Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/04/2026

[Contributo al dibattito] - Keynes e i 90 anni della sua “Teoria generale”

di Tonino Perna

Novant’anni fa veniva pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Un’opera fondamentale nella storia del pensiero economico, nota come “la rivoluzione keynesiana”.

La definizione è corretta se viene letta alla luce di quello che ci ha insegnato Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), vale a dire: la sostituzione di un paradigma con un altro. Infatti, il mainstream della teoria economica fino agli anni Trenta del secolo scorso si basava su un assioma: il mercato capitalistico si autoregola ottimizzando tutte le risorse disponibili.

Bastava che lo Stato lasciasse operare liberamente le forze della domanda e dell’offerta che tutti i fattori della produzione trovavano la loro massima utilizzazione possibile. Dal 1870, anno in cui Walras-Menger-Jevons pubblicarono le loro opere, questa visione ha avuto anche un battesimo scientifico con un largo uso di equazioni matematiche che ne consacravano la validità. Questa teoria economica divenne egemone sia a livello accademico sia a livello politico. Il ruolo dello Stato è ridotto al minimo, essenzialmente l’amministrazione dell’ordine pubblico e le infrastrutture, la spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio.

Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street, i Paesi occidentali entrarono in un tunnel recessivo con un crescente numero di disoccupati. Il meccanismo di autoregolazione del mercato apparve con evidenza non funzionare. I governi dei Paesi industrializzati rimasero inerti di fronte a un impoverimento allarmante della popolazione, le proteste sociali montarono in tutti gli Stati occidentali, ma la politica aspettò che l’economia si riprendesse e guardò incredula alla spirale recessiva: le imprese fallivano licenziando milioni di operai che a loro volta non consumavano più provocando un’ulteriore caduta della domanda e quindi altre chiusure di aziende e nuovi licenziamenti.

È in questo clima depressivo che irrompe la “Teoria generale” con un’altra visione del rapporto economia-società-istituzioni a diversi livelli. La prima cosa che Keynes mette in discussione è la capacità del sistema economico capitalistico di ritrovare la strada per la piena occupazione dei fattori della produzione. Certo, sosteneva Keynes, l’equilibrio tra domanda e offerta si trova sempre a un certo punto, ma è un equilibrio di sottoccupazione. Non c’è nessun automatismo che possa riportare il sistema a una ripresa economica che porti alla piena occupazione.

Da questa analisi ne deriva la netta indicazione keynesiana che infrangeva un tabù consolidato nei secoli: il pareggio di bilancio dello Stato. In una situazione di recessione come quella che viveva l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso, Keynes propose di usare il deficit di bilancio dello Stato per finanziare opere pubbliche che non facessero concorrenza alle imprese private già in gravi difficoltà (da qui le famose “buche keynesiane” che erano solo un esempio e non una indicazione di politica economica).

L’assunto keynesiano non veniva fuori da un’ideologia, bensì dall’analisi della curva del reddito rispetto a quella dei consumi. In breve, Keynes aveva osservato che man mano che aumentava il reddito pro-capite nel Regno Unito la domanda di beni di consumo non cresceva allo stesso modo, con lo stesso passo, producendo di fatto un incremento del risparmio. La scienza economica fino a quel momento aveva sostenuto che il risparmio che si formava nei Paesi industrializzati andava ad alimentare gli investimenti che, a loro volta, avrebbero aumentato l’occupazione e la ricchezza di un determinato Paese. Ed è su questo aspetto, dato per scontato, che Keynes introduce per la prima volta la complessità della psicologia umana nella teoria economica.

I “classici” avevano fondato il comportamento dei risparmiatori e degli imprenditori su una base razionale che si basava su una piena conoscenza delle componenti del mercato, della formazione dei prezzi, una libera concorrenza e una totale trasparenza. Viceversa, Keynes introduce la categoria delle aspettative in un clima di incertezza, che è congenito allo sviluppo capitalistico, che determinano tanto il comportamento dei consumatori quanto gli investimenti degli imprenditori. Sul lato della domanda il comportamento dei cittadini in quanto consumatori-risparmiatori risente dell’incertezza del futuro nel decidere quanto risparmiare e dove collocare il risparmio. Oggi, per esempio, vivendo in un momento di grandi incertezze molti risparmiatori preferiscono la liquidità non cedendo alle lusinghe dei promotori finanziari, con il risultato che nella UE il denaro sui conti correnti è arrivato a circa 12mila miliardi di euro.

Mentre i classici dell’economia, da Ricardo a Marshall, teorizzavano investimenti legati a un calcolo razionale, per Keynes gli “animal spirits” del capitalismo agiscono in base a una componente emotiva e intuitiva, basata spesso sul “contesto” del tempo in cui vivono. Per questo scrisse la famosa frase “non c’è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa quando è depresso”.

L’attuale ed ennesima crisi del petrolio ci mostra chiaramente il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare le altre macrovariabili: reddito, occupazione, inflazione, bilancia commerciale, etc.. Oggi è evidente più che in passato che il sistema capitalistico avanzato è alla ricerca degli “extra-profitti” come motore degli investimenti, che in gran parte sono legati a situazioni di oligopolio e/o speculativi.

Ancora più evidente rispetto al secolo scorso è il ruolo che rivestono i leader politici nell’influenzare gli investimenti speculativi a breve termine nelle Borse (ne abbiamo avuto un’inconfutabile dimostrazione con l’attuale presidente Usa).

In breve, l’aver introdotto il ruolo determinante della psicologia nei comportamenti degli imprenditori quanto dei consumatori ha aperto la strada a studi sempre più approfonditi di quella che è stata chiamata la scuola post-keynesiana.

Se Keynes è considerato il più importante economista del XX secolo per la sua “Teoria generale”, non molti conoscono le altre opere e il suo impegno politico, nonché la sua ricerca e visione di un’altra economia.

Fra i tanti impegni politici il più rilevante fu la sua partecipazione agli accordi di Bretton Woods del 1944 dove si decisero le sorti del nuovo sistema monetario internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, in qualità di superpotenza occidentale vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, impose il dollaro come moneta di riserva internazionale con un cambio fisso con l’oro, malgrado le proteste di Keynes che si batté perché venisse istituito il “bancor” una unità di conto a cui sarebbe stato assegnato un valore ottenuto dalla media delle principale valute di allora. A distanza di oltre ottant’anni è quanto oggi propongono i Brics (l’alleanza di “economie emergenti” guidata da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e non solo) per mettere in soffitta la “signoria del dollaro” e creare un nuovo ordine monetario multipolare.

Una visione nettamente controcorrente è quella rispetto al rapporto tra progresso tecnologico e orario di lavoro. In “Prospettive per i nostri nipoti” del 1930, Keynes proponeva per le future generazioni una netta riduzione dell’orario settimanale di lavoro data la continua crescita della produttività del lavoro dovuta all’automazione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Purtroppo, siamo ancora rimasti alle otto ore che furono ottenute dal movimento sindacale un secolo fa.

E sempre guardando al futuro Keynes credeva che avremmo dovuto avere il coraggio di assegnare al denaro il suo vero valore. Si domandava, come spesso facciamo ancora oggi, che senso ha per un miliardario continuare ad accumulare denaro, che cosa gli cambia nella vita? “L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà tra il criminale e il patologico che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.

Fonte

11/11/2025

La torta di Keynes e l’aforisma calabrese sul pane

Alla fine del mese di maggio del 1919, Keynes, amareggiato dal modo di procedere della Conferenza di pace di Versailles, alla quale stava partecipando come delegato del Cancelliere dello Scacchiere britannico, abbandonò i lavori e ritornò a Cambridge e nei due mesi successivi scrisse Le conseguenze economiche della pace. Il libro divenne noto per le critiche di Keynes nei confronti Lloyd George, Clemenceau e Wilson. Orlando, per l’Italia, ebbe un ruolo irrilevante.

Egli era consapevole che il desiderio di vendetta della Francia, personificato da Clemenceau e che si concretizzava nell’imposizione alla Germania di pagare danni di guerra che andavano ben oltre le proprie possibilità economiche, creava le condizioni di quella che fu definita “pace cartaginese”.

L’obiettivo politico di trasformare la nazione tedesca in uno Stato servile, degradando la vita di milioni di esseri umani, avrebbe seminato sul terreno europeo l’astio per una nuova guerra.

L’errore più grossolano si fondava sull’illusione che in seguito alla definizione dei confini a tavolino, ridisegnando l’assetto territoriale, allora si sarebbero superati gli equilibrismi e i giochi delle alleanze prebellici. Ma quest’approccio, secondo Keynes, ignorava il disordine economico che sottostava agli accordi politici.

Ma a cosa alludeva Keynes, quando parlava di disordine economico?

Qualche anno più tardi, nel 1933, il senatore Agnelli (padre), nel carteggio con Luigi Einaudi, riconobbe tra le altre cose, che il Primo conflitto mondiale non aveva risolto la crisi di sovrapproduzione, che era il risultato degli aumenti di produttività, legati alla Seconda rivoluzione industriale, ma l’aveva solo rimandata.

Da questo punto in poi emerge la parte meno nota del libro e la lunga metafora della torta prova ad esplicitare che la crisi di sovrapproduzione, rispetto ai consumi miseri dei lavoratori, era già in atto nei primi anni del Novecento, anzi è una caratteristica del modo di produzione capitalistico.

Il principio dell’accumulazione impone che, per il capitalista, un pollo non dev’essere consumato oggi, anche se si ha fame: esso è sempre per domani.

Da una parte – spiega Keynes – la classe lavoratrice fu persuasa o meglio vincolata ad accettare una piccola parte della torta, di cui essa diventava l’artefice della sua produzione e della sua crescita, mediante la “potenza degli agenti (mezzi di produzione) che metteva in moto”, mentre dall’altro lato, alla classe dei capitalisti fu consentito di appropriarsi della parte migliore della torta, con la condizione tacitamente implicita che solo una frazione piccolissima di essa fosse destinata al consumo.

L’unica virtù – afferma Keynes – divenne il risparmio, finalizzato all’investimento e la crescita della torta rappresentava il vero scopo della religione.

Qualsiasi scusa era buona per rinviare il consumo (per i figli, per la vecchiaia, ecc.) proprio perché: «La virtù della torta stava nel non essere consumata».

L’astinenza, la privazione, la sofferenza erano i paletti che bisognava rispettare, per praticare il rinvio, al fine di scrivere questi comportamenti nel DNA delle classi popolari, anche quelle che si trovavano nelle aree periferiche del capitalismo.

C’era un aforisma calabrese, tramandato dalla cultura orale della generazione dei miei nonni (tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento) e che veniva spesso recitato durante i succulenti pranzi festivi degli anni Settanta, per richiamare l’attenzione sulle assurdità di quelle pratiche di astinenza, collegate, in qualche misura, alla metafora della torta di Keynes.

Ecco le parole di mio padre, che fu costretto ad abbandonare la scuola in terza elementare: «Figli mii mangiati mangiati, pane ruttu uh ni tuccati, pane sanu u ni rumpiti, figli mii mangiati mangiati!» Qui i figli erano esortati dai genitori a mangiare, senza toccare il pane.

Tuttavia, la rinuncia al consumo della torta iniziava a creare dei problemi, poiché non c’era la percezione che essa era cresciuta in progressione geometrica, nel periodo prebellico. Pertanto, il principio dell’accumulazione, che si basava sull’ineguaglianza e che aveva garantito l’ordine prima della guerra, evidenziava forti segnali di instabilità e soprattutto non trovava terreno fertile, nel quale rigenerarsi.

Dunque, nel primo dopoguerra mondiale, si delinea un nuovo contesto: le classi lavoratrici non sono più disposte a rinunciare ai frutti del loro lavoro, mentre i capitalisti si lasciano andare alla prodigalità, si abbandonano alla libertà di consumare, anche se lungo questa strada, come scrive Keynes: «non faranno altro che accelerare la loro espropriazione».

Fonte

17/10/2025

Innovazioni senza innovazione. Il paradosso del Nobel per le scienze economiche 2025

di Marco Veronese Passarella

È ufficiale. Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori del Premio per le Scienze Economiche istituito dalla Banca Nazionale di Svezia in onore di Alfred Nobel, edizione 2025. Lunedì scorso, i tre studiosi sono stati premiati per aver spiegato – si legge nelle motivazioni – la crescita economica trainata dalle innovazioni tecniche.

In particolare, metà del premio è andata a Joel Mokyr (storico economico americano-israeliano affiliato alla Northwestern University) per aver identificato i prerequisiti per una crescita economica duratura al traino del progresso tecnologico.

L’altra metà del premio sarà, invece, equamente divisa dagli economisti Philippe Aghion (francese, affiliato al Collège de France, all’INSEAD e alla London School of Economics and Political Science) e da Peter Howitt (canadese, professore emerito alla Brown University) per la loro teoria della crescita di lungo periodo generata dal processo di “distruzione creatrice” esercitato dalle forze di mercato.

