Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/08/2025

Le conseguenze della scienza: Enrico Fermi, la bomba atomica e il ruolo dei fisici

Lo scorso 5 agosto, alla vigilia dell’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, il fisico Carlo Rovelli ha inaugurato su Corriere.it la sua serie video in dieci puntate La bomba atomica. La cattiva coscienza della fisica. Riflessioni personali sul nucleare. Titolo del primo episodio, nel quale Rovelli parla dello sviluppo dell’arma nucleare, è: 1934 Enrico Fermi

Sul «Corriere della Sera» del 14 agosto è intervenuta Angela Bracco, presidente della Società italiana di Fisica, sostenendo che la figura di Fermi era stata «screditata». Rovelli ha risposto nella stessa pagina (qui l’intervento di Bracco e la risposta di Rovelli ). Il video ha continuato a suscitare dibattito e, nel testo qui sotto, il fisico torna ad approfondire alcune questioni.

***** 
di Carlo Rovelli

Alcune frasi su Enrico Fermi nei video dedicati al rischio nucleare che ho registrato per questo giornale, hanno dato origine a una polemica vivace. Con pieno rispetto per chi ha giudizi diversi dai miei, vorrei chiarire qui la mia opinione sulle questioni sollevate.

Ritengo che Enrico Fermi sia il più grande scienziato italiano in tempi recenti e uno dei più grandi fisici del XX secolo, in un piccolo Gotha che comprende Einstein, Dirac, e pochissimi altri. A mio giudizio, l’importanza della sua eredità scientifica è maggiore di quella che gli viene di solito attribuita, per il motivo che cerco qui di illustrare. I suoi contributi alla fisica moderna sono moltissimi. La materia ponderabile dell’universo è formata da particelle che i fisici chiamano genericamente «fermioni» in suo onore, perché per primo ne ha compreso il comportamento collettivo.

Lo strumento matematico per descriverli è la teoria quantistica dei campi. A uno studio storico attento, il modo di pensare alla base di questa si radica in una teoria che Fermi ha elaborato per fenomeni radioattivi, teoria che sta alla radice di quello che oggi si chiama il «Modello Standard»; è dovuta largamente a Fermi l’idea centrale: pensare in termini di creazione e annichilazione di particelle elementari. In un campo del tutto diverso, le «coordinate di Fermi» sono il modo più ragionevole di mettere coordinate sullo spazio e sul tempo intorno a un corpo che si muove. Ci sono poi risultati maggiori sui raggi cosmici, e tanto altro. L’epocale scoperta che gli ha fruttato il Nobel, e ha aperto l’era nucleare – la scoperta che neutroni rallentati possono portare alla frantumazione dei nuclei atomici – non è che un tassello in tutto questo. Da questa scoperta viene l’energia dei reattori nucleari (il primo l’ha costruito lui stesso), e tante applicazioni mediche e tecnologiche, oltre alle bombe. A lui sono intitolati non solo i fermioni, ma grandi reattori, premi, strutture di ricerca, telescopi nello spazio, un elemento chimico, un’unità di misura di lunghezza, e tant’altro. Comprese, si parva licet componere magnis, come ho accennato su queste pagine, borse di studio che gestisco e per le quali ho scelto il suo nome con il permesso della sua famiglia, per onorarlo.

Ma a mio parere c’è anche qualcos’altro, che lo mette fra i grandissimi. La fisica teorica è una disciplina giovane, che non esisteva nella generazione prima di Fermi. Esisteva la fisica sperimentale, che indagava la natura nei laboratori, e la fisica matematica, a tavolino, pensata come una disciplina matematica, basata su rigore e dimostrazioni certe. Fermi è il campione di un modo nuovo di approcciare lo sforzo per comprendere la natura, che sta a cavallo fra queste due discipline: mescola la dimestichezza con equazioni complesse a una comprensione intuitiva diretta dei fenomeni, sufficiente per aggirare la necessità del rigore matematico. Questo approccio mescola la forza della matematica alla possibilità di utilizzare l’intero spettro di conoscenze su un fenomeno, anche se questo è incompleto, per indirizzare la ricerca delle soluzioni, e intuire cosa si può trascurare. Fermi, per così dire, non esita a gettare via pezzi di un’equazione, che l’intuito gli suggerisce siano meno rilevanti. Nel gruppo dei suoi collaboratori e studenti era mitico il fatto che fosse lui a intuire la soluzione giusta, lasciando ad altri il compito di dimostrarla.

