Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2026

Per il Governo Meloni, la scuola è un problema di ordine pubblico

Usb Scuola condanna con forza la direttiva congiunta dei ministri Valditara e Piantedosi che, dietro la retorica rassicurante e demagogica della sicurezza e del rispetto delle regole, accelera la svolta autoritaria e repressiva nella scuola pubblica statale.

Questa direttiva segna un passaggio politico chiarissimo: la scuola non è più considerata un luogo di formazione, emancipazione e crescita critica, ma viene trattata come uno spazio da sorvegliare, un ambiente potenzialmente pericoloso da sottoporre a controllo poliziesco.

È una visione che rovescia i principi costituzionali e snatura radicalmente la funzione della scuola pubblica statale.

L’ipotesi di inserire gli istituti scolastici nei piani di controllo del territorio, l’attivazione di controlli mirati e persino l’uso di metal detector agli ingressi rappresentano una militarizzazione inaccettabile degli spazi educativi.

Non siamo di fronte a misure di prevenzione, meno che mai a investimenti per risolvere gli annosi problemi strutturali della scuola, ma a una strategia di gestione repressiva del disagio sociale, scaricata ancora una volta su studenti, studentesse, personale scolastico e dirigenti.

È particolarmente grave infatti il ruolo attribuito ai dirigenti scolastici, trasformati di fatto in snodi di segnalazione e richiesta di intervento delle forze dell’ordine, esponendoli a pressioni, responsabilità improprie e a un conflitto insanabile con lavoratrici, lavoratori e famiglie. Un’operazione che tenta di normalizzare l’idea che la sicurezza venga prima dei diritti, e l’ordine prima dell’educazione.

Il Governo continua deliberatamente a non intervenire sulle cause reali del disagio: classi sovraffollate, organici insufficienti, precarietà strutturale, assenza di presidi socio-educativi, povertà materiale e culturale, smantellamento dei servizi territoriali.

Di tutto questo, nella direttiva, non c’è traccia. Al loro posto, arrivano pattuglie, controlli e dispositivi di sorveglianza.

USB Scuola respinge questa impostazione securitaria e stigmatizzante che colpisce in particolare le scuole dei territori più fragili, contribuendo a rafforzare meccanismi di esclusione, criminalizzazione e selezione sociale. La scuola non può diventare il laboratorio di una nuova dottrina dell’ordine pubblico applicata ai giovani.

Non accettiamo una scuola ridotta a spazio di contenimento. La sicurezza vera si costruisce con diritti, investimenti, inclusione, libertà di insegnamento e partecipazione democratica, non con l’intervento repressivo dello Stato.

USB Scuola invita tutte e tutti a vigilare, a non normalizzare questa deriva e a respingere ogni tentativo di trasformare la scuola pubblica statale in un avamposto securitario.

Difendere la scuola oggi significa difendere la democrazia, contro un Governo che risponde al disagio sociale non con giustizia e diritti, ma con controllo e repressione.

E poi ci sono i rampolli della destra che schedano i docenti di sinistra. 

Sei un docente di sinistra? Hai manifestato per la Palestina e votato nella tua scuola una mozione contro il genocidio dello Stato d’Israele? Hai affrontato i temi del sionismo e dell’antisionismo nelle tue classi? Ci pensa Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, pronta a schedarti con un questionario online e chissà a segnalarti al MIM come nella migliore tradizione del ventennio fascista.

Palermo, Alba, Cuneo sono solo alcune delle città in cui l’azione di schedatura è partita, nel silenzio del Ministro Valditara e degli uffici periferici del MIM, pronti a sanzionare docenti per le loro lezioni di storia sulla Palestina ma capaci di tacere sulle azioni squadriste dei giovani del governo Meloni. USB Scuola non solo denuncia, ma contrasta con forza il tentativo di schedatura di Azione Giovani, che va a caccia di insegnanti di sinistra, attraverso la delazione di studenti e, perché no, di colleghi e famiglie, anche se indirettamente.

