Lo scorso 23 gennaio il rinominato Dipartimento della Guerra statunitense, guidato da Pete Hegseth, ha pubblicato la National Defense Strategy del 2026. Il nuovo documento strategico della difesa stelle-e-strisce segue le orme della nuova National Security Strategy che ha creato tanto scalpore solo poche settimane fa. E mette gli alleati di Washington di fronte a una domanda: sono pronti ad affrontare la nuova era della competizione globale?
In questa nuova fase, le armi USA saranno impegnate primariamente verso le Americhe, mentre gli alleati storici dovranno accollarsi le spese della propria difesa. Scelta di “disimpegno” di cui, ad ogni modo, si avvantaggeranno largamente le imprese belliche statunitensi, cosa che si era già capita con il maggiore impegno del PIL nelle spese militari approvato dalla NATO.
La centralità data all’emisfero occidentale, su cui far valere una nuova dottrina Monroe, o “Donroe” come molti l’hanno chiamata, esposta nella National Security Strategy ha il proprio risvolto nella ridefinizione di come le forze armate devono intendere la priorità da assegnare ai vari fronti. Con importanti cambiamenti rispetto a come gli States si sono mossi fino all'amministrazione Biden.
Innanzitutto, le armi stelle-e-strisce saranno utilizzate primariamente per garantire la sicurezza interna, intesa sia in riferimento ai flussi migratori sia al terrorismo interno (nel testo si parla di quello islamico, ma è facile capire che The Donald tornerà all’attacco anche degli “Antifa”, con un’attenta modulazione dovuta alle larghe mobilitazioni contro la sua ICE). A ciò si aggiunge lo scudo missilistico Golden Dome.
E poi, però, ci sono tre settori delle Americhe che vengono indicati come terreno imprescindibile per gli interessi stelle-e-strisce: il Canale di Panama, il Golfo del Messico – “d’America”, nel documento – e la Groenlandia. L’Operazione Absolute Resolve viene indicata come un esempio del modo in cui Washington è pronta ad una “azione che concretamente porti avanti gli interessi statunitensi” nelle Americhe: tutti avvertiti.
Viene rielaborato largamente l’atteggiamento verso gli altri grandi attori dello scenario globale. A partire dalla Cina. Il Dragone rimane, com’è ovvio, l’avversario strategico centrale. Ma il documento specifica: “si tratta semplicemente di garantire che né la Cina né chiunque altro possa dominare noi o i nostri alleati. Ciò non richiede un cambio di regime o qualche altro tipo di lotta esistenziale. Piuttosto, una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare, è possibile”.
Questa, almeno, è l’opinione del Dipartimento della Guerra. Ma comunque rimane il fatto che Taiwan non è mai nominata nel testo, e che invece l’attenzione dei militari si concentra su di una deterrenza fondata sulla superiorità militare, non sul confronto diretto sul campo di battaglia. Questa deterrenza si dispiega lungo la First Line Chain, di cui certo fa parte Formosa e il suo arcipelago, ma che non è più evidentemente indicata come il fulcro della politica sul Pacifico.
L’Indo-Pacifico presto rappresenterà più della metà dell’economia mondiale. La sicurezza, la libertà e la prosperità è quindi direttamente collegata alla capacità statunitense di commerciare e impegnarsi da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico. Se la Cina – o chiunque altro, se è per questo – dominasse questa regione ampia e cruciale, sarebbe in grado di porre efficacemente il veto sull’accesso degli americani al centro di gravità dell’economia mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche statunitensi, compresa la nostra capacità di reindustrializzare il paese.
Nel documento si mette in evidenza come il nodo centrale non sia da considerarsi l’indipendenza di Taiwan, ma la capacità di mantenere la propria superiorità militare in un’area in cui Washington ha bisogno di limitare la penetrazione economica cinese. Tra le altre cose, spostando il baricentro delle filiere verso il proprio territorio nazionale... magari anche a discapito della stessa industria dei semiconduttori di Taiwan.
Della Russia vengono messe in evidenza la resilienza e la capacità di impegnarsi in una guerra di lungo periodo. Tuttavia, Mosca viene definita come una “minaccia gestibile” per la NATO. Dal Pentagono sottolineano che le economie europee sovrastano quella russa e che, pertanto, gli europei hanno tutte le capacità (e sono in sostanza obbligati) ad assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale, incluso il sostegno all’Ucraina. Altro messaggio chiaro a Zelensky per i futuri negoziati.
Per quanto di Pyongyang si evidenzi il pericoloso arsenale nucleare, viene anche scritto che la “Corea del Sud è in grado di prendere le principali responsabilità di scoraggiare la Corea del Nord con il sostegno critico ma più limitato degli Stati Uniti”. Infine, l’Iran viene visto come un pericolo rispetto agli obiettivi sul Medio Oriente, e in particolare rispetto all’alleato fondamentale israeliano.
Ugualmente, però, il testo del Dipartimento della Guerra ribadisce anche qui la necessità che siano i paesi della zona ad assumersi più responsabilità di difesa. Il testo esalta le opportunità di stabilizzazione a cui possono dare vita i percorsi di integrazione regionale tra i suoi vari attori. L’importanza degli Accordi di Abramo in questo processo viene evidenziata.
Insomma, la nuova strategia delle forze armate statunitensi espone la chiara volontà di disimpegno diretto, rimanendo però l’ago della bilancia mondiale, lasciando agli altri il “lavoro sporco”. E in tutto ciò, il complesso militare-industriale stelle-e-strisce riceverà una forte spinta, anche per garantire il rafforzamento dei nuovi segmenti legati all’IA, ai droni, a tutte quelle realtà economiche che hanno largamente sostenuto Trump fino adesso.
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