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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2026

Scade il New START: è la fine dell’ordine nucleare post-Guerra Fredda

Ieri è scaduto il New Strategic Arms Reduction Treaty, meglio conosciuto come New START, ovvero il trattato che imponeva determinati limiti al dispiegamento di testate nucleari strategiche. Era l’ultima versione di un accordo la cui prima forma risale al 31 luglio 1991, quando c'era ancora l’Unione Sovietica ma mentre già era stato largamente avviato il suo smantellamento.

Era, in buona sostanza, la prima intesa del mondo post-Guerra Fredda (parliamo ovviamente di un tema delicato come quello della “mutua distruzione assicurata”), che doveva definire i binari di gestione di enormi arsenali nucleari che non venivano ovviamente dismessi, ma che, teoricamente, non erano più pensati per la guerra mondiale tra due modelli incompatibili.

L’arrivo a scadenza dell’ultima versione dei trattati START – appunto, il New START – segna la fine del trentennio abbondante di unipolarismo occidentale a guida statunitense, mascherato da espansione del binomio globalizzazione-democrazia. E segna l’avvio di una competizione multipolare anche sul lato delle armi nucleari strategiche.

Non che se ne sentisse il bisogno di sancire, ancora una volta, la fine di un’era, anche perché ormai questa fine è sulla bocca di tutti. E non ce n’era bisogno soprattutto perché il mancato rinnovo del trattato porta il mondo intero verso l’ignoto: nessun facile allarmismo, ma il nodo è che ora l’azione dei grandi attori strategici non viaggia entro steccati prevedibili.

Che questi steccati non andassero più a genio agli Stati Uniti, il presidente Donald Trump lo aveva messo in chiaro già a partire dal 2017, perché l’unipolarismo stelle-e-strisce andasse incontro alla crisi con l’emergere di nuovi attori e nuove alleanze il tycoon lo aveva bene in mente anche durante il suo primo mandato. Il target della sua critica al New START, ovviamente, era la Cina.

L’emergere del Dragone come forza atomica con una potenza di fuoco pari a quella di USA e Russia è ben espresso dal “problema dei tre corpi”, ovvero dall’imprevedibilità di un sistema in cui agiscono tre attori. Se per Mosca, che è quantomeno associata a Pechino, non è certo un problema, per Washington, che ancora oggi considera entrambi i paesi una minaccia, invece lo è. Rimandiamo a questo articolo per approfondire la questione.

Qui è interessante, invece, riportare alcune dichiarazioni che fanno emergere i nodi e problematizzare la questione in maniera più aderente all’attuale scenario geopolitico. Partiamo dallo smontare il modo in cui i media nostrani hanno presentato la questione della scadenza: è tutta colpa della Russia, al solito.

Il portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov, ha detto che il mondo si troverà in una “situazione più pericolosa di quella attuale”, e dunque più di un giornale ha parlato di una minaccia russa. Ad avvalorare questa tesi viene portato il fatto che Putin ha sospeso il New START nel febbraio 2023.

Del resto, le capitali occidentali avevano dichiarato sostanzialmente guerra alla Russia, attraverso l’Ucraina, e il trattato prevede la possibilità di ispezioni quasi a sorpresa presso i siti nucleari dei due firmatari: per Mosca, far entrare l’intelligence stelle-e-strisce in questi luoghi fondamentali dell’ultima linea di difesa russa, sapendo che i servizi segreti statunitensi condividevano strutturalmente informazioni con quelli ucraini, era un pericolo troppo alto.

La sospensione non è però il ritiro dagli obblighi sulla limitazione del dispiegamento strategico. Inoltre, Peskov ha in realtà affermato un dato di fatto, per esplicitare la delicatezza della fase in cui entriamo (un avvertimento, tra l’altro, anche a Ucraina ed europei). Anzi, è proprio il Cremlino ad aver proposto alla Casa Bianca di tenersi legati informalmente alle indicazioni del New START per un altro anno, in attesa di migliori condizioni per rinegoziare il trattato.

Che a mettere in crisi i possibili negoziati siano gli Stati Uniti e la loro volontà di imbrigliare anche la Cina in un accordo sulle testate (accordo che permetta agli States di mantenere quantomeno la parità con entrambe, avendole indicate come avversarie) è confermato da Anja Manuel, ex diplomatica statunitense, direttrice esecutiva dell’Aspen Strategy Group e dell’Aspen Security Forum, facenti parte della galassia dell’omonimo think tank statunitense.

