Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

Dischi orribili - Iron Maiden - 2006 - A Matter of Life and Death

Ci sono un sacco di ipotesi sul perché sono più di cinquant’anni che l’uomo non mette piede sulla Luna, da quelle più realistiche a quelle totalmente complottiste, che però sono le più interessanti: tipo, perché ci sono spazioporti alieni sul lato oscuro del nostro satellite, perché la Luna risuona cava se le cade qualcosa sopra e quindi è artificiale, perché le sue dimensioni e la distanza tra la Terra ed il Sole sono in rapporto troppo stretto tra loro per non poter essere il frutto di un qualche studio a tavolino da parte di una avanzatissima e potentissima intelligenza esterna, e blablabla.

L’ipotesi che va per la maggiore tra i complottisti, però, è che era tutto finto, gli americani sulla Luna non sono mai realmente sbarcati, il finto allunaggio fu girato tutto in un teatro di posa per battere sul tempo l’URSS, che altrimenti avrebbe avuto il primato storico dell’uomo sulla Luna dopo quelli del primo essere vivente ad orbitare con successo intorno aulla Terra (la cagnetta Laika) e del primo umano a fare la stessa gita spaziale (Yuri Gagarin). Soprattutto ci si chiede perché mai, pur avendo la tecnologia e la tecnica, e quindi avendo affrontato la parte più ripida della curva di apprendimento, quella più dispendiosa in termini di risorse, poi ad un certo momento abbiamo buttato tutto alle ortiche e abbandonato l’idea per qualche decennio.

Per quello che vale, la mia opinione è che, passato troppo tempo, più che perdere la tecnologia tout-court si è persa la tecnica, e, se anche ad un certo momento c’è stata la velleità di tornarci, semplicemente ci faceva troppa fatica (nel senso che costava troppo, anche in termini di capitale umano) imparare di nuovo a rifare certe cose, senza la minaccia sul collo di qualcun altro che poteva batterci sul tempo. D’altronde è come se uno oggi volesse realizzare una nuova Basilica di San Pietro più o meno come la costruirono nel millecinquecento: a prescindere dal costo esorbitante, non mancherebbero né i materiali, né la tecnologia (figurarsi, ci sarebbero strumenti e possibilità impensabili per l’epoca), anzi, ma a mancare sarebbe la tecnica, cioè il personale capace praticamente, fattivamente, di tirarla su, persino sapendo in teoria come andrebbe fatto. Merda, non c’è più gente capace di fare un muretto a secco, figurarsi una bella basilicona come si faceva cinquecento anni orsono.

Tutto questo panegirico per dire che è possibilissimo che uno disimpari a comporre e magari anche a suonare come faceva un tempo, semplicemente quando tutto sommato non gli serve più e/o non è abbastanza stimolato, peraltro in aggiunta al naturale processo di invecchiamento, quello che prima o poi ci fotte tutti quanti. Poi chiaro, c’è chi invecchia meglio e chi peggio, dipende da tanti fattori e relativamente anche da come si è partiti, e proprio per questo, mentre sto sentendo in cuffia Bruce Dickinson che si svocia su The Greater Good of God (che pure è una delle meno peggio di A Matter of Life and Death), maledico lui, Steve Harris, tutto il resto del gruppo, il produttore Kevin Shirley, il tizio delle pulizie che si occupava dello studio, il portiere dello stabile ma soprattutto voialtri disagiatissimi fanatici, fino all’ultimo mentecatto che berrebbe volentieri qualsiasi deiezione di uno di questi fenomeni da circo Barnum i quali hanno disimparato a fare gli Iron Maiden proprio perché alla fine della fiera non gliene frega più un cazzo di niente da ben oltre i vent’anni celebrati da questo disco, visto che esiste purtroppo una torma di gente che a prescindere da tutto ha giurato fedeltà al nome (e solo a quello, a ben vedere) di un gruppo in realtà morto e sepolto almeno dal 1992 (se non dal 1988). Bene aveva fatto Dickinson ad andarsene affanculo altrove, ma alla fine, se c’è un cazzo di pubblico di svantaggiati che compra la merda e batte le manine, perché non approfittarne (come pure affermò Wanna Marchi in maniera un filo più colorita)?

Ed eccoci qui, con questa merda fumante di disco con un carro armato in copertina, che per assurdo alla fine è pure un pochino meglio del precedente (anche la copertina, ma lì fare di peggio sarebbe stata veramente dura anche per loro), e che comprai il giorno dell’uscita, ascoltai una volta, tolsi dal lettore e riposi il più lontano possibile dalla vista. Svantaggiato pure lo sono stato e lo sono ancora, per tanti di quei versi che se mi ci soffermassi consumerei la tastiera, ma non più per gli Iron Maiden, no. Vaffanculo voi e loro. (Cesare Carrozzi)

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27/08/2026

Avere vent'anni: Slayer - 2006 - Christ Illusion

L’album di cui mi accingo a scrivere è molto significativo per me. Mi ero completamente rotto i coglioni di quel che usciva in ambito metal, e meditavo di far piazza pulita in una cameretta che oramai assomigliava a un deposito di dischi fuori controllo, per quanto fosse tenuta in maniera ordinata. Lo feci, recuperai metri quadri lì dentro. Per i due anni a seguire non avrei comperato neanche un disco, né atteso un’uscita discografica: una disintossicazione completa che durò fino al giorno che mi incuriosii, più per rispetto che per altro, a quel ritorno alla decenza che corrispondeva al titolo di Death Magnetic. Tornando a ritroso, l’inizio di quel breve periodo di desaturazione dal metal fu il giorno che dissi: “Compro Christ Illusion perché sono gli Slayer e perché è rientrato Dave Lombardo, ma è l’ultimo che compro”.

L’album mi trasmise un’esaltazione tale da arrivare vicino a ripensarci e rimanere sulla barca, sebbene fossero gli anni peggiori che io ricordi a un livello strettamente discografico. A dire il vero un po’ li rimpiango, perché tutte le cariatidi che oggi si tengono strette il posto fisso da headliner ai festival all’epoca avevano quarant’anni o poco più ed erano perlomeno presentabili nell’aspetto, nella credibilità così come nella tenuta del palco. Gli Slayer erano fra questi. Nessuno sospettava che sarebbe morto Jeff Hanneman, erano trattati alla stregua di un gruppo maturo ma che poteva ancora offrirci qualcosa. Dovevano solo chiuderla in qualche maniera con i modernismi tipici dell’ultima tranche di carriera.

Dave Lombardo era rientrato per la seconda volta in formazione, al termine di un tam tam mediatico che ci aveva fatto sospettare fossero sul punto di assumere quello dei Fear Factory, quello dei Misery Index o comunque qualcuno che perfino cani e porci avrebbero ritenuto inadatto. Era come una barzelletta in cui fanno i colloqui per un posto da elettricista e si presentano un idraulico, un panettiere e un artista di strada che fa i giochi con le bolle. Fortunatamente tornò lui: questo significava che un giorno sarebbero giunti nuovamente allo scazzo e all’astio, ma intanto ce lo saremmo tenuto stretto per un altro po’.

Non annunciarono un’uscita ufficiale fissata per l’undici settembre perché probabilmente un po’ scaramantici lo erano anche loro, ma affidarono a Larry Carroll, quel Larry Carroll, l’australiano con la capigliatura di Stefano Mazza autore delle tre copertine che ben ricorderete, l’arduo compito di fare incazzare tutti con un disegno, o un riferimento, che si ricollegasse all’undici settembre: le teste galleggianti di Reign in Blood sovrastate da un Cristo mutilato con l’incisione jihad sul petto, su uno sfondo urbano devastato dalle guerre. Funzionò talmente bene che in India ritirarono e distrussero tutte le copie dopo soli due mesi di vendita.

Col tempo l’ho molto ridimensionato. All’uscita mi esaltò nella quasi totalità, fatta eccezione per i rimasugli modernisti di Jihad e Skeleton Christ. Dave Lombardo fu tenuto un po’ sotto controllo: non il mitragliatore a briglia sciolta di South of Heaven, lo avrei maggiormente apprezzato nel successivo World Painted Blood proprio in virtù della libertà concessa ai suoi celebri passaggi sui rulli.

