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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/02/2022

Libano - Hariri si fa da parte e avvelena i pozzi

Colpo di scena politico inatteso in Libano. Con una dichiarazione in diretta televisiva, l’ex Primo Ministro Saad Hariri ha dichiarato che né lui, né il suo partito Movimento al Futuro si candideranno alle prossime elezioni parlamentari previsti per maggio.

“Sono convinto che non ci sia spazio per opportunità positive per il Libano a causa dell’influenza iraniana, della nostra indecisione nei confronti della comunità internazionale, delle divisioni interne e delle divisioni settarie. Sto sospendendo il mio impegno nella vita politica e ciò vale anche per il Movimento al Futuro. E non mi candiderò alle elezioni, né lo farà il Movimento al Futuro”, ha dichiarato Hariri.

In seguito, in riferimento ai compromessi politici fra la coalizione filo saudita di cui fa parte e la coalizione filo-siriana a guida Hezbollah, che hanno retto e reggono il debolissimo governo del Libano, ha affermato: “Questi accordi sono venuti a mie spese e potrebbero essere la ragione della mia incapacità di rendere la vita migliore ai libanesi. La storia sarà il giudice di ciò”.

Le elezioni del prossimo maggio sono le prime dopo i giganteschi movimenti di protesta popolare di fine 2019, l’esplosione al porto di Beirut di agosto 2020 ed il precipitare della crisi di deprezzamento della valuta nazionale, che stanno sprofondando il paese nella crisi economica peggiore dalla fine della guerra civile.

All’origine della decisione di Saad Hariri, che già da tempo si è stabilito negli Emirati Arabi per curare i suoi affari immobiliari, potrebbe esserci la perdita totale della fiducia nei suoi confronti da parte dell’Arabia Saudita, da sempre principale sostenitore della scalata al potere della famiglia Hariri in quanto portatrice degli interessi della corona dei Saud, ma da tempo poco soddisfatta del suo operato, specialmente riguardo la sua incapacità di limitare l’influenza di Hezbollah.

Nel 2017, infatti, su impulso del Principe Bin Salman, i funzionari sauditi arrivarono addirittura a sequestrare Hariri in un hotel a Riyad, facendogli leggere una dichiarazione di dimissioni da Primo Ministro del Libano, scritta di loro pugno.

Da allora vi è stata un’escalation negativa nei rapporti diplomatici fra i paesi del Golfo ed il Libano, con minacce, espulsioni degli ambasciatori e altre ritorsioni avvenute in più occasioni e con i più disparati pretesti.

Le elezioni di maggio, basate ancora una volta su un sistema elettorale settario (riconosce “quote” a seconda delle comunità religiose) e che avverranno al cospetto di una popolazione stremata e disillusa dopo il fallimento delle proteste e l’approfondirsi della crisi economica, perdono così il più grande protagonista del campo sunnita, determinando una potenziale svolta o modifica degli equilibri.

Le reazioni più significative, pertanto, sono venute dagli alleati dell’”Alleanza 14 marzo” e sono molto preoccupate. Walid Jumblatt, ad esempio, ha affermato che questa decisione “lascia mano libera ad Hezbollah e agli Iraniani”.

Resta da vedere ora come si organizzerà l’”Alleanza 14 marzo”, come si comporterà l’establishement sunnita e su quale “cavallo” deciderà di puntare l’Arabia Saudita per proteggere i propri interessi in Libano.

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17/07/2021

Libano - Hariri lascia, il Paese resta senza governo

Il premier designato libanese Hariri ieri ha gettato la spugna dopo non essere riuscito a formare il governo. La decisione è stata presa dopo un breve incontro con il capo dello stato Aoun. “Mi ritiro dal formare il governo – ha detto ai giornalisti – Aoun mi ha chiesto delle modifiche che considera essenziali e ha detto che non saremo stati in grado di raggiungere un’intesa. Dio possa salvare questo Paese”. Dura è stata la replica di Aoun. In una nota, il presidente ha fatto sapere che “Hariri ha respinto qualunque modifica relativa ai ministeri, alla loro distribuzione settaria e ai nomi associati con questi”. Intervistato dalla rete al-Jadeed, Hariri ha poi spiegato che aveva selezionato i candidati del suo governo per la loro competenza e la loro capacità di riformare l’economia, ma Aoun non ha voluto”. “Il principale problema di questo Paese è Michel Aoun che è alleato con [il partito sciita] Hezbollah che a sua volta lo protegge”, ha poi chiosato polemicamente.

Affermazioni che dimostrano quanto il Libano sia profondamente polarizzato dal punto di vista politico. Ieri i sostenitori di Hariri e del suo partito (il Movimento Futuro) sono scesi in piazza in diversi punti a Beirut bloccando strade e bruciando pneumatici. Alcuni di loro si sono scontrati anche con la polizia. Bloccate alcune strade anche a Tripoli (al nord) e Tiro (sud). Una rabbia comprensibile se si pensa che dopo le dimissioni annunciate ieri da Hariri, la lira libanese ha segnato un nuovo triste record nei confronti del dollaro americano raggiungendo quota 21.000. La moneta locale ha perso il 90% del suo valore e ciò ha fatto praticamente evaporare i risparmi di migliaia di famiglie. La situazione nel Paese è economicamente e socialmente devastante se si pensa che metà della popolazione è nella fascia della povertà e il costo dei prodotti alimentari è schizzato alle stelle. L’inflazione è fuori controllo. La dollarizzazione dell’economia libanese favorisce la speculazione di chi ha accesso ora al dollaro aumentando le distanze sociali all’interno della popolazione.

Di fronte alla gravissima crisi economica, il mondo politico locale è del tutto incapace di trovare una soluzione. Dopo la terribile esplosione al porto di Beirut avvenuto lo scorso 4 agosto (più di 200 morti, 7mila feriti e migliaia di sfollati), il premier Diab si era dimesso e la leadership era passata al diplomatico Adib il cui tentativo di sistemare la situazione è durato appena 2 mesi. Il 22 ottobre scorso, infatti, veniva affidato ad Hariri il compito di formare un governo (sarebbe stato il suo quarto) il quale, a patto (o meglio dire minaccia) di riforme, avrebbe ricevuto i 253 milioni di euro raccolti dopo la tragedia del porto grazie ad una iniziativa internazionale guidata dalla Francia. Con lo stallo politico, quei fondi sono al momento una chimera.

La situazione, quindi, si fa sempre più esplosiva vista la devastante crisi economica e la rabbia di una popolazione ridotta in povertà che da anni non crede più nell’intera classe dirigente vista come corrotta e interessata soltanto a conservare i suoi privilegi. Gli scontri tra polizia e i familiari delle vittime dell’esplosione al porto alcuni giorni fa fuori al ministero dell’Interno raccontano più di tante parole lo stato del Paese: a quasi un anno di distanza da quella immane distruzione restano troppi punti da chiarire rispetto a quanto accaduto. Con la crisi economica galoppante e l’impasse politica, il primo anniversario della tragedia il prossimo 4 agosto sarà incandescente.

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26/12/2019

Libano - Stallo tra veti incrociati e manifestazioni

Continua e si approfondisce la crisi economica in Libano. Duramente colpito dalle sanzioni imposte da USA, e petromonarchie del Golfo agli istituti economici sospettati di sovvenzionare o fare da tramite ai finanziamenti diretti a Hezbollah piuttosto che Iran e Siria, il paese dei cedri da mesi deve fare i conti con una scarsità di dollari, moneta di fatto circolante accanto a quella ufficiale, la lira. La quale si sta progressivamente svalutando, mentre il debito pubblico cresce sempre di più.

Il tutto va a gravare, si ricorda, su un sistema-paese di tipo “confessionale”, in cui il settore pubblico ed i servizi sono praticamente inesistenti e, per ottemperare ai bisogni primari, la gran parte della popolazione deve far ricorso ad enti assistenziali di tipo religioso, con tutta la corruzione che ne consegue, gestita dai vari capibastone cui tale sistema assistenziale fa riferimento. Costoro, infatti, si appropriano indebitamente del denaro pubblico, per lo più proveniente dai donatori stranieri (Francia e Arabia Saudita in testa).

Parallelamente si protrae lo stallo politico scaturito dalle dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri lo scorso 29 ottobre a seguito delle proteste di massa scoppiate 13 giorni prima.

Tali mobilitazioni continuano tutt'ora, anche se con numeri inferiori e con dinamiche differenti rispetto ai primi giorni. Con il passare del tempo, infatti, mentre si sono fatti sempre più chiari i tentativi di alcuni partiti di cavalcare le proteste e le ingerenze esterne volte a danneggiare Hezbollah, alle grandi manifestazioni trasversali si sono sovrapposti scontri fra sostenitori dei partiti e fra questi ultimi e i manifestanti che a ondate successive occupano le strade principali, paralizzando, di fatto, il paese. Anche l’intervento della polizia si è fatto più frequente e duro.

Pertanto, anche all’interno del fronte della protesta, le iniziative si sono andate diversificando. Ad esempio, le ali comuniste e progressiste (organizzate, fra gli altri, dal Partito Comunista Libanese e dall’Organizzazione Popolare Nasseriana) privilegiano momenti di protesta contro le ingerenze straniere, azioni nei confronti delle banche, mobilitazioni studentesche e momenti seminariali pubblici.

Invece, le ali riconducibili ai partiti cristiani di estrema destra post-falangisti (Kataeb, Forze Libanesi) e alla vasta base sunnita in precedenza fedele ad Hariri, ora distaccatasi dal suo leader, sono più focalizzate sui blocchi stradali e nell’alimentare l’ostilità verso Hezbollah, chiedendone, talvolta, anche il disarmo.

Ovviamente, non s’intende, in tal modo, affermare che vi sono compartimenti stagni all’interno delle mobilitazioni; vi sono, ovviamente, diverse tendenze e tentativi di egemonia.

Ciò che accomuna tutti sono le parole d’ordine generali, le quali, a parte la rivendicazione chiara del superamento dell’attuale sistema politico-istituzionale basato sul confessionalismo, sono molto generiche, quindi declinabili in maniera molto differente. A mettere in atto il superamento degli attuali assetti, infatti, dovrebbe essere un “esecutivo tecnico transitorio” composto di personalità esterne a tutti i partiti, legittimate a traghettare il paese fuori dalla crisi economica e ad un nuovo sistema non confessionale governando per decreto, bypassando il Parlamento.

Com’è evidente, tale parola d’ordine può essere riempita dei contenuti più diversi ed è su quest’ambiguità di fondo che si sta giocando la partita per formare il nuovo governo. Infatti, nessuno dei partiti presenti in parlamento ormai la avversa più apertamente, tuttavia – com’è ovvio – essa legittima ciascuno a proporre dei “tecnici” afferenti alla propria area politico/confessionale di riferimento e additare quelli proposti dagli altri partiti come dei fantocci appena mascherati, quindi non super partes. Ed è proprio quanto sta avvenendo.

