Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/06/2023
Assad: la Siria non interferirà nell’elezione del presidente libanese
Questa è la prima visita dal 2009 di Aoun in Siria, paese che ha combattuto durante la guerra civile libanese (1975-1990) ma al quale si è avvicinato al suo rientro in Libano nel 2008 dall’esilio francese.
La visita è avvenuta mentre proseguono le manovre a Beirut per l’elezione del capo dello Stato, che secondo la costituzione libanese, deve essere un cristiano. Aoun è contro la candidatura del leader della corrente filo-siriana Marada, Sleiman Frangieh, sostenuta dai movimenti sciiti Hezbollah e Amal, entrambi alleati di Damasco. E suo genero e attuale leader della Corrente dei liberi patrioti, Gebran Bassil, andando contro le posizioni di Hezbollah e Amal, che formalmente sono suoi alleati, appoggia la candidatura dell’ex ministro delle Finanze e attuale direttore del Fondo monetario internazionale per il Medio Oriente, Jihad Azour.
Indiscrezioni di stampa dicono che Aoun avrebbe chiesto ad Assad di persuadere i movimenti sciiti libanesi a rinunciare alla candidatura di Sleiman Frangieh, non condivisa dalla maggioranza dei cristiani libanesi.
Il 14 giugno è prevista una nuova seduta del Parlamento per l’elezione del presidente. Durante le precedenti undici sessioni, i deputati non hanno trovato un accordo per nominare il successore di Aoun, il cui mandato è scaduto il 31 ottobre 2022.
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01/11/2022
Accordo tra Libano e Israele sui confini marittimi ma è scontro sulla normalizzazione
Si è conclusa la storica disputa sui confini marittimi fra Israele e Libano che a giugno stava per condurre ad un’escalation fra Hezbollah e lo stato sionista, con tanto di droni di avvertimento inviati dal movimento sciita sulle aree contese.
Le trattative sono state portate avanti grazie alla mediazione di USA e Turchia e si sono concluse con una sostanziale spartizione delle porzioni di territorio marittimo in cui sono presenti giacimenti di gas offshore, con i giacimenti Karish che vanno ad Israele e quelli adiacenti Qana al Libano.
Ovviamente, come sempre accade in questi casi, da entrambe le parti si rivendica una vittoria.
Il Premier israeliano Lapid, più che l’accordo in sé, sul quale viene attaccato dalle opposizioni in quanto si tratterebbe di un cedimento alle minacce di Hezbollah, rivendica che esso va visto come un successo diplomatico in quanto rappresenterebbe un riconoscimento informale da parte del Libano nei confronti di Israele, nel solco di quanto sta avvenendo nel mondo arabo dagli accordi con gli Emirati Arabi Uniti in poi: “Non tutti i giorni capita che uno stato nemico riconosca lo stato d’Israele, in un accordo scritto, di fronte all’intera comunità internazionale”, ha affermato.
In effetti, sembra questo il punto politico principale dell’accordo, intorno al quale gli USA e la Turchia si sono impegnate per spingere Israele ad accettare un compromesso: far sì che esso diventi un primo passo verso la normalizzazione dei rapporti fra i due paesi.
Dal punto di vista dello sfruttamento pratico dei giacimenti, d’altronde, il Libano non pare assolutamente avere le carte in regole per poterli sfruttare in breve tempo in maniera tale da trarne beneficio per alleviare le sofferenze del proprio popolo ed incidere positivamente nella crisi economica. Quali soggetti statuali e quali compagnie aiuteranno il paese nelle perforazioni e nell’estrazione di gas sarà un’altra partita rilevante che si giocherà inseguito.
Tornando all’aspetto politico di più immediate ripercussioni, in Libano non mancano di certo parti dell’esercito, della magistratura e delle forze politiche che in passato hanno collaborato apertamente con Israele fino alla sua cacciata dal sud del paese nel 2000 e, da allora, continuano a farlo di nascosto; tuttavia, dallo stato centrale non è mai venuto alcun riconoscimento ufficiale di legittimità dell’esistenza dello stato d’Israele.
Attualmente, è forte l’idea che, oltre agli apparati appena menzionati e all’estrema destra cristiana, detentrice della maggioranza relativa nel parlamento appena eletto, anche le tecnocrazie ai vertici dell’esecutivo uscente spingano esattamente nella direzione di sfruttare l’accordo sui confini marittimi come chiave per cominciare trattative di normalizzazione.
Non è, ovviamente, d’accordo Hezbollah. Il Segretario Generale Nasrallah ha affermato che l’accordo “costituisce una vittoria storica per il Libano, il suo popolo e la sua resistenza”, in quanto, a suo dire, sono state accolte il 95% delle richieste del Libano. Egli ha inoltre annunciato la fine della mobilitazione militare speciale messa in atto dal movimento sciita in preparazione di un eventuale conflitto ed ha rimarcato che, durante le trattative, “nel corso di alcune notti siamo stati veramente sull’orlo della guerra”.
Sul significato politico dell’accordo, Nasrallah ha puntualizzato: ”In tutto quanto accaduto, il Libano non ha dato nessuna garanzia di sicurezza. Il nemico ha riconosciuto i rapporti di forza”. Lapid “vuole esagerare la portata dell’accordo dicendo che si tratta di un riconoscimento di Israele. Ma l’accordo è un fatto tecnico, non politico”. Poi, rivolgendosi ancora a Israele, ha rivolto le consuete minacce: “Vi sbagliate se pensate che la Resistenza, in Libano è stata dissuasa dall’attaccare. La Resistenza si sta comportando in maniera saggia e ferma. Ma quando sarà necessario entrare in guerra, la Resistenza lo farà”.
Il Presidente della Repubblica uscente, Michael Aoun, ha fatto eco alle parole di Nasrallah, sottolineando che il ruolo di Hezbollah nella vicenda, comprese le minacce militari tramite droni poste in atto, è stato un elemento di deterrenza fondamentale. Al contrario, il Primo Ministro uscente Mikati aveva criticato aspramente il movimento sciita in quanto, con le sue azioni militari, si poneva fuori dal quadro delle trattative imbastite dal governo.
Le contraddizioni, nel campo libanese, rimangono apertissime e si stanno inasprendo in questi giorni, in cui si è giunti alla solita situazione di stallo nella formazione del nuovo esecutivo e nell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Tuttavia, dal punto di vista formale, Hezbollah ed Aoun hanno fatto segnare un punto a proprio favore nel protocollo di firma dell’accordo marittimo: non vi è stato, infatti, alcun incontro diretto fra le due delegazioni ed i documenti sono stati firmati in luoghi separati e su fogli separati.
Ciò avvalora la tesi per cui effettivamente, trattative ufficiali di normalizzazione dei rapporti fra gli stati non sono cominciate.
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17/07/2021
Libano - Hariri lascia, il Paese resta senza governo
Il premier designato libanese Hariri ieri ha gettato la spugna dopo non essere riuscito a formare il governo. La decisione è stata presa dopo un breve incontro con il capo dello stato Aoun. “Mi ritiro dal formare il governo – ha detto ai giornalisti – Aoun mi ha chiesto delle modifiche che considera essenziali e ha detto che non saremo stati in grado di raggiungere un’intesa. Dio possa salvare questo Paese”. Dura è stata la replica di Aoun. In una nota, il presidente ha fatto sapere che “Hariri ha respinto qualunque modifica relativa ai ministeri, alla loro distribuzione settaria e ai nomi associati con questi”. Intervistato dalla rete al-Jadeed, Hariri ha poi spiegato che aveva selezionato i candidati del suo governo per la loro competenza e la loro capacità di riformare l’economia, ma Aoun non ha voluto”. “Il principale problema di questo Paese è Michel Aoun che è alleato con [il partito sciita] Hezbollah che a sua volta lo protegge”, ha poi chiosato polemicamente.
Affermazioni che dimostrano quanto il Libano sia profondamente polarizzato dal punto di vista politico. Ieri i sostenitori di Hariri e del suo partito (il Movimento Futuro) sono scesi in piazza in diversi punti a Beirut bloccando strade e bruciando pneumatici. Alcuni di loro si sono scontrati anche con la polizia. Bloccate alcune strade anche a Tripoli (al nord) e Tiro (sud). Una rabbia comprensibile se si pensa che dopo le dimissioni annunciate ieri da Hariri, la lira libanese ha segnato un nuovo triste record nei confronti del dollaro americano raggiungendo quota 21.000. La moneta locale ha perso il 90% del suo valore e ciò ha fatto praticamente evaporare i risparmi di migliaia di famiglie. La situazione nel Paese è economicamente e socialmente devastante se si pensa che metà della popolazione è nella fascia della povertà e il costo dei prodotti alimentari è schizzato alle stelle. L’inflazione è fuori controllo. La dollarizzazione dell’economia libanese favorisce la speculazione di chi ha accesso ora al dollaro aumentando le distanze sociali all’interno della popolazione.
