Nell’ambito della psicologia cognitiva, il costrutto della memoria lampadina (flashbulb memory)
descrive la capacità del cervello umano di cristallizzare i dettagli
spaziali e temporali legati all’apprendimento di notizie dal profondo
impatto emotivo. Per molti di noi, me compreso, l’11 settembre ne
rappresenta l’esempio più immediato: uno di quei momenti in cui non si
ricorda soltanto la notizia, ma anche il luogo esatto in cui ci si
trovava quando la si è appresa. Per me lo è stato anche il 7 luglio
2006, il giorno della morte di Syd Barrett.
Ricordo
dove mi trovavo, cosa stavo facendo e soprattutto il senso di vuoto che
sentii dentro. Un vuoto strano, quasi paradossale, perché Syd Barrett,
dal punto di vista artistico, ci aveva già lasciati da moltissimo tempo.
Dopo “The Madcap Laughs” e “Barrett”,
entrambi pubblicati nel 1970, la sua presenza pubblica nella musica si
era progressivamente dissolta, lasciando dietro di sé non una carriera
interrotta nel senso comune del termine, ma qualcosa di più difficile da
definire: una voce che aveva smesso di parlare e che proprio per questo
continuava a risuonare.
Con nessun altro artista ho avuto, e credo
avrò mai, una relazione così empatica. In Barrett non mi colpisce
soltanto la bellezza delle canzoni, né la loro importanza storica, né il
ruolo decisivo avuto nella nascita dei Pink Floyd.
Mi colpisce quella sensazione, rarissima, di trovarmi davanti a
qualcuno che non riesce davvero a proteggersi da ciò che sta esprimendo.
Anche quando gioca con le parole, quando costruisce filastrocche
surreali o immagini infantili, sembra sempre che sulla registrazione
passi qualcosa di nudo, di non schermato, come se tra l’impulso
interiore e il nastro magnetico esistesse una distanza minima.
Forse è proprio questa esposizione totale a
rendere la sua musica così fragile e così necessaria. In molti artisti
la vulnerabilità diventa stile, linguaggio, perfino mestiere. In
Barrett, invece, sembra restare materia viva, non del tutto organizzata,
a tratti impossibile da sostenere. È anche per questo, credo, che si è
bruciato così presto: non perché fosse semplicemente il “genio perduto” o
il “folle” della mitologia rock, ma perché la sua musica dà spesso
l’impressione di consumare direttamente la persona che la genera.
Eppure
sarebbe sbagliato leggere questa fase soltanto come un progressivo
spegnimento. Proprio quando la forma comincia a incrinarsi, Barrett
mostra a tratti una lucidità impressionante sulla propria condizione,
sul modo in cui viene osservato dagli altri e sulla distanza crescente
tra sé e il mondo circostante. “Vegetable Man” è quasi un autoritratto
deformato, crudele, costruito a partire dal corpo, dai vestiti, dalla
percezione di sé come presenza fuori posto. “Jugband Blues” trasforma
l’estraneità in una specie di addio obliquo, insieme ironico e
devastante. “Wolfpack”, con la sua scrittura franta e minacciosa, sembra
invece muoversi in uno spazio mentale già assediato, dove le immagini
non si organizzano più in racconto ma continuano a conservare una forza
visionaria intatta.
Anche per questo il passaggio dai primi Pink
Floyd ai lavori solisti non è soltanto una riduzione di mezzi o una
perdita di controllo. È una trasformazione radicale del linguaggio.
Dall’architettura sonora collettiva di “The Piper At The Gates Of Dawn”, ancora densa, colorata, pienamente psichedelica,
si arriva nei dischi del 1970 a una vera estetica del frammento e
dell’errore. Lo studio di registrazione smette di essere soltanto un
luogo di costruzione e perfezionamento tecnico, diventando quasi uno
spazio di documentazione della fragilità esecutiva. Le esitazioni, gli
attacchi incerti, le cesure improvvise, le canzoni che sembrano sul
punto di disfarsi non sono semplici difetti: diventano parte integrante
dell’esperienza, il punto in cui la bellezza di Barrett appare più
esposta e meno difesa.
