischiare di restare indietro. L’Europa che è in crisi, e l’indignazione per il riarmo, tutto questo parlare, che però lascia il tempo che trova. Anzi no. E questo è il punto. Questo è il mio disgusto. Non lascia il tempo che trova. Perché in realtà genera confusione, distrazione. E inconsistenza. Una inconsistenza che può compiacere solo l’arroganza politica dell’individuo neoliberale e l’esaltazione di esso come centro fondante e imprescindibile di tutto.
E oggi che tutti si indignano per l’Europa che si riarma, mi viene solo da dire che anche questa è demagogia. Paroloni che restano vuoti e non hanno fondamenta.
Non esiste un passato coloniale europeo da cui emanciparsi, perché non è mai stato passato, e non c’è alcuna volontà di farlo diventare tale. Esiste, invece, un continuum coloniale che non si è mai concluso: al massimo si è spostato, si è trasformato, ha assunto nuove forme. Non esiste neanche un presunto riferimento etico ai valori morali che avrebbero ispirato il progetto europeista, l’approccio ai diritti individuali e collettivi o le relazioni internazionali. Non esiste una crisi di valori, perché non c’è mai stata una reale adesione a valori universali ed emancipatori. Esiste, piuttosto, una linearità arrogante e ottusa nel difendere e sostenere un sistema nato per essere e rimanere autoritario, oppressivo e coercitivo, ma con una forma così squisitamente neoliberale da rendersi desiderabile, amabile, persino difendibile da coloro che ne sono vittime.
Non esiste alternativa al riarmo, perché neanche chi vi si oppone è realmente emancipato da una visione del mondo fondata su un pensiero e un’analisi eurocentrica. I valori di riferimento restano saldamente radicati in una visione illuminista che, pur presentandosi come universale, è in realtà l’espressione stessa dell’arroganza coloniale, interiorizzata come tale. L’Europa non può nemmeno concepire un’alternativa al riarmo, né a una strategia che non sia un goffo tentativo di “fare la voce grossa in virtù del nostro passato”, mentre altri urlano più forte. Non è che non voglia immaginarla: semplicemente, non può. È utopico pensare che in Europa si possa elaborare un pensiero trasformativo, perché sarebbe un paradosso. Non solo il progetto europeo, ma la stessa società, i popoli europei, non sono predisposti a pensare un’alternativa che sia realmente radicale. Per farlo, sarebbe necessaria una coscienza di rottura, che di fatto non esiste e non è mai esistita. E quando avrebbe potuto emergere, è stata diluita, incorporata, incatenata e infine deformata dal progetto e dalla retorica neoliberali, nascosta dietro il finto e arrogante linguaggio universale che sottende l’intero progetto europeo.
Non sono mai stata europeista, non ho mai creduto in quell’universalità dei valori con cui il progetto europeo ci è stato presentato, in quel buonismo e perbenismo arrogante che è diventato il mantra della sinistra borghese. Una sinistra che, di fatto, è al tempo stesso espressione e avanguardia del neoliberalismo.
Ho sempre pensato che l’Europa fosse semplicemente la nuova struttura e la nuova retorica con cui il capitalismo neoliberale ha potuto rafforzarsi, garantendo l’egemonia delle sue strutture sociali, politiche e del sistema di valori su cui si fonda. L’idea stessa di una “crisi europea dei valori” è priva di senso: crisi rispetto a cosa? Crisi rispetto a quando? Quando sarebbe stato il periodo d’oro dell’Europa? Quello degli imperi? Quello della costruzione dello Stato-nazione e dell’imposizione del sistema westfaliano al resto del mondo? L’Europa è sempre stata un progetto di dominio e di imposizione di valori, categorie e linguaggi su altri popoli. E quando sarebbe terminata questa ambizione alla supremazia di civiltà?
Ma per fortuna vivo qui. E mi ricordo che la rassegnazione, il perdere ottimismo, sono privilegi solo miei. E posso ancora scegliere di rinunciarci. E anche oggi, nonostante tutto, decido di credere che l’umanità si rivolterà e libererà anche l’Europa dalla sua ignoranza arrogante.
Fonte
Sono sempre stata convinta di essere una persona estremanente ottimista. So, e me lo dico ogni mattina, che per continuare a credere nella rivoluzione, nella liberazione, bisogna riuscire a restare sempre romantici, e coltivare nonostante tutto una incondizionata fiducia verso il mondo. Leggere Wisam Rafidieh ha confermato e dato solidità politica a questo approccio spassionato e appassionato all’umanità. Ho anche sempre pensato che questo amore e questa fiducia si esprimessero spesso – e a volte soprattutto – attraverso una rabbia – che non è odio – ma è, appunto, la trasformazione dell’indignazione in azione determinata, convinta, indefessa. Non mi spaventa essere arrabbiata, non lo nascondo, anzi, spesso lo dimostro e lo comunico, ispirata proprio da quella inspiegabile, inconscia, convinzione che dal confronto e addirittira dallo scontro sincero e non-apologetico, possa ripartire l’analisi, la mobilitazione, la costruzione anche microscopica di un percorso rivoluzionario.
Oggi però no. Oggi mi sento sconfitta. La mia rabbia non è più motore. È disgusto.
Difficile da spiegare senza banalizzare. Non sono le immagini, le ennesime, le stesse, da un anno e mezzo a questa parte. Non è la stessa, forte indignazione per il silenzio assordante. Non è la constante e sempre più radicata consapevolezza del sistema; del marcio; dello squallido macchinone che continua ad opprimere e perpetrare violenza e repressione di ogni tipo, in ogni geografia. Non è la bruciante frustrazione per l’incapacità di troppi di vedere fino in fondo la raffinata oppressione del sistema e comprendere le radici profonde delle ingiustizie che viviamo.
È la confusione del pensiero, è l’incoerenza e l’inconsistenza politica che mi disgustano e paralizzano oggi. Perché sembrano confermare che l’individualismo e la superficialità che solo l’egocentrismo neoliberale può effettivamente produrre e continuare a rinforzare, hanno avuto la meglio. È la mancanza di solidità analitica, a livello collettivo ma anche – e più drammaticamente – a livello individuale, che mi spaventa. Non esiste la ricerca di un percorso trasformativo collettivo, proprio come il sistema si auspica. Ma non esiste neanche la fermezza critica di menti pensanti capaci di mantenere linearità di analisi e solidità di approccio. È il trionfo del buonismo e politically-trendy e politically-correct della sinistra perbenista. Il “tutto fumo e niente arrosto” che però trasuda arroganza politica e mi conferma che vivere in un mondo distopico ormai è una realtà accettata, anzi quasi cercata, per molti. Perché è comodo. Perché non richiede disciplina. Perché non richiede, appunto, neanche consistenza di pensiero. Perché appaga le coscienze. Il poter dire tutto, e poi il contrario di tutto, il poter essere rivoluzionari per la Palestina ma con le postille quando serve, o “staccando” quando è “tutto troppo intenso”. Il saltare di palo in frasca, indignarsi per tutto ciò che fa notizia, Benigni, Vecchioni, e Ventotene, senza sapere bene di che si parla, ma se ne deve parlare per non rischiare di restare indietro. L’Europa che è in crisi, e l’indignazione per il riarmo, tutto questo parlare, che però lascia il tempo che trova. Anzi no. E questo è il punto. Questo è il mio disgusto. Non lascia il tempo che trova. Perché in realtà genera confusione, distrazione. E inconsistenza. Una inconsistenza che può compiacere solo l’arroganza politica dell’individuo neoliberale e l’esaltazione di esso come centro fondante e imprescindibile di tutto.
E oggi che tutti si indignano per l’Europa che si riarma, mi viene solo da dire che anche questa è demagogia. Paroloni che restano vuoti e non hanno fondamenta.
Non esiste un passato coloniale europeo da cui emanciparsi, perché non è mai stato passato, e non c’è alcuna volontà di farlo diventare tale. Esiste, invece, un continuum coloniale che non si è mai concluso: al massimo si è spostato, si è trasformato, ha assunto nuove forme. Non esiste neanche un presunto riferimento etico ai valori morali che avrebbero ispirato il progetto europeista, l’approccio ai diritti individuali e collettivi o le relazioni internazionali. Non esiste una crisi di valori, perché non c’è mai stata una reale adesione a valori universali ed emancipatori. Esiste, piuttosto, una linearità arrogante e ottusa nel difendere e sostenere un sistema nato per essere e rimanere autoritario, oppressivo e coercitivo, ma con una forma così squisitamente neoliberale da rendersi desiderabile, amabile, persino difendibile da coloro che ne sono vittime.
Non esiste alternativa al riarmo, perché neanche chi vi si oppone è realmente emancipato da una visione del mondo fondata su un pensiero e un’analisi eurocentrica. I valori di riferimento restano saldamente radicati in una visione illuminista che, pur presentandosi come universale, è in realtà l’espressione stessa dell’arroganza coloniale, interiorizzata come tale. L’Europa non può nemmeno concepire un’alternativa al riarmo, né a una strategia che non sia un goffo tentativo di “fare la voce grossa in virtù del nostro passato”, mentre altri urlano più forte. Non è che non voglia immaginarla: semplicemente, non può. È utopico pensare che in Europa si possa elaborare un pensiero trasformativo, perché sarebbe un paradosso. Non solo il progetto europeo, ma la stessa società, i popoli europei, non sono predisposti a pensare un’alternativa che sia realmente radicale. Per farlo, sarebbe necessaria una coscienza di rottura, che di fatto non esiste e non è mai esistita. E quando avrebbe potuto emergere, è stata diluita, incorporata, incatenata e infine deformata dal progetto e dalla retorica neoliberali, nascosta dietro il finto e arrogante linguaggio universale che sottende l’intero progetto europeo.
Non sono mai stata europeista, non ho mai creduto in quell’universalità dei valori con cui il progetto europeo ci è stato presentato, in quel buonismo e perbenismo arrogante che è diventato il mantra della sinistra borghese. Una sinistra che, di fatto, è al tempo stesso espressione e avanguardia del neoliberalismo.
Ho sempre pensato che l’Europa fosse semplicemente la nuova struttura e la nuova retorica con cui il capitalismo neoliberale ha potuto rafforzarsi, garantendo l’egemonia delle sue strutture sociali, politiche e del sistema di valori su cui si fonda. L’idea stessa di una “crisi europea dei valori” è priva di senso: crisi rispetto a cosa? Crisi rispetto a quando? Quando sarebbe stato il periodo d’oro dell’Europa? Quello degli imperi? Quello della costruzione dello Stato-nazione e dell’imposizione del sistema westfaliano al resto del mondo? L’Europa è sempre stata un progetto di dominio e di imposizione di valori, categorie e linguaggi su altri popoli. E quando sarebbe terminata questa ambizione alla supremazia di civiltà?
Ma per fortuna vivo qui. E mi ricordo che la rassegnazione, il perdere ottimismo, sono privilegi solo miei. E posso ancora scegliere di rinunciarci. E anche oggi, nonostante tutto, decido di credere che l’umanità si rivolterà e libererà anche l’Europa dalla sua ignoranza arrogante.
Fonte
20/03/2025
Gaza - “Rappresaglia” genocida sionista: 80 civili per ogni combattente di Hamas
La notte scorsa Israele ha rotto unilateralmente la tregua e, subito dopo, ha bombardato nuovamente Gaza uccidendo 400 palestinesi. Le autorità sioniste hanno detto che l’obiettivo erano 5 militanti di Hamas. È semplicemente agghiacciante.
La ferocia sionista, in ciò, è stata nettamente superiore anche a quella usata dai nazisti nella rappresaglia seguita all’attentato partigiano di via Rasella del 23 marzo 1944, a Roma, che provocò la morte di 33 soldati tedeschi. In quella circostanza il feldmaresciallo Kesselring ordinò la fucilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso e i morti furono 335.
La dura rappresaglia delle Ardeatine venne condotta ed eseguita con metodica spietatezza dal generale Kappler il giorno dopo via Rasella, ovvero, il 24 marzo 1944.
Quella nazista fu una rappresaglia, in termini militari, in cui si ordinava di uccidere un tot di civili per ogni perdita subita dall’esercito occupante. A Gaza, invece, è stata compiuta una strage senza che l’esercito israeliano – da oltre un mese a questa parte, grazie al cessate il fuoco – abbia subito alcuna perdita.
L’unica proporzione numerica che possiamo fare è insomma tra numero di civili palestinesi e combattenti palestinesi. Ovvero tra persone che stanno dalla stessa parte e che vengono attaccate tutte in quanto “nemici”.
I criminali sionisti, con il bombardamento dell’altra notte, hanno ucciso 80 civili per ogni combattente di Hamas. Praticamente dimostrano che, per loro, “eliminare Hamas” significa cancellare tutto il popolo palestinese. Un genocidio voluto e perseguito scientificamente.
Ma di ciò, come dello sterminio deliberato del popolo palestinese residente in Cisgiordania che Israele sta attuando da più di un anno e mezzo, nella confusa piazza dei Serrafondai, non si è fatto alcun cenno. Chi non fa parte della “cultura che abbiamo solo noi”, evidentemente, non merita neanche di essere considerato umano...