Di fronte alla gravissima crisi economica, il mondo politico locale è del tutto incapace di trovare una soluzione. Dopo la terribile esplosione al porto di Beirut avvenuto lo scorso 4 agosto (più di 200 morti, 7mila feriti e migliaia di sfollati), il premier Diab si era dimesso e la leadership era passata al diplomatico Adib il cui tentativo di sistemare la situazione è durato appena 2 mesi. Il 22 ottobre scorso, infatti, veniva affidato ad Hariri il compito di formare un governo (sarebbe stato il suo quarto) il quale, a patto (o meglio dire minaccia) di riforme, avrebbe ricevuto i 253 milioni di euro raccolti dopo la tragedia del porto grazie ad una iniziativa internazionale guidata dalla Francia. Con lo stallo politico, quei fondi sono al momento una chimera.
La situazione, quindi, si fa sempre più esplosiva vista la devastante crisi economica e la rabbia di una popolazione ridotta in povertà che da anni non crede più nell’intera classe dirigente vista come corrotta e interessata soltanto a conservare i suoi privilegi. Gli scontri tra polizia e i familiari delle vittime dell’esplosione al porto alcuni giorni fa fuori al ministero dell’Interno raccontano più di tante parole lo stato del Paese: a quasi un anno di distanza da quella immane distruzione restano troppi punti da chiarire rispetto a quanto accaduto. Con la crisi economica galoppante e l’impasse politica, il primo anniversario della tragedia il prossimo 4 agosto sarà incandescente.
09/08/2020
Libano - A Beirut esplode la rabbia contro tutto e contro tutti
Oltre alla sede del ministero degli Esteri sono stati presi d’assalto anche i ministeri dell’Economia, del Commercio, dell’Energia e dell’Ambiente così come la sede dell’associazione delle banche. I manifestanti non sono riusciti però a raggiungere il Parlamento protetto da un cordone di sicurezza di polizia ed esercito.
Nell’incursione i manifestanti hanno dato alle fiamme e calpestato le fotografie del presidente libanese Michel Aoun. Dall’interno del ministero degli Esteri occupato, i manifestanti avevano chiesto che venissero processati i responsabili dell’esplosione di martedì e le dimissioni dell’attuale leadership politica. L’appello a scendere in piazza ieri era stato lanciato anche dal Partito Comunista Libanese (vedi in altra parte del giornale il loro documento).
Durante la protesta alcuni hanno ‘impiccato’ a piazza dei Martiri una sagoma di cartone di Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita Hezbollah. I militanti di questa organizzazione hanno cercato di impedirlo ma sono stati fermati da un cordone di militari e poliziotti che hanno evitato così scontri tra i manifestanti.
Va detto, e non è certo un dettaglio, che queste manifestazioni hanno ricevuto l’immediato sostegno dell’ambasciata Usa a Beirut. “Sosteniamo il diritto alla protesta pacifica” ha twittato l’ambasciata statunitense a Beirut, secondo il quale “il popolo libanese ha sofferto fin troppo e merita leader che lo ascolti e risponda alle richieste popolari di trasparenza e individuazione delle responsabilità. Sosteniamo il suo diritto alla protesta pacifica ed esortiamo tutte le persone coinvolte ad evitare violenze”.
Una frase di circostanza che, a fronte di 728 feriti e un poliziotto ucciso, appare piuttosto ipocrita.
Indubbiamente a Beirut la situazione sociale e politica è ormai al punto di rottura. Da troppo tempo si sono andate accumulando tensioni economiche e sociali (dalla irrisolta crisi economica alla rivolta dei rifiuti di due anni fa, poi sono arrivate le conseguenze e le restrizioni dell’emergenza Covid) e soprattutto le tensioni politiche di sempre, ossia le contraddizioni di quello che molti considerano uno “Stato finto” creato dal colonialismo francese e che oggi è considerato uno “Stato fallito” proprio perché non è riuscito a diventare uno Stato a causa delle tensioni e delle rigidità confessionali/istituzionali che ne paralizzano ogni possibilità di riscatto.
Se a questo aggiungiamo le pluridecennali ingerenze e attacchi israeliani, l’onda d’urto dei profughi palestinesi prima e di quelli siriani poi, il coacervo e la compresenza di contraddizioni di ogni tipo, il cortocircuito e l’esplosione libanese appaiono inesorabili.
L’esplosione al porto è stata il detonatore a una deflagrazione che covava ormai da tempo.
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24/03/2019
Libano - Gli USA premono per il disarmo di Hezbollah
Aumentare la pressione su Hezbollah. Questo l’obiettivo della visita di ieri del Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in Libano. Pompeo ha incontrato il presidente Michel Aoun, il presidente del parlamento Nabih Berri, il ministro degli esteri Gibran Bassil – tutti e tre alleati politici di Hezbollah – e il premier Saad Hariri.
Secondo la stampa araba, il principale argomento è stato “il disarmo di Hezbollah”. Il quotidiano kuwaitiano Al Jarida ha citato alcuni suoi contatti diplomatici a Beirut, indicando che è diventata prioritaria la via del disarmo del partito sciita come ulteriore passo per “contrastare l’influenza iraniana nella regione”. “I libanesi non potranno smarcarsi ancora a lungo da questa scelta – ha affermato al Jarida – perché questo è un atto politico per far diventare Hezbollah un semplice partito politico, come gli altri partiti libanesi”.
Anche il giornale Asharq al Awsat ha scritto che Mike Pompeo ha discusso con le istituzioni e i partiti libanesi invitandoli a quel principio di neutralità affinché solo l’esercito diventi “l’unico garante della sicurezza in Libano” e il governo si liberi definitivamente della minaccia “rappresentata dall’Iran e da Hezbollah”.
Avvertimenti nei confronti del partito sciita, che detiene una maggioranza nell’attuale governo, che si aggiungono alla campagna portata avanti dall’amministrazione americana a sostegno di Israele.
Pronta la risposta da parte del presidente Aoun, in procinto di partire per Mosca. “Hezbollah è parte integrante del sistema di difesa libanese – ha dichiarato il presidente maronita – e ha dimostrato la sua lealtà nei confronti del nostro paese sia nella lotta contro Israele (quando nel 2000 l’esercito di Tel Aviv fu costretto ad abbandonare il Libano o nell’invasione del 2006, ndr) sia nella lotta contro i gruppi jihadisti di Al Nusra e Daesh in questi anni”.
Riguardo a Trump che si è dichiarato “favorevole alla sovranità israeliana del Golan”, rimangono ferme le proteste anche da parte libanese. In un comunicato ufficiale, il partito sciita ha ricordato che la scelta di Trump “non fa altro che aumentare la tensione in tutta la regione”. “Lo stesso principio di annessione univoca, al di fuori di tutte le leggi e risoluzioni internazionali (come avvenuto per Gerusalemme capitale dello Stato di Israele), per le alture del Golan – continua il comunicato – rischia di destabilizzare tutta la regione”.
Riguardo all’argomento dei territori occupati, Hezbollah ha ricordato che oltre ai Territori Occupati della Palestina, alle Alture del Golan in Siria esiste ancora una parte di territorio libanese da liberare dall’occupazione israeliana: le fattorie di Shebaa.
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27/09/2018
Libano - Aoun: "Hezbollah rappresenta la resistenza a Israele"
“Una parte dell’opinione pubblica straniera indica Hezbollah come il principale problema del nostro paese, al contrario il movimento sciita rappresenta la Resistenza contro la minaccia israeliana come è avvenuto nel 2000 e nel 2006”. Intervistato sul quotidiano francese Le Figaro, il presidente della repubblica libanese, il cristiano-maronita Michel Aoun, è stato chiaro riguardo alle continue accuse da parte dei media stranieri sul fatto che il paese dei cedri sia ostaggio di Hezbollah.
Aoun ha continuato a precisare che, visto anche l’ottimo clima di collaborazione con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, esiste un preciso accordo con le milizie sciite che sono, insieme all’esercito, “parte integrante dell’apparato difensivo nazionale, sotto il comando del presidente che ne è il capo.”
Riguardo alle polemiche interne sull’intervento sciita in Siria, il presidente libanese ha ribadito che quell’azione, condotta con l’obiettivo di combattere Daesh e Al Nusra, ha permesso allo stesso paese dei cedri di salvarsi dalla minaccia jihadista e dal rischio di disintegrarsi in cantoni o regioni comunitarie e confessionali.
“Il nostro problema” – ha ribadito Aoun – “sono piuttosto le ingerenze straniere nella nostra politica o le continue provocazioni israeliane all’interno dei confini nazionali”.
Un preciso riferimento all’episodio di lunedì scorso quando, per la prima volta, due F-16 israeliani sono stati intercettati da due caccia russi e sono stati costretti a tornare nello spazio aereo di Tel Aviv, visto che, dopo l’abbattimento del velivolo russo II 20, Mosca ha interdetto l’utilizzo dello spazio aereo libanese e siriano ufficialmente “per esercitazioni militari”.
Aoun ha poi affrontato il tema dello stallo politico interno. Dopo 4 mesi, infatti, il primo ministro Saad Hariri non è ancora riuscito a formare un governo per la guida del paese, dopo la vittoria della coalizione dell’“8 Marzo” (Hezbollah e Amal per gli sciiti, Corrente Patriottica Libanese di Aoun per i maroniti, Partito Comunista Libanese e altri partiti minoritari) su quella del “14 Marzo” (Mustaqbal di Hariri per i sunniti, PSP druso di Jumblatt e le Forze Libanesi di Geagea per i maroniti).
