C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.
La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.
Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.
Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.
In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.
Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.
Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.
Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.
L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.
Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/08/2026
Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev
02/07/2026
In Iran evocata la mutua deterrenza nucleare come opzione possibile
L’articolo, non firmato, sostiene che l’Iran deve raggiungere la deterrenza nucleare per ottenere quella che ha definito la “calma necessaria” per garantire che altre controversie possano essere risolte tramite negoziati e che solo in tali condizioni sarebbero possibili negoziare dalla “posizione giusta”.
L’agenzia Fars ha spiegato che l’articolo era stato pubblicato su una piattaforma interattiva in cui gli utenti possono pubblicare i propri contenuti e che “non riflette la posizione ufficiale dell’agenzia”.
Quanto pubblicato su Fars news sottolinea inoltre come la deterrenza nucleare potrebbe creare un equilibrio di potere tra Iran, Stati Uniti e Israele e mantenere sotto controllo l’ampiezza di qualsiasi possibile conflitto.
L’articolo sembra mettere in discussione lo spirito dell’accordo preliminare recentemente firmato tra Iran e Stati Uniti, secondo il quale Teheran si è impegnata a non perseguire l’uso di armi atomiche permettendo però agli ispettori internazionali di tornare gradualmente a ispezionare le sue strutture nucleari. Un trattamento che però non viene nè ancora preso in considerazione nè attuato verso l’unica potenza nucleare del Medio Oriente: Israele.
L’articolo della Fars sostiene che l’ambiente di sicurezza iraniano lascia poche alternative se non perseguire un deterrente strategico paragonabile a quello di altri stati dotati di armi nucleari. Secondo la pubblicazione, l’Iran dovrebbe studiare l’esperienza della Cina durante la Guerra Fredda, sostenendo che Pechino abbia ottenuto negoziati significativi con Washington solo dopo aver sviluppato con successo armi nucleari. Ha inoltre affermato che gli Stati Uniti avevano precedentemente minacciato la Cina con attacchi nucleari prima di impegnarsi diplomaticamente dopo che Pechino aveva acquisito armi atomiche.
L’articolo sostiene anche che le armi nucleari potrebbero stabilire un equilibrio di potere con paesi come Stati Uniti e Israele, entrambi descritti come dotati di capacità nucleari.
“La deterrenza nucleare significa che si può raggiungere un equilibrio di potere contro America e Israele... non affinché la guerra non avvenga, ma affinché l’entità del conflitto rimanga controllabile”, ha aggiunto il commento.
Sebbene l’articolo non rappresenti una dichiarazione politica ufficiale del governo, la sua pubblicazione su un importante mass media iraniano segnala l’aspra dialettica politica interna e le diverse opzioni in campo sulle scelte strategiche.
La pubblicazione contrasta infatti con la storica posizione ufficiale dell’Iran secondo cui il suo programma nucleare è inteso esclusivamente a scopi civili pacifici.
Teheran e Washington hanno recentemente concordato un quadro volto a ridurre le attività nucleari dell’Iran, mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) si sta preparando a riprendere i lavori di ispezione nei siti iraniani.
Ma è evidente che fino a quando l’arsenale nucleare israeliano non entrerà nei negoziati generali sugli assetti della regione, questa asimmetria sul campo e il doppio standard degli organismi internazionali e dei governi occidentali lascerà sempre aperta una contraddizione insostenibile, che può manifestarsi prima come crisi e poi, di conseguenza, come conflitto.
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17/04/2026
I governi europei lavorano ad una NATO “senza gli USA”
Secondo le indiscrezioni del quotidiano statunitense, i colloqui tra gli alleati europei si stanno sviluppando in modo informale. L’obiettivo non sarebbe quello di creare una struttura alternativa alla Nato, ma rafforzare il ruolo operativo degli europei all’interno dell’Alleanza. L’idea di fondo è quella di aumentare il peso dell’Europa nelle funzioni di comando e controllo, integrando le risorse americane con capacità autonome europee, così da garantire continuità anche in caso di disimpegno statunitense.
Piani veri e propri, assicurano diverse fonti diplomatiche consultate dall’ANSA, non ce ne sono: l’argomento, al quartier generale, è tabù e la conversazione si articola quindi tra le capitali. “Non è una cosa che si può discutere alla presenza degli Stati Uniti anche perché, francamente, ci si può pure domandare cosa fare se dovessero diventare apertamente ostili”, sottolinea una fonte alleata.
I funzionari che stanno lavorando a questo progetto, che alcuni definiscono come “Nato europea”, mirano a coinvolgere un maggior numero di paesi europei nei ruoli di comando e controllo dell’alleanza e a integrare le risorse militari statunitensi con le proprie.
Come detto, le riunioni andate avanti fino ad ora in modo informale, non puntano a creare una struttura militare alternativa alla Nato, ma a garantire “continuità operativa, deterrenza nei confronti della Russia e credibilità nucleare anche in uno scenario di riduzione del ruolo americano”.
La svolta decisiva – sottolinea il Wall Street Journal – è arrivata da Berlino. La Germania, storicamente riluttante a mettere in discussione il ruolo degli USA come garante della sicurezza europea, ha rivisto la propria posizione, aprendo la strada a un consenso più ampio tra partner come Regno Unito, Francia, Polonia, Paesi nordici e Canada.
L’obiettivo condiviso è rafforzare il contributo europeo all’interno della Nato, mantenendo al contempo il legame transatlantico. “La Nato è insostituibile sia per l’Europa che per gli Stati Uniti, ma è chiaro che noi europei dobbiamo assumerci più responsabilità”, ha dichiarato il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius.