I contenuti e gli interventi dal palco di quella manifestazione trasudavano una forma soft di razzismo e suprematismo bianco ed occidentale e, nel sottolineare ciò, mi riporto a quanto affermato dal professor Luciano Canfora nel corso di una trasmissione televisiva andata in onda proprio sabato scorso a commento della manifestazione di piazza del Popolo: “Quanto poi alla nostra sinistra, con tutto il rispetto, non ci dimentichiamo il razzismo per cui il palestinese ammazzato è un sottouomo e l’ucraino ammazzato è un superuomo[...] Il nucleo profondo dei fascismi, nelle loro varie forme, è il razzismo, il suprematismo bianco, l’idea di essere un popolo superiore. Quello che sta accadendo a Gaza, dove si blocca l’arrivo del cibo, per mettere in ginocchio milioni di persone, rassomiglia ad #Auschwitz, punto e basta”.
Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, l’eccidio delle Fosse Ardeatine divenne l’evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell’occupazione. Come racconteremo ai posteri l’inenarrabile abominio che si sta compiendo a Gaza sotto lo sguardo complice di tutto l’Occidente “democratico”?
Fonte
La ferocia sionista, in ciò, è stata nettamente superiore anche a quella usata dai nazisti nella rappresaglia seguita all’attentato partigiano di via Rasella del 23 marzo 1944, a Roma, che provocò la morte di 33 soldati tedeschi. In quella circostanza il feldmaresciallo Kesselring ordinò la fucilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso e i morti furono 335.
La dura rappresaglia delle Ardeatine venne condotta ed eseguita con metodica spietatezza dal generale Kappler il giorno dopo via Rasella, ovvero, il 24 marzo 1944.
Quella nazista fu una rappresaglia, in termini militari, in cui si ordinava di uccidere un tot di civili per ogni perdita subita dall’esercito occupante. A Gaza, invece, è stata compiuta una strage senza che l’esercito israeliano – da oltre un mese a questa parte, grazie al cessate il fuoco – abbia subito alcuna perdita.
L’unica proporzione numerica che possiamo fare è insomma tra numero di civili palestinesi e combattenti palestinesi. Ovvero tra persone che stanno dalla stessa parte e che vengono attaccate tutte in quanto “nemici”.
I criminali sionisti, con il bombardamento dell’altra notte, hanno ucciso 80 civili per ogni combattente di Hamas. Praticamente dimostrano che, per loro, “eliminare Hamas” significa cancellare tutto il popolo palestinese. Un genocidio voluto e perseguito scientificamente.
Ma di ciò, come dello sterminio deliberato del popolo palestinese residente in Cisgiordania che Israele sta attuando da più di un anno e mezzo, nella confusa piazza dei Serrafondai, non si è fatto alcun cenno. Chi non fa parte della “cultura che abbiamo solo noi”, evidentemente, non merita neanche di essere considerato umano...
I contenuti e gli interventi dal palco di quella manifestazione trasudavano una forma soft di razzismo e suprematismo bianco ed occidentale e, nel sottolineare ciò, mi riporto a quanto affermato dal professor Luciano Canfora nel corso di una trasmissione televisiva andata in onda proprio sabato scorso a commento della manifestazione di piazza del Popolo: “Quanto poi alla nostra sinistra, con tutto il rispetto, non ci dimentichiamo il razzismo per cui il palestinese ammazzato è un sottouomo e l’ucraino ammazzato è un superuomo[...] Il nucleo profondo dei fascismi, nelle loro varie forme, è il razzismo, il suprematismo bianco, l’idea di essere un popolo superiore. Quello che sta accadendo a Gaza, dove si blocca l’arrivo del cibo, per mettere in ginocchio milioni di persone, rassomiglia ad #Auschwitz, punto e basta”.
Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, l’eccidio delle Fosse Ardeatine divenne l’evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell’occupazione. Come racconteremo ai posteri l’inenarrabile abominio che si sta compiendo a Gaza sotto lo sguardo complice di tutto l’Occidente “democratico”?
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15/03/2025
Le teorie del signor Meno Peggio, alias prof. Romano Prodi
Da giorni, il professor Romano Prodi si sta sperticando per sponsorizzare l’“Effetto Serra”. Come suo costume politico, fin dai tempi in cui Massimo D’Alema, allora segretario del PD, ce lo spinse addosso come leader dell’Ulivo, il suo punto di vista è il mantra del “meno peggio”, malattia venerea della sinistra neoliberista italiana.
Tutto cominciò con l’IRI, di cui fu presidente dal 1982 al 1989 e poi ancora tra il 1993 e 1994, quando il nostro eroe ritenne che alla crisi dell’Istituto bisognasse rispondere con la privatizzazione di tutte aziende a capitale pubblico, perché era la scelta “meno peggio” per il PIL italiano. Alla fine, la sinistra italiana si ammalò di neoliberismo, mentre il mercato emesse la sentenza definitiva: il “meno” cadde e rimase solo il peggio.
Lo stesso accadde quando divenne presidente della Commissione europea, e il “meno peggio” avrebbe dovuto essere l’ingresso della Lira nell’Euro. In seguito, Prodi non riuscì neppure a essere il “meno peggio” di Berlusconi, che riuscì a battere due volte, ma non a sconfiggerlo, perché tra un’olgettina e l’altra il cavaliere montò in sella per la terza volta, non senza l’aiuto di Veltroni. Più peggio di così.
Ma veniamo all’“Effetto Serra”, cioè alla manifestazione convocata a piazza del Popolo a Roma, dalla quale chi sa quanti e quali benefici effetti europeisti dovrebbero scaturire.
Nella sua intervista a Repubblica e nel suo intervento in tv da Fazio, riecco la teoria del “meno peggio”: la pace armata che ha votato il Parlamento europeo è “meno peggio” della guerra, dice il professore. Lo dimostrerebbero, secondo la sua tesi, gli ottanta anni di pace garantiti dalla Nato all’Europa.
Questa è una vera e propria cineseria, cioè quella inutile cavillosità di chi vorrebbe convincerci con teorie oziose, senza contare lo specifico riferimento alla cattedra che il nostro ha a Pechino, nell’università privata intitolata a Gianni Agnelli, di proprietà della Exor di Elkann.
Ottanta anni di pace? Il professore ci vuole far dimenticare la Guerra Fredda? La guerra civile in Grecia? E il successivo regime dei colonnelli? Non si ricorda il fascismo in Spagna e Portogallo? La guerra civile contro i baschi e contro gli irlandesi nell’Ulster? Dimentica le stragi fasciste foraggiate dalla Cia in Italia per intimorire la classe operaia? E, dopo la caduta del Muro, la guerra nella ex Jugoslavia e i bombardamenti su Belgrado?
Se è una pace armata fino ai denti il motivo che dovrebbe convocarci in piazza che lui e le anime perse della sinistra liberale ci vogliono proporre oggi, la risposta è semplice: al “meno peggio” abbiamo già dato.
Fonte
Tutto cominciò con l’IRI, di cui fu presidente dal 1982 al 1989 e poi ancora tra il 1993 e 1994, quando il nostro eroe ritenne che alla crisi dell’Istituto bisognasse rispondere con la privatizzazione di tutte aziende a capitale pubblico, perché era la scelta “meno peggio” per il PIL italiano. Alla fine, la sinistra italiana si ammalò di neoliberismo, mentre il mercato emesse la sentenza definitiva: il “meno” cadde e rimase solo il peggio.
Lo stesso accadde quando divenne presidente della Commissione europea, e il “meno peggio” avrebbe dovuto essere l’ingresso della Lira nell’Euro. In seguito, Prodi non riuscì neppure a essere il “meno peggio” di Berlusconi, che riuscì a battere due volte, ma non a sconfiggerlo, perché tra un’olgettina e l’altra il cavaliere montò in sella per la terza volta, non senza l’aiuto di Veltroni. Più peggio di così.
Ma veniamo all’“Effetto Serra”, cioè alla manifestazione convocata a piazza del Popolo a Roma, dalla quale chi sa quanti e quali benefici effetti europeisti dovrebbero scaturire.
Nella sua intervista a Repubblica e nel suo intervento in tv da Fazio, riecco la teoria del “meno peggio”: la pace armata che ha votato il Parlamento europeo è “meno peggio” della guerra, dice il professore. Lo dimostrerebbero, secondo la sua tesi, gli ottanta anni di pace garantiti dalla Nato all’Europa.
Questa è una vera e propria cineseria, cioè quella inutile cavillosità di chi vorrebbe convincerci con teorie oziose, senza contare lo specifico riferimento alla cattedra che il nostro ha a Pechino, nell’università privata intitolata a Gianni Agnelli, di proprietà della Exor di Elkann.
Ottanta anni di pace? Il professore ci vuole far dimenticare la Guerra Fredda? La guerra civile in Grecia? E il successivo regime dei colonnelli? Non si ricorda il fascismo in Spagna e Portogallo? La guerra civile contro i baschi e contro gli irlandesi nell’Ulster? Dimentica le stragi fasciste foraggiate dalla Cia in Italia per intimorire la classe operaia? E, dopo la caduta del Muro, la guerra nella ex Jugoslavia e i bombardamenti su Belgrado?
Se è una pace armata fino ai denti il motivo che dovrebbe convocarci in piazza che lui e le anime perse della sinistra liberale ci vogliono proporre oggi, la risposta è semplice: al “meno peggio” abbiamo già dato.
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11/03/2025
USA - Esplode la bolla educativa
STOP ai finanziamenti federali per qualsiasi college, scuola o università che consenta proteste illegali, scriveva Trump su Truth il 4 marzo scorso. Gli Attivisti saranno imprigionati o rimandati definitivamente nel paese da cui provengono. Gli studenti americani saranno espulsi definitivamente o saranno arrestati. NIENTE MASCHERE! NO MASKS!
Nel mirino ci sono le prestigiose università della Ivy League (Harvard, Yale, Princeton, Columbia, Penn Pennsylvania, Dartmouth, Brown, Cornell – e Chicago, Duke, MIT, Stanford, Johns Hopkins, Caltech, note come Ivy Plus).
I leader come Trump, dice David Brooks su The Atlantic («Come l’Ivy League ha distrutto l’America»), capiscono che la classe operaia ha più risentimento per la classe professionale Nerd, con le sue lauree prestigiose, di quanto non ne abbia per i miliardari o i ricchi imprenditori.
I Liberal (“La Sinistra”) di oggi, scrisse qualche anno fa l’anarchico Graeber, ha come stelle polari quegli studenti che negli anni Sessanta frequentavano i college e che si battevano per una società senza egoismo. La loro battaglia radicale non ha portato ad una società migliore. Non ha funzionato, dice Graeber, ma è stata offerta loro una sorta di compensazione: il privilegio di usufruire del sistema universitario per diventare persone che, nel loro piccolo, hanno avuto modo di guadagnarsi da vivere e allo stesso tempo ricercare la virtù, la verità, la bellezza, e soprattutto la possibilità di tramandare lo stesso diritto ai propri figli.
Non li si può biasimare per aver accettato l’offerta. Ma non si può neppure biasimare il resto del paese che li vorrebbe all’Inferno. E li vorrebbe all’Inferno perché, disse, un meccanico del Nebraska, sa che è improbabile che suo figlio o sua figlia diventino dirigenti della Enron. Ma è possibile. D’altra parte non c’è effettivamente alcuna possibilità che suo figlio, non importa quanto dotato, diventi un avvocato per i diritti umani a livello internazionale, o un critico teatrale per il New York Times.
Per frequentare un corso in una delle università della Ivy League si spendono fino a 350 mila dollari all’anno. Il giornalismo, dice Brooks, è una professione riservata quasi esclusivamente ai laureati, soprattutto quelli d’élite. Uno studio del 2018 ha scoperto che oltre il 50% dello staff del New York Times e del Wall Street Journal aveva frequentato una delle 34 università d’élite. Il 54% di avvocati, artisti, scienziati, leader aziendali e politici ha frequentato le stesse 34 scuole elitarie.
Contrariamente a ciò che si pensa, lo stato federale finanzia queste università con grosse somme di denaro. Nell’ultimo anno fiscale, due terzi dei finanziamenti per la ricerca ad Harvard provenivano dal governo federale, che sostiene tutto, dagli studi sul cancro all’insegnamento dell’arte nei musei.
La cifra non è insolita, dice Nathan Heller su NewYorker («Harvard si piegherà o si romperà?»): i finanziamenti federali sostengono anche tre quarti dei progetti di ricerca di Stanford e metà di tutta la ricerca, sia presso l’Università del Wisconsin-Madison sia presso l’Università della California Berkeley (dove è stanziale da tempo la ‘French Theory’ e la ‘Queer theory’).
Non c’è università nel paese che potrebbe sopravvivere alla perdita di denaro federale, dice Brian Leiter, professore di diritto e filosofia presso l’Università di Chicago.
L’intera meritocrazia è un sistema di segregazione sociale ed economica al contrario, dice Brooks. Uno schifoso sistema per tenersi alla larga da un proletariato sempre più alla deriva, in sovrappeso, solo, che fuma, beve, s’ammucchia e divorzia, e, al più, forma famiglie mono-genitoriali.
Il tasso di mortalità per oppioidi per coloro che hanno un diploma di scuola superiore, conclude Brooks, è circa 10 volte superiore a quello di coloro che hanno almeno una laurea triennale.
E questo è quanto per desiderare l’esplosione della bolla educativa; l’esplosione di un sistema di clausura e di privilegio che, dice il patriota Brooks, tiene fuori la massa proletaria, con la scusa della cultura. Una bolla di debiti che il governo federale non vuole ripianare.
Questa è la politica senza maschere (NO MASKS!), mostra il lato osceno della politica Liberal. Se questa è la cultura e l’università, allora meglio tutti ignoranti e cafoni, meglio il business per il business, meglio come eravamo 100 anni fa, rampanti, alla conquista del mondo.
