di Vincenzo Morvillo
Non smette di suscitare discussioni, polemiche e giudizi contrastanti Oppenheimer, l’ultimo film di Christopher Nolan uscito nelle sale circa un mese fa e incentrato sul “Progetto Manhattan” e la controversa personalità del fisico teorico americano.
Figura di spicco della comunità scientifica di inizio secolo per le sue indiscutibili doti analitiche e intellettuali, Oppenheimer contribuì alle nuove scoperte nel solco della meccanica quantistica che si andarono elaborando nei primi anni venti del ‘900, divenendo poi direttore del “Progetto Manhattan” e quindi “padre” della bomba atomica.
Insomma, sensibili al richiamo della grande sala ma soprattutto alle sirene della polemica culturale, abbiamo deciso di andare a vederlo anche noi quest’ultimo lavoro di Nolan e dunque sistematizzare alcune considerazioni critiche in questa breve recensione.
Una recensione che vuole invitare a riflettere più che tagliare giudizi affrettati.
Cominciamo col dire pertanto che Oppenheimer è una pellicola che, in tre ore di visione, apre indiscutibilmente a tante e dense osservazioni. In prima istanza sulla scienza e sulla sua oramai indiscussa subalternità al potere e ai governi.
Una scienza ormai vassalla e funzionale al Modo di Produzione Capitalistico e allo sviluppo di una tecnica i cui fini sono sottratti ai comuni cittadini, cui è riservato solo il diritto/dovere di utilizzarne gli strumenti per tutti i fini materiali ignorandone però i reali risvolti escatologici.
La fissione nucleare ne è un esempio eclatante.
Oppenheimer è perciò, in questo senso, un film sull’etica, che inevitabilmente interroga la scienza e il progressivo svilupparsi di essa sugli scopi ultimi delle sue scoperte e sulla moralità delle sue applicazioni alle sfere molteplici dell’esistenza.
È di conseguenza anche una pellicola sugli scienziati. La cui ambizione narcisistica e prometeica – ben descritta nel film al momento dell’esperimento Trinity durante il quale verrà fatto esplodere il primo ordigno nucleare – trascende spesso la significanza etica che dovrebbe sottendere al lavoro di ricerca per esondare invece in una promiscuità sperimentale che rischia, come il caso della fissione/fusione (i due piani simbolico-fisici sui quali il regista fa scorrere anche la struttura del film) di perdere di vista la vita umana.
È poi una pellicola sulla verità. Categoria filosofica e morale sulla cui definizione hanno inciso non poco le scoperte della stessa meccanica quantistica, relativizzandone, forse anche oltre le dovute possibilità ermeneutiche, il concetto.
Perché se è vero che, come ci dice Heisenberg, l’uomo modifica il reale anche solo osservandolo, è pur vero che c’è una verità irriducibile alle categorie interpretative.
Oppenheimer è poi un film sulla democrazia. E qui Nolan tocca il cuore nero degli Stati Uniti e il loro delirio imperialistico di egemonizzazione globale.
La costruzione della bomba si colloca quindi all’interno della “questione democratica” quale inesorabile scelta politica adottata dagli Usa a difesa dei propri valori o, viceversa, sotto forma di alibi per l’esercizio della propria potenza.
La Storia successivamente ci ha dato conferma che, ben lontano dall’essere uno strumento per la difesa della democrazia, la bomba atomica fu solo il primo atto criminale, la prima strage commessa – se si eccettua ovviamente quella dei nativi americani – dall’Impero statunitense per il dominio del mondo.
Una strage perpetrata con cinico pragmatismo non certo per piegare un Giappone allo stremo delle forze, ma per mandare un chiaro segnale di supremazia militare all’Unione Sovietica.
Così come la stessa prosecuzione della costruzione della bomba non fu certo finalizzata e propedeutica alla sconfitta del nazismo. Nazismo che peraltro il complesso militare-industriale statunitense ha sempre ritenuto un nemico ideologicamente “meno pericoloso” del comunismo.
Hiroshima e Nagasaki furono dunque due eccidi che potremmo definire, seppur con orrore, una prova di “laboratorio“ per l’affermazione del modello economico-politico e socio-culturale Yankee.
E sulla scia del tema democratico, Oppenheimer è a maggior ragione un film sul comunismo.
E su questo terreno il discorso si fa più complesso e scivoloso, tanto sul piano morale quanto su quello politico.
Perché il tema del comunismo nella pellicola non può prescindere dall’ambiguità e dall’inquietudine morale dello stesso Oppenheimer. Un uomo la cui vita si è venuta svolgendo in una sorta di intimo chiaroscuro, sospesa tra luci e ombre
Il fisico americano – a leggere la letteratura che lo riguarda – fu un uomo scisso tra un ego smisurato, il desiderio di affermazione, un indiscutibile antinazismo, l’impegno di servire il proprio paese e il suo profondo ma contraddittorio sentimento di giustizia e libertà.
Un crocevia morale sfaccettato nei confronti del quale egli si pose ai margini, senza mai operare una scelta definitiva.
Tanto in politica quanto nella sua attività di ricerca scientifica: ipocritamente il fisico quasi rinnegò – durante un dialogo col Presidente Truman che Nolan ben ricorda – la paternità stessa della bomba atomica, rifugiandosi dietro l’alibi della fisica teorica.
Una scelta da cui rifuggì addirittura in amore.
Se il comunismo infatti rappresenta o poteva rappresentare la liberazione dai vincoli del ‘dover essere’ borghese all’interno di un sistema stritolante e reazionario come quello capitalistico nella sua versione statunitense, allora finanche la tenera storia interrotta con Jean Tatlock – convinta e appassionata militante comunista, interpretata qui da Florence Pugh – può configurarsi nel film come un’allegoria dell’impossibilità/incapacità di Oppenheimer ad abbandonare ogni riserva psichica ed ogni obbligo superegoico – che fosse di tipo culturale, politico o sentimentale – per lasciarsi finalmente travolgere dall’emozione dell’eros (inteso in senso freudiano come pulsione vitale creatrice) e insieme da un irruento impeto di libertà e giustizia.
Abdicando viceversa in favore di un istinto tanatoico arcaico e conformista, nella sua declinazione più squisitamente politica (l’affermazione della potenza americana), che coinvolgerà alla fine l’intera umanità.
Perché senza alcuna riserva si può ben affermare che il Capitalismo come ideologia trionfante, con la sua implicita morale borghese, il suo paradigma imperialistico e il suo Modo di produzione incarnato dagli Stati Uniti d’America e dall’Occidente, è una macchina di distruzione e di morte.
Una macchina mandata avanti dal feticismo della merce, dalla spettacolarizzazione delle esistenze – cos’è un biopic se non la summa spettacolare di una vita, in questo caso quella dello scienziato? – dalla dollarizzazione della finanza e dalla produzione su scala industriale di armi, di guerra, di morte.
L‘atomica ne è quindi la sua più plastica dimostrazione.
Nel guardare il film però e nell’analizzarne quel sottoinsieme che fa esplicito riferimento al comunismo bisogna fare i conti anche e soprattutto con l’anti comunismo strutturale della società e della cultura americana.
Aspetto che non può non riflettersi sulla cinematografia hollywoodiana e sullo stesso Nolan.
Il quale, abbracciando l’ambiguità del suo protagonista, costruisce una pellicola in bilico tra slancio ideale utopico nei confronti del pensiero marxista – pur riducendone la valenza a filosofia depotenziata della prassi ad essa consustanziale – e ripiegamento opportunistico e timoroso nel guscio del sistema produttivo statunitense e occidentale.
Un ripiegamento ammantato ancora una volta, con l’ipocrisia che da sempre contraddistingue la cultura del nostro emisfero politico e il mondo liberal, da quegli inderogabili principi democratici che alla prova dei fatti si sono rivelati un’autentica mistificazione.
Come la stessa moglie di Oppenheimer, Kitty (interpretata da Emily Blunt), anch’ella ex militante comunista, si troverà a prendere atto durante il processo che il governo degli Stati Uniti intenterà contro il fisico proprio a causa delle sue passate simpatie marxiste.
L’aspetto linguistico-formale del film costruito secondo i codici tipici della spettacolarità a stelle e strisce, con la sua sfarzosità visiva, i suoi nolaniani sfasamenti temporali, le sue immagini iconiche e le sue traslazioni quantiche attraverso la messinscena, costituisce l’involucro senz’altro più adeguato a modellare per il grande pubblico una materia cinematografica complessa e seducente, restituendone i contorni essenziali con una forte carica Pop.
Antieroe pop ambiguo e tormentato risulta alla fine Oppenheimer. E pop divengono certamente la fisica e la meccanica quantistica.
Perfino l’energia atomica e la bomba acquisiscono tragici connotati pop. E questo può essere un rischio in un mondo che sembra tornato a muovere i passi di una macabra danza sull’orlo del precipizio nucleare.
Saprà l’umana hybris placarsi difronte al rischio dell’olocausto atomico e risvegliarsi dall’ipnosi della verità estetica – per citare il Vattimo appena scomparso con cui certo non eravamo d’accordo – tornando all’essenza di una verità dura, sostanziale, quanto meno per la propria sopravvivenza?
Anche su questo la pellicola ci ha imposto una riflessione, forse suo malgrado. Ma torniamo alle più strette valutazioni formali
Non tutto riesce per il meglio. Il film appare a tratti verboso e la magniloquenza delle immagini può spesso apparire eccessiva come in altri lungometraggi del regista britannico (Interstellar, Inception, Dunkirk).
Il tentativo iniziale di tradurre in immagini organiche alla narrazione le nuove scoperte della meccanica quantistica è di forte impatto ma non sempre chiarissime sono le coordinate da seguire e gli approdi, per un pubblico certamente non composto nella sua interezza da scienziati.
Non mancano alcune banalità, come la scena del primo incontro sessuale tra Oppenheimer e la Tatlock in cui lo scienziato, in pieno amplesso, è costretto a leggere in sanscrito. O alcune sovrapposizioni tautologiche nella drammaturgia.
Ma il tempo scorre e il film è godibile, sorretto com’è da una carrellata di divi straordinaria.
Su cui spicca, tra un tormentoso Cilian Murphy (Oppenheimer) e una impetuosa Emily Blunt (Kitty come si diceva), l’imperioso Robert Downey Jr.
Enigmatico Lewis Strauss dalla gamma espressiva capace di stratificare stati d’animo e dissimulare le tortuose vie del doppiogiochismo tra le trame oscure della politica statunitense.
A conti fatti lo spettacolo è ciò che l’industria cinematografica americana sa fare. E qua lo fa al suo meglio.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2023
[Contributo al dibattito] - Oppenhaimer, i fisici e la bomba atomica
di Francesco Sylos Labini
Il bel film Oppenhaimer ha attirato, a ragione, molta attenzione sulla bomba atomica e sul ruolo di chi l’ha costruita. Lasciando ad altri il giudizio cinematografico su un film così impegnativo e complesso, vorrei spendere qualche riga sul contesto della costruzione della bomba e sulle sue implicazioni. Un aspetto che è stato (necessariamente!) trascurato nel film è che il progetto della bomba è arrivato a compimento di quaranta anni di scoperte rivoluzionarie nella fisica: per limitarci agli anni ’30 ricordiamo la scoperta del neutrone (Chadwick in Inghilterra), la scoperta della radioattività artificiale (Joliot-Curie in Francia), la scoperta dei neutroni lenti fatta da Enrico Fermi con i ragazzi di Via Panisperna a Roma, la scoperta della scissione dell’uranio (Hahn e Strassmann in Germania), la scoperta del plutonio e la separazione degli isotopi dell’uranio (negli Stati Uniti). Parte fondamentale del progetto Manhattan è stata la realizzazione nel 1942 di un’impresa eccezionale: produrre una reazione a catena di fissione auto sostenuta e controllata. Questa è stata opera di un team di scienziati di cui Fermi, “L’ultimo uomo che sapeva tutto” come recita il titolo di una sua recente biografia (D. Schwartz, Solferino), l’unico in grado di dominare tutti gli aspetti del problema sia sperimentali sia teorici sia tecnologici, è stato sicuramente l’indiscusso leader scientifico.
