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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

11/11/2025

La torta di Keynes e l’aforisma calabrese sul pane

Alla fine del mese di maggio del 1919, Keynes, amareggiato dal modo di procedere della Conferenza di pace di Versailles, alla quale stava partecipando come delegato del Cancelliere dello Scacchiere britannico, abbandonò i lavori e ritornò a Cambridge e nei due mesi successivi scrisse Le conseguenze economiche della pace. Il libro divenne noto per le critiche di Keynes nei confronti Lloyd George, Clemenceau e Wilson. Orlando, per l’Italia, ebbe un ruolo irrilevante.

Egli era consapevole che il desiderio di vendetta della Francia, personificato da Clemenceau e che si concretizzava nell’imposizione alla Germania di pagare danni di guerra che andavano ben oltre le proprie possibilità economiche, creava le condizioni di quella che fu definita “pace cartaginese”.

L’obiettivo politico di trasformare la nazione tedesca in uno Stato servile, degradando la vita di milioni di esseri umani, avrebbe seminato sul terreno europeo l’astio per una nuova guerra.

L’errore più grossolano si fondava sull’illusione che in seguito alla definizione dei confini a tavolino, ridisegnando l’assetto territoriale, allora si sarebbero superati gli equilibrismi e i giochi delle alleanze prebellici. Ma quest’approccio, secondo Keynes, ignorava il disordine economico che sottostava agli accordi politici.

Ma a cosa alludeva Keynes, quando parlava di disordine economico?

Qualche anno più tardi, nel 1933, il senatore Agnelli (padre), nel carteggio con Luigi Einaudi, riconobbe tra le altre cose, che il Primo conflitto mondiale non aveva risolto la crisi di sovrapproduzione, che era il risultato degli aumenti di produttività, legati alla Seconda rivoluzione industriale, ma l’aveva solo rimandata.

Da questo punto in poi emerge la parte meno nota del libro e la lunga metafora della torta prova ad esplicitare che la crisi di sovrapproduzione, rispetto ai consumi miseri dei lavoratori, era già in atto nei primi anni del Novecento, anzi è una caratteristica del modo di produzione capitalistico.

Il principio dell’accumulazione impone che, per il capitalista, un pollo non dev’essere consumato oggi, anche se si ha fame: esso è sempre per domani.

Da una parte – spiega Keynes – la classe lavoratrice fu persuasa o meglio vincolata ad accettare una piccola parte della torta, di cui essa diventava l’artefice della sua produzione e della sua crescita, mediante la “potenza degli agenti (mezzi di produzione) che metteva in moto”, mentre dall’altro lato, alla classe dei capitalisti fu consentito di appropriarsi della parte migliore della torta, con la condizione tacitamente implicita che solo una frazione piccolissima di essa fosse destinata al consumo.

L’unica virtù – afferma Keynes – divenne il risparmio, finalizzato all’investimento e la crescita della torta rappresentava il vero scopo della religione.

Qualsiasi scusa era buona per rinviare il consumo (per i figli, per la vecchiaia, ecc.) proprio perché: «La virtù della torta stava nel non essere consumata».

L’astinenza, la privazione, la sofferenza erano i paletti che bisognava rispettare, per praticare il rinvio, al fine di scrivere questi comportamenti nel DNA delle classi popolari, anche quelle che si trovavano nelle aree periferiche del capitalismo.

C’era un aforisma calabrese, tramandato dalla cultura orale della generazione dei miei nonni (tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento) e che veniva spesso recitato durante i succulenti pranzi festivi degli anni Settanta, per richiamare l’attenzione sulle assurdità di quelle pratiche di astinenza, collegate, in qualche misura, alla metafora della torta di Keynes.

Ecco le parole di mio padre, che fu costretto ad abbandonare la scuola in terza elementare: «Figli mii mangiati mangiati, pane ruttu uh ni tuccati, pane sanu u ni rumpiti, figli mii mangiati mangiati!» Qui i figli erano esortati dai genitori a mangiare, senza toccare il pane.

Tuttavia, la rinuncia al consumo della torta iniziava a creare dei problemi, poiché non c’era la percezione che essa era cresciuta in progressione geometrica, nel periodo prebellico. Pertanto, il principio dell’accumulazione, che si basava sull’ineguaglianza e che aveva garantito l’ordine prima della guerra, evidenziava forti segnali di instabilità e soprattutto non trovava terreno fertile, nel quale rigenerarsi.

Dunque, nel primo dopoguerra mondiale, si delinea un nuovo contesto: le classi lavoratrici non sono più disposte a rinunciare ai frutti del loro lavoro, mentre i capitalisti si lasciano andare alla prodigalità, si abbandonano alla libertà di consumare, anche se lungo questa strada, come scrive Keynes: «non faranno altro che accelerare la loro espropriazione».

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