Fonte
Nel mirino ci sono le prestigiose università della Ivy League (Harvard, Yale, Princeton, Columbia, Penn Pennsylvania, Dartmouth, Brown, Cornell – e Chicago, Duke, MIT, Stanford, Johns Hopkins, Caltech, note come Ivy Plus).
I leader come Trump, dice David Brooks su The Atlantic («Come l’Ivy League ha distrutto l’America»), capiscono che la classe operaia ha più risentimento per la classe professionale Nerd, con le sue lauree prestigiose, di quanto non ne abbia per i miliardari o i ricchi imprenditori.
I Liberal (“La Sinistra”) di oggi, scrisse qualche anno fa l’anarchico Graeber, ha come stelle polari quegli studenti che negli anni Sessanta frequentavano i college e che si battevano per una società senza egoismo. La loro battaglia radicale non ha portato ad una società migliore. Non ha funzionato, dice Graeber, ma è stata offerta loro una sorta di compensazione: il privilegio di usufruire del sistema universitario per diventare persone che, nel loro piccolo, hanno avuto modo di guadagnarsi da vivere e allo stesso tempo ricercare la virtù, la verità, la bellezza, e soprattutto la possibilità di tramandare lo stesso diritto ai propri figli.
Non li si può biasimare per aver accettato l’offerta. Ma non si può neppure biasimare il resto del paese che li vorrebbe all’Inferno. E li vorrebbe all’Inferno perché, disse, un meccanico del Nebraska, sa che è improbabile che suo figlio o sua figlia diventino dirigenti della Enron. Ma è possibile. D’altra parte non c’è effettivamente alcuna possibilità che suo figlio, non importa quanto dotato, diventi un avvocato per i diritti umani a livello internazionale, o un critico teatrale per il New York Times.
Per frequentare un corso in una delle università della Ivy League si spendono fino a 350 mila dollari all’anno. Il giornalismo, dice Brooks, è una professione riservata quasi esclusivamente ai laureati, soprattutto quelli d’élite. Uno studio del 2018 ha scoperto che oltre il 50% dello staff del New York Times e del Wall Street Journal aveva frequentato una delle 34 università d’élite. Il 54% di avvocati, artisti, scienziati, leader aziendali e politici ha frequentato le stesse 34 scuole elitarie.
Contrariamente a ciò che si pensa, lo stato federale finanzia queste università con grosse somme di denaro. Nell’ultimo anno fiscale, due terzi dei finanziamenti per la ricerca ad Harvard provenivano dal governo federale, che sostiene tutto, dagli studi sul cancro all’insegnamento dell’arte nei musei.
La cifra non è insolita, dice Nathan Heller su NewYorker («Harvard si piegherà o si romperà?»): i finanziamenti federali sostengono anche tre quarti dei progetti di ricerca di Stanford e metà di tutta la ricerca, sia presso l’Università del Wisconsin-Madison sia presso l’Università della California Berkeley (dove è stanziale da tempo la ‘French Theory’ e la ‘Queer theory’).
Non c’è università nel paese che potrebbe sopravvivere alla perdita di denaro federale, dice Brian Leiter, professore di diritto e filosofia presso l’Università di Chicago.
L’intera meritocrazia è un sistema di segregazione sociale ed economica al contrario, dice Brooks. Uno schifoso sistema per tenersi alla larga da un proletariato sempre più alla deriva, in sovrappeso, solo, che fuma, beve, s’ammucchia e divorzia, e, al più, forma famiglie mono-genitoriali.
Il tasso di mortalità per oppioidi per coloro che hanno un diploma di scuola superiore, conclude Brooks, è circa 10 volte superiore a quello di coloro che hanno almeno una laurea triennale.
E questo è quanto per desiderare l’esplosione della bolla educativa; l’esplosione di un sistema di clausura e di privilegio che, dice il patriota Brooks, tiene fuori la massa proletaria, con la scusa della cultura. Una bolla di debiti che il governo federale non vuole ripianare.
Questa è la politica senza maschere (NO MASKS!), mostra il lato osceno della politica Liberal. Se questa è la cultura e l’università, allora meglio tutti ignoranti e cafoni, meglio il business per il business, meglio come eravamo 100 anni fa, rampanti, alla conquista del mondo.
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09/03/2025
Alla larga dai No Pax!
di Giorgio Cremaschi
La manifestazione del 15 marzo a Roma, convocata dal quotidiano della Famiglia Elkann Agnelli, la Repubblica, mi provoca un rifiuto che precipita nel disgusto.
Il rifiuto totale è per la guerra, l’economia di guerra e per coloro che oggi ne proclamano la “necessità” per combattere la Russia. E la cosa insopportabile è che fanno tutto questo nel nome del superamento dei nazionalismi.
Costoro non si accorgono neppure che hanno semplicemente sostituito lo spirito patriottardo nazionalista con lo spirito patriottardo europeista. Mettete “Europa” al posto di “Italia” e tutto il resto del loro linguaggio attuale può essere preso pari pari dai comizi di D’Annunzio e dei mascalzoni che nel 1915 inneggiavano alla guerra.
“Dobbiamo reagire al disonore”, “dobbiamo proclamare la superiorità della nostra civiltà”, “dobbiamo armarci contro il barbaro aggressore”. E le fazioni devono sparire tutte davanti al comune destino. Spariscano dunque le bandiere di parte tranne quella della Patria. Così ieri si imponeva solo la bandiera bianco rossa e verde, oggi la Repubblica chiede di andare in piazza il 15 marzo solo con quella blu. Cambiano le bandiere, non la cialtroneria di chi le sventola.
La realtà è che un gruppo di governanti europei, che non sono tutta l’Europa e neppure tutta la UE, uniti nella NATO con Canada e Turchia, si sono trovati a Londra per protestare contro Trump.
Perché il presidente USA ha un programma di governo reazionario ultraliberista e razzista?
Certo che no... Questi governanti sono offesi perché Trump vorrebbe mettersi d’accordo con la Russia alle loro spalle.
Oggi Trump è considerato dai liberaldemocratici europei un nemico che ha rotto il fronte della libertà, ma se decidesse di cambiare idea e facesse più guerra alla Russia – cosa tuttora possibile – allora tornerebbe ad essere il campione dell’Occidente.
Vogliono una pace giusta e il rispetto del popolo ucraino? Ma non facciano ridere. Quello che vogliono è un posto al tavolo buono, da cui si sentono improvvisamente esclusi, ingiusta ricompensa dopo decenni di servile fedeltà a tutte le più sporche imprese degli USA e del loro primo protetto, Israele.
Che proprio in questi giorni decide di colpire la popolazione di Gaza con l’arma genocida del blocco del cibo, dell’acqua, dell’energia, delle medicine; senza che i manifestanti “per la libertà dei popoli” con la bandiera blu dicano un bif.
Ursula von der Leyen chiede 800 miliardi, la stessa cifra rivendicata qualche mese fa da Draghi, per nuove spese militari e vuole pure una banca europea dedicata al riarmo.
Saranno tutti soldi sottratti a sanità, scuola, servizi sociali, tutti soldi in meno per la civiltà europea nel nome della “guerra di civiltà”.
Il riarmo è la sola priorità di questo “europeismo” e questa non è solo una scelta regressiva, è anche una velleità furbastra e opportunista, perché in realtà non è neanche vero che questi governanti europei siano disposti a far guerra da soli alla Russia o alla Cina. Essi intendono, o almeno così credono e fanno credere, far pressione in questo modo sugli USA perché guerra e affari continuino come è sempre stato. E come invece non è più.
Sotto la bandiera blu scendono in piazza assieme le ipocrisie e le menzogne liberal-democratiche.
Quelle di chi proclama la guerra, ma vuole che la facciano gli altri; quelle di chi esalta la democrazia, ma è disposto a tutto se la democrazia non va come vorrebbe; quelle di chi vuole il riarmo, ma ne dà la colpa al nemico; e infine quelle di chi a parole respinge armi e guerra, ma scende in piazza a fianco dei guerrafondai liberali. Finti pacifisti e azionisti di Leonardo sotto la stessa bandiera.
Ecco, qui mi sale il disgusto, perché a questa manifestazione guerrafondaia dell’estremismo di centro parteciperanno anche politici e sindacalisti che si proclamano “di sinistra” e che magari il giorno dopo riprenderanno a rivendicare pace e lavoro.
Saranno lì per per puro opportunismo, perché non possono dire no al giornale della famiglia Elkann Agnelli, soprattutto quando sventola la bandiera blu. E saranno lì perché i loro princìpi sono flessibili come il lavoro precario che dichiarano di voler combattere.
Questa manifestazione lascerà il mondo inalterato, ma sicuramente procurerà danni alla fragile democrazia italiana, aumentando la confusione e il trasformismo che la stanno distruggendo. Sarà una manifestazione che rafforzerà la destra in tutte le sue versioni, da quella esplicitamente guerrafondaia a quella che finge di opporsi al riarmo.
Alla larga dalla piazza dei NO PAX, mobilitiamoci e facciamo altro.
Fonte
La manifestazione del 15 marzo a Roma, convocata dal quotidiano della Famiglia Elkann Agnelli, la Repubblica, mi provoca un rifiuto che precipita nel disgusto.
Il rifiuto totale è per la guerra, l’economia di guerra e per coloro che oggi ne proclamano la “necessità” per combattere la Russia. E la cosa insopportabile è che fanno tutto questo nel nome del superamento dei nazionalismi.
Costoro non si accorgono neppure che hanno semplicemente sostituito lo spirito patriottardo nazionalista con lo spirito patriottardo europeista. Mettete “Europa” al posto di “Italia” e tutto il resto del loro linguaggio attuale può essere preso pari pari dai comizi di D’Annunzio e dei mascalzoni che nel 1915 inneggiavano alla guerra.
“Dobbiamo reagire al disonore”, “dobbiamo proclamare la superiorità della nostra civiltà”, “dobbiamo armarci contro il barbaro aggressore”. E le fazioni devono sparire tutte davanti al comune destino. Spariscano dunque le bandiere di parte tranne quella della Patria. Così ieri si imponeva solo la bandiera bianco rossa e verde, oggi la Repubblica chiede di andare in piazza il 15 marzo solo con quella blu. Cambiano le bandiere, non la cialtroneria di chi le sventola.
La realtà è che un gruppo di governanti europei, che non sono tutta l’Europa e neppure tutta la UE, uniti nella NATO con Canada e Turchia, si sono trovati a Londra per protestare contro Trump.
Perché il presidente USA ha un programma di governo reazionario ultraliberista e razzista?
Certo che no... Questi governanti sono offesi perché Trump vorrebbe mettersi d’accordo con la Russia alle loro spalle.
Oggi Trump è considerato dai liberaldemocratici europei un nemico che ha rotto il fronte della libertà, ma se decidesse di cambiare idea e facesse più guerra alla Russia – cosa tuttora possibile – allora tornerebbe ad essere il campione dell’Occidente.
Vogliono una pace giusta e il rispetto del popolo ucraino? Ma non facciano ridere. Quello che vogliono è un posto al tavolo buono, da cui si sentono improvvisamente esclusi, ingiusta ricompensa dopo decenni di servile fedeltà a tutte le più sporche imprese degli USA e del loro primo protetto, Israele.
Che proprio in questi giorni decide di colpire la popolazione di Gaza con l’arma genocida del blocco del cibo, dell’acqua, dell’energia, delle medicine; senza che i manifestanti “per la libertà dei popoli” con la bandiera blu dicano un bif.
Ursula von der Leyen chiede 800 miliardi, la stessa cifra rivendicata qualche mese fa da Draghi, per nuove spese militari e vuole pure una banca europea dedicata al riarmo.
Saranno tutti soldi sottratti a sanità, scuola, servizi sociali, tutti soldi in meno per la civiltà europea nel nome della “guerra di civiltà”.
Il riarmo è la sola priorità di questo “europeismo” e questa non è solo una scelta regressiva, è anche una velleità furbastra e opportunista, perché in realtà non è neanche vero che questi governanti europei siano disposti a far guerra da soli alla Russia o alla Cina. Essi intendono, o almeno così credono e fanno credere, far pressione in questo modo sugli USA perché guerra e affari continuino come è sempre stato. E come invece non è più.
Sotto la bandiera blu scendono in piazza assieme le ipocrisie e le menzogne liberal-democratiche.
Quelle di chi proclama la guerra, ma vuole che la facciano gli altri; quelle di chi esalta la democrazia, ma è disposto a tutto se la democrazia non va come vorrebbe; quelle di chi vuole il riarmo, ma ne dà la colpa al nemico; e infine quelle di chi a parole respinge armi e guerra, ma scende in piazza a fianco dei guerrafondai liberali. Finti pacifisti e azionisti di Leonardo sotto la stessa bandiera.
Ecco, qui mi sale il disgusto, perché a questa manifestazione guerrafondaia dell’estremismo di centro parteciperanno anche politici e sindacalisti che si proclamano “di sinistra” e che magari il giorno dopo riprenderanno a rivendicare pace e lavoro.
Saranno lì per per puro opportunismo, perché non possono dire no al giornale della famiglia Elkann Agnelli, soprattutto quando sventola la bandiera blu. E saranno lì perché i loro princìpi sono flessibili come il lavoro precario che dichiarano di voler combattere.
Questa manifestazione lascerà il mondo inalterato, ma sicuramente procurerà danni alla fragile democrazia italiana, aumentando la confusione e il trasformismo che la stanno distruggendo. Sarà una manifestazione che rafforzerà la destra in tutte le sue versioni, da quella esplicitamente guerrafondaia a quella che finge di opporsi al riarmo.
Alla larga dalla piazza dei NO PAX, mobilitiamoci e facciamo altro.