Flesh Storm fu una bella iniezione di fiducia. Tanto avevamo detto che Bitter Peace fosse la nuova Hell Awaits che ci ripetemmo, e arrivammo ad azzardare che questa fosse la nuova War Ensemble. Avevamo bisogno di nuove icone, di nuovi titoloni ai quali inneggiare: non so davvero spiegarmi certi atteggiamenti in altro modo. Il singolo Eyes of the Insane ebbe un discreto successo ma non mi piacque affatto, gli preferii di gran lunga Bloodline. Tolta l’intro ipnotica di Catatonic e l’annesso fill di batteria, tra i pochi semplici eppur memorabili del disco, il resto fu un assalto pressoché frontale. La velocissima Consfearacy e Catalyst, finalmente col suo surplus di violentissime rullate, e, nel finale, Black Serenade e i blast beat evitabilissimi di Supremist. Tutto quanto in piena velocità, riallacciandosi più ai riff estremi di Divine Intervention che alle irripetibili annate d’oro.

Perché questo? Perché la vena estrema degli Slayer di mezzo e del finale di carriera era il frutto della penna di Kerry King, che scrisse buona parte di Divine Intervention e del titolo in oggetto. Semplice. Bisogna tornare a Diabolus in Musica per individuare un contributo più consistente di Jeff Hanneman. Il piatto forte fu Cult, riproposta niente meno che allo Henry Rollins Show, probabilmente l’unico brano di Christ Illusion che in una ipotetica scaletta vorrei vagamente poter sentire dal vivo. Nessun capello strappato in caso contrario, sia chiaro.

Un album più che decente, se riletto e risentito vent’anni dopo l’ubriacatura del 2006. Un album, probabilmente, con meno idee di World Painted Blood, ma con più benzina in serbatoio di quanta ne avremmo ritrovata tre anni più tardi, come ad accertare che sì, ne eravamo follemente innamorati, ma gli Slayer erano già nel pieno di un declino che sarebbe culminato nella morte del loro elemento più significativo. (Marco Belardi)



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21/08/2026

Quarant'anni di Orgasmatron

Da alcuni punti di vista, il disco più importante dei Motorhead non è Overkill, e nemmeno Ace of Spades, bensì Orgasmatron. Se avete iniziato ad ascoltare heavy metal negli anni ’90, come chi scrive, o più tardi, avrete conosciuto Lemmy e compagni già nel ruolo di istituzione inamovibile dedita, a buon diritto, a replicare se stessa. Più che una band un marchio, come lo zannuto teschio suino che adorna quasi ogni loro copertina. E viene anche difficile pensarli diversamente. Eppure ci fu un periodo manco tanto breve, quello seguito all’abbandono, nel 1982, di Fast ‘Eddie’ Clark, in cui la situazione diventò alquanto liquida e lo scioglimento sembrò a un passo.

Another Perfect Day, pubblicato il 4 giugno del 1983, fu accolto con freddezza da pubblico e critica. Lemmy allora andava già per i quaranta. Oggi, che il rock è diventato un reparto geriatrico, verrebbe considerato poco più di un ragazzo ma nel grande baccanale degli anni ’80 a gente ben più giovane di lui era bastato molto meno per ritrovarsi appiccicata l’etichetta di dinosauro. Alla chitarra era arrivato Brian Robertson, ex Thin Lizzy, che con i Motorhead non c’entrava un bel nulla. Il mese dopo arrivò nei negozi Kill’em All, che alzò in modo drastico e repentino lo standard di violenza sonora ritenuto concepibile. Un gruppo a cui manco i Venom erano riusciti a strappare davvero lo scettro di band più rumorosa del mondo si ritrovò sorpassato, all’improvviso obsoleto. Anzi, si era pure ammorbidito, con lo stile troppo pulito e gli assoli troppo lunghi di ‘Robbo’, che dal vivo si rifiutava persino di suonare le hit che tutti i fan volevano ascoltare. Questa e altre intemperanze accelerarono la sua defenestrazione.

Robertson oggi afferma che le canzoni gli sembravano tutte uguali, per darvi l’idea di quanto fosse entusiasta di essere salito a bordo del ‘Bomber’. Il bello è che ‘Philty Animal’ Taylor aveva iniziato a pensarla come lui, voleva suonare qualcosa di più raffinato, smettere di essere considerato un cavernicolo. Il batterista comunicò a Lemmy la decisione di mollare proprio quando quest’ultimo, rimasto dunque per un attimo l’unico membro, si era convinto a tenere entrambi i due superstiti delle selezioni per il posto di chitarrista: gli sconosciuti Wurzel e Phil Campbell. Alla batteria fu reclutato Pete Gill, ex Saxon. Il problema della line-up era stato risolto. Purtroppo ce n’era un altro ancora più grosso: la Bronze Records aveva deciso che dei Motorhead non sapeva più che farsene.

La raccolta No Remorse, uscita nel 1984, avrebbe dovuto essere l’ultimo banchetto sul cadavere del cinghialone. Lemmy ottenne però di includere in ciascuno dei quattro dischi della compilation un inedito con il quale presentare la nuova formazione a quattro. Snaggletooth, Locomotive, Steal Your Face e Killed by Death furono quattro fucilate a pallettoni che dimostrarono a tutti che i Motorhead non erano morti manco per il cazzo. Anzi. Il serrato mid tempo di Killed by Death, in particolare, anticipò in qualche modo l’Lp che sarebbe uscito un paio d’anni dopo. Competere con la furia e il testosterone dei giovanissimi alfieri della rivoluzione thrash non era possibile. Lemmy, che aveva sia istinto che intelligenza analitica, lo aveva capito bene. Alzare quindi il piede dall’acceleratore mentre tutti andavano a cento all’ora? Sì. Provare qualche soluzione più ricercata grazie alle due chitarre? Certamente. Ma nel modo giusto.

Risolta una volta per tutte la controversia contrattuale con la vecchia etichetta, il gruppo si accasò con la GWR. Era ormai il 1986 e nel metallo stava succedendo di tutto. Il primo singolo, Deaf Forever, prese tutti di sorpresa. Una corrusca fantasia bellica di ambientazione vichinga affidata a un brano cadenzato e marziale, con un ritornello contagioso da pugno alzato, destinato ad aprire la scaletta di un Lp che inizia poi presto a correre su binari più tradizionali. L’impeto e il tiro di Mean Machine e Doctor Rock sono però di nuovo quelli dei tempi migliori. A proposito di binari, in origine avrebbe dovuto essere Ridin’ with the Driver a dare il titolo al disco e a Petagno fu infatti commissionata una copertina a tema ferroviario. La produzione di Bill Laswell fu all’epoca assai criticata, anche da Lemmy stesso, che la trovava ovattata e poco nitida. Ain’t My Crime, raccontò il cantante nella sua autobiografia White Line Fever, avrebbe dovuto essere addirittura una sorta di suite in quattro sezioni di cui solo una sopravvisse. Laswell sostiene che Lemmy, dato il suo famigerato stile di vita, era in condizioni di lucidità così precarie da essere stato del tutto assente durante la fase di missaggio e che quindi aveva ben poco da lamentarsi.

Ain’t My Crime era un pezzo a cui Lemmy era assai affezionato per via della tematica sentimentale. Sir Kilmister si sentiva finalmente un paroliere maturo ed era molto fiero delle liriche dell’album, più elaborate del solito. “Forse la gente le sentirà e non penserà più che sono solo un gorilla senza cervello con un giubbotto di pelle”, scherzò nelle interviste dell’epoca. E in effetti Orgasmatron è una delle pochissime canzoni heavy metal famose anche e soprattutto per il testo, che Lemmy sostiene di aver scritto di getto, destato la notte da un’improvvisa ispirazione. Il ritratto di tre volti di un potere multiforme e immanente, di fronte al quale l’uomo non può che restare schiacciato, è ancor oggi la cosa più simile a un manifesto politico heavy metal mai concepito, nel segno di un pessimismo lucido e anarcoide nel quale si sarebbero riconosciute generazioni di metallari di ogni orientamento ideologico, prima che arrivassero i social network a trasformarci in tifoserie decerebrate che fanno a gara a chi urla più forte mentre in qualche lussuosa tenuta californiana miliardari pedofili ridono di noi dantescamente. “Allontanare gli intrusi dalle proprie emozioni”, diceva il poeta. Ecco.

Lenta e sinistra, Orgasmatron, di fatto il più canonico dei blues in dodici battute, diventa un brano simbolo che sarà riconsegnato alla gioventù del male degli anni ’90 dalla celeberrima cover dei Sepultura (opinione impopolare: preferisco quella dei Satyricon). Tuttavia il disco in classifica non andò meglio di Another Perfect Day. Le recensioni furono contrastanti e il periodo che seguì fu complicato. Il lavoro successivo, Rock’n’Roll, che vide il provvisorio ritorno di Taylor, fu tirato via e scritto con la mano sinistra per stessa ammissione di Lemmy, all’epoca distratto da apparizioni cinematografiche e altre avventure. Il punto è che se lo poteva permettere. Orgasmatron aveva segnato l’orgogliosa resurrezione della sua creatura quando in molti avevano iniziato a intonarne il requiem.

