Israele sta violando la tregua non solo a Gaza ma anche in Libano proseguendo unilateralmente la sua “guerra su sette fronti”. Che il Piano Trump fosse in grado di “imbrigliare” l’aggressività militare israeliana nella regione mediorientale si sta confermando come una dolorosa e sanguinosa illusione.
Un raid aereo israeliano ha colpito ieri la periferia sud di Beirut uccidendo Haytham Ali Tabatabai, ritenuto un alto leader militare di Hezbollah. Si tratta del primo attacco di questo tipo sulla capitale libanese condotto senza preavviso dal cessate il fuoco entrato in vigore esattamente un anno fa. Il bombardamento ha colpito un palazzo residenziale nella zona densamente popolata di Haret Hreik a Dahiyeh, i sobborghi meridionali della città.
Il ministero della salute libanese ha riferito che cinque persone sono morte e 28 ferite.
“Abbiamo colpito il comandante più alto dell’organizzazione terroristica Hezbollah”, ha detto il capo militare israeliano Eyal Zamir. “Agiremo per rimuovere qualsiasi minaccia ai cittadini dello Stato di Israele”.
Rivendicando nuovamente la volontà di colpire a proprio piacimento e sulla base di proprie valutazioni unilaterali, l’Ufficio del Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Tabatabai è stato preso di mira per aver guidato il “rafforzamento e il riarmo” di Hezbollah, “Israele è determinato ad agire per raggiungere i suoi obiettivi ovunque e in ogni momento”.
Israele ed Hezbollah avevano firmato un cessate il fuoco nel novembre 2024, ponendo fine a mesi di scontri che erano degenerati in una guerra su larga scala nel settembre 2024.
Le forze militari israeliane hanno regolarmente violato il cessate il fuoco, effettuando attacchi aerei in profondità nel territorio libanese, mentre Hezbollah non ha lanciato attacchi di rappresaglia da quasi un anno.
Secondo il ministero della sanità libanese, almeno 331 persone sono state uccise e circa 1.000 ferite da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore. La maggior parte degli attacchi è avvenuta nel sud del Libano. A questi vanno aggiunti i 13 palestinesi uccisi qualche giorno fa da un bombardamento israeliano nel campo profughi palestinese di Ain el Hilweh a Sidone.
Le notizie provenienti da Israele non confermano il fatto che l’attacco fosse stato coordinato con gli Stati Uniti. Alcune fonti hanno detto che Washington era a conoscenza che Israele pianificava di intensificare l’attività militare in Libano, ma non conoscevano il momento o il luogo dell’attacco.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha esortato la comunità internazionale a prendere misure decisive per fermare gli attacchi israeliani al paese dopo l’attacco. Nel sud del Libano, ogni speranza di riprendere la ricostruzione viene ripetutamente infranta da nuovi attacchi israeliani. Il 4 settembre 2025, attacchi aerei hanno preso di mira magazzini di materiali da costruzione ad Ansariyeh, circa 20 km a sud di Sidone, distruggendo bulldozer, escavatori e altre attrezzature necessarie per ricostruire i villaggi devastati.
Secondo il ministero della salute libanese, i bombardamenti israeliani sul Libano meridionale hanno provocato lo sfollamento di circa 1,4 milioni di persone. I ripetuti raid aerei hanno lasciato gran parte del sud in rovina, distruggendo infrastrutture civili e servizi pubblici essenziali, impedendo a decine di migliaia di residenti di tornare nelle proprie case. Più di 300 persone, tra cui almeno un centinaio di civili sono state uccise in attacchi israeliani dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 27 novembre 2024.
Bombardando la capitale libanese e violando sistematicamente la tregua – in Libano come a Gaza – Israele conferma la propria vocazione bellicista e il pericolo che continua a rappresentare per i popoli e i paesi del Medio Oriente.
Se a questo aggiungiamo l’escalation di aggressioni di coloni e militari israeliani in Cisgiordania, i bombardamenti sullo Yemen e il recente blitz di Netanyahu nei territori occupati nell’ultimo anno in Siria, si comprende come nessuna “stabilità” o “pace” appaiano possibili o praticabili nella regione senza mettere fine all’impunità e all’aggressività israeliana.
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24/11/2025
06/08/2025
Libano - Il porto di Beirut 5 anni dopo: niente giustizia per le vittime
Cinque anni. Tanti ne sono trascorsi da quel 4 agosto 2020 in cui un enorme deposito al porto di Beirut esplose in una nube biancastra e rossa, inghiottendo in pochi secondi 245 vite, distruggendo parte della capitale libanese. Cinque anni in cui le cause del disastro più devastante della storia recente del Libano restano ufficialmente “ignote”. Cinque anni di indagini bloccate, intimidazioni, sospensioni, cavilli legali, accuse incrociate. Eppure, tra le rovine dei silos sventrati che ancora si stagliano sul porto, qualcosa sembra muoversi.
All’inizio del 2025 il ministro della Giustizia Adel Nassar ha riaperto i fascicoli congelati dell’inchiesta sull’esplosione, riaffidandoli al giudice istruttore Tarek Bitar, figura nota per l’ostilità subita da diversi esponenti politici.
A bloccare per anni le indagini è stato un vero e proprio muro di gomma, eretto da parlamentari, procuratori, magistrati e apparati legali. Gli ex ministri Ghazi Zeaiter e Ali Hassan Khalil, membri del Movimento Amal, hanno rifiutato di comparire davanti al giudice. E il giudice Ghassan Oueidat si è pubblicamente rifiutato di riconoscere l’autorità di Bitar, astenendosi da due sessioni investigative nel luglio 2025. Un atteggiamento che ha spinto le organizzazioni per i diritti umani a chiedere la sua rimozione.
Secondo fonti legali, restano tre grandi ostacoli che paralizzano l’inchiesta. Il primo è di ordine internazionale: decine di richieste giudiziarie inviate a paesi europei e arabi – di cui non si conoscono ancora i nomi – sono rimaste senza risposta. Il secondo ostacolo è interno: circa 50 cause legali sono state presentate contro Bitar, 30 delle quali ancora pendenti, tra cui quella dello stesso Oueidat che lo accusa di “usurpazione di autorità”. Infine, pesa l’inerzia della Procura della Repubblica presso la Corte di Cassazione, che deve esaminare il fascicolo prima che possa essere deferito al Consiglio giudiziario.
Nassar, in diverse dichiarazioni pubbliche, ha sottolineato che il tempo non è il fattore decisivo, quanto piuttosto la necessità che la verità venga alla luce in modo completo e credibile. “Uno Stato che non chiede conto ai responsabili del disastro e non chiarisce la verità ai propri cittadini non può affermare di possedere gli elementi di uno Stato vero e proprio”, ha dichiarato. Il ministro ha anche riattivato i contatti con la giustizia francese, che conduce un’inchiesta parallela a causa della presenza di vittime francesi.
Ma cosa si sa oggi, cinque anni dopo, sulla dinamica del disastro?
Il 4 agosto 2020 esplosero 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate nell’Hangar 12 del porto di Beirut. Quel materiale era arrivato nel 2013 a bordo della MV Rhosus, una nave battente bandiera moldava e ufficialmente diretta in Mozambico. Il carico, acquistato dalla società mozambicana FEM, era stato intermediato dalla britannica Savaro Ltd, una società di comodo dietro la quale si nascondeva, come si è poi scoperto, l’ucraino Volodymyr Hlyadchenko.
La nave era stata affittata da una società panamense, la Briarwood Corporation, dietro cui si cela l’imprenditore cipriota Charalambos Manoli, figura già coinvolta in operazioni di bandiera fittizia e traffici poco chiari. Il presunto armatore, Igor Grechushkin, russo residente a Cipro, non era in realtà il proprietario del natante. A oggi, nessuno tra costoro ha mai affrontato un processo.
La quantità di nitrato effettivamente esplosa sarebbe stata di gran lunga inferiore a quella registrata nei documenti ufficiali: forse solo un quinto. Questo ha alimentato il sospetto che parte del materiale sia stata sottratta nel corso degli anni per usi illeciti. Un’ipotesi ancor più inquietante se si considera che la FEM è legata a una rete societaria accusata in passato di traffico illecito di armi e fornitura di esplosivi a gruppi armati, come nel caso degli attentati di Madrid del 2004.
“Solo la verità renderà giustizia alle vittime”, ha dichiarato ancora Nassar. Ma il tempo scorre, e le vittime – i loro nomi, i loro volti – sono ancora confinate nei ritratti incorniciati sui balconi degli appartamenti sventrati. In molte strade di Beirut, le porte e le finestre restano infrante. La centrale elettrica nazionale è ancora in rovina. La ferita più profonda, però, è quella interiore, quella che non si rimargina. Come dice un proverbio libanese, “una brace brucia solo il suo posto”.
Fonte
All’inizio del 2025 il ministro della Giustizia Adel Nassar ha riaperto i fascicoli congelati dell’inchiesta sull’esplosione, riaffidandoli al giudice istruttore Tarek Bitar, figura nota per l’ostilità subita da diversi esponenti politici.
A bloccare per anni le indagini è stato un vero e proprio muro di gomma, eretto da parlamentari, procuratori, magistrati e apparati legali. Gli ex ministri Ghazi Zeaiter e Ali Hassan Khalil, membri del Movimento Amal, hanno rifiutato di comparire davanti al giudice. E il giudice Ghassan Oueidat si è pubblicamente rifiutato di riconoscere l’autorità di Bitar, astenendosi da due sessioni investigative nel luglio 2025. Un atteggiamento che ha spinto le organizzazioni per i diritti umani a chiedere la sua rimozione.
Secondo fonti legali, restano tre grandi ostacoli che paralizzano l’inchiesta. Il primo è di ordine internazionale: decine di richieste giudiziarie inviate a paesi europei e arabi – di cui non si conoscono ancora i nomi – sono rimaste senza risposta. Il secondo ostacolo è interno: circa 50 cause legali sono state presentate contro Bitar, 30 delle quali ancora pendenti, tra cui quella dello stesso Oueidat che lo accusa di “usurpazione di autorità”. Infine, pesa l’inerzia della Procura della Repubblica presso la Corte di Cassazione, che deve esaminare il fascicolo prima che possa essere deferito al Consiglio giudiziario.
Nassar, in diverse dichiarazioni pubbliche, ha sottolineato che il tempo non è il fattore decisivo, quanto piuttosto la necessità che la verità venga alla luce in modo completo e credibile. “Uno Stato che non chiede conto ai responsabili del disastro e non chiarisce la verità ai propri cittadini non può affermare di possedere gli elementi di uno Stato vero e proprio”, ha dichiarato. Il ministro ha anche riattivato i contatti con la giustizia francese, che conduce un’inchiesta parallela a causa della presenza di vittime francesi.
Ma cosa si sa oggi, cinque anni dopo, sulla dinamica del disastro?
Il 4 agosto 2020 esplosero 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate nell’Hangar 12 del porto di Beirut. Quel materiale era arrivato nel 2013 a bordo della MV Rhosus, una nave battente bandiera moldava e ufficialmente diretta in Mozambico. Il carico, acquistato dalla società mozambicana FEM, era stato intermediato dalla britannica Savaro Ltd, una società di comodo dietro la quale si nascondeva, come si è poi scoperto, l’ucraino Volodymyr Hlyadchenko.
La nave era stata affittata da una società panamense, la Briarwood Corporation, dietro cui si cela l’imprenditore cipriota Charalambos Manoli, figura già coinvolta in operazioni di bandiera fittizia e traffici poco chiari. Il presunto armatore, Igor Grechushkin, russo residente a Cipro, non era in realtà il proprietario del natante. A oggi, nessuno tra costoro ha mai affrontato un processo.
La quantità di nitrato effettivamente esplosa sarebbe stata di gran lunga inferiore a quella registrata nei documenti ufficiali: forse solo un quinto. Questo ha alimentato il sospetto che parte del materiale sia stata sottratta nel corso degli anni per usi illeciti. Un’ipotesi ancor più inquietante se si considera che la FEM è legata a una rete societaria accusata in passato di traffico illecito di armi e fornitura di esplosivi a gruppi armati, come nel caso degli attentati di Madrid del 2004.
“Solo la verità renderà giustizia alle vittime”, ha dichiarato ancora Nassar. Ma il tempo scorre, e le vittime – i loro nomi, i loro volti – sono ancora confinate nei ritratti incorniciati sui balconi degli appartamenti sventrati. In molte strade di Beirut, le porte e le finestre restano infrante. La centrale elettrica nazionale è ancora in rovina. La ferita più profonda, però, è quella interiore, quella che non si rimargina. Come dice un proverbio libanese, “una brace brucia solo il suo posto”.
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21/09/2024
Libano - Raid aereo israeliano su Beirut. Otto morti tra cui cinque bambini e un dirigente di Hezbollah
Aerei da guerra israeliani hanno lanciato un raid sulla periferia meridionale di Beirut, mentre i media israeliani hanno confermato che l’attacco ha preso di mira il comandante militare di Hezbollah Ibrahim Aqeel. Un aereo israeliano ha lanciato 3 missili verso un edificio residenziale nell’area di Al-Qaim, nella periferia meridionale, l’area presa di mira è affollata di edifici residenziali e negozi.
La Protezione civile libanese ha detto che due edifici residenziali nella località di Jamous, nella periferia meridionale, sono crollati a seguito dell’attacco israeliano.
Il primo ministro libanese ad interim Najib Mikati ha detto che “prendere di mira un’area popolata nella periferia meridionale dimostra che il nemico israeliano non dà peso a nessuna considerazione umanitaria e legale”.
Secondo l’agenzia di stampa libanese, un aereo israeliano F-35 ha preso di mira con due missili un appartamento nella zona di Jamous, nella periferia meridionale di Beirut.
Fonti mediche hanno detto ad Al Jazeera che “il raid israeliano nella periferia meridionale ha lasciato 8 morti e 59 feriti, compresi cinque bambini”, mentre Hezbollah non ha rilasciato alcun dettaglio sul destino del leader preso di mira.
Ibrahim Aqeel, noto anche come Tahseen, è il capo del Dipartimento per le Operazioni Speciali, nonché membro del più alto consiglio militare di Hezbollah.
Gli Stati Uniti hanno messo da anni una taglia su Tasheen in quanto lo accusano di aver contribuito all’attentato del 1983 all’ambasciata degli Stati Uniti a Beirut.
Hezbollah dal canto suo ha affermato di aver colpito con razzi Katyusha, il principale quartier generale dell’intelligence israeliana nella regione settentrionale di Israele.
“Abbiamo bombardato il quartier generale dell’unità di controllo del traffico aereo e il dipartimento delle operazioni aeree della base di Meron”, ha detto Hezbollah.
Il corrispondente di Al Jazeera ha detto che esplosioni sono state udite nell’Alta Galilea e vicino a Safad a seguito di un attacco dal Libano e del lancio di intercettori israeliani.
Fonte
La Protezione civile libanese ha detto che due edifici residenziali nella località di Jamous, nella periferia meridionale, sono crollati a seguito dell’attacco israeliano.
Il primo ministro libanese ad interim Najib Mikati ha detto che “prendere di mira un’area popolata nella periferia meridionale dimostra che il nemico israeliano non dà peso a nessuna considerazione umanitaria e legale”.
Secondo l’agenzia di stampa libanese, un aereo israeliano F-35 ha preso di mira con due missili un appartamento nella zona di Jamous, nella periferia meridionale di Beirut.
Fonti mediche hanno detto ad Al Jazeera che “il raid israeliano nella periferia meridionale ha lasciato 8 morti e 59 feriti, compresi cinque bambini”, mentre Hezbollah non ha rilasciato alcun dettaglio sul destino del leader preso di mira.
Ibrahim Aqeel, noto anche come Tahseen, è il capo del Dipartimento per le Operazioni Speciali, nonché membro del più alto consiglio militare di Hezbollah.
Gli Stati Uniti hanno messo da anni una taglia su Tasheen in quanto lo accusano di aver contribuito all’attentato del 1983 all’ambasciata degli Stati Uniti a Beirut.
Hezbollah dal canto suo ha affermato di aver colpito con razzi Katyusha, il principale quartier generale dell’intelligence israeliana nella regione settentrionale di Israele.
“Abbiamo bombardato il quartier generale dell’unità di controllo del traffico aereo e il dipartimento delle operazioni aeree della base di Meron”, ha detto Hezbollah.
Il corrispondente di Al Jazeera ha detto che esplosioni sono state udite nell’Alta Galilea e vicino a Safad a seguito di un attacco dal Libano e del lancio di intercettori israeliani.
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31/07/2024
Israele bombarda Beirut: tra gli uccisi c’è il capo militare di Hezbollah
Un attacco sulla capitale libanese ha colpito un edificio nella zona di Haret Hreik, al sud di Beirut. Le forze armate israeliane hanno rilasciato un comunicato ufficiale affermando di aver preso di mira il comandante di Hezbollah che avrebbe dato l’ordine di attaccare Majdal Shams. Nella cittadina drusa sulle alture del Golan occupato, lo scorso sabato 27 luglio dodici ragazzi e bambini tra i 10 e i 20 anni sono stati uccisi da un missile caduto su di un campo da calcio. Israele ha accusato Hezbollah dell’attacco ma il movimento sciita libanese ha negato categoricamente qualsiasi responsabilità. Secondo diverse fonti Israele avrebbe fallito l’obiettivo.
Tel Aviv aveva minacciato ritorsioni e lo scambio di attacchi in questi giorni non è mai cessato. Nella mattinata di martedì 30 luglio Israele ha attaccato il villaggio libanese di Jechit e nel pomeriggio una raffica di razzi lanciati dal Libano ha colpito Kibbutz Hagoshrim, nel nel nord di Israele, uccidendo un uomo di 28 anni.
Il bombardamento su Beirut, rappresenta un importante passo verso l’escalation e l’inizio della guerra totale tra Hezbollah e Israele. L’arsenale di Hezbollah è decisamente più ricco e fornito di quello di Hamas e un’invasione di terra come quella che vorrebbe larga parte della destra israeliana causerebbe con ogni probabilità la reazione dell’Iran.
Il giornale israeliano Haaretz, citando una fonte israeliana, ritiene che l’attacco sia una risposta alla strage di Majdal Shams. Obiettivo del bombardamento drone sulla capitale libanese, Fuad Shukr, noto anche come Hajj Muhassin, considerato la più alta figura militare di Hezbollah, consigliere del leader Nasrallah e responsabile delle attività militari del gruppo sciita. Secondo il Ministero della salute libanese sono tre le persone uccise nell’attacco, tra le quali una donna e 85 i feriti, di cui molti bambini. Secondo diverse fonti l’operazione israeliana non avrebbe avuto l’esito desiderato e Fuad Shukr sarebbe ancora vivo.