“Il multilateralismo non è morto – ha detto – e non si tornerà alle sfere di influenza. La fine del trattato New START sugli arsenali nucleari è un pericolo, bisogna tornare ai negoziati, coinvolgendo anche Pechino”. Difficile sostenere una posizione del genere, mentre il tuo presidente di fatto ritira il paese da tanti organismi internazionali e li denigra pure.

Altrettanto significativo è il fatto che lo stesso Xi Jinping ha voluto sentire prima Putin e poi lo stesso Trump, invitandolo ad accettare la moratoria di un anno presentata dal Cremlino. Pechino, ad ogni modo, ha rifiutato di partecipare a negoziati trilaterali, scrive il South China Morning Post di Hong Kong, e al telefono con Trump il presidente cinese ha ribadito la linea rossa di Taiwan.

C’è un’ultima questione che, sullo sfondo, fanno emergere Russia e Cina nella loro idea del futuro delle trattative sulle armi nucleari. Se gli USA vogliono un accordo multilaterale sul tema, Washington non può pensare che questo non coinvolga anche altre potenze dichiaratamente ostili alla Russia, e in altre forme anche alla Cina. Si parla, ovviamente, di Regno Unito e Francia.

E un accordo del genere, alla fine, potrebbe pure far emergere il nodo dell’arsenale nucleare non dichiarato da Israele. Insomma, una serie di dossier delicati che la Casa Bianca non vuole certo sollevare. Ma allo stesso tempo, gli Stati Uniti non possono volere “la botte piena e la moglie ubriaca”. In un mondo in cui hanno rinominato il Dipartimento della Difesa come “della Guerra”, potrebbero pure abbandonare la botte e la moglie, e giocarsela sui muscoli. Il mondo è avvertito.

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11/11/2025

I ‘tre corpi’ del New START, il trattato sulle armi nucleari strategiche

Da un po’ di giorni, nel dibattito pubblico il tema delle armi nucleari è tornato alla ribalta. Certo per le affermazioni del presidente USA Donald Trump, che ha detto di voler far ripartire i test come, a suo dire, fanno Russia e Cina. Ma anche a causa dell’avvicinarsi della scadenza del New STRAT, il trattato per la limitazione del dispiegamento di testate nucleari strategiche.

Firmato nel 2010 e rinnovato nel 2021, il New START scadrà il 5 febbraio. La Russia aveva sospeso la sua partecipazione nel febbraio del 2023, ma non ne aveva disconosciuto l’adesione. A fine settembre, infatti, Vladimir Putin aveva lanciato un messaggio alla Casa Bianca: Mosca è disposta a rispettare volontariamente le restrizioni del trattato per un anno dopo la sua scadenza.

“In futuro – ha detto il presidente russo – analizzeremo attentamente la situazione e decideremo se mantenere queste restrizioni volontarie autoimposte”. Putin aveva messo in chiaro, però, che una tale opzione sarebbe stata percorsa solo se anche gli Stati Uniti avrebbero agito allo stesso modo, evitando di mettere in pericolo l’attuale capacità di deterrenza russa.

La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva fatto sapere alla stampa che “Trump è al corrente dell’offerta di Putin” e che “pensa sia una buona idea”. Ma le dichiarazioni stelle-e-strisce erano finite lì, fino a che il tycoon non ha fatto la dichiarazioni di voler far ripartire i test nucleari come fanno Mosca e Pechino: non propriamente un segnale di distensione.

Bisogna chiarire alcune questioni che possono aiutare a diradare il caos di questa situazione (che è in realtà molto più chiara di quanto si possa pensare). Innanzitutto, gli USA hanno interrotto i test nucleari nel 1992, quando il competitor globale rappresentato dall’URSS era stato sconfitto nella Guerra Fredda. Da allora, le guerre sono state calde, e contro paesi sui quali non c’era da far valere la potenza atomica.

Che il parco delle testate statunitensi abbia bisogno di ammodernamento è indubbio, difatti è un percorso che iniziato ormai da tempo, e non ha necessità di tanti nuovi test per essere ultimato. Oltre al fatto che il vero nodo, negli armamenti nucleari di oggi, non è la potenza e il funzionamento della testata, quanto piuttosto il vettore su cui viaggia.

Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha ribadito che né Russia né Cina stanno facendo quel che dice Trump, ma che Mosca riprenderà i test nucleari se lo farà Washington. Un braccio di ferro a cui ormai abbiamo assistito su vari dossier, una sorta di contrattazione, mentre stando ad alcune indiscrezioni The Donald potrebbe essere favorevole a una riduzione comune delle armi nucleari.

