Il Libano è a pochi giorni da una rivolta sociale su larga scala. A dirlo è stato ieri il premier libanese Hassan Diab durante un incontro con alcuni diplomatici a Beirut. Il primo ministro ha chiesto pertanto alla comunità internazionale di “aiutare a salvare i libanesi dalla morta così da impedire la scomparsa del Libano”.
L’allarme di Diab non sorprende: da ottobre 2019 la lira libanese ha perso il 90% del suo valore e, secondo quanto ha riferito la Banca Mondiale, la recessione che vive il “Paese dei Cedri” potrebbe essere la peggiore al mondo dagli anni ’50 dell’Ottocento. Il Pil è crollato dai 55 miliardi del 2018 ai 33 del 2020 causando così un aumento dell’inflazione che si teme possa essere ancora peggiore quest’anno. Alla crisi finanziaria, si aggiunge poi quella politica. Il Libano non ha un governo da agosto 2020, da quando cioè una esplosione al porto di Beirut ha distrutto parti della città e ha ucciso oltre 200 persone. Diab, allora, rassegnò le dimissioni, ma tuttavia resta a svolgere le funzioni di premier a interim dato che quello designato, Saad Hariri, continua a non riuscire a formare un esecutivo viste le profonde divisioni interne. Uno stallo inaccettabile considerato il dramma umano vissuto da centinaia di migliaia di libanesi a causa della grave situazione economica.
Una crisi finanziaria e sociale che si protrae da tempo: già nell’aprile del 2018 una conferenza di donatori internazionale aveva stabilito per il Libano un prestito di 11 miliardi di dollari in cambio di “riforme economiche” che tuttavia non sono state ancora implementate. Beirut vorrebbe avere anche un ulteriore prestito di 10 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale, ma per ottenerlo è necessaria prima la formazione di un nuovo governo. Proprio su quest’ultimo punto è tornato a parlare ieri Diab: “Collegare l’assistenza del Paese alla formazione di un nuovo governo è diventato una minaccia per la vita dei libanesi e dell’entità libanese”.
Dell’impasse politico, però, si è occupato lo scorso mese anche Josep Borrell (capo degli Esteri per l’Unione Europea) che ha minacciato di sanzionare i leader libanesi che ostacolano la formazione di un governo e quindi l’implementazione delle riforme. Parole che per ora sono rimaste lettera morta.
Fonte
Come sempre eccezzionali le soluzioni prospettate dai rappresentati occidentali, UE in testa.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2021
10/05/2020
Il Libano di nuovo al punto di rottura
Sale di nuovo la tensione in Libano. Dopo la parentesi piuttosto breve determinata dal lockdown imposto per far fronte all’emergenza coronavirus, tutto sommato ben arginata rispetto all’ecatombe prevedibile, con soli 26 morti su 796 casi confermati dalle statistiche ufficiali, tornano a venire al pettine i nodi economici, più temuti dell’epidemia da fasce crescenti di popolazione.
I problemi strutturali sono noti: la bilancia commerciale in squilibrio clamoroso (nel Libano non si produce praticamente nulla), l’ipertrofia e la furfanteria del sistema bancario.
Tali problemi sono stati accentuati da una congiuntura internazionale ostile (guerra in Siria e sanzioni ad Hezbollah, oltre alla crisi generale), i quali hanno travolto i fragili equilibri stabiliti dal sistema assistenziale basato sul confessionalismo religioso, che per qualche decennio aveva garantito la sopravvivenza della popolazione.
Da diversi mesi, infatti, sono in corso una fuga di capitali, una svalutazione della lira libanese e una scarsità di dollari (di fatto moneta corrente accanto alla lira) che non si erano mai viste dalla fine della guerra civile.
Il sistema bancario è, finalmente, finito sul banco degli imputati come principale responsabile della situazione. Subito dopo l’allentamento delle misure di lockdown, le varie sedi e gli atm sono finiti nel mirino di manifestanti inferociti, cui scarseggiano i generi di prima necessità: una vittima si è registrata a Tripoli a causa dell’intervento dell’esercito.
Nel mentre, il governo presieduto da Hassan Diab, composto in maggior parte da “tecnici”, ma appoggiato in Parlamento, per la prima volta, dalla sola coalizione a guida Hezbollah, con l’opposizione della coalizione filo saudita e filo occidentale, si è finalmente mosso.
Il Primo Ministro ha annunciato la richiesta di linee di credito al Fondo Monetario Internazionale sulla base di un piano articolato che prevede, in pratica, una maxi-patrimoniale di 70 miliardi di dollari sulle banche e sui grandi depositi, nonché la costruzione di un “esteso sistema di sicurezza sociale e sostegno al reddito” per i poveri, che sarebbe statale e andrebbe a superare l’assistenzialismo di marca settaria.
In particolare, per le banche, provate dalla scarsità di dollari e dalla fuga di capitali, di cui, però, i banchieri stessi sono accusati di essere complici e responsabili, si prospetta un meccanismo di bail-in, ovvero di “salvataggio interno” per coprirne gli ammanchi, rifacendosi sui dividendi elargiti agli azionisti e sui grandi depositi; inoltre, le banche dovranno accettare una ristrutturazione del loro credito verso lo stato e la Banca Centrale.
Apparentemente, la soluzione prospettata è totalmente contraddittoria, in quanto si tratta di chiedere l’assistenza finanziaria del Fondo Monetario Internazionale sulla base di un programma in parte distante rispetto alle condizionali solitamente formulate da quest’ultimo; tuttavia, nei documenti elaborati dall’esecutivo libanese, gli obiettivi di bilancio raggiunti tramite l’implementazione in 5 anni del piano presentato sarebbero pienamente coerenti con le richieste internazionali insistentemente presentate al paese in termini di aumento del saldo primario, diminuzione del debito pubblico, diminuzione del rapporto deficit/PIL, ecc.
Probabilmente, il Primo Ministro e gli altri tecnocrati del governo di Beirut vedono nel FMI uno strumento per bypassare in un primo momento, e facilitare in seguito, l’arrivo di aiuti diretti da parte dei creditori internazionali tradizionali (Francia, USA, Arabia Saudita), i quali attualmente stringono i cordoni della borsa a causa dell’appoggio unilaterale dato al governo dalla coalizione a guida Hezbollah.
In tal senso, c’è da dire che gli esecutivi precedenti, frutto dell’equilibrio precario fra le due coalizioni, si guardavano bene dal chiedere prestiti al FMI, per timore che quest’ultimo andasse a scartabellare nelle pieghe del sistema assistenziale facente capo ai vari capi bastone politico-religiosi, sanzionandone gli immensi sprechi; prassi storica consolidata era rivolgersi direttamente agli “sponsor” internazionali, garantendo, in cambio di prestiti e sostegno politico-militare, i loro interessi sullo scenario mediorientale.
Ovviamente, le banche sono contrarie al piano governativo e hanno promesso fuoco e fiamme, denunciando che esso diminuirà ulteriormente la fiducia degli investitori nel sistema finanziario libanese, non otterrà, pertanto, prestiti dal FMI e porterà ad una nazionalizzazione di fatto del sistema bancario (cosa palesemente falsa, per altro, poiché il bail-in proposto è un salvataggio interno, l’esatto contrario del bail-out, salvataggio esterno per mano dello stato).
Hezbollah, pilastro fondamentale della maggioranza che ha dato vita a questo governo, inizialmente si è detto contrario a qualsiasi richiesta di aiuto al FMI in quanto si tratta di un’istituzione di segno imperialista; tuttavia, messo con le spalle al muro dai tecnocrati in quanto privo di proposte alternative, il movimento di resistenza è stato costretto, per il momento, ad abbassare il muro, accettando, ancora una volta, di pagare un prezzo politico all’esigenza di mantenere la stabilità interna per potersi concentrare sulla propria funzione anti-sionista e anti-imperialista.