Sono gli stessi soggetti che volantinano sempre scortati dalla polizia i loro testi razzisti contro i “maranza” o il loro vuoto identitarismo nazionale, quando il loro referente politico, la Meloni, insieme al suo Governo, è il presidente del Consiglio più asservito e commissariato dalle potenze straniere, Usa in primis, ma anche Unione Europea.

La battaglia politica e culturale si fa sempre più aspra, e le scuole sono uno dei terreni principali. Noi siamo pronti e attrezzati ad affrontare la battaglia. Lo abbiamo già fatto in occasione dei recenti scioperi coi quali abbiamo bloccato l’intero Paese. Siamo pronti a continuare a lottare. Per la libertà, la conoscenza, contro ogni forma di repressione e censura!

Fonte

26/01/2026

La destra vuole schedare i professori

La destra non vuole “migliorare” la scuola: vuole domarla. Vuole trasformarla da spazio pubblico di formazione critica a dispositivo di selezione, propaganda e controllo. Quello che sta accadendo in queste settimane con la campagna di Azione Studentesca non è una provocazione isolata né una bravata studentesca: è un tassello coerente di un progetto politico preciso.

«Segnala i professori di sinistra nella tua scuola». È difficile trovare una formula più esplicita. Manifesti, striscioni, QR code sui muri degli istituti da Palermo a Pordenone invitano studenti e studentesse a compilare questionari per denunciare i docenti “colpevoli” di fare propaganda. L’obiettivo dichiarato è un “report nazionale”. L’obiettivo reale è un altro: intimidire, censurare, normalizzare la delazione come pratica legittima dentro la scuola pubblica.

Le domande sono volutamente vaghe, arbitrarie, tossiche: “Hai professori di sinistra?”, “Descrivi i casi più eclatanti”. Nessuna definizione, nessuna tutela, nessun contraddittorio. Basta una percezione, un fastidio, una lezione sull’antifascismo, una parola su diritti, Palestina, clima o disuguaglianze per finire nella lista. È la logica della schedatura politica applicata all’istruzione. Una logica che in Italia ha un nome e una storia, e che non ha nulla a che fare con la libertà.

Non è un caso che il titolo della campagna sia “La nostra scuola”. Nostra di chi? Non certo della comunità scolastica nel suo insieme. “Nostra” nel senso proprietario, identitario, escludente. La scuola, per questa destra, non è un bene comune ma un territorio da conquistare. E chi non si allinea diventa un nemico interno.

Le reazioni degli insegnanti parlano chiaro: paura, rabbia, senso di isolamento. «Come si fa a insegnare qualunque cosa così?», chiedono. È esattamente il punto. Questo clima non serve a “difendere la neutralità”, ma a produrre autocensura. A spingere i docenti a evitare temi scomodi, a smussare il pensiero critico, a rinunciare al proprio ruolo costituzionale. La libertà d’insegnamento non viene abolita per legge: viene soffocata per pressione.

E mentre Azione Studentesca raccoglie nomi e alimenta il sospetto, attacca apertamente le scuole che fanno educazione civica sull’antifascismo, definendola “catechismo politico forzato”. L’antifascismo, che è fondamento costituzionale della Repubblica, viene dipinto come propaganda di parte. Al suo posto si invoca una generica “voglia di Nazione”, una retorica identitaria che svuota la scuola di contenuti critici e la riempie di lealtà astratta.

L’ipocrisia è totale. Da un lato si grida allo scandalo per una lezione sull’antifascismo, dall’altro si spalancano le porte delle scuole a eventi apertamente politici, come quelli promossi dalle Camere Penali a sostegno del Sì al referendum sulla riforma della giustizia, nel silenzio complice del ministero. Il “contraddittorio” invocato da Valditara funziona solo a senso unico.