Dal 29 ottobre in poi, per la “poltrona” di Primo Ministro, per Costituzione appannaggio di un musulmano sunnita, si sono succedute diverse ipotesi. Inizialmente il Presidente della Repubblica Aoun (esponente di un partito cristiano maronita, appartenente alla coalizione a guida Hezbollah), fra i più bersagliati dalla protesta, sembrava orientato a conferire allo stesso Sa’ad Hariri l’incarico di formare un governo composto in parte da tecnici, in parte da politici di tutti i partiti, incassando, tuttavia, il ritiro quasi immediato del Primo Ministro uscente, che avrebbe perso qualsiasi sostegno nella propria base perché rifiutato dalla piazza.

Successivamente si è affacciata l’ipotesi Samir Khatib, padrone di una grande azienda di consulenza ingegneristica e architetturale, vicino ad Hariri. Anch’egli, tuttavia, si è ritirato rapidamente, probabilmente perché non ha ricevuto l’appoggio della massima autorità sunnita del paese, il Gran Muftì del Libano Shaykh Abdellatif Daryan, il quale, muovendosi nell’ombra per preservare il sistema confessionale e probabilmente “imbeccato” dall’Arabia Saudita, continuava a premere per Sa’ad Hariri.

Quasi forzato a restare in campo, quest’ultimo ha provato ad accelerare per un governo composto esclusivamente da tecnici (tranne sé stesso) ricevendo, però, il veto della maggioranza parlamentare costituita da Hezbollah e dai suoi alleati dell’”Alleanza 8 marzo”, con la motivazione che si sarebbe trattato di un esecutivo di fatto monocolore mascherato da tecnico.

A questo punto, il 18 dicembre avviene una svolta abbastanza inattesa. In risposta al precedente tentativo di forzatura in coincidenza con l’arrivo a Beirut di un alto funzionario dell’Amministrazione USA, il Presidente della Repubblica e quasi tutta l’Alleanza 8 Marzo, utilizzando la maggioranza dei seggi e raccattando qualche altro voto di esponenti sunniti, hanno imposto il conferimento dell’incarico ad Hassan Diab.

Un uomo con un profilo sia politico che tecnico, in quanto ha alle spalle 3 anni di esperienza politica come Ministro dell’Istruzione, ruolo ricoperto tra il 2011 e il 2014; mentre attualmente, così come prima della parentesi ministeriale, lavora come professore di Ingegneria Informatica presso l’Università Americana di Beirut, teoricamente un ambiente tutt’altro che vicino ad Hezbollah, regista della sua investitura.

Tuttavia, per i partiti del blocco Hariri (“Alleanza 14 marzo”) non si tratta di un tecnico al di sopra delle parti, bensì di un esponente espressione diretta del movimento di resistenza sciita, pertanto gli hanno negato l’appoggio, nonostante il suo atteggiamento immediatamente conciliatorio. Appoggio che, al momento, manca anche da parte dell’establishment religioso sunnita, dai suoi padrini sauditi e dal “donatore” francese.

In particolare, Parigi già sta facendo filtrare, attraverso ambienti giornalistici “di area”, che non corrisponderà più il prestito di 11 miliardi di dollari promesso lo scorso aprile, subordinato all’attuazione di alcune riforme (quelle che hanno portato le piazze a riempirsi). Nel caso di una eccessiva centralità di Hezbollah, anzi, potrebbero seguire sanzioni ulteriori e isolamento internazionale. Il che, in assenza di improbabili svolte rivoluzionarie nell’esercizio del potere, si tradurrebbe in tracollo ulteriore dell’economia del paese e possibilità di guerra civile.

D’altra parte, evitare eccessive sanzioni e isolamento è stato proprio il motivo che ha spinto negli anni scorsi l’ala politica di Hezbollah ad accontentarsi di un ruolo tutto sommato secondario all’interno dell’esecutivo, lasciando alla coalizione rivale, sostenuta da Arabia Saudita, USA e UE, i ruoli di maggiore importanza, nonostante quest’ultima, dopo le ultime elezioni fosse divenuta minoranza in parlamento.

Pertanto, bisogna verificare se la mossa d’imporre a maggioranza il conferimento dell’incarico per la formazione di un nuovo governo sia conseguenza di una svolta politica reale attuata da Nasrallah e soci oppure una semplice scelta tattica dettata dalla necessità contingente di dare una dimostrazione di forza, di fronte ai tentativi ripetuti di utilizzare le mobilitazioni di massa per operare un colpo di mano nei confronti del movimento di resistenza sciita.

Fatto sta che, al momento, l’impresa di Hassan Diab di mettere assieme un esecutivo che abbia, poi, la forza di essere operativo appare veramente in salita.

Sul fronte delle piazze infatti, nonostante le parole concilianti da parte del Primo Ministro designato (“Datemi una possibilità”, “non si ritornerà indietro al 17 ottobre”, “Sento che quello che voi avete detto rappresenta me e tutti coloro che vogliono creare uno stato di legge e giustizia in Libano. I nostri sforzi si concentreranno interamente su come fermare il collasso e su come riportare la fiducia”, sono alcune delle frasi pronunciate più spesso), si è verificata una risposta di rifiuto generalizzato da parte di tutte le anime della protesta, in quanto anch’egli “parte del sistema”. A Beirut sono ricomparsi blocchi stradali e accampate, non smobilitati nemmeno durante le festività cristiane in corso.

Anche per il Partito Comunista Libanese, la designazione di Diab è da respingere in quanto frutto delle solite modalità pattizie ed escludenti rispetto alle istanze popolari con le quali operano le due coalizioni fin qui al potere; ed anche perché non corroborata da nessuna svolta economica rispetto alle riforme imposte dalla Francia e dagli altri “donatori”. Ovviamente, resta fermo il punto che i comunisti rifiutano parole d’ordine quali l’isolamento o il disarmo di Hezbollah, in quanto quest’ultimo costituisce di fatto un movimento di resistenza armata contro l’imperialismo, con cui fare fronte in caso di aggressioni esterne da parte di Israele o altri.

Da parte sua, l’Organizzazione Popolare Nasseriana, pur essendosi presentata alle elezioni all’interno dell’Alleanza 8 marzo, ha scelto, con il suo unico parlamentare, di non votare comunque la designazione di Hassan Diab, in quanto non risponde alle istanze delle piazze.

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10/12/2019

Libano - Hariri torna in scena per l'ennesima volta

di Michele Giorgio – il Manifesto

Beirut allagata e paralizzata dalla pioggia. Strade trasformate in fiumi nel centro così come nei quartieri più degradati della capitale. Allagato in parte anche l’aeroporto internazionale Rafiq Hariri. A ciò si sono aggiunti gli abituali blackout dell’energia elettrica. Il maltempo ha messo a nudo la fragilità delle infrastrutture civili del paese, uno dei disastri nazionali che lo scorso 17 ottobre e nelle settimane successive hanno spinto centinaia di migliaia di libanesi a protestare contro il governo, la corruzione, la disoccupazione, il carovita e il settarismo politico che contribuisce a paralizzare l’economia e la gestione dei servizi essenziali. Proteste che sino ad oggi non hanno generato alcun cambiamento ma solo accresciuto la tensione tra le forze politiche contrapposte. E ora i libanesi assisteranno al probabile ritorno sulla poltrona di primo ministro del leader sunnita Saad Hariri, sei settimane dopo le sue dimissioni sotto l’urto delle manifestazioni popolari.

Il nome di Hariri è riemerso domenica, quando l’imprenditore Samir Khatib ha ritirato la sua candidatura a nuovo premier. Il Gran Mufti, Sheikh Abdul Latif Derian, il più importante religioso sunnita in Libano, si è espresso a sostegno di Hariri bruciando così il nome di Khatib, un uomo d’affari che si era detto pronto a rimettere in ordine i conti del Libano, un piccolo stato ma tra più indebitati al mondo (83 miliardi di dollari) e con un deficit pubblico all’150% del Pil. Domenica sera Hariri ha incontrato Khatib per dirgli che l’unico giocatore nel campo sunnita resta lui. Quindi sono state rinviate di una settimana le consultazioni, previste ieri, tra il capo dello stato Aoun e i partiti politici sulla designazione del nuovo primo ministro.

Non occorre essere degli esperti di politica libanese per intuire che lo stop a Khatib, pronunciato dalla massima autorità religiosa sunnita, è frutto anche di pressioni dall’estero, con ogni probabilità dell’Arabia Saudita che pur avendo perduto in parte la fiducia in Hariri – agli occhi di Riyadh troppo arrendevole nei confronti del “nemico”, il movimento sciita Hezbollah alleato dell’Iran – non ha ancora trovato un sostituto valido. E lo stesso vale per la Francia, altro punto di riferimento di Hariri, che domani si appresta ad aprire una nuova conferenza di donatori per il Libano. L’anno scorso a Parigi furono decisi aiuti al paese dei cedri per 11 miliardi, condizionati però all’attuazione di un piano di riforme economiche radicali. Riforme non realizzate o solo abbozzate con riflessi negativi che si sono abbattuti sulle categorie sociali più deboli gettandole nella disperazione alla base delle proteste di queste settimane.

Hariri in nome dell’efficienza e delle riforme insisterà per la formazione di un governo di tecnici e non di politici, uno stratagemma volto anche, se non soprattutto, a tenere fuori dall’esecutivo i partiti sciiti Hezbollah e Amal che, ovviamente, non sono d’accordo. Nel frattempo il paese sprofonda: le banche attuano rigidi controlli sui capitali, i dollari scarseggiano e la lira libanese ha perso un terzo del suo valore al mercato nero. L’emorragia di posti di lavoro è incessante. Solo nell’ultima settimana oltre 60 aziende hanno annunciato il licenziamento di tutti i dipendenti.

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29/11/2019

Libano - hariri si fa da parte

di Michele Giorgio – il Manifesto

Se, come annunciato, il capo dello Stato Michel Aoun comincerà oggi le consultazioni per la nomina del premier incaricato, un po’ tutte le forze politiche dovrebbero indicare il nome di Samir Khatib, un imprenditore a capo del gigante Khatib & Alami Engineering. Khatib è un buon amico del primo ministro sunnita dimissionario Saad Hariri che l’altra sera si è chiamato fuori dalla formazione del nuovo governo.

Khatib si è detto pronto a fare la sua parte. Si dice convinto di poter guidare il paese «bene come fa con la sua impresa». Considerare il Libano solo un’azienda da risanare è miope. Accanto ai conti da mettere in ordine e al contenimento del debito pubblico (86 miliardi di dollari, pari al 150% del Pil) occorre redistribuire la ricchezza, mettere fine ai monopoli e allo strapotere degli istituti di credito e finanziari se si vuole dare una risposta vera ai bisogni delle centinaia di migliaia di libanesi che dal 17 ottobre in poi sono scesi in strada a Beirut e in altre città per chiedere pane e lavoro per tutti, la fine della corruzione, del carovita, degli sprechi, della mancanza di servizi essenziali e del confessionalismo che paralizza l’economia e il sistema politico. Una protesta che all’inizio ha visto insieme cristiani, sunniti e sciiti puntare il dito contro tutti i partiti e i leader politici, dal premier filo-Usa Hariri al segretario generale del movimento sciita Hezbollah, Hassan Nasrallah, alleato dell’Iran. Ma che sta gradualmente perdendo la sua spontaneità per rientrare nei binari del perenne scontro tra le forze schierate con gli Usa, l’Arabia Saudita e l’Occidente e quelle che fanno riferimento a Siria e Iran.