Syd Barrett: 10 brani nascosti da riscoprire
A vent’anni dalla sua scomparsa, il senso
di vuoto rimane e per rendergli omaggio ho scelto di non ripartire dai
brani più celebrati. Per il periodo con i Pink Floyd ho escluso tutte le
pubblicazioni ufficiali dell’epoca, cioè i singoli e i brani apparsi su
album, con una sola eccezione: “Apples And Oranges”, il terzo singolo
del gruppo, rimasto ai margini del canone anche per il suo insuccesso
commerciale.
Per i brani solisti ho seguito un criterio diverso,
eliminando quelli più noti e ascoltati, in particolare tutti quelli che
superano i due milioni di visualizzazioni. Non perché siano meno
importanti, ovviamente, ma perché appartengono ormai alla parte più
canonizzata del suo racconto. La playlist che segue nasce
invece da una zona più laterale e personale: dieci brani meno
frequentati, scarti, episodi solisti o periferici in cui sento Barrett
più vicino, meno trasformato in icona e più presente nella sua
instabilità umana.
Lucy Leave (1965)
Scritta alla fine del 1964, quando il
gruppo si esibiva ancora come The Tea Set, “Lucy Leave” appartiene alla
preistoria dei Pink Floyd. Rimasta per decenni un tesoro confinato nei
circuiti bootleg, la canzone è stata pubblicata ufficialmente
solo nel 2015 nell’Ep “1965: Their First Recordings”. La formazione è
ancora quella embrionale, senza le tastiere di Richard Wright e con Bob
Klose alla chitarra solista.
Musicalmente è un pezzo acerbo ma già rivelatore, radicato nel garage rock e nel rhythm’n’blues britannico dei primi Yardbirds o Animals, però attraversato da stop-and-go,
scarti melodici e soluzioni armoniche non del tutto convenzionali. Il
testo racconta una relazione al capolinea, ma lo fa con un’ambiguità
tipicamente barrettiana: il protagonista vuole liberarsi di
Lucy e insieme sembra non riuscire a staccarsene, oscillando tra
rifiuto, gelosia e attaccamento morboso. Dentro una forma ancora
derivativa, si intravede già l’anima straniante di Syd.
Apples And Oranges (1967)
Terzo singolo dei Pink Floyd e ultimo
scritto da Syd Barrett per il gruppo, segnò anche il primo vero arresto
commerciale della band. È un brano apparentemente più leggero, ma
tutt’altro che semplice: sotto la superficie di una canzone pop luminosa
e quasi natalizia, ispirata da una ragazza intravista a Richmond, si
muove una scrittura piena di scarti, cambi d’accento, asimmetrie
metriche e brusche deviazioni, accentuata da una chitarra elettrica
volutamente scordata.
Proprio su questa tensione intervenne la
produzione di Norman Smith, che cercò di forzarne la presa melodica
caricandola di cori, riverberi ed effetti. Roger Waters
criticò duramente quella scelta: a suo giudizio il produttore aveva
tentato di normalizzare un brano eccentrico e irregolare, finendo invece
per “distruggerlo” e soffocarne la naturale stranezza. Resta però un
documento prezioso dell’ultimo Barrett ancora pop, capace di trasformare
una scena quotidiana in un piccolo labirinto psichedelico.
Vegetable Man (1967)
Incisa nell’ottobre del 1967 durante le sessioni di “A Saucerful Of Secrets”,
“Vegetable Man” rimase a lungo fuori dalla discografia ufficiale dei
Pink Floyd: troppo cupa, troppo personale, troppo scopertamente legata
alla crisi di Barrett per poter essere assimilata al percorso del
gruppo. Il brano ha un suono ruvido, saturo e claustrofobico. Con il suo
riff monolitico e l’andamento abrasivo, è considerato uno degli antecedenti più impressionanti del punk-rock e della new wave, per la violenza espressiva e per una scomposizione della forma che altri artisti avrebbero esplorato solo anni dopo.
Ma
la sua forza sta soprattutto nel testo, uno degli autoritratti più
spietati e lucidi mai scritti da Barrett: l’autore elenca minuziosamente
i propri vestiti stravaganti e le proprie abitudini, quasi cercando di
“mimetizzarsi” e integrarsi con il mondo esterno, ma finendo per
rivelare l’esatto contrario, cioè la propria irrimediabile alienazione.
