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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/03/2026

L’incubo delle armi nucleari nella guerra in corso in Medio Oriente

Ci sono troppi “dettagli” che non quadrano nelle ripetute, ossessive e inaccettabili dichiarazioni dei governi occidentali sul fatto che l’Iran “non deve avere la bomba atomica” e che Israele ha quindi diritto “di bombardarlo per difendersi”.

Queste posizioni evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.

Tel Aviv mantiene infatti una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di armi nucleari, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava in circa 90 le testate in mano israeliana.

Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori nel centro nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, l’Agenzia che ha ripetutamente ispezionato i siti nucleari iraniani ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.

L’AIEA ha mostrato fin troppa condiscendenza con le omissioni di Israele in materia di armi nucleari.

Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che è scattato l’allarme per l’eventuale uso di armi nucleari sull’Iran, impone di far venire alla luce il pericolo che rappresenta la minaccia israeliana per tutta la regione, e non solo.

Assistiamo dunque ad una distorsione narrativa e analitica secondo cui “la minaccia” sarebbe l’Iran che ancora non possiede l’arma nucleare, ma non lo sarebbe Israele che invece già possiede le armi nucleari – anche se non lo dichiara – e che in due anni ha mosso guerra ai palestinesi, al Libano, alla Siria, all’Iran, allo Yemen e per non farsi mancare nulla ha anche bombardato Doha, capitale del Qatar, per uccidere i negoziatori di Hamas.

Siccome è del tutto improbabile che questo “dettaglio” lo sentiremo evocare nei dibattiti parlamentari o nei talk show televisivi, sarebbe utile che cominciasse a circolare nel dibattito pubblico e nelle iniziative di denuncia e mobilitazione contro la guerra in Medio Oriente.

È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato soprattutto da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. Sono costoro infatti che hanno tutto l’interesse a destabilizzare un’area strategica del mondo per mantenerne il controllo a tutti i costi.

Il riequilibrio della deterrenza che Teheran ha cercato di realizzare in questi anni, ha origine proprio nell’ambiguità israeliana in materia di armamenti nucleari e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stipulato con l’Occidente che non preveda anche un controllo in tal senso su Israele. Tutte le proposte di tenere una Conferenza regionale sul disarmo nucleare in Medio Oriente (ultima quella proposta dal governo finlandese nel 2012) sono state respinte da Tel Aviv.

Questa asimmetria va denunciata con forza, ed è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale affinché anche Israele venga posta sotto osservazione internazionale riguardo, ad esempio, ai nuovi edifici nel centro nucleare di Dimona documentati dall’Associated Press pochi mesi fa.

Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno Stato guidato da una visione “messianica” e che pratica apertamente il terrorismo di stato e il genocidio contro gli altri popoli e paesi della regione.

Contestualmente, stanno suscitando grandi preoccupazioni in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale anche alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump su “armi decisive” in un conflitto in cui gli Usa sono alle prese con serissime difficoltà nel piegare l’Iran con i pur potentissimi e ipertecnologici armamenti convenzionali di cui già dispone.

Per avere un’idea delle preoccupazioni che si agitano nella regione, pubblichiamo qui di seguito un recentissimo articolo del giornale arabo Athabat sui rischi di utilizzo di armi nucleari da parte degli USA nella guerra in corso in Medio Oriente.

*****

Iran. Il conto alla rovescia per l’ora zero nucleare si avvicina?

Parlare della bomba nucleare americana B61-13 (a gravità) non è solo una dimostrazione di forza, ma un segnale di possesso della “chiave” in grado di distruggere anche i siti iraniani più fortificati. Ci troviamo di fronte ad una fase che ha superato il linguaggio della diplomazia per approdare al linguaggio della deterrenza nucleare tattica.

1) Cos’è la bomba B61 e da dove deriva la sua potenza? Si tratta di una “bomba nucleare a gravità” in servizio dagli anni ’60, ma l’ultima versione, la B61-13, è una bestia tecnologica completamente diversa. È un bunker buster che si basa su una caduta libera guidata ad alta precisione. Vanta una potenza distruttiva di circa 360 kilotoni (equivalente a 24 volte la potenza della bomba di Hiroshima) ed è progettata per penetrare prima nel terreno e poi esplodere in profondità nel sottosuolo, generando un’onda sismica che distrugge le gallerie.

2) Perché è considerata il peggior incubo per l’impianto di Fordow? Gli impianti nucleari iraniani come Fordow non si trovano in superficie, ma piuttosto è una “città sotto le montagne”, protetta da centinaia di metri di roccia. La bomba B61, nelle sue versioni potenziate, è stata progettata specificamente per questo scopo; non colpisce semplicemente la superficie, ma “scava” nel sottosuolo per garantire la distruzione dei reattori situati sotto, vanificando così il vantaggio di nascondersi sotto le montagne.

3) I messaggi politici dietro l’arma: Washington non si limita a inviare bombe, ma sta anche inviando un messaggio al regime iraniano: l’ombrello nucleare è pronto ad essere attivato se l’arricchimento dell’uranio supera le linee rosse.

La presenza di portaerei e i recenti test missilistici Minuteman-3 confermano che ci troviamo di fronte a un piano globale, non a una minaccia passeggera.

4) L’equilibrio del terrore e la pericolosa deriva: mentre l’America brandisce la B61, Teheran è consapevole che qualsiasi utilizzo di quest’arma significherebbe un cambiamento radicale delle regole d’ingaggio internazionali. Il pericolo qui non risiede solo nella distruzione di un sito, ma nello scivolamento verso un vero e proprio scontro regionale, in mezzo agli avvertimenti internazionali secondo cui l’uso di “armi nucleari tattiche” spalancherebbe le porte dell’inferno, che non si chiuderebbero facilmente.

5) Conclusione: La regione sta vivendo una “crisi missilistica cubana” nella sua versione mediorientale. Le opzioni si stanno esaurendo e la B61 è l’ultima carta da giocare per ottenere importanti concessioni o per uno scontro che cambierà per sempre il volto della regione.

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12/11/2025

Razionalità al collasso: A House of Dynamite

di Fosca Gallesio

A House of Dynamite, l’ultimo film di Kathryn Bigelow, è un interessante thriller politico che esplora le possibili implicazioni di un attacco nucleare diretto contro gli Stati Uniti. Il film adotta una particolare struttura tripartita, offrendo il punto di vista di tre luoghi differenti impegnati nella gestione della crisi.

Si inizia con l’unità di crisi della Casa Bianca, dove il personaggio centrale è il capitano capo dello staff, interpretato da Rebecca Ferguson. Il secondo segmento si sposta nell’ufficio del Segretario alla Difesa, interpretato da Jared Harris. Infine, il terzo segmento narrativo riguarda direttamente il Presidente degli Stati Uniti, interpretato da Idris Elba.

Il film, dunque, è parcellizzato: da un lato analizza in profondità scomponendo il racconto, dall’altro moltiplica i punti di vista in una sorta di mise en abyme della realtà, triplicata in una struttura narrativa a spirale che si avvolge su se stessa, precipitando verso l’esplosione finale.

L’intera struttura narrativa ruota attorno ai venti minuti chiave della storia: un’unità temporale precisa che costituisce la trama del film e che viene ripetuta in tre versioni differenti. Questo lasso di tempo va dal momento in cui sui radar viene individuato un missile diretto verso il territorio americano, fino al tentativo di intercettazione, fallito, e alla successiva individuazione della traiettoria del missile nemico. Quando si riconosce che l’obiettivo probabile, con una percentuale di certezza del 90%, è la città di Chicago, viene stimata l’entità dei danni: solo le vittime immediate, colpite dall’esplosione senza considerare il fallout radioattivo, sarebbero circa dieci milioni.

Tutti questi elementi di trama vengono esplorati nel primo segmento, che in un certo senso esaurisce la componente di suspense puramente narrativa. Infatti, se A House of Dynamite adotta una struttura da thriller, l’elemento classico del “vedere come va a finire” viene risolto molto presto. L’interesse del film si sposta così altrove: non sull’esito della storia, ma sul modo in cui i diversi personaggi – chiamati, per ruolo e posizione, a gestire l’emergenza – riescono o meno a mantenere il controllo, a dare risposte operative, a gestire la paura.

La regia di Bigelow concentra l’attenzione non tanto sulla componente operativa o militare, che pure è resa con grande dettaglio e con uno stile quasi documentaristico, ma sulla dimensione umana. Il linguaggio tecnico, fitto di acronimi e termini specifici, crea volutamente un effetto di cripticità: lo spettatore non capisce sempre nel dettaglio cosa stia accadendo sul piano operativo, ma percepisce chiaramente la tensione.

Ciò che interessa alla regista non è la precisione del linguaggio militare, bensì la capacità dei personaggi di mantenere la lucidità, la freddezza e la logica necessarie in una situazione estrema, pur dovendo affrontare l’impatto emotivo e psicologico dell’evento. C’è lo sgomento, la sorpresa, la consapevolezza di trovarsi davanti a un attacco nucleare reale: emozioni che cozzano contro il ruolo istituzionale, imponendo un equilibrio quasi impossibile tra razionalità e panico.

Proprio in questa tensione interiore – tra l’istituzionalità logica e la reazione umana – si sviluppa il cuore del film. L’attrito cresce progressivamente, perché nel corso dei tre segmenti il livello dei personaggi coinvolti si alza: dalla manager della Casa Bianca si arriva fino al Presidente stesso.

Bigelow gioca abilmente con il desiderio dello spettatore di sapere “come andrà a finire”, pur costruendo un racconto in cui il finale non è la rivelazione decisiva, ma l’esito coerente di un ragionamento politico e morale. Il finale, infatti – senza rivelare troppo – non è una sorpresa, ma un punto di arrivo che serve il messaggio complessivo del film: una riflessione sulla corsa agli armamenti, sul concetto di deterrenza e sulla sua effettiva utilità.

A House of Dynamite non si basa sulla domanda “cosa succederebbe se?”, ma sul dilemma etico e politico del “cosa dovremmo fare quando accadrà”. L’esplosione della bomba, in sé, è secondaria: ciò che interessa è la reazione umana e le decisioni che vengono prese di fronte a una minaccia irrisolvibile da chi lavora all’interno dei sistemi di potere.

Il film esplora con grande precisione il dilemma centrale: come reagire a una minaccia nucleare imminente e ineluttabile. Il giovane assistente del Segretario alla Sicurezza Nazionale diventa la figura chiave in questa dinamica: non abituato a gestire situazioni di massimo livello, viene però investito della responsabilità di fornire indicazioni operative e morali cruciali.

Attraverso di lui, Bigelow mette in scena la tensione tra reazione immediata e riflessione ponderata. Si tratta di decidere se lanciare una ritorsione preventiva o attendere conferme certe sull’origine dell’attacco. Il film insiste su questa dialettica, ripetendo l’azione dei venti minuti cruciali attraverso i tre punti di vista: ogni iterazione rivela nuovi dettagli, nuove incertezze, nuove responsabilità e nuove sfumature emotive dei personaggi coinvolti.

L’elemento etico emerge con particolare forza nel confronto diretto tra il Presidente e il giovane vice del segretario della NSA. Viene chiarito che il paese più potente del mondo non può apparire debole, e che la pressione internazionale – la percezione di forza o di cedimento – diventa parte integrante della decisione. Questa tensione tra ruolo istituzionale, moralità e sopravvivenza collettiva costituisce l’asse portante del film.

A House of Dynamite è una lente di lettura attenta delle dinamiche geopolitiche mondiali. Il missile, pur sospettato di provenire dalla Corea del Nord, in realtà pone interrogativi su possibili responsabilità esterne, incluso il coinvolgimento della Russia, tradizionale avversario strategico degli Stati Uniti.

Bigelow mostra come la gestione di un attacco nucleare non sia solo questione di intercettazioni o capacità militari, ma anche di diplomazia, comunicazioni internazionali e prevenzione di escalation incontrollate. Il film evidenzia inoltre il limite del concetto di deterrenza: la certezza dell’arsenale nucleare non garantisce immunità. Anzi, la dotazione di armi nucleari sempre più potenti e numerose, ne prefigura la necessità di utilizzo in caso di un attacco, la deterrenza è solo un falso velo protettivo morale, perché qualsiasi bomba è fatta per esplodere, qualsiasi arma è fatta per essere usata. Una volta che ci si costruisce l’immagine di superpotenza mondiale, se provocati, bisogna metterla in atto e concretizzarla di fronte al mondo intero, non ci si può tirare indietro.

L’esplosione di una bomba – anche isolata – può scatenare risposte automatiche, movimenti politici, fraintendimenti e decisioni basate sulla paura e sulla volontà di potere, piuttosto che sulla razionalità strategica e sul desiderio di pace mondiale.

Uno dei punti di forza del film è l’approfondimento psicologico dei personaggi. La sceneggiatura di Noah Oppenheim sceglie uno stile documentaristico per raccontare le azioni dei personaggi in un contesto di crisi, mettendone in evidenza l’ambiguità delle scelte morali e aprendo una prospettiva umana sul messaggio politico del film.

Il capitano capo dello staff, il Segretario della difesa e il Presidente vengono esplorati nella loro complessità: ognuno deve bilanciare competenza, autorità, responsabilità istituzionale e fragilità umana. Nell’emergenza non c’è tempo per farsi influenzare dalle emozioni personali, che non sono mai esplicitate attraverso il dialogo diretto, ma emergono dalle azioni, dagli sguardi, dai gesti minimi: un anello, una fotografia di famiglia, una video-chiamata alla moglie, diventano strumenti per raccontare l’angoscia. Non c’è spazio per farsi dominare dall’emotività, ma la profondità psicologica emerge inevitabilmente nel comportamento operativo, che da logico e strategico, diventa umano, emotivo e caotico.

Il Presidente, interpretato da Idris Elba, appare come un leader vicino alle persone, alla mano, ma di fronte alla crisi rivela la rigidità del ruolo: la necessità di non poter apparire debole, pur mantenendo un senso morale e politico coerente. Come Presidente USA spetta a lui la decisione impossibile imposta dal film: bisogna scegliere tra la resa e il suicidio. Tra l’accettare di essere colpiti al cuore dell’America senza fare niente, e il dare una risposta di forza, sfoderando l’arsenale più potente della terra, pur non avendo la certezza di chi sia il vero nemico e rischiando di aprire una frattura che condurrà all’olocausto nucleare mondiale.

La regia di Bigelow privilegia un iperrealismo dettagliato, che si manifesta nella sceneggiatura, nella fotografia e nel montaggio. Le inquadrature seguono i personaggi da vicino, facendo sentire lo spettatore dentro la scena, come se fosse parte integrante della crisi. Il montaggio è preciso e calibrato, dosando suspense e ritmo in un film interamente basato sui dialoghi, in cui la tensione nasce dall’intensità emotiva e dall’ansia della responsabilità più che dall’azione fisica.

Rispetto ad altri film di Bigelow, A House of Dynamite si svolge prevalentemente in ambienti chiusi – la sala crisi della Casa Bianca, gli uffici e le basi militari, perfino il presidente è all’interno di un’auto al telefono – dove i personaggi si interfacciano tra di loro attraverso gli schermi, in una conference-call determinante per il futuro del mondo. Questa virtualizzazione telematica mette in evidenza lo scarto tra l’esigenza umana di affrontare la crisi condividendo uno spazio reale di confronto e dialettica, e il dispositivo di gestione militare ottimizzato per fornire una risposta razionale, rapida ed efficace. La conference-call determina il destino del mondo, ma rivela la distanza tra la gestione algoritmica della crisi e l’angoscia fisica di chi ne subisce gli effetti.

Come negli altri film della regista c’è una riflessione sui dispositivi di esperienza e di visione del reale, ma se nei lavori precedenti si sfruttava appieno la grandezza di visione dell’esperienza cinematografica, in questo film si insiste sull’alienazione claustrofobica della visione attraverso gli schermi dei computer e dei telefoni. In questo senso la distribuzione del film sulla piattaforma Netflix non è solo un elemento produttivo, ma diventa un fattore che definisce il linguaggio, creando un rispecchiamento tra i personaggi chiusi nei bunker ad affrontare la minaccia nucleare e gli spettatori chiusi nelle loro case che assistono sul teleschermo all’agghiacciante epilogo della crisi.