“La nostra coalizione possiede la maggioranza in parlamento con 79 seggi su 128 e sta tentando una mediazione per formare un governo d’unità nazionale ed uscire da questa empasse”, – ha dichiarato il presidente libanese – anche se dietro i veti delle FL e del PSP, per ottenere dei ministeri di peso, ci sono gli USA ed i loro alleati sauditi che puntano a destabilizzare il paese da un punto di vista politico ed economico, dopo aver fallito con l’arma del terrorismo jihadista”.
L’ultimo “regalo” da parte dell’amministrazione Trump è stata la sospensione dei finanziamenti per l’Unrwa con l’obiettivo di obbligare i paesi della diaspora ad assorbire gli oltre 500mila palestinesi presenti nei campi profughi del paese e di cancellare definitivamente il loro “diritto al ritorno”.
Situazione di difficoltà confermata dallo stesso segretario generale di Hezbollah secondo il quale “è ancora lontana una soluzione per la formazione di un governo, a causa soprattutto delle ingerenze di sauditi e americani”. Riguardo agli attacchi di Tel Aviv contro “presunti” obiettivi di Hezbollah in Siria o agli sconfinamenti in territorio libanese Nasrallah è stato perentorio “ la Resistenza è pronta a qualsiasi eventualità ed è più forte dell’esercito israeliano grazie ai propri armamenti ed all’esperienza in Siria”.
Dichiarazioni che hanno scatenato discussioni sulla stampa israeliana. Secondo Yossi Melman, esperto militare e giornalista del quotidiano Maariv, un rapporto dell’intelligence israeliana rivela che Hezbollah sia in possesso di “un arsenale con oltre 120mila missili di ultima generazione capaci di colpire tutto il territorio nazionale per i quali il sistema di difesa Iron Dome sarebbe inefficace”.
Secondo l’editorialista del quotidiano online Rai Al Youm, Abdel Bari Atwan, “l’affermazione di Nasrallah non sarebbe per niente fantasiosa o esagerata, visto che l’unico vantaggio di Tel Aviv è l’utilizzo dell’aviazione che Hezbollah non possiede”. “Un così elevato numero di missili anche contraerei” – conclude Atwan – “eliminerebbe questo vantaggio anche perché attualmente Hezbollah possiede reparti scelti, corazzati ed anfibi che renderebbero molto difficile un’avanzata di terra in territorio libanese da parte di Tel Aviv, vista la cocente sconfitta nel conflitto del 2006.”
Come riferisce il sito israeliano Debkafile, infine, la decisione di Mosca di fornire alla Siria, e molto probabilmente a Hezbollah, il sistema di difesa missilistico S-300 ha causato nello stato maggiore di Tel Aviv “molta preoccupazione perché precluderebbe qualsiasi tipo di incursione aerea con il rischio di elevate perdite di velivoli”.
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21/12/2017
Libano - Aoun: "Israele minaccia
Durante una riunione con il nuovo emissario ONU per il Libano, Pernille Dahler Kardel, il presidente libanese Michel Aoun ha sottolineato “che Tel Aviv sta costruendo un muro lungo la linea blu, su un confine non riconosciuto internazionalmente e sta dimenticando la questione delle fattorie di Shebaa (considerate dall’ONU come territorio libanese,ma tuttora sotto occupazione israeliana, ndr)”.
“Noi abbiamo avuto sempre una posizione difensiva ed abbiamo rispettato le risoluzioni ONU, mentre Israele continua con le sue continue aggressioni e violazioni territoriali (terresti, navali ed aeree, ndr) che sono ad oggi oltre 11mila”. Aoun ha ricordato il ruolo fondamentale, per l’integrità del Paese dei cedri, della Resistenza e di Hezbollah nella sua funzione difensiva: “Hezbollah ha combattuto il terrorismo jihadista in Libano ed in Siria ed è la nostra principale risorsa difensiva e di deterrenza dalle truppe di Tel Aviv”. Gli attacchi israeliani vengono definiti come delle provocazioni all’integrità territoriale, anche se, secondo il presidente, Israele non è più capace di infiltrarsi e di invadere il confine libanese, senza rischiare numerose e gravi perdite, dopo la guerra del 2006.
Sul versante israeliano le recenti parole del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, hanno confermato l’attenzione circa un ipotetico intervento del partito sciita libanese nella rivolta dei palestinesi nei Territori Occupati. Tutta la stampa israeliana, come scritto in questi giorni, conosce la concretezza dei discorsi di Nasrallah e paventa che le parole verranno confermate dai fatti. Il leader sciita ha rinnovato il sostegno della Resistenza alla causa palestinese come priorità fondamentale da perseguire ed ha sottolineato l’impegno di Hezbollah nel volere combattere a fianco dei “fratelli palestinesi per la liberazione dei Territori Occupati, per Al Quds e per il ritorno dei profughi”.
In un articolo sul quotidiano israeliano Maariv, un alto funzionario del ministero della difesa israeliano ha evidenziato tre punti che maggiormente preoccupano l’esercito di Tel Aviv. Il primo riguarda il concreto pericolo che Hezbollah, considerato ormai una forza regionale, riesca a definire una strategia d’azione comune con la Resistenza palestinese. In questa direzione vanno le dichiarazioni ed i colloqui tra il partito sciita e tutte le forze palestinesi (Hamas, Jihad Islamico e FPLP) per arrivare ai contatti di ieri in Libano con lo stesso Fatah.
Il secondo è relativo al concreto sostegno delle unità della Brigata Al Quds del generale Qassem Soleimani, ritenute fondamentali nelle vittoria contro Daesh in Iraq, con una serie di contatti e di forniture militari verso la Resistenza palestinese.
Il terzo fa riferimento alle paure del governo israeliano ed al rischio di un nuovo fronte lungo il confine siriano. Le conquiste dell’esercito di Damasco nella zona delle Alture del Golan, ai danni dello Stato Islamico e di Al Nusra, hanno portato al posizionamento in quell’area di milizie sciite legate al movimento Al Nujaba, considerato come l’Hezbollah iracheno.
In una recente intervista al sito nazionale Defense news il ministro della Difesa, il falco Avigdor Lieberman, si è direttamente rivolto ai suoi alleati sauditi per la creazione di una linea di difesa comune “contro il principale nemico nell’area (l’Iran, ndr) e una possibile rivolta nei Territori a causa di palestinesi fanatici”. “Noi vogliamo unire le nostre forze con Riyadh” – ha continuato – “contro tutti i nemici comuni per garantire la sicurezza e la stabilità nella regione e per difendere i nostri interessi comuni”.
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14/11/2017
Libano - Le incoerenze di Hariri
Il “mistero Hariri” si infittisce. Il discorso che ieri il premier/ex premier libanese ha rilasciato a Future Tv, l’emittente del suo partito Mustaqbal, aumenta le nubi intorno alle dimissioni annunciate dieci giorni fa da Riyadh.
“Qui nel regno dell’Arabia Saudita sono libero. Ho libertà completa ma voglio proteggere la mia famiglia. Posso tornare domani se voglio – ha detto in merito alle voci che lo danno per prigioniero in Arabia Saudita – Tornerò in Libano presto, non parlo di mesi ma di giorni, e porterò avanti i passi costituzionali necessari per formalizzare le mie dimissioni”. Un passo che giustifica con l’intenzione di “mandare uno choc positivo” al Paese dei Cedri che, ribadisce usando la narrativa saudita, è ostaggio dell’asse sciita Iran-Hezbollah.
Un passo, però, che potrebbe essere ritirato: “Una marcia indietro rispetto alle dimissioni è possibile nel caso in cui le forze politiche rispetteranno una politica di auto-esclusione dai conflitti regionali, evitando di coinvolgere il paese nelle guerre vicine”.
Ovvio il riferimento a Hezbollah, nonostante gli undici mesi di governo comune e di convivenza e divisione dei poteri non solo con il movimento sciita ma anche con il presidente Michel Aoun, legato al gruppo di Nasrallah. Proprio Aoun ha reagito di nuovo ieri alle parole di Hariri, insistendo sullo status di “prigioniero” del primo ministro: Hariri, ha detto, vive in “circostanze misteriose” in Arabia Saudita con Riyadh che ne limita le libertà e impone “condizioni sulla sua residenza e sui contatti con i membri della sua famiglia. Il presidente libanese è poi tornato a chiedere ai sauditi di chiarire la posizione di Hariri, che preoccupa tutto il popolo libanese, per lo più convinto che lo status del loro premier non sia affatto cristallina come lui prova a far passare.
Una parziale conferma arriva da una fonte vicina allo stesso Hariri che, parlando con la Reuters, ha affermato che il premier si è dimesso contro la sua volontà, costretto dai Saud. Aggiungono altre fonti, il piano saudita potrebbe essere quello di sostituire Saad con il fratello maggiore, Bahaa.
Ieri, intanto, la Lega Araba ha deciso di tenere un meeting d’urgenza dei ministri degli Esteri, la prossima domenica, per discutere “gli strumenti per confrontare l’interferenza iraniana nei paesi arabi”. La visione saudita, dunque, si fa strada. Palesemente rivolta a generare il caos in una regione già martoriata da conflitti bellici e scontri ben poco latenti, la politica di Riyadh prova a rivoluzionare l’attuale “equilibrio” provocando terremoti politici tra i paesi e all’interno dei paesi stessi.
