Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/04/2026
[Contributo al dibattito] - Keynes e i 90 anni della sua “Teoria generale”
Novant’anni fa veniva pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Un’opera fondamentale nella storia del pensiero economico, nota come “la rivoluzione keynesiana”.
La definizione è corretta se viene letta alla luce di quello che ci ha insegnato Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), vale a dire: la sostituzione di un paradigma con un altro. Infatti, il mainstream della teoria economica fino agli anni Trenta del secolo scorso si basava su un assioma: il mercato capitalistico si autoregola ottimizzando tutte le risorse disponibili.
Bastava che lo Stato lasciasse operare liberamente le forze della domanda e dell’offerta che tutti i fattori della produzione trovavano la loro massima utilizzazione possibile. Dal 1870, anno in cui Walras-Menger-Jevons pubblicarono le loro opere, questa visione ha avuto anche un battesimo scientifico con un largo uso di equazioni matematiche che ne consacravano la validità. Questa teoria economica divenne egemone sia a livello accademico sia a livello politico. Il ruolo dello Stato è ridotto al minimo, essenzialmente l’amministrazione dell’ordine pubblico e le infrastrutture, la spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio.
Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street, i Paesi occidentali entrarono in un tunnel recessivo con un crescente numero di disoccupati. Il meccanismo di autoregolazione del mercato apparve con evidenza non funzionare. I governi dei Paesi industrializzati rimasero inerti di fronte a un impoverimento allarmante della popolazione, le proteste sociali montarono in tutti gli Stati occidentali, ma la politica aspettò che l’economia si riprendesse e guardò incredula alla spirale recessiva: le imprese fallivano licenziando milioni di operai che a loro volta non consumavano più provocando un’ulteriore caduta della domanda e quindi altre chiusure di aziende e nuovi licenziamenti.
È in questo clima depressivo che irrompe la “Teoria generale” con un’altra visione del rapporto economia-società-istituzioni a diversi livelli. La prima cosa che Keynes mette in discussione è la capacità del sistema economico capitalistico di ritrovare la strada per la piena occupazione dei fattori della produzione. Certo, sosteneva Keynes, l’equilibrio tra domanda e offerta si trova sempre a un certo punto, ma è un equilibrio di sottoccupazione. Non c’è nessun automatismo che possa riportare il sistema a una ripresa economica che porti alla piena occupazione.
Da questa analisi ne deriva la netta indicazione keynesiana che infrangeva un tabù consolidato nei secoli: il pareggio di bilancio dello Stato. In una situazione di recessione come quella che viveva l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso, Keynes propose di usare il deficit di bilancio dello Stato per finanziare opere pubbliche che non facessero concorrenza alle imprese private già in gravi difficoltà (da qui le famose “buche keynesiane” che erano solo un esempio e non una indicazione di politica economica).
L’assunto keynesiano non veniva fuori da un’ideologia, bensì dall’analisi della curva del reddito rispetto a quella dei consumi. In breve, Keynes aveva osservato che man mano che aumentava il reddito pro-capite nel Regno Unito la domanda di beni di consumo non cresceva allo stesso modo, con lo stesso passo, producendo di fatto un incremento del risparmio. La scienza economica fino a quel momento aveva sostenuto che il risparmio che si formava nei Paesi industrializzati andava ad alimentare gli investimenti che, a loro volta, avrebbero aumentato l’occupazione e la ricchezza di un determinato Paese. Ed è su questo aspetto, dato per scontato, che Keynes introduce per la prima volta la complessità della psicologia umana nella teoria economica.
I “classici” avevano fondato il comportamento dei risparmiatori e degli imprenditori su una base razionale che si basava su una piena conoscenza delle componenti del mercato, della formazione dei prezzi, una libera concorrenza e una totale trasparenza. Viceversa, Keynes introduce la categoria delle aspettative in un clima di incertezza, che è congenito allo sviluppo capitalistico, che determinano tanto il comportamento dei consumatori quanto gli investimenti degli imprenditori. Sul lato della domanda il comportamento dei cittadini in quanto consumatori-risparmiatori risente dell’incertezza del futuro nel decidere quanto risparmiare e dove collocare il risparmio. Oggi, per esempio, vivendo in un momento di grandi incertezze molti risparmiatori preferiscono la liquidità non cedendo alle lusinghe dei promotori finanziari, con il risultato che nella UE il denaro sui conti correnti è arrivato a circa 12mila miliardi di euro.
Mentre i classici dell’economia, da Ricardo a Marshall, teorizzavano investimenti legati a un calcolo razionale, per Keynes gli “animal spirits” del capitalismo agiscono in base a una componente emotiva e intuitiva, basata spesso sul “contesto” del tempo in cui vivono. Per questo scrisse la famosa frase “non c’è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa quando è depresso”.
L’attuale ed ennesima crisi del petrolio ci mostra chiaramente il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare le altre macrovariabili: reddito, occupazione, inflazione, bilancia commerciale, etc.. Oggi è evidente più che in passato che il sistema capitalistico avanzato è alla ricerca degli “extra-profitti” come motore degli investimenti, che in gran parte sono legati a situazioni di oligopolio e/o speculativi.
Ancora più evidente rispetto al secolo scorso è il ruolo che rivestono i leader politici nell’influenzare gli investimenti speculativi a breve termine nelle Borse (ne abbiamo avuto un’inconfutabile dimostrazione con l’attuale presidente Usa).
In breve, l’aver introdotto il ruolo determinante della psicologia nei comportamenti degli imprenditori quanto dei consumatori ha aperto la strada a studi sempre più approfonditi di quella che è stata chiamata la scuola post-keynesiana.
Se Keynes è considerato il più importante economista del XX secolo per la sua “Teoria generale”, non molti conoscono le altre opere e il suo impegno politico, nonché la sua ricerca e visione di un’altra economia.
Fra i tanti impegni politici il più rilevante fu la sua partecipazione agli accordi di Bretton Woods del 1944 dove si decisero le sorti del nuovo sistema monetario internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, in qualità di superpotenza occidentale vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, impose il dollaro come moneta di riserva internazionale con un cambio fisso con l’oro, malgrado le proteste di Keynes che si batté perché venisse istituito il “bancor” una unità di conto a cui sarebbe stato assegnato un valore ottenuto dalla media delle principale valute di allora. A distanza di oltre ottant’anni è quanto oggi propongono i Brics (l’alleanza di “economie emergenti” guidata da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e non solo) per mettere in soffitta la “signoria del dollaro” e creare un nuovo ordine monetario multipolare.
Una visione nettamente controcorrente è quella rispetto al rapporto tra progresso tecnologico e orario di lavoro. In “Prospettive per i nostri nipoti” del 1930, Keynes proponeva per le future generazioni una netta riduzione dell’orario settimanale di lavoro data la continua crescita della produttività del lavoro dovuta all’automazione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Purtroppo, siamo ancora rimasti alle otto ore che furono ottenute dal movimento sindacale un secolo fa.
E sempre guardando al futuro Keynes credeva che avremmo dovuto avere il coraggio di assegnare al denaro il suo vero valore. Si domandava, come spesso facciamo ancora oggi, che senso ha per un miliardario continuare ad accumulare denaro, che cosa gli cambia nella vita? “L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà tra il criminale e il patologico che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.
Fonte
14/04/2026
Fukushima 15. Vivere con gli hot spot radioattivi e lo stigma, mentre il governo giapponese spinge per più reattori
Riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato da Thomas A. Bass su Bulletin of the Atomic Scientists, un’inchiesta approfondita sull’eredità del disastro nucleare di Fukushima che nel 2011 sconvolse il Mondo ma che è stato velocemente nascosto sotto al tappeto in primis dal governo giapponese, che pure deve continuare a farci i conti. In particolare sono i “querelanti” gli unici a mantenere viva la memoria dell’evento e la guardia alta sulle conseguenze che ancora oggi riguardano loro e tutta la nazione.
Se, infatti, il governo nega che quello di Fukushima sia un disastro ancora in corso, il terreno da smaltire, l’acqua di raffreddamento dei reattori fusi sversata nell’Oceano Pacifico e lo stato arretrato dei lavori di decommissioning parlano chiaro. Il Primo Ministro addirittura usa la terra prelevata dalle aree limitrofe per coltivare i fiori nel proprio ufficio come spot per minimizzare l’impatto di scelte come quella di utilizzare quella stessa terra nell’edilizia di tutto il Giappone.
Ritroviamo lo stesso atteggiamento delle istituzioni giapponesi in chi, anche da noi, fa attivamente lobbying per l’energia nucleare, e cerca di affermare che l’evento non abbia avuto strascichi ambientali, sanitari e sociali rilevanti. La fissione continua ad essere spacciata per “sostenibile”, ed è la stessa Unione Europea che usa ancora oggi questo tema come paravento per sostenere la diffusione in tutti i propri Paesi di una tecnologia che per Bruxelles ha una rilevanza strategica, soprattutto dal punto di vista militare.
Abbiamo ben chiaro che le scelte politiche delle classi dirigenti ricalcano la supremazia del mercato sull’interesse collettivo e sono guidate dalla necessità di competizione economica e bellica. Quest’ordine di priorità diventa preoccupante quando parliamo di nucleare, dal momento che le criticità vengono accantonate, le soluzioni valutate secondo un criterio di economicità e infine lo Stato funge da paracadute quando c’è da gestire un’eredità impossibile da maneggiare per una compagnia da sola.
Anche nel caso di Tepco (l’azienda che ha in gestione i reattori di Fukushima) è stato lo Stato a ricapitalizzarla dopo il disastro, e la maggior parte delle spese (risarcimenti, decontaminazione, smantellamento e gestione delle acque contaminate) sarà a carico dei contribuenti per un costo probabilmente doppio rispetto all’iniziale preventivo di 200 miliardi di euro.
I temi che emergono tra le righe di questa inchiesta mettono in luce la sconsideratezza di chi ancora parla della fissione come di una necessità irrinunciabile nel presente. Quello che ci da’ Fukushima è invece un piccolo assaggio di ciò che ci riserverebbe in futuro.
Buona lettura
La parola dell’anno scorso in Giappone è stata “orso”. Gli avvistamenti di orsi neri sono raddoppiati rispetto all’anno precedente. Ci sono stati 200 feriti e 13 morti. Okuma, che significa “grande orso”, è una città sulla costa orientale del Giappone. Ma non sono gli orsi ciò che gli abitanti di Okuma temono di più. È la radiazione.
Okuma è la città più vicina ai tre reattori nucleari che si sono fusi nella centrale di Fukushima Daiichi l’11 marzo 2011. Quel giorno, un terremoto di magnitudo 9.0 e uno tsunami distrussero i generatori di emergenza e le pompe di raffreddamento di tre reattori carichi di combustibile nucleare. Un quarto reattore non conteneva combustibile, ma il suo edificio, pieno di idrogeno proveniente dall’unità vicina, esplose insieme agli altri tre.
L’onda che si abbatté sulla costa orientale del Giappone uccise 20.000 persone, molti dei cui corpi furono trascinati in mare e mai recuperati. Con l’aumento dei livelli di radiazione attorno ai reattori distrutti, 160.000 persone furono evacuate da Okuma e da altre 11 città.
Un raggio di 20 chilometri attorno alla centrale, un’area grande il doppio di New York, fu dichiarato zona di esclusione nucleare. Colpito da una tempesta di neve anomala che ricoprì la città di cesio-137 e altri radionuclidi, anche Iitate, un villaggio a 60 chilometri a nord-ovest, fu evacuato.
Quindici anni dopo, 4.000 lavoratori lottano per controllare il disastro in corso. I tre reattori fusi rimangono così radioattivi da distruggere i robot inviati per esplorare i danni. Nessuno sa esattamente dove si trovi il combustibile fuso o quanto in profondità si sia infiltrato sotto le basi di cemento dei reattori, forse fino al terreno. L’acqua usata per raffreddare i reattori è immagazzinata in più di 1.000 serbatoi, che hanno raggiunto la capacità massima nel 2023.
Quest’acqua di raffreddamento, che Tepco inizialmente sosteneva fosse pulita e che viene scaricata nell’Oceano Pacifico dal 2023, è risultata contaminata da 62 radionuclidi, tra cui cesio, stronzio e plutonio. Due piscine di combustibile, piene di combustibile nucleare esaurito, devono ancora essere svuotate. Sono posti in modo precario sopra le unità 1 e 2, che sono grovigli di metallo esploso pronti a crollare e riversarsi nell’oceano.
Microparticelle cariche di cesio provenienti da Fukushima sono state trovate nei filtri dell’aria in tutto il Giappone. Percorrendo le autostrade nella prefettura di Fukushima, alcuni dei grandi cartelli stradali verdi che normalmente indicherebbero città e uscite sono stati sostituiti da pannelli che mostrano i livelli di radiazione, espressi in microsievert all’ora. (Il microsievert misura l’effetto biologico delle radiazioni ionizzanti sui tessuti umani).
Questi valori possono aumentare fino a livelli pericolosi a seconda della direzione del vento. Il materiale radioattivo disperso dai reattori distrutti ha reso le foreste di Fukushima – che coprono tre quarti della zona di esclusione nucleare – pericolose da attraversare. I cinghiali che un tempo venivano cacciati qui, così come le piante e i funghi raccolti per alimentarsi, sono troppo radioattivi per essere consumati.
Nonostante tutte le prove contrarie, il governo giapponese nega che Fukushima sia un disastro ancora in corso. «La situazione è sotto controllo», dichiarò l’allora primo ministro Shinzo Abe al Comitato Olimpico Internazionale mentre sosteneva la candidatura del Giappone per ospitare le Olimpiadi estive del 2020 (poi rinviate al 2021 a causa della pandemia di COVID-19). Soprannominate le “Olimpiadi della Ripresa”, la torcia olimpica attraversò le città spopolate di Fukushima prima che i primi eventi si svolgessero in uno stadio di baseball nella città di Fukushima.
Okuma è il fulcro del piano governativo per il reinsediamento di Fukushima. Il governo ha speso milioni di dollari per decontaminare le strade e ricostruire la stazione ferroviaria e altri edifici pubblici. Generosi sussidi e istruzione gratuita vengono offerti a chiunque sia disposto a trasferirsi a Okuma.
Nonostante una nuova palestra, un hotel e un appartamento dimostrativo dove si può vivere per una settimana per testare i servizi della città, Okuma conserva l’aria malinconica di un luogo che non si è ancora ripreso da un grande disastro. In una città che un tempo contava 11.000 abitanti, la popolazione oggi supera di poco le 1.000 persone, metà delle quali nuovi arrivati. È ancora pericoloso entrare nei boschi o attraversare i lotti invasi dalle erbacce, molti dei quali ospitano case abbandonate.
Alcuni degli sforzi del Giappone per rilanciare l’area hanno avuto successo. Altri interventi hanno creato ingiustizie e stigma. L’esperienza vissuta dalle persone che si reinsediano nella zona di evacuazione rivela un disastro ancora in corso a Fukushima – un disastro poco conosciuto sia in Giappone sia nel resto del Mondo.
Il piano di reinsediamento del Giappone
I 160.000 rifugiati nucleari di Fukushima, ufficialmente definiti sfollati interni (IDP), sono fuggiti verso altre parti del Giappone oppure sono stati ospitati nelle vicinanze in alloggi temporanei, la cui dimensione era misurata in base ai tatami (stuoie tradizionali per dormire, circa 90 × 180 cm). Una struttura di otto tatami era considerata sufficientemente grande per una famiglia.