Il segretario generale Mark Rutte ha affermato che l’Alleanza sarà “sempre più guidata dagli europei”.
Le sfide operative riguardano la gestione dei sistemi di difesa aerea e missilistica, la logistica, i corridoi della mobilità verso l’Europa orientale (vedi il TAV, ndr).
Parallelamente, gli stati europei puntano a rafforzare la produzione militare-industriale in settori in cui il divario con gli USA resta ancora rilevante.
In questo contesto va visto il progetto congiunto annunciato da Germania e Regno Unito per lo sviluppo di missili cruise stealth e armi ipersoniche, mentre resta centrale – ed ancora irrisolta – la questione delle armi e della deterrenza nucleare.
Francia e Regno Unito sono le uniche a disporre di un arsenale nucleare mentre si è aperto un dibattito sulla possibile estensione della deterrenza nucleare francese ad altri Paesi europei, in particolare la Germania.
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11/03/2026
Alla “fine della storia”... aveva ragione la Corea del Nord
Ma con un po’ di fantasia si può immaginare che il messaggio è che, alla “fine della storia”, la Corea del Nord aveva ragione. In un mondo in cui il banditismo imperiale è la regola, la rinuncia al proprio programma nucleare fatta dalla Libia nel 2003 è stato un insegnamento ben imparato da Pyongyang. L’unico strumento per salvarsi da un’aggressione imperialista è poter schierare una deterrenza nucleare, e la corsa al riarmo che ne deriverà, compreso l’aumento del rischio di un conflitto mondiale, è tutta in capo alle “democrazie” occidentali.
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12/11/2025
Razionalità al collasso: A House of Dynamite
di Fosca Gallesio
A House of Dynamite, l’ultimo film di Kathryn Bigelow, è un interessante thriller politico che esplora le possibili implicazioni di un attacco nucleare diretto contro gli Stati Uniti. Il film adotta una particolare struttura tripartita, offrendo il punto di vista di tre luoghi differenti impegnati nella gestione della crisi.
Si inizia con l’unità di crisi della Casa Bianca, dove il personaggio centrale è il capitano capo dello staff, interpretato da Rebecca Ferguson. Il secondo segmento si sposta nell’ufficio del Segretario alla Difesa, interpretato da Jared Harris. Infine, il terzo segmento narrativo riguarda direttamente il Presidente degli Stati Uniti, interpretato da Idris Elba.
Il film, dunque, è parcellizzato: da un lato analizza in profondità scomponendo il racconto, dall’altro moltiplica i punti di vista in una sorta di mise en abyme della realtà, triplicata in una struttura narrativa a spirale che si avvolge su se stessa, precipitando verso l’esplosione finale.
L’intera struttura narrativa ruota attorno ai venti minuti chiave della storia: un’unità temporale precisa che costituisce la trama del film e che viene ripetuta in tre versioni differenti. Questo lasso di tempo va dal momento in cui sui radar viene individuato un missile diretto verso il territorio americano, fino al tentativo di intercettazione, fallito, e alla successiva individuazione della traiettoria del missile nemico. Quando si riconosce che l’obiettivo probabile, con una percentuale di certezza del 90%, è la città di Chicago, viene stimata l’entità dei danni: solo le vittime immediate, colpite dall’esplosione senza considerare il fallout radioattivo, sarebbero circa dieci milioni.
Tutti questi elementi di trama vengono esplorati nel primo segmento, che in un certo senso esaurisce la componente di suspense puramente narrativa. Infatti, se A House of Dynamite adotta una struttura da thriller, l’elemento classico del “vedere come va a finire” viene risolto molto presto. L’interesse del film si sposta così altrove: non sull’esito della storia, ma sul modo in cui i diversi personaggi – chiamati, per ruolo e posizione, a gestire l’emergenza – riescono o meno a mantenere il controllo, a dare risposte operative, a gestire la paura.
La regia di Bigelow concentra l’attenzione non tanto sulla componente operativa o militare, che pure è resa con grande dettaglio e con uno stile quasi documentaristico, ma sulla dimensione umana. Il linguaggio tecnico, fitto di acronimi e termini specifici, crea volutamente un effetto di cripticità: lo spettatore non capisce sempre nel dettaglio cosa stia accadendo sul piano operativo, ma percepisce chiaramente la tensione.
Ciò che interessa alla regista non è la precisione del linguaggio militare, bensì la capacità dei personaggi di mantenere la lucidità, la freddezza e la logica necessarie in una situazione estrema, pur dovendo affrontare l’impatto emotivo e psicologico dell’evento. C’è lo sgomento, la sorpresa, la consapevolezza di trovarsi davanti a un attacco nucleare reale: emozioni che cozzano contro il ruolo istituzionale, imponendo un equilibrio quasi impossibile tra razionalità e panico.
Proprio in questa tensione interiore – tra l’istituzionalità logica e la reazione umana – si sviluppa il cuore del film. L’attrito cresce progressivamente, perché nel corso dei tre segmenti il livello dei personaggi coinvolti si alza: dalla manager della Casa Bianca si arriva fino al Presidente stesso.
Bigelow gioca abilmente con il desiderio dello spettatore di sapere “come andrà a finire”, pur costruendo un racconto in cui il finale non è la rivelazione decisiva, ma l’esito coerente di un ragionamento politico e morale. Il finale, infatti – senza rivelare troppo – non è una sorpresa, ma un punto di arrivo che serve il messaggio complessivo del film: una riflessione sulla corsa agli armamenti, sul concetto di deterrenza e sulla sua effettiva utilità.