Tuttavia, tale contraddizione getta già ora un’incognita sul percorso parlamentare del piano Diab. In ogni caso, il punto di rottura fra le due anime del governo libanese è già dietro l’angolo: nel caso in cui il FMI accettasse di fare l’istruttoria sulle finanze del Libano per formulare controproposte per permettere l’accesso al credito, è molto probabile che le sue teste d’uovo, opportunamente imbeccate, vogliano andare a colpire l’immensa struttura militare, mediatica e assistenziale di Hezbollah che, a qual punto, alzerebbe sicuramente un muro invalicabile.
Se il Partito di Dio è attanagliato in tali contraddizioni, chi pare agonizzare in questa fase sono i partiti di opposizione dell’Alleanza 14 marzo, per la prima volta privi di qualsiasi funzione politica sostanziale: essendo fuori dal governo, infatti, hanno perso parte del potere e risultano molto meno utili ai loro sponsor internazionali (Francia, Arabia Saudita, USA), quindi sono a rischio costante di liquidazione da parte di questi ultimi.
Inoltre, hanno perso il consenso e il controllo della loro base sociale e delle loro roccaforti storiche, all’interno delle quali risiede l’epicentro delle proteste popolari, le quali, pur nell’indeterminatezza degli obiettivi politici generali, stanno riprendendo con rinnovato vigore e slancio socio-culturale, mettendo al centro del mirino il bersaglio giusto, ovvero le banche.
Il Libano, in conclusione, anche per la sua debolezza strutturale, continua ad essere un laboratorio politico nell’ambito del Medio-Oriente, costantemente al centro di spinte opposte.
Fonte
I problemi strutturali sono noti: la bilancia commerciale in squilibrio clamoroso (nel Libano non si produce praticamente nulla), l’ipertrofia e la furfanteria del sistema bancario.
Tali problemi sono stati accentuati da una congiuntura internazionale ostile (guerra in Siria e sanzioni ad Hezbollah, oltre alla crisi generale), i quali hanno travolto i fragili equilibri stabiliti dal sistema assistenziale basato sul confessionalismo religioso, che per qualche decennio aveva garantito la sopravvivenza della popolazione.
Da diversi mesi, infatti, sono in corso una fuga di capitali, una svalutazione della lira libanese e una scarsità di dollari (di fatto moneta corrente accanto alla lira) che non si erano mai viste dalla fine della guerra civile.
Il sistema bancario è, finalmente, finito sul banco degli imputati come principale responsabile della situazione. Subito dopo l’allentamento delle misure di lockdown, le varie sedi e gli atm sono finiti nel mirino di manifestanti inferociti, cui scarseggiano i generi di prima necessità: una vittima si è registrata a Tripoli a causa dell’intervento dell’esercito.
Nel mentre, il governo presieduto da Hassan Diab, composto in maggior parte da “tecnici”, ma appoggiato in Parlamento, per la prima volta, dalla sola coalizione a guida Hezbollah, con l’opposizione della coalizione filo saudita e filo occidentale, si è finalmente mosso.
Il Primo Ministro ha annunciato la richiesta di linee di credito al Fondo Monetario Internazionale sulla base di un piano articolato che prevede, in pratica, una maxi-patrimoniale di 70 miliardi di dollari sulle banche e sui grandi depositi, nonché la costruzione di un “esteso sistema di sicurezza sociale e sostegno al reddito” per i poveri, che sarebbe statale e andrebbe a superare l’assistenzialismo di marca settaria.
In particolare, per le banche, provate dalla scarsità di dollari e dalla fuga di capitali, di cui, però, i banchieri stessi sono accusati di essere complici e responsabili, si prospetta un meccanismo di bail-in, ovvero di “salvataggio interno” per coprirne gli ammanchi, rifacendosi sui dividendi elargiti agli azionisti e sui grandi depositi; inoltre, le banche dovranno accettare una ristrutturazione del loro credito verso lo stato e la Banca Centrale.
Apparentemente, la soluzione prospettata è totalmente contraddittoria, in quanto si tratta di chiedere l’assistenza finanziaria del Fondo Monetario Internazionale sulla base di un programma in parte distante rispetto alle condizionali solitamente formulate da quest’ultimo; tuttavia, nei documenti elaborati dall’esecutivo libanese, gli obiettivi di bilancio raggiunti tramite l’implementazione in 5 anni del piano presentato sarebbero pienamente coerenti con le richieste internazionali insistentemente presentate al paese in termini di aumento del saldo primario, diminuzione del debito pubblico, diminuzione del rapporto deficit/PIL, ecc.
Probabilmente, il Primo Ministro e gli altri tecnocrati del governo di Beirut vedono nel FMI uno strumento per bypassare in un primo momento, e facilitare in seguito, l’arrivo di aiuti diretti da parte dei creditori internazionali tradizionali (Francia, USA, Arabia Saudita), i quali attualmente stringono i cordoni della borsa a causa dell’appoggio unilaterale dato al governo dalla coalizione a guida Hezbollah.
In tal senso, c’è da dire che gli esecutivi precedenti, frutto dell’equilibrio precario fra le due coalizioni, si guardavano bene dal chiedere prestiti al FMI, per timore che quest’ultimo andasse a scartabellare nelle pieghe del sistema assistenziale facente capo ai vari capi bastone politico-religiosi, sanzionandone gli immensi sprechi; prassi storica consolidata era rivolgersi direttamente agli “sponsor” internazionali, garantendo, in cambio di prestiti e sostegno politico-militare, i loro interessi sullo scenario mediorientale.
Ovviamente, le banche sono contrarie al piano governativo e hanno promesso fuoco e fiamme, denunciando che esso diminuirà ulteriormente la fiducia degli investitori nel sistema finanziario libanese, non otterrà, pertanto, prestiti dal FMI e porterà ad una nazionalizzazione di fatto del sistema bancario (cosa palesemente falsa, per altro, poiché il bail-in proposto è un salvataggio interno, l’esatto contrario del bail-out, salvataggio esterno per mano dello stato).
Hezbollah, pilastro fondamentale della maggioranza che ha dato vita a questo governo, inizialmente si è detto contrario a qualsiasi richiesta di aiuto al FMI in quanto si tratta di un’istituzione di segno imperialista; tuttavia, messo con le spalle al muro dai tecnocrati in quanto privo di proposte alternative, il movimento di resistenza è stato costretto, per il momento, ad abbassare il muro, accettando, ancora una volta, di pagare un prezzo politico all’esigenza di mantenere la stabilità interna per potersi concentrare sulla propria funzione anti-sionista e anti-imperialista.
Tuttavia, tale contraddizione getta già ora un’incognita sul percorso parlamentare del piano Diab. In ogni caso, il punto di rottura fra le due anime del governo libanese è già dietro l’angolo: nel caso in cui il FMI accettasse di fare l’istruttoria sulle finanze del Libano per formulare controproposte per permettere l’accesso al credito, è molto probabile che le sue teste d’uovo, opportunamente imbeccate, vogliano andare a colpire l’immensa struttura militare, mediatica e assistenziale di Hezbollah che, a qual punto, alzerebbe sicuramente un muro invalicabile.
Se il Partito di Dio è attanagliato in tali contraddizioni, chi pare agonizzare in questa fase sono i partiti di opposizione dell’Alleanza 14 marzo, per la prima volta privi di qualsiasi funzione politica sostanziale: essendo fuori dal governo, infatti, hanno perso parte del potere e risultano molto meno utili ai loro sponsor internazionali (Francia, Arabia Saudita, USA), quindi sono a rischio costante di liquidazione da parte di questi ultimi.
Inoltre, hanno perso il consenso e il controllo della loro base sociale e delle loro roccaforti storiche, all’interno delle quali risiede l’epicentro delle proteste popolari, le quali, pur nell’indeterminatezza degli obiettivi politici generali, stanno riprendendo con rinnovato vigore e slancio socio-culturale, mettendo al centro del mirino il bersaglio giusto, ovvero le banche.