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04/03/2025
L’abisso ci guarda
La pace è di destra, la guerra è “democratica” e “di sinistra”...
In questo abisso è arrivata infine la deriva neoliberista europea, che da oltre trenta anni vive spacciando pillole di ideologia tossica in ogni angolo della società, grazie a un sistema di media-pusher che – contrariamente agli spacciatori professionisti di sostanze chimiche – perde però clienti ogni giorno che passa.
La folla degli utili idioti che spingono per la guerra percola in buona parte dal campo “progressista”, e questa è l’unica ragione per cui l’inversione totale dei valori è stata fino ad un certo punto credibile. È rimasta in fondo al loro baule qualche foto delle manifestazioni. Non ricordano più a cosa servivano, ma “fa sinistra” convocarne una. Per la guerra o contro... fa lo stesso, no?
Ma guerra non è solo una parola. È una lama così tagliente da eliminare ogni mediazione, un qualcosa che non si può cavalcare. Discende da una crisi talmente acuta da far perdere il controllo razionale e il senso della realtà, da far credere possibile una scommessa insensata e folle, giocata sulla pelle altrui fin quando non tocca anche alla nostra.
Quella in Ucraina sembrava a questa gente la guerra perfetta. Da un lato “noi”, gli “occidentali buoni e democratici” che riforniscono di armi gli “aggrediti” da un’autocrazia – qualunque cosa significhi – ma che certamente, grazie al “nostro” sostegno, ridurranno a uno straccio una superpotenza nucleare che combatte solo con armi convenzionali perché ha paura della “nostra” capacità atomica (in realtà, di quella Usa, che guidano la Nato).
Una guerra cui partecipiamo, ma dove “noi” non moriamo. Subappaltata e delocalizzata come una produzione troppo inquinante.
Dall’altra “loro”, i cattivi che vorrebbero “invaderci” e arrivare fino a Lisbona – una sciocchezza ereditata pari pari dal campionario della “Guerra Fredda” – ma che sono così straccioni da “combattere con le pale”, da congelare nel freddo “senza calzini”, epperò tanto feroci da avanzare comunque.
Non serviva a nulla evidenziare che i “nostri protetti” mettevano in bella mostra un trionfo di svastiche mentre conducevano da otto anni una guerra contro due province che avevano osato dichiararsi indipendenti dopo un golpe sanguinoso e una strage di sindacalisti ad Odessa. Era stato messo alla loro testa un attore ebreo, e tanto bastava per “democratizzare” anche una junta di impresentabili nazisti.
Né serviva a nulla cercare di far capire che andando avanti col pompare armamenti in una guerra fatta – sì – da altri, ma con le “nostre” armi e i nostri soldi (senza virgolette: sono proprio i nostri), prima o poi ci saremmo trovati davanti al bivio posto da qualsiasi guerra: o aumenti lo sforzo per riuscire a vincere (escalation) o ti fermi accettando il risultato sul campo (una mezza sconfitta).
Se poco poco si esce dalla nebbia lisergica del “siamo i padroni del mondo”, del “giardino” contrapposto alla “giungla”, ci si rende conto – e si poteva anche prima – che questo “nostro” meraviglioso mondo euro-atlantico era piuttosto squilibrato.
A dirigere le danze c’è sempre stata una superpotenza nucleare ed economica che, dal 1945 in poi, ha condotto prima una guerra di logoramento contro l’Unione Sovietica, vincendola. Poi ha sviluppato una veloce conquista economico-politico-militare di gran parte dei suoi territori, nella non invisibile speranza di provocare il collasso e la frammentazione di ciò che era rimasto del vecchio “orso” (nel frattempo convertito al capitalismo, ma fa niente...).
A ballare sulla musica yankee, spensierata, un’armata brancaleone di piccoli affaristi, vassalli ben pasciuti e tollerati, che si crogiolavano nel sogno di diventare un giorno “competitor” del Grande Protettore.
Il quale intanto stava andando manifestamente in affanno, tra debito pubblico esplosivo, deindustrializzazione e impoverimento interno, colossali squilibri commerciali ed evidente impossibilità di continuare a “governare il pianeta” sia con le armi che con la diplomazia. La fuga dall’Afghanistan era stata del resto un risultato fifty-fifty tra Biden e Trump.
Poi lo shock. Per quanto vincente sul campo, la Russia non si era dimostrata poi un avversario così “invadente” (se per avanzare da Donetsk a Zaporizha ci metti tre anni, Lisbona può dormire tranquilla...), e in fondo ha già un territorio sterminato pieno di risorse naturali, ma poca gente per abitarlo tutto (140 milioni, meno di un terzo rispetto alla UE).
L’Ucraina, da parte sua, stava invece esaurendo le sue risorse umane militarizzabili, tra fughe all’estero e perdite sul campo. Anche qui, o rimpiazzi le sue perdite con i “tuoi” soldati – creando però quella “minaccia esistenziale” che in qualsiasi dottrina militare giustifica il ricorso alle armi atomiche – o saluti tutti e lasci perdere.
Gli Stati Uniti, dopo tre anni, si sono fatti due conti e hanno deciso che le loro sempre minori risorse, che li costringono a programmare il dimezzamento della spesa militare e della spesa pubblica in genere, vanno impiegate in altri scenari. Più redditizi o pericolanti, per la presenza di potenze più robuste (la Cina). In fondo gli europei sono abbastanza ricchi da poter fare da soli.
Ce ne sarebbe d’avanzo per cogliere al balzo l’occasione, senza neanche cambiare il sistema economico, e riprendere parte dei rapporti dismessi per sostenere una guerra ormai persa. In fondo la Russia era un buon fornitore di energia a basso costo, un mercato ricco per le “nostre” esportazioni, anche se molto meno della Cina contro cui – chissà perché – ci siamo messi ad alzare i muri, “sanzioni” e dazi.
E invece no.
“Vogliamo” continuare la guerra da soli. Anche se persino gli ucraini – che la loro pelle l’hanno già spesa, ma ancora sognano “vittorie” – ci spiegano che “senza gli americani” non si va da nessuna parte. Tanto meno in guerra. E magari cominciano a pentirsi di aver dato loro retta, undici anni fa.
E siccome siamo governati da mezzi fascisti pavidi – sì, i fascisti sono sempre stati pavidi, in stragrande maggioranza – allora i “democratici” e “di sinistra” si mettono pure a protestare in piazza perché si decidano a rompere gli indugi, prendano “decisioni irrevocabili” (copyright del loro fondatore a testa in giù) e inviino al più presto al fronte altra carne da cannone – la nostra, senza virgolette – per di più tagliandoci i viveri pur di raddoppiare la spesa militare.
E chissenefrega se così si rischia di innescare la terza guerra mondiale – la prima e ultima nucleare. L’ha capito persino Trump che è ora di togliere il piede dall’acceleratore e tirare il freno. Per puro calcolo, mica per ideologia...
Ma “il democratico duro e puro” non ci sta, o non ci sente più. O comunque non vede l’abisso entro cui va precipitando. Chiama a manifestare per la guerra, che ora benedice come “di sinistra” (ma se ci vanno pure i conservatori e i fascisti non si scandalizza mica...).
Basta.
È ora di finirla con questi “pentiti” del progressismo convertiti, mussolinianamente, all’“interventismo” e al cinico gioco del “mi servono poche migliaia di morti per sedermi al tavolo delle trattative”.
Si gingillino pure con il loro “porcospino d’acciaio” – solo un’aristocratica teutonica poteva tirar fuori una metafora del genere – e provino pure a farsi vedere in piazza. Faranno ridere, oltre che vomitare.
È ora però di riprendere in mano, con la massima forza, la bandiera della pace subito. Lo avevamo cominciato a dire, ma ora è indispensabile farlo gridare a tutto un popolo sbalestrato tra messaggi fasulli, contraddittori e parecchio infami.
Tra guerra e pace non c’è via di mezzo.
Abbassate le armi, alzate i salari!
Fonte
In questo abisso è arrivata infine la deriva neoliberista europea, che da oltre trenta anni vive spacciando pillole di ideologia tossica in ogni angolo della società, grazie a un sistema di media-pusher che – contrariamente agli spacciatori professionisti di sostanze chimiche – perde però clienti ogni giorno che passa.
La folla degli utili idioti che spingono per la guerra percola in buona parte dal campo “progressista”, e questa è l’unica ragione per cui l’inversione totale dei valori è stata fino ad un certo punto credibile. È rimasta in fondo al loro baule qualche foto delle manifestazioni. Non ricordano più a cosa servivano, ma “fa sinistra” convocarne una. Per la guerra o contro... fa lo stesso, no?
Ma guerra non è solo una parola. È una lama così tagliente da eliminare ogni mediazione, un qualcosa che non si può cavalcare. Discende da una crisi talmente acuta da far perdere il controllo razionale e il senso della realtà, da far credere possibile una scommessa insensata e folle, giocata sulla pelle altrui fin quando non tocca anche alla nostra.
Quella in Ucraina sembrava a questa gente la guerra perfetta. Da un lato “noi”, gli “occidentali buoni e democratici” che riforniscono di armi gli “aggrediti” da un’autocrazia – qualunque cosa significhi – ma che certamente, grazie al “nostro” sostegno, ridurranno a uno straccio una superpotenza nucleare che combatte solo con armi convenzionali perché ha paura della “nostra” capacità atomica (in realtà, di quella Usa, che guidano la Nato).
Una guerra cui partecipiamo, ma dove “noi” non moriamo. Subappaltata e delocalizzata come una produzione troppo inquinante.
Dall’altra “loro”, i cattivi che vorrebbero “invaderci” e arrivare fino a Lisbona – una sciocchezza ereditata pari pari dal campionario della “Guerra Fredda” – ma che sono così straccioni da “combattere con le pale”, da congelare nel freddo “senza calzini”, epperò tanto feroci da avanzare comunque.
Non serviva a nulla evidenziare che i “nostri protetti” mettevano in bella mostra un trionfo di svastiche mentre conducevano da otto anni una guerra contro due province che avevano osato dichiararsi indipendenti dopo un golpe sanguinoso e una strage di sindacalisti ad Odessa. Era stato messo alla loro testa un attore ebreo, e tanto bastava per “democratizzare” anche una junta di impresentabili nazisti.
Né serviva a nulla cercare di far capire che andando avanti col pompare armamenti in una guerra fatta – sì – da altri, ma con le “nostre” armi e i nostri soldi (senza virgolette: sono proprio i nostri), prima o poi ci saremmo trovati davanti al bivio posto da qualsiasi guerra: o aumenti lo sforzo per riuscire a vincere (escalation) o ti fermi accettando il risultato sul campo (una mezza sconfitta).
Se poco poco si esce dalla nebbia lisergica del “siamo i padroni del mondo”, del “giardino” contrapposto alla “giungla”, ci si rende conto – e si poteva anche prima – che questo “nostro” meraviglioso mondo euro-atlantico era piuttosto squilibrato.
A dirigere le danze c’è sempre stata una superpotenza nucleare ed economica che, dal 1945 in poi, ha condotto prima una guerra di logoramento contro l’Unione Sovietica, vincendola. Poi ha sviluppato una veloce conquista economico-politico-militare di gran parte dei suoi territori, nella non invisibile speranza di provocare il collasso e la frammentazione di ciò che era rimasto del vecchio “orso” (nel frattempo convertito al capitalismo, ma fa niente...).
A ballare sulla musica yankee, spensierata, un’armata brancaleone di piccoli affaristi, vassalli ben pasciuti e tollerati, che si crogiolavano nel sogno di diventare un giorno “competitor” del Grande Protettore.
Il quale intanto stava andando manifestamente in affanno, tra debito pubblico esplosivo, deindustrializzazione e impoverimento interno, colossali squilibri commerciali ed evidente impossibilità di continuare a “governare il pianeta” sia con le armi che con la diplomazia. La fuga dall’Afghanistan era stata del resto un risultato fifty-fifty tra Biden e Trump.
Poi lo shock. Per quanto vincente sul campo, la Russia non si era dimostrata poi un avversario così “invadente” (se per avanzare da Donetsk a Zaporizha ci metti tre anni, Lisbona può dormire tranquilla...), e in fondo ha già un territorio sterminato pieno di risorse naturali, ma poca gente per abitarlo tutto (140 milioni, meno di un terzo rispetto alla UE).
L’Ucraina, da parte sua, stava invece esaurendo le sue risorse umane militarizzabili, tra fughe all’estero e perdite sul campo. Anche qui, o rimpiazzi le sue perdite con i “tuoi” soldati – creando però quella “minaccia esistenziale” che in qualsiasi dottrina militare giustifica il ricorso alle armi atomiche – o saluti tutti e lasci perdere.
Gli Stati Uniti, dopo tre anni, si sono fatti due conti e hanno deciso che le loro sempre minori risorse, che li costringono a programmare il dimezzamento della spesa militare e della spesa pubblica in genere, vanno impiegate in altri scenari. Più redditizi o pericolanti, per la presenza di potenze più robuste (la Cina). In fondo gli europei sono abbastanza ricchi da poter fare da soli.
Ce ne sarebbe d’avanzo per cogliere al balzo l’occasione, senza neanche cambiare il sistema economico, e riprendere parte dei rapporti dismessi per sostenere una guerra ormai persa. In fondo la Russia era un buon fornitore di energia a basso costo, un mercato ricco per le “nostre” esportazioni, anche se molto meno della Cina contro cui – chissà perché – ci siamo messi ad alzare i muri, “sanzioni” e dazi.
E invece no.