Ore 22
Secondo il Ministero della salute libanese sono tre le persone uccise nell’attacco tra le quali una donna, 85 i feriti, di cui alcuni bambini. Secondo diverse fonti l’operazione israeliana non avrebbe avuto l’esito desiderato e Fuad Shukr sarebbe ancora vivo.
Il ministro degli Esteri ha dichiarato che il Libano presenterà una denuncia alle Nazioni Unite per l’attacco nella capitale.
Ore 23
Le forze armate israeliane dichiarano di aver raggiunto l’obiettivo e aver ucciso Fuad Shukr. Il Ministero della sanità libanese parla invece di una bambina di 6 anni e un bimbo di 10 uccisi insieme a una donna.
Ore 7:30 - 31 Luglio 2024
Il movimento sciita Hezbollah, in un comunicato diffuso questa mattina sull’attacco aereo ieri a Beirut, ha confermato che Fuad Shukr si trovava nell’edificio colpito dal drone israeliano, ma non ha ancora confermato ufficialmente la sua morte.
Fonte
Tel Aviv aveva minacciato ritorsioni e lo scambio di attacchi in questi giorni non è mai cessato. Nella mattinata di martedì 30 luglio Israele ha attaccato il villaggio libanese di Jechit e nel pomeriggio una raffica di razzi lanciati dal Libano ha colpito Kibbutz Hagoshrim, nel nel nord di Israele, uccidendo un uomo di 28 anni.
Il bombardamento su Beirut, rappresenta un importante passo verso l’escalation e l’inizio della guerra totale tra Hezbollah e Israele. L’arsenale di Hezbollah è decisamente più ricco e fornito di quello di Hamas e un’invasione di terra come quella che vorrebbe larga parte della destra israeliana causerebbe con ogni probabilità la reazione dell’Iran.
Il giornale israeliano Haaretz, citando una fonte israeliana, ritiene che l’attacco sia una risposta alla strage di Majdal Shams. Obiettivo del bombardamento drone sulla capitale libanese, Fuad Shukr, noto anche come Hajj Muhassin, considerato la più alta figura militare di Hezbollah, consigliere del leader Nasrallah e responsabile delle attività militari del gruppo sciita. Secondo il Ministero della salute libanese sono tre le persone uccise nell’attacco, tra le quali una donna e 85 i feriti, di cui molti bambini. Secondo diverse fonti l’operazione israeliana non avrebbe avuto l’esito desiderato e Fuad Shukr sarebbe ancora vivo.
Ore 22
Secondo il Ministero della salute libanese sono tre le persone uccise nell’attacco tra le quali una donna, 85 i feriti, di cui alcuni bambini. Secondo diverse fonti l’operazione israeliana non avrebbe avuto l’esito desiderato e Fuad Shukr sarebbe ancora vivo.
Il ministro degli Esteri ha dichiarato che il Libano presenterà una denuncia alle Nazioni Unite per l’attacco nella capitale.
Ore 23
Le forze armate israeliane dichiarano di aver raggiunto l’obiettivo e aver ucciso Fuad Shukr. Il Ministero della sanità libanese parla invece di una bambina di 6 anni e un bimbo di 10 uccisi insieme a una donna.
Ore 7:30 - 31 Luglio 2024
Il movimento sciita Hezbollah, in un comunicato diffuso questa mattina sull’attacco aereo ieri a Beirut, ha confermato che Fuad Shukr si trovava nell’edificio colpito dal drone israeliano, ma non ha ancora confermato ufficialmente la sua morte.
Fonte
13/09/2022
Quaranta anni fa la strage di Sabra e Shatila
Nel settembre di quarant’anni fa avveniva a Beirut una delle stragi più violente e atroci del ‘900. Oltre duemila persone furono trucidate a Sabra e Shatila, due poverissimi campi profughi palestinesi della periferia sud della capitale libanese, oggi un’unica vasta area di estrema povertà e marginalità.
Quei nomi, Sabra e Shatila, sono poi penetrati nella memoria collettiva come sinonimo di orrore, vendetta, crimine contro l’umanità, ricordati per questo dall’Enciclopedia Treccani.
Nel settembre del 1982 Beirut era stata da poco occupata dalle forze armate israeliane che dal ‘78 controllavano il sud del Libano. L’architettura del piano settembrino fu pensata da una mente criminale (Sharon, ministro della difesa).
Gli israeliani, infatti, volevano assolutamente spezzare la linea di resistenza contro le ingerenze sioniste che trovava un punto di forza nell’alleanza tra i gruppi palestinesi e le componenti progressiste della società libanese, contrastate dal blocco reazionario falangista.
Il “Vecchio“ (Arafat) aveva proprio in Libano il suo quartier generale ormai da molti anni: il movimento di liberazione palestinese, che lui aveva portato dentro il grande movimento anticolonialista mondiale, aveva una sua specificità, cioè non combatteva l’usurpatore nella propria terra ma dalla diaspora, una oggettiva circostanza di indebolimento che costringeva i suoi leader ad arrangiare le basi operative altrove.
Nei paesi ospitanti i palestinesi erano sempre una presenza dinamica e conflittuale che spingeva la società a schierarsi, come avvenne soprattutto in Libano che la pagò cara: una terribile guerra civile straziò per sempre un paese fino ad allora modello multietnico, multireligioso, laico: un esempio per un futuro Stato Palestinese.
Quando Sharon decise di spingersi con il proprio esercito verso la capitale Beirut voleva ciò che ottenne: la cacciata dal paese dei Cedri di Yasser Arafat, un leader che teneva alle mediazioni ma che non arretrava.
Arrivò nei primi giorni di settembre a mettere pace il mediatore americano Philippe Habib: al solito un accordo tra diseguali, visto che consisteva nel ritiro di Israele da Beirut (non dal sud del paese) contemporaneamente all’impegno delle organizzazioni palestinesi a lasciare il Libano e a disarmare i propri gruppi (naturalmente la stessa condizione non era stata chiesta alle bande falangisti); una forza multinazionale sarebbe rimasta a presidiare le operazioni di ritiro, dal 21 agosto al 21 settembre, un solo mese: ma tale era la forza prepotente di Israele che le autorità di Tel Aviv ne ottennero il ritiro anticipato.
Arafat accettò di partire su un cargo che lo portava a Tunisi passando per la Grecia. Poi lo disse: “avevo detto a Philip Habib di garantire la sicurezza delle nostra gente“, ne parlò anche al ministro degli Esteri francese che incontrò a Tunisi il 3 settembre, “badate voi a loro”. Non andò così.
In fretta e furia i falangisti organizzarono l’accerchiamento dei campi di Sabra e Shatila, sotto la supervisione del falco Sharon, e dal 16 al 18 settembre condussero la mattanza. “Vi schiacceremo come mosche”, amava dire Sharon, ed è quello che tentarono di fare in quegli orribili due giorni raccontati in un pesante libricino intitolato Quattro ore a Shatila da Jean Genet, pagine di puro orrore e angoscia.
Nel ricordo di quelle vittime oggi dobbiamo pensare che la profezia di Sharon non si è realizzata affatto: il popolo palestinese continua la sua resistenza eroica e mai disperata, chissà dove prendono quella forza.
E poi la memoria della strage è quanto mai viva: dal settembre del 2000 un Comitato internazionale commemora ogni anno le vittime e le loro famiglie, portando solidarietà nei campi profughi.
L’Italia anche quest’anno è presente con il vivace Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila che accompagna da allora militanti, attivisti semplici osservatori che vogliono andare, vedere, capire, esserci. L’esperienza italiana porta il segno di Stefano Chiarini e Maurizio Musolino, due compagni che abbiamo amato e che ci mancano molto.
Fonte
Quei nomi, Sabra e Shatila, sono poi penetrati nella memoria collettiva come sinonimo di orrore, vendetta, crimine contro l’umanità, ricordati per questo dall’Enciclopedia Treccani.
Nel settembre del 1982 Beirut era stata da poco occupata dalle forze armate israeliane che dal ‘78 controllavano il sud del Libano. L’architettura del piano settembrino fu pensata da una mente criminale (Sharon, ministro della difesa).
Gli israeliani, infatti, volevano assolutamente spezzare la linea di resistenza contro le ingerenze sioniste che trovava un punto di forza nell’alleanza tra i gruppi palestinesi e le componenti progressiste della società libanese, contrastate dal blocco reazionario falangista.
Il “Vecchio“ (Arafat) aveva proprio in Libano il suo quartier generale ormai da molti anni: il movimento di liberazione palestinese, che lui aveva portato dentro il grande movimento anticolonialista mondiale, aveva una sua specificità, cioè non combatteva l’usurpatore nella propria terra ma dalla diaspora, una oggettiva circostanza di indebolimento che costringeva i suoi leader ad arrangiare le basi operative altrove.
Nei paesi ospitanti i palestinesi erano sempre una presenza dinamica e conflittuale che spingeva la società a schierarsi, come avvenne soprattutto in Libano che la pagò cara: una terribile guerra civile straziò per sempre un paese fino ad allora modello multietnico, multireligioso, laico: un esempio per un futuro Stato Palestinese.
Quando Sharon decise di spingersi con il proprio esercito verso la capitale Beirut voleva ciò che ottenne: la cacciata dal paese dei Cedri di Yasser Arafat, un leader che teneva alle mediazioni ma che non arretrava.
Arrivò nei primi giorni di settembre a mettere pace il mediatore americano Philippe Habib: al solito un accordo tra diseguali, visto che consisteva nel ritiro di Israele da Beirut (non dal sud del paese) contemporaneamente all’impegno delle organizzazioni palestinesi a lasciare il Libano e a disarmare i propri gruppi (naturalmente la stessa condizione non era stata chiesta alle bande falangisti); una forza multinazionale sarebbe rimasta a presidiare le operazioni di ritiro, dal 21 agosto al 21 settembre, un solo mese: ma tale era la forza prepotente di Israele che le autorità di Tel Aviv ne ottennero il ritiro anticipato.
Arafat accettò di partire su un cargo che lo portava a Tunisi passando per la Grecia. Poi lo disse: “avevo detto a Philip Habib di garantire la sicurezza delle nostra gente“, ne parlò anche al ministro degli Esteri francese che incontrò a Tunisi il 3 settembre, “badate voi a loro”. Non andò così.
In fretta e furia i falangisti organizzarono l’accerchiamento dei campi di Sabra e Shatila, sotto la supervisione del falco Sharon, e dal 16 al 18 settembre condussero la mattanza. “Vi schiacceremo come mosche”, amava dire Sharon, ed è quello che tentarono di fare in quegli orribili due giorni raccontati in un pesante libricino intitolato Quattro ore a Shatila da Jean Genet, pagine di puro orrore e angoscia.
Nel ricordo di quelle vittime oggi dobbiamo pensare che la profezia di Sharon non si è realizzata affatto: il popolo palestinese continua la sua resistenza eroica e mai disperata, chissà dove prendono quella forza.
E poi la memoria della strage è quanto mai viva: dal settembre del 2000 un Comitato internazionale commemora ogni anno le vittime e le loro famiglie, portando solidarietà nei campi profughi.
L’Italia anche quest’anno è presente con il vivace Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila che accompagna da allora militanti, attivisti semplici osservatori che vogliono andare, vedere, capire, esserci. L’esperienza italiana porta il segno di Stefano Chiarini e Maurizio Musolino, due compagni che abbiamo amato e che ci mancano molto.
Fonte
14/08/2020
Beirut, tra piani criminali e complottismo
Di seguito riproduciamo un testo di Altrenotizie – ripreso anche da Contropiano – che funge un po' da cartina tornasole di certe derive complottiste che, purtroppo, si sono radicate anche tra la sinistra più acuta.
Il pezzo firmato da Fabrizio Casari coglie in maniera cristallina la speculazione che i governi occidentali stanno tentando di porre in essere sul corpo dilaniato del Libano (e coglie con altrettanta precisione il ruolo che da lustri Hezbollah svolge nella regione).
Tuttavia, il problema – grosso – dell'analisi di Casari e di tanta controinformazione che si è ritagliata il proprio spazio in rete è l'analisi dei fatti che, quando si tratta di Medio Oriente, spesso assume le tinte del brand di Tom Clancy finendo per andare a parare sul complottismo.
Ci riferiamo ai passaggi in cui Casari avvalla l’ipotesi di un coinvolgimento diretto israeliano nel disastro avvenuto a Beirut, che certamente è plausibile dato lo storico delle azioni dello Stato Ebraico nella regione e non solo; tuttavia questo è l'unico fatto verificabile di quanto esposto nell'articolo di Altrenotize.
Il resto dei dati ha riscontri piuttosto deboli.
Procedendo con ordine:
– il paragone dell'energia sprigionata dalla detonazione con un terremoto di magnitudo 4,4 Richter trova pochi riscontri, decisamente più citato sulle testate internazionali è il dato di 3,3 Richter.
– Il riferimento a un ordigno atomico a basso potenziale, in gergo definito "tattico", sconta l’improbabilità di occultare una detonazione nucleare stanti gli attuali sistemi di controllo delle radiazioni, di cui praticamente tutte le “potenze” medio-grandi sono dotate e che nella zona hanno occhi sempre aperti, visti i tentativi costanti di denunciare l’esistenza/uso di armi di distruzione di massa da parte dei regimi invisi agli interessi imperialisti.
Questo senza contare il fatto che un’area soggetta a fallout nucleare risulterebbe del tutto interdetta all’accesso umano per qualche tempo anche nel caso di ordigni a basso potenziale, a Beirut invece i soccorsi si sono mobilitati tempestivamente compresi quelli portati da gente comune, dunque priva di qualsiasi, seppur blanda, protezione contro le radiazioni.
– A sostegno del ruolo attivo di Israele, Casari, basandosi sul riscontro reale delle due esplosioni, fa proprio il parere di tale Hussein Karim, secondo cui le forze armate israeliane avrebbero eseguito l’attacco mediante l’impiego di due missili, identificati nei modelli “Gabriel” e “Delilah”. In entrambi i casi, si tratta di missili di corta/media crociera, con portata che non supera i 400km.
Il “Gabriel” è una famiglia di missili sviluppata a partire da fine anni ‘60 per l’impiego antinave. Israele attualmente ha in servizio la versione 5, l’ultima. Nel merito della testata esplosiva non si trovano riferimenti precisi, ma basandosi sui dati della versione precedente è probabile che si tratti di 200/250kg di alto esplosivo.
Il “Delilah” è invece un missile aviolanciato progettato per colpire bersagli fissi e in movimento a terra e sull’acqua. Ha una portata di 250km e una testata di 30kg di alto esplosivo.
Le caratteristiche di entrambi difficilmente li mettano nelle condizioni di provocare la distruzione che si è abbattuta sul porto di Beirut, in particolare incenerire letteralmente parte della banchina portuale e polverizzare ¾ del magazzino localizzato sulla medesima (le foto si trovano facilmente in rete) in cui era stoccato il famigerato nitrato d'ammonio.
Altro dettaglio tecnico dei due missili che complica il quadro ipotizzato da Casari è quello della rispettive velocità, che si attestano nell’ordine dei 700/800 km/h di picco che ne rende difficoltosa l'osservazione a occhio nudo, ma molto meno la ripresa da parte di videocamere, che nella zona abbondavano come testimonia il mare di video apparsi quasi in tempo reale in rete che immortalano il disastro da più angolazioni.
– Ultimi ma non per importanza i dati tattici e strategici.
Una simile operazione da parte israeliana avrebbe provocato movimenti dell’aviazione/marina che non sarebbero passati inosservati, soprattutto ai russi che a far data dall’intervento in Siria detengono, se non il controllo totale, comunque uno spettro chiaro dei movimenti delle forze armate israeliane, in particolare per quel che concerne l’aviazione.
Strategicamente non si capisce cosa guadagnerebbe da una simile azione la classe dirigente israeliana. Anche considerando seriamente l’ipotesi che Netanyahu abbia scelto di sposare l’azione da “cane pazzo” per divincolarsi dal pantano in cui si è ficcato a seguito delle indagini per corruzione e della costante escalation di violenze verso i palestinesi, è improbabile che un’azione militare così azzardata avrebbe passato il vaglio dello stato maggiore israeliano, non solo per la palese gratuità vero i civili libanesi, ma per i rischi di essere rapidamente smascherata, ponendo lo Strato Ebraico nella condizione di subire pesanti ritorsioni non circoscrivibili come in passato.
Questo perchè gli ultimi 15 anni hanno quasi completamente eroso il predominio militare israeliano in Medio Oriente. Nel 2006 è caduta l’imbattibilità dell’esercito a terra con la sconfitta in Libano portata da Hezbollah, dal 2015 è venuta meno anche la superiorità nei cieli con le innumerevoli intercettazioni russe nello spazio aereo siriano e l’abbattimento di un paio di F-16 ad opera diretta della contraerea di Assad.
Insomma, Israele minaccia la guerra ogni 3x2 ma non la vuole – tranne giusto contro i palestinesi di Gaza – perchè sa di non avere più i mezzi per vincerla senza incassare ingenti perdite e danni materiali.
A fronte di tutte queste considerazioni e di altri casi simili verificatisi in giro per il mondo, per ora l’ipotesi più verosimile è, dunque, quella del tragico “incidente”, con tutto il corollario di responsabilità istituzionali a carico della classe dirigente locale di cui siamo abituati anche a casa nostra per altro.
Il pezzo firmato da Fabrizio Casari coglie in maniera cristallina la speculazione che i governi occidentali stanno tentando di porre in essere sul corpo dilaniato del Libano (e coglie con altrettanta precisione il ruolo che da lustri Hezbollah svolge nella regione).
Tuttavia, il problema – grosso – dell'analisi di Casari e di tanta controinformazione che si è ritagliata il proprio spazio in rete è l'analisi dei fatti che, quando si tratta di Medio Oriente, spesso assume le tinte del brand di Tom Clancy finendo per andare a parare sul complottismo.
Ci riferiamo ai passaggi in cui Casari avvalla l’ipotesi di un coinvolgimento diretto israeliano nel disastro avvenuto a Beirut, che certamente è plausibile dato lo storico delle azioni dello Stato Ebraico nella regione e non solo; tuttavia questo è l'unico fatto verificabile di quanto esposto nell'articolo di Altrenotize.
Il resto dei dati ha riscontri piuttosto deboli.
Procedendo con ordine:
– il paragone dell'energia sprigionata dalla detonazione con un terremoto di magnitudo 4,4 Richter trova pochi riscontri, decisamente più citato sulle testate internazionali è il dato di 3,3 Richter.
