di Giorgia Grifoni
Cosa c’è di nuovo nel
decimo Parlamento della Repubblica Islamica? Molto. Ci sono più donne
-17 – e meno clerici – 16 – che in tutte le legislature dal 1979 a oggi.
C’è una base abbastanza solida per intraprendere le famose riforme
economiche che il presidente Hassan Rouhani ha promesso a inizio
mandato. E’ c’è anche la speranza che venga rieletto il prossimo anno,
vista la fiducia accordata al suo campo da parte degli elettori. Ma
forse, nonostante i numeri sbandierati dalla stampa mondiale, non ci
sono più riformisti che conservatori, come invece risulterebbe dalle
urne.
I risultati del ballottaggio di venerdì scorso hanno
riconfermato, se non la vittoria schiacciante del fronte
riformista-moderato, sicuramente la sconfitta dei conservatori: su 68
posti in palio, 38 sarebbero andati ai moderati, 18 ai “principalisti” e
12 agli indipendenti. Il blocco riformista, stando all’Associated Press, si aggiudica così ben 143 seggi, seguito dagli 86 del blocco rivale e infine dai 61 degli indipendenti.
Quasi metà dell’assemblea, quindi, sarebbe “dalla parte” di Rouhani, il
che, secondo gli analisti, permetterebbe al presidente di implementare
delle riforme di stampo liberista in economia, riforme che avrebbero lo
scopo primario di far risollevare il paese dal disastro provocato da
anni di chiusura economica e di sanzioni occidentali.
Se per “riformisti” si intendono coloro che vorrebbero implementare
queste riforme, allora è giusto dire che abbiano vinto; ma se per
“riformisti” si intendono coloro che vogliono riformare il sistema a un
livello più profondo, e portare avanti dei cambiamenti in materia
istituzionale, pensare che questi siano la maggioranza nel nuovo
Parlamento è una pia illusione.
Le logiche del posizionamento dei deputati all’interno del Majlis sono state ben illustrate in un’ analisi di Mahmood Delkhasteh, ricercatore e attivista politico iraniano, sul portale Open Democracy. Il sociologo si chiede innanzitutto cosa sia veramente il riformismo iraniano,
scorporato dalla dicotomia di stampo occidentale di opposizione al
conservatorismo: cioè l’azione o il processo di riforma di
un’istituzione o di una pratica. Porta l’esempio della presidenza di
Mohamed Khatami, considerato il primo capo di stato riformista della
Repubblica islamica. Sebbene sotto Khatami si fossero discussi leggeri
cambiamenti alla legge elettorale, che tendevano a definire meglio il
potere presidenziale e di fatto limitavano l’azione su di esso di altri
organi istituzionali, Delkhasteh riporta una sua dichiarazione rabbiosa
in cui sostenne che cambiare la Costituzione “equivaleva a un
tradimento”. In un’altra dichiarazione di quel periodo Khatami sostenne
addirittura che i leader delle democrazie occidentali avessero più
potere della Guida suprema dell’Iran.
Inoltre, Delkhasteh si chiede come mai nella famosa “lista della
Speranza”, coalizione composta da “riformisti” e moderati in lizza per i
seggi della capitale Teheran sia al Parlamento che all’Assemblea degli
Esperti, ci siano state decine di nomi che hanno fatto tremare gli
orfani e le vedove degli oppositori al regime. Come l’Ayatollah Omid
Najaf Abadi, responsabile della condanna a morte di almeno sei tra
attivisti e scrittori critici del sistema. O l’Ayatollah Reyshahri, il
primo capo del Vavak (ministero dell’Intelligence iraniano), che ha
firmato l’esecuzione di molti piloti delle forze aeree iraniane e
funzionari come Seyed Mehdi Hashemi, che ha giocato un ruolo di primo
piano nell’esposizione della relazione segreta tra il regime di Khomeini
e l’amministrazione Reagan, conosciuto come l’Irangate. Altri
giudici-boia presenti nella lista comprendono Mohseni Ejei, Ali Razini e
Seyed Ebrahim Reisi, quest’ultimo famoso per aver accelerato
l’esecuzione di oltre 5 mila prigionieri politici in soli tre giorni.