A House of Dynamite non si basa sulla domanda “cosa succederebbe se?”, ma sul dilemma etico e politico del “cosa dovremmo fare quando accadrà”. L’esplosione della bomba, in sé, è secondaria: ciò che interessa è la reazione umana e le decisioni che vengono prese di fronte a una minaccia irrisolvibile da chi lavora all’interno dei sistemi di potere.
Il film esplora con grande precisione il dilemma centrale: come reagire a una minaccia nucleare imminente e ineluttabile. Il giovane assistente del Segretario alla Sicurezza Nazionale diventa la figura chiave in questa dinamica: non abituato a gestire situazioni di massimo livello, viene però investito della responsabilità di fornire indicazioni operative e morali cruciali.
Attraverso di lui, Bigelow mette in scena la tensione tra reazione immediata e riflessione ponderata. Si tratta di decidere se lanciare una ritorsione preventiva o attendere conferme certe sull’origine dell’attacco. Il film insiste su questa dialettica, ripetendo l’azione dei venti minuti cruciali attraverso i tre punti di vista: ogni iterazione rivela nuovi dettagli, nuove incertezze, nuove responsabilità e nuove sfumature emotive dei personaggi coinvolti.
L’elemento etico emerge con particolare forza nel confronto diretto tra il Presidente e il giovane vice del segretario della NSA. Viene chiarito che il paese più potente del mondo non può apparire debole, e che la pressione internazionale – la percezione di forza o di cedimento – diventa parte integrante della decisione. Questa tensione tra ruolo istituzionale, moralità e sopravvivenza collettiva costituisce l’asse portante del film.
A House of Dynamite è una lente di lettura attenta delle dinamiche geopolitiche mondiali. Il missile, pur sospettato di provenire dalla Corea del Nord, in realtà pone interrogativi su possibili responsabilità esterne, incluso il coinvolgimento della Russia, tradizionale avversario strategico degli Stati Uniti.
Bigelow mostra come la gestione di un attacco nucleare non sia solo questione di intercettazioni o capacità militari, ma anche di diplomazia, comunicazioni internazionali e prevenzione di escalation incontrollate. Il film evidenzia inoltre il limite del concetto di deterrenza: la certezza dell’arsenale nucleare non garantisce immunità. Anzi, la dotazione di armi nucleari sempre più potenti e numerose, ne prefigura la necessità di utilizzo in caso di un attacco, la deterrenza è solo un falso velo protettivo morale, perché qualsiasi bomba è fatta per esplodere, qualsiasi arma è fatta per essere usata. Una volta che ci si costruisce l’immagine di superpotenza mondiale, se provocati, bisogna metterla in atto e concretizzarla di fronte al mondo intero, non ci si può tirare indietro.
L’esplosione di una bomba – anche isolata – può scatenare risposte automatiche, movimenti politici, fraintendimenti e decisioni basate sulla paura e sulla volontà di potere, piuttosto che sulla razionalità strategica e sul desiderio di pace mondiale.
Uno dei punti di forza del film è l’approfondimento psicologico dei personaggi. La sceneggiatura di Noah Oppenheim sceglie uno stile documentaristico per raccontare le azioni dei personaggi in un contesto di crisi, mettendone in evidenza l’ambiguità delle scelte morali e aprendo una prospettiva umana sul messaggio politico del film.
Il capitano capo dello staff, il Segretario della difesa e il Presidente vengono esplorati nella loro complessità: ognuno deve bilanciare competenza, autorità, responsabilità istituzionale e fragilità umana. Nell’emergenza non c’è tempo per farsi influenzare dalle emozioni personali, che non sono mai esplicitate attraverso il dialogo diretto, ma emergono dalle azioni, dagli sguardi, dai gesti minimi: un anello, una fotografia di famiglia, una video-chiamata alla moglie, diventano strumenti per raccontare l’angoscia. Non c’è spazio per farsi dominare dall’emotività, ma la profondità psicologica emerge inevitabilmente nel comportamento operativo, che da logico e strategico, diventa umano, emotivo e caotico.
Il Presidente, interpretato da Idris Elba, appare come un leader vicino alle persone, alla mano, ma di fronte alla crisi rivela la rigidità del ruolo: la necessità di non poter apparire debole, pur mantenendo un senso morale e politico coerente. Come Presidente USA spetta a lui la decisione impossibile imposta dal film: bisogna scegliere tra la resa e il suicidio. Tra l’accettare di essere colpiti al cuore dell’America senza fare niente, e il dare una risposta di forza, sfoderando l’arsenale più potente della terra, pur non avendo la certezza di chi sia il vero nemico e rischiando di aprire una frattura che condurrà all’olocausto nucleare mondiale.
La regia di Bigelow privilegia un iperrealismo dettagliato, che si manifesta nella sceneggiatura, nella fotografia e nel montaggio. Le inquadrature seguono i personaggi da vicino, facendo sentire lo spettatore dentro la scena, come se fosse parte integrante della crisi. Il montaggio è preciso e calibrato, dosando suspense e ritmo in un film interamente basato sui dialoghi, in cui la tensione nasce dall’intensità emotiva e dall’ansia della responsabilità più che dall’azione fisica.
Rispetto ad altri film di Bigelow, A House of Dynamite si svolge prevalentemente in ambienti chiusi – la sala crisi della Casa Bianca, gli uffici e le basi militari, perfino il presidente è all’interno di un’auto al telefono – dove i personaggi si interfacciano tra di loro attraverso gli schermi, in una conference-call determinante per il futuro del mondo. Questa virtualizzazione telematica mette in evidenza lo scarto tra l’esigenza umana di affrontare la crisi condividendo uno spazio reale di confronto e dialettica, e il dispositivo di gestione militare ottimizzato per fornire una risposta razionale, rapida ed efficace. La conference-call determina il destino del mondo, ma rivela la distanza tra la gestione algoritmica della crisi e l’angoscia fisica di chi ne subisce gli effetti.