A ben vedere, la suddivisione del premio riflette sia il diverso contributo che il diverso approccio metodologico utilizzato dai tre autori. Le opere di Mokyr si caratterizzano, infatti, per l’ampio utilizzo di fonti storiche (accanto a più “tradizionali” strumenti quantitativi) e inoltre di categorie analitiche mutuate dalle teorie evoluzioniste ed istituzionaliste.

Per contro, Howitt e Aghion vengono premiati essenzialmente per un articolo pubblicato nel 1992 (intitolato A model of growth through creative destruction), in cui si propongono di studiare gli effetti del processo di innovazione tecnologica all’interno di un modello matematico (e puramente teorico) di crescita endogena. Per questa ragione, si rende conveniente una presentazione separata dei loro contributi.

Conoscenza, innovazione ed istituzioni

Il punto di partenza della riflessione di Mokyr è la constatazione che, sebbene la storia dell’umanità sia costellata di grandi innovazioni tecnologiche, queste si sono tradotte in crescita duratura (non meramente transitoria) della produzione e del reddito pro-capite soltanto a partire dalla rivoluzione industriale britannica. La ragione, per Mokyr, è che una crescita economica sostenuta ha bisogno di un flusso continuo di conoscenza utile e utilizzabile.

Questa, a sua volta, può essere suddivisa in due componenti: la conoscenza proposizionale (o teorica), ossia la conoscenza scientifica delle leggi che regolano il mondo, la quale consente di capire perché qualcosa funziona; e la conoscenza prescrittiva (o pratica), ossia le istruzioni che sono necessarie a far funzionare qualcosa (ma senza necessariamente sapere perché funziona).

Secondo Mokyr, prima della rivoluzione industriale britannica, le innovazioni erano principalmente il frutto del secondo tipo di conoscenza, quelle prescrittiva. Il primo tipo di conoscenza, quella proposizionale, non era assente, ma rimaneva confinata nel mondo delle idee, rendendo molto difficile innovare sulla base delle conoscenze pratiche esistenti.

Macro-invenzioni (ossia rotture tecnologiche radicali associate ad un salto nelle conoscenze) erano, dunque, possibili, ma queste sono per loro natura discontinue. Soprattutto, la separazione delle conoscenze faceva sì che le macro-invenzioni non generassero quel flusso costante di micro-invenzioni necessario a sostenere una crescita economica duratura. Questa richiede, infatti, migliorie cumulative, le quali, a loro volta, implicano un certo grado di conoscenza proposizionale dei processi sottostanti.

La ragione per cui il Regno Unito fu la prima nazione a conoscere una crescita continua nel tempo è esattamente che lì, per la prima volta nella storia, la formazione di una massa di tecnici e lavoratori specializzati relativamente a buon mercato consentì di istituire un ponte tra i due tipi di conoscenza, permettendo a scienza e tecnologia di muoversi congiuntamente, alimentandosi vicendevolmente in un circolo virtuoso.

Per Mokyr, questo cambiamento fu anche favorito da un ambiente culturale, sociale e politico comparativamente più favorevole all’accettazione del cambiamento.

Ogni innovazione porta, infatti, sempre con sé vincitori (gli innovatori) e vinti (chi rimane ancorato a vecchie idee, pratiche e tecnologie). Chi teme di essere danneggiato, opporrà resistenza – e tra questi vi sono sovente i gruppi sociali dominanti.

La presenza di istituzioni che, come il parlamento britannico del tempo, consentano di mediare gli interessi dei gruppi emergenti con quelli del vecchio establishment (anche attraverso meccanismi di compensazione) è, dunque, vitale affinché vengano rimosse le barriere all’innovazione e alla crescita.

Distruzione creatrice e crescita

Come detto, l’approccio di Howitt e Aghion (1992) è diverso e più “ortodosso” rispetto a quello seguito da Mokyr. Sul piano metodologico, i due economisti utilizzano un modello di crescita endogena, ossia un approccio astrattamente matematico allo studio dello sviluppo economico che combina calcolo differenziale, teoria del controllo ottimale e analisi dei processi stocastici a partire da assunti di derivazione neoclassica.

L’elemento di originalità del contributo di Howitt e Aghion rispetto ai modelli precedenti sta nel fatto che i due autori utilizzano questo approccio per spiegare come gli sconquassi prodotti da un flusso continuo di innovazioni tecnologiche a livello della singola impresa (piano microeconomico) possano tradursi in un sentiero di crescita stabile e bilanciata a livello aggregato (piano macroeconomico).

L’idea della competizione tra imprese come forma di “distruzione creatrice”, in cui le imprese più innovative sostituiscono quelle meno dinamiche, si deve a Schumpeter che, sulla scia di Marx, la pose al centro della sua teoria dello sviluppo capitalistico e della tendenza di questo alla concentrazione monopolistica.

L’operazione di Howitt e Aghion è quella di incorporare e reinterpretare tale principio all’interno di un modello di equilibrio economico generale dinamico. In questo senso, si tratta di un’operazione analoga a quella che consentì ai teorici della sintesi-neoclassico keynesiana di assimilare, depurandola dai suoi aspetti più radicali, la teoria di Keynes come teoria della trappola della liquidità all’intero di un modello di equilibrio macroeconomico (un approccio ibrido conosciuto dagli studenti di economia con il nome di modello IS-LM).

In particolare, l’idea chiave su cui Howitt e Aghion costruiscono il loro modello è che le imprese investano in ricerca e sviluppo per ottenere un potere di monopolio temporaneo nel mercato dei beni intermedi (data l’ipotesi di concorrenza perfetta su tutti gli altri mercati).

Le innovazioni si presentano in modo stocastico, date le relative spese in ricerca e sviluppo, e sostituiscono completamente le tecnologie precedenti, garantendo profitti per le imprese innovatrici. Tali profitti o rendite di monopolio hanno, però, natura temporanea, dato che perdurano soltanto fino a che una nuova innovazione scalzerà i vincitori di ieri dalla propria posizione dominante.

D’altra parte, i monopolisti in carica hanno meno incentivo ad innovare degli aspiranti entranti, perché le nuove spese di ricerca “cannibalizzerebbero” in tutto o in parte i loro profitti. È a questo processo di distruzione creatrice di valore microeconomico che si deve la crescita di lungo periodo dell’economia a livello aggregato, trainata dal progresso tecnico.

Il tasso di crescita che così si determina può, però, rivelarsi troppo alto o troppo basso rispetto a quello che sarebbe scelto da un pianificatore centrale (o, che è lo stesso in questo modello, da un consumatore rappresentativo razionale, onnisciente e lungimirante). E ciò riflette la maggiore o minore spesa per investimenti in ricerca e sviluppo rispetto al suo livello ottimale. Ciò accade, ad esempio, perché per la società, a differenza che per ciascuna impresa innovatrice presa singolarmente, gli effetti di ogni innovazione sono permanenti e non meramente temporanei.

Inoltre, per la società, a differenza che per la singola impresa, il rendimento di ciascuna innovazione va calcolato al netto della distruzione della rendita legata alla tecnologia che viene rimpiazzata perché divenuta obsoleta.

Su questa base, si può dimostrare che quando le imprese hanno grande potere di monopolio e le innovazioni non sono troppo “grandi”, la crescita sarà troppo elevata, mentre sarà troppo bassa in caso contrario. Infine, in generale, le forze di mercato spingeranno ad innovazioni più “piccole” di quanto sarebbe socialmente ottimale.

Una valutazione critica

I lavori di Mokyr e, in misura minore, di Philippe Aghion e Peter Howitt, hanno l’indubbio pregio di provare ad introdurre nell’ambito del pensiero economico dominante categorie (innovazioni tecnologiche, distruzione creatrice) e approcci teorici (evoluzionismo, istituzionalismo) che sono rimaste a lungo ai margini della ricerca accademica negli ultimi sessant’anni.

La possibilità di equilibri economici subottimali e il legame complesso tra conoscenze, innovazione tecnologica, istituzioni e crescita, possono, inoltre, essere letti come una smentita di un certo liberismo ingenuo quanto pernicioso propugnato, ancora negli anni Ottanta, dai nipoti di Friedman e Hayek (ossia dai fautori della nuova macroeconomia classica e dei modelli del ciclo economico reale). Tuttavia, leggendo la documentazione allegata all’attribuzione del premio assegnato dalla Banca Nazionale di Svezia, non si possono non notare alcune criticità.

Anzitutto, entrambi gli approcci premiati soffrono degli stessi problemi metodologici di cui soffre tutta la letteratura economica di derivazione neoclassica – per una breve discussione dei quali, si rinvia all’Appendice 1 a questo scritto. In secondo luogo, il modello sviluppato da Aghion e Howitt presenta alcune criticità sul piano teorico e formale – per una breve descrizione delle quali, si rinvia all’Appendice 2.

In terzo luogo, e anche questa purtroppo non è novità, sia le opere più note degli autori premiati che la documentazione resa pubblica a motivazione del premio, sembrano ignorare un vasto ammontare di letteratura prodotta sul tema nell’ultimo mezzo secolo.

Se Schumpeter viene appena menzionato, i filoni di ricerca più innovativi ispirati alle sue opere – dai lavori sul progresso tecnico di Sylos-Labini ai contributi evoluzionisti di Nelson e Winter, fino ai più recenti modelli ad agenti eterogenei interagenti (che combinano elementi di teoria keynesiana, schumpeteriana ed istituzionalista con strumenti derivati dalla fisica dei sistemi complessi) – non sono nemmeno citati.

Più in generale, si ha la netta sensazione di essere catapultati in un mondo che non esiste più. Quel mondo nato dall’implosione del blocco sovietico in cui venivano teorizzate “terze vie” tra il mercato incontrollato e il vecchio statalismo socialdemocratico, ritenuto ormai inservibile e superato.

Non a caso, il documento di premiazione di Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sembra un manifesto del “social-liberismo”, secondo l’efficace definizione che ne diedero Bellofiore e Halevi, ossia di un progetto di società in cui “liberalizzazioni accoppiate a riregolamentazioni terrebbero sotto controllo le imperfezioni della concorrenza, mentre la compressione dei disavanzi pubblici libererebbe risorse per una crescita temperata dalla redistribuzione” (Bellofiore e Halevi, 2010, p. 10).

Non soltanto quel documento celebra espressamente la flexicurity (perché il processo di innovazione incessante richiede che si proteggano i lavoratori, non i posti di lavoro), ma si spinge a giustificare un certo grado di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi perché premiare i più meritevoli – viene argomentato – favorisce l’innovazione.

Gli estensori del documento sembrano non essere nemmeno sfiorati dalla constatazione che le innovazioni siano oggi quasi sempre il prodotto degli enormi centri di ricerca di società transnazionali (si pensi ad Amazon, Alphabet, Meta, Apple e Microsoft che, da sole, coprono quasi un quinto del totale delle spese mondiali in R&S) con fatturati superiori al PIL di un paese di medie dimensioni e non, invece, il frutto dell’intraprendenza individuale dell’imprenditore romantico ottocentesco – una figura che già Schumpeter considerava superata dallo sviluppo capitalistico del proprio tempo.

Ancora più sorprendente e antistorica appare l’esaltazione che nel documento di premiazione viene fatta esplicitamente della “cultura della crescita” veicolata dai contributi selezionati, in un momento storico in cui l’umanità si trova a fronteggiare un’emergenza ambientale senza precedenti. Né il breve richiamo alle possibili conseguenze negative della crescita economica (p. 7 del documento divulgativo) vale a dissipare il senso di estraneamento – e, nel caso del contributo di Aghion e Howitt, di autismo matematico – che la lettura dei lavori prodotti dagli autori premiati solleva.

D’altra parte, l’idea di Mokyr che senza istituzioni aperte alle nuove idee, l’innovazione e con essa la crescita economica illanguidiscono e infine si spengono, può ben essere interpretata come una celebrazione acritica delle istituzioni liberali occidentali e una condanna senza appello dei regimi assolutisti orientali. O almeno questa sarebbe stata l’interpretazione prevalente alcuni decenni or sono.

Tuttavia, un’altra interpretazione è quella oggi più interessante. Un’interpretazione che vede nella deriva autocratica delle democrazie liberali (a cui assistiamo almeno da un quindicennio) e nella contemporanea emersione di altre aree del mondo, portatrici di diversi modelli di organizzazione sociale (la Cina su tutte), come il nuovo motore dell’innovazione tecnologica, una prova del fatto che anche il tempo del monopolio occidentale e delle sue rendite sono forse giunti al termine.