Non sfugge che mentre la maggior parte dei manifestanti, specie i più giovani, continui ad accusare tutti i partiti del disastro libanese, alcuni media locali e quelli globali finanziati da Arabia Saudita e del Golfo appaiono impegnati, con un evidente fine politico, ad attribuire ad Hezbollah e all’altro partito sciita Amal le responsabilità principali. Senza alcun dubbio anche Hezbollah ha colpe importanti. Fra queste l’aver avallato, nel rispetto del sistema settario, le posizioni di potere a più livelli di altre forze politiche, anche avversarie, in modo da conservare e rafforzare le proprie. Ma la sua responsabilità non è superiore a quella degli altri partiti. Non certo più di quella di Hariri e del sistema di controllo politico ed economico messo in piedi dalla sua famiglia. Non più dei libanesi che hanno esportato all’estero diversi miliardi di dollari sottraendo ricchezza al paese. Andrebbe ricordato che le rigide sanzioni finanziarie e bancarie varate dall’Amministrazione Trump contro Hezbollah quest’anno hanno contribuito a far calare le rimesse annuali dei libanesi che lavorano all’estero, da 8,5 ad 3 miliardi di dollari. Fondi vitali che assicurano la sopravvivenza di decine di migliaia di famiglie.

Il clima che si respira è pesante. Se qualche giorno fa si erano registrate aggressioni ai manifestanti che bloccavano la tangenziale di Beirut compiute da attivisti di Hezbollah e Amal, martedì sera a scagliarsi pietre e a prendersi a pugni e a bastonate, a cavallo tra il sobborgo sciita di Chiyah e l’adiacente area cristiana di Ein Rummaneh, sono stati giovani di Hezbollah e delle Forze Libanesi, una formazione di destra non rappresentativa delle ragioni delle proteste popolari. Questi e altri scontri – avvenuti anche a Tripoli – hanno provocato decine di feriti. Un brutto segnale per un paese che ha pagato con 150mila morti una guerra civile durata 15 anni. Ieri le donne dei due sobborghi hanno risposto all’accaduto manifestando insieme contro la violenza.

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06/11/2019

Libano - Futuro governo, equilibri interni ed esterni

La protesta del popolo libanese continua, anche dopo le dimissioni di Hariri, seguite da un discorso del presidente Aoun.

Il primo ha tentato di convincere le piazze che ha fatto quel che si sentiva di fare, ringraziando i manifestanti per aver spinto il governo e il parlamento ad approvare la finanziaria 2020 in tempi brevissimi mai visti in Libano, oltre alle procedure per procedere con le riforma e le misure contro la corruzione. Ma questo non basta per soddisfare le richieste dei manifestanti che, malgrado tutto, hanno accettato di riaprire le strade in segno di buona volontà, e in attesa di vedere applicate le riforme.

Il presidente del Libano Aoun, nel suo discorso, non ha aggiunto molto se non promettere di andare avanti con le riforme e di farsi garante del percorso che porterà il paese fuori dalla crisi.

Ma il discorso più atteso era quello del segretario di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, arrivato puntuale per rispondere alle accuse e spiegare la posizione del suo partito. Da sottolineare che Hezbollah è un partito di governo e di resistenza, è stato messo sotto attacco da diversi attori, Israele in testa, seguito dagli USA e dalla Francia che si è detta molto preoccupata per la crisi libanese.

Sayyed Nasrallah, dopo aver dichiarato che le persone hanno ragione a protestare, ha ringraziato l’intelligenza del popolo libanese, “perché ha evitato di cadere in ciò che era stato pianificato da qualcuno per portare il paese a una guerra interna”.

Per ovvi motivi non ha detto esplicitamente chi è questo “qualcuno”. Forse si riferiva a quei gruppi che durante le manifestazioni hanno insultato alcuni simboli di certe confessioni, compreso lui stesso. Ha dichiarato: “qualcuno chiamava gli altri a scendere in piazza per combattere” e ha continuato: “A causa degli insulti, si è rischiato che la situazione andasse fuori controllo, ma i disordini sono stati limitati e sono stati fermati”. Ha aggiunto poi che molte forze politiche hanno utilizzato la loro influenza per controllare la strada e che la richiesta delle piazze di cambiare radicalmente il sistema politico, distruggere le istituzioni e fare un conseguente salto nel vuoto, si può considerare un tentativo di golpe.

Prosegue Nasrallah, “Coloro che vogliono che i libanesi continuino le loro proteste esercitano un diritto naturale, ma devono garantire il corretto svolgimento delle proteste e la loro organizzazione” ed ha sottolineato poi che chiunque vuole lo scontro tra le strade e la politica deve capire che le forze politiche, per quanto forti siano le pressioni, devono avere pazienza e saggezza per affrontare questa situazione.

Commentando le dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri, Nasrallah ha sottolineato che, oltre a non condividere la decisione di Hariri, questo non era comunque il governo di Hezbollah, né lo sarà il prossimo ed ha affermato: “Non siamo preoccupati per noi stessi, perché siamo molto forti politicamente e militarmente e abbiamo l’appoggio del popolo, siamo preoccupati per il Libano”. Ha poi aggiunto: “Qualunque cosa il governo abbia realizzato è necessario tener presente che il partito non ha ancora ancora giocato nessuna delle sue carte” (la politica, la popolarità e la forza militare N.D.R), ed ha continuato: “Dopo le dimissioni di Hariri, il documento di riforma si è bloccato, quindi le soluzioni per la crisi economica e per il miglioramento della vita quotidiana, tra cui la legge generale di amnistia e il recupero dei fondi saccheggiati, sono sospesi”.

E sul futuro governo Nasrallah afferma che “è necessario accelerare il processo e formare un governo in modo da non cadere nel vuoto istituzionale”. Ha sottolineato anche che il nuovo governo è tenuto a prendere sul serio le richieste dei manifestanti e recuperare la loro fiducia operando con trasparenza e onestà. Invitando ad un dialogo tra i partiti e il movimento di protesta ha detto: “non siamo estranei a questo paese e l’interesse nazionale richiede che vengano superate le ferite inflitte nei giorni scorsi”.

Nasrallah ha sottolineato che gli americani hanno un ruolo diretto nel proteggere il Libano ed aiutarlo a riemergere dalla crisi e a non bloccare le prospettive di possibili soluzioni economiche. Ha chiesto inoltre un vero governo sovrano le cui decisioni non siano condizionate dal volere dell’ambasciata americana o di altre rappresentanze diplomatiche straniere.

Infine ha sottolineato che “la questione della resistenza è separata dalle questioni di politica interna”. Il ruolo della resistenza è quello di difendere il paese dagli attacchi israeliani e, a tal proposito, ha citato l’ultimo abbattimento di un drone israeliano che sorvolava i manifestanti nel sud del Libano.

Hezbollah, sospettoso nei confronti del vento americano ritenuto responsabile delle dimissioni del governo libanese, si aggrappa all’ipotesi di un nuovo governo che mantenga gli stessi equilibri del precedente, anche se le facce dei ministri cambieranno. Vuole una soluzione che preservi il Libano dal caos, ma non vada a modificare gli equilibri politici emersi dopo le elezioni parlamentari.

In altre parole, è disposto a negoziare, ma solo sulla forma, non sulla sostanza. È chiaro che questo percorso, soprattutto a causa della diffidenza tra Washington ed Hezbollah, ha bisogno di una terza parte che faccia da garante.

Sono ormai chiari anche i motivi del silenzio russo sulla rivolta libanese; Mosca è alleata dell’Iran e di Hezbollah, partner delle intese raggiunte in Siria con gli Stati Uniti e che si estendono anche al Libano. Mosca si è impegnata, quindi, a mantenere la stabilità libanese e c’è chi ipotizza il suo ingresso sulla scena quando sarà il momento giusto, e potrebbe non essere lontano.

In questi giorni, specialmente dopo l’incidente israeliano con i droni nel sud del Libano, è stato anche detto che la Russia avrebbe chiesto a Israele di non intromettersi in quanto sta avvenendo in Libano, perché ciò complicherebbe la già difficile scena libanese.

Nei prossimi due giorni, il Primo Ministro Saad Hariri avrà il compito di formare il nuovo governo, e questo potrebbe essere il momento giusto per riorganizzare gli equilibri e disegnare le mappe delle garanzie.

La rivolta dei bisognosi, non si fermerà fino al soddisfacimento dei loro bisogni.

Fonte

30/10/2019

La polveriera libanese

Con le dimissioni del primo ministro, Saad Hariri, la crisi politica e sociale in Libano è entrata in una fase nuova e decisamente delicata. Il capo del governo di Beirut, di fede sunnita, si è ritrovato senza molte altre scelte dopo le quasi due settimane di proteste oceaniche nel paese dei cedri. L’intensità della rivolta in atto contro l’intera classe politica libanese è tale però che cambiamenti cosmetici o trascurabili potrebbero non essere sufficienti a ristabilire l’ordine. Allo stesso tempo, la precarietà dell’economia, le turbolenze regionali e, soprattutto, un’impalcatura costituzionale rigorosamente settaria rendono complicato qualsiasi reale progresso sul piano politico e sociale.

Hariri è apparso martedì in diretta televisiva rilasciando una dichiarazione di meno di un minuto per prendere atto dello stallo politico venutosi a creare di fronte alle manifestazioni di massa. Prima di recarsi dal presidente, il cristiano maronita Michel Aoun, per rimettere il suo mandato, il premier pare abbia cercato senza successo di rimescolare le carte all’interno del governo assieme ai suoi alleati, in modo da provare a mandare un qualche segnale alla piazza.

Già settimana scorsa, Hariri aveva proposto una serie di “riforme” in risposta alla crisi, tra cui il dimezzamento degli stipendi dei politici e un contributo da parte delle banche alla riduzione del gigantesco debito libanese. Le misure erano state però giudicate tardive e insufficienti dai manifestanti, del tutto contrari inoltre al fatto che a implementarle avrebbero dovuto essere gli stessi politici responsabili della situazione odierna del Libano. Alla fine, le dimissioni di Hariri sono apparse inevitabili a un’élite che per il momento non vede altre soluzioni per mantenere una stabilità necessaria a evitare la radicalizzazione dello scontro e a garantire la conservazione dei propri privilegi.

A rendere esplosivo il quadro libanese odierno è in primo luogo il carattere unitario e non settario delle proteste. Ciò mette i dimostranti su posizioni diametralmente opposte a quelle della classe politica, la cui legittimazione deriva da un sistema basato invece proprio sulle divisioni confessionali, stabilite dall’ex potenza coloniale francese al termine del primo conflitto mondiale.