Gli sfollati hanno ricevuto sussidi abitativi fino al 2017, quando il governo ha dichiarato alcune aree della zona di esclusione nucleare di Fukushima nuovamente aperte al reinsediamento. Questo tentativo di spingere le persone evacuate a tornare nella zona contaminata è stato criticato dai relatori delle Nazioni Unite per i diritti umani, e le città più colpite di Fukushima hanno ancora oggi solo pochi abitanti.
Il governo sostiene che il numero attuale di sfollati sia di 30.000 persone. Le Nazioni Unite ritengono che il numero reale possa essere il doppio. La spinta al reinsediamento nella “zona rossa” di Fukushima è iniziata nell’aprile 2011, quando il limite di esposizione alle radiazioni consentito è stato aumentato di venti volte, passando da 1 millisievert all’anno a 20.
Un millisievert all’anno resta il limite consentito nel resto del Giappone, mentre 20 millisievert all’anno era in precedenza il limite previsto per i lavoratori delle centrali nucleari. Questa differenza spiega perché molte donne, in particolare quelle con bambini piccoli, abbiano resistito al ritorno a Fukushima, nonostante le nuove scuole e i sussidi che coprono spese come i pasti nei ristoranti locali o l’iscrizione in palestra.
Furono costruite imponenti barriere marine lungo la costa orientale del Giappone. Fukushima venne disseminata di inceneritori che bruciavano i detriti lasciati dall’onda, che si era spinta fino a 30 chilometri nell’entroterra. La decontaminazione dell’area ha incluso un progetto faraonico per rimuovere e insaccare tutto il terriccio superficiale contaminato da cesio-137.
Circa 100.000 lavoratori, protetti da tute e maschere, si sono riversati su campi e fattorie di Fukushima, raschiando via cinque centimetri di suolo e accumulandolo in enormi piramidi di sacchi di plastica nera.
I livelli di radiazione nei centri abitati e nei cortili scolastici sono stati ridotti, ma basta una breve passeggiata nelle aree erbose vicine perché l’ago di un dosimetro salga rapidamente. Lo stesso accade durante le tempeste invernali, che trascinano materiale radioattivo dalle montagne. Nelle colline boscose che circondano la costa, non esiste alcun modo per ridurre la radioattività di Fukushima se non aspettare il decadimento del cesio-137, che ha un’emivita di 30 anni.
Quanto bisogna aspettare? Dopo circa 300 anni, cioè dieci emivite, la quantità di questo isotopo radioattivo si ridurrà a un millesimo rispetto a quella iniziale. Altre strategie di decontaminazione hanno dato risultati contrastanti. Grandi squarci sui pendii mostrano dove la sabbia è stata estratta e riversata nelle risaie di Fukushima.
Con i complessi sistemi di drenaggio distrutti dai macchinari pesanti, privi del suolo fertile e ricoperti di sabbia e ghiaia, molti campi di riso sono stati abbandonati e la produzione è scesa a poco più della metà rispetto al periodo precedente al 2011. Molti campi di Fukushima sono oggi coperti da pannelli solari. Altri ospitano progetti statali per lo sviluppo di celle a combustibile a idrogeno o droni.
Fa parte dello sforzo del governo per trasformare Fukushima in quella che definisce la “costa dell’innovazione”, iniziando con progetti dimostrativi che si spera possano evolvere in attività economiche. Un’altra vasta area di terreni agricoli abbandonati ospita il costoso Museo commemorativo del grande terremoto del Giappone orientale e del disastro nucleare. Aperto nel 2020, il museo è attualmente in fase di ampliamento per includere un hotel, un centro congressi e forse persino un campo da golf.
Una città di Fukushima, come Iitate, può essere considerata decontaminata anche quando viene rimosso appena il 15% del suolo radioattivo. Questo crea una sorta di effetto “ninfea”: le persone possono spostarsi in sicurezza saltando da una zona bonificata all’altra o percorrendo stretti sentieri tra punti ad alta radioattività. Una legge approvata nel novembre 2011 stabilisce che tutto il suolo radioattivo di Fukushima, circa 15 milioni di metri cubi, dovrà essere rimosso dalla prefettura entro il 2045.
Poiché nessun luogo si è offerto di accoglierlo, il governo ha deciso di distribuirlo in tutto il Giappone. La maggior parte del terreno contaminato è stata depositata in una discarica costruita sulla scogliera dietro i reattori distrutti. Qui gli elementi più radioattivi vengono separati dal resto del suolo e confinati in bunker di cemento.
Il terreno con meno di 8.000 becquerel per chilogrammo di radioattività, che il Ministero dell’Ambiente definisce “Happy Soil” (“suolo felice”), viene preparato per essere distribuito nel Paese e utilizzato in discariche e progetti edilizi. (Il becquerel è un’unità di radioattività che corrisponde a una disintegrazione nucleare al secondo.)
Un carico di “Happy Soil”, descritto come “rigenerato e robusto”, è stato recentemente sparso nelle aiuole davanti all’ufficio del Primo Ministro a Tokyo. «Si tratta di un livello pericoloso di radioattività», afferma Yukio Shirahige, che ha lavorato per 36 anni come addetto alle pulizie alla centrale di Fukushima Daiichi, occupandosi anche di fuoriuscite.
«A questi livelli bisogna indossare guanti e dispositivi di protezione. Se avevi tagli o ferite aperte, venivi allontanato dal lavoro». Con livelli fino a 8.000 becquerel per chilogrammo, questo terreno non è adatto alla coltivazione di cibo (il limite massimo di radioattività consentito negli alimenti in Giappone è di 100 becquerel per chilogrammo).
Il Giappone ha adottato questa strategia per ridurre il pesante fardello su Fukushima e accelerare la ripresa dell’area. Ma Shirahige sospetta un altro motivo: «Se tutto il Giappone è contaminato, allora Fukushima sembrerà essersi ripresa perché appare uguale al resto del Paese». In realtà, anche il resto del Giappone è già contaminato.
I rilevatori di radiazioni lungo le autostrade misurano la radiazione gamma, dovuta alla presenza di cesio-137. Studi recenti hanno scoperto che microparticelle altamente concentrate contenenti cesio, formatesi durante la fusione del nocciolo dei reattori e diffuse in tutto il Giappone, potrebbero essere molto più pericolose se inalate rispetto all’esposizione esterna al cesio.
«Ne discuto con i miei amici», dice Shirahige. «Noi che abbiamo lavorato a Fukushima crediamo che inalare polvere o ingerire particelle radioattive, che causano danni a lungo termine ai polmoni e ad altre parti del corpo, sia più pericoloso dell’esposizione esterna alle radiazioni». Shirahige pulisce regolarmente la sua casa, cercando di rimuovere la polvere, e misura la radioattività in ogni stanza. «Le finestre lasciano passare l’aria quando soffia il vento, e non riesco mai a portarla a zero», afferma.
L’indagine ufficiale sul disastro di Fukushima lo ha definito un fallimento “made in Japan”, dovuto a un’industria nucleare segnata da cattura regolatoria, leadership autoreferenziale, ingegneria difettosa e decisioni al risparmio disastrose, come la mancata costruzione di una barriera marina adeguata o la mancata protezione dall’acqua di generatori e pompe.
Il disastro di Three Mile Island poteva essere liquidato come errore umano. Quello di Chernobyl poteva essere attribuito a errori umani e a una tecnologia sovietica inferiore. Fukushima era diverso. Il peggior disastro industriale del Mondo è avvenuto in un Paese industrializzato avanzato con 54 reattori nucleari, che fornivano un terzo dell’elettricità del Giappone.
Il costo finale per contenere i reattori distrutti, stoccare i rifiuti e ricostruire parti della zona di esclusione nucleare potrebbe superare i 1.000 miliardi di dollari – circa un quarto dell’economia annua del Giappone. Eppure, il governo sembra ignorare la storia e la geologia del Paese mentre spinge per riavviare i reattori in un arcipelago colpito ogni anno da oltre 1.000 terremoti.
Raggiungere la maggiore età
Ogni anno, a gennaio, il Giorno della Maggiore Età, una festa nazionale in Giappone, celebra i ragazzi che compiono 20 anni e diventano cittadini a pieno titolo. Quest’anno, Okuma ha tenuto la sua cerimonia un sabato pomeriggio. L’evento somigliava a una cerimonia di diploma scolastico, ma era più solenne.
Le ragazze indossavano eleganti kimono furisode con elaborati fiocchi. Anche i ragazzi in Giappone a volte vestono abiti tradizionali come gli hakama e giacche corte, ma a Okuma portavano abiti neri con cravatta. Dieci giovani raggiungevano la maggiore età: cinque ragazzi e cinque ragazze.
La cerimonia si è svolta in un auditorium percorso da lunghe file di politici e funzionari locali seduti. Si sono susseguiti molti inchini e numerosi discorsi, nessuno dei quali pronunciato dai giovani festeggiati. I media nazionali stavano seguendo l’evento e, a tratti, il palco era più affollato di fotografi che di partecipanti. Era un giorno importante per Okuma: rappresentava una sorta di rinascita simbolica dopo il disastro nucleare, un nuovo inizio per la città. Questi giovani avevano cinque anni quando erano fuggiti dalla zona.
Ma cosa significa davvero il loro ritorno a Okuma, nel momento in cui passano dall’adolescenza all’età adulta?
Purtroppo, l’evento non era ciò che sembrava. Senza il disastro nucleare, la città avrebbe avuto 135 giovani adulti che avrebbero raggiunto la maggiore età quest’anno. Invece, solo 10 studenti sono tornati per la cerimonia, percorrendo lunghe distanze per arrivare all’auditorium, poiché nessuno di loro vive a Okuma.
«Mi dispiace dirlo, ma non conosco nessuna di queste persone. Non le ho mai viste prima», afferma Takumi Sakamoto, un giovane esile che studia sociologia all’Università Hosei di Tokyo. Lo stesso vale per gli altri partecipanti: i loro registri familiari ufficiali sono a Okuma, ma questi giovani stanno tornando in una città che ormai non conoscono più.
Almeno Takumi ha un buon motivo per essere qui: intende scrivere la sua tesi sul trauma nucleare di Fukushima e su come le persone stanno affrontando un disastro che continua ancora oggi.
Vivere con gli hot spot radioattivi
Con notevole ingegno e autonomia, le persone a Fukushima convivono con alti livelli di radioattività. Questi Argonauti dell’Antropocene stanno imparando come decontaminare le loro città e i loro campi. Stanno costruendo laboratori di citizen science per controllare il cibo e monitorare i livelli di radiazione. Compilano archivi e organizzano viaggi a Chornobyl (come ora si scrive) per imparare da chi vive in altre zone di esclusione nucleare.
Ai Kimura, regista e ricercatrice principale presso Tarachine (il Laboratorio della Radiazione delle Madri a Iwaki) con un budget annuale di un milione di dollari, proveniente principalmente da donazioni, è impegnata come sempre. Gestisce una clinica per bambini e un laboratorio dotato di attrezzature sofisticate, comprese nuove macchine per monitorare trizio, stronzio e cesio nell’acqua di raffreddamento che Tepco ha iniziato a rilasciare nell’Oceano Pacifico nel 2023. (Tepco, la Tokyo Electric Power Company, possiede la centrale nucleare di Fukushima e altri reattori in Giappone).
«Il governo non ci forniva le informazioni che volevamo, o ce le dava con settimane o mesi di ritardo», afferma Kimura. «Noi siamo madri. Ci sono cose che dobbiamo sapere subito per prenderci cura dei nostri figli e delle nostre famiglie. Non è che la crisi sia finita. Non si vede una fine. Il governo vuole che la gente pensi che tutto stia migliorando, che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, ma questo non è vero. Abbiamo visto aumentare i livelli di radiazione in alcune situazioni. Abbiamo visto parchi e scuole recontaminati. Dobbiamo monitorare costantemente e non dimenticare mai. La necessità di testare l’acqua, il suolo, il cibo e la salute delle persone a Fukushima è continua, e ci attendono ulteriori pericoli derivanti dagli effetti ritardati della radiazione».
Sentirsi traditi
Tepco prevede di scaricare 22 trilioni di becquerel di trizio all’anno nell’Oceano Pacifico nei prossimi 20-30 anni. Questo è meno del trizio rilasciato dai reattori nucleari canadesi, che scaricano più di 3.000 trilioni di becquerel all’anno nel fiume San Lorenzo. Ma l’acqua di raffreddamento dei reattori funzionanti non è la stessa cosa dell’acqua contaminata da barre di combustibile fuse, che contengono un miscuglio di altri radionuclidi.
In più occasioni, Tepco è stata sorpresa a falsificare i dati sulla sicurezza e a coprire incidenti. Nel 2018, l’azienda è stata costretta ad ammettere che la sua acqua trattata era ancora contaminata da plutonio, stronzio e cesio – 62 radionuclidi in totale – a livelli, in alcuni casi, migliaia di volte superiori ai limiti normativi.
Tepco riconosce che fino a due terzi dell’acqua di raffreddamento nei suoi serbatoi rimane contaminata. A corto di liquidità, la compagnia ha annunciato a gennaio che avrebbe ridotto di 26 miliardi di dollari le spese. Questo rallenterà ulteriormente lo smantellamento dei reattori fusi.
«Ci sentiamo traditi», afferma Tadaaki Sawada, portavoce della Federazione delle Associazioni Cooperative di Pesca di Iwaki. «Il governo aveva promesso di consultarci. Avevano altre opzioni oltre a scaricare l’acqua nell’oceano, ma hanno deciso di farlo comunque».
Uomo robusto con una giacca da lavoro blu, Sawada era visibilmente turbato l’ultima volta che l’ho incontrato, nel 2022. All’epoca, il Giappone riportava la cattura di uno scorfano radioattivo, che irradiava 18.000 becquerel per chilogrammo di cesio 137, 180 volte il limite legale, nel porto di Shinchi, a 35 miglia a nord di Fukushima Daiichi.
Lo scorfano si unì alla lista di 44 specie che, a un certo momento, erano state vietate alla vendita in Giappone. I pesci d’acqua dolce provenienti dai fiumi di Fukushima sono ancora vietati a causa dei livelli elevati di radioattività, ma lo scorfano e altre 200 specie marine sono di nuovo considerati sicuri, almeno per ora. La flotta di pescherecci di Fukushima è ridotta della metà rispetto a prima e il pescato è un quarto di quello di un tempo. I giorni consentiti per la pesca sono limitati.
«Non riusciamo a vendere i nostri pesci come una volta», afferma Sawada. «Riceviamo meno soldi per i nostri pesci rispetto ad altre prefetture». La lista dei Paesi che vietano l’importazione di alimenti da Fukushima include Russia e Cina. «Finché i danni continueranno, vogliamo essere risarciti», aggiunge Sawada.
I criteri sono complicati e i sussidi potrebbero terminare presto, ma almeno per il momento, i pescatori di Fukushima vengono pagati per i giorni in cui non pescano e per i pesci che sono costretti a vendere a prezzo scontato. «I soldi li paga Tepco», dice Sawada, «ma in realtà vengono dal governo». (Tepco è stata di fatto nazionalizzata dopo che la compagnia è stata salvata con un’infusione di capitale di 1.000 miliardi di yen, pari a 12,5 miliardi di dollari, nel 2012).
