Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/06/2026

Vento di destra nel Parlamento europeo, approvata la “Remigrazione”

Ieri il Parlamento europeo ha approvato con 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astenuti l’avvio dei negoziati interistituzionali sulla direttiva “Return Regulation” sui rimpatri degli immigrati in Europa. Lo ha fatto con una maggioranza convergente tra conservatori e fascisti. In pratica è l’accoglimento della campagna sulla “Remigrazione” elaborata e agitata dai neofascisti in molti paesi europei.

Il testo infatti è stato votato congiuntamente da Ppe, Ecr, Patrioti e ultradestra, confermando ormai la piena convergenza delle forze reazionarie nelle sedi europee. Hanno votato contro i socialisti, i verdi e la sinistra. In pratica è saltata la cosiddetta “maggioranza Ursula” in cui convivono conservatori e socialisti.

Tutte e tutti coloro che ancora si illudono sul carattere progressivo delle istituzioni europee, hanno ricevuto l’ennesima mattonata in faccia. Come diceva un grande della storia, “Gli stati uniti d’Europa o saranno reazionari o non saranno”, e i fatti si sono incaricati di dargli ragione.

Il testo elaborato dalla destra europea, e di cui uno dei relatori è stato Ciriani di Fratelli d’Italia, estende anche le possibilità di individuare per le espulsioni degli immigrati un “Paese di ritorno”, includendo non solo lo Stato di origine ma anche Paesi terzi. In pratica è il “modello Albania” voluto dal governo Meloni, fino ad oggi contestato in Parlamento e nei tribunali ma che ora ha il via libera a livello del parlamento di Strasburgo e dovrà essere approvato dall’Unione Europea in sede di consiglio.

Peggiorano anche i criteri per le espulsioni degli immigrati rispetto a quella che era l'attuale normativa. Il testo approvato dal Parlamento europeo dà infatti priorità al rimpatrio coercitivo piuttosto che alla partenza volontaria. Non solo. Con il nuovo regolamento europeo ci sarà un aumento del periodo di detenzione per gli immigrati, che può arrivare fino a 24 mesi, con la possibilità di trattenere anche famiglie con bambini e minori ma escludendo i minori non accompagnati.

La profonda regressione economica, sociale, civile e politica dell’Europa vede di nuovo convergere le forze reazionarie – moderate o estremiste che siano – contro i nuovi capri espiatori, in questo caso gli immigrati, mentre le forze “progressiste” ancora si trastullano su un’illusione europeista come “antidoto” ai fantasmi del passato e che invece ha assunto caratteri sempre più regressivi, guerrafondai e reazionari.

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22/11/2025

In Italia le “minacce alla democrazia” non esistebbero. Il Parlamento europeo si defila

Le istituzioni europee, come prevedibile, vanno sempre più a destra. A confermarlo è la notizia che a fine anno la prevista missione del Parlamento europeo sul monitoraggio dello stato di diritto in Italia non si farà.

La proposta era stata avanzata dalla commissione Libertà Civili (Libe) del parlamento di Strasburgo, ma non era una missione “ad hoc” sull’Italia come “osservata speciale”. Infatti, periodicamente vengono organizzate missioni analoghe negli altri Stati membri dell’Unione Europea.

La commissione Libe è nata nel 2018 a seguito degli omicidi di alcuni giornalisti a Malta e in Slovacchia, e poi ha allargato il suo spettro nel 2019, con l’obiettivo di effettuare analisi, audizioni, missioni e proporre iniziative al Parlamento europeo. Il gruppo di lavoro ha programmato audizioni e missioni in Stati membri della Ue come Italia, Ungheria, Grecia, Bulgaria e Spagna al fine di verificare il rispetto dello stato di diritto.

Ma quando si è trattato dell’Italia, la conferenza dei capigruppo ha visto coalizzarsi una maggioranza di destra composta da popolari, conservatori ed estrema destra, facendo scomparire la missione dal calendario dei lavori. Lo stop è avvenuto con un repentino cambiamento di posizione del Ppe, che in commissione aveva detto inizialmente sì alla missione, ma poi ha cambiato idea. Non è la prima volta che Popolari, liberali di destra e destra neofascista europee condividono le stesse scelte politiche.

In materia di immigrazione già a ottobre 2024 si era infatti rivelata una maggioranza fra i Popolari europei guidati dal bavarese della CSU Manfred Weber, e i tre gruppi della destra nel Parlamento europeo: i “Patrioti per l’Europa”, diretti dal giovane lepenista francese Jordan Bardella ed a cui appartiene la Lega; i Conservatori e Riformisti capitanati dal meloniano Nicola Procaccini e dal polacco Joachim Brudzinski e il nuovo gruppo delle “Nazioni sovrane in Europa” guidato dal tedesco dell’AFD René Aust e dal polacco Stanisław Tyszka.

La visita, già inserita preliminarmente nel calendario dei lavori dai coordinatori della commissione Libe, avrebbe dovuto tenersi entro la fine dell’anno e si inseriva nel solco del caso Paragon, mirando a “verificare la situazione italiana in materia di giustizia, libertà di stampa, uso degli spyware e diritti delle famiglie arcobaleno”.

L’iniziativa avrebbe quindi dovuto fare seguito all’audizione convocata sullo stesso tema lo scorso maggio dalla presidente del Gruppo di Lavoro sullo Stato di diritto e la Democrazia, la liberale belga Sophie Wilmès, che invitò a Bruxelles, senza però ottenere risposta, anche i ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio.

Ma già in quella occasione ci furono polemiche perché il gruppo europeo di Fratelli d’Italia contestò la Wilmès, chiedendo di includere anche gli esperti richiesti dalla delegazione di FdI tra cui figurava il giornalista Tommaso Cerno (direttore de Il Tempo, storico giornale della destra).

L’affossamento della missione in Italia nella conferenza dei capigruppo ha visto un ruolo decisivo dei Popolari europei riproponendo quella maggioranza tra Ppe e destre già vista ormai diverse volte ormai al Parlamento di Strasburgo.

Molti ricordano come lo stesso Ppe in sede di commissione Libertà Civili si fosse fatto promotore di diverse iniziative sul monitoraggio dello stato di diritto, compresa quella in Italia.

Significativo quanto dichiarato da Nicola Procaccini, capogruppo di Ecr (I Conservatori Europei a cui fa riferimento Fratelli d’Italia a Strasburgo) che ha sottolineato come “ormai le maggioranze siano cambiate a Bruxelles, impedendo alle sinistre queste strumentalizzazioni politiche”.

Non sappiamo se in base ai parametri sulle “guerre ibride” indicati dal ministro Crosetto nel suo rapporto presentato al Quirinale qualche giorno fa, possiamo ancora permetterci di criticare l’Unione Europea senza passare per “agenti del nemico”.

Ma è indubbio che il clima che si respira in tutte le istituzioni europee ormai da anni, vede quasi naturalmente affermarsi la convergenza tra conservatori, liberali e fascisti. Solo gli illusionisti potevano negare che gli Stati Uniti d’Europa “o sarebbero stati reazionari o non sarebbero esistiti”. Una profezia che ormai ha un secolo ma che rimane di straordinaria attualità.

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13/09/2024

Il governo Meloni vuole eliminare l’educazione alla sessualità prima ancora che nasca

Il governo ancora una volta dimostra di non avere nessuna intenzione di contrastare la violenza di genere e le discriminazioni oltraggiose che si manifestano con violenza nella nostra società. Questo perché la violenza di genere è pienamente parte della loro cultura stigmatizzante e oscurantista.

Ce lo dimostra Rossano Sasso, deputato della Lega, che ha annunciato nei giorni scorsi una risoluzione alla Camera, che dovrebbe essere discussa in settimana, in cui chiede che il Governo intervenga affinché vengano stipulate delle linee guida che vietino di parlare di orientamento sessuale e identità di genere nelle scuole.

Sasso e altri deputati come Laura Ravetto da tempo portano avanti questi discorsi assurdi e infondati su una famigerata “ideologia gender”. Il deputato Sasso sottolinea con fermezza che questa “ideologia” debba rimanere al di fuori della scuola italiana.

La verità è che il loro obiettivo è minare su tutti i piani una possibile introduzione dell’educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole, perché educare al rispetto e alle differenze non è certo nei loro interessi.

Quali sono i modelli di riferimento della Lega? Si ergono a paladini morali in cui prevale la visione “tradizionale” della famiglia. Ma cosa esattamente si intende per famiglia tradizionale? Proviamo molta rabbia nel leggere queste parole, perché questo tipo di cultura conservatrice, alimenta un vortice di violenza, discriminazioni e oppressione.

A Palermo, in questi giorni, un ragazzo di 33 anni si è tolto la vita, perché non era libero di esprimersi per quello che era, perché aveva paura di essere umiliato, subire violenze o atti discriminatori.

Questa non è solo una tragica morte, ma è frutto di una società malata e segnata dall’assenza di spazi e strumenti culturali e sociali per dare una prospettiva di vita dignitosa alle libere soggettività, soprattutto nelle periferie, nei contesti abbandonati a sé stessi e confinati nella miseria dalle istituzioni.

Un abbandono che riguarda soprattutto il centro sinistra, che oggi si dice opposizione alla destra reazionaria e bigotta che va a braccetto con i “ProVita & Famiglia”.

Questa sinistra, però, fino a ieri portava avanti le stesse politiche di taglio e di smantellamento del pubblico, non ha mai fatto in modo che in Italia l’educazione alla sessuo-affettività diventasse obbligatoria, lasciando il deserto in cui oggi la destra sguazza.

Oltre al dramma della scuola sappiamo che nella sanità pubblica e nei consultori non troviamo personale formato (a volte non troviamo personale e basta), spazi e servizi accessibili e adeguati per i bisogni delle donne, delle ragazze e di tutte le libere soggettività. Oltretutto sappiamo che i farmaci bloccanti (salva vita!) per le persone trans sono costantemente ostacolati e le terapie ormonali costosissime.

Il governo, rifiutando le direttive dell’OMS in merito all’educazione alla sessualità, devia da un discorso scientifico e limita i ragazzi e le ragazze dal poter costruirsi degli strumenti che gli permettano di accrescere le loro capacità relazionali ed emotive. L’educazione sessuale è considerata da anni parte integrante dei diritti sessuali della persona.

Noi di Donne de Borgata continuiamo a sostenere che nelle scuole è fondamentale l’introduzione dell’educazione alla sessualità e all’affettività, continuare parlare di diritti della comunità LGBTQ+ e rendere gli studenti capaci di riconoscere le discriminazioni che possono subire soprattutto nelle scuole, sui posti di lavoro e nei quartieri.

Così come è fondamentale darci gli strumenti per non sentirci più vittime di questa società che isola e individualizza, ma una collettività forte che può cambiare le cose.

Per fare ciò proponiamo delle iniziative legate ad una educazione alla sessualità più libera, in cui ognuno possa avere degli strumenti per costruire le proprie relazioni in maniera rispettosa delle collettività e consapevole.

Questo governo non ci fa paura, ci vediamo a scuola!

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17/06/2024

Lo spazio della Cina nell’Unione Europea “sovranista”

Apparentemente non è successo nulla: Ursula von der Leyen ha buone probabilità di essere riconfermata alla presidenza della Commissione, perfino con la stessa maggioranza (popolari, socialisti, liberali), che questa volta però conterebbe su 403 seggi, invece dei 461 (su 720) di cinque anni fa. In realtà, in attesa della formazione del nuovo esecutivo, possiamo prevedere che i risultati delle elezioni europee del 6-9 giugno produrranno comunque alcuni cambiamenti nei rapporti con la Cina, che nel 2023 (con un interscambio pari a 739 miliardi di euro) si è confermata il primo partner commerciale dell’Unione Europea.

Il fattore in grado di alterare le politiche fin qui seguite dall’Ue è l’avanzata dei partiti di destra, estrema destra e sovranisti: i conservatori di Ecr (passati da 69 a 73 seggi), le destre di Identità e Democrazia (da 49 a 58) e le formazioni del gruppo dei “Non iscritti” e quelle senza gruppo, come i neonazisti di Alternative für Deutschland (15 seggi) e gli ultra conservatori ungheresi di Fidesz (11 seggi). In totale oltre 150 scanni, circa un quarto del nuovo europarlamento.

Questi partiti hanno in comune l’obiettivo di indebolire le politiche comunitarie – politica estera e commerciale incluse – elaborate a Bruxelles, per rafforzare l’azione degli stati nazionali. A tutto svantaggio del processo di integrazione europea e del potere contrattuale dell’Ue vis à vis con la Cina.

Dunque in un’Ue con leadership deboli e sottoposta alla forza centrifuga dei sovranisti, Pechino – più che in passato – tratterà con i governi nazionali, prediligendo le relazioni “bilaterali” con i singoli stati a quelle con Bruxelles. L’Ue viene considerata da Pechino sempre meno influente, tanto che i media hanno riservato rari commenti e analisi alle elezioni europee.