– Il riferimento a un ordigno atomico a basso potenziale, in gergo definito "tattico", sconta l’improbabilità di occultare una detonazione nucleare stanti gli attuali sistemi di controllo delle radiazioni, di cui praticamente tutte le “potenze” medio-grandi sono dotate e che nella zona hanno occhi sempre aperti, visti i tentativi costanti di denunciare l’esistenza/uso di armi di distruzione di massa da parte dei regimi invisi agli interessi imperialisti.
Questo senza contare il fatto che un’area soggetta a fallout nucleare risulterebbe del tutto interdetta all’accesso umano per qualche tempo anche nel caso di ordigni a basso potenziale, a Beirut invece i soccorsi si sono mobilitati tempestivamente compresi quelli portati da gente comune, dunque priva di qualsiasi, seppur blanda, protezione contro le radiazioni.
– A sostegno del ruolo attivo di Israele, Casari, basandosi sul riscontro reale delle due esplosioni, fa proprio il parere di tale Hussein Karim, secondo cui le forze armate israeliane avrebbero eseguito l’attacco mediante l’impiego di due missili, identificati nei modelli “Gabriel” e “Delilah”. In entrambi i casi, si tratta di missili di corta/media crociera, con portata che non supera i 400km.
Il “Gabriel” è una famiglia di missili sviluppata a partire da fine anni ‘60 per l’impiego antinave. Israele attualmente ha in servizio la versione 5, l’ultima. Nel merito della testata esplosiva non si trovano riferimenti precisi, ma basandosi sui dati della versione precedente è probabile che si tratti di 200/250kg di alto esplosivo.
Il “Delilah” è invece un missile aviolanciato progettato per colpire bersagli fissi e in movimento a terra e sull’acqua. Ha una portata di 250km e una testata di 30kg di alto esplosivo.
Le caratteristiche di entrambi difficilmente li mettano nelle condizioni di provocare la distruzione che si è abbattuta sul porto di Beirut, in particolare incenerire letteralmente parte della banchina portuale e polverizzare ¾ del magazzino localizzato sulla medesima (le foto si trovano facilmente in rete) in cui era stoccato il famigerato nitrato d'ammonio.
Altro dettaglio tecnico dei due missili che complica il quadro ipotizzato da Casari è quello della rispettive velocità, che si attestano nell’ordine dei 700/800 km/h di picco che ne rende difficoltosa l'osservazione a occhio nudo, ma molto meno la ripresa da parte di videocamere, che nella zona abbondavano come testimonia il mare di video apparsi quasi in tempo reale in rete che immortalano il disastro da più angolazioni.
– Ultimi ma non per importanza i dati tattici e strategici.
Una simile operazione da parte israeliana avrebbe provocato movimenti dell’aviazione/marina che non sarebbero passati inosservati, soprattutto ai russi che a far data dall’intervento in Siria detengono, se non il controllo totale, comunque uno spettro chiaro dei movimenti delle forze armate israeliane, in particolare per quel che concerne l’aviazione.
Strategicamente non si capisce cosa guadagnerebbe da una simile azione la classe dirigente israeliana. Anche considerando seriamente l’ipotesi che Netanyahu abbia scelto di sposare l’azione da “cane pazzo” per divincolarsi dal pantano in cui si è ficcato a seguito delle indagini per corruzione e della costante escalation di violenze verso i palestinesi, è improbabile che un’azione militare così azzardata avrebbe passato il vaglio dello stato maggiore israeliano, non solo per la palese gratuità vero i civili libanesi, ma per i rischi di essere rapidamente smascherata, ponendo lo Strato Ebraico nella condizione di subire pesanti ritorsioni non circoscrivibili come in passato.
Questo perchè gli ultimi 15 anni hanno quasi completamente eroso il predominio militare israeliano in Medio Oriente. Nel 2006 è caduta l’imbattibilità dell’esercito a terra con la sconfitta in Libano portata da Hezbollah, dal 2015 è venuta meno anche la superiorità nei cieli con le innumerevoli intercettazioni russe nello spazio aereo siriano e l’abbattimento di un paio di F-16 ad opera diretta della contraerea di Assad.
Insomma, Israele minaccia la guerra ogni 3x2 ma non la vuole – tranne giusto contro i palestinesi di Gaza – perchè sa di non avere più i mezzi per vincerla senza incassare ingenti perdite e danni materiali.
A fronte di tutte queste considerazioni e di altri casi simili verificatisi in giro per il mondo, per ora l’ipotesi più verosimile è, dunque, quella del tragico “incidente”, con tutto il corollario di responsabilità istituzionali a carico della classe dirigente locale di cui siamo abituati anche a casa nostra per altro.
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Le tremende esplosioni che hanno squarciato il porto di Beirut appaiono, man mano che i giorni passano e le parole s’intrecciano, sempre meno fatalità e sempre più volontà precisa di qualcuno. A confermare questa lettura ci sono interessi evidenti e specifiche tecniche difficili da confutare. Il racconto della fabbrica di fuochi d’artificio non ha retto; nessuno dotato di un minimo si logica e di senno installa una fabbrica di fuochi pirotecnici in un’area ad alto traffico di persone e merci. Allora,vista la scarsa credibilità di questa pista, in soccorso del depistaggio internazionale è arrivata la storia della nave ormeggiata in porto (ovviamente russa, ma solo perché non vi sono navi cinesi che operano in zona).
Ciò che si è voluto spacciare come versione più credibile è l’ipotesi che si sia trattato di una violentissima esplosione di nitrato, ma i dati tecnici a supporto non sembrano confermare. Perché una esplosione di nitrato produce fumo nero e non bianco e rosso come si vede nei filmati. Inoltre, indipendentemente dalla quantità di nitrato, in nessun modo una sua esplosione può sviluppare la forma “a fungo” che si è vista nei video, tipica invece di una esplosione atomica, anche a bassissimo potenziale. Da ultimo, per un cortocircuito, per il fuoco o per alta temperatura il nitrato non esplode: serve un detonatore con innesco. E comunque, per quanto forte sia l’esplosione del nitrato, essa non determinerà mai un terremoto di 4,5 gradi della scala Richter, come quello registrato a seguito delle esplosioni.
Le esplosioni, va ricordato, sono state due e non simultanee. La probabilità che acquista forza di ora in ora è che si sia trattato di due missili, il secondo dei quali lanciato dopo l’arrivo dei soccorritori. Secondo Hussein Karim, esperto di esplosivi, il primo sembra un missile antinave del tipo Gabriel, il secondo del tipo Dalila. Dunque si sarebbe trattato di un attentato israeliano.
Se questa pista sarà confermata dalle indagini dell'esercito libanese, ci sarebbe da indignarsi. Ma non da stupirsi: non sarebbe infatti la prima volta che Israele colpisce in modo vigliacco e sanguinoso i paesi circostanti e lo stesso Iran. Non c’è paese arabo, sciita o sunnita, che abbia avuto il privilegio di essere risparmiato dalle aggressioni israeliane. E meno che mai ci si potrebbe stupire ora, dopo che Netanyahu ha in qualche modo rivendicato l’attacco e quando Tel Aviv gode del massimo sostegno politico e militare statunitense dalla sua nascita che la mette al riparo da ogni tipi di reazione militare e politica.
Ma quali che siano le ipotetiche, specifiche responsabilità israeliane, risultano evidenti i progetti di destabilizzazione del Libano che Stati Uniti, Francia e Israele propugnano con forza. L’obiettivo della nuova campagna di destabilizzazione in Libano è Hezbollah, il “partito di Dio”, l’organizzazione politico-religiosa sciita che ha come guida Nasrallah. Appare probabilmente un dettaglio il fatto che tra sciiti e drusi il 42% della popolazione libanese si senta rappresentato proprio dal “Partito di Dio”.
Hezbollah deve la sua popolarità in Libano sia al sostegno attivo alla popolazione che alla sua capacità di difendere l’indipendenza e la sovranità territoriale del paese dei cedri grazie ad un dispositivo militare di primissimo ordine. Ben lo sa Israele, che venne già severamente castigata nel 2006, quando invase il Libano e venne costretta alla ritirata proprio da Hezbollah, che inferse un duro colpo all’immagine di presunta invincibilità di Thasal. Del resto, quando una guerriglia affronta un esercito, se non viene distrutta ha vinto: mentre quando un esercito affronta una guerriglia, se non la distrugge ha perso. Hezbollah non solo non venne sconfitto, meno che mai disarmato, anzi aumentò notevolmente le sue capacità militari a spese dell'esercito israeliano e della popolazione dell'Alta Galilea.
Quattordici anni dopo la situazione non è cambiata: Hezbollah, in stretta alleanza con Assad, con la Russia e con l’Iran, ha svolto un ruolo importantissimo nella difesa della Siria dal terrorismo di Isis, Al Nusra ed Esercito libero siriano, tutti impegnati con ruoli diversi nel cancellare il legittimo governo siriano e consegnare ad Israele ben più che le alture del Golan. Nemmeno mezzo milione di morti ed un paese distrutto sono stati sufficienti a sconfiggere la Siria e, dopo quella del 2006 in Libano, Israele somma un’altra sconfitta nel suo progetto di occupazione di ogni lembo di terra mediorientale.
Insomma Hezbollah è oggi, agli occhi delle masse arabe, il simbolo della resistenza araba contro Israele, una nuova pagina della dottrina militare mediorientale che ha nella guerriglia organizzata e nell'insediamento popolare una forza prima sconosciuta. Che non vede più Tsahal, l'esercito israeliano, come dominatore incontrastato della regione, monito e minaccia per ogni rivendicazione politico-militare araba, deterrente internazionale contro la messa in discussione degli equilibri geopolitici di tutto il Medio Oriente e del Golfo Persico. Il Partito di Dio riscuote oggi di un credito politico e d'immagine presso tutto il mondo arabo che potrebbe dar luogo ad emulazioni in diverse realtà, quella palestinese innanzi tutto.
Le strumentalizzazioni della cosiddetta “crisi politica libanese”, che altro non è se non l’impossibilità da parte del falangismo cristiano maronita (alleato di Israele) di eliminare la componente sciita dall’arena politica, sono una parte fondamentale nelle operazioni di depistaggio mediatico. Il tentativo dell’Occidente è quello di provocare una nuova “primavera araba” che, come già in passato, viene organizzata da anni di preparativi e di infiltrazioni, di finanziamenti e direzione politica straniera. Sentiremo parlare di “rivolte spontanee”, di “lotta alla corruzione” di rivolta contro la componente religiosa sciita, di rifiuto del controllo iraniano del Libano tramite Hezbollah. Sembrano tesi verosimili ma non c'è nulla di vero. Sono le coordinate informative dell’ennesimo colpo di stato travestito da rivolta popolare già andato in onda in Egitto, Tunisia, Giordania, Iran.
Non a caso il Presidente francese, Macron, si è recato con straordinario tempismo a Beirut, volando come un falco sulle macerie a sostenere la famiglia Hariri, che come la Francia é legatissima all’Araba Saudita e ai suoi petrodollari. Non è un caso che Beirut abbia affidato l’esplorazione offshore di gas e petrolio a un consorzio capeggiato dalla francese Total con l’Eni e la russa Novatek. Il piano di salvataggio del Libano, prima della deflagrazione al porto, era stimato 10-15 miliardi di dollari, oggi è molto di più. Un fiume di denaro che l’Occidente non vuole vada ad Hezbollah: ecco perché è piombato su Beirut.
Macron ha condizionato gli aiuti internazionali alla resa incondizionata all’Occidente della sovranità libanese, rassicurando però i libanesi sulle loro sorti e sui loro soldi qualora decidessero di restituire alla Francia il dominio coloniale come lo ebbe dal 1923 al 1943. Che prova a mettere insieme Grecia ed Egitto ma si prende il NO deciso da Ankara, che umilia Parigi anche in Libia. La sponsorizzazione del consorzio composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele, prevede la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara ha nel Libano un altro decisivo pezzo del puzzle del sistema “alla francese”. Divertente che Macron, un omino incapace di piegare i gilet gialli, pensi di sconfiggere Hezbollah e Turchia. La grandeur dell’Eliseo ha preso un colpo di calore.
Ciò che si è voluto spacciare come versione più credibile è l’ipotesi che si sia trattato di una violentissima esplosione di nitrato, ma i dati tecnici a supporto non sembrano confermare. Perché una esplosione di nitrato produce fumo nero e non bianco e rosso come si vede nei filmati. Inoltre, indipendentemente dalla quantità di nitrato, in nessun modo una sua esplosione può sviluppare la forma “a fungo” che si è vista nei video, tipica invece di una esplosione atomica, anche a bassissimo potenziale. Da ultimo, per un cortocircuito, per il fuoco o per alta temperatura il nitrato non esplode: serve un detonatore con innesco. E comunque, per quanto forte sia l’esplosione del nitrato, essa non determinerà mai un terremoto di 4,5 gradi della scala Richter, come quello registrato a seguito delle esplosioni.
Le esplosioni, va ricordato, sono state due e non simultanee. La probabilità che acquista forza di ora in ora è che si sia trattato di due missili, il secondo dei quali lanciato dopo l’arrivo dei soccorritori. Secondo Hussein Karim, esperto di esplosivi, il primo sembra un missile antinave del tipo Gabriel, il secondo del tipo Dalila. Dunque si sarebbe trattato di un attentato israeliano.
Se questa pista sarà confermata dalle indagini dell'esercito libanese, ci sarebbe da indignarsi. Ma non da stupirsi: non sarebbe infatti la prima volta che Israele colpisce in modo vigliacco e sanguinoso i paesi circostanti e lo stesso Iran. Non c’è paese arabo, sciita o sunnita, che abbia avuto il privilegio di essere risparmiato dalle aggressioni israeliane. E meno che mai ci si potrebbe stupire ora, dopo che Netanyahu ha in qualche modo rivendicato l’attacco e quando Tel Aviv gode del massimo sostegno politico e militare statunitense dalla sua nascita che la mette al riparo da ogni tipi di reazione militare e politica.
Ma quali che siano le ipotetiche, specifiche responsabilità israeliane, risultano evidenti i progetti di destabilizzazione del Libano che Stati Uniti, Francia e Israele propugnano con forza. L’obiettivo della nuova campagna di destabilizzazione in Libano è Hezbollah, il “partito di Dio”, l’organizzazione politico-religiosa sciita che ha come guida Nasrallah. Appare probabilmente un dettaglio il fatto che tra sciiti e drusi il 42% della popolazione libanese si senta rappresentato proprio dal “Partito di Dio”.
Hezbollah deve la sua popolarità in Libano sia al sostegno attivo alla popolazione che alla sua capacità di difendere l’indipendenza e la sovranità territoriale del paese dei cedri grazie ad un dispositivo militare di primissimo ordine. Ben lo sa Israele, che venne già severamente castigata nel 2006, quando invase il Libano e venne costretta alla ritirata proprio da Hezbollah, che inferse un duro colpo all’immagine di presunta invincibilità di Thasal. Del resto, quando una guerriglia affronta un esercito, se non viene distrutta ha vinto: mentre quando un esercito affronta una guerriglia, se non la distrugge ha perso. Hezbollah non solo non venne sconfitto, meno che mai disarmato, anzi aumentò notevolmente le sue capacità militari a spese dell'esercito israeliano e della popolazione dell'Alta Galilea.
Quattordici anni dopo la situazione non è cambiata: Hezbollah, in stretta alleanza con Assad, con la Russia e con l’Iran, ha svolto un ruolo importantissimo nella difesa della Siria dal terrorismo di Isis, Al Nusra ed Esercito libero siriano, tutti impegnati con ruoli diversi nel cancellare il legittimo governo siriano e consegnare ad Israele ben più che le alture del Golan. Nemmeno mezzo milione di morti ed un paese distrutto sono stati sufficienti a sconfiggere la Siria e, dopo quella del 2006 in Libano, Israele somma un’altra sconfitta nel suo progetto di occupazione di ogni lembo di terra mediorientale.
Insomma Hezbollah è oggi, agli occhi delle masse arabe, il simbolo della resistenza araba contro Israele, una nuova pagina della dottrina militare mediorientale che ha nella guerriglia organizzata e nell'insediamento popolare una forza prima sconosciuta. Che non vede più Tsahal, l'esercito israeliano, come dominatore incontrastato della regione, monito e minaccia per ogni rivendicazione politico-militare araba, deterrente internazionale contro la messa in discussione degli equilibri geopolitici di tutto il Medio Oriente e del Golfo Persico. Il Partito di Dio riscuote oggi di un credito politico e d'immagine presso tutto il mondo arabo che potrebbe dar luogo ad emulazioni in diverse realtà, quella palestinese innanzi tutto.
Le strumentalizzazioni della cosiddetta “crisi politica libanese”, che altro non è se non l’impossibilità da parte del falangismo cristiano maronita (alleato di Israele) di eliminare la componente sciita dall’arena politica, sono una parte fondamentale nelle operazioni di depistaggio mediatico. Il tentativo dell’Occidente è quello di provocare una nuova “primavera araba” che, come già in passato, viene organizzata da anni di preparativi e di infiltrazioni, di finanziamenti e direzione politica straniera. Sentiremo parlare di “rivolte spontanee”, di “lotta alla corruzione” di rivolta contro la componente religiosa sciita, di rifiuto del controllo iraniano del Libano tramite Hezbollah. Sembrano tesi verosimili ma non c'è nulla di vero. Sono le coordinate informative dell’ennesimo colpo di stato travestito da rivolta popolare già andato in onda in Egitto, Tunisia, Giordania, Iran.
Non a caso il Presidente francese, Macron, si è recato con straordinario tempismo a Beirut, volando come un falco sulle macerie a sostenere la famiglia Hariri, che come la Francia é legatissima all’Araba Saudita e ai suoi petrodollari. Non è un caso che Beirut abbia affidato l’esplorazione offshore di gas e petrolio a un consorzio capeggiato dalla francese Total con l’Eni e la russa Novatek. Il piano di salvataggio del Libano, prima della deflagrazione al porto, era stimato 10-15 miliardi di dollari, oggi è molto di più. Un fiume di denaro che l’Occidente non vuole vada ad Hezbollah: ecco perché è piombato su Beirut.
Macron ha condizionato gli aiuti internazionali alla resa incondizionata all’Occidente della sovranità libanese, rassicurando però i libanesi sulle loro sorti e sui loro soldi qualora decidessero di restituire alla Francia il dominio coloniale come lo ebbe dal 1923 al 1943. Che prova a mettere insieme Grecia ed Egitto ma si prende il NO deciso da Ankara, che umilia Parigi anche in Libia. La sponsorizzazione del consorzio composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele, prevede la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara ha nel Libano un altro decisivo pezzo del puzzle del sistema “alla francese”. Divertente che Macron, un omino incapace di piegare i gilet gialli, pensi di sconfiggere Hezbollah e Turchia. La grandeur dell’Eliseo ha preso un colpo di calore.
