Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2026

L’enciclica di PapaLeone XIV e la materialità dell’IA

Magnifica humanitas, l’enciclica con cui Leone XIV affronta la questione dell’intelligenza artificiale è un documento insieme tardivo e necessario. Se un’istituzione tradizionalmente prudente come la Chiesa decide di intervenire apertamente su un tema, significa che è ormai troppo evidente per essere eluso.

Il Papa arriva però su questo terreno quando l’industria dei modelli linguistici ha già consolidato un’architettura globale del potere che gli Stati faticano a contenere e di cui sono già utilizzatori, spesso per fini tutt’altro che filantropici.

L’enciclica colpisce per il tono deciso, a tratti duro. Proprio per questo merita di essere letta con attenzione, evitando tanto riflessi devoti – piuttosto grotteschi nel caso di chi sventola l’enciclica come fosse una ristampa del “libretto rosso” – quanto la liquidazione laica di chi vi vede soltanto l’ennesimo appello morale e generico.

Occorre cogliere subito un’intuizione decisiva, perché dà senso a tutto il seguito. Leone XIV scrive che “Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico”.

Attorno a questa affermazione, apparentemente ovvia, costruisce un ragionamento che molti ambienti critici faticano ancora a imporre nello spazio pubblico. L’industria digitale ha infatti edificato la propria egemonia culturale sull’immagine opposta, fatta di un’intelligenza diffusa, quasi eterea, veicolata com’è da un “cloud” che evoca più metafisica che ingegneria.

Riportare l’algoritmo alla sua gravità terrestre significa spezzare questa narrazione e rimettere al centro ciò che il mainstream ha quasi del tutto espulso dal campo visivo: i data center con il loro consumo immane di acqua ed energia, le miniere di terre rare con i loro adolescenti che frantumano minerali a mani nude in condizioni di pericolo, le legioni di moderatori e annotatori che da Nairobi a Manila trascorrono le giornate a etichettare contenuti, spesso traumatici, per pochi dollari l’ora.

Quando l’enciclica parla di “corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”, usa un linguaggio netto e proprio per questo politicamente rilevante.

Questa materialità riconosciuta apre uno spazio politico che il testo percorre con coerenza. Il punto si fa ancora più interessante quando Leone scrive che “Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. La questione riguarda le strutture proprietarie che concentrano dati e capacità di calcolo nelle mani di pochissimi attori, determinando un’asimmetria che l’enciclica definisce giustamente “epistemica, economica e politica”.

L’aggettivo decisivo è il primo, perché segnala che il monopolio digitale non controlla soltanto un mercato, ma le condizioni stesse entro cui la società conosce e classifica il reale. In questo senso, il potere delle piattaforme non consiste solo nel fornire servizi cognitivi, ma nel modellare l’ambiente dentro cui il pensiero sociale prende forma.

Qui Leone XIV si avvicina, senza nominarla, a una linea critica che attraversa il Novecento e arriva fino al dibattito contemporaneo sulla privatizzazione del sapere sociale. Quando scrive che i dati “sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi”, riconosce che il general intellect è ormai una materia prima decisiva del capitalismo contemporaneo e che la sua appropriazione equivale a una reiterata e ancor più aggressiva forma di estrazione del patrimonio sociale.

La proposta di trattare i dati “come uno dei beni comuni o collettivi” mantiene toni prudenti, ma nella sostanza è radicale, perché mette in discussione il fondamento del modello di business su cui poggia l’intera filiera dell’intelligenza artificiale generativa.

Fin qui i meriti, molti e sostanziali. Sarebbe però disonesto fingere che il documento non incontri anche un limite proprio. Che non consiste nel fatto che l’enciclica non offra un programma d’azione, perché sarebbe un’obiezione mal posta nei confronti di un genere che procede per criteri e orientamenti generali. Riguarda piuttosto le condizioni storiche entro cui una diagnosi anche molto lucida può tradursi in efficacia politica.

Magnifica humanitas descrive con acutezza la struttura del problema e individua con chiarezza la concentrazione di potere che accompagna l’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio in quanto testo di principi, però, lascia necessariamente aperto il passaggio decisivo, quello che conduce dalle enunciazioni normative alle forme politiche, giuridiche e sociali attraverso cui quei principi possono tradursi in organizzazione e trasformazione.

È su questo terreno che criteri come la vita democratica, il lavoro dignitoso, la pace e il limite ecologico dovrebbero misurare la loro effettiva capacità di incidere. Non è una manchevolezza accidentale, ma il tratto costitutivo di un intervento che può orientare e offrire criteri, senza per questo determinare da sé le mediazioni attraverso cui dovrebbe incidere nella realtà.

È qui che emerge un suo limite storico, più che teorico. In un ecosistema come quello dell’intelligenza artificiale contemporanea, nel quale le grandi imprese hanno imparato a incorporare il linguaggio dell’etica e della responsabilità, anche una presa di parola così netta rischia di essere assorbita, elogiata e infine neutralizzata dagli stessi attori che chiama indirettamente in causa, senza produrre attrito sufficiente.

Il nodo, in altre parole, non sta tanto nel testo quanto nelle condizioni della sua ricezione.

La questione interessante riguarda infatti l’ecosistema mediatico-industriale dentro cui Magnifica humanitas viene messa in circolazione. Essa è stata presentata in un contesto che includeva, tra gli esperti di intelligenza artificiale chiamati a dialogare, anche figure di primo piano provenienti da Anthropic, azienda che ha costruito la propria identità pubblica precisamente sui fondamenti che l’enciclica mette in discussione.

La stessa Anthropic ha siglato accordi commerciali significativi con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti collocandosi stabilmente all’interno della filiera militare e di intelligence dell’intelligenza artificiale.

È plausibile che Leone XIV non ignori la cooperazione di Anthropic con Palantir o l’uso del suo modello Claude in Venezuela, in Iran e contro i migranti negli Stati Uniti. È difficile immaginare che un testo del genere prescinda dal lavoro occulto che alimenta l’IA senza sapere che Anthropic esternalizza gran parte delle proprie operazioni sui dati in condizioni molto simili a quelle già emerse nel caso di OpenAI e Meta.

Non è in questione la legittimità del dialogo, ovviamente, perché la dottrina sociale ha sempre fatto della disponibilità al confronto uno dei propri tratti distintivi. È in questione qualcosa di più fine ed è il fatto che il linguaggio della critica può essere appunto fatto proprio dagli stessi attori e trasformarsi in una risorsa aggiuntiva per la loro legittimazione.

La capacità dell’industria di metabolizzare le obiezioni più radicali raggiunge, nell’ambito dell’intelligenza artificiale, un livello di sofisticazione particolare. Le grandi aziende del settore finanziano conferenze sull’etica, sostengono ricerche sui rischi dei propri sistemi, partecipano ai forum sui diritti digitali e parlano il linguaggio della responsabilità.

In un simile contesto, quando un’enciclica che denuncia la concentrazione del potere tecnologico viene presentata accanto a rappresentanti delle aziende che quel potere lo incarnano, il rischio non è tanto una cattura ideologica del Magistero, quanto la sua trasformazione in materiale utilizzabile per lo storytelling istituzionale dell’industria.

Una frase come quella sulla morale algoritmica “decisa da pochi” può essere facilmente citata in un white paper aziendale come prova di sensibilità etica, proprio perché non nomina nessuno e quindi consente a chiunque di collocarsi dalla parte giusta del discorso.

Questo non riduce il valore del documento; semmai ne chiarisce la statura e, insieme, il limite. Magnifica humanitas è un testo coraggioso e insufficiente nello stesso tempo. Coraggioso, perché introduce nella tradizione della Chiesa cattolica categorie che fino a poco tempo fa avremmo trovato soprattutto nei lavori degli studi critici sull’IA.

Insufficiente, non perché manchi di prescrizioni, ma perché affida la propria efficacia a una forza dei principi che, da sola, la storia moderna non ha quasi mai mostrato sufficiente a intaccare gli assetti proprietari della produzione.

Che Leone XIV abbia portato la dottrina sociale davanti alla nuova forma della questione operaia, riconoscendo che il capitale algoritmico non sfrutta soltanto il lavoro ma cattura anche la conoscenza sociale, rappresenta comunque un passaggio storico importante. Resta però vero che la questione operaia non fu mai risolta dai documenti che la affrontarono, per quanto alti o appassionati, ma da conflitti reali che quei documenti poterono al massimo accompagnare o interpretare a posteriori.

La domanda con cui Magnifica humanitas lascia il lettore, dunque, non riguarda la qualità del testo, che è notevole e in più punti sorprendente. Riguarda la sua capacità di attivare processi reali nei contesti che lo riceveranno. Più che dalle parole del Papa, in larga misura giuste, la risposta dipenderà dalle pratiche dei poteri che oggi governano dati e infrastrutture.

Se l’industria riuscirà a trasformare l’enciclica in un’occasione di dialogo senza effetti sulle proprie scelte operative, il documento sarà ricordato come uno dei molti testi importanti rimasti senza seguito. Se invece società civili, sindacati delle piattaforme, ricercatori indipendenti e movimenti per la sovranità digitale sapranno usarlo come uno strumento di pressione politica concreta, allora la sua portata potrà rivelarsi più ampia di quanto il suo stesso autore abbia previsto.

La storia insegna che i documenti più fecondi non sono necessariamente quelli più radicali nelle intenzioni, ma quelli che riescono a incontrare forze già in movimento e a fornire loro un linguaggio comune.

Fonte 

06/03/2026

Anthropic, l’etica è un problema per il Pentagono

Nelle ultime settimane si sta consumando nel mondo dell’AI a stelle e strisce una vicenda dai toni abbastanza singolari. Infatti, è diventato celebre al grande pubblico il nome di Dario Amodei, fondatore italo-americano di Anthropic – società nota per l’LLM Claude –, per la sua rottura con il Dipartimento della Guerra USA.

Una posizione piuttosto rilevante se osserviamo le ideologie di altri falchi del settore dell’IA inquadrati all’interno del complesso militare americano, come Peter Thiel di Palantir o lo stesso Altman di OpenAI, il quale si è affrettato a sostituirsi come partner del Dipartimento della Guerra in seguito alla frattura consumatasi proprio con Anthropic.

Amodei è nato a San Francisco nel 1983 da padre italiano e madre statunitense di origini ebraiche. Ha studiato in prestigiose università americane, laureandosi a Stanford, conseguendo un dottorato a Princeton e studiando come Postdoc nuovamente a Stanford.

Dopo i suoi studi comincia a lavorare nel settore dell’IA, prima a Baidu, poi a Google ed infine ad OpenAI. Nel 2021 a causa di alcune divergenze di vedute esce dalla società e fonda Anthropic insieme alla sorella Daniela.

Amodei è sempre stato molto attento alle questioni etiche legate allo sviluppo e all’utilizzo dell’IA e cura un blog dove pubblica le sue vedute sull’argomento. Ai fini della comprensione delle vicende attuali, risultano interessanti le sue ultime pubblicazioni a riguardo.

Nei suoi lunghi post il patron di Anthropic tratteggia un futuro prossimo in cui la tecnologia dell’IA raggiungerà la maturità tecnica e si pone tutta una serie di questioni etiche, che fanno da contraltare alla linea dell’azienda di perseguire lo sviluppo della Constitutional AI, ovvero un’IA etica.

In particolare alcuni scenari interessanti ipotizzano come un attore malevolo possa utilizzare un sistema che permette di organizzare sistematicamente conoscenze approfondite nei vari ambiti della scienza e della tecnica per portare a termine atti di terrorismo, sabotaggio o di repressione.