House of Dynamite è un thriller politico che va oltre la tensione narrativa: il film invita a riflettere sul significato della guerra, della vita militare e del ruolo di chi è chiamato a prendere decisioni di portata globale. Il punto in discussione rimane la visione morale e politica che determina il senso di efficacia. La scelta e la decisione finale non può che essere umana. Ma come può essere umana all’interno di un dispositivo meccanico e funzionale, di stampo militare, che offre due sole alternativa: la resa o il suicidio.

La narrazione tripartita, la reiterazione dei venti minuti centrali e l’analisi dettagliata dei personaggi costruiscono un’opera che è al contempo realista, politica e profondamente umana. Bigelow conferma il suo ruolo di maestra del thriller politico-militare, capace di combinare rigore tecnico, profondità psicologica e riflessione etica in un film di altissimo livello, in cui la suspense nasce dalla tensione morale e non dall’azione spettacolare.

Fonte

27/08/2025

Le conseguenze della scienza: Enrico Fermi, la bomba atomica e il ruolo dei fisici

Lo scorso 5 agosto, alla vigilia dell’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, il fisico Carlo Rovelli ha inaugurato su Corriere.it la sua serie video in dieci puntate La bomba atomica. La cattiva coscienza della fisica. Riflessioni personali sul nucleare. Titolo del primo episodio, nel quale Rovelli parla dello sviluppo dell’arma nucleare, è: 1934 Enrico Fermi

Sul «Corriere della Sera» del 14 agosto è intervenuta Angela Bracco, presidente della Società italiana di Fisica, sostenendo che la figura di Fermi era stata «screditata». Rovelli ha risposto nella stessa pagina (qui l’intervento di Bracco e la risposta di Rovelli ). Il video ha continuato a suscitare dibattito e, nel testo qui sotto, il fisico torna ad approfondire alcune questioni.

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di Carlo Rovelli

Alcune frasi su Enrico Fermi nei video dedicati al rischio nucleare che ho registrato per questo giornale, hanno dato origine a una polemica vivace. Con pieno rispetto per chi ha giudizi diversi dai miei, vorrei chiarire qui la mia opinione sulle questioni sollevate.

Ritengo che Enrico Fermi sia il più grande scienziato italiano in tempi recenti e uno dei più grandi fisici del XX secolo, in un piccolo Gotha che comprende Einstein, Dirac, e pochissimi altri. A mio giudizio, l’importanza della sua eredità scientifica è maggiore di quella che gli viene di solito attribuita, per il motivo che cerco qui di illustrare. I suoi contributi alla fisica moderna sono moltissimi. La materia ponderabile dell’universo è formata da particelle che i fisici chiamano genericamente «fermioni» in suo onore, perché per primo ne ha compreso il comportamento collettivo.

Lo strumento matematico per descriverli è la teoria quantistica dei campi. A uno studio storico attento, il modo di pensare alla base di questa si radica in una teoria che Fermi ha elaborato per fenomeni radioattivi, teoria che sta alla radice di quello che oggi si chiama il «Modello Standard»; è dovuta largamente a Fermi l’idea centrale: pensare in termini di creazione e annichilazione di particelle elementari. In un campo del tutto diverso, le «coordinate di Fermi» sono il modo più ragionevole di mettere coordinate sullo spazio e sul tempo intorno a un corpo che si muove. Ci sono poi risultati maggiori sui raggi cosmici, e tanto altro. L’epocale scoperta che gli ha fruttato il Nobel, e ha aperto l’era nucleare – la scoperta che neutroni rallentati possono portare alla frantumazione dei nuclei atomici – non è che un tassello in tutto questo. Da questa scoperta viene l’energia dei reattori nucleari (il primo l’ha costruito lui stesso), e tante applicazioni mediche e tecnologiche, oltre alle bombe. A lui sono intitolati non solo i fermioni, ma grandi reattori, premi, strutture di ricerca, telescopi nello spazio, un elemento chimico, un’unità di misura di lunghezza, e tant’altro. Comprese, si parva licet componere magnis, come ho accennato su queste pagine, borse di studio che gestisco e per le quali ho scelto il suo nome con il permesso della sua famiglia, per onorarlo.

Ma a mio parere c’è anche qualcos’altro, che lo mette fra i grandissimi. La fisica teorica è una disciplina giovane, che non esisteva nella generazione prima di Fermi. Esisteva la fisica sperimentale, che indagava la natura nei laboratori, e la fisica matematica, a tavolino, pensata come una disciplina matematica, basata su rigore e dimostrazioni certe. Fermi è il campione di un modo nuovo di approcciare lo sforzo per comprendere la natura, che sta a cavallo fra queste due discipline: mescola la dimestichezza con equazioni complesse a una comprensione intuitiva diretta dei fenomeni, sufficiente per aggirare la necessità del rigore matematico. Questo approccio mescola la forza della matematica alla possibilità di utilizzare l’intero spettro di conoscenze su un fenomeno, anche se questo è incompleto, per indirizzare la ricerca delle soluzioni, e intuire cosa si può trascurare. Fermi, per così dire, non esita a gettare via pezzi di un’equazione, che l’intuito gli suggerisce siano meno rilevanti. Nel gruppo dei suoi collaboratori e studenti era mitico il fatto che fosse lui a intuire la soluzione giusta, lasciando ad altri il compito di dimostrarla.

I fenomeni quantistici sono stati il suo terreno di indagine principale, anche se non il solo. Non ha partecipato direttamente alla creazione della teoria quantistica, ma ha avuto la fortuna di assistere da vicino a questa nascita. Giovanissimo, ha trascorso del tempo a Göttingen, con il gruppo di ricerca di Max Born dove convergevano Heisenberg, Jordan, e Pauli, suoi coetanei, di cui è diventato amico. Si è interessato meno degli altri ai fondamenti e alle discussioni concettuali suscitate dalla nuova teoria, ma ha imparato prima degli altri a usarla in maniera efficacissima. L’ha fatta sua, ne ha fatto uno strumento per comprendere la natura in maniera intuitiva. La cosiddetta «formula aurea di Fermi», una formula relativamente semplice che permette di calcolare i fenomeni quantistici in una prima approssimazione, ha giocato e gioca ancora un ruolo estesissimo nelle applicazioni della teoria. È stato insieme grandissimo teorico e insieme grandissimo sperimentale, come forse nessun altro dai tempi di Galileo. La sua straordinaria capacità di sviluppare intuizione fisica su fenomeni lontani dalla nostra esperienza comune è, io credo, alla radice dei grandi successi della scuola italiana di fisica teorica e sperimentale che si è sviluppata in Italia nel dopoguerra. Attraverso i suoi collaboratori, l’eredità del suo stile di pensiero ha formato generazioni di fisici tra cui Nobel in fisica sperimentale come Carlo Rubbia, e teorica, come Giorgio Parisi. Di entrambi si resta stupiti per la capacità di entrare in risonanza intuitiva con la natura delle cose.

La stessa scoperta che ha aperto l’era nucleare scaturisce da una intuizione un po’ inverosimile. Nel laboratorio di via Panisperna, a Roma, Fermi e i suoi collaboratori studiavano la radioattività. Usavano sostanze radioattive per irraggiare altre sostanze e studiare come queste cambiassero. Per graduare l’irraggiamento, mettevano lastre pesanti fra la sostanza radioattiva e la sostanza irradiata. Un giorno, da solo nel laboratorio, a Fermi è venuta l’idea apparentemente balzana di mettere un pezzo di paraffina fra la sostanza radioattiva e la sostanza irradiata (uranio). L’effetto dell’irraggiamento è aumentato di colpo. Ci è voluto tempo per comprendere che la paraffina rallenta i neutroni delle radiazioni, e i neutroni rallentati vengono catturati più facilmente dai nuclei di uranio, che si spezzano in seguito alla cattura. L’era nucleare è stata aperta da un pezzo di paraffina messo dove forse nessun altro avrebbe mai pensato di metterlo...

Perché allora, se questo è il mio giudizio su Fermi, le mie parole hanno suscitato tante polemiche? A mio parere, per due ragioni indipendenti. La prima è un malinteso. La seconda è una questione delicata e importante. La prima è che nei video ho raccontato che inizialmente Fermi aveva interpretato male l’effetto delle radiazioni sull’uranio, e la motivazione ufficiale del Nobel (meritatissimo) rispecchia questo malinteso. La scienza funziona sempre per passi avanti e malintesi. Einstein ha fatto molti più errori di così e non per questo smette di essere il più grande. Anzi non si aprono terreni nuovi se si ha paura di azzardare e sbagliare. Il malinteso di Fermi e del Nobel è un fatto reale, divertente, e non diminuisce di nulla la grandezza scientifica di Fermi e l’importanza storica della scoperta.

Ma la polemica suscitata dalle mie parole ha anche un lato molto più serio. È stato scritto che ho dipinto Enrico Fermi come un nazista-fascista assetato di sangue. Nulla di questo è vero, neanche lontanamente. Sono più che certo che Fermi fosse tutt’altro che un nazista-fascista, e tanto meno assetato di sangue. Quello che ho scritto è che Enrico Fermi era «iscritto al partito fascista, e nominato da Mussolini membro della Reale Accademia di Italia». (Gli universitari già in cattedra avevano dovuto fare il famigerato giuramento fascista per conservare la cattedra, ma non avevano l’obbligo in senso stretto di avere la tessera del partito). Ho scritto anche che Fermi, alla fine della guerra, era consulente nel comitato che ha raccomandato che le bombe sul Giappone uccidessero molti civili, e io non sono a conoscenza di alcuna sua espressione di rammarico. Questi sono fatti. Non è mia intenzione giudicare moralmente Enrico Fermi, che è un mio eroe scientifico. Ma non trovo necessario nascondere fatti reali solo per il fatto che lui sia una gloria nazionale.

Ma perché ricordare questi fatti, in un video sul rischio atomico? Perché penso che oggi la questione dell’impegno morale e civile degli scienziati sia importante. Ai miei colleghi sto cercando di dire: non nascondiamoci dietro a una pretesa neutralità della scienza, non diciamo che non ci occupiamo delle sue conseguenze; assumiamoci, oggi, le responsabilità che ci competono. La fisica ci ha portato nell’era nucleare. Questa ci ha dato grandi benefici; ma ci ha anche messo nell’assurda situazione di essere tutti a 20 minuti di distanza dalla distruzione completa dell’umanità, grazie alle attuali armi atomiche, in una situazione politica in cui le grandi potenze, compresa l’Europa, stanno litigando e aumentano arsenali militari e belligeranza. Il rischio è drammaticamente reale. Quando parlo di scienza al pubblico, sempre per difenderla, molto spesso il commento che mi sento rivolgere è: «Grazie a voi fisici stiamo rischiando di morire tutti come a Hiroshima». Penso che la risposta giusta non sia «non è affar nostro». I biologi hanno preso sul serio le implicazioni etiche della loro disciplina, ne hanno fatto argomento del loro dibattito interno. Chi si occupa di Intelligenza artificiale lo sta facendo. Storicamente, molti fisici hanno realizzato, prima o poi, la necessità di questa presa di responsabilità. Fra i più vicini a Fermi, ci sono Franco Rasetti che ha rifiutato di partecipare al progetto Manhattan ed Edoardo Amaldi che si è impegnato a fondo nelle conferenze Pugwash, di cui parlo estensivamente nei video, che hanno contribuito a una parziale de-escalation nucleare negli ultimi decenni del secolo scorso. Questi sono colleghi più anziani di me che vorrei indicare come modelli.

Enrico Fermi intendeva il suo ruolo in altro modo. La politica non lo interessava. Di certo non amava Mussolini, ma se prendere la tessera del partito era necessario per il laboratorio, lo faceva. In Italia ha indossato la divisa fascista, poi è andato via (sua moglie era ebrea) approfittando della cerimonia per il Nobel a Stoccolma, dove subito non l’ha più indossata. Gli americani lo hanno accolto a braccia aperte, era un’acquisizione preziosa, e lui si è adoperato al meglio per la guerra. Le biografie lo descrivono come un uomo a cui importava la sua scienza, non la politica o le sue implicazioni. In un ambiente dove personaggi come Einstein, Bohr, Oppenheimer, Born, Heisenberg, e tanti altri, si sono torturati e angosciati in vari modi, nel bene e nel male, per le implicazioni civili e morali del loro operato, Fermi non è stato fra questi. Non credo che dire questo sia offesa, e certo non lo condanno. Chi sono io per giudicare lui? Ma non rappresenta il mio ideale di impegno morale e civico. Penso che oggi abbiamo bisogno di questo impegno. Il libro The Making of the Atomic Bomb di Richard Rhodes, racconta che nell’aprile del 1943, Fermi suggerisce a Oppenheimer la possibilità di utilizzare i sottoprodotti radioattivi dell’arricchimento dell’uranio per contaminare le scorte alimentari tedesche. Oppenheimer vuole procedere con il piano solo se sia possibile contaminare una quantità di cibo sufficiente a uccidere mezzo milione di persone. Erano tempi estremamente difficili per tutti. Dobbiamo accettare la complessità, quella delle difficili scelte umane e politiche, degli errori che tutti facciamo, piccoli, grandi e grandissimi, individualmente e storicamente. L’intero progetto Manhattan è stato motivato dalla paura che la Germania nazista potesse avere presto la bomba atomica. Ma è un fatto storico che la Germania nazista fosse molto lontana dall’avere la bomba. Siamo quindi entrati nell’era nucleare per un malinteso, perché gli scienziati da una parte e dall’altra della barricata non si sono più parlati. Quello che soprattutto vorrei è non ritrovarci in quel clima.

Oggi l’umanità rischia moltissimo. Il bollettino degli scienziati atomici giudica che l’umanità non sia mai stata così vicina alla catastrofe nucleare. Il senso del mio video non era certo denigrare un mio eroe scientifico: era di dare il mio piccolo contributo ad alzare l’attenzione su questo rischio. Questa mi sembra la cosa importante di cui parlare.

Fonte

03/08/2025

Trump gioca con l'orologio dell'apocalisse

di Francesco Dall'Aglio

Ieri l'abbiamo buttata a scherzo, ma la decisione di Trump (ammesso sia vera) è potenzialmente la più grave escalation nucleare dal tempo della crisi dei missili a Cuba, ed è abbastanza ironico che dopo tre anni e mezzo di LA MINACCIA ATOMICA DI PUTIN sia stato proprio il "President of Peace" Trump a fare qualcosa che ha stupito perfino il nostro solitamente compassato Di Feo che parla di una Casa Bianca che "si spinge oltre la Guerra Fredda". Quindi cerchiamo di capire.

Per spiegare la decisione di Trump possiamo fare due ipotesi. La prima, e la più banale, è che frustrato dall'indisponibilità russa a "negoziare", cioè a fare quello che vuole lui, e stizzito dalle provocazioni di Medvedev abbia sbroccato malissimo come un ragazzino che perde a Fortnite e sfascia la tastiera per la rabbia. Ci siamo passati tutti ma non tutti, direi per fortuna, abbiamo a disposizione sommergibili nucleari da mandare in giro. Così facendo, però, si è messo in una situazione spiacevole, come succede ogni volta che si agisce per rabbia. Non solo ha creato quasi dal nulla una escalation nucleare potenzialmente gravissima, ma dichiarandolo pubblicamente ne ha subito negato le capacità dissuasive e coercitive: perché che ci siano sottomarini nucleari in giro per il mondo, e molto probabilmente davanti alle altrui coste, è un gioco che USA e Russia fanno da decenni ed è la base della loro deterrenza nucleare. Gli USA hanno 14 sottomarini classe Ohio ognuno dei quali può portare un massimo di 24 missili balistici Trident II D5, ed è noto che ce ne sono schierati sempre tra gli 8 e i 10: dichiarare che se ne spostano due ha poco senso nel momento in cui la Russia è già convinta che incrocino quasi tutti dalle sue parti, e non saranno certo due in più a convincerla a sbaraccare dal Donbas. Tutto questo, naturalmente, ammettendo che la cosa sia vera, cosa della quale non possiamo essere certi essendo il movimento dei sottomarini nucleari il segreto meglio custodito delle triadi russa e statunitense.