09/08/2020
Libano - Dopo le esplosioni, le proteste
Sabato, nelle ore pomeridiane, il centro di Beirut è stato teatro di una mobilitazione di decine di migliaia di persone, iniziata con il concentramento in Piazza dei Martiri.
Nelle stesse ore il bilancio dell’esplosione di martedì scorso saliva a 158 morti (tra cui 43 siriani e altri stranieri), oltre 6 mila feriti e 21 dispersi, secondo le cifre riportate dal Ministero della Salute libanese.
In un messaggio televisivo Sayyed Nasrallah, leader di Hizbullah, ha categoricamente smentito che la formazione sciita nascondesse armi, munizioni, o “qualsiasi altra cosa nel porto” come riporta l’emittente «Al Manar» che ha trasmesso ampi stralci del discorso del capo della formazione.
Una illazione riportata da “alcuni TV locali ed arabe così come da alcune pagine dei social media”.
Una diffamazione che segue una precisa legge della propaganda per cui: “ripeti una bugia abbastanza volte e diviene realtà” ha affermato il leader del “Partito di Dio”, conscio del sistematico tentativo di delegittimare la formazione politica protagonista della resistenza all’invasione israeliana e alla lotta contro lo jihadismo in Siria.
Nasrallah ha ricordato l’impegno della formazione nell’aiuto materiale dato immediatamente dopo l’esplosione ed ha offerto di mettersi a disposizione per le persone che hanno perso l’alloggio: “abbiamo un esperienza ad alloggiare le persone dopo la guerra del luglio 2006, e chiedo alle persone di prendere seriamente la nostra offerta”, riferendosi al conflitto che ha opposto il Libano al tentativo fallimentare di invasione israeliana il luglio di 14 anni fa.
Nasrallah ha affermato, inoltre, di volere evitare scontri politici con le formazioni che cercano di sfruttare il disastro derivato dalle esplosioni: “la nazione necessità compassione, e più tardi potremo andare allo scontro politico”, di fatto scegliendo un invito alla calma.
Una posizione spiegabile con il delicato ruolo assunto da Hizbullah nell’attuale esecutivo.
Di diverso avviso, su questo punto, il Partito Comunista Libanese che in una dichiarazione dell’ufficio politico del 7 agosto ha invitato alla partecipazione alla manifestazione nella centrale Piazza dei Martiri dalle 16 per “rovesciare il regime omicida ed il sistema politico sostenuto dall’estero”.
La formazione, coprotagonista delle mobilitazioni dello scorso autunno, attacca duramente la trama di poteri che hanno governato il Libano dall’inizio degli anni '90 e le ingerenze straniere, in particolare quella francese.
Il PCL “considera la visita del presidente francese l’ennesimo segnale di un rinnovato sostegno e legittimazione internazionale del sistema politico” e di fatto corresponsabile della situazione che si è venuta a creare.
Chiama a raccolta i cittadini libanesi attorno al loro patriottismo che “ha dimostrato di essere una valvola di sicurezza in tutte le circostanze difficili che ha attraversato il Libano”.
Il PCL ritiene “che le forze della rivolta nazionale del 17 ottobre siano esortate a riportare il baricentro della loro azione in strada e ad intensificare lo scontro contro il sistema autoritario al potere proponendo il suo programma alternativo”.
L’ambasciata statunitense riporta che il governo degli USA sostiene il diritto dei libanesi alla protesta pacifica. In un tweet l’ambasciata dichiara che: “il popolo libanese ha sofferto abbastanza e si merita di avere leader che li ascoltino”.
Un altro esempio, oltre a quello francese, delle pesanti ingerenze che gravano sul Paese. Questa domenica proprio Macron è alla co-presidenza insieme all’ONU di una videoconferenza nel quadro degli sforzi internazionali dopo la catastrofe che saranno gestiti da ONG, bypassando di fatto lo Stato libanese, quasi a volere ristabilire una sorta di “protettorato” internazionale sul “Paese dei Cedri”.
Proprio sabato, Samy Gemayel, capo del partito Ketaëb (Le Falangi Libanesi, ovvero l’estrema destra della comunità cristiano-maronita) ha annunciato le sue dimissioni, insieme a quelle di altri due deputati dello storico partito cristiano. Dimissioni che vengono ad aggiungersi a quelle di altri due parlamentari questa settimana, quelle del deputato Marwan Hamdé, del blocco del capo druso Walid Joumblatt, e quelle della deputata della lista della “società civile” Paula Yacoubian.
Gettando benzina sul fuoco il capo della storica formazione dell’estrema destra cristiana ha affermato che “il popolo libanese deve prendere una posizione storica. Un nuovo Libano deve emergere dalle rovine del vecchio che voi rappresentate” Il messaggio lanciato all’indirizzo della classe politica, critica senza nominarlo il presidente Michel Aoun, che venerdì aveva rigettato ogni ipotesi di inchiesta internazionale sull’esplosione stimando che non avrebbe fatto altro che diluire la verità.
Un chiaro tentativo di sfruttare la rabbia di una classe media impoverita dalla crisi, che ha portato alla svalutazione della Lira Libanese, un forte aumento dell’inflazione e a limitazioni dei prelievi bancari.
Torniamo alle mobilitazioni.
Gli scontri riporta la versione inglese del sito di informazione «Al Jazeera» sono scoppiati dopo che i manifestanti hanno cercato di raggiungere la sede del parlamento.
La polizia ha fatto uso abbondante di lacrimogeni e di pallottole di gomma, e sparato in aria per disperdere la folla, con un bilancio di un morto tra le forze dell’ordine e più di un centinaio di feriti tra i manifestanti secondo quanto riporta la Croce Rossa locale.
Secondo un report della CR divulgato attorno alle cinque del pomeriggio i feriti sarebbero 238, di cui 63 trasportati in ospedale, mentre 175 sarebbero stati curati sul posto.
Esercito e manifestanti si sono scontrati nel centro con i primi che si sono avvalsi di bastoni ed i secondi che hanno risposto con il lancio di pietre.
Nelle ore precedenti erano state erette “forche” nella Piazza dei martiri, e sono stati urlati slogan contro tutta la classe politica e per le dimissioni del governo, come mostra il servizio del sito d’informazione «Middle East Eye».
I manifestanti hanno invaso differenti edifici governativi, dal ministero dell’economia a quello dell’ambiente. Nel tardo pomeriggio l’Esercito ha sgomberato il ministro degli esteri occupato da ex militari in pensione che lo avevano dichiarato “Quartier generale della Rivoluzione”
Attorno alle quattro e mezza un gruppo di manifestanti ha assaltato la Lebanon’s Association of Bank, così come il ministero dell’energia, già al centro delle proteste prima dell’esplosione di martedì scorso. L’Associazione delle Banche del Libano è stata data alle fiamme prima di essere sgomberata riporta il quotidiano francese «Le Monde».
In un annuncio serale il Primo Ministro Hassan Diab, in carica da febbraio quando il governo del precedente Primo Ministro Saad Hariri è stato costretto alle dimissioni a fine ottobre a causa delle massicce mobilitazioni anti-establishment, ha dichiarato che avrebbe proposto una bozza di legge questo lunedì per tenere elezioni anticipate, senza specificarne i termini temporali.
Secondo quanto riporta «Le Monde», il Primo Ministro avrebbe dichiarato che solo “elezioni anticipate possono permettere di uscire dalla crisi strutturale”, e che è disposto a restare in carica “durante due mesi”, il tempo necessario a fare in modo che le forze politiche trovino un accordo su questa questione.
Si apre un periodo pieno di incognite per il Libano che rischia di diventare il teatro di una proxy war a geometria variabile tesa a ridefinire le gerarchie degli attori esteri più influenti nel Paese, anche con il fine di accaparrarsi il lucroso business della ricostruzione, dettandone l’agenda politica in una forma di neo-protettorato occidentale. Uno scontro dai toni feroci che si intreccia con una triplice crisi: delegittimazione della leadership politica storica e del sistema confessionale post-coloniale, la difficile situazione sanitaria provocata dalla pandemia e la catastrofica situazione economica ora aggravata dalle conseguenze dell’esplosione. Una condizione critica che si inserisce nella riconfigurazione complessiva del “Medio Oriente” di cui il Libano è storicamente una parte essenziale.
Fonte
Nelle stesse ore il bilancio dell’esplosione di martedì scorso saliva a 158 morti (tra cui 43 siriani e altri stranieri), oltre 6 mila feriti e 21 dispersi, secondo le cifre riportate dal Ministero della Salute libanese.
In un messaggio televisivo Sayyed Nasrallah, leader di Hizbullah, ha categoricamente smentito che la formazione sciita nascondesse armi, munizioni, o “qualsiasi altra cosa nel porto” come riporta l’emittente «Al Manar» che ha trasmesso ampi stralci del discorso del capo della formazione.
Una illazione riportata da “alcuni TV locali ed arabe così come da alcune pagine dei social media”.
Una diffamazione che segue una precisa legge della propaganda per cui: “ripeti una bugia abbastanza volte e diviene realtà” ha affermato il leader del “Partito di Dio”, conscio del sistematico tentativo di delegittimare la formazione politica protagonista della resistenza all’invasione israeliana e alla lotta contro lo jihadismo in Siria.
Nasrallah ha ricordato l’impegno della formazione nell’aiuto materiale dato immediatamente dopo l’esplosione ed ha offerto di mettersi a disposizione per le persone che hanno perso l’alloggio: “abbiamo un esperienza ad alloggiare le persone dopo la guerra del luglio 2006, e chiedo alle persone di prendere seriamente la nostra offerta”, riferendosi al conflitto che ha opposto il Libano al tentativo fallimentare di invasione israeliana il luglio di 14 anni fa.
Nasrallah ha affermato, inoltre, di volere evitare scontri politici con le formazioni che cercano di sfruttare il disastro derivato dalle esplosioni: “la nazione necessità compassione, e più tardi potremo andare allo scontro politico”, di fatto scegliendo un invito alla calma.
Una posizione spiegabile con il delicato ruolo assunto da Hizbullah nell’attuale esecutivo.
Di diverso avviso, su questo punto, il Partito Comunista Libanese che in una dichiarazione dell’ufficio politico del 7 agosto ha invitato alla partecipazione alla manifestazione nella centrale Piazza dei Martiri dalle 16 per “rovesciare il regime omicida ed il sistema politico sostenuto dall’estero”.
La formazione, coprotagonista delle mobilitazioni dello scorso autunno, attacca duramente la trama di poteri che hanno governato il Libano dall’inizio degli anni '90 e le ingerenze straniere, in particolare quella francese.
Il PCL “considera la visita del presidente francese l’ennesimo segnale di un rinnovato sostegno e legittimazione internazionale del sistema politico” e di fatto corresponsabile della situazione che si è venuta a creare.
Chiama a raccolta i cittadini libanesi attorno al loro patriottismo che “ha dimostrato di essere una valvola di sicurezza in tutte le circostanze difficili che ha attraversato il Libano”.
Il PCL ritiene “che le forze della rivolta nazionale del 17 ottobre siano esortate a riportare il baricentro della loro azione in strada e ad intensificare lo scontro contro il sistema autoritario al potere proponendo il suo programma alternativo”.
L’ambasciata statunitense riporta che il governo degli USA sostiene il diritto dei libanesi alla protesta pacifica. In un tweet l’ambasciata dichiara che: “il popolo libanese ha sofferto abbastanza e si merita di avere leader che li ascoltino”.
Un altro esempio, oltre a quello francese, delle pesanti ingerenze che gravano sul Paese. Questa domenica proprio Macron è alla co-presidenza insieme all’ONU di una videoconferenza nel quadro degli sforzi internazionali dopo la catastrofe che saranno gestiti da ONG, bypassando di fatto lo Stato libanese, quasi a volere ristabilire una sorta di “protettorato” internazionale sul “Paese dei Cedri”.
Proprio sabato, Samy Gemayel, capo del partito Ketaëb (Le Falangi Libanesi, ovvero l’estrema destra della comunità cristiano-maronita) ha annunciato le sue dimissioni, insieme a quelle di altri due deputati dello storico partito cristiano. Dimissioni che vengono ad aggiungersi a quelle di altri due parlamentari questa settimana, quelle del deputato Marwan Hamdé, del blocco del capo druso Walid Joumblatt, e quelle della deputata della lista della “società civile” Paula Yacoubian.
Gettando benzina sul fuoco il capo della storica formazione dell’estrema destra cristiana ha affermato che “il popolo libanese deve prendere una posizione storica. Un nuovo Libano deve emergere dalle rovine del vecchio che voi rappresentate” Il messaggio lanciato all’indirizzo della classe politica, critica senza nominarlo il presidente Michel Aoun, che venerdì aveva rigettato ogni ipotesi di inchiesta internazionale sull’esplosione stimando che non avrebbe fatto altro che diluire la verità.
Un chiaro tentativo di sfruttare la rabbia di una classe media impoverita dalla crisi, che ha portato alla svalutazione della Lira Libanese, un forte aumento dell’inflazione e a limitazioni dei prelievi bancari.
Torniamo alle mobilitazioni.
Gli scontri riporta la versione inglese del sito di informazione «Al Jazeera» sono scoppiati dopo che i manifestanti hanno cercato di raggiungere la sede del parlamento.
La polizia ha fatto uso abbondante di lacrimogeni e di pallottole di gomma, e sparato in aria per disperdere la folla, con un bilancio di un morto tra le forze dell’ordine e più di un centinaio di feriti tra i manifestanti secondo quanto riporta la Croce Rossa locale.
Secondo un report della CR divulgato attorno alle cinque del pomeriggio i feriti sarebbero 238, di cui 63 trasportati in ospedale, mentre 175 sarebbero stati curati sul posto.
Esercito e manifestanti si sono scontrati nel centro con i primi che si sono avvalsi di bastoni ed i secondi che hanno risposto con il lancio di pietre.
Nelle ore precedenti erano state erette “forche” nella Piazza dei martiri, e sono stati urlati slogan contro tutta la classe politica e per le dimissioni del governo, come mostra il servizio del sito d’informazione «Middle East Eye».
I manifestanti hanno invaso differenti edifici governativi, dal ministero dell’economia a quello dell’ambiente. Nel tardo pomeriggio l’Esercito ha sgomberato il ministro degli esteri occupato da ex militari in pensione che lo avevano dichiarato “Quartier generale della Rivoluzione”
Attorno alle quattro e mezza un gruppo di manifestanti ha assaltato la Lebanon’s Association of Bank, così come il ministero dell’energia, già al centro delle proteste prima dell’esplosione di martedì scorso. L’Associazione delle Banche del Libano è stata data alle fiamme prima di essere sgomberata riporta il quotidiano francese «Le Monde».
In un annuncio serale il Primo Ministro Hassan Diab, in carica da febbraio quando il governo del precedente Primo Ministro Saad Hariri è stato costretto alle dimissioni a fine ottobre a causa delle massicce mobilitazioni anti-establishment, ha dichiarato che avrebbe proposto una bozza di legge questo lunedì per tenere elezioni anticipate, senza specificarne i termini temporali.
Secondo quanto riporta «Le Monde», il Primo Ministro avrebbe dichiarato che solo “elezioni anticipate possono permettere di uscire dalla crisi strutturale”, e che è disposto a restare in carica “durante due mesi”, il tempo necessario a fare in modo che le forze politiche trovino un accordo su questa questione.
Si apre un periodo pieno di incognite per il Libano che rischia di diventare il teatro di una proxy war a geometria variabile tesa a ridefinire le gerarchie degli attori esteri più influenti nel Paese, anche con il fine di accaparrarsi il lucroso business della ricostruzione, dettandone l’agenda politica in una forma di neo-protettorato occidentale. Uno scontro dai toni feroci che si intreccia con una triplice crisi: delegittimazione della leadership politica storica e del sistema confessionale post-coloniale, la difficile situazione sanitaria provocata dalla pandemia e la catastrofica situazione economica ora aggravata dalle conseguenze dell’esplosione. Una condizione critica che si inserisce nella riconfigurazione complessiva del “Medio Oriente” di cui il Libano è storicamente una parte essenziale.
Fonte
Libano - A Beirut esplode la rabbia contro tutto e contro tutti
A Beirut ancora ferita dalla spaventosa esplosione al porto, è stato un sabato di rabbia e di guerriglia urbana. Migliaia di manifestanti sono partiti da Piazza dei Martiri, hanno riempito il centro della città ed hanno attaccato diversi palazzi istituzionali a partire dal ministero degli Esteri. Sono stati dati alle fiamme auto ed edifici. Il bilancio degli scontri è pesante: 728 feriti e un poliziotto ucciso. Solo nella tarda serata l’esercito è riuscito a riprendere il controllo del centro città.
Oltre alla sede del ministero degli Esteri sono stati presi d’assalto anche i ministeri dell’Economia, del Commercio, dell’Energia e dell’Ambiente così come la sede dell’associazione delle banche. I manifestanti non sono riusciti però a raggiungere il Parlamento protetto da un cordone di sicurezza di polizia ed esercito.
Nell’incursione i manifestanti hanno dato alle fiamme e calpestato le fotografie del presidente libanese Michel Aoun. Dall’interno del ministero degli Esteri occupato, i manifestanti avevano chiesto che venissero processati i responsabili dell’esplosione di martedì e le dimissioni dell’attuale leadership politica. L’appello a scendere in piazza ieri era stato lanciato anche dal Partito Comunista Libanese (vedi in altra parte del giornale il loro documento).
Durante la protesta alcuni hanno ‘impiccato’ a piazza dei Martiri una sagoma di cartone di Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita Hezbollah. I militanti di questa organizzazione hanno cercato di impedirlo ma sono stati fermati da un cordone di militari e poliziotti che hanno evitato così scontri tra i manifestanti.
Va detto, e non è certo un dettaglio, che queste manifestazioni hanno ricevuto l’immediato sostegno dell’ambasciata Usa a Beirut. “Sosteniamo il diritto alla protesta pacifica” ha twittato l’ambasciata statunitense a Beirut, secondo il quale “il popolo libanese ha sofferto fin troppo e merita leader che lo ascolti e risponda alle richieste popolari di trasparenza e individuazione delle responsabilità. Sosteniamo il suo diritto alla protesta pacifica ed esortiamo tutte le persone coinvolte ad evitare violenze”.
Una frase di circostanza che, a fronte di 728 feriti e un poliziotto ucciso, appare piuttosto ipocrita.
Indubbiamente a Beirut la situazione sociale e politica è ormai al punto di rottura. Da troppo tempo si sono andate accumulando tensioni economiche e sociali (dalla irrisolta crisi economica alla rivolta dei rifiuti di due anni fa, poi sono arrivate le conseguenze e le restrizioni dell’emergenza Covid) e soprattutto le tensioni politiche di sempre, ossia le contraddizioni di quello che molti considerano uno “Stato finto” creato dal colonialismo francese e che oggi è considerato uno “Stato fallito” proprio perché non è riuscito a diventare uno Stato a causa delle tensioni e delle rigidità confessionali/istituzionali che ne paralizzano ogni possibilità di riscatto.