L’uomo vegetale non è allora soltanto una trovata surreale, ma il grido
d’aiuto di un uomo che si sente ridotto a sagoma, merce, corpo esposto
allo sguardo dell’industria e degli altri.
Feel (1969)
Tra i brani meno discussi, è anche una
delle sue prove più alte come poeta e cantautore. La registrazione
conserva un senso di precarietà assoluta: non sembra un prodotto
rifinito, ma un istante fragile, colto mentre cerca faticosamente una
forma. La chitarra acustica è scarna, irregolare, attraversata da
bruschi cambi armonici che si susseguono come pennellate frastagliate;
ogni strofa contiene tredici accordi, eppure l’andamento resta fluido,
sospeso, quasi dylaniano nella libertà del fraseggio.
Il
testo procede per immagini impressionistiche: paesaggi rurali, presenze
femminili irraggiungibili, folle che si agitano, acque e ponti
attraversati da un senso di perdita imminente. Non c’è racconto lineare,
ma una deriva emotiva sempre più desolata. Quando Barrett arriva a quel
sentirsi “troppo vuoto” e “così solo”, il desiderio di tornare a casa
non appare come semplice nostalgia, ma come bisogno di ritirarsi in un
luogo protetto, forse Cambridge, forse soltanto la propria mente.
Late Night (1969)
“Late Night” chiude “The Madcap Laughs”
come un brano di straziante dolcezza. Il suo elemento sonoro più
riconoscibile è la chitarra slide, ottenuta facendo scorrere
uno Zippo sulle corde: un timbro piangente, metallico e insieme
tenerissimo, lontano dall’uso più avanguardistico e rumorista dei primi
Pink Floyd. La struttura è quella di una ballata sonnolenta e spoglia,
sostenuta da una sezione ritmica discreta e da un andamento circolare
che argina appena le irregolarità metriche tipiche di Syd. La voce,
piatta e confidenziale, sembra parlare più che cantare, accorciando la
distanza con l’ascoltatore.
Le parole scavano in una solitudine ormai
esplicita: Barrett si sente solo e irreale, ma continua ad aggrapparsi
al ricordo di un contatto, di un bacio, di un “tu” forse reale, forse
soltanto immaginato. È la confessione finale di un uomo che, pur
percependosi ormai scisso dal mondo esterno, riesce ancora a distillare
la propria fragilità in una melodia pura, spedita dal silenzio della sua
mente.
Opel (1969)
Quintessenza dell’estetica del non-finito barrettiano, “Opel” è una performance
scheletrica per sola chitarra acustica e voce, ma proprio questa nudità
ne fa una delle prove più intense di Syd. La chitarra non accompagna in
modo regolare: oscilla, si sospende, lascia vuoti improvvisi; il canto
dilata le sillabe, forza gli accenti, sembra ignorare ogni griglia
metrica tradizionale. Non c’è costruzione, non c’è protezione, quasi non
c’è distanza tra l’esecuzione e la ferita che la genera. Le immagini di
acque grigie, sabbia bagnata e vento freddo del nord compongono un
paesaggio interiore più che naturale, un luogo di isolamento in cui la
solitudine successiva all’uscita dai Pink Floyd diventa materia sonora.
Ascoltare
“Opel” dà davvero la sensazione di scendere negli abissi della psiche
di Syd: non per voyeurismo, ma perché la canzone sembra aprirsi mentre
si disfa, lasciando intravedere una bellezza fragile, instabile, quasi
impossibile da sostenere.
Nota filologica
Il titolo del brano, tradizionalmente tramandato come “Opel”, è stato oggetto di una revisione critica che ne ha proposto l’origine come “Opal” (opale), in riferimento alla pietra preziosa. Tale ricostruzione, basata sull’analisi dei materiali d’archivio e delle trascrizioni dei nastri EMI, è riportata nel volume “The Lyrics of Syd Barrett” di Rob Chapman (2021), supervisionato da David Gilmour, dove l’attuale forma “Opel” viene interpretata come un errore di catalogazione del tape box originale.
