Occuparsi della politica italiana comporta diversi rischi. Il primo, e più comune, è quello di immergersi e restare nel gossip. Ossia in quella ridda di parole, dichiarazioni, ammiccamenti, smentite, che fanno diventare “la politica” un succedersi di faccende personali tra individui chissà perché piovuti in Parlamento o al governo.
Il secondo – certamente più grave – è quello di non vedere la realtà dei rapporti di potere che sovrintendono alle dinamiche politiche nazionali.
Bisogna perciò in qualche misura ringraziare il sociologo Domenico De Masi che, intervistato da Il Fatto, ha reso nota la pressione di Mario Draghi su Beppe Grillo affinché facesse in qualche modo fuori Giuseppe Conte da “capo politico” dei Cinque Stelle.
Per la cronaca, la smentita di Draghi è arrivata solo 12 ore dopo, quando lo “scandalo” era ormai esploso. Il che, per le abitudini di qualsiasi governo o partito, equivale ad un’ammissione, più che a una smentita. “Atto dovuto”, insomma, ma non convincente...
Come i nostri lettori sanno non siamo mai stati teneri né con i Cinque Stelle, né con Giuseppe Conte, né con Beppe Grillo. Ma certo quel movimento aveva raccolto – in modo deviato e banale, “populista” nel senso più deteriore – una domanda di rappresentanza politica di interessi sociali che gli altri partiti non potevano coprire.
E quel pochissimo che erano riusciti a fare nei due governi presieduti da Conte – un reddito di cittadinanza ampiamente al di sotto delle necessità, un “decreto dignità” che non ha neanche sfiorato lo strapotere delle imprese sui lavoratori, ecc. – è stato comunque vissuto con un fastidio immenso dal mondo delle imprese e dai poteri europei.
Nel nostro piccolo, avevamo visto subito che “l’ascesa di Draghi a Palazzo Chigi” era il suggello di un’operazione di restaurazione condotta dalla borghesia europea – che comprende anche la fascia più “elevata e internazionalizzata” di quella italiana – con l’obiettivo esplicito di “ridisegnare” il modello produttivo italiano in funzione delle filiere produttive continentali.
Nonché di revisionare pesantemente la struttura istituzionale dello Stato a suon “riforme” collegate agli obiettivi del PNRR.
Era stato quindi abbastanza facile vedere in Draghi un “commissario” che avrebbe cercato fra l’altro di selezionare una nuova classe politica, pescando tra i più “affidabili” e “disponibili” delle varie formazioni in sfacelo, cui affidare il compito di mantenere la nave sulla rotta fissata.
La stessa ricostruzione che fa oggi Marco Travaglio di quest’ultimo anno e mezzo parla giustamente di “operazione golpista”, elencando come e quando PD, Lega e Cinque Stelle sono stati smontati e rimontati nel modo più adatto allo scopo.
Per questi ultimi, in particolare, lo smontaggio deve arrivare fino all’eliminazione. Facile capire che Luigi Di Maio è stato “convinto” piuttosto rapidamente, e che anche Grillo – in crisi di idee – oscilla continuamente tra continuità e liquidazione di un’esperienza troppo “tenera” per reggere nel mare infestato di squali.
I punti che ci sembrano rilevanti, per un’opposizione popolare degna di questo nome, sono almeno due.
Il primo è come funziona il potere, in questo continente. Telefonare a Grillo perché si liberi di un suo “collaboratore” prestigioso (due volte presidente del consiglio, comunque lo si giudichi) rivela un metodo. Che consiste nel rovesciamento completo tra poteri esecutivi, decisionisti, e dialettica politica, quella che dovrebbe esistere tra popolazione e Parlamento, per il tramite di partiti, ecc.
La frase agghiacciante con cui Draghi si è rifiutato di subordinare le sue scelte sull’invio delle armi in Ucraina al voto dell’aula, né ora né in futuro («Impossibile: vorrebbe dire che il governo è commissariato dal Parlamento»), è l’esplicitazione di una cultura tecnicamente golpista. Che esclude categoricamente che possano esser fatti valere interessi diversi da quelli dominanti.
È la dichiarazione di morte per quella “democrazia parlamentare” di cui ci si riempie la bocca ogni volta che, non a caso, bisogna fare la guerra a un nemico.
Il secondo punto, fondamentale nei prossimi mesi, è che non ci può essere nessuna contaminazione possibile tra qualcuno dei “partiti” che si riconoscono nell’”euro-atlantismo” capitanato da Draghi (tutti quelli presenti in Parlamento, a parte alcune frange sparse dell’ex galassia grillina) e il movimento sociale-politico che va componendosi faticosamente per creare un’alternativa pacifista, ambientalista, di giustizia sociale.
E se, a sinistra, è per tutti scontato che non si possa né debba interloquire con il fascioleghismo, è meno chiaro – per alcuni – che questo non può avvenire neanche con il PD. Ossia con il comitato elettorale che più di tutti è profondamente sintonizzato sull’euro-atlantismo guerrafondaio.
Siamo in tempi di guerra, il potere che sorride lo fa per nascondere la dentatura da predatore.
È ora di liberarsi delle subculture dei decenni passati. Quelle fermentate sull’illusione che la Storia fosse finita e che restasse solo da “aggiustare” le storture più evidenti.
Chi si illude, non ha futuro.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2022
19/12/2021
Draghi, missione compiuta
Entro Natale, Draghi porterà a termine le 51 riforme previste dal PNRR che consentiranno all’Italia di ricevere la seconda rata di 20 miliardi di euro.
L’atlantista ed europeista ha compiuto la missione.
A questo punto Draghi può anche ascendere al Colle, trionfando alla prima votazione. Ormai la politica economica e sociale italiana è incardinata su montanti prestabiliti, nessun governo può modificare la corsa delle ante, che sono spalancate per i capitali, è chiuse a chiave per la redistribuzione della ricchezza, l’unica prospettiva che avrebbe avuto la possibilità di modificare i livelli di disuguaglianza nazionali, tra i più alti in Europa.
Tanto più se a controllare che nessun governo forzi quella porta ci va proprio lui, cioè quello che l’ha disegnata, costruita, messa in opera.
Il disegno restauratore della borghesia italiana ha trovato nella pandemia una locomotiva che ha accelerato nei fatti il viaggio della controriforme costituzionali, cosicché non è più compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (Art.3).
Compito della Repubblica è diventato, invece, rimuovere gli ostacoli alla ripresa, cioè i diritti della moltitudine degli individui che devono accettare tutto pur di racimolare un reddito che consenta loro una sopravvivenza dignitosa.
Il nuovo Capo dello Stato sarà il presidente di una repubblica liberista, lo attendono nuovi e più entusiasmanti traguardi sulla via dell’accumulazione, della deregulation, della rottura del patto sociale che teneva in equilibrio i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
La coalizione di governo che oggi ha fatto da figurazione speciale, potrà pure tentare di interpretare ruoli da protagonista, ma il copione è stato già scritto, il regista già stato scelto. Sarà tragedia o farsa?
Senza più freni inibitori, l’arroganza dei poteri, la rivincita su i più deboli, il bla bla bla demagogico, la criminalizzazione della protesta sociale potranno essere assunti a pieno titolo dal prossimo governo. All’Europa non importa del tasso di democrazia del nostro paese, interessa la solvibilità dei prestiti e la profittabilità degli investimenti a fondo perduto.
Su questo piano, Draghi è un CEO credibile, capace e affidabile. E farà quello che serve, “wherever it takes”.
Fonte
L’atlantista ed europeista ha compiuto la missione.
A questo punto Draghi può anche ascendere al Colle, trionfando alla prima votazione. Ormai la politica economica e sociale italiana è incardinata su montanti prestabiliti, nessun governo può modificare la corsa delle ante, che sono spalancate per i capitali, è chiuse a chiave per la redistribuzione della ricchezza, l’unica prospettiva che avrebbe avuto la possibilità di modificare i livelli di disuguaglianza nazionali, tra i più alti in Europa.