Chi segue le vicende elettorali iraniane, infatti, avrà
accolto con stupore la quantità di candidati “riformisti” ammessi dal
Consiglio dei Guardiani – 200: un numero abbastanza “alto” se
paragonato alle precedenti tornate elettorali. Come conferma Delkhasteh,
infatti, il regime ha proibito ai principali leader riformisti di
candidarsi con poche eccezioni e solo quelli più innocui sono riusciti a
passare il filtro dei Guardiani. A fronte di un Parlamento
sostanzialmente svuotato del suo potere, il Consiglio dei Guardiani si è
però ben guardato dal permettere a troppi moderati di concorrere per un
seggio nel prezioso Consiglio degli Esperti, preposto alla nomina della
prossima Guida Suprema. Se Khamenei ha perso alcuni dei suoi uomini più
fidati nella corsa e ha visto l’odiato Akbar Hashemi Rafsanjani
conquistare una poltrona, non era certamente preoccupato dal risultato
finale: come previsto, degli 88 seggi dell’Assemblea, il 90 percento è
andato a candidati conservatori – principalisti o moderati – a lui
vicini. Quanto agli indipendenti, se si va a fondo nelle loro biografie
si scopre che molti provengono dal campo conservatore.
Certo è che, in un paese che non ha un sistema partitico vero
e proprio, il posizionamento dei candidati in Parlamento sarà
quantomeno confuso. Gli analisti confermano che gli schieramenti
potrebbero cambiare a seconda dei temi in discussione, e che i deputati
voteranno caso per caso senza porsi particolari problemi di affiliazione
ideologica. Ad affossare ancora di più la precaria chimera
riformista, poi, ci sta pensando l’accordo sul nucleare. Firmato nel
luglio scorso, dopo oltre due anni di trattative, stenta ancora a essere
implementato nella parte riguardante il sollevamento delle sanzioni,
circa 55 miliardi di dollari che le limitazioni bancarie Usa stanno
ritardando a rilasciare. E in Iran le voci di protesta contro
l’atteggiamento statunitense del “prendere tutto e non dare niente” si
fanno sempre più forti. A guidarle, ancora prima che venisse intavolato
il negoziato, ci pensavano i principalisti: ora, dopo che l’Iran sta
mantenendo tutti i suoi impegni atomici senza vedere in cambio neanche
l’ombra del beneficio di una sanzione sollevata, i principalisti non
sono più soli.
Non è solo per la lentezza e le minacce con le quali Washington si
occupa di implementare la sua parte dell’accordo, ovvero liberare l’Iran
dal peso delle sanzioni: ora c’è in ballo anche la causa per gli attentati del 1983 contro
i marines americani a Beirut, attentato attribuito a Hezbollah per il
quale la Corte Suprema Usa ha stabilito che sarà Teheran a pagare. Il
risarcimento per le famiglie – 2,6 miliardi di dollari – verrà sottratto
ai beni congelati della Banca Centrale iraniana dalle sanzioni, una mossa possibile grazie a una recente legge del Congresso scritta ad hoc per il caso. Parole dure contro gli Stati Uniti – accusati di deviare illegalmente i preziosi asset
che secondo l’accordo dovrebbero essere restituiti a Teheran – sono
state pronunciate persino dal mite Rohani. Inoltre, il portale al-monitor
fa notare come recentemente Washington abbia portato leggere modifiche
al Visa Waiver Program, che esclude i cittadini di Iran, Iraq, Sudan e
Siria dall’esenzione del visto di ingresso per gli Stati Uniti. Misure
che scoraggiano gli imprenditori iraniani e quelli stranieri che
vogliono fare affari con l’Iran, dal momento che l’esenzione al visto è
vietata anche a tutti quelli che si siano recati a Teheran negli ultimi 5
anni. Quanto basta, insomma, per far tornare buona parte dello spettro
politico iraniano su posizioni conservatrici.
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