La rigida spartizione delle strutture del potere, assieme alla creazione di un apparato clientelare nel paese da cui i principali clan traggono la propria autorevolezza, è sempre servita alle potenze regionali e internazionali a mantenere il Libano debole e a farlo diventare un terreno di scontro su cui combattere per la supremazia nel Medio Oriente. Nella sua espressione più macroscopica, l’architettura settaria del Libano prevede che l’incarico di presidente sia assegnato a un esponente della comunità cristiana maronita, quello di primo ministro a un musulmano sunnita e quello di presidente del parlamento a uno sciita.

Le proteste di questi giorni hanno visto invece uniti i libanesi di tutte le confessioni, impegnati precisamente a chiedere la fine delle divisioni settarie, strettamente collegate al monopolio del potere politico e delle ricchezze del paese da parte di un numero ristretto di famiglie e di ultra-ricchi. I leader e i partiti sunniti e quelli sciiti, incluso Hezbollah e gli alleati di Amal, sono stati così spesso presi di mira dalle proteste proprio nelle loro roccaforti. La stampa occidentale ha raccontato anche in varie occasioni di episodi nei quali esponenti del “partito di Dio” avrebbero attaccato i manifestanti nelle strade.

Il numero uno di Hezbollah, Hassan Nasrallah, era intervenuto pubblicamente per riconoscere le ragioni della protesta, ma aveva chiesto anche moderazione e si era detto contrario allo scioglimento del governo Hariri, di cui fa parte il suo partito-movimento. Nasrallah si rende conto perfettamente che un eventuale vuoto politico minaccerebbe non solo la stabilità del Libano, ma esporrebbe il paese a interferenze di potenze, come Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, che puntano a indebolire l’asse della “resistenza” in Medio Oriente. Un Libano ancora più debole e diviso è utile in altre parole a limitare l’influenza su di esso dell’Iran, soprattutto dopo il sostanziale fallimento dell’operazione di cambio di regime in Siria orchestrata da Washington e Riyadh.

La delicatezza della situazione libanese risiede nel fatto che gli spazi di cambiamento sono drammaticamente ristretti. In assenza di una prospettiva efficace dell’opposizione di piazza, gli scenari ipotizzabili non sembrano incoraggianti. Un nuovo governo o nuove elezioni riproporrebbero in sostanza gli stessi scenari odierni, senza contare che la formazione di un esecutivo o il raggiungimento di un accordo su questioni importanti per il paese richiedono solitamente mesi, se non addirittura anni, di discussioni e trattative.

L’unica soluzione è per molti la fine del sistema settario, intrecciato agli indirizzi economici neo-liberisti adottati dopo la fine della guerra civile (1975-1990), che domina la vita politica e sociale del paese. Un passo in questa direzione richiederebbe però decisioni fin troppo coraggiose per una classe politica che nel settarismo trova la sua stessa identità e grazie a esso può continuare a soddisfare i propri interessi.

Con i manifestanti che ritengono insufficienti i passi fatti finora, dopo le dimissioni di Hariri toccherà al presidente Aoun, uno dei bersagli principali delle proteste, decidere i prossimi sviluppi della crisi. L’anziano leader cristiano-maronita potrebbe ridare l’incarico allo stesso Hariri, anche se, al di là del nome del capo del prossimo governo, si stanno moltiplicando le richieste per un gabinetto di tecnici.

Ufficialmente, questa scelta dovrebbe servire a superare almeno in parte e per il momento i vincoli settari e permettere l’apertura di un percorso di “riforme” che rispondano alle richieste dei libanesi scesi nelle piazze. In realtà, non appena dovesse esserci una qualche stabilizzazione politica, ritorneranno le pressioni per rimediare alla disastrosa situazione finanziaria del Libano, lasciando poco spazio a misure necessarie a migliorare redditi e servizi pubblici. Lunedì, infatti, il governatore della Banca Centrale libanese ha avvertito in un’intervista alla CNN che il paese ha solo pochi giorni di tempo per evitare il disastro finanziario.

Il terremoto in corso in Libano è ad ogni modo un fenomeno che si inserisce in un quadro planetario segnato da crescenti rivolte popolari contro classi dirigenti sempre più arroccate nella difesa del privilegio e delle differenze di classe, quasi sempre con metodi repressivi e anti-democratici.

Nel vicino Iraq, ad esempio, da settimane è in atto una crisi per molti versi simile a quella libanese. L’invasione americana del 2003 ha anche qui dato vita a una divisione settaria del territorio e delle strutture politiche, mentre le condizioni della maggior parte della popolazione sono decisamente peggiori di quelle riscontrate in Libano.

Inoltre, come a Beirut, anche a Baghdad gli scenari interni hanno riflessi su quelli regionali, essendo anche l’Iraq terreno di scontro tra potenze, principalmente USA e Iran, con interessi contrastanti. In Iraq, la risposta del governo alle proteste è stata tuttavia molto più sanguinosa, come dimostrano gli almeno 250 morti registrati dall’inizio degli scontri il primo giorno del mese di ottobre.

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20/10/2019

Libano - Nelle strade esplode la rivolta contro il carovita


Da qualche giorno il Libano è scosso, da nord a sud, da una rivolta popolare spontanea contro le politiche di austerity e il carovita.

La scienziateria finanziaria partorita dal Primo ministro Saad Hariri e company stavolta è consistita in una tassa sulle chiamate Whatsapp, molto utilizzate dai Libanesi per bypassare i costi esorbitanti dei gestori telefonici; è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione di larghe fette della popolazione del paese dei cedri, che sono a manifestare la propria rabbia; a nulla è valso, fino ad ora, il ritiro quasi immediato della cervellotica misura.

Fra gli episodi di piazza più significativi (oltre, naturalmente al consueto uso massivo delle “armi convenzionali” in dotazione alla polizia contro i manifestanti) si registra l’assalto all’auto di un Ministro al centro di Beirut, cui una guardia del corpo ha risposto sparando in aria; sempre a Beirut, due siriani sono morti, intrappolati in un negozio che aveva preso fuoco. Nel sud, area sciita, dove lo stato è meno presente, ci pensano le milizie del partito Amal a supplire nell’opera di repressione; inoltre, nella città di Nabatyia, i manifestanti hanno fatto irruzione e hanno distrutto l’ufficio di un parlamentare del movimento di resistenza Hezbollah, sulla cui attuale posizione difficile torneremo.

Molti video delle proteste si possono reperire sulla pagina Facebook del Partito Comunista Libanese (https://www.facebook.com/قطاع-الشباب-والطلاب-في-الحزب-الشيوعي-اللبناني-الصفحة-الرسمية-799613303382518/), l’unico a supportare, fino ad ora, pienamente le rivolte e chiedere il rilascio dei prigionieri.

Per inquadrare meglio la situazione, il Libano è un paese strutturalmente debolissimo, privo di struttura produttiva e risorse nel sottosuolo. Le uniche attività economiche presenti sono quella bancaria, che ne fa una sorta di paradiso fiscale di quell’area geografica, e quella della speculazione edilizia.

In tale quadro lo stato è completamente assente (non esistono praticamente trasporti pubblici, istruzione e università pubblica, men che meno la sanità), completamente sostituito dall’assistenzialismo che, così come le istituzioni, sono di segno confessionale.

Pertanto, il paese dipende completamente dalle donazioni esterne, principalmente dell’Arabia Saudita, della Francia e, in misura minore ed esclusivamente per quanto riguarda il sud e la struttura sociale e militare di Hezbollah, dell’Iran. Di conseguenza, ad esempio, il debito pubblico ammonta a 160% del PIL circa. A ciò dobbiamo aggiungere che dall’inizio della crisi siriana, il Libano ospita 1.5 milioni di profughi siriani, che vanno ad aggiungersi ai 4 milioni di Libanesi e al mezzo milione di rifugiati palestinesi; in pratica, la popolazione è aumentata del 30% nel giro di pochi anni.

In particolare, la politica economica di austerità è decisa e dettata da Parigi e quindi da Bruxelles, pertanto anche il concepimento della diabolica tassa sulle chiamate Whatsapp potrebbe provenire da lì; il problema, per Parigi e Bruxelles, è che a causa dei veti incrociati fra i partiti, il Libano non riesce ad essere adempiente rispetto alle “riforme” richieste. Di quì un recente aumento delle pressioni da parte di Macron e le accelerazioni cui assistiamo. Altra fonte di pressione economica sono le sanzioni decise dagli USA per ogni istituto finanziario sospettato di collaborare con Hezbollah.

Il riflesso di questa situazione economica e demografica lo abbiamo nella situazione politica. Gli attuali assetti sono il risultato degli equilibri scaturiti dalla catena di eventi che va dall’uccisione di Rafiq Hariri nel 2005 fino alla guerra Hezbollah-Israele nel 2006. Vale la pena ricordare che l’uccisione di Rafiq Hariri fece scaturire una serie di altri omicidi politici tramite autobomba (fra cui il Segretario del Partito Comunista Hawi), il ritiro delle truppe siriane, la riabilitazione dei falangisti collaborazionisti con Israele (e responsabili dei massacri di Sabra e Shatila) e la messa all’angolo di Hezbollah, che si rilanciò, infine, respingendo l’aggressione di Israele, che credeva di chiudere definitivamente i conti attraverso tale aggressione.

Tornando all’attualità politica, in Parlamento vi sono un blocco denominato “8 marzo”, comprendente Hezbollah, Amal e altri, accomunato e tenuto assieme dall’appoggio di Siria e Iran, e uno denominato “Alleanza 14 marzo” capeggiato da Saad Hariri e comprendente anche gli epigoni dei Falangisti collaborazionisti con Israele, tenuto insieme dall’appoggio di Arabia Saudita e Francia in primis. Per mantenere gli equilibri nazionali e internazionali, come spesso accaduto nella storia del Libano, i due raggruppamenti sono costretti a formare governi di coalizione, che rimangono sostanzialmente paralizzati; c’è da dire che nell’ambito di tale equilibrio, le forze preminenti, sia per motivi geopolitici (la pressione sull’Iran), sia per motivi di classe (gli Hariri sono fra i più ricchi del Medio-Oriente e intorno al loro blocco gira tutta la residua economia libanese) sono quelle dell’Alleanza 14 marzo, indipendentemente da quale sia la maggioranza parlamentare. Hezbollah, pur essendo militarmente e organizzativamente incomparabilmente più forte, è più focalizzato ad assistere la popolazione sciita e svolgere la sua funzione di Resistenza nei confronti di Israele e degli interessi imperialisti in generale (vedi l’intervento in Siria), mentre nell’ambito del governo nazionale svolge una scarsa funzione.

Queste proteste popolari, ora potrebbero essere il motore di un mutamento degli equilibri.

Dal punto di vista delle reazioni politiche, assistiamo al paradosso apparente che sono i maggiori promotori delle politiche di austerità a premere in tale direzione: i due maggiori “alleati” di Hariri, ovvero Walid Jumblatt, Partito Socialista Progressista, e il falangista Samir Gaegea, hanno subito chiesto le dimissioni del Governo a seguito delle proteste di piazza; da parte sua il Primo Ministro ha replicato che se entro 72 ore gli altri partiti non gli consentiranno di completare il suo programma di riforme (quello “parigino”), si dimetterà.