Si fa riferimento ad esempio allo sviluppo di nuove armi batteriologiche, alla realizzazione di crimini informatici su vasta scala e alla creazione di sistemi di sorveglianza e repressione di massa. Amodei identifica come immediato attore malevolo con una grande esperienza e importanti capacità nell’IA la Cina, ovviamente, ma avverte che anche i paesi “democratici” potrebbero sfruttare l’IA per imprimere una svolta autoritaria al loro interno.

Un altro punto cardine della sua riflessione è lo sviluppo dei droni e di potenziali armi autonome in grado di decidere senza la supervisione umana se uccidere un bersaglio o meno.

Proprio questi due punti sono centrali nel comunicato pubblicato dallo stesso Amodei sul sito di Anthropic alcuni giorni fa, in risposta alla rescissione di tutti i contratti siglati con il Dipartimento della Guerra USA, l’inserimento di Anthropic nella lista delle aziende a rischio per la catena di fornitura della difesa ed il divieto assoluto di utilizzo dei suoi prodotti da parte degli apparati governativi statunitensi.

Infatti, il rifiuto di realizzare armi del tutto autonome e quello di perfezionare la schedatura di massa di tutta la popolazione americana sono i due problemi etici posti da Amodei al governo Maga che sono costati all’azienda i miliardari appalti del ministero della difesa, prontamente presi in carico da OpenAI.

Rimangono però in questa vicenda alcune questioni poco chiare. Pare infatti che i nuovi accordi siglati da Sam Altman contengano clausole molto simili a quelle richieste in precedenza da Amodei. Inoltre, importanti giornali statunitensi come il WSJ affermano che l’utilizzo di Claude sia stato centrale nella pianificazione degli obbiettivi da colpire nella guerra di questi giorni contro l’Iran.

Dunque, il governo, dopo aver fatto una campagna mediatica per screditare Antropic – arrivando a definire Amodei un estremista di sinistra antiamericano – ed essersi affidato al suo più diretto competitor, continua imperterrito ad utilizzare gli strumenti della società classificata come rischio per la sicurezza nazionale, al pari della cinese Huawei.

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25/10/2025

Etica dell’IA nella guerra

di Gioacchino Toni

Mariarosaria Taddeo, Codice di guerra. Etica dell’intelligenza artificiale nella difesa, Raffaello Cortina Editore, Roma, 2025, pp. 320, ed. cartacea € 25,00, ebook € 17,00

Sarebbe limitativo guardare alle tecnologie utilizzate nella conduzione di una guerra soltanto come a strumenti di ottimizzazione dell’uso della forza, vista la loro incidenza sulla concettualizzazione stessa della guerra e sulle sue implicazioni etiche e legali. Basti pensare a come le tecnologie che stanno alla base delle armi di distruzione di massa atomiche abbiano, di fatto, annullato ogni distinzione fra combattenti e non combattenti, oppure si pensi a come l’introduzione dei droni negli scenari bellici abbia comportato un’inedita asimmetria nel livello di rischio a cui sono sottoposte le parti in lotta.

Il ricorso alle tecnologie digitali, in particolar modo all’intelligenza artificiale, ha ulteriormente ridefinito il modo con cui si concepisce, conduce e percepisce la guerra oggi. Se da un lato il ricorso all’IA può spostare la conduzione di un conflitto dal mero esercizio brutale della violenza/forza verso modalità cibernetiche non cinetiche, dall’altro può, soprattutto ricorrendo a sistemi d’arma autonomi, de-antropomorfizzare la conduzione della guerra sottraendo agli agenti umani gli aspetti decisionali e di esercizio della violenza.

Mariarosaria Taddeo, docente di Digital Ethics and Defence Technologies presso l’Oxford Internet Institute della University of Oxford e membro dell’Ethics Advisory Panel del Ministero della Difesa del Regno Unito, nel suo saggio Codice di guerra (2025) si occupa in maniera specifica dell’etica dell’IA nella difesa con l’intenzione di «presentare un quadro di riferimento etico per identificare, analizzare e affrontare sistematicamente le implicazioni etiche dei diversi usi dell’IA nel contesto della difesa, in modo da coadiuvare e contribuire a guidarne la governance» (p. 14).

L’analisi delle problematiche etiche derivanti dall’uso dell’IA nell’ambito della difesa nazionale proposta dall’autrice si sviluppa lungo tre tipologie di impiego: sostegno e supporto; ambiti conflittuali e non cinetici; ambiti conflittuali e cinetici. Nel primo caso viene fatto riferimento al ricorso all’IA nelle funzioni logistiche, nel back-office, nella simulazione bellica e, in generale, in tutto ciò che ha a che fare con il miglioramento della sicurezza nelle infrastrutture e nei sistemi di comunicazione della difesa nazionale. Il ricorso all’IA in ambiti conflittuali e non cinetici si riferisce al suo utilizzo in operazioni cibernetiche di difesa e di attacco con obiettivi non cinetici, mentre l’uso dell’IA in ambiti conflittuali e cinetici riguarda il ricorso all’IA in operazioni di combattimento e di individuazione di minacce ai sistemi d’arma autonomi letali.

Nella difesa, scrive Taddeo, l’utilizzo della IA riguarda, ad esempio, l’analisi predittiva con algoritmi di machine learning nella gestione di rifornimenti e apparecchiature, l’analisi dell’immensa mole di dati utili all’intelligence e ai processi decisionali di uso della forza. Per quanto, come detto, il volume si concentri esclusivamente sul ricorso dell’IA in ambito difensivo, resta evidente, almeno a parere di chi scrive, quanto sia difficile tracciare un confine netto tra difesa e offesa, anche alla luce del fatto che ogni Stato tende a motivare le sue azioni belliche agite o potenziali, cinetiche o non cinetiche, con il diritto alla difesa nazionale.

È adducendo motivazioni difensive nei confronti della minaccia terroristica che Israele ricorre a sistemi IA per l’identificazione di obiettivi umani a Gaza, ma è sotto gli occhi di tutti come, in nome del diritto alla difesa, tale Stato agisca come forza di occupazione e annientamento di un nemico esteso all’intera popolazione palestinese. Per quanto si tratti di un gesto più simbolico che sostanziale, lo stesso ordine esecutivo del 5 settembre 2025, con cui l’attuale presidente degli Stati Uniti ha reintrodotto la dicitura Department of War come secondary title del Department of Defense (per modificare la denominazione legale del Pentagono sarebbe servito un complesso iter parlamentare), esplicita non solo quanto sia variabile la distinzione tra difesa e offesa nel discorso pubblico, ma anche quanto sia mutevole la concezione stessa di “difesa” trasmessa ai cittadini. Del resto, le fantasiose denominazioni adottate negli ultimi decenni dagli interventi militari tradiscono l’intento politico di presentarli all’opinione pubblica come atti di difesa e non di guerra.

Come sottolinea Taddeo, risulta problematico definire con precisione cosa si intende con intelligenza artificiale con riferimento all’ambito bellico. Nel volume l’autrice si focalizza esclusivamente sulle «caratteristiche specifiche dei sistemi AI che danno luogo a sfide etiche» (p. 27); dunque, quando si riferisce all’IA nel corso della trattazione la intende – riprendendo la definizione proposta da Lucino Floridi e Josh Cowls (2019) – come  «una risorsa crescente di agency interattiva, autonoma e ad apprendimento, che può essere utilizzata per svolgere compiti che, per essere potati effettivamente a termine, richiederebbero altrimenti l’intelligenza umana» (p. 28).

Ed è proprio la combinazione di agency, autonomia e capacità di apprendimento, dunque la predicibilità sia tecnica che operativa a rivelarsi cruciale nell’analisi di Taddeo, anche alla luce della notevole fiducia che gli esseri umani tendono ad avere negli agenti artificiali e della difficile attribuzione della responsabilità morale per le azioni di un sistema IA.

Insieme alla quotidianità, la rivoluzione digitale sta riscrivendo in profondità le dottrine e le strategie militari, siano esse cinetiche o meno, dunque anche l’ambito della difesa nazionale, rendendo in molti casi obsolete le convenzioni e le norme tradizionali che, per quanto incessantemente disattese, soprattutto da parte degli Stati più potenti, intendevano, almeno sulla carta, regolamentare i conflitti bellici. «Il caso dei conflitti cibernetici è emblematico. Il vuoto normativo per il comportamento degli Stati nel cyberpazio è il risultato di molte cause, fra le quali è fondamentale la percezione dell’etica, nel migliore dei casi, come un’appendice alla discussione sulla trasformazione digitale della difesa e, nel peggiore, come un ostacolo irritante alla necessità di ottenere un vantaggio sull’avversario» (p. 51).

Nell’ambito dei conflitti non cinetici il ricorso all’IA, con la vulnerabilità e la mancanza di trasparenza propria di tali sistemi, comporta evidenti rischi di violazioni in termini di “distinzioni” e “necessità” e il suo utilizzo nella cyberwarfare amplia enormemente i teatri di conflitto favorendo escalation difficilmente prevedibili ponendo inedite problematiche etiche. La studiosa sottolinea come i tentativi di trasporre nell’ambito del cyberspazio la teoria classica della deterrenza si rivelino in buon parte inadeguati; basti pensare ai problemi di “attribuzione” e “proporzionalità” che comporta questo nuovo scenario.

Per quanto riguarda gli usi conflittuali e cinetici dell’IA, l’autrice si focalizza invece sui sistemi d’arma automatici, automatizzati e autonomi e sull’ammissibilità morale, oltre che sulla regolamentazione del loro utilizzo. Il ricorso a tali sistemi, soprattutto se autonomi e mortali, rinvia alla spinosa questione del delegare capacità di scegliere, decidere e agire alle macchine e alle responsabilità morali che ne derivano.

Pur essendo Codice di guerra un saggio che si focalizza sulle specifiche problematiche etiche derivanti dall’uso dell’IA nell’ambito della difesa dalla prospettiva di chi svolge riflessioni etiche con l’esplicito intendimento di fornire raccomandazioni pratiche a decisori politici e militari al fine di mitigarne la pericolosità, l’analisi concettuale e sistematica dei problemi che derivano dall’uso dell’IA proposta dall’autrice è di utilità anche a chi guarda alla guerra da altre prospettive e, più in generale, a chi si pone interrogativi etici circa il rapporto che si sta venendo a creare tra essere umano ed intelligenza artificiale, all’insegna della delega e della deresponsabilizzazione.

Guerrevisioni serie completa

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29/07/2025

Il naufragio di una “accettabile” condotta bellica

Per un secondo mettiamo da parte il diritto internazionale e la sacrosanta necessità di distinguere tra civili e combattenti. Vorrei che ci mettessimo per un secondo nei panni delle comunità bombardate tra Palestina e Libano, comunità che al loro interno hanno visto anche nascere e crescere persone che prima o dopo hanno scelto in modo permanente o saltuario, retribuito o volontario, di combattere tra le fila di N milizie armate, come per esempio Hamas ed Hezbollah.

Una persona così, che magari viaggia a bordo di una moto nel sud del Libano e magari ha una pistola in tasca, costituisce una minaccia reale per Israele? Che genere di minaccia? La minaccia costituita da rampe di missili? Quella costituita da depositi di armi? O quella costituita da un uomo a bordo di una moto? In che modo può mettere a repentaglio la vita di un singolo israeliano che vive oltre il confine?