I fenomeni quantistici sono stati il suo terreno di indagine principale, anche se non il solo. Non ha partecipato direttamente alla creazione della teoria quantistica, ma ha avuto la fortuna di assistere da vicino a questa nascita. Giovanissimo, ha trascorso del tempo a Göttingen, con il gruppo di ricerca di Max Born dove convergevano Heisenberg, Jordan, e Pauli, suoi coetanei, di cui è diventato amico. Si è interessato meno degli altri ai fondamenti e alle discussioni concettuali suscitate dalla nuova teoria, ma ha imparato prima degli altri a usarla in maniera efficacissima. L’ha fatta sua, ne ha fatto uno strumento per comprendere la natura in maniera intuitiva. La cosiddetta «formula aurea di Fermi», una formula relativamente semplice che permette di calcolare i fenomeni quantistici in una prima approssimazione, ha giocato e gioca ancora un ruolo estesissimo nelle applicazioni della teoria. È stato insieme grandissimo teorico e insieme grandissimo sperimentale, come forse nessun altro dai tempi di Galileo. La sua straordinaria capacità di sviluppare intuizione fisica su fenomeni lontani dalla nostra esperienza comune è, io credo, alla radice dei grandi successi della scuola italiana di fisica teorica e sperimentale che si è sviluppata in Italia nel dopoguerra. Attraverso i suoi collaboratori, l’eredità del suo stile di pensiero ha formato generazioni di fisici tra cui Nobel in fisica sperimentale come Carlo Rubbia, e teorica, come Giorgio Parisi. Di entrambi si resta stupiti per la capacità di entrare in risonanza intuitiva con la natura delle cose.

La stessa scoperta che ha aperto l’era nucleare scaturisce da una intuizione un po’ inverosimile. Nel laboratorio di via Panisperna, a Roma, Fermi e i suoi collaboratori studiavano la radioattività. Usavano sostanze radioattive per irraggiare altre sostanze e studiare come queste cambiassero. Per graduare l’irraggiamento, mettevano lastre pesanti fra la sostanza radioattiva e la sostanza irradiata. Un giorno, da solo nel laboratorio, a Fermi è venuta l’idea apparentemente balzana di mettere un pezzo di paraffina fra la sostanza radioattiva e la sostanza irradiata (uranio). L’effetto dell’irraggiamento è aumentato di colpo. Ci è voluto tempo per comprendere che la paraffina rallenta i neutroni delle radiazioni, e i neutroni rallentati vengono catturati più facilmente dai nuclei di uranio, che si spezzano in seguito alla cattura. L’era nucleare è stata aperta da un pezzo di paraffina messo dove forse nessun altro avrebbe mai pensato di metterlo...

Perché allora, se questo è il mio giudizio su Fermi, le mie parole hanno suscitato tante polemiche? A mio parere, per due ragioni indipendenti. La prima è un malinteso. La seconda è una questione delicata e importante. La prima è che nei video ho raccontato che inizialmente Fermi aveva interpretato male l’effetto delle radiazioni sull’uranio, e la motivazione ufficiale del Nobel (meritatissimo) rispecchia questo malinteso. La scienza funziona sempre per passi avanti e malintesi. Einstein ha fatto molti più errori di così e non per questo smette di essere il più grande. Anzi non si aprono terreni nuovi se si ha paura di azzardare e sbagliare. Il malinteso di Fermi e del Nobel è un fatto reale, divertente, e non diminuisce di nulla la grandezza scientifica di Fermi e l’importanza storica della scoperta.

Ma la polemica suscitata dalle mie parole ha anche un lato molto più serio. È stato scritto che ho dipinto Enrico Fermi come un nazista-fascista assetato di sangue. Nulla di questo è vero, neanche lontanamente. Sono più che certo che Fermi fosse tutt’altro che un nazista-fascista, e tanto meno assetato di sangue. Quello che ho scritto è che Enrico Fermi era «iscritto al partito fascista, e nominato da Mussolini membro della Reale Accademia di Italia». (Gli universitari già in cattedra avevano dovuto fare il famigerato giuramento fascista per conservare la cattedra, ma non avevano l’obbligo in senso stretto di avere la tessera del partito). Ho scritto anche che Fermi, alla fine della guerra, era consulente nel comitato che ha raccomandato che le bombe sul Giappone uccidessero molti civili, e io non sono a conoscenza di alcuna sua espressione di rammarico. Questi sono fatti. Non è mia intenzione giudicare moralmente Enrico Fermi, che è un mio eroe scientifico. Ma non trovo necessario nascondere fatti reali solo per il fatto che lui sia una gloria nazionale.