Enrico Fermi appena sbarcò a New York nel gennaio del 1939 iniziò a lavorare con Leó Szilàrd, visionario fisico ebreo di origine ungherese che per primo ebbe l’intuizione della possibilità di una reazione nucleare a catena. Szilàrd, che a differenza di Fermi aveva uno spiccato interesse per la politica e gli eventi della guerra, convinse, nell’ottobre del 1939, Albert Einstein a firmare una famosa lettera indirizzata all’allora presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, per avvertirlo del pericolo di una probabile costruzione, da parte dei tedeschi, di un’arma nucleare che avrebbe potuto portare la Germania di Hitler a conquistare il mondo. Quella lettera diede il via al Progetto Manhattan che iniziò con un basso profilo nel 1939, ma crebbe dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel ’41, fino a impiegare più di 130.000 persone e a costare quasi 2 miliardi di dollari (equivalenti a circa 23 miliardi di dollari attuali). Il capo dell’intero progetto fu il generale Leslie Groves (Matt Damon nel film) mentre il direttore scientifico fu Robert Oppenhaimer che svolse il ruolo del grande manager organizzativo (ed aveva 40 anni alla fine della guerra!). L’incertezza sulle dimensioni del progetto, sulle difficoltà scientifiche e tecnologiche, e la sottovalutazione del suo costo furono davvero enormi: gli scienziati si muovevano in terreni completamente inesplorati che al tempo non esistevano neppure nei libri di fantascienza.
Il Progetto Manhattan fu tutt’altro che l’exploit di un singolo. Contribuirono allo sforzo centinaia di scienziati e migliaia di tecnici, operai edili, “calcolatori umani” (cioè persone che facevano i conti scientifici a mano), segretarie e personale militare di basso livello. Molte di queste migliaia di persone appresero l’obiettivo ultimo del loro lavoro solo nell’agosto del 1945, quando il presidente Truman annunciò l’uso delle bombe sulle città giapponesi. È difficile immaginare che il Progetto Manhattan sarebbe andato in porto senza tutti i grandi scienziati che ne furono i protagonisti imprescindibili e che, essenzialmente, erano motivativi dalla paura che i nazisti arrivassero prima al traguardo.
L’opera di Fermi fu senza dubbio fondamentale per il loro successo. Gli storici ritengono che senza Fermi il Progetto sarebbe andato avanti più lentamente e di sicuro in modi diversi. Fermi è stato infatti uno delle personalità chiave dell’intero progetto: non inventò la bomba atomica, ma lui e Szilárd hanno sicuramente realizzato il reattore nucleare dove è avvenuta la prima reazione a catena, un passaggio chiave per l’intera impresa. Dopo la guerra Fermi era convinto che “i depositi di uranio ora conosciuti nel mondo ci potranno fornire energia sufficiente per parecchie migliaia di anni. Energia che sarà a disposizione di tutti i popoli della terra perché l’atomo è internazionale e nessuna nazione o nessun gruppo di nazioni detiene il monopolio dell’uranio o il monopolio della scienza atomica o il monopolio degli impianti atomici”. Una speranza di pace e cooperazione internazionale irrealizzata: le cose, come abbiamo visto, sono andate in maniera diversa ed oggi l’energia nucleare è in declino per i problemi di costi e sicurezza.
Le scelte riguardanti l’uso della bomba dopo la resa della Germania furono prese al più alto livello. Il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, succeduto alla morte di Roosevelt nella primavera del 1945, sapeva che, lui solo, aveva la responsabilità della decisione se usare o meno queste armi contro città nemiche. Negli ultimi 75 anni si è diffusa la convinzione che sganciare le bombe su due città di scarsa importanza militare, Hiroshima il 6 agosto 1945 e Nagasaki tre giorni dopo, fosse l’unico modo per porre fine alla Seconda Guerra Mondiale senza un’invasione del Giappone che sarebbe costata centinaia di migliaia di vite americane e forse milioni di giapponesi. Secondo questa narrazione, le bombe non solo hanno posto fine alla guerra, ma lo hanno fatto nel modo più umano possibile. Tuttavia, molte evidenze storiche provenienti dagli archivi americani e giapponesi mostrano che il Giappone si sarebbe arreso in quell’agosto anche se non fossero state usate le bombe atomiche (la Russia - l'URSS, ndR - dichiarò guerra al Giappone l’8 agosto del 1945) e che il Presidente Truman e i suoi più stretti consiglieri lo sapevano.
La fatidica decisione di inaugurare l’era nucleare ha cambiato radicalmente il corso della storia moderna e continua a minacciare la nostra stessa sopravvivenza. Szilárd si accorse prima e meglio di tutti del pericolo nucleare e si oppose senza successo al lancio delle bombe atomiche anche promuovendo una petizione tra gli altri scienziati del Progetto. Dopo la guerra Szilárd cambiò campo di studi ma insieme al suo vecchio amico Einstein fondò il Comitato degli Scienziati Atomici. Oggi si parla di nucleare “tattico” per differenziarlo da quello “strategico”, molto più potente, ed alcuni osservatori ritengono possibile che venga usato proprio nella guerra in Ucraina. Ma chi si è occupato di controllo degli armamenti nucleari ricorda che non esistono bombe nucleari piccole o grandi: ci sono solo armi di distruzione di massa che, se usate, possono dar luogo ad un Armageddon. Come ci avverte l’Orologio del Giorno del Giudizio del bollettino del Comitato degli Scienziati Atomici, proprio quello fondato da Szilárd ed Einstein, il mondo è ora più vicino all’annientamento nucleare di quanto non lo sia mai stato dal 1947. Lo stesso Comitato ha saggiamente deciso di includere altre armi di distruzione di massa (come le armi batteriologiche) ed il cambiamento climatico come elementi di valutazione del rischio di estinzione: nel 2023, l’Orologio è stato impostato a 90 secondi alla mezzanotte – la fine del mondo. Orizzonti cupi davanti a noi.
Fonte
Il bel film Oppenhaimer ha attirato, a ragione, molta attenzione sulla bomba atomica e sul ruolo di chi l’ha costruita. Lasciando ad altri il giudizio cinematografico su un film così impegnativo e complesso, vorrei spendere qualche riga sul contesto della costruzione della bomba e sulle sue implicazioni. Un aspetto che è stato (necessariamente!) trascurato nel film è che il progetto della bomba è arrivato a compimento di quaranta anni di scoperte rivoluzionarie nella fisica: per limitarci agli anni ’30 ricordiamo la scoperta del neutrone (Chadwick in Inghilterra), la scoperta della radioattività artificiale (Joliot-Curie in Francia), la scoperta dei neutroni lenti fatta da Enrico Fermi con i ragazzi di Via Panisperna a Roma, la scoperta della scissione dell’uranio (Hahn e Strassmann in Germania), la scoperta del plutonio e la separazione degli isotopi dell’uranio (negli Stati Uniti). Parte fondamentale del progetto Manhattan è stata la realizzazione nel 1942 di un’impresa eccezionale: produrre una reazione a catena di fissione auto sostenuta e controllata. Questa è stata opera di un team di scienziati di cui Fermi, “L’ultimo uomo che sapeva tutto” come recita il titolo di una sua recente biografia (D. Schwartz, Solferino), l’unico in grado di dominare tutti gli aspetti del problema sia sperimentali sia teorici sia tecnologici, è stato sicuramente l’indiscusso leader scientifico.
Enrico Fermi appena sbarcò a New York nel gennaio del 1939 iniziò a lavorare con Leó Szilàrd, visionario fisico ebreo di origine ungherese che per primo ebbe l’intuizione della possibilità di una reazione nucleare a catena. Szilàrd, che a differenza di Fermi aveva uno spiccato interesse per la politica e gli eventi della guerra, convinse, nell’ottobre del 1939, Albert Einstein a firmare una famosa lettera indirizzata all’allora presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, per avvertirlo del pericolo di una probabile costruzione, da parte dei tedeschi, di un’arma nucleare che avrebbe potuto portare la Germania di Hitler a conquistare il mondo. Quella lettera diede il via al Progetto Manhattan che iniziò con un basso profilo nel 1939, ma crebbe dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel ’41, fino a impiegare più di 130.000 persone e a costare quasi 2 miliardi di dollari (equivalenti a circa 23 miliardi di dollari attuali). Il capo dell’intero progetto fu il generale Leslie Groves (Matt Damon nel film) mentre il direttore scientifico fu Robert Oppenhaimer che svolse il ruolo del grande manager organizzativo (ed aveva 40 anni alla fine della guerra!). L’incertezza sulle dimensioni del progetto, sulle difficoltà scientifiche e tecnologiche, e la sottovalutazione del suo costo furono davvero enormi: gli scienziati si muovevano in terreni completamente inesplorati che al tempo non esistevano neppure nei libri di fantascienza.
Il Progetto Manhattan fu tutt’altro che l’exploit di un singolo. Contribuirono allo sforzo centinaia di scienziati e migliaia di tecnici, operai edili, “calcolatori umani” (cioè persone che facevano i conti scientifici a mano), segretarie e personale militare di basso livello. Molte di queste migliaia di persone appresero l’obiettivo ultimo del loro lavoro solo nell’agosto del 1945, quando il presidente Truman annunciò l’uso delle bombe sulle città giapponesi. È difficile immaginare che il Progetto Manhattan sarebbe andato in porto senza tutti i grandi scienziati che ne furono i protagonisti imprescindibili e che, essenzialmente, erano motivativi dalla paura che i nazisti arrivassero prima al traguardo.
L’opera di Fermi fu senza dubbio fondamentale per il loro successo. Gli storici ritengono che senza Fermi il Progetto sarebbe andato avanti più lentamente e di sicuro in modi diversi. Fermi è stato infatti uno delle personalità chiave dell’intero progetto: non inventò la bomba atomica, ma lui e Szilárd hanno sicuramente realizzato il reattore nucleare dove è avvenuta la prima reazione a catena, un passaggio chiave per l’intera impresa. Dopo la guerra Fermi era convinto che “i depositi di uranio ora conosciuti nel mondo ci potranno fornire energia sufficiente per parecchie migliaia di anni. Energia che sarà a disposizione di tutti i popoli della terra perché l’atomo è internazionale e nessuna nazione o nessun gruppo di nazioni detiene il monopolio dell’uranio o il monopolio della scienza atomica o il monopolio degli impianti atomici”. Una speranza di pace e cooperazione internazionale irrealizzata: le cose, come abbiamo visto, sono andate in maniera diversa ed oggi l’energia nucleare è in declino per i problemi di costi e sicurezza.
Le scelte riguardanti l’uso della bomba dopo la resa della Germania furono prese al più alto livello. Il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, succeduto alla morte di Roosevelt nella primavera del 1945, sapeva che, lui solo, aveva la responsabilità della decisione se usare o meno queste armi contro città nemiche. Negli ultimi 75 anni si è diffusa la convinzione che sganciare le bombe su due città di scarsa importanza militare, Hiroshima il 6 agosto 1945 e Nagasaki tre giorni dopo, fosse l’unico modo per porre fine alla Seconda Guerra Mondiale senza un’invasione del Giappone che sarebbe costata centinaia di migliaia di vite americane e forse milioni di giapponesi. Secondo questa narrazione, le bombe non solo hanno posto fine alla guerra, ma lo hanno fatto nel modo più umano possibile. Tuttavia, molte evidenze storiche provenienti dagli archivi americani e giapponesi mostrano che il Giappone si sarebbe arreso in quell’agosto anche se non fossero state usate le bombe atomiche (la Russia - l'URSS, ndR - dichiarò guerra al Giappone l’8 agosto del 1945) e che il Presidente Truman e i suoi più stretti consiglieri lo sapevano.