Questa non è difesa della pluralità. È ingegneria culturale. È l’idea che la scuola debba smettere di essere uno spazio di conflitto democratico e diventare un luogo addestrativo: obbedienza, identità, ordine. Se necessario, con metal detector, zone rosse simboliche e sorveglianza ideologica. Ma più che metal detector, servirebbero davvero dei fascism detector: strumenti per riconoscere e respingere pratiche di intimidazione, delazione e autoritarismo.

Chi oggi minimizza, dicendo che “sono solo manifesti”, sbaglia gravemente. Le liste di proscrizione non nascono mai già armate: nascono come moduli online, come segnalazioni anonime, come campagne “studentesche”. Poi diventano dossier, pressioni, provvedimenti. La storia italiana lo insegna.

Difendere la scuola pubblica oggi significa difendere l’autonomia, la libertà di insegnamento, il diritto al pensiero critico. Significa dire chiaramente che la scuola non è “di qualcuno”, non è della destra, non è del governo di turno. È di tutte e tutti. E proprio per questo è intollerabile che venga trasformata in un laboratorio di censura e propaganda.

Chi ama davvero la scuola non chiede denunce, ma più risorse. Non schedature, ma spazi di confronto. Non silenzio, ma conflitto democratico. Il resto è solo paura del pensiero libero.

Fonte

07/07/2025

Processo Spiotta, in aula Leonio Bozzato, l’operaio che spiava le Br per conto del Sid

Dopo sette udienze, martedì scorso primo luglio è stato sospeso il processo davanti la corte d’Assise di Alessandria sulla sparatoria seguita al sequestro da parte delle Brigate rosse dell’imprenditore dello spumante Vallarino Gancia, avvenuta il 5 giugno del 1975. Quel giorno trovarono la morte in circostanze mai chiarite la brigatista Margherita Cagol e, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La pausa estiva e il cambio di sede della giudice a latere imporranno una pausa di sei mesi. Le udienze riprenderanno il 27 gennaio del 2026.

Tre passaggi importanti del processo

Questa prima fase processuale è stata caratterizzata da tre momenti importanti: il primo è stato il riconoscimento della corte che una parte dell’inchiesta è stata condotta forzando la legge. Sono state dichiarate illegittime tre mesi di indagini realizzate contro Lauro Azzolini, intercettato in maniera fraudolenta con captatori telefonici e ambientali per alcuni mesi. La corte ha riconosciuto anche la correttezza del lavoro difensivo effettuato da uno degli avvocati, messo in discussione dalle indagini che più volte hanno preso di mira l’attività difensiva degli imputati e di un altro legale della difesa.
Il secondo punto decisivo riguarda l’ammissione fatta in apertura di processo da Lauro Azzolini che ha riconosciuto di essere il brigatista fuggito dopo la sparatoria: «C’ero io quel giorni di 50 anni fa alla Spiotta!», quando «in un minuto breve tutto precipitò, un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo rivivere, al termine del quale sono morte due persone che non avrebbero dovuto morire, il padre di Bruno D’Alfonso e Mara». Ammissione che di fatto ha esaurito la sostanza dell’inchiesta e del processo, messo in piedi per dare un nome al fuggitivo. Dopo la confessione di Azzolini, che ha anche scagionato i suoi coimputati dall’accusa-teorema di aver dato l’ordine preventivo di fare fuoco contro le forze di polizia, il processo dovrà appurare le circostanze esatte della uccisione di Margherita Cagol.
Il terzo aspetto riguarda il muro dei «non ricordo» eretto dai carabinieri dell’ex nucleo speciale diretto dal generale Alberto Dalla Chiesa, anch’essi ormai anziani e in pensione come gli imputati, uno dei quali, Mario Moretti, ancora in carcere ormai da quasi 45 anni.