Come negli altri film della regista c’è una riflessione sui dispositivi di esperienza e di visione del reale, ma se nei lavori precedenti si sfruttava appieno la grandezza di visione dell’esperienza cinematografica, in questo film si insiste sull’alienazione claustrofobica della visione attraverso gli schermi dei computer e dei telefoni. In questo senso la distribuzione del film sulla piattaforma Netflix non è solo un elemento produttivo, ma diventa un fattore che definisce il linguaggio, creando un rispecchiamento tra i personaggi chiusi nei bunker ad affrontare la minaccia nucleare e gli spettatori chiusi nelle loro case che assistono sul teleschermo all’agghiacciante epilogo della crisi.
House of Dynamite è un thriller politico che va oltre la tensione narrativa: il film invita a riflettere sul significato della guerra, della vita militare e del ruolo di chi è chiamato a prendere decisioni di portata globale. Il punto in discussione rimane la visione morale e politica che determina il senso di efficacia. La scelta e la decisione finale non può che essere umana. Ma come può essere umana all’interno di un dispositivo meccanico e funzionale, di stampo militare, che offre due sole alternativa: la resa o il suicidio.
La narrazione tripartita, la reiterazione dei venti minuti centrali e l’analisi dettagliata dei personaggi costruiscono un’opera che è al contempo realista, politica e profondamente umana. Bigelow conferma il suo ruolo di maestra del thriller politico-militare, capace di combinare rigore tecnico, profondità psicologica e riflessione etica in un film di altissimo livello, in cui la suspense nasce dalla tensione morale e non dall’azione spettacolare.
11/11/2025
I ‘tre corpi’ del New START, il trattato sulle armi nucleari strategiche
Firmato nel 2010 e rinnovato nel 2021, il New START scadrà il 5 febbraio. La Russia aveva sospeso la sua partecipazione nel febbraio del 2023, ma non ne aveva disconosciuto l’adesione. A fine settembre, infatti, Vladimir Putin aveva lanciato un messaggio alla Casa Bianca: Mosca è disposta a rispettare volontariamente le restrizioni del trattato per un anno dopo la sua scadenza.
“In futuro – ha detto il presidente russo – analizzeremo attentamente la situazione e decideremo se mantenere queste restrizioni volontarie autoimposte”. Putin aveva messo in chiaro, però, che una tale opzione sarebbe stata percorsa solo se anche gli Stati Uniti avrebbero agito allo stesso modo, evitando di mettere in pericolo l’attuale capacità di deterrenza russa.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva fatto sapere alla stampa che “Trump è al corrente dell’offerta di Putin” e che “pensa sia una buona idea”. Ma le dichiarazioni stelle-e-strisce erano finite lì, fino a che il tycoon non ha fatto la dichiarazioni di voler far ripartire i test nucleari come fanno Mosca e Pechino: non propriamente un segnale di distensione.
Bisogna chiarire alcune questioni che possono aiutare a diradare il caos di questa situazione (che è in realtà molto più chiara di quanto si possa pensare). Innanzitutto, gli USA hanno interrotto i test nucleari nel 1992, quando il competitor globale rappresentato dall’URSS era stato sconfitto nella Guerra Fredda. Da allora, le guerre sono state calde, e contro paesi sui quali non c’era da far valere la potenza atomica.
Che il parco delle testate statunitensi abbia bisogno di ammodernamento è indubbio, difatti è un percorso che iniziato ormai da tempo, e non ha necessità di tanti nuovi test per essere ultimato. Oltre al fatto che il vero nodo, negli armamenti nucleari di oggi, non è la potenza e il funzionamento della testata, quanto piuttosto il vettore su cui viaggia.
Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha ribadito che né Russia né Cina stanno facendo quel che dice Trump, ma che Mosca riprenderà i test nucleari se lo farà Washington. Un braccio di ferro a cui ormai abbiamo assistito su vari dossier, una sorta di contrattazione, mentre stando ad alcune indiscrezioni The Donald potrebbe essere favorevole a una riduzione comune delle armi nucleari.
Intanto, in una intervista rilasciata a RIA Novosti il 9 novembre, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha ribadito quel che già aveva detto Putin a settembre. Insomma, il Cremlino conferma la volontà di mantenere dentro una cornice condivisa con la Casa Bianca il tema della deterrenza nucleare. Perché difatti, il rinnovo del New START è più importante per la Russia che per gli USA.
O meglio: è importante per entrambi gli attori. Ma per la Russia significa riaffermare il proprio ruolo di superpotenza nucleare, e insieme assicurarsi garanzie sull’unico strumento che ne garantisce l’intoccabilità. Gli Stati Uniti non hanno nessun interesse ad aprire una gara atomica con la Russia, ma allo stesso tempo hanno un problema sullo sfondo di questo accordo: la Cina.
Il Dragone sta incrementando il proprio arsenale nucleare, così come sta lavorando sul miglioramento dei propri vettori. Non è un segreto per nessuno che sia la Cina il vero competitore strategico degli States, i quali sono preoccupati dall’emergere di una terza potenza nucleare dalla proiezione globale. Lo sono in maniera ‘scientifica’, verrebbe da dire.