Quanto la scommessa fosse stata vinta lo si sarebbe capito solo nei primi anni ’90. I Metallica avevano di nuovo cambiato le regole del gioco da soli con il black album. Il fenomeno grunge e l’uragano Pantera avevano spazzato via i suoni degli anni ’80. I virgulti del thrash che erano sembrati prossimi a condannare Lemmy a una pensione prematura arrancavano senza una direzione precisa. Adesso erano loro i dinosauri. Nel mezzo di questa generalizzata esplosione creativa, i Motorhead pubblicarono tre dischi in tre anni, dal ’91 al ’93. Tutti gli altri, giovani e un po’ meno giovani, facevano a gara a inginocchiarsi di fronte a loro e a definirli con devozione la loro più grande influenza. I Motorhead avevano ormai consolidato uno status leggendario che nulla e nessuno avrebbe più potuto togliere loro. Erano diventati il classico che per definizione resta sempre moderno. (Ciccio Russo)

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19/08/2026

L’abitare sospeso a dieci anni dal terremoto nell’Appennino Centrale

Intorno al 20 luglio di quest’anno una violenta grandinata si è abbattuta su Ussita (Macerata), danneggiando i tetti di circa 70 Sae, che sta per Soluzioni abitative d’emergenza, strutture che dopo il terremoto dell’ottobre 2016 hanno ospitato i residenti. Alcune fotografie pubblicate sui media locali hanno reso evidente una verità taciuta: a dieci anni dal terremoto tante famiglie nell’Alta Valle del Nera e non solo vivono ancora nei quartieri provvisori.

La ricostruzione nei paesi distrutti dalle scosse del 24 agosto 2016, del 26 e del 30 ottobre 2016 e del 18 gennaio 2017 – Ussita, Visso e Castelsantangelo sul Nera in provincia di Macerata, Arquata del Tronto nel piceno, Accumoli e Amatrice nel reatino, Castelluccio di Norcia in Umbria – arranca. Giuseppe Santarelli, segretario regionale della CGIL, in un report diffuso proprio il 20 luglio evidenzia i numeri relativi al territorio marchigiano: “A oggi sono rientrati a casa 5.452 nuclei familiari e quelli ancora fuori casa che sono nelle Sae (2.267) o che usufruiscono il contributo per disagio abitativo (5.796) sono in totale 8.759”.

Dieci anni dopo, il ricercatore Enrico Mariani ha raccolto nel libro “Abitare sospeso” (Rosenberg & Sellier) il risultato del suo lavoro di dottorato presso il Dipartimento di Scienze della comunicazione, studi umanistici e internazionali dell’Università di Urbino Carlo Bo, un’etnografia nel post-terremoto nell’Appennino Centrale.

“Per me era fondamentale osservare nel quotidiano che cosa succedeva di fronte alla ‘normalizzazione dell’emergenza’ – spiega Mariani ad Altreconomia –. Esiste una letteratura che parla di come si vive nel post-disastro, dei processi di adattamento, dell’importanza del capitale sociale, delle reti. Per me, però, stare nei luoghi aveva un significato più profondo, di condivisione dell’esperienza, per cercare di capire i processi di adattamento degli abitanti, ascoltare dalla loro voce come immaginavano il territorio in futuro”. Mariani nel libro racconta il suo trasferimento a Ussita, per una ricerca che ha coinvolto appunto i tre Comuni dell’Alta Valle del Nera, letteralmente sgretolati dalla scossa del 30 ottobre 2016, di magnitudo 6,5, la più forte in Italia degli ultimi trent’anni: al contrario di quella di fine agosto, che fece circa 300 vittime, il terremoto di ottobre non fece morti, perché la popolazione era in allerta, ma le conseguenze sugli edifici restano vive ancora oggi, nelle macerie per strada, negli edifici pubblici diroccati e abbandonati, mentre i cantieri di edilizia privata aperti non rispondono al disagio abitativo.

Mariani, partiamo dalle Sae. Dalla lettura del libro emergono prospettive interessanti, che non ne evidenziano solo le criticità?

EM: Mi sono accorto che bisognava mettere in discussione il fatto che le Sae, di per sé brutte e malfunzionanti, piene di problemi, arrivate in ritardo, fossero connotate solo in modo negativo: condividendo questa esperienza abitativa, per un anno, mi sono reso conto che effettivamente le persone riuscivano a trovare modi, anche creativi, di renderle accoglienti, incentrati sulla messa in comune delle pratiche, delle risorse: un motore collettivo che ha reso alcune aree Sae spazi vivibili. Penso a Forepezza, ad Ussita, ma ci sono anche altri casi, in tutto l’Alto Nera, dove si è sperimentata una certa felicità abitativa, nonostante questa situazione.

I dati del recente rapporto del segretario della CGIL, Santarelli, evidenziano come la ricostruzione delle case abbia visto avanzare per prime molte “seconde case”, di cui il territorio è pieno, avendo sviluppato negli anni Settanta una vocazione turistica. Queste dinamiche come sono vissute?

EM: Il fatto che continuiamo a vedere un Appennino pensato e progettato per l’accoglienza turistica, seguendo politiche e modelli di sviluppo incentrato sul turismo, non significa che gli abitanti lo accettino senza una prospettiva critica. Dalle interviste che ho condotto emerge una visione del territorio e nonostante il turismo sia un’attività importante, gli abitanti percepiscono un insieme di questioni legate all’abitare in montagna, che non sono affrontate. C’è consapevolezza interna alta in merito all’accesso ai servizi, a una diversa condizione di abitabilità, per quanto magari facciano fatica a farsi sentire. Presentando il libro in giro, molti domandano: “Quindi perché le persone non protestano, perché questa ricostruzione è così infinita, perché non c’è un dibattito mentre vanno avanti mega progetti turistici la ricostruzione è ferma?”. L’idea che la gente non protesti, non si faccia sentire, oggi è utile in particolare a chi osserva da fuori: durante il terremoto ci aveva fatto piacere vederli eroici, resilienti, inarrestabili, adesso ci fa comodo vederli rassegnati. La mia esperienza dice altro, racconta di un corpo a corpo quotidiano con gli effetti del terremoto, prima, e oggi con le politiche pubbliche con cui si sta gestendo la catastrofe. La maggior parte degli abitanti ormai situa la ricostruzione nel futuro, lo fa anche per la sopravvivenza, perché è qualcosa che non dipende da loro, gestito dai tecnici, e nel frattempo bisogna fare i conti con il quotidiano. Come la maggior parte delle persone, semplicemente non hanno accesso al piano di decisione, al dibattito pubblico: lo stesso accade in città, come a Roma dopo lo sgombero di Spin Time. È un problema cronico di “voice”, tutt’altro che mancanza di consapevolezza o legame con il territorio.

La lentezza della ricostruzione riguarda in particolare il patrimonio pubblico, gli edifici che ospitavano servizi collettivi, i centri storici, come quelli di Visso o Camerino.

EM: Sono in particolare le testimonianze raccolte a Visso a far emergere questo aspetto, perché lì ad essere preclusa è la piazza, che è ancora “zona rossa”. A un certo punto, la ricerca prende due direzioni diverse per Visso e Ussita: per la seconda c’è la discussione sul modello di sviluppo turistico, con la stazione sciistica di Frontignano, mentre nel primo il centro storico come spazio che serve per ripristinare un’identità. “Io non mi riconosco più in Visso, né ci riconosco più come vissani, ci manca il luogo simbolico” mi dice qualcuno. È un’immagine molto forte, quella di un malato terminale a cui ogni sera, passando lì vicino, si tende la mano. Ad Ussita inizialmente c’era un po’ l’idea che il Monte Bove, con la sua forza, evocativa ma anche energetica, riuscisse a tenere insieme i pezzi della ricostruzione, delle temporaneità permanente, il problema grande degli spazi: il palaghiaccio, ad esempio, che per generazioni è stato un punto d’incontro, non solo per chi praticava sport. Credo che sia assolutamente urgente andare ad intervenire, perché questi spazi non sono solo belli ma anche importanti per le relazioni che vanno a ripristinare. Penso a Croc una specie di cinema (cinema all’aperto, Mariani è stato ospite dell’associazione C.A.S.A. che organizza la manifestazione a metà luglio, ndr) che è uno spazio di socialità. Quello degli spazi è un problema cronico, che incontri ovunque, anche in città. Nel post-terremoto, invece, ci si poteva incontrare solo nei luoghi di consumo.