Da soli
Tomoko Kobayashi mi mostra l’asilo che frequentava da bambina. Con un orologio fermo e i banchi dei bambini esattamente com’erano l’11 marzo 2011, l’asilo è stato preservato come memoriale del terremoto del Tōhoku.
È uno dei diversi memoriali costruiti a Odaka, una città che un tempo contava 13.000 abitanti e ora ne ha un terzo. «Dobbiamo farlo per noi», dice Tomoko. «Dobbiamo ricordare cosa è successo. Dobbiamo sapere com’era la vita e come le persone sono sopravvissute al disastro. Questo archivio ci aiuterà a ricostruire la città».
Odaka è la città più autosufficiente e creativa di Fukushima, in buona parte grazie a Tomoko. Possiede la pensione a 13 camere lungo la strada dal suo vecchio asilo. Si tratta di un ryokan tradizionale con bagni caldi separati per uomini e donne, ma poco riscaldamento altrove, tranne in una stanza centrale con un lungo tavolo, ingombro di libri, opuscoli, mappe, disegni e progetti per le decine di iniziative che Tomoko ha contribuito a lanciare con gli ospiti che si riuniscono ogni sera per il pasto comune.
Per riaprire il suo ryokan, Tomoko e Takenori, suo marito, prima della sua morte nel 2024, hanno raccolto volontari da tutto il Giappone. Hanno pulito tutto a fondo e filtrato l’aria. Hanno aperto un laboratorio per testare la loro alimentazione, e successivamente il laboratorio ha iniziato a testare il cibo per tutta Fukushima. Ogni anno raccoglievano altri volontari per percorrere le fattorie e i campi di Fukushima, mappando gli hot spot radioattivi.
Hanno organizzato quattro viaggi a Chornobyl per studiare la vita in un’altra zona rossa radioattiva. Tomoko ha pubblicato tre volumi di interviste con i sopravvissuti di Fukushima. Ha filmato i suoi viaggi e gli eventi mentre rianimava i festival tradizionali della città e sosteneva nuove attività e ristoranti. Con un’incessante allegria, lavorava come una sorta di ragno benevolo, tessendo connessioni tra tutti coloro che si sedevano al suo tavolo.
L’ultima iniziativa che ha contribuito a lanciare è l’Oretachino Denshokan (comunemente abbreviato in Oreden). Significa “il nostro museo memoriale”: Oreden è una galleria di sculture, uno spazio d’arte, un museo, uno studio di ceramica e una biblioteca, installata in un ex magazzino decontaminato e ricostruito da una squadra di 250 volontari provenienti da tutto il mondo.
Vivere di sussidi
Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione in una valle vicino a Fukushima Daiichi, ha avuto un ottimo anno nel 2025. Le risaie nella sua valle non sono state fortemente colpite dal cesio. Dopo un’aratura profonda e l’applicazione di zeolite, potassio e grandi quantità di materiale organico, Sato ha ripreso a coltivare riso e a venderlo commercialmente nel 2017.
Uomo magro e dall’aspetto distinto, la sua azienda agricola include droni per monitorare i campi, trattori automatizzati e una grande sala riunioni con un monitor televisivo e diverse lavagne bianche. Sato stima che il raccolto di riso a Fukushima sia solo il 60% di quello di un tempo.
All’inizio, il governo gli imponeva di controllare i livelli di radiazione in ogni sacco di riso, anche in quelli piccoli venduti a prezzo ridotto. Ora controlla un sacco ogni 50. L’anno scorso, il Giappone ha affrontato una grave carenza di riso. I prezzi sono aumentati del 50% e Sato ha avuto un raccolto eccezionale.
Da allora ha raddoppiato i suoi terreni e ora gestisce la più grande azienda agricola cooperativa di Fukushima, con 15 dipendenti. Sta sperimentando la coltivazione di altre colture come mais e soia. Nel frattempo, un flusso costante di funzionari del Ministero dell’Economia giapponese e di altri visitatori sfila nella sua sala riunioni, consultando Sato su come migliorare l’economia di Fukushima.
Anche Haruo Ono ha avuto un buon anno. Possiede una nuova barca da pesca, comandata da uno dei suoi tre figli. Gestiscono un peschereccio costiero di circa 15 metri dal porto di Shinchi, il porto più a nord di Fukushima. Il pescato è stato buono l’anno scorso e non sono più comparsi scorfani radioattivi. Ma Ono è ancora arrabbiato per il disastro di Fukushima Daiichi. Parla con amarezza, quasi gridando per la frustrazione, dello scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte di Tepco. «La trattano come fosse una fogna», dice.
Con i capelli neri tagliati corti su un volto segnato dal vento e dalle intemperie, Ono è ancora limitato a pescare non più di 12 giorni al mese. «Tepco prevede di porre fine ai sussidi entro la fine dell’anno», dice. «Io mi opporrò, perché non hanno ancora completato lo smantellamento. Non ci dicono nemmeno quando rilasciano l’acqua contaminata. La maggior parte di noi pescatori è ormai calma e non si lamenta, ma anche se protestassimo, le nostre voci non arriverebbero fino a Tokyo. Il governo non perde mai. Non si scusa mai. Non si assume mai la responsabilità di ciò che ha fatto. Nessuno fuori parla più di Fukushima, ma noi non ci siamo ancora ripresi».
Un’altra persona intraprendente che cerca di rilanciare l’economia locale è Yuji Onuma. Personaggio grande e carismatico, Onuma ha lavorato per otto anni come attore professionista a Tokyo interpretando Jean Valjean, il protagonista de I Miserabili di Victor Hugo. Attualmente gestisce un’azienda di energia solare nella prefettura di Ibaraki, a nord-est di Tokyo.
Il prezzo dell’elettricità che vende a Tepco sta diminuendo, ora che il governo spinge per riavviare i reattori nucleari giapponesi messi fuori servizio. Onuma percorre spesso in auto le quattro ore che lo separano dalla sua città natale, Futaba, dove si prende cura delle tombe di famiglia e affitta quattro appartamenti.
Futaba, che un tempo contava 7.000 abitanti, è la “cugina povera” della vicina Okuma. La città ospitava due dei sei reattori di Fukushima Daiichi e stava cercando di costruirne altri due quando la centrale esplose. Il nuovo e costoso museo memoriale di Fukushima si trova a Futaba, ma sulla costa, fuori dal centro abitato.
«Guardate laggiù», dice Onuma mentre camminiamo davanti alle case abbandonate lungo quella che un tempo era la strada principale. «Hanno costruito una sopraelevata. Ora chi va al museo può uscire dall’autostrada e passare direttamente sopra Futaba».
In cerca di giustizia
Incontro la “Querelante n. 8” una mattina a colazione nel nostro hotel. È una giovane donna affetta da cancro alla tiroide che ha aderito a una causa contro Tepco, chiedendo un risarcimento per l’esposizione alle radiazioni subita durante l’infanzia.
“Querelante n. 8” è il modo in cui viene identificata nel procedimento, dagli avvocati e dalla stampa. Deve rimanere anonima a causa delle minacce rivolte alle persone provenienti da Fukushima, in particolare alle donne malate di cancro, considerate pericolose a livello personale e dannose politicamente per la reputazione del Giappone.
Il cancro alla tiroide era un tempo raro nella prefettura di Fukushima, con un caso su un milione. Dopo cinque cicli di screening, il tasso di incidenza è ora di 400 casi su 380.000 persone – mille volte superiore rispetto a prima del disastro.
La Querelante n. 8 ha subito l’asportazione della tiroide a 17 anni. «Ero anestetizzata, ma avevo gli occhi aperti e ho pianto per tutta la durata dell’intervento. Ancora oggi, raccontare quell’esperienza mi fa tremare le gambe. Ho sofferto meno di altre persone, ma a volte mi ritrovo ancora a piangere in modo incontrollabile».
La Querelante n. 8 è ufficialmente registrata come disabile dopo un esaurimento nervoso. Durante il processo, le sono stati concessi cinque minuti per raccontare la sua esperienza. La giovane donna ed io camminiamo fino al nuovo museo del patrimonio di Odaka, dove mi mostra una foto di sé inginocchiata davanti a una delle installazioni.
Mariko Gelman, un’artista proveniente da Chornobyl, è venuta a Fukushima e ha installato una scultura intitolata “Transparency Japan”. La scultura è un muro di mattoni illuminati, ciascuno contenente una scatola di medicinali per le pillole che le vittime di cancro alla tiroide a Chornobyl e Fukushima devono assumere per il resto della loro vita.
Ruiko Muto, cofondatrice del 3.11 Fund for Children with Thyroid Cancer, sta aiutando a organizzare il processo sul cancro alla tiroide. Da tempo oppositrice dell’energia nucleare in Giappone, Muto è nota per aver parlato a una grande manifestazione antinucleare nel 2011, durante la quale paragonò i rifugiati atomici di Fukushima agli hibakusha, le “persone colpite dalla bomba” di Hiroshima e Nagasaki.
(Il premio Nobel giapponese Kenzaburō Ōe dichiarò in seguito che Fukushima era stata una terza bomba atomica sganciata sul Giappone, solo che questa volta il Giappone l’aveva sganciata su sé stesso).
Muto è stata la rappresentante dei querelanti in un processo penale che sosteneva che i tre principali dirigenti di Tepco fossero penalmente responsabili per aver anteposto i profitti aziendali alla sicurezza pubblica. Dopo un processo durato 13 anni, la Corte Suprema giapponese ha dichiarato gli imputati non colpevoli.
«I nostri tribunali in Giappone non sono politicamente indipendenti», afferma Muto. «Hanno spianato la strada al prossimo disastro nucleare». Il governo sta contrastando la causa sul cancro alla tiroide, sostenendo un eccesso di diagnosi e la mancanza di prove che Fukushima Daiichi sia la causa radiogena dei tumori. «Qualunque sia l’esito del caso, per noi è importante accertare i fatti e permettere ai querelanti di rivendicare giustizia», afferma Muto.
Stigmatizzati
Se le pianure costiere del Giappone orientale stanno tornando alla vita, i villaggi collinari nelle montagne Abukuma sono un’altra storia. Cercando di anticipare una tempesta di neve prevista per gennaio, Junko Takahashi, la giornalista giapponese con cui sto viaggiando, ed io percorriamo strade tortuose, spingendoci sempre più in profondità tra le colline boscose per trovare Yoichi Tao.
Fisico formato all’Università di Tokyo e hibakusha sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, Tao è stato fondatore di una grande società di ingegneria prima di ritirarsi a Sasu, il più remoto dei 20 villaggi di Iitate. Qui ha creato un’organizzazione chiamata Saisei-no-kai, la “rinascita di Fukushima”, un gruppo le cui ambizioni sono grandi quanto il suo nome.
Tao ha costruito un laboratorio e una casa per gli ospiti. Ha sviluppato nuovi metodi per decontaminare le risaie. Ha progettato rilevatori portatili di radiazioni collegati direttamente a Internet. Insieme a sua figlia, architetta, ha trasformato un ex negozio di ferramenta in un centro di ricerca pieno di progetti.
Tao ci consegna una dichiarazione che ha scritto sulla vita a Iitate. Descrive la sua filosofia sulla necessità dell’autosufficienza nelle comunità locali, per poi concludere: «Gli ultimi due anni hanno reso chiaro che queste idee sono rimaste poco più che granelli di sabbia – largamente ignorate dai leader globali, dagli esperti e dai burocrati».
«Gli alberi sono troppo contaminati per essere usati nella mia stufa a legna», dice. «Non sono riuscito nemmeno a coltivare funghi shiitake senza livelli elevati di cesio. Gli anziani stanno morendo. Vediamo molte ambulanze sulla strada e i giovani non sono tornati. Questo è il nostro problema più grave. Pensavo che avremmo potuto far rinascere Fukushima, ma ora credo che l’area sia destinata a tornare alle montagne da cui proviene».
Tao non usa mezzi termini nel criticare gli ingegneri della Tepco. «Non ascoltano nessuno, nemmeno i premi Nobel che vogliono aiutare. Se il loro suolo è sicuro, perché devono rimuoverlo? Scaricare l’acqua di raffreddamento nell’oceano è un’altra cattiva idea. Anni fa ho consigliato loro di costruire un sistema a circuito chiuso. Non c’è modo che riescano a smantellare i reattori entro il 2051, la loro data obiettivo. Ci dicono che ci sono 880 tonnellate di combustibile fuso e, finora, sono riusciti a rimuoverne un pezzo grande quanto un chicco di riso. Io stimo che ci vorranno 100 anni o più. Le generazioni future continueranno a ripulire Fukushima molto tempo dopo la nostra morte».
Junko ed io percorriamo un’altra stretta valle per incontrare Nobuyoshi Ito, conosciuto localmente come “il fanatico delle misurazioni”. Ito gira per Iitate e sulle colline circostanti indossando un giubbotto pieno di rilevatori di radiazioni. La camera da letto della sua casa ospita due spettrometri professionali importati dall’Ucraina. Ito pubblica un blog e testa regolarmente tutti i frutti selvatici e le bacche che un tempo venivano raccolti qui in abbondanza.
Quando l’ho visto l’ultima volta, nel 2022, Ito mi porse un fungo Inohana, detto “naso di cinghiale”, considerato uno dei più deliziosi tra le 200 specie commestibili del Giappone. Ito mi avvertì che il fungo era radioattivo. Trovando difficile credere alle sue misurazioni, portai il fungo in un laboratorio indipendente. Quanto era radioattivo? Conteneva 88.000 becquerel per chilogrammo: 900 volte oltre il limite legale per gli alimenti in Giappone.
Le cose quest’anno sono leggermente migliorate, ma non di molto. Ito tira fuori dal frigorifero un sacchetto di funghi Inohana, che misurano 55.000 becquerel per chilogrammo. Ritiene che riaprire Iitate ai rimpatriati e ai nuovi coloni sia stato un errore. Trecento persone sono arrivate per gli alloggi e altri sussidi, ma alcune se ne sono già andate. Una città di 6.500 abitanti si sta riducendo a un decimo della sua dimensione originaria.
Ito ci mostra un altro oggetto interessante: una cartolina che ha inviato a fine anno per spiegare perché non avrebbe mandato gli auguri di Capodanno. «La mia esistenza è scomoda per il villaggio di Iitate», dice. «Stanno sfruttando persone in difficoltà, cercando di attirarle qui. Elencano i sussidi, ma non menzionano le radiazioni». Durante i miei viaggi a Fukushima, ho spesso sentito le persone definirsi “scomode”. «Sono un fastidio per i funzionari locali», dice Ito. «La mia esistenza rende loro la vita difficile. Hanno mentito dicendo di aver ottenuto il consenso della popolazione. Avevano detto che ci avrebbero consultato prima di rilasciare l’acqua contaminata. Non l’hanno mai fatto».
Ito è anche arrabbiato per i tentativi di Tepco di riavviare i reattori nucleari sulla costa occidentale del Giappone. «Detesto la sfortuna di essere nato in un Paese capace di dimenticare la propria storia in soli 80 anni», dice, riferendosi al bombardamento di Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ito esce di nuovo dalla stanza e torna con una piccola campanella di ottone. «Il comune me l’ha data per tenere lontani gli orsi», dice. «Ci sono state cinque segnalazioni di orsi nel villaggio. Ma non ci hanno dato nulla per proteggerci dalle radiazioni».