Il Libano, in conclusione, anche per la sua debolezza strutturale, continua ad essere un laboratorio politico nell’ambito del Medio-Oriente, costantemente al centro di spinte opposte.
Fonte
16/02/2020
Il Libano nelle mani del FMI
di Michele Giorgio
Centinaia di migliaia di libanesi poveri e i tanti altri che vivono poco sopra la linea della povertà rischiano di dover affrontare anni persino più duri di quelli finora trascorsi. Il Libano chiederà assistenza tecnica al Fondo monetario internazionale (Fmi) per elaborare un piano di stabilizzazione per la sua crisi finanziaria ed economica.
Ottenuta, due giorni fa, la fiducia, il nuovo governo guidato dal premier sunnita Hassan Diab, si prepara a mettere il paese nelle mani degli «esperti» dell’Fmi, ben noti per la politica dei tagli drastici alla spesa pubblica pur di far quadrare i conti.
«Il Libano sta chiedendo consiglio al Fmi perché la ristrutturazione del debito (83miliardi di dollari, ndr) deve essere condotta in modo ordinato per evitare di danneggiare il sistema bancario del paese», ha spiegato una fonte governativa all’agenzia Reuters.
All’orizzonte ci sono riforme, ossia manovre lacrime e sangue, sollecitate anche dal Gruppo di sostegno internazionale (Isg) al Libano, di cui fa parte l’Italia. La crisi economica e finanziaria che rischia di strangolare il paese perciò la pagheranno i più deboli mentre si impoverisce la classe media. Le famiglie più in difficoltà vendono elettrodomestici essenziali, come forni e frigoriferi, pur di incassare qualche dollaro.
Non ha ottenuto i risultati sperati la lotta a corruzione, malgoverno, carovita e disoccupazione dilagante che dallo scorso ottobre migliaia di cittadini portano avanti con manifestazioni e presidi permanenti a Beirut e in altre città. Lo zoccolo duro della protesta comunque non intende fare passi all’indietro.
Due giorni fa, mentre il Parlamento si accingeva a votare la fiducia al governo Diab, le forze di polizia hanno fatto uso di cannoni ad acqua per disperdere la folla che, al grido di «nessuna fiducia», lanciava sassi contro gli agenti schierati a protezione di deputati e ministri. I feriti negli scontri sono stati circa 300, tra i quali un parlamentare.
«Riconquisteremo la fiducia dei libanesi e metteremo in atto riforme serie con la massima onestà e trasparenza», ha assicurato Diab in Parlamento, annunciando la riduzione dei tassi di interesse a sostegno delle imprese e delle famiglie. Solo una parte dei libanesi è disposto a concedergli tempo e fiducia.
Intanto dall’alto, nell’evidente tentativo di placare la piazza, si batte di nuovo sul tema dei costi per il paese causati dalla presenza di un milione e mezzo di profughi siriani, fuggiti dalla guerra nel loro paese, che vivono ai margini delle città e in campi improvvisati. Un punto che mette d’accordo un buon numero di libanesi, convinti che i rifugiati – braccia a basso costo – stiano provocando disoccupazione e il calo degli stipendi nel settore privato.
Il presidente Michel Aoun qualche giorno fa ha chiesto ancora una volta il rimpatrio in tempi stretti del maggior numero di profughi poiché, ha spiegato, gran parte delle regioni siriane sono state «pacificate».
Fonte
Centinaia di migliaia di libanesi poveri e i tanti altri che vivono poco sopra la linea della povertà rischiano di dover affrontare anni persino più duri di quelli finora trascorsi. Il Libano chiederà assistenza tecnica al Fondo monetario internazionale (Fmi) per elaborare un piano di stabilizzazione per la sua crisi finanziaria ed economica.
Ottenuta, due giorni fa, la fiducia, il nuovo governo guidato dal premier sunnita Hassan Diab, si prepara a mettere il paese nelle mani degli «esperti» dell’Fmi, ben noti per la politica dei tagli drastici alla spesa pubblica pur di far quadrare i conti.
«Il Libano sta chiedendo consiglio al Fmi perché la ristrutturazione del debito (83miliardi di dollari, ndr) deve essere condotta in modo ordinato per evitare di danneggiare il sistema bancario del paese», ha spiegato una fonte governativa all’agenzia Reuters.
All’orizzonte ci sono riforme, ossia manovre lacrime e sangue, sollecitate anche dal Gruppo di sostegno internazionale (Isg) al Libano, di cui fa parte l’Italia. La crisi economica e finanziaria che rischia di strangolare il paese perciò la pagheranno i più deboli mentre si impoverisce la classe media. Le famiglie più in difficoltà vendono elettrodomestici essenziali, come forni e frigoriferi, pur di incassare qualche dollaro.
Non ha ottenuto i risultati sperati la lotta a corruzione, malgoverno, carovita e disoccupazione dilagante che dallo scorso ottobre migliaia di cittadini portano avanti con manifestazioni e presidi permanenti a Beirut e in altre città. Lo zoccolo duro della protesta comunque non intende fare passi all’indietro.
Due giorni fa, mentre il Parlamento si accingeva a votare la fiducia al governo Diab, le forze di polizia hanno fatto uso di cannoni ad acqua per disperdere la folla che, al grido di «nessuna fiducia», lanciava sassi contro gli agenti schierati a protezione di deputati e ministri. I feriti negli scontri sono stati circa 300, tra i quali un parlamentare.
«Riconquisteremo la fiducia dei libanesi e metteremo in atto riforme serie con la massima onestà e trasparenza», ha assicurato Diab in Parlamento, annunciando la riduzione dei tassi di interesse a sostegno delle imprese e delle famiglie. Solo una parte dei libanesi è disposto a concedergli tempo e fiducia.
Intanto dall’alto, nell’evidente tentativo di placare la piazza, si batte di nuovo sul tema dei costi per il paese causati dalla presenza di un milione e mezzo di profughi siriani, fuggiti dalla guerra nel loro paese, che vivono ai margini delle città e in campi improvvisati. Un punto che mette d’accordo un buon numero di libanesi, convinti che i rifugiati – braccia a basso costo – stiano provocando disoccupazione e il calo degli stipendi nel settore privato.
Il presidente Michel Aoun qualche giorno fa ha chiesto ancora una volta il rimpatrio in tempi stretti del maggior numero di profughi poiché, ha spiegato, gran parte delle regioni siriane sono state «pacificate».
Fonte
23/01/2020
Libano - Il governo a Hezbollah, con tutte le incognite del caso
È in arrivo il primo test politico importante sugli equilibri stabilitisi in Medio-Oriente dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani e tutta la catena di eventi successivi.
In Libano, infatti, paese sull’orlo della bancarotta e tradizionale punto di “scarico” di tutte le tensioni regionali, si è formato, dopo 3 mesi di vuoto, il nuovo governo, guidato dall’accademico Hassan Diab; si tratta di un esecutivo composto da esponenti dell’”Alleanza 8 marzo”, a guida Hezbollah, che aveva proposto e votato da sola il conferimento dell’incarico a Diab, e da tecnocrati della medesima area. La coalizione 12 marzo, che da 15 anni garantisce gli interessi dell’Arabia Saudita e delle potenze imperialiste, ne è rimasta fuori.
I manifestanti della cosiddetta “rivoluzione del 16 ottobre”, sulla cui articolazione interna ci si è soffermati in precedenza, hanno respinto questo nuovo governo in quanto non espressione delle proprie richieste, facendo ricomparire i blocchi stradali che sono ormai “pane quotidiano” da quel 16 ottobre 2019; tuttavia non hanno più la forza di paralizzare il paese e devono fronteggiare un incremento del livello di repressione, in special modo quando mettono nel mirino le banche, cosa che avviene soprattutto su impulso delle organizzazioni comuniste e progressiste.