Se a questo aggiungiamo le pluridecennali ingerenze e attacchi israeliani, l’onda d’urto dei profughi palestinesi prima e di quelli siriani poi, il coacervo e la compresenza di contraddizioni di ogni tipo, il cortocircuito e l’esplosione libanese appaiono inesorabili.
L’esplosione al porto è stata il detonatore a una deflagrazione che covava ormai da tempo.
Fonte
Oltre alla sede del ministero degli Esteri sono stati presi d’assalto anche i ministeri dell’Economia, del Commercio, dell’Energia e dell’Ambiente così come la sede dell’associazione delle banche. I manifestanti non sono riusciti però a raggiungere il Parlamento protetto da un cordone di sicurezza di polizia ed esercito.
Nell’incursione i manifestanti hanno dato alle fiamme e calpestato le fotografie del presidente libanese Michel Aoun. Dall’interno del ministero degli Esteri occupato, i manifestanti avevano chiesto che venissero processati i responsabili dell’esplosione di martedì e le dimissioni dell’attuale leadership politica. L’appello a scendere in piazza ieri era stato lanciato anche dal Partito Comunista Libanese (vedi in altra parte del giornale il loro documento).
Durante la protesta alcuni hanno ‘impiccato’ a piazza dei Martiri una sagoma di cartone di Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita Hezbollah. I militanti di questa organizzazione hanno cercato di impedirlo ma sono stati fermati da un cordone di militari e poliziotti che hanno evitato così scontri tra i manifestanti.
Va detto, e non è certo un dettaglio, che queste manifestazioni hanno ricevuto l’immediato sostegno dell’ambasciata Usa a Beirut. “Sosteniamo il diritto alla protesta pacifica” ha twittato l’ambasciata statunitense a Beirut, secondo il quale “il popolo libanese ha sofferto fin troppo e merita leader che lo ascolti e risponda alle richieste popolari di trasparenza e individuazione delle responsabilità. Sosteniamo il suo diritto alla protesta pacifica ed esortiamo tutte le persone coinvolte ad evitare violenze”.
Una frase di circostanza che, a fronte di 728 feriti e un poliziotto ucciso, appare piuttosto ipocrita.
Indubbiamente a Beirut la situazione sociale e politica è ormai al punto di rottura. Da troppo tempo si sono andate accumulando tensioni economiche e sociali (dalla irrisolta crisi economica alla rivolta dei rifiuti di due anni fa, poi sono arrivate le conseguenze e le restrizioni dell’emergenza Covid) e soprattutto le tensioni politiche di sempre, ossia le contraddizioni di quello che molti considerano uno “Stato finto” creato dal colonialismo francese e che oggi è considerato uno “Stato fallito” proprio perché non è riuscito a diventare uno Stato a causa delle tensioni e delle rigidità confessionali/istituzionali che ne paralizzano ogni possibilità di riscatto.
Se a questo aggiungiamo le pluridecennali ingerenze e attacchi israeliani, l’onda d’urto dei profughi palestinesi prima e di quelli siriani poi, il coacervo e la compresenza di contraddizioni di ogni tipo, il cortocircuito e l’esplosione libanese appaiono inesorabili.
L’esplosione al porto è stata il detonatore a una deflagrazione che covava ormai da tempo.
Fonte
08/08/2020
Beirut ricorderà a lungo questa catastrofe, e il tradimento dei suoi cittadini
di Robert Fisk - The Indipendent
Ci sono momenti nella storia di una nazione che restano scolpiti per sempre. Possono non essere le peggiori catastrofi che hanno travolto il popolo. Neppure i più gravi politicamente. Ma catturano la tragedia senza fine di una società.
Ci viene in mente Pompei, la sicurezza romana e la corruzione imperiale che vengono sopraffatti in un attimo da un’azione di Dio – così disastrosa che per i secoli a venire possiamo vedere la rovina di questo popolo, persino i loro corpi.
Per questo c’è bisogno di un’immagine, qualcosa che possa focalizzare la nostra attenzione in un mero secondo della follia che c’è dietro una calamità umana. Il Libano ha appena fornito quel momento.
Non sono i numeri che contano in questo contesto. La sofferenza che Beirut ha vissuto martedì non si avvicina a un casuale bagno di sangue in una guerra civile – neppure alla ferocia della morte, spesso quotidiana, che per questa ragione vive la Siria.
Anche se vengono contati i decessi in totale – da 10 a 60 a 78 la scorsa notte, e che quasi sicuramente raggiungeranno il centinaio oggi – difficilmente verrà registrata sulla scala Richter delle guerre. A quanto pare, non è stata nemmeno una conseguenza della guerra, non nel senso diretto suggerito da uno dei leader più folli del mondo.
È l’iconografia che verrà ricordata, e ciò che tutti sappiamo rappresenta. In una terra che riesce a malapena a far fronte a una pandemia, esiste all’ombra del conflitto, affronta la fame e attende l’estinzione. Quelle due nuvole sopra Beirut non saranno mai cancellate.
Le immagini di fuoco, tuoni e apocalisse che i video hanno raccolto a Beirut sono un tutt’uno con i dipinti medievali che hanno cercato di catturare, attraverso l’immaginazione piuttosto che la tecnologia, i terrori di pestilenza, guerra, carestia e morte.
Conosciamo tutti il contesto, ovviamente, l’importantissimo “background” senza il quale nessuna sofferenza è completa: un paese in bancarotta che è stato tenuto in mano per generazioni da vecchie famiglie venali, schiacciato dai suoi vicini, dove i ricchi schiavizzano i poveri, e la sua società è retta dallo stesso settarismo che la sta distruggendo.
Può esserci un riflesso più simbolico dei suoi peccati che i velenosi esplosivi stipati così promiscuamente nel centro della sua metropoli più grande e il cui primo ministro dice poi che i “responsabili di tutto questo” – non lui, non il governo, siate certi – “pagheranno il prezzo”? Ancora non hanno imparato, vero?
E sicuramente, sappiamo tutti come questa “storia” continuerà nelle prossime ore e giorni. L’incipiente rivoluzione libanese dei giovani e degli eruditi deve sicuramente acquisire ora nuova forza per rovesciare i governanti del Libano, per chiedergli conto, per costruire un nuovo stato moderno non confessionale dalle macerie della “repubblica” creata dalla Francia in cui sono spietatamente nati.
Ebbene, la tragedia, su qualsiasi scala, è un cattivo sostituto del cambiamento politico. L’immediata promessa fatta da Emmanuel Macron tra gli incendi di ieri – che la Francia starà “sempre” accanto alla nazione paralizzata che ha creato nella hubris imperiale cento anni fa – è stata una delle ironie più piccanti delle ultime ore, anche perché il ministro degli esteri francese solo pochi giorni prima si era lavato le mani dall’economia libanese.
Negli anni ’90, quando stavamo progettando di creare un altro nuovo Medio Oriente all’indomani dell’annessione di Saddam del Kuwait, gli ufficiali militari statunitensi (tre nel mio caso nel nord dell’Iraq) iniziarono a parlarci di “fatica da compassione”. In modo oltraggioso, questo significava che l’Occidente correva il pericolo di allontanarsi dalla sofferenza umana.
Vedete, ce n’era troppa. Tutte queste guerre territoriali, anno dopo anno: sarebbe prima o poi il momento di dover chiudere le porte della generosità. Forse quel momento è arrivato quando i profughi della regione hanno cominciato a marciare a centinaia di migliaia verso l’Europa, preferendo la nostra società alla versione offerta dall’Isis.
Ma torniamo in Libano, dove la compassione occidentale potrebbe essere molto fragile. La prospettiva storica può sempre essere invocata per proteggerci dall’onda d'urto delle esplosioni e quindi dalla torreggiante nuvola di fumo e dalla città spezzata. Pompei, dicevano, spazzo via solo duemila vite. E che dire del posto terribile occupato da Beirut nell’antichità? Nel 551 d.C. Berito fu scossa da un terremoto, era la sede della flotta imperiale romana del Mediterraneo orientale, l’intera città venne distrutta, uccidendo, secondo le statistiche dell’epoca, 30.000 anime.
Le colonne romane sono ancora visibili, là dove sono cadute, oggi prostrate, a meno di mezzo miglio dal luogo dell’esplosione di ieri. Potremmo anche pensare alla oscura follia degli antenati del Libano. Quando la marea si ritirò, si diressero verso il fondo del mare per saccheggiare navi affondate da tempo, solo per essere travolti dal successivo tsunami.
Ma può una nazione moderna – e uso consapevolmente la parola “moderno” nel caso del Libano – rialzarsi in mezzo a una combinazione di angoscia così fetida? Sebbene in gran parte risparmiato – fino ad ora – dalla morte di massa portata dal Covid-19, il Libano ora affronta una pestilenza con pietosi mezzi di soccorso.
Le sue banche hanno rubato i risparmi della propria gente, il suo governo si dimostra indegno del proprio nome. Kahlil Gibran, il più feroce dei suoi poeti, ci ha esortato a “compatire la nazione il cui statista è una volpe, il cui filosofo è un giocoliere e la cui arte è quella di rattoppare e imitare“.
Chi può imitare ora il Libano? Chi sceglierà le prossime volpi? Gli eserciti hanno la reputazione di mettersi nei panni su misura dei potenti arabi; il Libano ci ha provato una volta nella sua storia, con dubbi risultati.
Oggi siamo incoraggiati a considerare la mostruosa esplosione come una tragedia nazionale – e quindi degna di un “giorno di lutto”, qualunque cosa significhi – anche se ho notato, tra coloro che ho chiamato in Libano all’indomani del disastro, che alcuni che hanno sottolineato come il luogo dell’esplosione e la maggior parte dei danni sembravano essere nel settore cristiano di Beirut. Uomini e donne di tutte le fedi sono morti ieri. Ma questo sarà un orrore speciale per una delle maggiori minoranze in Libano.
In passato, dopo numerose guerre, il mondo – gli americani, i francesi, la Nato, l’UE, persino l’Iran – hanno firmato per rimettere insieme il Libano. Ma come possono gli stranieri ripristinare una nazione che sembra irrecuperabile?
C’è un’oscurità in quel luogo, una mancanza di responsabilità politica che è abbastanza endemica da essere diventata di moda. Nessun grande omicidio politico in Libano – di presidenti, primi ministri o ex primi ministri, di membri del parlamento o di partiti politici – è mai stato risolto nella sua storia.
Ecco una delle nazioni più istruite della regione con i più talentuosi e coraggiosi – e generosi e gentili – dei popoli, benedetti dalle nevi, dalle montagne e dalle rovine romane e dal cibo più raffinato e dal più grande intelletto e da una storia millenaria. Eppure ancora non può gestire la sua valuta, avere la sua energia elettrica, curare i suoi malati o proteggere la sua gente.
Com’è mai possibile che 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio possano essere immagazzinate in un fragile edificio per così tanti anni dopo essere state rimosse da una nave moldava in viaggio per il Mozambico nel 2014, senza misure di sicurezza adottate da coloro che hanno deciso di lasciare questo materiale proprio nel centro della capitale?
E tutto ciò che ci rimane è il torreggiante inferno e la sua cancerosa onda d’urto bianca, e poi la seconda nuvola a forma di fungo (senza menzionare altro).
Questo è il sostituto di Kahlil Gibran, il post-copione di tutte le guerre. Contiene il vuoto della paura che affligge tutti coloro che vivono in Medio Oriente. E, brevemente, in modo terrificante, il mondo lo ha visto.
Fonte
07/08/2020
Libano - Il “commissario” Macron a Beirut prova a dettare le regole
di Alberto Negri - il manifesto
Come un falco sulle macerie. Affari e potere. Il presidente francese promette aiuti condizionati: il governo recuperi la fiducia della popolazione o si faccia da parte. Ed è per il disarmo di Hezbollah, così come chiedono Usa e Israele.
Quanto ai soldi della comunità internazionale, ha aggiunto, il monitoraggio sarà affidato a Stati Uniti e Banca mondiale. Abile in conferenza stampa a indorare la pillola, Macron nei suoi incontri con il presidente Aoun, il premier Diab e lo speaker del Parlamento Berri, è stato chiaro: o recuperate la fiducia della gente o dovete farvi da parte. Perché in Libano è partito un altro Great Game mediorientale.
LA PARTITA LIBANESE dopo l’esplosione del deposito di nitrato d’ammonio è del tutto cambiata: la posta in gioco non è soltanto la ricostruzione ma il quadro politico-militare che può essere modificato ridimensionando il ruolo di Hezbollah – partito di governo e milizia armata – l’influenza dell’Iran e quella siriana.
L’occasione fa l’uomo ladro. La distruzione del porto di Beirut è il più grave danno strategico inferto a Hezbollah e alla Mezzaluna sciita iraniana, paragonabile in parte a quello portato nel 2019 dai missili degli Houthi yemeniti filo-Teheran agli impianti petroliferi sauditi.
Ma è ancora più grave se si pensa che l’Iran è sotto sanzioni, gli Hezbollah pure e Beirut con il porto, le sue banche, le società finanziarie, le assicurazioni, garantisce sbocchi sui mercati e traffici internazionali. Un asset che non può essere sostituito dal porto di Latakia in Siria dove Israele bombarda quando vuole sia gli Hezbollah libanesi sia i Pasdaran iraniani.
Macron queste cose le sa bene e a Beirut ha pronunciato le parole che volevano sentire gli Usa, Israele, il principe saudita Mohammed Bin Salman, arcinemico di Teheran, e anche la popolazione libanese, inferocita contro i suoi rappresentanti di governo: «Non darò un assegno in bianco a questa classe politica», ha proclamato Macron, sommerso da una folla incollerita che gridava gli slogan delle manifestazioni di piazza dei mesi scorsi.
IN POCHE PAROLE IL LIBANO se vuole gli aiuti internazionali, verrà commissariato. Secondo fonti diplomatiche arabe, dietro le quinte Macron avrebbe chiesto il disarmo degli Hezbollah nella capitale e di lasciare alle truppe Onu il controllo dell’aeroporto e del porto. Che poi è quello che chiede Israele.
Insomma è chiaro che la devastante esplosione di Beirut viene sfruttata adesso per un tentativo di ridimensionare Hezbollah che nel 2006 aveva resistito all’attacco israeliano e poi partecipato alla guerra civile siriana sostenendo con l’Iran e la Russia il presidente Bashar Assad.
NON È OVVIAMENTE prevedibile se le richieste riservate di Macron, appoggiate da Usa, Israele e sauditi, grandi clienti di armamenti francesi, verranno accolte, ma il Libano è con l’acqua alla gola, ha grano per un solo mese, elettricità a singhiozzo, 300mila senza casa nella capitale, non può ripagare i debiti e i negoziati per un prestito del Fondo monetario sono in stallo.
Di concreto, per il momento, c’è la richiesta da parte americana e israeliana, che verrà esaminata a fine agosto, di un ampliamento del mandato dell’Unifil, la missione Onu guidata dall’Italia, che dovrebbe moltiplicare i controlli sulle milizie. Si tratta di andare a toccare nervi sensibili e vitali per il movimento sciita libanese.
Ma perché Macron è stato così svelto a piombare come un falco sulle macerie libanesi? C’è ovviamente il tradizionale ruolo della Francia ex potenza coloniale, il compito che si è assunta Parigi di garante degli aiuti internazionali, l’appoggio francese alla famiglia Hariri legata mani e piedi all’Arabia Saudita. Inoltre la Francia vuole la sua fetta di torta di forniture civili ma anche militari per rafforzare l’esangue esercito libanese da contrapporre alle milizie sciite.
MA C’È ANCHE DELL’ALTRO, la partita strategica nel Mediterraneo e la creazione di nuove alleanze anti-turche. Anche il Libano rientra in questo quadro. La Francia si scontra con Ankara in Libia, dove finora ha sostenuto il generale Haftar, ha un contenzioso aperto – come del resto l’Italia – per lo sfruttamento delle risorse energetiche offshore nell’Egeo.
Erdogan è dunque un rivale contro il quale creare alleanze alternative. Non solo, Erdogan è anche il grande protettore dei Fratelli Musulmani, detestati dall’Arabia Saudita con cui la Francia ha enormi affari bellici. Macron così sponsorizza un asse composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele che comprende anche la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara.
IL LIBANO FA PARTE DI QUESTO sistema “alla francese” e non è un caso che Beirut abbia affidato l’esplorazione offshore di gas e petrolio a un consorzio capeggiato dalla francese Total con l’Eni e la russa Novatek.
Il piano di salvataggio del Libano, prima della deflagrazione al porto, era stimato 10-15 miliardi di dollari, oggi è molto di più. Lo capisce anche un bambino che è un piatto troppo ricco per lasciarlo a Hezbollah e ai loro alleati iraniani: ecco perché a Beirut è arrivato il “commissario” Macron.
Fonte
Come un falco sulle macerie. Affari e potere. Il presidente francese promette aiuti condizionati: il governo recuperi la fiducia della popolazione o si faccia da parte. Ed è per il disarmo di Hezbollah, così come chiedono Usa e Israele.
Quanto ai soldi della comunità internazionale, ha aggiunto, il monitoraggio sarà affidato a Stati Uniti e Banca mondiale. Abile in conferenza stampa a indorare la pillola, Macron nei suoi incontri con il presidente Aoun, il premier Diab e lo speaker del Parlamento Berri, è stato chiaro: o recuperate la fiducia della gente o dovete farvi da parte. Perché in Libano è partito un altro Great Game mediorientale.
LA PARTITA LIBANESE dopo l’esplosione del deposito di nitrato d’ammonio è del tutto cambiata: la posta in gioco non è soltanto la ricostruzione ma il quadro politico-militare che può essere modificato ridimensionando il ruolo di Hezbollah – partito di governo e milizia armata – l’influenza dell’Iran e quella siriana.
L’occasione fa l’uomo ladro. La distruzione del porto di Beirut è il più grave danno strategico inferto a Hezbollah e alla Mezzaluna sciita iraniana, paragonabile in parte a quello portato nel 2019 dai missili degli Houthi yemeniti filo-Teheran agli impianti petroliferi sauditi.
Ma è ancora più grave se si pensa che l’Iran è sotto sanzioni, gli Hezbollah pure e Beirut con il porto, le sue banche, le società finanziarie, le assicurazioni, garantisce sbocchi sui mercati e traffici internazionali. Un asset che non può essere sostituito dal porto di Latakia in Siria dove Israele bombarda quando vuole sia gli Hezbollah libanesi sia i Pasdaran iraniani.