Secondo il Global Times:
“I partiti di estrema destra hanno ottenuto risultati significativi nelle elezioni del Parlamento europeo, mettendo in luce la crescente insoddisfazione del pubblico europeo nei confronti delle “élite lontane” di Bruxelles e dei loro governi nazionali negli ultimi anni. […] Il risultato elettorale non solo ha mostrato che l’Europa è impantanata in una profonda crisi politica, ma ha anche prefigurato un continente più conservatore e incline all’estrema destra. Questa tendenza probabilmente ribalterà le politiche europee in materia di immigrazione, transizione verde e sostegno all’Ucraina. […] La traiettoria dei legami Cina-Ue dipende in gran parte dal fatto se gli attuali ostacoli saranno ulteriormente esacerbati o adeguatamente affrontati. Chi diventerà il prossimo presidente degli Stati Uniti avrà un impatto più diretto e influente sui legami dell’Ue con la Cina rispetto alle elezioni parlamentari dell’Ue”.
Il voto dello scorso fine settimana ha ulteriormente incrinato le già fragili leadership del cancelliere Olaf Scholz (la cui Spd è stata scavalcata come secondo partito da AfD) e del presidente Emmanuel Macron (cui il tracollo di Renaissance lo ha indotto a convocare nuove elezioni), della Germania e della Francia, i due paesi con cui Pechino ha sempre discusso a livello bilaterale le questioni più importanti, prima di passare per Bruxelles.

Rebus sic stantibus la Cina non rischia di rimanere senza interlocutori nell’Ue? Secondo Jing Men «i leader politici vanno e vengono. Nel bene o nel male, le relazioni Ue-Cina continueranno ad evolversi. Gli interlocutori tra Ue e Cina sono certamente necessari, ma ciò che è più importante sono gli interessi comuni tra le due parti. Se Bruxelles e Pechino concordano sull’esistenza di interessi comuni, non esiteranno a lavorare assieme. Se invece Bruxelles percepirà Pechino più come un concorrente, gli interlocutori non riusciranno a invertire l’attuale tendenza».

Per la direttrice del Centre for European Studies della School of Politics and International Relations della East China Normal University di Shanghai, il motivo per cui dallo scambio di sanzioni nel 2021, le relazioni tra Cina e Ue si sono tanto raffreddate «è che l’Unione Europea ha ridefinito il suo rapporto con la Cina, da “partner” a “rivale sistemico”. Per questo motivo l’Ue è cauta riguardo alla sua cooperazione con la Cina. Al contrario, l’Unione Europea pone l’accento sulla sicurezza economica e tende a seguire una politica di “de-risking”».

Il successo dei partiti sovranisti implica però che nei prossimi anni per la Commissione sarà più difficile coordinare politiche come il “de-risking”. I governi nazionali spingeranno più che in passato per affrontare in ambito bilaterale le relazioni con la Cina. Il prevalere di un quadro politico generalmente più conservatore farà sì tuttavia che i rapporti bilaterali si svilupperanno nello stesso contesto di diffidenza e rivalità con la Cina che ha caratterizzato gli ultimi anni.

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15/07/2023

USA - In metà del Paese, l'aborto è ormai illegale

Con l'Iowa, il 24esimo stato USA a limitare l’aborto, ormai l’interruzione di gravidanza è diventa difficile (se non impossibile) in quasi la metà degli Stati Uniti.

Il Washington Post rileva che oggi, sarà firmata dalla governatrice repubblicana dell’Iowa Kim Reynolds, la nuova legge licenziata martedì, nel corso di una sessione straordinaria del Parlamento, che introduce restrizioni all’aborto se praticato dopo le prime sei settimane di gravidanza.

“Una volta firmata questa legge – scrive il quotidiano – lo stato del Midwest andrà a ingrossare le fila degli Stati conservatori che, dopo l’annullamento del diritto costituzionale all’aborto da parte della Corte Suprema, hanno stretto le maglie sulla possibilità di abortire”.

Secondo il Washington Post, la sessione straordinaria del Parlamento è stata convocata dalla Reynolds al “solo scopo” di correggere una normativa che fino ad oggi considerava legale l’interruzione di gravidanza fino alla 22esima settimana.

Non sono esclusi, sempre a detta del giornale, una serie di ricorsi contro il provvedimento immediatamente bollato dai democratici come una “forzatura” che “non tiene conto della volontà della maggioranza dei cittadini dell’Iowa”.

L’“ondata” degli stati anti-abortisti sta ovviamente preoccupando l’opinione pubblica americana che punta il dito contro la nomina di “tre giudici oscurantisti” presso la Corte Suprema eseguiti dell’ex Presidente Trump.

Da quando la messa al bando dell'aborto è stata sancita dalla Corte Suprema, l’estate scorsa, molti Stati conservatori hanno inasprito le restrizioni e dichiarato illegale anche tentare di sottoporsi a intervento in un altro Stato. Il sito web del Washington Post tiene aggiornata una “mappa” degli Stati dove l’aborto è ancora legale, a rischio o vietato.

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13/01/2023

La nuova Vandea controdemocratica

Qualcuno ha fatto giustamente notare che esistono similitudini inquietanti tra quanto accadde a Capitol Hill, quanto è successo a Brasilia e quanto sta accadendo in Italia.

Il problema dell’analisi politica è, però, liberarsi dalla sociologia da divulgazione. Non perché non si espongano anche così analisi convincenti, ma proprio perché un conto è la contemplazione del sociologo, altro è l’iniziativa politica in grado di fermare, far arretrare e poi sconfiggere la demagogia reazionaria

Quando, ad esempio, Giuseppe De Rita dice: “Questa Destra è impreparata a governare. E i suoi elettori, la piccola borghesia, le periferie, le corporazioni che non hanno votato sui programmi ma soltanto come onda di opinione, hanno scoperto di essere impreparati alle delusioni della Politica.” (intervista di Maria Novella De Luca per Repubblica del 11/01/23).

Dice una cosa vera, ma è semplicemente un selfie. Siamo sicuri che si tratti d’impreparazione o è invece una linea di condotta?

Sul punto è più precisa Donatella De Cesare: “Questi nuovi perdenti chiedono risposte semplici a questione complesse e sono attraversati dall’esigenza inconscia di negare i problemi che inquietano il mondo.
La destra nazional-sovranista (che non può essere ricondotta a quella novecentesca) fa proprio al caso loro. Li rassicura, li conforta, soprattutto li difende – contro quelli che ricevono aiuti indebiti (vedi da noi il reddito di cittadinanza), contro i neri e i migranti, gli indigeni e i musulmani, le femministe e i transgender, ma anche contro l’establishment.
Vale la pena sottolineare – e forse può essere di riflessione per noi – che questa difesa ha funzionato anche quando i bolsonaristi erano al potere, quando cioè, nel corso di quattro disastrosi anni, anziché governare, hanno agito nel segno del voto identitario mantenendo mobilitata la loro base sociale”
. (Il Fatto Quotidiano, 11.01.2023).

In effetti, se guardiamo anche alle cose italiane, vedremo una destra che ha un preciso e specifico linguaggio dedicato alla sua base elettorale, proprio come Trump o Bolsonaro. In questo senso, la destra italiana parla e agisce solo per i suoi elettori, cioè, come dice De Rita, “la piccola borghesia, le periferie, le corporazioni”.

Non si tratta, dunque, di semplice consenso elettorale, ma della ricerca di un forte legame con determinati strati sociali per spingerli a essere protagonisti dei loro stessi interessi di classe.

La destra di governo o di opposizione, lavora alla presenza politica organizzata di questi ceti sociali, con i quali entrare in conflitto con la democrazia liberale, metterla in crisi, costringerla a mediazioni impensabili fino a non molto tempo fa.

Lo stravolgimento dei rapporti di forza tra l’establishment – che rappresenta gli interessi delle oligarchie del capitalismo finanziario – e i partiti espressione di una democrazia capace di redistribuire la ricchezza (grosso modo la “socialdemocrazia storica”, anche cristiana) sta producendo un nuovo scenario della lotta tra le classi.

La dialettica tra conservatori e progressisti nei governi occidentali si è bloccata, ogni mediazione sembra essere saltata. Un nuovo paradigma si è affacciato sulla scena politica.

Dopo Capitol Hill, i democratici repubblicani americani hanno dovuto fare i conti col trumpismo del dopo Trump, fino a far vacillare l’Amministrazione Biden nelle elezioni di medio termine e rendere quasi farsesca l’elezione dello speaker, ancorché repubblicano, del Congresso.

In Brasile, Lula ha vinto le elezioni, ma non ha la forza numerica necessaria per smantellare il bolsonarismo. L’assalto alle sedi istituzionali è stato un avvertimento inequivocabile: hai sconfitto un Bolsonaro, non quelli né quello che rappresenta.

Secondo Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo (movimentoeuropeo.it) in Europa, si profilerebbe un accordo elettorale per le elezioni del Parlamento nel 2024 tra il centrodestra, guidato da Manfred Weber e i conservatori di Meloni, così che la “coalizione Ursula”, che unificava cristiano-sociali, liberali e socialdemocratici, insieme opposti ai “sovranisti”, verrà smantellata e vedremo i socialisti europei finire all’opposizione, in netta minoranza.

C’è da aspettarsi lo sdoganamento dei paesi di Visegrád. Un nuovo paradigma, appunto.

La cosa è esattamente quello che è successo in Italia, dove il governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi – una “coalizione Ursula” de noantri – ha lasciato poi il campo alla destra, col risultato di scaraventare nell’irrilevanza politica il Partito democratico.

Dunque, lo scenario che si delinea è un’alleanza storica tra oligarchie e corporazioni, capace di mettere all’angolo la classe lavoratrice, le masse popolari, che non trovano più rappresentanza né voce in capitolo, in affanno e in grande difficoltà a far valere i propri diritti e la forza dei loro bisogni.

È una nuova Vandea, tradizionalista e reazionaria, una novella “Pro Aris e Focis”, (letteralmente “per i nostri altari e focolari”, slogan rivisitato due secoli dopo dal fascismo in “Dio, patria e famiglia”) che ha forte l’intenzione di restaurare il comando per darlo in mano al ceto medio incattivito, piccolo borghese e corporativo, per ridefinire il perimetro democratico, deprimere i diritti sociali e sindacali, politici e civili.

La Vandea nella Francia del 1793 era controrivoluzionaria, quella del 1922 in Italia era contro lo stato liberale; quella attuale, più che “illiberale”, è letteralmente “controdemocratica”. È la plastica rappresentazione della crisi delle democrazie occidentali così come si ricomposero dopo la Seconda guerra mondiale prima e la Guerra Fredda poi.

L’Italia si appresta a non essere più, neanche solo sulla carta, una repubblica fondata sul lavoro, inteso come mondo vitale di valori sociali dei lavoratori; la repubblica non avrà più il compito di rimuove gli ostacoli alla redistribuzione della ricchezza; il parlamento non sarà più la caratteristica precipua della democrazia italiana.

A questo mirano le “riforme costituzionali” che aprono la strada al cosiddetto “presidenzialismo”. A questo tenderà tutto lo sforzo politico del governo di destra-centro: nuova alleanza tra conservatori dell’ordine economico e i reazionari controdemocratici.

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06/12/2022

USA - Colpite centrali elettriche nel North Carolina... ma non sono stati i russi

Le interruzioni nelle forniture di energia elettrica che hanno interessato vaste porzioni del North Carolina lo scorso fine settimana sono state causate da attacchi con armi da fuoco alle infrastrutture energetiche dello Stato. A riferirne è l’Agenzia Nova. Le autorità statunitensi, hanno definito gli attacchi un “atto criminale”.

Secondo lo sceriffo della contea di Moore, Ronnie Fields, l’esito dei primi rilievi effettuati presso le sottostazioni per la distribuzione dell’energia elettrica andate a fuoco nel fine settimana conferma la dinamica di attacchi mirati. Per il momento, però, le autorità hanno precisato di non disporre di elementi sufficienti a ipotizzare l’identità e il movente dei responsabili.

La televisione CBS riferisce che è stato decretato il coprifuoco a partire dalle 21:00 di domenica. Oggi le scuole saranno chiuse. Lo sceriffo ha anche detto che una maggiore sicurezza sarebbe stata fornita durante la notte alla sottostazione e intorno alle imprese locali della zona. Domenica notte era in vigore lo stato di emergenza e un rifugio è stato aperto presso il complesso sportivo della contea di Moore.

I blackout hanno colpito oltre 35mila utenze nel North Carolina e sono iniziati nella notte di sabato, interessando la maggior parte della contea di Moore. Le interruzioni delle forniture potrebbero proseguire per giorni, e lo Stato ha proclamato un’emergenza e un coprifuoco locale dalle 21 alle 5 (ora locale). Alla ricerca dei responsabili degli attacchi alle centrali elettriche partecipa anche il Federal Bureau of Investigation (FBI).