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, invece, ha dichiarato di essere contrario ad ogni altra forma di imposizione di tasse al popolo, ma di essere altresì contrario alle dimissioni del Governo.

In tale dichiarazione traspaiono tutti i limiti e le difficoltà che il movimento di resistenza incontra nel suo agire in ambito interno al Libano, limitato da un lato dalle sanzioni internazionali che riducono la libertà di movimento dei suoi massimi dirigenti e rendono difficile il finanziamento della propria struttura, dall’altro dalla mancanza oggettiva di una propria agenda economica autonoma e alternativa rispetto ai “pacchetti” francesi, tale da permettergli di distinguersi rispetto a tutti gli altri agli occhi delle fasce popolari.

D’altro canto, è al momento difficile tracciare scenari futuri in caso di dimissioni del Governo: allo stato, non vi sono combinazioni politiche e istituzionali alternative ad una riedizione della coalizione di (finta) unità nazionale, se non un governo della sola coalizione 8 marzo, che, in teoria, ha la maggioranza in parlamento; ma tale eventualità è esclusa dalle dichiarazioni di Nasrallah e dal fatto che Francia e Arabia Saudita non consentirebbero uno sviluppo del genere a qualsiasi costo.

È, dunque, da tenere d’occhio la spregiudicatezza con cui gli esponenti della coalizione Hariri stanno reagendo alle proteste. Non è da escludere che dietro tale atteggiamento ci sia la spregiudicatezza ancora maggiore del Principe Saudita, sempre alla ricerca di pretesti e occasioni per far saltare il banco degli equilibri interni al Libano a proprio favore, anche al costo di creare possibili escalation. Ricordiamo che già nel 2017 cercò di rovesciare il Governo imprigionando e facendo leggere una dichiarazione di dimissioni al proprio vassallo Hariri. Di fronte a tali aggressioni e tentativi di destabilizzazione, Hezbollah si pose come garante di equilibri e stabilità.

Tuttavia, queste proteste spontanee, genuine e di massa, se proseguono, sono il segnale netto che tale equilibrio ha stancato le fasce popolari, costrette a sottostare ad un continuo ed insopportabile declino delle condizioni materiali, mentre assiste all’arricchimento parassitario di poche famiglie. Speriamo che sulla scia di queste proteste possano inserirsi in maniera unitaria anche i rifugiati palestinesi, nei mesi scorsi protagonisti a loro volta di altri tumulti dovuti a provvedimenti ministeriali che hanno provocati licenziamenti di massa fra di loro.

Il fatto che le manifestazioni vedano una partecipazione unitaria rispetto alle confessioni religiose, tutti con bandiera nazionale alla mano, costituisce un punto fondamentale ed è, forse, il segnale di una volontà diffusa di uscire dalla gabbia del sistema istituzionale confessionale, per costruire finalmente uno stato unitario forte, con servizi pubblici adeguati, tali da consentire ai più poveri di sganciarsi dall’assistenzialismo di tipo religioso.

Ovviamente, in questo quadro, occorrerebbe che le forze comuniste, progressiste e della resistenza antimperialista, che in Libano esistono, raccolgano in qualche modo tali domande politiche e si battano affinché tali proteste vengano legittimate e i prigionieri vengano liberati. Il rischio è che vengano scavalcate dagli eventi: le forze filo-sioniste e quelle oscurantiste del polo islamico-sunnita, capitanate dall’Arabia Saudita, sono sempre pronte a sfruttare gli eventi per scatenare dinamiche reazionarie o di guerra, anche in contesti relativamente pacificati o segnati da proteste popolari motivate e spontanee. Ricordiamo, a tal proposito, le cosiddette primavere arabe.

Per tutti questi motivi, gli sviluppi degli eventi in Libano vanno seguiti a tutto tondo, sia dal punto di vista delle dinamiche di piazza, sia dal punto di vista degli sviluppi politici interni, sia dal punto di vista degli sviluppi geopolitici, senza relegarsi a visuali parziali.

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02/02/2019

Libano - Nuovo governo targato Hezbollah

di Michele Giorgio 

«Mettiamoci al lavoro» ha esortato con un tweet l’altra sera Saad Hariri poco dopo l’annuncio della nascita del nuovo governo libanese dopo quasi nove mesi di trattative salutata dai fuochi di artificio che hanno illuminato la notte di Beirut. E di lavoro da fare ne avranno parecchio il primo ministro sunnita e i suoi 30 ministri. I problemi sono enormi, a partire dal disastro economico e finanziario del paese. Hariri in queste ore si mostra soddisfatto ma ha dovuto mandare giù due rospi segno della sua crescente debolezza. Il primo è politico. Dopo aver puntato i piedi per mesi ha dovuto accettare la nomina di un ministro fuori dai ranghi del suo partito sunnita. Si tratta di Hasan Mrad del gruppo parlamentare sunnita indipendente vicino allo schieramento “8 Marzo” guidato dal movimento sciita Hezbollah alleato di Damasco e Tehran. Il secondo è la chiusura del quotidiano al Mustaqbal, di proprietà della sua famiglia. Una chiusura figlia della forte riduzione dei finanziamenti che Hariri riceve dall’Arabia Saudita. Riyadh lo ha scaricato.

Le elezioni dello scorso maggio hanno ridimensionato la coalizione capeggiata, con crescente difficoltà, da Hariri, il fronte “14 Marzo”. Il nuovo governo è, più o meno, lo specchio del successo dello schieramento di Hezbollah. Non a caso l’Iran si è rallegrato per la nascita di un esecutivo libanese ben diverso da quello che desideravano l’Arabia Saudita e l’Amministrazione Trump. Il movimento sciita comunque ha tenuto conto della particolarità del sistema politico e istituzionale del paese dei cedri, volto ad equilibrare il peso delle varie comunità religiose e a favorire la sempre precaria unità nazionale. Riconfermando la formula dell’esecutivo di consenso nazionale, ha lasciato agli alleati cristiani della Corrente dei liberi patrioti, il partito del capo dello stato Michel Aoun, la fetta più grande della torta. Ben 10 ministeri. Hezbollah ne avrà tre (come l’altro partito sciita Amal) tra cui quello della salute, il quarto per budget.

Si tratta di una scelta strategica. Questo ministero renderà arduo se non impossibile per i donatori internazionali boicottare Hezbollah così come vorrebbero gli Stati Uniti che nell’ultimo anno hanno varato una raffica di sanzioni contro il movimento sciita perché alleato di Siria e Iran e nemico di Israele. Non solo. «Il ministero della salute è uno di quelli che consentono di distribuire servizi agli elettori e di generare consenso», spiega Karim Bitar dell’Institute for International and Strategic Affairs. Hezbollah in questo modo potrà aggirare almeno in parte le conseguenze delle sanzioni Usa volte a colpire le sue risorse finanziarie usate anche per l’assistenza ai settori più poveri della comunità sciita (e non solo) libanese.

Non si prevedono scossoni politici interni. I pericoli più concreti per il Libano restano quelli esterni. Una nuova devastante offensiva militare israeliana e le sanzioni Usa contro Hezbollah che di riflesso colpiranno tutta l’economia libanese già in una fase di grande fragilità. Il Libano ha un debito pubblico di 80 miliardi di dollari, il 141% del Pil nel 2018. La sua crescita che viaggiava intorno al 9% negli ultimi due anni prima dell’inizio, nel 2011, della guerra nella confinante Siria, è crollata all’1%. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 36%.

Il nuovo governo è chiamato a varare profonde riforme e un piano di tagli di spesa e di risanamento dei conti che, come sempre in questi casi, pagheranno i settori più deboli della popolazione. L’obiettivo immediato del premier Hariri sarà ottenere i 9,5 miliardi di euro promessi dai paesi donatori quasi un anno fa alla conferenza Cedre a Parigi. E saranno importanti per le casse nazionali i 500 milioni di euro messi a disposizione dal Qatar avversario dell’Arabia Saudita che mira ad unirsi ai tanti paesi, occidentali e mediorientali, che con le loro imposizioni condizionano la vita del Libano.

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08/05/2018

Libano - Vince Hezbollah

di Michele Giorgio – Il Manifesto

‎«Il progresso fatto da Hezbollah e i suoi alleati in Parlamento è letto come un ‎rafforzamento dell’Iran in Libano, la tensione perciò salirà ancora di più. Israele ‎già descrive il risultato delle elezioni libanesi come un rischio grave per la sua ‎sicurezza e minaccia persino più di prima l’uso della forza».

L’analista Ghassan ‎Khatib non può fare a meno di spiegare l’esito delle legislative di domenica in ‎Libano, le prime in nove anni, all’interno di un quadro regionale che si aggrava ‎giorno dopo giorno. Come dargli torto. Il premier israeliano e i suoi ministri, forti ‎dell’appoggio incondizionato dell’amministrazione Trump, parlano apertamente ‎della possibilità di un’attacco militare contro l’Iran e persino di un raid diretto al ‎presidente siriano Bashar Assad se Tehran non metterà fine alla sua presenza in ‎Siria.

‎«Tuttavia l’Iran è un Paese che sa come muoversi in questo contesto e farà in ‎modo da non offrire nessun pretesto a Israele ed Usa per attaccarlo. Reagirà ai ‎recenti attacchi israeliani contro le sue postazioni (in Siria) ma lo farà in modo di ‎non scatenare un confronto militare diretto con Israele. Sa che la Russia non ‎interverrà in suo aiuto in caso di guerra. E con gli Stati Uniti dietro a Israele, l’Iran ‎è consapevole che la guerra non potrebbe vincerla», ci spiega Khatib facendo ‎riferimento anche all’assicurazione offerta dal presidente iraniano Hasan Rohani ‎che Tehran continuerà a rispettare l’accordo internazionale del 2015 sul suo ‎programma nucleare anche se Trump il 12 maggio ritirerà l’appoggio degli Stati ‎Uniti.‎


Lo sa bene anche il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che il successo ‎elettorale del movimento sciita e del fronte “8 Marzo” filo-siriano e filo-iraniano, ‎unito alla sconfitta del partito Mustaqbal del premier sunnita filo-occidentale, ‎Saad Hariri, avrà riflessi inevitabili nelle dinamiche regionali.

«C’è una grande ‎vittoria morale e politica per la scelta della resistenza‎ , una grande vittoria che ‎protegge la sovranità del Paese», ha proclamato Nasrallah, commentando ieri i ‎risultati non ancora ufficiali del voto, andati ben oltre ogni sua rosea previsione. ‎Hezbollah e i suoi alleati – l’altro partito sciita Amal, il Movimento Patriottico ‎Libero del presidente della Repubblica Michel Aoun – hanno conquistato almeno ‎‎47 seggi dei 128 del Parlamento mentre i sondaggi della vigilia ne davano 40-42. ‎Si tratta di un’altra battuta d’arresto per i disegni regionali dell’Arabia Saudita che ‎lo scorso novembre, imponendo le dimissioni a Hariri (poi ritirate), aveva invano ‎provato a stravolgere il quadro politico del Paese dei cedri a danno di Hezbollah e ‎dell’Iran.‎

‏Hariri dal voto di domenica esce con le ossa rote. Mustaqbal, dichiaratamente ‎anti-siriano, è sceso da 33 a 21 seggi del Parlamento sotto i colpi dei rivali sunniti ‎del primo ministro che ha perduto prestigio oltre all’appoggio di Riyadh. Hariri ha ‎ammesso la sconfitta ma invece di analizzarne le sue cause politiche ha preferito ‎puntare il dito contro la nuova legge elettorale introdotta nel 2017 che ha ‎sostituito il maggioritario ‎«chi vince prende tutto» nelle 15 circoscrizioni ‎elettorali, con il sistema proporzionale che ha dato spazio a candidati sunniti non ‎legati a Mustaqbal.