A forza di dover faticosamente ribadire la necessità di cui sopra, a forza di riaffermare che al 7 ottobre, in ottica israeliana, si sarebbe dovuto rispondere con le forze speciali, e non con bombardamenti aerei nel mucchio (funzionali a quella pulizia etnica che oggi vediamo compiuta), a forza di supplicare che i civili vengano risparmiati, ci siamo placidamente adagiati sull’idea comoda ed accessoria per cui, se i civili vanno lasciati in pace, i combattenti, anzi i terroristi, vanno presi di mira senza pietà, in ogni situazione.

Anche facendo il tiro al bersaglio con gli aerei e i droni su individui solitari – privi o provvisti della “tessera” di appartenenza, dato che come spiegato tante volte quest’ultima può designare un concetto o una nozione dai confini labili – che guidano una moto in aperta campagna. Tuttavia questo non è un videogioco, i combattenti non sono mostri verdi a tre teste ma sono persone che vivono all’interno delle loro comunità.

Non tanto noi, che ormai siamo irrecuperabili ed anestetizzati, ma appunto i membri di quella comunità, cosa penseranno? Cosa pensano quando vedono sta roba, quando vedono la distopia prendere una forma precisa, quando ne riconoscono chiaramente il Padre indiscusso?

Cosa pensano di un Esercito che in Libano via terra ha potuto fare un quinto dei km che aveva fatto durante l’invasione del 2006, nonostante una pervasiva copertura aerea, di un esercito che dopo due anni passati a spianare Gaza con l’aviazione ancora vede miliziani attaccare i propri carri armati (900 morti secondo le idf, che potrebbero essere sensibilmente di più), e che si affida appunto unicamente al tiro al piccione con gli F-35 e i droni, al bombardamento aereo non più di rampe o depositi ma di singole persone, di singoli politici, di singoli professori universitari considerati vicini o funzionali alla causa, di singoli miliziani che dormono o che guidano una moto, di singoli brigadieri o generali in Iran, di singoli affiliati a vario titolo, dopo aver fatto inghiottire al mondo una operazione terroristica come quella dei cerca-persone, salutata dai più come un esempio di sofisticazione e intelligenza?

No, perché io glielo chiedo ogni mese, l’ho fatto decine di volte in questi due anni, spesso il loro parere non è interessato a nessuno, nemmeno ai giornali. Il punto non è però la mia amarezza ma sinceramente, e ripeto sinceramente, l’idea che Israele e quindi anche noi, ahimè, diamo al mondo, l’idea che abbiamo anche di come si possa e debba fare la guerra, e che a sua volta non può che fermentare in risposte delle lotte armate (ed anche azioni terroristiche) sempre più feroci, intransigenti, o magari se vogliamo anche sconsiderate, per tutti.

L’idea, anzi, che sia in “pace” che in “guerra” si possa fare qualunque cosa. Qualunque. E non mi serve parlare degli stupri da parte dei soldati israeliani (e fra soldati israeliani) sui prigionieri o sui detenuti.

Non voglio neanche star qui a ricordarvi come si costruisce un mito, come si innalza un martire al cielo per i decenni a venire, come si impalca la narrazione di Davide contro Golia, come in alcuni luoghi taluni si convincono di combattere effettivamente (e col rinforzo motivazionale della religione o dell’appartenenza settaria, often) il MALE, come altri giungono alla conclusione di dover educare i propri discendenti a perpetuare questa battaglia con un mostro vigliacco, privo di scrupoli e regole, come si celebrano in eterno leader uccisi o paesi attaccati a tradimento, durante delle negoziazioni, o come si gettano i semi di un nuovo o di nuovi capitoli di militanza oltranzista.

Il punto qui è molto più semplice: agli occhi di milioni di persone stiamo diventando dei mostri, qui si, come nei videogames. Non usiamo le tecnologie e le innovazioni in campo militare per condurre operazioni più sofisticate e chirurgiche, per minimizzare i morti non necessari, per neutralizzare minacce reali: usiamo, usano queste tecnologie per costruire una distopia vera e propria, un mondo in cui non ti uccido praticamente MAI sul campo di battaglia ma dal cielo, con l’IA, mentre sei bagno, mentre dormi, mentre sei al mercato con tua figlia, purché tu abbia la targhetta di “terrorista”, di affiliato a qualunque titolo, anche soltanto politico, che poi è il titolo che serve eventualmente a negoziare (parlo soprattutto della leadership politica di Hamas ma in parte anche ai famigliari dei parlamentari di Hezbollah).

In una situazione in cui i civili muoiono ad un ritmo impressionante da ormai due anni, sembra esserci ogni volta come collettivo e interiore sospiro di sollievo, quando si leggono notizie come “ucciso in un raid un miliziano (?) sulla sua moto nei dintorni di Bint jbeil”, oppure “ucciso il generale iraniano nella sua casa al terzo piano”, o “uccisi due uomini a bordo della loro auto a Nabatieh”, “ucciso il comandante X mentre era in una riunione”, e via discorrendo. Siamo sicuri sia una cosa salutare e sostenibile? Siamo sicuri che le persone vicine, a partire dai parenti, a questo individuo, non maturino ancor più facilmente la certezza che le armi e il tentativo di somministrare insicurezza ad Israele siano davvero l’unica via percorribile?

La motivazione di tutto questo è che Israele è riuscita in un duplice intento: il primo è quello di aver trasformato ogni singolo individuo affiliato o vicino come una urgente minaccia esistenziale; il secondo è quello – lo si è visto dalle incredibili spiegazioni israeliane sugli omicidi di centinaia giornalisti a Gaza, dipinti come “membri di Hamas”, quindi come dei combattenti in quel contesto, quando nel migliore dei casi erano dei gazawi che OVVIAMENTE hanno dei rapporti o conoscenze nei principali gruppi armati gazawi, ma che al massimo sono armati di telecamere e non costituiscono una minaccia per nessun essere vivente – di trasformare molto pericolosamente in “membri di” tutti coloro che hanno anche solo a parole espresso vicinanza o sostegno a questi gruppi, o che hanno lavorato in enti e istituzioni civili legate a questi gruppi.

Vi ricordate (non ve lo ricordate, e vi capisco) con quanta nonchalance e furtività è passata di qui la notizia del bombardamento del Qard Al Hassan, di quello che è in sostanza un ente di microcredito e prestiti basati sulle regole della finanza islamica, legata ad Hezbollah, oppure quella del bombardamento di un “deposito di contanti”?

Anche qui, siamo sicuri sia rassicurante per il futuro? Parlo del vostro, di futuro. Siamo sicuri che ciò non abbia l’effetto di aprire ulteriormente le gabbie (magari anche nel fronte opposto), e abituarci all’idea che se hai un braccialetto di Hamas, oppure se realizzi dei video per Hamas o chi per loro, se sei del sud del Libano e agiti delle bandiere gialle, tu possa legittimamente essere polverizzato da missili da una tonnellata?

Che cosa intendiamo lasciare ai posteri, e soprattutto cosa intendiamo comunicare alla maggioranza demografica del mondo, qui sul piano della condotta bellica, oltre che sul piano giuridico, umanitario, etico e politico?

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27/09/2023

Oppenheimer: la crisi morale della scienza e il modo di produzione capitalistico

di Vincenzo Morvillo

Non smette di suscitare discussioni, polemiche e giudizi contrastanti Oppenheimer, l’ultimo film di Christopher Nolan uscito nelle sale circa un mese fa e incentrato sul “Progetto Manhattan” e la controversa personalità del fisico teorico americano.

Figura di spicco della comunità scientifica di inizio secolo per le sue indiscutibili doti analitiche e intellettuali, Oppenheimer contribuì alle nuove scoperte nel solco della meccanica quantistica che si andarono elaborando nei primi anni venti del ‘900, divenendo poi direttore del “Progetto Manhattan” e quindi “padre” della bomba atomica.

Insomma, sensibili al richiamo della grande sala ma soprattutto alle sirene della polemica culturale, abbiamo deciso di andare a vederlo anche noi quest’ultimo lavoro di Nolan e dunque sistematizzare alcune considerazioni critiche in questa breve recensione.

Una recensione che vuole invitare a riflettere più che tagliare giudizi affrettati.

Cominciamo col dire pertanto che Oppenheimer è una pellicola che, in tre ore di visione, apre indiscutibilmente a tante e dense osservazioni. In prima istanza sulla scienza e sulla sua oramai indiscussa subalternità al potere e ai governi.

Una scienza ormai vassalla e funzionale al Modo di Produzione Capitalistico e allo sviluppo di una tecnica i cui fini sono sottratti ai comuni cittadini, cui è riservato solo il diritto/dovere di utilizzarne gli strumenti per tutti i fini materiali ignorandone però i reali risvolti escatologici.

La fissione nucleare ne è un esempio eclatante.

Oppenheimer è perciò, in questo senso, un film sull’etica, che inevitabilmente interroga la scienza e il progressivo svilupparsi di essa sugli scopi ultimi delle sue scoperte e sulla moralità delle sue applicazioni alle sfere molteplici dell’esistenza.

È di conseguenza anche una pellicola sugli scienziati. La cui ambizione narcisistica e prometeica – ben descritta nel film al momento dell’esperimento Trinity durante il quale verrà fatto esplodere il primo ordigno nucleare – trascende spesso la significanza etica che dovrebbe sottendere al lavoro di ricerca per esondare invece in una promiscuità sperimentale che rischia, come il caso della fissione/fusione (i due piani simbolico-fisici sui quali il regista fa scorrere anche la struttura del film) di perdere di vista la vita umana.

È poi una pellicola sulla verità. Categoria filosofica e morale sulla cui definizione hanno inciso non poco le scoperte della stessa meccanica quantistica, relativizzandone, forse anche oltre le dovute possibilità ermeneutiche, il concetto.

Perché se è vero che, come ci dice Heisenberg, l’uomo modifica il reale anche solo osservandolo, è pur vero che c’è una verità irriducibile alle categorie interpretative.

Oppenheimer è poi un film sulla democrazia. E qui Nolan tocca il cuore nero degli Stati Uniti e il loro delirio imperialistico di egemonizzazione globale.

La costruzione della bomba si colloca quindi all’interno della “questione democratica” quale inesorabile scelta politica adottata dagli Usa a difesa dei propri valori o, viceversa, sotto forma di alibi per l’esercizio della propria potenza.

La Storia successivamente ci ha dato conferma che, ben lontano dall’essere uno strumento per la difesa della democrazia, la bomba atomica fu solo il primo atto criminale, la prima strage commessa – se si eccettua ovviamente quella dei nativi americani – dall’Impero statunitense per il dominio del mondo.

Una strage perpetrata con cinico pragmatismo non certo per piegare un Giappone allo stremo delle forze, ma per mandare un chiaro segnale di supremazia militare all’Unione Sovietica.

Così come la stessa prosecuzione della costruzione della bomba non fu certo finalizzata e propedeutica alla sconfitta del nazismo. Nazismo che peraltro il complesso militare-industriale statunitense ha sempre ritenuto un nemico ideologicamente “meno pericoloso” del comunismo.

Hiroshima e Nagasaki furono dunque due eccidi che potremmo definire, seppur con orrore, una prova di “laboratorio“ per l’affermazione del modello economico-politico e socio-culturale Yankee.

E sulla scia del tema democratico, Oppenheimer è a maggior ragione un film sul comunismo.

E su questo terreno il discorso si fa più complesso e scivoloso, tanto sul piano morale quanto su quello politico.