Emily Grace Rainey, ex ufficiale delle operazioni psicologiche dell’esercito americano, ha pubblicato diversi post sui social media, affermando che: “La corrente è fuori uso nella contea di Moore e so perché”. All’origine dei post di protesta ci sarebbe lo sdegno per un spettacolo di Drag Queen nella città di Sothern Pines. Prima dello spettacolo, Rainey ha pubblicato su Facebook le informazioni sugli sponsor, implorando gli altri di esprimere le proprie opinioni, dicendo: “Sai cosa fare”.

Dopo che la corrente si è interrotta, Rainey ha pubblicato una foto del tendone dove era programmato lo spettacolo di drag queen, sostenendo che Dio stava “castigando la contea di Moore”. Durante la conferenza stampa di domenica, lo sceriffo ha affermato che i post di Rainey erano “falsi”, e sebbene abbiano parlato con lei, hanno stabilito che i suoi post sui social non erano credibili.

La Rainey afferma di essere il capo del Moore County Citizens for Freedom (MCCF). Il gruppo è una “rete apartitica di cittadini della contea di Moore dedicata alla promozione dei valori conservatori nella contea di Moore, attraverso l’educazione e l’attivismo”.

I dirigenti della scuola cristiana di Southern Pines hanno affermato che gli spettacoli di drag queen sono rivolti ai bambini. In una lettera del 21 novembre, gli amministratori della Calvary Christian School hanno esortato i genitori a contattare il consiglio comunale, il teatro e gli sponsor dello spettacolo per chiedere l’annullamento dell’evento.

L’ufficio dello sceriffo della contea di Moore non ha confermato l’ipotesi che i black out e la protesta contro lo show delle drag queen siano collegati.

Si tratta probabilmente di un episodio marginale e non sorprendente in una società fobica come quella “dell’America profonda”, ma si va a sommare a tanti altri segnali di una accresciuta tensione all’interno della società statunitense un processo di polarizzazione violenta in corso ormai da alcuni anni – e che da mesi fa parlare sui mass media USA di rischio di guerra civile – una polarizzazione che aveva trovato nella elezione di Trump e nella contestazione dei risultati elettorali che lo hanno visto perdere la Casa Bianca i suoi punti più alti di manifestazione esplicita.

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26/10/2022

La Meloni presenta il programma nazionalconservatore

La/il neopresidente del Consiglio Giorgia Meloni ha presentato il suo governo alla Camera con un discorso di poco più di un’ora.

Il tono deciso e gli sguardi in tralice hanno caratterizzato i tratti salienti del discorso e del programma del suo governo, un discorso sicuramente emozionato, meno imbalsamato di quello dei suoi predecessori, ma che ha indicato un programma apertamente liberista e nazionalconservatore, come prevedibile.

“Siamo nel pieno di una tempesta e gli italiani hanno affidato a noi la nave” ha messo le mani avanti il/la Presidente del Consiglio, rivendicando e giocando sapientemente l’asset di essere la prima donna alla guida di un governo nella storia di questo paese, definendo se stessa – riferendosi non casualmente alla Thatcher – come una “underdog”, una donna fuori dai pronostici.

Ha dato il benservito ai governi che l’hanno preceduta definendoli legittimi costituzionalmente ma distanti dalla gente.

La Meloni ha chiarito che terrà l’Italia ben dentro le regole dell’Unione Europea e l’alleanza nella Nato, incluso nella guerra contro la Russia, anche se ha sottolineato che la Ue non deve sembrare un consiglio d’amministrazione e che la lotta al debito pubblico non deve essere l’austerity ma la crescita economica. Quindi ha rivendicato l’Italia in una Ue fondata sulle radici giudaico-cristiane che rivendicherà l’interesse nazionale dentro un destino comune.

Gli sguardi in tralice – che rivelano nel linguaggio del corpo le questioni su cui il governo Meloni picchierà più duro – sono stati riservati ai passaggi sulla riforma costituzionale per l’introduzione del presidenzialismo (o di un semipresidenzialismo alla francese); alla fine dello Stato-tiranno che si accanisce contro le imprese; all’attacco al reddito di cittadinanza definito una sconfitta per l’Italia; alla bellezza della genitorialità che incrementi il “Pil demografico” del paese; allo sport per i giovani come alternativa agli spinelli; all’indagine sulle scelte fatte durante la pandemia di Covid; al contrasto dell’immigrazione illegale e alla mafia.

Infine, e non certo per l’importanza, la Meloni ci ha tenuto a rivendicare la propria storia politica nella destra sociale e – sguardo in tralice – l’odio per l’antifascismo militante, citando senza nominarlo il caso del giovane neofascista milanese Sergio Ramelli ucciso negli anni Settanta, ma ovviamente omettendo i giovani di sinistra uccisi dai neofascisti esattamente nello stesso periodo.

La Meloni ha preso le distanze dal fascismo delle leggi razziali (che non è affatto l’unico né il più grave crimine del ventennio fascista) e dai totalitarismi che hanno dilaniato l’Europa. Ha ricordato come la destra italiana da tempo invochi la pacificazione e la storicizzazione.

Sul piano economico la Meloni ha sostanzialmente avanzato un programma apertamente liberista, con mano libera per le imprese che non vanno vessate dallo Stato e che devono essere “lasciate libere di fare”.

Ha parlato di sovranità tecnologica (mentre ha avuto gioco facile – a causa della stupidità dell’opposizione – nello spiegare cosa significa sovranità alimentare) e di una clausola di interesse nazionale su autostrade e aeroporti contro i profittatori. Ma quando ha indicato i punti di forza del sistema industriale italiano ha rivelato il carattere pienamente subordinato “dell’italianità” che si regge sostanzialmente sulle eccellenze dei marchi nella moda, sull’agroindustria e il turismo, in sostanza un paese pienamente subalterno al ruolo affidatogli dalla divisione europea del lavoro.

Il quadro che l’intervento della Meloni restituisce è quello di un governo apertamente liberista in economia e nazionalconservatore in politica. Insomma niente rotture del perimetro disegnato dal pilota automatico euroatlantico, ma dentro una tempesta che ne scuoterà continuamente e pesantemente la navigazione.

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24/10/2022

Cosa può insegnare agli USA il fallimento dell’agenda economica di Liz Truss

Il rifiuto della Gran Bretagna verso l’economia trickle-down di Liz Truss dovrebbe servire da monito agli Stati Uniti, dove stanno per iniziare le elezioni di midterm.

Gli americani, sollevati per essersi liberati di Donald Trump e dei suoi incessanti scandali, hanno guardato con gioia i loro vicini oltreoceano, quando il primo ministro britannico Liz Truss ha rassegnato le dimissioni dopo soli 45 giorni di mandato. Truss ha avuto il mandato più breve di qualsiasi altro primo ministro britannico nella storia, disonorata dalle conseguenze delle sue stesse ricette economiche. Dall’ascesa e dalla rapida caduta di Truss si può trarre una lezione che vale anche per gli Stati Uniti, una nazione afflitta da problemi economici simili ma con una struttura di governo molto diversa.

Il principale insegnamento che si può trarre dalla caduta di Truss è che affrontare l’inflazione premiando i ricchi è una follia. Ispirandosi a Margaret Thatcher, la madrina del capitalismo conservatore, Truss sperava di unirsi alla schiera degli ex primi ministri Tony Blair e David Cameron come campione delle politiche di “trickle-down”.

Un’idea centrale favorita dai thatcheriani – che può suonare familiare agli americani – è che quando la gente comune è in difficoltà, i leader devono assicurarsi che i ricchi diventino più ricchi, in modo che le briciole dei loro eccessi ricadano sui poveri. A questo si accompagna la deregolamentazione aggressiva delle industrie per liberarle dalle pastoie di qualsiasi misura protettiva che possa incidere sui margini di profitto.

Qui negli Stati Uniti, il presidente Ronald Reagan ha promosso questo concetto ridicolo negli anni ’80 come forse la più grande truffa di tutti i tempi, supervisionando massicci tagli alle tasse per gli americani più ricchi e un’aggressiva agenda di deregolamentazione. Secondo il Center for American Progress, quando “Reagan entrò in carica nel 1981, l’aliquota fiscale marginale per la fascia di reddito più alta era del 70%, ma scese ad appena il 28% quando lasciò l’incarico”.

Nonostante decenni di prove che l’economia trickle-down non funziona, i repubblicani, quando hanno controllato il Congresso e la presidenza degli Stati Uniti, hanno spinto aggressivamente le stesse politiche. Ricordiamo il disegno di legge di riforma fiscale del 2017, imposto nel processo legislativo dall’allora leader della maggioranza del Senato Mitch McConnell e tradotto in legge da Trump. Questa legge ha proseguito ciò che Reagan aveva iniziato, infondendo liquidità ai vertici sotto forma di tagli fiscali. Anch’essa, come le precedenti, fallì.

Truss ha riproposto la stessa truffa nel Regno Unito, e i critici hanno coniato un nuovo soprannome: Trussonomics. Influenzata da gruppi di pensiero di destra come l’Adam Smith Institute e l’Institute of Economic Affairs, ha proposto un “mini-bilancio” incentrato su importanti tagli alle tasse per i più ricchi in Gran Bretagna, senza alcun piano su come compensare la perdita di entrate.

Richard Partington, corrispondente economico del Guardian, ha spiegato che ciò ha innescato “una fuga dalla sterlina, una caduta libera del mercato dei titoli di Stato e ha spaventato gli investitori globali”. Persino il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è intervenuto con un sorprendente rimprovero pubblico.

La sterlina britannica crollò di valore e la Banca d’Inghilterra fu costretta a intervenire acquistando obbligazioni e aumentando i tassi di interesse. Alla fine, i membri del Parlamento cominciarono ad esprimere una perdita di fiducia nei confronti del nuovo Primo Ministro, tanto che Truss fu costretta a dimettersi a poco più di sei settimane dall’inizio del suo mandato.

Dagli anni ’80, sia i presidenti repubblicani sia quelli democratici degli Stati Uniti hanno abbracciato la “Reaganomics”, nonostante i critici avessero ripetutamente sottolineato la follia di arricchire i ricchi per affrontare la povertà.

Quando Joe Biden è entrato in carica nel gennaio 2021, il danno era talmente grande che il nuovo presidente si è sentito spinto ad affermare che l’economia trickle-down non funziona. Biden ha ripetuto le sue critiche quando Truss è entrato in carica, affermando su Twitter nel settembre 2022: “Sono stufo dell’economia trickle-down. Non ha mai funzionato“.

Ma le chiacchiere sono a buon mercato, e un’altra lezione importante per gli americani è che mentre è facile trovare sollievo nel nostro sistema di governo più stabile, in cui le elezioni presidenziali sono prescritte ogni quattro anni, il sistema parlamentare britannico, meno stabile, è molto più reattivo alla volontà popolare.

L’esempio migliore, in netto contrasto con gli Stati Uniti, è il National Health Service (NHS) britannico, un sistema di assistenza sanitaria universale gratuita e finanziata dal governo che fa invidia agli americani. Nel 1948, Aneurin Bevan, l’allora segretario alla Sanità britannico, promosse l’idea di un sistema di assistenza sanitaria al servizio di tutti. Secondo lo storico Anthony Broxton, Bevan spinse a votare in parlamento la proposta di legge che avrebbe creato l’NHS, chiedendo: “Perché il popolo dovrebbe aspettare ancora?“.

Gli americani hanno aspettato e aspettano un sistema sanitario simile. Stiamo ancora aspettando. Un’analisi del New York Times ha spiegato come la spesa sanitaria negli Stati Uniti sia andata fuori controllo proprio quando è iniziata la deregolamentazione dell’era Reagan. Decenni di tentativi di installare negli Stati Uniti un sistema sanitario universale e gratuito finanziato dal governo sono falliti.

In un articolo della MSNBC, Nayyera Haq ha scritto: “Nei quasi 250 anni trascorsi dalla fondazione degli Stati Uniti, il governo americano non ha seguito il percorso della Gran Bretagna, fornendo un sistema di assistenza sanitaria universale o programmi di welfare per la maggioranza della popolazione“.

Haq ha concluso: “L’elevazione dello status quo rispetto alla volontà popolare ha praticamente congelato la capacità di rispondere a tale volontà, indebolendo il sistema americano molto più di quanto il mandato di Truss destabilizzerà la Gran Bretagna“.

Sebbene gli americani non possano cambiare il nostro sistema di governo in uno parlamentare, tra poche settimane ci saranno le elezioni di midterm. È emerso che l’economia trickle-down è davvero in votazione e i repubblicani stanno usando ogni mezzo a loro disposizione per assicurarsi la vittoria.

Il Partito Repubblicano ha truccato le elezioni a suo favore grazie a un’astuta combinazione di distretti delimitati, leggi sul voto che ostacolano i probabili elettori democratici e controllo legislativo a livello statale, dove si decidono le regole elettorali.