A viso aperto

Una delle immagini più forti emerse da questo primo ciclo di udienze è stato il contrasto tra i vecchi brigatisti, Lauro Azzolini e Massimo Maraschi, 82 anni il primo, 73 il secondo, entrambi con lunghi anni di carcere speciale alle spalle, che hanno parlato a viso aperto davanti alla corte, mentre sul versante opposto gli uomini dello Stato si sono fatti schermo della memoria ormai andata, di mille contraddizioni e versioni contrastanti. Nell’ultima udienza addirittura un testimone, strumento di quel versante oscuro dello Stato, pedina degli apparati che agiscono nell’ombra, il confidente del Sid e poi del Sisde Leonio Bozzato, si è presentato col volto travisato da una mascherina e un cappello, nascondendosi durante tutto l’interrogatorio dietro un paravento.
I processi non ci parlano solo di leggi, norme e codicilli, a saperli osservare possono dirci tante altre cose come il fatto che dopo cinquant’anni chi non ha paura di mostrare la propria faccia, non dovendosi vergognare della propria storia, sono quei vecchi signori delle Brigate rosse. Gli altri, a quanto pare, hanno dei problemi, preferiscono non ricordare o nascondersi ancora perché raccontare quasi venti anni passati a fare la spia, suscita solo vergogna.

Il confidente

Quella del delatore è una figura ancestrale dell’animo umano, rappresenta una dimensione arcaica dell’antropologia descritta persino nelle sacre scritture. Giuda Iscariota tradì sull’onda del momento, cedette ai trenta denari ma poi afflitto dal rimorso si appese ai rami di un Siliquastro, almeno così racconta il mito cristiano, forse per il colore dei fiori, rosa e rossi, che cinge la chioma di questo albero bellissimo. Colore che rimanda al sangue versato per il tradimento. Leonio Bozzato ha tradito per venti anni amici e compagni di lavoro, di idee e di lotte. Operaio al Petrolchimico di Porto Marghera, iniziò la sua professione di spia, come ha raccontato in aula, su suggerimento di un carabiniere amico di famiglia. Gli venne chiesto di osservare quello che vedeva e sentiva attorno a sé. Erano i primi anni Settanta e mentre tutt’intorno la società ribolliva e le fabbriche erano in rivolta con scioperi, occupazioni, picchetti, vertenze per aumentare i salari, battaglie contro lo sfruttamento oppressivo e la nocività, e si chiedeva democrazia nei luoghi di lavoro, si parlava di rivoluzione in ogni dove, Bozzato tradiva. Dopo una breve sperimentazione negli ultimi mesi del 1971, viene assunto dal Centro Sid di Padova nel gennaio del 1972 con il nome di copertura «Frillo» e «retribuito a rendimento». Nelle ricevute di pagamento impiegava il nome di copertura «Vello». Frillo è bravo, è sveglio, formato politicamente, si introduce subito negli ambienti giusti, il suo contributo è molto apprezzato dal Servizio. Inizialmente il Sid lo piazza tra i maoisti dell’Unione marxista-leninista, quelli del giornale Servire il popolo. Gli apparati temevano la Cina, vedevano cinesi ovunque, avevano paura che le guardie rosse arrivassero a Trieste o sbarcassero in Puglia, magari dall’Albania. Non capivano bene quel che ribolliva nella società italiana, i tanti filoni degli «ismi» marxisti che fiorivano nel cuore delle nuove catene di montaggio riempite di giovani migranti del Sud. Guardavano ancora alla guerra fredda, al Patto di Varsavia o alla rivoluzione culturale di Mao e non si accorgevano di quel che accadeva in casa propria, di quel neomarxismo italiano che cambierà le carte in tavola: l’operaismo.