Che è poi esattamente quanto previsto dalla teoria di Mokyr e dal modello di Aghion e Howitt, ma con gli Stati al posto delle imprese e le istituzioni occidentali nell’inedito ruolo di ex-innovatori divenuti tenaci difensori dello status quo.

D’altra parte, se l’apertura alle nuove idee e all’innovazione teorica fossero misurate dal grado di eterogeneità (per scuola di appartenenza, istituzione accademica, genere e luogo di nascita dei premiati) del Nobel per le scienze economiche, si sarebbe tentati di concludere che i primi a ignorare la lezione di fondo di Mokyr, Aghion e Howitt siano stati proprio i membri del comitato che li ha premiati.

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Appendice 1 – Problemi metodologici

Come tutti i modelli e le teorie di derivazione neoclassica, anche gli approcci seguiti da Mokyr e, ancor più, da Philippe Aghion e Peter Howitt, soffrono di riduzionismo antropologico, ossia muovono dalla presunzione che esista una qualche essenza umana pre-sociale e che lo spirito di competizione (in opposizione, ad esempio, a quello di cooperazione) sia intrinsecamente connaturato a tale essenza umana.

Tali approcci soffrono, inoltre, di riduzionismo individualista e (anti) storico, dato che si basano sull’idea che la società sia una semplice sommatoria di individui-atomo che sono presupposti ed auto-evidenti. Sarebbe, dunque, possibile costruire il modello di una società naturale, in cui prevale la competizione tra individui e imprese, da opporre ad una non-naturale in cui tali condizioni non sono rispettate.

Soffrono, infine, di riduzionismo empirista, dato che si basano sul presupposto che la realtà sia trasparente e auto-evidente. Se è così, le astrazioni sono semplici stilizzazioni di una realtà che non va ulteriormente indagata. Come spiegato nell’appendice 2, è sulla base di questa impostazione che può essere spiegato il vero e proprio profluvio di ipotesi eroiche su cui il modello di Aghion e Howitt viene costruito.

Appendice 2 – Aspetti critici del modello di Aghion e Howitt (1992)

A dispetto della sua eleganza formale e degli indubbi elementi di novità che incorpora, il modello di Aghion e Howitt soffre di alcuni problemi. Alcuni di questi sono comuni alla classe di modelli a cui appartiene – si veda la Figura 1 per una ricostruzione dei legami del modello di Aghion e Howitt con gli altri modelli di crescita di derivazione neoclassica ed anche con il pionieristico contributo di Ramsey. Altri problemi sono specifici di questo modello.

Tra le novità introdotte da Aghion e Howitt c’è, infatti, l’idea che, a differenza degli altri mercati, quello dei beni intermedi sia caratterizzato da condizioni di monopolio (o, nella sua versione generalizzata, da oligopolio). Questa ipotesi assicura che emerga un incentivo per le imprese ad innovare, garantendo al contempo che negli altri mercati i prezzi riflettano i costi marginali e le curve di domanda siano decrescenti.

Il problema è che si tratta anche di un’ipotesi che non trova alcuna giustificazione basata sull’evidenza empirica, ma che risponde unicamente ad esigenze di trattabilità matematica del modello. È vero che la pubblicazione del modello originale è stata seguita da alcuni tentativi di generalizzazione. Tuttavia, il problema di fondo (ossia l’eccesso di ipotesi ad hoc, dovuta alla rigidità di teorie e strumenti utilizzati) rimane.

In secondo luogo, il modello non include banche né mercati finanziari. La giustificazione fornita dagli autori è che la considerazione esplicita del mercato dei capitali non altererebbe le conclusioni a cui perviene il modello (sempre che l’utilità perseguita dalla famiglia rappresentativa venga definita come una funzione lineare dei consumi).

Il guaio è che questa spiegazione è anche peggiore della mancata inclusione, dato che rivela che, nel modello in questione, il ruolo delle banche è unicamente quello di convogliare i risparmi previamente accantonati dalle famiglie e non di finanziare, creando liquidità ex nihilo, la produzione e gli investimenti innovativi delle imprese.

Sennonché, la funzione del banchiere come “eforo” del sistema economico è proprio quella che Schumpeter pose al centro della sua teoria dell’innovazione! Né, d’altra parte, v’è alcuna traccia della “distruzione distruttrice” delle innovazioni finanziarie. Siamo, insomma, ancora tutti all’interno dell’ortodossia neoclassica pre-keynesiana, in cui il tasso di interesse è la variabile reale che mette in equilibrio il mercato dei risparmi in un mondo ridotto a gigantesca fiera del villaggio.

In terzo luogo, la micro-fondazione dei comportamenti aggregati e la soluzione al problema di ottimizzazione dinamica implicano che la struttura concettuale appaia semplicistica, specie se confrontata con la sofisticazione matematica richiesta per la soluzione del modello. In generale, questo fa sì che il modello risulti incompleto sul piano macro-contabile, il che fa ulteriormente dubitare della robustezza e generalizzabilità delle conclusioni a cui pervengono Aghion e Howitt.

In quarto luogo, il modello ipotizza l’esistenza di una funzione di produzione aggregata e di meccanismi di formazione dei prezzi di tipo marginalista. Vale appena la pena ricordare che la possibilità di utilizzare tali strumenti è stata duramente contestata sia sul piano teorico (es. Robinson, 1953; Sraffa, 1960; Garegnani, 1970, 1984) che empirico (es. Shaikh, 1974; Felipe e McCombie, 2015). Si tratta di critiche che, se accettate, inficiano l’intero impianto teorico su cui Aghion e Howitt hanno costruito il proprio modello, e che, a tutt’oggi, non hanno ricevuto alcuna replica argomentata.

A ben vedere, anche il legame tra qualità dei prodotti e innovazione tecnologica ipotizzata dagli autori appare tutt’altro che ovvia in un mondo in cui la maggior parte del valore microeconomico viene creato attraverso sofisticate campagne di marketing, anziché attraverso innovazioni tecniche cumulative.

Infine, il modello è costruito sull’ipotesi di offerta di lavoro inelastica, che si traduce in pieno impiego, sicché le implicazioni che gli autori (e gli estensori del documento di premiazione) ne traggono in termini di volatilità occupazionale possono essere unicamente declinate in termini di tasso di riallocazione – peraltro istantanea! – delle unità di lavoro da un’impresa all’altra e da un settore all’altro.

Di nuovo, una conclusione che riecheggia l’ortodossia neoclassica di primo Novecento, più che la rottura con quella tradizione operata dalla teoria dell’innovazione di Schumpeter.

Genesi dei modelli di crescita endogena “schumpeteriana”:

1. Ramsey (1928): il pianificatore sceglie endogenamente la propensione al risparmio (= investimento) per massimizzare il benessere sociale.

Metodo: Calcolo delle variazioni

2. Solow (1956): le imprese scelgono il rapporto ottimale tra capitale e lavoro per massimizzare il profitto, definendo così anche il rapporto ottimale tra produzione e lavoro. La propensione al risparmio è data. La crescita di lungo periodo dipende solo dal progresso tecnico esogeno.

Metodo: Equazioni differenziali

3. Cass (1965), Koopmans (1965): le forze di mercato, in un’economia decentralizzata, determinano endogenamente la propensione al risparmio per massimizzare il benessere sociale. La crescita di lungo periodo dipende comunque solo dal progresso tecnico esogeno.

Metodo: Teoria del controllo ottimo

4. Modelli di crescita endogena di tipo I (es. Romer, 1986): come il modello 3, ma ora la crescita di lungo periodo è spiegata da rendimenti crescenti, esternalità della conoscenza, ecc.

Metodo: Sistema dinamico non lineare

5. Modelli di crescita endogena di tipo II o “schumpeteriani” (es. Howitt e Aghion, 1992): come il modello 4, ma la crescita è trainata dall’innovazione e dalla “distruzione creatrice”. Le imprese investono in R&S per ottenere un potere di monopolio temporaneo. Le innovazioni si presentano in modo stocastico e sostituiscono le tecnologie precedenti, generando crescita di lungo periodo.

Metodo: Processi stocastici, ottimizzazione dinamica
Fonte

08/08/2025

Gli ostacoli impliciti alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

Keynes, nonostante non abbia mai supportato la Rivoluzione sociale dei bolscevichi in Russia, con la sua curiosità scientifica, non seppe resistere a quel vento che soffiava dall’Est e nel 1925 scrisse un saggio su quella nuova esperienza politica, sociale ed economica, che stravolse il mondo.

Lenin era scomparso da poco, ma il suo pensiero vegliava ancora sullo spirito della Rivoluzione, continuando a dare vigore alla carne, ossia alle lotte per dare corpo alla strategia rivoluzionaria, lotte cruente e violente, per affermare le ragioni, le emozioni e gli impulsi dei comunisti e dei socialisti, che venivano condotte non solo contro coloro, che dall’esterno miravano a destabilizzare il Governo dei Soviet, ma anche nei confronti di coloro che, dall’interno, ne minavano la credibilità, boicottando e sabotando il nuovo sistema di potere, perché non avevano aderito a quei principi oppure perché erano stati estromessi con la forza dalla guida del paese.

Per J.M. Keynes, il leninismo era la combinazione di due aspetti della vita, che gli europei avevano lasciato per secoli in differenti compartimenti: la religione e gli affari (il business).

Per la precisione si trattava di una “Nuova religione” e il porsi del leninismo al di sopra del business, contrariamente a quello che accadeva in Occidente, creava scompiglio, ma anche un motivo per attaccare quella nuova formazione sociale come altamente inefficiente.

Il saggio è breve, ma l’economista britannico è molto articolato nell’esposizione, quindi è mia intenzione toccare quei punti che aiutano a dipanare i due abbagli che Marco Craviolatti attribuisce a Keynes, nella parte centrale del suo libro, dedicato alla questione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Keynes sympathises with those who seek for something good in Soviet Russia (1) ma non risparmia critiche severe a quella che lui chiama “fede comunista”, quando sostiene che non è possibile accettare una dottrina che si basa su un “testo obsoleto e privo di implicazioni scientifiche” e lo tratta come se fosse la sua bibbia.

Qui il riferimento, che non è esplicito, secondo me, è diretto a Marx, non lo chiama in causa direttamente, dato che supera in astuzia ed intelligenza Böhm-Bawerk e coloro che crescono all’ombra della scuola austriaca. Non perché Marx sia inattaccabile o sia scevro di contraddizioni, ma una volta che si cade nella sua rete, è difficile divincolarsi o districarsi, a meno che non si riesca a trovare il tempo e la motivazione, per approfondire la sua opera, senza scorciatoie e schemi mentali prefissati.

Quando Keynes prende in esame la “Nuova religione”, può succedere che si lasci trasportare dagli affondi della lama avvelenata: «Non accetto un credo politico che preferisce il fango al pesce»; e poi si chiede: «Come può accadere che il grezzo (maleducato) proletariato (boorish proletariat) sia posto al di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, le quali, pur avendo delle colpe, esprimono la qualità della vita e di sicuro portano il seme dell’avanzamento umano?». (2)

Da dove trae forza il leninismo?

Non dalla moltitudine! – risponde Keynes. Quindi una piccola minoranza, sulle ali dell’entusiasmo e dello zelo, con l’abnegazione e il sacrificio, la dedizione al lavoro e la partecipazione attiva alla vita politica, rende “ciascuno di loro pari in forza a cento indifferenti”. (3)

Sebbene non sia evidente, quest’ultimo periodo gioca a favore del pensiero rivoluzionario e richiama un concetto elaborato da Engels nell’introduzione a Lavoro salariato e capitale del 1891. Un opuscolo che apparve per la prima volta nel 1849 e che si basava sulle conferenze che Marx tenne all’Associazione degli operai tedeschi, nel 1847, a Bruxelles.

Engels scrisse che egli apportò una modifica che riguardava la distinzione tra lavoro e forza lavoro, un concetto che Marx sviluppò, in seguito alla pubblicazione del primo fascicolo Per la critica dell’economia politica nel 1859 e sulla base delle ricerche e degli studi effettuati nel decennio precedente a tale data.

Engels ci tenne a sottolineare questo punto, non perché si trattasse di una pedanteria verbale, piuttosto perché la ripubblicazione dell’opuscolo era un’operazione di “propaganda”, con un elevato numero di copie per l’epoca, destinata a coinvolgere il più ampio numero di operai.

Nel frammento che segue, entra in scena l’abilità dialettica di Engels, che risponde, a mio avviso, alle perplessità e agli aspetti positivi sottolineati da Keynes qui sopra e alle difficoltà odierne di intercettare i lavoratori e le lavoratrici sulla questione dell’emancipazione dal lavoro salariato.

