La destra non vuole “migliorare” la scuola: vuole domarla. Vuole trasformarla da spazio pubblico di formazione critica a dispositivo di selezione, propaganda e controllo. Quello che sta accadendo in queste settimane con la campagna di Azione Studentesca non è una provocazione isolata né una bravata studentesca: è un tassello coerente di un progetto politico preciso.
«Segnala i professori di sinistra nella tua scuola». È difficile trovare una formula più esplicita. Manifesti, striscioni, QR code sui muri degli istituti da Palermo a Pordenone invitano studenti e studentesse a compilare questionari per denunciare i docenti “colpevoli” di fare propaganda. L’obiettivo dichiarato è un “report nazionale”. L’obiettivo reale è un altro: intimidire, censurare, normalizzare la delazione come pratica legittima dentro la scuola pubblica.
Le domande sono volutamente vaghe, arbitrarie, tossiche: “Hai professori di sinistra?”, “Descrivi i casi più eclatanti”. Nessuna definizione, nessuna tutela, nessun contraddittorio. Basta una percezione, un fastidio, una lezione sull’antifascismo, una parola su diritti, Palestina, clima o disuguaglianze per finire nella lista. È la logica della schedatura politica applicata all’istruzione. Una logica che in Italia ha un nome e una storia, e che non ha nulla a che fare con la libertà.
Non è un caso che il titolo della campagna sia “La nostra scuola”. Nostra di chi? Non certo della comunità scolastica nel suo insieme. “Nostra” nel senso proprietario, identitario, escludente. La scuola, per questa destra, non è un bene comune ma un territorio da conquistare. E chi non si allinea diventa un nemico interno.
Le reazioni degli insegnanti parlano chiaro: paura, rabbia, senso di isolamento. «Come si fa a insegnare qualunque cosa così?», chiedono. È esattamente il punto. Questo clima non serve a “difendere la neutralità”, ma a produrre autocensura. A spingere i docenti a evitare temi scomodi, a smussare il pensiero critico, a rinunciare al proprio ruolo costituzionale. La libertà d’insegnamento non viene abolita per legge: viene soffocata per pressione.
E mentre Azione Studentesca raccoglie nomi e alimenta il sospetto, attacca apertamente le scuole che fanno educazione civica sull’antifascismo, definendola “catechismo politico forzato”. L’antifascismo, che è fondamento costituzionale della Repubblica, viene dipinto come propaganda di parte. Al suo posto si invoca una generica “voglia di Nazione”, una retorica identitaria che svuota la scuola di contenuti critici e la riempie di lealtà astratta.
L’ipocrisia è totale. Da un lato si grida allo scandalo per una lezione sull’antifascismo, dall’altro si spalancano le porte delle scuole a eventi apertamente politici, come quelli promossi dalle Camere Penali a sostegno del Sì al referendum sulla riforma della giustizia, nel silenzio complice del ministero. Il “contraddittorio” invocato da Valditara funziona solo a senso unico.
Questa non è difesa della pluralità. È ingegneria culturale. È l’idea che la scuola debba smettere di essere uno spazio di conflitto democratico e diventare un luogo addestrativo: obbedienza, identità, ordine. Se necessario, con metal detector, zone rosse simboliche e sorveglianza ideologica. Ma più che metal detector, servirebbero davvero dei fascism detector: strumenti per riconoscere e respingere pratiche di intimidazione, delazione e autoritarismo.
Chi oggi minimizza, dicendo che “sono solo manifesti”, sbaglia gravemente. Le liste di proscrizione non nascono mai già armate: nascono come moduli online, come segnalazioni anonime, come campagne “studentesche”. Poi diventano dossier, pressioni, provvedimenti. La storia italiana lo insegna.
Difendere la scuola pubblica oggi significa difendere l’autonomia, la libertà di insegnamento, il diritto al pensiero critico. Significa dire chiaramente che la scuola non è “di qualcuno”, non è della destra, non è del governo di turno. È di tutte e tutti. E proprio per questo è intollerabile che venga trasformata in un laboratorio di censura e propaganda.
Chi ama davvero la scuola non chiede denunce, ma più risorse. Non schedature, ma spazi di confronto. Non silenzio, ma conflitto democratico. Il resto è solo paura del pensiero libero.
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