A sfavorirlo sono state inoltre la bassa affluenza alle urne, che ‎non è andata oltre il 49% – gli elettori del fronte 8 Marzo sono più motivati ‎rispetto a quelli del campo avverso –, la disaffezione dei libanesi verso la politica e ‎la crisi dell’economia che cresce poco per poter generare ogni anno un numero ‎sufficiente di posti di lavoro. Nonostante la sconfitta, Hariri con ogni probabilità ‎rimarrà primo ministro, in ragione dell’ordinamento libanese che assegna a un ‎sunnita l’incarico di capo del governo.

Non ci sono al momento rivali sunniti in ‎grado di insidiarlo e, in fondo, allo stesso Hezbollah conviene l’assegnazione ‎dell’incarico – per la formazione di un esecutivo nazionale con le maggiori forze ‎politiche – a un avversario in forte declino e non in grado di imporre la propria linea.

Nasrallah già ieri ha invocato la formazione in tempi rapidi di un nuovo governo ‎in cui tutte le forze politiche dovranno cooperare per garantire la stabilità ‎nazionale. L’ombra della guerra è l’incognita più grande che grava sul Libano, ‎senza dimenticare che l’Amministrazione Trump terrà sotto pressione l’Iran anche ‎prendendo di mira i suoi alleati nella regione, a partire proprio da Hezbollah.

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05/05/2018

Libano - Elezioni parlamentari tra le tensioni regionali

di Stefano Mauro

Libano, Iraq e Turchia. In poche settimane una lunga tornata elettorale rischia di scuotere gli equilibri, sempre precari, del Medio Oriente.

Il prossimo 6 maggio sarà il turno del Libano che, dopo quasi dieci anni, voterà per il rinnovamento del parlamento. Dal 2009, infatti, il paese dei cedri non vede rinnovare i propri 128 parlamentari a causa della crisi in Siria e dello stallo politico tra i due avversi schieramenti: il movimento “8 marzo” costituito dagli sciiti di Hezbollah e Amal oltre che dai maroniti della Corrente Patriottica Libanese (CPL) dell’attuale presidente della repubblica, Michel Aoun, contrapposti al “14 Marzo” formato dai sunniti dell’attuale primo ministro Saad Hariri ed alleato dei maroniti delle Forze Libanesi di Samir Geagea – accusato per le stragi di Sabra e Chatila – e delle falangi di Sami Gemayel.

Per la prima volta si voterà con la nuova legge elettorale, approvata nel 2017, con un sistema proporzionale puro al posto del maggioritario, con la divisione del territorio libanese in 15 collegi elettorali, relativamente omogenei dal punto di vista confessionale, e con uno sbarramento del 10%. Una legge elettorale che andrà ad integrare le suddivisioni confessionali per l’elezione dei rappresentanti politici di tutte le confessioni ed etnie presenti in Libano. Un criterio, quello confessionale, retaggio del colonialismo francese, e sempre più avverso alla popolazione libanese per due motivi. Il primo è legato al sempre più elevato e crescente problema della corruzione e del clientelismo all’interno di ogni singola confessione, diventato sempre più problematico in termini di sprechi e disagi per tutti quegli aspetti legati alla quotidianità dei libanesi: dalle proteste per l’inefficienza nello smaltimento dei rifiuti fino a quelli per acqua potabile ed energia elettrica. Il secondo, invece, è legato principalmente al fatto che le quote e le suddivisioni etniche e confessionali non corrispondono più all’attuale situazione demografica del paese, visto che fanno riferimento all’inizio del secolo scorso, e non rispecchiano più gli attuali equilibri all’interno delle diverse comunità.

Tutti i maggiori esponenti politici sono impegnati in quest’ultimo periodo in una serrata campagna elettorale. I principali argomenti riguardano le problematiche interne: la corruzione, il miglioramento del sistema produttivo ed economico per contrastare l’alto tasso di disoccupazione e la riforma del welfare nazionale, messo in crisi dagli oltre 900mila profughi siriani nel paese. Altrettanto importanti e fondamentali i temi riguardanti la politica estera: dal vicino conflitto siriano alle continue pressioni di nazioni esterne (Iran, Arabia Saudita e Francia) nelle dinamiche nazionali, dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, al largo delle coste libanesi, alle costanti provocazioni e sconfinamenti dello spazio – aereo, terrestre e navale – da parte di Israele con un continuo innalzamento della tensione ed il rischio di un ormai prossimo conflitto.

Su questi temi emergono le divisioni politiche tra i differenti schieramenti. Da una parte Hezbollah vero favorito insieme al partito Amal. Il partito sciita ed il suo segretario generale, Hassan Nasrallah, hanno dimostrato in questi anni di essere diventati i principali fautori della “pax libanese” e del dialogo interconfessionale che ha portato allo sblocco dello stallo politico, all’elezione del presidente maronita Michel Aoun, principale alleato degli sciiti, ed a quella di Saad Hariri come primo ministro. Nasrallah ha incentrato la campagna elettorale, con i quotidiani comizi di questi ultimi giorni, soprattutto riguardo alla lotta contro la corruzione: obiettivo trasversale gradito a tutta la popolazione libanese. L’altro punto di forza del partito sciita è quello di essere visto, anche in questo caso trasversalmente tra le diverse confessioni libanesi, come una reale risorsa difensiva nazionale capace di allontanare definitivamente dal paese la minaccia jihadista di Daesh e Al Nusra (battaglia del Qalamoun) e di tener testa anche alla possibile e sempre più concreta minaccia militare rappresentata da Israele.

Dall’altra parte il partito Mustaqbal di Saad Hariri, finanziato dai petro-dollari sauditi del principe Mohammed Bin Salman, sembra aver perso parte del suo consenso nella stessa comunità sunnita. Le pressioni saudite, pur di spingere Hariri a schierarsi e ad opporsi in qualsiasi maniera ad Hezbollah, portarono al suo arresto a Riyadh ed alle sue dimissioni da primo ministro, poi ritirate al suo rientro in Libano. Wafi Ibrahim, esperto libanese di questioni strategiche ha recentemente affermato su Al Manar che “l’Arabia Saudita, sconfitta su più fronti in Yemen, Siria e Iraq, tenta ancora di dividere il popolo libanese e di spingerlo alla guerra civile pur di contrastare l’asse della Resistenza rappresentato da Hezbollah, Siria, Iran e Russia”.

Affermazioni confermate dal quotidiano statunitense The New Yorker in un servizio di Dexter Filkins nel quale si raccontano i retroscena del rapimento di Saad Hariri, lo scorso novembre, ed i legami tra Mohammed Bin Salman e Jared Kouchner, consigliere e genero del presidente Trump. Accordi che lasciano a Tel Aviv, come sta recentemente avvenendo, la libertà di potersi muovere in maniera indisturbata in tutta l’area, bombardando la Siria o provocando una escalation contro Hezbollah in Libano, pur di colpire il nemico numero uno di quest’ultimo periodo: l’Iran.

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27/02/2018

Arabia saudita - Cambio ai vertici del governo

Nuove purghe o semplice rimpasto degli alti vertici del regno? Dubbi più che legittimi quando si parla dell’Arabia Saudita e, soprattutto, visto che le sostituzioni degli alti ufficiali e dei diversi vice-ministri annunciate ieri non sono state affatto motivate. Cambia il Capo di stato Maggiore, il Generale Abud Rahman bin Saleh al-Bunyan, rimpiazzato dal generale Fayyad bin Hamed al-Ruwayli e balza agli occhi la nomina di Tamadur bint Youssef al-Ramah come vice ministra al lavoro. Sorprendente se si pensa che è raro trovare figure femminili in posti così importanti nel regno wahhabita, noto per il suo acceso conservatorismo religioso.
 
Che i decreti reali emessi ieri nascano anche con l’obiettivo di stemperare gli animi dopo le recenti purghe “anti-corruzione” decise alcuni mesi fa dal figlio di re Salman, Mohammad, appare evidente dalle nomine dei nuovi tre vice governatori scelti tra i principi Ahmed, Talal e Muqrin (fratelli di re Salman). I tre, infatti, erano stati messi da parte da quando il sovrano era salito al trono nel 2015. Emblematico, a tal riguardo, è la premiazione a vice-governatore della provincia dell’Asir del principe Turki bin Talal, fratello del principe miliardario Al-Waleed bin Talal, tra le vittime più celebri delle recenti purghe reali (è stato rilasciato solo lo scorso mese).

Tra le novità annunciate vi è anche la possibilità per le donne di potersi unire all’esercito. A patto che rispettano le condizioni pubblicate dal sito internet del Ministero della difesa: siano nate e crescite in Arabia Saudita, abbiano tra i 25 e i 35 anni, siano alte almeno 155 centimetri, non siano sposate a cittadini di un paese straniero e il loro peso e altezza siano “proporzionati”.

“Il principe ereditario Mohammed bin Salman è la persona che sta guidando il Paese e che ha cambiato le strutture del governo” ha commentato su al-Jazeera lo studioso James Dorsey del Raja Ratnam School of International Studies di Singapore. Secondo Dorsey, nel regno è in atto un cambiamento significativo perché “si è passati da una fase in cui le decisioni erano prese per consenso a quella (attuale) di un solo uomo al governo”. “Credo – ha concluso – che vedremo altri cambiamenti sia all’interno dell’amministrazione militare che in quella civile perché [Mohammd bin Salman] sta piazzando i suoi uomini e vuole proiettare una certa immagine del regno”.

Ma soprattutto, aggiungiamo noi, mostrarsi come leader “riformatore” e “modernista”. Tentativo ben riuscito se si guarda a cosa scrive di lui la stampa mainstream e come ne parlano i leader occidentali. A sostegno delle loro tesi, vi sono le recenti concessioni “rivoluzionarie” fatte alle donne, tra cui la possibilità di guidare, andare alle partite di calcio e entrare nell’esercito. Senza dimenticare poi, a inizio anno, la rimozione del divieto sui cinema. Provvedimenti che, per quanto rappresentino timidi passi in avanti, hanno però un caro prezzo internamente e soprattutto all’estero: dalle purghe (“anti-corruzione”) di alcuni mesi fa (alcune fonti parlano anche di tortura) alla guerra in Yemen, passando al finanziamento e sostegno dei gruppi radicali in Medio Oriente (Siria soprattutto) in chiave anti-Iran. Una politica che trova sempre più aperti consensi in Israele con cui Riyadh ha sempre più buoni rapporti (sebbene non ufficiali).