Ciononostante, il neo Primo Ministro ha avuto parole molto concilianti, addirittura esaltatorie nei confronti delle piazze, e si è presentando come favorevole alle rivendicazioni di scardinamento del sistema di potere familistico e settario-religioso che attanaglia il Libano sin dall’indipendenza. Ossia quell’assetto che negli anni successivi alla guerra civile si è rivelato un buco nero, in cui sono spariti milioni e milioni di dollari di prestiti provenienti dall’estero, mentre le finanze pubbliche sprofondavano progressivamente nei debiti e lo “stato sociale” praticamente non è mai stato costruito.
Più recentemente, l’immigrazione di un milione e mezzo di profughi siriani e l’inasprimento delle sanzioni internazionali sulle fonti di finanziamento di Hezbollah hanno fatto il resto.
Da verificare ora le reazioni delle potenze straniere, che costituiranno un test rispetto ai nuovi equilibri in Medio Oriente.
USA, Francia e Arabia Saudita hanno sempre sostenuto che non avrebbero mai accettato un governo a trazione Hezbollah, come sicuramente verrà giudicato quello appena formato, nonostante il movimento di Resistenza Sciita abbia optato per farsi attribuire direttamente pochi Ministeri, tutti poco esposti con l’estero, esattamente come faceva nei precedenti governi di “unità nazionale”.
L’opzione più “aggressiva” è un esplicito non riconoscimento del nuovo governo in quanto espressione di un’organizzazione “terrorista” come Hezbollah (la cui leadership è in mano ad una figura – Hassan Nasrallah – non meno influente e ostile ai paesi imperialisti di quanto non lo fosse lo scomparso Qassem Soleimani). Il che implicherebbe l’inizio di un tentativo violento di destabilizzazione e rovesciamento.
Tuttavia, al momento, i falchi dell’amministrazione statunitense e Israele si troverebbero piuttosto isolati su questa linea, in quanto, fra i paesi arabi alleati, anche l’Arabia Saudita – dopo i fallimenti della politica aggressiva portata avanti negli scorsi anni in Siria, Yemen e tutta l’area – pare aver abbassato un po’ la cresta e sotto traccia lancia segnali distensivi nei confronti dell’Iran e di raffreddamento nei confronti di Israele.
L’opzione più probabile e furba, invece, è lo strangolamento economico: la Francia e l’Arabia Saudita hanno promesso prestiti al Libano, subordinati però a precise misure economiche da prendere; allo stato attuale, se non vi saranno svolte strategiche nella politica economica, tali prestiti risultano necessari al Libano per evitare la bancarotta. Più in generale, data la preminenza delle attività bancarie nell’economia, il Libano non potrebbe permettersi altre sanzioni economiche che facciano diminuire ulteriormente la disponibilità di dollari negli istituti di credito, provocando una svalutazione ulteriore della moneta nazionale.
Da segnalare che, durante i giorni topici delle proteste, le banche hanno più volte chiuso i battenti per mancanza di liquidità.
Qui, ovviamente, sta la sfida più impervia per il nuovo Governo e per Hezbollah. I quali, con ogni probabilità, saranno messi di fronte, al di là della loro volontà, all’indisponibilità di prestiti esterni, quindi alla necessità di determinare una svolta reale nel reperire e distribuire le risorse. Se e in che misura saranno in grado di affrontare tale sfida, confrontandosi anche con i sommovimenti di piazza in corso, determinerà molto dei futuri equilibri, non solo interni, ma in tutto il Medio-Oriente.
Una nuova fase potrebbe essersi aperta per il Libano, diversa rispetto ai vuoti periodici e all’immobilismo dei passati governi di unità nazionale, composti da entità nemiche fra di loro. Una fase che solleciterà in maniera inedita Hezbollah rispetto alla gestione del potere centrale, impedendo al movimento sciita di potersi focalizzare soltanto sulla Resistenza nei confronti di Israele e dei paesi arabi reazionari.
Per il momento dobbiamo registrare che, secondo il Partito Comunista Libanese, non bisogna riporre alcuna fiducia nei confronti del nuovo esecutivo, quindi le sue attività nelle piazze continueranno. Da segnalare che i comunisti e le altre organizzazioni progressiste stanno avendo un buon riscontro (seppur minoritario rispetto alla massa dei manifestanti) nelle loro azioni, per lo più rivolte contro le banche e anche contro le interferenze straniere, e si confrontano con una repressione ben più continua e feroce rispetto alle azioni di piazza in cui altri sono egemoni.
Fonte
In Libano, infatti, paese sull’orlo della bancarotta e tradizionale punto di “scarico” di tutte le tensioni regionali, si è formato, dopo 3 mesi di vuoto, il nuovo governo, guidato dall’accademico Hassan Diab; si tratta di un esecutivo composto da esponenti dell’”Alleanza 8 marzo”, a guida Hezbollah, che aveva proposto e votato da sola il conferimento dell’incarico a Diab, e da tecnocrati della medesima area. La coalizione 12 marzo, che da 15 anni garantisce gli interessi dell’Arabia Saudita e delle potenze imperialiste, ne è rimasta fuori.
I manifestanti della cosiddetta “rivoluzione del 16 ottobre”, sulla cui articolazione interna ci si è soffermati in precedenza, hanno respinto questo nuovo governo in quanto non espressione delle proprie richieste, facendo ricomparire i blocchi stradali che sono ormai “pane quotidiano” da quel 16 ottobre 2019; tuttavia non hanno più la forza di paralizzare il paese e devono fronteggiare un incremento del livello di repressione, in special modo quando mettono nel mirino le banche, cosa che avviene soprattutto su impulso delle organizzazioni comuniste e progressiste.
Ciononostante, il neo Primo Ministro ha avuto parole molto concilianti, addirittura esaltatorie nei confronti delle piazze, e si è presentando come favorevole alle rivendicazioni di scardinamento del sistema di potere familistico e settario-religioso che attanaglia il Libano sin dall’indipendenza. Ossia quell’assetto che negli anni successivi alla guerra civile si è rivelato un buco nero, in cui sono spariti milioni e milioni di dollari di prestiti provenienti dall’estero, mentre le finanze pubbliche sprofondavano progressivamente nei debiti e lo “stato sociale” praticamente non è mai stato costruito.
Più recentemente, l’immigrazione di un milione e mezzo di profughi siriani e l’inasprimento delle sanzioni internazionali sulle fonti di finanziamento di Hezbollah hanno fatto il resto.
Da verificare ora le reazioni delle potenze straniere, che costituiranno un test rispetto ai nuovi equilibri in Medio Oriente.
USA, Francia e Arabia Saudita hanno sempre sostenuto che non avrebbero mai accettato un governo a trazione Hezbollah, come sicuramente verrà giudicato quello appena formato, nonostante il movimento di Resistenza Sciita abbia optato per farsi attribuire direttamente pochi Ministeri, tutti poco esposti con l’estero, esattamente come faceva nei precedenti governi di “unità nazionale”.
L’opzione più “aggressiva” è un esplicito non riconoscimento del nuovo governo in quanto espressione di un’organizzazione “terrorista” come Hezbollah (la cui leadership è in mano ad una figura – Hassan Nasrallah – non meno influente e ostile ai paesi imperialisti di quanto non lo fosse lo scomparso Qassem Soleimani). Il che implicherebbe l’inizio di un tentativo violento di destabilizzazione e rovesciamento.
Tuttavia, al momento, i falchi dell’amministrazione statunitense e Israele si troverebbero piuttosto isolati su questa linea, in quanto, fra i paesi arabi alleati, anche l’Arabia Saudita – dopo i fallimenti della politica aggressiva portata avanti negli scorsi anni in Siria, Yemen e tutta l’area – pare aver abbassato un po’ la cresta e sotto traccia lancia segnali distensivi nei confronti dell’Iran e di raffreddamento nei confronti di Israele.