Fonte
11/04/2026
Splendidi quarantenni: Voivod – Rrröööaaarrr
Introdurre i Voivod a qualcuno, o, in generale, convincere ad approfondirli, ha il suo coefficiente di difficoltà. Sia perché non c’è un solo album che racchiuda la piena essenza sperimentale della band, sia perché la definizione “band sottovalutata” è pleonastica e, nel campo della critica musicale, la si usa ormai a momenti anche per le formazioni dei Big Four.
Quando mi capita sui social di condividere un flyer di fine anni Ottanta di un cartellone che vede Faith No More e Soundgarden di spalla ai Voivod, avverto amarezza perché, a posteriori, ai canadesi è toccato il destino mediatico peggiore. Loro che una carriera attiva ce l’hanno tuttora, e continua a essere degna di quegli anni lì. Croce e delizia della band è proprio questa discografia piena di grandi spunti e varietà che a volte intimidisce persino la critica, la quale spesso si limita alle definizioni “gran lavoro”, “disco seminale”, “disco ancora attuale” e poi passa oltre. Come saggiare lo specchio dell’acqua di un lago e poi tornare a riva, senza tuffarsi.
In nome di questa eccessiva cautela, mi sembra giusto introdurre questa analisi così, con uno sfondone: per diversi fan Rrröööaaarrr ha una “produzione di merda”. Un suono rivedibile, caotico, frettoloso. Sensazione cavalcata anche dal bassista di allora, Jean-Yves Thériault, che si è messo a rivendere in CD e in vinile i demo del disco tramite la sua etichetta, nonostante i membri dell’attuale band non l’abbiano presa bene e gli abbiano chiesto di desistere da questa iniziativa.
La storia di Rrröööaaarrr va però contestualizzata nel suo momento storico. È il secondo album della formazione canadese, registrato quando i loro rapporti con Brian Slagel si erano già deteriorati, nonostante un’apparizione nella compilation Metal Massacre e la produzione esecutiva su War and Pain. Si accasarono con la bellicosa Noise Records, dedicando a Brian una “delicatissima” Fuck Off and Die. Granulosissima, sicuramente, ma sembra esserci una specifica volontà dietro questa scelta. Se confrontiamo il suono del disco ai demo (possiamo farlo già nell’edizione 2017 fatta uscire dai Voivod, senza ricorrere ai bootleg legalizzati di Thériault), noterete una differenza specifica: per quanto i secondi risultino più puliti e vicini a quel formato alla Venom sotto steroidi che era già War and Pain, la band necessitava di un passo in avanti, un’ulteriore evoluzione.
Korgüll, la mascotte della band, è già la metafora di questo progresso. Da soldato di terra nella copertina dell’esordio, è qui ritratto mentre sfreccia sul suo Hëll Panzer in stile degno dei vecchi fumetti Heavy Metal di Leonard Mogel, disegnato con un tocco alla Big Daddy Roth. Emette un suono, un ruggito, non chiarissimo ma efficace per farti capire che la minaccia è in prossimità. Un caos primordiale, paludoso, di lamiere stridenti: come se avessero piazzato un panetto di C4 allo speed metal con lo scopo di farsi scaraventare in una fossa piena di ratti da guerra cibernetici malfunzionanti. La madre di tutte le disgregazioni, un ecosistema dettato dalle quattro torri di uno scacchiere arrugginito posizionate ai lati del perimetro.
La prima è la chitarra di Piggy, che, pur mancando della profondità e dello spazio che la renderanno nota nei dischi successivi, qui rimane sempre tagliente, come una sega a gattuccio che stride su piastre d’acciaio facendo scaturire scintille infuocate per tutta la stanza. Il secondo precipizio del mondo è sorretto da Away, che a volumi strabordanti picchia in maniera secca e sgraziata. Sull’angolo opposto troviamo Blacky e il suo pachidermico “blower bass” (ottenuto dopo che il suo amplificatore gli era stato sfortunatamente rubato prima delle registrazioni del disco precedente). Strumenti che si azzannano a vicenda in questo muro denso come una nube tossica che si propaga tra le recinzioni di una centrale nucleare, convergendo nella gola di Snake, che la rigetta fuori ancora più acida.
Quest’ultimo, rimanendo al paragone di inizio capitolo, non è mai stato un Patton o un Cornell, ma con il suo cantato di gola ha sempre fornito quel tocco da Motörhead anche nei dischi più progressive della formazione. Non che questo sia il caso, anzi, semmai le ringhia di Snake fanno da contraltare a testi che a volte tradiscono le origini canadesi. Come nel caso dei Sepultura e di altra gente, qualche passaggio maccheronico nei testi aggiunge una connotazione ancora più bizzarra alla proposta. Sempre in Fuck Off and Die, sentiamo Snake urlare: “C’mon, move your assholes!”. Non mancano poi frasi disordinate in mezzo al nichilismo più spietato, come questo passaggio nel brano Horror:
“Here comes the last fighting men, one by one they’re passing in the gas, sin after sin to industrialize, keep them piteous and left them for dead. Horror! What do you see?”
Versi che non sono esattamente Shakespeare, anzi, suonano un po’ buffi se declamati ad alta voce, ma rientra tutto nell’ecosistema del caos terremotante di questo disco. Non importa che suono emetta la bocca, questo vomitare profluvi di avvertimenti sinistri e proclami apocalittici con puro veleno ha una connotazione primordiale: se un ghepardo ti viene incontro ringhiando, ti viene naturale cagarti addosso e scappare pure se non lo capisci.
Rrröööaaarrr è questo da quarant’anni, un cingolato dritto nel culo che ti sconquassa l’intestino a mo’ di coriandoli a carnevale, che prende il meglio delle sue imperfezioni, come nel caso degli esordi di Megadeth e Metallica, in cui non c’è un cazzo da dover correggere o masterizzare. Su quei riff studierà gente del calibro dei Neurosis, del death e thrash brasiliano, sino ai Godflesh. Gli stessi Voivod per tornare a essere altrettanto estremi ci metteranno un’altra decina di anni, con un altro cagnaccio dietro al microfono, ma è un racconto destinato ad altre pagine. Un album così dritto al punto non concede alcun istante per le divagazioni. Rrröööaaarrr non è un mero proseguire sul tracciato di War and Pain, è la sua corsia di sorpasso, l’invasione di carreggiata, il frontale che fai con l’aria delle casse a volume 40 mentre parte l’accordo principale di To the Death, già allora un motto per i fanatici della band.
Fonte
09/03/2026
Guerra in ucraina quattro anni dopo
Il 24 febbraio ricorre il quarto anniversario dell'inizio della guerra tra Ucraina e Russia. Dopo quattro anni, l'invasione russa dell'Ucraina ha causato danni incalcolabili alla popolazione e all'economia ucraina. Le stime sul numero di morti e feriti nella guerra, così come sulle vittime civili, variano notevolmente. Da parte ucraina e occidentale, si sostiene che siano morti oltre un milione di russi, ma meno di 100.000 ucraini. I russi sostengono il rapporto opposto, con circa 300.000 ucraini uccisi o feriti solo nel 2025. L'ultima stima di Mediazona, un'agenzia con sede in Ucraina, si colloca a metà strada: 160.000 morti in Russia e un numero leggermente superiore in Ucraina.
Qualunque sia la verità, la guerra ha causato una crisi umanitaria in Ucraina, soprattutto durante questo inverno, con i sistemi energetici e di riscaldamento delle principali città in gran parte distrutti dai missili russi. In quattro anni di guerra, milioni di persone sono fuggite all'estero e molti altri milioni sono stati sfollati dalle loro case all'interno dell'Ucraina. La popolazione ucraina è diminuita del 37% dal crollo dell'Unione Sovietica e del 20% dall'inizio della guerra. Il PIL reale è diminuito del 37% dal 1991 e del 21% dall'inizio della guerra.
I danni fisici e mentali subiti da coloro che sono rimasti in Ucraina sono stati immensi. Particolarmente preoccupante è il calo del rendimento scolastico dei bambini ucraini. Gli studi dimostrano che una guerra durante i primi cinque anni di vita di una persona è associata a un calo di circa il 10% dei punteggi relativi alla salute mentale quando questa raggiunge i 60-70 anni. Quindi il problema non sono solo le vittime della guerra e l'economia, ma anche i danni a lungo termine subiti dagli ucraini che sono rimasti nel Paese.
Nonostante la guerra, negli ultimi due anni si è registrata una certa ripresa economica in Ucraina, almeno in termini di PIL. I porti ucraini sul Mar Nero sono ancora funzionanti e il commercio scorre verso ovest lungo il Danubio, ma in misura minore per ferrovia. Nel frattempo, l'agricoltura ha registrato una modesta ripresa. Ciononostante, la produzione di ferro e acciaio rimane ancora a una frazione del livello prebellico, passando da 1,5 milioni di tonnellate al mese prima della guerra a soli 0,6 milioni al mese. Alla fine del 2025, la produzione industriale in Ucraina è diminuita del 3,5% su base annua.
L'Ucraina ha sempre meno persone abili al lavoro o alla guerra. Analisi indipendenti mostrano un tasso di disoccupazione instabile ma costantemente alto, che ha raggiunto il picco del 22,8% alla fine del 2025. Oltre l'80% dei disoccupati sono donne, dato che gli uomini sono stati per lo più arruolati nelle forze armate. E la metà dei giovani (sotto i 35 anni) non ancora arruolati non lavora. C'è una grave carenza di personale qualificato, che ha per lo più lasciato il Paese. Il governo è così disperato nel reclutare uomini per l'esercito che ha fatto ricorso a “bande di reclutatori” che vagano per le strade giorno e notte per catturare persone e costringerle ad andare al fronte.
L'Ucraina dipende ancora totalmente dal sostegno dell'Occidente. Ha bisogno di almeno 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere i servizi governativi, aiutare la popolazione e mantenere la produzione. Inoltre, ha bisogno di altri 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere le forze armate. Dall'inizio dell'invasione su larga scala da parte della Russia, oltre la metà del bilancio statale, pari al 26% del PIL, è stata spesa per la difesa. L'Ucraina ha fatto affidamento sull'UE per i finanziamenti civili, mentre si è affidata agli Stati Uniti per tutti i finanziamenti militari: una vera e propria “divisione dei compiti”. Ma da quando l'amministrazione Trump è entrata in carica nel 2025, gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto i loro aiuti militari diretti e hanno invece esortato gli europei a prendere il testimone, sia per i finanziamenti civili che militari.
Nel 2025 gli aiuti europei sono aumentati in modo significativo, con un incremento del 67% degli aiuti militari e del 59% degli aiuti finanziari e umanitari. La quota degli aiuti civili totali dell'UE è salita dal 50% circa all'inizio della guerra, al 90%. Tuttavia, a causa del ritiro degli Stati Uniti, nel 2025 gli aiuti militari sono diminuiti complessivamente del 13% e i finanziamenti civili sono diminuiti del 5% in termini reali.
Gli aiuti militari dell'Europa dipendono solo da alcuni paesi dell'Europa occidentale, principalmente Germania e Regno Unito, che hanno rappresentato circa i due terzi degli aiuti militari dell'Europa occidentale tra il 2022 e il 2025. L'UE è ora bloccata nel tentativo di trovare fondi per l'Ucraina. Il suo piano di utilizzare le attività valutarie russe congelate è fallito perché i detentori di tali attività, Euroclear in Belgio, temevano pesanti perdite nei tribunali internazionali. Un nuovo piano dell'UE per fornire circa 100 miliardi di dollari attraverso l'emissione di titoli di Stato è ancora in sospeso.
Il FMI e la Banca Mondiale hanno offerto assistenza monetaria, ma in questo caso l'Ucraina deve dimostrare di avere “sostenibilità”, ovvero di essere in grado, prima o poi, di rimborsare eventuali prestiti. Quindi, se i prestiti bilaterali da parte degli Stati Uniti e dei paesi dell'UE (e si tratta principalmente di prestiti, non di aiuti a fondo perduto) non si concretizzeranno, l'FMI non potrà estendere il suo programma di prestiti. Una nuova rata di prestito di circa 8 miliardi di dollari sta per essere annunciata dall'FMI per il 2026.
Tutto ciò ci riporta alla questione di cosa accadrà all'economia ucraina, se e quando la guerra con la Russia giungerà al termine. Secondo le ultime stime della Banca Mondiale, ipotizzando che la guerra finisca quest'anno, i costi per il recupero e la ricostruzione dell'Ucraina ammonteranno a 588 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Si tratta di una cifra pari a tre volte il suo attuale PIL. Tuttavia, anche questa stima potrebbe essere sottostimata. La stessa Ucraina stima che saranno necessari 1.000 miliardi di dollari, di cui quasi 400 miliardi per la ricostruzione del settore energetico, 300 miliardi per gli alloggi e le infrastrutture urbane, 200 miliardi per i corridoi di trasporto e la logistica e 100 miliardi per i servizi sociali e le istituzioni pubbliche. Questo totale equivale a sei anni del precedente PIL annuale dell'Ucraina. Si tratta di circa il 2,0% del PIL annuo dell'UE, o dell'1,5%, per cinque anni, del PIL del G7. Anche se la ricostruzione procedesse bene e supponendo che tutte le risorse dell'Ucraina prebellica fossero ripristinate (l'industria e i minerali dell'Ucraina orientale sono ora nelle mani della Russia), l'economia (PIL) sarebbe comunque inferiore del 15% rispetto al livello prebellico. In caso contrario, la ripresa sarà ancora più lunga.
La Commissione Europea ha annunciato un European Flagship Fund (fondo equity europeo per la ricostruzione), presumibilmente un “veicolo di capitale” congiunto sostenuto dall'UE, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, dalla Polonia e dalla Banca Europea per gli Investimenti, con lo scopo di mobilitare investimenti pubblici e privati su larga scala per la ricostruzione postbellica dell'Ucraina. In effetti, ciò significherebbe l'acquisizione dell'economia e delle risorse dell'Ucraina da parte degli investitori occidentali. Allo stato attuale, gran parte delle risorse ucraine rimaste (quelle non annesse dalla Russia) sono già state vendute ad aziende occidentali. Complessivamente, il 28% dei terreni coltivabili dell'Ucraina è ora di proprietà di un mix di oligarchi ucraini, società europee e nordamericane, nonché del fondo sovrano dell'Arabia Saudita. Nestlé ha investito 46 milioni di dollari in un nuovo stabilimento nella regione occidentale di Volyn, mentre Bayer, il gigante tedesco dei farmaci e dei pesticidi, prevede di investire 60 milioni di euro nella produzione di semi di mais nella regione centrale di Zhytomyr. MHP, la più grande azienda avicola ucraina, è di proprietà di un ex consigliere del presidente ucraino Poroshenko. Negli ultimi anni, MHP ha ricevuto più di un quinto di tutti i prestiti concessi dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). MHP impiega 28.000 persone e controlla circa 360.000 ettari di terreno in Ucraina, un'area più grande del Lussemburgo, membro dell'UE.