Ieri, intanto, l’ufficio del premier libanese Saad Hariri ha fatto sapere di aver ricevuto l’invito dell’inviato saudita Nizar al-Aloula (in visita in Libano lunedì) a recarsi in Arabia Saudita. Una notizia che sarebbe del tutto normale, pura formalità diplomatica, se non fosse altro che alcuni mesi fa fu proprio durante una visita di Hariri (longa manus saudita nel Paese dei Cedri) a Riyadh che il premier annunciò a sorpresa le sue dimissioni. L’annuncio bomba creò tensioni tra Beirut e la monarchia, con la prima che quasi all’unisono parlò di “rapimento” e di “diktat” imposti al primo ministro dai suoi padrini sauditi. La situazione si sarebbe poi tranquillizzata qualche settimana dopo quando Hariri sarebbe tornato in Libano. Il leader di al-Mustaqbal non solo avrebbe revocato poi le sue dimissioni, ma avrebbe anche preso una posizione più conciliante con gli alleati di governo, ma rivali, rappresentati dai filo-iraniani di Hezbollah. Che l’invito di al-Aloula sia un modo per riportare il loro uomo all’ordine? 

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06/12/2017

Libano - Hariri revoca le dimissioni

Il premier libanese Saad al-Hariri ha ritirato oggi formalmente le sue dimissioni. L’annuncio è avvenuto al termine della prima riunione governativa da quando, il 4 novembre scorso, Hariri ha annunciato a Riyadh le sue dimissioni. Dopo una prolungata (e ingiustificata) permanenza in Arabia Saudita – per gran parte delle forze politiche libanesi nonché per lo stesso presidente della repubblica Aoun una vera e propria “detenzione” – il leader del partito al-Mustaqbal, grazie alla mediazione francese del presidente Macron, era ritornato nel Paese dei Cedri il 22 novembre dopo una sosta di tre giorni a Parigi. A Beirut aveva incontrato Aoun e aveva deciso di sospendere le sue dimissioni.

In una nota ufficiale letta oggi dallo stesso premier, il governo libanese ha ringraziato “il suo leader [Hariri] per aver revocato le dimissioni”. “Tutte le componenti politiche – recita ancora il comunicato – hanno deciso di dissociarsi dai conflitti, dispute, guerre o dagli affari interni dei paesi arabi fratelli in modo da preservare le relazioni politiche ed economiche del Libano”.

In un discorso televisivo pronunciato il 4 novembre scorso da Riyadh, Hariri aveva annunciato a sorpresa le sue dimissioni accusando il partner (e rivale) di governo Hezbollah e l’Iran di diffondere il caos nella regione. Il premier, inoltre, aveva anche denunciato un piano per ucciderlo. Il leader di Hezbollah (alleato di Teheran) aveva prontamente puntato il dito contro l’Arabia Saudita: secondo Nasrallah la monarchia wahhabita aveva imposto ad Hariri di dimettersi per alimentare le tensioni in Libano (accuse sempre negate sia dal premier che dai Saud).

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27/11/2017

George Corm: “In Libano Israele e i Saud mirano alla guerra civile”

I recenti avvenimenti legati alle dimissioni di Saad Hariri ed alla crisi diplomatica tra Libano e Arabia Saudita, rischiano di provocare nuove destabilizzazioni in tutta la regione, già provata dai conflitti in Siria e Yemen. Abbiamo intervistato il celebre storico ed ex ministro delle Finanze, il libanese Georges Corm, autore di libri come “Il Libano Contemporaneo” o il recente “La nouvelle Question d’Orient”

Come giudica la recente crisi diplomatica tra il Libano e l’Arabia Saudita?

Non la considero una crisi, ma una vera e propria aggressione del principe ereditario saudita (Mohammed Bin Salman, ndr) contro il Libano per il fatto di avere rapito e sequestrato, durante queste due settimane, il primo ministro in carica Saad Hariri e per avergli imposto di dimettersi da primo ministro, lontano dal suo paese, con delle dimissioni scritte non di suo pugno. Un qualcosa di mai visto prima!

Dopo circa un anno, l’elezione del presidente della repubblica aveva permesso al Libano di uscire da un lungo periodo di instabilità istituzionale. Come spiega le dimissioni di Hariri?

Pur essendo stato rilasciato dal principe ereditario, dopo le pressioni europee (francesi e tedesche, ndr), del presidente della Repubblica libanese Aoun e del ministro degli esteri Bassil, Hariri continua ad essere una pedina nelle mani dei sauditi visto che alcuni membri della sua famiglia sono ancora in Arabia e continua ad essere sotto il loro controllo per diverse ragioni, soprattutto economiche e finanziarie.

Si può collegare quello che sta avvenendo alla conclusione del conflitto in Siria?

No, non credo, penso che sia piuttosto la situazione in Yemen ad essere la causa scatenante dell’aggressione. L’Arabia Saudita sta fallendo in tutti i suoi progetti: che siano in Siria o in Yemen. Il regno adesso è governato dal giovane principe ereditario che si è arrogato tutti i poteri nel paese con un colpo di stato, con l’arresto di numerosi principi della famiglia reale e di importanti uomini d’affari, derubati delle loro fortune economiche.

Quali sono state le prime reazioni delle differenti forze politiche che componevano il governo Hariri? In particolare per il movimento “14 Marzo” e il partito Mustaqbal?

A parte qualche isolata voce dissidente all’interno del partito di Hariri e le Forze Libanesi (di Samir Geagea, ndr), che sono pro-saudite e pro-americane, c’è stato una formidabile risposta di unità nazionale alla crisi. Lo stesso Hezbollah in queste settimane ha mantenuto un profilo di dialogo e mediazione ed è considerato dalla maggior parte dei libanesi come una reale risorsa di difesa (da Israele e gruppi jihadisti, ndr) per il paese, come è avvenuto in questi anni.

Quale sarà il futuro politico del Libano, della presidenza Aoun e del governo di unità nazionale?

È molto difficile rispondere a questa domanda. Il Libano sta fronteggiando in questo momento una tripla pressione saudita, americana e israeliana. Stessa situazione a quella del 2006, quando gli USA hanno avallato e sostenuto l’aggressione israeliana di 33 giorni contro la Resistenza Libanese (Hezbollah), che aveva liberato, nel 2000, il Libano meridionale occupato da Israele dal 1978. Nel 2006 Hezbollah ha resistito a questa nuova aggressione ed è riuscito ad infliggere delle perdite considerevoli all’esercito israeliano. Nonostante la volontà di rivincita da parte di Tel Aviv, il governo Netanyahu ha dichiarato che non farà una guerra “su commissione” per l’Arabia Saudita.

Come scritto nel suo libro «La nuova questione d’Oriente» cosa intende dire che l’attuale questione mediorientale è una “questione occidentale”?

Sì, diciamo che il problema principale dipende dall’intervento delle potenze occidentali negli affari della regione del Vicino e del Medio Oriente, zona considerata strategica e fondamentale nella geopolitica mondiale. Il problema attuale di oggi deriva dal fatto che numerosi paesi arabi hanno accantonato la loro indipendenza a causa del sostegno economico dei paesi del Golfo o degli Stati Uniti. La Lega Araba, da cui la Siria è stata esclusa nel 2012, segue ciecamente la politica dei sauditi, degli USA e della NATO. Gli unici paesi, Iraq e Algeria, contrari a decisioni che spesso vanno contro gli interessi dei paesi arabi vengono messi ai margini della Lega.

C’è il rischio concreto di un nuovo conflitto tra il Libano e l’asse Israele-Arabia Saudita?

Penso che la Resistenza libanese sia riuscita ad ottenere un “equilibrio del terrore” con Israele dopo il 2006. Tel Aviv sa che attaccare il Libano ed Hezbollah forse è rischioso. Attualmente gli sforzi sauditi, israeliani e americani spingono, oggi come nel 2006, sul fatto di sperare, piuttosto, di provocare una guerra civile tra libanesi. Penso, però, che coloro che mirano e pianificano una destabilizzazione del Libano si sbaglino, come è già avvenuto in passato.

Perché il conflitto tra il Libano, Hezbollah in particolare, e l’Arabia Saudita non è solamente un conflitto tra sunniti e sciiti?

Come mi succede di spiegare spesso, solo degli ingenui potrebbero pensare ad uno scontro interconfessionale e religioso. Tutti i conflitti nella storia sono frutto di ambizioni politiche ed economiche da parte di governanti e politici che ricorrono alla religione solo per giustificare le guerre che conducono. Lo stesso avviene nel conflitto per l’egemonia in Medio Oriente tra Iran ed Arabia Saudita

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24/11/2017

Libano - Dietrofront di Hariri

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«Ho discusso delle mie dimissioni con il presidente della repubblica Michel Aoun che mi ha chiesto di attendere prima di presentarle e consentire ulteriori consultazioni». E ancora: «Starò con voi, continueremo insieme ad essere in prima linea nella difesa del Libano e della sua stabilità».

Con queste frasi, pronunciate davanti ai suoi sostenitori, Saad Hariri, rientrato qualche ora prima a Beirut, si è rimangiato l’intenzione di farsi da parte proclamata lo scorso 4 novembre a Riyadh e ribadita più volte assieme a una valanga di accuse al movimento sciita libanese Hezbollah e all’Iran. Hariri ha gettato il Libano in una grave crisi, ora vuole contenerla.

Abbiamo assistito ad un altro atto di quella follia che spesso si attribuisce ai protagonisti della politica in Medio Oriente? «Nessuna follia – spiega al manifesto l’analista libanese Ali Hashem – Hariri, lo pensano tanti, a Riyadh non era libero, era tenuto sotto pressione dei sauditi. Oggi (ieri) è apparso rilassato, visibilmente felice di essere di nuovo in Libano e consapevole di aver provocato una crisi grave. I suoi appelli alla stabilità del Paese non sono simbolici».

I regnanti sauditi in pieno sommovimento interno, culminato con le purghe “anti-corruzione” avviate il 5 novembre, hanno scatenato un putiferio nella regione sotto la spinta dell’irruento principe ereditario Mohammed bin Salman. Ora cominciano a rendersi conto di non avere le spalle coperte per continuare l’escalation contro l’Iran, almeno non a questo livello. «Non possono che fare marcia indietro, parziale e non totale, ma faranno retromarcia dice l’analista – I Saud pensavano di avere l’appoggio pieno di Francia, Usa e vari Paesi arabi contro Teheran. Ora hanno capito che lo scontro fino al conflitto vero e proprio con l’Iran, almeno in questo momento, non è nell’interesse di nessuno».

D’altronde lo stesso Israele, che pure si sta organizzando per una nuova guerra con Hezbollah, ha fatto capire agli alleati (non dichiarati) sauditi che non si farà tirare per la giacca. In definitiva non è da escludere che proprio la monarchia saudita abbia detto ad Hariri di sospendere le dimissioni, in attesa di sviluppi.