L’opzione più probabile e furba, invece, è lo strangolamento economico: la Francia e l’Arabia Saudita hanno promesso prestiti al Libano, subordinati però a precise misure economiche da prendere; allo stato attuale, se non vi saranno svolte strategiche nella politica economica, tali prestiti risultano necessari al Libano per evitare la bancarotta. Più in generale, data la preminenza delle attività bancarie nell’economia, il Libano non potrebbe permettersi altre sanzioni economiche che facciano diminuire ulteriormente la disponibilità di dollari negli istituti di credito, provocando una svalutazione ulteriore della moneta nazionale.
Da segnalare che, durante i giorni topici delle proteste, le banche hanno più volte chiuso i battenti per mancanza di liquidità.
Qui, ovviamente, sta la sfida più impervia per il nuovo Governo e per Hezbollah. I quali, con ogni probabilità, saranno messi di fronte, al di là della loro volontà, all’indisponibilità di prestiti esterni, quindi alla necessità di determinare una svolta reale nel reperire e distribuire le risorse. Se e in che misura saranno in grado di affrontare tale sfida, confrontandosi anche con i sommovimenti di piazza in corso, determinerà molto dei futuri equilibri, non solo interni, ma in tutto il Medio-Oriente.
Una nuova fase potrebbe essersi aperta per il Libano, diversa rispetto ai vuoti periodici e all’immobilismo dei passati governi di unità nazionale, composti da entità nemiche fra di loro. Una fase che solleciterà in maniera inedita Hezbollah rispetto alla gestione del potere centrale, impedendo al movimento sciita di potersi focalizzare soltanto sulla Resistenza nei confronti di Israele e dei paesi arabi reazionari.
Per il momento dobbiamo registrare che, secondo il Partito Comunista Libanese, non bisogna riporre alcuna fiducia nei confronti del nuovo esecutivo, quindi le sue attività nelle piazze continueranno. Da segnalare che i comunisti e le altre organizzazioni progressiste stanno avendo un buon riscontro (seppur minoritario rispetto alla massa dei manifestanti) nelle loro azioni, per lo più rivolte contro le banche e anche contro le interferenze straniere, e si confrontano con una repressione ben più continua e feroce rispetto alle azioni di piazza in cui altri sono egemoni.
Fonte
26/12/2019
Libano - Stallo tra veti incrociati e manifestazioni
Continua e si approfondisce la crisi economica in Libano. Duramente colpito dalle sanzioni imposte da USA, e petromonarchie del Golfo agli istituti economici sospettati di sovvenzionare o fare da tramite ai finanziamenti diretti a Hezbollah piuttosto che Iran e Siria, il paese dei cedri da mesi deve fare i conti con una scarsità di dollari, moneta di fatto circolante accanto a quella ufficiale, la lira. La quale si sta progressivamente svalutando, mentre il debito pubblico cresce sempre di più.
Il tutto va a gravare, si ricorda, su un sistema-paese di tipo “confessionale”, in cui il settore pubblico ed i servizi sono praticamente inesistenti e, per ottemperare ai bisogni primari, la gran parte della popolazione deve far ricorso ad enti assistenziali di tipo religioso, con tutta la corruzione che ne consegue, gestita dai vari capibastone cui tale sistema assistenziale fa riferimento. Costoro, infatti, si appropriano indebitamente del denaro pubblico, per lo più proveniente dai donatori stranieri (Francia e Arabia Saudita in testa).
Parallelamente si protrae lo stallo politico scaturito dalle dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri lo scorso 29 ottobre a seguito delle proteste di massa scoppiate 13 giorni prima.
Tali mobilitazioni continuano tutt'ora, anche se con numeri inferiori e con dinamiche differenti rispetto ai primi giorni. Con il passare del tempo, infatti, mentre si sono fatti sempre più chiari i tentativi di alcuni partiti di cavalcare le proteste e le ingerenze esterne volte a danneggiare Hezbollah, alle grandi manifestazioni trasversali si sono sovrapposti scontri fra sostenitori dei partiti e fra questi ultimi e i manifestanti che a ondate successive occupano le strade principali, paralizzando, di fatto, il paese. Anche l’intervento della polizia si è fatto più frequente e duro.
Pertanto, anche all’interno del fronte della protesta, le iniziative si sono andate diversificando. Ad esempio, le ali comuniste e progressiste (organizzate, fra gli altri, dal Partito Comunista Libanese e dall’Organizzazione Popolare Nasseriana) privilegiano momenti di protesta contro le ingerenze straniere, azioni nei confronti delle banche, mobilitazioni studentesche e momenti seminariali pubblici.
Invece, le ali riconducibili ai partiti cristiani di estrema destra post-falangisti (Kataeb, Forze Libanesi) e alla vasta base sunnita in precedenza fedele ad Hariri, ora distaccatasi dal suo leader, sono più focalizzate sui blocchi stradali e nell’alimentare l’ostilità verso Hezbollah, chiedendone, talvolta, anche il disarmo.
Ovviamente, non s’intende, in tal modo, affermare che vi sono compartimenti stagni all’interno delle mobilitazioni; vi sono, ovviamente, diverse tendenze e tentativi di egemonia.
Ciò che accomuna tutti sono le parole d’ordine generali, le quali, a parte la rivendicazione chiara del superamento dell’attuale sistema politico-istituzionale basato sul confessionalismo, sono molto generiche, quindi declinabili in maniera molto differente. A mettere in atto il superamento degli attuali assetti, infatti, dovrebbe essere un “esecutivo tecnico transitorio” composto di personalità esterne a tutti i partiti, legittimate a traghettare il paese fuori dalla crisi economica e ad un nuovo sistema non confessionale governando per decreto, bypassando il Parlamento.
Com’è evidente, tale parola d’ordine può essere riempita dei contenuti più diversi ed è su quest’ambiguità di fondo che si sta giocando la partita per formare il nuovo governo. Infatti, nessuno dei partiti presenti in parlamento ormai la avversa più apertamente, tuttavia – com’è ovvio – essa legittima ciascuno a proporre dei “tecnici” afferenti alla propria area politico/confessionale di riferimento e additare quelli proposti dagli altri partiti come dei fantocci appena mascherati, quindi non super partes. Ed è proprio quanto sta avvenendo.
Dal 29 ottobre in poi, per la “poltrona” di Primo Ministro, per Costituzione appannaggio di un musulmano sunnita, si sono succedute diverse ipotesi. Inizialmente il Presidente della Repubblica Aoun (esponente di un partito cristiano maronita, appartenente alla coalizione a guida Hezbollah), fra i più bersagliati dalla protesta, sembrava orientato a conferire allo stesso Sa’ad Hariri l’incarico di formare un governo composto in parte da tecnici, in parte da politici di tutti i partiti, incassando, tuttavia, il ritiro quasi immediato del Primo Ministro uscente, che avrebbe perso qualsiasi sostegno nella propria base perché rifiutato dalla piazza.
Successivamente si è affacciata l’ipotesi Samir Khatib, padrone di una grande azienda di consulenza ingegneristica e architetturale, vicino ad Hariri. Anch’egli, tuttavia, si è ritirato rapidamente, probabilmente perché non ha ricevuto l’appoggio della massima autorità sunnita del paese, il Gran Muftì del Libano Shaykh Abdellatif Daryan, il quale, muovendosi nell’ombra per preservare il sistema confessionale e probabilmente “imbeccato” dall’Arabia Saudita, continuava a premere per Sa’ad Hariri.
Quasi forzato a restare in campo, quest’ultimo ha provato ad accelerare per un governo composto esclusivamente da tecnici (tranne sé stesso) ricevendo, però, il veto della maggioranza parlamentare costituita da Hezbollah e dai suoi alleati dell’”Alleanza 8 marzo”, con la motivazione che si sarebbe trattato di un esecutivo di fatto monocolore mascherato da tecnico.
A questo punto, il 18 dicembre avviene una svolta abbastanza inattesa. In risposta al precedente tentativo di forzatura in coincidenza con l’arrivo a Beirut di un alto funzionario dell’Amministrazione USA, il Presidente della Repubblica e quasi tutta l’Alleanza 8 Marzo, utilizzando la maggioranza dei seggi e raccattando qualche altro voto di esponenti sunniti, hanno imposto il conferimento dell’incarico ad Hassan Diab.