Il governo ucraino è impegnato in una soluzione di “libero mercato” per l'economia del dopoguerra che includerebbe ulteriori fasi di deregolamentazione del mercato del lavoro, al di sotto persino degli standard minimi dell'UE, ovvero condizioni di sfruttamento dei lavoratori, tagli drastici alle imposte sulle società e sul reddito, insieme alla completa privatizzazione dei beni statali rimanenti. Tuttavia, le pressioni di un'economia di guerra hanno, per ora, costretto il governo a mettere queste politiche in secondo piano, dando priorità alle esigenze militari.
L'obiettivo del governo ucraino, dell'Unione Europea, del governo degli Stati Uniti, delle agenzie multilaterali e delle istituzioni finanziarie americane ora incaricate di raccogliere fondi e destinarli alla ricostruzione, è quello di ripristinare l'economia ucraina come una specie di zona economica speciale, con denaro pubblico a copertura di eventuali perdite del capitale privato. L'Ucraina sarà priva di sindacati, di qualsiasi regime fiscale e normativa severa per le imprese e di qualsiasi altro ostacolo importante agli investimenti di capitale occidentale in alleanza con gli ex oligarchi ucraini.
Russia: l'economia di guerra
E la Russia? Per un certo periodo, all'inizio del 2022, l'invasione russa dell'Ucraina per conquistare le quattro province di lingua russa nel Donbass, ha paradossalmente dato una spinta all'economia. La Russia è riuscita a superare le sanzioni occidentali, investendo quasi un terzo del suo bilancio nella spesa per la difesa. Nonostante fosse stata tagliata fuori dai mercati energetici europei, è riuscita a diversificare i propri approvvigionamenti verso la Cina e l'India, utilizzando, in parte, una flotta “ombra” di petroliere (cioè non assicurate dall'Occidente) per aggirare il tetto dei prezzi che i paesi occidentali speravano avrebbe ridotto le risorse belliche del paese. La Cina ora assorbe il 45% di tutte le esportazioni petrolifere russe e la Russia è diventata il principale fornitore di petrolio della Cina.
Le importazioni cinesi in Russia sono aumentate di oltre il 60% dall'inizio della guerra, e sono cresciute del 26% nel 2025, poiché la Cina ha fornito alla Russia un flusso costante di merci, tra cui automobili e dispositivi elettronici, colmando il vuoto lasciato dalle importazioni occidentali.
Tuttavia, la guerra ha intensificato una grave carenza di manodopera all'interno della Russia. Come l'Ucraina, anche la Russia è ora alla disperata ricerca di personale, sebbene per ragioni diverse. Anche prima della guerra, la forza lavoro russa era in calo a causa di naturali fattori demografici. Poi, all'inizio della guerra nel 2022, circa 450.000 lavoratori russi e stranieri, appartenenti alla classe media nei settori delle Tecnologie informatiche, della finanza e della gestione, hanno lasciato il Paese. Nel frattempo, l'esercito russo deve reclutare tra i 10.000 e i 30.000 soldati ogni mese, sottraendo manodopera alla produzione interna. Per potenziare le forze armate, la Russia ha reclutato detenuti e altre persone con contratti a tempo determinato. La spinta iniziale all'economia e ai salari, derivante dall'enorme spesa per la difesa, ha cominciato a diminuire. Inoltre, i prezzi globali del petrolio sono scesi ben al di sotto del livello di pareggio per le entrate petrolifere russe.
Le entrate della Russia derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano fino al 50% delle entrate statali, sono diminuite del 27% su base annua. L'inflazione è intorno all'8%, in calo rispetto ai picchi a doppia cifra, ma la banca centrale russa mantiene ancora i tassi di interesse al 16%, rendendo impossibile a famiglie e imprese di contrarre prestiti per investire o acquistare beni di grande valore. Ora la spesa bellica supera il 7% del PIL annuale. Nonostante l'aumento della tassazione, il forte aumento del deficit di bilancio per finanziare la guerra sta prosciugando il fondo sovrano russo, costringendo le autorità monetarie a prendere in considerazione la monetizzazione dei deficit.
Tuttavia, la Russia dispone ancora di ingenti riserve valutarie e di un basso rapporto tra debito pubblico e PIL. Anche se le entrate da esportazione dovessero crollare, il sistema bancario, in gran parte di proprietà statale, dispone di ingenti riserve di liquidità che potrebbero essere utilizzate, e le banche potrebbero anche essere indirizzate ad acquistare titoli di Stato, come è avvenuto alla fine del 2024. Se tutto il resto fallisse, la banca centrale potrebbe acquistare titoli di Stato, monetizzando così il debito, anche se ciò comporterebbe un forte deprezzamento del rublo e quindi un aumento dell'inflazione.
L'economia russa è entrata più debole nel 2026 rispetto all'anno precedente, con una crescita in calo e prezzi del petrolio ben al di sotto delle previsioni di bilancio.
Gli indici relativi ai servizi e alle attività manifatturiere (PMI - Piccole e Medie Imprese) hanno registrato un forte calo e sono ora in recessione. Le stime relative alla crescita reale del PIL per l'intero anno sono state riviste al ribasso, portandole a meno dell'1% per il 2025. L'Istituto di previsioni economiche dell'Accademia russa delle scienze prevede una crescita dello 0,7% nel 2025 e dell'1,4% nel 2026, con una crescita fino a circa il 2% nel 2027. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dello 0,6% nel 2025 e dell'1% nel 2026.
In effetti, l'economia russa, come molte altre nell'OCSE, è in una fase di “stagflazione” (in cui l'inflazione dei prezzi rimane alta, ma la produzione ristagna). Il “keynesismo militare” della Russia non sta più dando i risultati sperati, come in passato. Di conseguenza, qualsiasi opposizione alla guerra viene repressa senza pietà. Il dissidente antimilitarista più famoso è il marxista Boris Kagarlitsky, arrestato nel luglio 2023 e condannato a cinque anni in una colonia penale. Ma ce ne sono altri. Nel novembre 2025, i membri di un piccolo circolo di studio marxista della città di Ufa sono stati condannati a 24 anni, accusati di “terrorismo” e “cospirazione per rovesciare il governo” per aver letto le opere di Marx.
Tuttavia, nonostante queste pressioni sull'economia russa e la crescente austerità per il popolo russo, non ci sarà alcun collasso finanziario come sostengono molti commentatori occidentali. Questo pio desiderio è stato all'ordine del giorno di molti “esperti” occidentali durante tutti e quattro gli anni di guerra. Ma l'economia russa è sopravvissuta ed ha tutte le prospettive di essere sufficientemente forte per continuare la guerra fino al 2026 e oltre. A differenza dell'Ucraina, la Russia può aumentare il debito perché ha un stock del debito [debito commerciale residuo] relativamente basso e le tasse possono ancora aumentare. La banca centrale può stampare moneta e il governo può continuare a nazionalizzare le imprese per rafforzare l'economia di guerra.
Sarà diverso se e quando la guerra finirà. La produzione bellica è fondamentalmente improduttiva per l'accumulazione di capitale nel lungo periodo. L'economia russa tornerà all'accumulazione di capitale civile quando la guerra finirà. A quel punto i settori produttivi della Russia saranno esposti. È molto probabile che si verifichi una recessione postbellica. L'economia russa rimane fondamentalmente legata alle risorse naturali. Si basa sull'estrazione piuttosto che sulla produzione manifatturiera. La Russia rimane tecnologicamente arretrata e dipendente dalle importazioni di alta tecnologia. La Russia non è un attore di rilievo in nessuna delle tecnologie all'avanguardia: dall'intelligenza artificiale alla biotecnologia. Al di là delle armi e dell'energia nucleare, deve ancora produrre tecnologie adatte a un mercato di esportazione competitivo, con le prime già soggette a sanzioni e le seconde sul punto di esserlo.
Il calo demografico, il declino della qualità dell'istruzione universitaria, la rottura dei legami con le scuole internazionali e la fuga dei cervelli aggravano questi problemi. Il divario tecnologico è destinato ad aumentare, con la Russia che dipenderà sempre più dalle importazioni cinesi e dal reverse engineering (copying). La crescita potenziale del PIL reale della Russia non supererà probabilmente l'1,5% all'anno, poiché la crescita è limitata dall'invecchiamento, dal calo della popolazione e dai bassi tassi di investimento e produttività. Il messaggio di fondo è che la Russia rimarrà economicamente debole per il resto di questo decennio.
E la pace?
A mio avviso, ci sono poche prospettive di un accordo di pace nel prossimo futuro. Quando è entrato in carica lo scorso anno, il presidente Trump ha dichiarato che avrebbe risolto la guerra in Ucraina entro una settimana. Ora, nel 2026, continuano negoziati interminabili senza alcun segno di accordo. L'attuale leadership ucraina si oppone a qualsiasi accordo che comporti la perdita di territori (compresa la Crimea) e qualsiasi veto sulla futura adesione alla NATO. I leader europei hanno dichiarato che sosterranno l'Ucraina, continueranno a finanziare la guerra e a fornire sostegno militare. I russi rifiutano di fare concessioni sulle loro posizioni raggiunte – secondo cui il Donbass e la Crimea fanno ora parte della Russia – sostengono che i russofoni all'interno dell'Ucraina devono essere protetti dalla repressione e dalla discriminazione, che l'Ucraina deve rinunciare ad aderire alla NATO e che le sue forze armate devono essere ridotte a livelli puramente difensivi. A loro volta, gli europei minacciano di inviare truppe in Ucraina per sostenere un presunto “cessate il fuoco”.
Si tratta di una situazione di stallo simile alla guerra di Corea degli anni '50 (che ufficialmente non è ancora finita!). La guerra sembra destinata a risolversi sul fronte, piuttosto che con la diplomazia. Quindi continuerà con altre migliaia di soldati vittime, privazioni per gli ucraini e un peggioramento del tenore di vita per la maggior parte dei russi.
La guerra non solo ha distrutto l'Ucraina, ma ha anche indebolito gravemente l'economia europea, poiché i costi di produzione sono saliti alle stelle con la perdita delle importazioni di energia a basso costo dalla Russia. Ad esempio, il Regno Unito ha ora i costi dell'elettricità e dell'energia più alti al mondo (con la Germania non molto indietro)! Da un recente sondaggio della Confederazione britannica delle imprese (CBI) è emerso che il Regno Unito ha prezzi industriali superiori di quasi due terzi della media dei paesi dell'Agenzia internazionale per l'energia (AIE), e i più alti tra i membri del G7. I prezzi dell'elettricità nel Regno Unito sono circa il doppio della media dell'UE. Le imprese britanniche devono attualmente sostenere costi dell'elettricità superiori di circa il 70% rispetto a quelli pre-crisi, mentre i costi del gas sono superiori di oltre il 60%. Inoltre, di conseguenza, quattro aziende su dieci hanno sostenuto che intendono ridurre gli investimenti.
Ma sembra che i leader europei vogliano continuare la guerra anche se Trump alla fine si dovesse ritirare. Essi sostengono che se l'Ucraina venisse sostenuta ancora per un po', le perdite russe sarebbero più ingenti, l'economia russa crollerebbe e Putin sarebbe costretto a chiedere la pace, per poi essere, forse, destituito. I russi la pensano diversamente: ritengono che l'Ucraina sia in ginocchio e non possa resistere ancora a lungo.
Gli europei ritengono che la Russia sia debole e vicina alla sconfitta, ma allo stesso tempo pensano che invaderà l'Europa una volta sconfitta l'Ucraina: un'analisi davvero contraddittoria. Ma questa argomentazione giustifica un massiccio raddoppio della spesa per la difesa: fino al 5% del PIL delle principali economie europee nei prossimi dieci anni, in modo da potersi “difendere” dall'imminente invasione russa. Ciò è ridicolmente giustificato dal fatto che la spesa per la ‘difesa’ «è il più grande beneficio pubblico di tutti», secondo Bronwen Maddox (che promuove il punto di vista dei Servizi di Sicurezza britannici). La sua conclusione è stata che: «il Regno Unito potrebbe dover contrarre ulteriori prestiti per pagare la spesa per la difesa di cui ha così urgentemente bisogno. Nel prossimo anno e oltre, i politici dovranno prepararsi a recuperare denaro attraverso tagli alle indennità di malattia, alle pensioni e all'assistenza sanitaria... Infine, i politici dovranno persuadere gli elettori a rinunciare ad alcuni dei loro benefici per pagare la difesa».
Ciò comporterà un enorme dirottamento degli investimenti dai servizi pubblici e dalle prestazioni sociali (di cui c'è grande bisogno) e dagli investimenti tecnologici, verso un'improduttiva e distruttiva produzione di armi. Ciò getta un'enorme incertezza sul futuro dell'Europa come entità economica di primo piano per il resto di questo decennio e oltre.
Fonte
15/02/2026
A Trick Of The Tail, i 50 anni del primo atto dei Genesis post-Gabriel
Nel 1976 i Genesis dimostrano di essere un gruppo in grado di far fronte alle peggiori avversità. Al tempo stesso mettono in atto quello che è un inizio di “normalizzazione”. Una normalizzazione che darà vita ad album comunque straordinari (tutti quelli fino a “Duke”), senza però un quid particolare, qualcosa che fino a quel momento li aveva resi un gruppo realmente fuori dal comune. Qualcuno dirà: è lampante, era venuta a mancare la presenza magnetica di Peter Gabriel, la sua voce, il suo istrionismo, i travestimenti. Anche, ma non solo. Gabriel incarnava un mondo realmente alieno, al quale i restanti quattro non avevano accesso. Per sensibilità, spirito avventuroso e carattere, Peter rappresentava la parte malata dei Genesis. Era colui che rovistava nell'animo umano per tirarne fuori il peggio e il meglio, che scavava nelle paure, nei sogni, nella più fervida (e a volte perversa) immaginazione. E questo rendeva la musica tremendamente interessante, unica.
Fino all'abbandono del cantante la proposta dei Genesis era
stata un coacervo di sensazioni disparate: c'era l'aspetto favolistico,
certo, ma anche quello grottesco, brutale, surreale, morboso, a tratti
sgradevole (vogliamo parlare del vecchio lascivo di “The Musical Box”?).
Tutto questo e molto altro aveva reso i dischi del periodo Gabriel
simboli di un rock che si smarcava dai suoi stereotipi per inglobare
universi letterari, gotici, oscuri e luminosi. Gabriel forniva ai
Genesis fisicità, storie, testi, teatralità. I suoi sguardi magnetici e
temibili, l'ironia, la serietà e il misticismo (“Supper's Ready”) lo
avevano trasformato in una rockstar fuori dai cliché, ma enormemente
seduttiva.
Il culmine era stata la saga di “The Lamb Lies Down On Broadway”,
nella quale il cantante era diventato unico autore di una storia oltre
ogni logica nel suo spaziare tra problemi di ego, mutazioni sessuali,
castrazioni, esseri impacchettati nella plastica, donne serpente e tutto
il delirante immaginario. In “The Lamb” la mente di Peter era esplosa,
complice la visione dei capolavori di Alejandro Jodorowsky. Regista
visionario, psichedelico, anche lui malato. Nel frattempo Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins
suonavano da par loro, e osservavano, senza capire il teatro che il
loro cantante aveva messo in atto. Specie tastierista e bassista, non
esenti da un poco di puzza sotto il naso. Amavano lanciarsi in grandi
affreschi sonori ma tutto quello scavo psicologico, quelle ambiguità,
quella freak parade non la comprendevano.