Intanto, in una intervista rilasciata a RIA Novosti il 9 novembre, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha ribadito quel che già aveva detto Putin a settembre. Insomma, il Cremlino conferma la volontà di mantenere dentro una cornice condivisa con la Casa Bianca il tema della deterrenza nucleare. Perché difatti, il rinnovo del New START è più importante per la Russia che per gli USA.

O meglio: è importante per entrambi gli attori. Ma per la Russia significa riaffermare il proprio ruolo di superpotenza nucleare, e insieme assicurarsi garanzie sull’unico strumento che ne garantisce l’intoccabilità. Gli Stati Uniti non hanno nessun interesse ad aprire una gara atomica con la Russia, ma allo stesso tempo hanno un problema sullo sfondo di questo accordo: la Cina.

Il Dragone sta incrementando il proprio arsenale nucleare, così come sta lavorando sul miglioramento dei propri vettori. Non è un segreto per nessuno che sia la Cina il vero competitore strategico degli States, i quali sono preoccupati dall’emergere di una terza potenza nucleare dalla proiezione globale. Lo sono in maniera ‘scientifica’, verrebbe da dire.

Già nell’America’s Strategic Posture del 2023 veniva sottolineato che, entro il 2035, la Cina potrebbe raggiungere una dotazione di 1.500 ordigni nucleari. Tale soglia è indicata come una capacità critica, un arsenale nucleare che, sul piano strategico, farebbe fare un salto qualitativo a Pechino, portando il colosso dell’Estremo Oriente sullo stesso piano di USA e Russia.

Si assisterebbe, dunque, al presentarsi sul piano geopolitico del problema fisico conosciuto come ‘problema dei tre corpi’: l’impossibilità di prevedere il comportamento di un sistema dinamico di tre masse puntiformi, che in questo caso sarebbero le tre superpotenze nucleari. La questione va dunque compresa dentro questo scenario.

La Russia sarebbe ben contenta di rinnovare il New START, ma gli Stati Uniti sanno che in tempi non troppo lunghi sul piano storico la questione uscirà da una dinamica bilaterale: l’amministrazione Trump sta valutando l’utilità di un trattato nucleare con una potenza con cui non c’è necessità di definire una cornice entro cui praticare una sfida egemonica.

Gli USA sono molto più interessati a fare in modo che qualsiasi trattativa futura coinvolga anche la Cina. E nel caso in cui riuscissero a portare il Dragone al tavolo, potrebbero essere più propensi a discutere una riduzione percentuale delle testate e dei vettori attivi, piuttosto che a riconfermare i limiti numerici: 1.550 testate, 700 vettori operativi e altri 100 non puntati.

A questi limiti la Cina ancora nemmeno ci arriva, e rinnovarli significherebbe limitare la capacità statunitense lasciando mano libera a quella cinese... per raggiungere proprio quelle 1.500 testate che impensieriscono Washington per il salto di qualità dell’arsenale nucleare cinese che comporterebbero.

Ricordiamo che la ripresa dei test nucleari Trump l’ha annunciata appena prima di incontrare Xi Jinping a Busan, in Corea del Sud: appare chiaro chi abbia in mente la Casa Bianca quando pensa alla competizione nucleare.

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23/06/2022

L’incubazione della guerra/5. Gli Usa disdettano il Trattato INF sulle armi nucleari nel 2019

Ad agosto del 2019 il controllo degli armamenti nucleari definito nei trattati bilaterali tra Usa e Urss nel 1987 ed ancora in vigore, subiva una pesante doccia fredda chiudendo un’era. Il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) – siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov – era il secondo accordo vincolante rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti teso a garantire un equilibrio tra i due maggiori arsenali nucleari del mondo. Nel 2002 gli Usa avevano già abbandonato unilateralmente il Trattato ABM sulle armi anti-balistiche.

Con l’obiettivo di eliminare i missili balistici e da crociera di medio o corto raggio (500-550 km di gittata) lanciati da terra, armati in modo convenzionale o con testate nucleari, il Trattato INF prevedeva un attento regime di verifiche reciproche, comprese ispezioni nelle basi dove erano installati i missili, che segnarono l’era della cooperazione bilaterale tra Usa e Urss prima e tra Usa e Russia poi sul fronte del disarmo. Il 1° giugno 1991 le riduzioni degli arsenali erano state completate, con 2.692 missili americani e sovietici smantellati. La stagione degli euromissili era conclusa, il bando avrebbe dovuto avere durata illimitata.

Negli ultimi anni però sia Mosca che Washington si accusavano a vicenda di violare il Trattato.