La fatidica decisione di inaugurare l’era nucleare ha cambiato radicalmente il corso della storia moderna e continua a minacciare la nostra stessa sopravvivenza. Szilárd si accorse prima e meglio di tutti del pericolo nucleare e si oppose senza successo al lancio delle bombe atomiche anche promuovendo una petizione tra gli altri scienziati del Progetto. Dopo la guerra Szilárd cambiò campo di studi ma insieme al suo vecchio amico Einstein fondò il Comitato degli Scienziati Atomici. Oggi si parla di nucleare “tattico” per differenziarlo da quello “strategico”, molto più potente, ed alcuni osservatori ritengono possibile che venga usato proprio nella guerra in Ucraina. Ma chi si è occupato di controllo degli armamenti nucleari ricorda che non esistono bombe nucleari piccole o grandi: ci sono solo armi di distruzione di massa che, se usate, possono dar luogo ad un Armageddon. Come ci avverte l’Orologio del Giorno del Giudizio del bollettino del Comitato degli Scienziati Atomici, proprio quello fondato da Szilárd ed Einstein, il mondo è ora più vicino all’annientamento nucleare di quanto non lo sia mai stato dal 1947. Lo stesso Comitato ha saggiamente deciso di includere altre armi di distruzione di massa (come le armi batteriologiche) ed il cambiamento climatico come elementi di valutazione del rischio di estinzione: nel 2023, l’Orologio è stato impostato a 90 secondi alla mezzanotte – la fine del mondo. Orizzonti cupi davanti a noi.
Fonte
08/09/2023
Oppenheimer, un film sulla comunità scientifica in epoca di guerra
Ad ormai due settimane dall’uscita nei cinema italiani di Oppenheimer, un commento sembra d’obbligo. Non sull’arte cinematografica, per cui non ho le competenze, ma sull’effetto che la narrazione fatta sul grande schermo ha suscitato in chi, come il sottoscritto, fa ricerca nell’ambito della storia della diplomazia scientifica.
Sulla pellicola, scritta e diretta da Christopher Nolan, posso solo dire che a me è piaciuta. Nonostante tre ore di dialoghi senza soluzione di continuità, l’intreccio non mi ha mai annoiato, e del resto il regista sa bene come usare tutti gli espedienti hollywoodiani per attirare al botteghino.
Altro oltre queste opinioni personalissime non potrei dire dal punto di vista tecnico, mentre credo che molto ci sia da dire per chi si occupa di scienza. La prima cosa è che, a dispetto delle mie attese, il film è tutt’altro che una assoluzione a priori degli Stati Uniti (e da qui cominciano gli spoiler).
Sia chiaro, non c’è nessuna condanna di quello che è un crimine di guerra e uno strumento di una strategia di annientamento. Le motivazioni sull’uso dell’atomica da sempre diffuse dalla propaganda assolutoria di Washington sono ribadite anche nel film, seppur senza grande enfasi.
La preoccupazione di un ordigno nucleare nazista non aveva ragion d’essere da tempo, ma nel film ciò viene esplicitato solo a ridosso della resa tedesca, da un’assemblea di scienziati del Progetto Manhattan. Ma Oppenheimer pone fine all’incontro affermando che solo osservare il potenziale distruttivo della bomba avrebbe portato a una governance globale dell’energia atomica.
Tale posizione è messa in dubbio nelle remore stesse del protagonista, già cominciate e rinfocolate da alcuni dialoghi con Teller, il padre della bomba H. Ma ad ogni modo, Oppenheimer partecipa alla riunione in cui si decide dove sganciare gli ordigni e in cui viene accennato senza convinzione che, appunto, ciò accorcerà la guerra.
Di fronte alla leggerezza del Segretario alla Guerra Henry Stimson, il quale sembra voler escludere Kyoto perché lui e la moglie vi sono stati in luna di miele, è nel volto stesso di Oppenheimer che si legge la verità. Ai vertici di Washington vogliono usare la bomba atomica sui civili per mostrare la propria potenza ai sovietici.
Del resto, a parte qualche accenno, nel film i veri nemici non sembrano mai essere Hitler e i fascismi europei, bensì Mosca e le sue spie. Tutta la linea narrativa di Lewis Strauss e probabilmente una buona metà del film si concentra sul pericolo rosso e sul ritiro del nulla osta di sicurezza a Oppenheimer, per le sue frequentazioni comuniste.
In questo, il film è abbastanza esplicito: i nazisti erano un pericolo, ma quasi da subito il dominio dell’atomo fu terreno del futuro scontro con l’Unione Sovietica. Non ci potevamo di certo aspettare di sederci e guardare l’operato di un tribunale imparziale, ma almeno Nolan ha reso la complessità di quegli avvenimenti.
Quel che troviamo nel film non è la condanna dell’olocausto nucleare quale crimine contro l’umanità, ma una critica tutta rimandata alla dimensione morale personale. Essa viene incarnata da (alcuni) scienziati, mentre soldati e politici eseguono gli ordini – come un Heichmann qualunque – o portano consapevolmente l’umanità sulla strada della distruzione.
Due scene parlano esplicitamente in questo senso. La prima è quando Isidor Rabi viene convinto da Oppenheimer a far parte del Progetto Manhattan e, nel farlo, quest’ultimo indossa un’uniforme. L’amico accetta, ma gli chiede di togliersi quelle vesti, in quanto lui è uno scienziato.
L’apice di questo confronto, o dialettica se vogliamo, avviene nell’incontro tra Truman e Oppenheimer. Quando il protagonista dice di sentire le mani sporche di sangue, l’inquilino della Casa Bianca rivendica la «paternità» del massacro e lo congeda chiamandolo “piagnone”.
Chi ha studiato come realizzare Little Boy e Fat Man è solo uno strumento, chi ha premuto il pulsante è il politico. Figura in cui anche Oppenheimer si trasforma dopo aver capito come quella fosse l’unica via per portare avanti la propria «agenda atomica»: usare la propria influenza di grande intellettuale per spingere sul controllo internazionale della proliferazione nucleare.
Ma ci sono altre due scene del film che mandano in cortocircuito questo modo di raccontare le cose, non so se costruite volontariamente da parte di Nolan. La prima è la liberazione di Niels Bohr dalla Danimarca occupata dai nazisti, la seconda è lo sfogo di Lewis Strauss una volta rivelate le sue macchinazioni contro Oppenheimer.
Bohr, appena fuggito dall’Europa occupata, si ritrova suo malgrado a dare informazioni ai colleghi di Los Alamos, e subito si ferma e nega qualsiasi sostegno al Progetto Manhattan. Non c’è paura di un ordigno in mano a Hitler che lo possa spingere a collaborare con lo sviluppo della bomba atomica, e prendere parte così alla futura carneficina.
Ancor più potente del rifiuto di Einstein, quello di Bohr mostra che lo scienziato non è un semplice ingranaggio, pur senza essere estraneo alle sofferenze inferte dal nazismo. Le ha vissute, può dare un contributo non indispensabile ma certo utile alla prima arma nucleare, e decide di non farlo.
La seconda scena scardina ancora di più questa divisione tra tecnici e politici e li unisce nelle responsabilità. Strauss, mentre scorrono le scene della riabilitazione di Oppenheimer tramite una premiazione pubblica, afferma che è merito suo se oggi il nome dello scienziato è associato a Trinity, cioè a un test, e non a Hiroshima e Nagasaki, ovvero il crimine contro l’umanità.
Nell’osservare quei fotogrammi con sotto le parole di Strauss, credo che nessuno possa fare a meno di dire che è effettivamente così. Nolan voleva mostrare, come esplicita Einstein, i giochi della politica sulla vita delle persone, disinteressata a una sincera, anche se tardiva, crisi morale di Oppenheimer, ma ha anche reso il fisico parte attiva di quella storia.
Quello che a me queste scene hanno invece trasmesso è ciò che, finalmente, posso dire essere davvero interessante nel film, per chi si occupa di scienza. In questi due brevi passaggi della pellicola, appare quello che a me è sembrato esserne il vero e unico protagonista: la comunità scientifica.
Lunghi spezzoni di un film intitolato col nome di una persona mostrano come i grandi salti scientifici possano provenire solo dallo scambio di una collettività che riunisce tantissime specializzazioni. Di più, mostra che la scienza è diretta e finanziata secondo gli scopi politici e militari, e dunque secondo gli interessi dominanti di uno specifico modo di produzione.
Non c’è di certo nel regista alcuna intenzione di muovere critiche al capitale dato che, come ho detto, il messaggio si ferma alla soglia della critica morale individuale. Allo stesso tempo, sarebbe stato impossibile parlare del Progetto Manhattan senza mostrarne nel film il carattere di vera e propria mobilitazione industriale e scientifica centralizzata, con fini militari.
Facendolo, chi vive nel mondo della ricerca viene chiamato anche nella realtà a rispondere di una responsabilità collettiva interamente politica. La scienza non è neutra e lo scienziato è Bohr: può decidere come impiegare le proprie capacità, pur sapendo che l’azione individuale non può in ogni caso ribaltare le sorti del mondo.
Della sua scelta potrà pentirsi a livello personale, ma essa avrà pur sempre una dimensione politica e non tecnica, e le sue mani potranno essere sporche di sangue pur limitandosi alla fisica teorica, come faceva Oppenheimer. Un insegnamento da tenere presente in questa epoca di riaccesi conflitti.
Fonte
Sulla pellicola, scritta e diretta da Christopher Nolan, posso solo dire che a me è piaciuta. Nonostante tre ore di dialoghi senza soluzione di continuità, l’intreccio non mi ha mai annoiato, e del resto il regista sa bene come usare tutti gli espedienti hollywoodiani per attirare al botteghino.
Altro oltre queste opinioni personalissime non potrei dire dal punto di vista tecnico, mentre credo che molto ci sia da dire per chi si occupa di scienza. La prima cosa è che, a dispetto delle mie attese, il film è tutt’altro che una assoluzione a priori degli Stati Uniti (e da qui cominciano gli spoiler).
Sia chiaro, non c’è nessuna condanna di quello che è un crimine di guerra e uno strumento di una strategia di annientamento. Le motivazioni sull’uso dell’atomica da sempre diffuse dalla propaganda assolutoria di Washington sono ribadite anche nel film, seppur senza grande enfasi.
La preoccupazione di un ordigno nucleare nazista non aveva ragion d’essere da tempo, ma nel film ciò viene esplicitato solo a ridosso della resa tedesca, da un’assemblea di scienziati del Progetto Manhattan. Ma Oppenheimer pone fine all’incontro affermando che solo osservare il potenziale distruttivo della bomba avrebbe portato a una governance globale dell’energia atomica.
Tale posizione è messa in dubbio nelle remore stesse del protagonista, già cominciate e rinfocolate da alcuni dialoghi con Teller, il padre della bomba H. Ma ad ogni modo, Oppenheimer partecipa alla riunione in cui si decide dove sganciare gli ordigni e in cui viene accennato senza convinzione che, appunto, ciò accorcerà la guerra.
Di fronte alla leggerezza del Segretario alla Guerra Henry Stimson, il quale sembra voler escludere Kyoto perché lui e la moglie vi sono stati in luna di miele, è nel volto stesso di Oppenheimer che si legge la verità. Ai vertici di Washington vogliono usare la bomba atomica sui civili per mostrare la propria potenza ai sovietici.
Del resto, a parte qualche accenno, nel film i veri nemici non sembrano mai essere Hitler e i fascismi europei, bensì Mosca e le sue spie. Tutta la linea narrativa di Lewis Strauss e probabilmente una buona metà del film si concentra sul pericolo rosso e sul ritiro del nulla osta di sicurezza a Oppenheimer, per le sue frequentazioni comuniste.
In questo, il film è abbastanza esplicito: i nazisti erano un pericolo, ma quasi da subito il dominio dell’atomo fu terreno del futuro scontro con l’Unione Sovietica. Non ci potevamo di certo aspettare di sederci e guardare l’operato di un tribunale imparziale, ma almeno Nolan ha reso la complessità di quegli avvenimenti.
Quel che troviamo nel film non è la condanna dell’olocausto nucleare quale crimine contro l’umanità, ma una critica tutta rimandata alla dimensione morale personale. Essa viene incarnata da (alcuni) scienziati, mentre soldati e politici eseguono gli ordini – come un Heichmann qualunque – o portano consapevolmente l’umanità sulla strada della distruzione.