In Florida, il governatore repubblicano Ron DeSantis ha abbracciato tattiche antidemocratiche a tal punto da creare una forza di polizia per arrestare gli elettori in gran parte neri (e quindi probabilmente democratici) che, a suo dire, votano illegalmente. In altre parole, i repubblicani hanno creato un sistema di governo delle minoranze che rasenta il fascismo.

A gonfiare le loro vele sono i media aziendali, che insistono sul fatto che le preoccupazioni per l’inflazione potrebbero aiutare i repubblicani a conquistare la maggioranza in entrambe le camere del Congresso, nonostante decenni di prove che dimostrano che il Partito Repubblicano ha un record di fallimenti economici.

È diventato un punto di discussione centrale dei repubblicani gonfiare – con un po’ di ironia – i timori per l’aumento dei prezzi, incolpare i democratici per l’inflazione e sostenere le proprie vittorie elettorali. L’economista Dean Baker ha criticato i media per aver “parlato di inflazione praticamente senza sosta nell’ultimo anno e mezzo“.

Mentre i sondaggi mostrano che l’incessante copertura dell’inflazione ha spinto gli elettori verso i candidati repubblicani, pochi organi di informazione si interrogano sul piano del GOP per affrontare l’inflazione.

Il leader dei Repubblicani alla Camera, Kevin McCarthy, ha pubblicato un piano roseo, molto scarno di dettagli, per risolvere i problemi economici della nazione se il suo partito dovesse conquistare la maggioranza. Una descrizione di una pagina del suo piano include una vaga prescrizione per “portare stabilità all’economia attraverso politiche fiscali e di deregolamentazione a favore della crescita“.

In altre parole, i repubblicani promettono ancora una volta di consegnare un lupo travestito da pecora. Che si chiami Reaganomics, Thatcherism o Trussonomics, l’economia dello “sgocciolamento” è la grande bugia che ha fallito più volte.

Se la spettacolare caduta di Truss deve insegnare qualcosa agli americani, è la sua ricetta economica fallirà di nuovo. A differenza degli inglesi, è probabile che saremo costretti a sopportare gli effetti negativi di questo fallimento per molto più tempo.

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27/10/2021

Putin, un reazionario

«La crisi con cui ci scontriamo è concettuale, addirittura di civiltà. Di fatto, è una crisi di approcci, di principi che determinano l’esistenza stessa dell’uomo sulla Terra...»

«...la rivoluzione non è la strada di uscita dalla crisi, ma la via per approfondire questa crisi. Nessuna rivoluzione valeva il danno da essa causato al potenziale umano …

Dopo la rivoluzione del 1917, i bolscevichi, basandosi sui dogmi del marxismo, dichiararono che avrebbero cambiato l’intero normale modello, non solo politico ed economico, ma anche il concetto stesso di cosa sia la morale umana, le basi di una sana struttura della società …

Distruzione di valori secolari, della fede, dei rapporti tra le persone, fino al completo rifiuto della famiglia – sì, ci fu anche questo … tutto questo venne definito come un passo verso il progresso e, tra l’altro, fu ampiamente appoggiato nel mondo e diventò di moda, proprio come oggi …

Questa nuova società di individui sovietici acquisì una tinta ideologica, e in questo non c’è niente di buono … l’uomo sovietico venne privato della proprietà in quanto tale, la proprietà individuale, quella per l’economia domestica … da qui l’atteggiamento verso il lavoro, la uravnilovka*, ecc…»

«… a Hollywood sfornano direttive su come girare un film e di cosa debba trattare, quanti personaggi, di che colore della pelle o di che genere. Ne vien fuori qualcosa di peggio che dal dipartimento agitazione e propaganda del Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica...

In una serie di paesi occidentali, la discussione sui diritti di uomini e donne si è trasformata in una perfetta fantasmagoria. Arriverete a quanto già proposto dai bolscevichi, cioè a socializzare non soltanto i polli, ma anche le donne. Ancora un passo e ci arriverete…»

«Nel momento in cui il mondo sta attraversando una rottura strutturale, l’importanza di un ragionevole conservatorismo quale fondamento dell’azione politica si è di molto accresciuta…»

Se non avete indovinato, ecco un piccolo suggerimento – una citazione, riportata ovunque, dagli interventi del medesimo personaggio: «Tutti dicono che il modello esistente di capitalismo, oggi alla base della struttura sociale nella stragrande maggioranza dei paesi, si è esaurito».
Note

*In sintesi: la concezione contadina piccolo-borghese di dividere tutto e del non riconoscimento del lavoro qualificato. Stalin la inserì tra le “vecchie concezioni” e condizioni da eliminare, in vista della seconda pjatiletka e ne scrisse nel 1931 in “Nuova situazione – nuovi compiti dell’edificazione economica”.

** Secondo aiutino: l’autore di questo florilegio ultraconservatore siede ora al Cremlino...

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09/10/2021

Russia - Matrimoni imperiali e arresti di comunisti

La stampa mondiale, italiana compresa, è “andata a nozze” col matrimonio a Pietroburgo di un erede della nobiltà zarista Hohenzollern-Romanov, il granduca Georgij Mikhajlovič, con la borghese italiana Rebecca Bettarini: tutti a sbavare per lo sfarzo della cerimonia, la liturgia ortodossa, le dinastie coronate, “regnanti e non”, presenti.

Tutti a dibattere se quello del Goša Romanov odierno sia davvero il ramo “legittimo” della “casa reggente”, anche perché il suo bisnonno, Kirill Vladimirovič Romanov, cugino di Nikolaj II, a febbraio del ’17 aveva fiutato l’andazzo e aveva varcato in tempo il confine.

In Russia, peraltro, l’attenzione si è appuntata soprattutto sulla presenza di un drappello del reggimento Preobraženskij, quale guardia d’onore, sull’attenti durante il rito nuziale, e poi, sciabole sguainate, all’uscita dalla chiesa.

Una settimana dopo il fattaccio, il Ministro della difesa russo Sergej Šojgù (quello che si fa il segno della croce ogni volta che passa per la porta della torre Spasskaja del Cremlino, sopra la cui arcata campeggia di nuovo da 20 anni un’icona che era stata eliminata negli anni ’30) ha parlato di provvedimenti disciplinari nei confronti del comando che ha autorizzato la presenza del drappello.

Proprio Šojgù, tra i cui consiglieri c’è, ad esempio, il tenente-generale Andrej Il’nitskij, che prospetta un «modello» di Russia come «impero popolare, fondato sul principio della “autocrazia”, non nel senso della restaurazione della monarchia, ma di un potere popolare con a capo un forte leader-sovrano», accanto a un «forte autogoverno locale, quale fu, ad esempio, lo zemstvo alla fine del XIX secolo». Il tutto, secondo la sperimentata formula del conte Sergej Uvarov, al tempo dello zar Nikolaj I: “Ortodossia. Autocrazia. Nazione”.

Šojgù vorrebbe insomma dirci che qualche ufficiale avrebbe davvero deciso di testa propria di inviare il picchetto d’onore, sulla base di un immaginario “autogoverno” dell’esercito, che consentirebbe a ogni ufficiale di spostare a piacimento i propri reparti.

Insomma, proprio come se al Cremlino si fosse all’oscuro di atti e scene della commedia nuziale, stando alle parole del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov («in alcun modo la cosa ha a che fare col nostro calendario»), la cui figlia era però tra gli ospiti di riguardo, insieme alla senatrice Ljudmila Narusova (vedova dell’ex primo sindaco della restaurata Pietroburgo, Anatolij Sobčak, di cui Vladimir Putin fu all’epoca fido collaboratore).

C’era anche l’ex deputato Pavel Astakhov, consigliere di stato effettivo di 1° classe (secondo i ranghi burocratici zaristi, tornati in voga nella Russia odierna, al pari della carica di governatore), pare, insieme alla portavoce del Ministero degli esteri, Marija Zakharova (quella che, parlando di Stalin e Hitler, solfeggia che «i leader che uccidono i propri concittadini bruciano all’inferno con fiamme più alte rispetto agli altri»), la quale definisce il giornalista Alexandr Stepanov, “Šarikov” (l’uomo-cane bulgakoviano) e lo schernisce con «finalmente avete smesso di atteggiarvi a persone normali».

La “colpa” di Stapenaov? Aver scritto sul comunista ROT Front che «i russi dovrebbero guardare in modo diverso alla crudele decisione presa da Jurovskij e dai suoi compagni sotto la pressione dei lavoratori degli Urali», intendendo la decisione di giustiziare la famiglia imperiale nel luglio 1918, all’avvicinarsi delle truppe bianche.

Insomma: ufficialmente, a Piter, si è trattato di una “questione privata”.

Ci ha pensato il poco-sobrio capo della cancelleria della casa imperiale russa, Aleksandr Zakatov, a mettere i panni in piazza, dichiarando che tutti gli aspetti della sceneggiata nobiliar-dinastica, compreso il picchetto d’onore del reggimento Preobraženskij, erano stati concordati «con tutte le autorità: stato, chiesa, militari, secondo le modalità di legge».

Lo stesso Zakatov, in un’intervista a pravda.ru, ha detto che la faccenda del matrimonio nella cattedrale di Isacco (monumento storico-culturale federale) ha alle spalle 30 anni di storia: la «prima visita a Pietroburgo del nonno del granduca Georgij Mikhajlovič, il granduca Vladimir Kirillovič, nel 1991, aprì la strada al ritorno in patria della casa imperiale e al processo di reintegrazione della dinastia nella vita sociale».

Già: Vladimir Kirillovič Romanov, proprio lui che, il 26 giugno 1941, quattro giorni dopo l’attacco nazista all’URSS, scriveva: «In quest’ora terribile, quando la Germania e quasi tutti i popoli d’Europa hanno dichiarato una crociata contro il comunismo-bolscevismo, che ha ridotto in schiavitù e opprime da 24 anni il popolo della Russia, Io mi rivolgo a tutti i figli fedeli e devoti della nostra Patria con l’appello a sostenere, a misura di forze e possibilità, il rovesciamento del regime bolscevico e la liberazione della nostra Patria dall’orribile giogo del comunismo».

Dunque, c’è aria di restaurazione monarchica sulle rive della Neva? Non scherziamo. Nonostante vari illustri invitati al banchetto granducale si siano sbilanciati in tanti «e perché no?», Veronika Krašeninnikova ha scritto su IA Regnum che «Per la maggior parte dei gruppi di capitali e interessi russi, l’idea della monarchia è assurda... Tuttavia, per la classe dirigente, se ha bisogno di rimanere al potere per decenni, è abbastanza vantaggioso trastullarsi con l’idea monarchica. L’ideologia conservatrice è stata proclamata ufficialmente proprio per conservare il potere; quella dei “valori tradizionali” non è che una messinscena per il popolo».

D’altra parte, la nostalgia per «la Russia che abbiamo perduto» va avanti sin dai tempi della perestrojka.

Il capitale russo, per operare a proprio agio, non necessita di un Romanov o un Hohenzollern a Piter o a Mosca, e «il processo di reintegrazione della dinastia nella vita sociale» di cui va fiero il cancelliere-capo della casa imperiale, va avanti da trent’anni, senza bisogno di una “casa regnante”: già così, non è forse il Cremlino stesso a sponsorizzare l’inaugurazione di monumenti a ex imperatori, a ministri forcaioli del regime zarista, a generali bianchi?

Non è forse il capo del Cremlino che porta fiori ai monumenti allo zar Aleksandr III (quello, per intendersi, che mandò alla forca il fratello di Lenin), a Stolypin, a Solženitsyn, in attesa che il granduca Georgij Mikhailovič presenzi all’inaugurazione a Čeljabinsk del monumento allo zar Aleksandr II?

Nel 2015, il principe Dmitrij Romanov, pro-pronipote dello zar Nikolaj I, fu accolto con tutti gli onori in Crimea e nelle varie ex residenze zariste, e un altro erede delle vecchie casate nobiliari, il principe Aleksandr Trubetskoj, propose l’installazione nel centro di Sebastopoli di un monumento a uno degli ultimi generali bianchi che combatterono contro il giovane stato socialista, il barone Pëtr Vrangel.

Tempo cinque anni e quel monumento è stato realizzato; e non cambia nulla, il fatto che in esso sia rappresentato non il solo Vrangel e sia chiamato ufficialmente “Monumento al 100° anniversario della guerra civile” o “Monumento alla riconciliazione”: all’inaugurazione, la scorsa primavera, dal palco delle autorità è stato detto che si deve «smetterla di dividerci in rossi e bianchi» e gli oratori “più in vista” hanno intimato ai “rossi” di fare pentimento, per il «superamento della divisione della società russa» causata dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Tutto, in nome della riconciliazione, del «consenso nazionale», come aveva fatto lo stesso Putin, inaugurando a Mosca, nel 100° anniversario dell’Ottobre, la “Basilica dei Nuovi martiri vittime dell’idea comunista”, dedicata a coloro «che soffrirono per la fede nel periodo della lotta contro dio».