Macron queste cose le sa bene e a Beirut ha pronunciato le parole che volevano sentire gli Usa, Israele, il principe saudita Mohammed Bin Salman, arcinemico di Teheran, e anche la popolazione libanese, inferocita contro i suoi rappresentanti di governo: «Non darò un assegno in bianco a questa classe politica», ha proclamato Macron, sommerso da una folla incollerita che gridava gli slogan delle manifestazioni di piazza dei mesi scorsi.
IN POCHE PAROLE IL LIBANO se vuole gli aiuti internazionali, verrà commissariato. Secondo fonti diplomatiche arabe, dietro le quinte Macron avrebbe chiesto il disarmo degli Hezbollah nella capitale e di lasciare alle truppe Onu il controllo dell’aeroporto e del porto. Che poi è quello che chiede Israele.
Insomma è chiaro che la devastante esplosione di Beirut viene sfruttata adesso per un tentativo di ridimensionare Hezbollah che nel 2006 aveva resistito all’attacco israeliano e poi partecipato alla guerra civile siriana sostenendo con l’Iran e la Russia il presidente Bashar Assad.
NON È OVVIAMENTE prevedibile se le richieste riservate di Macron, appoggiate da Usa, Israele e sauditi, grandi clienti di armamenti francesi, verranno accolte, ma il Libano è con l’acqua alla gola, ha grano per un solo mese, elettricità a singhiozzo, 300mila senza casa nella capitale, non può ripagare i debiti e i negoziati per un prestito del Fondo monetario sono in stallo.
Di concreto, per il momento, c’è la richiesta da parte americana e israeliana, che verrà esaminata a fine agosto, di un ampliamento del mandato dell’Unifil, la missione Onu guidata dall’Italia, che dovrebbe moltiplicare i controlli sulle milizie. Si tratta di andare a toccare nervi sensibili e vitali per il movimento sciita libanese.
Ma perché Macron è stato così svelto a piombare come un falco sulle macerie libanesi? C’è ovviamente il tradizionale ruolo della Francia ex potenza coloniale, il compito che si è assunta Parigi di garante degli aiuti internazionali, l’appoggio francese alla famiglia Hariri legata mani e piedi all’Arabia Saudita. Inoltre la Francia vuole la sua fetta di torta di forniture civili ma anche militari per rafforzare l’esangue esercito libanese da contrapporre alle milizie sciite.
MA C’È ANCHE DELL’ALTRO, la partita strategica nel Mediterraneo e la creazione di nuove alleanze anti-turche. Anche il Libano rientra in questo quadro. La Francia si scontra con Ankara in Libia, dove finora ha sostenuto il generale Haftar, ha un contenzioso aperto – come del resto l’Italia – per lo sfruttamento delle risorse energetiche offshore nell’Egeo.
Erdogan è dunque un rivale contro il quale creare alleanze alternative. Non solo, Erdogan è anche il grande protettore dei Fratelli Musulmani, detestati dall’Arabia Saudita con cui la Francia ha enormi affari bellici. Macron così sponsorizza un asse composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele che comprende anche la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara.
IL LIBANO FA PARTE DI QUESTO sistema “alla francese” e non è un caso che Beirut abbia affidato l’esplorazione offshore di gas e petrolio a un consorzio capeggiato dalla francese Total con l’Eni e la russa Novatek.
Il piano di salvataggio del Libano, prima della deflagrazione al porto, era stimato 10-15 miliardi di dollari, oggi è molto di più. Lo capisce anche un bambino che è un piatto troppo ricco per lasciarlo a Hezbollah e ai loro alleati iraniani: ecco perché a Beirut è arrivato il “commissario” Macron.
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06/08/2020
Guerre permanenti, la casa brucia nel Mediterraneo
di Alberto Negri – il manifesto
Attentato, sabotaggio, incidente? Una cosa è certa: se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno anche nella tua
Nulla qui esplode per caso anche quando sembra o è davvero un incidente. L’anno era cominciato il 3 gennaio con l’assassinio da parte di Trump del generale iraniano Qassem Soleiman, ucciso a Baghdad dopo una tappa in Libano e Siria. E continua adesso, nell’era del Covid-19, con la deflagrazione di un’intera città, Beirut.
Questo è il Ground Zero del Libano, già in ginocchio per la pandemia, in default per la crisi economica, sociale e politica, soffocato dal conflitto in Siria, dai profughi, dalle tensioni con Israele, Paese con cui è ancora tecnicamente in guerra.
Attentato, sabotaggio, incidente? Una cosa è certa: se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno anche nella tua.
La nostra casa, il Mediterraneo, brucia da un pezzo e non per un presunto incidente ma per una precisa volontà. L’incendio lo hanno appiccato gli Stati Uniti con la guerra in Iraq nel 2003, da allora – passando per le primavere arabe e i cambi di regime, voluti o falliti – si è incatenata una guerra all’altra, assistendo all’ascesa e al crollo del Califfato, agli interventi militari di americani, russi, turchi, iraniani, che hanno accompagnato il massacro delle popolazioni civili, la fuga di milioni di profughi, il collasso di intere economie.
Il Libano, fino all’altro ieri, era ancora per molti un lume di speranza: ora deve essere salvato dal baratro. Invece che per la stabilità di questo Paese, sopravvissuto alla guerra civile del 1975 – 1990, al crollo dei palestinesi (qui ce ne sono 500mila), alle invasioni israeliane, alla guerra del 2006 tra Hezbollah e Tel Aviv, si è lavorato per la sua fine, che ora pare essere arrivata all’improvviso, come per un collasso.
Non è così. Hanno contribuito le forze interne, con le divisioni tra cristiani, sciiti e sunniti, i clan corrotti e predatori di famiglie al potere da decenni, dove la banche erano sempre più ricche in uno stato sempre più indebitato e ora sono evaporate anche loro perché il sistema da un pezzo si è inceppato.
E come se questo non bastasse le sanzioni Usa all’Iran e alla Siria hanno affondato ancora di più le economie regionali come quella libanese.
In tutto questo il maggiore alleato americano, Israele, si è annesso ufficialmente parti di questi Paesi, come il Golan siriano e Gerusalemme, sfoderando i piani di annessione della Cisgiordania palestinese.
Un esempio imitato dal Sultano atlantico Erdogan a spese dei curdi nel Nord della Siria e nella Tripolitania libica: un’annessione ne nasconde spesso un’altra. Ogni giorno Israele bombarda la Siria, il vicino del Libano, dove ha colpito Hezbollah e pasdaran iraniani: c’è da meravigliarsi se sulla linea del cessate il fuoco, dove è di stanza l’Unifil con 1500 soldati italiani, la tensione sia perenne?
In realtà sembra quasi impossibile che il Libano non sia crollato prima, travolto dal tracollo di un sistema basato all’interno su un castello di carte – altro che Svizzera del Medio Oriente – e vampirizzato all’esterno dai suoi vicini di casa come il siriano Assad e l’israeliano Netanyahu. Un Paese tenuto in ostaggio dal braccio di ferro regionale tra Iran e Arabia Saudita.
In una versione riduttiva della storia libanese recente l’imputato più citato è il partito e movimento militare Hezbollah, forza di governo e militante degli sciiti sostenuta dall’Iran. Secondo questa versione Hezbollah, “stato nello stato”, forza di governo e milizia armata, capace di decidere della pace e della guerra, è il maggiore responsabili del disastro libanese, dimenticando che si è fatto Stato nel momento in cui il Libano era in macerie e lo stato non c’era più.
Vero che sono quattro gli Hezbollah per cui si attendeva per domani il verdetto dell’Aja per l’assassinio del premier Rafic Hariri nel 2005 – rinviato con «tempismo» al 18 agosto. E che sono stati gli Hezbollah a ingaggiare lo scontro con Israele nel 2006 e a tenere in piedi Bashar Assad, liberando tra l’altro i villaggi cristiani del Qalamoun.
Ma il movimento è anche diventato un comodo paravento per quelli che l’accusano di tutti i mali del Paese che loro stessi hanno creato, dalla corruzione dilagante agli affari sporchi. Qualcuno si ricorderà che l’allora premier Saad Hariri, nel 2017, fu costretto dal principe saudita Mohammed bin Salman, l’assassino del giornalista Jamal Khashoggi, a dare le dimissioni da Riad e tenuto come un fantoccio in ostaggio durante le purghe reali.
A questo principe e alle monarchie del Golfo gli Usa e parte dell’Occidente avrebbero voluto affidare anche il Libano per farne la base delle battaglie contro l’Iran, la Mezzaluna sciita e i Fratelli Musulmani sunniti, con un corollario di interessi economici, bellici ed energetici.
Questo in Libano, come in Siria e in Libia, è il campo di battaglia del Mediterraneo.
Questa, probabilmente, è la ragione delle misteriose esplosioni in corso da settimane in Iran. Ma non c’è un vero mistero: è piuttosto chiaro il piano americano e di Israele, con la nostra complicità, di disgregare intere nazioni per presentare poi una mappa del Mediterraneo e del Medio Oriente come un collage di coriandoli di stati ormai soltanto virtuali. È questa la vera deflagrazione che avviene tutti i giorni, il Ground Zero della nostra politica mediterranea.
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Attentato, sabotaggio, incidente? Una cosa è certa: se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno anche nella tua
Nulla qui esplode per caso anche quando sembra o è davvero un incidente. L’anno era cominciato il 3 gennaio con l’assassinio da parte di Trump del generale iraniano Qassem Soleiman, ucciso a Baghdad dopo una tappa in Libano e Siria. E continua adesso, nell’era del Covid-19, con la deflagrazione di un’intera città, Beirut.
Questo è il Ground Zero del Libano, già in ginocchio per la pandemia, in default per la crisi economica, sociale e politica, soffocato dal conflitto in Siria, dai profughi, dalle tensioni con Israele, Paese con cui è ancora tecnicamente in guerra.
Attentato, sabotaggio, incidente? Una cosa è certa: se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno anche nella tua.
La nostra casa, il Mediterraneo, brucia da un pezzo e non per un presunto incidente ma per una precisa volontà. L’incendio lo hanno appiccato gli Stati Uniti con la guerra in Iraq nel 2003, da allora – passando per le primavere arabe e i cambi di regime, voluti o falliti – si è incatenata una guerra all’altra, assistendo all’ascesa e al crollo del Califfato, agli interventi militari di americani, russi, turchi, iraniani, che hanno accompagnato il massacro delle popolazioni civili, la fuga di milioni di profughi, il collasso di intere economie.
Il Libano, fino all’altro ieri, era ancora per molti un lume di speranza: ora deve essere salvato dal baratro. Invece che per la stabilità di questo Paese, sopravvissuto alla guerra civile del 1975 – 1990, al crollo dei palestinesi (qui ce ne sono 500mila), alle invasioni israeliane, alla guerra del 2006 tra Hezbollah e Tel Aviv, si è lavorato per la sua fine, che ora pare essere arrivata all’improvviso, come per un collasso.
Non è così. Hanno contribuito le forze interne, con le divisioni tra cristiani, sciiti e sunniti, i clan corrotti e predatori di famiglie al potere da decenni, dove la banche erano sempre più ricche in uno stato sempre più indebitato e ora sono evaporate anche loro perché il sistema da un pezzo si è inceppato.
E come se questo non bastasse le sanzioni Usa all’Iran e alla Siria hanno affondato ancora di più le economie regionali come quella libanese.
In tutto questo il maggiore alleato americano, Israele, si è annesso ufficialmente parti di questi Paesi, come il Golan siriano e Gerusalemme, sfoderando i piani di annessione della Cisgiordania palestinese.
Un esempio imitato dal Sultano atlantico Erdogan a spese dei curdi nel Nord della Siria e nella Tripolitania libica: un’annessione ne nasconde spesso un’altra. Ogni giorno Israele bombarda la Siria, il vicino del Libano, dove ha colpito Hezbollah e pasdaran iraniani: c’è da meravigliarsi se sulla linea del cessate il fuoco, dove è di stanza l’Unifil con 1500 soldati italiani, la tensione sia perenne?
In realtà sembra quasi impossibile che il Libano non sia crollato prima, travolto dal tracollo di un sistema basato all’interno su un castello di carte – altro che Svizzera del Medio Oriente – e vampirizzato all’esterno dai suoi vicini di casa come il siriano Assad e l’israeliano Netanyahu. Un Paese tenuto in ostaggio dal braccio di ferro regionale tra Iran e Arabia Saudita.
In una versione riduttiva della storia libanese recente l’imputato più citato è il partito e movimento militare Hezbollah, forza di governo e militante degli sciiti sostenuta dall’Iran. Secondo questa versione Hezbollah, “stato nello stato”, forza di governo e milizia armata, capace di decidere della pace e della guerra, è il maggiore responsabili del disastro libanese, dimenticando che si è fatto Stato nel momento in cui il Libano era in macerie e lo stato non c’era più.
Vero che sono quattro gli Hezbollah per cui si attendeva per domani il verdetto dell’Aja per l’assassinio del premier Rafic Hariri nel 2005 – rinviato con «tempismo» al 18 agosto. E che sono stati gli Hezbollah a ingaggiare lo scontro con Israele nel 2006 e a tenere in piedi Bashar Assad, liberando tra l’altro i villaggi cristiani del Qalamoun.
Ma il movimento è anche diventato un comodo paravento per quelli che l’accusano di tutti i mali del Paese che loro stessi hanno creato, dalla corruzione dilagante agli affari sporchi. Qualcuno si ricorderà che l’allora premier Saad Hariri, nel 2017, fu costretto dal principe saudita Mohammed bin Salman, l’assassino del giornalista Jamal Khashoggi, a dare le dimissioni da Riad e tenuto come un fantoccio in ostaggio durante le purghe reali.
A questo principe e alle monarchie del Golfo gli Usa e parte dell’Occidente avrebbero voluto affidare anche il Libano per farne la base delle battaglie contro l’Iran, la Mezzaluna sciita e i Fratelli Musulmani sunniti, con un corollario di interessi economici, bellici ed energetici.
Questo in Libano, come in Siria e in Libia, è il campo di battaglia del Mediterraneo.
Questa, probabilmente, è la ragione delle misteriose esplosioni in corso da settimane in Iran. Ma non c’è un vero mistero: è piuttosto chiaro il piano americano e di Israele, con la nostra complicità, di disgregare intere nazioni per presentare poi una mappa del Mediterraneo e del Medio Oriente come un collage di coriandoli di stati ormai soltanto virtuali. È questa la vera deflagrazione che avviene tutti i giorni, il Ground Zero della nostra politica mediterranea.
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Libano - A Beirut si cerca di capire cosa sia accaduto
È salito a 113 morti il bilancio provvisorio delle vittime della duplice esplosione che martedì pomeriggio ha distrutto il porto di Beirut. Ma il Libano, oltre ai danni, ai morti e ai feriti, adesso deve fare i conti anche con un’altra emergenza: quella alimentare. Il paese infatti ha meno di un mese di riserve di grano, dopo la completa distruzione dei silos da 120.000 tonnellate di grano situati nel porto e investiti in pieno dall’esplosione di ieri.
Il governo libanese ha dichiarato lo stato di emergenza a Beirut per due settimane. Il ministro dell’Informazione, Manal Abdel Samad, ha fatto sapere che il mantenimento della sicurezza nella capitale è affidato all’Esercito.
I funzionari responsabili del porto sono stati posti agli arresti domiciliari. La vicenda della presenza in porto – ormai da sei anni – di un carico di nitrato di ammonio, lo configurava come una vera e propria bomba a orologeria piazzata nel cuore della capitale libanese.
Le circa 2700 tonnellate della sostanza, erano sotto sequestro dal 2014 da una nave che avrebbe dovuto dirigersi verso lo Zambia. Ad affermarlo è l’emittente libanese Mtv, secondo la quale il sequestro del materiale era avvenuto dopo un guasto alla nave rimasta poi nel porto della capitale libanese. Da allora l’ex direttore della dogana Shafiq Marei e quello attuale, Badri Daher, avevano più volte sollecitato la rimozione del materiale per il pericolo che rappresentava, ma senza ricevere una risposta, riferisce sempre Mtv.
Secondo Al Jazeera invece il carico di nitrato di ammonio era arrivato in Libano nel settembre 2013, a bordo di una nave mercantile – la Rhosus – di proprietà russa ma battente bandiera moldava (un paese che non si affaccia neanche sul mare). Secondo le informazioni del sito di localizzazione delle navi, Fleetmon, si stava dirigendo dalla Georgia al Mozambico.
La Rhosus era stata costretta ad attraccare a Beirut dopo aver affrontato problemi tecnici in mare. Ma i funzionari libanesi avevano impedito alla nave di riprendere la navigazione, ed alla fine sembra che la nave sia stata abbandonata a Beirut dai suoi proprietari e dall’equipaggio. Il pericoloso carico della nave fu quindi scaricato e collocato nell’Hangar 12 del porto di Beirut, una grande struttura grigia di fronte alla principale autostrada nord-sud del paese all’ingresso principale della capitale. E da allora è rimasto lì.
Sulla spaventosa esplosione di Beirut continuano intanto le speculazioni politiche.
Prima c’è stato il solito tweet di Trump secondo il quale le esplosioni sono state causate da una bomba. Ma la tesi del presidente statunitense è stata immediatamente contraddette alla Cnn da tre fonti anonime del Pentagono, secondo le quali non ci sono indicazioni di attacchi.
Alcune fonti israeliane lasciano intendere che il magazzino esploso venisse utilizzato da Hezbollah. In realtà questa tesi è vecchia di due anni. Lo evidenzia il giornale israeliano Ha’aretz ricordando che il porto di Beirut era stato indicato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un discorso delle Nazioni Unite del 2018 come sito civile in cui Hezbollah immagazzinava missili. Successivamente, fonti israeliane hanno affermato che il sito di stoccaggio era stato evacuato a seguito del discorso di Netanyahu.
Sull’esplosione al porto di Beirut, il noto giornalista investigativo, Richard Silverstein avanza invece l’ipotesi di una operazione israeliana. Nella sua pagina web scrive che “una fonte israeliana altamente informata e confidenziale mi ha detto che Israele ha causato la massiccia esplosione nel porto di Beirut che ha ucciso oltre 100 persone, ferendone migliaia”.
Secondo Silverstein Israele ha preso di mira un deposito di armi di Hezbollah nel porto e ha pianificato di distruggerlo con un dispositivo esplosivo. “Tragicamente, l’intelligence israeliana non ha eseguito diligentemente il suo obiettivo. Quindi non sapevano (o se lo sapevano, a loro non importava) che c’erano 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate in un magazzino adiacente. L’esplosione al deposito di armi ha acceso il fertilizzante, causando la catastrofe che ne è derivata”.