Due scene parlano esplicitamente in questo senso. La prima è quando Isidor Rabi viene convinto da Oppenheimer a far parte del Progetto Manhattan e, nel farlo, quest’ultimo indossa un’uniforme. L’amico accetta, ma gli chiede di togliersi quelle vesti, in quanto lui è uno scienziato.
L’apice di questo confronto, o dialettica se vogliamo, avviene nell’incontro tra Truman e Oppenheimer. Quando il protagonista dice di sentire le mani sporche di sangue, l’inquilino della Casa Bianca rivendica la «paternità» del massacro e lo congeda chiamandolo “piagnone”.
Chi ha studiato come realizzare Little Boy e Fat Man è solo uno strumento, chi ha premuto il pulsante è il politico. Figura in cui anche Oppenheimer si trasforma dopo aver capito come quella fosse l’unica via per portare avanti la propria «agenda atomica»: usare la propria influenza di grande intellettuale per spingere sul controllo internazionale della proliferazione nucleare.
Ma ci sono altre due scene del film che mandano in cortocircuito questo modo di raccontare le cose, non so se costruite volontariamente da parte di Nolan. La prima è la liberazione di Niels Bohr dalla Danimarca occupata dai nazisti, la seconda è lo sfogo di Lewis Strauss una volta rivelate le sue macchinazioni contro Oppenheimer.
Bohr, appena fuggito dall’Europa occupata, si ritrova suo malgrado a dare informazioni ai colleghi di Los Alamos, e subito si ferma e nega qualsiasi sostegno al Progetto Manhattan. Non c’è paura di un ordigno in mano a Hitler che lo possa spingere a collaborare con lo sviluppo della bomba atomica, e prendere parte così alla futura carneficina.
Ancor più potente del rifiuto di Einstein, quello di Bohr mostra che lo scienziato non è un semplice ingranaggio, pur senza essere estraneo alle sofferenze inferte dal nazismo. Le ha vissute, può dare un contributo non indispensabile ma certo utile alla prima arma nucleare, e decide di non farlo.
La seconda scena scardina ancora di più questa divisione tra tecnici e politici e li unisce nelle responsabilità. Strauss, mentre scorrono le scene della riabilitazione di Oppenheimer tramite una premiazione pubblica, afferma che è merito suo se oggi il nome dello scienziato è associato a Trinity, cioè a un test, e non a Hiroshima e Nagasaki, ovvero il crimine contro l’umanità.
Nell’osservare quei fotogrammi con sotto le parole di Strauss, credo che nessuno possa fare a meno di dire che è effettivamente così. Nolan voleva mostrare, come esplicita Einstein, i giochi della politica sulla vita delle persone, disinteressata a una sincera, anche se tardiva, crisi morale di Oppenheimer, ma ha anche reso il fisico parte attiva di quella storia.
Quello che a me queste scene hanno invece trasmesso è ciò che, finalmente, posso dire essere davvero interessante nel film, per chi si occupa di scienza. In questi due brevi passaggi della pellicola, appare quello che a me è sembrato esserne il vero e unico protagonista: la comunità scientifica.
Lunghi spezzoni di un film intitolato col nome di una persona mostrano come i grandi salti scientifici possano provenire solo dallo scambio di una collettività che riunisce tantissime specializzazioni. Di più, mostra che la scienza è diretta e finanziata secondo gli scopi politici e militari, e dunque secondo gli interessi dominanti di uno specifico modo di produzione.
Non c’è di certo nel regista alcuna intenzione di muovere critiche al capitale dato che, come ho detto, il messaggio si ferma alla soglia della critica morale individuale. Allo stesso tempo, sarebbe stato impossibile parlare del Progetto Manhattan senza mostrarne nel film il carattere di vera e propria mobilitazione industriale e scientifica centralizzata, con fini militari.
Facendolo, chi vive nel mondo della ricerca viene chiamato anche nella realtà a rispondere di una responsabilità collettiva interamente politica. La scienza non è neutra e lo scienziato è Bohr: può decidere come impiegare le proprie capacità, pur sapendo che l’azione individuale non può in ogni caso ribaltare le sorti del mondo.
Della sua scelta potrà pentirsi a livello personale, ma essa avrà pur sempre una dimensione politica e non tecnica, e le sue mani potranno essere sporche di sangue pur limitandosi alla fisica teorica, come faceva Oppenheimer. Un insegnamento da tenere presente in questa epoca di riaccesi conflitti.
Fonte
14/08/2023
Diverso parere su Oppenheimer e la bomba degli USA
di Giorgio Ferrari
Dubito che questo ultimo intervento – cfr H come Hiroshima, Oppenheimer e lingue biforcute – di cui non condivido nulla, se non il giudizio su Christopher Nolan, sia attribuibile a Vincenzo Miliucci (*).
Non so se chi lo ha scritto abbia visto il film (io non l’ho visto) e se la trama del film, a sua volta, abbia qualche corrispondenza con il profilo di Oppenheimer che si evince da questo testo, ma limitandomi alle cose che vi sono scritte, lo ritengo diseducativo e fuorviante.
Ci sono due eventi nella storia della II guerra mondiale che hanno segnato dei punti limite nella storia dell’umanità: i lager nazisti e l’uso della bomba atomica da parte degli Stati Uniti.
Del primo è stato detto e scritto praticamente tutto, risultandone una condanna definitiva in quanto rappresentazione del male assoluto.
Del secondo persiste invece una sorta di sospensione di giudizio (da parte degli storici e da una larga schiera di intellettuali) che va lentamente risolvendosi in una assoluzione per mancanza di prove o, secondo il diritto penale americano, per l’esistenza di ragionevoli dubbi.
Perché? Cosa c’è che impedisce di emettere, nei confronti del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, un verdetto analogo a quello applicato ai lager nazisti? Forse perchè gli ebrei uccisi sono molto di più dei giapponesi? O forse perchè a questi ultimi la morte è giunta istantaneamente, risparmiando loro quelle sofferenze che invece furono inflitte agli ebrei?
Non credo che siano questi i distinguo sufficienti ad impedire il pronunciamento di un giudizio, anche perchè sofferenze atroci ci furono eccome per i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.
Trattandosi di “strategie di annientamento” viene da chiedersi – cinicamente – se non siano le “tecniche” impiegate a fare la differenza.
Nel primo caso, quello dei lager, la tecnologia impiegata era rudimentale e improntata alla massima economicità (c’è ampia documentazione di fonte nazista che testimonia dell’applicazione di questo criterio).
Nel secondo caso si tratta di tecnologia sofisticata – il massimo della conoscenza scientifica per quei tempi – caratterizzata dalla rapidità di esecuzione.
Eticamente parlando, qual è la più condannabile? Concepire un ordigno di quella potenza distruttiva, realizzarlo e poi impiegarlo contro la popolazione civile è eticamente meno criticabile delle camere a gas?
Io non ho risposte a questi interrogativi e solo a pormeli mi faccio del male; ma bisogna pur mettere le mani nel dolore se si vuole raggiungere quella serenità di giudizio su Hiroshima e Nagasaki che, per altri versi, si è raggiunta per i crimini del nazismo: ma questo evidentemente non lo si vuole, se ancora oggi, nel celebrare il 78 anniversario di Hiroshima, il segretario dell’ONU Gutierrez non nomina gli Stati Uniti come autori del fatto.
Se oggi disponiamo di tutti gli elementi per farci un opinione sul nazismo e sul fascismo (prima ancora di giudicarli) lo dobbiamo a quel viaggio nel dolore e nella vergogna che i sopravvissuti ai campi di sterminio ci hanno tramandato (Primo Levi, Hanna Arendt e molti altri); un viaggio che ci ha disvelato l’enigma del male che covava in quelle ideologie e che, come ammoniva Levi, non è mai del tutto sconfitto.
È in base alle loro testimonianze che oggi conosciamo la banalità del male e possiamo dare del nazismo un giudizio sereno, scevro da ridondanti verbalismi di condanna, ma fermo e lucido come ce lo ha trasmesso Hanna Arendt: la banalità del male si accompagna a uomini altrettanto banali come Adolf Heichmann il cui processo fu un atto di grande civiltà.
Ma perchè, allora, Heichmann sì e Oppenheimer no? Perché il primo va al patibolo e al secondo si danno onorificenze?
Per le circostanze in cui si trovò ad operare, diranno le anime belle, sempre pronte a trovare per alcuni scuse più grandi dei loro stessi peccati. Eccola la parola magica che fa la differenza, tra Hiroshima e i lager, tra Heichmann e Oppenheimer al quale si dedica un film interlocutoriamente riabilitativo secondo la tendenza holliwodiana della “drammatizzazione” di certi personaggi storici.
Nel testo in questione non c’è solo l’elogio dell’ambiguità dello scienziato Oppenheimer, chiamato ad assolvere un compito grandioso e terrificante, ma anche il suo tormento di uomo apparentemente in bilico tra bene e male. Da cosa fosse tormentato non è chiaro nel testo, bisognerà attendere il film.
Anche uno dei due piloti dell’Enola Gay, il B-29 che trasportava la bomba di Hiroshima fu tormentato dai rimorsi dopo che ebbe appreso degli effetti causati dalla bomba che che aveva sganciato. Voleva essere processato, si riteneva responsabile di tutte quelle morti e a nulla valsero le rassicurazioni di chi gli diceva che aveva solo obbedito agli ordini.
Due tormenti divisi da una enorme differenza, perchè mentre il pilota ignorava che tipo di ordigno stava per sganciare (per lui era una missione di volo come le altre), Oppenheimer ne conosceva ogni dettaglio, in quanto capo del Progetto Manhattan. Carica, funzione e scopi da cui lui non si è mai dissociato come del resto avvenne per tutti i partecipanti al progetto, escluso uno: Klaus Emil Fuchs.
Fu lui a passare i disegni della bomba americana ai russi consentendo loro di realizzarla appena 4 anni dopo il bombardamento di Hiroshima. Al processo celebrato in Inghilterra, dove fu condannato per spionaggio, sostenne di averlo fatto perchè, vista l’impossibilità di fermare il progetto Manhattan, ritenne che il possesso di una simile arma nelle mani di un solo paese, avrebbe consentito un dominio esclusivo sul resto del mondo con conseguenze imprevedibili per l’umanità.
Me le immagino di nuovo le anime belle a mettere in dubbio l’eticità di questa scelta sostenendo che se proprio voleva bilanciare lo strapotere degli USA, perchè passare le informazioni all’Unione Sovietica?
E a chi doveva passarle, care anime belle, alla Francia o all’Inghilterra che avevano blandito Hitler in tutti modi con la loro politica di appeasement verso il nazismo? No, li passò all’unico paese che fin dall’inizio si rese conto del pericolo rappresento dal nazismo e si batté coerentemente per la sua sconfitta pagandone il prezzo più alto. Questi erano i fatti, e pazienza se si trattava di un paese comunista: Fuchs non lo era essendo, peraltro, figlio di un pastore protestante.
Perché non fare un film su di lui?
Troppo scomodo, evidentemente, dovendosi porre mano a tutta la mostruosità del progetto Manhattan che è anche una storia di false coscienze, come ben spiega il libro gli “Apprendisti Stregoni” di Robert Jungk. Eccettuati Niel Bohr e Hans Bethe, tutte le menti dell’epoca (compresi Fermi ed Einstein, che poi tardivamente si ravvide) appoggiavano o giustificavano la bomba con la motivazione che bisognava ottenerla prima dei nazisti: questa fu la prima circostanza portata a giustificazione del progetto Manhattam.
La seconda circostanza fu resa nota al mondo dopo che la bomba venne sganciata su Hiroshima e consisteva nel fatto che così facendo si sarebbe posto rapidamente fine alla guerra risparmiando migliaia di vite americane. E Nagasaki? Perché bombardarla?
A parte la ormai concorde valutazione di molti storici circa il fatto che il Giappone era allo stremo e prossimo alla resa, come si può eticamente sostenere questa giustificazione? È come se oggi la Russia sganciasse una atomica su Kiev sostenendo che così si risparmierebbe la vita a migliaia di russi.
Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki è il primo vero atto di legittimazione delle strategie di annientamento e di scardinamento di ogni principio umanitario, per cui ogni mezzo è lecito pur di annientare il proprio nemico.
Fin dagli anni ’70, in assoluta solitudine, Dario Paccino scriveva di Hiroshima quanto si legge nel richiamo a Vincenzo Apicella e cioè che si trattò di una sperimentazione e di un messaggio alla Unione Sovietica quale futuro destinatario del medesimo trattamento. Tutto ciò che nel tempo si è accumulato sulla questione a difesa dell’uso della bomba, rappresenta un tentativo posticcio di rimediare ad un crimine che non ha giustificazioni, costruendo una post-verità su Hiroshima senza mai citare, peraltro, l’assolutamente inutile, crudele e cinico bis di Nagasaki.
Infine voglio segnalare una vera e propria bestialità (anzi due) contenuta nel testo in questione.
La prima è l’accostamento tra Prometeo e Oppenheimer in quanto, quest’ultimo, portatore del “fuoco” dell’energia atomica, cosa che, semmai, andrebbe attribuita ad Enrico Fermi che fu il primo a realizzare la fissione nucleare.
La seconda e più importante è che Prometeo voleva donare agli umani il fuoco della conoscenza per liberarli dalla tirannia degli dei, mentre ciò che Oppenheimer reca in dono all’umanità è uno strumento di dominio e di sterminio, in ciò somigliando molto di più all’Angelo dell’Apocalisse che a Prometeo.
Non mi stancherò mai di ripetere che la storia dell’energia nucleare è, innanzitutto, la storia di un arma dove per anni non c’è stato assolutamente posto per qualsivoglia sviluppo pacifico di questa forma di energia. Dall’esperimento di Fermi (1942) in poi il governo degli USA ha posto sotto il controllo militare (attraverso l’AEC, Atomic Energy Commision) tutto il settore nucleare, anche privato, finalizzando ricerche e sperimentazioni all’impiego militare di questa energia, sia come arma di distruzione, sia come mezzo di propulsione di navi militari. Dow Chemical, Union Carbide, Dupont, Westinghouse ed altre grandi corporation americane hanno lavorato tutte per l’AEC e per lo sviluppo militare dell’energia nucleare. È solo nel 1953, quando Eishenower pronuncia il suo discorso all’ONU, che non a caso si intitolava “Atoms for peace”, che tutto il know how accumulato dall’AEC viene desecretato e messo a disposizione dell’industria privata per scopi pacifici (il primo reattore americano ad entrare in funzione è Shippingport nel 1958, cioè 16 anni dopo la pila di Fermi), ma con fortissime limitazioni per quanto riguardava la fornitura di uranio arricchitoai paesi esteri anche se “alleati”. Per questo in Francia ed Inghilterra viene sviluppata la tecnologia dei reattori ad uranio naturale e gas, fino a quando poi questi paesi si doteranno di impianti di arricchimento dell’uranio che è sempre stato ed è tutt’ora un materiale strategico.
Questo è il contesto storico in cui si muove Robert Oppenheimer. Del quale si può dire, scrivere e sceneggiare ciò che si vuole, ma senza ignorare i fatti che sinteticamente ho richiamato.
Cristopher Nolan è un bravo regista e gli americani, senza dubbio, sanno fare i film; ma io sono di quella generazione che quando da piccolo andava al cinema, vedeva John Waine capeggiare una schiera di bravi americani che uccidevano, prima i cattivi musi rossi e poi gli sporchi musi gialli.
Certo non tutta l’America è così, come non sono solo questi i film di Holliwood, ma per quanto gli americani si spossano sentire assolti del loro passato recente e remoto, attendo serenamente che si risolva il processo a loro carico per crimini contro l’umanità, con l’aggravante dell’odio razziale, per aver sterminato i nativi d’America e aver tentato di sterminare i giapponesi mediante l’uso della bomba atomica.
Note
[1] In effetti come poi precisato la redazione della “bottega” ignorava, al momento del “lancio”, se quello fosse un testo di Vincenzo Miliucci o solo un suo collage; non avendo un suo telefono… glielo abbiamo chiesto per posta e lui non ci ha risposto subito; così stavamo commettendo un errore (o una pigrizia) attribuendo tutto a lui. In ogni modo poi Vincenzo ci ha avvisati e correggiamo; noi qui siamo contente/i se c’è da “restituire” qualcosa a qualcuno. Ci piaaaaaaaace il «free common» ma è anche giusto attribuire meriti e responsabilità ad autori-autrici, citandoli sempre.
Fonte
Dubito che questo ultimo intervento – cfr H come Hiroshima, Oppenheimer e lingue biforcute – di cui non condivido nulla, se non il giudizio su Christopher Nolan, sia attribuibile a Vincenzo Miliucci (*).
Non so se chi lo ha scritto abbia visto il film (io non l’ho visto) e se la trama del film, a sua volta, abbia qualche corrispondenza con il profilo di Oppenheimer che si evince da questo testo, ma limitandomi alle cose che vi sono scritte, lo ritengo diseducativo e fuorviante.
Ci sono due eventi nella storia della II guerra mondiale che hanno segnato dei punti limite nella storia dell’umanità: i lager nazisti e l’uso della bomba atomica da parte degli Stati Uniti.
Del primo è stato detto e scritto praticamente tutto, risultandone una condanna definitiva in quanto rappresentazione del male assoluto.
Del secondo persiste invece una sorta di sospensione di giudizio (da parte degli storici e da una larga schiera di intellettuali) che va lentamente risolvendosi in una assoluzione per mancanza di prove o, secondo il diritto penale americano, per l’esistenza di ragionevoli dubbi.
Perché? Cosa c’è che impedisce di emettere, nei confronti del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, un verdetto analogo a quello applicato ai lager nazisti? Forse perchè gli ebrei uccisi sono molto di più dei giapponesi? O forse perchè a questi ultimi la morte è giunta istantaneamente, risparmiando loro quelle sofferenze che invece furono inflitte agli ebrei?
Non credo che siano questi i distinguo sufficienti ad impedire il pronunciamento di un giudizio, anche perchè sofferenze atroci ci furono eccome per i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.
Trattandosi di “strategie di annientamento” viene da chiedersi – cinicamente – se non siano le “tecniche” impiegate a fare la differenza.
Nel primo caso, quello dei lager, la tecnologia impiegata era rudimentale e improntata alla massima economicità (c’è ampia documentazione di fonte nazista che testimonia dell’applicazione di questo criterio).
Nel secondo caso si tratta di tecnologia sofisticata – il massimo della conoscenza scientifica per quei tempi – caratterizzata dalla rapidità di esecuzione.
Eticamente parlando, qual è la più condannabile? Concepire un ordigno di quella potenza distruttiva, realizzarlo e poi impiegarlo contro la popolazione civile è eticamente meno criticabile delle camere a gas?
Io non ho risposte a questi interrogativi e solo a pormeli mi faccio del male; ma bisogna pur mettere le mani nel dolore se si vuole raggiungere quella serenità di giudizio su Hiroshima e Nagasaki che, per altri versi, si è raggiunta per i crimini del nazismo: ma questo evidentemente non lo si vuole, se ancora oggi, nel celebrare il 78 anniversario di Hiroshima, il segretario dell’ONU Gutierrez non nomina gli Stati Uniti come autori del fatto.
Se oggi disponiamo di tutti gli elementi per farci un opinione sul nazismo e sul fascismo (prima ancora di giudicarli) lo dobbiamo a quel viaggio nel dolore e nella vergogna che i sopravvissuti ai campi di sterminio ci hanno tramandato (Primo Levi, Hanna Arendt e molti altri); un viaggio che ci ha disvelato l’enigma del male che covava in quelle ideologie e che, come ammoniva Levi, non è mai del tutto sconfitto.
È in base alle loro testimonianze che oggi conosciamo la banalità del male e possiamo dare del nazismo un giudizio sereno, scevro da ridondanti verbalismi di condanna, ma fermo e lucido come ce lo ha trasmesso Hanna Arendt: la banalità del male si accompagna a uomini altrettanto banali come Adolf Heichmann il cui processo fu un atto di grande civiltà.
Ma perchè, allora, Heichmann sì e Oppenheimer no? Perché il primo va al patibolo e al secondo si danno onorificenze?
Per le circostanze in cui si trovò ad operare, diranno le anime belle, sempre pronte a trovare per alcuni scuse più grandi dei loro stessi peccati. Eccola la parola magica che fa la differenza, tra Hiroshima e i lager, tra Heichmann e Oppenheimer al quale si dedica un film interlocutoriamente riabilitativo secondo la tendenza holliwodiana della “drammatizzazione” di certi personaggi storici.
Nel testo in questione non c’è solo l’elogio dell’ambiguità dello scienziato Oppenheimer, chiamato ad assolvere un compito grandioso e terrificante, ma anche il suo tormento di uomo apparentemente in bilico tra bene e male. Da cosa fosse tormentato non è chiaro nel testo, bisognerà attendere il film.
Anche uno dei due piloti dell’Enola Gay, il B-29 che trasportava la bomba di Hiroshima fu tormentato dai rimorsi dopo che ebbe appreso degli effetti causati dalla bomba che che aveva sganciato. Voleva essere processato, si riteneva responsabile di tutte quelle morti e a nulla valsero le rassicurazioni di chi gli diceva che aveva solo obbedito agli ordini.
Due tormenti divisi da una enorme differenza, perchè mentre il pilota ignorava che tipo di ordigno stava per sganciare (per lui era una missione di volo come le altre), Oppenheimer ne conosceva ogni dettaglio, in quanto capo del Progetto Manhattan. Carica, funzione e scopi da cui lui non si è mai dissociato come del resto avvenne per tutti i partecipanti al progetto, escluso uno: Klaus Emil Fuchs.
Fu lui a passare i disegni della bomba americana ai russi consentendo loro di realizzarla appena 4 anni dopo il bombardamento di Hiroshima. Al processo celebrato in Inghilterra, dove fu condannato per spionaggio, sostenne di averlo fatto perchè, vista l’impossibilità di fermare il progetto Manhattan, ritenne che il possesso di una simile arma nelle mani di un solo paese, avrebbe consentito un dominio esclusivo sul resto del mondo con conseguenze imprevedibili per l’umanità.
Me le immagino di nuovo le anime belle a mettere in dubbio l’eticità di questa scelta sostenendo che se proprio voleva bilanciare lo strapotere degli USA, perchè passare le informazioni all’Unione Sovietica?
E a chi doveva passarle, care anime belle, alla Francia o all’Inghilterra che avevano blandito Hitler in tutti modi con la loro politica di appeasement verso il nazismo? No, li passò all’unico paese che fin dall’inizio si rese conto del pericolo rappresento dal nazismo e si batté coerentemente per la sua sconfitta pagandone il prezzo più alto. Questi erano i fatti, e pazienza se si trattava di un paese comunista: Fuchs non lo era essendo, peraltro, figlio di un pastore protestante.
Perché non fare un film su di lui?
Troppo scomodo, evidentemente, dovendosi porre mano a tutta la mostruosità del progetto Manhattan che è anche una storia di false coscienze, come ben spiega il libro gli “Apprendisti Stregoni” di Robert Jungk. Eccettuati Niel Bohr e Hans Bethe, tutte le menti dell’epoca (compresi Fermi ed Einstein, che poi tardivamente si ravvide) appoggiavano o giustificavano la bomba con la motivazione che bisognava ottenerla prima dei nazisti: questa fu la prima circostanza portata a giustificazione del progetto Manhattam.
La seconda circostanza fu resa nota al mondo dopo che la bomba venne sganciata su Hiroshima e consisteva nel fatto che così facendo si sarebbe posto rapidamente fine alla guerra risparmiando migliaia di vite americane. E Nagasaki? Perché bombardarla?
A parte la ormai concorde valutazione di molti storici circa il fatto che il Giappone era allo stremo e prossimo alla resa, come si può eticamente sostenere questa giustificazione? È come se oggi la Russia sganciasse una atomica su Kiev sostenendo che così si risparmierebbe la vita a migliaia di russi.
Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki è il primo vero atto di legittimazione delle strategie di annientamento e di scardinamento di ogni principio umanitario, per cui ogni mezzo è lecito pur di annientare il proprio nemico.
Fin dagli anni ’70, in assoluta solitudine, Dario Paccino scriveva di Hiroshima quanto si legge nel richiamo a Vincenzo Apicella e cioè che si trattò di una sperimentazione e di un messaggio alla Unione Sovietica quale futuro destinatario del medesimo trattamento. Tutto ciò che nel tempo si è accumulato sulla questione a difesa dell’uso della bomba, rappresenta un tentativo posticcio di rimediare ad un crimine che non ha giustificazioni, costruendo una post-verità su Hiroshima senza mai citare, peraltro, l’assolutamente inutile, crudele e cinico bis di Nagasaki.
Infine voglio segnalare una vera e propria bestialità (anzi due) contenuta nel testo in questione.
La prima è l’accostamento tra Prometeo e Oppenheimer in quanto, quest’ultimo, portatore del “fuoco” dell’energia atomica, cosa che, semmai, andrebbe attribuita ad Enrico Fermi che fu il primo a realizzare la fissione nucleare.
La seconda e più importante è che Prometeo voleva donare agli umani il fuoco della conoscenza per liberarli dalla tirannia degli dei, mentre ciò che Oppenheimer reca in dono all’umanità è uno strumento di dominio e di sterminio, in ciò somigliando molto di più all’Angelo dell’Apocalisse che a Prometeo.
Non mi stancherò mai di ripetere che la storia dell’energia nucleare è, innanzitutto, la storia di un arma dove per anni non c’è stato assolutamente posto per qualsivoglia sviluppo pacifico di questa forma di energia. Dall’esperimento di Fermi (1942) in poi il governo degli USA ha posto sotto il controllo militare (attraverso l’AEC, Atomic Energy Commision) tutto il settore nucleare, anche privato, finalizzando ricerche e sperimentazioni all’impiego militare di questa energia, sia come arma di distruzione, sia come mezzo di propulsione di navi militari. Dow Chemical, Union Carbide, Dupont, Westinghouse ed altre grandi corporation americane hanno lavorato tutte per l’AEC e per lo sviluppo militare dell’energia nucleare. È solo nel 1953, quando Eishenower pronuncia il suo discorso all’ONU, che non a caso si intitolava “Atoms for peace”, che tutto il know how accumulato dall’AEC viene desecretato e messo a disposizione dell’industria privata per scopi pacifici (il primo reattore americano ad entrare in funzione è Shippingport nel 1958, cioè 16 anni dopo la pila di Fermi), ma con fortissime limitazioni per quanto riguardava la fornitura di uranio arricchitoai paesi esteri anche se “alleati”. Per questo in Francia ed Inghilterra viene sviluppata la tecnologia dei reattori ad uranio naturale e gas, fino a quando poi questi paesi si doteranno di impianti di arricchimento dell’uranio che è sempre stato ed è tutt’ora un materiale strategico.
Questo è il contesto storico in cui si muove Robert Oppenheimer. Del quale si può dire, scrivere e sceneggiare ciò che si vuole, ma senza ignorare i fatti che sinteticamente ho richiamato.
Cristopher Nolan è un bravo regista e gli americani, senza dubbio, sanno fare i film; ma io sono di quella generazione che quando da piccolo andava al cinema, vedeva John Waine capeggiare una schiera di bravi americani che uccidevano, prima i cattivi musi rossi e poi gli sporchi musi gialli.
Certo non tutta l’America è così, come non sono solo questi i film di Holliwood, ma per quanto gli americani si spossano sentire assolti del loro passato recente e remoto, attendo serenamente che si risolva il processo a loro carico per crimini contro l’umanità, con l’aggravante dell’odio razziale, per aver sterminato i nativi d’America e aver tentato di sterminare i giapponesi mediante l’uso della bomba atomica.
Note
[1] In effetti come poi precisato la redazione della “bottega” ignorava, al momento del “lancio”, se quello fosse un testo di Vincenzo Miliucci o solo un suo collage; non avendo un suo telefono… glielo abbiamo chiesto per posta e lui non ci ha risposto subito; così stavamo commettendo un errore (o una pigrizia) attribuendo tutto a lui. In ogni modo poi Vincenzo ci ha avvisati e correggiamo; noi qui siamo contente/i se c’è da “restituire” qualcosa a qualcuno. Ci piaaaaaaaace il «free common» ma è anche giusto attribuire meriti e responsabilità ad autori-autrici, citandoli sempre.
Fonte
09/08/2023
Il paradosso di Oppenheimer: il potere della scienza e la debolezza degli scienziati
Il nuovo film di successo su Oppenheimer ha riportato alla memoria il ricordo della prima bomba nucleare sganciata su Hiroshima. Ha sollevato domande complesse sulla natura della società che ha permesso lo sviluppo e l’uso di tali bombe e l’accumulo di arsenali nucleari in grado di distruggere il mondo più volte.
L’infame era McCarthy e la ‘caccia ai rossi’ ovunque avessero qualche relazione con la patologia di una società che ha soppresso il senso di colpa per il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, sostituendolo con la convinzione del proprio eccezionalismo?
Cosa spiega la trasformazione di Oppenheimer, che era emerso come l'“eroe” del Progetto Manhattan che costruì la bomba atomica, in un cattivo e poi dimenticato?
Ricordo il mio primo incontro con il senso di colpa americano per le due bombe atomiche sganciate sul Giappone.
Nel 1985 partecipavo a una conferenza sui controlli informatici distribuiti a Monterey, in California, e i nostri ospiti erano i Lawrence Livermore Laboratories. Si trattava del laboratorio di armi che aveva sviluppato la bomba all’idrogeno.
Durante la cena, la moglie di uno degli scienziati nucleari chiese al professore giapponese presente al tavolo se i giapponesi avessero capito perché gli americani avevano dovuto sganciare la bomba sul Giappone.
Perché ha salvato un milione di vite di soldati americani? E molti altri giapponesi? Cercava l’assoluzione per il senso di colpa che tutti gli americani portavano con sé? Oppure cercava la conferma che ciò che le era stato detto e in cui credeva era la verità? Che questa convinzione era condivisa anche dalle vittime della bomba?
Non si tratta del film di Oppenheimer; lo uso solo come spunto per parlare del fatto che la bomba atomica ha rappresentato una frattura multipla nella società. Non solo a livello bellico, dove questa nuova arma ha cambiato completamente i parametri della guerra.
Ma anche il riconoscimento, da parte della società, che la scienza non era più appannaggio dei soli scienziati, ma di tutti noi.
Per gli scienziati è diventato anche un problema il fatto che ciò che facevano nei laboratori aveva conseguenze reali, compresa la possibile distruzione dell’umanità stessa. Inoltre, si è capito che si trattava di una nuova era, l’era della ‘grande scienza’ che aveva bisogno di grandi capitali!
Stranamente, due dei nomi più importanti tra gli scienziati al centro del movimento contro la bomba nucleare dopo la guerra ebbero anche un ruolo importante nell’avvio del Progetto Manhattan.
Leo Szilard, uno scienziato ungherese rifugiatosi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, cercò l’aiuto di Einstein per chiedere al Presidente Roosevelt che gli Stati Uniti costruissero la bomba. Temeva che se la Germania nazista l’avesse costruita per prima, avrebbe conquistato il mondo.
Szilard si unì al Progetto Manhattan, anche se non si trovava a Los Alamos ma nei Laboratori Metallurgici dell’Università di Chicago.
Szilard si batté, anche all’interno del Progetto Manhattan, per una dimostrazione della bomba prima del suo utilizzo sul Giappone.
Einstein cercò anche di raggiungere il Presidente Roosevelt con il suo appello contro l’uso della bomba. Ma Roosevelt morì, con la lettera di Einstein chiusa sulla sua scrivania.
Al suo posto subentrò il vicepresidente Truman, che pensava che la bomba avrebbe dato agli Stati Uniti il monopolio nucleare, contribuendo così a sottomettere l’Unione Sovietica nello scenario postbellico.
Passiamo al Progetto Manhattan. È la portata del progetto a essere sbalorditiva, anche per gli standard odierni.
Al suo apice, aveva dato lavoro direttamente a 125.000 persone, e se includiamo le molte altre industrie che producevano direttamente o indirettamente parti o attrezzature per la bomba, il numero si avvicina al mezzo milione.
Anche in questo caso i costi furono enormi, 2 miliardi di dollari nel 1945 (circa 30-50 miliardi di dollari odierni). Gli scienziati erano un’élite che comprendeva Hans Bethe, Enrico Fermi, Nils Bohr, James Franck, Oppenheimer, Edward Teller (il ‘cattivo della storia’, più avanti), Richard Feynman, Harold Urey, Klaus Fuchs (che condivise i segreti atomici con i sovietici) e molti altri nomi scintillanti.
Più di due dozzine di premi Nobel sono stati associati al Progetto Manhattan a vario titolo.
Ma la scienza era solo una piccola parte del progetto. Il Progetto Manhattan voleva costruire due tipi di bombe: una con l’isotopo uranio 235 e l’altra con il plutonio.
Come separare il materiale fissile, U 235, dall’U 238? Come concentrare il plutonio per le armi? Come fare entrambe le cose su scala industriale? Come impostare la reazione a catena per creare la fissione, riunendo il materiale fissile subcritico per creare una massa critica?
Tutto ciò ha richiesto l’intervento di metallurgisti, chimici, ingegneri, esperti di esplosivi e la realizzazione di impianti e attrezzature completamente nuovi, distribuiti in centinaia di siti. Il tutto a velocità record.
Si trattava di un “esperimento” scientifico, non su scala di laboratorio, ma su scala industriale. Ecco perché l’enorme budget e le dimensioni del potere umano coinvolto.
Il governo degli Stati Uniti convinse i cittadini che i bombardamenti di Hiroshima e, tre giorni dopo, di Nagasaki avessero portato alla resa del Giappone.
Sulla base di prove d’archivio e di altro tipo, è chiaro che più che le bombe nucleari, fu la dichiarazione di guerra dell'Unione Sovietica al Giappone, a condurre quest'ultimo alla resa.
Hanno anche dimostrato che il numero di “un milione di vite americane salvate” grazie a Hiroshima e Nagasaki, in quanto ha evitato un’invasione del Giappone, non aveva alcuna base. Si trattava di un numero creato interamente a scopo propagandistico.
Mentre al popolo americano venivano fornite queste cifre come calcoli seri, ciò che veniva completamente censurato erano le immagini reali delle vittime delle due bombe. L’unica immagine disponibile del bombardamento di Hiroshima – la nuvola a fungo – fu quella scattata dal mitragliere dell’Enola Gay.
Anche quando vennero diffuse alcune fotografie di Hiroshima e Nagasaki, mesi dopo i bombardamenti nucleari, si trattava solo di edifici in frantumi e di nessun essere umano.
Gli Stati Uniti, che si crogiolavano nella loro vittoria sul Giappone, non volevano che questa fosse rovinata dalle immagini dell’orrore della bomba nucleare.
Gli Stati Uniti considerarono le persone che morivano di una misteriosa malattia, che sapevano essere una malattia da radiazioni, come propaganda dei giapponesi.
Per citare il generale Leslie Groves, a capo del Progetto Manhattan, si trattava di “racconti di Tokyo”. Ci sono voluti sette anni perché il tributo umano fosse visibile, e solo dopo che gli Stati Uniti hanno cessarono l’occupazione del Giappone.
Anche in questo caso si trattava solo di poche immagini, poiché il Giappone stava ancora collaborando con gli Stati Uniti per mettere a tacere l’orrore della bomba nucleare.
Per avere un resoconto visivo completo di ciò che accadde a Hiroshima si dovettero attendere gli anni Sessanta: le immagini di persone vaporizzate che lasciavano solo un’immagine sulla pietra su cui erano sedute, di sopravvissuti con la pelle appesa al corpo, di persone che morivano per le radiazioni.
L’altra parte della bomba nucleare fu il ruolo degli scienziati.