Già nell’America’s Strategic Posture del 2023 veniva sottolineato che, entro il 2035, la Cina potrebbe raggiungere una dotazione di 1.500 ordigni nucleari. Tale soglia è indicata come una capacità critica, un arsenale nucleare che, sul piano strategico, farebbe fare un salto qualitativo a Pechino, portando il colosso dell’Estremo Oriente sullo stesso piano di USA e Russia.
Si assisterebbe, dunque, al presentarsi sul piano geopolitico del problema fisico conosciuto come ‘problema dei tre corpi’: l’impossibilità di prevedere il comportamento di un sistema dinamico di tre masse puntiformi, che in questo caso sarebbero le tre superpotenze nucleari. La questione va dunque compresa dentro questo scenario.
La Russia sarebbe ben contenta di rinnovare il New START, ma gli Stati Uniti sanno che in tempi non troppo lunghi sul piano storico la questione uscirà da una dinamica bilaterale: l’amministrazione Trump sta valutando l’utilità di un trattato nucleare con una potenza con cui non c’è necessità di definire una cornice entro cui praticare una sfida egemonica.
Gli USA sono molto più interessati a fare in modo che qualsiasi trattativa futura coinvolga anche la Cina. E nel caso in cui riuscissero a portare il Dragone al tavolo, potrebbero essere più propensi a discutere una riduzione percentuale delle testate e dei vettori attivi, piuttosto che a riconfermare i limiti numerici: 1.550 testate, 700 vettori operativi e altri 100 non puntati.
A questi limiti la Cina ancora nemmeno ci arriva, e rinnovarli significherebbe limitare la capacità statunitense lasciando mano libera a quella cinese... per raggiungere proprio quelle 1.500 testate che impensieriscono Washington per il salto di qualità dell’arsenale nucleare cinese che comporterebbero.
Ricordiamo che la ripresa dei test nucleari Trump l’ha annunciata appena prima di incontrare Xi Jinping a Busan, in Corea del Sud: appare chiaro chi abbia in mente la Casa Bianca quando pensa alla competizione nucleare.
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04/10/2025
La Russia nel club nucleare (militare e civile)
Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma), a gennaio 2025, esistono 12.241 testate nucleari nel mondo. Di queste, oltre 9.600 sono operative o pronte all’uso, e più di 2.100 si trovano su missili balistici in stato di allerta. Russia e Stati Uniti insieme possiedono il 90% dell’arsenale globale, con rispettivamente 5.459 e 5.177 testate.
Dietro di loro avanza la Cina, che ha già raggiunto quota 600 e punta a 1.500 entro il 2035. Francia e Regno Unito restano su numeri molto più ridotti (tra 225 e 290), mentre India, Pakistan, Israele e Corea del Nord sono potenze regionali con arsenali in crescita compresi tra le diverse decine e le 150 testate.
La logica della deterrenza continua a dominare. Dopo Hiroshima e Nagasaki, l’arma è rimasta silente, ma mai così presente nella politica internazionale. Ogni crisi – dall’Ucraina al Medio Oriente – riporta l’ombra atomica sul tavolo, trasformandola in moneta geopolitica.
Secondo ‘The Evolution of Russian Nuclear Doctrine’ – il report pubblicato il mese scorso dalla Royal United Services Institute (RUSI) di Londra – l’evoluzione della dottrina nucleare russa dimostra come Mosca, pur mantenendo un arsenale imponente, percepisca crescenti vulnerabilità di fronte allo sviluppo di difese missilistiche occidentali e di capacità convenzionali di precisione.
È proprio questa percezione ad aver spinto il Cremlino a rafforzare la propria postura nucleare, privilegiando opzioni più rigide rispetto al passato e riducendo la flessibilità di impiego che aveva caratterizzato la fase immediatamente successiva alla Guerra Fredda. RUSI sottolinea inoltre che la guerra in Ucraina ha avuto un impatto diretto sulla percezione strategica russa: il fallimento (o il successo non decisivo) delle campagne convenzionali ha confermato la centralità dell’arma atomica come strumento di compensazione.
Questo spiega non solo gli investimenti su sistemi come il Posejdon o i missili Sarmat, ma anche il continuo richiamo al nucleare nella retorica politica del Cremlino, divenuto ormai perno della sua strategia di deterrenza in un contesto di crescente pressione economica e militare.
Da qui una domanda preliminare: parliamo di “armi atomiche” o di “armi nucleari”? I due termini vengono spesso usati come sinonimi, ma la differenza è sostanziale. Con “arma atomica” si indica la bomba a fissione – quella sganciata sul Giappone nel 1945 – che libera energia spezzando i nuclei pesanti di uranio-235 o plutonio-239. Il termine “arma nucleare” è più ampio: comprende sia le bombe a fissione sia le bombe termonucleari (o a idrogeno), che sfruttano la fusione di isotopi leggeri come deuterio e trizio; la loro potenza è tale da superare di gran lunga quella delle bombe a fissione, collocandole in una categoria del tutto distinta per impatto e portata distruttiva (secondo la definizione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – AIEA, International Atomic Energy Agency – IAEA).
In sostanza, tutte le armi atomiche sono nucleari, ma non tutte le armi nucleari sono atomiche. Le moderne testate, custodite nei silos americani, nei sottomarini russi o nei tunnel cinesi, appartengono quasi tutte alla seconda categoria: bombe H, concepite non solo per distruggere città ma per cancellare intere nazioni.
Dietro a ogni ordigno c’è una geografia silenziosa fatta di miniere, deserti e laboratori. Ed è qui che entrano in gioco le materie prime.
L’Uranio è il cuore delle bombe a fissione. Secondo il ‘World Nuclear Fuel Report 2025’, pubblicato il 5 settembre scorso dalla World Nuclear Association, il Kazakistan è il leader assoluto del settore, con il 40% della produzione mondiale. A seguire, Canada, Namibia, Australia, Niger, Russia e Uzbekistan.