Non sono forse i canali televisivi ufficiali a sostenere che il numero di monumenti a «Lenin, il quale rimane figura dubbia e fonte di discordia», è tuttora sproporzionato rispetto a quelli a Kolčak, Denikin, Vrangel, ai quali è tempo di «innalzare monumenti», poiché «in ognuno di essi c’è un contributo, un’idea, una tragedia»?

Non è dunque l’ora di erigere monumenti a tutti quei generali bianchi che nel 1920 combatterono contro la Russia sovietica e, vent’anni più tardi, furono in gran parte complici dei nazisti, dai Krasnov ai Škuro ai Kononov?

Non è forse il capo del Cremlino a ingiuriare i bolscevichi, affermano che la pace di Brest sarebbe «stato un atto di tradimento nazionale» e che nel 1917 «l’impero russo cessò di esistere e la Russia perse territori colossali»?

Non è forse il Comitato Investigativo di Russia (secondo il sito ufficiale, si occupa di «reati particolarmente gravi contro l’individuo, la sicurezza e l’ordine pubblico, il potere statale, la giustizia e l’economia»), alle dirette dipendenze del Presidente russo, che, appena pochi giorni prima del “matrimonio imperiale”, ha pubblicato il primo di tre tomi su “Il crimine del secolo”, la fucilazione della famiglia zarista?

Ma basta: la sintesi, soprattutto dopo le centinaia di fermi e arresti di comunisti per le proteste contro i brogli elettorali alle elezioni del settembre scorso, è affidata a un “navigatore” di facebook: «Russia, XXI secolo: 40 milioni di poveri, un Romanov si sposa nella cattedrale di Isacco, dappertutto si arrestano comunisti».

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17/07/2021

La “democrazia” che non funziona più. L’esempio Usa

Come sta la democrazia liberale in Occidente? Male, grazie. Ma non per questo chi la manipola smette di usarne il presunto prestigio per attaccare i paesi che hanno un’idea e un modello diverso di “governo del popolo”. Basti vedere il recentissimo attacco contro Cuba, quelli ricorrenti – ma assai meno pericolosi – contro la Cina, o quelli sanguinari contro paesi poi distrutti militarmente (senza, ovviamente, che “la domocrazia” venisse più neanche nominata).

Ma al di là delle pur giuste puntualizzazioni, il sistema della rappresentanza liberal-liberista è entrato in profonda crisi proprio là dove – teoricamente – dovrebbe essere più solido: gli Stati Uniti.

L’era Trump ha messo allo scoperto tutti i guasti e i problemi di un sistema pensato per ridurre al minimo la partecipazione popolare ma che – come dialettica vuole – proprio quando è entrato in crisi ha prodotto il più alto tasso di partecipazione della storia: quasi 155 milioni di votanti per il duello poi vinto da Biden.

Erano stati appena 100 per lo scontro tra Bush jr. e Al Gore, nel 2000; ma già 120 per quello tra lo stesso Bush e John Kerry, 130 per decidere tra Barack Obama e John McCain. Per poi riscendere a 125 per lo scontato bis di Obama contro Mitt Romney e risalire di nuovo a 136 per la vittoria di Trump su Hillary Clinton.

Potrebbe dunque sembrare che “la democrazia” goda di grande consenso e ottima salute, specie se confrontiamo i tassi di assenteismo che caratterizzano ormai ogni elezione in qualsiasi paese del Vecchio Continente.

Ma è esattamente l’opposto. E l’assalto a Capitol Hill è stata solo la dimostrazione fisica di quanto quel modello non regga più di fronte alla crisi di egemonia planetaria della superpotenza Usa.

A dirlo non è qualche oscuro analista antimperialista, ma è stato lo stesso presidente Joe Biden, in un discorso tenuto a Filadelfia (riconosciuta come culla originaria dell’indipendenza e della democrazia Usa), martedì scorso.

“Stiamo affrontando la prova più significativa della nostra democrazia dalla guerra civile“, ha detto ricordando la guerra di Secessione, a metà Ottocento, che ha lasciato più di 600.000 morti (più o meno quelli morti per Covid nell’ultimo anno e mezzo, negli States).

E “I confederati di allora non hanno mai fatto breccia nel Campidoglio come hanno fatto gli insorti il 6 gennaio. Non lo dico per allarmarvi; lo dico perché dovreste essere allarmati“.

Come hanno notato diversi commentatori, tra cui quelli dell’inglese The Guardian, Biden ha concluso il suo discorso di 24 minuti con l’esortazione “Dobbiamo agire!“, ma non ha fornito un piano di battaglia. Non proprio il massimo, per un commander in chief che pretende ancora di comandare sul mondo...

Al di là del discorso, però, è quel che va maturando dentro le varie amministrazioni federali e statali a dare la misura dei contorcimenti interni all’assetto istituzionale Usa a proposito di questioni chiave come chi può votare, come esercita questo diritto e chi può decidere quale voto conta.

E i repubblicani – minoranza, ma aggressiva e comunque quasi alla pari con i democratici, nel Paese – stanno conducendo un attacco sistematico e coordinato al diritto di voto, già abbastanza “scoraggiato” dalle procedure attuali (non c’è un diritto di voto per nascita, ma bisogna iscriversi alle liste dichiarando da quale parte si sta).

Secondo i dati del Brennan Center for Justice, quest’anno 17 stati hanno emanato 28 nuove leggi per rendere più difficile il voto. E ci sono state quasi 400 proposte di legge introdotte in 48 stati per la soppressione del diritto degli elettori.

Alcune proposte mirano a invertire l’espansione del voto per corrispondenza, che è stato protagonista nelle elezioni del 2020 a causa della pandemia di coronavirus, ma che è stato anche al centro delle contestazioni trumpiane.

Altre cercano di rafforzare i “requisiti di identificazione” degli elettori, ridurre le ore e i luoghi per il voto anticipato e la consegna delle schede, o aumentare il rischio che gli elettori possano essere intimiditi dagli osservatori elettorali.

Tutte misure che, secondo gli attivisti più liberal, mirano a tagliar fuori le persone di colore, i giovani e i poveri. Ovvero gruppi sociali ritenuti generalmente più propensi a votare democratico che repubblicano.

L’altro argomento chiave per comprendere i problemi di funzionamento dell’istituzione principale – il Congresso, ovvero il Parlamento – è il diritto all’ostruzionismo da parte dell’opposizione. Quel filibustering anche sfrontato che permette di impedire, spesso, l’approvazione di leggi proposte dal Presidente e/o dalla maggioranza.

Biden non ha fatto menzione, nel suo discorso, a questa pratica e alle possibili iniziative legislative per ridurne l’impatto negativo ed “esecutivizzare” maggiormente la già molto “presidenzialista” repubblica yankee. Ed è questo che gli rimproverano soprattutto i suoi supporter, che soffrono maggiormente la continua rinuncia a “punti programmatici” che avevano giustificato molti voti ai democratici.

Il mese scorso, per esempio, i repubblicani hanno usato l’ostruzionismo per bloccare il For the People Act, una legge federale di modifica del sistema elettorale che avrebbe dovuto creare “standard nazionali” per il voto, svuotando così alcune delle restrizioni imposte o proposte dagli stati repubblicani.

Leah Greenberg, co-direttore esecutivo del movimento progressista di base Indivisible, ha detto che “Questi sono i tipi di cose di cui il caucus democratico dovrebbe parlare, perché l’idea che stiamo per lasciare la nostra democrazia fondamentalmente senza protezione, a causa di questa scappatoia legislativa della fine del 1700, è semplicemente assurda“.

Abbiamo dunque questa singolare situazione.

Dal lato “ultraconservatore” si mira a restringere il diritto di voto per i gruppi sociali popolari che potrebbero votare democratico rispondendo a promesse elettorali di welfare. Promesse che spesso non vengono realizzate anche per l’ostruzionismo totale nel Congresso da parte degli stessi trumpiani.

Sul fronte opposto, tra i democratici più progressisti, si invoca una riduzione della dialettica parlamentare (sopprimendo il diritto all’ostruzionismo) e un aumento del potere presidenziale e/o della maggioranza.

Comunque la si rigiri, i problemi e le contraddizioni saltano agli occhi. Lo stesso Biden, in ambito genericamente democratico, viene ormai considerato come un anziano signore che si comporta – all’interno del sistema politico Usa, non certo verso il resto del mondo – secondo le regole cavalleresche di un’altra epoca, mentre i seguaci di Trump seguono il principio “nessuna regola, per vincere va bene tutto”.

E cresce dunque la consapevolezza che, continuando così, da qui alle prossime presidenziali la partita verrà persa.

Diciamola in altro modo: se “le regole” della democrazia Usa non consentono più di gestire il conflitto tra interessi sociali contrastanti, e cresce in tutti gli schieramenti il bisogno di “cambiare le regole” o combattere senza rispettarle, per la tenuta politica e la coesione sociale statunitense si sono aperti tempi complicati.

Ed è sempre più difficile cercare di governare il mondo ponendoti come “modello da seguire”, se al tuo interno va montando uno scontro politico-sociale mai visto...

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30/03/2021

A che punto è la notte americana tra Maga 2.0, crisi del Gop e Qanon

La forza e la potenza di una nazione si misurano in genere nei momenti di cosiddetta emergenza. L’America non fa eccezione, ed è percorsa ormai da tempo da una crisi di egemonia mondiale di enorme portata e di difficilissima gestione.

L’esperienza e la maestria nello sfruttare uno stato d’emergenza permanente e strutturale, che attraversa da sempre la storia degli USA, ha però permesso loro di mettere in campo gli strumenti necessari per consentirle di gestire una situazione anomala anche per la potenza d’oltreoceano.

È indispensabile dimostrare al proprio elettorato che la classica forza di reazione statunitense è ancora l’arma vincente, che il pragmatismo della nazione a stelle-e-strisce sul quale poggia la più gran parte dell’“american way of life”, è la soluzione, e che insostituibile è la potenza che risiede nel denaro e nell’impianto privatistico di una nazione.

Donald J. Trump possiede per definizione tutti questi strumenti. Almeno sembra, a metà paese.

Ma anche il paese delle opportunità, e del “destino manifesto”, ha i suoi scheletri nell’armadio e anche se l’ex presidente, il tycoon Donald Trump, ha tanti difetti gli si può anche riconoscere un “pregio”: ha scoperchiato un vaso di Pandora che sta mettendo sempre più in contraddizione, ed in crisi conseguente, il GOP, lo storico Partito Repubblicano, il suo stesso schieramento di appartenenza.

Ma non sembra un padre interessato all’infanticidio.

Di fatto, dietro questo stallo, l’uomo che ha guidato il paese negli ultimi quattro anni percepisce un proprio tornaconto, e cela un disegno.

Fra continue schermaglie interne, accuse di tradimento e continui abboccamenti ai gruppi più estremisti, il progetto di Trump potrebbe andare in porto forse anche prima del previsto. Il suo primo orizzonte potrebbero essere già le elezioni di midterm del 2022.

Si fanno molte ipotesi su chi saranno i protagonisti dei prossimi momenti nevralgici per la politica americana, i ticket con questo o quel “politico del momento” si sprecano, ma The Donald è persona senza scrupoli, molto machiavellico, pronto a sacrificare o sfruttare chiunque per il “bene della nazione”, per la ragion di Stato. O magari solo per se stesso.

Sembra perciò sempre più probabile che l’uomo destinato a guidare l’offensiva verso l’amministrazione Biden sia proprio il tycoon.

...Have you ever seen the President who killed your wounded child?
Or the man that crashed your sisters plane claimin’ he was sent of god?
And when she died in your arms, late that night in the dark,
Did you pray to your God to come home?
‘Cause it ain’t fair to say, that these tracks are the same

So god if you can hear me crash this train
Said god if you can hear me crash this train

Now a note to the President, and the Government, and the judges of this place
We’re still waitin’ for you to bring our troops home, clean up that mess you made
‘Cause it smells of blood and money across the Iraqi land
But its so easy here to blind us with your “United we stand”

And it ain’t hard to see that this country ain’t free

So god if you can hear me crash this train
Said god if you can hear me crash this train...

Joshua James, Crash This Train

La Convention di Orlando

Il futuro del GOP (o Grand National Party, il Partito Repubblicano USA) e i progetti politici del tycoon Donald Trump sono sostanzialmente tutti nel discorso tenuto dall’ex presidente alla Convention del CPAC (Conservative Political Action Conference), il più imponente ed influente raduno di attivisti conservatori, che si è svolta ad Orlando, in Florida alla fine del mese scorso. Il primo evento ufficiale cui l’ex presidente ha partecipato dopo aver lasciato la Casa Bianca.

Dopo circa un mese, una sintesi a “bocce ferme”, è quindi opportuna e magari illuminante.