Un uomo con un profilo sia politico che tecnico, in quanto ha alle spalle 3 anni di esperienza politica come Ministro dell’Istruzione, ruolo ricoperto tra il 2011 e il 2014; mentre attualmente, così come prima della parentesi ministeriale, lavora come professore di Ingegneria Informatica presso l’Università Americana di Beirut, teoricamente un ambiente tutt’altro che vicino ad Hezbollah, regista della sua investitura.
Tuttavia, per i partiti del blocco Hariri (“Alleanza 14 marzo”) non si tratta di un tecnico al di sopra delle parti, bensì di un esponente espressione diretta del movimento di resistenza sciita, pertanto gli hanno negato l’appoggio, nonostante il suo atteggiamento immediatamente conciliatorio. Appoggio che, al momento, manca anche da parte dell’establishment religioso sunnita, dai suoi padrini sauditi e dal “donatore” francese.
In particolare, Parigi già sta facendo filtrare, attraverso ambienti giornalistici “di area”, che non corrisponderà più il prestito di 11 miliardi di dollari promesso lo scorso aprile, subordinato all’attuazione di alcune riforme (quelle che hanno portato le piazze a riempirsi). Nel caso di una eccessiva centralità di Hezbollah, anzi, potrebbero seguire sanzioni ulteriori e isolamento internazionale. Il che, in assenza di improbabili svolte rivoluzionarie nell’esercizio del potere, si tradurrebbe in tracollo ulteriore dell’economia del paese e possibilità di guerra civile.
D’altra parte, evitare eccessive sanzioni e isolamento è stato proprio il motivo che ha spinto negli anni scorsi l’ala politica di Hezbollah ad accontentarsi di un ruolo tutto sommato secondario all’interno dell’esecutivo, lasciando alla coalizione rivale, sostenuta da Arabia Saudita, USA e UE, i ruoli di maggiore importanza, nonostante quest’ultima, dopo le ultime elezioni fosse divenuta minoranza in parlamento.
Pertanto, bisogna verificare se la mossa d’imporre a maggioranza il conferimento dell’incarico per la formazione di un nuovo governo sia conseguenza di una svolta politica reale attuata da Nasrallah e soci oppure una semplice scelta tattica dettata dalla necessità contingente di dare una dimostrazione di forza, di fronte ai tentativi ripetuti di utilizzare le mobilitazioni di massa per operare un colpo di mano nei confronti del movimento di resistenza sciita.
Fatto sta che, al momento, l’impresa di Hassan Diab di mettere assieme un esecutivo che abbia, poi, la forza di essere operativo appare veramente in salita.
Sul fronte delle piazze infatti, nonostante le parole concilianti da parte del Primo Ministro designato (“Datemi una possibilità”, “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano. I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso e su come riportare la fiducia”, sono alcune delle frasi pronunciate più spesso), si è verificata una risposta di rifiuto generalizzato da parte di tutte le anime della protesta, in quanto anch’egli “parte del sistema”. A Beirut sono ricomparsi blocchi stradali e accampate, non smobilitati nemmeno durante le festività cristiane in corso.
Anche per il Partito Comunista Libanese, la designazione di Diab è da respingere in quanto frutto delle solite modalità pattizie ed escludenti rispetto alle istanze popolari con le quali operano le due coalizioni fin qui al potere; ed anche perché non corroborata da nessuna svolta economica rispetto alle riforme imposte dalla Francia e dagli altri “donatori”. Ovviamente, resta fermo il punto che i comunisti rifiutano parole d’ordine quali l’isolamento o il disarmo di Hezbollah, in quanto quest’ultimo costituisce di fatto un movimento di resistenza armata contro l’imperialismo, con cui fare fronte in caso di aggressioni esterne da parte di Israele o altri.
Da parte sua, l’Organizzazione Popolare Nasseriana, pur essendosi presentata alle elezioni all’interno dell’Alleanza 8 marzo, ha scelto, con il suo unico parlamentare, di non votare comunque la designazione di Hassan Diab, in quanto non risponde alle istanze delle piazze.
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Il tutto va a gravare, si ricorda, su un sistema-paese di tipo “confessionale”, in cui il settore pubblico ed i servizi sono praticamente inesistenti e, per ottemperare ai bisogni primari, la gran parte della popolazione deve far ricorso ad enti assistenziali di tipo religioso, con tutta la corruzione che ne consegue, gestita dai vari capibastone cui tale sistema assistenziale fa riferimento. Costoro, infatti, si appropriano indebitamente del denaro pubblico, per lo più proveniente dai donatori stranieri (Francia e Arabia Saudita in testa).
Parallelamente si protrae lo stallo politico scaturito dalle dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri lo scorso 29 ottobre a seguito delle proteste di massa scoppiate 13 giorni prima.
Tali mobilitazioni continuano tutt'ora, anche se con numeri inferiori e con dinamiche differenti rispetto ai primi giorni. Con il passare del tempo, infatti, mentre si sono fatti sempre più chiari i tentativi di alcuni partiti di cavalcare le proteste e le ingerenze esterne volte a danneggiare Hezbollah, alle grandi manifestazioni trasversali si sono sovrapposti scontri fra sostenitori dei partiti e fra questi ultimi e i manifestanti che a ondate successive occupano le strade principali, paralizzando, di fatto, il paese. Anche l’intervento della polizia si è fatto più frequente e duro.
Pertanto, anche all’interno del fronte della protesta, le iniziative si sono andate diversificando. Ad esempio, le ali comuniste e progressiste (organizzate, fra gli altri, dal Partito Comunista Libanese e dall’Organizzazione Popolare Nasseriana) privilegiano momenti di protesta contro le ingerenze straniere, azioni nei confronti delle banche, mobilitazioni studentesche e momenti seminariali pubblici.
Invece, le ali riconducibili ai partiti cristiani di estrema destra post-falangisti (Kataeb, Forze Libanesi) e alla vasta base sunnita in precedenza fedele ad Hariri, ora distaccatasi dal suo leader, sono più focalizzate sui blocchi stradali e nell’alimentare l’ostilità verso Hezbollah, chiedendone, talvolta, anche il disarmo.
Ovviamente, non s’intende, in tal modo, affermare che vi sono compartimenti stagni all’interno delle mobilitazioni; vi sono, ovviamente, diverse tendenze e tentativi di egemonia.
Ciò che accomuna tutti sono le parole d’ordine generali, le quali, a parte la rivendicazione chiara del superamento dell’attuale sistema politico-istituzionale basato sul confessionalismo, sono molto generiche, quindi declinabili in maniera molto differente. A mettere in atto il superamento degli attuali assetti, infatti, dovrebbe essere un “esecutivo tecnico transitorio” composto di personalità esterne a tutti i partiti, legittimate a traghettare il paese fuori dalla crisi economica e ad un nuovo sistema non confessionale governando per decreto, bypassando il Parlamento.
Com’è evidente, tale parola d’ordine può essere riempita dei contenuti più diversi ed è su quest’ambiguità di fondo che si sta giocando la partita per formare il nuovo governo. Infatti, nessuno dei partiti presenti in parlamento ormai la avversa più apertamente, tuttavia – com’è ovvio – essa legittima ciascuno a proporre dei “tecnici” afferenti alla propria area politico/confessionale di riferimento e additare quelli proposti dagli altri partiti come dei fantocci appena mascherati, quindi non super partes. Ed è proprio quanto sta avvenendo.
Dal 29 ottobre in poi, per la “poltrona” di Primo Ministro, per Costituzione appannaggio di un musulmano sunnita, si sono succedute diverse ipotesi. Inizialmente il Presidente della Repubblica Aoun (esponente di un partito cristiano maronita, appartenente alla coalizione a guida Hezbollah), fra i più bersagliati dalla protesta, sembrava orientato a conferire allo stesso Sa’ad Hariri l’incarico di formare un governo composto in parte da tecnici, in parte da politici di tutti i partiti, incassando, tuttavia, il ritiro quasi immediato del Primo Ministro uscente, che avrebbe perso qualsiasi sostegno nella propria base perché rifiutato dalla piazza.