Senza un arricchimento dell’uranio oltre il 90%, tuttavia, nessuna bomba atomica potrebbe mai esistere. Il Plutonio-239, che non esiste in natura è il “figlio oscuro” dei reattori, prodotto dall’uranio-238. Stando al SIPRI, USA e Russia ne hanno accumulato tonnellate durante la Guerra Fredda. Deuterio: estratto dall’acqua pesante. Canada, India e Argentina hanno impianti dedicati. Poi vi è il Trizio: radioattivo, con emivita di soli 12 anni, deve essere continuamente rigenerato nei reattori. Lo producono solo le grandi potenze nucleari. Infine, vi è il Litio-6: essenziale nelle bombe H, abbonda in Sud America (Cile, Argentina, Bolivia), ma anche in Cina e Australia.
Il risultato è un puzzle geopolitico frammentato: nessuna nazione possiede tutte le risorse e la cooperazione diventa inevitabile. Ma le materie prime raccontano solo l’inizio della storia. Ciò che conta davvero è l’uso che se ne fa.
Ed è qui che emerge il paradosso dell’atomo: nato come strumento di distruzione con la bomba del Progetto Manhattan e diventato solo dopo promessa di energia con i reattori civili. La differenza tecnica sta nell’arricchimento: le centrali civili usano uranio arricchito al 3-5%, le bombe al 90%.
Ogni centrale produce, come scarto, piccole quantità di plutonio, in teoria inutilizzabili. In pratica, con i giusti impianti di riprocessamento, possono trasformarsi in materia prima per testate. È la logica del “dual use”, precisa l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA): ciò che illumina una città può, se deviato, annientarla. Iran, Corea del Nord, India e Pakistan sono esempi concreti di come la linea tra energia e bomba sia molto sottile, più politica che tecnica.
Eppure, è la Russia a incarnare meglio di chiunque altro questo dualismo: da un lato la deterrenza militare, garantita dal più vasto arsenale nucleare al mondo e dalla logica della MAD – Mutually Assured Destruction, la dottrina della distruzione reciproca assicurata che, sin dalla Guerra Fredda, alimenta quell’equilibrio del terrore capace ancora oggi di dissuadere qualsiasi potenza razionale dal ricorrere all’arma atomica – dall’altro la dimensione civile, con una rete di centrali che la rende protagonista anche nel settore energetico. Non a caso, questa nazione viene spesso definita la “prima potenza nucleare”. Ma cosa significa davvero?
Se parliamo di numero totale di testate, le rilevazioni del SIPRI indicano che la Federazione Russa ha lo stockpile più vasto al mondo, leggermente superiore a quello statunitense. Se guardiamo invece alla triade nucleare – missili intercontinentali (ICBM), bombardieri strategici e sottomarini lanciamissili balistici (SSBN) – Mosca è uno dei due giganti accanto a Washington.
Il pilastro sommerso della deterrenza russa sono i sottomarini Borej-class (Progetto 955/955A, “Borej” e “BorejA”), capaci di lanciare fino a 16 missili balistici Bulava (SLBM). A luglio 2025 è entrato in servizio il quinto esemplare di classe Borej-A, il K-555 Knjaz’ Požarskij, portando la flotta a otto unità operative tra modelli originali e migliorati. Accanto a loro restano ancora attivi alcuni sottomarini Delta III e Delta IV, destinati a essere progressivamente rimpiazzati.
Poi c’è il lato oscuro della sperimentazione: i Posejdon. Non è una leggenda, ma un progetto concreto: un drone sottomarino a propulsione nucleare con autonomia teoricamente illimitata, concepito come arma di “seconda ondata”, secondo quanto riportato da Izvestia. Il K-329 Belgorod (Progetto 09852), in servizio dal 2022, è il sottomarino speciale capace di trasportare i Posejdon. Eppure, osserva Reuters, non è chiaro quante unità siano effettivamente operative: i test esistono, ma dubbi sulla logistica, sulla manutenzione e sull’affidabilità restano.
Immagini satellitari contribuiscono ad alimentare questo alone di incertezza. Nel 2021 un’analisi dell’U.S. Naval Institute rivelava immagini che sembravano collegare Severodvinsk – la ‘città chiusa’ del profondo nord, affacciata sul Mar Bianco e cuore della cantieristica sottomarina russa – a prove legate al Posejdon.
Pochi mesi dopo, il sito indipendente britannico Hisutton.com diffondeva altre immagini satellitari: mostravano un “round di prova” lungo circa 18-19 metri, dimensioni quasi identiche alle stime ufficiali che parlano di un ordigno tra i 20 e i 24 metri. Anche lo statunitense Bulletin of the Atomic Scientists, nel rapporto ‘Russian Nuclear Weapons, 2025’, sottolineava come l’imaging satellitare sia ormai lo strumento privilegiato per osservare e documentare cambiamenti in strutture critiche legate al nucleare russo: silos ICBM, basi aeree, basi navali, sottomarini e depositi di testate.
Ma lo stesso Bulletin metteva in guardia: i segnali di sviluppo ci sono; tuttavia, non esistono prove che il Posejdon sia già stato schierato. Somiglia più a un progetto in gestazione che a un’arma pronta all’impiego. Nel frattempo, Stati Uniti e NATO cercano di immaginare contromisure. Eppure, molti analisti – così come i report dell’Alleanza Atlantica – riconoscono che oggi non esiste alcun sistema collaudato in grado di intercettarlo con certezza.