La Nato ovviamente accusa la Russia di essere la sola responsabile del fallimento del Trattato INF. Mosca avrebbe violato i limiti imposti dal Trattato sviluppando un missile di gittata superiore ai 500 km: l’9M729, versione aggiornata del 9M728, denominato Iskander-M. Secondo la Nato ce ne sarebbero «interi battaglioni», schierati anche nella Russia occidentale più vicina all’Europa. Il missile sarebbe in grado di lanciare un attacco nucleare contro un Paese Nato dell’Europa occidentale, con brevissimo preavviso. I russi dicono però che il Novator 9M729 – SSC-8 per la Nato – ha una gittata massima di 480 km, e dunque è in regola: a loro volta puntano il dito sull’MK-41 statunitense.

A ottobre del 2018, alla vigilia delle elezioni di medio termine, il presidente statunitense Trump annunciava il ritiro unilaterale degli Usa dal Trattato INF dando alla Russia sei mesi di tempo per rientrare negli accordi. Di fronte all’impasse anche la Russia – ma a luglio 2019 – annunciava che si sarebbe ritirata dal Trattato INF specularmente al ritiro statunitense.

Alla scadenza dell’ultimatum statunitense, la Russia faceva sapere di aver chiesto agli Stati Uniti e agli altri Paesi Nato di dichiarare una moratoria sullo sviluppo di missili nucleari a breve e medio raggio in Europa, cioè sul territorio più esposto al venir meno del Trattato INF. Ma l’offerta veniva respinta dal segretario generale della Nato, Stoltenberg, definendola non credibile, in quanto secondo la Nato “la Russia ha schierato missili di questo tipo per anni. Non ci sono nuovi missili americani in Europa, né nuovi missili Nato. Ma ci sono sempre più missili russi”.

Ma la disdetta del Trattato INF nel 2019 non può essere “accollata” solamente a Trump.

Anche Obama già nel 2014 (l’anno dell’annessione della Crimea alla Russia) avrebbe preso in considerazione ma poi abbandonato la possibilità di un ritiro dal Trattato INF, ritenendo che la Russia avesse testato un missile da crociera (cruise, ndr) vietato dagli accordi.

Il nuovo missile di medio raggio che i russi avrebbero sviluppato era il Novator 9M729, in grado di lanciare un attacco nucleare contro un Paese della Nato in Europa, con brevissimo preavviso. Mosca replicò affermando di non aver violato gli accordi, e già in passato ha chiarito che i missili in questione non sono stati modificati o testati per superare la gittata proibita dal Trattato (oltre i 500km). Non solo, la Russia rilancia piuttosto le accuse agli Stati Uniti addossandogli la responsabilità di una nuova corsa agli armamenti a causa dell’abbandono di un altro Trattato: l’ABM.

Questo trattato poneva limiti ai sistemi strategici anti-missile (Anti-Ballistic Missile Treaty) e nel 2002 il presidente George W. Bush jr si era ritirato unilateralmente dall’ABM per poter sviluppare il cosiddetto “scudo spaziale” in Europa – il sistema di missili antimissili “Aegis Ashore” – da installare nei paesi Nato più vicini alla Russia e che aveva segnato una delle principali cause di tensione e del progressivo allontanamento tra russi e americani.

L’installazione di un sistema di difesa anti-missile in Europa, secondo Mosca, consente agli USA e alla NATO di lanciare missili da crociera e droni armati equivalenti ai tipi di armamenti che l’INF proibisce.

Nel 2016 le postazioni missilistiche dello Scudo Spaziale USA/NATO sono diventate operative sul teatro europeo in Polonia, Romania e Turchia.

Cosa è accaduto dunque tra il 2002 e il 2019 nei Trattati tra Russia, Usa e Nato?

Secondo il New York Times, in realtà, il motivo per cui gli Usa hanno deciso di ritirarsi dal Trattato INF ha più a che fare con la Cina, che non è vincolata a un trattato di cui non è firmataria e che, secondo gli Usa stava investendo massicciamente nello sviluppo missilistico. Ma gli effetti hanno inquietato sicuramente più Mosca che Pechino.

Di fatto, molti analisti ritengono che la vera ragione del ritiro americano dal Trattato INF sia stato quello di avere le mani libere per contrastare anche la minaccia cinese. Secondo la Casa Bianca, non è più possibile non coinvolgere nei negoziati per il controllo degli armamenti la Cina, con il suo arsenale di testate nucleari. Fonti dell’amministrazione Usa aggiungono che, una volta liberati dal vincolo del Trattato, gli Stati Uniti potranno condurre test su nuove tecnologie missilistiche.

