15 agosto 1977. Roma sonnecchia nella calura feroce di Ferragosto. Ore 09:29. Ospedale militare del Celio. Come ogni mattina, suor Barbara spalanca la porta della stanza di Herbert Kappler.
Sorpresa: la branda è vuota. Il lenzuolo tirato, il cuscino intatto. Del gerarca nazista, divorato dal cancro, nessuna traccia. Un’occhiata al giardino: nulla. La suora corre, grida, ma nei corridoi imbalsamati del Celio il tempo si muove a rilento. Kappler è già altrove. Intoccabile. Un’ombra che ride della giustizia.
Scoppia il caos. Il balletto delle accuse. Sul banco degli imputati finiscono i due carabinieri di guardia: Luigi Falso e Oronzo Pavone. Le loro parole sembrano un copione surreale: nessun ordine scritto, nessun permesso di entrare nella stanza, nemmeno di sbirciare. Un collega, giorni prima, era stato redarguito per aver osato affacciarsi.
Ma la verità è più tagliente: Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine, non è un prigioniero. È un ospite.
Come si passa da una cella nel Castello Angioino a un letto d’ospedale con vista su Roma? Basta un tumore al colon, qualche certificato medico e la firma del ministro Arnaldo Forlani. Così Herbert Kappler, criminale di guerra, organizza il suo ultimo colpo: entra al Celio da uomo (quasi) libero.
Il Procuratore Generale militare gli concede la scarcerazione. La notizia trapela, la rabbia monta, il provvedimento viene revocato. Ma è troppo tardi. Kappler è già dentro. Al Celio è più paziente che prigioniero. Comincia l’ultima, indecente, pagina della sua vita. Quella che si conclude con la sua fuga.
Altro che ergastolo. A Gaeta, Kappler sconta la pena in una suite, coccolato dalla Convenzione di Ginevra. Stanza ampia. Un acquario. Visite regolari, pacchi, lettere. Una prigionia di velluto. Una prigionia che mai sfiorò gli antifascisti finiti nelle sue grinfie.
Il 12 marzo 1976 Forlani sospende formalmente la condanna. Lo fa in presenza dell’ambasciatore tedesco. Berlino preme da anni per la grazia. L’Italia resiste. Poi cede. Sotto traccia. Con discrezione. Con vergogna.
«Obbedivo agli ordini». La litania di ogni carnefice. Kappler la ripete, impassibile. Via Rasella? «Illegittimo». La rappresaglia? «Legale, logica». I giudici non gli credono. Come non credettero ai suoi pari a Norimberga. Ergastolo per le Fosse Ardeatine. Più quindici anni per l’oro rubato alla comunità ebraica. Dopo un passaggio a Forte Boccea, va a Gaeta.
I crimini. Tutti documentati. Incisi nella storia. Arrestato nel ’45, ferito. Rinchiuso a Regina Coeli. Il processo si apre nel maggio 1948. Kappler. Due ufficiali. Tre sottufficiali. L’architetto della strage. Il ladro d’oro. Ma colpa, mai.
24 marzo 1944: la rappresaglia. Trentatré tedeschi cadono in via Rasella. L’ordine arriva: dieci italiani per ogni tedesco. Sono 335 le vittime. Cinque in più del necessario. Errore, fretta, crudeltà. Kappler non si ferma. Il 17 aprile guida il rastrellamento del Quadraro. Mille uomini strappati alla notte. Deportati. Scomparsi. Torneranno in pochissimi.
Roma, ottobre 1943: l’oro o la vita. Il 26 settembre Kappler convoca i leader della Comunità ebraica. Ordina: «50 chili d’oro in 36 ore. Altrimenti, 200 deportati.» Ne raccolgono 59. Non basta. Il 16 ottobre, 1.259 ebrei vengono strappati alle case. Torneranno in 16.
Nel ’39 arriva a Roma. Ufficialmente consulente. In realtà spia. Sorveglia la polizia italiana. Ama la città. Si circonda di rose, vasi etruschi. Un burocrate della morte con la passione per l’arte. Hitler lo promuove. Ha localizzato Mussolini al Gran Sasso. Ma anche allora, storce il naso: «Un’inutile perdita di tempo», dirà a Himmler.
Fuga da Roma. L’ultima offesa. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, Kappler scompare. Ha 70 anni. È malato. Ma evade. Come? Nessuno lo sa. O nessuno vuole dirlo. È l’ultima beffa. L’ultima vergogna. Il carnefice delle Fosse Ardeatine, l’uomo dell’oro rubato agli ebrei, se ne va nel silenzio delle istituzioni. Sotto un sole che brucia.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/08/2026
La fuga di Kappler
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