Ma perché ricordare questi fatti, in un video sul rischio atomico? Perché penso che oggi la questione dell’impegno morale e civile degli scienziati sia importante. Ai miei colleghi sto cercando di dire: non nascondiamoci dietro a una pretesa neutralità della scienza, non diciamo che non ci occupiamo delle sue conseguenze; assumiamoci, oggi, le responsabilità che ci competono. La fisica ci ha portato nell’era nucleare. Questa ci ha dato grandi benefici; ma ci ha anche messo nell’assurda situazione di essere tutti a 20 minuti di distanza dalla distruzione completa dell’umanità, grazie alle attuali armi atomiche, in una situazione politica in cui le grandi potenze, compresa l’Europa, stanno litigando e aumentano arsenali militari e belligeranza. Il rischio è drammaticamente reale. Quando parlo di scienza al pubblico, sempre per difenderla, molto spesso il commento che mi sento rivolgere è: «Grazie a voi fisici stiamo rischiando di morire tutti come a Hiroshima». Penso che la risposta giusta non sia «non è affar nostro». I biologi hanno preso sul serio le implicazioni etiche della loro disciplina, ne hanno fatto argomento del loro dibattito interno. Chi si occupa di Intelligenza artificiale lo sta facendo. Storicamente, molti fisici hanno realizzato, prima o poi, la necessità di questa presa di responsabilità. Fra i più vicini a Fermi, ci sono Franco Rasetti che ha rifiutato di partecipare al progetto Manhattan ed Edoardo Amaldi che si è impegnato a fondo nelle conferenze Pugwash, di cui parlo estensivamente nei video, che hanno contribuito a una parziale de-escalation nucleare negli ultimi decenni del secolo scorso. Questi sono colleghi più anziani di me che vorrei indicare come modelli.

Enrico Fermi intendeva il suo ruolo in altro modo. La politica non lo interessava. Di certo non amava Mussolini, ma se prendere la tessera del partito era necessario per il laboratorio, lo faceva. In Italia ha indossato la divisa fascista, poi è andato via (sua moglie era ebrea) approfittando della cerimonia per il Nobel a Stoccolma, dove subito non l’ha più indossata. Gli americani lo hanno accolto a braccia aperte, era un’acquisizione preziosa, e lui si è adoperato al meglio per la guerra. Le biografie lo descrivono come un uomo a cui importava la sua scienza, non la politica o le sue implicazioni. In un ambiente dove personaggi come Einstein, Bohr, Oppenheimer, Born, Heisenberg, e tanti altri, si sono torturati e angosciati in vari modi, nel bene e nel male, per le implicazioni civili e morali del loro operato, Fermi non è stato fra questi. Non credo che dire questo sia offesa, e certo non lo condanno. Chi sono io per giudicare lui? Ma non rappresenta il mio ideale di impegno morale e civico. Penso che oggi abbiamo bisogno di questo impegno. Il libro The Making of the Atomic Bomb di Richard Rhodes, racconta che nell’aprile del 1943, Fermi suggerisce a Oppenheimer la possibilità di utilizzare i sottoprodotti radioattivi dell’arricchimento dell’uranio per contaminare le scorte alimentari tedesche. Oppenheimer vuole procedere con il piano solo se sia possibile contaminare una quantità di cibo sufficiente a uccidere mezzo milione di persone. Erano tempi estremamente difficili per tutti. Dobbiamo accettare la complessità, quella delle difficili scelte umane e politiche, degli errori che tutti facciamo, piccoli, grandi e grandissimi, individualmente e storicamente. L’intero progetto Manhattan è stato motivato dalla paura che la Germania nazista potesse avere presto la bomba atomica. Ma è un fatto storico che la Germania nazista fosse molto lontana dall’avere la bomba. Siamo quindi entrati nell’era nucleare per un malinteso, perché gli scienziati da una parte e dall’altra della barricata non si sono più parlati. Quello che soprattutto vorrei è non ritrovarci in quel clima.