“Vogliamo” continuare la guerra da soli. Anche se persino gli ucraini – che la loro pelle l’hanno già spesa, ma ancora sognano “vittorie” – ci spiegano che “senza gli americani” non si va da nessuna parte. Tanto meno in guerra. E magari cominciano a pentirsi di aver dato loro retta, undici anni fa.
E siccome siamo governati da mezzi fascisti pavidi – sì, i fascisti sono sempre stati pavidi, in stragrande maggioranza – allora i “democratici” e “di sinistra” si mettono pure a protestare in piazza perché si decidano a rompere gli indugi, prendano “decisioni irrevocabili” (copyright del loro fondatore a testa in giù) e inviino al più presto al fronte altra carne da cannone – la nostra, senza virgolette – per di più tagliandoci i viveri pur di raddoppiare la spesa militare.
E chissenefrega se così si rischia di innescare la terza guerra mondiale – la prima e ultima nucleare. L’ha capito persino Trump che è ora di togliere il piede dall’acceleratore e tirare il freno. Per puro calcolo, mica per ideologia...
Ma “il democratico duro e puro” non ci sta, o non ci sente più. O comunque non vede l’abisso entro cui va precipitando. Chiama a manifestare per la guerra, che ora benedice come “di sinistra” (ma se ci vanno pure i conservatori e i fascisti non si scandalizza mica...).
Basta.
È ora di finirla con questi “pentiti” del progressismo convertiti, mussolinianamente, all’“interventismo” e al cinico gioco del “mi servono poche migliaia di morti per sedermi al tavolo delle trattative”.
Si gingillino pure con il loro “porcospino d’acciaio” – solo un’aristocratica teutonica poteva tirar fuori una metafora del genere – e provino pure a farsi vedere in piazza. Faranno ridere, oltre che vomitare.
È ora però di riprendere in mano, con la massima forza, la bandiera della pace subito. Lo avevamo cominciato a dire, ma ora è indispensabile farlo gridare a tutto un popolo sbalestrato tra messaggi fasulli, contraddittori e parecchio infami.
Tra guerra e pace non c’è via di mezzo.
Abbassate le armi, alzate i salari!
Fonte
03/01/2025
“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht. Quali insegnamenti per l’italia?
di Domenico Moro
“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht è senza dubbio uno dei più importanti libri di critica delle società del capitalismo cosiddetto avanzato, specialmente di quelle dell’Europa occidentale, usciti negli ultimi anni. Non è un caso se in Germania il libro, il cui titolo originale è Die Selbstgerechten, ossia i Presuntuosi, è stato in cima alle classifiche di vendita per molto tempo.
Il testo è scritto, infatti, in modo molto semplice, in grado di essere recepito da parte di un vasto pubblico anche se i temi trattati sono complessi. L’interesse principale del libro consiste nel fatto che l’autrice svolge una critica alla sinistra oggi dominante, sviluppando una analisi delle società a capitalismo avanzato, della ideologia di sinistra e soprattutto della composizione delle classi sociali derivata dalle modificazioni dovute alla modernizzazione capitalistica degli ultimi decenni.
A incuriosire alla lettura di questo libro è, però, anche il fatto che l’autrice non è una semplice intellettuale, bensì una politica molto nota in Germania, che ha raccolto risultati positivi con la sua forza politica di recente costituzione. BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, in italiano Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia) è una scissione dal partito Die Linke ed è stata fondata il 26 settembre 2023 come associazione e l’8 gennaio 2024 come partito. Nel giro di soli sei mesi BSW ha dimostrato inaspettatamente di essere un partito capace di raggiungere risultati lusinghieri. Alle elezioni europee di giugno 2024 è risultato essere il quinto partito con il 6,2% dei voti, mentre Die Linke scivolava al 2,7%. Le roccaforti di BSW sono nella ex Germania est, la zona più povera del Paese, dove alle europee era il terzo partito con il 13,8%. Il risultato positivo nella ex Germania est si è ripetuto alle regionali tenutesi a settembre in Turingia (15,8%) e in Sassonia (11,8%), dove BSW si è confermata la terza forza politica.
Tali risultati, molto differenti da quelli raggiunti dalla sinistra radicale italiana, destano quantomeno curiosità per l’impostazione e il programma che hanno consentito a BSW di ottenerli. Ovviamente l’Italia non è la Germania e tra i due paesi ci sono differenze significative, ma come vedremo, ci sono anche somiglianze notevoli e quanto scritto dalla Wagenknecht merita attenzione.
L’autrice parte dalla affermazione della estrema destra di AfD che è stata confermata alle recenti europee, dove è risultato essere il secondo partito con il 15,3% dei voti, superando i partiti della sinistra di governo, in particolare i socialdemocratici della Spd (13,9%) e i Verdi (11,9%). Indipendentemente dal fatto che AfD sia un partito neonazista, come alcuni denunciano, o un “semplice” partito di estrema destra si tratta di un risultato preoccupante e significativo del terremoto politico in corso in Germania.
Mentre la maggior parte degli osservatori e commentatori dei mass media attribuiscono i risultati elettorali di Afd allo spostamento a destra dell’elettorato, la Wagenknecht dà una spiegazione controcorrente: il terreno per l’ascesa della destra è stato preparato dai partiti di sinistra sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico e culturale.
La sinistra alla moda
Questo è accaduto perché la sinistra ha subito negli ultimi decenni una trasformazione genetica. Un tempo la sinistra si caratterizzava per la difesa delle classi subalterne. Oggi, la Wagenknecht definisce la sinistra con il termine di sinistra alla moda, nell’originale tedesco Lifestyle-Linke, letteralmente “sinistra dello stile di vita”, in quanto non pone più al centro della sua azione problemi sociali e politico-economici bensì lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. Il cammino per arrivare a una società più giusta non passa più per le lotte sociali ma soprattutto attraverso simboli e linguaggio come evitare il maschile per indicare il plurale dei nomi sostituendolo con gli asterischi.
Operai industriali e semplici impiegati pubblici tra 1990 e 2020 hanno smesso di votare per i partiti di sinistra tradizionale da cui non si sentono più difesi a livello socio-economico né rappresentati a livello culturale. Oggi a votare a sinistra sono per lo più persone che abitano nelle grandi città, hanno una buona cultura e stipendi migliori.
Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’organizzazione degli operai, fondata su orientamento alla comunità, solidarietà e responsabilità reciproca, permise di migliorare gradualmente la situazione economica delle classi subalterne. La situazione ha cominciato a cambiare in peggio dal 1975 con una accelerazione negli anni Novanta, che ha determinato il passaggio dalla società industriale a quella del terziario. I principali fattori di questo passaggio sono tre: l’automazione, l’outsourcing e soprattutto la globalizzazione, che ha determinato lo spostamento di molte produzioni industriali all’estero. La responsabilità della globalizzazione è da attribuire alla politica che ha rinunciato al controllo dei capitali. La grande sconfitta della globalizzazione è stata la classe operaia del mondo occidentale mentre ha portato alla crescita enorme della ricchezza delle classi superiori.
Il nuovo ceto medio dei laureati e la loro ideologia
A questo punto la Wagenknecht introduce un concetto originale che rappresenta uno degli aspetti sociologicamente più interessanti della sua analisi: la nascita del nuovo ceto medio dei laureati. Infatti, la globalizzazione e la società dei servizi produce anche nuove professioni ben pagate per i laureati nelle banche d’investimento, nei servizi digitali, nel marketing, nella pubblicità, nella consulenza e nell’attività legale. Questo nuovo ceto medio si differenzia sia dalla piccola borghesia sia dalla classe operaia non solo per formazione, profilo di attività e luogo di residenza ma anche per atteggiamento, valori e stile di vita, basato sull’acquisto di prodotti che trasmettono una identità morale esclusiva. La sensazione che trasmette il mondo del lavoro di questo nuovo ceto è quella di essere liberi, senza legami e cittadini del mondo, ossia il cosmopolitismo.
Tuttavia non tutti quelli che conseguono una laurea fanno parte di questo nuovo ceto medio, essendoci anche un nuovo ceto basso dei laureati che, insieme al ceto medio classico, non può certo essere annoverato tra i vincitori della globalizzazione. Il nuovo ceto medio dei laureati è il prodotto del ritorno del privilegio dell’istruzione. Infatti, i lavori meglio pagati non sono raggiungibili con capacità ottenibili con il normale percorso di formazione pubblica, ma avendo disponibilità finanziarie familiari importanti che permettano la frequentazione delle scuole migliori, ripetuti viaggi di formazione linguistica all’estero e periodi di tirocinio gratuito presso importanti aziende. Il nuovo ceto medio dei laureati è un ambiente esclusivo, in cui è impossibile entrare partendo da posizioni più svantaggiate ed ha influenza sulle opinioni della gente, occupando posizioni chiave nei media e nella politica.
L’ideologia di questo nuovo ceto è il liberalismo di sinistra che deriva dal neoliberismo e si lega ai suoi valori e sentimenti. Il liberalismo di sinistra è divenuto la narrazione dominante. Con l’ingresso degli esponenti di questo pensiero, che si identifica con la generazione del ’68, ha avuto luogo l’allontanamento della socialdemocrazia della Spd dalla classe operaia e la sua trasformazione in partito dell’amministrazione pubblica, degli insegnanti e dei lavoratori del sociale. Ma i partiti di sinistra, in particolare i verdi, in tutti i paesi europei sono i partiti dell’ambiente urbano dei laureati.
Il liberalismo di sinistra si fonda sulla politica identitaria che rivolge la sua attenzione a minoranze sempre più piccole e stravaganti, mirando alla santificazione della disuguaglianza. A essere inficiato è il tradizionale valore di sinistra dell’uguaglianza, che è sostituito dalla differenziazione tra gli individui, e che si traduce nella politica delle quote. La politica identitaria svia l’attenzione dai rapporti di proprietà e dalle strutture sociali per rivolgerla a specificità individuali come l’etnia, il colore della pelle e l’orientamento sessuale. Persino Blackstone, una delle maggiori società finanziarie del mondo, ha adottato la politica delle quote, dichiarando di voler fare in modo che almeno un terzo del suo consiglio d’amministrazione non sia più rappresentato da maschi bianchi e eterosessuali. Per la parte più povera e realmente svantaggiata quote e diversity non cambiano di una virgola la propria situazione. La politica identitaria crea spaccature proprio lì dove sarebbe necessaria la solidarietà e rabbia in chi ha avuto tutto da perdere dai mutamenti sociali della globalizzazione e vede soggetti privilegiati e con reddito elevato recitare pubblicamente la parte delle vittime discriminate.
La politica identitaria ha prodotto disastri anche tra gli immigrati. I liberali di sinistra invece di aiutare gli immigrati a integrarsi hanno finanziato organizzazioni, come quelle estremistiche islamiche, che si ponevano come priorità il consolidamento dell’identità di gruppo distinto dalla maggioranza e dagli altri gruppi etnici. Il multiculturalismo è, in realtà, il fallimento dell’integrazione e la distruzione del senso di appartenenza alla comunità, presupposto più importante per la solidarietà e la giustizia sociale. In base all’ideologia del liberalismo di sinistra il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un paese appare come qualcosa di destra e di reazionario. Inoltre, il liberalismo di sinistra introduce un’altra minoranza da tutelare: quella dei poveri e degli emarginati. In questo modo, si ha la cancellazione dello Stato sociale a favore di una assistenza umanitaria per i poveri, che difficilmente si rivelerebbe utile per il ceto medio e medio-basso.
Aspetto importante del liberalismo di sinistra è l’affermazione di una società aperta che, potendo essere estesa oltre i confini nazionali, si accompagna alla rivendicazione di una cittadinanza globale o almeno europea (cosmopolitismo). Lo slogan dell’apertura al mondo e la posa da cosmopoliti sono una giustificazione delle trasformazioni liberali degli ultimi anni e della mancanza di volontà di assumersi le proprie responsabilità di fronte a quella fascia di popolazione autoctona cui sono stati tolti non solo i posti di lavoro ma anche le garanzie sociali.
In realtà la società aperta se, da una parte, porta alla permeabilità dei confini per chi non appartiene a un certo Stato, dall’altra parte innalza tra le classi sociali muri che sono sempre più difficili da superare. Anche la tanto acclamata emancipazione della donna è stata in realtà l’emancipazione della donna laureata del ceto superiore o medio-superiore.
Il neoliberismo di sinistra contribuisce a una politica utile soprattutto ai ricchi, riuscendo nell’intento di dividere il ceto medio dal punto di vista politico-culturale e di impedire la nascita di maggioranze politiche che guardino a un diverso progetto di futuro.
L’immigrazione
Quello dell’immigrazione è un problema delicato che viene agitato dalla estrema destra in tutti i Paesi europei. Questo è particolarmente vero in Germania, che ha accolto una quantità notevole di immigrati, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria e che ha visto l’AfD crescere proprio grazie a questa tematica. BSW ha assunto in proposito una posizione diversa da quella dei liberali di sinistra, che gli è costata diverse accuse di razzismo. Per questa ragione è importante vedere quale sia la posizione reale della Wagenknecht.
In primo luogo, il liberismo di sinistra è per l’accoglienza di tutti gli immigrati, ritenendo che qualsiasi posizione diversa contravverrebbe ai più elementari comandamenti morali tra cui la disponibilità ad aiutare il prossimo e la solidarietà. Secondo la Wagenknecht, invece, i paesi ricchi esercitano un neocolonialismo bello e buono attirando lavoratori qualificati da paesi poverissimi che hanno speso molti soldi per la formazione di quei professionisti privandosi poi del loro contributo alla società di quei paesi. Ad esempio, la penuria di medici e infermieri ha condotto alla chiusura di molti ospedali in Bulgaria e Romania, di cui si è sentito l’effetto durante il Covid. Inoltre, secondo il Fondo monetario internazionale, in assenza di emigrazione, tra 1995 e 2012, i Paesi dell’Europa dell’Est avrebbero avuto il 7% di crescita in più.