La seconda ipotesi è più raffinata e politica. Trump non ha per niente reagito con rabbia, ma ha approfittato dell'assist offerto da Medvedev per dare un contentino ai falchi del suo establishment, agli ucraini (che infatti oggi festeggiano su ogni canale come se davvero gli USA stessero andando alla guerra atomica per loro) e agli europei, che si sentono meno abbandonati e più protetti dall'ombrello statunitense. Sa benissimo che due sottomarini non servono a nulla e che dichiarare di mandarli equivale a renderli più o meno inoffensivi, ma sono un tassello in più nell'architettura di dissuasione/coercizione che gli USA stanno costruendo, tra ripresa dei voli di ricognizione sui confini russi, nuovi accordi per mandare armi in Ucraina, stoccaggio di atomiche a gravità in Gran Bretagna, eccetera. Unita alle minacce di nuove sanzioni economiche e di sanzioni secondarie ai "clienti" della Russia, come li aveva definiti Graham, questa espansione della presenza militare statunitense è probabilmente considerata necessaria per ammorbidire la posizione russa. Poiché l'ultimatum scade tra sei giorni, vedremo presto se ci saranno altri indizi a suffragare questa ipotesi.

Il modo in cui i media si sono posti nella vicenda Trump-Medvedev-sommergibili è anch'esso interessante. Poiché non si può scrivere che il capo (o il padrone, a seconda del rapporto) ha sbroccato o che sta coscientemente spingendo per una escalation tra Russia e USA, si è scelto di presentare la cosa come una risposta alle ‟minacce di Medvedev”, che poi è come l’ha messa lo stesso Trump. Ma Medvedev ha davvero minacciato gli USA? Ha fatto un riferimento alla ‟mano morta”, ovvero all’erede russo del sistema sovietico ‟Perimetr”, che è sì una minaccia di mutua distruzione assicurata, ma che scatterebbe solo in caso di eliminazione della leadership civile e militare russa, quindi in condizioni catastrofiche e solo in risposta, appunto, all’attacco che la eliminerebbe. ‟Se distruggi il mio paese io distruggo il tuo” non mi pare, onestamente, una minaccia, anche se la mascolinità molto fragile del nostro Occidente considera ormai una minaccia qualsiasi cosa. Ora, io non penso che Trump creda che la ‟mano morta”/Perimetr sia un sistema che in automatico fa partire l’arsenale termonucleare russo se qualcuno li guarda storto, per cui è chiaro che le parole di Medvedev sono una scusa per alzare un po’ la temperatura ma senza davvero rischiare una escalation (proprio perché i sottomarini sono già in giro e spostarne uno, per dire, dal Golfo Persico al Mediterraneo non cambia la situazione). C’è da chiedersi però se lo sappiano i nostri giornalisti (Di Feo sicuramente sì), perché sul Perimetr si sono spesso dette parecchie fesserie, incluso che possa decidere all’improvviso di scatenare l’apocalisse – cosa che non può fare nemmeno in caso di guerra nucleare senza una serie di passaggi, che riassumo qui a beneficio dei dubbiosi.

L’idea del Perimetr risale agli anni ‛70, come risposta alle migliorie tecnologiche nel campo dei missili intercontinentali che riducevano di molto il tempo a disposizione per rispondere a un ipotetico attacco. Era un problema sentito da tutte le potenze nucleari, e la prima risposta furono le ‟valigette nucleari” che i Presidenti si portano sempre appresso. L’URSS (lo sapreste già se aveste letto il mio bellissimo libro!) sviluppò il sistema ‟Kazbek”, che è lo stesso (con le opportune migliorie) che viene usato adesso dalla Russia: prevede tre valigette, una per il Presidente, una per il Ministro della Difesa e una per il Capo di Stato Maggiore, e per far partire un attacco servono i codici di almeno due delle valigette (non è chiaro se servano tutti e tre, certo non ce lo vengono a dire) e poi, naturalmente, tutta la trafila che arriva fino al singolo operatore che materialmente farà partire il lancio, trafila che è la stessa sia per far partire un singolo missile che per scenari catastrofici di risposta (o di attacco) globale. Tutto questo è molto bello e a prova di idiota, ma che succede, si sono chiesti i sovietici, se un attacco elimina i tre possessori delle valigette, o due su tre, o anche solo uno? Come ci si regolerebbe in una situazione del genere, considerando che l’ipotesi più probabile è che l’eliminazione sia avvenuta a seguito di un attacco nucleare? Come si risponde? Gliela si dà vinta?

Ovviamente no, e per questo è stato messo a punto il sistema Perimetr, operativo dal 1985: un sistema semi-automatico di solito in stato di inattività che, se azionato da uno degli ufficiali preposti, inizia a ricercare informazioni utilizzando una serie di rilevatori sismici, termici e di radiazioni per verificare immediatamente se il territorio russo sia stato colpito da ordigni nucleari. Se è successo, o dai sensori pare sia successo, il sistema cerca di entrare in contatto con lo Stato Maggiore. Se ci riesce e dallo Stato Maggiore non arriva l’ordine di lancio (entro un’ora, pare), significa che è tutto a posto o che eventualmente ci penseranno gli umani, e Perimetr torna in semi-attività. Se non arriva risposta, l’autorità per comandare il lancio viene immediatamente trasferita a chiunque stia operando il sistema in quel momento, senza bisogno di valigette, autorizzazioni o simili: ed è improbabile che gli operatori del Perimetr siano troppo inclini al sentimentalismo. Dove sia fisicamente custodito il sistema, non si sa: c’è chi dice in un bunker sotto il monte Jamantau negli Urali o sotto il Kosvinsky Kamen, sempre negli Urali, quindi con tutta probabilità non è lì. Non si sa nemmeno se al momento sia attivo, o attivabile senza troppi passaggi (io ho una mezza idea che lo sia, ma ovviamente non posso saperlo). Tutte le informazioni disponibili sul sistema risalgono ai primi anni 2000, ed è chiaro che le procedure si sono affinate di parecchio. Ci sono al proposito un paio di pezzi interessanti, anche se pare chiaro che gli autori avrebbero tanto voluto scrivere romanzi gialli e si sono dovuti accontentare di fare i giornalisti, usciti su Slate nel 2007 e su Wired nel 2009, che potete leggere se non altro per intrattenimento.

Fonte

27/06/2025

La dottrina Trump e il nuovo imperialismo MAGA

In questo articolo sul movimento MAGA, John Bellamy Foster esplora il drammatico cambiamento dell'imperialismo statunitense iniziato con la prima presidenza Trump e accelerato con la seconda. Il cambiamento, spiega Foster, non è guidato dall'antimperialismo e dall'antimilitarismo, ma rappresenta piuttosto un forte spostamento a destra, alimentato dall'ipernazionalismo e dall'obiettivo di riconquistare il potere degli Stati Uniti sulla scena mondiale.

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Il drammatico cambiamento dell'imperialismo statunitense sotto la presidenza di Donald Trump, sia nel suo mandato iniziale che ancor più in quello attuale, ha creato una grandissima confusione e costernazione nei centri di potere istituzionali. Questa improvvisa modificazione della politica estera statunitense si manifesta nell'abbandono sia dell'ordine internazionale liberale costruito sotto l'egemonia statunitense dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia della strategia a lungo termine di allargamento della NATO e della guerra per procura contro la Russia in Ucraina. L'imposizione di elevati dazi doganali e il mutamento delle priorità militari hanno persino messo gli Stati Uniti in conflitto con i suoi alleati di lunga data, mentre si sta accelerando la Nuova Guerra Fredda contro la Cina e il Sud globale.

Il cambiamento nella proiezione di potenza degli Stati Uniti è così estremo, e la confusione che ne è derivata è così grande, che persino alcune figure, da tempo associate alla sinistra, sono cadute nella trappola di vedere Trump come isolazionista, antimilitarista e antimperialista. Per questo, il dissociato esponente della sinistra Christian Parenti ha sostenuto che Trump «non è un anti-imperialista nel senso che gli da la sinistra. Piuttosto, è un istintivo isolazionista dell'America-First», il cui obiettivo, «più di qualsiasi altro recente presidente», è «smantellare l'impero globale informale americano» e promuovere una nuova politica estera «antimilitarista» «che si opponga all'impero».[1]

Tuttavia, lungi dall'essere anti-imperialista, il cambiamento globale nelle relazioni esterne degli Stati Uniti sotto Trump è dovuto a un approccio ipernazionalista al potere mondiale radicato in settori chiave della classe dirigente, in particolare nei monopolisti dell'alta tecnologia, così come nei sostenitori di Trump, in gran parte appartenenti alla classe medio-bassa. Secondo questa prospettiva neofascista e revanscista, gli Stati Uniti sono in declino come potenza egemonica e minacciati da nemici potenti: il marxismo culturale e gli immigrati "invasori" dall'interno, la Cina e il Sud globale dall'esterno, mentre sono ostacolati da alleati deboli e dipendenti.

A partire dalla prima amministrazione Trump del 2016, il regime ha sostenuto una netta svolta a destra, sia a livello internazionale che nazionale. A livello globale, tutte le risorse disponibili devono concentrarsi su un aumento a somma zero del potere degli Stati Uniti e sulla sconfitta della Cina, nuovo rivale emergente. La Nuova Guerra Fredda contro la Cina è stata di fatto lanciata durante la prima amministrazione Trump, con il concomitante spostamento verso la distensione con la Russia.[2] Sebbene l'amministrazione Biden abbia poi continuato la precedente guerra per procura pianificata da Washington contro la Russia (iniziata con il colpo di Stato di Maidan del 2014 in Ucraina sostenuto dagli Stati Uniti), la stessa amministrazione Biden ha seguito quella di Trump nel proseguire la Nuova Guerra Fredda contro la Cina, confrontandosi contemporaneamente con le due grandi potenze eurasiatiche. Una volta tornato al potere, Trump ha cercato di porre fine alla guerra per procura della NATO in Ucraina, rivolgendosi con maggiore decisione alla lotta in Asia. Persino il Medio Oriente, dove il regime di Trump bombarda lo Yemen, aumenta la pressione sull’Iran e sta sostenendo apertamente il genocidio palestinese – ovvero la completa eliminazione e rimozione dei palestinesi da Gaza in nome della “pace” – è visto come secondario rispetto alla Nuova Guerra Fredda contro la Cina.[3]

La nuova strategia imperialista, radicalmente nuova, rappresentata dall'amministrazione Trump e in particolare nel suo secondo mandato, si basa sul concetto di "America First". Ciò costituisce un rifiuto del tradizionale ruolo degli Stati Uniti come potenza mondiale egemone in favore di un ipernazionalista America First imperium. Una manifestazione di ciò è l'attacco degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali su cui non hanno un dominio completo o su cui presumibilmente gravano oneri sproporzionati, come le Nazioni Unite o persino l'alleanza NATO. Inoltre, le relazioni commerciali sono trattate non tanto come processi di scambio reciprocamente vantaggiosi (che in realtà vanno principalmente a vantaggio delle nazioni più ricche), quanto piuttosto come relazioni transazionali da determinare esclusivamente sulla base della potenza nazionale.

In questo contesto, l'imposizione di dazi da parte del regime di Trump su tutti gli altri Paesi – compresi dazi elevati su una sessantina di Paesi (nella sua lista del 2 aprile: "il Giorno della Liberazione") – non è una semplice questione di ricerca di un vantaggio economico, ma deve essere vista come un gioco di potere attraverso il quale assicurarsi il predominio geoeconomico e geopolitico. Nell'ambito della strategia "America First" di Trump, Washington cerca di ottenere tributi dai suoi alleati, che d'ora in poi dovranno pagare in un modo o nell'altro il sostegno militare statunitense, con il conseguente insorgere di nuove forme di conflitto interimperialista (o intraimperialista).

Riguardo al conflitto con la Cina, la proposta ufficiale di bilancio per la spesa militare di Trump per il prossimo anno fiscale prevede un aumento di quasi il 12%, fino a 1 trilione di dollari (le spese militari effettive ammontano in genere al doppio di quelle ufficiali).[4]

Il risultato più probabile di questi sviluppi – se non verranno fermati – è una Nuova Età della Catastrofe, su una scala non dissimile da quella degli anni '30 del secolo scorso, caratterizzata da distruzione bellica, economica ed ecologica.[5] Ciò porterà non a un aumento del predominio degli Stati Uniti, ma a un suo declino accelerato, dato che l'egemonia del dollaro e le istituzioni internazionali su cui il potere degli Stati Uniti si è storicamente basato saranno ulteriormente minate. All'interno dello stesso regime di Trump, i tentativi di Washington di proiettare il proprio potere a livello globale non faranno altro che intensificare i conflitti interni tra il capitale monopolistico-finanziario, con i suoi interessi economici globali, e il movimento più strettamente nazionalista "Make America Great Again" (MAGA) sul territorio. Tutti i tentativi di tenere insieme un regime così reazionario richiederanno un aumento della repressione, mentre il futuro dipenderà dalla portata della rivolta che questa repressione susciterà, sia a livello nazionale che globale.

La dottrina Trump

Ironia della sorte, le affermazioni più forti e controverse riguardo alla natura pacifica e antimperialista del regime di Trump sono state introdotte da figure dell'ex sinistra come Christian Parenti. Scrivendo nel 2023 su Compact, rivista egemonica del MAGA, in un articolo intitolato "Il vero crimine di Trump è opporsi all'Impero", Parenti sosteneva che Trump fosse a favore di una politica estera anti-Pentagono e "antimperialista", mostrando un totale "disprezzo per il 'Complesso della Sicurezza Nazionale'".[6]

Tuttavia, nel definire Trump come anti-imperialista, Parenti sembra aver dimenticato l'intera struttura dell'imperialismo, che ha a che fare con lo sfruttamento/espropriazione globale e con le strategie di dominio mondiale. Trump non solo ha introdotto un aumento storico delle spese militari nella sua prima amministrazione ed ha fatto ricorso alla forza letale a livello internazionale in numerose occasioni (tra cui l'allentamento delle restrizioni ai bombardamenti sui civili), ma anche, e soprattutto, ha avviato la Nuova Guerra Fredda contro la Cina.[7] La seconda amministrazione Trump sta nuovamente aumentando massicciamente la spesa del Pentagono e promuovendo un conflitto con la Cina su scala ancora più ampia. Ciò che Parenti e altri vedono come una forma di anti-imperialismo è in realtà una nuova strategia imperialista globale a livello nazionale e internazionale, volta a invertire il declino egemonico degli Stati Uniti e a sconfiggere la Cina. Questo riorientamento strategico gode di un forte sostegno sia all'interno del movimento MAGA di Trump sia in quegli elementi della classe miliardaria monopolista-capitalista – in particolare nei settori dell'alta tecnologia, del private equity e dell'energia – allineati al suo regime demagogico. Come ha osservato il famoso economista marxista indiano Prabhat Patnaik, la politica estera di Trump non è né anti-impero né insensata, ma può essere meglio definita come «strategia di rinascita dell’imperialismo».[8]

Il movimento nazional-populista MAGA si basa su una visione del mondo intrisa di razzismo, in cui gli Stati Uniti sono visti come una nazione bianca e cristiana con un chiaro destino. In questa prospettiva, dopo aver raggiunto nel corso della sua storia lo status di "una nazione sotto Dio" nel XX secolo, gli Stati Uniti sono stati successivamente indeboliti dall'esterno e dall'interno, richiedendo una resurrezione dello status perduto.