La polemica è iniziata subito, pochi giorni prima dell’inizio della conferenza, e si è concentrata sul design del palco realizzato proprio per la Convention dei conservatori. “Sembra un simbolo nazista”, hanno criticato in molti, facendo notare come il disegno ricordi non proprio una svastica, piuttosto la runa Odal che durante la seconda guerra mondiale appariva sui vessilli e le uniformi della Settima divisione volontari di montagna delle SS ‘’Prinze Eugen’’, un reparto di fanteria che operò nella ex Jugoslavia.

Il termine Odal deriva dall’antica lingua germanica e significa “patrimonio”, “eredità”. Gli organizzatori del CPAC negano quella che liquidano come “una calunnia, una teoria cospirazionista oltraggiosa e diffamatoria”. “I nostri legami con la comunità ebraica sono di vecchia data e gli estremisti della ‘cancel culture’ devono guardare all’antisemitismo presente dalla loro parte”, il commento di Matt Schlapp, presidente e organizzatore del CPAC.

Tuttavia, note di “colore” a parte, se si effettua un monitoraggio delle azioni e reazioni di alcuni personaggi politici messe in campo nelle settimane a seguire, e si osservano alcuni avvenimenti che si sono susseguiti, il tutto lascia trasparire una certa aria di imbarazzo, di confusione, in sintesi di crisi interna al Partito conservatore.

È qualcosa che odora anche del profumo della vendetta, una resa dei conti che porta il numero 2024, la data delle prossime presidenziali USA.

La platea era formata dal “suo” pubblico, e gli invitati che hanno sfilato erano i fedelissimi: l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, la governatrice del South Dakota, Kristi Noem, e il senatore dello Stato della stella solitaria, il Texas, Ted Cruz. Gli altri, neanche invitati, sono rimasti all’asciutto, a Washington.

È questo il caso di Nikki Haley, l’ex ambasciatrice americana all’Onu e papabile come contendente per la Casa Bianca nel 2024, di cui abbiamo già scritto dopo la sua intervista rilasciata a Politico, nella quale prendeva le distanze dall’ex presidente per l’assalto al Congresso, per poi azzardare in seguito, un avvicinamento alla sua base che ha scatenato una forte reazione da parte del tycoon.

Anche Liz Cheney, terza carica del GOP alla Camera, da sempre critica con l’ex presidente, è finita nell’inceneritore dopo le dichiarazioni al vetriolo all’indirizzo di The Donald quando, dopo aver affermato che “Dopo i fatti del 6 gennaio ritengo che non dovrebbe giocare [Donald Trump N.d.R.] alcun ruolo nel futuro del partito e del paese”, suggerì di fatto alla CPAC di non invitare Trump.

Per tutta risposta il deputato Rep. dell’Arizona, Andy Biggs (guarda caso tra gli speaker della CPAC), ha tuonato che proprio la Cheney “dovrebbe dimettersi”.

Queste alcune delle prese di posizione dell’ala detrattrice di The Orange che, vale la pena ricordare, è fortemente minoritaria all’interno del partito conservatore, rilevate in questi ultimi giorni ed a margine della convention.

Di altro avviso l’ala dei conservatori più moderata e considerata da The Donald come quella dei “traditori”, soprattutto i parlamentari che lo scorso gennaio hanno votato per la condanna del tycoon nel processo di impeachment e che si è espressa obtorto collo.

Più discreto e defilato è apparso Mitch McConnell, leader di minoranza al Senato e con una fama da abile stratega alle spalle; fiutando l’aria che tirava, dopo i rilievi è corso ai ripari: “Se Trump si candidasse, lo voterei”.

Così anche l’ex vice presidente Mike Pence, altro grande assente alla CPAC: dice di aver declinato l’invito ma assicura di avere un “ottimo rapporto” con il suo ex capo.

“Se Trump puntasse alla nomination repubblicana, sicuramente la otterrebbe”, prevede, da parte sua anche se a malincuore, Mitt Romney, l’ex candidato repubblicano alla presidenza, stella del summit conservatore nel 2012.

L’atteso intervento di Trump ad Orlando invece ha riguardato principalmente la sua corsa per il 2024.

“Vi sono mancato?”, ha esordito l’ex presidente, con un manifesto tono stucchevole. “Il nostro viaggio iniziato insieme, 4 anni fa, è ben lontano dall’essere finito”.

Ha quindi continuato con un attacco senza precedenti contro Sleepy Joe Biden, mantenendo i toni enfatici e sopra le righe che da sempre contraddistinguono il suo personaggio e hanno definito la sua presidenza, infarcendo il tutto di una buona dose di retorica che non fa mai male, e ricordando soprattutto alla platea che “Tutti sapevamo che sarebbe andata male, ma nessuno di noi immaginava così male”.

Durante l’intervento il tycoon ha accusato il presidente democratico di aver riaperto i confini con il Messico favorendo l’immigrazione clandestina e mettendo a repentaglio la sicurezza del paese. “A centinaia di potenziali terroristi e criminali è stato permesso di entrare negli Stati Uniti”, arrivando ad affermare che Sleepy Joe “Ha cancellato la sicurezza dei nostri confini e sta trasformando il nostro Paese in una ‘nazione santuario'”.

Il neo presidente avrebbe inoltre distrutto posti di lavoro e danneggiato l’economia. “Nel giro di nemmeno un mese, siamo passati da America first ad America last. Joe Biden ha vissuto il peggior primo mese da presidente nella storia moderna”.

Trump si è poi attribuito il successo della campagna di vaccinazione contro il coronavirus in Amerika. “Joe Biden sta solo attuando il mio piano”, ha dichiarato. I tre vaccini approvati “sono un miracolo della mia amministrazione”, rivendica Trump, ricordando l’operazione Warp Speed da lui messa in piedi, e gli investimenti miliardari nella ricerca e produzione di sieri contro il Covid-19.

Il tycoon ha quindi puntato il dito contro l’amministrazione Biden anche per aver “venduto i ragazzi americani ai sindacati degli insegnanti”. Biden “ha vergognosamente tradito i giovani americani tenendoli chiusi a chiave in casa. Chiedo a Biden” – dice – “di aprire le scuole e di farlo subito”.

Addirittura lo sport, ed i record delle donne, con il benestare del nonno d’Amerika, sarebbero minacciati dalla presenza dei transgender, grazie alla permissiva amministrazione democratica.

Non ha risparmiato neanche i giganti della tecnologia e ha proseguito sostenendo che “Bisogna punire Big Tech e i social media, da Twitter a Facebook, quando silenziano la voce dei conservatori. E se non lo fa il governo federale lo devono fare i singoli Stati“, sottolineando come gli USA devono difendere la libertà di espressione e di parola.

Un attacco non casuale, visto che l’ex presidente è stato “bannato” dai principali social networks. Pizzica le corde del GOP sull’amore per l’Amerika e per la bandiera e difende a spada tratta il Secondo Emendamento, il diritto a portare armi.

Non ha dimenticato di rilanciare le sue accuse sulla tornata elettorale, dichiarando come un disco rotto che “…Queste elezioni sono state truccate… Hanno cambiato l’esito del voto… Una vergogna…Gli abusi del 2020 non devono accadere mai più, non dobbiamo più permetterlo…” Per terminare con un una sorta di self endorsement: “Potrei anche decidere di batterli per la terza volta…”, dando per scontato, come ha sempre sostenuto, che la seconda “vittoria” gli sia stata rubata con i brogli elettorali del 2020.

Quanto alla ricandidatura nel 2024, “...rimanete in ascolto...”, ha annunciato, esprimendo in modo chiaro la volontà di non ritirarsi: "Potrei candidarmi di nuovo”.

Fra sondaggi e “rivelazioni”.

Poco prima del discorso dell’ex presidente Usa, sono stati resi noti i risultati del tradizionale “straw poll’’ (un informale sondaggio d’opinione) che ogni anno chiude i lavori della CPAC.

Il partito ha assegnato una schiacciante vittoria a Donald Trump: tra i possibili candidati repubblicani per le presidenziali del 2024, il 55% dei presenti alla kermesse ha espresso la sua preferenza per l’ex presidente, il cui gradimento complessivamente si attesta al 97%. Nel sondaggio fatto dagli elettori conservatori presenti alla convention di Orlando quindi, la stragrande maggioranza sta con lui; in fondo è una non notizia.

Il 21% ha votato per il governatore della Florida Ron De Santis, astro nascente del partito repubblicano, e il 4% per la governatrice del South Dakota, Kristi Noem, entrambi comunque sostenitori di Trump.

Secondo i risultati di una recente ed interessante ricerca effettuata dal Pew Research Center *, l’ala conservatrice di un partito richiede ai propri leader una lealtà al partito stesso molto più forte di quella che potrebbe essere richiesta da uno schieramento liberale o comunque più moderato.

In sintesi, la ricerca analizzava quanto e come fosse percepito, fra i membri del Congresso, un eventuale sentimento di consenso o disapprovazione ad un proprio leader (come ad esempio nel caso dell’impeachment a Donald Trump), sia all’interno del partito di riferimento, che comparato fra Partito Democratico e Partito Repubblicano.

Nello specifico, era accettabile che un qualsiasi leader di partito fosse schierato con un punto di vista che confliggeva con la visione del partito medesimo, e, se sì, fino a che punto?

Come spesso succede, quando cose evidenti vengono guardate ma non sempre viste, dalle conclusioni dello studio derivano alcune ovvietà che spesso sfuggono, ma che svelano delle realtà che altrimenti passerebbero inosservate: nel Partito Democratico, per sua natura “riformista” e “progressista” e quindi più incline al “dissenso”, anche se inteso in senso molto lato, sono i democratici dell’ala più liberale, e non quelli più “radicali” o i repubblicani quelli che criticano con più facilità un comportamento inopportuno, sopra le righe, quando è ritenuto un dovere vincolante di un rappresentante delle istituzioni come è un presidente degli Stati Uniti, o una carica dello Stato. Mentre su temi più generali, più “leggeri”, i moderati repubblicani e quelli democratici si equivalgono.

D’altra parte, i repubblicani moderati sono quelli che, pur non controllando il Partito (il GOP infatti viene gestito soprattutto dai conservatori più radicali), si schierano generalmente a favore del dissenso nei confronti di un Presidente, molto semplicemente perché a loro volta, sono lontani dalla visione più tradizionalista del Partito di riferimento.

Ne discende che queste scelte dipendono da chi detiene il potere nel partito, ergo: il controllo di entrambi i partiti USA è riservato allo schieramento moderato.

Che in questo momento sta vivendo un periodo di forte crisi di identità politica, effetto della crisi del concetto di “politically correct”.

La divisione dei Repubblicani, però, non si è fermata ai soli membri del Congresso ed è arrivata a coinvolgere anche gli elettori. Un recente sondaggio condotto da Politico, infatti, mostra che il 59% degli elettori repubblicani vorrebbe che Trump “avesse un ruolo prominente” nel futuro del partito, mentre il 54% sarebbe disposto ad “appoggiarlo alle prossime primarie presidenziali”.

Nonostante la deludente sconfitta delle ultime presidenziali, dunque, Donald Trump continua a tenere fra le mani il destino del Partito Repubblicano, che fatica a trovare nuovi leader capaci di guidare questa fase di transizione.

Trump punta a guidare il GOP alla riscossa fino alle elezioni di medio termine. Ci riuscirà? Stando a un sondaggio (della Quinnipiac University), tre repubblicani su quattro vogliono che giochi un ruolo di primo piano nel partito.

Tra questi c’è il senatore Lindsey Graham: “Se seguiamo il presidente Trump, vinciamo nel 2022, se ci dividiamo, perderemo di sicuro”, ha dichiarato.

Il tycoon ha quindi posto condizioni zero: o il candidato alle elezioni del 2024 è lui o lo sceglierà lui. È la dura legge del consenso, e ancora una volta la prova della piazza (materiale e virtuale) premia Trump. Lo ha ricordato lui stesso quando, parlando di sé in terza persona, ha snocciolato i 75 milioni di voti “conquistati dall’incumbent”.

Il suo intento è congelare la partita in favore della propria nomination, coltivando fino in fondo la sua vendetta contro i repubblicani che non gli sono rimasti fedeli; gli effetti nei sondaggi già si sentono, basta guardare alle quotazioni del governatore della Florida Ron De Santis – una delle poche figure politiche in ascesa – comparandole a quelle di Marco Rubio, in rapida discesa.

Poi ha dettato la linea al Grand Old Party: “La missione del nostro movimento e del partito repubblicano è creare un futuro con buoni posti di lavoro, famiglie forti, comunità sicure, una cultura vibrante e una grande nazione per tutti“, ricordando che il GOP è un partito fondato sull'”amore per l’Amerika”, che difende la bandiera ed è contro la “cancel culture”.

Il GOP di The Donald “Orange” Trump sarà decisamente un partito spostato definitivamente e fortemente a destra. Un GOP, a cui imporrà la sua linea aiutato dalla forza del proprio elettorato e degli appoggi interni al partito ancora entrambi molto forti.