Il Libano rischia molto, perchè storicamente instabile e vittima delle influenze delle potenze regionali, e la decisione di Hariri – che sia stata imposta o meno – ha un potenziale distruttivo pericoloso: l’attuale governo è stato frutto di una lunghissima negoziazione, giunta dopo due anni di discussioni tra le varie forze politiche e che ha condotto ad un esecutivo di unità nazionale, sostenuto anche da Hezbollah.
Con grande difficoltà, Beirut è riuscita a farsi solo lambire dalle guerre regionali che stanno distruggendo i paesi vicini: ha accolto milioni di profughi siriani, che vivono oggi in condizioni di estrema difficoltà nei campi e nelle città libanesi, ha visto crescere il ruolo militare di Hezbollah in Siria, ha subito attacchi da parte dell’Isis e dei qaedisti di al-Nusra al confine con la Siria, ma ha evitato che le tensioni dei vicini si trasferissero nel paese e si traducessero in un conflitto interno devastante.
Ora l’Arabia Saudita, tramite Hariri, prova a mettere all’angolo Hezbollah, costringendolo ad un passo indietro o ad una rottura definitiva. Una scelta che ricadrebbe sulle spalle dell’Iran, al momento la potenza più forte sul piano militare e su quello politico nella regione, con buona pace di Riyadh che raccoglie i cocci del suo bellicismo in Yemen, Siria, ma anche in Qatar, destabilizzando il Medio Oriente.
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13/11/2017
L’Arabia Saudita gioca sporco sul Libano. Hariri ancora a Riad: “tornerò”
Dopo la sconfitta in Siria, l’Arabia Saudita spinge verso una escalation per aprire un nuovo teatro di scontro con l’influenza dell’Iran nella regione. Il gioco pericoloso avviato dai sauditi in Libano, fa schizzare verso l’alto le tensione nel più fragile dei paesi arabi. “L’Arabia Saudita spinge Israele ad attaccare il Libano, e la guerra dell’estate 2006 è avvenuta su richiesta dell’Arabia Saudita”, ha dichiarato il leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah. “L’Arabia Saudita sta fomentando lo scontro tra i libanesi, incita i Paesi arabi ad adottare misure contro il Libano, ma quello che è più pericoloso è che incita Israele a colpire il Libano”.
Fonte
09/11/2017
Libano - Venti di guerra su Beirut
La stabilità politica in Libano è durata solamente un anno. Due giorni dopo l’incontro con la stampa e il bilancio sul primo anno di presidenza della repubblica da parte di Michel Aoun, il primo ministro Saad Hariri, sorprendendo i suoi stessi alleati, ha annunciato dall’Arabia Saudita le proprie dimissioni con un comunicato televisivo dall’emittente Al Arabya.
Il motivo ufficiale: un clima di tensione simile a quello che portò all’assassinio del padre, Rafiq Hariri nel 2005, con una situazione politica resa ancora più complicata dall’egemonia politica di Hezbollah. Le motivazioni reali, invece, potrebbero essere totalmente diverse. Secondo quasi tutta la stampa libanese da quella più progressista (As-Safir) a quella più conservatrice (L’Orient le Jour) il premier sunnita sarebbe stato costretto da Mohammed Bin Salman e dal ministro degli Affari del Golfo Thamer Sahban a una scelta: dimissioni o arresto.
Dopo i numerosi tentativi, sempre rispediti al mittente, per convincere l’ex pupillo a rientrare nelle strategie saudite sul Libano, Riyadh ha cambiato strategia e ha deciso di “bruciare politicamente” una pedina considerata attualmente inutile. Forte del sostegno di Washington, in chiave anti-iraniana e anti Hezbollah, in questo ultimo mese la politica portata avanti dalla diplomazia saudita è diventata molto più minacciosa. Esempi abbastanza eclatanti sono stati i contatti con numerosi esponenti politici iracheni – sunniti, sciiti e curdi – con la volontà di favorire le divisioni confessionali interne oppure la provocatoria visita di Sahban a Raqqa dopo la sua riconquista, fino alle dimissioni del 4 novembre di Hariri.
La scelta del premier ha causato uno smarrimento iniziale in tutto il Paese dei Cedri al punto da far dichiarare al druso Walid Jumblatt, leader del Partito Socialista Progressista, che “il Libano è un paese troppo piccolo per poter reggere alle conseguenze politiche ed economiche di queste dimissioni”.
Come spesso accade nei momenti di difficoltà il primo esponente politico ad intervenire pubblicamente in merito alle dichiarazioni di Hariri è stato il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Il leader del principale partito sciita ha smorzato i toni e le tensioni – dopo le dichiarazioni minacciose di Hariri – invitando tutti i libanesi “a mantenere la calma e la serenità circa la stabilità politica ed economica del paese”.
Nasrallah ha continuato il proprio discorso definendo poco chiare le motivazioni di Hariri che, secondo lui, sono state “forzate” e non spontanee, anche perché avvenute in Arabia Saudita – fatto alquanto bizzarro – e non in patria. Nello specifico il segretario generale di Hezbollah ha analizzato tre rumors: il primo è quello del possibile attentato nei confronti di Hariri con una dichiarazione fatta volutamente per inasprire il clima politico all’interno del Libano; il secondo che riguarda un possibile preludio ad una guerra israeliano-saudita contro Beirut, definito da Nasrallah, come la continuazione di una strategia del terrore portata avanti da Tel Aviv, principale alleato dei sauditi; il terzo, infine, riguarda la continua frustrazione saudita riguardo alle cocenti sconfitte in Siria, Iraq e Yemen. “Sappiamo bene – ha concluso Nasrallah – quale può essere la strategia arrogante di Riyadh e di Tel Aviv, ma invito tutti ad aspettare il rientro (se avverrà, ndr) di Hariri per capire le sue motivazioni e per trovare delle soluzioni”.
Lo stesso presidente Aoun, in merito al rientro del premier sunnita, ha dichiarato di non accettare le sue dimissioni fin quando “non verranno presentate di persona da Hariri in territorio libanese” e giudicando molto gravi le accuse di un possibile attentato, smentite categoricamente da tutti gli apparati di sicurezza libanesi.
In un suo editoriale circa le dimissioni di Hariri, Abdel Bari Atwan, direttore del quotidiano online Rai Al Youm, ha indicato come molto concreta la possibilità che lo stesso leader libanese, con nazionalità saudita, sia “in stato di fermo” dopo i numerosi arresti ed epurazioni di questi giorni. Per quanto riguarda la possibilità di un conflitto saudita-israeliano contro il Libano, Atwan scrive che “Hezbollah è totalmente cambiato in questi anni di conflitto in Siria e lo stesso Iran, che lo si voglia o no, è la vera potenza della regione (...) di conseguenza un conflitto contro il Libano avrebbe delle possibilità di vittoria per Riyadh o Tel Aviv?”.
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04/11/2017
Libano - Hariri si dimette e ripara in Arabia Saudita
“Il nostro paese ha bisogno di stabilità ed unità tra tutte le parti politiche per evitare di cadere nel baratro della guerra e delle divisioni” queste le dichiarazioni davanti ai media nazionali del presidente delle repubblica libanese, il cristiano maronita Michel Aoun, ad un anno dalla nomina.
Dopo circa tre anni di contrapposizioni e veti incrociati tra i due principali schieramenti politici libanesi (movimento “14 Marzo” filo saudita e filo-occidentale contrapposto al movimento “8 Marzo” filo siriano) l’elezione di Aoun, lo scorso 31 Ottobre, aveva sancito definitivamente la capitolazione di Hariri e dell’asse rappresentato dagli sponsor del leader sunnita: USA, Francia e Arabia Saudita. L’elezione del presidente, sostenuto fortemente da Hezbollah, è stata l’ennesima affermazione politica del partito sciita e del suo segretario generale, Hassan Nasrallah, vero mediatore in questi anni di stallo politico.
Nel suo bilancio il presidente Aoun ha indicato i principali risultati ottenuti: la definitiva scomparsa di qualsiasi focolaio jihadista dal Paese dei cedri, l’impegno per una soluzione del conflitto siriano che deve prevedere il rientro del milione di profughi ospitati all’interno dello stato libanese, la riforma fiscale con la presentazione del primo bilancio dopo 12 anni e l’ormai prossima riforma della legge elettorale “ormai datata e aliena all’odierna realtà del Libano”.
Proprio per questi risultati, forse, le pressioni da parte degli USA e dei suoi principali alleati nell’area (Israele ed Arabia Saudita) sono progressivamente aumentate in questi ultimi mesi. Il presidente americano Trump, dopo le dichiarazioni circa una minaccia terroristica sciita sul territorio americano – definita “pura follia” da molte testate americane a partire dal NYT – ha fatto adottare alcune misure restrittive contro Hezbollah, in chiave anti-iraniana. La prima imporrà limitazioni alle banche che finanziano Hezbollah, la seconda condanna sia l’Iran che la milizia libanese per aver utilizzato i civili come scudi umani nell’ambito del conflitto siriano, in cui Teheran e Hezbollah sostengono il regime siriano del presidente Bashar al-Assad. La terza misura, infine, esorta l’Unione Europea ad inserire Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche. Da parte loro, invece, Tel Aviv continua nella sua campagna di provocazioni ed esercitazioni militari lungo il confine libanese e Riyadh sta intavolando una serie di azioni volte a destabilizzare il governo di Beirut.