A quel punto rimaneva un solo Trattato strategico bilaterale tra Usa e Russia sulle armi nucleari: il trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty). Lo Start pone un limite alle armi nucleari strategiche (1.550, il più basso da decenni) concesse ai rispettivi arsenali, riduce il numero di missili schierati a terra e basati su sottomarini, e il numero di bombardieri strategici. Il Trattato Start firmato nel 2010, era in scadenza nel 2021, con la possibilità di una proroga di cinque anni. A febbraio 2021 è stato siglata l’estensione di altri cinque anni del nuovo Trattato Start fissando un tetto di 1.550 testate e 700 missili e bombardieri dispiegati per ciascuno dei due Stati. L’accordo sarà valido fino al 5 febbraio 2026.

Ma le cose non vanno bene come dovrebbe essere, tutt’altro. Venerdì 25 febbraio, il giorno successivo all’attacco russo all’Ucraina, è circolata la notizia gli Stati Uniti hanno sospeso unilateralmente i colloqui con la Russia sul futuro del controllo degli armamenti e della stabilità strategica. Nei colloqui sospesi secondo il Wall Street Journal “le due parti hanno finora individuato posizioni completamente diverse nelle discussioni. Gli Stati Uniti hanno affermato che un futuro accordo dovrebbe coprire tutte le armi nucleari, la Russia ha replicato con una proposta secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero ritirare le loro armi nucleari dall’Europa”.

In un suo commento a questa sospensione dei colloqui Putin ha letteralmente affermato che: “Per quanto riguarda gli affari militari, anche dopo lo scioglimento dell’URSS e la perdita di una parte considerevole delle sue capacità, la Russia di oggi rimane uno degli Stati nucleari più potenti. Inoltre, ha un certo vantaggio in diverse armi all’avanguardia. In questo contesto, nessuno dovrebbe dubitare che qualsiasi potenziale aggressore dovrà affrontare la sconfitta e le conseguenze infauste se dovesse attaccare direttamente il nostro Paese”.

La disdetta unilaterale statunitense del Trattato INF nel 2019, prima ancora quella sul Trattato ABM nel 2002, la sospensione dei colloqui sul Trattato Start nel 2022 e il tono dei commenti dei leader politici, rappresentano un punto di caduta pesante e inquietante che azzera quasi trenta anni di dialogo e controlli sugli armamenti nucleari strategici. Nulla di buono per il futuro, anche perché il clima che aveva portato alla firma dei Trattati sul disarmo delle armi nucleari sembra ormai appartenere ad un’altra fase storica, irriconoscibile e irripetibile nella nuova fase in cui siamo entrati.

Una guerra in incubazione da venti anni:

Vedi la prima puntata: La guerra contro la Jugoslavia nel 1999

Vedi la seconda puntata: Il conflitto in Georgia nel 2008

Vedi la terza puntata: La guerra in Donbass nel 2014

Vedi la quarta puntata: La guerra civile e gli interventi militari in Siria nel 2015

Fonte

23/10/2020

New START, il bluff di Washington

Stati Uniti e Russia sono sembrati avvicinarsi improvvisamente a un accordo sul prolungamento del trattato di non-proliferazione nucleare “New START” nelle scorse ore, dopo che le due diplomazie si sono scambiate segnali di apertura per risolvere temporaneamente la questione prima delle presidenziali americane. Dietro le apparenze restano tuttavia dubbi e ostacoli non indifferenti, legati soprattutto alla buona fede di Washington e alle manovre elettorali del presidente Trump.

Il trattato in questione limita il numero delle “Armi Strategiche” nucleari delle due potenze e, senza un’intesa, scadrà il 5 febbraio del prossimo anno. Firmato ai tempi dell’amministrazione Obama nel 2010 ed entrato in vigore l’anno successivo, il “New START” riguarda appunto gli armamenti “strategici” e le testate nucleari intercontinentali pronte a essere impiegate, mentre non include quelle a breve raggio oppure non operative.

La sorte del “New START” è in forte dubbio a causa delle decisioni prese in questi anni dall’amministrazione Trump di uscire da tutti gli accordi e i trattati precedenti stipulati con Mosca. Già nell’estate del 2019 gli Stati Uniti si ritirarono dal trattato sulle armi nucleari intermedie (“INF”), altro caposaldo delle politiche di disarmo tra USA e Russia. L’eventuale fine anche del “New START” lascerebbe il vuoto totale in questo ambito, accelerando un’ulteriore corsa agli armamenti in un frangente storico già segnato da rivalità e tensioni internazionali crescenti.