Hackett e Collins stavano un po' nel mezzo. Phil in quel momento era totalmente dentro la musica, suonava con chiunque gli capitasse a tiro e gli interessava crescere come strumentista, cosa che stava facendo, a livelli stellari. Steve era forse il più vicino a Gabriel per interessi comuni e maggiore empatia. Ma era costantemente schiacciato da Banks e Rutherford che lo relegavano sempre ai margini dei mix. Lui se ne stava, fino al punto in cui non ce l'avrebbe più fatta.
Così si giunge al 13 febbraio 1976, data d'uscita di “A Trick Of The Tail”... Peter Gabriel ha abbandonato portando con sé tutto il suo bagaglio di particolarità. La nave Genesis si ritrova a essere guidata principalmente dai soliti Tony e Mike per un album registrato in tempi relativamente rapidi che restituisce l’immagine di una band che ha ritrovato compattezza, che suona con piacere, quasi con sollievo. È un disco che non cerca più di disturbare, ma di affascinare e avvolgere. La magia non è più nell’eccesso, ma nell’equilibrio, in una scrittura che punta a donare emozioni piacevoli più che a lasciare cicatrici. Lo si capisce già dalla copertina, al bando le inquietanti visioni di Rael e via a una sfilata di personaggi (ce n'è uno per ogni canzone) volta per volta simpatici, bizzarri, buffi, teneri. Mai disturbanti.
S'intenda, “A Trick Of The Tail” è un disco comunque straordinario. Lasciate da parte le stranezze di “The Lamb” (che addirittura ospitava accenni funky e paesaggi ambient) i quattro si sentono liberi di tornare alle atmosfere fatate di “Selling England By The Pound”. Ma questo conteneva comunque grandi visioni gabrieliane, specie nei calembour di “Dancin' With The Moonlit Knight” e nell'epopea tra cronaca locale e Monty Python di “The Battle Of Epping Forest”. Ora invece tutto si fa più accessibile, chiaro, in qualche modo comodo. Le vere novità sono rappresentate dagli inediti – ed esaltanti – accenni jazz rock (“Dance On A Volcano”, “Los Endos”) e da “Squonk”, con il suo ritmo tosto che Collins ha mutato, per sua stessa ammissione, da John Bonham.
Per il resto si torna alle atmosfere acustico-incantate a base di 12 corde arpeggiate (“Entangled”, “Ripples”), alle cavalcate in tempi dispari (il solo di tastiere in 13/8 di “Robbery, Assault & Battery”) e fa capolino anche un po' di ironia favolistica/beatlesiana (“A Trick Of The Tail”). A ergersi come punta di diamante una composizione banksiana degna dell'Olimpo come “Mad Man Moon” con una melodia vocale e dei passaggi armonici in stato di grazia divina. Lo stesso Tony sembra prendere definitivamente possesso dello spazio sonoro: Mellotron e ARP Pro Soloist non sono più soltanto strumenti evocativi, ma veri motori narrativi, capaci di sostenere interi brani e di guidarne le dinamiche emotive. In “Dance On A Volcano” e “Los Endos” le tastiere dialogano con la batteria in un gioco di tensioni che conferma una nuova centralità ritmica nel gruppo. Anche Rutherford costruisce fondamenta elastiche che consentono alla musica di muoversi con naturalezza tra i cambi di tempo.
In generale la bellezza si spreca, ma è una bellezza più pulita, patinata, da bravi ragazzi del rock progressivo. Non c'è più il sangue tra i denti, non c'è più il sesso malsano, le visioni di mondi altri, non ci sono Jodorowsky, il macabro vittoriano, le nursery rhymes da incubo e le visioni apocalittiche. Liberi dalle zavorre, i nostri si permettono di girare anche dei video piacevolmente trash, specie quello di “Robbery, Assault & Battery”, con i quattro protagonisti di un'improbabile vicenda di guardie e ladri volutamente sopra le righe. Un gioco autoironico quasi liberatorio: come se finalmente i Genesis potessero permettersi di ridere di sé stessi.
In tutto ciò la grande
rivoluzione: Collins ha esordito come cantante. E anche qui, a livello
tecnico nulla da dire, anzi, il batterista si dimostra anche più abile
del suo predecessore. Però manca qualcosa, manca il ruvido, lo sporco,
il tecnicamente imperfetto ma di grande presa emozionale. Con “A Trick
Of The Tail” i Genesis si danno una bella ripulita. Hanno abbandonato
le intuizioni gabrieliane ma hanno guadagnato in scioltezza
strumentale. I brani hanno perso qualsiasi velleità sperimentale e sono
diventati più godibili, più adatti al pubblico mainstream dell'epoca. Dal punto di vista commerciale, infatti, “A Trick Of The Tail” venderà più di tutti i dischi dei Genesis
fino a quel momento. Una bella iniezione di fiducia per i quattro e un
bel dito medio a chi pensava che fossero finiti con l'abbandono del frontman. Ma tale successo sarà un'arma a doppio taglio.
Ringalluzziti dai
risultati Banks, Rutherford e Collins vorranno sempre più mettersi al
servizio della pop song tout court. I risultati li conosciamo tutti, nel bene e nel male.
13/01/2026
Jack London, i 150 anni di un rivoluzionario
La necessità di scoprire e riscoprire Jack London nel 150° anniversario della sua nascita sta proprio nel fare i conti con l’autenticità, in un momento storico nel quale siamo costantemente sottoposti a una farsa: una vile e sterile propaganda, utile a mantenere uno status quo favorevole a pochi e sfavorevole ai molti, a causa di un sistema economico iniquo.
Una propaganda incentrata sulla paura e sulla colpevolizzazione dei singoli, sui quali vengono fatte ricadere le responsabilità delle problematiche di un sistema che cola a picco e che non è in grado, né può esserlo, di fornire risposte adeguate per migliorare il benessere collettivo.
Parlare di Jack London e riproporlo nel dibattito significa fare una scelta precisa: schierarsi dalla parte dei molti, dei subalterni, di chi lavora e produce, dei disoccupati; significa parlare dei loro interessi e agire in funzione di essi.
Egli, attraverso la crudezza e la schiettezza delle sue opere, era capace di snocciolare grandi temi all’interno di romanzi e racconti con una potenza artistica tanto evocativa quanto persuasiva. La sua penna attirò l’attenzione dell’FBI e del War Department degli Stati Uniti. Quest’ultimo, il 4 settembre 1942, redasse un rapporto in cui dichiarava:
«I documenti del War Department dimostrano come i lavori di Jack London fossero tra i migliori testi di propaganda disponibili nel 1927».[1]
Nel rapporto dell’FBI si legge invece: «Molti dei lavori di London rimandano a idee radicali, magari non apertamente, ma in modo tale da essere così convincenti da poter essere considerati tra i migliori scritti di propaganda esistenti».[2]
Questa sua abilità di scrittore fu il frutto di un metodo rigoroso e della trasposizione, in larga parte, della sua intensa vita all’interno delle opere. Quando decise di diventare scrittore e di “vendere” il proprio cervello, adottò una disciplina ferrea che consisteva nello scrivere mille parole al giorno. Ciò lo portò ad ampliare il suo vocabolario, che sarebbe stato messo al servizio delle sue opere, impregnate di grande fluidità e di notevoli capacità descrittive.
Dedicò buona parte della sua vita alla scrittura, proprio con l’obiettivo di sfuggire alle fatiche dei molti lavori manuali che aveva svolto, tra i quali, per citarne alcuni, quello di marinaio, scaricatore di porto, cercatore d’oro e lavandaio. In quest’ultimo, dopo l’abbandono di quell’odiato mondo accademico, arrivò a lavorare fino a ottanta ore a settimana.
Questi lavori li descrisse e li riversò nelle sue opere: ecco perché le narrazioni nei racconti e nei romanzi risultano tanto veritiere quanto dettagliate. Lo stesso vale per la descrizione di personaggi come Radiosa Aurora e Malemute Kid, incontrati nei saloon, nelle baite e nelle taverne durante i suoi viaggi sulle piste del Klondike, così come per i molti altri conosciuti nelle avventure per mare o lungo la strada. Per queste ragioni risultano estremamente accurate anche le descrizioni dei paesaggi del Grande Nord e delle Hawaii, così come quelle di eventi e scioperi.
Quando ci parla di quei paesaggi è perché vi è stato; quando racconta dei tumulti di San Francisco, delle riunioni operaie o delle conferenze socialiste è perché vi ha preso parte; quando descrive le torture nel carcere di Folsom e le condizioni dei detenuti è perché le ha vissute in prima persona, dopo essere stato arrestato per vagabondaggio. Quando ci restituisce la condizione degli ultimi negli East End londinesi è perché anche lui è stato, realmente, tra il popolo degli abissi.
Le riflessioni che London elabora sulla società sono simili all’analisi di uno scienziato che, armato di lente d’ingrandimento, non si ferma alla realtà data, fenomenica, ma analizza in profondità i processi. Proprio nel solco tracciato da Marx, egli parla degli ultimi, trattando la società come una realtà divisa in classi: esplicitamente ne Il tallone di ferro, implicitamente in Martin Eden, per citare solo due esempi.
Attraverso London possiamo osservare tutte le degenerazioni insite nella società capitalistica, da quelle materiali a quelle morali, accentuate dalle disuguaglianze sociali che generano profitto e tempo libero per pochi, mentre producono fatica e sottrazione di tempo per i molti. Viviamo in una società formalmente egualitaria, dove tutti sono apparentemente sullo stesso piano: sia chi parte da condizioni di netto svantaggio, sia chi possiede tutti gli strumenti necessari per “competere”. Una società che si regge sul falso mito del merito.
Emblematico è il caso del pugile Tom King, che affrontò un incontro malnutrito e si recò addirittura a piedi al match per sfidare l’avversario: i due pugili non partirono certo dalle stesse condizioni.
Parlare degli ultimi, dei molti, è indispensabile per poter parlare della società e di come migliorarla. Gli interessi della collettività coincidono con quelli dei singoli, e solo una società fondata sull’interesse di tutti può realmente soddisfare l’interesse individuale. Dobbiamo essere capaci di sentire lo schiaffo inferto sul volto degli oppressi – per dirla con Martí – per poter costruire una società nuova, un nuovo Umanesimo.
È possibile uscire dalle condizioni imposte e subite dai molti solo attraverso la collaborazione. Le specie che meglio collaborano sono quelle che riescono a sopravvivere: London, grande lettore di Darwin, lo comprendeva bene. È proprio in questa prospettiva di interesse di classe e di bisogno di un nuovo umanesimo che Jack London va letto.
Non a caso è stato letto da Guevara, Stalin, Trotsky, Lenin e Krupskaja. Il primo ricordò il racconto Accendere un fuoco, in particolare la scena dell’uomo che si appoggia a un tronco dopo lo spegnimento del fuoco durante una sosta nelle gelide distese dell’Alaska, proprio nell’istante in cui le truppe di Batista lo colpirono. Stalin possedeva nella sua vasta biblioteca diversi libri di Jack London. Trotsky lesse certamente Il tallone di ferro: esiste una sua corrispondenza con Joan London, figlia dello scrittore, nella quale si discute proprio di quell’opera. Infine Lenin e Krupskaja lessero diversi racconti di London negli ultimi giorni di vita di Lenin, tra cui Che cos’è la vita per me.
Sicuramente molti altri marxisti lessero Jack London. Egli, naturalmente a causa delle sue idee, fu più letto in Unione Sovietica che negli Stati Uniti: nella prima metà del Novecento furono pubblicati oltre dieci milioni di libri di London in URSS, contro circa un milione negli USA.
Scoprire e riscoprire lo “strumento” London significa dunque muoversi verso l’autenticità, verso il bisogno di giustizia sociale e di verità tanto cari a Jack London, che con il suo attivismo seppe schierarsi dalla parte giusta della storia.
«Se sopprimete la verità, se nascondete la verità, se non vi alzate a parlare nelle riunioni, se parlando alle riunioni non dite tutta la verità, allora siete meno veri della verità. Lasciatemi guardare in faccia la verità, ditemi com’è fatta la verità».
Jack London
Note
1 London, Jack – Rivoluzione, Mattioli 1885 (Fidenza: Mattioli 1885 spa 2016) pag. 184
2 Ivi, pag.186
Fonte
11/01/2026
Dieci anni senza il Duca Bianco
La carriera di David Bowie,
scomparso dieci anni fa (10 gennaio 2016), è stata uno spettacolare
slalom tra i generi, una costante opera di metamorfosi, con lo sguardo
proiettato (quasi) sempre al futuro. Per onorare la sua memoria, abbiamo
cercato di ricostruirla proprio attraverso dieci fondamentali svolte
che l'hanno caratterizzata.
1. La prima hit: “Space Oddity”
Il giovane David Jones alias Bowie
del debutto su Lp è un cantautore talentuoso ma ancora acerbo, che
continua tuttavia ad assorbire come una spugna esperienze di ogni
genere. A folgorarlo è anche una visione cinematografica: il film “2001: Odissea nello spazio” (1968) di Stanley Kubrick.
Il senso di straniamento della pellicola si salda alle fascinazioni
della narrativa di fantascienza, al culmine di quel clima neopositivista
che un anno dopo avrebbe portato l’uomo sulla Luna. Un cortocircuito
virtuoso, per il futuro Starman. “Era il senso di isolamento che stavo
provando in quel momento – racconterà – è stata davvero una rivelazione.
Ha composto la canzone nella mia mente”. E che canzone... Space Oddity è
il singolo che l’11 luglio del 1969 catapulta il giovane artista
londinese nell’orbita delle classifiche. È la prima, grande svolta della
sua carriera.
Dopo una prima demo provvisoria, è la Mercury a offrirgli l’occasione per incidere la versione finale del brano. Bowie prova invano a coinvolgere l’amico Tony Visconti, che lo assisterà in cabina di regia in larga parte della sua carriera. Ma il produttore rinuncia, lasciando che a mettere le mani su quell'esperimento sia un suo giovane collega, Gus Dudgeon. Anni dopo, Visconti si pentirà della sua intransigenza: “Pensavo che la canzone fosse una marchetta per fare soldi sul primo atterraggio sulla Luna. Mi sono preso a calci molte volte da allora, perché mi ero completamente sbagliato”. Già, perché la maestosa Space Oddity resterà uno dei vertici di Bowie, con le sue sette sezioni distinte, gli arrangiamenti sinfonico-psichedelici di Paul Buckmaster e una struttura simile alla riproduzione del suono di un razzo in fase di decollo.
Registrata il 20 giugno del 1969 nello studio Trident di Londra, la canzone è concepita con precisione chirurgica: dall’avvio sinistro, scandito dalla voce di Bowie persa nello spazio, all’improvviso sussulto dello stylophone, dall'ingresso tempestivo del basso di Herbie Flowers e del Mellotron di Rick Wakeman (Yes) a un ritornello epico e struggente, fino alla coda strumentale dissonante.