Il quotidiano libanese Al Akhbar ha riportato la notizia della visita lampo da parte del primo ministro libanese Saad Hariri a Riyadh definendola come “una vera e propria violazione dei principi diplomatici per il tentativo dei Saud di imporre i propri diktat verso Beirut per riaccendere le divisioni tra i due schieramenti politici in Libano.” Lo stesso quotidiano riporta che il ministro degli affari del Golfo, Thamer al Sabhane, abbia richiesto ad Hariri “di dimettersi dalla guida del governo per aprire una nuova crisi in Libano” in cambio di un rinnovato sostegno economico allo schieramento anti-Hezbollah. Una richiesta che porterebbe il vecchio pupillo dei sauditi a tornare indietro sui suoi passi dopo il decisivo sostegno del suo partito, il “Mustaqbal”, per l’elezione del presidente Aoun e la sua nomina a primo ministro del governo. Scelta fatta con l’obiettivo dichiarato di agire “per il bene del Libano e di tutti i libanesi”, ma soprattutto per recuperare consensi dopo la cocente sconfitta delle elezioni amministrative del 2016.
Ufficialmente la risposta di Hariri è arrivata oggi attraverso il portavoce del partito, Nader Hariri, che ha assicurato “di voler mantenere l’accordo politico con il presidente della repubblica Aoun e di continuare a sostenere il governo di unità nazionale”. Unità che comincia a scricchiolare dopo che una delle principali forze della destra maronita, le Falangi di Samir Geagea (imputato per le stragi di Sabra e Chatila), ha ceduto alle richieste saudite.
Secondo Aoun i tentativi dei sauditi rientrano nella loro attuale azione politica di questi mesi che “mira a creare divisioni confessionali all’interno sia del paese dei cedri che dello stesso Iraq”. Medesima decisione riguardo alle misure contro Hezbollah: “il partito sciita è una risorsa militare difensiva per tutta la popolazione libanese e rappresenta in quest’ottica la forza dell’unità nazionale contro la minaccia dei gruppi jihadisti e contro la politica aggressiva e colonialista di israeliana. Le sanzioni americane non avranno effetti in Libano come i tentativi precedenti”.
AGGIORNAMENTO
ore 12.20 Si è dimesso il premier Saad Hariri
“Annuncio le mie dimissioni dal ruolo di primo ministro”, ha dichiarato Hariri a Riyadh, suscitando la sorpresa generale. Il premier libanese era giunto ieri in Arabia Saudita per la sua seconda visita in meno di una settimana, volta a “rafforzare la stabilità del Libano e i legami con il paese del Golfo”. Ha detto di temere di essere assassinato e accusato il movimento sciita libanese Hezbollah e l’Iran di “soffocare” il Libano. Nel suo discorso, ha suggerito di aver paura per la sua vita e ha dichiarato che l’atmosfera nel paese è simile a quella che esisteva prima che il padre, il primo ministro Rafik Hariri, venisse assassinato nel 2005. “Viviamo in un clima simile all’atmosfera prevalsa prima dell’assassinio del martire Rafik al Hariri”, ha dichiarato il premier sottolineando di avere le prove di un complotto per attentare alla sua vita. “Il braccio dell’Iran nella regione sara’ tagliato”. Lo ha detto l’ex premier libanese Saad Hariri attaccando il gruppo militante sciita di Hezbollah.
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14/04/2017
Libano - Aoun blocca l'estensione del mandato parlamentare
Alla fine il presidente libanese Michel Aoun ha dovuto far uso ieri dell’articolo 59 della costituzione per impedire una nuova e controversa estensione (la terza) del Parlamento. “Ho deciso di sospendere le attività parlamentari per un mese” ha annunciato Aoun in un discorso televisivo rivolto al Paese – quando sono stato eletto presidente, ho giurato fedeltà alla costituzione della nazione libanese e alle sue leggi per preservare l’indipendenza del Libano, la sua unità e integrità territoriale”. Il capo dello stato ha poi aggiunto che “il documento dell’accordo nazionale, parte inseparabile della costituzione, stabilisce che le elezioni parlamentari dovrebbero tenersi secondo una nuova legge elettorale” assicurando che lavorerà “per correggere la rappresentazione politica del popolo libanese secondo i suddetti principi costituzionali”.
Secondo i media locali, la mossa del capo dello stato è stata coordinata in anticipo con il presidente del Parlamento Nabih Berri ed Hezbollah. Il primo, del resto, non ha nascosto la sua approvazione per la decisione di Aoun e in una nota ha descritto la sua mossa “un’azione per guadagnare tempo in modo che si possa trovare un’intesa su una nuova legge elettorale”. Ha quindi poi fissato la prossima sessione parlamentare al 15 maggio augurandosi che in questo periodo i partiti riusciranno a trovare un accordo “che permetta un’estensione tecnica [del parlamento] così da tenerci lontano da un vuoto letale e distruttivo che condurrà il Libano al sicuro suicidio”. Berri ha chiarito che il proposto prolungamento del mandato parlamentare è un “male necessario”. In breve, la questione non sarebbe tanto su chi vuole o meno allungare le attività del parlamento, ma su chi vuole il vacuum politico e chi no.
E se il patriarca maronita Beshara al-Rahi si è congratulato con Berri “per la sua posizione”, di diverso avviso sono il Movimento patriottico libero di Bassil e le Forze libanesi di Geagea che hanno chiesto ai libanesi di scendere in strada a protestare contro qualunque possibile prolungamento. A unirsi alla manifestazione prevista per oggi dovrebbe esserci anche il partito falangista.
Resta ora da chiedersi se la mossa di Aoun sarà nei fatti utile a scongiurare una nuova estensione del mandato del parlamento. Al momento è difficile poter essere ottimisti: la distanza tra i partiti riguardo alla legge elettorale è ancora tanta. Se Hezbollah e i suoi alleati propongono un sistema proporzionale puro, il movimento al-Mustaqbal, il partito socialista e, ultimamente, le Forze libanesi hanno a riguardo alcune riserve. Se, però, recentemente il leader di al-Mustaqbal nonché primo ministro Saad Hariri ha aperto a tale possibilità, Bassil e Geagea propongono un sistema elettorale ibrido tra proporzionale e maggioritario perché, affermano, garantirebbe una migliore rappresentanza per i cristiani.
L’unica cosa certa al momento è che con l’annuncio di Aoun il Parlamento non voterà più oggi il terzo prolungamento delle sue attività. Gli attuali parlamentari, infatti, sono stati eletti nel 2009 e dovevano restare in carica per soli 4 anni. Ciò, però, non è mai avvenuto a causa dei profondi disaccordi sulla nuova legge elettorale e pertanto i termini previsti dalla costituzione non sono mai stati rispettati scatenando la furia di molti cittadini libanesi. Sebbene i partiti siano favorevoli a cambiare il sistema elettorale in vigore perché datato (risale al 1960) e soprattutto perché assegna seggi in base alle varie confessioni religiose, tuttavia differiscono su come rimpiazzarlo.
Sembra essersi intanto calmata la situazione nel campo rifugiati di Ain al-Hilweh (Sidone) dove ieri pomeriggio sono state dispiegate le forze di sicurezza palestinesi nel quartiere di al-Tira, fortino dell’islamista Bilal Badr. Gli uomini di Badr – secondo alcuni avrebbe contatti con al-Qa’eda – hanno perso lunedì il controllo della zona in loro possesso dopo giorni di intensi scontri a fuoco con le fazioni palestinesi che hanno causato la morte di almeno 8 persone (decine i feriti).
Secondo l’Agenzia palestinese Wafa, anche il rappresentate di Hamas in Libano, Ani Baraka, avrebbe espresso apprezzamento per i progressi compiuti a Tira dall’unione delle forze palestinesi. L’Agenzia libanese Nna riferisce che una “calma prudente” regna nel campo in cui risiedono oltre 50.000 palestinesi nonostante duri scontri ieri mattina avessero causato il ferimento di alcune persone e l’incendio di due case. Non è chiaro, invece, dove sia ora Badr: la stampa locale riferisce che si è dato alla fuga il giorno dopo che le fazioni palestinesi hanno raggiunto un’intesa per porre fine alle azioni del suo gruppo.
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06/04/2017
Libano. Campagna mediatica contro Aoun ed Hezbollah
Secondo il giornale Al Akhbar, dietro le pressioni esterne ci sarebbero Washington e Riyadh. Il primo ad aver lanciato la campagna mediatica contro Aoun, infatti, è stato Eliot Abrahams, conservatore e filo-israeliano, che in un suo editoriale sul Newsweek chiede se è ancora il caso che gli USA “sostengano finanziariamente l’esercito libanese, dopo le dichiarazioni pro-hezbollah del presidente libanese”. Anche il New York Times ha scritto un reportage relativo alle paure di numerosi libanesi a causa della supremazia di Hezbollah sotto “il regno di Aoun”: Nello stesso articolo si parlava della volontà dell’amministrazione americana di tagliare i finanziamenti in favore dell’esercito libanese e di aumentare il controllo dei flussi finanziari verso le banche del paese dei cedri.
Al Akhbar ha poi aggiunto che il governatore della banca centrale libanese, Riad Salameh, è stato informato sulle future restrizioni che Washington metterà in atto per le banche libanesi: con il preciso obiettivo di diminuire le transazioni a favore di Hezbollah. Una maniera indiretta per contrastare il dominio politico e militare del partito sciita in territorio libanese, attaccandolo da un punto di vista economico.
