Nonostante l’eco mediatica data in Occidente alle proteste in Iran (un’eco resa ridicola dalla propaganda, con cifre di vittime che appaiono buttate lì per caso: in poche ore qualche giornale ha progressivamente aumentato i morti da 180 a oltre 2.000 – gli stessi che garantivano che i russi “vanno all’assalto brandendo le pale”, “usano le dita al posto delle baionette”, “stanno senza calcini nella neve”, ecc.), l’attuale architettura di governo non sembra prossima al collasso.
A dirlo è l’intelligence statunitense. Secondo fonti riportate dal sito Axios, l’Iran non è vicino a una condizione di rovesciamento dell’assetto istituzionale. Le proteste sono sicuramente larghe e sentite, e si radicano nelle profonde difficoltà economiche vissute nel paese, strozzato dalla guerra economica dell’imperialismo occidentale, anche dai settori in cui tradizionalmente la Repubblica Islamica ha trovato la propria legittimazione.
Ma secondo gli analisti di Washington, le mobilitazioni mancano di tre elementi fondamentali per trasformarsi in un cambio di regime: l’assenza di forze che ne possano diventare una guida unitaria, capace di coordinare le proteste; la frammentarietà delle istanze, che oscillano tra crisi economica, diritti sociali e riforme politiche, senza una piattaforma politica coerente; le forze di sicurezza hanno dimostrato di poter gestire le piazze senza dover ricorrere a un uso generalizzato della forza che potrebbe innescare reazioni incontrollabili, subendo anche un alto livello di perdite.
A rafforzare questa tesi interviene un’analisi del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che evidenzia una differenza sostanziale rispetto alla caduta dello Scià nel 1979. All’epoca, le defezioni nelle forze armate furono decisive, mentre oggi l’apparato di sicurezza appare coeso e fedele all’ayatollah Khamenei.
Inoltre, l’Iran non è una costruzione artificiale, come altri paesi “disegnati sulla carta geografica” dai colonialisti europei: ha una forte identità radicata in secoli di storia, in una sostanziale omogeneità religiosa e in minoranze etniche – curdi, arabi, baluchi e turkmeni – che, per quanto portino avanti richieste di maggiore rappresentanza e autonomia, non perseguono progetti separatisti o, quando pur esistono, non sono sostenute da una ampia legittimazione popolare.
L’idea che vi possa essere una “balcanizzazione” del paese, spesso auspicata dai più rapaci imperialisti, è una proiezione di schemi usati e foraggiati dall’Occidente che non sono esportabili ovunque. Intanto, oggi si svolgerà una manifestazione a sostegno della Repubblica Islamica, mentre già ieri sono state decine di migliaia le persone che hanno partecipato al funerale di Melina Asadi, bambina di 3 anni uccisa dai manifestanti durante le proteste giovedì scorso, a Kermanshah.
Appare dunque evidente come questa insistenza su di un Iran vicino al collasso serva solo a creare una narrazione orientata a legittimare interventi esterni ad un’opinione pubblica occidentale già alle prese con l’allarmismo sull'“aggressività russa”, il perdurante lento genocidio dei palestinesi, le minacce statunitensi di attaccare molti paesi, dal Venezuela alla Groenlandia.
Presentare il paese come un’entità in crisi, vicina a frantumarsi, trasforma da “accettabile” a “necessario”, da “pericoloso” a “facile”, lo scenario della destabilizzazione violenta attraverso un intervento esterno, per aiutare i manifestanti a fare “l’ultimo miglio” che li separa dalla liberazione dal regime islamico. La realtà, stando a quel che dicono persino avversari strategici come Israele e USA, è diversa.
I media nostrani, tuttavia, riportano solo la notizia diffusa dal New York Times secondo il quale, negli ultimi giorni, Donald Trump sarebbe stato informato sulle varie opzioni possibile per un attacco militare all’Iran, e tra i target ci sarebbero anche siti non militari della capitale. Teheran ha immediatamente risposto che ciò porterebbe a una reazione contro le basi statunitensi nella regione, ma anche contro Israele.
Lo schema della propaganda coordinata e funzionale a un’aggressione imperialista risulta evidente, e a questo partecipano anche le forze della “sinistra imperiale” occidentale. Non avevamo dubbi, per esempio, che l’italiana AVS avrebbe strumentalizzato “l’autodeterminazione dei popoli” per chiedere alla UE di “sostenere la mobilitazione” in Iran. Bisogna segnalare anche le parole di Ilaria Salis, secondo la quale “molti a sinistra risultano affetti dalla malattia del campismo e faticano persino a solidarizzare con gli insorti”.
Purtroppo, il “campismo” è in realtà alimentato – da parte degli imperialisti – con una brutale semplificazione/manipolazione degli eventi, mentre l'“autodeterminazione dei popoli” a doppio standard (vale per alcuni, non per altri) diventa un mezzo per legittimare l’ingerenza straniera negli affari interni altrui, quando autodeterminazione significa proprio il contrario. E difatti, ci sono anche recenti prove di come il tentativo di sfruttamento da parte occidentale di legittime rivendicazioni popolari iraniane abbia smorzato la protesta e abbia fatto danno proprio alla capacità di autodeterminazione.
È un discorso complesso, ma è quella complessità che non vogliono farci sciogliere in termini chiari, per far sì che l’imperialismo in crisi possa avere mano libera nei propri crimini.
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