Perché il tema del comunismo nella pellicola non può prescindere dall’ambiguità e dall’inquietudine morale dello stesso Oppenheimer. Un uomo la cui vita si è venuta svolgendo in una sorta di intimo chiaroscuro, sospesa tra luci e ombre

Il fisico americano – a leggere la letteratura che lo riguarda – fu un uomo scisso tra un ego smisurato, il desiderio di affermazione, un indiscutibile antinazismo, l’impegno di servire il proprio paese e il suo profondo ma contraddittorio sentimento di giustizia e libertà.

Un crocevia morale sfaccettato nei confronti del quale egli si pose ai margini, senza mai operare una scelta definitiva.

Tanto in politica quanto nella sua attività di ricerca scientifica: ipocritamente il fisico quasi rinnegò – durante un dialogo col Presidente Truman che Nolan ben ricorda – la paternità stessa della bomba atomica, rifugiandosi dietro l’alibi della fisica teorica.

Una scelta da cui rifuggì addirittura in amore.

Se il comunismo infatti rappresenta o poteva rappresentare la liberazione dai vincoli del ‘dover essere’ borghese all’interno di un sistema stritolante e reazionario come quello capitalistico nella sua versione statunitense, allora finanche la tenera storia interrotta con Jean Tatlock – convinta e appassionata militante comunista, interpretata qui da Florence Pugh – può configurarsi nel film come un’allegoria dell’impossibilità/incapacità di Oppenheimer ad abbandonare ogni riserva psichica ed ogni obbligo superegoico – che fosse di tipo culturale, politico o sentimentale – per lasciarsi finalmente travolgere dall’emozione dell’eros (inteso in senso freudiano come pulsione vitale creatrice) e insieme da un irruento impeto di libertà e giustizia.

Abdicando viceversa in favore di un istinto tanatoico arcaico e conformista, nella sua declinazione più squisitamente politica (l’affermazione della potenza americana), che coinvolgerà alla fine l’intera umanità.

Perché senza alcuna riserva si può ben affermare che il Capitalismo come ideologia trionfante, con la sua implicita morale borghese, il suo paradigma imperialistico e il suo Modo di produzione incarnato dagli Stati Uniti d’America e dall’Occidente, è una macchina di distruzione e di morte.

Una macchina mandata avanti dal feticismo della merce, dalla spettacolarizzazione delle esistenze – cos’è un biopic se non la summa spettacolare di una vita, in questo caso quella dello scienziato? – dalla dollarizzazione della finanza e dalla produzione su scala industriale di armi, di guerra, di morte.

L‘atomica ne è quindi la sua più plastica dimostrazione.

Nel guardare il film però e nell’analizzarne quel sottoinsieme che fa esplicito riferimento al comunismo bisogna fare i conti anche e soprattutto con l’anti comunismo strutturale della società e della cultura americana.

Aspetto che non può non riflettersi sulla cinematografia hollywoodiana e sullo stesso Nolan.

Il quale, abbracciando l’ambiguità del suo protagonista, costruisce una pellicola in bilico tra slancio ideale utopico nei confronti del pensiero marxista – pur riducendone la valenza a filosofia depotenziata della prassi ad essa consustanziale – e ripiegamento opportunistico e timoroso nel guscio del sistema produttivo statunitense e occidentale.

Un ripiegamento ammantato ancora una volta, con l’ipocrisia che da sempre contraddistingue la cultura del nostro emisfero politico e il mondo liberal, da quegli inderogabili principi democratici che alla prova dei fatti si sono rivelati un’autentica mistificazione.

Come la stessa moglie di Oppenheimer, Kitty (interpretata da Emily Blunt), anch’ella ex militante comunista, si troverà a prendere atto durante il processo che il governo degli Stati Uniti intenterà contro il fisico proprio a causa delle sue passate simpatie marxiste.

L’aspetto linguistico-formale del film costruito secondo i codici tipici della spettacolarità a stelle e strisce, con la sua sfarzosità visiva, i suoi nolaniani sfasamenti temporali, le sue immagini iconiche e le sue traslazioni quantiche attraverso la messinscena, costituisce l’involucro senz’altro più adeguato a modellare per il grande pubblico una materia cinematografica complessa e seducente, restituendone i contorni essenziali con una forte carica Pop.

Antieroe pop ambiguo e tormentato risulta alla fine Oppenheimer. E pop divengono certamente la fisica e la meccanica quantistica.

Perfino l’energia atomica e la bomba acquisiscono tragici connotati pop. E questo può essere un rischio in un mondo che sembra tornato a muovere i passi di una macabra danza sull’orlo del precipizio nucleare.

Saprà l’umana hybris placarsi difronte al rischio dell’olocausto atomico e risvegliarsi dall’ipnosi della verità estetica – per citare il Vattimo appena scomparso con cui certo non eravamo d’accordo – tornando all’essenza di una verità dura, sostanziale, quanto meno per la propria sopravvivenza?

Anche su questo la pellicola ci ha imposto una riflessione, forse suo malgrado. Ma torniamo alle più strette valutazioni formali

Non tutto riesce per il meglio. Il film appare a tratti verboso e la magniloquenza delle immagini può spesso apparire eccessiva come in altri lungometraggi del regista britannico (Interstellar, Inception, Dunkirk).

Il tentativo iniziale di tradurre in immagini organiche alla narrazione le nuove scoperte della meccanica quantistica è di forte impatto ma non sempre chiarissime sono le coordinate da seguire e gli approdi, per un pubblico certamente non composto nella sua interezza da scienziati.

Non mancano alcune banalità, come la scena del primo incontro sessuale tra Oppenheimer e la Tatlock in cui lo scienziato, in pieno amplesso, è costretto a leggere in sanscrito. O alcune sovrapposizioni tautologiche nella drammaturgia.

Ma il tempo scorre e il film è godibile, sorretto com’è da una carrellata di divi straordinaria.

Su cui spicca, tra un tormentoso Cilian Murphy (Oppenheimer) e una impetuosa Emily Blunt (Kitty come si diceva), l’imperioso Robert Downey Jr.

Enigmatico Lewis Strauss dalla gamma espressiva capace di stratificare stati d’animo e dissimulare le tortuose vie del doppiogiochismo tra le trame oscure della politica statunitense.

A conti fatti lo spettacolo è ciò che l’industria cinematografica americana sa fare. E qua lo fa al suo meglio.

Fonte

19/07/2023

Riflettendo la luce solare: quando la ricerca può essere pericolosa

La sfida dell’emergenza climatica richiede una serie di opzioni di mitigazione [che vanno dalla riduzione dell’emissione dei gas climalteranti alla (improbabile) rimozione del carbonio dall’atmosfera (emissioni negative) e al suo sequestro] e di adattamento.

La preoccupazione che l’adozione dell’insieme delle opzioni di mitigazione non avvenga alla dovuta velocità (cosa sotto gli occhi di tutti) o che comunque non sia sufficiente ad evitare le peggiori conseguenze, ha portato a esplorare ulteriori strategie come la geoingegneria solare (Solar Geoengineering o SG). Di questo si parla anche nel sesto rapporto di valutazione dell’IPCC [Solar Radiation Modification (SRM), cap.14.4.5 in Patt et al. 2022].

Con SRM si intende l’aumento della riflessione verso lo spazio della radiazione solare, mentre SG ha un significato più esteso, includendo anche la riduzione della quantità di radiazione termica intrappolata. Per avere efficacia, queste strategie dovrebbero essere perseguite per tempi molto lunghi, come l’uso di un farmaco salvavita che non possa più essere abbandonato. Esse però introducono anche dei nuovi potenziali rischi, alcuni dei quali con effetti molto difficili da prevedere.

La SRM è comunque una strategia che non sostituisce la necessaria riduzione dell’emissione dei gas climalteranti, i quali altrimenti continuerebbero a produrre l’acidificazione degli oceani e ad incrementare il cambiamento climatico. Inoltre, non servirebbe a riportare il clima globale o regionale ad uno stato precedente e se dovesse essere interrotto, in assenza di contestuale riduzione delle emissioni, potrebbe portare ad un repentino riscaldamento con effetti catastrofici [un imperdibile saggio che fondendo storia e fantascienza prefigura gli effetti devastanti dell’uso della SRM è “Il crollo della civiltà occidentale” degli scienziati Oreskes e Conwey (2015)].

Recentemente, è stato pubblicato da parte delle National Academies of Sciences, Engineering and Medecine (NASEM, Usa) un nuovo rapporto, seguente quello del 2015 del National Research Council, sulla praticabilità della geoingegneria quale possibile risposta al rapido cambiamento climatico che sta creando impatti severi su individui, comunità, economie ed ecosistemi. Il rapporto dal titolo “Reflecting Sunlight: Recommendations for Solar Geoengineering Research and Research Governance” è dedicato a Paul J. Crutzen, recentemente scomparso, laureato Nobel in Chimica nel 1995 per l’individuazione della causa dell’impoverimento dell’ozono stratosferico, il quale in tempi più recenti si occupò anche della SG.

Il rapporto si limita ad esaminare le strategie strettamente “solari” (la terza a rigore non è riconducibile a SRM), che sono:
Illustrazione: i 3 meccanismi della SG.(NASEM 2021)


• Iniezione stratosferica di aerosol (Stratosferic Aerosol Injection, SAI) tramite flotte di aerei o palloni aerostatici, con aumento del numero delle particelle in grado di aumentare la riflessione della luce incidente.

• Lo schiarimento delle nubi marine (Marine Cloud Brightening, MCB), con aumento della riflettività delle nuvole nella bassa atmosfera al di sopra di certe regioni degli oceani.

• Assottigliamento delle nuvole cirri (Cirrus Cloud Thinning, CCT), con aumento della trasparenza delle nuvole ghiacciate in modo da favorire la radiazione infrarossa in uscita.

La ricerca indica che la SG può ridurre la temperatura, ma al tempo stesso può introdurre nuovi potenziali rischi come la perdita dell’ozono stratosferico, la modificazione regionale del clima interferendo ad esempio sul monsone indiano, e con numerosi effetti ambientali, sociali, politici ed economici. Effetti regionali positivi per una certa regione possono implicare effetti negativi per altre regioni, che vanno dal cambio del regime delle piogge con problemi per la produzione di cibo, all’incremento dei mega-incendi (Touma et al., 2023), alla induzione di migrazioni interne di popolazione.

SAI: è la tecnica più studiata e meglio compresa. Diversamente dalla troposfera, la stratosfera è relativamente poco turbolenta e gli aerosol possono permanere in sospensione per oltre un anno, prima di passare alla troposfera o precipitare al suolo.

L’eruzione vulcanica del M. Pinatubo, nel 1991, ha iniettato nella stratosfera grandi quantità di idrogeno solforato (H2S) e biossido di zolfo (SO2), che si sono ossidati a formare un aerosol con proprietà riflettenti di acido solforico (H2SO4). Si stima che l’eruzione abbia abbassato la temperatura globale di circa mezzo grado centigrado per oltre un anno. Tuttavia, benché simile agli effetti naturali di grandi eruzioni vulcaniche, lo spargimento di solfati può provocare effetti indesiderati come la riduzione della concentrazione dell’ozono, che protegge dalla dannosa radiazione ultravioletta. La superficie addizionale degli aerosol riduce i livelli di NOx via conversione di N2O5 ad acido nitrico. Nella bassa stratosfera questo aumenta la perdita di ozono per via dell’incremento dei livelli di HO2 e ClO.

Inoltre, l’incremento di riscaldamento infrarosso associato all’aggiunta di solfati cambierebbe la circolazione stratosferica, alterando la distribuzione dell’ozono. Nei prossimi 50-100 anni la concentrazione dell’ozono dovrebbe aumentare per effetto delle restrizioni nella produzione dei clorofluorocarburi. Tuttavia, la messa in opera della SAI potrebbe ritardare questo recupero.

Sostanze alternative ai solfati potrebbero essere particelle solide di calcite, di alluminio o di rutilo, ma la microfisica di questi composti, come la coagulazione sulle superfici degli aerosol non è ancora compresa.

Un altro effetto non ben compreso è il possibile aumento del rapporto tra luce diffusa e luce diretta, con implicazioni sulla fotosintesi (produzione agricola, ecosistemi) e sulla produzione di energia fotovoltaica. Un ulteriore potenziale effetto indesiderato per la salute umana può essere l’esposizione cronica delle popolazioni via ingestione di acqua e cibo contaminati dalle particelle che si depositerebbero al suolo (per esempio alluminio).

MCB: la ricerca mostra che aggiungere aerosol alle nubi marine (tra 0 e 3 km sulla superficie marina) può in certi casi aumentare la riflettività, come accade per esempio sulla scia lasciata dai gas di scarico dalle navi. È stato proposto che lo stesso effetto possa essere ottenuto spruzzando una nebbia sottile di acqua salata. Non è però chiaro dove e quanto l’albedo (proprietà di riflettere la radiazione solare) delle nuvole possa cambiare e se i feedback amplifichino o mascherino gli effetti. Anche la scala ridotta di questo processo potrebbe essere un limite.

CCT: le nuvole cirri sono composte prevalentemente da cristalli di ghiaccio nella alta troposfera. Queste contribuiscono al riscaldamento del pianeta, in quanto riducono la radiazione infrarossa in uscita più di quanto riflettano la radiazione solare incidente. Disseminando i cirri con nuclei di ghiaccio si possono produrre cristalli più grandi che cadono più in fretta, riducendo il tempo di vita e quindi la copertura di queste nuvole. L’efficacia della CCT, che non modifica la quantità di energia solare che raggiunge la superficie, non è ben compresa e le simulazioni di pochi modelli climatici hanno fornito risultati contrastanti.

Etica e geoingegneria

Dal punto di vista etico vi sono parecchie considerazioni, di seguito estremamente sintetizzate e solo accennate. Alcuni ricercatori sociali hanno prospettato che questo “giocare a essere Dio” di una parte dell’umanità è una brama eccessiva. Altri invece pensano che poiché l’uomo sta già alterando il clima, anche se non intenzionalmente, il farlo invece in modo intenzionale non sarebbe più problematico. Se in futuro si dovesse ricorrere alla geoingegneria come misura disperata, sarebbe meglio conoscere a fondo quali approcci sono più efficaci e quali ne sono i limiti e le incertezze.

Sempre nell’ambito delle discipline filosofico/sociali, altri ancora pensano che la ricerca sulla SG potrebbe distrarre dalla ricerca sulla mitigazione (azzardo morale), perché la geoingegneria sarebbe ingovernabile o perché non ha il consenso delle popolazioni indigene del Sud Globale. Un altro aspetto riguarda la giustizia intergenerazionale, in quanto la SG è un’impresa multigenerazionale alla scala dei decenni o dei secoli. Inoltre, gli studi (pochi) sinora fatti riguardano quasi esclusivamente i paesi sviluppati (Europa, Usa e Canada, con poche eccezioni in Giappone e Cina) e non si sa quale sia l’opinione delle popolazioni del Sud Globale, che sono maggiormente vulnerabili.

Una conclusione è che la ricerca sulla SG è in uno stadio embrionale e non permette di fornire elementi di supporto ad eventuali decisioni.

Aspetti legali

Anche qui la questione è piuttosto complessa. Ad esempio, la Convenzione di Vienna sulla protezione dello strato di ozono (1985), ratificata da quasi tutte le nazioni, chiede alle parti di proteggere la salute umana e l’ambiente dagli effetti avversi risultanti dalle attività umane che possono modificare lo strato di ozono. L’iniezione di aerosol solfatici nella stratosfera può appunto esacerbare la perdita di ozono. Il Protocollo di Montrèal (1987) restringe la produzione e l’uso di una serie di sostanze elencate in una lista, che dovrebbe essere aggiornata.

In risposta ai tentativi di usare come arma la modificazione del clima durante la guerra del Vietnam è stata ratificata una specifica convenzione (Environment Modification, ENMOD, 1978), che però non esclude usi diversi da quelli militari. La convenzione è comunque carente nel definire le istituzioni che dovrebbero implementare o espandere l’accordo. La Convenzione delle Nazioni Unite sulla legge del mare (UNCLOS), ratificata da più di 160 stati ma non dagli Usa, prevede l’obbligo di proteggere gli oceani dall’inquinamento “da o attraverso l’atmosfera”.

Sta aumentando il riconoscimento che il cambiamento climatico e le risposte pad esso ossono impattare i diritti umani. Il preambolo dell’Accordo di Parigi (2015) incoraggia le parti a rispettare e promuovere gli obblighi rispetto ai diritti umani quando si implementino azioni sul cambiamento climatico.

Una conclusione è che non esiste attualmente una azione coordinata sulla ricerca SG e che i meccanismi legali esistenti, nati in altri contesti, possono applicarsi solo ad alcuni aspetti degli impatti di tipo fisico.

Il rapporto NASEM fornisce una serie di proposte per un governo della ricerca su SG e delle raccomandazioni sulle modalità da rispettare per eventuali esperimenti in atmosfera, laddove non sia possibile ottenere informazioni tramite modelli e studi di laboratorio. Nelle conclusioni, si evidenzia che “dato che il cambiamento climatico è una delle sfide più complesse che l’umanità abbia mai affrontato, e che la SG è uno degli aspetti più controversi di risposta, la comunità scientifica deve raccogliere questa sfida con umiltà e creatività, mettendosi alla prova tra discipline diverse e confini nazionali, con nuove modalità oltre gli approcci business-as-usual (BAU) della ricerca”.

Ricercare oppure no?

Un recente post comparso sul Bulletin of Atomic Scientists (Tang, 2023) mette in guardia sulla sottovalutazione dei rischi insita nella ricerca stessa, che per sua natura si configura come un tentativo di risolvere il problema per via tecnologica, oscurando la vera migliore opzione, cioè l’abbandono immediato della dipendenza dai combustibili fossili tramite sviluppo delle energie rinnovabili combinato con la riduzione dei consumi.

Alcuni propongono un uso “moderato” e coordinato in modo impeccabile della SG, ritenendo in questo modo di minimizzare i rischi (Richter et al., 2022). Così, la SG è vista come un modo centralizzato e facile di mitigare il riscaldamento globale, che si basa sull’assunzione di un perfetto coordinamento internazionale, il quale è lungi dalla realtà e anzi, a dispetto delle apparenze – come gli accordi di Parigi sul clima – tende a disgregarsi in un contesto globale sempre più multipolare. Inoltre, questo tipo di ricerca può essere usato dai decisori politici come alibi per rimandare le azioni climatiche necessarie, con l’effetto di ridurre il campo di manovra anno dopo anno, dunque peggiorando la situazione.

I sostenitori della ricerca sulla SG si appellano paternalisticamente ad una “giusta transizione” per alleviare i danni che stanno già colpendo più duramente i paesi vulnerabili del Sud Globale, ma nel far questo sottovalutano i rischi che potrebbero derivare da un cattivo uso della ricerca. La perpetuazione del mito della ricerca scientifica come pratica neutrale completamente svincolata dall’etica sociale deve essere messa in discussione, soprattutto ora che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) fornisce un nuovo strumento estremamente potente.

La scienza è un sistema sociale e come tale ha a che fare con la cultura, l’economia, la politica e l’etica; dunque, le conoscenze e le tecnologie prodotte da questo sistema sono il risultato del contesto in cui si sono sviluppate, portando con sé nuovi modi di aiutare così come di nuocere. Presentando una versione idealizzata della SG il mondo resterebbe impreparato allo scenario peggiore, che può accadere. In conclusione, dato il carattere di predicament (situazione spiacevole, difficile o pericolosa) dell’Antropocene, di cui il cambiamento climatico è uno dei tanti effetti, le risposte non possono essere solo di tipo scientifico e tecnologico, ma anche sociale, culturale e politico.

Bibliografia

Patt, A., L. Rajamani, P. Bhandari, A. Ivanova Boncheva, A. Caparrós, K. Djemouai, I. Kubota, J. Peel, A.P. Sari, D.F. Sprinz, J. Wettestad, 2022: International cooperation. In IPCC, 2022: Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change. Contribution of Working Group III to the Sixth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [P.R. Shukla, J. Skea, R. Slade, A. Al Khourdajie, R. van Diemen, D. McCollum, M. Pathak, S. Some, P. Vyas, R. Fradera, M. Belkacemi, A. Hasija, G. Lisboa, S. Luz, J. Malley, (eds.)] Cambridge University Press, Cambridge, UK and New York, NY, USA.

Oreskes N., Conway E., Il crollo della civiltà occidentale. Una storia del futuro. Piano B edizioni, Prato 2015.

National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine 2021. Reflecting Sunlight: Recommendations for Solar Geoengineering Research and Research Governance. Washington, DC: The National Academies Press.

Touma D., Hurrell J. W., Tye M. R., Dagon, K., 2023.The impact of stratospheric aerosol injection on extreme fire weather risk. Earth’s Future, Advancing Earth and Space Sciences, June 06, 2023.

Rasch, P. J., P. J. Crutzen, and D. B. Coleman. 2008. Exploring the geoengineering of climate using stratospheric sulfate aerosols: The role of particle size. Geophysical Research Letters 35(2). Advancing Earth and Space Sciences, January 26, 2008.

Tang Aaron, When looking is dangerous: How solar radiation management research can harm. Bulletin of the Atomic Scientists, June 30, 2023.

Richter, J. H., Visioni, D., MacMartin, D. G., Bailey, D. A., Rosenbloom, N., Dobbins, B., Lee, W. R., Tye, M., and Lamarque, J.-F., 2022. Assessing Responses and Impacts of Solar climate intervention on the Earth system with stratospheric aerosol injection (ARISE-SAI): protocol and initial results from the first simulations, Geosci. Model Dev., 15, 8221–8243.

Fonte

20/03/2022

Ucraina: filosofia e teoria della guerra

Un rilievo interessante del dibattito antropologico sulla guerra a seguito del conflitto del Vietnam lo troviamo nell’antologia, curata da Johnathan Haas, Anthropology of war (Cambridge University Press, 1990). Il libro, che è un riflesso di un dibattito collettivo su origini ed evoluzione della guerra durato dal conflitto del Vietnam fino alla caduta del muro di Berlino, ci porta sul terreno antropologico delle origini dell’evoluzione della guerra come strumento di lettura dei conflitti in corso.

Nel testo curato da Haas emergono una serie di categorie di lettura delle origini della guerra (materiali, ambientali e storiche) che possono combinarsi tra loro assieme a quelle legate al mantenimento della guerra. In questo modo si mostra come la razionalità dello scatenamento della guerra sia differente da quella del suo mantenimento che inoltre trova, strada facendo dopo l’esplosione del conflitto, nuove origini, nuove motivazioni e nuove cause di spiegazione. E, non finisce qui, non solo il mantenimento dello stato di guerra ha cause, e motivi, autonomi rispetto alle sue origini ma è anche un elemento propulsore dell’evoluzione dei sistemi culturali che hanno prodotto la guerra.

In poche parole la guerra, interrogata in quella striscia di vent’anni di analisi antropologica nel libro curato da Haas, è un fenomeno socialmente devastante le cui cause variano, individuate da uno schema concettuale che deve adattarsi a un contesto sempre originale, mentre le dinamiche di durata sfuggono alle stesse ragioni originarie e, in questo scenario, il sistema culturale delle società in guerra è irrimediabilmente sottoposto a mutazioni. La guerra è quindi un fenomeno socialmente dirompente, estremo negli effetti materialmente distruttivi, le cui dinamiche tendono a sfuggire a chi l’ha causata e a chi la sostiene e, va aggiunto, tendono a sfuggire anche a chi vince come evidenziava lo stesso Kant nel rapporto tra stato, guerra e peso del debito pubblico.

In questo senso la questione della Crimea e del Donbass è, sicuramente, tra le prime cause del conflitto russo-ucraino, il mantenimento della guerra corre già su altre dinamiche – quelle di una crisi globale, di una guerra finanziaria, della costruzione del consenso tramite lo spettacolo del conflitto – e i sistemi culturali evolvono verso schemi di contrapposizione tra occidente e Russia persino più rigidi di quelli della guerra fredda. La stessa evoluzione del pensiero bellico rende poi difficilmente pensabile una messa a ordine, non solo concettuale, della guerra specie quando si tratta di prendere atto di una netta separazione tra filosofia e teoria della guerra che è caratteristica, da tempo, dello stesso episteme occidentale. Insomma, se la complessità è sovrapposizione tra livelli di ordine e di caos, la guerra e la pensabilità della guerra riproducono continuamente caos, l’ordine e la capacità ordinatrice non sembrano stare dalla parte della politica. La guerra oggi è la continuazione della politica con altri mezzi semplicemente passando da uno stato caotico all’altro.

Qui, se diamo un’occhiata ai due grandi classici della teoria della guerra, Sun-Tzu e appunto Clausewitz, vediamo come entrambi siano inquadrabili come filosofie. Clausewitz applicando esplicitamente l’idea di sistema filosofico alla pratica della guerra, Sun-Tzu, contemporaneo di Confucio, scrivendo l’Arte della guerra anche come trattato di disciplina personale, di filosofia interiore. La guerra è quindi, in entrambi, il fatto sociale totale che deve essere domato nell’intreccio tra filosofia e teoria dell’uso delle armi.

Certo in Cina subito dopo Sun-Tzu come in occidente prima ancora del medioevo, con Sant’Agostino, le modalità di separazione tra filosofia e teoria dell’uso delle armi si mostrano in tutta la loro forza: quella di dare, progressivamente, alla filosofia un ruolo di giustificazione della guerra, lasciando la teoria dell’uso delle armi ai militari. Un processo di apparente smilitarizzazione della filosofia, di sua specializzazione nella giustificazione teorica della guerra per conto dello stato, di estensione della capacità militare di produrre teoria dell’uso delle armi. Agli albori del capitalismo la separazione tra etica ed efficienza, rintracciabile in Hume, rende poi la distinzione tra filosofia e teoria della guerra più produttiva e proiettata nella futura nuova dimensione tecnologica della guerra. In questo senso Clausewitz rappresenta, in epoca romantica, un tentativo di sfuggire a questa separazione per domare il caos degli eventi tenendo assieme filosofia, politica e teoria della guerra.

Nella nostra contemporaneità il rapporto tra filosofia e guerra risente strutturalmente della cesura operativa tra pensiero filosofico e teoria della guerra che ha visto un ultimo tentativo di chiusura, nella prima metà dell’800, in Clausewitz. Inoltre, tanto più le società evolvono in termini di complessità tanto più proliferano le differenti etiche di giustificazione della guerra, o della critica alla guerra, e tanto più emergono teorie della guerra concorrenti tra loro, capaci di adattarsi alle mutazioni delle dinamiche di conflitto.

Fermandoci al caso ucraino, quello che abbiamo davanti agli occhi, vediamo come la separazione tra filosofia, in questo caso rappresentata quasi esclusivamente dall’etica, e teoria della guerra alimenti sempre di più il caos piuttosto che portare livelli di ordine nell’alta complessità, e drammaticità, sociale alimentata dalla guerra.

Si pensi allo scontro tra etiche, giustificazioniste, delle ragioni del governo Zelensky o del Donbass oppure alle etiche equidistanti tra le parti in guerra. Oltre ad alimentare il conflitto tra loro, è nella natura dei processi di giustificazione di generare conflitti culturali e politici, ognuna di queste etiche si basa soprattutto sui principi piuttosto che sul governo della forza tramite la teoria militare. Abbiamo così un’etica senza una reale forza materiale ma anche una forza materiale che si esprime tramite la teoria della guerra e quindi a prescindere dai principi etici. In entrambi i casi un contributo centrifugo alla dinamica caotica della guerra già ingovernabile fino dalle cause scatenanti.

Domare il caos è un compito tremendo, quanto necessario, durante la guerra. Senza analisi antropologica delle dinamiche di scatenamento della guerra, specie quando il caos è alimentato dallo spettacolo mediale e dei social, non c’è comprensione delle dinamiche, sociali e di potere, in atto. Ma senza un processo di riunificazione tra filosofia e teoria della guerra, che può chiamarsi anche politica, si alimenta ulteriormente il caos, culturale e materiale, credendo di portare ordine. Specialisti dei processi di giustificazione, di processi che non controllano, e analisti di una guerra inquadrata in formule di narrazione mediale non servono a molto di fronte a un abisso, quello della guerra, che è il più profondo e inquietante di tutti.

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08/03/2020

Coronavirus. Come medici in una guerra. Interventi solo su chi ha speranza di sopravvivere

Quando una epidemia come il coronavirus diventa una vera emergenza, il linguaggio e le scelte cominciano a somigliare a quelle di una guerra. Non era imprevedibile che si sarebbe arrivati a questo.

In qualche modo da alcuni anni, anche nella “normale amministrazione” di ospedali pubblici ridotti all’emergenza quotidiana da tagli di personale, posti letto e possibilità di cura, si era capito che di fronte a un paziente con possibilità di sopravvivenza ed uno con minori possibilità, il primo avrebbe avuto la priorità, anche senza una guerra, anche senza una epidemia che sta facendo collassare le capacità di intervento della sanità oggi rimasta a disposizione dopo la chiusura di reparti e interi ospedali a causa dell’austerity, dei tagli, del pareggio di bilancio.

Il documento diffuso dalla Siarti che riunisce i medici che operano in questo delicatissimo settore, (Società di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva) dal titolo: Raccomandazione di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili parla un linguaggio chiaro ed esplicito.

“Come SIAARTI crediamo sia importante ed essenziale in un momento così drammatico come quello che stiamo attraversando a causa del COVID-19, offrire un supporto professionale e scientifico autorevole a chi è costretto dagli eventi quotidiani a prendere decisioni a volte difficili e dolorose. Migliaia di anestesisti e rianimatori oggi in Italia fanno parte di quella “prima linea medica” che sta assommando turni di 24 ore, insieme agli colleghi medici e infermieri, pur di assicurare assistenza di qualità e in continuità di cure”.

Il documento ha il pregio di andare al merito dei problemi etici che molti medici si stanno trovando e si troveranno di fronte in queste settimane di emergenza coronavirus: “Ma in una situazione così complessa, ogni medico può trovarsi a dover prendere in breve tempo decisioni laceranti da un punto di vista etico oltre che clinico: quali pazienti sottoporre a trattamenti intensivi quando le risorse non sono sufficienti per tutti i pazienti che arrivano, non tutti con le stesse chance di ripresa (leggasi: posti con speciali caratteristiche, disponibili in aree che non possono essere ampliate in breve tempo, al netto che il loro numero possa essere al momento supportato da Sale Operatorie “convertite” bloccando l’attività chirurgica…)”.

“Nel Documento SIAARTI si privilegia la “maggior speranza di vita”: questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo “first come, first served”. Abbiamo voluto nelle Raccomandazioni sottolineare che l’applicazione di criteri di razionamento è giustificabile soltanto DOPO che da parte di tutti i soggetti coinvolti sono stati compiuti tutti gli sforzi possibili per aumentare la disponibilità di risorse erogabili (nella fattispecie, posti letto di Cure Intensive) e DOPO che è stata valutata ogni possibilità di trasferimento dei pazienti verso centri di cura con maggiore disponibilità di risorse”.

Nella nota si precisa ancora che: “Siamo consapevoli che affrontare questo tema può essere moralmente ed emotivamente difficile. Come Società Scientifica avremmo potuto (tacendo) affidare tutto al buon senso, alla sensibilità e all’esperienza del singolo AR, oppure tentare – come abbiamo scelto di fare – di illuminarne il processo decisionale con questo piccolo supporto che potrebbe contribuire a ridurne l’ansia, lo stress e soprattutto il senso di solitudine. Oltre a rappresentare per il paziente una tutela in termini di limitazione dell’arbitrarietà delle scelte del team curante”.

Privilegiare la “maggior speranza di vita” è la scelta che i medici sui teatri di guerra si trovano sistematicamente di fronte all’arrivo di decine di feriti. E devono scegliere quale tra essi ha una possibilità di sopravvivenza e quale invece – se ve n’è a disposizione – imbottire di oppiacei fino alla fine. Una scelta etica difficilissima per chiunque, soprattutto per chi avendo sottoscritto il giuramento di Ippocrate si impegna a cercare di salvare la vita con ogni sforzo e fino alla fine.

Ma è evidente che in quei momenti e sulla base delle possibilità reali una scelta va fatta e un medico si trova contemporaneamente a fare i conti con questo dramma, la sua coscienza etica e professionale e la sua capacità di tenuta psicologica nel dover scegliere un essere umano piuttosto che un altro.

Se fino ad oggi qualcuno ha continuato a gingillarsi sulla serietà o meno dell’emergenza epidemica – e forse a breve pandemica – con cui stiamo facendo i conti, questo documento dei medici anestesisti e di terapia intensiva ci mette davanti la realtà e ci conferma che la situazione è seria, oltre quella che abbiamo vissuto e siamo riusciti a immaginare fino ad oggi.

Fonte

23/01/2019

Tra tattica politica ed etica rivoluzionaria

di Alessandro Barile

Riflessioni a partire dal saggio Terrore e terrorismo di Francesco Benigno

«La giustizia del popolo è terribile»
[Tra la folla di Parigi, 10 agosto 1793]

«Il rivoluzionario è un uomo perduto»
[Sergej Nečaev, 1869]

«È solo per merito dei disperati che ci è data speranza»
[Walter Benjamin, Angelus Novus]


In questo «saggio storico sulla violenza politica», come viene precisato nel sottotitolo (Terrore e terrorismo, Einaudi 2018, pp. 370, € 32,00), allo storico Francesco Benigno preme svelare due caratteri dimenticati dalle interpretazioni sul terrorismo (utilizzeremo questo termine nel senso proposto dall’autore, cioè come sinonimo forzato di “violenza politica”): che questo è un prodotto europeo e non “barbaro”; che è un fatto politico e non (strettamente) religioso. Due avvertenze necessarie, visto il tratto emergenziale e immanentistico delle riflessioni sul tema. Nessuna delle centinaia di definizioni disponibili (nel 1988, ci ricorda l’autore, un’inchiesta condotta tra studiosi del fenomeno portò a una lista di 109 definizioni) giunge infatti a ricavare l’essenza del fenomeno, motivo per il quale al terrorismo è assegnata di volta in volta una rappresentazione contingente e giornalistica.