Anche in Libano, comunque, cominciano ad emergere le prime divergenze tra il presidente della repubblica ed il primo ministro Saad Hariri. In un articolo pubblicato sul giornale egiziano Al Ahram, Hariri ha ribadito la sua stretta alleanza con l’Arabia Saudita ed ha accusato l’Iran, la Siria ed Hezbollah di essere “la rovina del Libano”. Il primo ministro sunnita ha aggiunto che il suo partito (Movimento Futuro- Al Mustaqbal, ndr) è contrario “alla presenza di movimenti armati fatta esclusione per le forze di sicurezza e l’esercito libanese” visto che le armi di Hezbollah sono all’origine di tutti i problemi del Libano”.
Come dimostrazione della rinnovata sintonia con l’Arabia Saudita, Hariri è volato a Riyadh, al termine del vertice della Lega Araba in Giordania, a bordo dell’aereo del principe ereditario e ministro della difesa saudita, Mohammed Ben Salmane. Il premier libanese, dopo un anno di interruzione dei rapporti, a causa dei suoi guai finanziari in terra saudita, ha avuto anche occasione di discutere con il monarca in merito alle relazioni bilaterali tra Libano ed Arabia Saudita, confermando una “convergenza totale” relativa all’attuale situazione in Medio Oriente.
Sempre la stampa libanese ha riportato di una lettera scritta da eminenti esponenti (gli ex presidenti ed ex primi ministri Michel Sleiman, Amin Gemayel, Najib Mikati, Tammam Salam e Fouad Siniora) del fronte “14 marzo” (opposto al fronte “8 Marzo” di Hezbollah e della Corrente Patriottica Libanese di Aoun) per la seduta del vertice della Lega Araba. Il documento, che non è stato letto durante la conferenza, lamentava da parte dell’opposizione “ l’ingerenza di Hezbollah in paesi come lo Yemen, la Siria e l’Iraq” a discapito della sicurezza del paese dei cedri. Lo stesso Mikati ha poi precisato al quotidiano Al Akhbar che “la Resistenza Libanese (Hezbollah, ndr) contro Israele e le sue aggressioni è indiscutibile e necessaria” , mentre “sulle sue ingerenze negli altri paesi esistono delle perplessità da parte della nostra coalizione per il bene della nazione libanese ”.
In una nota ufficiale Hezbollah ha evidenziato che le prime dichiarazioni in chiave anti-Hezbollah “coincidono con la campagna mediatica, orchestrata da Israele, contro il presidente Aoun e le forze della Resistenza Libanese”. “Lo stesso Hariri” – conclude il comunicato – “ha dimenticato l’azione della Resistenza per evitare che il Libano diventasse un altro campo di battaglia con i gruppi takfiristi (Al Qaida e Daesh, ndr) al suo interno”. In un suo recente intervento il vice segretario di Hezbollah, Naim Qassim, ha dichiarato che “il popolo libanese sa bene quanto l’intervento di Hezbollah in Siria sia stato necessario per isolare il paese dal terrorismo e per mantenere un alto livello di sicurezza sia dai gruppi jihadisti che da Israele”.
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20/03/2017
Libano - Proteste contro l'aumento delle tasse
L’obiettivo del governo è chiaro: alzare le imposte così da trovare le risorse necessarie per finanziare gli aumenti degli stipendi degli impiegati pubblici. Questo provvedimento rientra in una più ampia manovra che dovrebbe portare l’esecutivo ad approvare il primo bilancio statale in 12 anni. Gli aumenti, che saranno approvati nelle prossime settimane, avranno effetto solamente dopo aver ricevuto l’ok del presidente della repubblica Aoun. Un’approvazione che appare al momento scontata: il governo di unità di Hariri, nato ad ottobre dopo una complessa mediazione che ha visto Aoun (alleato di Hezbollah) diventare capo dello stato dopo anni di impasse politico, comprende quasi tutte le principali formazioni politiche locali. A mostrare palese contrarietà alla disposizione, infatti, sono stati solo i falangisti cristiani, i comunisti e i socialisti di Jumblatt. Posizione intermedia è stata assunta invece da Hezbollah che ha criticato solo alcuni aumenti. Al momento il parlamento ha proposto di alzare l’Iva dell’1% (su un totale dell’11%) e le tasse su tabacco, alcol importato e sui viaggi.
A provare a tranquillizzare i cittadini libanesi ci ha pensato oggi il presidente del parlamento Nabih Berri che ha assicurato che la scala salariale è una “giusta richiesta della popolazione ed il governo ha la responsabilità di trovare le risorse per finanziarla”. Tuttavia, ha poi sottolineato come gli sforzi del governo debbano essere rivolti innanzitutto a trovare un accordo su una nuova legge elettorale che Berri considera urgente. Il paese dei Cedri non ha elezioni parlamentari dal 2009 ed il parlamento ha esteso due volte il suo mandato perché i partiti non sono stati capaci di trovare una intesa su come votare. Teoricamente le elezioni sono fissate per maggio, tuttavia i principali esponenti politici non hanno ancora dato l’ok definitivo.
Se il voto è ancora incerto, resta poi da capire se la rabbia di ieri dei manifestanti è estemporanea o se, al contrario, riuscirà a dare vita ad un forte movimento di opposizione dal basso. Secondo gli attivisti, il governo ha sperperato i fondi pubblici attraverso contratti con privati poco chiari e dovrebbe trovare il denaro con la lotta alla corruzione e non tassando i cittadini. A causare il loro malcontento non è il solo singolo provvedimento: è l’intera classe politica ad essere denunciata perché corrotta, incapace di rispondere alle esigenze della popolazione come le proteste del 2015 del variegato movimento You Stink, avevano chiaramente mostrato.
Ai problemi di politica interna si aggiungono poi quelli regionali. Intervenendo ieri ad una cerimonia in una base militare nel nord d’Israele, il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, il Generale Gadi Eisenkot, ha avvisato Beirut che nella prossima guerra con Hezbollah lo stato libanese sarà ritenuto direttamente responsabile delle violenze. La formazione sciita resta per Tel Aviv un nemico temibile. Eisenkot ha infatti ripetuto ciò che diversi esperti militari israeliani ripetono da tempo: la formazione sciita ha aumentato le sue capacità belliche (“si sta armando e rafforzando”) e starebbe operando a sud del fiume Litani (vicino al confine con lo stato ebraico) violando così il cessate il fuoco del 2006 che pose fine alla guerra tra Israele ed Hezbollah. “Continueremo ad agire in modo da contrastare i tentativi del Partito di Dio e impediremo qualunque trasferimento di armi avanzate [verso di loro]”.
Un ammonimento, quest’ultimo, che non è solo retorico: ieri, in un nuovo raid di Tel Aviv sulle Alture del Golan, è stato ucciso un combattente appartenente ad una milizia pro-Asad con legami con la formazione sciita. A riportare la notizia è stata la stampa israeliana.
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11/03/2017
Si rafforza l’asse Arabia Saudita – Israele contro Beirut
“Michel Aoun è una pedina nelle mani di Nasrallah (il segretario generale di Hezbollah, ndr) e l’esercito libanese è completamente succube di Hezbollah”. Con queste parole il ministro della Difesa israeliano, l’ultra-nazionalista Avigdor Lieberman, ha risposto alle recenti dichiarazioni del presidente della repubblica libanese.
Il ministro di Tel Aviv si riferiva, infatti, alla posizione del capo dello stato Aoun che, la scorsa settimana, ha messo in guardia Israele contro “qualsiasi violazione della sovranità libanese”. Prima della partenza per il suo viaggio in Egitto, il presidente del Paese dei Cedri ha affermato che, in caso di conflitto, “l’esercito libanese combatterà al fianco della Resistenza Libanese rappresentata da Hezbollah, grande risorsa difensiva per il paese contro il nemico israeliano”.
Lieberman si è congratulato pubblicamente con Riyadh per la dura presa di posizione contro Beirut. L’Arabia Saudita, infatti, appoggiata da Emirati Arabi e Bahrein, ha respinto, in questi giorni, una mozione presentata dal Libano alla Lega Araba relativa alla politica “aggressiva e provocatoria” di Tel Aviv lungo il confine libanese. Il rappresentante saudita ha, inoltre, aggiunto che questi paesi “sono contrari nel sostenere Beirut”, in polemica con le posizioni ufficiali libanesi pro-Hezbollah.
Le pressioni esercitate dai paesi del Golfo, comunque, non si sono limitate alla sola seduta della Lega Araba. Il quotidiano libanese Al Akhbar riferisce, ad esempio, che l’ambasciatore di Beirut ad Abu Dhabi è stato convocato per “una richiesta di chiarimenti circa la posizione del presidente libanese ed una protesta formale contro le sue dichiarazioni pro-Hezbollah”. Le rimostranze sono state accompagnate anche dalla successiva “sospensione dei preparativi della visita di Aoun (definito fiancheggiatore del terrorismo) negli Emirati Arabi”, sostiene sempre il quotidiano.