Va, inoltre, operata una distinzione tra immigrati, per cause economiche, e profughi, che vengono costretti a lasciare le loro terre dalla guerra per rifugiarsi in paesi vicini e altrettanto poveri. L’Europa non può accogliere 60 milioni di profughi ma potrebbe fornire le risorse alle associazioni che si occupano di queste persone. Invece, rileva la Wagenknecht, i fondi europei sono pochi e molti paesi europei hanno scalato le spese per l’integrazione degli immigrati dagli aiuti ai paesi in via di sviluppo.
A trarre vantaggio dall’immigrazione sono gli imprenditori cui interessano due cose: disporre di forza lavoro a basso costo e creare divisioni tra i dipendenti. Per questa ragione la sinistra si è battuta nel passato per la riduzione dell’immigrazione. Ciò avvenne durante la repubblica di Weimar e nel ’73 quando il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt interruppe il reclutamento dei lavoratori dall’estero. La Spd di oggi – rileva la Wagenknecht – lo avrebbe definito vicino a AfD.
Oggi la prevalenza della narrazione liberista di sinistra ha fatto sì che i sindacati non si azzardino più a problematizzare l’impiego di forza lavoro immigrata: anche solo parlare del legame tra immigrazione e dumping salariale è visto come una blasfemia. Eppure la diminuzione del 20% dei salari registrata in Germania in molti settori, oltre che alle riforme del mercato del lavoro del governo Schröder, può essere attribuito all’alto tasso d’immigrazione. L’ingresso degli immigrati provoca, inoltre, l’aumento degli affitti dove vive la popolazione autoctona meno agiata.
Chi vuole davvero promuovere la sviluppo dei paesi poveri, conclude la Wagenknecht, dovrebbe mettere fine alle guerre interventiste occidentali e al sostegno alle guerre civili e introdurre una differente politica commerciale, impedendo, ad esempio, la fuga dei cervelli dai Paesi poveri.
Viviamo davvero nell’epoca delle destre?
Quali sono le ragioni dell’affermazione dei partiti di destra in Germania e nel resto d’Europa? Secondo alcuni chi vota la destra rappresenta il quinto della popolazione che è contro la società liberale. Tuttavia, ciò non spiega perché solo ora gli elettori votino in massa per AfD, quando pure in precedenza c’erano partiti di destra. La verità è che gli elettori non votano a destra per convinzione ma per protesta. La parte di collettività svantaggiata dalla politica di questi anni ha smesso di votare per i politici che ignorano i suoi interessi e disprezzano le sue concezioni di vita sociale e il modo di vivere, definito retrogrado e provinciale. Gli elettori di destra vivono nelle campagne e in piccoli centri industriali, dove la disoccupazione è elevata, le infrastrutture carenti e l’immigrazione elevata, mentre in città vivono nelle aree di disagio sociale. Questi settori prima si sono rifugiati nell’astensionismo e successivamente hanno dato sfogo alla frustrazione e alla rabbia votando per le destre.
Abbiamo spiegato perché la sinistra alla moda non riesce a raggiungere questi elettori, ma perché la destra ci riesce? La prima ragione è la critica all’immigrazione, che è al centro del programma di tutte le destre, dal momento che la maggioranza degli europei ritiene che ci siano troppi immigrati. Alla base della ostilità di certi settori sociali verso l’immigrazione incontrollata esistono certamente ragioni culturali ma c’è soprattutto un problema concreto: la concorrenza per i posti di lavoro, le case e le prestazioni sociali. Negare questi problemi – sostiene la Wagenknecht – e interpretare il dibattito sull’immigrazione come un problema di atteggiamento morale rende la sinistra alla moda impossibile da votare. Inoltre, se solo la destra prende atto dei problemi legati alla immigrazione e la sinistra critica moralmente i poveri “arrabbiati”, il tenore e il tono del dibattito verranno decisi dalla destra che dipingerà gli immigrati come semplici intrusi malintenzionati.
Un’altra ragione del successo della destra è l’opposizione al liberismo di sinistra che manifesta la massima adesione al neoliberismo, allo smantellamento dello Stato sociale e alla globalizzazione. Per questo la destra parla agli svantaggiati non solo a livello culturale ma anche a livello di interessi materiali. Trump ad esempio ha messo al centro dei suoi discorsi la decimazione dei posti di lavoro da parte della globalizzazione, imponendo dazi sulle importazioni, provvedimenti che molti dei suoi sostenitori hanno apprezzato. Un altro esempio è rappresentato dal PiS, partito di estrema destra polacco che, dopo la sua vittoria nel 2015, formulò il più grandioso programma sociale della storia polacca, distribuendo come assegno sociale una somma elevata, riducendo così la povertà del 40%. Inoltre, il PiS ha introdotto il salario minimo al di sopra di quanto richiesto dai sindacati, ha ridotto l’età di pensionamento per uomini e donne, e varato altre misure che sono espressione di una politica che ci aspetteremmo – nota la Wagenknecht – da partiti socialdemocratici e progressisti.
Ma non si stratta solo della Polonia, in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen chiede di ridurre i tagli alla spesa sociale, di reintrodurre la tassa patrimoniale, di aumentare gli investimenti statali e le prestazioni sociali, in Olanda il PVV lotta contro l’allentamento delle tutele contro il licenziamento, contro l’innalzamento dell’età pensionabile e contro la riduzione del salario minimo. Infine, in Ungheria il tanto vituperato Fidesz di Orban ha contrapposto al liberismo economico e al controllo dell’economia ungherese da parte degli investitori esteri la sovranità statale e l’interventismo statale. Le misure prese da Fidesz come la rinazionalizzazione di imprese energetiche strategiche, e l’introduzione di tasse speciali per le multinazionali e le transazioni finanziarie sono tutte misure che – nota sempre la Wagenknecht – non esiteremmo a definire di sinistra.
Infine, c’è una terza ragione del successo della destra: la critica all’Unione Europea e ai burocrati che siedono a Bruxelles. Il nucleo centrale dei programmi di tutte le destre della UE è la difesa della sovranità nazionale e il contrasto alla centralizzazione dei poteri portata avanti dai commissari di Bruxelles, figure verso le quali il popolo non nutre alcuna fiducia. Ad esempio la Commissione europea ha chiesto per ben sessantatré volte ai paesi europei di tagliare la sanità e accelerare la privatizzazione degli ospedali, per cinquanta volte di introdurre misure per frenare la crescita dei salari e trentotto volte misure per facilitare i licenziamenti. La Corte di giustizia europea favorisce le grandi multinazionali e peggiora le condizioni dei lavoratori e del ceto medio. La Wagenknecht è stata più volte accusata di essere sovranista e perciò di destra. In realtà il suo sovranismo non è nazionalismo, bensì la richiesta di collocare il potere decisionale laddove è maggiormente possibile decidere in modo democratico, cioè a livello nazionale. La conseguenza di questo sarebbe la ristrutturazione della UE in una confederazione di democrazie sovrane. In questo modo, nei singoli paesi varrebbe soltanto ciò che viene deciso dai rispettivi parlamenti nazionali.
Mentre il rifiuto popolare dell’orientamento europeista è stato subito colto e sfruttato elettoralmente dalla destra, i liberali di sinistra bollano chiunque critichi l’UE come antieuropeista e nazionalista, cosa che li allontana sempre più dalle classi meno abbienti. La presentazione delle destre come avvocati del popolo contro l’élite corrotta è una componente invariabile della destra, che risulta credibile perché contiene un nucleo di verità: le democrazie occidentali non funzionano più, in quanto potenti lobby esercitano molta più influenza sulla politica dei normali cittadini. Per questa ragione la narrazione dei liberali di sinistra secondo cui tutti i democratici devono unirsi contro i nemici di destra della democrazia suona ipocrita e stonata a chi è stato danneggiato dalla politica della sinistra liberale. Anzi, il fatto di essere odiati dall’establishment e da tutti gli altri partiti rafforza i partiti di estrema destra.
Eppure la maggioranza dei cittadini, nonostante rifiuti le idee dei liberali di sinistra, dal punto di vista socio-economico si colloca a sinistra. Ad esempio il 73% degli interpellati di un sondaggio di Der Spiegel ritiene che vadano aumentate le tasse per i redditi alti e diminuite per quelli bassi e il 60% richiede l’introduzione di una imposta patrimoniale. Non si può parlare, quindi, di epoca delle destre. La maggioranza non è di destra bensì terribilmente insicura e delusa dai liberali di sinistra, che hanno fallito nel parlare a questa maggioranza che è innegabilmente di sinistra dal punto di vista socio-economico. Anche l’idea che atteggiamenti illiberali possa condurre questa gente a votare a destra è priva di fondamento: in Germania il 95% dei cittadini ritiene giusta una legge che protegga gli omosessuali.
La grande maggioranza della popolazione non è costituita da retrogradi e razzisti ma è irritata dal fatto che al centro dell’attenzione pubblica ci siano sempre e solo i progetti di vita delle minoranze e talora di minoranze minuscole. La maggioranza non è neanche nazionalista ma pensa che solo lo Stato nazionale possa garantire la sopravvivenza dello Stato sociale.
L’epoca delle destre è un gigantesco imbroglio in quanto misura l’essere di destra in base al rifiuto dell’ideologia liberale di sinistra e non sulla base dei tratti che l’hanno caratterizzata tradizionalmente, bollando così posizioni condivise da ampie fette di popolazione come di destra. La battaglia culturale dei liberali di sinistra contro la destra la asseconda. Quanto più i toni saranno offensivi e quanto più certe posizioni verranno definite di destra tanto più verranno rivolte simpatie a chi non insulta o disprezza a livello etico l’interlocutore.
Due temi, in particolare, hanno avuto questo un effetto boomerang: la politica dell’immigrazione e il cambiamento climatico. Per quanto riguarda l’immigrazione, molti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di flussi migratori molto ampi. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, Fridays for future e i liberali si sinistra hanno reso il dibattito sul clima un dibattito sugli stili di vita e messo al centro di tutto la proposta di una tassa sulla CO2. Di conseguenza il pacchetto sul clima del governo tedesco ha colpito in maniera sproporzionata il ceto medio-basso e i poveri con l’aumento del prezzo del gasolio, dell’energia elettrica e della benzina. Del resto, lo stesso è accaduto in Francia dove le stesse misure hanno rappresentato la miccia che ha fatto divampare la protesta dei “gilet gialli”.
La paura del domani si va diffondendo in ampie fette della popolazione. I liberali di sinistra contribuiscono alla diffusione di questa paura con le loro battaglie culturali che spaccano una maggioranza che, dal punto di vista socio-economico, è di sinistra, innalzano muri di ostilità tra chi ha una laurea e chi non ce l’ha. L’obiettivo è impedire che maggioranze antiliberiste si trasformino in maggioranze politiche.
Non esiste un’epoca delle destre né derive sociali destrorse. Esistono partiti di destra che stanno acquistando forza e influenza a causa dei comportamenti dei liberali di sinistra. La Wagenknecht conclude la prima parte del suo libro con le seguenti parole: “Ma finché la sinistra non offrirà una narrazione progressista credibile e un programma convincente, che non si rivolga soltanto al numero sempre più grande dei laureati meno abbienti, ma anche agli interessi sociali e ai valori degli operai, di chi lavora nel settore dei servizi nonché della classe media tradizionale, sempre più elettori provenienti da questi ultimi ambienti cercheranno una casa sul lato opposto dello spettro politico. A un certo punto, poi, una parte di questi elettori comincerà anche a parlare e a pensare nel modo in cui si parla da quelle parti.”[i]
Conclusioni
L’Italia, la Francia e altri paesi europei presentano le caratteristiche che Sahra Wagenknecht descrive a proposito della Germania. Un po’ in tutta Europa la sinistra si è fortemente indebolita sul piano elettorale a causa dell’essere stata la principale o tra le principali forze politiche che hanno favorito le modificazioni sociali che si sono tradotte nello smantellamento dello Stato sociale, nella precarizzazione, nell’outsourcing e soprattutto nella globalizzazione che ha fortemente ridotto i salari. Di conseguenza gli elettori, compresi molti di sinistra, si sono o rifugiati nell’astensionismo, che in Italia alle ultime politiche del 2022 è stata del 36% nove punti in più rispetto al 2018, o nel voto per l’estrema destra. Secondo Sahra Wagenknecht i partiti di estrema destra sono diventati i nuovi partiti operai se non per gli iscritti sicuramente per gli elettori. A confermare le parole di Wagenknecht c’è stata in Italia l’affermazione di Fratelli d’Italia, che, unico partito a non aver appoggiato il governo Draghi, ha potuto capitalizzare l’insoddisfazione e la rabbia di una parte importante dell’elettorato. Il PD, come gli altri partiti socialdemocratici europei, per anni ha rappresentato l’espressione di quel liberismo di sinistra che viene denunciato nel libro della Wagenknecht. Mentre il Movimento Cinque Stelle ha rappresentato per qualche tempo la risposta alla insoddisfazione e alla rabbia dell’elettorato. Tuttavia, la mancanza di un programma definito e di un personale politico adeguato e soprattutto la partecipazione al governo Draghi da parte del M5S ne ha minato la credibilità, che può essere ulteriormente ridotta dall’abbraccio con il PD della Schlein e dalla ricostruzione di un centro-sinistra, dominato dal PD, che ripeterebbe le scelte sciagurate del passato prodiano. Del resto, su diverse tematiche Schlein e Meloni non sono così distanti, a partire dalla guerra. Entrambe sono perfettamente allineate alla Nato e al sostegno all’Ucraina, nonché favorevoli all’invio di armi. Anche se il nuovo ceto urbano dei laureati è probabilmente meno diffuso in Italia che in Germania, esso rimane la base sociale e politica anche della sinistra italiana, dal PD ai verdi. Allo stesso modo il liberismo di sinistra rimane l’ideologia dominante nel PD, nonostante il maquillage che la Schlein ha imposto al partito. Per queste ragioni il libro della Wagenknecht è uno strumento utile a orientarsi in una fase confusa in cui la categoria di sinistra, completamente rovesciata rispetto alle sue origini, va ridefinita in modo radicale.
