Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse della storia recente del paese.
Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.
Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.
Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.
Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.
Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.
I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.
Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.
Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.
Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).
Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.
Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).
Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.
Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.
In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.
Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.
Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.
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