Oggi l’umanità rischia moltissimo. Il bollettino degli scienziati atomici giudica che l’umanità non sia mai stata così vicina alla catastrofe nucleare. Il senso del mio video non era certo denigrare un mio eroe scientifico: era di dare il mio piccolo contributo ad alzare l’attenzione su questo rischio. Questa mi sembra la cosa importante di cui parlare.

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21/09/2023

[Contributo al dibattito] - Oppenhaimer, i fisici e la bomba atomica

di Francesco Sylos Labini

Il bel film Oppenhaimer ha attirato, a ragione, molta attenzione sulla bomba atomica e sul ruolo di chi l’ha costruita. Lasciando ad altri il giudizio cinematografico su un film così impegnativo e complesso, vorrei spendere qualche riga sul contesto della costruzione della bomba e sulle sue implicazioni. Un aspetto che è stato (necessariamente!) trascurato nel film è che il progetto della bomba è arrivato a compimento di quaranta anni di scoperte rivoluzionarie nella fisica: per limitarci agli anni ’30 ricordiamo la scoperta del neutrone (Chadwick in Inghilterra), la scoperta della radioattività artificiale (Joliot-Curie in Francia), la scoperta dei neutroni lenti fatta da Enrico Fermi con i ragazzi di Via Panisperna a Roma, la scoperta della scissione dell’uranio (Hahn e Strassmann in Germania), la scoperta del plutonio e la separazione degli isotopi dell’uranio (negli Stati Uniti). Parte fondamentale del progetto Manhattan è stata la realizzazione nel 1942 di un’impresa eccezionale: produrre una reazione a catena di fissione auto sostenuta e controllata. Questa è stata opera di un team di scienziati di cui Fermi, “L’ultimo uomo che sapeva tutto” come recita il titolo di una sua recente biografia (D. Schwartz, Solferino), l’unico in grado di dominare tutti gli aspetti del problema sia sperimentali sia teorici sia tecnologici, è stato sicuramente l’indiscusso leader scientifico.

Enrico Fermi appena sbarcò a New York nel gennaio del 1939 iniziò a lavorare con Leó Szilàrd, visionario fisico ebreo di origine ungherese che per primo ebbe l’intuizione della possibilità di una reazione nucleare a catena. Szilàrd, che a differenza di Fermi aveva uno spiccato interesse per la politica e gli eventi della guerra, convinse, nell’ottobre del 1939, Albert Einstein a firmare una famosa lettera indirizzata all’allora presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, per avvertirlo del pericolo di una probabile costruzione, da parte dei tedeschi, di un’arma nucleare che avrebbe potuto portare la Germania di Hitler a conquistare il mondo. Quella lettera diede il via al Progetto Manhattan che iniziò con un basso profilo nel 1939, ma crebbe dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel ’41, fino a impiegare più di 130.000 persone e a costare quasi 2 miliardi di dollari (equivalenti a circa 23 miliardi di dollari attuali). Il capo dell’intero progetto fu il generale Leslie Groves (Matt Damon nel film) mentre il direttore scientifico fu Robert Oppenhaimer che svolse il ruolo del grande manager organizzativo (ed aveva 40 anni alla fine della guerra!). L’incertezza sulle dimensioni del progetto, sulle difficoltà scientifiche e tecnologiche, e la sottovalutazione del suo costo furono davvero enormi: gli scienziati si muovevano in terreni completamente inesplorati che al tempo non esistevano neppure nei libri di fantascienza.

Il Progetto Manhattan fu tutt’altro che l’exploit di un singolo. Contribuirono allo sforzo centinaia di scienziati e migliaia di tecnici, operai edili, “calcolatori umani” (cioè persone che facevano i conti scientifici a mano), segretarie e personale militare di basso livello. Molte di queste migliaia di persone appresero l’obiettivo ultimo del loro lavoro solo nell’agosto del 1945, quando il presidente Truman annunciò l’uso delle bombe sulle città giapponesi. È difficile immaginare che il Progetto Manhattan sarebbe andato in porto senza tutti i grandi scienziati che ne furono i protagonisti imprescindibili e che, essenzialmente, erano motivativi dalla paura che i nazisti arrivassero prima al traguardo.