Si sussurra che il passo indietro saudita potrebbe includere persino le dimissioni del ministro degli affari del Golfo Tamer al Sabhan, stretto collaboratore di Mohammed bin Salman ed esponente dell’ala dura del regime.

Cosa farà Hezbollah è un altro interrogativo. Le accuse pronunciate da Hariri contro Hezbollah e Iran durante le due settimane trascorse a Riyadh, probabilmente in stato di detenzione mascherata, non possono non aver lasciato il segno.

«Le parole di Hariri non saranno dimenticate facilmente – puntualizza Ali Hashem – ma (il leader di Hezbollah) Hassan Nasrallah l’altro giorno ha insistito sulla stabilità del Libano e ha anche lasciato intravedere un ritiro parziale dei combattenti del suo movimento dalla Siria ora che è vinta la guerra contro l’Isis, allo scopo di smussare le accuse di Hariri che, almeno a parole, invoca la neutralità del Libano». A Hezbollah più che la resa dei conti con il premier interessa il consolidamento della Siria sotto il presidente Bashar Assad e del quadro regionale post-Isis delineato ieri al vertice di Sochi con Russia, Iran e Turchia.

Vladimir Putin, in accordo con le controparti Hassan Rohani e Recep Tayyp Erdogan e forte delle intese raggiunte con i rivali americani, intende costruire il futuro della Siria attraverso un “Congresso nazionale di dialogo” che dovrebbe includere tutti i gruppi della popolazione del Paese.

«Daremo un nuovo impulso alla soluzione politica sulla base della risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – ha spiegato – Vorrei ricordare che il documento prevede che il dialogo intra-siriano comprenda tutti i gruppi etnici, religiosi e politici della popolazione che determinerà il proprio futuro da sé e coordinerà i principi della struttura statale». Saranno coinvolti anche i curdi esclusi dagli incontri ad Astana per il veto posto da Erdogan? Non è chiaro ma appare difficile.

I tre leader hanno commentato il successo avuto dalle “zone di de-escalation” avvertendo però che non diventeranno uno strumento per minare l’integrità territoriale della Siria. Assad che ha incontrato Putin prima del vertice a Sochi, ha approvato il “Congresso nazionale di dialogo” che dovrebbe partorire una nuova costituzione e diventare una base per tenere elezioni nel Paese.

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18/11/2017

Libano - Hariri atterra a Parigi, mercoledì sarà a Beirut

di Roberto Prinzi

Il premier dimissionario libanese Saad Hariri è atterrato stamattina alle 7 a Parigi dove incontrerà a pranzo il presidente Emmanuel Macron. “La mia permanenza in Arabia Saudita è solo per discutere del Libano e delle sue relazioni con il mondo arabo”, aveva ieri detto Hariri smentendo ancora una volta di essere stato detenuto a Riyadh come molti libanesi ritengono. “Dire che sono stato trattenuto in Arabia Saudita e che non mi è stato concesso di lasciare il Paese è una bugia” aveva poi ribadito su Twitter.

Tra i sostenitori della tesi della “detenzione” c’è anche il presidente libanese Aoun che ha accolto con favore il viaggio parigino del premier definendolo un “inizio alla soluzione [della crisi]”. “Se il signor Hariri parla dalla Francia, credo che lo farà liberamente” ha poi aggiunto non senza una vena polemica con Riyadh. Il presidente ha però ribadito che “le sue dimissioni dovranno essere presentate in Libano e dovrà restare qui finché non verrà formato un nuovo governo”.

Secondo una fonte vicina al premier, prima di partire alla volta di Parigi il leader libanese avrebbe avuto un incontro “eccellente, fruttuoso e costruttivo” con il principe ereditario Mohammed bin Salman, colui che, secondo molti analisti, ha costretto Hariri a dimettersi lo scorso 4 novembre. Un’accusa che il premier ha sempre negato: la sua scelta, ha più volte ripetuto, è stata dettata dai timori per la sua incolumità. La colpa, a suo giudizio, è dell’Iran e dei suoi alleati libanesi di Hezbollah che vogliono “destabilizzare il Paese”.

La scelta di Parigi come sua tappa post-Riyadh non sorprende: da quando ha annunciato le sue dimissioni, la Francia di Macron sta giocando un importante ruolo di mediazione nel risolvere la crisi. Il presidente transalpino è sceso direttamente in campo una decina di giorni fa quando, in visita agli Emirati Arabi Uniti, ha deciso di recarsi brevemente anche in Arabia Saudita. Giovedì, poi, nel tentativo di disinnescare le tensioni, il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian è atterrato a Riyad dove ha incontrato Hariri.

Non è chiaro cosa farà Hariri dopo Parigi. Macron ha dichiarato in questi giorni che dopo il soggiorno francese, il premier dovrebbe tornare in Libano o per dimettersi ufficialmente o per tornare indietro sulla sua decisione. Secondo Okab Saqr, un parlamentare di al-Mustaqbal (il partito di Hariri), dopo la sua visita parigina il leader libanese farà “un piccolo tour arabo” per poi ritornare a Beirut. Ma al momento non arrivano conferme ufficiali.

L’arrivo del premier a Parigi giunge nelle ore in cui si fa teso il clima tra Berlino e Riyadh. La monarchia, infatti, ha deciso ieri di richiamare il suo ambasciatore in Germania in segno di protesta contro le dichiarazioni del ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel secondo cui Hariri avrebbe eseguito gli ordini sauditi. Giovedì il ministro tedesco si era detto preoccupato per le minacce all’instabilità e al bagno di sangue nel Paese dei Cedri e aveva ammonito contro qualunque “avventurismo”. Qualche giorno prima, invece, aveva detto in modo più chiaro che il “Libano si è guadagnato il diritto di decidere del suo destino da solo e non di diventare il flipper della Siria o dell’Arabia Saudita o di altri interessi nazionali”.

Stando al Daily Mail, intanto, l’82enne sovrano saudita Salman intenderebbe abdicare la prossima settimana a favore del figlio Mohammed decidendo di mantenere solo il titolo di “Custode dei luoghi sacri, La Mecca e la Medina”. Se la notizia fosse confermata, il principe ereditario – artefice nei giorni scorsi di una epurazione senza precedenti di principi, ministri, dignitari e uomini d’affari suoi oppositori fatti passare per “corrotti” – completerebbe così la sua ascesa al potere concentrando la sua attenzione ancora di più sul “nemico sciita”: l’Iran e il movimento libanese Hezbollah.

AGGIORNAMENTO. ore 12:00 Presidenza libanese: “Hariri tornerà in Libano mercoledì”

Hariri ritornerà in Libano mercoledì in occasione del Giorno dell’indipendenza. Secondo quanto riferisce l’ufficio della presidenza libanese, il premier dimissionario ha chiamato il presidente Michel Aoun dopo essere atterrato stamane in Francia. “Hariri – si legge in una nota della presidenza – ha detto che prenderà parte alle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza, specialmente alla parata militare che segna l’occasione”.

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14/11/2017

Libano - Le incoerenze di Hariri

di Chiara Cruciati

Il “mistero Hariri” si infittisce. Il discorso che ieri il premier/ex premier libanese ha rilasciato a Future Tv, l’emittente del suo partito Mustaqbal, aumenta le nubi intorno alle dimissioni annunciate dieci giorni fa da Riyadh.

“Qui nel regno dell’Arabia Saudita sono libero. Ho libertà completa ma voglio proteggere la mia famiglia. Posso tornare domani se voglio – ha detto in merito alle voci che lo danno per prigioniero in Arabia Saudita – Tornerò in Libano presto, non parlo di mesi ma di giorni, e porterò avanti i passi costituzionali necessari per formalizzare le mie dimissioni”. Un passo che giustifica con l’intenzione di “mandare uno choc positivo” al Paese dei Cedri che, ribadisce usando la narrativa saudita, è ostaggio dell’asse sciita Iran-Hezbollah.

Un passo, però, che potrebbe essere ritirato: “Una marcia indietro rispetto alle dimissioni è possibile nel caso in cui le forze politiche rispetteranno una politica di auto-esclusione dai conflitti regionali, evitando di coinvolgere il paese nelle guerre vicine”.

Ovvio il riferimento a Hezbollah, nonostante gli undici mesi di governo comune e di convivenza e divisione dei poteri non solo con il movimento sciita ma anche con il presidente Michel Aoun, legato al gruppo di Nasrallah. Proprio Aoun ha reagito di nuovo ieri alle parole di Hariri, insistendo sullo status di “prigioniero” del primo ministro: Hariri, ha detto, vive in “circostanze misteriose” in Arabia Saudita con Riyadh che ne limita le libertà e impone “condizioni sulla sua residenza e sui contatti con i membri della sua famiglia. Il presidente libanese è poi tornato a chiedere ai sauditi di chiarire la posizione di Hariri, che preoccupa tutto il popolo libanese, per lo più convinto che lo status del loro premier non sia affatto cristallina come lui prova a far passare.

Una parziale conferma arriva da una fonte vicina allo stesso Hariri che, parlando con la Reuters, ha affermato che il premier si è dimesso contro la sua volontà, costretto dai Saud. Aggiungono altre fonti, il piano saudita potrebbe essere quello di sostituire Saad con il fratello maggiore, Bahaa.

Ieri, intanto, la Lega Araba ha deciso di tenere un meeting d’urgenza dei ministri degli Esteri, la prossima domenica, per discutere “gli strumenti per confrontare l’interferenza iraniana nei paesi arabi”. La visione saudita, dunque, si fa strada. Palesemente rivolta a generare il caos in una regione già martoriata da conflitti bellici e scontri ben poco latenti, la politica di Riyadh prova a rivoluzionare l’attuale “equilibrio” provocando terremoti politici tra i paesi e all’interno dei paesi stessi.

Il Libano rischia molto, perchè storicamente instabile e vittima delle influenze delle potenze regionali, e la decisione di Hariri – che sia stata imposta o meno – ha un potenziale distruttivo pericoloso: l’attuale governo è stato frutto di una lunghissima negoziazione, giunta dopo due anni di discussioni tra le varie forze politiche e che ha condotto ad un esecutivo di unità nazionale, sostenuto anche da Hezbollah.

Con grande difficoltà, Beirut è riuscita a farsi solo lambire dalle guerre regionali che stanno distruggendo i paesi vicini: ha accolto milioni di profughi siriani, che vivono oggi in condizioni di estrema difficoltà nei campi e nelle città libanesi, ha visto crescere il ruolo militare di Hezbollah in Siria, ha subito attacchi da parte dell’Isis e dei qaedisti di al-Nusra al confine con la Siria, ma ha evitato che le tensioni dei vicini si trasferissero nel paese e si traducessero in un conflitto interno devastante.

Ora l’Arabia Saudita, tramite Hariri, prova a mettere all’angolo Hezbollah, costringendolo ad un passo indietro o ad una rottura definitiva. Una scelta che ricadrebbe sulle spalle dell’Iran, al momento la potenza più forte sul piano militare e su quello politico nella regione, con buona pace di Riyadh che raccoglie i cocci del suo bellicismo in Yemen, Siria, ma anche in Qatar, destabilizzando il Medio Oriente.

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