A livello ufficiale, il governo americano continua a dirsi disposto a prolungare il trattato in scadenza tra poco più di tre mesi, ma l’atteggiamento che ostenta è quanto meno ambiguo e sono in molti a credere che l’obiettivo di Trump sia di far naufragare il “New START”, per poi attribuirne la colpa al Cremlino.

Gli sviluppi più recenti della trattativa hanno visto la Russia proporre un prolungamento di cinque anni del trattato senza nessuna modifica, come previsto dal testo originale in caso di accordo tra i leader dei due paesi. La Casa Bianca aveva a sua volta cercato di vincolare il rinnovo alla partecipazione della Cina. Pechino dispone però di un numero nettamente inferiore di armi nucleari rispetto a USA e Russia e ha perciò prevedibilmente declinato l’invito di Washington.

Trump si era detto dunque contrario all’ipotesi russa e aveva anzi rilanciato con un’altra proposta inaccettabile per Mosca. Gli Stati Uniti sarebbero stati cioè pronti a firmare una proroga di cinque anni solo se il trattato fosse stato esteso ad altri armamenti in dotazione alla Russia e fuori dal campo di applicazione del “New START”.

Settimana scorsa, poi, il presidente russo Putin aveva dato indicazione al suo ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, di sondare con gli americani una possibile convergenza sull’estensione temporanea di un solo anno senza condizioni, in modo da avere in teoria tutto il tempo per negoziare un rinnovo integrale del trattato.

Anche questa offerta ha avuto vita breve. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Robert O’Brien, poche ore dopo l’ha rimandata al mittente con l’accusa che Mosca intendeva solo rinviare la questione a dopo le elezioni americane. L’ipotesi di un prolungamento di un anno è stata tuttavia fatta propria dagli Stati Uniti, a patto che Mosca sia disposta ad accettare un congelamento del numero di tutte le testate nucleari in possesso dei due paesi e, quindi, non solo di quelle coperte dal “New START”.

A questo punto, i dettagli del negoziato sono diventati cruciali. Putin ha in sostanza accettato l’idea del prolungamento di un anno, ma ha tenuto a sottolineare che gli USA non dovranno porre ulteriori condizioni. Come ha spiegato il blog MoonOfAlabama, l’offerta del Cremlino è una sorta di “gentlemen’s agreement” privo di meccanismi di verifica, poiché un qualsiasi eventuale piano di accertamento del rispetto del trattato, come ad esempio ispezioni reciproche, “richiederebbe trattative troppo complicate” in rapporto al tempo rimasto, soprattutto se Washington intende risolvere la questione prima del voto del 3 novembre.

L’amministrazione Trump nella sua ultima risposta ha invece lasciato intendere di voler complicare la situazione proprio come temeva il Cremlino. Il dipartimento di Stato ha così elogiato la disponibilità russa e in seguito dichiarato che i diplomatici USA sono pronti a incontrare le proprie controparti per finalizzare un “accordo verificabile”. Il riferimento a un qualche dispositivo che permetta di “verificare” quanto concordato è precisamente l’elemento in grado di far saltare la trattativa.

In poco meno di due settimane è infatti impossibile giungere a un risultato come quello auspicato da Washington. Secondo il direttore della pubblicazione Arms Control Today, Daryl Kimball, applicare un limite massimo “verificabile” anche al numero di “testate non operative implica la fissazione di regole relative al conteggio [delle armi stesse], ai metodi di monitoraggio e alle dichiarazioni congiunte”. Nessuno di questi fattori può essere considerato “un dettaglio trascurabile” e per definire ognuno di essi servirà “più tempo di quello che manca alla scadenza del trattato”.

In altre parole, solo per verificare la quantità di testate che i due paesi hanno nei loro depositi, cioè non operative ed escluse dal “New START”, potrebbero volerci mesi o anni, per non parlare delle modalità con cui i rispettivi incaricati sarebbero chiamati ad accertarsene. Se gli USA si impunteranno perciò su un’estensione che preveda condizioni diverse da quelle attualmente scritte nel trattato e, soprattutto, sul fatto che esse siano “verificabili”, il prolungamento del “New START” rimarrà un miraggio.

Come spiegato in precedenza, potrà al contrario andare in porto quanto accettato da Putin, ovvero un’estensione del trattato a tutte le testate nucleari solo se basata su un semplice impegno dei due paesi, lasciando poi campo libero alle trattative per una versione definitiva nei prossimi mesi. La posizione attuale dell’amministrazione Trump, sostiene ancora il blog MoonOfAlabama, “non ha alcun senso” e sembra “semplicemente una manovra per incolpare la Russia quando scadrà il tempo per arrivare a un’estensione del trattato”.