Tanto più se a controllare che nessun governo forzi quella porta ci va proprio lui, cioè quello che l’ha disegnata, costruita, messa in opera.
Il disegno restauratore della borghesia italiana ha trovato nella pandemia una locomotiva che ha accelerato nei fatti il viaggio della controriforme costituzionali, cosicché non è più compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (Art.3).
Compito della Repubblica è diventato, invece, rimuovere gli ostacoli alla ripresa, cioè i diritti della moltitudine degli individui che devono accettare tutto pur di racimolare un reddito che consenta loro una sopravvivenza dignitosa.
Il nuovo Capo dello Stato sarà il presidente di una repubblica liberista, lo attendono nuovi e più entusiasmanti traguardi sulla via dell’accumulazione, della deregulation, della rottura del patto sociale che teneva in equilibrio i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
La coalizione di governo che oggi ha fatto da figurazione speciale, potrà pure tentare di interpretare ruoli da protagonista, ma il copione è stato già scritto, il regista già stato scelto. Sarà tragedia o farsa?
Senza più freni inibitori, l’arroganza dei poteri, la rivincita su i più deboli, il bla bla bla demagogico, la criminalizzazione della protesta sociale potranno essere assunti a pieno titolo dal prossimo governo. All’Europa non importa del tasso di democrazia del nostro paese, interessa la solvibilità dei prestiti e la profittabilità degli investimenti a fondo perduto.
Su questo piano, Draghi è un CEO credibile, capace e affidabile. E farà quello che serve, “wherever it takes”.
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09/10/2021
Russia - Matrimoni imperiali e arresti di comunisti
La stampa mondiale, italiana compresa, è “andata a nozze” col matrimonio a Pietroburgo di un erede della nobiltà zarista Hohenzollern-Romanov, il granduca Georgij Mikhajlovič, con la borghese italiana Rebecca Bettarini: tutti a sbavare per lo sfarzo della cerimonia, la liturgia ortodossa, le dinastie coronate, “regnanti e non”, presenti.
Tutti a dibattere se quello del Goša Romanov odierno sia davvero il ramo “legittimo” della “casa reggente”, anche perché il suo bisnonno, Kirill Vladimirovič Romanov, cugino di Nikolaj II, a febbraio del ’17 aveva fiutato l’andazzo e aveva varcato in tempo il confine.
In Russia, peraltro, l’attenzione si è appuntata soprattutto sulla presenza di un drappello del reggimento Preobraženskij, quale guardia d’onore, sull’attenti durante il rito nuziale, e poi, sciabole sguainate, all’uscita dalla chiesa.
Una settimana dopo il fattaccio, il Ministro della difesa russo Sergej Šojgù (quello che si fa il segno della croce ogni volta che passa per la porta della torre Spasskaja del Cremlino, sopra la cui arcata campeggia di nuovo da 20 anni un’icona che era stata eliminata negli anni ’30) ha parlato di provvedimenti disciplinari nei confronti del comando che ha autorizzato la presenza del drappello.
Proprio Šojgù, tra i cui consiglieri c’è, ad esempio, il tenente-generale Andrej Il’nitskij, che prospetta un «modello» di Russia come «impero popolare, fondato sul principio della “autocrazia”, non nel senso della restaurazione della monarchia, ma di un potere popolare con a capo un forte leader-sovrano», accanto a un «forte autogoverno locale, quale fu, ad esempio, lo zemstvo alla fine del XIX secolo». Il tutto, secondo la sperimentata formula del conte Sergej Uvarov, al tempo dello zar Nikolaj I: “Ortodossia. Autocrazia. Nazione”.
Šojgù vorrebbe insomma dirci che qualche ufficiale avrebbe davvero deciso di testa propria di inviare il picchetto d’onore, sulla base di un immaginario “autogoverno” dell’esercito, che consentirebbe a ogni ufficiale di spostare a piacimento i propri reparti.
Insomma, proprio come se al Cremlino si fosse all’oscuro di atti e scene della commedia nuziale, stando alle parole del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov («in alcun modo la cosa ha a che fare col nostro calendario»), la cui figlia era però tra gli ospiti di riguardo, insieme alla senatrice Ljudmila Narusova (vedova dell’ex primo sindaco della restaurata Pietroburgo, Anatolij Sobčak, di cui Vladimir Putin fu all’epoca fido collaboratore).
C’era anche l’ex deputato Pavel Astakhov, consigliere di stato effettivo di 1° classe (secondo i ranghi burocratici zaristi, tornati in voga nella Russia odierna, al pari della carica di governatore), pare, insieme alla portavoce del Ministero degli esteri, Marija Zakharova (quella che, parlando di Stalin e Hitler, solfeggia che «i leader che uccidono i propri concittadini bruciano all’inferno con fiamme più alte rispetto agli altri»), la quale definisce il giornalista Alexandr Stepanov, “Šarikov” (l’uomo-cane bulgakoviano) e lo schernisce con «finalmente avete smesso di atteggiarvi a persone normali».
La “colpa” di Stapenaov? Aver scritto sul comunista ROT Front che «i russi dovrebbero guardare in modo diverso alla crudele decisione presa da Jurovskij e dai suoi compagni sotto la pressione dei lavoratori degli Urali», intendendo la decisione di giustiziare la famiglia imperiale nel luglio 1918, all’avvicinarsi delle truppe bianche.
Insomma: ufficialmente, a Piter, si è trattato di una “questione privata”.
Ci ha pensato il poco-sobrio capo della cancelleria della casa imperiale russa, Aleksandr Zakatov, a mettere i panni in piazza, dichiarando che tutti gli aspetti della sceneggiata nobiliar-dinastica, compreso il picchetto d’onore del reggimento Preobraženskij, erano stati concordati «con tutte le autorità: stato, chiesa, militari, secondo le modalità di legge».
Lo stesso Zakatov, in un’intervista a pravda.ru, ha detto che la faccenda del matrimonio nella cattedrale di Isacco (monumento storico-culturale federale) ha alle spalle 30 anni di storia: la «prima visita a Pietroburgo del nonno del granduca Georgij Mikhajlovič, il granduca Vladimir Kirillovič, nel 1991, aprì la strada al ritorno in patria della casa imperiale e al processo di reintegrazione della dinastia nella vita sociale».
Già: Vladimir Kirillovič Romanov, proprio lui che, il 26 giugno 1941, quattro giorni dopo l’attacco nazista all’URSS, scriveva: «In quest’ora terribile, quando la Germania e quasi tutti i popoli d’Europa hanno dichiarato una crociata contro il comunismo-bolscevismo, che ha ridotto in schiavitù e opprime da 24 anni il popolo della Russia, Io mi rivolgo a tutti i figli fedeli e devoti della nostra Patria con l’appello a sostenere, a misura di forze e possibilità, il rovesciamento del regime bolscevico e la liberazione della nostra Patria dall’orribile giogo del comunismo».
Dunque, c’è aria di restaurazione monarchica sulle rive della Neva? Non scherziamo. Nonostante vari illustri invitati al banchetto granducale si siano sbilanciati in tanti «e perché no?», Veronika Krašeninnikova ha scritto su IA Regnum che «Per la maggior parte dei gruppi di capitali e interessi russi, l’idea della monarchia è assurda... Tuttavia, per la classe dirigente, se ha bisogno di rimanere al potere per decenni, è abbastanza vantaggioso trastullarsi con l’idea monarchica. L’ideologia conservatrice è stata proclamata ufficialmente proprio per conservare il potere; quella dei “valori tradizionali” non è che una messinscena per il popolo».
D’altra parte, la nostalgia per «la Russia che abbiamo perduto» va avanti sin dai tempi della perestrojka.
