Da un po’ di giorni, nel dibattito pubblico il tema delle armi nucleari è tornato alla ribalta. Certo per le affermazioni del presidente USA Donald Trump, che ha detto di voler far ripartire i test come, a suo dire, fanno Russia e Cina. Ma anche a causa dell’avvicinarsi della scadenza del New STRAT, il trattato per la limitazione del dispiegamento di testate nucleari strategiche.
Firmato nel 2010 e rinnovato nel 2021, il New START scadrà il 5 febbraio. La Russia aveva sospeso la sua partecipazione nel febbraio del 2023, ma non ne aveva disconosciuto l’adesione. A fine settembre, infatti, Vladimir Putin aveva lanciato un messaggio alla Casa Bianca: Mosca è disposta a rispettare volontariamente le restrizioni del trattato per un anno dopo la sua scadenza.
“In futuro – ha detto il presidente russo – analizzeremo attentamente la situazione e decideremo se mantenere queste restrizioni volontarie autoimposte”. Putin aveva messo in chiaro, però, che una tale opzione sarebbe stata percorsa solo se anche gli Stati Uniti avrebbero agito allo stesso modo, evitando di mettere in pericolo l’attuale capacità di deterrenza russa.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva fatto sapere alla stampa che “Trump è al corrente dell’offerta di Putin” e che “pensa sia una buona idea”. Ma le dichiarazioni stelle-e-strisce erano finite lì, fino a che il tycoon non ha fatto la dichiarazioni di voler far ripartire i test nucleari come fanno Mosca e Pechino: non propriamente un segnale di distensione.
Bisogna chiarire alcune questioni che possono aiutare a diradare il caos di questa situazione (che è in realtà molto più chiara di quanto si possa pensare). Innanzitutto, gli USA hanno interrotto i test nucleari nel 1992, quando il competitor globale rappresentato dall’URSS era stato sconfitto nella Guerra Fredda. Da allora, le guerre sono state calde, e contro paesi sui quali non c’era da far valere la potenza atomica.
Che il parco delle testate statunitensi abbia bisogno di ammodernamento è indubbio, difatti è un percorso che iniziato ormai da tempo, e non ha necessità di tanti nuovi test per essere ultimato. Oltre al fatto che il vero nodo, negli armamenti nucleari di oggi, non è la potenza e il funzionamento della testata, quanto piuttosto il vettore su cui viaggia.
Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha ribadito che né Russia né Cina stanno facendo quel che dice Trump, ma che Mosca riprenderà i test nucleari se lo farà Washington. Un braccio di ferro a cui ormai abbiamo assistito su vari dossier, una sorta di contrattazione, mentre stando ad alcune indiscrezioni The Donald potrebbe essere favorevole a una riduzione comune delle armi nucleari.
Intanto, in una intervista rilasciata a RIA Novosti il 9 novembre, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha ribadito quel che già aveva detto Putin a settembre. Insomma, il Cremlino conferma la volontà di mantenere dentro una cornice condivisa con la Casa Bianca il tema della deterrenza nucleare. Perché difatti, il rinnovo del New START è più importante per la Russia che per gli USA.
O meglio: è importante per entrambi gli attori. Ma per la Russia significa riaffermare il proprio ruolo di superpotenza nucleare, e insieme assicurarsi garanzie sull’unico strumento che ne garantisce l’intoccabilità. Gli Stati Uniti non hanno nessun interesse ad aprire una gara atomica con la Russia, ma allo stesso tempo hanno un problema sullo sfondo di questo accordo: la Cina.
Il Dragone sta incrementando il proprio arsenale nucleare, così come sta lavorando sul miglioramento dei propri vettori. Non è un segreto per nessuno che sia la Cina il vero competitore strategico degli States, i quali sono preoccupati dall’emergere di una terza potenza nucleare dalla proiezione globale. Lo sono in maniera ‘scientifica’, verrebbe da dire.
Già nell’America’s Strategic Posture del 2023 veniva sottolineato che, entro il 2035, la Cina potrebbe raggiungere una dotazione di 1.500 ordigni nucleari. Tale soglia è indicata come una capacità critica, un arsenale nucleare che, sul piano strategico, farebbe fare un salto qualitativo a Pechino, portando il colosso dell’Estremo Oriente sullo stesso piano di USA e Russia.
Si assisterebbe, dunque, al presentarsi sul piano geopolitico del problema fisico conosciuto come ‘problema dei tre corpi’: l’impossibilità di prevedere il comportamento di un sistema dinamico di tre masse puntiformi, che in questo caso sarebbero le tre superpotenze nucleari. La questione va dunque compresa dentro questo scenario.
La Russia sarebbe ben contenta di rinnovare il New START, ma gli Stati Uniti sanno che in tempi non troppo lunghi sul piano storico la questione uscirà da una dinamica bilaterale: l’amministrazione Trump sta valutando l’utilità di un trattato nucleare con una potenza con cui non c’è necessità di definire una cornice entro cui praticare una sfida egemonica.
Gli USA sono molto più interessati a fare in modo che qualsiasi trattativa futura coinvolga anche la Cina. E nel caso in cui riuscissero a portare il Dragone al tavolo, potrebbero essere più propensi a discutere una riduzione percentuale delle testate e dei vettori attivi, piuttosto che a riconfermare i limiti numerici: 1.550 testate, 700 vettori operativi e altri 100 non puntati.
A questi limiti la Cina ancora nemmeno ci arriva, e rinnovarli significherebbe limitare la capacità statunitense lasciando mano libera a quella cinese... per raggiungere proprio quelle 1.500 testate che impensieriscono Washington per il salto di qualità dell’arsenale nucleare cinese che comporterebbero.
Ricordiamo che la ripresa dei test nucleari Trump l’ha annunciata appena prima di incontrare Xi Jinping a Busan, in Corea del Sud: appare chiaro chi abbia in mente la Casa Bianca quando pensa alla competizione nucleare.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento