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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/11/2025

Iraq - Le elezioni stabilizzano il sistema

Sono stati resi noti i risultati delle elezioni politiche svoltesi in Iraq l’11 novembre, le seste dopo la caduta del regime baathista per mano dell’imperialismo statunitense che, si ricorda, da allora, mantiene una significativa presenza militare nel paese.

Rispetto al contesto e alle occasioni precedenti, gli elementi di tensione che hanno accompagnato la tornata elettorale sono stati minori, anche se non irrilevanti.

Gli USA hanno intensificato la loro pressione sulle autorità centrali affinché le Forze di Mobilitazione Popolari (PMF), emerse durante la lotta all’Isis, vengano definanziate e disarmate – similmente a come stanno facendo con il Libano per Hezbollah – in quanto ritenute strumento di influenza dell’Iran, nonché responsabili di attacchi contro i militari statunitensi; nei mesi precedenti, tali pressioni hanno fruttato il ritiro di una legge che avrebbe ulteriormente elevato lo status delle PMF, già ora regolarizzato, all’interno delle forze armate irachene. Tuttavia di disarmo non se ne parla.

Inoltre, il movimento sciita capeggiato da Moqtada al-Sadr, dopo aver fatto dimettere in massa nel 2022 i propri parlamentari, che costituivano la maggioranza relativa della camera uscente, ha effettuato un boicottaggio attivo di queste elezioni. Da notare che i sadristi hanno combattuto per anni, con la loro milizia, “l’esercito del Mahdi”, l’occupazione USA, ma si sono mostrati molto ostili anche nei confronti dell’Iran.

L’affluenza è stata quasi del 56%, corrispondente a circa 11,8 milioni di elettori, ancora non ai livelli dei picchi registrati alle prime tornate post-baathiste, ma in forte aumento rispetto al 41% registrato nel 2021, segnalando, così, una decisa stabilizzazione del sistema, dopo gli anni bui dell’emersione dell’Isis. Significativo che i picchi positivi di affluenza si siano verificati nell’area curda, mentre il boicottaggio sadrista si sia fatto sentire principalmente a Baghdad e nell’area di Sadr City.

I risultati, come atteso, hanno visto la netta prevalenza delle liste sciite, confessione maggioritaria nel paese. Secondo i principali analisti, il maggior peso lo avrà la “Coalizione per la Ricostruzione e lo Sviluppo”, guidata dal Primo Ministro Al Sudani, che ha ottenuto 46 seggi, presentandosi con un profilo autonomo, meno legato all’Iran, rispetto agli ex-alleati del “Quadro di Coordinamento”, i quali, nell’insieme, ottengono 126 seggi.

Le liste singole facenti parte di tale alleanza, tuttavia, sono ben al di sotto di Al Sudani: ad esempio, la “Lista legge e ordine” dell’ex-Primo Ministro Nouri al-Maliki è a quota 35–37 seggi, mentre “Alleanza Fatah” e “Movimento Sadiqoun”, più organici alle PMF, ne totalizzano una quarantina in due.

La minoranza sunnita ottiene 55 seggi, divisi fra Taqadum, 28, Al-Siyada 17 ed altri minori.

Sul fronte curdo, grande risultato per il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) dei Barzani, egemone nelle province di Erbil e Duhok, che conquista 26 seggi, mentre sottotono, dopo gli scontri interni dei mesi precedenti, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), egemone nella provincia di Sulaymaniyah, che si ferma a 15 seggi.

I punti di tensione fra PDK e PUK non mancano, in quanto il primo è più legato a Turchia e USA, mentre il secondo è più legato all’Iran ed ospita, nelle aree montuose sotto la sua amministrazione, il PKK. Questi due partiti, tuttavia, riescono a superare le divisioni quando si tratta di proteggere interessi comuni, quali mantenere il controllo a livello di governo regionale sulle risorse petrolifere dell’area curda, contrattare posti nel governo centrale e difendere la collocazione amministrativa nella Regione Autonoma Curda di alcune zone contese con altre province.

A proposito del PKK, nel 2024 sono stati resi illegali ben tre partiti ritenuti ad esso legati, impedendo ogni rappresentanza parlamentare alla sua area politica.

Nulla da fare anche per il Partito Comunista Iracheno ed altri partiti che si caratterizzano per essere al di sopra delle confessioni, penalizzati anche dal boicottaggio dei sadristi, i quali in passato li avevano accolti nella propria coalizione, permettendone l’elezione di qualche esponente.

Il sistema politico iracheno, infatti, come si è visto, si presenta come diviso su base confessionale de facto, anche se non de jure, come quello libanese, Ciò provocò, nel 2019, le dure proteste di massa del cosiddetto movimento tishreen, il quale, pur duramente represso, causò comunque la caduta di un governo dal profilo decisamente filoiraniano e la conseguente emersione, nel campo sciita, di figure “moderate” come Al-Sudani.

Ora si prospetta il solito esecutivo di coalizione ampissimo, guidato dallo stesso Al-Sudani, il quale potrà sicuramente contare su un consolidamento degli assetti di potere che lo sostengono, dato dalla maggiore affluenza elettorale ed anche dall’allontanamento dei tempi burrascosi delle guerre civili settarie.

Il primo esame serio da affrontare sarà, oltre alla gestione delle consuete schermagli fra PMF e truppe USA, la questione del ritiro di queste ultime dal paese, previsto per il momento per fine 2026, ma sempre soggetto a rinvii causati dall’emersione della “minaccia dell’Isis” di turno...

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12/11/2025

Iraq - Elezioni, poche attese di cambiamento in un Paese stanco e disilluso

In un clima di scetticismo diffuso e di rassegnazione, milioni di iracheni sono tornati oggi alle urne per eleggere i 329 membri del nuovo Parlamento. Si tratta dell’ennesima consultazione in un Paese che, a più di vent’anni dalla caduta di Saddam Hussein, continua a vivere un fragile equilibrio politico e sociale, schiacciato tra la pressione delle potenze esterne e le proprie contraddizioni interne.

Il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, giunto al termine del suo primo mandato, punta a restare al potere. Il suo blocco politico è dato in vantaggio, ma gli analisti non prevedono una maggioranza assoluta: si profila dunque una lunga fase di trattative tra i partiti sciiti, sunniti e curdi, nella tradizionale spartizione di ministeri e incarichi che caratterizza la politica irachena.

Molti elettori, però, sembrano aver perso fiducia. La partecipazione, secondo sondaggi e osservatori, potrebbe scendere al di sotto del minimo storico del 41 per cento registrato alle ultime elezioni. Le ragioni sono molteplici: la corruzione, i servizi pubblici scadenti, la disoccupazione cronica e, quest’anno, anche il boicottaggio del movimento guidato dal religioso sciita Moqtada al-Sadr, che dispone di un vasto seguito tra le classi popolari.

Nessuno si aspetta cambiamenti radicali

Il futuro governo dovrà trovare un difficile equilibrio tra l’influenza di Teheran – che in Iraq può contare sull’alleanza con numerosi partiti e milizie – e quella di Washington, quest’ultima sempre più impaziente di vedere limitato il potere dei gruppi filo-iraniani.

A ciò si sommano le sfide interne. La popolazione, in larga parte giovane, chiede servizi di base, lavoro, sicurezza e la fine della corruzione che divora le risorse del Paese. I ricordi delle proteste del 2019 e del 2020, represse nel sangue, sono ancora vivi e il malcontento potrebbe riesplodere.

Da quando, nel 2005, l’Iraq ha tenuto le prime elezioni dopo l’invasione statunitense, il sistema politico si è fondato su un delicato equilibrio settario: il primo ministro sciita, il presidente curdo, lo speaker del Parlamento sunnita. Eppure, tra le file dei candidati, spuntano volti giovani che cercano di rompere il cerchio. Attivisti e professionisti che sognano di costruire un Iraq diverso, pur consapevoli di quanto sia arduo competere contro apparati consolidati e reti clientelari radicate nei ministeri e nei partiti religiosi.

Le prossime settimane saranno decisive per capire se le urne restituiranno l’immagine di un Paese che tenta, con fatica, di rinnovarsi, o se prevarrà ancora una volta la logica della continuità in negativo. I risultati definitivi sono attesi nei prossimi giorni, ma la sensazione diffusa è che poco cambierà. Dopo due decenni di transizione senza fine, l’Iraq si trova nuovamente di fronte al suo bivio irrisolto: un sistema che resiste a ogni scossa di cambiamento e un popolo che, tra apatia e speranza, continua a chiedersi se il voto serva ancora a qualcosa.

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30/08/2022

Iraq - Sull’orlo della guerra civile

In Iraq si stanno avverando le peggiori previsioni. Migliaia di sostenitori di Al Sairun, più noti come il Movimento sadrista, sono entrati oggi nella “Zona verde” di Baghdad, l’area in cui sono situate le sedi delle istituzioni e le ambasciate straniere, dopo che il loro leader, l’influente e potente religioso sciita Moqtada al Sadr, aveva annunciato il suo “definitivo” ritiro dalla politica, in aperta e violenta polemica con le istituzioni dello Stato e le altre formazioni politiche sciite filo-iraniane (il Quadro di coordinamento) che non hanno accettato la sua pressante richiesta di andare al voto anticipato per rimuovere lo stallo politico che dura dalle elezioni dello scorso ottobre.

Ora si teme che il paese possa precipitare nella guerra civile, con uno scontro aperto tra formazioni sciite rivali, nazionaliste (Al Sairun) e filo-iraniane.

I media iracheni riferiscono che le forze di sicurezza sono impegnate a mantenere il controllo dei punti di accesso alla “Zona verde”, impiegando anche idranti per allontanare i manifestanti. Secondo i video mandati in onda dalle tv e diffusi sui social, i militanti sadristi sono riusciti ad abbattere parte dei blocchi di cemento sul perimetro del parlamento iracheno, che già avevano occupato a fine luglio. La tensione è molto alta nella capitale e si teme che ora scendano in campo i sostenitori degli altri gruppi sciiti avversari di Al Sadr, che da tempo denunciano tentativi di colpo di stato.

Moqtada al Sadr, divenuto nazionalista negli ultimi anni e fautore di una presa di distanza dall’influenza iraniana e da quella americana sull’Iraq, oltre ad annunciare il suo ritiro dalla politica – una mossa tattica e non davvero definitiva, fatta per disorientare i suoi rivali e lanciare avvertimenti al premier uscente Mustafa Kadhimi, spiegano gli analisti – ha anche ordinato la chiusura di tutte le istituzioni del proprio movimento ad eccezione dei santuari religiosi ad esso legato. “Molte persone credono che la loro leadership sia stata conferita tramite un ordine, ma invece no, è innanzitutto per grazia del mio Signore”, ha affermato Al Sadr volendo sottolineare il suo ruolo di leader religioso e non solo politico. Allo stesso tempo ha ribadito la volontà di riavvicinare alla popolazione irachena le forze politiche sciite. “Tutti sono liberi da me”, ha proclamato Al Sadr chiedendo ai suoi sostenitori di pregare per lui, nel caso muoia o venga ucciso. Poco prima Nassar al Rubaie, segretario generale del blocco sadrista, aveva invano chiesto al presidente della repubblica, Barham Salih, e al presidente della camera dei rappresentanti, Mohamed Halbousi, di deliberare lo scioglimento del Parlamento e di fissare una data per lo svolgimento di elezioni anticipate.

Al Sadr alle elezioni di ottobre 2021 aveva ottenuto 74 seggi su 329, rendendo il suo partito il gruppo parlamentare più numeroso, ma in dieci mesi non era riuscito a mettere insieme una maggioranza necessaria a formare un governo. Un fallimento dovuto al rifiuto dello stesso Al Sadr di allearsi con i partiti sciiti filo-iraniani, in particolare con l’ex premier Nouri al Maliki. Il Quadro di coordinamento sciita si oppone a nuove votazioni e chiede di formare un nuovo governo, anche senza Al Sairun. Contro questa ipotesi a fine luglio i seguaci di Al Sadr presero d’assalto il parlamento e da allora mantengono un presidio al di fuori dell’edificio dell’Assemblea legislativa nella capitale irachena. I militanti del Quadro di coordinamento hanno risposto con un contro presidio sulle recinzioni della “Zona verde” di Baghdad.

AGGIORNAMENTO ORE 19:30

È di almeno 12 morti e 270 feriti il bilancio parziale degli scontri a Baghdad e nel resto del paese. Intanto le autorità militari hanno annunciato l’estensione del coprifuoco a tutto lraq, dopo averlo proclamato a Baghdad a partire dalle 15:30 locali (le 14:30 in Italia).

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12/08/2020

Libano - Il collasso del neo-liberalismo e la prima tappa della nuova guerra fredda

Di seguito una valida analisi dello scenario libanese, fatta salva la chiosa sull'alba euro mediterranea che è sempre più priva di fattibilità e una azione franco/europea che ad avviso di chi scrive risulta meno definita rispetto a quanto descritto nel testo.

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Lunedì 10 agosto il governo libanese si è dimesso a fine giornata, sei giorni dopo l’esplosione che ha devastato il porto ed il centro di Beirut ed al terzo giorno consecutivo di proteste popolari.

L’esecutivo uscente con a capo Hassan Diab era in carica da gennaio dopo le dimissioni di Saad Hariri lo scorso ottobre che erano state provocate da inedite mobilitazioni popolari per la storia recente del Libano.

Lo scorso sabato il premier nel tardo pomeriggio aveva promesso che lunedì avrebbe chiesto “elezioni anticipate”, chiarendo che sarebbe potuto rimanere in carica “per due mesi” cioè il tempo necessario affinché le forze politiche si fossero accordate per tale fine.

Ma l’effetto domino delle dimissioni “a catena” di vari ministri, la pressione popolare e le non poche interferenze straniere hanno spinto per la scelta delle dimissioni “in toto”, aprendo una fase di “vuoto politico” in una situazione sull’orlo della bancarotta economica e con classe dirigente delegittimata.

Per comprendere la situazione che si sta sviluppando nel “Paese dei Cedri” è indispensabile capire come questa sia diretta conseguenza di un modello di sviluppo al capolinea, di un sistema politico che ha portato il Libano ad essere uno “Stato Fallito”, con il concorso dell’Occidente così come delle petrol-monarchie del Golfo.

Il sistema politico di stampo confessionale sostanzialmente tuttora vigente sorto dopo la Seconda Guerra mondiale sulle ceneri del colonialismo francese, è stato costruito più in una logica di spartizione di potere tra notabili delle comunità principali, piuttosto che sulla necessità di dare rappresentanza a tutte le componenti della popolazione del complesso mosaico etnico-confessionale libanese.

Questa configurazione politico-istituzionale è giunta fino a noi, ma la sua intrinseca fragilità – in soldoni legata ad una divisione tripartita del potere tra le oligarchie cristiano-maronite, la borghesia sunnita, e la fascia alta della componente sciita – non ha mai retto alle tempeste della Storia degli ultimi 70 anni.

Il Libano è un Paese che ha conosciuto una sanguinosa guerra civile durata più di 15 anni, un mai terminato conflitto contro Israele, un scontro fratricida come “la guerra nei campi” tra formazioni della resistenza palestinese, ed una crisi come quella siriana che l’ha pesantemente condizionato.

Il corso parzialmente differente che sembrava potesse prendere il Libano dopo la vittoriosa resistenza al tentativo di invasione israeliana nel luglio del 2006 è stato infatti ben presto affossato dalle impellenti necessità belliche contro la marea montante dello “jihadismo” che ne circondava i confini – al picco della crisi siriana – e rendeva alcune zone transfrontaliere oggetto delle incursioni e dei taglia-gole provenienti dalla Siria.

Il contrasto di questa situazione ha impegnato non poche energie, nel mentre giungevano nel Paese circa un milione di profughi siriani.

L’UE e tutta la comunità internazionale chiudeva un occhio sul loro trattamento, e silenziava ogni critica al Paese, per contenere quel flusso di profughi che lei stessa aveva contribuito a creare con il tentativo di destabilizzazione della Siria.

I circa trent’anni che hanno caratterizzato la storia economica libanese dalla fine della guerra civile sono stati la quint’essenza del ciclo economico neo-liberista per quei Paesi della “periferia subordinata” ai differenti poli imperialisti del Sistema-mondo.

Gli esecutori locali più importanti di queste politiche sono stati Hariri padre e figlio, entrambi esponenti della borghesia sunnita legata ai sauditi, o Riad Salamé per 27 anni a capo della Banca del Libano.

Lo sviluppo immobiliare turistico e di lusso, insieme alla speculazione finanziaria legati ai flussi di capitale dall’estero – sia dagli investitori internazionali che dalle rimesse degli immigrati – sono stati i settori di punta del “miracolo libanese”.

Questo “sviluppo di ricchezza fittizia” si è svolto nella totale assenza di investimenti industriali, energetici ed infrastrutturali, che ha portato alla dipendenza dalle importazioni dall’estero praticamente su tutto.

Il maggiore fattore d’attrazione sono stati i tassi d’interesse garantiti agli investitori, molti più alti della media, una politica fiscale regressiva che non colpiva le grandi ricchezze ed una stabilità monetaria dovuta all’agganciamento della Lira libanese al Dollaro dal 1997, nonostante l’intrinseca debolezza della propria economia. Ultimo tassello di questo quadro una parte della classe lavoratrice, nel settore delle costruzioni, agricoltura e servizi era ridotta ad uno stato semi-schiavistico.

L’assenza di un vero e proprio “Stato Sociale” trans-confessionale e la gestione di un settore pubblico solo in funzione clientelare hanno reso ancora più fragile il “sistema Paese”.

Di questo sistema si sono agevolate le élite e una ristretta classe media – ora di fatto scomparsa – che si è illusa di potere mantenere livelli di consumo ed uno stile di vita “all’occidentale”.

La componenti storicamente “ai margini”, come quella palestinese – che vive nei campi profughi ed è esclusa dai più elementari diritti – ed i siriani giunti o “stabilizzatisi” in Libano (storica mano d’opera stagionale nel settore agricolo e edilizio), così come gli immigrati che lavoravano nei servizi, non ne ha tratto giovamento.

Lo Stato è diventato un “rentier” per agevolare le operazioni di speculazione immobiliare – come nel centro di Beirut – La Banca Centrale ha giocato a fare l’allibratore.

Il meccanismo, al netto di tutte le contraddizioni, ha retto fino al 2011 per poi incrinarsi, e l’economia è entrata in stagnazione nel 2017, da lì in poi la discesa verso il precipizio con i flussi di denaro dall’estero che sono velocemente diminuiti grippando definitivamente il motore dell’economia basata su una ricchezza fittizia, una borghesia parassitaria e “compradora”, ed un ceto politico strutturalmente corrotto.

Saltata la mediazione “clientelare” che aveva garantito un minimo di ridistribuzione sociale, dall’autunno scorso è venuta meno anche la pace sociale.

Con una crisi economica sistemica, il Libano si è trovato ad essere l’anello più debole di una catena di interessi internazionali che i suoi governanti hanno favorito. La pandemia ha accelerato tutto questo e la recente esplosione gli ha dato il colpo di grazia. I “Padrini” del Paese che l’avevano scaricato, ora vogliono imporre le propie condizioni da strozzini per le tanto auspicate “riforme strutturali”: una cura più letale della malattia.

La svalutazione della Lira libanese, l’iper-inflazione, la drastica riduzione della possibilità finanziaria, la scarsezza di materie prime sono state le conseguenze che si sono abbattute sulla sua popolazione polverizzando la classe media e abbassando le condizioni di vita dei più: metà dei libanesi vivono ora sotto la soglia di povertà.

Questa situazione non può che portare ad un trattamento “alla Greca” da parte della comunità internazionale, o alla rottura con un modello di sviluppo ed il conseguente abbozzo di un alternativa di “sganciamento” da quelli che sono stati fino qui i tutori del Paese dei Cedri.

L’Unione Europea – attraverso la Francia – cerca di “giocare d’anticipo” rispetto a ciò che sta divenendo sempre più un suo competitor: gli Stati Uniti.

Allo stesso tempo l’Unione vuole anticipare gli effetti della partnership strategica sino-iraniana destinata ad avere ricadute a cascata su tutta la regione rafforzando l’asse della resistenza della “mezzaluna sciita” tra cui Hizbullah. Una parte dell’esecutivo “sotto-traccia” stava lavorando proprio ad un maggiore relazione con la Cina e le varie istituzioni finanziarie ad essa legate, incontrando un certo nervosismo dei diplomatici statunitensi ed una certa apprensione da parte Francese.

Allo stesso tempo l’UE deve contrastare la politica “neo-ottomana” della Turchia che estende la sua area di interessi dal Maghreb al Corno d’Africa fino alle coste del Mediterraneo orientale e che entra sempre più in frizione con quella che un tempo sembrava essere il suo “naturale” approdo: l’UE.

Il “Grande Gioco” del neo-colonialismo dell’Unione Europea è ampio e difende i suoi interessi vitali dal Sahel in Africa a quella che era la sua storica area d’influenza in “Medio Oriente” contro avversari agguerriti ed è disposta a tutto per acquisire posizioni e non perdere punti di forza.

Il Libano è uno dei tasselli fondamentali di questo gioco, forse la prima tappa di una “nuova guerra fredda” a più sfidanti che prende forma sullo sfondo dell’acuirsi dello scontro tra differenti poli sulle ceneri dell’egemonia nord-americana in “Medio Oriente”.

Le aspirazioni dell’Unione Europea trovano una possibilità di realizzazione attraverso il ri-ancoraggio della Francia alla comunità cristiano-maronita francofila come testa di ponte per imporre di fatto un suo nuovo “mandato” nel Paese dei Cedri.

La repentina visita di Macron in Libano dopo le esplosioni, e la co-presidenza della video-conferenza internazionale insieme all’ONU la scorsa domenica – a cui l’Iran tra l’altro non ha partecipato – ci raccontano di questo nuovo protagonismo e della voglia di rinsaldare un legame storico che una parte della comunità cristiano-maronita vede come una sorta di ripristino dell’“età dell’oro”.

Allo stesso tempo l’esplosione di martedì è una “occasione” imprevista per imporre al Paese le ricette da tempo auspicate da parte delle istituzioni finanziarie internazionali in cambio di aiuti e mettere ancora più in ginocchio il Libano, dopo che la visita del ministro degli esteri francese Jean-Yves Drian il 23 luglio scorso aveva avuto gli stessi obiettivi.

Si tratta di ristabilire in Libano una nuova gerarchia tra le oligarchie che hanno governato dopo la guerra civile, magari ridimensionando, senza estrometterlo, il ruolo di quella “borghesia sunnita”, giocando la carta di una mai dismessa politica settaria e clientelare su cui si strutturava il suo punto di forza nel periodo coloniale. Questa perpetuazione della strategia del “divide et impera” viene fatta a discapito di tutte le altre comunità del mosaico etnico-confessionale libanese, ed è un gioco tremendamente pericoloso nella polveriera libanese che ha conosciuto una sanguinosa guerra civile.

Allo stesso tempo si vuole depotenziare le forza della Resistenza – in primis Hizbullah, il Partito Comunista Libanese e le forze palestinesi – obiettivo su cui convergono anche USA, Israele e monarchie del golfo.

Da sabato sono iniziate le legittime proteste di piazza che qualche “apprendista stregone” potrebbe sfruttare come da copione in tutte le “rivoluzioni colorate” per imporre la propria agenda.

Il Libano vive una crisi a più livelli dagli esiti quanto più incerti, in cui una rottura dei vecchi equilibri potrebbe portare a soluzioni molto differenti.

È l’ennesimo esempio di come l’attuale sistema di sviluppo e la classe politica che l’ha sostenuto non garantiscono nulla alle classi subalterne se non il caos, sfruttabile per imporre condizioni di esistenza ancora peggiori ed un definitivo svuotamento della sovranità popolare, magari travestendola da “democratizzazione”.

Da tempo sosteniamo che nella fase crepuscolare del capitalismo, “l’alba” euro-afro-mediterranea possa essere una prospettiva in grado di tutelare la sovranità popolare nei singoli paesi e sviluppare una cooperazione fruttuosa tra i popoli, al posto di un sistema politico dove vecchie e nuove potenze coloniali affondano il proprio “tallone di ferro” e giocano al “caos costruttivo” sulle spalle dei popoli e delle classi subalterne del Continente.

Rete dei Comunisti, 11/10/2020

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11/08/2020

Libano - "Il rinnovamento non sarà cosmetico ma nemmeno radicale"

Pur essendo superata dai fatti - il governo Diab ha infatti rassegnato le dimissioni - proponiamo di seguito un'intervista da leggere sull'attualità libanese all'indomani del disastro al porto di Beirut.

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di Michele Giorgio – Il Manifesto

La rabbia popolare è incontenibile in Libano. Il governo vacilla e il premier Hassan Diab ieri sera ha chiamato ad elezioni anticipate. Dei riflessi dell’esplosione a Beirut nella politica libanese abbiamo parlato con Mouin Rabbani, tra i maggiori analisti politici arabi. «Le ricadute in politica interna sono inevitabili» dice Rabbani «i libanesi proseguiranno con più intensità le proteste contro una classe politica che considerano avida, incompetente e dannosa».

Questa classe politica si farà da parte?

Non è garantito che la catastrofica esplosione che ha devastato Beirut e ucciso più di 150 persone produca l’auspicata uscita di scena di personaggi politici, ai vertici talvolta da decenni, che hanno già dimostrato in passato una incredibile capacità di adattamento nelle situazioni di crisi. Un rinnovamento ci sarà e non sarà cosmetico ma, temo, neppure tanto radicale.

Hezbollah è preso di mira. Una parte dei libanesi accusa il movimento sciita, la forza più influente oggi nel panorama politico nazionale, di aver contribuito in modo determinante alla crisi economica e all’isolamento del paese da parte dell’Occidente a causa dei suoi stretti legami con l’Iran e della sua alleanza con la Siria di Bashar Assad.

Queste critiche sono giustificate solo in parte. Hezbollah ha delle responsabilità nella crisi economica libanese ma non più degli altri partiti. Il movimento sciita è entrato stabilmente nel quadro politico libanese non da molti anni e non può aver creato da solo problemi, politici ed economici, che hanno radici lontane. Se ci riferiamo al sistema confessionale, Hezbollah inizialmente ha provato a scardinarlo, anche perché la demografia è dalla sua parte. Un sistema democratico fondato su “un cittadino, un voto” può favorirlo. Ma non è riuscito nel suo tentativo. Ha scelto di unirsi al sistema settario e ora lo difende. E ciò è un problema per quei libanesi che pur non essendo suoi militanti non gli sono ostili e approvano almeno parte delle sue scelte regionali. Questi libanesi spesso sono giovani progressisti, della sinistra radicale, che chiedono un cambiamento vero per salvare il paese allo sbando e sentono di non avere più accanto questa forza che per anni si era proposta come rivoluzionaria, anti-sistema.

Però il sistema settario non lo ha imposto Hezbollah, lo dice la storia del Libano.

Per questo le accuse rivolte al movimento sciita sono giustificate solo in parte. In molti casi sono solo il frutto dell’agenda di forze che vorrebbero vedere una collocazione regionale e internazionale del Libano opposta rispetto a quella che vuole Hezbollah. La tensione tra i due schieramenti salirà con l’annuncio (il 18 agosto, ndr) della sentenza del processo all’Aja (al Tribunale speciale per il Libano) ai presunti responsabili dell’attentato in cui è rimasto ucciso nel 2005 il premier sunnita Rafiq Hariri. Sul banco degli imputati ci sono quattro membri di Hezbollah, non escludo scontri con conseguenze imprevedibili.

Ancora sul sistema settario, davvero gran parte del paese ne vuole la fine? La minoranza cristiana, solo per citare un punto critico, finirebbe per perdere buona parte degli ampi poteri che gli ha assicurato il colonialismo francese.

Lo vuole sinceramente soltanto una parte del paese. I libanesi più di tutto vogliono l’immediata uscita di scena dell’elite politica che da anni grazie al sistema settario si è creata posizioni di vantaggio, anche economico, facendo colare a picco il Libano. Quanto ai cristiani se da un lato il sistema li favorisce in termini di posizioni istituzionali e militari, dall’altro non riescono a ricavarne tutti i benefici. Da anni la minoranza cristiana è spaccata tra coloro che guardano all’alleanza con i musulmani sunniti e all’ex premier Saad Hariri e quelli (sostenitori del capo dello stato Michel Aoun, ndr) che sono convinti che la collaborazione con Hezbollah faccia gli interessi del paese e della loro comunità. Tra questi due schieramenti numerosi giovani cristiani guardano oltre l’appartenenza religiosa e desiderano la fine del sistema confessionale. Lo stesso vale per tanti giovani sunniti e sciiti. Il quadro libanese è molto complesso.

In questa complessità rientrano anche i libanesi che a metà settimana imploravano il presidente Macron di rendere di nuovo il Libano una colonia francese?

Quelle implorazioni, per quanto riprovevoli, non sono incomprensibili dopo un disastro del genere provocato da una amministrazione pubblica fallimentare sotto tutti i punti di vista. Quella gente che abbracciava Macron forse immagina che a Parigi tutto sia meravigliosamente bello e funzionante rispetto al loro paese in ginocchio e in povertà. Sono convinto che i libanesi, o gran parte di essi, siano consapevoli che la classe politica che vogliono cacciare è al potere grazie al sistema settario che ha creato la potenza coloniale francese. Proprio i libanesi che aprono le braccia all’Occidente dovrebbero considerare che gli Usa, parte dell’Europa e alcuni Stati arabi vicini a Washington sono stati fondamentali per consolidare lo status quo emerso dopo la guerra civile libanese (1975-1990, ndr) e che le politiche francesi e americane contribuiscono alla rovina del Libano.

Fonte

26/12/2019

Libano - Stallo tra veti incrociati e manifestazioni

Continua e si approfondisce la crisi economica in Libano. Duramente colpito dalle sanzioni imposte da USA, e petromonarchie del Golfo agli istituti economici sospettati di sovvenzionare o fare da tramite ai finanziamenti diretti a Hezbollah piuttosto che Iran e Siria, il paese dei cedri da mesi deve fare i conti con una scarsità di dollari, moneta di fatto circolante accanto a quella ufficiale, la lira. La quale si sta progressivamente svalutando, mentre il debito pubblico cresce sempre di più.

Il tutto va a gravare, si ricorda, su un sistema-paese di tipo “confessionale”, in cui il settore pubblico ed i servizi sono praticamente inesistenti e, per ottemperare ai bisogni primari, la gran parte della popolazione deve far ricorso ad enti assistenziali di tipo religioso, con tutta la corruzione che ne consegue, gestita dai vari capibastone cui tale sistema assistenziale fa riferimento. Costoro, infatti, si appropriano indebitamente del denaro pubblico, per lo più proveniente dai donatori stranieri (Francia e Arabia Saudita in testa).

Parallelamente si protrae lo stallo politico scaturito dalle dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri lo scorso 29 ottobre a seguito delle proteste di massa scoppiate 13 giorni prima.

Tali mobilitazioni continuano tutt'ora, anche se con numeri inferiori e con dinamiche differenti rispetto ai primi giorni. Con il passare del tempo, infatti, mentre si sono fatti sempre più chiari i tentativi di alcuni partiti di cavalcare le proteste e le ingerenze esterne volte a danneggiare Hezbollah, alle grandi manifestazioni trasversali si sono sovrapposti scontri fra sostenitori dei partiti e fra questi ultimi e i manifestanti che a ondate successive occupano le strade principali, paralizzando, di fatto, il paese. Anche l’intervento della polizia si è fatto più frequente e duro.

Pertanto, anche all’interno del fronte della protesta, le iniziative si sono andate diversificando. Ad esempio, le ali comuniste e progressiste (organizzate, fra gli altri, dal Partito Comunista Libanese e dall’Organizzazione Popolare Nasseriana) privilegiano momenti di protesta contro le ingerenze straniere, azioni nei confronti delle banche, mobilitazioni studentesche e momenti seminariali pubblici.

Invece, le ali riconducibili ai partiti cristiani di estrema destra post-falangisti (Kataeb, Forze Libanesi) e alla vasta base sunnita in precedenza fedele ad Hariri, ora distaccatasi dal suo leader, sono più focalizzate sui blocchi stradali e nell’alimentare l’ostilità verso Hezbollah, chiedendone, talvolta, anche il disarmo.

Ovviamente, non s’intende, in tal modo, affermare che vi sono compartimenti stagni all’interno delle mobilitazioni; vi sono, ovviamente, diverse tendenze e tentativi di egemonia.

Ciò che accomuna tutti sono le parole d’ordine generali, le quali, a parte la rivendicazione chiara del superamento dell’attuale sistema politico-istituzionale basato sul confessionalismo, sono molto generiche, quindi declinabili in maniera molto differente. A mettere in atto il superamento degli attuali assetti, infatti, dovrebbe essere un “esecutivo tecnico transitorio” composto di personalità esterne a tutti i partiti, legittimate a traghettare il paese fuori dalla crisi economica e ad un nuovo sistema non confessionale governando per decreto, bypassando il Parlamento.

Com’è evidente, tale parola d’ordine può essere riempita dei contenuti più diversi ed è su quest’ambiguità di fondo che si sta giocando la partita per formare il nuovo governo. Infatti, nessuno dei partiti presenti in parlamento ormai la avversa più apertamente, tuttavia – com’è ovvio – essa legittima ciascuno a proporre dei “tecnici” afferenti alla propria area politico/confessionale di riferimento e additare quelli proposti dagli altri partiti come dei fantocci appena mascherati, quindi non super partes. Ed è proprio quanto sta avvenendo.

Dal 29 ottobre in poi, per la “poltrona” di Primo Ministro, per Costituzione appannaggio di un musulmano sunnita, si sono succedute diverse ipotesi. Inizialmente il Presidente della Repubblica Aoun (esponente di un partito cristiano maronita, appartenente alla coalizione a guida Hezbollah), fra i più bersagliati dalla protesta, sembrava orientato a conferire allo stesso Sa’ad Hariri l’incarico di formare un governo composto in parte da tecnici, in parte da politici di tutti i partiti, incassando, tuttavia, il ritiro quasi immediato del Primo Ministro uscente, che avrebbe perso qualsiasi sostegno nella propria base perché rifiutato dalla piazza.

Successivamente si è affacciata l’ipotesi Samir Khatib, padrone di una grande azienda di consulenza ingegneristica e architetturale, vicino ad Hariri. Anch’egli, tuttavia, si è ritirato rapidamente, probabilmente perché non ha ricevuto l’appoggio della massima autorità sunnita del paese, il Gran Muftì del Libano Shaykh Abdellatif Daryan, il quale, muovendosi nell’ombra per preservare il sistema confessionale e probabilmente “imbeccato” dall’Arabia Saudita, continuava a premere per Sa’ad Hariri.

Quasi forzato a restare in campo, quest’ultimo ha provato ad accelerare per un governo composto esclusivamente da tecnici (tranne sé stesso) ricevendo, però, il veto della maggioranza parlamentare costituita da Hezbollah e dai suoi alleati dell’”Alleanza 8 marzo”, con la motivazione che si sarebbe trattato di un esecutivo di fatto monocolore mascherato da tecnico.

A questo punto, il 18 dicembre avviene una svolta abbastanza inattesa. In risposta al precedente tentativo di forzatura in coincidenza con l’arrivo a Beirut di un alto funzionario dell’Amministrazione USA, il Presidente della Repubblica e quasi tutta l’Alleanza 8 Marzo, utilizzando la maggioranza dei seggi e raccattando qualche altro voto di esponenti sunniti, hanno imposto il conferimento dell’incarico ad Hassan Diab.

Un uomo con un profilo sia politico che tecnico, in quanto ha alle spalle 3 anni di esperienza politica come Ministro dell’Istruzione, ruolo ricoperto tra il 2011 e il 2014; mentre attualmente, così come prima della parentesi ministeriale, lavora come professore di Ingegneria Informatica presso l’Università Americana di Beirut, teoricamente un ambiente tutt’altro che vicino ad Hezbollah, regista della sua investitura.

Tuttavia, per i partiti del blocco Hariri (“Alleanza 14 marzo”) non si tratta di un tecnico al di sopra delle parti, bensì di un esponente espressione diretta del movimento di resistenza sciita, pertanto gli hanno negato l’appoggio, nonostante il suo atteggiamento immediatamente conciliatorio. Appoggio che, al momento, manca anche da parte dell’establishment religioso sunnita, dai suoi padrini sauditi e dal “donatore” francese.

In particolare, Parigi già sta facendo filtrare, attraverso ambienti giornalistici “di area”, che non corrisponderà più il prestito di 11 miliardi di dollari promesso lo scorso aprile, subordinato all’attuazione di alcune riforme (quelle che hanno portato le piazze a riempirsi). Nel caso di una eccessiva centralità di Hezbollah, anzi, potrebbero seguire sanzioni ulteriori e isolamento internazionale. Il che, in assenza di improbabili svolte rivoluzionarie nell’esercizio del potere, si tradurrebbe in tracollo ulteriore dell’economia del paese e possibilità di guerra civile.

D’altra parte, evitare eccessive sanzioni e isolamento è stato proprio il motivo che ha spinto negli anni scorsi l’ala politica di Hezbollah ad accontentarsi di un ruolo tutto sommato secondario all’interno dell’esecutivo, lasciando alla coalizione rivale, sostenuta da Arabia Saudita, USA e UE, i ruoli di maggiore importanza, nonostante quest’ultima, dopo le ultime elezioni fosse divenuta minoranza in parlamento.

Pertanto, bisogna verificare se la mossa d’imporre a maggioranza il conferimento dell’incarico per la formazione di un nuovo governo sia conseguenza di una svolta politica reale attuata da Nasrallah e soci oppure una semplice scelta tattica dettata dalla necessità contingente di dare una dimostrazione di forza, di fronte ai tentativi ripetuti di utilizzare le mobilitazioni di massa per operare un colpo di mano nei confronti del movimento di resistenza sciita.

Fatto sta che, al momento, l’impresa di Hassan Diab di mettere assieme un esecutivo che abbia, poi, la forza di essere operativo appare veramente in salita.

Sul fronte delle piazze infatti, nonostante le parole concilianti da parte del Primo Ministro designato (“Datemi una possibilità”, “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano. I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso e su come riportare la fiducia”, sono alcune delle frasi pronunciate più spesso), si è verificata una risposta di rifiuto generalizzato da parte di tutte le anime della protesta, in quanto anch’egli “parte del sistema”. A Beirut sono ricomparsi blocchi stradali e accampate, non smobilitati nemmeno durante le festività cristiane in corso.

Anche per il Partito Comunista Libanese, la designazione di Diab è da respingere in quanto frutto delle solite modalità pattizie ed escludenti rispetto alle istanze popolari con le quali operano le due coalizioni fin qui al potere; ed anche perché non corroborata da nessuna svolta economica rispetto alle riforme imposte dalla Francia e dagli altri “donatori”. Ovviamente, resta fermo il punto che i comunisti rifiutano parole d’ordine quali l’isolamento o il disarmo di Hezbollah, in quanto quest’ultimo costituisce di fatto un movimento di resistenza armata contro l’imperialismo, con cui fare fronte in caso di aggressioni esterne da parte di Israele o altri.

Da parte sua, l’Organizzazione Popolare Nasseriana, pur essendosi presentata alle elezioni all’interno dell’Alleanza 8 marzo, ha scelto, con il suo unico parlamentare, di non votare comunque la designazione di Hassan Diab, in quanto non risponde alle istanze delle piazze.

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24/12/2019

Libano - Ad Hassan Doab il compito di formare un nuovo governo

Il presidente libanese Michel Aoun ha dato ieri il compito di formare un nuovo governo all’ex ministro dell’istruzione Hassan Diab dopo il sostegno che quest’ultimo ha ricevuto dal blocco politico che fa capo al partito sciita Hezbollah. Diab prende quindi il posto di Hariri il quale, dimessosi lo scorso 29 ottobre a cause delle proteste di piazza, negli ultimi giorni sembrava potesse ritornare a ricoprire il ruolo di primo ministro. Una possibilità che però proprio lo stesso leader del partito al-Mustaqbal aveva escluso mercoledì dopo aver incassato il no dagli altri partiti alla formazione di un governo tecnocratico.

Diab ha ricevuto ieri 69 voti dagli sciiti Hezbollah e Amal, dai cristiani del Movimento dei Patrioti Liberi, da un gruppo di 5 parlamentari sunniti (ma vicini ad Hezbollah) e da altri parlamentari alleati al Partito di Dio. Gli astenuti invece sono stati 42: tra questi, il partito dell’ex premier Hariri, i cristiani delle Forze Libanesi, gli ex premier Tammam Salam e Najib Mikati e alcuni indipendenti.

La sua nomina ha fatto infuriare i dimostranti che da ottobre protestano contro l’intera classe politica locale: ieri in centinaia hanno manifestato in strada a Tripoli e Beirut. Nella capitale, nella centralissima Piazza Nejmah, sulle note della famosa Jingle Bells i manifestanti hanno promesso che lo faranno cadere proprio come hanno già fatto con Hariri.

La scelta di Diab conferma quanto il mondo politico libanese sia completamente sordo alle richieste che da due mesi ripetono migliaia di libanesi. Diab è stato ministro d’istruzione tra il 2011 e il 2014 in un governo formato da Hezbollah e i suoi alleati. Laureato in ingegneria informatica nel Regno Unito, è tornato a Beirut nel 1985 dove ha ricoperto il ruolo di assistente universitario presso la prestigiosa American University della capitale. Piaccia o meno, è un uomo del “sistema”. Proprio quel “sistema” che i manifestanti vogliono far crollare una volta e per sempre.

Nel suo discorso di ieri, l’ex ministro ha provato a tendere una mano ai dimostranti quando ha promesso che “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, cioè al giorno in cui sono iniziate le proteste di massa contro l’intera classe dirigente. “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano – ha poi aggiunto – I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso [economico e finanziario] e su come riportare la fiducia”. Nel corso del suo discorso, Diab ha detto che già domani avvierà le consultazioni con gli altri partiti, passo necessario per formare il nuovo governo. Ha infine chiesto ai dimostranti di dargli “una possibilità” invitandoli ad essere “partner nel lavoro di riforme”.

La scelta da parte di Hezbollah e alleati di Diab è giunta lo stesso giorno in cui il parlamento tedesco votava per mettere al bando il movimento sciita e il sottosegretario Usa per gli Affari politici, David Hale, atterrava a Beirut per incontrare importanti ufficiali locali. Una tempistica, quella di mandare Hale proprio ora, che non è affatto casuale: gli Usa, infatti, considerano Hezbollah una “organizzazione terroristica” e hanno intensificato le sanzioni contro alcuni suoi membri e contro chi sostiene il suo finanziamento. Le pressioni esercitate da Washington contro il “Partito di Dio” libanese rientrano nella più ampia campagna statunitense contro l’Iran e i suoi alleati regionali, uno dei cardini della politica estera dell’Amministrazione di Donald Trump.

Secondo alcuni analisti, un esecutivo guidato da Diab, uomo ritenuto vicino a Hezbollah, potrà avere immediate conseguenze politiche. “Un governo del genere – ha spiegato ad al-Jazeera l’analista Sami Nader – sarà percepito dall’intera comunità internazionale come un governo Hezbollah. Il Libano sarà perciò isolato dai donatori internazionali e andrà incontro a sanzioni”. Uno scenario drammatico, sostiene Nader, per un Paese già vicino al collasso. Nell’aprile del 2018 alcuni donatori avevano promesso al Libano 11 miliardi di dollari in cambio di “riforme”. Ma il denaro, tuttavia, non è mai arrivato e la situazione di paralisi in cui vive il Paese di certo non aiuta.

A Diab ora spetta il compito di formare il governo. E sarà a questo punto un governo a trazione Hezbollah dato che ieri il Movimento al-Mustaqbal di Hariri, le Forze Libanesi e il Partito socialista progressista del druso Jumblatt hanno già detto che non entreranno nel prossimo esecutivo.

Da sottolineare c’è poi un altro importante aspetto in un Paese che ha fatto del settarismo religioso il suo marchio di fabbrica politico e sociale: Diab rappresenterà davvero la comunità sunnita locale? Diab è sì un sunnita (e non poteva essere altrimenti per legge dato che la carica di premier spetta ad un sunnita), ma ha incassato il voto di fiducia di soli pochi parlamentari della sua stessa comunità religiosa.

Resta poi l'incognita su come gestirà la questione proteste. Intervistata dal portale Middle East Eye, la dimostrante Lena, 49 anni, è chiara a riguardo: “Siamo al punto di o noi o loro. Perciò non lasceremo le strade. Abbiamo bisogno di democrazia e di un governo davvero funzionante. Abbiamo raggiunto il punto dove non riusciamo più a vedere la fine del tunnel”.

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10/12/2019

Libano - Hariri torna in scena per l'ennesima volta

di Michele Giorgio – il Manifesto

Beirut allagata e paralizzata dalla pioggia. Strade trasformate in fiumi nel centro così come nei quartieri più degradati della capitale. Allagato in parte anche l’aeroporto internazionale Rafiq Hariri. A ciò si sono aggiunti gli abituali blackout dell’energia elettrica. Il maltempo ha messo a nudo la fragilità delle infrastrutture civili del paese, uno dei disastri nazionali che lo scorso 17 ottobre e nelle settimane successive hanno spinto centinaia di migliaia di libanesi a protestare contro il governo, la corruzione, la disoccupazione, il carovita e il settarismo politico che contribuisce a paralizzare l’economia e la gestione dei servizi essenziali. Proteste che sino ad oggi non hanno generato alcun cambiamento ma solo accresciuto la tensione tra le forze politiche contrapposte. E ora i libanesi assisteranno al probabile ritorno sulla poltrona di primo ministro del leader sunnita Saad Hariri, sei settimane dopo le sue dimissioni sotto l’urto delle manifestazioni popolari.

Il nome di Hariri è riemerso domenica, quando l’imprenditore Samir Khatib ha ritirato la sua candidatura a nuovo premier. Il Gran Mufti, Sheikh Abdul Latif Derian, il più importante religioso sunnita in Libano, si è espresso a sostegno di Hariri bruciando così il nome di Khatib, un uomo d’affari che si era detto pronto a rimettere in ordine i conti del Libano, un piccolo stato ma tra più indebitati al mondo (83 miliardi di dollari) e con un deficit pubblico all’150% del Pil. Domenica sera Hariri ha incontrato Khatib per dirgli che l’unico giocatore nel campo sunnita resta lui. Quindi sono state rinviate di una settimana le consultazioni, previste ieri, tra il capo dello stato Aoun e i partiti politici sulla designazione del nuovo primo ministro.

Non occorre essere degli esperti di politica libanese per intuire che lo stop a Khatib, pronunciato dalla massima autorità religiosa sunnita, è frutto anche di pressioni dall’estero, con ogni probabilità dell’Arabia Saudita che pur avendo perduto in parte la fiducia in Hariri – agli occhi di Riyadh troppo arrendevole nei confronti del “nemico”, il movimento sciita Hezbollah alleato dell’Iran – non ha ancora trovato un sostituto valido. E lo stesso vale per la Francia, altro punto di riferimento di Hariri, che domani si appresta ad aprire una nuova conferenza di donatori per il Libano. L’anno scorso a Parigi furono decisi aiuti al paese dei cedri per 11 miliardi, condizionati però all’attuazione di un piano di riforme economiche radicali. Riforme non realizzate o solo abbozzate con riflessi negativi che si sono abbattuti sulle categorie sociali più deboli gettandole nella disperazione alla base delle proteste di queste settimane.

Hariri in nome dell’efficienza e delle riforme insisterà per la formazione di un governo di tecnici e non di politici, uno stratagemma volto anche, se non soprattutto, a tenere fuori dall’esecutivo i partiti sciiti Hezbollah e Amal che, ovviamente, non sono d’accordo. Nel frattempo il paese sprofonda: le banche attuano rigidi controlli sui capitali, i dollari scarseggiano e la lira libanese ha perso un terzo del suo valore al mercato nero. L’emorragia di posti di lavoro è incessante. Solo nell’ultima settimana oltre 60 aziende hanno annunciato il licenziamento di tutti i dipendenti.

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30/11/2019

Libano, giorno 40


Manifestazione davanti all’ambasciata americana in Libano, ad Aoukar, contro le interferenze straniere, 24 novembre 2019. I manifestanti sono per lo più sostenitori del Partito comunista libanese, altri partiti di sinistra e Hezbollah (in foto).

*****

Hezbollah, per bocca del suo Segretario Generale Hassan Nasrallah, si oppone alle interferenze americane negli affari libanesi. Ciò va tutto in suo onore. Allo stesso tempo, ha approvato la road map avviata da Saad Hariri in risposta alla crisi che ha scosso il paese e sfidata dal movimento popolare.

Questo è classicamente definito “il grande divario”. O se preferisci, l’arte di sostenere una cosa e il suo contrario.

È certo che questa posizione porta direttamente alla demagogia e alla mancanza di fiducia nei confronti del suo autore.

In effetti, qual è la tabella di marcia del signor Hariri se non le direttive della Banca mondiale che sono guidate da vicino dall’amministrazione americana?

Quindi c’è una grave contraddizione che il signor Nasrallah deve superare rapidamente se vuole mantenere un minimo di serietà.

Ma, questo è il punto, il leader religioso non può, per la semplice ragione che fa parte di un sistema che ha raggiunto i suoi limiti storici. È impossibile che allo stesso tempo faccia parte del confessionalismo politico e si opponga durevolmente a Israele, il quale è uno stato espansionista basato su una concezione religiosa di ispirazione razzista costruita nella Palestina occupata al confine con il Libano.

Ancora una volta è il “grande divario”.

In effetti, con l’attuale rivoluzione, che mira a stabilire uno stato civile moderno e democratico in Libano, diametralmente opposto allo stato sionista, la cosiddetta resistenza “islamica” è ora a un bivio.

Questo tipo di resistenza non è più necessaria. Deve fare una scelta storica: o trasformarsi integrandosi in una resistenza nazionale aperta a tutto il popolo libanese di tutte le fedi, etnie e regioni, oppure rimanere allineata agli interessi dei valletti della Banca Mondiale, strumento economico e finanziario per eccellenza l’imperialismo.

In breve, il signor Nasrallah deve scegliere tra servire gli interessi della grande massa del popolo o quelli della grande borghesia.

Il tempo sta per scadere. Deve decidere rapidamente.

Possano la sua intelligenza e la sua saggezza orientarsi nella giusta direzione.

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02/11/2019

Iraq - La protesta si amplia, 200 mila manifestanti a Baghdad

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Si continua a morire di protesta in Iraq: nella notte tra giovedì e venerdì altri cinque manifestanti hanno perso la vita per le ferite riportate in piazza, colpiti da candelotti lacrimogeni e proiettili della polizia. Il bilancio sale (giovedì la Commissione parlamentare per i diritti umani parlava di oltre 250 uccisi e 11mila feriti) mentre Baghdad e le città meridionali entravano nel secondo mese di mobilitazione popolare con altre enormi manifestazioni.

Ieri la più grande dai tempi di Saddam Hussein, 200mila solo nella capitale. Piazza Tahrir è loro e delle loro tende. È qui che si dorme, a terra su materassi colorati, per non perderla a favore delle forze di sicurezza ed qui che si cucina e di distribuiscono pasti caldi ai giovani e alle famiglie che affollano la piazza.

Ci sono bambini che sventolano le bandiere irachene, ragazze, anziani. In tantissimi sono arrivati ieri dopo la tradizionale preghiera, bypassando i tuktuk trasformati in ambulanze (c’è già chi inneggia alla «rivoluzione del tuktuk») e unendosi ai giovani che hanno passato la notte in strada.

Nelle vie che portano a piazza Tahrir i manifestanti hanno improvvisato dei “checkpoint” per indirizzare il traffico, piccole barriere che sanno di mini-barricate. In tanti sul volto portano maschere anti-gas, in testa un elmetto.

A sud altre migliaia di persone hanno manifestato ieri, anche qui tante le famiglie con i bambini. A Bassora un presidio si è accampato sulla strada che porta all’ingresso del giacimento petrolifero di Majnoon.

Gli scontri a Baghdad si concentrano sul ponte sul Tigri che porta alla Zona Verde, simbolo fisico e politico del potere che si barrica e non ascolta. Altrimenti non parlerebbe come fa. Ieri la più alta autorità sciita del paese, l’Ayatollah al-Sistani, dopo aver condannato la brutalità della repressione, ha avvertito i governi stranieri di non sfruttare la protesta, nenia nota in Medio Oriente dove ogni mobilitazione è tacciata di influenze esterne.

Appena 24 ore prima a parlare era stato il presidente iracheno, Barham Saleh: il premier Adel Abdul-Mahdi è pronto a dimettersi (se esiste un’alternativa) e ad andare a nuove elezioni. Non prima, ha aggiunto Saleh, di una riforma elettorale.

Non è questo che chiedono gli iracheni che da inizio ottobre sfidano la durissima repressione di polizia e milizie sciite: non vogliono elezioni per rieleggere l’identica classe dirigente ma uno stravolgimento politico, una costituzione non settaria e l’uscita dall’agone politico delle forze religiose.

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31/10/2019

Iraq - La repressione non placa le rivolte

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

I giovani iracheni sembrano non aver più paura di nulla. Nonostante la durissima repressione della polizia (250 morti e 8mila feriti da inizio ottobre) e le intimidazioni armate delle milizie sciite che martedì a Karbala hanno compiuto una strage (18 uccisi), le piazze restano piene. Di persone, tende, smartphone che di notte illuminano le marce, di canti. Bella ciao, in arabo, risuonava nei giorni scorsi, intonata da migliaia di persone. Come in Cile, la settimana scorsa. Disobbedienza civile ma anche azioni che hanno effetti concreti.

Ieri i manifestanti hanno bloccato il porto di Umm Qasr, a Bassora. È qui che arrivano grano, verdure, olio, zucchero, poi distribuiti a tutto il paese, ampiamente dipendente dalle importazioni estere per il settore alimentare. Il blocco ha costretto lo scalo a lavorare al 20% della sua capacità, con le autorità portuali che avvertivano: così si impenneranno i prezzi dei beni primari.

Dalla loro i manifestanti hanno l’appoggio dei capi tribali, in Iraq centrali per la tenuta sociale e politica (lo sapeva bene Saddam): le tribù, vicine alle richieste popolari, hanno dato 48 ore al governo per liberare le centinaia di arrestati di Bassora.

Qui nel sud quelle richieste risuonano quasi più impellenti che altrove, non a caso già nelle due estati passate i capi tribali avevano dato man forte alle proteste per il lavoro: la presenza delle grandi compagnie petrolifere straniere non si traduce in occupazione né in servizi migliori, mentre i contadini scappano dalle campagne desertificate dal crollo del livello di Tigri ed Eufrate.

Ha scelto il sud sciita per farsi vedere tra i manifestanti anche il leader religioso Moqtada al-Sadr, come al solito in prima fila nel sostenere le piazze contro l’establishment (di cui è parte): chiede le dimissioni del premier Adel Abdul-Mahdi, le cui promesse di riforme non bastano a un popolo povero e senza prospettive di redistribuzione della ricchezza.

Martedì al-Sadr ha partecipato alle proteste a Najaf, città santa sciita. Tolto il sostegno alla coalizione che appoggia Abdul-Mahdi, ha fatto appello al blocco parlamentare filo-iraniano rivale al-Fatah, guidato dal potente capo dell’organizzazione sciita Badr, Hadi al-Amiri, per far cadere il premier. Vuole elezioni anticipate e vuole farlo con l’avversario che gli ha già risposto di sì.

Ma gli iracheni vogliono di più: non la mera ripetizione di un sistema settario fallimentare ma la sua fine, accompagnata a una nuova costituzione asettaria. Nel mirino c’è proprio la classe dirigente sciita e il suo sponsor, l’Iran. Teheran è preoccupata: ieri, secondo fonti governative, il generale Soleimani, capo dell’unità al-Quds dei pasdaran, ha fatto visita all’esecutivo nella Zona Verde.

A Baghdad, invece, tra ai manifestanti in piazza Tahrir ieri è scesa l’inviata del segretario generale dell’Onu, Jeanine Hennis-Plasschaert: «Condanno l’alto numero di morti e feriti nelle proteste, c’è bisogno di dialogo nazionale», ha detto in riferimento al fuoco aperto sulla folla nella capitale e nelle città del sud. Parole simili quelle dedicate ieri da papa Francesco all’«amato Iraq»: «Invito le autorità ad ascoltare il grido della popolazione che chiede una vita degna e tranquilla».

Per ora il solo intervento parzialmente in linea con le richieste della piazza è quello del Supremo Consiglio giudiziario che ha annunciato l’apertura di inchieste contro parlamentari accusati di corruzione.

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26/10/2019

Iraq - La rabbia popolare prende possesso delle piazze

di Chiara Cruciati – il Manifesto

I manifestanti si accalcano lungo il filo spinato che la polizia ha posto a difesa della sede del governatorato di Muthanna, sud dell’Iraq. Lo prendono su di forza, ferendosi le mani, e avanzano. Superano il filo spinato ed entrano nell’edificio.

È uno dei video che ieri circolavano in rete sullo sciopero generale popolare indetto in Iraq contro il governo e l’assenza di politiche che abbattano povertà e disoccupazione e sfidino la corruzione imperante da decenni.

UNA PROTESTA VASTA, cominciata all’inizio di ottobre, andata in stand by per la festa sciita dell’Arbaeen, i 40 giorni dopo l’Ashura, e ripresa ieri con il suo carico di rabbia e violenza: manifestazioni si sono svolte ovunque, nella capitale Baghdad e nel sud sciita.

Almeno 27 gli uccisi da polizia e milizie sciite filo-iraniane, oltre 2mila feriti, morti anche un miliziano sciita e un funzionario governativo. I poliziotti hanno aperto il fuoco sulle marce, sparato lacrimogeni e proiettili di gomma, annullando le promesse che poche ore prima il premier Adel Abdul Mahdi metteva sul tavolo sperando di evitare la ribellione: riforme economiche non meglio identificate e rimpasto di governo.

Nessuno gli crede, c’è poco a cui credere in un paese con uno dei più alti tassi di corruzione al mondo, mai ricostruito dopo l’invasione statunitense del 2003 e dove il 60% della popolazione vive con meno di sei dollari al giorno. Eppure sotto ai piedi hanno le quinte riserve al mondo di petrolio.

LA RABBIA È TANTA, enorme. Come la frustrazione per l’assenza di una forza politica in grado di rappresentare la voglia di stravolgere il sistema economico e sociale che lascia indietro le fasce più povere della popolazione. La maggioranza.

E le proteste si fanno violente, a differenza del Libano dove l’arma è l’ironia o dell’Algeria dove alla repressione si risponde con la disobbedienza civile. Qui sembra non esserci spazio per la mediazione con un sistema politico che non ha mai ascoltato. E che mentre promette riforme, apre il fuoco.

Dal sud, Amarah e Nasiriyah, fino a Baghdad, almeno 25 uccisi: si aggiungono ai 149 manifestanti (più otto agenti) uccisi da inizio ottobre, per cui pochi giorni fa la commissione d’inchiesta governativa ha incolpato «l’impreparazione della polizia». Il 70% delle vittime, si legge nel rapporto, è morto per colpi d’arma da fuoco alla testa o al petto.

NELLA PROVINCIA di Muthanna i manifestanti hanno dato alle fiamme gli uffici dei partiti politici sciiti (Hikma e Dawa) e delle milizie sciite fattesi movimento politico, le Asaib Ahl al-Haq e l’organizzazione Badr. Fuoco alle loro sedi anche nelle province di Wasit e Dhi Qar, mentre a Baghdad piazza Tahrir si riempiva ogni minuto di più dall’iniziale nucleo di mille persone che aveva dormito lì per presidiarla. Come la polizia, dispiegata la notte precedente.

È nella capitale che migliaia di manifestanti (per lo più giovanissimi: in Iraq l’età media è 20 anni, metà della popolazione ne ha meno di 24) hanno tentato di prendersi il simbolo supremo del potere che si barrica: la Green Zone, la zona verde creata dall’esercito statunitense nel 2003, sede del parlamento, dei ministeri e delle ambasciate straniere.

Hanno provato ad attraversare il ponte verso la Green Zone, fermati dalla polizia. Ma Tahrir è loro: sono apparse le tende, il corteo da ieri è un sit-in permanente. «Il popolo vuole la caduta del regime», cantano i manifestanti, lo slogan simbolo delle “primavere arabe” che da qui non sono mai passate.

Sventolano la bandiera irachena, ci si coprono il volto per non respirare i lacrimogeni. Non ci sono bandiere di partito né riferimenti religiosi o etnici. Tanti gli uomini, ma ci sono anche le donne.

IL GOVERNO REAGISCE bloccando l'accesso a internet e imponendo il coprifuoco a sud, mentre l’ayatollah Ali al-Sistani, la più importante autorità sciita del paese, nel sermone del venerdì ha chiesto alle piazze di evitare il caos.

Ma il caos, per i giovani iracheni, è altro: è l’assenza di servizi, la carenza di acqua potabile, i continui black out elettrici, la disoccupazione, le divisioni settarie intorno al quale è stata scritta nel 2005 la costituzione e che ha cristallizzato un sistema di potere sulla base della confessione religiosa.

Chiedono una nuova carta costituzionale, un tribunale per processare i corrotti e riforme reali di redistribuzione della ricchezza. Legandosi, con un filo invisibile, alle proteste sociali che in questi mesi stanno investendo mezzo mondo.

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12/06/2018

Libia - Ritorno a Tawergha

di Francesca La Bella

A sette anni dalla guerra che portò alla fine del Governo di Muhammar Gheddafi, i rappresentanti delle città di Misurata e di Tawergha sono, infine, giunti alla firma di un patto di riconciliazione. L’accordo dovrebbe aprire la strada al ritorno di circa 40.000 tawerghan nella propria città natale per la prima volta dal 2011. In questo lungo periodo, infatti, la popolazione che abitava Tawergha non ha potuto varcare i confini della città ed è stata costretta a vivere in campi profughi dislocati nell’area di Tripoli, Surt e Misurata in quanto colpevole di essersi schierata al fianco di Gheddafi e di essersi macchiata di crimini durante i giorni della “rivoluzione”.

Le versioni in merito agli eventi di quei giorni sono, però discordanti. Secondo quanto affermato dai rappresentanti delle Brigate di Misurata, gli abitanti di Tawergha non solo ospitarono l’esercito nazionale sul loro territorio, ma sostennero attivamente il Governo libico contro i ribelli ed usarono particolare violenza giungendo anche a stuprare e mutilare gli abitanti di Misurata e i combattenti nemici. Il racconto degli abitanti della piccola città a 40 km da Misurata è, invece, un lungo elenco delle violenze subite prima, durante e dopo l’allontanamento da Tawergha. Mentre le forze di Gheddafi si ritiravano dalla città, quasi tutti i residenti di Tawergha, temendo l’ira dei misuratini, fuggirono dalla città lasciando dietro di sé tutti i loro averi e si mossero alla volta delle città più raggiungibili come Surt o Tripoli. Nonostante questo, secondo quanto affermato da molti degli sfollati, le Brigate di Misurata, dopo aver bruciato, saccheggiato e preso effettivo possesso della città, iniziarono una vera e propria caccia all’uomo nei confronti dei tawergan.

Come riportato in un lungo articolo del New York Times pubblicato nel settembre del 2011, la situazione degli sfollati a poche settimane dall’ingresso delle forze di Misurata a Tawergha risultava, dunque, drammatica e veniva vissuta dai tawergan come una punizione collettiva. Molti degli intervistati, infatti, riconoscevano la collaborazione dei propri concittadini con l’esercito di Gheddafi e condannavano le violenze di alcuni miliziani, ma ribadivano che le colpe di alcuni non potevano ricadere sull’intera popolazione della città e che le motivazioni dei misuratini trascendevano gli eventi bellici. Secondo molti, infatti, le radici della sproporzionata violenza portata contro la popolazione di Tawerga era da ascrivere anche a motivazioni etniche in quanto la popolazione tawergan è a maggioranza nera.

Nonostante siano passati quasi sette anni da quelle prime settimane e si sia finalmente giunti ad una riconciliazione, non si può, quindi, non temere che il ritorno dei profughi e l’implementazione dell’accordo subiscano nuovi rinvii. Gli anni di guerra civile ed alcuni tentativi di mediazione falliti hanno approfondito le divisioni e la mancanza di fiducia tra le parti. Nel giugno 2017 si era, infatti, già giunti ad un accordo per il ritorno a Tawergha degli sfollati a partire dal primo febbraio 2018. Il giorno in cui il rientro avrebbe dovuto iniziare, però, il Consiglio municipale di Misurata chiese a Tripoli di bloccare le operazioni in quanto alcune clausole dell’accordo non erano state rispettate e accusando “alcune parti” di non essere interessate a mettere in atto il piano. Un convoglio di 100 famiglie tawerghan venne, così, fermato vicino a Bin Jawad sulla strada per Sirte ed il programma di rientri venne sospeso a tempo indeterminato.

Il nuovo accordo ha, dunque, necessità di un grande impegno di entrambi gli attori, sotto la supervisione del Governo di Tripoli, per essere messo in pratica. Secondo quanto riportato dal Libya Herald, il diritto al ritorno in città per tutti coloro che vi risiedevano prima del febbraio 2011 verrà garantito dall’azione coordinata dei tre attori. L’accordo di pace stabilisce, inoltre, che le amministrazioni di Tawergha e Misurata agiscano in maniera coordinata per porre fine a campagne mediatiche contrarie alla pace e nella definizione delle politiche di interesse pubblico, ma anche la permanenza del Tawergha Local Council fino a quando gli abitanti di Tawergha non saranno in grado di porre fine al commissariamento. Le due parti dovranno, infine, sia cooperare alla ricerca di persone scomparse, tombe e fosse comuni, sia impegnarsi a non dare asilo a ricercati dalla giustizia o ad appartenenti a gruppi terroristici o estremisti. Un programma di ampia portata che potrebbe incontrare molti ostacoli sul suo percorso.

 

14/05/2018

L'Iraq del post ISIS affida alle urne il sogno dell'unità

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Fuori dalla sede del Partito comunista iracheno, a Baghdad, sventolano le bandiere della Sairoun Alliance, la coalizione nata in occasione delle parlamentari tra il movimento del religioso sciita al-Sadr e la fazione marxista.

Dentro, i poster di membri del partito uccisi o arrestati nelle varie ondate repressive. Nessun riferimento all’Islam, caratteristica che ha accompagnato la lunga vita, quasi centenaria del Pci, e che muove dubbi sulla scelta di unire le proprie forze a quelle di un movimento religioso.

Il segretario, Raid Jahed Fahmi, è di opinione diversa: al centro dell’alleanza tra laici e islamisti, tra comunisti e sadristi, stanno i poveri, la classe operaia e una cittadinanza devastata economicamente e socialmente da corruzione e disoccupazione: «Sempre più persone – dice in un’intervista a Middle East Eye – iniziano a capire che i loro problemi non dipendono dalle differenze tra comunità, ma dall’incapacità e corruzione del governo, da cattive politiche economiche. Molte idee di Marx sono attualissime, specialmente quelle sulla globalizzazione. Siamo ancora ispirati dall’approccio marxista, nel modo di analizzare la società, la proprietà, la natura delle contraddizioni».

Tra pochi giorni le urne daranno il verdetto. Oggi si aprono: 24 milioni di iracheni sono chiamati a eleggere il nuovo parlamento, 329 deputati che nomineranno primo ministro e presidente. Il voto è iniziato già giovedì per 800mila membri di polizia ed esercito e per 850mila cittadini all’estero.

A questi si aggiungono milioni di sfollati interni su cui i numeri variano, come variano le previsioni di effettiva affluenza alle urne: se nel 2014, con l’inizio dell’occupazione dell’Isis dell’ovest del paese, gli sfollati raggiunsero la cifra record di 6 milioni, oggi sono calati (2,9 milioni secondo l’Unhcr, 2,6 per l’agenzia Ocha).

Nei giorni scorsi la Commissione elettorale ha garantito il diritto al voto, dopo che la stampa aveva denunciato l’impossibilità per chi non risiedeva più nel proprio territorio di infilare la scheda nell’urna. In particolare per chi viveva nelle zone contese tra il governo centrale di Baghdad e il governo regionale del Kurdistan, ovvero Kirkuk e Sinjar. Secondo la Commissione non c’è da temere: gli sfollati potranno votare in 166 seggi dedicati in 70 campi nel Kurdistan iracheno.

Difficile capire che ne sarà delle centinaia di migliaia di sfollati che non hanno mai trovato ospitalità in campi riconosciuti, bloccati in una terra di nessuno, a sud di Kirkuk e a ovest di Mosul. Sono sunniti, provenienti dalle province di Anbar e Ninewe, le più colpite dall’occupazione del «califfato», liberate nel corso degli ultimi due anni ma mai ricostruite.

Al centro della sfida elettorale sta proprio il post-Isis, variamente declinato: la ricostruzione fisica, ma soprattutto quella politica, con i tentativi dei vari fronti di superare i settarismi che hanno dilaniato l’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. A contendersi i 329 seggi saranno 6.990 candidati di 87 partiti diversi, di cui 2.011 donne a cui saranno garantiti 83 seggi (il 25%). Altri nove seggi sono riservati alle minoranze.

Sul fronte sciita lo scontro principale sarà interno all’ex coalizione Dawa: il premier uscente al-Abadi si presenta con la Nasr Coalition (Vittoria) contro il predecessore al-Maliki a capo di State of Law.

Il primo porta alle urne il suo bagaglio: la (quasi) sconfitta dell’Isis, l’evitata indipendenza curda, la risalita della produzione petrolifera e il manifesto Vision 2030, riforme ispirate a quelle saudite condite con una caccia al voto sunnita in chiave anti-settaria con candidati misti e provenienti da tutte e 18 le province irachene e (prima volta nella storia) comizi nelle zone curde e sunnite. Ma porta anche aumento della disoccupazione, calo dei salari e corruzione rampante.

Terzo incomodo sarà la Sairun Coalition di al-Sadr e Pci, con il primo interessato a solidificare la figura di leader non settario ma nazionale costruita negli anni mobilitando decine di migliaia di persone in campagne anti-corruzione.

E infine, quarta formazione sciita, le unità di mobilitazione popolare, le milizie legate all’Iran che puntano al riconoscimento politico per il ruolo nella campagna di liberazione dall’Isis: si presentano con la coalizione Fatah (Conquista), guidata da Hadi al-Amiri, capo delle milizie Badr, le più potenti oltre che le più direttamente legate a Teheran, armate e addestrate dalle unità al Quds del generale Suleimani. Una fedeltà che apre a un ampliamento della già radicata influenza iraniana (come accadrebbe con al-Maliki), a cui altre correnti (lo stesso al-Abadi ma anche al-Sadr) hanno fatto muro presentandosi nei mesi scorsi alla corte saudita.

Per i curdi correranno i due rivali di Puk e Kdp, oltre al partito di opposizione Gorran, entrambi indeboliti dal fallimentare referendum per l’indipendenza del settembre 2017 e delle faide interne ai clan di riferimento, Talabani e Barzani.

Chi punta alla rinascita è il frammentato fronte sunnita, marginalizzato dal governo sciita post-invasione Usa e appesantito da una leadership ormai poco credibile, dalle limitanti appartenenze tribali e dall’incapacità di difendere i territori dall’Isis. Due le liste principali: al-Qarar al-Iraqi, con a capo l’attuale vice presidente al-Nujaifi e il fratello governatore di Mosul, e Wataniya Alliance dello speaker del parlamento al-Jabouri. Deboli e divisi: più di un analista prevede che tanti sunniti voteranno al-Abadi, comunque popolare in tutto il paese.

L’orizzonte politico è dunque destinato a cambiare, ad accantonare il motto «demografia è democrazia», scusa a governi esclusivamente sciiti? Improbabile: le nuove posizioni anti-settarie di leader storicamente portatori di interessi di parte, confessionali o tribali, appare un mero make up retorico necessario a invogliare una popolazione delusa, stanca di divisioni, attentati, invasioni. E su cui ora più di prima pesano i potenti vicini, Iran e Arabia Saudita.

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12/12/2017

Iraq - Al Sadr disarma le proprie milizie

Il leader religioso sciita Moqtada al Sadr si prepara alle elezioni mostrandosi di nuovo, come fatto nel corso degli ultimi anni, figura nazionale e non settaria. Lo fa ordinando ai suoi uomini, le Brigate della Pace (l’ex Esercito del Mahdi, protagonista della resistenza sciita all’occupazione statunitense del decennio scorso), di consegnare le armi al governo centrale di Baghdad e di cedere tutte le zone controllate nel paese dopo la cacciata dello Stato Islamico.
 
Fa poi appello allo Stato: ora date un lavoro ai miliziani, ha detto, così che le Brigate della Pace possano trasformarsi in una sorta di organizzazione di sostegno alle famiglie irachene, a chi ha subito perdite a causa della guerra e a chi è rimasto ferito dal conflitto.

Pacificazione è la parola d’ordine di al-Sadr, impegnato da tempo ormai a mostrarsi come leader politico di riferimento, distante dall’Iran e sempre più vicino al Golfo, portatore di richieste di trasparenza e lotta alla corruzione. Questi gli slogan con cui negli ultimi anni ha portato in piazza migliaia di persone. Ma per rafforzarsi davvero ha bisogno anche di “eliminare” i nemici sul suo stesso fronte, quello sciita. Ovvero le Unità di mobilitazione popolare, le milizie sciite protagoniste della guerra all’Isis legate a doppio filo a Teheran.

Per questo al-Sadr ha condito il suo appello con un’altra richiesta: anche le milizie sciite consegnino le armi al governo centrale. Diversa la posizione di Baghdad che, per bocca del portavoce del primo ministro al-Abadi, riconosce alle Unità di mobilitazione popolare un ruolo diverso: “Le forze popolari sono un istituto ufficiale e fanno parte degli apparati di sicurezza. C’è una legge del parlamento su questo: fanno parte dell’esercito e delle forze di sicurezza e ricevono ordini dal comandante in capo delle forze armate”.

Dunque, non vanno smantellate. Ufficialmente è così: da quando le principali offensive irachene, a Mosul, Sinjar e nell’ovest dell’Iraq, sono state lanciate, il governo centrale ha posto sotto il suo controllo anche le milizie sciite. Ma tutti sanno che tale controllo è volatile e strettamente dipendente dall’Iran, che le ha armate, finanziate e gestite. Una forza che non è solo militare ma politica, vista la gestione di molti territori liberati, ufficiosamente in mano alle milizie sciite e parte di quell’asse sciita a cui Teheran lavora da anni, dalla Siria all’Iraq.

Per al-Sadr si tratta di nemici pericolosamente potenti, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno, a maggio. Per questo ne chiede l’assorbimento e il disarmo, oltre a inchieste serie e trasparenti sugli abusi compiuti dai miliziani sciiti nelle aree e comunità sunnite liberate, dalla provincia di Anbar a quella di Ninive. Chiaro l’obiettivo di al-Sadr, fin dalla sua visita, pochi mesi fa, a Riyadh dove ha incontrato i vertici della petromonarchia sunnita: accreditarsi come leader nazionale, raccogliendo il consenso non solo della maggioritaria comunità sciita ma anche di quella sunnita, vittima di una dura discriminazione politica dopo la caduta di Saddam Hussein, una marginalizzazione che ha permesso l’avanzata dello Stato Islamico e la mancata resistenza iniziale della popolazione all'espandersi del Califfato nero.

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04/11/2017

Libano - Hariri si dimette e ripara in Arabia Saudita

di Stefano Mauro

“Il nostro paese ha bisogno di stabilità ed unità tra tutte le parti politiche per evitare di cadere nel baratro della guerra e delle divisioni” queste le dichiarazioni davanti ai media nazionali del presidente delle repubblica libanese, il cristiano maronita Michel Aoun, ad un anno dalla nomina.

Dopo circa tre anni di contrapposizioni e veti incrociati tra i due principali schieramenti politici libanesi (movimento “14 Marzo” filo saudita e filo-occidentale contrapposto al movimento “8 Marzo” filo siriano)  l’elezione di Aoun, lo scorso 31 Ottobre, aveva sancito definitivamente la capitolazione di Hariri e dell’asse rappresentato dagli sponsor del leader sunnita: USA, Francia e Arabia Saudita. L’elezione del presidente, sostenuto fortemente da Hezbollah, è stata l’ennesima affermazione politica del partito sciita e del suo segretario generale, Hassan Nasrallah, vero mediatore in questi anni di stallo politico.

Nel suo bilancio il presidente Aoun ha indicato i principali risultati ottenuti: la definitiva scomparsa di qualsiasi focolaio jihadista dal Paese dei cedri, l’impegno per una soluzione del conflitto siriano che deve prevedere il rientro del milione di profughi ospitati all’interno dello stato libanese, la riforma fiscale con la presentazione del primo bilancio dopo 12 anni e l’ormai prossima riforma della legge elettorale “ormai datata e aliena all’odierna realtà del Libano”.