Engels precisa che il punto da lui individuato rimane tra i più importanti della critica all’economia politica e rappresenta: «Una spiegazione ai borghesi, perché essi possano convincersi della enorme superiorità degli operai incolti, ai quali si possono rendere facilmente comprensibili i problemi più difficili dell’economia, sui nostri presuntuosi uomini “colti”, cui tali questioni intricate restano insolubili per tutta la vita». (4)

Sul piano economico, argomenta Keynes il Comunismo, inteso come Ordine nuovo, esalta “l’uomo comune” e fin qui niente di nuovo, così come non c’è nulla di strano che i suoi portavoce lo pongano sul medesimo livello del capitalismo, per come si presenta in quel periodo, rispetto agli sviluppi materiali e tecnici, anche se in questa sfida o equiparazione sistemica, sulle prospettive e i risultati futuri, l’economista di Cambridge intravvede una sorta di bluff.

I suoi sospetti non erano del tutto infondati e il modo di argomentare su una presunta superiorità del Nuovo ordine sociale, nascondeva, a suo giudizio, un tentativo di coprire le sue inefficienze economiche.

C’è un aspetto che, in qualche modo, sorprende positivamente Keynes e sul quale egli focalizza l’attenzione, per far emergere i limiti e le complicazioni che assillano i paesi capitalisticamente più avanzati: il leninismo (il Comunismo) che non è un fenomeno soprannaturale, in un breve arco temporale, cambia le attitudini o il rapporto degli individui towards the Love of Money, nel senso che le motivazioni per fare denaro o accumulare denaro ad ogni costo e senza guardare in faccia nessuno, non ottengono la stessa approvazione sociale dei paesi capitalisti.

Il Money making su larga scala, pronto a fare una montagna di soldi, come avviene ai nostri giorni, è visto come un comportamento deprecabile e non riceve una conferma o validità sociale nel Nuovo ordine socialista.

Attenzione, però, qui Keynes non sta recitando un sermone contro il denaro! Del resto scrive che «Russian people are very greedy for money at least as greedy as elsewhere» (5) l’ingordigia per il denaro è una “malattia” molto diffusa, che la Russia dei Soviet di quel periodo prova ad affrontare, anche se in modo contraddittorio.

Gli avvenimenti delle politiche economiche e sociali dei Soviet stimolano le riflessioni di Keynes e gli forniscono un punto di appoggio, almeno su quest’ultimo argomento, che sto cercando di delineare, mentre il suo pensiero esprime una visione lucida del contesto socio-economico in cui vive.

Capacità di analisi ed osservazioni mirate alle situazioni concrete gli permettono di percepire che il processo di accumulazione del capitale sta per arrivare ad un punto di non ritorno e che le politiche e i principi impliciti del laissez faire sono ormai collassati.

Ritorno a Keynes?

Ora, a distanza di un secolo dalla pubblicazione del saggio di Keynes, i lettori attenti potrebbero chiedere in coro: «The Love of Money è scomparso?» Niente affatto! La polarizzazione della ricchezza, a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, è aumentata: è sufficiente pensare ai nuovi paperoni americani come Elon Musk, Jeff Bezos, Bill Gates e compagnia bella.

Come giustamente ha puntualizzato M. Craviolatti, nel 2012, il Governo Monti, mise in atto una politica economica di austerità, che attaccava i diritti dei lavoratori e con l’ennesima Controriforma, disegnata, in quell’occasione, dalla Ministra Fornero, fu innalzata a dismisura l’età pensionabile, allungando di fatto la vita lavorativa, con conseguenze deleterie, per le persone che svolgono lavori pesanti, pericolosi e ad alto rischio di infortuni e malattie professionali. Nello stesso anno, Sergio Marchionne ha guadagnato 48 milioni di euro.

Gli elevati compensi dei super manager delle imprese pubbliche e private, per non parlare degli azionisti, dei broker di Borsa, degli agenti delle società di intermediazione, degli influencer di successo, degli artisti e calciatori famosi, eccetera, non suscitano scalpore, non fanno gridare all’ingiustizia sociale, ma richiamano atteggiamenti emulativi e di riverenza, che ricordano il rapporto di ammirazione dei sudditi per la famiglia reale.

Tuttavia, nonostante il “lavoro povero”, i lavoretti, la precarietà lavorativa, i sussidi di disoccupazione, il reddito di cittadinanza, la mobilità lavorativa, la cassa integrazione, il lavoro nero, gli espedienti lavorativi che sconfinano nell’arrabattarsi e nell’arrangiarsi, non siamo ancora precipitati ai tempi di Keynes.

Dai racconti popolari, nelle aree periferiche dell’Italia degli anni Trenta, durante la Grande Depressione, si apprende che la miseria era generalizzata: si mangiava una zuppa nel medesimo contenitore e se non si trovava il cucchiaio in tempo, si finiva per patire la fame quel giorno; si dormiva ammucchiati nella stessa stanza, in una catapecchia senza acqua potabile, a portata di rubinetto, senza corrente elettrica e mal riscaldate durante l’inverno; le malattie legate a obesità erano quasi assenti, ma si campava di meno, poiché le cure sanitarie erano scarse o alla portata di una piccolissima percentuale della popolazione; l’analfabetismo dilagava, così come dilagava il lavoro minorile, l’avviamento al lavoro poteva avvenire anche intorno a nove anni.

Si possono chiudere gli occhi e le orecchie sui documentari di D. Iannacone? No! Ci sono le bidonville nelle megalopoli, le baraccopoli di Borgo Mezzanone in Puglia e di San Ferdinando in Calabria, ci sono i senza tetto che dormono sui cartoni e tante persone che sono costrette ad occupare le case, perché non si possono permettere di pagare un affitto, è riemerso il problema dei caporali, che spremono come limoni i migranti clandestini.

Ma poi ci sono migliaia di giovani laureati che si trasferiscono all’estero, pronti a svolgere qualsiasi attività lavorativa, tant’è che il Messaggero grida allo scandalo: «Prendono la laurea in Italia e lavorano nei campi in Australia!»; e poi ancora, nelle grandi città italiane, ci sono migliaia di appartamenti sfitti e il costo della pigione è inaccessibile per una famiglia operaia monoreddito, mentre la speculazione edilizia partorisce altri mostri di cemento.

A un estremo tante persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, dall’altro pochissimi individui che navigano nell’oro, con redditi e patrimoni di miliardi di dollari. In base all’Osservatorio sulla diseguaglianza nel mondo, la forbice tra super ricchi e poveri, nel 2024, è aumentata.

Ciò non toglie che nel resto della distribuzione della popolazione dei paesi OCSE, (6) anche se si registrano altre forme di polarizzazione della ricchezza, le condizioni di vita e l’accesso ai beni e servizi, non solo per la soddisfazione dei bisogni primari, ma anche quelli di ordine superiore, sono migliorati di molto, rispetto agli anni Trenta del XX secolo.

La teoria economica che Keynes elabora durante la crisi degli anni Trenta contribuirà, negli anni successivi, in modo determinante agli sviluppi e all’affermazione del welfare state: l’intervento pubblico nell’economia consentirà di assorbire gli elevati tassi di disoccupazione involontaria ed innalzare il livello del reddito della stragrande maggioranza della popolazione.

Le politiche fiscali espansive hanno mediato lo sviluppo nel trentennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale, finché non è emerso il problema della stagflazione, cioè l’aumento contemporaneo della disoccupazione e dell’inflazione, un contesto inedito, le cui implicazioni, pur se continuano a produrre effetti reali sulle nostre relazioni sociali ed organizzative, sono trascurate nel dibattito pubblico dominante. (7)

In questo periodo storico, Joan Robinson, nel 1971, per parlare della Seconda Crisi della Teoria Economica, quando erano evidenti le prime crepe nella strategia del pieno impiego, ha posto la domanda chiave: «A cosa serve l’occupazione?» 

La rottura degli equilibri dinamici, all’interno di una formazione sociale, che ha raggiunto il suo apice, impone un cambiamento, il quale non è sempre lineare, progressivo, positivo.

Marx ci ricorda che: «Le circostanze fanno l’uomo non meno di quanto l’uomo faccia le circostanze». Il che significa che la modifica dell’ambiente richiede il cambiamento di se stessi, in primo luogo, altrimenti intervengono spinte regressive.

Come ha rilevato P. Cicalese: «Il rapporto lavoro-capitale era arrivato ad uno snodo che imponeva una scelta radicale. Andare avanti e trovare nuovi modi di lavorare e di vivere, dato lo sviluppo della produzione... Oppure andare indietro, tornare ai rapporti di fine Ottocento e inizio Novecento, con salari insufficienti, immiserimento delle masse, disoccupazione e povertà». (8)

Che ci sia stato, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, uno spostamento della ricchezza prodotta, cioè degli aumenti della produttività, dai salari ai profitti, è possibile dimostrarlo anche con strumenti matematici e statistici (9). 

Quindi non si tratta di ritornare a Keynes, come in tanti hanno suggerito, in seguito alla crisi del 2008 innescata dalla bolla del mercato immobiliare statunitense e i relativi mutui subprime.

È un tentativo di chiarire alcuni aspetti del suo pensiero, che non sono stati ancora recepiti o metabolizzati e rischiano di creare molta confusione, quando vengono richiamati.

Il duplice abbaglio di Keynes, secondo Craviolatti

Craviolatti concorda sul trend dell’impoverimento dei lavoratori, che si è venuto a delineare, in seguito alla crisi dello Stato sociale, infatti egli scrive: «Dal 1971 ai primi anni del 2000 la percentuale della ricchezza dei salari o il reddito lordo dei lavoratori è passato dall’83% al 66% del Pil». (10)

Ci troviamo in una situazione paradossale: sebbene la produttività del lavoro sia moltiplicata negli ultimi cinquant’anni, le persone che lavorano sono costrette ad allungare l’orario lavorativo e la flessibilità lavorativa, ad intensificare i ritmi o a svolgere dei lavori precari o una serie di lavori che non gli consentono di vivere, in quanto le retribuzioni sono sotto la soglia di povertà, pertanto è più conveniente rimanere disoccupati, se si ha accesso ai benefici connessi con quest’ultima prestazione.

Craviolatti estrae una delle proposizioni più note di un saggio di Keynes, del 1930, Possibilità economiche per i nostri nipoti, sostenendo che la sua previsione (profezia) sulla riduzione dell’orario di lavoro si è “rivelata infondata per un decisivo errore concettuale (il primo abbaglio)”.

Egli partiva dall’assunto – asserisce Craviolatti – che “la scienza e la tecnica fossero utilizzate neutralmente a beneficio di tutta la società”. (11)

Nella realtà, invece – prosegue Craviolatti – queste due variabili vengono incorporate nel capitale fisso delle imprese, con lo scopo di risparmiare il lavoro salariato, ridurre i costi di produzione ed ottenere il massimo valore dal lavoro residuo, senonché il miglioramento delle condizioni di vita degli individui associati è subordinato ai vincoli appena sottolineati.

Dunque, il capitale tende a ridurre il lavoro ai minimi termini, poiché è mosso dall’esigenza di ridurre i costi e di aumentare i profitti. Il capitalista A, che agisce in un mercato concorrenziale, non è del tutto consapevole che la forza lavoro che compra, per avviare il processo produttivo, appartiene agli operai, ma percepisce che questi ultimi si presentano ed agiscono in forme antagonistiche o conflittuali, dato che sono spinti da interessi contrapposti.

Nel modo di produzione capitalistico, il capitalista A, che ha già avviato la produzione per il mercato, dispone di macchine, impianti, attrezzature, fabbricati (i mezzi di produzione) che costituiscono il capitale fisso e che rendono il lavoro più produttivo, rispetto all’impiego, per esempio, dell’incudine e del martello del fabbro. Provate ad immaginare il rapporto, per il sollevamento dei pesi, tra una carrucola manuale e una moderna gru, in un cantiere edilizio! Ovviamente, si dovrebbe tener conto delle implicazioni positive e negative della “potenza” della macchina moderna.

Quindi, il capitalista A non può prescindere dalle innovazioni tecnologiche, a meno che non si trovi costretto ad abbandonare il terreno della competitività, poiché i suoi costi di produzione sono molto lontani da quelli socialmente necessari.

Pertanto, nel caso in cui dimezzi il lavoro socialmente necessario, per produrre un determinato bene, ottiene un vantaggio competitivo nei confronti degli altri capitalisti, i quali, a loro volta, sono chiamati a prendere le misure del cambiamento intervenuto nel sistema produttivo, altrimenti rischiano di essere buttati fuori, contro la loro volontà.

Marx ed Engels hanno ampiamente illustrato gli sviluppi delle forze produttive del modo di produzione capitalistico, rispetto agli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, senza per nulla tralasciare le contraddizioni come sfruttamento ed immiserimento della classe lavoratrice, ponendo l’accento sulle continue crisi di sovrapproduzione, che generavano ingenti espulsioni di lavoratori dai contesti produttivi.