Love Song (1970)
È uno dei momenti più dolci, nostalgici e melodicamente ispirati del secondo album solista di Syd Barrett. L’harmonium e il pianoforte di Wright danno al brano un calore particolare, quasi da café europeo, addolcendo l’andamento sghembo della chitarra di Syd senza
cancellarne la fragilità. La melodia ha una grazia limpida, immediata,
tra folk-pop e nostalgia psichedelica: sembra una delle sue canzoni più
accessibili, ma conserva quella lieve stortura che impedisce al
sentimento di diventare semplice maniera.
Il vero centro del pezzo
sta nel contrasto tra l’arrangiamento accogliente e la voce di Barrett,
piatta, trattenuta, emotivamente prosciugata. Anche il testo è
insolitamente lineare: una dichiarazione d’amore sospesa tra ricordo,
sogno e lontananza, forse legata alle lettere giovanili indirizzate alle
figure femminili della sua vita. “Love Song” conserva così il tono di
una piccola lettera privata: fragile, affettuosa, già attraversata dal
senso di una perdita irreversibile.
Rats (1970)
“Rats” mostra il lato più spigoloso,
nevrotico e abrasivo della scrittura solista di Syd Barrett. Il brano
nasce da una matrice acustica grezza, quasi improvvisata, poi
appesantita da sovraincisioni ritmiche che non la stabilizzano, ma ne
accentuano il carattere storto e disturbante. La struttura è abrasiva e
dissonante, attraversata da cambi di tempo imprevedibili e da un
andamento spezzato, fatto di scatti, inciampi e brusche contrazioni.
Anche la voce si muove in questa zona di instabilità: più che cantare,
Barrett declama, ringhia, lascia esplodere frammenti verbali come
schegge di un discorso ormai impossibile da ricomporre.
Il testo ha
la forma di un’invettiva ossessiva e paranoica, rivolta contro nemici
reali o immaginari, presenze ostili che sembrano accerchiare l’autore
dall’esterno e dall’interno. Se “Vegetable Man” anticipava il lato più
ruvido del punk-rock e della new wave, “Rats” sembra spingersi ancora
oltre, verso una tensione più nichilista e disarticolata, vicina a certe
fratture del post-punk.
Wolfpack (1970)
Tra le tracce più oscure e
psicologicamente dense, “Wolfpack” fu anche uno dei brani che lo stesso
autore indicò tra i suoi preferiti. Rispetto alle filastrocche più
leggere del periodo, qui l’atmosfera si fa tesa, incalzante, quasi
claustrofobica. La sezione ritmica procede come una caccia spezzata,
mentre la voce resta asciutta e monocorde, amplificando la sensazione di
freddezza e isolamento. Il testo è un vortice di associazioni libere:
branco di lupi, carte da gioco, immagini minerali e formule enigmatiche
si accostano più per urto visivo e fonetico che per sviluppo narrativo.
Eppure,
dentro questa apparente frantumazione, “Wolfpack” conserva una lucidità
inquietante: il branco diventa la figura di un mondo esterno percepito
come ostile e incombente. È Barrett braccato, ma ancora capace di
trasformare la paranoia in una forma visionaria. Non stupisce che Robyn Hitchcock,
tra i più sensibili eredi della sua immaginazione obliqua, abbia
riconosciuto proprio in questo brano uno dei vertici estremi della
scrittura rock barrettiana.
Milky Way (1970)
Registrata nella stessa sessione da cui
emersero anche i primi abbozzi di “Rats” e “Wined And Dined”, “Milky
Way” vide la luce solo nel 1988, nella raccolta “Opel”. È una delle sue
prove più delicate e sospese: niente strumenti elettrici, nessuna
sezione ritmica, soltanto voce e chitarra acustica arpeggiata, in un
tempo libero che sembra seguire il respiro più che una scansione
regolare. La struttura, impostata su una progressione folk psichedelica
apparentemente semplice, viene attraversata da scarti armonici e da un
andamento rubato che le danno un carattere intimo, fragile, quasi
non-finito.
Il significato del brano vive su un contrasto tipicamente barrettiano:
da un lato la Via Lattea come immagine di distanza siderale, isolamento
mentale, distacco dal mondo; dall’altro il bisogno disarmato di calore
fisico, racchiuso nella richiesta di un abbraccio. In “Milky Way”
Barrett sembra fluttuare lontanissimo da tutto, ma proprio da quella
distanza lascia affiorare una vulnerabilità umana elementare.
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