Il capitale russo, per operare a proprio agio, non necessita di un Romanov o un Hohenzollern a Piter o a Mosca, e «il processo di reintegrazione della dinastia nella vita sociale» di cui va fiero il cancelliere-capo della casa imperiale, va avanti da trent’anni, senza bisogno di una “casa regnante”: già così, non è forse il Cremlino stesso a sponsorizzare l’inaugurazione di monumenti a ex imperatori, a ministri forcaioli del regime zarista, a generali bianchi?
Non è forse il capo del Cremlino che porta fiori ai monumenti allo zar Aleksandr III (quello, per intendersi, che mandò alla forca il fratello di Lenin), a Stolypin, a Solženitsyn, in attesa che il granduca Georgij Mikhailovič presenzi all’inaugurazione a Čeljabinsk del monumento allo zar Aleksandr II?
Nel 2015, il principe Dmitrij Romanov, pro-pronipote dello zar Nikolaj I, fu accolto con tutti gli onori in Crimea e nelle varie ex residenze zariste, e un altro erede delle vecchie casate nobiliari, il principe Aleksandr Trubetskoj, propose l’installazione nel centro di Sebastopoli di un monumento a uno degli ultimi generali bianchi che combatterono contro il giovane stato socialista, il barone Pëtr Vrangel.
Tempo cinque anni e quel monumento è stato realizzato; e non cambia nulla, il fatto che in esso sia rappresentato non il solo Vrangel e sia chiamato ufficialmente “Monumento al 100° anniversario della guerra civile” o “Monumento alla riconciliazione”: all’inaugurazione, la scorsa primavera, dal palco delle autorità è stato detto che si deve «smetterla di dividerci in rossi e bianchi» e gli oratori “più in vista” hanno intimato ai “rossi” di fare pentimento, per il «superamento della divisione della società russa» causata dalla Rivoluzione d’Ottobre.
Tutto, in nome della riconciliazione, del «consenso nazionale», come aveva fatto lo stesso Putin, inaugurando a Mosca, nel 100° anniversario dell’Ottobre, la “Basilica dei Nuovi martiri vittime dell’idea comunista”, dedicata a coloro «che soffrirono per la fede nel periodo della lotta contro dio».
Non sono forse i canali televisivi ufficiali a sostenere che il numero di monumenti a «Lenin, il quale rimane figura dubbia e fonte di discordia», è tuttora sproporzionato rispetto a quelli a Kolčak, Denikin, Vrangel, ai quali è tempo di «innalzare monumenti», poiché «in ognuno di essi c’è un contributo, un’idea, una tragedia»?
Non è dunque l’ora di erigere monumenti a tutti quei generali bianchi che nel 1920 combatterono contro la Russia sovietica e, vent’anni più tardi, furono in gran parte complici dei nazisti, dai Krasnov ai Škuro ai Kononov?
Non è forse il capo del Cremlino a ingiuriare i bolscevichi, affermano che la pace di Brest sarebbe «stato un atto di tradimento nazionale» e che nel 1917 «l’impero russo cessò di esistere e la Russia perse territori colossali»?
Non è forse il Comitato Investigativo di Russia (secondo il sito ufficiale, si occupa di «reati particolarmente gravi contro l’individuo, la sicurezza e l’ordine pubblico, il potere statale, la giustizia e l’economia»), alle dirette dipendenze del Presidente russo, che, appena pochi giorni prima del “matrimonio imperiale”, ha pubblicato il primo di tre tomi su “Il crimine del secolo”, la fucilazione della famiglia zarista?
Ma basta: la sintesi, soprattutto dopo le centinaia di fermi e arresti di comunisti per le proteste contro i brogli elettorali alle elezioni del settembre scorso, è affidata a un “navigatore” di facebook: «Russia, XXI secolo: 40 milioni di poveri, un Romanov si sposa nella cattedrale di Isacco, dappertutto si arrestano comunisti».
Fonte
Tutti a dibattere se quello del Goša Romanov odierno sia davvero il ramo “legittimo” della “casa reggente”, anche perché il suo bisnonno, Kirill Vladimirovič Romanov, cugino di Nikolaj II, a febbraio del ’17 aveva fiutato l’andazzo e aveva varcato in tempo il confine.
In Russia, peraltro, l’attenzione si è appuntata soprattutto sulla presenza di un drappello del reggimento Preobraženskij, quale guardia d’onore, sull’attenti durante il rito nuziale, e poi, sciabole sguainate, all’uscita dalla chiesa.
Una settimana dopo il fattaccio, il Ministro della difesa russo Sergej Šojgù (quello che si fa il segno della croce ogni volta che passa per la porta della torre Spasskaja del Cremlino, sopra la cui arcata campeggia di nuovo da 20 anni un’icona che era stata eliminata negli anni ’30) ha parlato di provvedimenti disciplinari nei confronti del comando che ha autorizzato la presenza del drappello.
Proprio Šojgù, tra i cui consiglieri c’è, ad esempio, il tenente-generale Andrej Il’nitskij, che prospetta un «modello» di Russia come «impero popolare, fondato sul principio della “autocrazia”, non nel senso della restaurazione della monarchia, ma di un potere popolare con a capo un forte leader-sovrano», accanto a un «forte autogoverno locale, quale fu, ad esempio, lo zemstvo alla fine del XIX secolo». Il tutto, secondo la sperimentata formula del conte Sergej Uvarov, al tempo dello zar Nikolaj I: “Ortodossia. Autocrazia. Nazione”.
Šojgù vorrebbe insomma dirci che qualche ufficiale avrebbe davvero deciso di testa propria di inviare il picchetto d’onore, sulla base di un immaginario “autogoverno” dell’esercito, che consentirebbe a ogni ufficiale di spostare a piacimento i propri reparti.
Insomma, proprio come se al Cremlino si fosse all’oscuro di atti e scene della commedia nuziale, stando alle parole del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov («in alcun modo la cosa ha a che fare col nostro calendario»), la cui figlia era però tra gli ospiti di riguardo, insieme alla senatrice Ljudmila Narusova (vedova dell’ex primo sindaco della restaurata Pietroburgo, Anatolij Sobčak, di cui Vladimir Putin fu all’epoca fido collaboratore).
C’era anche l’ex deputato Pavel Astakhov, consigliere di stato effettivo di 1° classe (secondo i ranghi burocratici zaristi, tornati in voga nella Russia odierna, al pari della carica di governatore), pare, insieme alla portavoce del Ministero degli esteri, Marija Zakharova (quella che, parlando di Stalin e Hitler, solfeggia che «i leader che uccidono i propri concittadini bruciano all’inferno con fiamme più alte rispetto agli altri»), la quale definisce il giornalista Alexandr Stepanov, “Šarikov” (l’uomo-cane bulgakoviano) e lo schernisce con «finalmente avete smesso di atteggiarvi a persone normali».
La “colpa” di Stapenaov? Aver scritto sul comunista ROT Front che «i russi dovrebbero guardare in modo diverso alla crudele decisione presa da Jurovskij e dai suoi compagni sotto la pressione dei lavoratori degli Urali», intendendo la decisione di giustiziare la famiglia imperiale nel luglio 1918, all’avvicinarsi delle truppe bianche.
Insomma: ufficialmente, a Piter, si è trattato di una “questione privata”.
Ci ha pensato il poco-sobrio capo della cancelleria della casa imperiale russa, Aleksandr Zakatov, a mettere i panni in piazza, dichiarando che tutti gli aspetti della sceneggiata nobiliar-dinastica, compreso il picchetto d’onore del reggimento Preobraženskij, erano stati concordati «con tutte le autorità: stato, chiesa, militari, secondo le modalità di legge».
Lo stesso Zakatov, in un’intervista a pravda.ru, ha detto che la faccenda del matrimonio nella cattedrale di Isacco (monumento storico-culturale federale) ha alle spalle 30 anni di storia: la «prima visita a Pietroburgo del nonno del granduca Georgij Mikhajlovič, il granduca Vladimir Kirillovič, nel 1991, aprì la strada al ritorno in patria della casa imperiale e al processo di reintegrazione della dinastia nella vita sociale».