Se le imprese B, C, D, N, incorporano nel loro capitale fisso la tecnologia con la stessa capacità produttiva dell’impresa A, diminuisce il vantaggio competitivo di quest’ultima e il relativo profitto, ma se la domanda non riesce ad assorbire i connessi aumenti della produzione, allora ci troviamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione in quel determinato settore, con un conseguente aumento della disoccupazione. Il ciclo si riprende, quando esistono possibilità alternative d’investimento, cosicché i capitali in eccesso finiscono in altri settori, in un’ottica espansiva.

Il cerchio si chiude solo se l’investimento aggiuntivo è spendibile, nel senso che la maggiore capacità produttiva riesca ad incontrare la relativa domanda e non si trasformi in sovrapprodotto invenduto.

Gli aumenti di capitale fisso e i relativi aumenti della produttività modificano la struttura produttiva, in quanto essendo il lavoro più produttivo, se all’orizzonte non s’intravvede una fase espansiva della produzione, dato che la domanda evidenzia piccole oscillazioni, variazioni minime, spesso negative, è possibile ridurre le ore di lavoro complessive, senza diminuire il salario, per ottenere lo stesso volume di produzione.

In questo processo, è vero che il capitalista punta ad appropriarsi delle ore di lavoro non retribuite, derivanti dagli aumenti di produttività, per incrementare il Plusvalore, quindi è più propenso a far sì che gli orari rimangano invariati, invece di assorbire la manodopera ridondante.

Ma qui si presenta un problema che il senatore G. Agnelli (il padre dell’Avvocato) cercava di comunicare al senatore L. Einaudi, in quel documento archiviato nella soffitta e noto come La crisi e le ore di lavoro: un aumento della disoccupazione fa calare i consumi e quindi mette a repentaglio, con un effetto domino, anche il lavoro di coloro che stanno continuando a produrre, all’interno della fabbrica.

In un contesto in cui il capitale fisso si presenta in forme sovrabbondanti, come quello degli anni Trenta del '900, siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione e da questo punto di vista ha ragione M. Parretti, quando afferma che la teoria di Keynes, sebbene utilizzi il linguaggio degli economisti della scuola neoclassica, pervenga alle stesse conclusioni di Marx, contrariamente alla tesi di Craviolatti. (12)

Di fronte alla crisi di sovrapproduzione strutturale, Keynes si è espresso in modo radicale, sostenendo che il potere oppressivo del capitale stava condannando la collettività al sottoconsumo. Il livello di accumulazione del capitale era giunto a un punto tale che distruggeva lo stesso processo di valorizzazione, condannando la società a vivere nella penuria, quando c’erano le risorse (il capitale fisso) e un esercito di disoccupati, per migliorare la qualità della vita di tutta la popolazione.

Giovanni Mazzetti ha più volte ribadito che Keynes, in quella fase, abbia continuato a battersi per un “soggetto pubblico” in grado di prendere le redini dell’economia e limitare il potere dei privati, i quali si ostacolavano a vicenda, creando un blocco artificiale delle attività, in quanto anteponevano il risparmio (il profitto) alla soddisfazione dei bisogni.

Proprio perché lo Stato sociale ha posto un limite al processo di accumulazione del capitale, alla proprietà privata e in base al fatto che la scienza e la tecnologia – le variabili a cui accenna Craviolatti – non sono state completamente al servizio del capitale, si è verificato un aumento generalizzato della ricchezza sociale, emancipando la classe lavoratrice dalle condizioni di miseria.

Il mancato obiettivo della drastica riduzione dell’orario di lavoro – di cui parla Craviolatti – non può essere attribuito a Keynes, mentre le responsabilità sul turning point dei primi anni Settanta ricade in misura maggiore sulla supponenza e la superbia di tanti intellettuali di sinistra che hanno messo le questioni del lavoro in un angolino, ma anche di quei tanti lavoratori che si sono cullati sull’idea che quelle conquiste sociali erano definitive.

Per Craviolatti, il secondo errore cardinale (il secondo abbaglio) di Keynes consiste nella sottovalutazione del ruolo dei consumi, in relazione all’espansione della produzione e all’aumento dei profitti.

L’impresa privata persegue il profitto sia con la riduzione dei costi di produzione che con l’espansione della produzione stessa.

A tal fine – precisa Craviolatti – essa induce ininterrottamente nuovi bisogni e stimola l’espansione dei consumi tramite la diffusione di nuovi prodotti, ma anche attraverso la valorizzazione di servizi abitualmente autogestiti senza scopo di lucro.

Tra i nuovi prodotti Craviolatti mette in risalto i navigatori per auto, i robot aspirapolvere e le macchine per il caffè. Siamo nel 2014 e considera questi prodotti come delle irrinunciabili tentazioni o meglio i nuovi prodotti hanno la caratteristica di presentarsi come delle irrinunciabili tentazioni e rientrano nell’osannata capacità di vendere frigoriferi agli eschimesi.

Su questo punto l’analisi di Keynes, a mio avviso, è puntuale, in quanto, già a suo tempo, può osservare che la capacità di produrre corre più velocemente della diffusione di nuovi bisogni, stimolati dal lancio di nuovi prodotti o servizi, all’interno del mercato, indotti con l’ascesa delle tecniche di marketing.

Sorprende che l’autore del libro non colga questa sottile differenza, pur lavorando nella direzione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Il navigatore per auto, di cui porta l’esempio Craviolatti come nuovo prodotto che tenta gli “appetiti insaziabili degli esseri umani”, è stato incorporato negli smartphone, ragion per cui, nel giro di pochi anni, il modello integrato è diventato una tecnologia largamente diffusa e in dotazione di serie su tanti veicoli utilitari di recente fabbricazione.

Là dove è presente un navigatore nella plancia dell’autovettura, il sistema integrato permette di collegarlo al proprio smartphone, tramite un cavo USB, e utilizzando il ricevitore di Google Maps, si accede alle informazioni sul posizionamento, che sono molto più precise e dettagliate di quelle disponibili come, per esempio, in Sensus Navigation, in dotazione a vetture di media o alta gamma, poiché il ricevitore del cellulare è alla portata della stragrande maggioranza, anche di coloro che non posseggono un veicolo privato per muoversi.

Breve storia dei sistemi di navigazione automobilistici

Il primo prototipo di navigatore, per l’orientamento stradale risale al 1930, esso ha una struttura rudimentale e viene utilizzato nelle autovetture in via del tutto sperimentale, per le scarse funzionalità.

Bisogna attendere il 1981, quando alla Honda, Alpine e Stanley Electric, in Giappone, introducono il primo sistema di navigazione automobilistico. Il dispositivo, noto come Electro Gyro-Cator, utilizzava il sistema di navigazione inerziale, che si basava sulla stessa tecnologia in dotazione ai pilota dei caccia durante il periodo della Guerra Fredda: l’individuazione della propria posizione, con il sistema inerziale, dipendeva da tre coordinate, cioè il posto dal quale si partiva, la rotta che si stava seguendo e il tempo già trascorso, dall’orario di partenza. (13)

Il costo per unità prodotta era molto elevato e corrispondeva a circa il 25% del costo medio di una vettura di quel periodo, intorno a 2.800 dollari, pertanto rappresentava un optional per le auto di alta gamma.

Il 99,9% degli automobilisti si orientava e trovava le strade con l’ausilio delle mappe cartacee; del resto anche Electro Gyro-Cator utilizzava mappe traslucide che scorrevano manualmente su uno schermo.

Il passaggio alle prime mappe digitali avviene nel 1985, negli USA, con il sistema Etak ed i dati vengono memorizzati sui nastri magnetici: ogni nastro contiene i dati relativi a un quadrante di una grande città. Due anni dopo, in Giappone, i dati delle mappe vengono trascritti sui CD ROM e il dispositivo di lettura, con display a colori, è inserito nel cruscotto della Toyota Royal.

Nei primi anni '90 del secolo scorso, la Mazda introduce il primo sistema di navigazione automobilistico GPS; tale tecnologia, contemporaneamente viene sviluppata ed applicata su veicoli di altissima gamma anche dalla General Motors.

Ma il salto qualitativo si ebbe nel 1998, quando la Garmin, azienda multinazionale con sede operativa negli USA, ha introdotto il GPS Street Pilot, un dispositivo portatile per la navigazione degli automobilisti. I costi unitari scesero di molto ed aveva il vantaggio di poter essere spostato da un veicolo ad un altro.

Ma come funziona la tecnologia GPS e quali cambiamenti ha determinato nell’ultimo quarto di secolo?

GPS è l’acronimo di Global Positioning System ed è stato lanciato negli USA nei primi anni Settanta del secolo scorso, in ambito militare, per permettere ai mezzi dell’Esercito terrestre, della Marina e dell’Aviazione di orientarsi e d’individuare la loro posizione nel tempo e nello spazio, anche in situazioni meteorologiche molto difficili.

La prima apertura in vista dell’utilizzo di questo sistema di posizionamento, per scopi commerciali o civili, è avvenuta nel 1991, tuttavia gran parte delle restrizioni, per motivi di sicurezza, permangono sino al 2000. (14)

La Russia, nel contempo, ha sviluppato il sistema di rilevamento delle coordinate denominato GLONASS. Di recente, nel 2016, l’Europa ha lanciato il progetto GALILEO, una rete di 30 satelliti, che girano attorno alla terra, a migliaia di chilometri, Cina ed India, ovviamente, partecipano a questa corsa.

La rete GPS è costituita da 32 satelliti, che girano attorno alla Terra, a una distanza di circa 20 mila chilometri ed affinché le informazioni sulla propria posizione, lungo il tragitto che si sta percorrendo, siano captate dal ricevitore del dispositivo mobile o fissato nel cruscotto del veicolo, i segnali radio devono pervenire, contemporaneamente, da quattro satelliti.

Ma il salto qualitativo e quantitativo dei sistemi di navigazione, per gli automobilisti, si è verificato a partire dal 2011, quando i ricevitori GPS e GLONASS sono stati integrati negli smartphone, dando la possibilità a chiunque acquistasse un cellulare, pur di non elevata gamma, di ottenere informazioni audio e visive dettagliate, sul percorso stradale selezionato, sebbene la propria autovettura, in quanto un modello utilitario oppure troppo vecchio, non disponesse ancora del navigatore con display, impiantato nel cruscotto.

Con lo smartphone, basta essere collegati alla rete Internet, tramite la rete del proprio operatore telefonico, per accedere al servizio di localizzazione.

Il cellulare ha il vantaggio di poter essere utilizzato anche per muoversi a piedi, in una città che non si conosce, individuando la nostra destinazione, senza chiedere informazioni alle persone che abitano in quel determinato luogo e senza tralasciare che si possa fare a meno delle ingombranti mappe cartacee.

I dispositivi mobili, tra le altre cose, grazie alla geolocalizzazione e delle app specifiche, consentono di individuare con precisione l’orario del mezzo pubblico che desidera prendere.

In poco più di un decennio, il dispositivo di navigazione e geolocalizzazione è stato trasformato da un oggetto di lusso a un gadget alla portata di tutti, anche dei bambini, dando prova che la saturazione dei mercati, per i nuovi prodotti, avviene ad un ritmo elevato e con tempi ristretti.

Pertanto, al contrario di ciò che sostengono, non solo gli economisti di credo neoliberale, ma anche alcuni di quelli che fanno riferimento al marxismo, i “nuovi bisogni”, che vengono stimolati o indotti, con campagne pubblicitarie pervasive, finalizzate al lancio e alla diffusione di nuovi prodotti, contengono in seno di già la connessione tecnologica che riduce drasticamente i tempi della loro soddisfazione.

Note

01) J.M. Keynes, Essays-In-Persuasion, A short view of Russia (1925), p. 306;

02) Ibidem, p. 309;

03) Su questo punto, Keynes, credo che si riferisca al fatto che i bolscevichi riescano a mettere fuori gioco i partiti della Rivoluzione politica di febbraio;

04) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, introduzione di F. Engels del 1891;

05) J.M. Keynes, opera cit., p. 311;

06) Per questioni di spazio, restringo l’analisi a quei paesi che, in un determinato periodo di tempo, hanno fatto ricorso alle politiche keynesiane o sistema misto in modo esplicito, compresi gli USA;

07) Per un approfondimento di questo tema si rimanda il lettore all’articolo di Leo Essen, Il sistema dei prezzi è in delirio. I quaderni di Giovanni Mazzetti;

08) P. Cicalese, 50 anni di guerra al salario, L.A.D. Gruppo Editoriale, ETS, Roma 2023, p. 98;

09) Si veda: E. Donnici, I salari non dipendono dalla produttività. Una dimostrazione;

10) Marco Craviolatti, E la borsa e la vita. Distribuire e ridurre il tempo di lavoro: orizzonte di giustizia e benessere, Ediesse, roma 2014; p. 44;

11) Ibidem, p. 118;

12) Si rimanda il lettore interessato all’articolo: Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale;

13) https://ndrive.com/blog/our-blog-1/brief-history-gps-car-navigation-30;

14) https://www.netrising.com/sviluppo-web/come-funziona-il-gps/;

Fonte

01/12/2024

Lo spettro della sovrapproduzione nell’industria automobilistica internazionale

La divisione sociale del lavoro nell’industria automobilistica, a livello internazionale, è in subbuglio, non solo per la questione della transizione dal motore endotermico a quello elettrico, ma perchè è costellata dallo spettro della sovracapacità produttiva.