Note
[i] Sahra Wagenknecht, Contro la sinistra liberale, Fazi editore, Roma 2022, p.263.
Fonte
“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht è senza dubbio uno dei più importanti libri di critica delle società del capitalismo cosiddetto avanzato, specialmente di quelle dell’Europa occidentale, usciti negli ultimi anni. Non è un caso se in Germania il libro, il cui titolo originale è Die Selbstgerechten, ossia i Presuntuosi, è stato in cima alle classifiche di vendita per molto tempo.
Il testo è scritto, infatti, in modo molto semplice, in grado di essere recepito da parte di un vasto pubblico anche se i temi trattati sono complessi. L’interesse principale del libro consiste nel fatto che l’autrice svolge una critica alla sinistra oggi dominante, sviluppando una analisi delle società a capitalismo avanzato, della ideologia di sinistra e soprattutto della composizione delle classi sociali derivata dalle modificazioni dovute alla modernizzazione capitalistica degli ultimi decenni.
A incuriosire alla lettura di questo libro è, però, anche il fatto che l’autrice non è una semplice intellettuale, bensì una politica molto nota in Germania, che ha raccolto risultati positivi con la sua forza politica di recente costituzione. BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, in italiano Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia) è una scissione dal partito Die Linke ed è stata fondata il 26 settembre 2023 come associazione e l’8 gennaio 2024 come partito. Nel giro di soli sei mesi BSW ha dimostrato inaspettatamente di essere un partito capace di raggiungere risultati lusinghieri. Alle elezioni europee di giugno 2024 è risultato essere il quinto partito con il 6,2% dei voti, mentre Die Linke scivolava al 2,7%. Le roccaforti di BSW sono nella ex Germania est, la zona più povera del Paese, dove alle europee era il terzo partito con il 13,8%. Il risultato positivo nella ex Germania est si è ripetuto alle regionali tenutesi a settembre in Turingia (15,8%) e in Sassonia (11,8%), dove BSW si è confermata la terza forza politica.
Tali risultati, molto differenti da quelli raggiunti dalla sinistra radicale italiana, destano quantomeno curiosità per l’impostazione e il programma che hanno consentito a BSW di ottenerli. Ovviamente l’Italia non è la Germania e tra i due paesi ci sono differenze significative, ma come vedremo, ci sono anche somiglianze notevoli e quanto scritto dalla Wagenknecht merita attenzione.
L’autrice parte dalla affermazione della estrema destra di AfD che è stata confermata alle recenti europee, dove è risultato essere il secondo partito con il 15,3% dei voti, superando i partiti della sinistra di governo, in particolare i socialdemocratici della Spd (13,9%) e i Verdi (11,9%). Indipendentemente dal fatto che AfD sia un partito neonazista, come alcuni denunciano, o un “semplice” partito di estrema destra si tratta di un risultato preoccupante e significativo del terremoto politico in corso in Germania.
Mentre la maggior parte degli osservatori e commentatori dei mass media attribuiscono i risultati elettorali di Afd allo spostamento a destra dell’elettorato, la Wagenknecht dà una spiegazione controcorrente: il terreno per l’ascesa della destra è stato preparato dai partiti di sinistra sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico e culturale.
La sinistra alla moda
Questo è accaduto perché la sinistra ha subito negli ultimi decenni una trasformazione genetica. Un tempo la sinistra si caratterizzava per la difesa delle classi subalterne. Oggi, la Wagenknecht definisce la sinistra con il termine di sinistra alla moda, nell’originale tedesco Lifestyle-Linke, letteralmente “sinistra dello stile di vita”, in quanto non pone più al centro della sua azione problemi sociali e politico-economici bensì lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. Il cammino per arrivare a una società più giusta non passa più per le lotte sociali ma soprattutto attraverso simboli e linguaggio come evitare il maschile per indicare il plurale dei nomi sostituendolo con gli asterischi.
Operai industriali e semplici impiegati pubblici tra 1990 e 2020 hanno smesso di votare per i partiti di sinistra tradizionale da cui non si sentono più difesi a livello socio-economico né rappresentati a livello culturale. Oggi a votare a sinistra sono per lo più persone che abitano nelle grandi città, hanno una buona cultura e stipendi migliori.
Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’organizzazione degli operai, fondata su orientamento alla comunità, solidarietà e responsabilità reciproca, permise di migliorare gradualmente la situazione economica delle classi subalterne. La situazione ha cominciato a cambiare in peggio dal 1975 con una accelerazione negli anni Novanta, che ha determinato il passaggio dalla società industriale a quella del terziario. I principali fattori di questo passaggio sono tre: l’automazione, l’outsourcing e soprattutto la globalizzazione, che ha determinato lo spostamento di molte produzioni industriali all’estero. La responsabilità della globalizzazione è da attribuire alla politica che ha rinunciato al controllo dei capitali. La grande sconfitta della globalizzazione è stata la classe operaia del mondo occidentale mentre ha portato alla crescita enorme della ricchezza delle classi superiori.
Il nuovo ceto medio dei laureati e la loro ideologia
A questo punto la Wagenknecht introduce un concetto originale che rappresenta uno degli aspetti sociologicamente più interessanti della sua analisi: la nascita del nuovo ceto medio dei laureati. Infatti, la globalizzazione e la società dei servizi produce anche nuove professioni ben pagate per i laureati nelle banche d’investimento, nei servizi digitali, nel marketing, nella pubblicità, nella consulenza e nell’attività legale. Questo nuovo ceto medio si differenzia sia dalla piccola borghesia sia dalla classe operaia non solo per formazione, profilo di attività e luogo di residenza ma anche per atteggiamento, valori e stile di vita, basato sull’acquisto di prodotti che trasmettono una identità morale esclusiva. La sensazione che trasmette il mondo del lavoro di questo nuovo ceto è quella di essere liberi, senza legami e cittadini del mondo, ossia il cosmopolitismo.
Tuttavia non tutti quelli che conseguono una laurea fanno parte di questo nuovo ceto medio, essendoci anche un nuovo ceto basso dei laureati che, insieme al ceto medio classico, non può certo essere annoverato tra i vincitori della globalizzazione. Il nuovo ceto medio dei laureati è il prodotto del ritorno del privilegio dell’istruzione. Infatti, i lavori meglio pagati non sono raggiungibili con capacità ottenibili con il normale percorso di formazione pubblica, ma avendo disponibilità finanziarie familiari importanti che permettano la frequentazione delle scuole migliori, ripetuti viaggi di formazione linguistica all’estero e periodi di tirocinio gratuito presso importanti aziende. Il nuovo ceto medio dei laureati è un ambiente esclusivo, in cui è impossibile entrare partendo da posizioni più svantaggiate ed ha influenza sulle opinioni della gente, occupando posizioni chiave nei media e nella politica.
L’ideologia di questo nuovo ceto è il liberalismo di sinistra che deriva dal neoliberismo e si lega ai suoi valori e sentimenti. Il liberalismo di sinistra è divenuto la narrazione dominante. Con l’ingresso degli esponenti di questo pensiero, che si identifica con la generazione del ’68, ha avuto luogo l’allontanamento della socialdemocrazia della Spd dalla classe operaia e la sua trasformazione in partito dell’amministrazione pubblica, degli insegnanti e dei lavoratori del sociale. Ma i partiti di sinistra, in particolare i verdi, in tutti i paesi europei sono i partiti dell’ambiente urbano dei laureati.
Il liberalismo di sinistra si fonda sulla politica identitaria che rivolge la sua attenzione a minoranze sempre più piccole e stravaganti, mirando alla santificazione della disuguaglianza. A essere inficiato è il tradizionale valore di sinistra dell’uguaglianza, che è sostituito dalla differenziazione tra gli individui, e che si traduce nella politica delle quote. La politica identitaria svia l’attenzione dai rapporti di proprietà e dalle strutture sociali per rivolgerla a specificità individuali come l’etnia, il colore della pelle e l’orientamento sessuale. Persino Blackstone, una delle maggiori società finanziarie del mondo, ha adottato la politica delle quote, dichiarando di voler fare in modo che almeno un terzo del suo consiglio d’amministrazione non sia più rappresentato da maschi bianchi e eterosessuali. Per la parte più povera e realmente svantaggiata quote e diversity non cambiano di una virgola la propria situazione. La politica identitaria crea spaccature proprio lì dove sarebbe necessaria la solidarietà e rabbia in chi ha avuto tutto da perdere dai mutamenti sociali della globalizzazione e vede soggetti privilegiati e con reddito elevato recitare pubblicamente la parte delle vittime discriminate.
La politica identitaria ha prodotto disastri anche tra gli immigrati. I liberali di sinistra invece di aiutare gli immigrati a integrarsi hanno finanziato organizzazioni, come quelle estremistiche islamiche, che si ponevano come priorità il consolidamento dell’identità di gruppo distinto dalla maggioranza e dagli altri gruppi etnici. Il multiculturalismo è, in realtà, il fallimento dell’integrazione e la distruzione del senso di appartenenza alla comunità, presupposto più importante per la solidarietà e la giustizia sociale. In base all’ideologia del liberalismo di sinistra il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un paese appare come qualcosa di destra e di reazionario. Inoltre, il liberalismo di sinistra introduce un’altra minoranza da tutelare: quella dei poveri e degli emarginati. In questo modo, si ha la cancellazione dello Stato sociale a favore di una assistenza umanitaria per i poveri, che difficilmente si rivelerebbe utile per il ceto medio e medio-basso.
Aspetto importante del liberalismo di sinistra è l’affermazione di una società aperta che, potendo essere estesa oltre i confini nazionali, si accompagna alla rivendicazione di una cittadinanza globale o almeno europea (cosmopolitismo). Lo slogan dell’apertura al mondo e la posa da cosmopoliti sono una giustificazione delle trasformazioni liberali degli ultimi anni e della mancanza di volontà di assumersi le proprie responsabilità di fronte a quella fascia di popolazione autoctona cui sono stati tolti non solo i posti di lavoro ma anche le garanzie sociali.
In realtà la società aperta se, da una parte, porta alla permeabilità dei confini per chi non appartiene a un certo Stato, dall’altra parte innalza tra le classi sociali muri che sono sempre più difficili da superare. Anche la tanto acclamata emancipazione della donna è stata in realtà l’emancipazione della donna laureata del ceto superiore o medio-superiore.
Il neoliberismo di sinistra contribuisce a una politica utile soprattutto ai ricchi, riuscendo nell’intento di dividere il ceto medio dal punto di vista politico-culturale e di impedire la nascita di maggioranze politiche che guardino a un diverso progetto di futuro.
L’immigrazione
Quello dell’immigrazione è un problema delicato che viene agitato dalla estrema destra in tutti i Paesi europei. Questo è particolarmente vero in Germania, che ha accolto una quantità notevole di immigrati, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria e che ha visto l’AfD crescere proprio grazie a questa tematica. BSW ha assunto in proposito una posizione diversa da quella dei liberali di sinistra, che gli è costata diverse accuse di razzismo. Per questa ragione è importante vedere quale sia la posizione reale della Wagenknecht.
In primo luogo, il liberismo di sinistra è per l’accoglienza di tutti gli immigrati, ritenendo che qualsiasi posizione diversa contravverrebbe ai più elementari comandamenti morali tra cui la disponibilità ad aiutare il prossimo e la solidarietà. Secondo la Wagenknecht, invece, i paesi ricchi esercitano un neocolonialismo bello e buono attirando lavoratori qualificati da paesi poverissimi che hanno speso molti soldi per la formazione di quei professionisti privandosi poi del loro contributo alla società di quei paesi. Ad esempio, la penuria di medici e infermieri ha condotto alla chiusura di molti ospedali in Bulgaria e Romania, di cui si è sentito l’effetto durante il Covid. Inoltre, secondo il Fondo monetario internazionale, in assenza di emigrazione, tra 1995 e 2012, i Paesi dell’Europa dell’Est avrebbero avuto il 7% di crescita in più.
Va, inoltre, operata una distinzione tra immigrati, per cause economiche, e profughi, che vengono costretti a lasciare le loro terre dalla guerra per rifugiarsi in paesi vicini e altrettanto poveri. L’Europa non può accogliere 60 milioni di profughi ma potrebbe fornire le risorse alle associazioni che si occupano di queste persone. Invece, rileva la Wagenknecht, i fondi europei sono pochi e molti paesi europei hanno scalato le spese per l’integrazione degli immigrati dagli aiuti ai paesi in via di sviluppo.