Incentrata sulla saga dell'immaginario astronauta Major Tom, “Space Oddity” è la capostipite di quel filone fantascientifico che diverrà una delle chiavi di volta del repertorio bowiano. Il Cosmo infinito come metafora di uno spazio interiore: “Quei temi e quei personaggi avevano la funzione metafisica di esprimere quanto fossi alienato – spiegherà Bowie nel 1997 – di comunicare che mi sentivo estraneo alla società e che ero in cerca di qualche forma di collegamento”. Contenuti che riflettono anche la sua ansia esistenziale, l’angoscia della mortalità e dell’oblio, il conflitto permanente tra razionalità e esoterismo, laicismo e spiritualità. Con quella memorabile ingiunzione della Base di Controllo (“Chek ignition and may God’s love be with you”) a fungere quasi da ideale sintesi a questi aspetti contrapposti della sua personalità.
La canzone viene pubblicata l'11 luglio 1969, nove giorni prima dello sbarco dell'Apollo 11 sulla Luna, e la BBC la usa come colonna sonora per i suoi servizi sul tema. Il suo successo (n. 5 in UK) sarà tale da spingere Bowie a realizzarne persino versioni in altre lingue, tra cui l'improbabile “Ragazzo solo, ragazza sola”, con testo di Mogol, per il mercato italiano. (Claudio Fabretti)
2. La svolta glam e l’era di Ziggy Stardust
Se Ziggy Stardust è il personaggio che incarnerà anche fisicamente l’era glam di Bowie, i segnali della svolta erano già presenti tra i solchi di “Hunky Dory” (1971), il primo capolavoro della decade aurea del dandy londinese. A cominciare da quella ballata definitiva che prende il nome di “Life On Mars?”. Arrangiamenti sontuosi, chitarre taglienti, archi, cantato teatrale e atmosfere melodrammatiche avevano già sancito l’abbraccio con il movimento esploso in Inghilterra sull'onda dei T. Rex di Marc Bolan, in un profluvio di lustrini e paillettes, piume e rimmel, stivali e tutine spaziali. "Rock'n'roll col rossetto", l’avrebbe definito John Lennon. In questo carnevale delle vanità, Bowie si specchia nel suo camerino alla ricerca della giusta maschera per incantare il pubblico. La risposta verrà dalla combinazione impossibile tra un essere interstellare e un attore del teatro giapponese Kabuki: il primo, grande personaggio della sua galleria.
Quando l’alieno di nome Ziggy Stardust cade sulla Terra, l’effetto è spiazzante, al punto da ingenerare il sospetto che forse, stavolta, si sia un po’ esagerato. Chi avrebbe scommesso un penny su questo extraterrestre in calzamaglia, dalla chioma color carota e dal trucco da drag queen? Eppure, sarà proprio nei suoi panni che David Bowie raggiungerà per la prima volta quella fama mondiale a lungo inseguita e mai più abbandonata. Fin dal nome, si intuisce l’ascendenza di Iggy Pop, incarnazione del frontman oltraggioso e animalesco, ma alla creazione della maschera contribuiscono anche la lezione dei padri nobili del rock – da Little Richard a Gene Vincent, da Mick Jagger a Lou Reed – e ad aggiungere l’indispensabile tocco di follia sono altri improbabili numi tutelari come, Vince Taylor, rocker dei Sixties morto pazzo e suicida, e il bizzarro bluesman americano The Legendary Stardust Cowboy.
Ziggy è “un incrocio tra Nijinsky e Woolworths”, come lo definirà il suo autore, che gli affida il ruolo di messia di una rivoluzione rock della durata di una stagione sola: il tempo che intercorre tra la sua ascesa e la sua caduta (“The rise and fall”). E in questa parabola c'è tutta la rappresentazione dell'arte di Bowie: la messa in scena del warholiano "quarto d'ora di celebrità", l'edonismo morboso di Dorian Gray, la parodia del divismo e dei miti effimeri della società dei consumi e, non ultimi, i presagi di un cupo futuro orwelliano. "Extraterrestre", e quindi libero dai tabù sessuali che incatenano l'umanità, Ziggy è la quintessenza dello spirito glam, ma anche una caricatura del divo, destinato a essere idolatrato dal pubblico e stritolato dallo star-system. La finzione scenica, però, prevarica presto la realtà e Bowie si incarnerà nel suo alter ego fino a immolarlo sul palco, donandogli l'immortalità.
Il colpo di fulmine con il pubblico britannico scatta ufficialmente il 5 luglio 1972, quando dagli schermi di Top of the Pops (Bbc) affiorano i bianchi polpastrelli di Bowie intenti a strimpellare una chitarra azzurra, quindi il primo piano svela il rocker dai capelli rossi, stretto in una luccicante tutina policroma, attorniato dagli Spiders from Mars mentre intona i versi del suo nuovo inno “Starman”. Il messaggio recapitato dall’Uomo delle stelle folgora un’intera generazione di giovani britannici, tanti musicisti inclusi (dai Cure a Siouxsie and The Banshees). Alla saga dell’alieno sarà quindi dedicato un intero album, aperto dalla profezia apocalittica della distopica “Five Years” e proiettato in un sogno a occhi aperti: “Moonage Daydream”, l'Era lunare è arrivata e con essa il suo messia, con tanti ringraziamenti al pioniere glam Marc Bolan, cui è dedicata la languida “Lady Stardust”, e un destino crudele in agguato: un “Rock And Roll Suicide”, il commiato del disco, nonché il brano con cui, il 3 luglio 1973, al termine di un concerto londinese, Bowie annuncerà la morte di Ziggy.
Nelle 11 tracce dell’Lp riluce tutto l'arsenale glam: dalle voci enfatiche ed effeminate alle chitarre affilate, dagli arrangiamenti pomposi d'archi alle melodie struggenti, in un’alternanza di ballate romantiche e di rock'n'roll elettrificati e tiratissimi, anticipatori del punk che verrà: “Eravamo tutti figli bastardi di Ziggy Stardust”, dirà Gavin Friday dei Virgin Prunes a proposito della generazione punk.
La saga di Ziggy impazza in tutto il mondo e contribuisce a lanciare il glam-rock come moda universale. Così ecco una saetta multicolore che scocca in pieno viso, un po’ di cerone bianco, un leggero ritocco al make-up, e l'epopea glam può proseguire un anno dopo con “Aladdin Sane”, altro prezioso contenitore di ballate teatrali (da “Time” a “Lady Grinning Soul”) e suoni grezzi alla Stones (“Watch That Man”, “Craked Actor”, “Panic In Detroit”) con il jazz avanguardista della sincopata title track ad aggiungere nuove suggestioni. "Ziggy in America", lo ribattezzerà Bowie, ponendo l'accento sull'anima rock'n'roll che lo pervade, ma anche sui testi, in cui la realtà degli States è trasfigurata in una serie di pannelli sonori, ora futuristi e allucinati, ora parodistici o malinconicamente trasognati. Ma con “Aladdin Sane” (1973) si inizia a celebrare anche il requiem dell'era glam: Bowie ha intuito che quella scena musicale è ormai asfittica, incapace di rinnovare la freschezza degli albori. Così il 3 luglio del 1973, all’Hammersmith Odeon di Londra, si sbarazza del suo ingombrante alter ego facendolo "morire" sul palco e sciogliendo gli Spiders From Mars. Da quello storico show, il regista D.A. Pennebaker trarrà un celebre film-concerto, girato in 16 mm.
Ma è tutto fuorché un rock’n’roll suicide. Di lì a poco anche l'epopea glam si dissolverà nella polvere di stelle del suo eroe. E Bowie ha già pronti altri progetti, dalle cover di “Pin-Ups” alla cupa messinscena orwelliana di “Diamond Dogs” (1974). Fino alla nuova, clamorosa svolta “plastic soul” di “Young Americans” (1975) che avrebbe seppellito per sempre il “rock’n’roll col rossetto”. (Claudio Fabretti)
3. America e plastic soul
Dopo aver sepolto Ziggy, Bowie è pronto a ricreare da zero il proprio sound partendo dalla sua ossessione per la black music e dalla fascinazione inquieta per gli Stati Uniti, trasferendosi prima a New York e poi a Los Angeles. Assorbe ogni nota intorno a lui, soprattutto ai numerosi concerti all’Apollo Theater di Harlem ai quali viene introdotto dalla cantante Ava Cherry. Qui incontra i brillanti musicisti con cui inizia a suonare e preparare il nono album, in particolare Carlos Alomar alla chitarra e Luther Vandross ai cori, dei quali diventa arrangiatore. Manifesto di questa passione musicale tramutata in blue-eyed soul è l’album “Young Americans” (1975), a partire dall’omonimo brano di apertura: un mix di riff funk taglienti, ottoni caldi, cori gospel e uno speciale tributo a “A Day In The Life” dei Beatles.
La produzione viene fatta ai Sigma Sound Studio di Philadelphia da Tony Visconti alla consolle, la città della Philadelphia International Records e del Philly Soul, un tipo di soul innervato dal funk e ricco di orchestrazioni. Bowie definisce questa svolta stilistica plastic soul, una forma di soul sintetica, alterata dalla sua voce robotica e in parte spogliata dal calore del sound afroamericano. Il brano che più rappresenta il plastic soul è la traccia di chiusura, “Fame”, realizzata con John Lennon, il quale battezza il primo singolo di Bowie a raggiungere la vetta della US Billboard Chart. La vita di Bowie in California assume i tratti di una corsa folle, tra cocaina, assenza di sonno e allucinazioni. In breve produce “Station To Station” (1976), annunciando “The Return of the Thin White Duke” e tributando Nina Simone con “Wild Is The Wind”, rientra poi in Europa. (Maria Teresa Soldani)
4. La trilogia berlinese
È a Berlino Ovest che Bowie risorge dalle proprie ceneri, la città-emblema della cortina di ferro in cui si trasferisce con Iggy Pop frequentandone
l’intensa vita notturna. Sempre con Visconti e con la sua band
americana inizia la produzione della cosiddetta “trilogia berlinese”,
prima a Le Château D'Hérouville e poi agli Hansa By The Wall Studio,
invitando diversi musicisti a suonare, come lo stesso Iggy Pop, ma anche
a collaborare alla scrittura, come nel caso di Brian Eno, quest’ultimo impegnato con la superband kraut-rock Harmonia. Da inizio anni Settanta Bowie ed Eno avevano avuto occasioni per incontrarsi e maturare il desiderio di lavorare insieme, dal concerto di Philipp Glass al Royal College of Art di Londra alle date in cui i Roxy Music
avevano accompagnato il Duca Bianco. La trilogia fonde così due anime
di Bowie, il rhythm’n’blues che tanto aveva amato negli Stati Uniti con
l’elettronica che lo stava affascinando in Europa, soprattutto l’utopia
techno-pop dei Kraftwerk,
fonte di ispirazione anche dal punto di vista visuale. Queste si
rintracciano soprattutto nei primi due capitoli della trilogia, divisi
tra un lato A ricco di canzoni e un lato B denso di sperimentazioni, in
cui si sente l’influenza dell’Eno di “Another Green World” (1975) e
“Discreet Music” (1975): in “Low” (1977) troviamo paradigmi new wave ("Sound And Vision") e riflessioni ambient ("Warszawa"); in “Heroes” (1977) recuperiamo tracce di plastic soul (“The Beauty And The Beast”) e trance kraut
(“V-2 Schneider”), epopee teatrali (“Sons of The Silent Age”) e cupi
intermezzi (“Neuköln”). “Lodger” (1979) esce dopo un anno speso in tour a
presentare i due album precedenti e, nella sua ecletticità art-rock
orientalista, rivela una certa insofferenza per le soluzioni più
rarefatte sperimentate in precedenza, evidente in una pop-tune come “D.J.”.
La
trilogia custodisce uno dei brani simbolo di Bowie, “Heroes”, una
composizione aperta frutto delle sessioni in studio, in cui lo spirito
blues iniziale viene presto trasmutato in avanguardia attraverso i suoni
diradati creati dai feedback di Robert Fripp
e dai sintetizzatori di Eno, sapientemente ricuciti e mixati dalla
maestria di Visconti. Sopra la densa tessitura, che ribolle come un
magma, si staglia ferma ed eterna la voce del Duca Bianco: “I, I wish
you could swim/ Like the dolphins, like dolphins can swim/ Nothing,
nothing will keep us together/ We can beat them, forever and ever/ We
can be heroes / Just for one day”. Dopo anni, sarà proprio Glass –
autore amato da Bowie – a rendere omaggio all’esperienza berlinese,
realizzando le sinfonie di “Low: Symphony” (1993) e “Heroes: Symphony”
(1997). (Maria Teresa Soldani)
5. Il pierrot new romantic di “Ashes To Ashes”
Sound and vision. Musica e immagine. Due componenti inscindibili nell’arte di David Bowie. Già dagli anni Settanta l’artista inglese aveva sviluppato una pionieristica attitudine al videoclip, ma nel decennio successivo, l’era di Mtv, l’avrebbe maturata appieno, ponendosi all’avanguardia (anche) della luccicante stagione della videomusica. A segnare uno spartiacque decisivo è il nuovo singolo “Ashes To Ashes” con il quale Bowie irrompe negli Eighties, accompagnato da un filmato avveniristico, girato da David Mallet. Per l’occasione, Bowie sfodera un nuovo personaggio: un allucinato Pierrot, realizzato dalla costumista Natasha Korniloff. È lui il protagonista della processione del video, ambientata su una spiaggia vicino Hastings, in Inghilterra. Quasi un corteo funebre, guidato dal clown, con un sacerdote, due suore e una ragazza vestita a festa, seguiti da un minaccioso escavatore. In onirica sequenza, si alternano le immagini di un astronauta appeso a un mostruoso macchinario stile “Alien”, prigioniero in una cucina che esplode, poi in una stanza dalle pareti imbottite, prima di staccare nuovamente sulla spiaggia, dove il Pierrot, già ammonito da un’anziana donna (la madre di David?), si inabissa in mare e una pira funeraria brucia immagini e contorni. Polvere alla polvere. Tra il refrain accattivante della guitar synth di Chuck Hammer, ritmi in levare e archi sintetici, contrappuntati dal potente basso funky e dal cantato stratificato di Bowie, già solo musicalmente “Ashes To Ashes” sarebbe un capolavoro. Ma a stregare il pubblico, che la trascinerà in vetta alla Uk Chart, sarà anche il suo video, visionaria espressione dei complessi rimandi intertestuali. A partire dal ritorno del Major Tom trasformato in un “junkie”, un tossico perso in una depressione senza fine.
Ma il Bowie di “Ashes To Ashes” si fa anche pioniere di una nuova sottocultura che sta attecchendo in Gran Bretagna in quei giorni. Una sorta di nuova epopea glamorous che unisce figli degeneri del punk, irrimediabilmente corrotti da un gusto decadente e narcisista. È la stagione new romantic, che mutuerà l’ideologia anticonformista del glam-rock in una nuova ubriacatura di look sgargianti e provocazioni culturali. Ecco allora pirati dal trucco stilizzato, chic effeminati, kids agghindati con abiti geometrici e neo-aristocratici dalle capigliature cotonate. A capitanarli, il gallese Steve Strange, agitatore della nightlife londinese con il suo Blitz Club e fondatore dei Visage, uno dei gruppi-chiave della nuova scena, assieme a Ultravox, Spandau Ballet, Duran Duran, Culture Club, Adam & The Ants, Human League & C. Proprio le canzoni berlinesi del Duca Bianco – oltre ai classici di Moroder, Kraftwerk e Roxy Music – fanno la parte del leone alla console del Blitz, tra le mani del dj Rusty Egan. Incuriosito, Bowie decide di scendere i gradini del seminterrato di Covent Garden per reclutare le comparse del video di “Ashes To Ashes” proprio tra i devoti che davano vita a sfrenati party in suo onore. Un evento messianico, quello del 1° luglio 1980, che i protagonisti racconteranno con intatta emozione nel documentario definitivo di quella stagione, “Blitzed!” (2020). I quattro fortunati che campeggeranno in abiti eccentrici tra le solarizzazioni del celebre corto sonoro saranno lo stesso Strange, la designer Judith Frankland, la stilista Darla-Jane Gilroy e la futura modella Elise Brazier. In un colpo solo, con il clip di “Ashes To Ashes”, Bowie si era messo alla testa della nascente era videomusicale e di una nuova declinazione della new wave in chiave new romantic.