Sul piano civile, la Russia gestisce 10 centrali nucleari operative con 33 reattori, per una produzione di circa 25.242 MW. Questo corrisponde a circa il 18-19% dell’elettricità nazionale, secondo i dati del Ministero dell’Energia russo e della World Nuclear Association (WNA).
Gli atomgrads – città sorte attorno agli impianti, come Balakovo, Kursk o Sosnovyj Bor – sono microcosmi con regole proprie e stipendi sopra la media. Molti di questi centri, nati in epoca sovietica come città chiuse, mantengono ancora oggi restrizioni all’accesso poiché ospitano strutture strategiche. Proprio Kursk è stata più volte presa di mira da attacchi con droni ucraini che hanno colpito infrastrutture energetiche e persino l’area della centrale nucleare, alimentando timori sulla sicurezza di questi impianti.
La distribuzione delle centrali sul territorio russo riflette una geografia precisa: la maggior parte è concentrata nella parte europea del Paese, vicino ai grandi centri industriali e urbani, ma non mancano avamposti periferici come la Kola, nella penisola artica, o la Bilibinskaja, nella remota Čukotka. Questa mappa mostra gli impianti esistenti, quelli in costruzione e i progetti pianificati, rivelando come l’atomo in Russia non sia soltanto energia ma anche infrastruttura geopolitica diffusa.
Uno sguardo ai numeri rivela la traiettoria dei prossimi anni: se nel 2013 quasi metà della capacità era affidata ai vecchi reattori RBMK, entro il 2030 questi spariranno, sostituiti dai più moderni VVER-1200, destinati a coprire oltre il 60% della produzione nazionale. È la scommessa tecnologica di Rosatom: archiviare il passato sovietico con un atomo più “sicuro” e progettato anche per l’export.
Secondo la World Nuclear Association (WNA), nuovi reattori VVER-1200/VVER-TOI sono già previsti in regioni chiave come il Tatarstan e gli Urali, mentre l’impianto BN-1200 nei Monti Urali punta a diventare il primo reattore veloce commerciale di nuova generazione entro il 2030. Anche sul fronte delle materie prime Mosca alza l’asticella: la produzione di uranio, circa 2.800 tonnellate nel 2024, è indirizzata a salire a 4.000 entro il 2030 grazie allo sfruttamento del giacimento Širondukujskoe in Siberia orientale (primo output nel 2028).
Ma il nucleare made in Russia non serve soltanto a garantire energia alla rete nazionale: è anche uno strumento per presidiare territori lontani e strategici. A Pevek, nella Čukotka – la città più settentrionale della Russia e dell’Asia – funziona già l’Akademik Lomonosov, la prima centrale nucleare galleggiante al mondo, descritta dal New York Times come un simbolo di resistenza nel gelo artico.
Nella Repubblica di Sacha (Jacuzia), Rosatom sta realizzando mini-reattori modulari terrestri (SMR) basati sul design RITM-200N, pensato per comunità isolate, miniere e basi militari, come riferito dall’agenzia russa Rosatom News. Il progetto non si ferma qui: World Nuclear News ha rivelato uno studio di fattibilità per nuove centrali mobili terrestri (PMGU) lungo la costa dell’Estremo Oriente, che possono essere montate e smontate a seconda delle esigenze, destinate ad alimentare insediamenti industriali e basi portuali dove la rete elettrica è assente. Sempre secondo Rosatom, queste soluzioni di “energia mobile” garantiranno non solo continuità di fornitura ma anche la presenza geopolitica russa nell’Artico e nel Pacifico.
Tuttavia, l’innovazione da sola non basta a colmare il divario con i giganti mondiali dell’energia. Perché se la Russia domina nel campo militare, nel civile resta molto più indietro: appena ottava al mondo per produzione elettrica da nucleare.
In cima alla classifica svettano gli Stati Uniti (102.000 MW, 93 reattori), seguiti da Francia (65.880 MW, 56 reattori) e Giappone (46.292 MW). Sono cifre riportate nei più recenti rilevamenti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e della WNA. Mosca non misura la sua forza nella quantità di energia prodotta, ma nell’uso geopolitico del nucleare civile.
Non a caso ieri Vladinir Putin ha ha osservato che la Russia è il secondo fornitore di uranio agli Stati Uniti e si prevede che incasserà nel 2025 da Washington circa 1,2 miliardi di dollari da queste esportazioni.
Attraverso Rosatom, conglomerato statale che raccoglie oltre 300 imprese, la Russia costruisce e finanzia reattori in Turchia, Egitto, Bangladesh, Ungheria. Una catena che parte dalle miniere di uranio e arriva fino al combustibile pronto all’uso, creando una dipendenza che si riflette anche sull’Europa, ancora legata a Mosca per l’arricchimento nucleare.
Di fatto – come ricordato in un recente articolo di Analisi Difesa – nel 2023 il 38% dell’uranio arricchito usato nelle centrali UE è arrivato dalla Russia (4.647 tSW), con Francia e Germania tra i principali acquirenti diretti/indiretti; nel 2024, ulteriori volumi sono transitati via impianti controllati da aziende francesi in Germania. In parallelo, l’asse con Budapest procede: a Paks II, il progetto che prevede la costruzione di due reattori VVER-1200, sono riprese le attività di scavo e preparazione, con il “first concrete” (la prima gettata di cemento) atteso nel 2026. Anche la Corte di giustizia UE, che nel settembre 2025 ha bocciato il via libera comunitario agli aiuti di Stato, non ha fermato il governo ungherese e Rosatom.