L’opera di Fermi fu senza dubbio fondamentale per il loro successo. Gli storici ritengono che senza Fermi il Progetto sarebbe andato avanti più lentamente e di sicuro in modi diversi. Fermi è stato infatti uno delle personalità chiave dell’intero progetto: non inventò la bomba atomica, ma lui e Szilárd hanno sicuramente realizzato il reattore nucleare dove è avvenuta la prima reazione a catena, un passaggio chiave per l’intera impresa. Dopo la guerra Fermi era convinto che “i depositi di uranio ora conosciuti nel mondo ci potranno fornire energia sufficiente per parecchie migliaia di anni. Energia che sarà a disposizione di tutti i popoli della terra perché l’atomo è internazionale e nessuna nazione o nessun gruppo di nazioni detiene il monopolio dell’uranio o il monopolio della scienza atomica o il monopolio degli impianti atomici”. Una speranza di pace e cooperazione internazionale irrealizzata: le cose, come abbiamo visto, sono andate in maniera diversa ed oggi l’energia nucleare è in declino per i problemi di costi e sicurezza.

Le scelte riguardanti l’uso della bomba dopo la resa della Germania furono prese al più alto livello. Il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, succeduto alla morte di Roosevelt nella primavera del 1945, sapeva che, lui solo, aveva la responsabilità della decisione se usare o meno queste armi contro città nemiche. Negli ultimi 75 anni si è diffusa la convinzione che sganciare le bombe su due città di scarsa importanza militare, Hiroshima il 6 agosto 1945 e Nagasaki tre giorni dopo, fosse l’unico modo per porre fine alla Seconda Guerra Mondiale senza un’invasione del Giappone che sarebbe costata centinaia di migliaia di vite americane e forse milioni di giapponesi. Secondo questa narrazione, le bombe non solo hanno posto fine alla guerra, ma lo hanno fatto nel modo più umano possibile. Tuttavia, molte evidenze storiche provenienti dagli archivi americani e giapponesi mostrano che il Giappone si sarebbe arreso in quell’agosto anche se non fossero state usate le bombe atomiche (la Russia - l'URSS, ndR - dichiarò guerra al Giappone l’8 agosto del 1945) e che il Presidente Truman e i suoi più stretti consiglieri lo sapevano.

La fatidica decisione di inaugurare l’era nucleare ha cambiato radicalmente il corso della storia moderna e continua a minacciare la nostra stessa sopravvivenza. Szilárd si accorse prima e meglio di tutti del pericolo nucleare e si oppose senza successo al lancio delle bombe atomiche anche promuovendo una petizione tra gli altri scienziati del Progetto. Dopo la guerra Szilárd cambiò campo di studi ma insieme al suo vecchio amico Einstein fondò il Comitato degli Scienziati Atomici. Oggi si parla di nucleare “tattico” per differenziarlo da quello “strategico”, molto più potente, ed alcuni osservatori ritengono possibile che venga usato proprio nella guerra in Ucraina. Ma chi si è occupato di controllo degli armamenti nucleari ricorda che non esistono bombe nucleari piccole o grandi: ci sono solo armi di distruzione di massa che, se usate, possono dar luogo ad un Armageddon. Come ci avverte l’Orologio del Giorno del Giudizio del bollettino del Comitato degli Scienziati Atomici, proprio quello fondato da Szilárd ed Einstein, il mondo è ora più vicino all’annientamento nucleare di quanto non lo sia mai stato dal 1947. Lo stesso Comitato ha saggiamente deciso di includere altre armi di distruzione di massa (come le armi batteriologiche) ed il cambiamento climatico come elementi di valutazione del rischio di estinzione: nel 2023, l’Orologio è stato impostato a 90 secondi alla mezzanotte – la fine del mondo. Orizzonti cupi davanti a noi.

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06/08/2021

Quattro fuochi d’artificio nel deserto

di Massimo Zucchetti

La prima bomba atomica non scoppiò su Hiroshima il 6 agosto del 1945. Fu preceduta dal Trinity Test, che avvenne il 16 luglio nel deserto del New Mexico in USA, in località Alamogordo.