Per di più, sempre seguendo il filo del discorso introduttivo proposto dall’autore, terrorismo è di per sé un termine valutativo e, di conseguenza, dispregiativo. Non siamo in presenza di un lessico neutro. Al contrario, il termine contiene un giudizio di valore, tradotto in accusa morale: attraverso una definizione presentata come tecnica si procede allo stigma che distingue non tanto il fatto in sé quanto il soggetto che lo compie. Nulla vieta, ovviamente, di procedere analizzando e al tempo stesso combattendo idealmente l’oggetto di studio. Trattato come malattia, lo si comprende e lo si cura senza soluzione di continuità. Quando però scienza e politica procedono confondendo i propri ruoli (l’una piegata alla giustificazione dell’altra), diviene lampante la distorsione che rende sterile la mole inusitata di ricerche di questi anni. Alla fine delle centinaia di definizioni in contrasto tra di loro, l’unico denominatore comune è il fatto empirico: terrorismo è ciò che il terrorista fa. «Esso consisterebbe quindi in ciò che empiricamente e intuitivamente risulterebbe essere sotto gli occhi di tutti, una violenza insensata», dice Benigno. Definire il terrorismo attraverso le sue pratiche non può che portare alla contraddizione insanabile: se la pratica è quella della «violenza insensata», gran parte dell’attività politica porta con sé, quantomeno dormienti, i tratti del terrorismo. Un bombardamento contro civili, ad esempio (gli Usa sono uno Stato terrorista?); un’azione partigiana (la resistenza allo Stato islamico è terrorismo?); la morte del “tiranno” è un atto di per sé terrorista o liberatorio? E così via, ci si rinchiude nel recinto giornalistico o meramente poliziesco: non la violenza in quanto tale, ma la violenza dei “cattivi” contro i “buoni” è l’unica a dover essere marchiata dal termine in questione. Ma, anche qui, chi sono i buoni e chi i cattivi, se non particolari determinazioni storiche che, di volta in volta, definiscono chi viene considerato buono e chi cattivo?

Se è una definizione scientifica, il concetto di terrorismo dovrebbe valere tanto per gli uni quanto per gli altri “contendenti” in campo; se invece agisce sul piano discorsivo e polemico, aiuta alla stigmatizzazione del nemico ma perde i connotati scientifici, cioè universalmente accettati, di cui vorrebbe dotarsi. Insomma, non se ne esce. L’unico strumento possibile è una cauta ricognizione storica del fenomeno in grado di portare a una (parziale) estrapolazione dei caratteri determinanti. Questo il tentativo di Francesco Benigno attraverso il suo ultimo lavoro. Un lavoro necessario e pretenzioso. Necessario per tutto ciò che siamo andati dicendo: persa per strada l’osservazione della sua traiettoria storica, non ci resta che una quantità disordinata e inefficace d’ansia definitoria fondata sulla contingente prassi terroristica; pretenzioso perché la sola ricerca storica smaschera (e clamorosamente) i limiti odierni ma non è sufficiente alla valutazione complessiva del fenomeno. Alla fine, per altre strade, si sbuca comunque in un vicolo cieco, più avanzato del rispettivo accanimento giornalistico ma ancora dentro il labirinto.

Se il terrorismo è definito in base ai comportamenti del terrorista, sarà inevitabile concentrare l’attenzione – come infatti viene fatto dalla letteratura sul tema – sulla psicologia del soggetto. Come conclude Benigno, «la letteratura scientifica ha a lungo tentato di identificare una “personalità terroristica”, un calco in grado di dar conto di individui tanto diversi culturalmente e ideologicamente, fissando così in modo definitivo l’essenza di un terrorista». Di questo passo, altrettanto inevitabile sarà trattare questa ricerca psicologica nei termini della patologia criminale. Il terrorista è espressione di una deviazione dal normale e accettato comportamento umano. In altre parole, dalla legge: giuridica o morale, poco importa. Questo si scontra però con un’indagine storica poco più che elementare. Quale condizione psicologica accomuna Sante Caserio a Giangiacomo Feltrinelli, Vera Figner a Rosario Bentivegna, George Habbash a Mario Moretti, e questi ad un qualche combattente dell’Isis?

Non è semplice rispondere a questa domanda, perché in realtà esiste effettivamente una condizione psicologica comune, che però può essere colta unicamente partendo dall’esterno, dalle cause materiali che hanno portato determinate persone a determinate scelte. Il tratto distintivo e, se vogliamo, psicologico, che lega idealmente le più diverse esperienze terroristiche sta in questo: ciascun combattente è pervaso da quello che Franco Venturi, sulla scorta di una terminologia russa riferita al populismo della seconda metà dell’Ottocento, chiamerà «spirito consequenziario», la dedizione completa e inevitabile a una causa a partire da determinate premesse. La convinzione, etica prima ancora che politica, che una volta giunti alla verità poi non ci si possa che comportare di conseguenza. Le premesse dunque.

Il terrorismo non nasce da un’assenza etica, per quanto si sia voluto costringerlo dentro le maglie del nichilismo esistenziale, ma da una autoriflessione eticamente sovrastante che impedisce al soggetto di comportarsi come se non esistessero le determinate premesse di cui sopra. Il terrorista conosce bene il vicolo cieco entro cui decide volontariamente di collocarsi. Nessuna giustificazione etica può essere posta di fronte al problema del “dare la morte”, eppure il terrorista decide comunque di agire. Da un punto di vista coerentemente nichilistico non ci sarebbe contraddizione né tragicità: il dilemma avrebbe facile soluzione nell’assenza di principi etici condivisi con la vittima. Quale allora lo stimolo decisivo? Il criterio non è altro che quello del sacrificio. Affinché la semplice ribellione si trasformi in rivoluzione, affinché dunque la rivolta vinca, il ribelle è costretto a rinunciare personalmente a quei valori per cui lotta collettivamente. C’è un momento chiave, quello in cui tutta la realtà viene ridotta allo scontro tra rivoluzione e controrivoluzione. E’ un tempo sospeso dove si è costretti a una scelta obbligata. Lo schema è stato colto da Albert Camus nel suo Homme révolté: «Se infatti la storia, all’infuori di ogni principio, non consiste che in una lotta tra rivoluzione e contro-rivoluzione, la sola via d’uscita sta nell’aderire interamente a uno di questi due valori, per morirvi o risuscitarvi». Di conseguenza, «quando la rivoluzione è il solo valore, non ci sono infatti più diritti, ci sono soltanto doveri».

Viene dunque offerta non (solo) la propria vita, ma la propria anima, la propria purezza rivoluzionaria, ad un’idea giudicata superiore alla sofferenza personale determinata dalla scelta terrorista. Nel noto romanzo di Boris Sàvinkov, Cavallo pallido (1909), alla razionalità dell’enigma terrorista (uccidere non è permesso) fa da contraltare l’etica del rivoluzionario (dev’essere comunque fatto). Bisogna uccidere affinché non si uccida più. E’ la rivoluzione che spiega il sacrificio, ed è questo a fondare un’etica che sospende momentaneamente (e tragicamente, perché senza vie d’uscita) le regole stabilite per gli uomini, prima fra tutte l’indisponibilità della vita altrui. Come infatti dirà Sergej Kravčinskij nel suo The Career of a Nihilist, «Se dobbiamo soffrire, tanto meglio! Le nostre sofferenze saranno una nostra nuova arma. Lascia che ci impicchino, lascia che ci sparino, lascia che ci uccidano nelle loro celle sotterranee. Più ferocemente saremo trattati, più grande sarà il nostro seguito». Il motivo del sacrificio, cioè della perdita definitiva dell’innocenza, è al centro anche della nota poesia di Brecht A coloro che verranno (1939): «anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso. Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce. Oh, noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili». L’era della gentilezza, ovvero della compiuta umanità, sarà inaugurata da coloro che non poterono essere umani. Il premio sarà solo postumo: «Ma voi, quando sarà venuta l’ora che all’uomo un aiuto sia l’uomo, pensate a noi con indulgenza». D’altronde, ancora con Camus, «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che ancora non esiste». Tutto ciò ha un chiaro rimando religioso. Per concludere con le parole di Friedrich Hebbel citate da Lukács nel suo Tattica e etica (1919), «E se Iddio avesse posto il peccato tra me e l’azione che mi è stata imposta, chi sono io perché possa sottrarmi ad esso?». Se dunque «non c’è terrorismo senza cause e anzi, per meglio dire, senza una Causa», come rileva giustamente Benigno, è questa a spiegare quello «spazio di possibilità» che l’autore correttamente assegna al terrorismo quale strumento della politica, sfruttato storicamente da tutti i soggetti in campo (lungi dunque dai facili moralismi di chi momentaneamente detiene le redini del discorso politico).

La prima parte del saggio di Benigno parla di questa attualità della rivoluzione. Sia essa quella anarchica, risorgimentale, populista russa, anti-coloniale o – infine – comunista, era dentro questa idea-forza che veniva sciolto il nodo inestricabile del rapporto tra profonda umanità dell’idea rivoluzionaria e altrettanto drastica inumanità della prassi terrorista (non c’è problema nel riconoscerlo: il terrorismo, stricto sensu, è pratica inumana). Eppure fuori dalla rivoluzione la violenza terrorista ha continuato a mietere le sue vittime. Nel ventennio appena trascorso è stato il radicalismo religioso la fonte di legittimità della violenza politica. In realtà il motivo religioso ha colmato più che sostituito quello politico. A ben vedere gli obiettivi del terrorismo islamico rimangono strettamente politici, anche se rivestiti con abiti confessionali. Espunta l’idea di rivoluzione, non per questo è venuta meno l’idea di un tempo storico per il quale lottare, contrapposto al tempo presente di cui continuano ad essere vittime le masse (neo)colonizzate poste fuori dal discorso occidentale. Il ruolo dell’Islam radicale, piaccia o meno ai commentatori atlantici, ri-plasma con altre parole e con altre idee (poco utile definirle come “reazionarie” in questo caso) le ansie di liberazione dallo sfruttamento, l’oppressione, l’ingerenza esterna, la subordinazione, che una parte del mondo continua a sentire concretamente sulla propria pelle. Esattamente come la rivoluzione, il radicalismo religioso appaga tanto le esigenze immediate, la difesa comunitaria dalla povertà imposta dalle politiche imperialiste, quanto le esigenze ideali, immateriali, trascendentali di queste stesse masse (divenire protagoniste e non solo vittime della storia).