Non è un caso che Trump, nel marzo 2025, abbia appeso nello Studio Ovale un ritratto di James K. Polk, undicesimo presidente degli Stati Uniti. Polk presiedette la più grande espropriazione territoriale della storia degli Stati Uniti durante la Guerra messico-statunitense, in cui Washington si impadronì di oltre 135.000 chilometri quadrati di territorio, tra cui la California e gran parte del Sud-ovest, annettendo il Texas e ottenendo la sovranità sulle aree contese del Pacifico nord-occidentale attraverso il Trattato dell'Oregon.[9] Le roboanti ambizioni di Trump di annettere la Groenlandia, di riconquistare il Canale di Panama e persino (anche se più inverosimile) di incorporare il Canada come cinquantunesimo stato – per non parlare della ridenominazione del Golfo del Messico in Golfo d'America – mirano tutte a ricreare lo spirito del «nascente impero americano».[10]

Per comprendere la strategia imperialista del regime MAGA, è necessario esaminare la "Dottrina Trump". Le dottrine presidenziali in politica estera sono tipicamente individuate ed elaborate dai media sulla base delle dichiarazioni della Casa Bianca su questioni fondamentali di politica estera. Tuttavia, nel caso della Dottrina Trump, essa è stata pienamente articolata all'interno da Michael Anton, il principale ideologo MAGA, che da febbraio 2017 ad aprile 2018 è stato membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e vice assistente del presidente per le comunicazioni strategiche. Attualmente ricopre la carica di direttore della pianificazione politica presso il Dipartimento di Stato, una posizione equivalente a quella di assistente del Segretario di Stato. Durante la prima amministrazione Trump, ad Anton fu ovviamente affidato l'incarico – mentre non era più alle dirette dipendenze della Casa Bianca – di fornire coerenza alle numerose e apparentemente contraddittorie dichiarazioni di Trump in politica estera.

Nel 2019, mentre lavorava come docente e ricercatore presso l'Hillsdale College in Michigan, controllato dal MAGA, Anton pubblicò un articolo su Foreign Policy basato su una lezione alla Princeton University, intitolato "La Dottrina Trump", che sarebbe diventato la dichiarazione semi-ufficiale della posizione strategica complessiva del regime MAGA.[11] Il compito di Anton era quello di definire la strategia 'America First' di Trump come in linea con il populismo nazionale e l'anti-internazionalismo, ma sufficientemente bellicosa da rappresentare una nuova strategia globale aggressiva. Costituiva quindi quello che veniva definito un "realismo di principio", radicato nell'interesse nazionale, in linea con le interpretazioni conservatrici delle idee di pensatori come Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes. In "La Dottrina Trump", la politica estera e militare di Trump fu descritta da Anton come anti-imperiale per due motivi. In primo luogo, gli imperi erano per natura "multietnici", e la politica di Trump era completamente contraria a una visione multietnica del progetto americano. In secondo luogo, la politica imperialista perseguita dai neoconservatori era alleata del globalismo, mentre la Dottrina Trump era la negazione della globalizzazione liberale. Nell'ideologia MAGA, la globalizzazione è vista come un vantaggio per le potenze emergenti, come la Cina, a scapito delle potenze consolidate, come gli Stati Uniti. La Dottrina Trump, ha spiegato Anton, era quindi costantemente nazionalista su tutta la linea: il bottino va alle nazioni vincitrici.[12]

Un nazionalismo così coerente era descritto come pienamente in accordo con la "natura umana". Se Aristotele aveva affermato – nelle parole di Anton – che le tre unità politiche erano «la tribù [etnia], la polis (o 'città-stato') e l'impero», la posizione di Trump era quella di enfatizzare l'etnia americana e lo stato americano in modo espansivo sulla scena mondiale, e di minimizzare l'impero multietnico, rendendo così l'America di nuovo grande. A questo proposito, la Dottrina Trump aveva quattro pilastri: (1) populismo nazionale, (2) rifiuto dell'internazionalismo liberale, (3) nazionalismo uniforme per tutti i Paesi e (4) ritorno della nazione alla “normalità” omogenea dell'“etnia e della polis” classica – in contrapposizione al carattere eterogeneo dell'impero multietnico contemporaneo (e del mondo nel suo complesso). Il quarto pilastro costituiva quindi una definizione etnico-razziale dell'identità nazionale, alla base di un nazionalismo razziale. Come nel caso di Trasimaco nella Repubblica di Platone, la base morale della Dottrina Trump era abbondantemente chiara: la giustizia è «l’utile del più forte».[13]

L’imperialismo economico e la dottrina Trump

Il 2 aprile 2025, utilizzando i poteri per l’emergenza nazionale, Trump ha imposto tariffe del 10% su ogni paese del mondo, con dazi più alti su circa 60 altri paesi o blocchi commerciali, in quella che egli ha definito una “dichiarazione di indipendenza economica”. Questa mossa includeva nuovi dazi del 34% sulla Cina – che sommati al precedente 20% hanno portato il totale al 54% – del 46% sul Vietnam e del 20% sull’Unione Europea. Dopo che la Cina ha annunciato contromisure tariffarie, Trump ha alzato l’incremento tariffario cumulativo sulla Cina al 104%, e poi, in un’ulteriore escalation, al 145%. In una dichiarazione dai toni bellicosi, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha affermato che qualsiasi paese che sceglierà di “reagire” contro le nuove tariffe statunitensi sarà considerato responsabile dell’“escalation”, portando così gli Stati Uniti a incrementare ulteriormente l'escalation ladder [scala dell’escalation]. Le azioni dell’amministrazione Trump stanno dando luogo ad una guerra commerciale e valutaria globale: ad una recessione mondiale. La nuova strategia tariffaria MAGA ha generato panico a Wall Street, che fino a quel momento era stata fortemente favorevole alla presidenza Trump, dividendo, sembrerebbe, la classe dirigente finanziaria mentre, nel frattempo, i titoli di borsa crollavano. Ciò ha costretto Trump a sospendere alcune tariffe, aumentando però simultaneamente quelle sulla Cina. Le tariffe di Trump sono state calcolate sulla base di quanto ritenuto necessario per ottenere un equilibrio bilaterale del commercio con ciascun paese, una proposizione priva di una razionalità economica diretta ma che fornisce un’arma contundente con cui il regime intende raggiungere i suoi obiettivi più ampi[14]

Economicamente, la Dottrina Trump è legata a quello che è noto come “nazionalismo conservatore”, rappresentato da vari think tank vicini nelle posizioni al MAGA e focalizzati sulla strategia geoeconomica e geopolitica, come American Compass e il Manhattan Institute for Policy Research, insieme al fondo di investimenti Hudson Bay Capital Management, vicino a Trump. Il fondatore e capo economista di American Compass, Oren Cass, è da tempo consulente economico e collaboratore dell'attuale Segretario di Stato di Trump, Marco Rubio. American Compass è massicciamente finanziato dalla Thomas D. Klingenstein Fund, una fondazione da miliardi di dollari gestita da Thomas D. Klingenstein. Banchiere d’investimento di Wall Street, Klingenstein è partner del fondo speculativo miliardario Cohen Klingenstein. È anche presidente del consiglio di amministrazione (e principale finanziatore) del Claremont Institute, il principale think tank MAGA; è un sionista e un critico feroce di ciò che definisce “comunismo woke”. Altri finanziatori di American Compass sono la Walton Family Foundation e la William and Flora Hewlett Foundation.[15]

Vessillo del nazionalismo conservatore in economia, American Compass offre una visione piuttosto realistica della stagnazione di lungo termine e della deindustrializzazione dell’economia statunitense, associandola però a una forte opposizione al libero mercato e a un fervente sostegno alle tariffe.[16]. Legato ideologicamente al movimento MAGA, ha assunto un ruolo guida nello sviluppo di una strategia economica per la Nuova Guerra Fredda contro la “Cina comunista”. Il suo rapporto del 2023, A Hard Break from China, sosteneva che «l’America deve interrompere le sue relazioni economiche con la Cina per proteggere il proprio mercato dalla sovversione del Partito Comunista Cinese». Questo include il taglio netto di investimenti, di catene di approvvigionamento e di accordi economici internazionali con la Cina. Tutti i «flussi di capitale, trasferimenti tecnologici e partnership economiche tra Stati Uniti e Cina» devono terminare. All'interno degli Stati Uniti, American Compass ha dichiarato guerra al “capitalismo woke”, cioè a qualsiasi tentativo di incorporare diversità, equità e inclusione nelle pratiche aziendali, una posizione chiaramente volta a mantenere il predominio razziale bianco.

All’interno dell'amministrazione Trump, la strategia che prevede alte tariffe è supervisionata da Peter Navarro, consigliere senior del presidente su commercio e manifattura. Nella precedente amministrazione Trump, Navarro era direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy [Ufficio per la Politica Commerciale e Manifatturiera]. Sostenitore accanito della guerra economica (e militare) contro la Cina, egli è l'autore di The Coming China Wars, pubblicato nel 2008, e considera le tariffe come lo strumento principale in tal senso. Le tariffe sono presentate da Navarro come ciò che può fornire migliaia di miliardi di dollari in entrate al governo, permettendo a Trump di ridurre le tasse sui ricchi. Navarro è stato imprigionato per oltraggio al Congresso, per il suo ruolo nell’attacco MAGA al Campidoglio il 6 gennaio 2021.[18]

Tuttavia, la figura principale nella strategia economica internazionale della seconda amministrazione Trump è Stephen Miran, presidente del Council of Economic Advisors. Miran è stato un ex consigliere senior al Dipartimento del Tesoro nella prima amministrazione Trump e successivamente stratega senior per l’azienda di investimenti Hudson Bay Capital Management, un grande investitore istituzionale all’interno del Trump Media & Technology Group, che gestisce la piattaforma social Truth Social. Miran è anche economics fellow presso il Manhattan Institute. È l'autore di A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, pubblicato da Hudson Bay Capital Management contemporaneamente alla vittoria elettorale di Trump nel 2024, in cui ha presentato il piano per utilizzare le tariffe elevate e la leva finanziaria offerta come ombrello di sicurezza statunitense, per costringere gli altri stati ad accettare una forte svalutazione della valuta statunitense, sotto l’etichetta dell’Accordo di Mar-a-Lago. L’obiettivo è quello di migliorare la posizione commerciale globale degli Stati Uniti a scapito dei suoi principali partner commerciali. Tutto ciò delinea una politica globale del tipo “mors tua, vita mea” imposta dagli Stati Uniti sia ai propri alleati sia ai nemici designati.[19]

Il modello di questa strategia geoeconomica è l’Accordo del Plaza del 1985, stipulato tra Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito e altri paesi, che permise una svalutazione multilaterale intenzionale del dollaro. Il principale risultato storico di quell'accordo fu l'esplosione della bolla finanziaria giapponese e l’inizio di una profonda stagnazione economica, apparentemente stabile, all’interno dell'economia giapponese, che all’epoca era una delle più dinamiche al mondo. Subito dopo l’Accordo del Plaza, Trump comprò il Plaza Hotel, probabilmente affascinato dall’accordo siglato proprio in quel luogo (Lo portò poi alla bancarotta...). Ma nel 2025 gli Stati Uniti sono molto più deboli, a livello globale, rispetto al 1985, e i paesi che detengono la maggior parte delle riserve in valuta estera in dollari, su cui dipenderebbe in larga parte l’ipotizzato Accordo di Mar-a-Lago, non rientrano sotto l’ombrello di sicurezza militare statunitense e quindi non sono facilmente assoggettabili a pressioni fiscale.[20]

Giappone, Regno Unito, Canada e Messico, osservava Miran, potrebbero senza dubbio essere facilmente costretti a conformarsi agli interessi statunitensi, non avendo alternative. Al contrario, né l’Unione Europea né la Cina (che detiene circa 3 trilioni di dollari in riserve) accetterebbero volentieri un tale accordo, ben consapevoli di ciò che è accaduto al Giappone dopo l'Accordo del Plaza. Per quanto riguarda l’Unione Europea, il piano di Trump vuole costringere i suoi membri a farsi carico di una quota maggiore dei costi dell’ombrello di sicurezza statunitense e utilizzare questa manovra come strumento di negoziazione, insieme all’imposizione di tariffe elevate, per costringere i paesi dell'Unione Europea ad accettare una svalutazione monetaria. L’imposizione delle tariffe statunitensi, secondo i consiglieri economici nazionalisti conservatori di Trump, porterebbe inizialmente all’apprezzamento del dollaro, come nella prima amministrazione Trump, compensando così alcuni effetti macroeconomici sfavorevoli delle tariffe (anche se, questa volta, il risultato iniziale è stato l’opposto: il dollaro si è deprezzato).[21] In ogni caso, in generale, queste tariffe sono inflazionistiche, con il probabile risultato di un’intensificazione della stagflazione. Inoltre, la svalutazione controllata del dollaro (non il suo apprezzamento) è l’obiettivo principale della politica tariffaria statunitense in linea con l’auspicato Accordo di Mar-a-Lago, che avrebbe l’effetto di aumentare i prezzi al consumo per le importazioni statunitensi.[22]

Viste nel contesto degli accordi, le tariffe di Trump sono una forma di ricatto, con la clausola che verranno abbassate se i paesi accetteranno di vendere dollari in cambio di “obbligazioni centenarie” statunitensi, ovvero titoli con scadenza a cento anni, con bassi tassi d’interesse. Tale decorso contribuirebbe alla svalutazione del dollaro. Il piano prevede, quindi, un mix di tariffe e svalutazione intenzionale del dollaro, con enfasi su quest’ultima. Ciò rappresenta, agli occhi dell’amministrazione Trump, un modo per promuovere le esportazioni e la reindustrializzazione. Oltre che da Miran, questa politica è fortemente sostenuta da Scott Bessent, il Segretario del Tesoro. L’Accordo di Mar-a-Lago, indica Miran, creerebbe «una distinzione molto più netta tra amici, nemici e partner commerciali neutrali» rispetto agli Stati Uniti. Gli “amici” fornirebbero tributi a Washington in cambio di essere sotto l'ombrello economico e di sicurezza statunitense, mentre i “nemici” sarebbero soggetti a dazi elevati, sanzioni economiche e minacce di aggressione militare.[23]

L’intera politica nazionalista imperialista di Trump, che dà avvio a una guerra globale commerciale e valutaria, rappresenta un’enorme scommessa, poiché probabilmente destabilizzerà le economie degli Stati Uniti e del Mondo, nonché la finanza globale, accelerando i tentativi di trovare alternative al dollaro da parte di numerosi Paesi, in particolare quelli del gruppo BRICS+ (composto da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri).

L’amministrazione Trump sembra non comprendere appieno la realtà del Dilemma di Triffin (dal nome dell’economista belga Robert Triffin), secondo cui una valuta di riserva internazionale (come il dollaro) richiede la presenza di un deficit continuo nel conto corrente, se il paese che la emette deve fornire al mondo la liquidità necessaria; ma questa dinamica, nel lungo periodo, tende a creare condizioni che erodono la fiducia nella valuta di riserva [24].

Intrappolata tra le corna di questo dilemma, probabilmente la strategia di Trump fallirà, accelerando il declino del dollaro come egemonica valuta di riserva, indebolendo ulteriormente il dominio economico globale degli Stati Uniti. Come scrive l’economista Michael Hudson:
Trump basa il suo tentativo di distruggere gli esistenti legami e reciprocità del commercio e della finanza internazionale sull’assunto che, in una situazione di caos generalizzato, l’America ne uscirà vincente. Tale fiducia implica la volontà di Trump di smantellare gli attuali legami geopolitici. Egli crede che l’economia statunitense sia come un buco nero cosmico, cioè un centro di gravità in grado di attirare a sé tutto il denaro e l’eccedenza economica del mondo. Questo è l’obiettivo esplicito di America First. Ed è ciò che rende il programma di Trump una dichiarazione di guerra al resto del mondo.[25]
Nel frattempo, il riarmo degli alleati degli Stati Uniti, insieme a un massiccio aumento della spesa per il Pentagono e alle bellicose minacce dirette ai nemici designati, potrebbe portare a un’ulteriore proliferazione dei conflitti, aumentando il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Il pugno di ferro di Washington nei confronti dei suoi alleati genererà tensioni all’interno del nucleo imperiale storico del capitalismo globale, alimentando una crescente rivalità interimperialista tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il capitale finanziario statunitense ha finora sostenuto fortemente Trump, ma possiede interessi economici globali. Pertanto, il capitale finanziario degli Stati Uniti vede con apprensione le mosse tariffarie dell’amministrazione Trump e la prospettiva di un Accordo di Mar-a-Lago, un’apprensione dovuta all’incertezza dei suoi esiti.

