Mercoledì 29 luglio il governo Meloni ha dato il via libera in Commissione politiche europee del Senato al decreto legislativo sull’uso dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale da parte della polizia.
Con il pretesto di adeguare la normativa nazionale alle regole europee, il provvedimento permetterebbe alla polizia di usare i sistemi tecnologici di riconoscimento biometrico, sia in seguito alla commissione di un reato, sia per ottenere dati in tempo reale durante lo svolgimento di eventi pubblici, come manifestazioni e cortei.
Gli articoli più pericolosi del provvedimento
Come riportato ieri, l’ennesima stretta repressiva effettuata dal governo passa soprattutto attraverso gli articoli 8 e 10.
Il primo consentirebbe alla polizia di utilizzare i dati biometrici raccolti con le telecamere presenti nelle città attraverso una semplice comunicazione, anche solo orale, al Pubblico ministero, senza passare per l’autorizzazione di un giudice.
Il secondo darebbe la possibilità di una raccolta dati preventiva e indiscriminata su chiunque acceda in un dato luogo o sia papabile di partecipazione a un dato evento.
La questione del consenso
Se il riconoscimento facciale è già presente nelle azioni della vita quotidiana odierna (sblocco dello smartphone, gate degli aeroporti ecc.), il primo cambio di passo del decreto è l’assenza di qualsivoglia consenso per la raccolta dei dati.
Ignaro di essere inquadrato e schedato, con il nuovo provvedimento il soggetto verrebbe registrato, inserito e confrontato in una banca dati della polizia dove inevitabilmente finirebbero tutti coloro che non abbiano precedenti, ma solo appunto in “preventiva”.
Il modello Stadio Olimpico di Roma
Un meccanismo del genere è già da una decina d’anni in funzione, con porca sorpresa, all’interno degli stadi italiani, luoghi divenuti oggetto di sperimentazione di tutta una serie di misure repressive verso la socialità organizzata, generalmente intesa.
Come riportava ieri per esempio Pier Luigi Pisa, allo Stadio Olimpico di Roma sono installati “sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, che impiegano la tecnologia di riconoscimento facciale” per individuare i tifosi sospettati di aver causato disordini o commesso reati.
Se l’autorizzazione del Garante della privacy del 2016 prevedeva che le immagini possono essere utilizzate “solo” per condotte legate al Daspo e per la durata di 7 giorni, al termine dei quali devono essere cancellate automaticamente, oggi “il dual use della repressione stadio-quartieri” sembra aver partorito l’ennesimo mostro liberticida.
Come funziona il riconoscimento facciale
Effettuato all’ingresso e all’interno dell’Olimpico, e comunicato ai tifosi con un piccolo asterisco in sede di acquisto del biglietto o dell’abbonamento, il riconoscimento facciale avviene attraverso un programma che permette l’identificazione dei soggetti tramite una foto, a partire da cui il volto viene confrontato con le migliaia presenti nell’archivio gestito dal ministero dell’Interno.
Ma la stessa società che fornisce il sistema per l’Olimpico – la leccese Reco 3.26 – ha da tempo sviluppato uno strumento per l’identificazione degli individui in tempo reale, non solo quindi a posteriori.
Il suo utilizzo era stato bloccato dal Garante per la privacy nel 2021 proprio perché l’elaborazione del software avrebbe coinvolto tutte le persone racchiuse nell’immagine, senza selettività alcuna.
Il provvedimento in questione, ed è il secondo cambio di passo, crea invece una base giuridica all’implementazione di tale riconoscimento in diretta, esaudendo un vecchio desidero delle forze dell’ordine.
Un nuovo capitolo delle leggi dual use stadio-quartieri
L’ennesimo ritrovato repressivo del governo Meloni sembra proseguire quelle sperimentazioni sull’ambiente stadio che poi sono state applicate contro qualsiasi voce del dissenso organizzato in società, come è stato per il passaggio dal daspo al daspo urbano, fino al daspo fuori contesto.
I quattro anni di governo Meloni, in continuità con quelli precedenti, hanno solo peggiorato le condizioni delle classi popolari e di chi vive del proprio lavoro, i quali per tutta risposta hanno ricevuto manganelli, gogna mediatica, denunce e carcere, nei casi peggiori.
Il riconoscimento biometrico facciale di massa ci pare allora come l’ennesimo motivo per continuare a organizzarsi, fuori e dentro gli stadi, contro un sistema che vorrebbe trasformare tutto in profitto a discapito della vita degli uomini e delle donne che vivono, lavorano e producono la vera ricchezza di questo Paese.
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