La crisi di identità politica del GOP

Il partito repubblicano è a un bivio ma la battaglia per le elezioni di medio termine è già iniziata.

Nella sua prima uscita pubblica da ex presidente, Trump ha accantonato l’idea di lanciare un nuovo progetto politico, (indiscrezioni alludevano ad un MAGA 2.0) rinforzando la propria presa sul Partito Repubblicano e, confidando in un brand più che affidabile, aprendo alla possibilità di candidarsi per un altro mandato nel 2024.

Dopo la sconfitta alle ultime presidenziali, infatti, il GOP si trova alle prese con un’aspra divisione interna fra i sostenitori del tycoon e l’ala più moderata del partito, che al momento si trova in netta minoranza.

Ma secondo gli elettori repubblicani, pur convenendo nel gran rilievo di persone come Marjorie Taylor Greene, il GOP e il centro dell’universo repubblicano sono una persona sola: Donald Trump.

L’avviso a Biden è che le speranze di dividere i repubblicani sono in realtà minime, l’avvertimento agli avversari interni è che la loro rielezione passa per il detto e non detto di The Donald. Quando fa l’elenco dei nemici del GOP, scandisce i nomi con precisione chirurgica, li accusa di tradimento, di intelligenza con il nemico democratico: “bisogna liberarsene”.

Sei con me e sei eletto, sei contro di me e vai a casa: “Il mio endorsement è un potente strumento politico”.

Il suo più grande avversario tra i democratici, il governatore di New York Andrew Cuomo, è in difficoltà, rimasto impigliato nelle accuse di sessismo al punto da fare una dichiarazione di scuse proprio durante lo show di Trump. Il sindaco di New York Bill De Blasio è contestato dai circoli Dem della Grande Mela per la gestione dei lockdown, e “Chuck” Schumer, senatore dello stesso Stato, ha una leadership traballante.

Resta invece salda la navigatissima Nancy Pelosi, ma il gruppo progressista è a dir poco effervescente e ha chiesto alla Casa Bianca spiegazioni sul bombardamento del Pentagono in Siria. L’amministrazione Biden può vantare una campagna di vaccinazione galoppante, ma anche qui Trump ha sfoderato le frecce per il suo arco: “Ho investito miliardi nei vaccini, con quello di Johnson & Johnson ne abbiamo tre e la produzione è merito mio“. Biden “sta solo attuando il mio piano“.

Segnali dal futuro? Intanto l’emersione ormai chiara dell’italo americano Ron De Santis, come nuova star dei repubblicani.

Il governatore della Florida ha tenuto botta durante l’emergenza Covid-19, con il lockdown duro non ha chiuso le attività economiche, ha applicato una ricetta fatta di conservatorismo e pragmatismo, e oggi appare il numero due dopo Trump, nel GOP. Tutto questo a molti fa pensare a un ticket Trump-De Santis per il 2024, e forse dopo la performance di Trump alla Convention di Orlando non è un’ipotesi troppo lontana dalla realtà.

Entrambi vengono dal Sunshine State, sono aperturisti, contro l’establishment washingtoniano del partito, amati dalla base che ha in Rush Limbaugh (il conduttore radiofonico scomparso qualche settimana fa) un suo riferimento culturale.

Altri bagliori dal domani? La manovra chiara di Trump per assicurarsi il controllo totale del GOP rimane l’unica certezza: “Non farò un nuovo partito, è una fake news. C’è il GOP, sarà unito e più forte che mai“.

Il solco è tracciato. La sintesi: elezioni di midterm nel 2022 e poi, nel caso di un ribaltone alla Camera e al Senato, la strambata di nuovo verso la Casa Bianca tra quattro anni. Le primarie? Per ora sono una formalità. In fondo, il nuovo inizio dei repubblicani ha un titolo, la frase con cui Trump ha aperto il suo primo discorso da ex presidente: “Vi sono mancato?”.

QAnon e le milizie della destra estrema

La marcata presenza di Trump nella realtà politica d’America è sicuramente un fatto.

Il riconoscimento di Trump come alfiere e paladino dei valori della tradizione amerikana, e più specificamente di tutto il ciarpame razzista che ruota intorno ai gruppi wasp (anglosassoni bianchi e protestanti), da parte di una consistente fascia di popolazione fortemente legata a questi principi, è un altro fatto.

E l’assalto alla sede del Congresso USA di Capitol Hill il 6 gennaio scorso ne è la prova tangibile.

A tre mesi da quell’assalto le inchieste continuano, e non accennano a diminuire episodi che allarmano fortemente le forze federali e di l’intelligence interna.

E se l’FBI e la Homeland si muovono vuol dire che qualcosa bolle in pentola; si moltiplicano infatti i report nazionali che dimostrano il tentativo di riorganizzazione di gruppi estremisti e di milizie armate di destra.

Le forze di intelligence hanno addirittura cancellato la seduta del Congresso del 4 marzo scorso perché erano trapelate notizie di un probabile nuovo tentativo di assalto alla sede di Washington da parte, nel caso specifico, di un gruppo collegato ai complottisti di QAnon.

La cosa ha scatenato l’ira di diversi senatori di entrambi gli schieramenti, i quali hanno dichiarato di non volersi piegare davanti a quello che ritengono essere un ricatto bell’e buono: “Il Congresso non può permettersi di farsi bullizzare da quattro esaltati”.

Le inchieste continuano e attraverso le riprese video sono stati identificati molti degli assalitori. Si sta invece ancora cercando il presunto uomo che è stato ripreso da una telecamera mentre depositava una borsa con dell’esplosivo davanti alle sedi dei due partiti (Dem e Rep); come si dice, per non far torto a nessuno.

Il tenore degli interventi nei social di riferimento della estrema destra miliziana, monitorati di continuo, e che l’ex presidente continua a blandire, è tutt’altro che pacifico; nei giorni scorsi l’Intelligence interna ha dichiarato uno stato d’emergenza ad alto rischio per violenze a livello nazionale per tutto il 2021, dichiarando ufficialmente che il tono “very aspirational” (molto ambizioso, con aspirazioni ed obiettivi auspicabili) che filtra dagli ambienti eversivi e dai propri organi di riferimento e che attraversa il paese, non promette “nulla di buono”.

È stato approvato dal Congresso l’aumento del contingente della Guardia Nazionale e posticipata la data di fine ingaggio di altri 60 giorni.

Altre sei persone membri degli Oath Keepers sono state incriminate per l’assalto al Congresso, fra cui Kelly Meggs, autonominatosi leader della sezione della Florida e sua moglie. Sembra stessero collaborando con altri “patrioti” arrestati in differenti parti del paese, segno che la rete è abbastanza ramificata un po’ ovunque.

Il leader dei Proud Boys, esule cubano anticastrista ed ex (?) informatore dell’FBI, fa sapere attraverso Telegram che “l’organizzazione, anche se percorsa da qualche piccola incrinatura interna, non ha nessuna intenzione di spaccarsi e sarà sempre al fianco del partito dei Patrioti, che non potrà avere un’altra guida se non quella di Donald Trump”.

Tuttavia non è solo per ragioni di orgoglio o per personalismi egotici che The Donald non abbandonerà la base più estremistica rappresentata da questi gruppi, vicini al suprematismo bianco e dalle milizie armate; si avvarrà della loro cooperazione, sì, per ragioni di comodo, quanto per evidenti aiuti di tipo strettamente “militare” ritenendo il loro appoggio utile, in un futuro non ben definibile nel tempo.

Molto probabilmente cercherà di trovare un punto di equilibrio, altalenando, secondo convenienza, aperto sostegno ed affrancamento non completamente sincero. In perfetto stile “Principe” del Machiavelli.

Esauriti, per dovere di cronaca, gli aggiornamenti sulle novità dal fronte della destra estrema, è sicuramente indispensabile focalizzare l’attenzione sui passi dell’ex presidente, per cementare la sua leadership all’interno del GOP.

Il potere del denaro è immenso ed è alla base della crescita del Capitale.

Secondo indiscrezioni del Washington Post di alcuni giorni addietro, il tycoon ha dato alla luce una nuova creatura, la “Save America PAC”, un’entità interamente controllata dallo stesso Trump, una sorta di piattaforma per incassare denaro e farlo poi pervenire nel proprio progetto politico. Molti contributi erano già confluiti nel GOP attraverso il comitato per la campagna di rielezione, ma è soltanto dopo l’istituzione della “Save America” che l’ex presidente ha potuto entrare in possesso di una cifra notevole di denaro da aggiungere al resto: 31.5 milioni dollari. Una discreta cifretta.

Il passo subito successivo, che ha palesato nelle dichiarazioni della CPAC, sarà quello di “fidelizzazione” dei suoi alleati più conservatori, compito facile apparentemente, ma anche di quelli che lui ritiene essere gli “infedeli”. Si profila un’epurazione o un’indispensabile flessione alla sua linea. Viene in mente la “notte dei lunghi coltelli” del 30 giugno 1934 nella cittadina bavarese di Bad Wiessee in Germania. Dopotutto le sue origini familiari sono di ceppo germanico.

Ma quello era un altro secolo.

Di sicuro il tycoon vuole difendere il GOP, la “tradizione della famiglia” va mantenuta, e sarebbe troppo dispersivo e quindi pericoloso fondare un nuovo partito. Parole sue.

Anche se la Storia, in fondo, ci ha insegnato che le “giacche blu” parlano sempre con lingua biforcuta.

Note:

* Il Pew Research Center è un think tank statunitense con sede a Washington che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica, andamenti demografici relativi agli Stati Uniti ed al mondo in generale. Conduce sondaggi tra l’opinione pubblica, ricerche demografiche, analisi sul contenuto dei media, e altre ricerche nel campo delle scienze sociali empiriche. Non prende esplicitamente posizioni politiche.

Fonte

25/08/2020

USA - I reazionari restano in vantaggio, perché non si nascondono

Quella tra il discorso di re-investitura di Trump e l’uccisione di un padre di famiglia afroamericano davanti ai suoi tre figli da parte di poliziotti bianchi NON è una coincidenza.

L’uccisione gratuita di neri è prassi quasi quotidiana e nonostante mesi di rivolte e manifestazioni Black Lives Matter continuano come prima, più sfrontatamente di prima. Perché c’è un presidente che si nutre e legittima quella subcultura razzista che va direttamente dal Ku Klux Klan all’ultimo dei poliziotti bianchi.


Chiamare a parlare alla convention i due coniugi che, armi in pugno, avevano minacciato di sparare su una manifestazione antirazzista che passava davanti alla loro abitazione è una rivendicazione politica del razzismo poliziesco. Non stiamo parlando di due disadattati marginali, ma di due avvocati di Saint Louis; e del presidente degli Stati Uniti. Dell’establishment e dell’upper class, insomma.

E anche “il clima gotico” in cui si svolge la stessa convention dovrebbe dire qualcosa sulla crisi sociale, politica, culturale in cui si vanno contorcendo gli States.

I giornali che ne riferiscono sono pieni di slogan troppo irreali per essere un incidente di comunicazione.

I McCloskey sul palco: “Noi armi in pugno contro quella folla selvaggia di Black Lives Matter perché è nostro diritto”.

Donald Trump jr: “Biden è il mostro di Loch Ness della Palude”

Lo stesso Trump senior “Per vincere, i dem dovranno rubare milioni di voti”

Anche senza Steve Bannon, insomma, la cifra del “confronto” è rimasta saldamente piazzata verso l’estremo insulto a quelli che, nella pratica consueta della politica istituzionale Usa, sono solo degli avversari da battere. Nessun terreno comune condiviso, nessun riconoscimento della pari legittimità altrui.

Gli “altri” sono “nemici” da schiacciare, paventando o minacciando l’apocalisse in caso di propria sconfitta.

Una radicalizzazione verbale che accompagna e rappresenta, a suo modo, la polarizzazione sociale e politica nella società Usa. Che si contrappone senza volontà di mediare ai movimenti che in questi mesi hanno portato in primo piano “la faccia migliore dell’America”, l’attivismo e la volontà di battersi concretamente per un Paese diverso.

I media mainstream di casa nostra danno per scontata la sconfitta di The Donald, evocando la sua rozzezza e il disastro epocale nella gestione della pandemia (quasi 6 milioni contagiati e 180.000 morti, fin qui). Wishful thinking, più che un’analisi.

La polarizzazione che vediamo ogni giorno è reale. Ma, come in Italia o in altri Paesi del vecchio Occidente in crisi, la destra reazionaria punta a rappresentare questa polarizzazione dal lato delle classi ricche e bianche, usando lo schema razziale per tenere insieme un blocco sociale molto eterogeneo quanto ad “appartenenza dl classe”.

Come fa in fondo un Salvini o una Meloni, passati alla scuola di Bannon: gridano “prima gli italiani” perché proprio non si può dire “viva chi c’ha i soldi” e sperare di prendere tanti voti.