La strategia nazionale-imperialista di Trump è pienamente in linea con le visioni reazionarie dei suoi seguaci MAGA, che non sono contrari all’imperialismo e al militarismo, ma si oppongono fermamente a quella che considerano una globalizzazione liberale a spese degli Stati Uniti, unita a guerre indecise contro potenze minori da cui non derivano bottini visibili. Durante la sua prima amministrazione, Trump ha rimproverato i membri del Joint Chiefs of Staff [Capi di Stato Maggiore] per quanto riguarda le guerre in Medio Oriente e in Asia centrale, lamentandosi della mancanza di bottini ottenuti dagli Stati Uniti, chiedendo: «Dov’è il f***uto petrolio?».[26]

Neofascismo e Impero

I profondi cambiamenti nella politica estera e militare degli Stati Uniti, attuati sotto la Dottrina Trump, affondano le radici in nuovi schieramenti di classe collegati al neofascismo del movimento MAGA e alle sue strette – sebbene contraddittorie – connessioni con la classe dominante miliardaria, in particolare nei settori dell’alta tecnologia, del private equity * e del petrolio. Nella teoria marxista, la base di classe del fascismo risiede sempre in un’alleanza tra il capitale monopolistico e una classe/strato piccolo-borghese. Quest’ultima è composta da piccoli imprenditori, piccoli proprietari immobiliari, quadri intermedi d’azienda, insieme a elementi religiosi fondamentalisti e a piccoli proprietari rurali. Comprende anche alcuni dei settori più privilegiati della classe lavoratrice. La piccola borghesia è smisuratamente bianca e razzista.

Trump, nelle elezioni presidenziali del 2024, ha attratto la maggior parte degli elettori con meno di una laurea quadriennale, una categoria che comprende la maggioranza sia della piccola borghesia che della classe lavoratrice. Gli stessi exit poll mostrano che, in base al reddito, ha vinto tra i piccoli borghesi e i lavoratori, ma ha perso tra gli elettori più poveri. Milioni di coloro che avevano votato per i Democratici nel 2020, provenienti soprattutto dalla classe lavoratrice, nel 2024 hanno scelto il Partito dei Non Votanti.[27] La base fedele a Trump rimane la piccola borghesia, allargata ai lavoratori più privilegiati.

Storicamente, la piccola borghesia rappresenta un settore della popolazione non solo incline alla supremazia bianca, ma anche patriarcale e ultraconservatrice nei confronti delle relazioni di genere e sessuali. Costituisce una retroguardia del sistema capitalistico e viene mobilitata nei regimi di tipo fascista sulla base della propria innata ideologia, associata a una prospettiva nazionalista revanscista, il cui obiettivo è rendere di nuovo grande lo Stato-nazione. Ernst Bloch, scrivendo a proposito della Germania nazista degli anni ’30, vedeva in queste popolazioni una «non-contemporaneità» regressiva, finalizzata al recupero di un idealizzato passato ariano.[28]

Come ha scritto Phil A. Neel, nel suo Hinterland: America’s New Landscape of Class and Conflict, a proposito della base di classe del populismo nazionale MAGA negli Stati Uniti
Il Partito Repubblicano opera su una base grosso modo simmetrica, costruita tra le sotto-élite rurali bianche e tutta una serie di interessi capitalistici urbani o periurbani di piccola scala [...]. In termini materiali, l’estrema destra tende a concentrarsi tra gli interessi dei piccoli proprietari o dei lavoratori autonomi ma comunque moderatamente benestanti dell’entroterra [...]. Il nucleo materiale dell’estrema destra è [...] la periferia bianca in via d’espansione [...] che funge da interfaccia tra il metropolitano e il non metropolitano, permettendo ai proprietari terrieri più ricchi, agli imprenditori, ai poliziotti, ai soldati o agli appaltatori autonomi, di reclutare dalle zone adiacenti di povertà bianca più abietta [...]. La violenza gioca qui un ruolo centrale [...]. Il mondo può essere restaurato [...]. attraverso atti salvifici di violenza, capaci di provocare il collasso e accelerare l’avvento della Vera Comunità.[29]
Il movimento di massa MAGA, radicato nella piccola borghesia/piccoli proprietari, è motivato ideologicamente principalmente da ciò che definisce la “Guerra Fredda Civile” contro le élite liberali della classe medio-alta che gli stanno sopra, e contro la classe lavoratrice che gli sta sotto. Questo ha le sue radici nelle convinzioni ultranazionaliste; nella connessione con la “religione dei proprietari di schiavi” dell’evangelismo bianco; nel culto dell’espansione imperiale del passato statunitense; nella frequente glorificazione della violenza estrema; nelle tendenze razziste e scioviniste; e in una forte ideologia patriarcale, tutti elementi pienamente in linea con l’ideologia America First della Dottrina Trump.[30] Ciò include, a livello internazionale, il sostegno alla demolizione degli aiuti esteri degli Stati Uniti (attraverso lo smantellamento dell’Agenzia USAID) e l’opposizione alla guerra per procura in Ucraina. La guerra in Ucraina è vista come un beneficio principalmente per le élite europee, e il conflitto con la Russia, da questa prospettiva, non apporta vantaggi agli Stati Uniti, distogliendo invece Washington dai suoi principali nemici asiatici: la Cina e il mondo islamico.[31]

Il nazionalismo cristiano dell’universo evangelico MAGA ha dato un forte sostegno al patto Trump/Benjamin Netanyahu per l’annientamento/rimozione totale dei palestinesi da Gaza, nel quale gli Stati Uniti dovrebbero ottenere vari diritti economici, e perfino di proprietà – compresa la fantasia trumpiana di un resort in stile riviera di proprietà americana – insieme a contratti petroliferi preferenziali nella Striscia di Gaza.[32]

Come osservava György Lukács, in relazione a una precedente figura storica:
Hitler respinge i vecchi piani di colonizzazione ed espansione degli Hohenzollern. Con particolare asprezza critica l’intento di assimilare con la violenza popoli soggetti mediante un processo di germanizzazione. Egli è per il loro sterminio. Non ci si rende conto, egli dice, che «la germanizzazione può essere intrapresa solo per il territorio e mai per l'uomo». Questo significa che il Reich tedesco deve espandersi e conquistare fertili regioni, la cui popolazione deve essere scacciata o distrutta.[33]
In modo alquanto simile, l'importante think tank MAGA Center for Renewing America (CRA), fondato dal direttore dell'Office of Management and Budget [Ufficio per la gestione e il bilancio] di Trump, Russell Vought, insiste sul fatto che i palestinesi non possono essere integrati né in Israele né negli Stati Uniti, e devono essere sterminati/rimossi, mentre la loro terra deve essere interamente sequestrata per essere occupata da popolazioni più “civilizzate”. Secondo le parole dello stesso CRA, «le pratiche culturali dei palestinesi», prive di valori universali, «sono in gran parte concentrate su lamentele contro Israele, gli ebrei e gli Stati Uniti, con una società fondamentalmente orientata alla violenza e all’estremismo» e al «culto moderno della morte». Sono dunque “incompatibili” con “i nostri valori, radicati nella storia occidentale e nel pensiero biblico”[34]

Pete Hegseth, il Segretario alla Difesa di Trump, glorifica frequentemente le Crociate cristiane contro l’Islam del XII secolo, suggerendo che Trump dovrebbe essere un presidente crociato. Hegseth ha tatuaggi sul petto con la Croce di Gerusalemme, nota anche come Croce dei Crociati, e un tatuaggio sul bicipite con un grido di battaglia crociato. Il suo libro American Crusade contiene un capitolo intitolato “Make the Crusader Great Again”, che si riferisce a una guerra contro l’Islam, una crociata da estendere più universalmente a una guerra contro il “leftism” [sinistrismo] e a tutte le visioni che trattano i cristiani come “infedeli”.[35]

Nel novembre 2023, il governo yemenita guidato dal movimento Ansar Allah [Houti] ha iniziato ad attaccare le navi collegate a Israele nel Mar Rosso in risposta al genocidio di Israele in Palestina. A seguito delle "rappresaglie" statunitensi e britanniche, gli attacchi yemeniti si sono estesi alle navi collegate agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Il 15 marzo 2025 l'amministrazione Trump ha iniziato massicci attacchi aerei in Yemen, promettendo una «guerra implacabile», allentando, contemporaneamente, alcuni dei vincoli su tali attacchi introdotti dall'amministrazione Biden, rendendola così una guerra molto più letale contro i civili. Trump ha promesso che il movimento Ansar Allah, da lui definiti «i barbari Houthi», sarebbe stato «completamente annientato».[36]

Il culto ufficiale di Trump per il pro-schiavitù e pro-impero James K. Polk, il cui "risultato" più notevole è stata la guerra messicano-americana, è in linea con l'ideologia revanscista MAGA. È in questa stessa vena imperiale che la sua amministrazione ha dichiarato che gli Stati Uniti devono riconquistare il Canale di Panama e acquisire la Groenlandia, «in un modo o nell'altro».[37] Le pubblicazioni di MAGA insistono sul fatto che la cessione del Canale di Panama da parte degli Stati Uniti a Panama non era legale da parte panamense, rendendo legittimo il sequestro da parte degli Stati Uniti. Di fronte a queste minacce, Panama ha fatto concessioni, abbandonando la Belt and Road Initiative e mettendo in discussione la gestione del Canale da parte delle società cinesi. Tuttavia, l'amministrazione Trump ha insistito sul fatto che questo non era sufficiente e che gli Stati Uniti avevano bisogno della proprietà diretta e del controllo della zona del Canale di Panama, con Trump che ordinava all'esercito americano di pianificare un'invasione per impadronirsene. Nell'aprile 2025, gli Stati Uniti hanno negoziato un accordo con Panama che le consentirebbe di rioccupare tutte le sue ex basi militari nella zona del Canale e sta spostando un gran numero di truppe in queste basi, rifiutando, allo stesso tempo, di riconoscere la proprietà di Panama del Canale. Questo è stato definito dai critici panamensi una «invasione camuffata» in cui la zona del Canale di Panama è stata occupata dall'esercito statunitense «senza sparare un colpo».[38]

Nel frattempo, l'amministrazione Trump sta impiegando ogni sorta di pressione per acquisire la Groenlandia, compresa una prospettiva di acquisto da offrire alla popolazione. Nell'ideologia MAGA si sostiene che, poiché la Groenlandia si trova nell'emisfero occidentale, rientra nella sfera di influenza degli Stati Uniti, come definito dalla Dottrina Monroe. Pertanto, non dovrebbe essere un territorio autonomo della Danimarca. Si dice che le vaste risorse e la posizione strategica della Groenlandia la rendano matura per l'acquisizione da parte degli Stati Uniti, generando un "Nuovo secolo artico americano".[39]

Nel continuo tentativo di rovesciare la Repubblica Bolivariana del Venezuela, l'amministrazione Trump ha minacciato di imporre tariffe del 25% a qualsiasi paese del mondo che acquisti petrolio dal Venezuela.[40] Sotto Rubio, il Dipartimento di Stato sta istituendo sanzioni contro i paesi che hanno stipulato un contratto con servizi medici cubani, negando i visti agli attuali ed ex funzionari governativi che lavorano con, o sostengono, medici cubani. Cuba ha più di ventiquattromila medici che lavorano in cinquantasei paesi del mondo, per lo più nel Sud globale, fornendo assistenza medica essenziale. Washington afferma assurdamente che questi medici sono «lavoro forzato» e rappresentano «traffico di esseri umani».[41]

Il suprematismo bianco incorporato nella politica estera MAGA di Trump è particolarmente evidente nei suoi attacchi al governo sudafricano. In risposta a una legge sudafricana di riforma agraria che tardivamente cerca di affrontare i risultati del colonialismo e dell'apartheid in un paese in cui una minoranza bianca, che costituisce circa il 7% della popolazione, possiede ancora circa il 72% della terra, Trump, Rubio ed Elon Musk hanno accusato il Sudafrica di razzismo contro i bianchi. A ciò si sono aggiunte le critiche al Sudafrica per il suo ruolo nel sostenere, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che Israele stava compiendo un genocidio a Gaza. In una sentenza preliminare, la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata a favore del Sudafrica e contro Israele.[42]

Trump ha falsamente affermato che Pretoria stava confiscando terre ai bianchi, senza alcun indennizzo o ricorso legale, sostenendo che i cosiddetti rifugiati bianchi provenienti dal Sudafrica erano «vittime di un'ingiusta discriminazione razziale» e sarebbero stati i benvenuti negli Stati Uniti. Rubio ha seguito l'esempio accusando il Sudafrica di «espropriare ingiustamente la proprietà privata». Musk, che è nato e cresciuto nel Sudafrica dell'apartheid, ha promosso il mito di un "genocidio" contro gli agricoltori bianchi, riferendosi falsamente alle «leggi razziste sulla proprietà» anti-bianche e all'«uccisione su larga scala di agricoltori [bianchi]». Sulla base di queste false accuse, Trump ha emesso un ordine esecutivo che interrompe tutta l'assistenza finanziaria al Sudafrica, la maggior parte della quale andava alla lotta contro l'HIV/AIDS. L'ambasciatore sudafricano negli Stati Uniti, Ebrahim Rasool, è stato espulso dagli Stati Uniti da Rubio, dopo che Breitbart, il sito di intrattenimento online del MAGA, ha riportato un discorso che Rasool ha tenuto in un webinar organizzato da un think tank sudafricano. Nel suo discorso, Rasool, secondo le parole dell'Associated Press, aveva parlato «in linguaggio accademico, della repressione dell'amministrazione Trump sui programmi per la diversità, l'equità e l'immigrazione, e aveva menzionato la possibilità di una nazione statunitense in cui i bianchi presto non sarebbero più la maggioranza».[43]

Il candidato di Trump come ambasciatore in Sudafrica, L. Brent Bozell III, è il nipote del conservatore William F. Buckley Jr, il fondatore della National Review. Bozell III è un suprematista bianco, noto per la sua difesa del sistema di apartheid sudafricano. Mentre era presidente del National Conservative Political Action Committee, ha dichiarato di essere «orgoglioso di diventare un membro della Coalizione contro il terrorismo dell'ANC [African National Congress]». Bozell III ha fatto l'affermazione a sfondo razzista che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama «sembrava un tossico magro del ghetto». Il figlio di Bozell III, L. Brent Bozell IV, è stato uno dei sostenitori del MAGA arrestati per aver preso d'assalto il Campidoglio il 6 gennaio 2021.[44]

L'ideologia MAGA è evidente anche nei ritiri dell'amministrazione Trump dall'Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, sostenendo che questi passi erano necessari per rivendicare la "sovranità" americana.[45] L'ideologia imperialista dell'America First trumpiana si estende oltreconfine con la richiesta che le imprese europee si conformino ai suoi ordini esecutivi per eliminare tutte le disposizioni in materia di diversità, equità e inclusione (DEI) se vogliono avere rapporti con gli Stati Uniti.[46]

Il carattere estremo di queste posizioni ha allontanato l'amministrazione Trump dal Council on Foreign Relations (CFR), noto come "il trust dei cervelli imperiali" e come "il think tank di Wall Street". Il CFR bipartisan è stato una forza dominante nella strategia geopolitica degli Stati Uniti sin dalla Seconda Guerra Mondiale.[47] Riflettendo i sentimenti generali del MAGA, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha accusato il CFR di globalismo liberale nella sua lettera di dimissioni dall'organizzazione.[48] James M. Lindsay, che scrive per il CFR da una prospettiva globalista, ha criticato la dottrina Trump come un ritorno «dirompente» alla «politica di potere e alle sfere di interesse del diciannovesimo secolo». Lindsay accusa Trump di adottare «una visione del mondo tucididea, in cui 'i forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono'». I globalisti liberali come Lindsay non si oppongono agli obiettivi generali della politica di potere globale di Trump. Piuttosto, si lamentano che è troppo maldestro e inefficace se paragonato ai metodi più abili dei tradizionali grandi strateghi dell'impero americano.[49]

La dottrina Trump e la guerra alla Cina

Nel 2010-2011, l'amministrazione Obama ha avviato il suo [programma] "Pivot to Asia", volto all'accerchiamento militare e geoeconomico della Cina. Eppure, all'epoca, gli Stati Uniti speravano ancora che in Cina emergesse un "Gorbaciov" che avrebbe rappresentato un passaggio decisivo al capitalismo, scalzando il Partito Comunista Cinese (PCC) e permettendo agli Stati Uniti di riguadagnare la loro supremazia in Asia. Nel 2015, era evidente che queste speranze da parte dei grandi strateghi imperiali degli Stati Uniti fossero state deluse, e che l'ascesa di Xi Jinping a segretario del PCC e presidente della Repubblica Popolare Cinese (RPC) rappresentava il rinvigorimento del "socialismo con caratteristiche cinesi". Sono stati gli strateghi repubblicani vicini a Trump, nella sua prima amministrazione, che hanno avviato la Nuova Guerra Fredda contro la Cina, insieme a un tentativo di distensione con la Russia, il tutto volto a limitare e sconfiggere Pechino.[50]