Già: Vladimir Kirillovič Romanov, proprio lui che, il 26 giugno 1941, quattro giorni dopo l’attacco nazista all’URSS, scriveva: «In quest’ora terribile, quando la Germania e quasi tutti i popoli d’Europa hanno dichiarato una crociata contro il comunismo-bolscevismo, che ha ridotto in schiavitù e opprime da 24 anni il popolo della Russia, Io mi rivolgo a tutti i figli fedeli e devoti della nostra Patria con l’appello a sostenere, a misura di forze e possibilità, il rovesciamento del regime bolscevico e la liberazione della nostra Patria dall’orribile giogo del comunismo».
Dunque, c’è aria di restaurazione monarchica sulle rive della Neva? Non scherziamo. Nonostante vari illustri invitati al banchetto granducale si siano sbilanciati in tanti «e perché no?», Veronika Krašeninnikova ha scritto su IA Regnum che «Per la maggior parte dei gruppi di capitali e interessi russi, l’idea della monarchia è assurda... Tuttavia, per la classe dirigente, se ha bisogno di rimanere al potere per decenni, è abbastanza vantaggioso trastullarsi con l’idea monarchica. L’ideologia conservatrice è stata proclamata ufficialmente proprio per conservare il potere; quella dei “valori tradizionali” non è che una messinscena per il popolo».
D’altra parte, la nostalgia per «la Russia che abbiamo perduto» va avanti sin dai tempi della perestrojka.
Il capitale russo, per operare a proprio agio, non necessita di un Romanov o un Hohenzollern a Piter o a Mosca, e «il processo di reintegrazione della dinastia nella vita sociale» di cui va fiero il cancelliere-capo della casa imperiale, va avanti da trent’anni, senza bisogno di una “casa regnante”: già così, non è forse il Cremlino stesso a sponsorizzare l’inaugurazione di monumenti a ex imperatori, a ministri forcaioli del regime zarista, a generali bianchi?
Non è forse il capo del Cremlino che porta fiori ai monumenti allo zar Aleksandr III (quello, per intendersi, che mandò alla forca il fratello di Lenin), a Stolypin, a Solženitsyn, in attesa che il granduca Georgij Mikhailovič presenzi all’inaugurazione a Čeljabinsk del monumento allo zar Aleksandr II?
Nel 2015, il principe Dmitrij Romanov, pro-pronipote dello zar Nikolaj I, fu accolto con tutti gli onori in Crimea e nelle varie ex residenze zariste, e un altro erede delle vecchie casate nobiliari, il principe Aleksandr Trubetskoj, propose l’installazione nel centro di Sebastopoli di un monumento a uno degli ultimi generali bianchi che combatterono contro il giovane stato socialista, il barone Pëtr Vrangel.
Tempo cinque anni e quel monumento è stato realizzato; e non cambia nulla, il fatto che in esso sia rappresentato non il solo Vrangel e sia chiamato ufficialmente “Monumento al 100° anniversario della guerra civile” o “Monumento alla riconciliazione”: all’inaugurazione, la scorsa primavera, dal palco delle autorità è stato detto che si deve «smetterla di dividerci in rossi e bianchi» e gli oratori “più in vista” hanno intimato ai “rossi” di fare pentimento, per il «superamento della divisione della società russa» causata dalla Rivoluzione d’Ottobre.
Tutto, in nome della riconciliazione, del «consenso nazionale», come aveva fatto lo stesso Putin, inaugurando a Mosca, nel 100° anniversario dell’Ottobre, la “Basilica dei Nuovi martiri vittime dell’idea comunista”, dedicata a coloro «che soffrirono per la fede nel periodo della lotta contro dio».
Non sono forse i canali televisivi ufficiali a sostenere che il numero di monumenti a «Lenin, il quale rimane figura dubbia e fonte di discordia», è tuttora sproporzionato rispetto a quelli a Kolčak, Denikin, Vrangel, ai quali è tempo di «innalzare monumenti», poiché «in ognuno di essi c’è un contributo, un’idea, una tragedia»?
Non è dunque l’ora di erigere monumenti a tutti quei generali bianchi che nel 1920 combatterono contro la Russia sovietica e, vent’anni più tardi, furono in gran parte complici dei nazisti, dai Krasnov ai Škuro ai Kononov?
Non è forse il capo del Cremlino a ingiuriare i bolscevichi, affermano che la pace di Brest sarebbe «stato un atto di tradimento nazionale» e che nel 1917 «l’impero russo cessò di esistere e la Russia perse territori colossali»?
Non è forse il Comitato Investigativo di Russia (secondo il sito ufficiale, si occupa di «reati particolarmente gravi contro l’individuo, la sicurezza e l’ordine pubblico, il potere statale, la giustizia e l’economia»), alle dirette dipendenze del Presidente russo, che, appena pochi giorni prima del “matrimonio imperiale”, ha pubblicato il primo di tre tomi su “Il crimine del secolo”, la fucilazione della famiglia zarista?
Ma basta: la sintesi, soprattutto dopo le centinaia di fermi e arresti di comunisti per le proteste contro i brogli elettorali alle elezioni del settembre scorso, è affidata a un “navigatore” di facebook: «Russia, XXI secolo: 40 milioni di poveri, un Romanov si sposa nella cattedrale di Isacco, dappertutto si arrestano comunisti».
Fonte
15/03/2021
C’è una sola alternativa: quella al sistema Draghi
Il governo Draghi rappresenta un punto costituente, un discrimine del sistema politico, sociale e culturale del paese. Durante e dopo questo governo nulla sarà come prima, a maggior ragione perché la pandemia a sua volta ha determinato un punto di svolta.
Siamo stati abituati a convivere con la strage come durante la guerra, a considerare le persone sacrificabili nel nome dell’interesse comune di non fermare il paese. Il guasto sulla morale collettiva è diffuso e solo un riscatto profondo, un ribaltamento di valori rispetto a quelli oggi dominanti, potrà invertire la rotta che oggi porta ad un egoismo sociale ed umano dilaganti.
Il governo Draghi rappresenta il punto conclusivo di un percorso conservatore e reazionario di trent’anni, che ha modificato strutturalmente il nostro paese. Questo percorso si è sviluppato su tre direttrici fondamentali. Quella economico sociale, con il dominio crescente di una borghesia multinazionale che ha fatto dell’Unione Europea il suo strumento di potere e di egemonia.
È stato smantellato il sistema dell’industria pubblica e delle politiche industriali e lo stato e le conquiste sociali sono stati sottoposti a una brutale revisione in senso liberista. Il diritto del lavoro è stato sottomesso all’impresa e la flessibilità e la precarietà sono diventate le condizioni dominanti.
L’Italia ha smontato la sua costituzione materiale e ha distrutto sostanzialmente l’avanzamento sociale dei decenni precedenti. Oggi il nostro paese, tra quelli ricchi, è uno dei più esposti alla globalizzazione e alla ferocia dei mercati internazionali.
Sul piano culturale il lavoro combinato del berlusconismo e del liberismo di centro sinistra ha affermato un individualismo proprietario, egoista, sopraffattore, che è diventato l’anima dominante del nostro paese.
Infine sul piano politico soprattutto l’ultimo decennio ha diffuso e reso egemone il trasformismo come principio guida di tutte le forze politiche. Sia il centro sinistra, sia il centrodestra, sia chi non voleva essere né di destra né di sinistra, oggi sono contraddistinti dalla comune centralità dell’essere al governo a tutti i costi. I principali partiti e schieramenti politici condividono il 90% e più delle scelte concrete.