Spiare Porto Marghera

Declinata l’esperienza dei cosiddetti «gruppi», le diverse formazioni della sinistra extraparlamentare, Lotta continua, Potere operaio, e della la galassia maoista, nascono le prime Assemblee autonome all’interno dei poli industriali. Il centro Sid di Padova riorienta subito Frillo che ha l’ordine di infiltrarsi in questa nuova realtà politica.
Nel frattempo i brigatisti che hanno già due colonne in piedi, quella storica di Milano, dove sono nate, e la seconda a Torino, progettano di metterne in piedi una terza nel Veneto, tra Padova e il Petrolchimico di Porto Marghera. I primi rapporti li tiene Giorgio Semeria che aveva fatto il militare a Padova e aveva agganciato il gruppo della brigata Ferretto: una prima struttura di militanti autonomi che si erano posti il problema concreto della lotta armata. Scenderanno per insediare la nuova colonna militanti sperimentati come Corrado Alunni, Rocco Micaletto, Alfredo Buonavita, gli ultimi due incontrati da Frillo. Sul posto ci sono Robertino Ognibene e Fabrizio Pelli. Nonostante gli sforzi la colonna non riuscirà mai a consolidarsi in questa prima fase: il fallimento della perquisizione del giugno 1974 nella federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, che porterà alla morte di due militanti missini e a una crisi dei rapporti con l’area autonoma, poi la cattura di Ognibene nella base di Robbiano di Mediglia e quella di Carlo Picchiura dopo un controllo stradale, infine il lavoro ai fianchi del confidente Frillo che come Penelope disfaceva la notte quello che i suoi compagni tessevano di giorno, impedirà alla colonna di decollare.
La spia Bozzato farà arrestare due suoi compagni in procinto di realizzare un’azione, incredibilmente riuscendo a sviare i sospetti nei suoi confronti e nel marzo del 1976 consegnerà ai carabinieri il responsabile della colonna Giorgio Semeria. Episodio che porterà al congelamento della colonna veneta e alla legenda di Moretti infiltrato sospettato di aver causato l’arresto di Semeria. Dopo quell’episodio la colonna verrà di fatto congelata, inizierà una seconda vita, stavolta molto più efficace, dopo il 1978 con l’arrivo di Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo. Frillo in questa seconda fase non ci sarà più, allontanatosi dopo che Michele Galati aveva denunciato ai suoi compagni il suo doppiogioco. Nonostante ciò continuerà a svolgere il suo lavoro di spia all’interno dell’assemblea autonoma, tanto da divenire uno dei testi d’accusa, sotto le mentite spoglie di «pentito» nell’inchiesta Sette aprile. Il suo rapporto con i Servizi si conclude nel 1989, cosa e chi abbia spiato negli anni '80 ha evitato di dirlo in aula e, nonostante la mole di rapporti prodotti dalla sua attività informativa, l’Aisi non ha consegnato la documentazione necessaria per trovare adeguata risposta. Sarebbe una cosa molto utile se il presidente Paolo Bargero, approfittando di questa fase istruttoria, rinnovasse all’Aisi richiesta completa dei rapporti sulla fonte Frillo.

Non c’era ancora un «Esecutivo»

Bozzato, col nome di battaglia Andrea venne arruolato da Nadia Mantovani, studentessa in medicina, molto vicina a Gianfranco Pancino e Giorgio Semeria. Mantovani, che allora era una irregolare, gli chiederà di avvicinare gli operai del Petrolcihimico e monitorare il dibattito politico. All’interno della colonna Bozzato non andò mai oltre questo ruolo, di contatto prima e irregolare dopo. Nei suoi frequenti incontri col suo referente del Sid, non fornisce notizie sul sequestro Gancia, sul nome del fuggitivo. Ricorda solo il pianto di Micaletto alla notizia della morte della Cagol. Durante l’inchiesta, il suo servilismo verso le autorità lo porta a strafare, fa capire ai pm che qualcuno, oltre a descrivergli il fuggitivo, gli aveva anche fatto il nome, «era di Reggio Emilia» – ma non ricordava bene – così tirò fuori quello di Alberto Franceschini che era in carcere in quel momento. In aula non ha confermato, ha sostenuto che il fuggitivo gli era stato solamente descritto. Se nulla sapeva della Spiotta comunque conosceva bene la discussione che seguì quell’episodio traumatico. Riferisce al Sid l’autocritica profonda che attraversa le Brigate rosse e i progetti di ristrutturazione organizzativa e logistica che verranno poi certificati nella Direzione strategica del novembre 1975. Fornisce al Servizio i documenti del dibattito. In aula è stato interrogato a lungo su questo punto cruciale: per sapere se esistesse un «Esecutivo» oltre a una Direzione prima della Spiotta perché nei rapporti del Sid si usano i due termini, accostandoli o intercambiandoli. La risposta ha portato un altro colpo al teorema dell’accusa: «per quanto mi riguarda sono cose analoghe perché il numero dei militanti era talmente limitato, sarebbe risultato dispersivo».