Durante l'amministrazione Biden c'è stato un ritorno alla strategia imperiale a lungo termine di allargamento verso est della NATO, all'Ucraina, le cui basi erano già state gettate con il colpo di stato di Maidan, organizzato dagli Stati Uniti, che ha portato al rovesciamento del presidente democraticamente eletto Victor Yanukovych nel 2014, seguito dalla guerra civile in Ucraina. Nel 2022, dopo otto anni di spargimenti di sangue e l'inosservanza da parte di Kiev degli accordi di pace di Minsk che istituivano il Donbass come regione autonoma, la guerra civile in Ucraina si è trasformata in una guerra per procura su vasta scala tra la NATO e la Russia, poiché Mosca è intervenuta a fianco del Donbass russofono, prevenendo un attacco in preparazione da parte del regime di Kiev.[51] Nonostante fosse impegnata in Ucraina in una grande guerra per procura contro la Russia – durante la quale gli Stati Uniti e la NATO hanno fornito massicci aiuti militari e supporto logistico – l'amministrazione Biden ha continuato a portare avanti la Nuova Guerra Fredda contro la Cina lanciata da Trump, minacciando così contemporaneamente la Russia e la Cina .[52]

Con la rielezione di Trump nel 2024, la politica statunitense è tornata a concentrarsi sul tentativo di porre fine alla guerra per procura degli Stati Uniti con la Russia in Ucraina, in modo da concentrare la grande strategia imperiale USA sull'unico obiettivo: limitare l'ascesa della Cina. In quella che è diventata nota come una "strategia Kissinger al contrario", l'amministrazione Trump ha cercato ancora una volta di stabilire una distensione con la Russia, nel tentativo di dividere le due superpotenze eurasiatiche.[53] Il regime MAGA sta conducendo la Nuova Guerra Fredda contro la Cina su basi sempre più bellicose, accelerando la sua spesa militare, spostando le risorse nazionali da altre priorità interne ed estere e armando tutti i suoi mezzi economici e tecnologici, il tutto accompagnato da un nuovo maccartismo. Tutto questo si sta svolgendo come parte di una più ampia crociata a sfondo razziale contro tutti gli immigrati, gli "stranieri" e i sostenitori della Palestina, della Cina e dei non occidentali in generale, accompagnata da deportazioni su base politica, in alcuni casi in campi di concentramento all'estero.[54]

Rubio, un ideologo violentemente anticomunista, ha dichiarato nelle audizioni al Senato per la sua nomina che la Cina «ha imbrogliato per ottenere lo status di superpotenza» a spese degli Stati Uniti. Hegseth ha dichiarato che «la Cina comunista... vive di tirannia, furto e inganno» ed è il principale nemico degli Stati Uniti. Come Segretario alla Difesa, ha dichiarato che Washington è «pronta» per una guerra con Pechino, che apparentemente vuole ancora evitare. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, estromesso dalla sua posizione nel mese di maggio per lo scandalo Signal, ha fatto riferimento direttamente a una «guerra fredda» con la Cina e ha definito «il Partito comunista cinese» come il principale nemico di Washington.[55]

Al fine di comprendere gli aspetti strategici della Guerra Fredda degli Stati Uniti contro la Cina e i pericoli che pone di una Guerra Calda, è importante comprendere la natura della strategia di counterforce** [strategia di attacco preventivo–rappresaglia limitata] e la nozione di guerra nucleare limitata tra superpotenze. La concezione originale di Guerra Fredda, nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, era che le superpotenze nucleari non potevano impegnarsi in una Guerra Calda tra loro senza la 'mutual assured destruction' (MAD) [distruzione reciproca assicurata]. Pertanto, si dovevano impegnare in conflitti in tutto il mondo in modalità tali da non arrivare allo scontro diretto tra superpotenze. La politica nucleare degli Stati Uniti si è quindi basata per decenni sulla MAD, il che significava che le armi nucleari erano inutilizzabili e la guerra nucleare impensabile. Tutto ciò era associato a un approccio minimalista agli armamenti nucleari. Negli anni '80, tuttavia, la posizione nucleare degli Stati Uniti si era spostata verso una dottrina massimalista di counterforce, volta a rendere le armi nucleari utilizzabili (di nuovo) e la guerra nucleare pensabile. La dottrina di counterforce ha come obiettivo primario lo sviluppo della capacità di first strike [primo attacco] o del primato nucleare (che consentirebbe a Washington di eliminare con un primo attacco la capacità di ritorsione dell'avversario). Il suo obiettivo secondario – soprattutto se la supremazia nucleare si rivelasse irraggiungibile – è una guerra nucleare limitata in cui gli Stati Uniti dominerebbero tutti i livelli di escalation. In una guerra nucleare limitata, si teorizza, gli Stati Uniti saranno in grado di sconfiggere la superpotenza avversaria, costringendola a fare marcia indietro, a meno che non si verifichi un'apocalisse nucleare globale.[56]

Nella comunità di pianificazione strategica degli Stati Uniti, il principale teorico di una guerra nucleare limitata con la Cina, da combattere molto probabilmente per Taiwan, è Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa di Trump. Di sangue blu, educato ad Harvard, Colby è il nipote dell'ex direttore della CIA William Colby. Elbridge Colby è stato vice assistente segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze nella prima amministrazione Trump. È stato l'autore principale dell'U.S. National Defense Strategy del 2018. Dopo la prima amministrazione Trump, ha co-fondato il think tank strategico Marathon Initiative, e ha sviluppato forti legami con la Heritage Foundation.

La nomina di Colby è stata fortemente osteggiata dai neoconservatori repubblicani (così come dai democratici) a causa di quello che è stato considerato un atteggiamento tutt'altro che aggressivo sull'Iran e quindi sul Medio Oriente. Ciò era collegato alla sua posizione secondo cui la Cina è la vera minaccia, e che la macchina da guerra degli Stati Uniti dovrebbe concentrarsi sull'Indo-Pacifico anche a scapito di altri teatri. A questo proposito, Colby ha avuto il pieno sostegno del MAGA, incluso il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance; il plurimiliardario e zar del Department of Government Efficiency (DOGE) Elon Musk; Charlie Kirk, capo di Turning Point USA; la rivista Compact; il presidente della Heritage Foundation Kevin Roberts, con il quale Colby è coautore di un articolo in cui sostiene che Washington dovrebbe spostare la sua attenzione dall'Ucraina alla Cina.[57] Generalmente visto come un repubblicano "realista" alla Henry Kissinger, Colby pone l'accento soprattutto sulla necessità di prepararsi in modo aggressivo per una guerra limitata (nucleare) con la Cina per Taiwan. Sotto la sua direzione, nel 2018, la National Defense Strategy ha individuato la Cina come il principale nemico e, per la prima volta in assoluto, ha esplicitamente integrato la guerra nucleare limitata nella strategia generale di difesa nazionale degli Stati Uniti.[58]

Colby è visto nei circoli geopolitici e militari come il principale sostenitore della "strategia di negazione" mirata alla Cina. Si tratta di una strategia di "guerra limitata", che potenzialmente impiega tutta la forza militare non strategica più le armi di counterforce, in conformità con la "Dottrina Schlesinger" (dal nome del Segretario alla Difesa di Richard Nixon, James Schlesinger). Strutturando la sua argomentazione in termini di un imminente attacco della RPC [Repubblica Popolare Cinese] a Taiwan (riconosciuta a livello internazionale, anche da Washington, come parte autonoma e autogovernata della Cina), Colby inizia dichiarando che gli Stati Uniti non possono più contare su un dominio militare assoluto a livello globale o nella regione indo-pacifica. Una "guerra preventiva" degli Stati Uniti contro la Cina per Taiwan, come nel caso di numerose guerre imperiali degli Stati Uniti in passato, deve essere evitata, dal momento che la Cina, come gli Stati Uniti, ha un arsenale nucleare che sopravviverebbe a un primo attacco. Ciononostante, sostiene Colby, gli Stati Uniti conservano capacità di counterforce superiori, che gli conferiscono un vantaggio nelle varie fasi dell'escalation. Le nazioni, afferma, non «hanno opzioni altrettanto buone per un'escalation incrementale al di sotto del livello apocalittico». Una strategia di negazione significa quindi togliere l'obiettivo militare alla controparte, facendo in modo che l'escalation per uscire dal conflitto o per seguire gli Stati Uniti lungo la scala dell'escalation, sia [per essa] troppo costosa.[59]

Secondo Colby, in base alla strategia di negazione in un conflitto con la RPC su Taiwan, Washington cercherebbe di evitare l’uso di armi nucleari per distruggere “city-busting” [aree estese, grandi come città], attaccare centri di comando nucleari o tentare direttamente di "decapitare" la leadership politica della RPC. Non potrebbe esserci un attacco "one fell-swoop" [con un colpo solo/preventivo] che costringa la RPC a impiegare tutto il suo deterrente. Tuttavia, secondo Colby, Washington potrebbe vincere la guerra rendendo proibitivo per la Cina passare al livello successivo. Questo comprenderebbe, nella scala di escalation statunitense: attacchi alle «infrastrutture di trasporto interno cinese… ai siti di produzione e distribuzione di energia, ai nodi delle telecomunicazioni, agli aeroporti e porti marittimi» e, a un ulteriore livello di escalation, alla sua «base industriale, alla produzione di tecnologia commerciale e al settore finanziario», fino ad arrivare ad attacchi di “counterforce” alle «forze di proiezione di potenza nucleare» cinesi e «in ultima analisi all’obiettivo del regime», ovvero al PCC. Colby sostiene che se la RPC dovesse riuscire ad assicurarsi Taiwan, cosa ritenuta probabile in un conflitto di questo tipo, gli Stati Uniti dovrebbero essere pronti a combattere una guerra limitata per "riconquistarla", come parte della complessiva strategia di negazione. Questa strategia prevede, in preparazione di una guerra limitata, il rafforzamento delle capacità militari di Taipei e della prima e seconda catena di basi statunitensi nell'Indo-Pacifico, nonché l'espansione delle alleanze militari statunitensi in tutta la regione. Ciò potrebbe, sostiene Colby, degenerare in una guerra nucleare limitata, evitando, teoricamente, un'escalation verso una guerra nucleare totale. Di recente, sotto l'amministrazione Biden, gli Stati Uniti hanno installato nelle Filippine – da dove possono colpire la terraferma cinese – missili a medio raggio, in grado di trasportare armi nucleari.[60]

Un aspetto cruciale di questa cosiddetta teoria "difensiva" è che gli Stati Uniti, grazie al loro dispiegamento avanzato, sarebbero in grado di attaccare la terraferma cinese con forze regionali e missili a medio raggio, mentre la RPC avrebbe poche opzioni di risposta – a meno di usare missili balistici intercontinentali (ICBM) in grado di raggiungere la terraferma statunitense – e quindi si troverebbe ridotta a obiettivi come la principale base militare statunitense di Guam. Se la Cina dovesse effettivamente rispondere con attacchi missilistici intercontinentali (ICBM) agli attacchi degli Stati Uniti, ciò rischierebbe di innescare uno scambio termonucleare globale su vasta scala. Secondo Colby, Washington dovrebbe quindi sforzarsi, anche in una guerra nucleare limitata, di infliggere alla Cina continentale danni sufficienti a costringerla ad accettare una vittoria degli Stati Uniti, senza però arrivare ad indurre la Cina ad attaccare la terraferma americana, poiché ciò avrebbe un'alta probabilità di provocare un olocausto globale.

La strategia straordinariamente pericolosa e fantasiosa di Colby si focalizza quindi irrazionalmente su una guerra limitata con la Cina, che, secondo la sua concezione potrebbe degenerare in una guerra nucleare limitata. Questa strategia asserisce intenzionalmente che l'escalation da parte della Cina potrebbe essere controllata e limitata dal dominio statunitense su ogni gradino della scala [dell’escalation], portando alla "fine della guerra" e alla vittoria finale degli Stati Uniti.

La Strategia di Difesa Nazionale del 2018 , che si basava in gran parte sulla formulazione di Colby, viene talvolta definita "pace attraverso la forza". La strategia si basa sulla preparazione a combattere una guerra nucleare limitata con la Cina, partendo dal presupposto che la vittoria possa essere raggiunta grazie a «prestazioni superiori all’interno di un determinato insieme di regole», senza rischiare un'apocalisse nucleare.[61] Tuttavia, la ragione suggerisce che la strategia di negazione di Colby – attacchi alla terraferma cinese che si intensificherebbero eventualmente con attacchi di counterforce su obiettivi strategici/nucleari – porti, come risultato finale ad un aumento della probabilità di MAD (Mutual Assured Destruction) [Distruzione reciproca assicurata]. Uno scambio termonucleare generalizzato porterebbe allo sterminio di quasi tutta l'umanità a causa di megaincendi in centinaia di città che porterebbero fumo e fuliggine nella stratosfera e all'inizio di un inverno nucleare.[62]

Nell’audizione di conferma al Senato, Rubio ha affermato, senza mezzi termini, che la Cina avrebbe invaso Taiwan entro il decennio, a meno che le ripercussioni di un tale impegno militare non siano troppo pesanti, usando il termine "strategia del porcospino" per indicare la strategia di negazione. Ha sostenuto che Taiwan dovrebbe essere armata fino ai denti e che le forze armate statunitensi dovrebbero essere pronte a negare la presa coercitiva del controllo dell'isola da parte della Cina, rendendola proibitiva in termini di costi. Durante l’audizione per la sua nomina, Colby ha dichiarato che Taiwan deve aumentare la sua spesa militare da meno del 3% al 10% del suo PIL. I funzionari statunitensi hanno continuamente fatto riferimento ad una prevista invasione di Taiwan da parte della Repubblica Popolare Cinese entro il 2027, nota come "Davidson Window" [finestra Davidson] – dopo una dichiarazione in tal senso nel 2021 del capo uscente del Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti, l'ammiraglio Phil Davidson (che ha ricevuto la sua nomina sotto Trump). Tuttavia, non vi è alcun fondamento concreto a sostegno di tale affermazione, né per quanto riguarda la data del 2027, né per quanto riguarda la decisione della Cina di intervenire militarmente. La politica ufficiale di Pechino rimane quella di un’unificazione pacifica attraverso lo stretto. Secondo Defense News, il fatto che «Washington DC è diventata ossessionata» dall'idea di un'invasione di Taiwan da parte della RPC entro il 2027 ha influenzato la politica militare e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti nei confronti della Cina, creando ulteriori tensioni nella regione indo-pacifica.[63]

Inutile dire che, sebbene le operazioni militari statunitensi siano solitamente formulate in termini di "difesa", ciò è sempre accompagnato dalla dichiarazione che gli Stati Uniti, nell'ambito della loro posizione nucleare ufficiale, sono pronti a condurre un primo attacco nucleare, opzione che rimane sempre "sul tavolo". Come ha affermato Musk, il più grande appaltatore militare del Pentagono, in un'intervista del 2024, un olocausto nucleare «non è così spaventoso come la gente pensa». Ha aggiunto che «Hiroshima e Nagasaki sono state bombardate, ma ora sono di nuovo città piene di gente». Trump ha concordato, rispondendo: «Fantastico, fantastico».[64]