Se in Italia gli impianti produttivi del gruppo Stellantis lavorano, ormai da tempo, a singhiozzo (1), la situazione non è nemmeno tanto rosea in Germania: il colosso di Wolfsburg, per la prima volta nella sua storia, nel mese d’ottobre dell’anno corrente, ha annunciato la chiusura di tre stabilimenti in Germania, con la conseguente perdita di miglia di posti di lavoro e la riduzione del salario del 10%.

Per chi ha scarsa memoria storica, vale la pena ricordare che stiamo parlando del marchio Volkswagen che, nei primi anni ’90 del secolo scorso, ha avuto il coraggio di adottare la soluzione che mirava a salvaguardare i posti di lavoro, con uno storico accordo che prevedeva la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali, a parità di salario.

Le ripercussioni della crisi automobilistica tedesca creano un effetto domino su quella italiana, in quanto in questo comparto, l’Italia ha ridotto notevolmente la produzione di automobili (prodotti finiti), mentre ha incrementato le quote di mercato dei componenti di automobili, i quali vengono assemblati in altri contesti produttivi. In altri termini, ci siamo specializzati nella componentistica per i marchi francesi e tedeschi.

Se in Europa si respira un’aria asfittica, negli USA, nonostante il settore sia in ripresa, non ha ancora raggiunto la produzione del periodo precedente alla pandemia di Covid-19. Tuttavia, nonostante la produzione di auto elettriche non sia decollata, anche per la difficoltà di approvvigionamento dei semiconduttori, le rivendicazioni degli operai sono più frizzanti. Tant’è che nel mese di settembre dello scorso anno, dopo 88 anni, lo UAW, United Auto Workers, il sindacato degli operai del settore automobilistico, ha lanciato uno sciopero, che ha coinvolto i lavoratori di Ford, General Motors e Stellantis, che hanno rivendicato salari adeguati all’inflazione e contemporaneamente hanno messo in evidenza la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali.

Al momento, nel panorama internazionale, sembra che i produttori cinesi, grazie ai massicci investimenti statali che ci sono stati negli anni passati, godano di un vantaggio competitivo. Infatti riescono a produrre auto elettriche a costi molto più bassi che in Europa e negli USA, ma il mercato interno non è sufficiente ad assorbire l’enorme capacità produttiva, mentre i paesi occidentali si difendono con pesanti dazi doganali dall’invasione di queste merci.

In Cina ci sono 450 fabbriche di veicoli elettrici e i loro impianti non operano a pieno regime, anzi utilizzano solo 1/5 della loro capacità produttiva. Dunque, i produttori cinesi per inondare di veicoli elettrici l’Europa e gli USA, potrebbero aggirare le barriere doganali delocalizzando la produzione, se i Governi occidentali dessero la loro disponibilità ai consumatori meno ricchi di acquistare le auto elettriche.

Ma questo implicherebbe una perdita di posti di lavoro in Cina, in un periodo in cui emerge il problema della disoccupazione giovanile.

Produzione e consumo sono due momenti di uno stesso processo tra loro strettamente connessi: se aumenta la capacità produttiva e i prodotti aggiuntivi finali non trovano una corrispondenza nel mercato, non vengono validati dagli acquirenti in quanto non soddisfano bisogni umani, allora subentra una crisi di sovrapproduzione.

Come spiega Marx, affinché un prodotto finale sia utile a soddisfare bisogni umani, cioè abbia un valore d’uso per altri e quindi diventi una merce, si deve verificare un passaggio significativo, attraverso il quale si realizza il valore di scambio. Ogni merce ha un valore d’uso e un valore di scambio, mentre il prodotto finale è una merce potenziale, pertanto esso diventa merce solo attraverso “un duplice salto mortale”, ossia esso non solo deve trovare il denaro corrispondente che ne permetta lo scambio, ma deve anche avere un valore d’uso per il suo acquirente. Altrimenti quel prodotto non entra nel consumo, non viene utilizzato per soddisfare un bisogno.

I veicoli elettrici dei fabbricanti cinesi che sono stati progettati, pensando allo smartphone, con parti meccaniche ridotte all’osso e con prezzi competitivi, rivolti al consumo di massa, non intercettano gli acquirenti nazionali, né tanto meno quelli europei o americani, perché strozzati dalle elevate tariffe doganali.

Senonché, la sovracapacità produttiva detta legge: i 4/5 degli impianti produttivi cinesi non vengono utilizzati, di conseguenza i capitali finanziari disponibili non vengono investiti in mezzi di produzione aggiuntivi, in quanto non si prevede di incorporarli in consumi aggiuntivi futuri.

A ben guardare, Marx ed Engels, già nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, evidenziano l’epidemia della sovrapproduzione: l’abbondanza diventa come la carestia e si vive una situazione come se una terribile guerra di sterminio avesse distrutto l’industria e il commercio, facendo ripiombare la società nella barbarie.

E tutto ciò avviene per l’eccesso di produzione: troppe industrie, troppi commerci, troppi mezzi di sussistenza, troppa pubblicità, troppe banche, troppe transazioni finanziarie, troppe infrastrutture, troppe automobili nelle città e l’aria diventa irrespirabile, troppe reti, troppe mail e messaggi, eccetera. Il troppo storpia! Forse, l’espressione ripetuta continuamente, “le risorse sono scarse”, non ha molto senso.

La prospettiva cambia, invece, quando ci chiediamo: che fine fanno le risorse derivanti dagli eccessi di produttività?

Se i 4/5 degli impianti produttivi, delle fabbriche di veicoli elettrici cinesi, non vengono utilizzati, allora dovrebbe essere chiaro che lo stock di capitale fisso (le risorse) è sovrabbondante, quindi non c’è bisogno di nuovi “investimenti produttivi” nel settore, un aspetto nodale sul quale ritornerò nel fluire del discorso.

Su questo punto Marx, a suo tempo, ha individuato la relazione tra crisi di sovrapproduzione e caduta tendenziale del saggio di profitto, inteso come rapporto tra il plusvalore (Pv) e il capitale anticipato o investito, cioè il capitale fisso più il capitale variabile (C+V).

Il lettore attento si renderà conto che nel paese più dinamico del mondo, dal punto di vista dell’intensificazione o relativa espansione dei rapporti capitalistici, l’ago della bilancia, nella composizione organica del capitale, pende notevolmente dal lato degli impianti e macchinari, vale a dire il capitale fisso ( C ). L’80% degli impianti e delle macchine, al passo con i progressi tecnologici di ultima generazione, non produce merci per soddisfare bisogni.

Questa potenza immane, pronta per l’uso, ma inutilizzata, rappresenta una minaccia per i produttori europei ed americani, ma anche coreani e giapponesi, qualora volessimo allargare il quadro dell’analisi.

Ogni fabbrica chiusa e potenzialmente utilizzabile, ogni fabbrica con impianti inutilizzati o che lavora a regime ridotto, come accade a Mirafiori, in Italia, rappresenta capitale aggiuntivo che non incontra la sfera del consumo, ragion per cui non dà luogo a profitti. Tutto ciò non implica che non ci siano profitti, infatti, come vedremo nel corso di questa breve sintesi, ci sono altre strategie per gonfiare i profitti, ma tali procedure rilevano che i profitti realizzati non sono proporzionali ai capitali investiti.

In Europa la produzione delle auto elettriche non ingrana la marcia, non solo per la scarsa rete delle colonnine di ricarica e per le difficoltà a reperire le materie prime per la costruzione delle batterie, ma soprattutto perché costano troppo, non sono alla portata di tutti, in quanto ci troviamo di fronte a un modello produttivo che non è orientato alla motorizzazione di massa.

In questo contesto, la spuntano le case automobilistiche che assemblano modelli di alta gamma, il cui target è costituito dalle fasce della popolazione più ricche, precisando che da quest’articolazione del processo produttivo si ottengono margini di profitti elevati, con ridotti volumi fisici di produzione.

Siamo impigliati dentro le maglie di una logica paradossale e non riusciamo a venirne a capo: a fronte di continui aumenti della produttività, per via delle innovazioni tecnologiche, la domanda di lavoro socialmente necessario diminuisce, all’aumentare della capacità produttiva, però, sembra che cresca il caos e l’immiserimento.

È possibile uscire dalle sabbie mobili in cui siamo incagliati, senza affrontare la logica paradossale, legata agli eccessi di produttività?

Mauro Parretti, in Le metamorfosi del capitalismo (2), sostiene che per percorrere questo sentiero, oltre agli sviluppi del pensiero e alle conoscenze elaborate da Marx, occorre far riferimento agli approcci teorici di Keynes, sebbene siano stati sviluppati in altra epoca e da un’altra angolazione.

Il metodo di Parretti è analitico e parte dal presupposto che per spiegare la relazione tra la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la crisi di sovrapproduzione, non è necessario ricorrere a formulazioni algebriche o complicati teoremi matematici. In realtà, l’autore ne fa uso, ma puntualizza che su questo versante, si rivolge anche ai lettori economisti eventualmente interessati.

Per il resto, egli si muove coerentemente sulle riflessioni del Centro Studi e Iniziative per la Redistribuzione del lavoro, che hanno rilevato il denominatore comune tra il pensiero di Marx e quello di Keynes, riguardo alla crisi di sovrapproduzione.

Marx visse e studiò le crisi cicliche e congiunturali della sua epoca, analizzò in profondità i rapporti di produzione capitalistici e ne fu uno tra i più audaci e tenaci critici. Egli mise in evidenza gli aspetti positivi del modo di produzione capitalistico, ma teorizzò anche il superamento di questo sistema produttivo mediante la suddetta legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e l’emancipazione dal lavoro salariato (riduzione progressiva dell’orario di lavoro) da parte dei lavoratori dipendenti.

Keynes visse la drammatica crisi di sovrapproduzione strutturale degli anni trenta del secolo scorso, crisi, che in qualche modo aveva previsto, uscendo fuori dallo schema degli economisti ortodossi e nel formulare la sua teoria economica – osserva Parretti – argomentò che essa era “il risultato dell’aumento della produttività, perché il capitalismo tende a limitare i consumi e espandere gli investimenti”. (3)

Keynes non era un rivoluzionario come Marx, il suo pregio fu quello di riuscire a spingersi oltre i luoghi comuni degli economisti che supportavano il capitalismo, pur se condannava la società a vivere al di sotto delle capacità sviluppate in quel periodo storico. Anche se si sposò con una ballerina russa, non aveva nessuna simpatia per il comunismo ed utilizzava espressioni di scherno e toni dispregiativi per “la cooperazione forzata” nell’Unione Sovietica.

Nonostante pervenne a conclusioni simili a quelle di Marx sulla crisi, egli ignorò tale evidenza.

Per Marx, dice Parretti, il socialismo diventa opportuno quando il capitalismo sottrae risorse al consumo dei lavoratori, non per migliorare l’efficienza del sistema e il tenore di vita di tutti, ma per sprecarle. In queste ultime circostanze il capitalismo è arbitrario, è insopportabile.

Durante la grande crisi, Keynes comprese che i milioni di disoccupati, che si registravano nei paesi capitalisticamente più avanzati, rappresentavano uno spreco inaccettabile, un prezzo troppo elevato per una società che era più ricca o che produceva di più, rispetto al periodo che ha preceduto il primo conflitto mondiale.

A dire il vero, Keynes – asserisce Parretti – utilizza un linguaggio “marginalista neoclassico”, per evidenziare che all’aumentare della produttività, anche se aumenta la “produttività marginale” del capitale, nel contempo, diminuisce la sua “efficienza marginale”, cioè il suo rendimento monetario.

Keynes rilevò circa un secolo fa – continua Parretti – che una cosa è “produrre” nuovi investimenti, un’altra è “venderli”.

Quindi il rendimento monetario dei nuovi investimenti, intesi come mezzi di produzione aggiuntivi, tenderebbe a zero, quando una tale “offerta” non trova la corrispondente “domanda”. I nuovi investimenti aggiuntivi “sarebbero necessari soltanto se i consumi, merci finali, crescessero allo stesso ritmo” (4), altrimenti, si crea una situazione di stallo, quando la variazione dei consumi aggiuntivi sia inferiore a quella degli investimenti aggiuntivi, il che implica, nell’analisi keynesiana, che propensione marginale al risparmio > propensione marginale al consumo.