Intanto il ministro degli Esteri libanese Hitti, già in rotta con il primo ministro Diab, si è dimesso denunciando come il Libano debba considerarsi “uno Stato fallito”.
Indubbiamente la disastrosa esplosione di Beirut destabilizza ancora di più un paese che è l’anello debole del Mediterraneo orientale, al centro di tensioni politiche interne e regionali fortissime ed alle prese con una crisi economica che si è fatta sentire pesantemente nelle settimane precedenti all’esplosione. Come ricordavamo in apertura oltre all’emergenza di migliaia di feriti e degli immensi danni materiali, si palesa il rischio di una emergenza alimentare. Paradossalmente potrebbe essere proprio la corsa e la gestione degli aiuti internazionali a determinare i nuovi equilibri interni nel decennale scontro tra il network sciita, quello saudita e Israele.
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05/08/2020
Libano - A Beirut migliaia di feriti, oltre 100 morti e 250 mila sfollati
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Come un bombardamento aereo, spaventoso come l’attentato di 15 anni fa in cui rimase ucciso il premier Rafik Hariri.
Una vasta area di Beirut ieri appariva un campo di battaglia, con almeno 67 morti e circa tremila feriti – tra i quali tre italiani: due militari dell’Unifil e una cooperante – dopo l’esplosione devastante avvenuta nel pomeriggio nell’area del porto.
Si sono viste scene apocalittiche, corpi sotto le macerie e gli autoveicoli, civili che chiedevano aiuto urlando di dolore. «Come Hiroshima», ha commentato tra le lacrime il governatore di Beirut Marwan Daoud. Il premier Hassan Diab ha dichiarato per oggi una giornata di lutto nazionale e assicurato che i responsabili di questa tragedia saranno trovati e puniti.
Il Libano e la sua capitale queste scene le hanno già vissute. Ma la causa dell’esplosione di ieri, almeno stando a quanto si diceva a Beirut in serata, sarebbe legata ad un incidente. Un incendio in un magazzino di fuochi d’artificio o forse «materiali esplosivi confiscati» dalle autorità in passato e colpevolmente abbandonati senza adeguate misure di sicurezza. Il movimento sciita Hezbollah ha smentito che si sia trattato di un attacco israeliano contro un suo deposito di armi.
L’esplosione, innescata da una catena di piccole deflagrazioni come mostrano alcuni filmati, è stata avvertita in tutta la città, fino alcuni chilometri di distanza.
Intervistati dalle tv locali, alcuni testimoni, anch’essi feriti, ripresi con alle spalle macerie e incendi, hanno raccontato di cadaveri in strada, di persone insanguinate, di distruzioni immense. Davanti al centro medico di Clemenceau si sono ammassati decine di feriti, inclusi bambini coperti di sangue.
Molte delle vetrine dei quartieri di Achrafieh, Hamra, Badaro e Hazmieh, sono state distrutte, così come le finestre di palazzi e autoveicoli abbandonati in strada con gli airbag gonfi. Tra gli edifici danneggiati, anche il quartier generale dell’ex premier Saad Hariri.
Il celebre lungomare di Beirut appariva ricoperta di macerie e frammenti di vetro. Trenta squadre di soccorritori e i vigili del fuoco hanno lavorato tutta la notte per estrarre i corpi dalle macerie. L’esercito è intervenuto per garantire il trasporto dei feriti negli ospedali. Poco dopo l’esplosione, sia la rete telefonica sia quella Internet si sono interrotte.
Un dramma che aggrava il periodo economico e politico delicato che sta vivendo il Libano, in cui la valuta locale è crollata nei confronti del dollaro con effetti devastanti, le imprese chiudono in massa e la povertà sale allo stesso ritmo allarmante della disoccupazione. Due giorni fa si era dimesso il ministro degli esteri Nassif Hitti a causa di forti dissensi col premier Hassan Diab seguiti alle polemiche suscitate dalla recente visita a Beirut del ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian che ha accusato il Libano di non aver fatto alcuna delle riforme richieste per ottenere gli aiuti internazionali.
L’esplosione al porto peraltro è giunta mentre il Libano attende, venerdì, il verdetto sul camion-bomba che nel 2005 uccise Rafik Hariri e altre 21 persone proprio nei pressi del porto.
Tanti libanesi ieri inevitabilmente hanno pensato ad un nuovo pesante attentato, legato proprio al processo al Tribunale speciale per il Libano (Tsl, nato nel 2007), con sede all’Aja. Alla sbarra ci sono quattro imputati in contumacia, membri di Hezbollah: Salim Ayash, Habib Merhi, Hussein Oneissi e Assad Sabra. C’era anche un quinto imputato, Mustafa Badreddin, ma è morto in Siria nel 2016. Gli imputati sono accusati di «complotto a fini terroristici e omicidio preterintenzionale». Hezbollah ha sempre respinto le accuse, negando il coinvolgimento di suoi membri e accusa di cospirazione Usa, Francia e Israele.
AGGIORNAMENTO ore 13
Previsto per oggi l’incontro del consiglio di sicurezza chiamato dal presidente Michel Aoun che ha in contemporanea dichiarato due settimane di stato di emergenza. Mentre i numeri continuano a salire: tra 200mila e 250mila persone rimaste senza casa, danni per 5 miliardi di dollari (il porto, principale hub del paese, è raso al suolo), 100 morti e 4mila feriti. E si scava ancora tra le macerie.
Restano ancora dubbi sulle cause: si parla di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, immagazzinate da circa sei anni nel porto senza adeguate misure di sicurezza.
Fonte
Libano - Spaventosa esplosione a Beirut. Decine di morti, migliaia i feriti
Una nave è esplosa con una deflagrazione spaventosa nel porto di Beirut (*). Dalle prime notizie raccolte conteneva grosse quantità di nitrato di ammonio. Il nitrato d’ammonio viene utilizzato come fertilizzante, ma è anche fondamentale per produrre l’ammonal e l’ANFO, due esplosivi.
Dalle prime notizie la doppia esplosione intorno alle 17 (ora italiana) nel porto di Beirut – la prima di minore intensità, la seconda devastante – hanno provocato almeno 73 morti e oltre 3.700 feriti, secondo i dati diffusi dal ministro della Salute, Hamad Hasan, e dalla Croce rossa libanese. Il giornale Al Sharq al Awsat parla di 57 morti, l’agenzia Anadolu parla invece di 70 morti. Tra i feriti ci sono anche due militari italiani del contingente Unifil di stanza in Libano dal 2006.
Testimonianze raccolte a Beirut, tra cui il compagno Kassem Ayna, che molti conoscono in Italia per aver organizzato e accompagnato molte delegazioni nei campi produghi palestinesi in Libano, ci riferiscono che l’onda d’urto dell’esplosione è arrivata anche in quartieri di Beirut lontani dalla zona portuale.
Alcuni dei feriti risultano intrappolati sotto le macerie degli edifici circostanti l’area portuale letteralmente abbattuti dalla deflagrazione. Secondo l’agenzia turca Anadolou, è interamente crollato un edificio di tre piani. L’onda d’urto ha mandato in frantumi i vetri e fatto saltare le porte degli edifici per un raggio di diversi chilometri. Alcuni distretti sono rimasti senza elettricità. Tra gli edifici danneggiati risulta esserci anche il Palazzo Baabda, residenza del presidente. Una prima squadra di vigili del fuoco giunta sul luogo dopo la prima esplosione risulta scomparsa.
Sulle cause dell’esplosione ancora non ci sono versioni definitive. Una donna, moglie di un lavoratore del porto, afferma che da anni la nave contenente gli esplosivi era ferma sotto sequestro nel porto di Beirut.
Secondo un responsabile della sicurezza libanese citato dalle agenzie Middle East online e Afp, l’esplosione è stata causata da materiale sequestrato ed altamente esplosivo. Al Jazeera riferisce invece che il capo della sicurezza, il generale Abbas Ibrahim, dopo una riunione del Consiglio Superiore della Difesa del Libano, ha affermato che 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio erano nel porto di Beirut e sono esplose in attesa di partire per l’Africa.
La solita agenzia Adnkronos, citando non precisate fonti di “intelligence occidentali” veicola la velina secondo cui ad esplodere non sarebbe quanto finora comunicato ufficialmente, un deposito di fuochi di artificio o un vasto quantitativo di nitrato di ammonio, come riferito dal ministro dell’Interno libanese Mohamed Fehmi, ma un deposito di armi di Hezbollah. Una versione prontamente smentita dal movimento sciita libanese.
Il sito di intelligence israeliano Debka Files, si è affrettato a negare qualsiasi coinvolgimento israeliano nell’esplosione. In compenso sostiene che “la portata e la natura delle esplosioni hanno sollevato il sospetto che il conto ufficiale di un disastroso incidente potrebbe non essere del tutto credibile”.
Il movimento Hezbollah ha affermato in una dichiarazione che “questa tragica catastrofe e la sua devastazione senza precedenti, le gravi conseguenze umane, di salute, sociali ed economiche, richiedono a tutti i libanesi e a tutte le forze politiche e nazionali, solidarietà, unità e azione comune per superare gli effetti di questo calvario e affrontare con determinazione e volontà le difficoltà e le sfide emergenti”.
Hezbollah ha dichiarato che: “In questa triste occasione, salutiamo tutto il personale medico e infermieristico, le organizzazioni umanitarie di soccorso, il personale della protezione civile e i coraggiosi vigili del fuoco per i loro grandi sforzi nel salvataggio, nell’aiuto e nell’assistenza, abbiamo messo tutte le nostre capacità al servizio del nostro popolo”.
Il nitrato di ammonio, anche in passato è stato la causa di alcuni dei più grandi disastri industriali mai registrati, come il disastro di Texas City nel 1947 dove un’esplosione a bordo della nave SS Grandcamp fu equivalente a circa 3,2 kilotoni, in pratica come una piccola testata nucleare, ed uccise almeno 581 persone. Un altro disastro simile fu la doppia esplosione al porto di Tientsin nel 2015, che uccise 173 persone.
Il bilancio delle vittime è ancora provvisorio. Molti dei feriti sono in condizioni gravissime. Sulle cause e le responsabilità dell’esplosione e della strage che ne è derivata, il governo libanese – già alle prese con una durissima crisi economica ed istituzionale – ha affermato che condurrà una inchiesta rigorosa per accertarle.
Fonte
26/08/2019
Sul Libano i lampi della guerra tra Israele e Iran
La guerra dei droni, che questa volta ha coinvolto anche il Libano, sta provocando una tensione sempre più pesante in tutto il Medio Oriente a causa della “guerra di fatto” innescata da Israele contro l’Iran.
Il primo ministro libanese Saad Hariri ha definito “Un’aggressione israeliana” la caduta di due droni armati israeliani a Beirut nei pressi di postazioni Hezbollah. I due droni sono stati probabilmente colpiti dalle difese di Hezbollah diventate molto più efficaci che in passato. Hariri – citato dai media israeliani – ha parlato di “minaccia alla stabilità regionale e tentativo di far aumentare la tensione”. Il premier libanese ha denunciato che quello con i droni israeliani è “un palese attacco alla sovranità libanese” e in “flagrante” violazione della risoluzione ONU 1701 (2006) volta a porre fine alle ostilità tra l’organizzazione libanese di Hezbollah e Israele”.
Il leader del movimento libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato che i due droni israeliani caduti nella periferia sud di Beirut erano in “missione suicida” e che Hezbollah farà il possibile per impedire a Israele di inviare altri droni a Beirut. “Hezbollah non permetterà tale aggressione”, ha detto ieri, domenica, in un discorso televisivo ripreso da Al Jazeera. Nasrallah ha riaffermato che il suo movimento farà qualsiasi cosa per impedire che tali incidenti si ripetano. “D’ora in poi, abbatteremo tutti i droni israeliani nei cieli del Libano”.
Il leader di Hezbollah ha inoltre affermato che “l’ultimo sviluppo israeliano è molto, molto, molto pericoloso” e che gli attacchi di droni durante la notte erano destinati a un obiettivo specifico nel sobborgo di Dahyeh, a Beirut, controllato dagli Hezbollah.
Dal canto loro le autorità israeliane, per bocca dello stesso Netanyahu, diversamente che in passato questa volta hanno rivendicato i raid aerei nella notte fra sabato e domenica vicino a Damasco contro un deposito di missili di precisione. Secondo il Sole 24 Ore l’inaspettata conferma del premier, è parte del lungo conflitto fra Israele e Iran.
“Da più di due anni se ne annuncia l’inizio imminente, e l’esplosione della vera grande guerra mediorientale” scrive Ugo Tramballi, “in realtà la guerra è già iniziata: quasi quotidianamente gli israeliani colpiscono gli interessi militari iraniani in Siria: con i droni, con l’aviazione e, da terra, anche con le forze speciali”.
Fonte
Il primo ministro libanese Saad Hariri ha definito “Un’aggressione israeliana” la caduta di due droni armati israeliani a Beirut nei pressi di postazioni Hezbollah. I due droni sono stati probabilmente colpiti dalle difese di Hezbollah diventate molto più efficaci che in passato. Hariri – citato dai media israeliani – ha parlato di “minaccia alla stabilità regionale e tentativo di far aumentare la tensione”. Il premier libanese ha denunciato che quello con i droni israeliani è “un palese attacco alla sovranità libanese” e in “flagrante” violazione della risoluzione ONU 1701 (2006) volta a porre fine alle ostilità tra l’organizzazione libanese di Hezbollah e Israele”.
Il leader del movimento libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato che i due droni israeliani caduti nella periferia sud di Beirut erano in “missione suicida” e che Hezbollah farà il possibile per impedire a Israele di inviare altri droni a Beirut. “Hezbollah non permetterà tale aggressione”, ha detto ieri, domenica, in un discorso televisivo ripreso da Al Jazeera. Nasrallah ha riaffermato che il suo movimento farà qualsiasi cosa per impedire che tali incidenti si ripetano. “D’ora in poi, abbatteremo tutti i droni israeliani nei cieli del Libano”.
Il leader di Hezbollah ha inoltre affermato che “l’ultimo sviluppo israeliano è molto, molto, molto pericoloso” e che gli attacchi di droni durante la notte erano destinati a un obiettivo specifico nel sobborgo di Dahyeh, a Beirut, controllato dagli Hezbollah.
Dal canto loro le autorità israeliane, per bocca dello stesso Netanyahu, diversamente che in passato questa volta hanno rivendicato i raid aerei nella notte fra sabato e domenica vicino a Damasco contro un deposito di missili di precisione. Secondo il Sole 24 Ore l’inaspettata conferma del premier, è parte del lungo conflitto fra Israele e Iran.
“Da più di due anni se ne annuncia l’inizio imminente, e l’esplosione della vera grande guerra mediorientale” scrive Ugo Tramballi, “in realtà la guerra è già iniziata: quasi quotidianamente gli israeliani colpiscono gli interessi militari iraniani in Siria: con i droni, con l’aviazione e, da terra, anche con le forze speciali”.
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08/05/2016
Iran - Quei conservatori mascherati da riformisti
di Giorgia Grifoni
Cosa c’è di nuovo nel decimo Parlamento della Repubblica Islamica? Molto. Ci sono più donne -17 – e meno clerici – 16 – che in tutte le legislature dal 1979 a oggi. C’è una base abbastanza solida per intraprendere le famose riforme economiche che il presidente Hassan Rouhani ha promesso a inizio mandato. E’ c’è anche la speranza che venga rieletto il prossimo anno, vista la fiducia accordata al suo campo da parte degli elettori. Ma forse, nonostante i numeri sbandierati dalla stampa mondiale, non ci sono più riformisti che conservatori, come invece risulterebbe dalle urne.
I risultati del ballottaggio di venerdì scorso hanno riconfermato, se non la vittoria schiacciante del fronte riformista-moderato, sicuramente la sconfitta dei conservatori: su 68 posti in palio, 38 sarebbero andati ai moderati, 18 ai “principalisti” e 12 agli indipendenti. Il blocco riformista, stando all’Associated Press, si aggiudica così ben 143 seggi, seguito dagli 86 del blocco rivale e infine dai 61 degli indipendenti. Quasi metà dell’assemblea, quindi, sarebbe “dalla parte” di Rouhani, il che, secondo gli analisti, permetterebbe al presidente di implementare delle riforme di stampo liberista in economia, riforme che avrebbero lo scopo primario di far risollevare il paese dal disastro provocato da anni di chiusura economica e di sanzioni occidentali.
Se per “riformisti” si intendono coloro che vorrebbero implementare queste riforme, allora è giusto dire che abbiano vinto; ma se per “riformisti” si intendono coloro che vogliono riformare il sistema a un livello più profondo, e portare avanti dei cambiamenti in materia istituzionale, pensare che questi siano la maggioranza nel nuovo Parlamento è una pia illusione.
Le logiche del posizionamento dei deputati all’interno del Majlis sono state ben illustrate in un’ analisi di Mahmood Delkhasteh, ricercatore e attivista politico iraniano, sul portale Open Democracy. Il sociologo si chiede innanzitutto cosa sia veramente il riformismo iraniano, scorporato dalla dicotomia di stampo occidentale di opposizione al conservatorismo: cioè l’azione o il processo di riforma di un’istituzione o di una pratica. Porta l’esempio della presidenza di Mohamed Khatami, considerato il primo capo di stato riformista della Repubblica islamica. Sebbene sotto Khatami si fossero discussi leggeri cambiamenti alla legge elettorale, che tendevano a definire meglio il potere presidenziale e di fatto limitavano l’azione su di esso di altri organi istituzionali, Delkhasteh riporta una sua dichiarazione rabbiosa in cui sostenne che cambiare la Costituzione “equivaleva a un tradimento”. In un’altra dichiarazione di quel periodo Khatami sostenne addirittura che i leader delle democrazie occidentali avessero più potere della Guida suprema dell’Iran.
Inoltre, Delkhasteh si chiede come mai nella famosa “lista della Speranza”, coalizione composta da “riformisti” e moderati in lizza per i seggi della capitale Teheran sia al Parlamento che all’Assemblea degli Esperti, ci siano state decine di nomi che hanno fatto tremare gli orfani e le vedove degli oppositori al regime. Come l’Ayatollah Omid Najaf Abadi, responsabile della condanna a morte di almeno sei tra attivisti e scrittori critici del sistema. O l’Ayatollah Reyshahri, il primo capo del Vavak (ministero dell’Intelligence iraniano), che ha firmato l’esecuzione di molti piloti delle forze aeree iraniane e funzionari come Seyed Mehdi Hashemi, che ha giocato un ruolo di primo piano nell’esposizione della relazione segreta tra il regime di Khomeini e l’amministrazione Reagan, conosciuto come l’Irangate. Altri giudici-boia presenti nella lista comprendono Mohseni Ejei, Ali Razini e Seyed Ebrahim Reisi, quest’ultimo famoso per aver accelerato l’esecuzione di oltre 5 mila prigionieri politici in soli tre giorni.