La ricerca di Enrico Mariani e il decimo anniversario del terremoto sono al centro della Scuola di Fornara, organizzata dall’associazione Emidio di Treviri, in programma dal 3 al 5 settembre a Fornara di Acquasanta Terme (AP). Il titolo è “Le parole erano finite”.

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16/08/2026

La fuga di Kappler

15 agosto 1977. Roma sonnecchia nella calura feroce di Ferragosto. Ore 09:29. Ospedale militare del Celio. Come ogni mattina, suor Barbara spalanca la porta della stanza di Herbert Kappler.

Sorpresa: la branda è vuota. Il lenzuolo tirato, il cuscino intatto. Del gerarca nazista, divorato dal cancro, nessuna traccia. Un’occhiata al giardino: nulla. La suora corre, grida, ma nei corridoi imbalsamati del Celio il tempo si muove a rilento. Kappler è già altrove. Intoccabile. Un’ombra che ride della giustizia.

Scoppia il caos. Il balletto delle accuse. Sul banco degli imputati finiscono i due carabinieri di guardia: Luigi Falso e Oronzo Pavone. Le loro parole sembrano un copione surreale: nessun ordine scritto, nessun permesso di entrare nella stanza, nemmeno di sbirciare. Un collega, giorni prima, era stato redarguito per aver osato affacciarsi.

Ma la verità è più tagliente: Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine, non è un prigioniero. È un ospite.

Come si passa da una cella nel Castello Angioino a un letto d’ospedale con vista su Roma? Basta un tumore al colon, qualche certificato medico e la firma del ministro Arnaldo Forlani. Così Herbert Kappler, criminale di guerra, organizza il suo ultimo colpo: entra al Celio da uomo (quasi) libero.

Il Procuratore Generale militare gli concede la scarcerazione. La notizia trapela, la rabbia monta, il provvedimento viene revocato. Ma è troppo tardi. Kappler è già dentro. Al Celio è più paziente che prigioniero. Comincia l’ultima, indecente, pagina della sua vita. Quella che si conclude con la sua fuga.

Altro che ergastolo. A Gaeta, Kappler sconta la pena in una suite, coccolato dalla Convenzione di Ginevra. Stanza ampia. Un acquario. Visite regolari, pacchi, lettere. Una prigionia di velluto. Una prigionia che mai sfiorò gli antifascisti finiti nelle sue grinfie.

Il 12 marzo 1976 Forlani sospende formalmente la condanna. Lo fa in presenza dell’ambasciatore tedesco. Berlino preme da anni per la grazia. L’Italia resiste. Poi cede. Sotto traccia. Con discrezione. Con vergogna.

«Obbedivo agli ordini». La litania di ogni carnefice. Kappler la ripete, impassibile. Via Rasella? «Illegittimo». La rappresaglia? «Legale, logica». I giudici non gli credono. Come non credettero ai suoi pari a Norimberga. Ergastolo per le Fosse Ardeatine. Più quindici anni per l’oro rubato alla comunità ebraica. Dopo un passaggio a Forte Boccea, va a Gaeta.

I crimini. Tutti documentati. Incisi nella storia. Arrestato nel ’45, ferito. Rinchiuso a Regina Coeli. Il processo si apre nel maggio 1948. Kappler. Due ufficiali. Tre sottufficiali. L’architetto della strage. Il ladro d’oro. Ma colpa, mai.

24 marzo 1944: la rappresaglia. Trentatré tedeschi cadono in via Rasella. L’ordine arriva: dieci italiani per ogni tedesco. Sono 335 le vittime. Cinque in più del necessario. Errore, fretta, crudeltà. Kappler non si ferma. Il 17 aprile guida il rastrellamento del Quadraro. Mille uomini strappati alla notte. Deportati. Scomparsi. Torneranno in pochissimi.

Roma, ottobre 1943: l’oro o la vita. Il 26 settembre Kappler convoca i leader della Comunità ebraica. Ordina: «50 chili d’oro in 36 ore. Altrimenti, 200 deportati.» Ne raccolgono 59. Non basta. Il 16 ottobre, 1.259 ebrei vengono strappati alle case. Torneranno in 16.

Nel ’39 arriva a Roma. Ufficialmente consulente. In realtà spia. Sorveglia la polizia italiana. Ama la città. Si circonda di rose, vasi etruschi. Un burocrate della morte con la passione per l’arte. Hitler lo promuove. Ha localizzato Mussolini al Gran Sasso. Ma anche allora, storce il naso: «Un’inutile perdita di tempo», dirà a Himmler.

Fuga da Roma. L’ultima offesa. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, Kappler scompare. Ha 70 anni. È malato. Ma evade. Come? Nessuno lo sa. O nessuno vuole dirlo. È l’ultima beffa. L’ultima vergogna. Il carnefice delle Fosse Ardeatine, l’uomo dell’oro rubato agli ebrei, se ne va nel silenzio delle istituzioni. Sotto un sole che brucia.

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14/08/2026

Fidel è la bussola più precisa

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.

Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.

Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.

A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.

“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.

“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.

Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario

Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.

“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.

Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.

Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.

“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.

Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.

Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.

“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.

Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.

“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.

Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.

Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.

Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.

Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.

In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.

In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.

Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.

Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.

Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.

Un leader che ha materializzato le sue idee

Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.

Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.

Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.

L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.

Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.

Fidel: una guida per superare le sfide

In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.

Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.

“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.

In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.

Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.

“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.

Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.

Appello ai partecipanti del colloquio

“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.

Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.

Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”

Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.

Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.

Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.

“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.

Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.

Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.

“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.

Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.

Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.

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11/08/2026

Dall’Italia una intensa presenza a Cuba per il centenario di Fidel Castro

Il prossimo 13 agosto a Cuba si celebrerà il centesimo anniversario della nascita di Fidel Castro. Per l’occasione sono previste moltissime attività alla quale stanno partecipando una settantina di delegazioni dal resto del mondo.

In questi giorni nell’isola assediata da un blocco statunitense genocida, sono arrivate anche dall’Italia numerosi gruppi di realtà solidali con la Rivoluzione Cubana.

Una delegazione della Rete dei Comunisti è a Cuba dalla scorsa settimana per partecipare alle cerimonie per il Centenario della nascita di Fidel Castro e a diversi incontri bilaterali.

C’è una brigata giovanile dall’Italia organizzata da Cambiare Rotta e Osa, che ha risposto all’invito dell’Unione della Gioventù Comunista cubana che oltre alle attività previste per le organizzazioni giovanili, tra le quali il lavoro volontario nei campi e gli incontri con i cdr nei quartieri, parteciperà ai lavori del Centenario di Fidel.

C’è poi una delegazione italiana, tra cui l’ Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, RdC e Usb, nella brigata europea José Marti organizzata dall’ICAP (Istituto Cubano per l’Amicizia tra i Popoli). Anche questa delegazione, dopo una serie di incontri e attività che hanno portato i partecipanti fino a Santa Clara, rientrerà a L’Avana per partecipare agli eventi del centenario.

Ad attraversare l’oriente dell’isola è invece il “Convoy Centenario”. È il terzo Convoy organizzato negli ultimi mesi dalla campagna Let Cuba Breath dopo quello di marzo e di maggio. Questo gruppo, organizzato in Italia da Aicec e tra i quali stanno partecipando Osa, Cambiare Rotta, Potere al Popolo, RdC, Usb, Cgil, Donne contro la guerra e il genocidio e Avs non sarà all’Havana, ma si concentrerà sull’oriente Cubano e sui luoghi dove si è sviluppata per prima la guerriglia del movimento 26 Luglio.

Tutte le delegazioni hanno portato nell’isola farmaci e beni di prima necessità che verranno distribuiti nei vari incontri previsti.

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04/08/2026

Italicus, 52 anni dopo: un’altra strage che resta senza colpevoli

Nella notte tra il 3 e il 4 agosto l’espresso Italicus, diretto da Roma a Monaco di Baviera, risale l’Appennino tosco-emiliano. Poco prima di Bologna, all’uscita della grande galleria di San Benedetto Val di Sambro, la carrozza numero 5 si trasforma in un inferno. Una bomba squarcia il treno. Dodici persone muoiono, decine restano ferite.