Queste ultime due variabili diventano significative, quando si riferiscono all’intera società, piuttosto che al singolo individuo o alla singola famiglia.

In seguito alla prolungata depressione degli anni '30, nei paesi più industrializzati, Keynes ebbe modo di mettere a nudo il pensiero che incarnava la teoria economica liberista, sostenendo che il mercato non si autoregolava da solo e che soprattutto non era il regno dell’armonia.

Infatti, il brillante matematico di Cambridge, insieme al suo gruppo di ricerca, formato prevalentemente da giovani economisti, riuscirono a formulare una teoria in grado di affrontare la logica paradossale della crisi di sovrapproduzione, dando vita alle premesse per edificare lo Stato sociale.

Uno stralcio del suo pensiero che smuove le acque: ci sono i mattoni, la calce, la sabbia, il legno (le risorse), ci sono disoccupati (muratori, manovali, carpentieri, eccetera), ci sono le macchine e le attrezzature, mancano le case per molti cittadini, in quanto vivono nelle baracche, allora se non intervengono i privati, con i loro capitali monetari inutilizzati, deve intervenire lo Stato e con la spesa pubblica finanzia la costruzione di case popolari, per coloro che non possono permettersi l’acquisto di una casa in muratura e con i comfort minimi.

Nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale, le politiche di pieno impiego persuasero la classe borghese ad accettare l’idea che il lavoro potesse sottrarsi alla condizione di merce sovrabbondante e che i salari non fossero commisurati ai livelli di sussistenza, come ai tempi di Marx e nella prima metà del XX secolo.

Alla luce di quest’ultimo cambiamento, Parretti individua un passaggio cruciale: “La contrattazione collettiva del salario permise che una parte degli aumenti della produttività tecnologica (“prezzo/costo”) determinasse maggiori salari e servizi gratuiti da parte dello Stato (scuola, sanità, ecc.) e quindi aumentasse il tenore di vita dei lavoratori”. (5)

Man mano che miglioravano le condizioni di vita della classe lavoratrice, in quanto essa riusciva a soddisfare una serie di bisogni “improcrastinabili”, diminuiva la propensione marginale al consumo e di conseguenza gli effetti moltiplicativi della spesa pubblica iniziarono a subire rallentamenti e cadute.

A metà degli anni '70, quando riemerse il problema della disoccupazione, poiché lo Stato non riusciva a creare nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, che potessero compensare la perdita di quelli che si verificavano nel settore privato, per via degli aumenti di produttività legati all’innovazione tecnologica, lo squilibrio tra pmac < pmar divenne consistente, cosicché le politiche keynesiane vennero messe sotto accusa e le teorie economiche neoliberiste ed ordoliberiste, che non erano morte, presero di nuovo piede.

Molti saggi sono stati scritti sulla “crisi dello Stato sociale”, quello di Parretti evidenzia un approccio che, a mio avviso, è interessante.

Egli sostiene che anche in una situazione come quella descritta qui sopra, è possibile fare nuovi investimenti, purché siano improduttivi. Quindi le imprese “non investono in mezzi di produzione aggiuntivi, poiché inutili, ma in attività che facciano aumentare la propria quota di mercato a danno dei diretti concorrenti”. (6)

L’aumento del capitale improduttivo, spiega Parretti, avviene a danno di quello produttivo, il quale continua a diminuire, a sua volta, per via degli aumenti della produttività tecnologica, espressa dal rapporto tra prezzo e costi diretti, così come il lavoro improduttivo sostituisce quello produttivo.

C’è un altro aspetto dirimente, che cattura l’attenzione quando si parla del come misurare la produttività del lavoro; infatti se nel rapporto tra prodotto netto e totale ore lavorate, si tiene conto anche delle spese improduttive, intese come costi fissi, negli ultimi trent’anni – afferma Parretti – la produttività del lavoro risulta stazionaria, se non calante, mentre se al denominatore del rapporto, teniamo conto solo delle ore del lavoro produttivo, allora l’indicatore è ampiamente aumentato.

Dunque le ore di lavoro improduttivo sono funzionali alle imprese, per mantenere o espandere la propria quota di mercato, ma esse non vengono utilizzate per produrre merci. Senza queste ore di lavoro improduttivo, le aziende sarebbero travolte dalla concorrenza, quindi sono costrette a sostenere questi “costi intermedi”, i quali decurtano il prodotto netto e fanno aumentare il valore delle imprese nei mercati finanziari.

Insomma, per chiudere quest’articolo con Parretti, più che a capitalisti, ci troviamo di fronte a dei veri e propri prestigiatori: le spese improduttive corrispondono a profitti nascosti reinvestiti, che non risultano nei libri contabili come capitale reale; capitale, quindi, che non è possibile tassare, ma che appare solo nella vendita di quote o azioni dell’impresa a un valore molto più grande del capitale sociale contabile, che esse rappresentano nello stato patrimoniale. (7)

Note

1) Nel mese di luglio e settembre del 2024, a Mirafiori, gli impianti hanno funzionato solo per 5 giorni.

2) Mauro Parretti, Le metamorfosi del capitalismo, formazione online.

3) Idem p.6.

4) Idem p. 11.

5) Idem p. 34.

6) Idem p. 35.

7) Idem p. 36.

Fonte

03/03/2024

Sulla “follia babilonese” di John Maynard Keynes

di Giorgio Gattei

Dicono alcuni che la moneta è merce
e alcuni che invece è pagherò
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è una assurdità
e quando ho domandato al mio vicino
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

(ad imitazione di Wystan Hugh Auden)

1. Se Federico Nietzsche ha voluto insegnarci che «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni», la sua affermazione è sia vera che falsa: falsa perché i fatti ci sono, eccome, e ci arrivano addosso alle volte inaspettati, ma pure vera perché noi ci muoviamo dentro i fatti secondo l’interpretazione che ne diamo comportandoci di conseguenza. E valga il caso clamoroso della scomparsa fisica, all’apice del suo potere, di Romolo, il primo re di Roma, che per storici come Tito Livio o Plutarco fu dovuta ad un omicidio ad opera dei senatori che ne avrebbero smembrato il corpo portandosene ciascuno un pezzo fuori dal Senato «nascondendolo sotto la toga», mentre il popolino credette ad una sua ascesa al cielo, ne fece una divinità aggiuntiva col nome di Quirino e gli dedicò uno sette colli cittadini, per l’appunto il Quirinale.

Altrettanto sull’origine della moneta si confrontano due interpretazioni, che oggi è però più snob chiamare “narrazioni” (R. Shiller, Economia e narrazioni. Come le storie diventano virali e guidano i grandi eventi economici, 2020) perché, più che spiegare, raccontano, che sono tra loro in radicale contrasto, come aveva ben compreso fin dal 1917 Joseph A. Schumpeter scrivendo che «vi sono soltanto due teorie della moneta degne di questo nome: la teoria della moneta come merce e la teoria della moneta come certificato di credito che non sono compatibili già in base al loro nucleo, benché in moltissimi casi esse conducano agli stessi risultati». Ma vediamole partitamente.

2. La prima narrazione, che è poi quella che va ancora per la maggiore, ci dice che la moneta è nata per decisione spontanea degli “scambisti democratici” decisi a superare la difficoltà, insita nel baratto, di trovare ogni volta un acquirente della merce che si vende che possegga proprio la merce che s’intende comperare. Così fu scelta come intermediaria generale degli scambi la merce più adatta a tutti per qualità merceologiche di trasporto, divisibilità e conservazione nel tempo che funzionasse da “merce universale”, ossia la moneta, e a vincere alla fine furono i metalli preziosi, ossia l’argento e l’oro, facendo trapassare la logica dello scambio dal baratto di Merce A contro Merce B alla forma più complessa e funzionale dello “scambio monetario”:

Merce A – Moneta – Merce B

Poi la moneta venne pure coniata nel metallo prescelto per evitare lo scomodo di dovere ogni volta verificarne la quantità e la purezza del materiale e tutto questo ci è stato raccontato da Aristotele, per Dante Alighieri «il maestro di color che sanno», nel suo trattato sulla Politica: analogamente a quanto detto nella Poetica a proposito dell’innovazione di Sofocle di introdurre «tre attori» nella tragedia (Eschilo si era fermato a due), sul palcoscenico del mercato la moneta era entrata come il “terzo attore” necessario alla rappresentazione commerciale: «si ricorse all’uso della moneta quando si convenne di dare e di accettare un qualcosa che, essendo merce esso stesso, possedesse il vantaggio di essere facilmente permutato per le necessità della vita, dapprima definito semplicemente nella sua dimensione e nel suo peso e poi con l’impressione di un segno che potesse dispensare dalla effettuazione della misurazione e che servisse da marchio indicante l’ammontare del valore» (Aristotele doveva avere davanti agli occhi la meraviglia di quella dracma ateniese coniata in argento a partire dal 449 a.C. che è stata chiamata “la civetta” per l’immagine che recava sul retro). Nei secoli successivi questa narrazione è stata invariabilmente ripetuta da Adam Smith fino ad Alfred Marshall. sebbene non sia mai stata trovata la prova storica della esistenza di quella fantomatica “terra del baratto” da cui si sarebbe originata la moneta-merce (cfr. D. Graeber. Debito. I primi 5000 anni, 2012).

3. Ma se la moneta è nata dal mercato, che cosa mai erano state quelle tavolette d’argilla incise a caratteri cuneiformi che avevano circolato per migliaia d’anni tra il Tigri e l’Eufrate e di cui abbiamo narrato nelle Cronache precedenti? Non erano forse anch’esse moneta, sia pure di tutt’altra origine? Però per accorgersene c’è stato bisogno che si riscoprissero, a partire dal XIX secolo, le civiltà sumera e babilonese, che si ritrovassero quelle numerosissime tavolette (centinaia di migliaia!) e che le si decifrassero (il che ci ha permesso anche di leggere, nel cosiddetto “racconto di Gilgamesh”, una versione del Diluvio precedente alla narrazione della Bibbia). Ma prevalentemente esse avevano natura contabile e amministrativa, nonché di contratti del tipo delle note di pagamento “io ti devo” che, invece di collegare sul mercato un venditore a un compratore, regolavano i conti di un debitore con il suo creditore. Esse erano, infatti, la documentazione storica ritrovata che in quei lontanissimi tempi e in quei luoghi era già all’opera una “economia finanziaria” complessa (cfr. O. Bulgarelli, Moneta ed economia nell’antica Mesopotamia III-I Millennio a.C., 2009) dove quelle tavolette giocavano il ruolo di “moneta prima della moneta” oppure, per dirla con il bel titolo di un libro dello stesso Bulgarelli, di Denaro alle origini delle origini (2001). Ma come era sorto il tutto? In quegli antichi tempi d’agricoltura c’era pur sempre un bisogno da colmare, per le sussistenze, la distanza temporale della semina dal raccolto, il che si faceva accantonandone per precauzione delle scorte dal periodo precedente, ma se queste si erano esaurite troppo in fretta non si poteva far altro che richiederle in prestito a chi ne avesse ancora disponibilità, come il Tempio che raccoglieva le offerte in natura dei fedeli oppure il Palazzo che si faceva pagare in natura le tasse dai contribuenti. A testimonianza del prestito concesso venivano prodotte quelle tavolette scritte che, dopo il loro rimborso alla scadenza, erano restituite ai debitori che tuttavia, invece di distruggerle, potevano cederle a loro volta sul mercato a chi accettasse uno scambio di merci “a pagamento differito”, essendo più che garantite per il saldo alla scadenza dalla autorevolezza della istituzione che le aveva emesse. Si è così potuto riconoscere, come scritto da M. Hudson in Palatial credit: origins of money and interest (2018) ,che «l’origine dei debiti monetari e dei mezzi di pagamento è stata fondata sulle pratiche contabili dei templi e dei palazzi sumeri dal 3000 a.C. allo scopo di governare una primitiva economia agricola che richiedeva anche commercio estero per ottenere metalli, pietre preziose e altri materiali non disponibili in loco. Queste istituzioni impiegavano anche manodopera mantenuta con i raccolti prodotti sulle terre del Tempio o del Palazzo oppure, al di fuori di esse, da parte di coltivatori che pagavano in natura offerte e tributi... Il grano era preso come unità di conto per calcolare i valori di scambio delle merci tra loro e col tempo di lavoro, con una allocazione delle risorse che coinvolgeva l’agricoltura e le attività artigianali, così come i mezzi di pagamento. E tutto questo succedeva in Mesopotamia fin dal terzo Millennio a.C.».