Nel governo Draghi stanno tutti assieme perché sono in realtà assieme, mentre le baruffe politiche violente con le quali si contendono l’elettorato sono una sostanziale finzione. Questa conclusione conservatrice e reazionaria di trent’anni di involuzione del nostro paese si consolida nella collocazione internazionale. Su questo piano c’è persino una regressione rispetto al fondamentalismo europeista che ha contraddistinto i decenni passati.
Draghi ha voluto accentuare l’impegno “euroatlantico” del nostro paese. Recuperando questo termine dalle anticaglie della guerra fredda degli anni '50, il Presidente del Consiglio ha voluto sottolineare che il sistema di potere italiano cerca una ricollocazione negli equilibri europei, come principale e più fedele alleato degli Stati Uniti. Cercando di svincolarsi dai consolidati servilismo e subalternità verso la Germania, ora la borghesia multinazionale del nostro paese pensa di ricavarsi un ruolo competitivo rispetto a quella tedesca assumendo la funzione di cane da guardia degli interessi USA nel continente.
Questo significa collocare l’Italia su una linea di maggiore rottura verso la Russia e la Cina, di maggiore impegno militare nella NATO, di maggiore tensione bellica verso il mondo.
Se tutto questo è vero, e trovo difficile che possa essere onestamente contestato, ne consegue una conclusione brutale e necessaria. Nessun cambiamento progressista, socialista, umanitario è possibile restando all’interno del sistema politico, sociale e culturale rappresentato dal governo Draghi.
Anche le tanto conclamate priorità ambientaliste, saranno poco più che un’altra filiera di affari per chi ha inquinato e devastato il mondo, se collocate dentro il sistema di interessi e di potere rappresentato dal governo Draghi.
La stessa Costituzione della Repubblica non può più essere utilizzata come modello perché profondamente devastata da tutto l’armamentario politico giuridico liberista che l’ha concretamente resa inattuabile.
La Costituzione della Repubblica non c’è più, da tempo sul piano sociale e ora anche su quello del sistema politico. I suoi principi suonano come parole vuote, buone a volte per l’ipocrisia dei governanti; parole di cui vale soprattutto sottolineare il contrasto con la realtà della politica e dell’economia dominanti.
Trent’anni di controrivoluzione liberista hanno davvero stravolto il paese a tutti i livelli e non cambierà più nulla se si resta dentro il perimetro del sistema attuale. Per questo “riformismo” è diventata la parola emblema della neolingua del potere, parola oggi sinonimo di trasformismo, che non ha nulla a che vedere con le riforme sociali del secolo passato. Per fare riforme progressiste e sociali vere oggi bisogna essere rivoluzionari, non riformisti.
Se è vero tutto il questo, oggi le piccole forze intellettuali che sono estranee a questo sistema politico dominante, i movimenti sociali, civili, ambientalisti, la minoranza di classe del sindacalismo, le forze politiche non assorbite o semplicemente scartate dal sistema, sono la prima base sulla quale costruire l’alternativa. Essa non partirà mai dall’interno del perimetro del sistema Draghi, che esclude una vera sinistra e permette solo la competizione tra diverse destre, più liberali e globaliste o più reazionarie e nazionaliste, ma comunque destre.
La democrazia italiana è da tempo mutilata, da tempo non prevede al suo interno una sinistra che critichi il capitalismo, il potere, la cultura dominante. Questa mutilazione oramai è giunta al suo punto di non ritorno, se la si accetta se ne diventa complici e servi. Anche per questa mutilazione il sistema dei partiti è oggi in totale crisi ed in particolare sono sul punto della scomparsa per manifesta inutilità il PD ed il M5S.
Per questo oggi sulle piccole spalle delle forze estranee al sistema Draghi sta un compito enorme: quello di ricostruire la democrazia costituzionale in Italia, riaffermando quell’alternativa oggi soppressa. Giudicheranno i prossimi tempi se, superando la frantumazione e le reciproche avversioni, le forze estranee e contrarie al sistema Draghi riusciranno a costruire questa alternativa.
Però questo è il tema all’ordine del giorno: un’alternativa di sistema e non nel sistema. Questa per me è la premessa necessaria e utile per qualsiasi confronto politico, sociale culturale.
Fonte
Siamo stati abituati a convivere con la strage come durante la guerra, a considerare le persone sacrificabili nel nome dell’interesse comune di non fermare il paese. Il guasto sulla morale collettiva è diffuso e solo un riscatto profondo, un ribaltamento di valori rispetto a quelli oggi dominanti, potrà invertire la rotta che oggi porta ad un egoismo sociale ed umano dilaganti.
Il governo Draghi rappresenta il punto conclusivo di un percorso conservatore e reazionario di trent’anni, che ha modificato strutturalmente il nostro paese. Questo percorso si è sviluppato su tre direttrici fondamentali. Quella economico sociale, con il dominio crescente di una borghesia multinazionale che ha fatto dell’Unione Europea il suo strumento di potere e di egemonia.
È stato smantellato il sistema dell’industria pubblica e delle politiche industriali e lo stato e le conquiste sociali sono stati sottoposti a una brutale revisione in senso liberista. Il diritto del lavoro è stato sottomesso all’impresa e la flessibilità e la precarietà sono diventate le condizioni dominanti.
L’Italia ha smontato la sua costituzione materiale e ha distrutto sostanzialmente l’avanzamento sociale dei decenni precedenti. Oggi il nostro paese, tra quelli ricchi, è uno dei più esposti alla globalizzazione e alla ferocia dei mercati internazionali.
Sul piano culturale il lavoro combinato del berlusconismo e del liberismo di centro sinistra ha affermato un individualismo proprietario, egoista, sopraffattore, che è diventato l’anima dominante del nostro paese.
Infine sul piano politico soprattutto l’ultimo decennio ha diffuso e reso egemone il trasformismo come principio guida di tutte le forze politiche. Sia il centro sinistra, sia il centrodestra, sia chi non voleva essere né di destra né di sinistra, oggi sono contraddistinti dalla comune centralità dell’essere al governo a tutti i costi. I principali partiti e schieramenti politici condividono il 90% e più delle scelte concrete.
Nel governo Draghi stanno tutti assieme perché sono in realtà assieme, mentre le baruffe politiche violente con le quali si contendono l’elettorato sono una sostanziale finzione. Questa conclusione conservatrice e reazionaria di trent’anni di involuzione del nostro paese si consolida nella collocazione internazionale. Su questo piano c’è persino una regressione rispetto al fondamentalismo europeista che ha contraddistinto i decenni passati.
Draghi ha voluto accentuare l’impegno “euroatlantico” del nostro paese. Recuperando questo termine dalle anticaglie della guerra fredda degli anni '50, il Presidente del Consiglio ha voluto sottolineare che il sistema di potere italiano cerca una ricollocazione negli equilibri europei, come principale e più fedele alleato degli Stati Uniti. Cercando di svincolarsi dai consolidati servilismo e subalternità verso la Germania, ora la borghesia multinazionale del nostro paese pensa di ricavarsi un ruolo competitivo rispetto a quella tedesca assumendo la funzione di cane da guardia degli interessi USA nel continente.
Questo significa collocare l’Italia su una linea di maggiore rottura verso la Russia e la Cina, di maggiore impegno militare nella NATO, di maggiore tensione bellica verso il mondo.
Se tutto questo è vero, e trovo difficile che possa essere onestamente contestato, ne consegue una conclusione brutale e necessaria. Nessun cambiamento progressista, socialista, umanitario è possibile restando all’interno del sistema politico, sociale e culturale rappresentato dal governo Draghi.
Anche le tanto conclamate priorità ambientaliste, saranno poco più che un’altra filiera di affari per chi ha inquinato e devastato il mondo, se collocate dentro il sistema di interessi e di potere rappresentato dal governo Draghi.
La stessa Costituzione della Repubblica non può più essere utilizzata come modello perché profondamente devastata da tutto l’armamentario politico giuridico liberista che l’ha concretamente resa inattuabile.