Altrettanto pesanti sono state le ritorsioni a livello diplomatico da parte di Riyadh. Secondo fonti saudite, riportate dal quotidiano An Nahar, il monarca Salman Ben Abdelaziz Al Saud avrebbe “annullato la propria visita ufficiale a Beirut”, prevista prima del prossimo vertice della Lega Araba che si terrà in Giordania tra il 23 ed il 27 marzo.
L’incontro era stato deciso al termine della prima visita ufficiale, il 9 gennaio 2017, del neo presidente Aoun a Riyadh ed aveva l’obiettivo di rilanciare gli accordi bilaterali tra i due paesi. Gli ambienti politici sauditi, infatti, si erano convinti che Aoun, dopo l’elezione a presidente, avrebbe preso le distanze dal movimento sciita, illusi, molto probabilmente, anche dall’accordo politico che aveva portato alla nomina di Saad Hariri, ex pupillo di Riyadh, come primo ministro.
L’illusione, comunque, è durata poco. Dopo le recenti e ripetute provocazioni israeliane lungo il confine libanese e le successive dichiarazioni del capo di Stato libanese, in effetti, i sauditi si sono resi conto che l’alleanza politica tra Aoun e Nasrallah è rimasta solida.
La retromarcia del monarca saudita è legata anche ad altre rivelazione di An Nahar. Fonti del quotidiano riportano, inoltre, la notizia relativa agli “sforzi libanesi per far rientrare la Siria nella Lega Araba”, dopo la sua sospensione nel 2011 all’inizio della guerra civile. Beirut starebbe mediando, infatti, tra l’Egitto e la Giordania da una parte e l’asse Iran-Siria dall’altra, proprio per far riottenere legittimità internazionale a Bashar Al Assad. Un tentativo, quello libanese, visto come diametralmente opposto rispetto alla politica di delegittimazione portata avanti dalla petro-monarchia saudita nei confronti di Damasco e Teheran.
Tensioni e frizioni che hanno confermato, però, i saldi legami e l’alleanza geo-politica tra Arabia Saudita ed Israele. Sono molto significativi gli elogi dello stesso Lieberman nei confronti del capo della diplomazia saudita, Adel Joubeir. “Le relazioni tra Riyadh e Tel Aviv sono stabili e riguardano una cooperazione congiunta contro i nostri nemici comuni (Iran, Siria e Hezbollah, ndr) a tal punto che lo Stato saudita si impegna ad incoraggiare tutti i paesi arabi per normalizzare le loro relazioni diplomatiche con Israele”. Ovviamente sempre con il sostegno del neo presidente Usa, Donald Trump.
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24/02/2017
Libano. Hezbollah e Aoun avvertono Israele
“Israele continua con la propria propaganda colonialista e di aggressione” ha dichiarato in un recente discorso sulla situazione attuale il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. “Dopo l’investitura di Trump” – continua Nasrallah – “gli israeliani dimostrano che hanno bisogno del permesso americano per scatenare una nuova guerra contro il Libano”.
Come ha sempre fatto nei momenti di maggiore incertezza, il leader di Hezbollah ha lanciato un chiaro avvertimento allo stato sionista, dopo le recenti violazioni e provocazioni di Tel Aviv. Un messaggio utilizzato anche per far capire che la Resistenza Libanese è pronta. “Il sostegno americano e quello arabo per una guerra contro il Libano non è stato mai tanto forte” – ha continuato – “visto che alcuni paesi arabi (Arabia Saudita e Qatar, ndr) sono pronti a pagare i costi di questa guerra”.
Quasi quotidianamente i media israeliani pubblicano articoli ed interviste relative ad un conflitto ormai molto vicino. Un rapporto molto dettagliato del quotidiano Haaretz, ad esempio, indica che il rischio di una possibile sconfitta rimane molto alto. Secondo l’opinione pubblica sionista Hezbollah costituisce il nemico numero uno, l’Iran sarebbe il numero due, mentre la resistenza palestinese sarebbe al terzo posto. Haaretz afferma che l’arsenale di Hezbollah raggiunge oltre “130mila missili di nuova produzione iraniana e russa, con una gittata dai 40 ai 300 kilometri”: una potenza di fuoco in grado di colpire qualsiasi obiettivo in tutto lo stato ebraico.
Analisi sulla stessa lunghezza d’onda da parte del Centro Studi per la Sicurezza Israeliana che indica Hezbollah come una “minaccia seria e pericolosa” con i suoi droni, i suoi commandos, abituati a qualsiasi tipologia di combattimento dopo 5 anni di guerra in Siria, i suoi missili “terra – aria” che sono, per la prima volta, una concreta minaccia contro l’aviazione e la marina israeliana. Proprio per questo motivo le forze israeliane stanno continuando a costruire muri di protezione lungo il confine settentrionale o hanno avviato una serie di esercitazioni che coinvolgono la marina per il rischio di incursioni anche via mare.
Non sembrano, quindi, così inverosimili le parole di Nasrallah quando afferma che “Hezbollah è in grado di poter rispondere a qualsiasi attacco israeliano e di contrattaccare con qualsiasi mezzo” se verrà superata la “linea rossa di tolleranza nel conflitto”. Il segretario si riferisce anche a possibili obiettivi come le riserve di ammoniaca di Haifa o altri “target sensibili” nel caso in cui venissero attaccate nuovamente tutte le infrastrutture ed i civili libanesi, come avvenuto nel 2006.
Anche il presidente della repubblica, Michel Aoun, ha affermato, in una recente intervista sul canale LBC, che il suo paese “non tollererà più nessuna aggressione israeliana contro il territorio libanese” ed ha aggiunto che “Hezbollah e la Resistenza Libanese sono una risorsa complementare a quella dell’esercito libanese per la difesa dei confini nazionali”.
Nello specifico Aoun si riferiva alle polemiche relative alla lettera inviata da Tel Aviv all’ONU circa una violazione delle risoluzione 1701 da parte delle autorità libanesi proprio per il continuo riarmo delle milizie sciite. Come risposta ufficiale ad una “simile e infamante accusa” il presidente del paese dei cedri ha dichiarato in un comunicato che al contrario è “lo stato ebraico ad infrangere tutti i vincoli della risoluzione 1701 da oltre 10 anni, con continue ingerenze, attività di spionaggio, sconfinamenti oltre che la mancata restituzione di parte del territorio libanese (fattorie di Sheba’a, ndr)”.
In merito alla questione palestinese, infine, sia Nasrallah che Aoun concordano sul fatto che il processo di pace in Palestina sia definitivamente “seppellito” dopo l’incontro tra Trump e Netanyahu, visto che “Tel Aviv non si immagina più uno stato Palestinese indipendente, continua da decenni a colonizzare, distruggere case e terreni agricoli e non ha mai preso in considerazione il rientro dei rifugiati dai paesi limitrofi alla Palestina”. Nasrallah, a conferma dell’ormai solida alleanza regionale tra sauditi e israeliani, afferma che “gli arabi hanno liquidato la questione palestinese e molti paesi del Golfo si affrettano a normalizzare le loro relazioni con l’entità sionista dimenticando le sofferenze del popolo”. Lo stesso Aoun ha irritato, pochi giorni fa, alcuni paesi della Lega Araba – succubi dell’egemonia saudita- dopo aver evocato “la protezione di Gerusalemme da parte dei paesi arabi e la necessità di sostenere la Resistenza palestinese contro il progetto sionista”.
Dichiarazioni e avvenimenti che fanno comprendere, purtroppo, quanto il Medio Oriente sia molto vicino a nuovi venti di guerra.
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13/01/2017
Libano. L’agenda politica di Hariri, su mandato di Hezbollah e Aoun
Aoun ed Hezbollah dettano l’agenda politica del primo ministro Hariri, ex pupillo della petro-monarchia. Dopo numerose e lunghe consultazioni il neo-premier è riuscito a formare un governo di unità nazionale. Una larga coalizione governativa che nei numeri, invece, concede ampio margine di manovra alla corrente dell’”8 Marzo” (Hezbollah, Corrente Patriottica Libera – cristiano maroniti – e Amal). Su 30 ministri, infatti, 19 appartengono a questa corrente (con 5 designati direttamente dal presidente Aoun), mentre il resto fa parte della coalizione opposta del “14 Marzo” che raggruppa le forze del movimento “Futuro” (Mustaqbal) di Hariri o le Forze Libanesi del maronita Geagea. Unica forza rimasta al di fuori del governo di unità nazionale è stato il partito di estrema destra delle Falangi Libanesi (Kataeb), del leader Sami Gemayel, che ha rifiutato di farne parte.
L’attribuzione dei ministeri alle diverse forze politiche conferma i rapporti di forza tra le due correnti. Il segretario della Corrente Patriottica Libera, Gebran Bassil, resta ministro degli Esteri, agli interni è stato nominato il sunnita Nouad Machnouck ed alla difesa un fedelissimo di Aoun, Yacoub Sarraf. La creazione di 5 nuovi ministeri rispecchia, invece, le reali necessità e problematiche che lo stato libanese sta vivendo in questi anni: il ministero per la lotta alla corruzione, vero flagello del sistema confessionale politico libanese, il ministero per i diritti della Donna, quello dei diritti dell’Uomo, quello per i Rifugiati e quello per gli Affari della Presidenza. Quest’ultimo ministero riguarda un altro aspetto non meno importante: i compiti del presidente della repubblica e la sua funzione di “mediatore” con nazioni come l’Iran e l’Arabia Saudita, confermate dall’attuale visita del presidente al monarca Salman.