La seconda cattura di Curcio

Seguendo gli incontri di Frillo con la Mantovani a Milano, nei pressi della stazione centrale, il Sid è arrivato a via Maderno dove venne catturato per la seconda volta Renato Curcio. Per coprire la spiata di Frillo venne inventata la storia di una multa per divieto di sosta che avrebbe portato alla cattura di Angelo Basone e da lui alla individuazione successiva della Mantovani e della sua rete di contatti, immortalata dal Sid in una foto presa dopo una riunione milanese nella quale compare anche Bozzato.

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03/04/2019

Un paese di spie. Proposta di legge della Lega

La narrativa racconta spesso del ruolo di spie nel quale il regime fascista aveva assoldato i portieri dei condomini. Passati i decenni, l’uovo del serpente continua a partorire misure similari.

Il riferimento va alla proposta di legge – “Controllo di vicinato” – presentata da un’ottantina di deputati della Lega che prevede “Controlli informali tra vicini di casa, per individuare situazioni anomale che possano generare apprensione, informando gli abitanti della zona”.

Nella proposta di legge si indica che questo sarebbe “Uno strumento di prevenzione basato sulla partecipazione attiva dei cittadini attraverso un controllo informale della zona di residenza e la cooperazione tra cittadini e istituzioni”. Prevede inoltre la creazione di un sistema informativo per consentire la trasmissione delle informazioni acquisite dai soggetti che svolgono attività di controllo di vicinato.

All’art. 2 si specifica che “Non costituisce comunque oggetto della funzione sociale di controllo di vicinato l’assunzione di iniziative di intervento per la prevenzione o la repressione di reati ovvero di altre condotte a qualsiasi titolo vietate, nonché l’assunzione di iniziative che violino il diritto alla riservatezza delle persone” e “non si sostituisce in alcun modo a quello delle Forze di polizia: non si interviene attivamente in caso di reato, né tanto meno si svolgono indagini sugli individui o si schedano persone intromettendosi nella sfera privata altrui”. L’attività di spionaggio di vicinanza consiste pertanto “in una semplice segnalazione agli organi preposti per richiedere un immediato intervento”.

All’articolo 3 della proposta di legge, è scritto inoltre che “la Repubblica promuove le funzioni svolte da tutti i soggetti che operano il controllo di vicinato, in particolare attraverso la stipulazione di protocolli di intesa con le istituzioni competenti in materia di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblici, nonché attraverso il coinvolgimento nei patti per la sicurezza urbana”.

Questi ultimi – art.5 del decreto legge n.14/2017, convertito con modificazioni dalla legge 18 aprile 2017, n.48 – sono stati varati nel 2017, e in attuazione delle “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, quindi non ascrivibili al nuovo governo ma al modello Minniti.

Questi patti prevedono dei veri e propri accordi quadro tra enti locali e polizia per il controllo del territorio. E’ conseguenza che una volta covate, le uova del serpente non possono che produrre articolazioni successive altrettanto velenose.

P.s. I portieri-spie del ventennio erano comunque degli stipendiati dal regime. Ora si cerca di avere le stesse prestazioni, ma a gratis... Anche questo è un segno dei tempi, e della miseria del regime attuale.