Dopo la decifrazione, quelle tavolette di debito sono state anche fatte oggetto di considerazione teorica, dando il via ad un filone di studi che partiva dal presupposto che quel tipo di moneta, invece di nascere sul mercato, aveva trovato origine nella iniziativa di prestito di una autorità sovrana che ne aveva certificato l’ammontare per iscritto su quelle tavolette che erano in grado di estinguere il debito all’interno del proprio spazio di competenza (per dirla con una immagine colorita, era un po’ come alla maniera dei gettoni emessi da un guardaroba per il deposito dei cappotti che vanno restituiti a chiunque si presenti con quei contrassegni). Come ha osservato ancora Graeber, è stato così che la moneta «non solo rende possibile il debito, ma fa la sua comparsa esattamente nello stesso momento», essendo peraltro l’espressione di «una forma di sovranità che non può essere compresa se non con riferimento ad una autorità», quali erano allora il Tempio o il Palazzo. Su questa narrazione di “altra nascita” si sono mossi nel XX secolo diversi studiosi, al punto che oggi è possibile farne una ideale galleria in cui, a far da spartiacque magistrale, spicca la figura di John Maynard Keynes, al punto di potersi parlare di un “prima” e di un “dopo” di lui (cfr. L. Randall Wray From the State theory of money to modern money theory: an alternative to economic ortodoxy, 2014).

4. Keynes, dunque. Nel 1923 aveva pubblicato un Trattato sulla riforma monetaria (prontamente tradotto in italiano da Piero Sraffa – come il mondo è piccolo!) in cui aveva discusso d’inflazione (quando i prezzi aumentano) e di deflazione (quando i prezzi calano) arrivando alla conclusione che, se entrambi erano mali da evitare perché la prima è «ingiusta» e la seconda «inopportuna», «la deflazione è forse la peggiore poiché in un mondo povero è più grave creare disoccupazione che deludere il rentier». Ma se la causa di quei su e giù dei prezzi stava nella quantità di moneta che sul mercato poteva esser troppa oppure troppo poca, lui della moneta che sapeva? Che cos’era mai e, soprattutto, come vi si era infilata all’origine? Approfittando dell’interesse suscitato dagli scavi recenti della città sumera di Ur che stavano restituendo innumerevoli tavolette di debito, Keynes si era buttato a studiarle con una tal «frenesia» da far supporre che intendesse scriverci sopra un libro, mentre confidava nel 1924 a Lydia Lopokova, che poi sarà sua moglie, di esservi «assorbito fino alla follia» (e lei in risposta: «è un tesoro del tuo spirito intellettuale e io ti amo tanto in questa tua passione») (cfr. R. Skidelsky, John Maynard Keynes. L’economista come salvatore 1920-1937, 1992). Ne aveva anche buttato giù degli appunti con relativo indice dei capitoli che però sono rimasti inediti fino al 1982, quando si sono potuti leggere nel XXVIII volume delle sue Opere e Corrispondenza, perché lui li aveva poi abbandonati non sembrandogli opportuno pubblicare qualcosa «in una materia sulla quale la mia conoscenza è così incerta», come aveva scritto ad un corrispondente nel 1926 (cfr. G. Ingham, Babylonian madness: on the historical and sociological origins of money, 2000).

Quando finalmente quegli appunti sono stati resi pubblici, che cosa se ne è appreso? Che per Keynes la moneta aveva avuto una “origine di banca”, così che «le prime banche furono i santuari e i primi banchieri furono i sacerdoti», come ha sintetizzato Augusto Graziani illustrando le Nuove interpretazioni dell’analisi monetaria di Keynes (1991) provocate dalla loro pubblicazione. Ed invero come sta scritto nel capitolo sulle “Origini della moneta”, «l’introduzione di una moneta, nei cui termini prestiti e contratti con un elemento temporale possono essere espressi è ciò che ha realmente cambiato la condizione economica di una società primitiva, ed in questo senso la moneta già esisteva a Babilonia in una forma altamente sviluppata... molti anni prima del tempo di Solone», che era stato il primo riformatore monetario ateniese, mentre la tanto decantata coniazione della prima moneta metallica ad opera di Creso re di Lidia nel quinto secolo a. C. doveva essere considerata una «invenzione veramente insignificante», un gesto di «vanità, patriottismo, pubblicità».

Il fatto è che Keynes era alle prese con un oggetto economico sfuggente quale è la moneta perché intesa a svolgere più funzioni differenti: è moneta di realizzo (perché le merci prodotte devono poi essere vendute), è moneta di scorta per conservarne il valore nel tempo (si dice allora che la moneta ristagna “in forma liquida” in attesa di “solidificarsi” in qualche impiego produttivo) ed è moneta d’avvio per il bisogno di averne una disponibilità per acquistare i mezzi necessari ad avviare qualsiasi impresa economica. Se però in quest’ultimo caso la moneta non la si possedesse, allora la si poteva richiedere come moneta di credito alle banche che raccolgono i risparmi dei depositanti per cederli ai loro clienti. Era pur vero, come ha ricordato ancora Graziani, che nella più celebre Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936) per riflesso della congiuntura del tempo in cui le “scorte liquide” la facevano da padrone, le banche erano «presenti soltanto dietro le quinte», portando così ai successivi travisamenti dottrinari denunciati da Nicholas Kaldor nel Flagello del monetarismo (1982). Tuttavia nel precedente Trattato della moneta (1930), pubblicato alla fine della stagione di “follia babilonese”, le banche c’erano, eccome: «affinché i produttori possano e vogliano produrre, ... devono poter ottenere la disponibilità di un ammontare adeguato di moneta..., (così che) il primo anello della sequenza causale è il comportamento del sistema bancario». Ma questo gli pareva logicamente evidente: pur non avendo alcuna considerazione del Capitale di Marx (che considerava alla stessa stregua del Corano, così che «qualunque sia il suo valore sociologico, il suo valore dal punto di vista economico è zero»), Keynes ai suoi studenti ne insegnava la formula della “circolazione capitalistica”:

Moneta – Merce – Più Moneta

che inverte la direzione dello scambio monetario partendo dal denaro per arrivare al maggior denaro (profitto) guadagnato. E così spiegava a lezione: «una pregnante osservazione di Karl Marx ha messo in luce che la natura della produzione nel mondo reale non è, come gli economisti sembrano spesso supporre, un caso del tipo M-D-M, cioè inteso a scambiare una merce (o un lavoro) contro denaro al fine di ottenere un’altra merce (o lavoro). Questa può infatti essere la prospettiva del singolo consumatore, ma non è quella del mondo degli affari che dal denaro si separa in cambio di una merce (o di un lavoro) al fine di ottenere più denaro secondo un processo del tipo D-M-D’».

Era questa la consapevolezza della natura della moneta d’avvio che poteva essere innescata dalla moneta di credito bancaria che aveva raggiunto nella sua scorribanda babilonese, così che quegli appunti, sebbene non pubblicati, non dovevano passare invano se adesso ci fanno comprendere appieno il significato di quel primo capitolo del Trattato sulla moneta, che ne riprendeva addirittura delle parti, che altrimenti sembrerebbe estraneo all’argomento del libro dedicato a ricercare la causa di quella Grande Crisi economica cominciata nel 1929 (e da lui imputata ad una insufficienza degli investimenti rispetto al risparmio disponibili all’opposto della interpretazione corrente che la imputava ai troppi investimenti). Proprio quel primo capitolo serviva infatti a ricordarci che gli investimenti e i risparmi non sono cose, ma si presentano sempre sotto forma di moneta, dove però la moneta andava intesa come una moneta-di-conto che costituiva quel «concetto primario di una teoria della moneta... che viene in esistenza insieme ai debiti, che sono dei contratti a pagamento differito, e dei listini di prezzi che sono offerte di contratti per vendita od acquisto» (traduzione mia).

Giocando sul bisticcio si potrebbe dire che la moneta-di-conto è proprio ciò che conta essendo il soggetto dei contratti e delle obbligazioni, mentre è cosa differente la moneta materiale che circola negli scambi, ovvero (per dirla con le sue parole) «la moneta-di-conto è la descrizione o il titolo mentre la moneta è la cosa che risponde a quella descrizione» e che deriva «il suo carattere dalla sua relazione con la moneta-di-conto, dato che i debiti e i prezzi devono essere espressi prima nei termini di questa». Certamente se alla moneta-di-conto corrispondesse sempre la medesima moneta circolante la differenza non avrebbe significato, ma può pur presentarsi il caso (l’esempio è di Keynes) che «un contratto da pagarsi tra dieci anni pari al peso in oro del peso del re d’Inghilterra non sia la stessa cosa di un contratto da pagarsi nel peso dell’individuo che ora è re Giorgio, e con lo Stato che dichiara, quando viene il tempo, chi è il re d’Inghilterra».

Ne conseguivano tre risultati sconvolgenti: che «la moneta-di-conto è logicamente anteriore a qualsiasi altra forma di moneta»; che «il carattere di moneta è assegnato dalla moneta-di-conto e non dalla sua forma naturale» che può essere fatta su qualsiasi materiale (i metalli, la carta, il bit elettronico oppure, all’origine, l’argilla): ed infine che per farla nascere c’è bisogno di un potere sovrano, come allora erano il Tempio o il Palazzo e oggi la Banca o lo Stato, e questo potere sovrano entra in gioco due volte: «dapprima come l’autorità legale che impone il pagamento della cosa che corrisponde al nome o alla descrizione nel contratto, ma che poi entra doppiamente in gioco quando, in aggiunta, reclama il diritto di determinare e dichiarare quale cosa corrisponda al nome, e di variare la sua dichiarazione di volta in volta – vale a dire quando reclama il diritto di rivedere il vocabolario. Questo diritto è reclamato da tutti gli stati moderni e così è stato da almeno quattromila anni» ed è per questo che, con buona pace di Aristotele e Creso, «l’età della moneta è succeduta all’era del baratto non appena gli uomini hanno adottato una moneta-di-conto, mentre l’età della moneta di Stato è raggiunta quando lo Stato reclama il diritto di dichiarare quale cosa corrisponde come moneta alla moneta-di-conto e quando reclama il diritto non soltanto di imporre il vocabolario, ma anche di riscrivere il vocabolario».

5. Insomma, abbiamo due diverse narrazioni sulla origine della moneta: per libera volontà degli scambisti sul mercato che sceglierebbero la migliore (Aristotele) oppure per decisione d’autorità di un prestatore che misura l’ammontare del suo credito in una unità di conto astratta e poi lo certifica su di una cosa materiale (la moneta corrente) che gli corrisponde (Keynes). Si potrebbe anche dire che l’opposizione sta tra una Cosa (la merce) che si conquista sul mercato il Nome di moneta e il Nome (la moneta di conto) che decide d’autorità la Cosa che lo riflette. Forse non sapremo mai cosa sia successo in quel lontanissimo passato, però è certo che la moneta dev’essere sorta dalle parti del prestito, salvo poi prendere a circolare autonomamente tra le merci trascinandosi dietro tutta l’inquietudine del mistero e del sacro (la fiducia che il valore di quella moneta resti sempre lo stesso). Ne fa fede Dante Alighieri nel XXIV canto del Paradiso: «Assai ben è trascorsa/ d’esta moneta già la lega e il peso./ Ma dimmi tu se l’hai nella tua borsa./ Ond’io: Sì l’ho/ così lucente e tonda/ che nel suo conio nulla mi s’inforsa (mi fa dubbio)».

Jorge Luis Borges nell’Aleph (1952) racconta di quella volta che ricevette come resto lo Zahir, la moneta comune da venti centesimi corrente a Buenos Aires, che lo riempì d’inquietudine: «lo guardai un istante e pensai che non esiste moneta che non sia simbolo delle monete che senza fine risplendono nella storia e nella favola», dall’obolo per Caronte ai trenta denari di Giuda, dall’oncia d’oro inchiodata da Achab all’albero maestro della sua nave alla caccia di Moby Dick, ma pure (posso aggiungere?) agli zecchini seppelliti da Pinocchio nel Campo dei miracoli, ed «il pensiero che ogni moneta permetta tali illustri parentele mi parve di grande, benché inesplicabile, importanza». Ma Borges pensò anche che «nulla è meno materiale del denaro, giacché qualsiasi moneta (una moneta da venti centesimi, ad esempio) è, a rigore un repertorio di futuri possibili. Il denaro è un ente astratto, ripetei, è tempo futuro. Può essere un pomeriggio in campagna, può essere musica di Brahms, può essere carte geografiche, può essere gioco di scacchi, può essere caffè, può essere le parole di Epitteto che insegnano il disprezzo dell’oro… M’addormentai dopo un tenace cavillare, ma sognai d’essere le monete custodite da un grifone». E come finisce il racconto di Borges? Alla sua solita maniera, fulminante: «quando tutti gli uomini della terra penseranno, giorno e notte, allo Zahir, quale sarà il sogno e quale la realtà, la terra o lo Zahir?… Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio».

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