Non tutto il decennio Ottanta proseguirà per lui in modo così ispirato, ma l’inizio è davvero scoppiettante. Anche perché è in arrivo un nuovo, avvincente album, “Scary Monsters” (1980), in cui Bowie farà i conti con i suoi demoni interiori, in una sorta di esorcismo controllato. Un disco pienamente calato in quell’era new wave di cui era stato un pioniere e griffato da un nuovo spiazzante video di Mallet per l’altro singolo “Fashion”. Con il nuovo alter ego Pierrot a campeggiare nel disegno in copertina di Edward Bell. E i frutti si vedranno, con la vetta della UK Chart espugnata ancora. (Claudio Fabretti)
6. La star mondiale di “Let's Dance”
Se
i memorabili (e irripetibili) anni Settanta di Bowie sono stati quelli
delle mille trasformazioni, del camaleontismo come forma d’arte
applicata all’operetta rock, delle fughe improvvise tra New York, Kyoto e
Berlino e soprattutto delle eterne rinascite, al contrario gli anni Ottanta, inaugurati tuttavia con un riuscitissimo capolavoro new wave
come "Scary Monsters (and Super Creeps)" (1980), saranno tutt’altro che
semplici. Il 1983 rimane comunque un anno coraggioso per Bowie, di
certo quello della fatidica svolta commerciale, che arriva con “Let’s
Dance” e proietta il Duca sulle piste da ballo di mezzo mondo,
suggellando una smania, mai recondita, di immergersi finalmente tra
suoni sintetici e battiti che di lì a poco attraverseranno in lungo e in
largo l’intero decennio.
A dar man forte all’idea di far parte
dell’epocale cambiamento in atto e non semplicemente di ammirarlo
lateralmente come una figura ormai del passato, è uno dei santoni della disco-music, ovvero Nile Rodgers (ex-Chic),
che per l’occasione affianca Bowie in due nuove (e inattese)
meraviglie: la tenebrosissima (e trascinantissima) "Cat People (Putting
Out Fire)", scritta a quattro mani con l’altra divinità delle piste, Giorgio Moroder, e destinata alla colonna sonora dell'omonimo film, e una cover altrettanto azzeccata e noir di "Criminal World" dei Metro.
L'album resterà nelle classifiche britanniche per ben 56 settimane,
confermando la bontà dell’idea di Bowie di entrare dalla porta
principale nei club del Pianeta, in particolare grazie all’irresistibile
title track, manifesto dichiarato dei nuovi intenti del
musicista inglese, al passo funkeggiante di "Modern Love" e alla cover
fortunatissima di "China Girl" dell’amicone Iggy Pop, accompagnata per
giunta da un video sexy (purtroppo censurato dalle tv quasi all’istante)
che vede l'ex-icona gay mentre flirta a chiare lettere con una modella
orientale in riva al mare. Ciò che segna la svolta più patinata della
carriera di Bowie è anche la presenza di una strumentazione tanto fitta
quanto sfacciatamente piaciona, tra trombe da cantore r’n’b, un basso
costantemente virtuoso e in prima linea e immancabili assoli di chitarra
con mattatore Stevie Ray Vaughan. (Giuliano Delli Paoli)
7. L'avventura nei Tin Machine
Gli anni Ottanta di David Bowie furono l’enorme successo di “Let’s Dance” ma anche un paio di album oggettivamente meno riusciti, “Tonight” (1984) e “Never Let Me Down” (1987), che successivamente lo stesso Duca Bianco affermò di aver più o meno ripudiato. Nel 1989, per dimostrare di non essere prematuramente avviato verso il viale del tramonto, Bowie per l’ennesima volta decide di cambiare completamente volto, vestendo i panni del rocker metropolitano, costituendo un’inedita rock band nella quale lui sarà “soltanto” il frontman. Con grandissimo tempismo, in piena deflagrazione grunge, nascono i Tin Machine, per i quali David recluta il trentunenne chitarrista Reeves Gabrels e una sezione ritmica formata dai fratelli Tony (basso) e Hunt (batteria) Sales. I quattro suonano un rock’n’roll crudo e diretto, senza filtri, suoni che assumono il sapore del ritorno all’integrità perduta dopo l'edonismo e il disimpegno successivi all’exploit di “Let’s Dance”. Colui che era divenuto una delle massime divinità del rock (e del pop) mondiale torna a suonare in piccoli club, alla ricerca di un nuovo anonimato e di una maggiore prossimità col pubblico.
Il 22 maggio 1989 viene pubblicato “Tin Machine” e, sin dall’iniziale “Heaven’s In Here”, l’intento della formazione è chiaro: rielaborare blues e hard rock per dar vita a un sound grezzo, rumoroso, a tratti selvaggio. Una svolta radicale e coraggiosa che regala ai fan alcune canzoni fra le migliori composte da Bowie dai tempi di “Scary Monsters” (“Prisoner Of Love” e “I Can’t Read” sono fra le imperdibili, ma è davvero difficile trovare momenti deboli in questo album) e un vigoroso omaggio alla memoria di John Lennon (la cover di “Working Class Hero”). Una vera e propria totale rigenerazione che due anni più tardi sfocia nel secondo capitolo, “Tin Machine II” (1991), più levigato del precedente (“Amlapura”, la struggente “Sorry”) e puntellato da tracce che guardano all’airplay radiofonico (a svettare su tutte è “You Belong In Rock’n’Roll”).
Nel 1992 il progetto troverà l’epilogo nel non indispensabile disco dal vivo “Tin Machine Live: Oy Vey Baby” (seguito da altre registrazioni che è possibile rintracciare sulle principali piattaforme in streaming), a certificare quella scossa in grado di riattivare l’energia di Bowie, traghettandolo verso le sperimentazioni che caratterizzeranno i suoi anni Novanta. (Claudio Lancia)
8. Gli esperimenti industrial ed elettronici degli anni Novanta
Gli anni Novanta sono stati il periodo più sottovalutato della carriera di Bowie. Dischi tutti diversi fra loro dalle sonorità sperimentali, iconografia all'avanguardia, collaborazioni importanti e l'inchino riverente di più generazioni di musicisti alla sua figura, ma per contro niente di ciò che ha prodotto è riuscito a catturare il grande pubblico e pure la critica si è rivelata diffidente. Il risultato è che il suo operato di quel decennio è a oggi praticamente dimenticato anche dal pubblico degli appassionati, il che è grave considerandone la qualità.
Terminata l'esperienza Tin Machine, Bowie torna solista con "Black Tie White Noise" (1993), che vede la collaborazione di Nile Rodgers (chitarra) e il jazzista Lester Bowie (tromba). Gli arrangiamenti si muovono fra acid jazz e downtempo, mostrandosi pienamente in linea coi tempi. Anche se la scaletta è appesantita da quattro cover e un paio di remix superflui, il materiale inedito è piuttosto interessante e "Jump They Say" un singolo di lancio eccellente. Nello stesso anno pubblica la colonna sonora per la serie televisiva della BBC "The Buddha Of Suburbia".
Nel 1995 esce "1. Outside", con Brian Eno al suo fianco (è l'unico disco di Bowie effettivamente coprodotto da Eno, a differenza di quanto molti credano), che vira verso l'industrial e porta alla naturale convergenza con i Nine Inch Nails, coi quali l'artista va in tour insieme. È l'album in studio più lungo di Bowie: 19 tracce per oltre 74 minuti di musica. "Hallo Spaceboy" viene remixata dai Pet Shop Boys per una brillante versione dance destinata alle radio, che però non sfonda.
"Earthling" (1997) è ancora più estremo: mantiene le dure chitarre industrial del precedente e vi aggiunge ritmi fratturati tipici della drum and bass. Il suono è denso, proiettato nel futuro, zeppo di campionamenti, i brani polimorfi e frenetici: è il suo capolavoro del decennio e uno dei dischi migliori della carriera, per chi riesce ad accorgersene. Al basso e ai cori vi compare la brillante Gail Ann Dorsey, che tornerà per i quattro album successivi, mentre al piano è confermato Mike Garson, storico turnista di formazione free jazz che era già rientrato a tempo pieno in "1. Outside", dopo aver suonato per Bowie due decenni prima.
"Hours…" (1999) chiude questo periodo di entusiasmo creativo con un approccio più pacato e un songwriting malinconico, che punta su trame di chitarre elettriche e acustiche, ma anche su tessiture d'archi e tastiere: farà di fatto da calco ai successivi "Heathen" (2002) e "Reality" (2003), entrambi meno brillanti. La critica lo stronca con immotivata ferocia, ma "Thursday's Child" nel canzoniere di molti altri figurerebbe fra i pezzi migliori della carriera.
Una menzione speciale per il musicista che l'ha accompagnato con maggior frequenza durante il decennio in questione, Reeves Gabrels, ex-chitarrista dei Tin Machine, cofirmatario di gran parte del materiale dal 1995 al 1999. Meriterebbe di essere riconosciuto come una forza creativa importante nell'universo di Bowie: invece è quasi sempre trattato come una nota a piè di pagina.
Ci sarebbe molto altro da dire: gli anni Novanta sono stati, per esempio, il periodo con i suoi migliori videoclip in assoluto, molti dei quali girati dai migliori registi del campo. Tuttavia, il grande pubblico li ricorderà più per gli eventi che per l'arte: il matrimonio con la fotomodella Iman a Firenze, il quotarsi in borsa, l'essere la prima rockstar a capire davvero le potenzialità di Internet, lo storico concerto per i cinquant'anni al Madison Square Garden nel 1997, con una pletora di ospiti illustri al suo cospetto... e in Italia, per quel che vale, un'esibizione a Sanremo 1997 splendidamente fuori contesto, seguita nel 1999 dal litigio con un imbarazzante Adriano Celentano. (Federico Romagnoli)
9. Gli anni Zero e il ritorno nel 2013 con “The Next Day”
Il nuovo millennio si apre felicemente per David Bowie:
il 15 agosto del 2000 viene alla luce Alexandria Zahra, figlia di David
e della modella Iman Abdulmajid, sposata a Firenze nel 1992. Nei mesi
successivi Bowie riprende la proficua collaborazione con il produttore
Tony Visconti, interrottasi nel 1980 dopo le session di "Scary
Monsters". I risultati del rinnovato sodalizio sono contenuti in due
album pubblicati a distanza di soli quindici mesi: il malinconico “Heathen" nel giugno 2002, il più ritmato “Reality” nel settembre 2003. Con David continuano a suonare musicisti di grandissimo spessore, da Carlos Alomar a Pete Townshend, da Dave Grohl a Tony Levin, da Lisa Germano
a Matt Chamberlain. Accanto ai brani originali, alcuni dei quali
trovano finalmente la quadratura dopo anni di tentativi (fra questi la
sontuosa “Bring Me The Disco King”), il Duca Bianco incide cover di Pixies, Neil Young, Modern Lovers, George Harrison,
queste ultime due (“Pablo Picasso” e “Try Some, Buy Some”) inizialmente
destinate al mai inciso “Pin Ups 2”, che Bowie avrebbe voluto
registrare negli anni Settanta.
I trionfali tour che seguono i due album testimoniano un periodo di forma smagliante, ma proprio quando Bowie sembra inarrestabile, impegnato a raccogliere ovunque plausi unanimi a certificazione di una carriera davvero invidiabile, il 25 giugno 2004, dopo il concerto tenuto all'Hurricane Festival di Scheeßel, viene ricoverato d'urgenza ad Amburgo a causa del blocco di una coronaria. I restanti spettacoli del Reality Tour vengono cancellati. È la fine della carriera live di David Bowie. Negli anni successivi è infatti costretto a restare lontano dalle scene, eccetto alcune rarissime apparizioni: con gli Arcade Fire nel settembre 2005, con David Gilmour a maggio del 2006, con Alicia Keys nel novembre dello stesso anno, quella che resterà la sua ultima partecipazione a uno show. L’assenza discografica di David Bowie (se si eccettuano alcuni preziosi featuring disseminati negli anni) s’interrompe l'8 gennaio 2013, giorno del suo 66º compleanno, quando annuncia un nuovo album, “The Next Day”, anticipato lo stesso giorno dal singolo e dal relativo videoclip “Where Are We Now?”. Il disco viene pubblicato il 12 marzo e sarà un nuovo enorme successo. (Claudio Lancia)
10. L'epitaffio di “Blackstar”
Per comprendere l’ultima straordinaria (e drammatica) svolta della carriera di Bowie, occorre ritornare alle parole più belle mai pronunciate per ricordarlo, dette poco dopo la scomparsa del Duca Bianco dal suo produttore storico e amico di sempre, Tony Visconti: “Ha sempre fatto quello che voleva. E voleva sempre farlo a modo suo e nel modo migliore. La sua morte non è stata differente dalla sua vita, un'opera d'arte. Ha fatto 'Blackstar' per noi, come un regalo. Sapevo da un anno che sarebbe andata così, ma non ero preparato. È stato un uomo straordinario, pieno di amore e di vita. Sarà sempre con noi. Ora, però, è giusto piangere” .
“Blackstar” (2016) ha una duplice mutazione: da un lato suona come epitaffio miracoloso e assolutamente unico nel suo genere di uno degli artisti più importanti del Novecento, e dall’altro lato evidenzia uno stato di grazia semplicemente impensabile appena qualche anno prima, si prenda giusto da esempio il mediocre “Reality” (2003).
Preceduto dall'omonimo brano – già sigla della serie tv "The Last Panthers" – e da un pugno di singoli e videoclip, il disco arriva nei negozi e sulle piattaforme streaming l’8 gennaio 2016, esattamente due giorni prima della morte di Bowie. Si susseguono senza soste echi dello Scott Walker più cupo e inafferrabile, sorprendenti svolazzi elettronici alla stregua dei Radiohead di “Amnesiac” (2001), inaspettate variazioni prog, riuscitissime ballate acustiche e insolite incursioni nel noise-rock costellato da fraseggi blues.
A catturare l’attenzione e a suscitare lacrime, sgomento e stupore assoluto, sarà però il videoclip di “Lazarus”, che mostrano il Duca Bianco decisamente provato in quello che dovrebbe essere il proprio letto di morte. Sono immagini inevitabilmente potentissime che terminano con Bowie che si rinchiude dentro l’armadio, “quasi” come se volesse congedarsi per sempre al suo pubblico.
È l’ultimo fuoco d’artificio lanciato nel cielo e diretto nell’Universo infinito e oltre. (Giuliano Delli Paoli)