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30/12/2016

Omicidio Regeni: l’infamia del delatore, il silenzio dei colpevoli


Giulio Regeni scoprì tardi le infide mani cui s’era affidato, seppure nella sua indagine sul tessuto sociale del Cairo, Mohamed Abdallah, che il ricercatore definisce miserabile, risultasse il responsabile del sindacato dei lavoratori ambulanti. L’uomo rappresentava una quantità infinita di persone che lavorano in una filiera di parziale legalità o di totale illegalità. Terreno di enorme interesse, da scandagliare, perché in quella megalopoli che è la capitale egiziana coinvolge forse uno o due milioni d’individui che danno da mangiare a cinque, sette milioni di bocche. Eppure chi in loco ha osservato con attenzione, e dovuta discrezione, persone, luoghi e contesto in cui quei commerci si sviluppano ha notato in quante occasioni uomini in divisa, o con fare da divisa, avvicinano gli ambulanti. In pochi casi cercano di sequestrare merce, estranea spesso a ogni controllo, in altri intessono dialoghi, conciliaboli. Cercano confidenze, ricevendo notizie e delazioni. Perciò non sorprende scoprire in Abdallah quel doppiogiochista diventato agli occhi di Regeni un personaggio meschino che lo vende ai poliziotti per continuare a ricevere favori per sé e la categoria, assediata e al tempo lusingata dalle vendite e dal mercimonio.

Il fatto che lo pseudo sindacalista ne parli ora, smentendo quanto dichiarato, o meglio non dichiarato, in precedenza, non può essere frutto d’una personale decisione. La sua versione subisce un correttivo dopo che mesi d’indagini e molteplici depistaggi da parte delle autorità inquirenti e politiche egiziane hanno prodotto il nulla. Le dichiarazioni di Abdallah, infarcite della bontà di comportamento che ogni sincero egiziano avrebbe tenuto di fronte a uno straniero intrigante e sospetto, paiono seguire un copione recapitatogli dal ministero dell’Interno. In quell’intreccio criminale che è stato il rapimento, lo strazio e l’omicidio di Giulio Regeni, nella saga del ricatto e dello sfruttamento dei ruoli la regia rimodella le voci. Quindi fa recitare all’informatore la parte del cittadino modello che lancia anche un proclama all’egiziano medio che deve farsi Stato a fianco degli organismi dello Stato. Quelli che proteggono il singolo e la collettività, come molti credevano accadesse ai tempi della thawra di Tahrir, “custodita” dalla lobby delle stellette. Questo sostenevano liberali e nasseriani. Di quale custodia si trattasse lo spiegano da anni le carceri speciali che rinchiudono decine di migliaia di oppositori.

La versione affibbiata ad Abdallah rilancia due concetti precisi: Regeni era una spia oppure un ingenuo, doppiamente giocato, da chi lo manovrava e dal personaggio cui s’era affidato. Ma ad ucciderlo, sostiene il suo traditore, sarebbe stata non l’Intelligence interna, bensì quella dei suoi ispiratori palesi od occulti. Così il cerchio si richiude a preservare i vip della politica del Cairo: il ministro dell’Interno Ghaffar e il presidente Sisi, che da mesi schivano un’indagine seria inibendo la magistratura interna e impediscono allo staff del procuratore italiano Pignatone di realizzare adeguate ricerche su esecutori e mandanti dell’efferato delitto. Le attuali dichiarazioni del sindacalista-informatore rilanciano un’ipotesi già gettata in pasto alla stampa: operazioni di micro spionaggio compiute dal Dipartimento dell’Università di Cambridge per conto dei Servizi britannici. Un’illazione che potrebbe venir rimossa da quel mondo accademico che così salverebbe il suo onore e quello di Regeni. Però Cambridge resta ingessata nella sua tradizione e non raccoglie insinuazioni né provocazioni, trincerandosi in un silenzio ormai stridente. Ma se tutto deve coincidere, secondo l’attuale affermazione accanto al presunto spionaggio e alla conseguente eliminazione, ci dovrebbero essere pure le sevizie. Fino a che punto la memoria di Regeni dev’essere martoriata?

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