Essi divennero gli eroi che avevano abbreviato la guerra e salvato un milione di vite americane. In questa costruzione del mito, la bomba nucleare fu trasformata da un grande sforzo su scala industriale a una formula segreta scoperta da pochi fisici che diede agli Stati Uniti un enorme potere nell’era postbellica.
Fu questo a rendere Oppenheimer un eroe per il popolo americano. Egli simboleggiava la comunità scientifica e i suoi poteri divini. E anche il bersaglio di persone come Teller, che in seguito si unirono ad altri per distruggere Oppenheimer.
Ma se Oppenheimer era un eroe solo pochi anni fa, come sono riusciti a farlo cadere?
È difficile immaginare che gli Stati Uniti avessero un forte movimento di sinistra prima della Seconda guerra mondiale. A parte la presenza dei comunisti nei movimenti operai, anche il mondo dell’intellighenzia – letteratura, cinema e fisici – aveva una forte presenza comunista. Come si può vedere nel film su Oppenheimer.
L’idea che la scienza e la tecnologia possano essere pianificate, come sosteneva Bernal nel Regno Unito, e che debbano essere utilizzate per il bene pubblico era ciò che gli scienziati avevano abbracciato.
Ecco perché i fisici, all’epoca all’avanguardia nelle scienze – la relatività, la meccanica quantistica – erano anche all’avanguardia nei dibattiti sociali e politici sulla scienza.
La visione critica del mondo che caratterizzava la scienza di allora si è scontrata con il nuovo assetto globale in cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere la nazione eccezionale e l’unico egemone.
Qualsiasi indebolimento di questa egemonia potrebbe avvenire solo perché alcune persone, traditrici di questa nazione, hanno dato via i “nostri” segreti nazionali. Qualsiasi sviluppo altrove potrebbe essere solo il risultato di un furto, e nient’altro.
Questa campagna fu favorita anche dalla convinzione che la bomba atomica fosse il risultato di alcune equazioni scoperte dagli scienziati e che quindi potesse essere facilmente divulgata ai nemici.
Questa fu la genesi dell’era McCarthy, una guerra alla comunità artistica, accademica e scientifica statunitense. Per una ricerca di spie sotto il letto.
Negli Stati Uniti stava nascendo il complesso militare-industriale, che presto prese il sopravvento sull’establishment scientifico. Sono stati i militari e il bilancio energetico-nucleare a determinare d’ora in poi il destino degli scienziati e delle loro borse di studio.
Oppenheimer doveva essere punito come esempio per gli altri. Gli scienziati non dovevano mettersi contro gli dei del complesso militare-industriale e la loro visione di dominio del mondo.
La caduta in disgrazia di Oppenheimer ebbe un altro scopo. Fu una lezione per la comunità scientifica: se si metteva in mezzo lo Stato di sicurezza, nessuno era abbastanza grande.
Anche se i Rosenberg, Julius ed Ethel, furono giustiziati, erano figure relativamente minori. Julius non aveva fatto trapelare alcun segreto atomico, ma aveva solo tenuto l’Unione Sovietica al corrente degli sviluppi. Ethel, pur essendo comunista, non aveva nulla a che fare con lo spionaggio.
L’unica persona che ha fatto trapelare “segreti” atomici è stato Klaus Fuchs, un membro del partito comunista tedesco, che è fuggito nel Regno Unito, ha lavorato al progetto della bomba prima nel Regno Unito e poi nel progetto Manhattan come parte del team britannico.
Ha apportato importanti contributi al meccanismo di innesco della bomba nucleare e li ha condivisi con l’Unione Sovietica. Il contributo di Fuchs avrebbe accorciato lo sviluppo della bomba sovietica di forse un anno.
Come hanno dimostrato numerose nazioni, una volta che sappiamo che una bomba fissile è possibile, è facile per gli scienziati e i tecnologi duplicarla. Come hanno fatto paesi piccoli come la Corea del Nord.
La tragedia di Oppenheimer non è stata quella di essere stato vittima dell’era McCarthy e di aver perso l’autorizzazione di sicurezza. Einstein non ha mai avuto un’autorizzazione di sicurezza, quindi anche questa non è stata una grande calamità per lui.
È stata l’umiliazione pubblica subita durante le udienze in cui ha contestato la revoca dell’autorizzazione di sicurezza a distruggerlo. Ai fisici, i ragazzi d’oro dell’era atomica, era stato finalmente mostrato il loro vero posto nel mondo emergente del complesso militare industriale.
Einstein, Szilard, Rotblatt e altri avevano previsto questo mondo. A differenza di Oppenheimer, essi intrapresero la strada della costruzione di un movimento contro la bomba nucleare.
Gli scienziati, dopo aver costruito la bomba, dovevano ora agire come custodi della coscienza del mondo, contro una bomba che poteva distruggere l’intera umanità. Una bomba che pende ancora come una spada di Damocle sulle nostre teste.
Fonte
L’infame era McCarthy e la ‘caccia ai rossi’ ovunque avessero qualche relazione con la patologia di una società che ha soppresso il senso di colpa per il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, sostituendolo con la convinzione del proprio eccezionalismo?
Cosa spiega la trasformazione di Oppenheimer, che era emerso come l'“eroe” del Progetto Manhattan che costruì la bomba atomica, in un cattivo e poi dimenticato?
Ricordo il mio primo incontro con il senso di colpa americano per le due bombe atomiche sganciate sul Giappone.
Nel 1985 partecipavo a una conferenza sui controlli informatici distribuiti a Monterey, in California, e i nostri ospiti erano i Lawrence Livermore Laboratories. Si trattava del laboratorio di armi che aveva sviluppato la bomba all’idrogeno.
Durante la cena, la moglie di uno degli scienziati nucleari chiese al professore giapponese presente al tavolo se i giapponesi avessero capito perché gli americani avevano dovuto sganciare la bomba sul Giappone.
Perché ha salvato un milione di vite di soldati americani? E molti altri giapponesi? Cercava l’assoluzione per il senso di colpa che tutti gli americani portavano con sé? Oppure cercava la conferma che ciò che le era stato detto e in cui credeva era la verità? Che questa convinzione era condivisa anche dalle vittime della bomba?
Non si tratta del film di Oppenheimer; lo uso solo come spunto per parlare del fatto che la bomba atomica ha rappresentato una frattura multipla nella società. Non solo a livello bellico, dove questa nuova arma ha cambiato completamente i parametri della guerra.
Ma anche il riconoscimento, da parte della società, che la scienza non era più appannaggio dei soli scienziati, ma di tutti noi.
Per gli scienziati è diventato anche un problema il fatto che ciò che facevano nei laboratori aveva conseguenze reali, compresa la possibile distruzione dell’umanità stessa. Inoltre, si è capito che si trattava di una nuova era, l’era della ‘grande scienza’ che aveva bisogno di grandi capitali!
Stranamente, due dei nomi più importanti tra gli scienziati al centro del movimento contro la bomba nucleare dopo la guerra ebbero anche un ruolo importante nell’avvio del Progetto Manhattan.
Leo Szilard, uno scienziato ungherese rifugiatosi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, cercò l’aiuto di Einstein per chiedere al Presidente Roosevelt che gli Stati Uniti costruissero la bomba. Temeva che se la Germania nazista l’avesse costruita per prima, avrebbe conquistato il mondo.
Szilard si unì al Progetto Manhattan, anche se non si trovava a Los Alamos ma nei Laboratori Metallurgici dell’Università di Chicago.
Szilard si batté, anche all’interno del Progetto Manhattan, per una dimostrazione della bomba prima del suo utilizzo sul Giappone.
Einstein cercò anche di raggiungere il Presidente Roosevelt con il suo appello contro l’uso della bomba. Ma Roosevelt morì, con la lettera di Einstein chiusa sulla sua scrivania.
Al suo posto subentrò il vicepresidente Truman, che pensava che la bomba avrebbe dato agli Stati Uniti il monopolio nucleare, contribuendo così a sottomettere l’Unione Sovietica nello scenario postbellico.
Passiamo al Progetto Manhattan. È la portata del progetto a essere sbalorditiva, anche per gli standard odierni.
Al suo apice, aveva dato lavoro direttamente a 125.000 persone, e se includiamo le molte altre industrie che producevano direttamente o indirettamente parti o attrezzature per la bomba, il numero si avvicina al mezzo milione.
Anche in questo caso i costi furono enormi, 2 miliardi di dollari nel 1945 (circa 30-50 miliardi di dollari odierni). Gli scienziati erano un’élite che comprendeva Hans Bethe, Enrico Fermi, Nils Bohr, James Franck, Oppenheimer, Edward Teller (il ‘cattivo della storia’, più avanti), Richard Feynman, Harold Urey, Klaus Fuchs (che condivise i segreti atomici con i sovietici) e molti altri nomi scintillanti.
Più di due dozzine di premi Nobel sono stati associati al Progetto Manhattan a vario titolo.
Ma la scienza era solo una piccola parte del progetto. Il Progetto Manhattan voleva costruire due tipi di bombe: una con l’isotopo uranio 235 e l’altra con il plutonio.
Come separare il materiale fissile, U 235, dall’U 238? Come concentrare il plutonio per le armi? Come fare entrambe le cose su scala industriale? Come impostare la reazione a catena per creare la fissione, riunendo il materiale fissile subcritico per creare una massa critica?
Tutto ciò ha richiesto l’intervento di metallurgisti, chimici, ingegneri, esperti di esplosivi e la realizzazione di impianti e attrezzature completamente nuovi, distribuiti in centinaia di siti. Il tutto a velocità record.
Si trattava di un “esperimento” scientifico, non su scala di laboratorio, ma su scala industriale. Ecco perché l’enorme budget e le dimensioni del potere umano coinvolto.
Il governo degli Stati Uniti convinse i cittadini che i bombardamenti di Hiroshima e, tre giorni dopo, di Nagasaki avessero portato alla resa del Giappone.
Sulla base di prove d’archivio e di altro tipo, è chiaro che più che le bombe nucleari, fu la dichiarazione di guerra dell'Unione Sovietica al Giappone, a condurre quest'ultimo alla resa.
Hanno anche dimostrato che il numero di “un milione di vite americane salvate” grazie a Hiroshima e Nagasaki, in quanto ha evitato un’invasione del Giappone, non aveva alcuna base. Si trattava di un numero creato interamente a scopo propagandistico.
Mentre al popolo americano venivano fornite queste cifre come calcoli seri, ciò che veniva completamente censurato erano le immagini reali delle vittime delle due bombe. L’unica immagine disponibile del bombardamento di Hiroshima – la nuvola a fungo – fu quella scattata dal mitragliere dell’Enola Gay.
Anche quando vennero diffuse alcune fotografie di Hiroshima e Nagasaki, mesi dopo i bombardamenti nucleari, si trattava solo di edifici in frantumi e di nessun essere umano.
Gli Stati Uniti, che si crogiolavano nella loro vittoria sul Giappone, non volevano che questa fosse rovinata dalle immagini dell’orrore della bomba nucleare.
Gli Stati Uniti considerarono le persone che morivano di una misteriosa malattia, che sapevano essere una malattia da radiazioni, come propaganda dei giapponesi.
Per citare il generale Leslie Groves, a capo del Progetto Manhattan, si trattava di “racconti di Tokyo”. Ci sono voluti sette anni perché il tributo umano fosse visibile, e solo dopo che gli Stati Uniti hanno cessarono l’occupazione del Giappone.
Anche in questo caso si trattava solo di poche immagini, poiché il Giappone stava ancora collaborando con gli Stati Uniti per mettere a tacere l’orrore della bomba nucleare.
Per avere un resoconto visivo completo di ciò che accadde a Hiroshima si dovettero attendere gli anni Sessanta: le immagini di persone vaporizzate che lasciavano solo un’immagine sulla pietra su cui erano sedute, di sopravvissuti con la pelle appesa al corpo, di persone che morivano per le radiazioni.
L’altra parte della bomba nucleare fu il ruolo degli scienziati.
Essi divennero gli eroi che avevano abbreviato la guerra e salvato un milione di vite americane. In questa costruzione del mito, la bomba nucleare fu trasformata da un grande sforzo su scala industriale a una formula segreta scoperta da pochi fisici che diede agli Stati Uniti un enorme potere nell’era postbellica.