L’Italia del 1974 conosce già il linguaggio delle bombe. Due mesi prima c’è stata piazza della Loggia, a Brescia. Gli investigatori seguono la pista dell’eversione neofascista. I riflettori si accendono su Ordine Nero e sugli ambienti del Fronte Nazionale Rivoluzionario di Mario Tuti, gruppi convinti che il terrore contro cittadini inermi possa trascinare il Paese nel caos, spingere le Forze Armate a intervenire e aprire la strada a una svolta autoritaria.

La rivendicazione attribuita a Ordine Nero ha il tono di una dichiarazione di guerra: le bombe possono esplodere ovunque, in qualunque momento; la democrazia dovrà essere sepolta sotto una montagna di morti.

Nel corso degli anni emergeranno anche ipotesi di collegamenti con apparati dello Stato e, in alcune ricostruzioni, con la loggia P2. Le indagini avanzano a fatica. Depistaggi, omissioni, piste che si interrompono quando sembrano promettere una risposta.

Gli imputati vengono assolti in primo grado, condannati in appello, poi definitivamente assolti dalla Cassazione nel 1993. Per la giustizia italiana la strage dell’Italicus non ha colpevoli.

Attorno alla vicenda continuano a sedimentarsi racconti e retroscena. Uno dei più noti sostiene che Aldo Moro avrebbe dovuto salire su quel treno e che ne sarebbe stato dissuaso all’ultimo momento per esigenze d’ufficio. È una ricostruzione rilanciata negli anni da alcune testimonianze, tra cui quella di Maria Fida Moro.

L’Italicus occupa un posto preciso nella storia della cosiddetta strategia della tensione: la stagione in cui il terrorismo nero cercò di destabilizzare il Paese per favorire un approdo autoritario. Nel 1974 il clima è tale che il ministro della Difesa Mario Tanassi deve rispondere in Parlamento alle interrogazioni sugli allarmi riguardanti possibili tentativi di colpo di Stato, compreso il cosiddetto “golpe bianco” di Sogno e Pacciardi, rimasto allo stadio di progetto.

È questa la fotografia dell’Italia di quegli anni: un Paese attraversato dalla paura, dove ogni treno, ogni piazza, ogni stazione può trasformarsi nel teatro di una strage.

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01/08/2026

Avere vent'anni: Voivod - Katorz

I Voivod potrebbero rappresentare di per sé un concept sci-fi su una band che non muore mai, nonostante svariate avversità sopraggiunte per cercare di ucciderla: il Fato ci prova una prima volta quando la formazione fallisce l’approdo a circuiti più mainstream con Angel Rat, nonostante la presenza del produttore dei Rush, con il successivo smembramento di una formazione originale già compromessa. La sorte ci ritenta alle porte del nuovo millennio, quando un incidente stradale manda in coma il sostituto di Blackie, Eric Forrest. Il celebre proverbio parla dell’ineluttabilità di un terzo episodio, che sarà il più funesto di tutti: un tumore reclama la vita di Piggy, che aveva già sofferto di analoghe problematiche anni prima, superate solo grazie a una terapia farmacologica sperimentale. Il letale cancro al colon, diagnosticato tardi, giunse mentre i Voivod stavano cercando di arrampicarsi nuovamente verso un più adeguato bacino di utenza. Ad aiutarli era arrivato Jason Newsted, un veterano di gioie e dolori dello showbiz.

In un periodo compreso tra un tour americano con i Sepultura e l’Ozzfest 2003, la band tirò fuori un bel po’ di improvvisazioni grezze; Newsted prese le registrazioni di quelle sessioni, le riorganizzò su dei CD a casa sua e le spedì ad Away, che a sua volta le passò a Piggy. A quel punto, partendo da quegli spunti nati in giro o nella sala prove di Montreal, il chitarrista si mise a lavorare da solo o con l’ex bassista dei Metallica al computer per comporre e registrare le tracce di chitarra definitive di un disco che purtroppo non riuscì ad ascoltare. Morì a fine agosto del 2005 e i suoi amici si strinsero attorno alla famiglia, celebrando un funerale vichingo con tanto di feretro adagiato nel letto del fiume in barca e dato alle fiamme, per poi prendere per un periodo strade diverse. Away, per esempio, si concentrò sugli artwork su commissione. Ma più i mesi passavano e più era difficile resistere al richiamo di quella musica registrata dall’amico scomparso, che chiedeva di essere liberata definitivamente. Si trattava di alcune ore di riff registrati già in formato canzone, qualche beatbox primitivo e qualche bozza vocale.

La sfida non era esente da criticità che andavano al di là dell’aspetto emotivo. Dal punto di vista tecnico, l’ostacolo principale riguardava l’assenza totale di un metronomo o di un click. Piggy aveva inciso le sue tracce di chitarra a casa senza alcun freno emotivo e, di conseguenza, il tempo non era costante, ma “ondeggiava” continuamente, subendo accelerazioni e rallentamenti impercettibili ma cruciali. Al batterista Away toccò l’ingrato ma anche affascinante compito di inseguire il suo amico di una vita, ovvero incidere le proprie parti su una chitarra già registrata, invertendo il normale processo di studio. È stato un compito titanico, in cui ha dovuto danzare tra i passaggi di Piggy per fare in modo che il groove risultasse naturale e solido, e non un impasto rigido o scollato. Un’impresa che affrontò appendendo nello studio di registrazione un poster dell’amico, così da percepire ancora più vivida la sua presenza nelle stanze degli studi di registrazione. A questa criticità si sommava la natura grezza delle tracce di basso fornite inizialmente da Jason Newsted: registrate su una sedia a dondolo del portico della sua casa a San Francisco con un mini-amplificatore da 10 Watt direttamente connesso al Mac di D’Amour, presentavano una resa dinamica e un volume d’ambiente che il produttore Glen Robinson dovette isolare, ripulire e sottoporre a un processo di re-amping per uniformarle alla potenza distorta delle chitarre.

Del resto, Robinson aveva inciso con loro il capolavoro Nothingface, e il suono qui, rispetto all’omonimo album, ha sfumature diverse: magari meno corposo, ma più crudo e onesto. Con chitarre più sature, graffianti e dominanti, il basso di Newsted svicola da ogni effetto e pulsa con una potenza tellurica. Se l’album del 2003 si muoveva verso coordinate che fondevano riff stoner e il grezzume dei loro primi lavori con un tocco di Motörhead, Katorz aggiunge una particolare attenzione su un riffing ciclico che si fa caotico e disorientante e, per forza di necessità, guida gli altri tre compagni.

L’attacco di The Getaway è votato all’assalto senza troppi fronzoli, come fu Gasmask Revival sul predecessore; come in quel caso, ci sono riferimenti abbastanza palesi al conflitto in Iraq. In generale, si ha l’impressione che Katorz sia stato il disco con la maggiore attenzione alla politica e alle tematiche sociali della storia della formazione, con la fantascienza messa da parte perché la cruda realtà era diventata già abbastanza bellicosa di suo. Mr. Clean, un pezzo con un incedere quasi degno dei primi Clutch, conferma questa intenzione, vestendo i panni dell’intolleranza che vuole occuparsi di una pulizia fin troppo approfondita, praticamente etnica (“Last call for the rascals, Mr Clean said…”, “Who will be the next one to get thrown out, just like a garbage bag, you’ll join your friends”, “The homos out, the poor out, the coloured out, the stripped out, the stained out, wipe them all, wipe them all, wipe them”). La traccia culmina in un assolo rumorista e destrutturato, una delle ultime geniali invenzioni di Piggy, posizionato proprio in mezzo al delirio di onnipotenza di Mr. Clean, ormai appagato dall’aver spazzato via ogni diversità e aver reso la società un deserto omogeneo, conformista e privo di qualsiasi estro (“nice and clean society”), al grido ironico di “long live democracy!”.

Lo strascicato ritmo di Red My Mind sembra svilupparsi come un vero e proprio sequel ideale di Bio-TV, e il testo (“It has to stop, I’ve had enough, I used to be good, now I’m bad for good”) sembra complementare alle ossessioni di “Bio-TV is what you’ll be, Bio-TV is what you need”. Pur essendo un disco apparentemente più immediato rispetto a quelli del periodo con E-Force alla voce, a tratti si percepisce la suggestione che le atmosfere e quelle chitarre cigolanti si riallaccino a Phobos: sono figlie dello stesso piacevole smog sonoro, l’inquinamento algido che ti fa sentire a casa. No Angel è invece coperta nel finale da una sana coltre rumorista che seppellisce ogni cosa, compreso il cantato ringhiante di Snake, addizionato da alcuni botta e risposta vocali hardcore e un’accennata nenia. L’epilogo rappresenta forse il momento migliore del disco: The X-Stream rispolvera l’immediatezza e il tiro degli esordi ed è puro sollazzo in stile Motörhead, ancorato su un giro molto semplice. I più nerd la ricorderanno tra i livelli più basilari di un primitivo Guitar Hero II; ancora oggi mi domando come sia finita in quella scaletta.