Che le sensazioni delle due diplomazie dietro le quinte siano meno positive di quanto sostengono i giornali in questi giorni è possibile dedurlo da svariati segnali. Il ministero degli Esteri russo ha ad esempio sostenuto di non avere ancora ricevuto una risposta ufficiale all’ultima proposta di prolungamento del trattato, così che le reazioni a essa del governo americano sono state dedotte solo dai “commenti letti sui social media”. Settimana scorsa, poi, Lavrov aveva ammesso pubblicamente che il governo russo riteneva non ci fossero prospettive per un accordo con Washington sul “New START”, soprattutto per l’impossibilità di discutere con “il linguaggio degli ultimatum”.

Anche se il trattato dovesse alla fine essere rinnovato provvisoriamente, è tutt’altro che certo un accordo a lungo termine nei prossimi mesi. Tra le questioni che resteranno comunque irrisolte per gli Stati Uniti, oltre allo spostamento degli equilibri militari a favore di Mosca, c’è infatti il nodo della Cina. Gli USA ritengono cioè che i trattati sulla non-proliferazione sottoscritti in passato con la Russia, di cui il “New START” è l’ultimo superstite, impongono delle limitazioni che non consentono al Pentagono di tenere il passo della militarizzazione di Pechino.

Ciò che gioca a sfavore del controllo delle armi nucleari è in definitiva sempre il declino della posizione internazionale degli Stati Uniti, costretti da una dottrina strategica “a somma zero” a cercare di contrastare l’evoluzione multipolare degli equilibri mondiali con un’ulteriore rovinosa corsa agli armamenti. A farne le spese sono così i rimanenti trattati sulla limitazione delle testate nucleari, col risultato di far salire vertiginosamente il rischio di una conflagrazione globale dalle conseguenze incalcolabili.

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26/06/2020

New START: gli USA verso l’uscita

La discussione tra Russia e Stati Uniti attorno al rinnovo dell’ultimo trattato bilaterale rimasto in piedi contro la proliferazione delle armi nucleari ha subito mostrato questa settimana tutti gli ostacoli che attendono i delegati delle due potenze. L’atteggiamento americano è ancora una volta l’ostacolo principale a un possibile accordo. I calcoli strategici di Washington sono infatti in piena evoluzione e minacciano di riservare al cosiddetto “New START” la stessa sorte già toccata a un lungo elenco di altri trattati abbandonati negli ultimi anni dal presidente Trump e dai suoi predecessori.

Il “New Strategic Arms Reduction Treaty” era stato ratificato nel 2011 sotto l’amministrazione Obama e sostituiva tutti i precedenti trattati sulla riduzione delle testate nucleari (SORT, START I e START II), implementati o meno. Il “New START” scadrà nel febbraio del 2021, a meno di un prolungamento di altri cinque anni attraverso un meccanismo che, una volta raggiunta l’intesa a livello governativo, non richiede l’approvazione dei parlamenti dei due paesi.

Il trattato impegna Russia e Stati Uniti a ridurre considerevolmente le testate nucleari strategiche attive a loro disposizione, così come le piattaforme di lancio, cioè dalle circa 6000 che contano i rispettivi arsenali a non più di 1.550. Oltre a una serie di altre condizioni, il “New START” consente anche ispezioni periodiche reciproche per verificarne il rispetto.

Il trattato è chiaramente un affare bilaterale tra le due principali potenze nucleari del pianeta, ma gli Stati Uniti insistono nel coinvolgere la Cina nelle trattative per un possibile rinnovo. Questa insistenza, evidente da una vera e propria sceneggiata orchestrata dalla delegazione USA lunedì all’apertura dei colloqui a Vienna, fa in modo che le trattative abbiano fin da ora scarsissime prospettive di successo.

Pechino ha fatto sapere da tempo di non avere alcun interesse a discutere con Washington e Mosca delle proprie armi strategiche nucleari. La ragione è presto spiegata. Il numero delle testate della Repubblica Popolare non arriva a 300, così che, com’è ovvio, non avrebbe alcun senso trattare su una limitazione dell’arsenale nucleare cinese in presenza di tali differenze. Tanto più se si considera l’escalation militare degli Stati Uniti in Asia orientale in funzione appunto di contenimento della crescita cinese.