Sul versante BRICS, la cooperazione con l’India rimane uno dei pilastri della politica nucleare russa: Rosatom ha fornito e supporta la centrale di Kudankulam (VVER-1000) e il partenariato civile è in rafforzamento nonostante le pressioni geopolitiche. Inoltre, Mosca tenta di aprire nuovi mercati anche in Africa: col Burkina Faso è stato firmato nel 2025 un accordo quadro per l’uso pacifico dell’energia nucleare (formazione, infrastrutture, possibili progetti futuri), come volano di sviluppo e come simbolo di autonomia strategica per il Sud globale, tassello della strategia export russa.
Ma il soft power civile non basta a definire il ruolo di Mosca: la vera misura della sua potenza resta nel campo militare. Se oggi Mosca può rivendicare il titolo di “regina degli arsenali”, entro il 2030 il suo vero potere potrebbe misurarsi non solo in kilotoni ma nella capacità di trasformare l’energia nucleare in leva di influenza globale, proiettando la propria ombra ben oltre i confini militari.
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02/03/2025
Vertice euroatlantico a Londra. Questione di pace o di guerra nel XXI° Secolo
La composizione dei paesi partecipanti ha prodotto una geometria anomala. Ci sono infatti paesi nella Nato ma non nella UE e non ci sono tutti gli stati dell’Unione Europea.
Alla riunione sono stati invitati i leader di Germania, Francia, Italia, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Spagna, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca e Romania, oltre al segretario generale della Nato Mark Rutte e ai presidenti della Commissione europea e del Consiglio europeo, Ursula von der Leyen e Antonio Costa.
Irritati i paesi baltici che per la seconda volta vengono tenuti fuori dai vertici europei ristretti sulla guerra in Ucraina. Essendo parte integrante del “partito della guerra”, i baltici hanno molto sopravvalutato in questi anni il loro peso politico e troppo spesso hanno palesato la loro posizione guerrafondaia. Al vertice è stata invitata – significativamente – un paese Nato ma non europeo come la Turchia.
La lista dei paesi UE che partecipa alla riunione configura una sorta di “cooperazione rafforzata” ossia quel meccanismo che consente solo ai paesi che condividono un progetto di prendervi parte e in qualche modo bypassa il problema del voto all’unanimità.
La discussione di oggi a Londra precede di pochi giorni il vertice europeo straordinario sull’Ucraina previsto per il 6 marzo a Bruxelles e nel quale sono già emerse divergenze significative sul come e sul se continuare a sostenere militarmente l’Ucraina.
Secondo quanto diffuso dal governo britannico, le discussioni a Londra si concentreranno sul “rafforzamento della posizione dell’Ucraina oggi, compreso il continuo sostegno militare e l’aumento della pressione economica sulla Russia”.
I partecipanti discuteranno anche “della necessità che l’Europa svolga il suo ruolo nella difesa” e “dei prossimi passi nella pianificazione di forti garanzie di sicurezza” nel continente, di fronte al rischio di ritiro dell’ombrello militare e nucleare degli Stati Uniti.
Londra e Kiev hanno intanto già firmato un contratto di prestito di 2,26 miliardi di sterline (quasi 2,74 miliardi di euro) per sostenere le capacità militari dell’Ucraina, soldi che saranno rimborsati con i profitti generati dai beni russi congelati in Europa.
Il presidente francese Macron si è detto pronto ad “aprire la discussione” su un possibile futuro deterrente nucleare europeo, dopo una richiesta arrivata in tal senso anche dal futuro cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il quale ritiene necessario che l’Europa si prepari “allo scenario peggiore” di una Nato abbandonata da Washington.
In un’intervista a diversi giornali francesi, Macron ha detto di sperare che i paesi dell’Unione europea si muovano rapidamente verso “finanziamenti massicci e comuni” che rappresentino “centinaia di miliardi di euro” per costruire una difesa comune. “Credo che oggi sia il momento di un risveglio strategico, perché in tutti i paesi c’è un tumulto, un’incertezza, sul sostegno americano a lungo termine”.
Sempre più in difficoltà sia sul piano internazionale che interno è il governo italiano che fino ad oggi ha tenuto i piedi in due staffe: da una parte il servilismo a Trump dall’altra la subalternità all’Unione Europea.
Una nota di palazzo Chigi ha fatto sapere che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto ieri sera una conversazione telefonica con il presidente statunitense Trump, anche in vista dell’incontro che oggi si tiene a Londra con Zelensky.
Come qualcuno ha giustamente sottolineato, l’Italia non può essere “un ponte” tra Usa e UE perché fa parte di quest’ultima e non è un “paese terzo”. Un ruolo questo che sembra invece voler essere assunto dalla Gran Bretagna.
Ma il nodo di fondo rimane quello se la UE – o parte di essa – intenda proseguire sulla strada del riarmo e obiettivamente dello scontro politico/militare con la Russia o se intende affiancare un negoziato sulla possibile pace in Ucraina, cosa che fino a oggi ha sempre rifiutato e da cui rischia di essere marginalizzata dall’avvento di Trump alla Casa Bianca.
La contraddizione in seno all’Unione Europea è diventata enorme e al momento presenta solo una cosiddetta “alternativa del diavolo”: o implode al suo interno o rompe gli indugi e si proietta come una potenza politico/militare in competizione con tutte le altre, portando il continente europeo di nuovo alla guerra.
Tutti i fattori, direbbe Graham Allison, (1) conducono in questa direzione. E in Italia qualcuno vorrebbe anche scendere in piazza per sostenere questa ipotesi in nome dell’Europa: vanno contrastati apertamente.
Note
(1) Graham Allison: “Destinati alla guerra”, Fazi editore
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