A trarre vantaggio dall’immigrazione sono gli imprenditori cui interessano due cose: disporre di forza lavoro a basso costo e creare divisioni tra i dipendenti. Per questa ragione la sinistra si è battuta nel passato per la riduzione dell’immigrazione. Ciò avvenne durante la repubblica di Weimar e nel ’73 quando il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt interruppe il reclutamento dei lavoratori dall’estero. La Spd di oggi – rileva la Wagenknecht – lo avrebbe definito vicino a AfD.
Oggi la prevalenza della narrazione liberista di sinistra ha fatto sì che i sindacati non si azzardino più a problematizzare l’impiego di forza lavoro immigrata: anche solo parlare del legame tra immigrazione e dumping salariale è visto come una blasfemia. Eppure la diminuzione del 20% dei salari registrata in Germania in molti settori, oltre che alle riforme del mercato del lavoro del governo Schröder, può essere attribuito all’alto tasso d’immigrazione. L’ingresso degli immigrati provoca, inoltre, l’aumento degli affitti dove vive la popolazione autoctona meno agiata.
Chi vuole davvero promuovere la sviluppo dei paesi poveri, conclude la Wagenknecht, dovrebbe mettere fine alle guerre interventiste occidentali e al sostegno alle guerre civili e introdurre una differente politica commerciale, impedendo, ad esempio, la fuga dei cervelli dai Paesi poveri.
Viviamo davvero nell’epoca delle destre?
Quali sono le ragioni dell’affermazione dei partiti di destra in Germania e nel resto d’Europa? Secondo alcuni chi vota la destra rappresenta il quinto della popolazione che è contro la società liberale. Tuttavia, ciò non spiega perché solo ora gli elettori votino in massa per AfD, quando pure in precedenza c’erano partiti di destra. La verità è che gli elettori non votano a destra per convinzione ma per protesta. La parte di collettività svantaggiata dalla politica di questi anni ha smesso di votare per i politici che ignorano i suoi interessi e disprezzano le sue concezioni di vita sociale e il modo di vivere, definito retrogrado e provinciale. Gli elettori di destra vivono nelle campagne e in piccoli centri industriali, dove la disoccupazione è elevata, le infrastrutture carenti e l’immigrazione elevata, mentre in città vivono nelle aree di disagio sociale. Questi settori prima si sono rifugiati nell’astensionismo e successivamente hanno dato sfogo alla frustrazione e alla rabbia votando per le destre.
Abbiamo spiegato perché la sinistra alla moda non riesce a raggiungere questi elettori, ma perché la destra ci riesce? La prima ragione è la critica all’immigrazione, che è al centro del programma di tutte le destre, dal momento che la maggioranza degli europei ritiene che ci siano troppi immigrati. Alla base della ostilità di certi settori sociali verso l’immigrazione incontrollata esistono certamente ragioni culturali ma c’è soprattutto un problema concreto: la concorrenza per i posti di lavoro, le case e le prestazioni sociali. Negare questi problemi – sostiene la Wagenknecht – e interpretare il dibattito sull’immigrazione come un problema di atteggiamento morale rende la sinistra alla moda impossibile da votare. Inoltre, se solo la destra prende atto dei problemi legati alla immigrazione e la sinistra critica moralmente i poveri “arrabbiati”, il tenore e il tono del dibattito verranno decisi dalla destra che dipingerà gli immigrati come semplici intrusi malintenzionati.
Un’altra ragione del successo della destra è l’opposizione al liberismo di sinistra che manifesta la massima adesione al neoliberismo, allo smantellamento dello Stato sociale e alla globalizzazione. Per questo la destra parla agli svantaggiati non solo a livello culturale ma anche a livello di interessi materiali. Trump ad esempio ha messo al centro dei suoi discorsi la decimazione dei posti di lavoro da parte della globalizzazione, imponendo dazi sulle importazioni, provvedimenti che molti dei suoi sostenitori hanno apprezzato. Un altro esempio è rappresentato dal PiS, partito di estrema destra polacco che, dopo la sua vittoria nel 2015, formulò il più grandioso programma sociale della storia polacca, distribuendo come assegno sociale una somma elevata, riducendo così la povertà del 40%. Inoltre, il PiS ha introdotto il salario minimo al di sopra di quanto richiesto dai sindacati, ha ridotto l’età di pensionamento per uomini e donne, e varato altre misure che sono espressione di una politica che ci aspetteremmo – nota la Wagenknecht – da partiti socialdemocratici e progressisti.
Ma non si stratta solo della Polonia, in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen chiede di ridurre i tagli alla spesa sociale, di reintrodurre la tassa patrimoniale, di aumentare gli investimenti statali e le prestazioni sociali, in Olanda il PVV lotta contro l’allentamento delle tutele contro il licenziamento, contro l’innalzamento dell’età pensionabile e contro la riduzione del salario minimo. Infine, in Ungheria il tanto vituperato Fidesz di Orban ha contrapposto al liberismo economico e al controllo dell’economia ungherese da parte degli investitori esteri la sovranità statale e l’interventismo statale. Le misure prese da Fidesz come la rinazionalizzazione di imprese energetiche strategiche, e l’introduzione di tasse speciali per le multinazionali e le transazioni finanziarie sono tutte misure che – nota sempre la Wagenknecht – non esiteremmo a definire di sinistra.
Infine, c’è una terza ragione del successo della destra: la critica all’Unione Europea e ai burocrati che siedono a Bruxelles. Il nucleo centrale dei programmi di tutte le destre della UE è la difesa della sovranità nazionale e il contrasto alla centralizzazione dei poteri portata avanti dai commissari di Bruxelles, figure verso le quali il popolo non nutre alcuna fiducia. Ad esempio la Commissione europea ha chiesto per ben sessantatré volte ai paesi europei di tagliare la sanità e accelerare la privatizzazione degli ospedali, per cinquanta volte di introdurre misure per frenare la crescita dei salari e trentotto volte misure per facilitare i licenziamenti. La Corte di giustizia europea favorisce le grandi multinazionali e peggiora le condizioni dei lavoratori e del ceto medio. La Wagenknecht è stata più volte accusata di essere sovranista e perciò di destra. In realtà il suo sovranismo non è nazionalismo, bensì la richiesta di collocare il potere decisionale laddove è maggiormente possibile decidere in modo democratico, cioè a livello nazionale. La conseguenza di questo sarebbe la ristrutturazione della UE in una confederazione di democrazie sovrane. In questo modo, nei singoli paesi varrebbe soltanto ciò che viene deciso dai rispettivi parlamenti nazionali.
Mentre il rifiuto popolare dell’orientamento europeista è stato subito colto e sfruttato elettoralmente dalla destra, i liberali di sinistra bollano chiunque critichi l’UE come antieuropeista e nazionalista, cosa che li allontana sempre più dalle classi meno abbienti. La presentazione delle destre come avvocati del popolo contro l’élite corrotta è una componente invariabile della destra, che risulta credibile perché contiene un nucleo di verità: le democrazie occidentali non funzionano più, in quanto potenti lobby esercitano molta più influenza sulla politica dei normali cittadini. Per questa ragione la narrazione dei liberali di sinistra secondo cui tutti i democratici devono unirsi contro i nemici di destra della democrazia suona ipocrita e stonata a chi è stato danneggiato dalla politica della sinistra liberale. Anzi, il fatto di essere odiati dall’establishment e da tutti gli altri partiti rafforza i partiti di estrema destra.
Eppure la maggioranza dei cittadini, nonostante rifiuti le idee dei liberali di sinistra, dal punto di vista socio-economico si colloca a sinistra. Ad esempio il 73% degli interpellati di un sondaggio di Der Spiegel ritiene che vadano aumentate le tasse per i redditi alti e diminuite per quelli bassi e il 60% richiede l’introduzione di una imposta patrimoniale. Non si può parlare, quindi, di epoca delle destre. La maggioranza non è di destra bensì terribilmente insicura e delusa dai liberali di sinistra, che hanno fallito nel parlare a questa maggioranza che è innegabilmente di sinistra dal punto di vista socio-economico. Anche l’idea che atteggiamenti illiberali possa condurre questa gente a votare a destra è priva di fondamento: in Germania il 95% dei cittadini ritiene giusta una legge che protegga gli omosessuali.
La grande maggioranza della popolazione non è costituita da retrogradi e razzisti ma è irritata dal fatto che al centro dell’attenzione pubblica ci siano sempre e solo i progetti di vita delle minoranze e talora di minoranze minuscole. La maggioranza non è neanche nazionalista ma pensa che solo lo Stato nazionale possa garantire la sopravvivenza dello Stato sociale.
L’epoca delle destre è un gigantesco imbroglio in quanto misura l’essere di destra in base al rifiuto dell’ideologia liberale di sinistra e non sulla base dei tratti che l’hanno caratterizzata tradizionalmente, bollando così posizioni condivise da ampie fette di popolazione come di destra. La battaglia culturale dei liberali di sinistra contro la destra la asseconda. Quanto più i toni saranno offensivi e quanto più certe posizioni verranno definite di destra tanto più verranno rivolte simpatie a chi non insulta o disprezza a livello etico l’interlocutore.
Due temi, in particolare, hanno avuto questo un effetto boomerang: la politica dell’immigrazione e il cambiamento climatico. Per quanto riguarda l’immigrazione, molti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di flussi migratori molto ampi. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, Fridays for future e i liberali si sinistra hanno reso il dibattito sul clima un dibattito sugli stili di vita e messo al centro di tutto la proposta di una tassa sulla CO2. Di conseguenza il pacchetto sul clima del governo tedesco ha colpito in maniera sproporzionata il ceto medio-basso e i poveri con l’aumento del prezzo del gasolio, dell’energia elettrica e della benzina. Del resto, lo stesso è accaduto in Francia dove le stesse misure hanno rappresentato la miccia che ha fatto divampare la protesta dei “gilet gialli”.
La paura del domani si va diffondendo in ampie fette della popolazione. I liberali di sinistra contribuiscono alla diffusione di questa paura con le loro battaglie culturali che spaccano una maggioranza che, dal punto di vista socio-economico, è di sinistra, innalzano muri di ostilità tra chi ha una laurea e chi non ce l’ha. L’obiettivo è impedire che maggioranze antiliberiste si trasformino in maggioranze politiche.
Non esiste un’epoca delle destre né derive sociali destrorse. Esistono partiti di destra che stanno acquistando forza e influenza a causa dei comportamenti dei liberali di sinistra. La Wagenknecht conclude la prima parte del suo libro con le seguenti parole: “Ma finché la sinistra non offrirà una narrazione progressista credibile e un programma convincente, che non si rivolga soltanto al numero sempre più grande dei laureati meno abbienti, ma anche agli interessi sociali e ai valori degli operai, di chi lavora nel settore dei servizi nonché della classe media tradizionale, sempre più elettori provenienti da questi ultimi ambienti cercheranno una casa sul lato opposto dello spettro politico. A un certo punto, poi, una parte di questi elettori comincerà anche a parlare e a pensare nel modo in cui si parla da quelle parti.”[i]
Conclusioni
L’Italia, la Francia e altri paesi europei presentano le caratteristiche che Sahra Wagenknecht descrive a proposito della Germania. Un po’ in tutta Europa la sinistra si è fortemente indebolita sul piano elettorale a causa dell’essere stata la principale o tra le principali forze politiche che hanno favorito le modificazioni sociali che si sono tradotte nello smantellamento dello Stato sociale, nella precarizzazione, nell’outsourcing e soprattutto nella globalizzazione che ha fortemente ridotto i salari. Di conseguenza gli elettori, compresi molti di sinistra, si sono o rifugiati nell’astensionismo, che in Italia alle ultime politiche del 2022 è stata del 36% nove punti in più rispetto al 2018, o nel voto per l’estrema destra. Secondo Sahra Wagenknecht i partiti di estrema destra sono diventati i nuovi partiti operai se non per gli iscritti sicuramente per gli elettori. A confermare le parole di Wagenknecht c’è stata in Italia l’affermazione di Fratelli d’Italia, che, unico partito a non aver appoggiato il governo Draghi, ha potuto capitalizzare l’insoddisfazione e la rabbia di una parte importante dell’elettorato. Il PD, come gli altri partiti socialdemocratici europei, per anni ha rappresentato l’espressione di quel liberismo di sinistra che viene denunciato nel libro della Wagenknecht. Mentre il Movimento Cinque Stelle ha rappresentato per qualche tempo la risposta alla insoddisfazione e alla rabbia dell’elettorato. Tuttavia, la mancanza di un programma definito e di un personale politico adeguato e soprattutto la partecipazione al governo Draghi da parte del M5S ne ha minato la credibilità, che può essere ulteriormente ridotta dall’abbraccio con il PD della Schlein e dalla ricostruzione di un centro-sinistra, dominato dal PD, che ripeterebbe le scelte sciagurate del passato prodiano. Del resto, su diverse tematiche Schlein e Meloni non sono così distanti, a partire dalla guerra. Entrambe sono perfettamente allineate alla Nato e al sostegno all’Ucraina, nonché favorevoli all’invio di armi. Anche se il nuovo ceto urbano dei laureati è probabilmente meno diffuso in Italia che in Germania, esso rimane la base sociale e politica anche della sinistra italiana, dal PD ai verdi. Allo stesso modo il liberismo di sinistra rimane l’ideologia dominante nel PD, nonostante il maquillage che la Schlein ha imposto al partito. Per queste ragioni il libro della Wagenknecht è uno strumento utile a orientarsi in una fase confusa in cui la categoria di sinistra, completamente rovesciata rispetto alle sue origini, va ridefinita in modo radicale.
Note
[i] Sahra Wagenknecht, Contro la sinistra liberale, Fazi editore, Roma 2022, p.263.
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