Proprio per questi risultati, forse,  le pressioni da parte degli USA e dei suoi principali alleati nell’area (Israele ed Arabia Saudita) sono progressivamente aumentate in questi ultimi mesi. Il presidente americano Trump, dopo le dichiarazioni circa una minaccia terroristica sciita sul territorio americano – definita “pura follia” da molte testate americane a partire dal NYT – ha fatto adottare alcune misure restrittive contro Hezbollah, in chiave anti-iraniana. La prima imporrà limitazioni alle banche che finanziano Hezbollah, la seconda condanna sia l’Iran che la milizia libanese per aver utilizzato i civili come scudi umani nell’ambito del conflitto siriano, in cui Teheran e Hezbollah sostengono il regime siriano del presidente  Bashar al-Assad. La terza misura, infine, esorta l’Unione Europea ad inserire Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche. Da parte loro, invece, Tel Aviv continua nella sua campagna di provocazioni ed esercitazioni militari lungo il confine libanese e Riyadh sta intavolando una serie di azioni volte a destabilizzare il governo di Beirut.

Il quotidiano libanese Al Akhbar ha riportato la notizia della visita lampo da parte del primo ministro libanese Saad Hariri a Riyadh definendola come “una vera e propria violazione dei principi diplomatici per il tentativo dei Saud di imporre i propri diktat verso Beirut per riaccendere le divisioni  tra i due schieramenti politici in Libano.” Lo stesso quotidiano riporta che il ministro degli affari del Golfo, Thamer al Sabhane, abbia richiesto ad Hariri “di dimettersi dalla guida del governo per aprire una nuova crisi in Libano” in cambio di un rinnovato sostegno economico allo schieramento anti-Hezbollah. Una richiesta che porterebbe il vecchio pupillo dei sauditi a tornare indietro sui suoi passi dopo il decisivo sostegno del suo partito, il “Mustaqbal”, per l’elezione del presidente Aoun e la sua nomina a primo ministro del governo. Scelta fatta con l’obiettivo dichiarato di agire “per il bene del Libano e di tutti i libanesi”, ma soprattutto per recuperare consensi dopo la cocente sconfitta delle elezioni amministrative del 2016.

Ufficialmente la risposta di Hariri è arrivata oggi attraverso il portavoce del partito, Nader Hariri, che ha assicurato “di voler mantenere l’accordo politico con il  presidente della repubblica Aoun e di continuare a sostenere il governo di unità nazionale”. Unità che comincia a scricchiolare dopo  che una delle principali forze della destra maronita, le Falangi di Samir Geagea (imputato per le stragi di Sabra e Chatila), ha ceduto alle richieste saudite.

Secondo Aoun i tentativi dei sauditi rientrano nella loro attuale azione politica di questi mesi che “mira a creare divisioni confessionali all’interno sia del paese dei cedri che dello stesso Iraq”. Medesima decisione riguardo alle misure contro Hezbollah: “il partito sciita è una risorsa militare difensiva per tutta la popolazione libanese e rappresenta in quest’ottica la forza dell’unità nazionale contro la minaccia dei gruppi jihadisti e contro la politica aggressiva e  colonialista di israeliana. Le sanzioni americane non avranno effetti in Libano come i tentativi precedenti”.

AGGIORNAMENTO

ore 12.20 Si è dimesso il premier Saad Hariri

“Annuncio le mie dimissioni dal ruolo di primo ministro”, ha dichiarato Hariri a Riyadh, suscitando la sorpresa generale. Il premier libanese era giunto ieri in Arabia Saudita per la sua seconda visita in meno di una settimana, volta a “rafforzare la stabilità del Libano e i legami con il paese del Golfo”.  Ha detto di temere di essere assassinato e accusato il movimento sciita libanese Hezbollah e l’Iran di “soffocare” il Libano. Nel suo discorso, ha suggerito di aver paura per la sua vita e ha dichiarato che l’atmosfera nel paese è simile a quella che esisteva prima che il padre, il primo ministro Rafik Hariri, venisse assassinato nel 2005. “Viviamo in un clima simile all’atmosfera prevalsa prima dell’assassinio del martire Rafik al Hariri”, ha dichiarato il premier sottolineando di avere le prove di un complotto per attentare alla sua vita. “Il braccio dell’Iran nella regione sara’ tagliato”. Lo ha detto l’ex premier libanese Saad Hariri attaccando il gruppo militante sciita di Hezbollah.

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24/09/2017

È la semplicità che è difficile a farsi

È andato tutto come doveva andare. L’assemblea blindata del 23 settembre a Milano, convocata da CUB, SI Cobas, USI e Slai Cobas ha deciso di proseguire nella proclamazione dello sciopero generale per il 27 ottobre respingendo la proposta di convocarlo unitariamente in un’altra data successiva come richiesto pubblicamente da USB.

Una richiesta, la nostra, formulata dopo aver appreso, attraverso la rete, della convocazione del 27/10 senza averne mai potuto discutere prima e dettata dalla necessità di USB di concentrare gli sforzi dell’organizzazione nella preparazione del Congresso Mondiale dei Giovani Lavoratori dei sindacati internazionali aderenti alla Federazione Sindacale Mondiale che USB ospiterà a Roma dal 1 al 4 novembre.

In uno spirito unitario, non curandoci della voluta nostra esclusione dal confronto tra organizzazioni sulla necessità di andare ad uno sciopero generale – scadenza per altro lanciata nelle conclusioni finali del Congresso di USB del giugno scorso –, non solo avevamo avanzato la proposta di convocarlo unitariamente facendolo però slittare di pochi giorni, ma avevamo anche dichiarato formalmente la nostra intenzione di revocare gli scioperi di categoria già proclamati per quel periodo per farli convergere sulla data unitaria, ove fosse stata accettata la nostra proposta.

Questa nostra disponibilità non è stata minimamente presa in considerazione, nonostante in queste settimane alcune organizzazioni, tra cui anche alcune tra le proponenti dello sciopero del 27, si fossero dette disponibili a ricercare una data comune.

Eppure non era una scelta complicata, era “la semplicità che è difficile a farsi”.

Evidentemente ancora una volta ha prevalso il settarismo di organizzazione che ha impedito che in Italia, immersa in una devastante crisi economica, politica e di valori si realizzasse una risposta unitaria attraverso uno sciopero generale convocato da tutte le organizzazioni alternative alle confederazioni complici e filo padronali. Evidentemente la grancassa di chi predica sempre l’unità dei lavoratori quando si tratta di incalzare USB non si è manifestata in questa occasione nei confronti di CUB, Si Cobas, USI, Slai Cobas e di chi forse si accoderà. Oppure non ha trovato cittadinanza perché c’era da portare fino alle estreme conseguenze la propria presunta autosufficienza.

Ne prendiamo atto con un po’ di amarezza, così come prendiamo atto dell’immaturità politica che si è manifestata in tutta la vicenda che porterà quindi alla proclamazione di due scioperi generali nel giro di poche settimane su piattaforme pressoché identiche. Quello a cui però proprio non riusciamo ad abituarci è l’autoreferenzialità di alcune organizzazioni sindacali e politiche che da anni ormai con le loro iniziative e il loro modo di fare gettano discredito sul sindacalismo antagonista, sempre più spesso percepito come un’accozzaglia di gruppettari impenitenti dediti alla propria sopravvivenza piuttosto che all’affermazione degli interessi di classe nella lotta contro il capitale.

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17/09/2017

Referendum Kurdistan: Washington lavora per il rinvio

Alleato sì, ma sempre secondo propri interessi e dettami, perciò Washington in queste ore sta spingendo affinché Massoud Barzani e il suo partito (Pdk) mettano da parte la scadenza del referendum d’indipendenza del Kurdistan fissato per il 25 settembre. ‘Non è tempo di voto’ sostengono alla Casa Bianca e qui la frattura diventa netta, perché nel territorio fremono i preparativi con tanto di striscioni e cartelli elettorali. La posizione statunitense non è un diniego, si vuole posticipare la consultazione in una fase meno turbolenta. Però l’affermazione diventa sibillina, visto il crescendo bellico registrato in questi anni nella regione, dove i peshmerga kurdi hanno giocato un ruolo di primo piano nella difesa dei propri territori e nell’offensiva per la riconquista delle aree occupate quattro anni addietro dai miliziani del Daesh. Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie agli armamenti ricevuti dal Pentagono, ma la leadership di Erbil si sente in credito coi politici d’Oltreoceano, obamiani o trumpiani che siano. Col referendum, pur limitato ai territori del Kurdistan iracheno, entra in ballo il fattore per un secolo evitato dalla politica coloniale mondiale: la creazione di una nazione kurda. O perlomeno di un suo embrione.


La frammentazione della cospicua comunità in quattro Paesi, le divisioni interne fra i vari ceppi etnici, le ulteriori divisioni politiche fra i kurdi anche dentro la stessa comunità, come accade nella regione irachena, non cancellano il fantasma con cui la geopolitica mondiale non vuole misurarsi. Le nazioni forti del Medioriente infiammato, Turchia e Iran, coinvolte direttamente e per interposte fazioni nella crisi e guerra siriana, sono entrambe contrarie a concedere autonomie locali sia entro i propri confini sia fra i vicini. Egualmente le potenze mondiali americana e russa, attente agli sviluppi del possibile ridisegno mediorientale non gradiscono la frantumazione di due Paesi alleati e protetti: Iraq e Siria. E’ una contraddizione perché di fatto queste nazioni si ritrovano disgregate da terribili guerre, anche fratricide. Il quadro è in divenire, partite e obiettivi differenti s’incrociano su uno scacchiere quanto mai complesso. Washington lavora per conservare il consunto status quo con cui Baghdad riconosce da tempo l’autonomia del territorio del nord, definito Kurdistan. I kurdi, però, accanto al marchio d’indipendenza, vogliono inserire nella regione la provincia di Kirkuk, coi tanti pozzi petroliferi che costituiscono una delle perle del governo centrale iracheno (e delle compagnìe estrattive mondiali che li sfruttano).

Contro quest’ipotesi si schierano anche le minoranze arabe e turkmene presenti in quella fetta di territorio che continua a essere disputato non solo per fini economici e politici, ma di appartenenza etnica. Nei decenni si sono ripetuti contrasti fra clan e comunità con faide e spostamenti di gruppi, occupazioni e demolizioni di case, razzie e vendette. Attualmente il governo di Baghdad non ha l’autorità e la forza militare né del trascorso regime baathista, né della prima fase di transizione. Ma se opponesse un’azione di forza sul tema referendario, magari con l’avallo statunitense, la contrapposizione fra gruppi etnici rilancerebbe un caos violento poco controllabile. E’ l’opzione che teoricamente tutti scongiurano, sebbene in contemporanea ciascuna parte alza la voce senza optare per il dialogo. In più la recente uscita di Trump sulla vicenda: “La questione del referendum kurdo distoglie l’attenzione dall’impegno primario: la lotta all’Isis” anziché compattare le parti, ha gettato benzina sul fuoco visto che mette in discussione un tema caro ai peshmerga, i combattenti sul campo dei miliziani neri. Costoro, dopo gli encomi, cercano l’incasso politico e mercantile.

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