Il governo americano ha comunque tutta l’intenzione di trasformare i negoziati sul “New START” in una nuova operazione di propaganda contro Pechino, col risultato quasi certo di affondare il trattato stesso. In un’azione emblematica delle intenzioni degli Stati Uniti, fortemente criticata dalla Russia, i rappresentanti dell’amministrazione Trump lunedì hanno disposto alcune bandierine cinesi al tavolo dei negoziati di fronte a postazioni vuote. Il capo della delegazione USA, il sottosegretario di Stato Marshall Billingslea, ha poi postato l’immagine su Twitter, accompagnandola con un commento totalmente fuorviante per denunciare l’assenza della Cina da un vertice con cui nulla ha a che fare.

La mossa si è però trasformata in un boomerang. Un giornalista della testata China Daily ha risposto alla provocazione con un tweet nel quale ricordava la totale assenza di credibilità degli Stati Uniti, usciti unilateralmente da parecchi accordi internazionali, da quello sul nucleare iraniano a quello sul clima di Parigi. Lo stesso reporter ha poi invitato Washington a dichiarare la disponibilità a ridurre le proprie testate nucleari a un numero simile a quello dell’arsenale di Pechino prima di chiedere il coinvolgimento della Cina nei negoziati.

Viste le premesse, non è sorprendente che le aspettative di Mosca sul “New START” siano tutt’altro che ottimistiche. Il vice-ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha ammesso in un’intervista a NBC News di non credere che gli Stati Uniti finiranno per prolungare il trattato. Il diplomatico russo non ha mancato di far notare come il tentativo di coinvolgere la Cina nei colloqui in corso sia del tutto assurdo, come lo è la richiesta fatta da Washington a Mosca di insistere con Pechino affinché partecipi ai negoziati sulla riduzione delle testate nucleari.

Ryabkov ha invitato piuttosto la Casa Bianca ad adoperarsi direttamente con la Cina, se nutre preoccupazione per le attività nucleari di questo paese, mentre ha attribuito alla vera e propria “ossessione” americana per Pechino l’impossibilità di fare progressi verso la ratifica di un nuovo trattato.

Un’identica “ossessione” ha già portato nel recente passato alla fine di un altro importante trattato tra Russia e Stati Uniti, quello sulle Forze Nucleari Intermedie (INF), risalente al 1987 e abbandonato in primo luogo per gli svantaggi strategici nei confronti di Pechino che il rispetto di esso da parte americana avrebbe comportato. La ragione ufficiale del boicottaggio dell’INF erano le presunte violazioni attribuite a Mosca, ma in realtà gli USA lamentavano le restrizioni che il trattato imponeva allo sviluppo e al posizionamento di missili intermedi per contrastare i progressi in questo ambito soprattutto della Cina.

Il fatto che le trattative sul “New START” siano probabilmente morte sul nascere non porta in ogni caso vantaggi all’immagine internazionale degli Stati Uniti, per non parlare di quelli sul piano strategico, legati in primo luogo alla perdita della possibilità di condurre ispezioni reciproche. La completa inaffidabilità di un governo che intende imporre i propri interessi in modo unilaterale, disonesto e spesso al di fuori del diritto internazionale è risultata evidente ancora una volta a tutta la comunità internazionale.

Il Cremlino non ha da parte sua fatto sconti e ha colto la palla al balzo per denunciare il comportamento americano. La portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha ricordato ad esempio come “gli USA siano impegnati nel distruggere qualsiasi accordo sulla non proliferazione e il controllo degli armamenti degli ultimi cinquant’anni: ritiro dal trattato ABM [Anti Missili Balistici], uscita dal JCPOA [Accordo sul nucleare iraniano], distruzione del trattato INF, piani di ritiro dal trattato Open Skies [Cieli Aperti] e nessun piano per il prolungamento del New START”.

L’uscita dall’ABM, sottoscritto nel 1972, fu decisa dal presidente George W. Bush nel 2002. Il trattato “Open Skies” del 2002 include invece 34 paesi e garantisce a ognuno di essi la libertà di condurre operazioni di osservazione negli spazi aerei degli altri firmatari, in modo da promuovere apertura e trasparenza delle rispettive attività militari. L’amministrazione Trump ha annunciato il prossimo abbandono del trattato da parte del suo paese lo scorso mese di maggio.

Anche la sorte del “New START” sembra dunque segnata e il possibile crollo nel prossimo futuro dell’ultimo elemento rimasto del sistema condiviso di controllo degli armamenti nucleari rischia di aprire la strada a una nuova proliferazione. Questo scenario è d’altronde coerente con gli obiettivi strategici degli Stati Uniti, sempre più orientati a rafforzare il proprio potenziale militare nel tentativo disperato di invertire l’inevitabile declino internazionale, illudendosi che ciò possa agire da deterrente delle ambizioni dei paesi rivali, come la Russia e, soprattutto, la Repubblica Popolare Cinese.

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