La Costituzione della Repubblica non c’è più, da tempo sul piano sociale e ora anche su quello del sistema politico. I suoi principi suonano come parole vuote, buone a volte per l’ipocrisia dei governanti; parole di cui vale soprattutto sottolineare il contrasto con la realtà della politica e dell’economia dominanti.
Trent’anni di controrivoluzione liberista hanno davvero stravolto il paese a tutti i livelli e non cambierà più nulla se si resta dentro il perimetro del sistema attuale. Per questo “riformismo” è diventata la parola emblema della neolingua del potere, parola oggi sinonimo di trasformismo, che non ha nulla a che vedere con le riforme sociali del secolo passato. Per fare riforme progressiste e sociali vere oggi bisogna essere rivoluzionari, non riformisti.
Se è vero tutto il questo, oggi le piccole forze intellettuali che sono estranee a questo sistema politico dominante, i movimenti sociali, civili, ambientalisti, la minoranza di classe del sindacalismo, le forze politiche non assorbite o semplicemente scartate dal sistema, sono la prima base sulla quale costruire l’alternativa. Essa non partirà mai dall’interno del perimetro del sistema Draghi, che esclude una vera sinistra e permette solo la competizione tra diverse destre, più liberali e globaliste o più reazionarie e nazionaliste, ma comunque destre.
La democrazia italiana è da tempo mutilata, da tempo non prevede al suo interno una sinistra che critichi il capitalismo, il potere, la cultura dominante. Questa mutilazione oramai è giunta al suo punto di non ritorno, se la si accetta se ne diventa complici e servi. Anche per questa mutilazione il sistema dei partiti è oggi in totale crisi ed in particolare sono sul punto della scomparsa per manifesta inutilità il PD ed il M5S.
Per questo oggi sulle piccole spalle delle forze estranee al sistema Draghi sta un compito enorme: quello di ricostruire la democrazia costituzionale in Italia, riaffermando quell’alternativa oggi soppressa. Giudicheranno i prossimi tempi se, superando la frantumazione e le reciproche avversioni, le forze estranee e contrarie al sistema Draghi riusciranno a costruire questa alternativa.
Però questo è il tema all’ordine del giorno: un’alternativa di sistema e non nel sistema. Questa per me è la premessa necessaria e utile per qualsiasi confronto politico, sociale culturale.
Fonte
11/02/2021
È restaurazione. Più contro il popolo che contro il populismo
In soli dieci giorni l’orizzonte italiano si è rovesciato. Eravamo in una situazione terribile, con un governo “incapace di fare le riforme”, una classe politica al di sotto di ogni considerazione, categorie commerciali in rivolta, un caos di messaggi “comunicativi” contrastanti, nessuna luce in fondo al tunnel, se non quella del treno che ci stava arrivando addosso.
Il mondo occidentale era nelle stesse condizioni. La pandemia galoppante stava lì a dimostrare che il neoliberismo in versione tedesco-anglossassone – quello che voleva “convivere con il virus” per mantenere in piedi l’economia – non reggeva il confronto con il “socialismo con caratteristiche cinesi” e neanche con le economie capitalistiche del Pacifico, che avevano limitato i danni economici (o addirittura erano cresciute, come Pechino) preoccupandosi di salvare la popolazione impedendo o tenendo sotto controllo i contagi.
Un modo sull’orlo dell’abisso, insomma, segnato dall’assalto suprematista a Capitol Hill, paradigmatico dei rischi che stavano precipitandoci sulla testa.
Poi la luce, la calma dopo la tempesta (ma non era prima?), il roseo futuro che ci attende con Biden alla casa Bianca e, soprattutto, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (subito) e poi al Quirinale (tra un anno).
Chiaro che questa “calma” esiste solo nella comunicazione del media mainstream, mai come oggi “voce del padrone”. L’informazione, il giornalismo, non abitano più lì...
In quella cerchia è avvenuta istantaneamente la stessa “conversione”che ha stravolto i cosiddetti partiti. C’è ora un solo Partito Unico Liberale, che incarica non a caso i fascisti alla Meloni di fare l’”opposizione della corona” (con lo spazio riservato un tempo ai giullari di corte). E c’è un solo megafono mediatico a reti e testate unificate.
E c’è un solo messaggio: “è l’ora dei competenti, è l’ora del merito”. I più avvezzi alle questioni ideologiche sintetizzano così: “è la fine del populismo”. I più sguaiati infieriscono contro l’”uno vale uno”, indicando per nome e cognome gli “scappati di casa” che hanno avuto “il culo” di entrare in Parlamento con appena qualche decina di preferenze.
Si respira – diciamolo apertamente – un clima di restaurazione. Come all’inizio degli anni ‘80, dopo i 33 giorni alla Fiat e passando cinque anni dopo attraverso il referendum (perso) sulla scala mobile. La parola uscì di bocca a Gianni Agnelli, monarca di quel tempo.
Nella foia della restaurazione le parole stanno sempre per qualcos’altro. È così anche per l’odiato populismo.
Da talk show ed editoriali si può notare che viene fatta una distinzione netta. C’è quello della Lega, sguaiato e parafascista, ma accettabile e accettato perché espressione del mondo delle piccole e medie imprese, fino al commercio e al turismo. Un populismo padronale, votato da “gente perbene, che lavora, dal Nord produttivo” (dimenticando di proposito i voti rimediati grazie alle cordate para-malavitose, al sud come in Brianza...).
E si capisce che il vero bersaglio, fin dall’inizio, è stato il populismo grillino, un populismo da partite Iva, piccoli professionisti metropolitani, “autoimprenditoria” autosfruttata, ecc. Un mondo a metà strada tra il lavoratore dipendente tout court (occupato e disoccupato, pensionato o precario) e il sogno della “piccola impresa”.
Un mondo culturalmente sperduto nella complessità contemporanea, fatto di individui che non riescono – per la posizione assunta nel processo produttivo, non per limiti culturali – a ricostruire l’insieme delle relazioni sociali che stanno a fondamento della produzione complessiva, della politica, delle istituzioni (oltretutto complicate dalle dipendenze rispetto alle entità sovranazionali).
Un piccolo mondo che aveva dato vita (breve) a una piccola ideologia politica, in cui – in fondo – per far andar bene le cose bastava un po’ di “onestà” e “legalità”, di mano dura con delinquenti e corrotti (senza grandi distinguo tra reati da poveracci e pratiche di potere), un po’ di reddito di cittadinanza per i più sfortunati, ecc. E un’organizzazione in cui la decisione collettiva poteva essere affidata a una “piattaforma” rispetto alla quale – appunto – “uno vale uno”.
Abbiamo spesso affondato il bisturi della critica in questa ideologia da quattro soldi. Prevedendone – era molto facile, lo ammettiamo – il tracollo in breve tempo.
Non è un caso che il tracollo sia avvenuto alla prova del governo. Quando bisogna fare quel che si pensa, trasformare le idee (le illusioni) in azioni e si va a sbattere contro la durezza dei fatti, la complessità del reale, l’esistenza di avversari che hanno una visione e una dimensione internazionale, una strategia e un’infinità di tattiche.
“Uno vale uno” diventa ridicolo quando esci dalle discussioni “di principio” e devi nominare un ministro o qualunque altro ruolo. Esperienza e capacità diventano indispensabili, mentre per votare non servono.
Era successo lo stesso anche “a sinistra”, addirittura tra i “comunisti”, quando nella Rifondazione bertinottiana divenne dominante il motto “ognuno dice la sua”. E anche lì avevamo affondato il bisturi critico, individuando in una pratica presuntamente “democratica” il tumore dell’individualismo che rifiuta e impedisce di creare collettività.
Non ci stupisce, insomma, che l’offensiva del mainstream contro quel tipo di “populismo” sfrutti i punti debolissimi di quell’ideologia per affermare – al contrario – la “santità” del dominio dei “competenti”.
Ma si capisce anche che quell’odio per il “populismo” vela appena, e molto malamente, l’odio per il popolo. La classe dirigente, in questo momento e attraverso l’imposizione di Draghi alla guida di un governo senza opposizione – e senza alcun mandato elettorale, si sarebbe detto fino a dieci giorni fa – può finalmente rivendicare di aver diritto al potere assoluto sulla massa dei cittadini, “sulla plebe”, che deve restare sotto il tallone e non fiatare più.
È il modo in cui si concretizzano i pensosi editoriali sull’”epistemocrazia” (il “governo dei filosofi”, diceva Platone) o esplicitamente sull’”aristocrazia” (Eugenio Scalfari, ma non solo).
E ovviamente il “merito” e i “competenti” di cui si tessono le lodi sono sempre e solo funzionari del “pensiero unico neoliberista”, attivi a Bruxelles o nella Banca d’Italia, in Confindustria o alla Bocconi, ecc.
Sono “competenti” che stanno dalla parte giusta, quella del capitale finanziario multinazionale. E non potrebbe essere altrimenti, se si sta formando il primo governo guidato direttamente dalla Troika (Draghi quello è stato, negli ultimi dieci anni).
Siamo troppo cattivi? Non ci sembra proprio. E facciamo un esempio concreto: la Grecia del primo governo Tsipras, nel 2015, aveva un ministro dell’economia mondialmente riconosciuto come “molto competente”. Yanis Varoufakis era in grado di capire cosa “gli organismi sovranazionali” – a partire dall’Unione Europea, dalla Bce e dal Fmi (la Troika, appunto) – pretendevano dal suo Paese. Ma, proprio per questo, “ostacolava con competenza”. Dunque andava rimosso e sostituito, in un governo addomesticato.
Naturalmente, quest’aria di restaurazione cambia anche “l’ambiente” in cui noi agiamo, i modi per costruire mobilitazione e creare una rappresentanza politica, un'”alternativa di sistema”.
La stagione “populista” è effettivamente finita e dunque anche molte formulazioni nate in quel clima oggi diventano inservibili, persino sul piano della semplice “comunicazione”. È il caso di prenderne atto molto rapidamente, perché la stagione che si va aprendo non lascia margini per illusioni e giochi di parole.
Fonte
Il mondo occidentale era nelle stesse condizioni. La pandemia galoppante stava lì a dimostrare che il neoliberismo in versione tedesco-anglossassone – quello che voleva “convivere con il virus” per mantenere in piedi l’economia – non reggeva il confronto con il “socialismo con caratteristiche cinesi” e neanche con le economie capitalistiche del Pacifico, che avevano limitato i danni economici (o addirittura erano cresciute, come Pechino) preoccupandosi di salvare la popolazione impedendo o tenendo sotto controllo i contagi.
Un modo sull’orlo dell’abisso, insomma, segnato dall’assalto suprematista a Capitol Hill, paradigmatico dei rischi che stavano precipitandoci sulla testa.
Poi la luce, la calma dopo la tempesta (ma non era prima?), il roseo futuro che ci attende con Biden alla casa Bianca e, soprattutto, con Mario Draghi a Palazzo Chigi (subito) e poi al Quirinale (tra un anno).
Chiaro che questa “calma” esiste solo nella comunicazione del media mainstream, mai come oggi “voce del padrone”. L’informazione, il giornalismo, non abitano più lì...
In quella cerchia è avvenuta istantaneamente la stessa “conversione”che ha stravolto i cosiddetti partiti. C’è ora un solo Partito Unico Liberale, che incarica non a caso i fascisti alla Meloni di fare l’”opposizione della corona” (con lo spazio riservato un tempo ai giullari di corte). E c’è un solo megafono mediatico a reti e testate unificate.
E c’è un solo messaggio: “è l’ora dei competenti, è l’ora del merito”. I più avvezzi alle questioni ideologiche sintetizzano così: “è la fine del populismo”. I più sguaiati infieriscono contro l’”uno vale uno”, indicando per nome e cognome gli “scappati di casa” che hanno avuto “il culo” di entrare in Parlamento con appena qualche decina di preferenze.
Si respira – diciamolo apertamente – un clima di restaurazione. Come all’inizio degli anni ‘80, dopo i 33 giorni alla Fiat e passando cinque anni dopo attraverso il referendum (perso) sulla scala mobile. La parola uscì di bocca a Gianni Agnelli, monarca di quel tempo.
Nella foia della restaurazione le parole stanno sempre per qualcos’altro. È così anche per l’odiato populismo.
Da talk show ed editoriali si può notare che viene fatta una distinzione netta. C’è quello della Lega, sguaiato e parafascista, ma accettabile e accettato perché espressione del mondo delle piccole e medie imprese, fino al commercio e al turismo. Un populismo padronale, votato da “gente perbene, che lavora, dal Nord produttivo” (dimenticando di proposito i voti rimediati grazie alle cordate para-malavitose, al sud come in Brianza...).
E si capisce che il vero bersaglio, fin dall’inizio, è stato il populismo grillino, un populismo da partite Iva, piccoli professionisti metropolitani, “autoimprenditoria” autosfruttata, ecc. Un mondo a metà strada tra il lavoratore dipendente tout court (occupato e disoccupato, pensionato o precario) e il sogno della “piccola impresa”.
Un mondo culturalmente sperduto nella complessità contemporanea, fatto di individui che non riescono – per la posizione assunta nel processo produttivo, non per limiti culturali – a ricostruire l’insieme delle relazioni sociali che stanno a fondamento della produzione complessiva, della politica, delle istituzioni (oltretutto complicate dalle dipendenze rispetto alle entità sovranazionali).
Un piccolo mondo che aveva dato vita (breve) a una piccola ideologia politica, in cui – in fondo – per far andar bene le cose bastava un po’ di “onestà” e “legalità”, di mano dura con delinquenti e corrotti (senza grandi distinguo tra reati da poveracci e pratiche di potere), un po’ di reddito di cittadinanza per i più sfortunati, ecc. E un’organizzazione in cui la decisione collettiva poteva essere affidata a una “piattaforma” rispetto alla quale – appunto – “uno vale uno”.
Abbiamo spesso affondato il bisturi della critica in questa ideologia da quattro soldi. Prevedendone – era molto facile, lo ammettiamo – il tracollo in breve tempo.
Non è un caso che il tracollo sia avvenuto alla prova del governo. Quando bisogna fare quel che si pensa, trasformare le idee (le illusioni) in azioni e si va a sbattere contro la durezza dei fatti, la complessità del reale, l’esistenza di avversari che hanno una visione e una dimensione internazionale, una strategia e un’infinità di tattiche.
“Uno vale uno” diventa ridicolo quando esci dalle discussioni “di principio” e devi nominare un ministro o qualunque altro ruolo. Esperienza e capacità diventano indispensabili, mentre per votare non servono.
Era successo lo stesso anche “a sinistra”, addirittura tra i “comunisti”, quando nella Rifondazione bertinottiana divenne dominante il motto “ognuno dice la sua”. E anche lì avevamo affondato il bisturi critico, individuando in una pratica presuntamente “democratica” il tumore dell’individualismo che rifiuta e impedisce di creare collettività.
Non ci stupisce, insomma, che l’offensiva del mainstream contro quel tipo di “populismo” sfrutti i punti debolissimi di quell’ideologia per affermare – al contrario – la “santità” del dominio dei “competenti”.
Ma si capisce anche che quell’odio per il “populismo” vela appena, e molto malamente, l’odio per il popolo. La classe dirigente, in questo momento e attraverso l’imposizione di Draghi alla guida di un governo senza opposizione – e senza alcun mandato elettorale, si sarebbe detto fino a dieci giorni fa – può finalmente rivendicare di aver diritto al potere assoluto sulla massa dei cittadini, “sulla plebe”, che deve restare sotto il tallone e non fiatare più.