Successivamente si è affacciata l’ipotesi Samir Khatib, padrone di una grande azienda di consulenza ingegneristica e architetturale, vicino ad Hariri. Anch’egli, tuttavia, si è ritirato rapidamente, probabilmente perché non ha ricevuto l’appoggio della massima autorità sunnita del paese, il Gran Muftì del Libano Shaykh Abdellatif Daryan, il quale, muovendosi nell’ombra per preservare il sistema confessionale e probabilmente “imbeccato” dall’Arabia Saudita, continuava a premere per Sa’ad Hariri.
Quasi forzato a restare in campo, quest’ultimo ha provato ad accelerare per un governo composto esclusivamente da tecnici (tranne sé stesso) ricevendo, però, il veto della maggioranza parlamentare costituita da Hezbollah e dai suoi alleati dell’”Alleanza 8 marzo”, con la motivazione che si sarebbe trattato di un esecutivo di fatto monocolore mascherato da tecnico.
A questo punto, il 18 dicembre avviene una svolta abbastanza inattesa. In risposta al precedente tentativo di forzatura in coincidenza con l’arrivo a Beirut di un alto funzionario dell’Amministrazione USA, il Presidente della Repubblica e quasi tutta l’Alleanza 8 Marzo, utilizzando la maggioranza dei seggi e raccattando qualche altro voto di esponenti sunniti, hanno imposto il conferimento dell’incarico ad Hassan Diab.
Un uomo con un profilo sia politico che tecnico, in quanto ha alle spalle 3 anni di esperienza politica come Ministro dell’Istruzione, ruolo ricoperto tra il 2011 e il 2014; mentre attualmente, così come prima della parentesi ministeriale, lavora come professore di Ingegneria Informatica presso l’Università Americana di Beirut, teoricamente un ambiente tutt’altro che vicino ad Hezbollah, regista della sua investitura.
Tuttavia, per i partiti del blocco Hariri (“Alleanza 14 marzo”) non si tratta di un tecnico al di sopra delle parti, bensì di un esponente espressione diretta del movimento di resistenza sciita, pertanto gli hanno negato l’appoggio, nonostante il suo atteggiamento immediatamente conciliatorio. Appoggio che, al momento, manca anche da parte dell’establishment religioso sunnita, dai suoi padrini sauditi e dal “donatore” francese.
In particolare, Parigi già sta facendo filtrare, attraverso ambienti giornalistici “di area”, che non corrisponderà più il prestito di 11 miliardi di dollari promesso lo scorso aprile, subordinato all’attuazione di alcune riforme (quelle che hanno portato le piazze a riempirsi). Nel caso di una eccessiva centralità di Hezbollah, anzi, potrebbero seguire sanzioni ulteriori e isolamento internazionale. Il che, in assenza di improbabili svolte rivoluzionarie nell’esercizio del potere, si tradurrebbe in tracollo ulteriore dell’economia del paese e possibilità di guerra civile.
D’altra parte, evitare eccessive sanzioni e isolamento è stato proprio il motivo che ha spinto negli anni scorsi l’ala politica di Hezbollah ad accontentarsi di un ruolo tutto sommato secondario all’interno dell’esecutivo, lasciando alla coalizione rivale, sostenuta da Arabia Saudita, USA e UE, i ruoli di maggiore importanza, nonostante quest’ultima, dopo le ultime elezioni fosse divenuta minoranza in parlamento.
Pertanto, bisogna verificare se la mossa d’imporre a maggioranza il conferimento dell’incarico per la formazione di un nuovo governo sia conseguenza di una svolta politica reale attuata da Nasrallah e soci oppure una semplice scelta tattica dettata dalla necessità contingente di dare una dimostrazione di forza, di fronte ai tentativi ripetuti di utilizzare le mobilitazioni di massa per operare un colpo di mano nei confronti del movimento di resistenza sciita.
Fatto sta che, al momento, l’impresa di Hassan Diab di mettere assieme un esecutivo che abbia, poi, la forza di essere operativo appare veramente in salita.
Sul fronte delle piazze infatti, nonostante le parole concilianti da parte del Primo Ministro designato (“Datemi una possibilità”, “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano. I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso e su come riportare la fiducia”, sono alcune delle frasi pronunciate più spesso), si è verificata una risposta di rifiuto generalizzato da parte di tutte le anime della protesta, in quanto anch’egli “parte del sistema”. A Beirut sono ricomparsi blocchi stradali e accampate, non smobilitati nemmeno durante le festività cristiane in corso.
Anche per il Partito Comunista Libanese, la designazione di Diab è da respingere in quanto frutto delle solite modalità pattizie ed escludenti rispetto alle istanze popolari con le quali operano le due coalizioni fin qui al potere; ed anche perché non corroborata da nessuna svolta economica rispetto alle riforme imposte dalla Francia e dagli altri “donatori”. Ovviamente, resta fermo il punto che i comunisti rifiutano parole d’ordine quali l’isolamento o il disarmo di Hezbollah, in quanto quest’ultimo costituisce di fatto un movimento di resistenza armata contro l’imperialismo, con cui fare fronte in caso di aggressioni esterne da parte di Israele o altri.
Da parte sua, l’Organizzazione Popolare Nasseriana, pur essendosi presentata alle elezioni all’interno dell’Alleanza 8 marzo, ha scelto, con il suo unico parlamentare, di non votare comunque la designazione di Hassan Diab, in quanto non risponde alle istanze delle piazze.
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24/12/2019
Libano - Ad Hassan Doab il compito di formare un nuovo governo
Il presidente libanese Michel Aoun ha dato ieri il compito di
formare un nuovo governo all’ex ministro dell’istruzione Hassan Diab
dopo il sostegno che quest’ultimo ha ricevuto dal blocco politico che fa
capo al partito sciita Hezbollah. Diab prende quindi il posto
di Hariri il quale, dimessosi lo scorso 29 ottobre a cause delle
proteste di piazza, negli ultimi giorni sembrava potesse ritornare a
ricoprire il ruolo di primo ministro. Una possibilità che però proprio
lo stesso leader del partito al-Mustaqbal aveva escluso mercoledì dopo
aver incassato il no dagli altri partiti alla formazione di un governo
tecnocratico.
Diab ha ricevuto ieri 69 voti dagli sciiti Hezbollah e Amal, dai cristiani del Movimento dei Patrioti Liberi, da un gruppo di 5 parlamentari sunniti (ma vicini ad Hezbollah) e da altri parlamentari alleati al Partito di Dio. Gli astenuti invece sono stati 42: tra questi, il partito dell’ex premier Hariri, i cristiani delle Forze Libanesi, gli ex premier Tammam Salam e Najib Mikati e alcuni indipendenti.
La sua nomina ha fatto infuriare i dimostranti che da ottobre protestano contro l’intera classe politica locale: ieri in centinaia hanno manifestato in strada a Tripoli e Beirut. Nella capitale, nella centralissima Piazza Nejmah, sulle note della famosa Jingle Bells i manifestanti hanno promesso che lo faranno cadere proprio come hanno già fatto con Hariri.
La scelta di Diab conferma quanto il mondo politico libanese sia completamente sordo alle richieste che da due mesi ripetono migliaia di libanesi. Diab è stato ministro d’istruzione tra il 2011 e il 2014 in un governo formato da Hezbollah e i suoi alleati. Laureato in ingegneria informatica nel Regno Unito, è tornato a Beirut nel 1985 dove ha ricoperto il ruolo di assistente universitario presso la prestigiosa American University della capitale. Piaccia o meno, è un uomo del “sistema”. Proprio quel “sistema” che i manifestanti vogliono far crollare una volta e per sempre.