Nessuno era sicuro che l’ordigno avrebbe davvero funzionato; era una bomba ad implosione, simile a quella che fu sganciata poi il 9 agosto su Nagasaki.

Men che meno si poteva essere sicuri della potenza esplosiva che avrebbe sprigionato. Enrico Fermi, il più grande scienziato nucleare italiano e forse mondiale, era lì, a pochi chilometri, ad assistere all’esperimento.

Indossava come tutti degli speciali occhiali scuri, per non essere accecato. L’esperimento fu un terribile, pieno successo, oltre ogni aspettativa. L’esplosione liberò circa 20 kiloTon di energia, pari cioè a 20.000 tonnellate di tritolo. Solo che bastavano circa 8 chili di Plutonio, una sferetta di 10 cm di diametro, per sprigionare tutta quella forza distruttiva.

Enrico Fermi fece in quell’occasione uno dei suoi “esperimenti” semplicissimi: portò con sé delle striscioline di carta di diversa lunghezza e, quando dopo il lampo accecante arrivò l’onda d’urto, dallo spostamento delle striscioline stimò la potenza della bomba, ben prima dei sofisticati strumenti in dotazione ai tecnici del progetto Manhattan.

E come sempre ci azzeccò: Fermi era un genio, e come tutti i geni risolveva problemi complessi in modo semplice.

Il successo del test ebbe immediate conseguenze. Il Presidente USA, Harry Truman, saputa la notizia, non esitò a comunicarla a Churchill e Stalin, riuniti con lui a Potsdam per dettare l’ultimatum al Giappone.

Stalin reagì con fair play, dicendo “Bene! Fatene buon uso con il Giappone!”. Salvo poi, rientrato a Mosca, ordinare ai propri scienziati di mettersi in pari il più presto possibile.

Il testo finale dell’ultimatum, avendo gli alleati la bomba atomica, venne inasprito: oltre a richiedere la resa incondizionata del Giappone, “pena la completa distruzione”, nulla garantiva sul punto che ai giapponesi stava più a cuore: la preservazione dell’istituto imperiale e dell’imperatore. Nulla garantiva che Hiro Hito non facesse la stessa fine di Mussolini e Hitler.

Il Giappone non reagì bene all’ultimatum, che secondo l’usanza orientale era intollerabile anche nella forma, oltre che nella sostanza. Risposero Mokusatsu, ovvero “Lo uccideremo col silenzio”. È una parola giapponese che sta per ‘ignorare’ o ‘trattare con tacito disprezzo’. È composta da due kanji: 黙 (moku, letteralmente silenzio) e 殺 (satsu, letteralmente uccidere).

A quel punto gli USA iniziarono i preparativi, trasportando le bombe in oriente, assemblandole, predisponendo gli aerei che le avrebbero sganciate.

Nel frattempo, fra alcuni degli scienziati del progetto Manhattan, che avevano visto cosa poteva fare una bomba atomica, serpeggiò lo sgomento. Due documenti vennero predisposti in fretta e furia e inviati a Truman: il Rapporto Frank e la Petizione Szilard, dal nome dei due scienziati primi firmatari.

Entrambi proponevano un passo intermedio: convocare degli osservatori giapponesi ad assistere ad una esplosione “dimostrativa” della bomba, da effettuarsi nelle zone desertiche settentrionali del Giappone, nell’isola di Hokkaido. In tal modo, constatata l’enorme forza distruttiva dell’atomica, forse i giapponesi si sarebbero arresi.

Il Presidente Truman era in carica da tre mesi. Chiese consiglio ai suoi consulenti dell’Advisory Committee. I quali a loro volta chiesero il parere di tre illustri scienziati nucleari, capeggiati dallo stesso Enrico Fermi.

Fermi disse: “Non credo che i giapponesi si impressionerebbero troppo per quattro fuochi artificiali nel deserto”. La lapidaria frase di Fermi fu quella che convinse Truman, segnando in quel modo il destino di centinaia di migliaia di civili innocenti.

Il 6 agosto fu bombardata Hiroshima, il 9 agosto Nagasaki. Non furono “quattro fuochi artificiali”: morirono circa 250.000 persone, quasi tutti civili innocenti: uomini, donne, vecchi, bambini. Morti istantanee, per i più fortunati. Morti orribili nei giorni, settimane, anni che seguirono, a causa delle ustioni e delle radiazioni.