L'iniziativa militare più stravagante e insensata di Trump è il suo “Golden Dome” [Cupola d'Oro], destinato a proteggere gli Stati Uniti dai missili balistici in arrivo. Nelle fasi iniziali, ciò comporterebbe miglioramenti degli intercettori di missili terra-terra. L'attenzione principale, tuttavia, è posta sullo sviluppo, nello spazio, di migliaia di satelliti dotati di missili ipersonici. La SpaceX di Musk – che domina il campo dei piccoli satelliti e dei lanci spaziali, ed è il principale appaltatore della difesa statunitense in armi spaziali – sembra essere attualmente in vantaggio nell'ottenere i contratti per costruire il Golden Dome. Inoltre, Castelion, la società di SpaceX, guidata da ex dipendenti senior di SpaceX, si sta concentrando sullo sviluppo di missili ipersonici. Un altro importante concorrente per i contratti del Golden Dome è il grande appaltatore della difesa Booz Allen Hamilton, che sta lanciando la sua idea di "Brilliant Swarms", che prevede un'intera costellazione di satelliti, gestiti dall'intelligenza artificiale, tutti sulla stessa orbita, ma posti in venti piani orbitali, a 300-600 chilometri di altitudine, con ogni satellite in grado di distruggere il bersaglio.[65]

Sebbene il Golden Dome immaginato da Trump sia pubblicizzato come uno scudo difensivo per gli Stati Uniti, il suo scopo principale è offensivo, poiché gli Stati Uniti, efficacemente protetti dai missili in arrivo, avrebbero la supremazia nucleare o la capacità di first strike [primo colpo] in grado di intercettare missili vaganti sopravvissuti a un attacco iniziale contro un'altra superpotenza nucleare. Un tale sistema sarebbe assolutamente inutile contro un attacco nucleare su vasta scala da parte di un'altra superpotenza, poiché condividerebbe le debolezze di tutti gli altri sistemi missilistici antibalistici, in quanto sarebbe facilmente sopraffatto dal numero di missili in arrivo. Inoltre, i missili terrestri saranno sempre più facili ed economici da costruire rispetto agli intercettori spaziali. Infatti, per sfruttare la superiorità delle armi di counterforce e spaziali statunitensi, e rendere fattibile il suo scudo nucleare Golden Dome, Trump ha lanciato l'idea di una denuclearizzazione strategica che limiterebbe il numero di testate/missili balistici da entrambe le parti. Questo perché uno dei principali mezzi per garantire la sopravvivenza nucleare, e il mezzo principale per penetrare gli scudi missilistici progettati per fornire capacità di primo attacco, è il numero stesso di missili. In effetti, la costruzione della Golden Dome da parte di Trump rischia di rendere impossibile qualsiasi ulteriore disarmo nucleare e di innescare invece una nuova corsa agli armamenti nucleari.[66]

Sebbene il Golden Dome di Trump miri apparentemente a proteggere la popolazione statunitense dallo sterminio nucleare, la sua amministrazione sta simultaneamente revocando tutti gli sforzi per proteggere la popolazione statunitense e mondiale dallo sterminio associato al riscaldamento globale. Il suo regime MAGA non solo ha direttamente eliminato tutti gli sforzi federali per la mitigazione dei cambiamenti climatici, ma con un ordine esecutivo emesso nell'aprile 2025 ha ordinato al Procuratore Generale degli Stati Uniti di adottare misure volte a impedire l'applicazione di tutte le leggi statali e locali esistenti volte a contrastare i cambiamenti climatici. Lo ha fatto semplicemente decretando che tali misure statali e locali per la protezione dell'ambiente erano illegali e violavano le politiche dell'amministrazione.[67]

America First / Amerika Über Alles

Noam Chomsky sosteneva che la propaganda nelle società democratiche doveva essere più sofisticata di quella degli stati autoritari, poiché nelle prime si svolgeva alle spalle del popolo – basandosi su valori profondamente interiorizzati e sulla complicità dei media, utilizzando tutte le tecniche sviluppate nella pubblicità/marketing – mentre nei secondi poteva essere piuttosto rozza e aperta, imposta con il manganello.[68] Tuttavia, la propaganda di stampo fascista contro intere etnie e popoli, come la Germania di Adolf Hitler ha dimostrato, è senza dubbio più efficace quando è presentata nella sua forma più sfacciatamente rozza, basandosi non tanto sul manganello quanto, attingendo alla "rabbia accumulata" generata dal capitalismo, sull'indurre masse di persone, pur consapevoli del suo carattere disumanizzante e coercitivo, a identificarsi apertamente con essa. Questo diventa allora il culmine dell'irrazionalismo. Come scrisse Bloch, «in una cosa le camicie brune sono oneste, nell'arte di non dire il vero», una sfacciata ritirata dalla ragione.[69]

Un buon esempio di tale propaganda irrazionalista è il famigerato manifesto nazista del novembre 1933 che recitava «Con Adolf Hitler, sì all'uguaglianza e alla pace».[70] Il Trattato di Versailles del 1919 aveva limitato l'esercito tedesco a centomila soldati. Quando la Società delle Nazioni si rifiutò di accogliere le richieste di Hitler di riarmare il paese, Hitler, il 12 novembre 1933 – quindicesimo anniversario dell'armistizio che portò alla fine della Prima Guerra Mondiale – indisse un plebiscito nazionale. Lo slogan nazista, come nel manifesto, era un appello a sostenere Hitler per "l’uguaglianza e la pace". Alla popolazione veniva chiesto di sostenere il Führer, nel chiedere per la nazione tedesca l'uguaglianza di status nella sua capacità di fare la guerra, insieme alla promessa di pace attraverso la forza. Tutto ciò faceva parte di un tentativo di rendere la Germania di nuovo grande dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale e le umiliazioni del Trattato di Versailles.[71]

La propaganda non è soltanto una questione di menzogne, si manifesta anche quando le affermazioni di verità vengono completamente accantonate. Nella filosofia contemporanea, il concetto di “bullshit" [cazzata/stronzata] è visto come una forma di «comunicazione persuasiva, distinta dalla menzogna, che non ha alcun riguardo per la verità, la conoscenza o l’evidenza». Mettendo fine al dibattito razionale, la pura bullshit, pubblicizzando la sua prospettiva muscolare, sprezzante ed evasiva, è spesso più efficace della propaganda standard, persino di quella orwelliana, poiché non si limita a capovolgere la verità, ma mostra apertamente disprezzo per la verità di qualsiasi tipo.[72] È quindi una potente arma dell'irrazionalismo. In questo senso, i negazionisti del cambiamento climatico fanno spesso affidamento su bullshit per combattere la scienza, ostentando con orgoglio la loro negazione della ragione stessa.[73] Nell'annunciare i dazi del "Giorno della Liberazione", Trump ha affermato che «per decenni, il nostro Paese è stato saccheggiato, violentato e depredato da nazioni vicine e lontane, amiche e nemiche», utilizzando una retorica così iperbolica e irrazionale da poter essere classificata non tanto come una menzogna quanto come una pura bullshit. Non pretendeva nemmeno di essere un’accurata rappresentazione della verità, ma mostrava un atteggiamento sprezzante nei confronti del mondo intero – un atteggiamento che, come disse l'economista marxista Paul A. Baran a proposito del protagonista di Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, «vomita la ragione».[74]

Quando Trump dichiarò alle elezioni del 2024 a Dearborn, nel Michigan, di «essere il candidato per la pace», e continuò dichiarando «io sono la pace», alcuni lo presero alla lettera, non riuscendo a percepire ciò come una dichiarazione propagandistica del leader di un movimento neofascista, ipernazionalista e razzista, sostenuto dai settori più conservatori della classe dominante statunitense.[75] Durante la sua campagna elettorale, lasciò intendere di avere un piano segreto per portare la pace a Gaza. Iniziò a metterlo in atto una volta entrato alla Casa Bianca, proponendo, insieme a Netanyahu, lo sterminio/deportazione dell'intera popolazione palestinese di Gaza: ovvero, la pace della tomba.

Alcuni esponenti della sinistra, come Parenti, hanno sostenuto che Trump sia un "isolazionista dell'America First", contrario all'impero.[76] In realtà, "America First" era storicamente uno slogan imperialista, più strettamente legato al titolo dello slogan nazista Deutschland über alles ("Germania sopra tutto") che allo storico isolazionismo statunitense, esso stesso in gran parte un mito. Deutschland über alles è tratto dall'inno nazionale tedesco adottato durante la Repubblica di Weimar, che originariamente si riferiva all'unificazione della Germania. Fu reinterpretato e trasformato in uno slogan che usa come arma l'inno nazionale del Terzo Reich, simboleggiando una sorta di destino-manifesto della Germania per governare l'Europa. In uno sviluppo storico, in qualche modo analogo, lo slogan "America First" fu introdotto da Woodrow Wilson per rappresentare la neutralità statunitense nella Prima Guerra Mondiale, poco prima dell'entrata degli Stati Uniti nella «Guerra per porre fine a tutte le guerre». Negli anni '30, il monopolista dei media William Randolph Hearst mise "America First" sulla testata dei suoi giornali e celebrò, con Hearst che intervistava personalmente Hitler, il "grande successo" del regime nazista in Germania. Charles Lindbergh, aviatore di fama mondiale, divenne il capo dell’America First Committee al tempo della Seconda Guerra Mondiale e un esponente della superiorità razziale ariana e dell'antisemitismo. Ricevette una medaglia dal feldmaresciallo Hermann Göring a nome di Hitler. L'Anti-Defamation League esortò Trump ad abbandonare lo slogan "America First", data la sua storia filo-nazista, ma lui continuò ad usarlo per definire la sua politica estera.[77]

Lo slogan di Trump "pace attraverso la forza", ha le sue origini nell'Impero Romano. Si dice che sia stato utilizzato per la prima volta dall'imperatore Adriano, noto soprattutto per il Vallo di Adriano, costruito nella provincia romana della Britannia nel 122 d.C. Il vallo aveva lo scopo di difendere dagli "invasori" barbari i confini dell'Impero Romano, al momento della sua massima espansione.[78] Con l'inizio del declino imperiale, l'idea di barbari invasori diventa presto onnipresente, portando alla richiesta di costruire muri di confine e Golden Dome. L'irrazionalismo della Dottrina Trump, che propone un rinnovato dominio globale degli Stati Uniti attraverso un aggressivo nazionalismo razziale, individua quella che István Mészáros ha definito la «fase potenzialmente più letale dell'imperialismo», un periodo di barbarie nucleare.[79]

In Eredità di questo tempo, scritto nel 1935, durante il consolidamento del regime nazista, Bloch scrisse: "È veramente il colmo dopo cent’anni di movimento operaio tedesco: un mostro è diventato realtà e consegna il proletario in catene al Reich millenario, al capitale finanziario che si maschera da comunità del popolo".[80] Nel 2025, gli Stati Uniti sono soggetti a un movimento neofascista di enorme importanza, in cui “il colmo", dopo una lunga storia di lotta democratica radicata nei movimenti operai, è che «un mostro è diventato realtà», consegnando i lavoratori sempre più «in catene» al «capitale finanziario mascherato da comunità del popolo» e a una nuova Guerra Fredda contro la Cina e il Sud globale.

La classe dominante miliardaria statunitense – lungo la strada del sostegno al genocidio israeliano dei palestinesi e di una potenziale guerra con la Cina – ha spostato il suo sostegno dalla democrazia liberale al neofascismo, o al massimo a un'alleanza neofascista-neoliberista. Settori chiave della classe capitalista hanno mobilitato la classe medio-bassa sulla base di un'ideologia nazionalista e revanscista, in cui la popolazione di gran parte del mondo è vista come il nemico. Si stanno creando strutture volte a eliminare la possibilità di una rivolta democratica di massa dal basso e l'inversione delle attuali tendenze distruttive. Esiste un solo movimento sulla Terra in grado di invertire queste tendenze pericolose e distruttive a favore dell'umanità nel suo complesso: il movimento globale verso il socialismo, che è anche necessariamente un movimento antimperialista.

Il peggior errore che si possa commettere in questa drammatica situazione sarebbe sottovalutare il pericolo, o sottovalutare l'importanza della lotta umana rivoluzionaria ora necessaria.

Note

* N.d.T. "private equity": categoria di investimenti finanziari a favore di società non quotate in borsa al fine di sostenerne lo sviluppo. Questi investimenti si concretizzano nell’acquisto di azioni o sottoscrivendo azioni di nuova emissione che apportano nuovi capitali all'obiettivo dell’azienda, finanziamenti che in quanto azionari non creano debito. Nato per sostenere nuovi progetti o rivitalizzare certe imprese, il private equity si è trasformato, non di rado negli ultimi anni, in un sistema per fare operazioni tossiche a discapito delle aziende stesse e dei lavoratori che ne fanno parte.

** N.d.T. Counterforce: strategia di attacco preventivo – rappresaglia limitata. Viene lasciato nell’originale inglese in quanto non ha un corrispondente diretto in italiano.

[1] Christian Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire, Compact, 07.04.2023.

[2] La distensione con la Russia, come parte del lancio di una nuova Guerra Fredda con la Cina, è stata al centro della prima amministrazione Trump. Vedi John Bellamy Foster, Trump in the White House, Monthly Review Press, New York, 2017, pp. 50–52, 74–75.

[3] Trump ha minacciato di bombardare l'Iran se non farà un accordo con gli Stati Uniti sul suo (inesistente) programma nucleare, dichiarando all'inizio di aprile: «Se non faranno un accordo, ci saranno bombardamenti. Saranno bombardamenti come non ne hanno mai visti prima». Doina Chiacu e David Ljunggren, Trump Threatens Bombing if Iran Does Not Make Nuclear Deal, Reuters, 30.03.2025; Chris Bambery, Trump’s War Plans for Iran: Opening the Other Gates of Hell, Counterfire, April 4, 2025.

[4] Leo Shane III, Trump Promises $1 Trillion in Defense Spending for Next Year, Defense News, 08.04.2025; Gisela Cernadas e John Bellamy Foster, Actual U.S. Military Spending Reached $1.537 Trillion in 2022—More than Twice Acknowledged Level: New Estimates Based on U.S. National Accounts, Monthly Review 75, n. 6, novembre 2023, pp. 18–26.

[5] Sull' "Età della Catastrofe" 1914–1945, vedi Eric Hobsbawm, The Age of Extremes, Vintage, New York, 1994, Parte I.

[6] Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire.

[7] Jeff Heer, Surprisingly Durable Myth of Donald Trump, Anti-Imperialist, The Nation, 17.04.2023; John Bellamy Foster, The New Cold War on China, Monthly Review 73, n. 3, luglio-agosto 2021, pp. 1-20.

[8] Prabhat Patnaik, Imperialism’s Revival Strategy, People’s Democracy, 02.03.2025, peoplesdemocracy.in.

[9] Josh Dawsey, Vera Bergengruen e Alexander Ward, The Painting That Explains Trump’s Foreign Policy, Wall Street Journal, 13.03.2025.

[10] R. W. Van Alstyne, The Rising American Empire (Oxford: Basil Blackwell, 1960).

[11] Michael Anton, The Trump Doctrine: An Insider Explains the President’s Foreign Policy, Foreign Policy, 232, estate 2019, pp. 40–47.

[12] Anton, The Trump Doctrine; Amanda Taub, The Trump Doctrine: The World Is a Zero-Sum Game, New York Times, 07,03.2025

[13] Anton, The Trump Doctrine; Platone, La Repubblica, Bompiani, Milano, 2009.

[14] Bryan Mena, Key Takeaways from Trump’s ‘Liberation Day’ Tariffs, CNN, 02.04.2025; Peter Foster e Sam Fleming, Donald Trump Baffles Economists with Tariff Formula, Financial Times, 03.04.2025; Nick Beams, Trump’s ‘Reciprocal Tariffs’ Escalate Economic War Against the World, World Socialist Web Site, 03.04.2025, wsws.org; Jack Izzo, Posts Online Correctly Cracked the Formula for Trump’s Tariffs, Snopes, 03.04.2025; Helen Davidson e Joana Partridge, Trump Imposes New Tariffs on Dozens of Partners, Sparking Fresh Market Turmoil, Guardian, 09.04.2025; Josh Boak, Trump Backs Down on Most Reciprocal Tariffs for 90 Days, but Raises Rate on Chinese Imports to 125 Percent, PBS News, 09.04.2025; Léonie Chao-Fong, Tom Ambrose, Graeme Wearden e Kate Lamb, US Markets Close with Steep Losses as Trump Tariffs Branded ‘Worst Self-Inflicted Wound’ by a Successful Economy, Guardian, 10.04.2025.

[15] Oren Cass, American Compass, s.d.; Influence Watch, American Compass, s.d., influencewatch.org; Influence Watch, Thomas D. Klingenstein Fund, s.d.; Jason Wilson, The Far Right Financier Giving Millions to the Republican Party to Fight ‘Woke Communists,' Guardian, 04.08.2023; Thomas D. Klingenstein, Winning the Cold Civil War, Newsweek, 08.09.2021.