Il programma politico del governo, però, riflette il pensiero non tanto del primo ministro Hariri, ma piuttosto quello del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. “Per il Libano occorre cambiare la legge elettorale in modo che questa rispecchi la reale volontà popolare – ha spiegato Nasrallah in diverse interviste – ed è necessario risolvere il problema della corruzione politica, dei servizi essenziali (acqua potabile, elettricità e smaltimento dei rifiuti, ndr) e della questione dei profughi siriani”. In politica estera viene confermato il sostegno politico a Bashar Al Assad, viene consolidato il legame economico e militare con l’asse russo-iraniano, cercando, però, di ri-aprire un dialogo con l’Arabia Saudita ed i paesi del Golfo.
Linee governative che appaiono abbastanza paradossali se pronunciate da quel Saad Hariri che, fino a pochi mesi fa, richiedeva la cacciata di Assad, “assassino di suo padre” e sosteneva i ribelli delle diverse formazioni “jihadiste” in Siria. Il neo-premier libanese risulta alla stessa maniera poco credibile per il fatto di essersi posto come il paladino della comunità sunnita contro l’egemonia politica degli acerrimi nemici sciiti di Hezbollah, sostenendo e foraggiando fazioni jihadiste che hanno rischiato di far diventare il Libano un’arena di guerra come la Siria. O, infine, era stato proprio lo stesso Hariri a dichiarare che mai “avrebbe sostenuto Aoun alla presidenza della repubblica” fino al suo totale ripensamento nel mese di novembre ed al suo successivo sostegno per Aoun, scelta che ha di fatto spianato la strada all’elezione del presidente e alla creazione di un nuovo governo.
Il Libano, come del resto il Medio Oriente, è questo: tutto può diametralmente cambiare in maniera rapida e repentina. Dopo diversi anni, infatti, il leader di Mustaqbal ha capito che l’unica maniera per risolvere l’impasse politica interna era il dialogo e la concertazione con Hezbollah. Hariri ha dovuto “piegarsi” verso la strada della conciliazione anche per diversi motivi oggettivi. Il primo è legato alla congiuntura regionale totalmente sfavorevole al suo principale partner e sostenitore politico, l’Arabia Saudita: sconfitta nel conflitto siriano ed in netta difficoltà in quello yemenita. Il secondo è la situazione economica e finanziaria delle società legate ad Hariri, in netta difficoltà fino al verdetto di condanna per bancarotta ricevuto qualche mese fa dal tribunale di Ryadh.
Intervistato in questi giorni dal quotidiano libanese Assafir il primo ministro si è felicitato del “nuovo clima politico che ha portato all’elezione del presidente Aoun” e del suo governo di unità nazionale. “Questo governo dovrà cambiare la legge elettorale, assicurando una quota rappresentativa alle donne” – ha aggiunto Hariri – “e sarà fondamentale risolvere i problemi per il lavoro, i servizi e l’economia di tutti i libanesi”. Meglio tardi che mai.
Fonte
23/12/2016
Libano - Il governo Hariri e il bivio di Hezbollah
Il Governo di Saad Hariri è appena stato formato. L’annuncio dei 30 ministri che formano il nuovo esecutivo di unità nazionale è il frutto di una lenta contrattazione e un dosaggio tra le varie parti in campo. Il ponte tra gli sciiti di Hezbollah e i cristiani maroniti del Movimento Patriottico Libero è stato il protagonista delle ultime vicende politiche libanesi.
Sul nuovo Governo, e più in particolare sulle scelte e sul ruolo di Hezbollah nell’esecutivo, abbiamo sentito Francesco Mazzucotelli, professore di storia della Turchia e del vicino oriente all’Università di Pavia. Il docente ha inoltre frequentato e svolto attività di ricerca all’American University of Beirut, dedicando al tema Hezbollah gran parte dei suoi studi.
Un nuovo Governo di unità nazionale si apre in Libano, l’asse Hezbollah-Aoun è stato fondamentale al raggiungimento di questo obiettivo, ma quanto è solido questo patto?
L’alleanza tra Hezbollah e Aoun si è dimostrata solida negli ultimi dieci anni e i recenti discorsi di Nasrallah non mi pare lascino presagire un cambiamento radicale di rotta. Penso che vada sempre sottolineato il carattere strumentale di questo tipo di alleanze, che sono più matrimoni di convenienza che non coalizioni organiche. Nell’autunno del 2006 Hezbollah e Aoun erano fortemente accomunati dall’opposizione al governo di Fouad Siniora; oggi molte cose sono cambiate, anche nei rapporti all’interno della comunità cristiana, ma non al punto da mettere in discussione l’interesse comune tra i due partiti. Attualmente mi sembra interessante cercare di capire la posizione del movimento Amal, svantaggiato dell’accordo che ha portato all’accoppiata Aoun-Hariri.
Cosa ha spinto Hezbollah ad avallare la creazione di questo esecutivo?
In Hezbollah convivono queste due anime, che con lessico italiano potremmo chiamare così: una più “movimentista”, legata alla retorica della resistenza e dell’opposizione al sistema clientelare confessionalista, e una più “governista”, che tiene un piede all’interno delle istituzioni. Si potrebbe affermare che Hezbollah ha cercato di essere “partito di lotta e di governo”. Le contraddizioni sono lampanti: è incoerente dire di essere contro il confessionalismo e allo stesso tempo partecipare alla spartizione confessionalista del potere. Credo che alla lunga queste incongruenze possano essere nocive. Se da una parte quando si tocca l’argomento occupazione Israeliana nel Sud del Libano sono tutti d’accordo e le contraddizioni scemano, dall’altra, storia più attuale, la partecipazione di Hezbollah al conflitto siriano ha accresciuto la sensazione di incompatibilità tra le due anime che compongono il movimento. In politica interna la pretesa di diversità morale del “Partito di Dio” rispetto agli altri movimenti, soprattutto rispetto ai cugini e avversari di Amal, è stata messa in discussione dalle proteste dell’estate 2015 per la crisi della raccolta dell’immondizia. In quell’occasione, Hezbollah è stato di fatto accomunato a quella che, sempre con lessico italiana, verrebbe definita la “casta” della classe politica confessionale/clientelare libanese.
Quale partita vorrà giocare adesso in politica interna Hezbollah?
L’ipotesi che sostengo, anche in un capitolo del libro “Lebanon facing the Arab uprising”, pubblicato da Palgrave, è che Hezbollah adotti un linguaggio sempre più confessionale. Esempio di ciò è l’opposizione ai gruppi takfiri e la difesa dei luoghi santi sciiti. Il rischio connesso è un progressivo calo di consenso all’interno della comunità sciita. Le difficoltà sono strettamente connesse ai costi umani della guerra in Siria e alle condizioni materiali di vita in Libano. Se questa intuizione fosse corretta, si aprirebbe la strada a domande quali: che tipo di interessi sociali Hezbollah rappresenta nella pratica, al di là della filosofia e delle parole? Che tipo di politiche economiche e di sviluppo sostiene? Il malcontento del 2015, che ha preso di sprovvista alcuni esponenti e li ha portati ad ammettere che qualcosa doveva essere ricalibrato, è stato un fuoco di paglia o è la spia di un disagio a cui Hezbollah cercherà di rispondere? E sarà una risposta strutturale o populista? Il governo Hariri nasce teoricamente come governo a termine, quindi teoricamente con obiettivi limitati, ma non è detto che le cose andranno veramente così.
Il Partito di Dio spinge particolarmente per un sistema elettorale di tipo proporzionale, quali sono i vantaggi?
Come in Italia, anche in Libano si parla continuamente di legge elettorale. Io ne sento parlare dal 2000. Nessun sistema è però in grado di accontentare tutti, nel senso che o sacrifichi il bilancino della rappresentanza confessionale connessa a quella territoriale o sacrifichi la possibilità di presentare liste disgiunte dai giochi confessionali. Ogni sistema, sia il collegio unico nazionale sia collegi molto piccoli a base locale, ha i suoi pro e i suoi contro. Io non credo che, allo stadio attuale, cambierebbe molto per Hezbollah in termini di numeri di seggi. Ci sarebbero effetti per i partiti “minori” associati a ciascun campo, ma le variabili sono talmente tante che è difficile fare pronostici o disegnare scenari precisi.
La politica estera di Hezbollah, in particolare la Siria, ha spaccato in due il paese, ma lo ha consacrato a potenza regionale. Quanto peseranno in positivo e quanto in negativo le mosse esterne del Partito di Dio alle prossime elezioni di maggio?
Non so se la posizione di Hezbollah avrà un effetto elettorale. L’elettorato è fidelizzato e il combinato di divisione dei seggi su base territoriale e su base confessionale indebolisce gli outsider. Alle elezioni municipali ci sono state quest’anno parecchie sorprese, ma credo che sia difficile replicare nelle elezioni parlamentari. Alcuni sintomi di malcontento in una parte della comunità sciita probabilmente ci sono, ma è difficile che si traducano in un flusso elettorale. A me sembra più plausibile, al più, l’inizio di una disaffezione.
Fonte
18/11/2016
Libano - L'elezione di Aoun e le alleanze mediorientali
| Saad Hariri (a sinistra) e Michel Aoun (a destra) |