Chi segue le vicende elettorali iraniane, infatti, avrà accolto con stupore la quantità di candidati “riformisti” ammessi dal Consiglio dei Guardiani – 200: un numero abbastanza “alto” se paragonato alle precedenti tornate elettorali. Come conferma Delkhasteh, infatti, il regime ha proibito ai principali leader riformisti di candidarsi con poche eccezioni e solo quelli più innocui sono riusciti a passare il filtro dei Guardiani. A fronte di un Parlamento sostanzialmente svuotato del suo potere, il Consiglio dei Guardiani si è però ben guardato dal permettere a troppi moderati di concorrere per un seggio nel prezioso Consiglio degli Esperti, preposto alla nomina della prossima Guida Suprema. Se Khamenei ha perso alcuni dei suoi uomini più fidati nella corsa e ha visto l’odiato Akbar Hashemi Rafsanjani conquistare una poltrona, non era certamente preoccupato dal risultato finale: come previsto, degli 88 seggi dell’Assemblea, il 90 percento è andato a candidati conservatori – principalisti o moderati – a lui vicini. Quanto agli indipendenti, se si va a fondo nelle loro biografie si scopre che molti provengono dal campo conservatore.
Certo è che, in un paese che non ha un sistema partitico vero e proprio, il posizionamento dei candidati in Parlamento sarà quantomeno confuso. Gli analisti confermano che gli schieramenti potrebbero cambiare a seconda dei temi in discussione, e che i deputati voteranno caso per caso senza porsi particolari problemi di affiliazione ideologica. Ad affossare ancora di più la precaria chimera riformista, poi, ci sta pensando l’accordo sul nucleare. Firmato nel luglio scorso, dopo oltre due anni di trattative, stenta ancora a essere implementato nella parte riguardante il sollevamento delle sanzioni, circa 55 miliardi di dollari che le limitazioni bancarie Usa stanno ritardando a rilasciare. E in Iran le voci di protesta contro l’atteggiamento statunitense del “prendere tutto e non dare niente” si fanno sempre più forti. A guidarle, ancora prima che venisse intavolato il negoziato, ci pensavano i principalisti: ora, dopo che l’Iran sta mantenendo tutti i suoi impegni atomici senza vedere in cambio neanche l’ombra del beneficio di una sanzione sollevata, i principalisti non sono più soli.
Non è solo per la lentezza e le minacce con le quali Washington si occupa di implementare la sua parte dell’accordo, ovvero liberare l’Iran dal peso delle sanzioni: ora c’è in ballo anche la causa per gli attentati del 1983 contro i marines americani a Beirut, attentato attribuito a Hezbollah per il quale la Corte Suprema Usa ha stabilito che sarà Teheran a pagare. Il risarcimento per le famiglie – 2,6 miliardi di dollari – verrà sottratto ai beni congelati della Banca Centrale iraniana dalle sanzioni, una mossa possibile grazie a una recente legge del Congresso scritta ad hoc per il caso. Parole dure contro gli Stati Uniti – accusati di deviare illegalmente i preziosi asset che secondo l’accordo dovrebbero essere restituiti a Teheran – sono state pronunciate persino dal mite Rohani. Inoltre, il portale al-monitor fa notare come recentemente Washington abbia portato leggere modifiche al Visa Waiver Program, che esclude i cittadini di Iran, Iraq, Sudan e Siria dall’esenzione del visto di ingresso per gli Stati Uniti. Misure che scoraggiano gli imprenditori iraniani e quelli stranieri che vogliono fare affari con l’Iran, dal momento che l’esenzione al visto è vietata anche a tutti quelli che si siano recati a Teheran negli ultimi 5 anni. Quanto basta, insomma, per far tornare buona parte dello spettro politico iraniano su posizioni conservatrici.
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Cosa c’è di nuovo nel decimo Parlamento della Repubblica Islamica? Molto. Ci sono più donne -17 – e meno clerici – 16 – che in tutte le legislature dal 1979 a oggi. C’è una base abbastanza solida per intraprendere le famose riforme economiche che il presidente Hassan Rouhani ha promesso a inizio mandato. E’ c’è anche la speranza che venga rieletto il prossimo anno, vista la fiducia accordata al suo campo da parte degli elettori. Ma forse, nonostante i numeri sbandierati dalla stampa mondiale, non ci sono più riformisti che conservatori, come invece risulterebbe dalle urne.
I risultati del ballottaggio di venerdì scorso hanno riconfermato, se non la vittoria schiacciante del fronte riformista-moderato, sicuramente la sconfitta dei conservatori: su 68 posti in palio, 38 sarebbero andati ai moderati, 18 ai “principalisti” e 12 agli indipendenti. Il blocco riformista, stando all’Associated Press, si aggiudica così ben 143 seggi, seguito dagli 86 del blocco rivale e infine dai 61 degli indipendenti. Quasi metà dell’assemblea, quindi, sarebbe “dalla parte” di Rouhani, il che, secondo gli analisti, permetterebbe al presidente di implementare delle riforme di stampo liberista in economia, riforme che avrebbero lo scopo primario di far risollevare il paese dal disastro provocato da anni di chiusura economica e di sanzioni occidentali.
Se per “riformisti” si intendono coloro che vorrebbero implementare queste riforme, allora è giusto dire che abbiano vinto; ma se per “riformisti” si intendono coloro che vogliono riformare il sistema a un livello più profondo, e portare avanti dei cambiamenti in materia istituzionale, pensare che questi siano la maggioranza nel nuovo Parlamento è una pia illusione.
Le logiche del posizionamento dei deputati all’interno del Majlis sono state ben illustrate in un’ analisi di Mahmood Delkhasteh, ricercatore e attivista politico iraniano, sul portale Open Democracy. Il sociologo si chiede innanzitutto cosa sia veramente il riformismo iraniano, scorporato dalla dicotomia di stampo occidentale di opposizione al conservatorismo: cioè l’azione o il processo di riforma di un’istituzione o di una pratica. Porta l’esempio della presidenza di Mohamed Khatami, considerato il primo capo di stato riformista della Repubblica islamica. Sebbene sotto Khatami si fossero discussi leggeri cambiamenti alla legge elettorale, che tendevano a definire meglio il potere presidenziale e di fatto limitavano l’azione su di esso di altri organi istituzionali, Delkhasteh riporta una sua dichiarazione rabbiosa in cui sostenne che cambiare la Costituzione “equivaleva a un tradimento”. In un’altra dichiarazione di quel periodo Khatami sostenne addirittura che i leader delle democrazie occidentali avessero più potere della Guida suprema dell’Iran.
Inoltre, Delkhasteh si chiede come mai nella famosa “lista della Speranza”, coalizione composta da “riformisti” e moderati in lizza per i seggi della capitale Teheran sia al Parlamento che all’Assemblea degli Esperti, ci siano state decine di nomi che hanno fatto tremare gli orfani e le vedove degli oppositori al regime. Come l’Ayatollah Omid Najaf Abadi, responsabile della condanna a morte di almeno sei tra attivisti e scrittori critici del sistema. O l’Ayatollah Reyshahri, il primo capo del Vavak (ministero dell’Intelligence iraniano), che ha firmato l’esecuzione di molti piloti delle forze aeree iraniane e funzionari come Seyed Mehdi Hashemi, che ha giocato un ruolo di primo piano nell’esposizione della relazione segreta tra il regime di Khomeini e l’amministrazione Reagan, conosciuto come l’Irangate. Altri giudici-boia presenti nella lista comprendono Mohseni Ejei, Ali Razini e Seyed Ebrahim Reisi, quest’ultimo famoso per aver accelerato l’esecuzione di oltre 5 mila prigionieri politici in soli tre giorni.
Chi segue le vicende elettorali iraniane, infatti, avrà accolto con stupore la quantità di candidati “riformisti” ammessi dal Consiglio dei Guardiani – 200: un numero abbastanza “alto” se paragonato alle precedenti tornate elettorali. Come conferma Delkhasteh, infatti, il regime ha proibito ai principali leader riformisti di candidarsi con poche eccezioni e solo quelli più innocui sono riusciti a passare il filtro dei Guardiani. A fronte di un Parlamento sostanzialmente svuotato del suo potere, il Consiglio dei Guardiani si è però ben guardato dal permettere a troppi moderati di concorrere per un seggio nel prezioso Consiglio degli Esperti, preposto alla nomina della prossima Guida Suprema. Se Khamenei ha perso alcuni dei suoi uomini più fidati nella corsa e ha visto l’odiato Akbar Hashemi Rafsanjani conquistare una poltrona, non era certamente preoccupato dal risultato finale: come previsto, degli 88 seggi dell’Assemblea, il 90 percento è andato a candidati conservatori – principalisti o moderati – a lui vicini. Quanto agli indipendenti, se si va a fondo nelle loro biografie si scopre che molti provengono dal campo conservatore.
Certo è che, in un paese che non ha un sistema partitico vero e proprio, il posizionamento dei candidati in Parlamento sarà quantomeno confuso. Gli analisti confermano che gli schieramenti potrebbero cambiare a seconda dei temi in discussione, e che i deputati voteranno caso per caso senza porsi particolari problemi di affiliazione ideologica. Ad affossare ancora di più la precaria chimera riformista, poi, ci sta pensando l’accordo sul nucleare. Firmato nel luglio scorso, dopo oltre due anni di trattative, stenta ancora a essere implementato nella parte riguardante il sollevamento delle sanzioni, circa 55 miliardi di dollari che le limitazioni bancarie Usa stanno ritardando a rilasciare. E in Iran le voci di protesta contro l’atteggiamento statunitense del “prendere tutto e non dare niente” si fanno sempre più forti. A guidarle, ancora prima che venisse intavolato il negoziato, ci pensavano i principalisti: ora, dopo che l’Iran sta mantenendo tutti i suoi impegni atomici senza vedere in cambio neanche l’ombra del beneficio di una sanzione sollevata, i principalisti non sono più soli.
Non è solo per la lentezza e le minacce con le quali Washington si occupa di implementare la sua parte dell’accordo, ovvero liberare l’Iran dal peso delle sanzioni: ora c’è in ballo anche la causa per gli attentati del 1983 contro i marines americani a Beirut, attentato attribuito a Hezbollah per il quale la Corte Suprema Usa ha stabilito che sarà Teheran a pagare. Il risarcimento per le famiglie – 2,6 miliardi di dollari – verrà sottratto ai beni congelati della Banca Centrale iraniana dalle sanzioni, una mossa possibile grazie a una recente legge del Congresso scritta ad hoc per il caso. Parole dure contro gli Stati Uniti – accusati di deviare illegalmente i preziosi asset che secondo l’accordo dovrebbero essere restituiti a Teheran – sono state pronunciate persino dal mite Rohani. Inoltre, il portale al-monitor fa notare come recentemente Washington abbia portato leggere modifiche al Visa Waiver Program, che esclude i cittadini di Iran, Iraq, Sudan e Siria dall’esenzione del visto di ingresso per gli Stati Uniti. Misure che scoraggiano gli imprenditori iraniani e quelli stranieri che vogliono fare affari con l’Iran, dal momento che l’esenzione al visto è vietata anche a tutti quelli che si siano recati a Teheran negli ultimi 5 anni. Quanto basta, insomma, per far tornare buona parte dello spettro politico iraniano su posizioni conservatrici.
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13/11/2015
Libano - Doppio attentato fa strage a sud di Beirut, decine di morti
di Michele Giorgio
E’ di 41 morti il bilancio del doppio attentato suicida avvenuto ieri sera a Burj al-Barajneh, nella zona meridionale di Beirut, roccaforte del movimento sciita libanese Hezbollah. La Croce Rossa riferisce che ci sono anche oltre 200 feriti. Secondo quanto riferito dalla polizia, due uomini con indosso delle cinture esplosive si sono fatti saltare in aria davanti ad un centro commerciale del quartiere, dove in quel momento si trovavano centinaia di persone. E’ stata una carneficina.
La televisione al Mayadeen ha riferito della presenza di un terzo attentatore che però non sarebbe riuscito ad azionare la sua cintura esplosiva ed è stato ucciso. Un quarto aspirante kamikaze, arrestato ha detto agli investigatori libanesi di essere stato reclutato dall’Isis e di essere arrivato in Libano, insieme ad altri tre attentatori, dalla Siria tre giorni fa
La strage è stata rivendicata dallo Stato islamico. In un suo comunicato l’organizzazione jihadista sunnita, scrive che “soldati del Califfato” hanno compiuto l’attentato a Beirut contro un “raggruppamento di sciiti” e “apostati”. Si indica Hezbollah (Partito di Dio) come “Hezbollat”, “partito delle divinità”. Nel comunicato si afferma che il primo kamikaze era a bordo di una moto-bomba mentre il secondo era a piedi e ha azionato la cintura esplosiva che aveva indosso tra i soccorritori del primo attentato.
L’esplosione è stata la prima a colpire la periferia meridionale di Beirut dal giugno 2014, quando un attentato uccise una guardia privata. Prima di allora una serie di attacchi avevano preso di mira le roccaforti di Hezbollah in tutto il Libano. Tra il luglio 2013 e il febbraio 2014 ci sono stati nove attacchi rivendicati da estremisti sunniti. Le vittime sono state molte decine, quasi sempre civili innocenti come quelli di ieri sera.
Hezbollah dopo due anni di combattimenti in Siria, lungo la frontiera con il Libano, aveva ripulito tutta l’area dalle roccaforti di al Nusra. Un’operazione che aveva interrotto la catena di attenatati, non tutti suicidi, compiuti nei quartieri di Beirut sotto l’influenza del movimento sciita. Decisiva era stata la riconquista da parte dei combattenti sciiti e dell’esercito governativo siriano di Qusair, una cittadina di confine all’interno della Siria, e successivamente quella di Arsal, un bastione del radicalismo sunnita in territorio libanese divenuto dopo l’inizio della guerra civile siriana il principale transito per le infiltrazioni jihadiste nel Paese dei Cedri.
I servizi di sicurezza, inoltre, negli ultimi anni sono stati in grado di individuare e bloccare diversi militanti e leader di cellule legate ad al Nusra e all’Isis, in particolare in alcuni quartieri della città portuale di Tripoli, punto di riferimento del sunnismo più fanatico e anti-sciita.
Gli attentati di ieri sera indicano che qaedisti e jihadisti sono stati in grado di riorganizzarsi in Libano, dove godono di non pochi appoggi.
Il Paese, segnato nei mesi scorsi da forti proteste sociali, resta politicamente spaccato a metà tra il Fronte “14 marzo” filo occidentale e anti Bashar Assad e lo schieramento “8 marzo” guidato da Hezbollah che invece appoggia il presidente siriano. Una frattura che da circa due anni impedisce l’elezione del nuovo capo dello stato. Da parte sua Hezbollah ha confermato, attraverso il suo segretario generale Hassan Nasrallah, che continuerà a combattere in Siria dove, tuttavia, ha subito perdite significative che oscillano, a seconda delle fonti, tra 500 e 1000 uomini.
Fonte
E’ di 41 morti il bilancio del doppio attentato suicida avvenuto ieri sera a Burj al-Barajneh, nella zona meridionale di Beirut, roccaforte del movimento sciita libanese Hezbollah. La Croce Rossa riferisce che ci sono anche oltre 200 feriti. Secondo quanto riferito dalla polizia, due uomini con indosso delle cinture esplosive si sono fatti saltare in aria davanti ad un centro commerciale del quartiere, dove in quel momento si trovavano centinaia di persone. E’ stata una carneficina.
La televisione al Mayadeen ha riferito della presenza di un terzo attentatore che però non sarebbe riuscito ad azionare la sua cintura esplosiva ed è stato ucciso. Un quarto aspirante kamikaze, arrestato ha detto agli investigatori libanesi di essere stato reclutato dall’Isis e di essere arrivato in Libano, insieme ad altri tre attentatori, dalla Siria tre giorni fa
La strage è stata rivendicata dallo Stato islamico. In un suo comunicato l’organizzazione jihadista sunnita, scrive che “soldati del Califfato” hanno compiuto l’attentato a Beirut contro un “raggruppamento di sciiti” e “apostati”. Si indica Hezbollah (Partito di Dio) come “Hezbollat”, “partito delle divinità”. Nel comunicato si afferma che il primo kamikaze era a bordo di una moto-bomba mentre il secondo era a piedi e ha azionato la cintura esplosiva che aveva indosso tra i soccorritori del primo attentato.
L’esplosione è stata la prima a colpire la periferia meridionale di Beirut dal giugno 2014, quando un attentato uccise una guardia privata. Prima di allora una serie di attacchi avevano preso di mira le roccaforti di Hezbollah in tutto il Libano. Tra il luglio 2013 e il febbraio 2014 ci sono stati nove attacchi rivendicati da estremisti sunniti. Le vittime sono state molte decine, quasi sempre civili innocenti come quelli di ieri sera.
Hezbollah dopo due anni di combattimenti in Siria, lungo la frontiera con il Libano, aveva ripulito tutta l’area dalle roccaforti di al Nusra. Un’operazione che aveva interrotto la catena di attenatati, non tutti suicidi, compiuti nei quartieri di Beirut sotto l’influenza del movimento sciita. Decisiva era stata la riconquista da parte dei combattenti sciiti e dell’esercito governativo siriano di Qusair, una cittadina di confine all’interno della Siria, e successivamente quella di Arsal, un bastione del radicalismo sunnita in territorio libanese divenuto dopo l’inizio della guerra civile siriana il principale transito per le infiltrazioni jihadiste nel Paese dei Cedri.
I servizi di sicurezza, inoltre, negli ultimi anni sono stati in grado di individuare e bloccare diversi militanti e leader di cellule legate ad al Nusra e all’Isis, in particolare in alcuni quartieri della città portuale di Tripoli, punto di riferimento del sunnismo più fanatico e anti-sciita.
Gli attentati di ieri sera indicano che qaedisti e jihadisti sono stati in grado di riorganizzarsi in Libano, dove godono di non pochi appoggi.
Il Paese, segnato nei mesi scorsi da forti proteste sociali, resta politicamente spaccato a metà tra il Fronte “14 marzo” filo occidentale e anti Bashar Assad e lo schieramento “8 marzo” guidato da Hezbollah che invece appoggia il presidente siriano. Una frattura che da circa due anni impedisce l’elezione del nuovo capo dello stato. Da parte sua Hezbollah ha confermato, attraverso il suo segretario generale Hassan Nasrallah, che continuerà a combattere in Siria dove, tuttavia, ha subito perdite significative che oscillano, a seconda delle fonti, tra 500 e 1000 uomini.
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