Difficilmente però i videogiocatori avranno scoperto così i Voivod: Katorz non è un disco per incominciare, rappresenta semmai una maniera per iniziare a concludere qualcosa, la lunga elaborazione di un lutto, la sindrome dell’arto fantasma che però afferra ancora le cose e le scaglia in giro (Polaroids è l’ennesima dimostrazione dell’arte di Piggy in ogni fase della struttura del pezzo: riff, assolo, chiusura). È il progressive in senso lato, nell’assemblaggio di un album a rate e in momenti diversi, come se stessero costruendo una delle bellissime e conturbanti navicelle spaziali degli artwork curati da Away. Nell’ultimo minuto del disco, un frammento acustico: si ha come la suggestione cinematografica di D’Amour che di soppiatto accende la sua piccola astronave nel retrobottega e pian piano scompare nell’immensità dello spazio, diventandone parte. (Federico Francesco Falco)


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26/07/2026

Cryptic Slaughter (1986) Convicted

I Cryptic Slaughter furono tra i migliori rappresentanti di quegli ibridi degli anni Ottanta, che ancora oggi sfuggono alle definizioni precise, perché si fecero strada inventando uno stile preso alla pari dall’hardcore e dal nascente thrash metal, ma in qualche modo riuscirono a farne qualcosa che andò oltre la semplice somma delle parti. Convicted, il debutto del gruppo, pubblicato nel luglio del 1986, andò più in là di entrambi i generi quanto a velocità, aggressività e inventiva, per cui fece andare fuori di testa molti esploratori dell’estremo. Un altro aspetto dell’importanza di questo disco è che testimonia, forte e chiaro, il momento in cui due scene apparentemente separate stavano convergendo verso un orizzonte comune. Oggi sappiamo bene che, nella storia, hardcore e metal si sono uniti varie volte per inventare molte cose interessanti, ma all’epoca il sentire comune era che fossero separati, si guardassero male, restassero distinti per mentalità ed estetica, mentre la realtà era che stavano imparando moltissimo l’uno dall’altro.

La provenienza del gruppo spiega in parte questa storia: i Cryptic Slaughter non arrivavano dalla Bay Area, cioè dal territorio che per comodità identifichiamo come la patria nobile del thrash americano, ma da Santa Monica, Los Angeles, e quindi da una California più hardcore, in generale da luoghi dove punk e metal erano vicini, dapprima senza convivere, ma poi si erano trovati a convergere nella stessa voglia di suonare veloce, aggressivo e soprattutto contro il mondo intero. A metà degli anni Ottanta questa era una cosa che succedeva ovunque, ma in California aveva un’evidenza particolare: da una parte c’era la scena thrash metal, con il suo grande debito verso la NWOBHM, i Motörhead, i Venom, i Diamond Head, i Judas Priest, il thrash tedesco e tutto il resto della metallurgia europea; dall’altra c’era l’hardcore, nato dall’estremizzazione del punk di qualche anno prima con i Discharge e i GBH, che anche negli USA aveva molti rappresentanti, per esempio Black Flag, Bad Religion, Uniform Choice, MDC e in molti altri che da tempo si erano allontanati dal “punk rock”, per diventare più violenti, militanti e realmente anti-sistema.

Al confine di questi due movimenti inizialmente separati, erano nati gruppi che riuscivano a portare avanti entrambe le istanze: D.R.I., The Accüsed, Cro-Mags, Carnivore, e, per l’appunto, i Cryptic Slaughter. La cosa interessante, e a suo modo molto thrash se si segue il discorso fino in fondo, è che i Cryptic Slaughter rimasero sempre legati all’hardcore. Lo erano specialmente nella voce di Bill Crooks, molto più gridata che cantata, poi nella struttura dei pezzi, nei testi, che parlavano di guerra, annientamento nucleare, controllo sociale e degrado in generale. Basta scorrere i titoli: M.A.D., Lowlife, Nuclear Future, State Control, War to the Knife, Nation of Hate, Reich of Torture. È un lessico da hardcore politico, certamente, ma è anche uno dei grandi nuclei tematici del thrash americano, che era caratterizzato dall’ansia reaganiana, dalla Guerra Fredda, dal militarismo e della sensazione, allora tutt’altro che astratta, che il futuro potesse significare la fine del mondo.

Prima di Convicted c’era stato il demo Life in Grave, registrato nel 1985, con una formazione ancora in assestamento e con un suono piuttosto primitivo. Quel demo girò nel circuito del tape trading e da lì arrivò alla Metal Blade, che decise di far pubblicare un primo disco al gruppo. Convicted venne prodotto dai Cryptic Slaughter e fu registrato con Bill Metoyer come tecnico del suono, circostanza che già dice molto: da una parte l’autonomia ancora adolescenziale del gruppo, dall’altra il contatto con uno dei nomi decisivi del metal estremo americano, già legato a lavori fondamentali degli Slayer, W.A.S.P. e di altri gruppi del periodo. La formazione del disco, con il sopracitato Crooks alla voce, si completava con Les Evans alla chitarra, Rob Nicholson al basso e Scott Peterson alla batteria, ed è quella classica degli anni Ottanta.

Scott Peterson, ricordando anni dopo quel periodo in un’intervista a No Echo, ha spiegato una cosa molto semplice e molto rivelatrice a proposito della velocità di Convicted: non è che avessero deciso di essere la band più veloce del momento, come tanti altri stavano dichiarando; semplicemente scrivevano i loro pezzi, poi più li suonavano, più miglioravano nell’eseguirli, e quindi riuscivano ad accelerarli. Questa è una testimonianza preziosa perché toglie a Convicted la pretesa di un primato intenzionale, che risulta sempre piuttosto artificiale, e gli restituisce quella, molto più credibile, dell’incoscienza. La velocità era un effetto collaterale dell’entusiasmo, dell’età, dell’ambiente e di un’idea ancora molto fisica della musica. 

In poco più di mezz’ora, Convicted contiene quattordici brani, tutti di una violenza impensabile per il 1986, a cominciare dalla batteria di Peterson che correva come un treno, usava a tratti un blast beat definito, anche se al tempo non aveva questo nome; stava anticipando, senza saperlo, quello che di lì a poco si sarebbe chiamato grindcore. La chitarra di Les Evans falciava riff brevi, poco melodici, con la rabbia dell’hardcore, ma con una tecnica superiore alla media, che comprendeva anche assoli e virtuosismi, tipicamente metal. Le due cose insieme rendevano il suono ancora più estremo, perché era nitido, ricercato, si riusciva a sentire bene la scansione di ogni nota, per cui l’effetto finale era ancora più esaltante.

I dischi successivi avrebbero mostrato un’evoluzione continua, senza stravolgere le origini: Money Talks, del 1987, è per molti versi il lavoro più compiuto dei Cryptic Slaughter: suonato e inciso meglio, ben solido nelle composizioni, che si fanno più dinamiche e varie. La componente thrash diventa prominente, per quanto si mantenga sempre in buona compagnia dell’hardcore. Anche Stream of Consciousness, del 1988, contiene materiale molto valido, che però venne penalizzato da una produzione meno incisiva. Da qui poi le cose cambiarono molto, a partire da uno stravolgimento della formazione, per cui del nucleo originario, che fino ad allora non si era mai separato, rimase soltanto Les Evans. Nel 1990 uscì Speak Your Peace, che inaugurò un’idea diversa del gruppo: dal crossover passarono definitivamente a un thrash tecnico e più cerebrale, comunque straordinario, suonato benissimo, per quanto meno facile rispetto ai primi album, che si rivolgeva volutamente a un pubblico di esperienza, più interessato all’ascolto che all’effetto immediato.

Tirando le somme, con Convicted i Cryptic Slaughter fecero quello che tutti cercavano di fare a metà degli anni Ottanta, ovvero estremizzarono insieme metal e hardcore, li adeguarono ai tempi, li resero più veloci, più aggressivi, più definiti nello stile, contribuendo a rivitalizzare entrambe le scene. Il disco restò e resta ancora un punto di riferimento fortissimo per tutta la musica estrema, perché fece in modo che l’hardcore diventasse più tecnico e che il thrash diventasse più diretto. In questo equilibrio, precoce ma già perfettamente riconoscibile, sta tutta la sua forza. (Stefano Mazza)


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19/07/2026

Genova 2001, il futuro che avevamo davanti

Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.

Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.

Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.

Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.

In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti.

Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento.

Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile.

Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria.

Anche per questo Genova continua a parlarci.

Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda.

A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario.

L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza.

Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari.

Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria.

Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi.

Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente.

In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna.

Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato.

Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale.

Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali.

Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia.

La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica.

È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto.

Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico.

Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione sicuritaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.

Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà.

La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico.

Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica.

È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8.

Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso.

Ma Genova è stata anche altro.

È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza.

Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere.

Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo.

E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario.

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18/07/2026

Syd Barrett - Vent’anni dalla morte, una vita dall’addio

Nell’ambito della psicologia cognitiva, il costrutto della memoria lampadina (flashbulb memory) descrive la capacità del cervello umano di cristallizzare i dettagli spaziali e temporali legati all’apprendimento di notizie dal profondo impatto emotivo. Per molti di noi, me compreso, l’11 settembre ne rappresenta l’esempio più immediato: uno di quei momenti in cui non si ricorda soltanto la notizia, ma anche il luogo esatto in cui ci si trovava quando la si è appresa. Per me lo è stato anche il 7 luglio 2006, il giorno della morte di Syd Barrett.

Ricordo dove mi trovavo, cosa stavo facendo e soprattutto il senso di vuoto che sentii dentro. Un vuoto strano, quasi paradossale, perché Syd Barrett, dal punto di vista artistico, ci aveva già lasciati da moltissimo tempo. Dopo “The Madcap Laughs” e “Barrett”, entrambi pubblicati nel 1970, la sua presenza pubblica nella musica si era progressivamente dissolta, lasciando dietro di sé non una carriera interrotta nel senso comune del termine, ma qualcosa di più difficile da definire: una voce che aveva smesso di parlare e che proprio per questo continuava a risuonare.

Con nessun altro artista ho avuto, e credo avrò mai, una relazione così empatica. In Barrett non mi colpisce soltanto la bellezza delle canzoni, né la loro importanza storica, né il ruolo decisivo avuto nella nascita dei Pink Floyd. Mi colpisce quella sensazione, rarissima, di trovarmi davanti a qualcuno che non riesce davvero a proteggersi da ciò che sta esprimendo. Anche quando gioca con le parole, quando costruisce filastrocche surreali o immagini infantili, sembra sempre che sulla registrazione passi qualcosa di nudo, di non schermato, come se tra l’impulso interiore e il nastro magnetico esistesse una distanza minima.

Forse è proprio questa esposizione totale a rendere la sua musica così fragile e così necessaria. In molti artisti la vulnerabilità diventa stile, linguaggio, perfino mestiere. In Barrett, invece, sembra restare materia viva, non del tutto organizzata, a tratti impossibile da sostenere. È anche per questo, credo, che si è bruciato così presto: non perché fosse semplicemente il “genio perduto” o il “folle” della mitologia rock, ma perché la sua musica dà spesso l’impressione di consumare direttamente la persona che la genera.

Eppure sarebbe sbagliato leggere questa fase soltanto come un progressivo spegnimento. Proprio quando la forma comincia a incrinarsi, Barrett mostra a tratti una lucidità impressionante sulla propria condizione, sul modo in cui viene osservato dagli altri e sulla distanza crescente tra sé e il mondo circostante. “Vegetable Man” è quasi un autoritratto deformato, crudele, costruito a partire dal corpo, dai vestiti, dalla percezione di sé come presenza fuori posto. “Jugband Blues” trasforma l’estraneità in una specie di addio obliquo, insieme ironico e devastante. “Wolfpack”, con la sua scrittura franta e minacciosa, sembra invece muoversi in uno spazio mentale già assediato, dove le immagini non si organizzano più in racconto ma continuano a conservare una forza visionaria intatta.

Anche per questo il passaggio dai primi Pink Floyd ai lavori solisti non è soltanto una riduzione di mezzi o una perdita di controllo. È una trasformazione radicale del linguaggio. Dall’architettura sonora collettiva di “The Piper At The Gates Of Dawn”, ancora densa, colorata, pienamente psichedelica, si arriva nei dischi del 1970 a una vera estetica del frammento e dell’errore. Lo studio di registrazione smette di essere soltanto un luogo di costruzione e perfezionamento tecnico, diventando quasi uno spazio di documentazione della fragilità esecutiva. Le esitazioni, gli attacchi incerti, le cesure improvvise, le canzoni che sembrano sul punto di disfarsi non sono semplici difetti: diventano parte integrante dell’esperienza, il punto in cui la bellezza di Barrett appare più esposta e meno difesa.

Syd Barrett: 10 brani nascosti da riscoprire

A vent’anni dalla sua scomparsa, il senso di vuoto rimane e per rendergli omaggio ho scelto di non ripartire dai brani più celebrati. Per il periodo con i Pink Floyd ho escluso tutte le pubblicazioni ufficiali dell’epoca, cioè i singoli e i brani apparsi su album, con una sola eccezione: “Apples And Oranges”, il terzo singolo del gruppo, rimasto ai margini del canone anche per il suo insuccesso commerciale.

Per i brani solisti ho seguito un criterio diverso, eliminando quelli più noti e ascoltati, in particolare tutti quelli che superano i due milioni di visualizzazioni. Non perché siano meno importanti, ovviamente, ma perché appartengono ormai alla parte più canonizzata del suo racconto. La playlist che segue nasce invece da una zona più laterale e personale: dieci brani meno frequentati, scarti, episodi solisti o periferici in cui sento Barrett più vicino, meno trasformato in icona e più presente nella sua instabilità umana.

Lucy Leave (1965)

Scritta alla fine del 1964, quando il gruppo si esibiva ancora come The Tea Set, “Lucy Leave” appartiene alla preistoria dei Pink Floyd. Rimasta per decenni un tesoro confinato nei circuiti bootleg, la canzone è stata pubblicata ufficialmente solo nel 2015 nell’Ep “1965: Their First Recordings”. La formazione è ancora quella embrionale, senza le tastiere di Richard Wright e con Bob Klose alla chitarra solista.

Musicalmente è un pezzo acerbo ma già rivelatore, radicato nel garage rock e nel rhythm’n’blues britannico dei primi Yardbirds o Animals, però attraversato da stop-and-go, scarti melodici e soluzioni armoniche non del tutto convenzionali. Il testo racconta una relazione al capolinea, ma lo fa con un’ambiguità tipicamente barrettiana: il protagonista vuole liberarsi di Lucy e insieme sembra non riuscire a staccarsene, oscillando tra rifiuto, gelosia e attaccamento morboso. Dentro una forma ancora derivativa, si intravede già l’anima straniante di Syd.

Apples And Oranges (1967)

Terzo singolo dei Pink Floyd e ultimo scritto da Syd Barrett per il gruppo, segnò anche il primo vero arresto commerciale della band. È un brano apparentemente più leggero, ma tutt’altro che semplice: sotto la superficie di una canzone pop luminosa e quasi natalizia, ispirata da una ragazza intravista a Richmond, si muove una scrittura piena di scarti, cambi d’accento, asimmetrie metriche e brusche deviazioni, accentuata da una chitarra elettrica volutamente scordata.

Proprio su questa tensione intervenne la produzione di Norman Smith, che cercò di forzarne la presa melodica caricandola di cori, riverberi ed effetti. Roger Waters criticò duramente quella scelta: a suo giudizio il produttore aveva tentato di normalizzare un brano eccentrico e irregolare, finendo invece per “distruggerlo” e soffocarne la naturale stranezza. Resta però un documento prezioso dell’ultimo Barrett ancora pop, capace di trasformare una scena quotidiana in un piccolo labirinto psichedelico.

Vegetable Man (1967)

Incisa nell’ottobre del 1967 durante le sessioni di “A Saucerful Of Secrets”, “Vegetable Man” rimase a lungo fuori dalla discografia ufficiale dei Pink Floyd: troppo cupa, troppo personale, troppo scopertamente legata alla crisi di Barrett per poter essere assimilata al percorso del gruppo. Il brano ha un suono ruvido, saturo e claustrofobico. Con il suo riff monolitico e l’andamento abrasivo, è considerato uno degli antecedenti più impressionanti del punk-rock e della new wave, per la violenza espressiva e per una scomposizione della forma che altri artisti avrebbero esplorato solo anni dopo.