[16] Where’s the Growth?, American Compass, 15.03.2022, americancompass.org; Oren Cass, Why Trump Is Right About Tariffs, Wall Street Journal, 27.10.2023.

[17] A Hard Break from China: Protecting the American Market from Subversion by the CCP, American Compass, 08.06.2023; David Azerrad, How to Put Woke Capital Out of Business, American Compass, 02.09.2021; Vivek Ramaswamy, Woke, Inc.: Inside Corporate America’s Social Justice Scam, Center Street, New York, 2021.

[18] Peter Navarro, The Coming China Wars, Financial Times Press, New York, 2008, pp. 203–205; Jacob Heilbrunn, The Most Dangerous Man in the Trump World?, Politico, 12.02.2007; John Bellamy Foster, Trump in the White House, pp. 84–85; Alan Rappeport, Trump’s Trade Advisor Pick, a China Hawk, Was Jailed over Jan. 6, New York Times, 04.12.2024; D’Angelo Gore, Independent Analyses Contradict Navarro’s $6 Trillion-Plus Tariff Revenue Estimate, FactCheck, 10.04.2025, factcheck.org.

[19] David Randall, Hudson Bay, Morgan Stanley, Took Positions in Trump Social Media Firm in Q1, Reuters, 15.05.2024; Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, novembre 2024, hudsonbaycapital.com.

[20] Josh Lipsky e Jessie Yin, Meeting in Mar-a-Lago: Is a New Currency Deal Plausible?, Atlantic Council, 13.03.2015, atlanticcouncil.org.

[21] Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, pp. 13–14, 35.

[22] Michael Hudson, Trump’s Tariff Threats Could Destabilize the Global Economy, Geopolitical Economy, 25.01.2025, geopoliticaleconomy.com

[23] Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, p. 37.

[24] David Deuchar, Donald Trump and the Dollar: The Triffin Dilemma and America’s Exorbitant Privilege, Seeking Alpha, 24.05.2016; Robert Triffin, Gold and the Dollar Crisis: Yesterday and Today, Essays in International Finance, n. 132, Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1978, pp. 1–6; Ismail Shakil, Trump Repeats Tariff Threat to Disuade BRICS Nations from Replacing US Dollar, Reuters, 30.01.2025.

[25] Hudson, Trump’s Tariff Threats Could Destabilize the Global Economy.

[26] Carol D. Leonnig e Philip Rucker, ‘You’re a Bunch of Dopes and Babies’: Inside Trump’s Stunning Tirade Against Generals, Washington Post, 17.01.2020.

[27] Green Party US, Alienated, Not Apathetic: Why Workers Don’t Vote, 05.08.2019, gp.org; Median Income in the United States in 2023, by Educational Attainment of Householder, Statista, statista.com, s.d. Secondo gli exit poll, nelle elezioni del 2024, Trump ha amplificato il sostegno ricevuto dalla sua base, la classe medio-bassa, con quello della classe operaia, conquistando la maggioranza di coloro che hanno un reddito familiare tra i 30.000 e i 50.000 dollari all'anno, ma ha perso voti tra i poveri (coloro che hanno un reddito familiare di 30.000 dollari o meno) che hanno votato il Partito Democrartico. La principale questione interna che ha determinato questo cambiamento è stata l'economia, soprattutto l'inflazione. “Exit Polls”, NBC News, 05.11.2024. Milioni di elettori democratici hanno scelto il Partito dei non votanti.

[28] Ernst Bloch, Eredità di questo tempo, a cura di Laura Boella, Il Saggiatore, Milano 1992; Mimesis, Milano-Udine 2015. Sulle tendenze patriarcali e conservatrici in materia di sesso/genere della classe medio-bassa nelle società capitalistiche e sul ruolo di queste nel generare tendenze fasciste, vedi Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, SugarCo, Milano, 1971.

[29] Phil A. Neel, Hinterland: America’s New Landscape of Class Conflict, Reaktion Books, Londra, 2018, pp. 36, 57–58. Contraddicendo la sua stessa argomentazione, Neel suggerisce che questi sviluppi non indicano lo sviluppo del fascismo o del neofascismo nel Make America Great Movement di Trump, nonostante le simili dinamiche di classe. Neel, Hinterland, p. 48.

[30] Charles R. Kesler, America’s Cold Civil War, Imprimis 47, n. 10, ottobre 2018; Jonathan Wilson-Hartgrove, Reconstructing the Gospel: Finding Freedom from Slaveholder Religion, InterVarsity Press, Lisle, Illinois, 2018.

[31] Leila Abboud, Adrienne Klasa e Henry Foy, U.S. Tells European Companies to Comply with Donald Trump’s Anti-Diversity Order, Financial Times, 28.03.2025.

[32] Dennis Laich, Trump’s ‘Gaza Riviera’—A Profile in Arrogance, The Hill, March 9, 2025.

[33] György Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano, 2011, p. 750.

[34] CRA Staff, Primer: Palestinian Culture is Prohibitive for Assimilation, Center for Renewing America, 01.12.2023, americarenewing.com.

[35] Lydia Wilson, Pete Hegseth’s Tattoos and the Crusading Obsession of the Far Right, New Lines, 29.11.2024; Pete Hegseth, American Crusade, Center Street, New York, 2020, pp. 13, 24, 289–90, 301.

[36] Jon Gambrell, Trump Threatens Houthi Rebels That They’ll Be ‘Completely Annihilated’ as Airstrikes Pound Yemen, Associated Press, 20.03.2025.

[37] Dawsey, Bergengruen e Ward, The Painting That Explains Trump’s Foreign Policy.

[38] Micah Meadowcroft e Anthony Licata, “Primer: The American Canal—The Case for Revisiting the Panama Canal Treaties, Center for Renewing America, 31.01.2025; Brett Wilkins, Trump Orders U.S. Military to Plan Invasion of Panama to Seize the Canal: Report, Common Dreams, 13.03.2025, commondreams.org; ‘Camouflaged Invasion’: Panama Opposition Slams Security Pact with the US, Al Jazeera, 12.04.2025.

[39] Sumantra Maitra, Towards Greater Engagement and Integration with Greenland and a New American Arctic Century, Center for Renewing America, 03.03.2025.

[40] José Luis Granados Ceja, Trump Threatens 25% Tariff on Countries Buying Venezuelan Oil as US Continues Migrant Crackdown, Venezuelanalysis, 24.03.2025

[41] Farah Najjar, Why Are Caribbean Leaders Fighting Trump to Keep Cuban Doctors?, Al Jazeera, 15.03.2025; Vijay Prashad, Why Cuban Doctors Deserve the Nobel Peace Prize, MR Online, 25.08.2020.

[42] Kate Bartlett, What’s Trump’s Beef with South Africa?, NPR, 07.02.2025; Michelle Gavin, Trump’s Misguided Policy Toward South Africa,” Council on Foreign Relations, 12.02.2025, cfr.org; Do White People Own ‘Only’ 22 Percent of South Africa’s Land?, AFP Fact Check, 19.07.2019, factcheck.afp.com.

[43] Brett Davidson, What Musk and Trump Describe Is Not the South Africa I Know and Love, Al Jazeera, 25.03.2025; Bartlett, What’s Trump’s Beef with South Africa?; Gavin, Trump’s Misguided Policy Toward South Africa; Trita Parsi, ICJ Lands Stunning Blow on Israel Over Gaza Genocide Charge, Responsible Statecraft, 26.01.2024, responsiblestatecraft.org; Gerald Imray, Expelled South African Ambassador Returns Home, Says Will Wear US Sanction as a ‘Badge of Dignity,' Associated Press, 23.03.2025.

[44] Hunter Walker, Trump’s Pick for Ambassador to South Africa Actively Opposed Fight to End Apartheid, Talking Points Memo, 26.03.2025; Stephen Millies, Trump Wants a Super Bigot to Be Ambassador to South Africa, Struggle for Socialism/La Lucha por el Socialismo, 01.04.2025, struggle-la-lucha.org; Lucas Shaw, Barack Obama: Now He’s a Skinny, Ghetto Crackhead?, Reuters, 23.12.2011.

[45] Stewart Patrick, Trump’s Distorted View of Sovereignty and American Exceptionalism, Carnegie Endowment for International Peace, January 30.01.2025; Donald Trump, The Inaugural Address, The White House, 20.012025.

[46] Abboud, Klasa e Foy, U.S. Tells European Companies to Comply with Donald Trump’s Anti-Diversity Order.

[47] Laurence H. Shoup e William Minter, Imperial Brain Trust: The Council on Foreign Relations and United States Foreign Policy, Monthly Review Press, New York, 1977; Laurence H. Shoup, Wall Street’s Think Tank, Monthly Review Press, New York, 2015.

[48] Hegseth, American Crusade, pp. 92–94.

[49] James M. Lindsay, The Costs of Trump’s Foreign Policy Disruption, Council on Foreign Relations, 31.01.2025.

[50] Foster, Trump in the White House, pp. 50–52, 74–75

[51] Vedi Thomas Palley, The Russia War Explained: How the U.S. Exploited the Internal Fractures in the Post-Soviet Order, Monthly Review 77, n. 2, giugno 2025.

[52] John Bellamy Foster e Brett Clark, Imperialism in the Indo-Pacific—An Introduction, Monthly Review 76, n. 3, luglio-agosto 2024, pp. 6–13, trad. it. Imperialismo nell'Indo-Pacifico: un'introduzione, antropocene.org, 26.07.2024;

[53] Vijay Prashad, Donald Trump’s Reverse Kissinger Strategy, People’s Dispatch, 06.03.2025.

[54] Questo è il caso delle deportazioni verso Guantanamo e i famigerati complessi carcerari in El Salvador. Vedi Chris Hedges, American Concentration Camps, ScheerPost, April 17.04.2025.

[55] Antara Ghosal Singh, China’s Rubio Dilemma, Observer Research Foundation, 11.02.2025, orfonline.org; Hegseth, American Crusade, p. 157; Sarah Ewall-Wice, Pete Hegseth Says the US Is ‘Prepared’ for War with China After Tariff Retaliation Threat, Daily Mail, 05.03.2025; Selina Wang, Rubio and Waltz Picks Put China Back at the Center of U.S. Foreign Policy, ABC News, 12.11.2024.

[56] Vedi John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy, Monthly Review 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 1–21, trad. it. La ricerca del primato nucleare da parte degli Stati Uniti, antropocene.org, 29.02.2024.

[57] Daniel McCarthy, Why Elbridge Colby Matters, Compact, 21.02.2025; Kelley Beaucar Vlahos, Realists Cheer as Elbridge Colby Named Top DoD Official for Policy, Responsible Statecraft, 23.12.2024; Elbridge A. Colby e Kevin Roberts, The Correct Conservative Approach to Ukraine Shifts the Focus to China, Time,21.03.2023.

[58] U.S. Department of Defense, Summary of the 2018 National Defense Strategy: Sharpening the American Military’s Competitive Edge, Defense Acquisition University, dau.edu; John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy, p. 15; Jacob Heilbrunn, Elbridge Colby Wants to Finish What Donald Trump Started, Politico, 11.04.2023.

[59] Elbridge A. Colby, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, Yale University Press, New Haven, 2021, pp. 83, 95, 147, 172, 183.

[60] Colby, The Strategy of Denial, pp. 182–183, 197; Elbridge A. Colby e Yashar Parsie, Building a Strategy for Escalation and War Termination, Marathon Initiative, novembre 2022, pp. 9, 17–18, 20–23; Abdul Rahman, China Demands Withdrawal of U.S. Missile System from the Philippines, Calls It a Threat to Regional Peace and Security, People’s Dispatch, 28.12.2024. Sullo schieramento militare avanzato degli Stati Uniti e l'accerchiamento della Cina, vedi Foster e Clark, Imperialism in the Indo-Pacific, pp. 13–19.

[61] Colby, The Strategy of Denial, p. 90; Colby e Parsie, Building a Strategy of Escalation and War Termination, p. 17; Bill Gertz, Pentagon Policy Nominee Says U.S. Must Act or Risk Losing War with China: Colby Vows to Adopt America First and Peace Through Strength, Washington Times, 04.03.2025.

[62] John Bellamy Foster, ‘Notes on Exterminism’ for the Twenty-First Century Ecology and Peace Movements,” Monthly Review 74, n. 1, maggio 2022, pp. 1–17, trad. it. “Note sullo sterminismo” per i movimenti ecologisti e pacifisti del ventunesimo secolo, antropocene.org, 30.08.2024

[63] Micah McCartney, China Will Launch War This Decade, Trump Nominee Says, Newsweek, 16.01.2025; Taiwan Needs to Hike Defense Spending to 10%—Pentagon Nominee, Reuters, 04.03.2025; Noah Robertson, How DC Became Obsessed with a Potential 2027 Chinese Invasion of Taiwan, DefenseNews, 07.05.2024; John Culver, China, Taiwan, and the PLA’s 2027 Milestones, The Interpreter, 12.02.2025, lowyinstitute.org/the-interpreter.

[64] Alisha Rahaman Sarkar, Elon Musk Draws Fire for Playing Down Impact of Atomic Bombing of Japan: ‘Not as Scary as People Think', Independent, 13.08.2024; Sumanti Sen, Elon Musk Under Fire for ‘Minimizing’ Hiroshima and Nagasaki Tragedy by Saying It’s ‘Not as Scary as People Think,' Hindustan Times, 13.04.2024.

[65] Patrick Tucker, Trump to Get Golden Dome Options Next Week: Defense Source, Defense One, 27.03.2025; Binoy Kampmark, Trump’s Star Wars Revival: The Golden Dome Antimissile Fantasy, Dissident Voice, 25.03.2025.

[66] Zeke Miller e Michelle L. Price, Trump Wants Denuclearization Talks with Russia and China, Hopes for Defense Spending Cuts, Associated Press, 14.022025.

[67] Donald J. Trump, The White House, Protecting American Energy from State Overreach, Executive Orders, 08.04.2025.

[68] Noam Chomsky intervistato da David Barsamian, Chronicles of Dissent, Common Courage Press, Monroe, Maine, 1992, pp. 62–63.

[69] Bloch, Eredità di questo tempo, p. 113, 153-154, punteggiatura della traduzione leggermente modificata.

[70] Propaganda Advertisement Implying that Hitler Supports Equality and Peace, United States Holocaust Memorial Museum, accesso numero: 1990.333.7, collections.ushmm.org/search/catalog/irn3775.

[71] Norm Haskett, Germany Exits League of Nations, The Daily Chronicles of World War II, ww2days.com.

[72] Vukašin Gligorić, Allard Feddes e Bertjan Doosje, Political Bullshit Receptivity and Its Correlates: A Cross-Country Validation of the Concept, Journal of Social and Political Psychology 10, n. 2, 2022, pp. 411–429; Harry G. Frankfurt, On Bullshit, Princeton University Press, Princeton, 2005.

[73] Joshua Luczak, Climate Denialism Bullshit Is Harmful, Asian Journal of Philosophy 2, n. 1, 2023, pp. 1–20.

[74] Josh Boak, Trump Launches Tariffs, Saying Global Trade Has ‘Looted, Pillaged, Raped, Plundered’ US Economy, Associated Press, April 2, 2025; Paul A. Baran, The Longer View, Monthly Review Press, New York, 1969, p. 104.

[75] Mehdi Hasan, Is Donald Trump a Foreign Policy Dove?: If Only, Guardian, 13.11.2024; Tia Goldenberg, Trump Promises to Bring Lasting Peace to a Tumultuous Middle East. But Fixing It Won’t Be Easy, Associated Press, 06.11.2024.

[76] Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire.

[77] Lawrence S. Wittner, The Ugly Origins of Trump’s ‘America First’ Policy, Foreign Policy in Focus, 19.03.2024.

[78] Jarrett A. Lobell, The Wall at the End of Empire, Archaeology 70, n. 3, maggio-giugno 2017, pp. 26–35.

[79] István Mészáros, Socialism or Barbarism, Monthly Review Press, New York, 2001, pp. 23–56.

[80] Bloch, Eredità di questo tempo, p.110.