È il modo in cui si concretizzano i pensosi editoriali sull’”epistemocrazia” (il “governo dei filosofi”, diceva Platone) o esplicitamente sull’”aristocrazia” (Eugenio Scalfari, ma non solo).
E ovviamente il “merito” e i “competenti” di cui si tessono le lodi sono sempre e solo funzionari del “pensiero unico neoliberista”, attivi a Bruxelles o nella Banca d’Italia, in Confindustria o alla Bocconi, ecc.
Sono “competenti” che stanno dalla parte giusta, quella del capitale finanziario multinazionale. E non potrebbe essere altrimenti, se si sta formando il primo governo guidato direttamente dalla Troika (Draghi quello è stato, negli ultimi dieci anni).
Siamo troppo cattivi? Non ci sembra proprio. E facciamo un esempio concreto: la Grecia del primo governo Tsipras, nel 2015, aveva un ministro dell’economia mondialmente riconosciuto come “molto competente”. Yanis Varoufakis era in grado di capire cosa “gli organismi sovranazionali” – a partire dall’Unione Europea, dalla Bce e dal Fmi (la Troika, appunto) – pretendevano dal suo Paese. Ma, proprio per questo, “ostacolava con competenza”. Dunque andava rimosso e sostituito, in un governo addomesticato.
Naturalmente, quest’aria di restaurazione cambia anche “l’ambiente” in cui noi agiamo, i modi per costruire mobilitazione e creare una rappresentanza politica, un'”alternativa di sistema”.
La stagione “populista” è effettivamente finita e dunque anche molte formulazioni nate in quel clima oggi diventano inservibili, persino sul piano della semplice “comunicazione”. È il caso di prenderne atto molto rapidamente, perché la stagione che si va aprendo non lascia margini per illusioni e giochi di parole.
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30/06/2020
Il concerto di Bob Marley non fu solo un concerto
Io c’ero, al concerto di Bob Marley allo Stadio Comunale di Torino, il 28 giugno del 1980. Non per la musica, che non amavo, bensì per l’importanza dell’evento.
Andai davanti ai cancelli dello stadio senza biglietto, ben sapendo che alcuni di loro erano controllati da “compagni” del Movimento, che conoscevo e che mi fecero, insieme ad altre centinaia di persone, entrare gratis.
Mi misi ai lati del prato, all’altezza del centro campo, non troppo distante dal palcoscenico, sotto il quale si era formata una nuvola di polvere dolciastra a causa del numero spropositato di “canne”.
Di quel concerto, ricordo il piacere di stare in mezzo a quella folla variegata di persone: quella diversità mi affascinava e, al contempo, mi turbava. Mi sembrava impossibile che l’euforia che la folla sprigionava fosse depressiva, sterile, incapace di trasformarsi in una grande eresia collettiva.
Lo ricordo davvero: tutto intorno a me stavano, con gli occhi dilatati dalla gioia, migliaia di persone, dei piccoli soli che splendevano senza però bruciare. Mi sembrava di assistere a una funzione mistica, a una sorta di rito collettivo della dimenticanza. Divinità dello sballo.
Stava per essere sferrato il colpo di grazia al grande movimento di trasformazione iniziato nel biennio 1968-69.
Soltanto alcuni mesi prima del concerto di Bob Marley, nell’ottobre del 1979, la Fiat licenziò 69 sindacalisti accusati di violenza e di contiguità con il terrorismo. Le accuse erano false – e tali si rivelarono anche in sede processuale; ma segnarono l’inizio della grande offensiva padronale contro i diritti dei lavoratori.
Nel maggio del 1980 la Fiat annunciò la cassa integrazione per 78mila operai e, nel mese di settembre, il licenziamento di oltre 14mila lavoratori. Iniziò uno sciopero eroico, durato 35 giorni, che culminò con la famigerata “marcia dei quarantamila” (quadri e impiegati che si mobilitarono contro lo sciopero) e con la firma di un accordo favorevole alla Fiat, che infatti fu contestato duramente dalla base.
Ricordo molto bene la manifestazione che si svolse, subito dopo la firma dell’accordo, davanti ai cancelli e che si spostò sino alla palazzina principale di Fiat Mirafiori, quella dei dirigenti. Fu una manifestazione molto dura, ma che portava a spasso, insieme alla rabbia, la certezza di una sconfitta epocale. Mille, forse duemila persone, non di più.
Nessuna nuvola dolciastra, quel giorno; e nessuna euforia. Cominciavano gli Anni 80, quelli “del riflusso”. E cominciava la ristrutturazione della società in chiave liberista.
Il concerto di Bob Marley non fu solo un concerto. Quella folla saltellante non si accorse dello schiaffo che, facendoci cadere malamente, ci consegnò a uno dei periodi più bui della nostra storia – che non a caso culminerà in due eventi anch’essi epocali: l’avvento della televisione commerciale, che contribuirà a degradare immaginario e linguaggio, e la precarizzazione del lavoro.
Cosa importa poi che il concerto sia stato piacevole?
Fonte
Andai davanti ai cancelli dello stadio senza biglietto, ben sapendo che alcuni di loro erano controllati da “compagni” del Movimento, che conoscevo e che mi fecero, insieme ad altre centinaia di persone, entrare gratis.
Mi misi ai lati del prato, all’altezza del centro campo, non troppo distante dal palcoscenico, sotto il quale si era formata una nuvola di polvere dolciastra a causa del numero spropositato di “canne”.
Di quel concerto, ricordo il piacere di stare in mezzo a quella folla variegata di persone: quella diversità mi affascinava e, al contempo, mi turbava. Mi sembrava impossibile che l’euforia che la folla sprigionava fosse depressiva, sterile, incapace di trasformarsi in una grande eresia collettiva.
Lo ricordo davvero: tutto intorno a me stavano, con gli occhi dilatati dalla gioia, migliaia di persone, dei piccoli soli che splendevano senza però bruciare. Mi sembrava di assistere a una funzione mistica, a una sorta di rito collettivo della dimenticanza. Divinità dello sballo.
Stava per essere sferrato il colpo di grazia al grande movimento di trasformazione iniziato nel biennio 1968-69.
Soltanto alcuni mesi prima del concerto di Bob Marley, nell’ottobre del 1979, la Fiat licenziò 69 sindacalisti accusati di violenza e di contiguità con il terrorismo. Le accuse erano false – e tali si rivelarono anche in sede processuale; ma segnarono l’inizio della grande offensiva padronale contro i diritti dei lavoratori.
Nel maggio del 1980 la Fiat annunciò la cassa integrazione per 78mila operai e, nel mese di settembre, il licenziamento di oltre 14mila lavoratori. Iniziò uno sciopero eroico, durato 35 giorni, che culminò con la famigerata “marcia dei quarantamila” (quadri e impiegati che si mobilitarono contro lo sciopero) e con la firma di un accordo favorevole alla Fiat, che infatti fu contestato duramente dalla base.
Ricordo molto bene la manifestazione che si svolse, subito dopo la firma dell’accordo, davanti ai cancelli e che si spostò sino alla palazzina principale di Fiat Mirafiori, quella dei dirigenti. Fu una manifestazione molto dura, ma che portava a spasso, insieme alla rabbia, la certezza di una sconfitta epocale. Mille, forse duemila persone, non di più.
Nessuna nuvola dolciastra, quel giorno; e nessuna euforia. Cominciavano gli Anni 80, quelli “del riflusso”. E cominciava la ristrutturazione della società in chiave liberista.
Il concerto di Bob Marley non fu solo un concerto. Quella folla saltellante non si accorse dello schiaffo che, facendoci cadere malamente, ci consegnò a uno dei periodi più bui della nostra storia – che non a caso culminerà in due eventi anch’essi epocali: l’avvento della televisione commerciale, che contribuirà a degradare immaginario e linguaggio, e la precarizzazione del lavoro.
Cosa importa poi che il concerto sia stato piacevole?
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