Nel suo discorso di ieri, l’ex ministro ha provato a tendere una mano ai dimostranti quando ha promesso che “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, cioè al giorno in cui sono iniziate le proteste di massa contro l’intera classe dirigente. “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano – ha poi aggiunto – I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso [economico e finanziario] e su come riportare la fiducia”. Nel corso del suo discorso, Diab ha detto che già domani avvierà le consultazioni con gli altri partiti, passo necessario per formare il nuovo governo. Ha infine chiesto ai dimostranti di dargli “una possibilità” invitandoli ad essere “partner nel lavoro di riforme”.
La scelta da parte di Hezbollah e alleati di Diab è giunta lo stesso giorno in cui il parlamento tedesco votava per mettere al bando il movimento sciita e il sottosegretario Usa per gli Affari politici, David Hale, atterrava a Beirut per incontrare importanti ufficiali locali. Una tempistica, quella di mandare Hale proprio ora, che non è affatto casuale: gli Usa, infatti, considerano Hezbollah una “organizzazione terroristica” e hanno intensificato le sanzioni contro alcuni suoi membri e contro chi sostiene il suo finanziamento. Le pressioni esercitate da Washington contro il “Partito di Dio” libanese rientrano nella più ampia campagna statunitense contro l’Iran e i suoi alleati regionali, uno dei cardini della politica estera dell’Amministrazione di Donald Trump.
Secondo alcuni analisti, un esecutivo guidato da Diab, uomo ritenuto vicino a Hezbollah, potrà avere immediate conseguenze politiche. “Un governo del genere – ha spiegato ad al-Jazeera l’analista Sami Nader – sarà percepito dall’intera comunità internazionale come un governo Hezbollah. Il Libano sarà perciò isolato dai donatori internazionali e andrà incontro a sanzioni”. Uno scenario drammatico, sostiene Nader, per un Paese già vicino al collasso. Nell’aprile del 2018 alcuni donatori avevano promesso al Libano 11 miliardi di dollari in cambio di “riforme”. Ma il denaro, tuttavia, non è mai arrivato e la situazione di paralisi in cui vive il Paese di certo non aiuta.
A Diab ora spetta il compito di formare il governo. E sarà a questo punto un governo a trazione Hezbollah dato che ieri il Movimento al-Mustaqbal di Hariri, le Forze Libanesi e il Partito socialista progressista del druso Jumblatt hanno già detto che non entreranno nel prossimo esecutivo.
Da sottolineare c’è poi un altro importante aspetto in un Paese che ha fatto del settarismo religioso il suo marchio di fabbrica politico e sociale: Diab rappresenterà davvero la comunità sunnita locale? Diab è sì un sunnita (e non poteva essere altrimenti per legge dato che la carica di premier spetta ad un sunnita), ma ha incassato il voto di fiducia di soli pochi parlamentari della sua stessa comunità religiosa.
Resta poi l'incognita su come gestirà la questione proteste. Intervistata dal portale Middle East Eye, la dimostrante Lena, 49 anni, è chiara a riguardo: “Siamo al punto di o noi o loro. Perciò non lasceremo le strade. Abbiamo bisogno di democrazia e di un governo davvero funzionante. Abbiamo raggiunto il punto dove non riusciamo più a vedere la fine del tunnel”.
Fonte
Diab ha ricevuto ieri 69 voti dagli sciiti Hezbollah e Amal, dai cristiani del Movimento dei Patrioti Liberi, da un gruppo di 5 parlamentari sunniti (ma vicini ad Hezbollah) e da altri parlamentari alleati al Partito di Dio. Gli astenuti invece sono stati 42: tra questi, il partito dell’ex premier Hariri, i cristiani delle Forze Libanesi, gli ex premier Tammam Salam e Najib Mikati e alcuni indipendenti.
La sua nomina ha fatto infuriare i dimostranti che da ottobre protestano contro l’intera classe politica locale: ieri in centinaia hanno manifestato in strada a Tripoli e Beirut. Nella capitale, nella centralissima Piazza Nejmah, sulle note della famosa Jingle Bells i manifestanti hanno promesso che lo faranno cadere proprio come hanno già fatto con Hariri.
La scelta di Diab conferma quanto il mondo politico libanese sia completamente sordo alle richieste che da due mesi ripetono migliaia di libanesi. Diab è stato ministro d’istruzione tra il 2011 e il 2014 in un governo formato da Hezbollah e i suoi alleati. Laureato in ingegneria informatica nel Regno Unito, è tornato a Beirut nel 1985 dove ha ricoperto il ruolo di assistente universitario presso la prestigiosa American University della capitale. Piaccia o meno, è un uomo del “sistema”. Proprio quel “sistema” che i manifestanti vogliono far crollare una volta e per sempre.
Nel suo discorso di ieri, l’ex ministro ha provato a tendere una mano ai dimostranti quando ha promesso che “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, cioè al giorno in cui sono iniziate le proteste di massa contro l’intera classe dirigente. “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano – ha poi aggiunto – I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso [economico e finanziario] e su come riportare la fiducia”. Nel corso del suo discorso, Diab ha detto che già domani avvierà le consultazioni con gli altri partiti, passo necessario per formare il nuovo governo. Ha infine chiesto ai dimostranti di dargli “una possibilità” invitandoli ad essere “partner nel lavoro di riforme”.
La scelta da parte di Hezbollah e alleati di Diab è giunta lo stesso giorno in cui il parlamento tedesco votava per mettere al bando il movimento sciita e il sottosegretario Usa per gli Affari politici, David Hale, atterrava a Beirut per incontrare importanti ufficiali locali. Una tempistica, quella di mandare Hale proprio ora, che non è affatto casuale: gli Usa, infatti, considerano Hezbollah una “organizzazione terroristica” e hanno intensificato le sanzioni contro alcuni suoi membri e contro chi sostiene il suo finanziamento. Le pressioni esercitate da Washington contro il “Partito di Dio” libanese rientrano nella più ampia campagna statunitense contro l’Iran e i suoi alleati regionali, uno dei cardini della politica estera dell’Amministrazione di Donald Trump.
Secondo alcuni analisti, un esecutivo guidato da Diab, uomo ritenuto vicino a Hezbollah, potrà avere immediate conseguenze politiche. “Un governo del genere – ha spiegato ad al-Jazeera l’analista Sami Nader – sarà percepito dall’intera comunità internazionale come un governo Hezbollah. Il Libano sarà perciò isolato dai donatori internazionali e andrà incontro a sanzioni”. Uno scenario drammatico, sostiene Nader, per un Paese già vicino al collasso. Nell’aprile del 2018 alcuni donatori avevano promesso al Libano 11 miliardi di dollari in cambio di “riforme”. Ma il denaro, tuttavia, non è mai arrivato e la situazione di paralisi in cui vive il Paese di certo non aiuta.
A Diab ora spetta il compito di formare il governo. E sarà a questo punto un governo a trazione Hezbollah dato che ieri il Movimento al-Mustaqbal di Hariri, le Forze Libanesi e il Partito socialista progressista del druso Jumblatt hanno già detto che non entreranno nel prossimo esecutivo.
Da sottolineare c’è poi un altro importante aspetto in un Paese che ha fatto del settarismo religioso il suo marchio di fabbrica politico e sociale: Diab rappresenterà davvero la comunità sunnita locale? Diab è sì un sunnita (e non poteva essere altrimenti per legge dato che la carica di premier spetta ad un sunnita), ma ha incassato il voto di fiducia di soli pochi parlamentari della sua stessa comunità religiosa.
Resta poi l'incognita su come gestirà la questione proteste. Intervistata dal portale Middle East Eye, la dimostrante Lena, 49 anni, è chiara a riguardo: “Siamo al punto di o noi o loro. Perciò non lasceremo le strade. Abbiamo bisogno di democrazia e di un governo davvero funzionante. Abbiamo raggiunto il punto dove non riusciamo più a vedere la fine del tunnel”.
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