Fu questo a rendere Oppenheimer un eroe per il popolo americano. Egli simboleggiava la comunità scientifica e i suoi poteri divini. E anche il bersaglio di persone come Teller, che in seguito si unirono ad altri per distruggere Oppenheimer.
Ma se Oppenheimer era un eroe solo pochi anni fa, come sono riusciti a farlo cadere?
È difficile immaginare che gli Stati Uniti avessero un forte movimento di sinistra prima della Seconda guerra mondiale. A parte la presenza dei comunisti nei movimenti operai, anche il mondo dell’intellighenzia – letteratura, cinema e fisici – aveva una forte presenza comunista. Come si può vedere nel film su Oppenheimer.
L’idea che la scienza e la tecnologia possano essere pianificate, come sosteneva Bernal nel Regno Unito, e che debbano essere utilizzate per il bene pubblico era ciò che gli scienziati avevano abbracciato.
Ecco perché i fisici, all’epoca all’avanguardia nelle scienze – la relatività, la meccanica quantistica – erano anche all’avanguardia nei dibattiti sociali e politici sulla scienza.
La visione critica del mondo che caratterizzava la scienza di allora si è scontrata con il nuovo assetto globale in cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere la nazione eccezionale e l’unico egemone.
Qualsiasi indebolimento di questa egemonia potrebbe avvenire solo perché alcune persone, traditrici di questa nazione, hanno dato via i “nostri” segreti nazionali. Qualsiasi sviluppo altrove potrebbe essere solo il risultato di un furto, e nient’altro.
Questa campagna fu favorita anche dalla convinzione che la bomba atomica fosse il risultato di alcune equazioni scoperte dagli scienziati e che quindi potesse essere facilmente divulgata ai nemici.
Questa fu la genesi dell’era McCarthy, una guerra alla comunità artistica, accademica e scientifica statunitense. Per una ricerca di spie sotto il letto.
Negli Stati Uniti stava nascendo il complesso militare-industriale, che presto prese il sopravvento sull’establishment scientifico. Sono stati i militari e il bilancio energetico-nucleare a determinare d’ora in poi il destino degli scienziati e delle loro borse di studio.
Oppenheimer doveva essere punito come esempio per gli altri. Gli scienziati non dovevano mettersi contro gli dei del complesso militare-industriale e la loro visione di dominio del mondo.
La caduta in disgrazia di Oppenheimer ebbe un altro scopo. Fu una lezione per la comunità scientifica: se si metteva in mezzo lo Stato di sicurezza, nessuno era abbastanza grande.
Anche se i Rosenberg, Julius ed Ethel, furono giustiziati, erano figure relativamente minori. Julius non aveva fatto trapelare alcun segreto atomico, ma aveva solo tenuto l’Unione Sovietica al corrente degli sviluppi. Ethel, pur essendo comunista, non aveva nulla a che fare con lo spionaggio.
L’unica persona che ha fatto trapelare “segreti” atomici è stato Klaus Fuchs, un membro del partito comunista tedesco, che è fuggito nel Regno Unito, ha lavorato al progetto della bomba prima nel Regno Unito e poi nel progetto Manhattan come parte del team britannico.
Ha apportato importanti contributi al meccanismo di innesco della bomba nucleare e li ha condivisi con l’Unione Sovietica. Il contributo di Fuchs avrebbe accorciato lo sviluppo della bomba sovietica di forse un anno.
Come hanno dimostrato numerose nazioni, una volta che sappiamo che una bomba fissile è possibile, è facile per gli scienziati e i tecnologi duplicarla. Come hanno fatto paesi piccoli come la Corea del Nord.
La tragedia di Oppenheimer non è stata quella di essere stato vittima dell’era McCarthy e di aver perso l’autorizzazione di sicurezza. Einstein non ha mai avuto un’autorizzazione di sicurezza, quindi anche questa non è stata una grande calamità per lui.
È stata l’umiliazione pubblica subita durante le udienze in cui ha contestato la revoca dell’autorizzazione di sicurezza a distruggerlo. Ai fisici, i ragazzi d’oro dell’era atomica, era stato finalmente mostrato il loro vero posto nel mondo emergente del complesso militare industriale.
Einstein, Szilard, Rotblatt e altri avevano previsto questo mondo. A differenza di Oppenheimer, essi intrapresero la strada della costruzione di un movimento contro la bomba nucleare.
Gli scienziati, dopo aver costruito la bomba, dovevano ora agire come custodi della coscienza del mondo, contro una bomba che poteva distruggere l’intera umanità. Una bomba che pende ancora come una spada di Damocle sulle nostre teste.
Fonte
06/08/2020
Hiroshima e Nagasaki. Mai più
La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari ha ottenuto dall’Onu l’approvazione del Trattato di proibizione. Ma dopo tre anni l’Italia – che custodisce decine di atomiche Usa – ancora non lo ha firmato. Sarebbe molto più che un gesto simbolico siglarlo in occasione del 75esimo anniversario delle due atomiche statunitensi che in Giappone uccisero 200mila persone.
Sono passati 75 anni da quei due giorni, il 6 e 9 agosto 1945, quando due lampi accecanti seguiti da una mostruosa nuvola a forma di fungo cancellarono in un baleno le due città di Hiroshima e Nagasaki, vaporizzando oltre 200mila persone, e condannando i sopravvissuti a sofferenze inenarrabili seguite in molti casi da una morte straziante.
È giunto il momento di dire “mai più”, non solo come reazione di orrore, ma perché oggi per la prima volta si può. Andiamo con ordine, perché la storia è una guida per capire e agire in modo consapevole.
Vi fu, in qualche modo, una “preistoria” quando ai primi del Novecento si scoprì che il nucleo atomico racchiude energie milioni di volte più grandi delle ordinarie energie dei processi chimici. L’interesse a capire questi fenomeni ha consentito avanzamenti enormi della nostra conoscenza dei processi fisici.
Il problema è sorto quando si sono prospettate le possibilità di sviluppare effettivamente queste potentissime energie. Io sostengo sempre che è stato il più grande errore dell’era contemporanea, perché se è vero che la loro produzione era complessa, è purtroppo vero anche il contrario dato che i processi nucleari non sono reversibili, e i loro prodotti artificiali sono estremamente pericolosi e nocivi e non sono eliminabili dai processi che avvengono sulla Terra.
Poi, allo scoppio della II guerra mondiale, crebbe il timore che i nazisti potessero realizzare la super-bomba, e un pacifista come Einstein fu indotto da Szilard a scrivere una lettera a Roosevelt che di fatto fu all’origine del Progetto Manhattan per la realizzazione della bomba nucleare. Quando Einstein se ne pentì era ormai troppo tardi.
Alla fine del 1944 era chiaro che i nazisti non avrebbero realizzato la super-bomba e nel giugno 1945 la Germania si arrese. Ma la realizzazione della bomba atomica non si era arrestata e solo un fisico fra le migliaia di scienziati che lavoravano all’impresa a quel punto l’abbandonò per motivi di coscienza. Il suo nome era Józef Rotblat.
Rimaneva aperta l’opzione: usarla realmente? Gli scienziati ebbero ancora un’occasione decisiva. Ma un autorevole comitato di ricercatori nominato appositamente – composto da Robert Oppenheimer, Enrico Fermi, Ernest Lawrence e Arthur Compton – si era pronunciato tra il 15 e il 16 giugno in maniera abbastanza pilatesca, riconoscendo l’obbligo di «salvare vite americane» e concludendo: «Non vediamo nessuna alternativa accettabile all’impiego militare diretto».
Così si arrivò alla prima esplosione nucleare, denominata Trinity, che, il 16 luglio del 1945 nel poligono di Alamogordo nel deserto del Nuovo Messico, inaugurò cupamente la nuova era.
La retorica di “salvare vite americane” nella decisione di sganciare le bombe sul Giappone ha dominato a lungo, ma è stata smentita storicamente: il Giappone era al collasso e si sarebbe arreso comunque senza bisogno di un’invasione di terra, la vera urgenza di Truman era di accelerarne la resa per escludere l’Unione sovietica dalle trattative di pace in Asia.
In sostanza, valeva la pena uccidere 200mila persone, esattamente come dirà 58 anni più tardi il Segretario di Stato Madeleine Albright a proposito dei 500mila bambini vittime della guerra all’Iran.
Nei decenni successivi gli ordigni nucleari proliferarono, arrivando negli anni '80 al numero demenziale di 70mila, ben più distruttivi di quelli di Hirohima e Nagasaki. Il pretesto era di inibire il loro uso perché avrebbe provocato la «distruzione mutua assicurata»: se non fosse che numerosi allarmi per errore non hanno portato all’Apocalisse nucleare solo per il coraggio di ufficiali che non vollero credere alla loro veridicità, salvando l’umanità da un olocausto generalizzato. Per citare Noam Chomsky, «se siamo vivi è per miracolo».
Per ottenere il plutonio per il Trinity e Nagasaki, il 12 dicembre 1942 Fermi aveva realizzato la reazione a catena controllata con il primo reattore nucleare, detto “Pila di Fermi” impropriamente poiché non era affatto progettato per produrre energia. Dopo la guerra furono costruiti solo reattori militari, plutinigeni o adattati per la propulsione dei sommergibili.
Finché nel 1953 fu lanciato l’«Atomo per la Pace» per mettere a profitto la nuova tecnologia, promettendo un’energia che sarebbe stata “talmente economica da non poter essere misurata”.
Anche volendo prescindere dall’enorme quantità di vittime dell’Era Nucleare – tumori contratti dai lavoratori nelle miniere di uranio, contaminazione radioattiva dell’atmosfera terrestre per più di 2.000 test nucleari, sottostima degli effetti della radioattività sull’organismo umano, drammatici incidenti nucleari che hanno reso inabitabili alcune regioni – l’Apprendista Stregone umano ha realizzato una quantità impressionante di prodotti e processi nucleari artificiali che non esistevano sulla Terra e per elementari motivi della scala di energie non possono venire eliminati, e per migliaia di anni devono essere custoditi in modo che nessun essere umano possa entrarvi in contatto.
Nessun paese ha ancora realizzato un deposito nazionale definitivo dei residui radioattivi (dove “definitivo” mistifica il fatto che nulla può venire garantito per centinaia o migliaia di anni – la civiltà umana conta meno di 10 mila anni – a fronte di rivolgimenti fisici e sociali).
Se non bastasse – ancorché dopo la fine della Guerra Fredda gli arsenali nucleari si siano ridotti a poco più di 14.000 testate, e siano stati stipulati importanti trattati di riduzione e controllo degli armamenti nucleari – Trump ha smantellato pezzo per pezzo il pur carente regime di non proliferazione, e ha incentivato progetti (avviati a dire il vero dal “Nobel per la Pace” Obama) di nuove mini-testate nucleari le quali dietro un’illusione di poter condurre una guerra nucleare limitata ne aggravano a dismisura il rischio.
Oggi questo rischio è più alto che in tutti i 75 anni passati! Deliberato o per errore.
Ma dopo 75 anni si è aperta una grande speranza, quando la campagna internazionale ICAN per abolire le armi nucleari ha ottenuto che il 7 luglio 2017 l’ONU approvasse il nuovo Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: per entrare in vigore come integrante del Diritto Internazionale esso deve essere ratificato da 50 Stati, ma siamo già a 39 e l’anno prossimo il trattato entrerà in vigore.
Qui si parrà la nobilitate del nostro governo: in Italia ospitiamo 70 bombe nucleari americane, in caso di guerra saremmo uno dei primi bersagli, nessun governo lo ha mai dichiarato ai cittadini. Pretendiamo un atto di dignità, il governo si riscatti firmando il Trattato!
da Peacelink
Il fisico Angelo Baracca è stato docente universitario a Firenze, ed è attivista e saggista. Impegnato nelle campagne per l’ecologia, contro le guerre e per il disarmo nucleare ha firmato numerosi saggi tra cui “Storia della fisica italiana, un’introduzione” (Jaca Book, 2017)
Fonte
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