Ma anche negli Usa, dall’altro lato della barricata, la rappresentanza politica di quella radicalizzazione non passa. L’establishment dem si è blindato nel Palazzo, pur essendo all’opposizione, e ha sbarrato la strada con fermezza a chiunque fosse – anche moderatamente, come Sanders – “a sinistra”.

E tra una destra aggressiva, che non nasconde di voler essere reazionaria e violenta, disposta alla strage pur di prevalere, e un “centro moderato” espressione del capitale multinazionale e finanziario, in genere non c’è partita.

Hillary Clinton sta lì, ancora oggi, a dimostrarlo.

Fonte

12/05/2020

Quando l’Italia divorziò dalla DC


Del 13 maggio 1974 ho un ricordo stupendo e indelebile. I seggi si erano chiusi alle 14, e nel tardo pomeriggio ci trovammo, eravamo davvero tanti compagni e compagne, nel parco adiacente la Palazzina Liberty occupata dal collettivo La comune di Dario Fo e Franca Rame.

Dario Fo, al microfono, rilanciava i numeri dei voti trasmessi dalla radio, alternandoli a battute satiriche su Fanfani e Almirante. A ogni dato favorevole al NO, erano urla di gioia, salti, abbracci, mentre quando i SI prevalevano in alcune città, erano boati di disapprovazione e di rabbia.

Quando però, verso le 23, fu chiaro che ormai il NO aveva vinto, e largamente, cominciò la grande festa. Un fiume umano imboccò Corso XXII marzo sino a Piazza del Duomo e poi la galleria Vittorio Emanuele, Piazza della Scala... tutto il centro di Milano era zeppo di persone in festa.

I compagni e le compagne erano impazziti di gioia, si abbracciavano, si baciavano, si congratulavano per la vittoria, urlavano sfottò a Fanfani e a Gabrio Lombardi, presidente del Comitato per il SI.

Qualche compagno, a rischio di rompersi le ossa, si arrampicava sui lampioni della luce per staccare gli striscioni democristiani stesi tra i lati delle strade. Nessuno voleva tornare a casa, in quella bella, calda notte di maggio e la festa continuò sino all’alba.

Per la prima volta dalla Liberazione la Democrazia Cristiana era stata sconfitta.

Il 12 e 13 maggio 1974 si tenne il primo referendum abrogativo della storia repubblicana. In discussione era l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, approvata dalla Camera il primo dicembre 1970. L’iter parlamentare della legge fu abbastanza rapido, poiché il deputato socialista Loris Fortuna aveva depositato il progetto di cui era promotore durante la prima seduta della nuova camera dei deputati il 5 giugno 1968.

Tale progetto era firmato da un nutrito gruppo di deputati dei partiti di sinistra, PSI, PCI e PSIUP e fu in seguito unificato con un’analoga proposta di un gruppo di liberali, primo firmatario Antonio Baslini.

La seduta del 5 giugno 1968 vide tra l’altro l’elezione a presidente della camera di Sandro Pertini, la presentazione da parte di Pietro Ingrao della proposta di voto ai diciottenni, e la riproposizione della formazione di una commissione d’inchiesta sull’emigrazione, già avanzata nel 1964, firmata dall’on. Luzzatto e da altri esponenti del PSIUP. L’Italia era ancora un paese con milioni di emigranti.

La relativa rapidità dell’iter parlamentare non significa che la legge non fosse stata contrastata, La sua approvazione avvenne infatti alle cinque del mattino, al termine di una seduta protrattasi 19 ore. Votarono a favore 319 deputati contro 286. Anche al Senato la maggioranza non fu ampia; 319 si e 286 no. L’alta presenza in aula, inoltre, testimonia l’asprezza dello scontro sulla legge a cui si opponevano tenacemente la DC e i neofascisti del MSI.

Prima d’allora, il tema del divorzio era arrivato in Parlamento dodici volte, ma senza successo. Già nel 1902 il governo Zanardelli aveva presentato una proposta di legge che prevedeva il divorzio in caso di sevizie, condanne gravi e adulterio che ottenne solo tredici voti favorevoli su quattrocento.

Dopo il fascismo, il socialista Luigi Renato Sansone propose nel 1954 e poi nel 1958 una sorta di “piccolo divorzio” limitato ad alcuni casi gravi, ma la legge non fu nemmeno discussa. Anche in sede di Costituente, peraltro, non era stato facile far accettare alla DC che nell’art. 29 delle Costituzione il matrimonio non fosse indicato come indissolubile.

La DC, attraverso l’impegno di esponenti cattolici a lei legati, come l’ex sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, il filosofo Augusto Del Noce, il giurista Gabrio Lombardi, formò un Comitato nazionale per il referendum sul divorzio che, entro il giugno 1971, raccolse ben 1.370.134 firme in calce alla proposta.

Un numero di firme così alto fece credere ai promotori che la vittoria fosse certa. Ma le cose non andarono in quel modo, il 12 e 13 maggio 1974 il 59,26% degli italiani votò NO all’abrogazione del divorzio.

Guardando alla distribuzione regionale dei voti, in tutto il centro-nord tranne che in Veneto e in Trentino prevalse il NO mentre il SI vinse in Molise, Puglia, Basilicata, Campania e Calabria. Molto significativa la vittoria dei NO in Sicilia e in Sardegna, a testimonianza dello sgretolarsi di poteri atavici, soprattutto grazie all’impegno delle donne.

Nell’analisi dei dati regionali, peraltro, va considerata anche l’immigrazione interna, che aveva portato molti giovani lavoratori del sud nelle regioni settentrionali, in cui erano spesso diventati punto di forza delle lotte operaie, nelle quali avevano maturato concezioni avanzate anche su temi come la famiglia,

La vittoria del NO era il segno di un’Italia che cambiava. Il '68 aveva portato con sé una nuova visione dei rapporti familiari, il rifiuto dell’autoritarismo familistico e patriarcale, che andava di pari passo alla contestazione dei rapporti autoritari sui luoghi di lavoro e nella scuola. Era nata anche una nuova visione dei rapporti tra i generi.

Tutto ciò, va ricordato, era associato ai veri e propri drammi vissuti da centinaia di migliaia di coppie “irregolari” che vivevano situazioni di semiclandestinità. Il reato di adulterio, che penalizzava quasi sempre le donne, era stato cancellato solo nel 1968.

La totale riconsiderazione dei rapporti familiari e tra i sessi portata dal divorzio fu anche una leva importante per la messa in discussione dell’arcaico istituto del “delitto d’onore”, cioè la forte riduzione di pena a cui aveva diritto chi uccidesse il coniuge – che poi era in pratica sempre la coniuge – ma anche la sorella o la figlia che avessero disonorato la famiglia allacciando una “illegittima relazione carnale”. Insomma, un diritto di proprietà, con possibilità di decidere vita o morte, sulle donne della famiglia.

L’articolo 587 del Codice penale ereditato dal fascismo, relativo a questo obbrobrio giuridico, fu sempre meno applicato nei tribunali dopo l’approvazione del divorzio, del nuovo diritto di famiglia del 1975 e della legge 194 sull’aborto, sino alla sua cancellazione avvenuta nel 1981.

Una delle motivazioni contro il divorzio, portate in parlamento dalla deputata democristiana Maria Eletta Martini, relatrice di minoranza, fu quella che le donne erano economicamente più fragili e che la possibilità del divorzio le avrebbe messe in grande difficoltà.

Anche questa argomentazione, nella sua verità, fu ribaltata dal movimento delle donne. Non era giusto continuare ad accettare le catene perché si era deboli, piuttosto era necessario cambiare le condizioni e i salari nel mondo del lavoro, verso l’eguaglianza tra uomini e donne.

Il referendum del 12 maggio 1974 scosse profondamente i rapporti tra i sessi, verso la parità in famiglia e sul lavoro, e questo non può essere considerato solo un fatto di diritti civili, bensì di lotta di classe, visto che sin dagli scritti di Marx tale contraddizione ne è considerata uno dei terreni fondamentali

Più in generale credo sia sbagliato ciò che si è letto molte volte, vale a dire che la vittoria nel referendum del 12 maggio 1974 abbia costituito un avanzamento sul piano dei diritti civili, che non trovò altrettanto riscontro sul terreno sociale. Fatto salvo che negli anni settanta questa distinzione non era pertinente, il referendum sul divorzio deve essere inquadrato in un decennio in cui i due piani correvano, come è giusto, paralleli. Quindi, in quella battaglia, si affermarono diritti sociali ed egualmente civili come è per esempio la parità tra uomo e donna in famiglia e sul lavoro.

Gli anni settanta non furono, come molti tendono oggi a narrarli, anni “di piombo” bensì anni di grandi conquiste dei lavoratori e del movimento popolare sull’onda dei forti movimenti studenteschi e in seguito operai del 1968 e 1969, seguiti poi dal movimento del '77. Movimenti che avevano veramente messo alle corde la borghesia italiana, che, stretta dall’alleanza tra movimento operaio e studentesco e dallo schierarsi con loro della piccola borghesia impiegatizia, aveva dovuto arretrare su molte e importanti questioni.

Nel 1970 fu approvato lo Statuto dei lavoratori, una legge certamente di mediazione politico-sindacale, non completamente soddisfacente (tanto che PCI e PSIUP si astennero dall’approvarla) ma che sancì comunque una serie di diritti importanti, contenendo per esempio il famoso articolo 18 diventato uno dei grandi punti di battaglia politica degli ultimi venti anni. Inoltre in quella legge fu riconosciuto il diritto all’istruzione per i lavoratori, con l’istituzione delle 150 ore, una conquista che usciva dal semplice terreno della lotta sindacale in fabbrica, per porsi su quello più generale dei diritti sociopolitici.

Inoltre, gli anni settanta furono costellati da molte altre lotte e conquiste, come le battaglie sulla questione della salute in fabbrica, ancora oggi tanto attuali, che trovarono in quel decennio la loro nascita. Il movimento operaio usciva dalla semplice rivendicazione salariale o sull’orario di lavoro per affrontare questioni più generali, come la salute oppure la casa. Si poneva così la questione della gestione e delle regole della società nel suo complesso.

La lotta sui temi della salute trovò un approdo significativo nell’istituzione, nel dicembre del 1978, del Sistema Sanitario Nazionale, in seguito purtroppo regionalizzato, ed entrato in collaborazione con il privato, con le conseguenze di cui oggi ci rendiamo conto. Pochi mesi prima, la cosiddetta “Legge Basaglia” aveva chiuso i manicomi, incubo non solo sanitario, ma anche politico, perché luoghi di repressione di comportamenti non accettati nella società borghese.

Intanto, nel maggio del 1978, era stata approvata anche la legge sull’aborto. Una legge non esente da limiti quale l’obiezione di coscienza concessa ai medici, ma che affermò il principio generale della gravidanza come scelta esclusiva della donna. Un passo avanti decisivo a cui in seguito la DC si oppose con un altro referendum tenuto nel 1981 che la portò alla seconda bruciante sconfitta referendaria.

Il segretario della DC, Fanfani, aveva previsto già durante la campagna referendaria del 1974 i possibili effetti a cascata di una vittoria del NO quando aveva affermato: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!”

Il referendum del 1974 portò con sé anche una definitiva scomposizione del mondo cattolico, di cui la DC perse il monopolio della rappresentanza Se già dal 1968 i fermenti di rottura dei cattolici progressisti con la DC erano evidenti (lo testimonia, per esempio, la costituzione, anche se non fortunata, del Movimento Politico dei Lavoratori di Livio Labor) il referendum sul divorzio ne fu la sanzione.

Infatti, se Comunione e Liberazione fu attivissima per il SI, molti altri cattolici come Pietro Scoppola, Pierre Carniti, Raniero La Valle e Adriana Zarri rifiutarono di sottomettersi alle gerarchie ecclesiastiche. Il caso più eclatante fu quello di don Giovanni Franzoni, abate della Basilica Ostiense, sospeso a divinis per avere preso posizione pubblica a favore del divorzio. A Venezia, il Patriarca Albino Luciani, futuro papa, sciolse la FUCI, associazione degli universitari cattolici, che si era dichiarata a favore del divorzio.

Tutto ciò servì a chiarire che la DC non era più, se mai lo era stata, rappresentante di tutti i cattolici. Una realtà che purtroppo il PCI, come sappiamo, sottovalutava nella sua costante ricerca di mediazione con la DC.

La distorsione della visione gramsciana dei rapporti tra comunisti e cattolici ha caratterizzato il PCI nel dopoguerra sino alla teorizzazione del compromesso storico. Relativamente al tema di cui ci occupiamo, il PCI non aveva compreso nemmeno il valore e l’importanza del movimento del '68 e la sua forza dirompente sull’assetto dei rapporti tradizionali e autoritari nella società e anche all’interno della famiglia.

Il referendum del maggio 1974 deve quindi essere ricordato come una tappa di una lunga serie di lotte che costellarono oltre un decennio di storia italiana cambiandone profondamente molti aspetti politici e sociali e anche come un momento decisivo della crisi dell’egemonia democristiana in Italia.

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