L’Islam – si parva licet: esattamente come il comunismo – costruisce la cornice ideologico-materiale di una comunità di destino entro cui trovano risposta (va da sé, mistificata: c’è davvero bisogno di ricordarlo?) le esigenze basilari dell’uomo, quei bisogni politici che nel momento stesso in cui risolvono il problema del pane dicono anche: stiamo combattendo per un futuro in cui non ci sarà più alcuna lotta per il pane. E’ dentro questo scenario politico-escatologico che viene ri-attivata la dialettica tra tattica politica ed etica rivoluzionaria, in cui trova senso, per il terrorista, “dare la morte” e morire al contempo, sacrificandosi per un avvenire di cui non godrà alcun frutto. Il tutto, ovviamente, favorito dalla dimensione specificatamente religiosa che edifica un orizzonte di senso anche per “l’al di là”, laddove per il combattente rivoluzionario esisteva solo un “al di qua” che ne determinava il carattere insuperabile del suo sacrificio. L’agente della rivoluzione sa di lottare per qualcosa di esterno e irraggiungibile, e nonostante ciò decide di compiere il proprio dovere. Qualcosa che colse anche il democratico-liberale Turgenev, e però così sottilmente “complice” con quei rivoluzionari che bollò, seconda definizione destinata ad imprimersi nel tempo, come nichilisti. Nella poesia Sulla soglia (1878) questo farà dire alla protagonista (modellata sulla figura di Vera Zasulič, che firmerà, proprio nel ‘78, la prima azione “terrorista” del populismo russo attentando alla vita del generale Trepov): «Sei pronta al sacrificio? – Si. – Al sacrificio anonimo? Perirai e nessuno... nessuno saprà nemmeno di chi dovrà onorare la memoria! – Non ho bisogno né di riconoscenza, né di compassione. Non ho bisogno di un nome».

Il sacrificio come conseguenza di una situazione che non si è più disponibili a sopportare. Il tutto, ovviamente, considerato all’interno di un processo collettivo di maturazione di scelte politico-esistenziali altrimenti impossibili da sostenere (e da comprendere). Questo il motivo alla base della scelta terrorista. Una scelta oggi giustamente indecifrabile. Venuto meno il contesto, obliterato il collegamento con le cause materiali poste alla radice di una scelta di vita, l’opzione terrorista, almeno vista con occhi occidentali, rientra nella patologia psichiatrica da estirpare con la cura e con la legge. Di qui il percorso di redenzione (altro motivo religioso) per chi collabora e di pena eterna per chi persiste nella sua “irriducibilità”. Se, al contrario, volessimo capire i motivi alla base di una scelta così distante dalle nostre placide esistenze, quel che dovremmo fare è parlar d’altro. Dell’ingiustizia e della miseria, dello spossessamento e della servitù. Di qui alla comprensione storica del terrorismo il passo sarà breve.

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07/01/2017

Codice etico, economia e immigrazione: tutti i problemi del settarismo di Grillo

Grillo: dall’espulsione degli iscritti a quella degli immigrati

Sul codice etico recentemente approvato dal movimento 5 stelle è stata prodotta una muraglia di commenti che poco ha a che vedere con due temi centrali. Il primo riguarda la politica istituzionale che, ancora come 25 anni fa, si definisce rispetto all’elettorato per il modo con il quale si comporta quando appare un’inchiesta sulla stampa o in tv. Siccome in un quarto di secolo l’asse della politica è cambiato, e di parecchio, non sarebbe male se emergesse l’interrogativo su cosa oggi è veramente centrale. Lo stesso Grillo subisce questa situazione. Nel messaggio di fine anno cita uno studio su cosa potrebbe essere l’Italia nel 2050, qualche giorno dopo riprende la routine di sempre: le manette, gli avvisi di garanzia, gli onesti etc. Delle due l’una: o si colgono gli scenari di enorme novità, citati dallo stesso Grillo, cominciando a cambiare l’agenda della politica italiana giorno dopo giorno oppure nel 2042, non lontano dal 2050, la centralità della politica sarà quella di oggi, la stessa del 1992: i mariuoli, le manette, l’occhiuta severità del magistrato, la moralità dei partiti, i costi della politica, i codici etici. Auguri, viene da dire.
 
Il problema è che il movimento 5 stelle è espressione di uno choc mai risolto, proveniente da diverse pulsioni, nell’ideologia italiana. Quello choc convulsamente reattivo alle ristrutturazioni degli anni ’80, e alla caduta del muro, che immaginava il ritorno ad una mai esistita società equilibrata tramite un’ondata di moralizzazione, pauperismo della politica, tecnicismi e riforme istituzionali. Se si vanno a vedere i dibattiti dell’epoca il nucleo ideologico del movimento 5 stelle è quell’ideologia italiana, il cui nucleo duro dell’ideologia milanese della Casaleggio sul né di destra né di sinistra affonda negli anni ’80, lo ritroviamo oggi attorno alle polemiche su come si devono comportare i partiti in caso di avviso di garanzia. 

In un paese, quello di oggi, che ha perso tutto (ricchezza, tecnologie, sapere, assetto sistemico) i toni del dibattito sulla moralità accendono i più settari, e alla Casaleggio lo sanno, ma non spostano di un millimetro i problemi che l’Italia ha davanti. Nemmeno quelli di funzionamento della politica: quella si risana con il dosato, e innovativo, riequilibrio della distribuzione dal potere e delle risorse verso il basso, qualcosa di più complicato di votare online, non con i codici puntualmente reinterpretati dalle cerchie di potere. Tra l’altro la politica al servizio della democrazia ha bisogno di investimenti, tanti, per poter costruire qualcosa di utile. Non è un caso infatti, che il culmine dell’interesse privato in politica, Donald Trump, abbia rinunciato allo stipendio. L’interesse pubblico richiede investimenti pubblici in politica. Che gli stipendi dei parlamentari vadano diminuiti è chiaro, ed è merito del M5S aver puntato l’indice sul problema, che l’investimento pubblico in politica debba esser potenziato non è chiaro per nulla.

Il M5S è fermo all’ideologia anni ’80 dell’unico investimento produttivo come quello nelle piccole medie imprese. Anche qui, auguri: una politica povera, oppure a costo zero, o è ostaggio dei Trump oppure non ha sviluppato quel livello di competenze complesse, che è diverso dal mondo delle professioni, in grado di sostenere l’innovazione economica e le emergenze sociali.

L’altro punto importante del codice etico di Grillo riguarda la questione del potere decisionale del fondatore del movimento.  E, si badi bene, la cosa non riguarda solo il movimento 5 stelle. E nemmeno più di tanto il paragone tra il codice etico pentastellato e quello degli altri partiti (molto meno restrittivo. Ad esempio un De Luca non potrebbe essere governatore della Campania o Errani non potrebbe fare il commissario all’emergenza terremoto). Il punto è che il modo con il quale si governa un partito, un movimento, prefigura quello con il quale si governerà un paese. E se il codice etico è quello che si è letto sul blog di Grillo vediamo un movimento governato, per statuto, dall’arbitrio di una volontà superiore. Una volontà che non è regolata da nessuna norma statutaria ed è quindi, anche formalmente, indiscutibile. Insomma, il riconoscimento del potere carismatico, di Grillo, per meriti di spettacolo e di storica audience televisiva.

Dare del fascista a Grillo però significherebbe non conoscere né il suo movimento né la società italiana. Il M5S assorbe tendenze, e linguaggi, molto differenti: è qualcosa che è composto dall’idea di democrazia radicale online che i pentastellati esprimono e dall’arbitrio della volontà del fondatore, dalla presenza egemone di una azienda mediale (la Casaleggio) e dai cicli di mobilitazione dal basso in rete. Certo, in ultima istanza il potere è regolato dal principio del capo ma tra questo e quanto avviene dal basso in un movimento, come sempre, i conflitti non mancano o si riaccendono all’improvviso.

Altro elemento, oltre a questo intreccio tra potere personale e movimento dal basso, che caratterizza il movimento 5 stelle è l’approccio settario alla politica. Rappresenta il rovescio del “né di destra né di sinistra”, inclusivo dal punto di vista dei contenuti. Il movimento 5 stelle, come è noto, rifiuta infatti alleanze, in un tipico approccio settario rispetto ad altri partiti, movimenti e sindacati. Verso i quali il rapporto non può che essere episodico o strumentale ma mai di piena, pubblica interlocuzione politica. Non stupisca: il settarismo è universalistico. Assorbe i contenuti di tutti, parlando per tutti, e reputandosi l’unica voce in grado di farlo (“nella società italiane noi siamo i migliori”, ha detto lo stesso Grillo nel discorso di capodanno).

Altro elemento tipico di settarismo è la dinamica, a volte forsennata, delle espulsioni: ogni elemento, a torto o a ragione, di differenziazione dall’ordine interno finisce fuori dal movimento. Senza essere moralisti ma clinici, tra principio del potere personale in ultima istanza e settarismo può tutto questo servire a governare il paese? No. Il movimento 5 stelle si sta confermando quello che appariva qualche anno fa: ottimo per distruggere uno scenario istituzionale asfissiante, inutile per governare. Fino a quando, naturalmente, non ci sarà in piedi la speranza di avere un marchingegno elettorale che permetta, ad una forza che al massimo può toccare un terzo dell’elettorato, di vincere un bonus elettorale che regala la maggioranza assoluta. Dopo, per questo settarismo un po’ frutto dell’identitarismo un po’ dell’ingegneria elettorale i problemi ci saranno, eccome.

Il principio dell’espulsione, come abbiamo visto, ampiamente praticato per iscritti e parlamentati non risparmia poi gli immigrati. Almeno a parole visto che nemmeno la Lega con Maroni ministro degli interni è riuscita a praticare le parole d’ordine dell’“espulsione immediata dei clandestini” chiesta da Grillo. E non per lassismo: viene da dire che l’unica soluzione praticabile, se si volessero prendere alla lettera le parole di Grillo, sarebbe quella di spedire delle navi in disarmo al largo delle acque internazionali con i cosiddetti clandestini. Naturalmente una cosa del genere non è certo nelle corde del movimento 5 stelle. Il che fa vedere come, quando Grillo parla, l’unica cosa che conta è l’affermazione che sposta il consenso dell’elettorato. Il resto si vedrà. Intanto parlando di come si potrebbero espellere gli iscritti, e come i clandestini, si preserva un’idea di gruppo autentico, di società liberata dagli intrusi che, come politica di brand paga.

Intanto, dopo aver registrato l’impraticabilità dell’economia alla Di Battista registriamo che Grillo non riesce neanche a parlare di un'economia in grado di sfruttare positivamente, e socialmente, i flussi migratori. Non solo, rispetto alle retoriche della Lega di diversi anni fa (il peloso “aiutiamoli a casa loro”) Grillo rappresenta una regressione. Non crede nella politica internazionale, non appare interessato nemmeno alla cooperazione come foglia di fico. Vuole solo espulsioni rapide. Magari, come ha scritto sul blog, assumendo migliaia di laureati per certificare prima possibile chi ha diritto di rimanere (in una galera, visto l’approccio) e chi no. Il fatto che i laureati siano, in questo scenario, assunti per operazioni di schedatura, invece che per l’innovazione economica e sociale, qualifica da solo l’approccio al problema.

Al momento il movimento 5 stelle esprime un principio settario che non ha gran senso nella società italiana. La nostra è una società differenziata che funziona per alleanze e va in asfissia se qualcuno, a vario titolo, invoca il primato nell’esercizio del potere. O meglio, il settarismo può andar bene ad una parte della società italiana senza farsi carico di un progetto reale di trasformazione, consumandosi nell’immediato della veste identitaria.

Se le cose continuano così, il movimento 5 stelle potrà quindi ancora fluttuare come titolo ad altro rischio della politica italiana, gonfiandosi quando tutti scommettono contro i partiti al governo, trovandosi però a sgonfiare di fronte ai problemi veri. Ottimo quindi per far saltare il banco, inutile per fare qualcosa di nuovo. Un rischio che appare del tutto concreto. Tra una regolazione del principio di espulsione interna ed una proposta di espulsione per “gli esterni”.

Redazione, 7 gennaio 2016