Il Giappone, a quel punto, si arrese. Era iniziata l’era atomica.

Enrico Fermi fu, lo ripetiamo, forse il più grande, come scienziato. Ma quelle sue parole peseranno per sempre sul giudizio che si potrà dare non sullo scienziato, ma sull’uomo.

L’illusione di una scienza “neutrale”, al di sopra delle leggi etiche e morali, tramontò proprio in quei giorni.

Lo stesso Fermi se ne rese conto, rifiutandosi di partecipare ad altri progetti bellici, come lo sviluppo della bomba H (all’idrogeno). Morì prematuramente nel 1954, a soli 53 anni.

Dal nostro piccolo, infimo ruolo di scienziati nucleari del XXI secolo, ci siamo limitati a raccontare i fatti. Non osiamo, per rispetto e inadeguatezza totale al ruolo, ergerci a giudici morali: ognuno, dai fatti, può trarre le proprie conclusioni.

Fonte

06/08/2020

Hiroshima e Nagasaki. Mai più


La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari ha ottenuto dall’Onu l’approvazione del Trattato di proibizione. Ma dopo tre anni l’Italia – che custodisce decine di atomiche Usa – ancora non lo ha firmato. Sarebbe molto più che un gesto simbolico siglarlo in occasione del 75esimo anniversario delle due atomiche statunitensi che in Giappone uccisero 200mila persone.

Sono passati 75 anni da quei due giorni, il 6 e 9 agosto 1945, quando due lampi accecanti seguiti da una mostruosa nuvola a forma di fungo cancellarono in un baleno le due città di Hiroshima e Nagasaki, vaporizzando oltre 200mila persone, e condannando i sopravvissuti a sofferenze inenarrabili seguite in molti casi da una morte straziante.

È giunto il momento di dire “mai più”, non solo come reazione di orrore, ma perché oggi per la prima volta si può. Andiamo con ordine, perché la storia è una guida per capire e agire in modo consapevole.

Vi fu, in qualche modo, una “preistoria” quando ai primi del Novecento si scoprì che il nucleo atomico racchiude energie milioni di volte più grandi delle ordinarie energie dei processi chimici. L’interesse a capire questi fenomeni ha consentito avanzamenti enormi della nostra conoscenza dei processi fisici.

Il problema è sorto quando si sono prospettate le possibilità di sviluppare effettivamente queste potentissime energie. Io sostengo sempre che è stato il più grande errore dell’era contemporanea, perché se è vero che la loro produzione era complessa, è purtroppo vero anche il contrario dato che i processi nucleari non sono reversibili, e i loro prodotti artificiali sono estremamente pericolosi e nocivi e non sono eliminabili dai processi che avvengono sulla Terra.

Poi, allo scoppio della II guerra mondiale, crebbe il timore che i nazisti potessero realizzare la super-bomba, e un pacifista come Einstein fu indotto da Szilard a scrivere una lettera a Roosevelt che di fatto fu all’origine del Progetto Manhattan per la realizzazione della bomba nucleare. Quando Einstein se ne pentì era ormai troppo tardi.

Alla fine del 1944 era chiaro che i nazisti non avrebbero realizzato la super-bomba e nel giugno 1945 la Germania si arrese. Ma la realizzazione della bomba atomica non si era arrestata e solo un fisico fra le migliaia di scienziati che lavoravano all’impresa a quel punto l’abbandonò per motivi di coscienza. Il suo nome era Józef Rotblat.

Rimaneva aperta l’opzione: usarla realmente? Gli scienziati ebbero ancora un’occasione decisiva. Ma un autorevole comitato di ricercatori nominato appositamente – composto da Robert Oppenheimer, Enrico Fermi, Ernest Lawrence e Arthur Compton – si era pronunciato tra il 15 e il 16 giugno in maniera abbastanza pilatesca, riconoscendo l’obbligo di «salvare vite americane» e concludendo: «Non vediamo nessuna alternativa accettabile all’impiego militare diretto».

Così si arrivò alla prima esplosione nucleare, denominata Trinity, che, il 16 luglio del 1945 nel poligono di Alamogordo nel deserto del Nuovo Messico, inaugurò cupamente la nuova era.