Ma la sua forza sta soprattutto nel testo, uno degli autoritratti più spietati e lucidi mai scritti da Barrett: l’autore elenca minuziosamente i propri vestiti stravaganti e le proprie abitudini, quasi cercando di “mimetizzarsi” e integrarsi con il mondo esterno, ma finendo per rivelare l’esatto contrario, cioè la propria irrimediabile alienazione. L’uomo vegetale non è allora soltanto una trovata surreale, ma il grido d’aiuto di un uomo che si sente ridotto a sagoma, merce, corpo esposto allo sguardo dell’industria e degli altri.

Feel (1969)

Tra i brani meno discussi, è anche una delle sue prove più alte come poeta e cantautore. La registrazione conserva un senso di precarietà assoluta: non sembra un prodotto rifinito, ma un istante fragile, colto mentre cerca faticosamente una forma. La chitarra acustica è scarna, irregolare, attraversata da bruschi cambi armonici che si susseguono come pennellate frastagliate; ogni strofa contiene tredici accordi, eppure l’andamento resta fluido, sospeso, quasi dylaniano nella libertà del fraseggio.

Il testo procede per immagini impressionistiche: paesaggi rurali, presenze femminili irraggiungibili, folle che si agitano, acque e ponti attraversati da un senso di perdita imminente. Non c’è racconto lineare, ma una deriva emotiva sempre più desolata. Quando Barrett arriva a quel sentirsi “troppo vuoto” e “così solo”, il desiderio di tornare a casa non appare come semplice nostalgia, ma come bisogno di ritirarsi in un luogo protetto, forse Cambridge, forse soltanto la propria mente.

Late Night (1969)

“Late Night” chiude “The Madcap Laughs” come un brano di straziante dolcezza. Il suo elemento sonoro più riconoscibile è la chitarra slide, ottenuta facendo scorrere uno Zippo sulle corde: un timbro piangente, metallico e insieme tenerissimo, lontano dall’uso più avanguardistico e rumorista dei primi Pink Floyd. La struttura è quella di una ballata sonnolenta e spoglia, sostenuta da una sezione ritmica discreta e da un andamento circolare che argina appena le irregolarità metriche tipiche di Syd. La voce, piatta e confidenziale, sembra parlare più che cantare, accorciando la distanza con l’ascoltatore.
Le parole scavano in una solitudine ormai esplicita: Barrett si sente solo e irreale, ma continua ad aggrapparsi al ricordo di un contatto, di un bacio, di un “tu” forse reale, forse soltanto immaginato. È la confessione finale di un uomo che, pur percependosi ormai scisso dal mondo esterno, riesce ancora a distillare la propria fragilità in una melodia pura, spedita dal silenzio della sua mente.

Opel (1969)

Quintessenza dell’estetica del non-finito barrettiano, “Opel” è una performance scheletrica per sola chitarra acustica e voce, ma proprio questa nudità ne fa una delle prove più intense di Syd. La chitarra non accompagna in modo regolare: oscilla, si sospende, lascia vuoti improvvisi; il canto dilata le sillabe, forza gli accenti, sembra ignorare ogni griglia metrica tradizionale. Non c’è costruzione, non c’è protezione, quasi non c’è distanza tra l’esecuzione e la ferita che la genera. Le immagini di acque grigie, sabbia bagnata e vento freddo del nord compongono un paesaggio interiore più che naturale, un luogo di isolamento in cui la solitudine successiva all’uscita dai Pink Floyd diventa materia sonora.

Ascoltare “Opel” dà davvero la sensazione di scendere negli abissi della psiche di Syd: non per voyeurismo, ma perché la canzone sembra aprirsi mentre si disfa, lasciando intravedere una bellezza fragile, instabile, quasi impossibile da sostenere.

Nota filologica

Il titolo del brano, tradizionalmente tramandato come “Opel”, è stato oggetto di una revisione critica che ne ha proposto l’origine come “Opal” (opale), in riferimento alla pietra preziosa. Tale ricostruzione, basata sull’analisi dei materiali d’archivio e delle trascrizioni dei nastri EMI, è riportata nel volume “The Lyrics of Syd Barrett” di Rob Chapman (2021), supervisionato da David Gilmour, dove l’attuale forma “Opel” viene interpretata come un errore di catalogazione del tape box originale.

Love Song (1970)

È uno dei momenti più dolci, nostalgici e melodicamente ispirati del secondo album solista di Syd Barrett. L’harmonium e il pianoforte di Wright danno al brano un calore particolare, quasi da café europeo, addolcendo l’andamento sghembo della chitarra di Syd senza cancellarne la fragilità. La melodia ha una grazia limpida, immediata, tra folk-pop e nostalgia psichedelica: sembra una delle sue canzoni più accessibili, ma conserva quella lieve stortura che impedisce al sentimento di diventare semplice maniera.

Il vero centro del pezzo sta nel contrasto tra l’arrangiamento accogliente e la voce di Barrett, piatta, trattenuta, emotivamente prosciugata. Anche il testo è insolitamente lineare: una dichiarazione d’amore sospesa tra ricordo, sogno e lontananza, forse legata alle lettere giovanili indirizzate alle figure femminili della sua vita. “Love Song” conserva così il tono di una piccola lettera privata: fragile, affettuosa, già attraversata dal senso di una perdita irreversibile.

Rats (1970)

“Rats” mostra il lato più spigoloso, nevrotico e abrasivo della scrittura solista di Syd Barrett. Il brano nasce da una matrice acustica grezza, quasi improvvisata, poi appesantita da sovraincisioni ritmiche che non la stabilizzano, ma ne accentuano il carattere storto e disturbante. La struttura è abrasiva e dissonante, attraversata da cambi di tempo imprevedibili e da un andamento spezzato, fatto di scatti, inciampi e brusche contrazioni. Anche la voce si muove in questa zona di instabilità: più che cantare, Barrett declama, ringhia, lascia esplodere frammenti verbali come schegge di un discorso ormai impossibile da ricomporre.

Il testo ha la forma di un’invettiva ossessiva e paranoica, rivolta contro nemici reali o immaginari, presenze ostili che sembrano accerchiare l’autore dall’esterno e dall’interno. Se “Vegetable Man” anticipava il lato più ruvido del punk-rock e della new wave, “Rats” sembra spingersi ancora oltre, verso una tensione più nichilista e disarticolata, vicina a certe fratture del post-punk.

Wolfpack (1970)

Tra le tracce più oscure e psicologicamente dense, “Wolfpack” fu anche uno dei brani che lo stesso autore indicò tra i suoi preferiti. Rispetto alle filastrocche più leggere del periodo, qui l’atmosfera si fa tesa, incalzante, quasi claustrofobica. La sezione ritmica procede come una caccia spezzata, mentre la voce resta asciutta e monocorde, amplificando la sensazione di freddezza e isolamento. Il testo è un vortice di associazioni libere: branco di lupi, carte da gioco, immagini minerali e formule enigmatiche si accostano più per urto visivo e fonetico che per sviluppo narrativo.

Eppure, dentro questa apparente frantumazione, “Wolfpack” conserva una lucidità inquietante: il branco diventa la figura di un mondo esterno percepito come ostile e incombente. È Barrett braccato, ma ancora capace di trasformare la paranoia in una forma visionaria. Non stupisce che Robyn Hitchcock, tra i più sensibili eredi della sua immaginazione obliqua, abbia riconosciuto proprio in questo brano uno dei vertici estremi della scrittura rock barrettiana.

Milky Way (1970)

Registrata nella stessa sessione da cui emersero anche i primi abbozzi di “Rats” e “Wined And Dined”, “Milky Way” vide la luce solo nel 1988, nella raccolta “Opel”. È una delle sue prove più delicate e sospese: niente strumenti elettrici, nessuna sezione ritmica, soltanto voce e chitarra acustica arpeggiata, in un tempo libero che sembra seguire il respiro più che una scansione regolare. La struttura, impostata su una progressione folk psichedelica apparentemente semplice, viene attraversata da scarti armonici e da un andamento rubato che le danno un carattere intimo, fragile, quasi non-finito.

Il significato del brano vive su un contrasto tipicamente barrettiano: da un lato la Via Lattea come immagine di distanza siderale, isolamento mentale, distacco dal mondo; dall’altro il bisogno disarmato di calore fisico, racchiuso nella richiesta di un abbraccio. In “Milky Way” Barrett sembra fluttuare lontanissimo da tutto, ma proprio da quella distanza lascia affiorare una vulnerabilità umana elementare.

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