La retorica di “salvare vite americane” nella decisione di sganciare le bombe sul Giappone ha dominato a lungo, ma è stata smentita storicamente: il Giappone era al collasso e si sarebbe arreso comunque senza bisogno di un’invasione di terra, la vera urgenza di Truman era di accelerarne la resa per escludere l’Unione sovietica dalle trattative di pace in Asia.

In sostanza, valeva la pena uccidere 200mila persone, esattamente come dirà 58 anni più tardi il Segretario di Stato Madeleine Albright a proposito dei 500mila bambini vittime della guerra all’Iran.

Nei decenni successivi gli ordigni nucleari proliferarono, arrivando negli anni '80 al numero demenziale di 70mila, ben più distruttivi di quelli di Hirohima e Nagasaki. Il pretesto era di inibire il loro uso perché avrebbe provocato la «distruzione mutua assicurata»: se non fosse che numerosi allarmi per errore non hanno portato all’Apocalisse nucleare solo per il coraggio di ufficiali che non vollero credere alla loro veridicità, salvando l’umanità da un olocausto generalizzato. Per citare Noam Chomsky, «se siamo vivi è per miracolo».

Per ottenere il plutonio per il Trinity e Nagasaki, il 12 dicembre 1942 Fermi aveva realizzato la reazione a catena controllata con il primo reattore nucleare, detto “Pila di Fermi” impropriamente poiché non era affatto progettato per produrre energia. Dopo la guerra furono costruiti solo reattori militari, plutinigeni o adattati per la propulsione dei sommergibili.

Finché nel 1953 fu lanciato l’«Atomo per la Pace» per mettere a profitto la nuova tecnologia, promettendo un’energia che sarebbe stata “talmente economica da non poter essere misurata”.

Anche volendo prescindere dall’enorme quantità di vittime dell’Era Nucleare – tumori contratti dai lavoratori nelle miniere di uranio, contaminazione radioattiva dell’atmosfera terrestre per più di 2.000 test nucleari, sottostima degli effetti della radioattività sull’organismo umano, drammatici incidenti nucleari che hanno reso inabitabili alcune regioni – l’Apprendista Stregone umano ha realizzato una quantità impressionante di prodotti e processi nucleari artificiali che non esistevano sulla Terra e per elementari motivi della scala di energie non possono venire eliminati, e per migliaia di anni devono essere custoditi in modo che nessun essere umano possa entrarvi in contatto.

Nessun paese ha ancora realizzato un deposito nazionale definitivo dei residui radioattivi (dove “definitivo” mistifica il fatto che nulla può venire garantito per centinaia o migliaia di anni – la civiltà umana conta meno di 10 mila anni – a fronte di rivolgimenti fisici e sociali).

Se non bastasse – ancorché dopo la fine della Guerra Fredda gli arsenali nucleari si siano ridotti a poco più di 14.000 testate, e siano stati stipulati importanti trattati di riduzione e controllo degli armamenti nucleari – Trump ha smantellato pezzo per pezzo il pur carente regime di non proliferazione, e ha incentivato progetti (avviati a dire il vero dal “Nobel per la Pace” Obama) di nuove mini-testate nucleari le quali dietro un’illusione di poter condurre una guerra nucleare limitata ne aggravano a dismisura il rischio.

Oggi questo rischio è più alto che in tutti i 75 anni passati! Deliberato o per errore.

Ma dopo 75 anni si è aperta una grande speranza, quando la campagna internazionale ICAN per abolire le armi nucleari ha ottenuto che il 7 luglio 2017 l’ONU approvasse il nuovo Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: per entrare in vigore come integrante del Diritto Internazionale esso deve essere ratificato da 50 Stati, ma siamo già a 39 e l’anno prossimo il trattato entrerà in vigore.

Qui si parrà la nobilitate del nostro governo: in Italia ospitiamo 70 bombe nucleari americane, in caso di guerra saremmo uno dei primi bersagli, nessun governo lo ha mai dichiarato ai cittadini. Pretendiamo un atto di dignità, il governo si riscatti firmando il Trattato!

da Peacelink

Il fisico Angelo Baracca è stato docente universitario a Firenze, ed è attivista e saggista. Impegnato nelle campagne per l’ecologia, contro le guerre e per il disarmo nucleare ha firmato numerosi saggi tra cui “Storia della fisica italiana, un’introduzione” (Jaca Book, 2017)

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