Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/06/2026
L’avvertimento mafioso di Zelenskij a Putin
Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all’aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio.
Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del ‘900 da Dmitrij Dontsov – non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.
Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d’altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all’angolo dagli eroici e forti ucraini.
Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage», ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra.
E continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”.
Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea. E quindi, rivolgendomi a loro, voglio dire: compagni soldati e marinai, compagni sottufficiali e marescialli, compagni ufficiali, ammiragli e generali, l’intero paese guarda a voi, l’intero paese è orgoglioso di voi e ripone in voi la sua speranza. Al lavoro, fratelli!».
Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d’uopo, “vallo militare” a difesa della seconda.
Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all’adesione dell’Ucraina all’entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l’Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino.
Ad Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.
Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l‘esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare.
Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l’Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell’incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell’Ucraina.
Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni “difficili” riguardo all’operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l’attuazione degli accordi.
In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini...
Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L’obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull’Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi».
Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall’aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk.
Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l’Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all’altra».
Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l’ha ereditata. All’inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti».
In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la “flotta ombra”, che vengono poi mascherati come attacchi ucraini.
In questa cornice, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l’operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall’inizio».
Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione.
Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli».
Secondo l’ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all’Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».
Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d’affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” – o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l’Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia.
Quindi, dice l‘ex ufficiale dell’intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica.
I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate».
Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l’ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».
A oggi, dice Bezrukov, la Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l’escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l’escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro».
Secondo Bezrukov, la “seconda fase critica” della guerra sarà l’Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l’obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l’Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».
Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.
Fonte
14/05/2026
Memoria selettiva e riscrittura del passato nella Russia contemporanea
di Gioacchino Toni
Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00
«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente». Così, in quarta di copertina, viene presentato il volume Il Paese di Putin (2026) in cui Gian Piero Piretto, analizzando una serie di parole chiave della cultura russa, indaga come, sfruttando le disillusioni che non hanno tardato a manifestarsi nella Russia postsovietica, gli attuali detentori del potere abbiano operato un recupero selettivo del passato e una sua riscrittura al servizio della costruzione di un immaginario loro utile.
Non si tratta di un processo del tutto nuovo, avverte Piretto. Mentre la cultura nel periodo rivoluzionario sovietico, intenzionata a creare un nuovo mondo, si era focalizzata sulla cancellazione del passato senza operare un vero e proprio processo di riscrittura, sotto Stalin si è data una vera e propria rivisitazione della storia, contemplante una riscrittura dalla stessa rivoluzione volta a neutralizzarne diverse componenti utopistiche, ricorrendo ad aspetti della cultura russa pererivoluzionaria utili al nuovo corso politico. Analogamente, la politica putinina ha operato una ripresa e una riscrittura di termini e concetti chiave della cultura russa, sia sovietica che presovietica, a proprio uso e consumo.
Nel volume Piretto passa in rassegna venti termini di cui indaga il processo di ripresa e risignificazione dedicandovi altrettanti capitoli: Prostór (Spazio sconfinato); Juródivyj (Folle in Cristo); Stránnik (Pellegrino eterno); Rússkaja dušá (Anima russa); Toská (Malinconia, struggimento, angoscia); Chandrá (Spleen, male di vivere); Sobórnost’ (Unità nella molteplicità); Smirénie (Remissiva accettazione, umiltà interiore); Ikóna (Icona); Rússkaja idéja (Idea russa); Rússkij mir (Mondo, pace, comunità russa); Póšlost’ (Volgarità etica, banalità); Chámstvo (Arroganza gratuita); Nostal’gíja (Nostalgia per il passato); Pobéda (Vittoria); Byt (Peso della quotidianità, atteggiamento comportamentale); Stabíl’nost’ (Stabilità); Monumentál’nyj patriotízm (Patriottismo monumentale); O glávnom (A proposito di ciò che conta); Bátjuška (Caro padre (padrone)).
L’intenzione dell’autore, come lui stesso tiene a sottolineare, non è decretare quali di questi termini siano “autentici” e quali “mistificati”, tantomeno proporre una sorta di controdizionario della Russia attuale, bensì «mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo» (p. 227).
Nel capitolo dedicato al concetto di nostal’gíja, nostalgia per il passato, Piretto riporta alcuni esempi di come nella Russia contemporanea il potere abbia cavalcato il sentimento di nostalgia che ha coinvolto soprattutto la componente meno giovane della società alle prese con le disillusioni per il nuovo corso postsovietico. Del periodo sovietico, sottolinea Piretto, il rimpianto non riguarda l’ideologia comunista in sé, quanto piuttosto la stabilità, la sicurezza sociale e la prevedibilità che esso garantiva. Di fronte all’insoddisfazione per il dilagare di prodotti materiali e culturali occidentali estranei alla tradizione russa non ha tardato a farsi strada, tra i più anziani, un immaginario votato all’autarchia teso a rifugiarsi nel passato.
A testimonianza del rifugio nella nostalgia, l’autore riporta la messa in onda a cavallo del cambio di millennio di programmi televisivi musicali votati al recupero di vecchie canzoni e la riposizione di marchi e prodotti alimentari del passato preoccidentalizzato in cui alle preferenze estetiche si sovrappongono nostalgie emotive derivanti sopratutto dall’insoddisfazione per il presente. Il potere putiniano ha saputo sfruttare tale clima giocando la carta del recupero selettivo e risignificato tanto della vecchia Russia zarista quanto di quella sovietica, in questo ultimo caso piegando il senso di nostalgia non all’ideologia comunista ma alla sua estetica rassicurante in un clima di incertezza come quello attuale. In tal senso può essere letta la scelta del ministro degli Esteri Lavróv di presentarsi all’incontro Trump-Putin in Alaska con una felpa recante la scritta CCCP. Al mito trumpiano del recupero della grandezza di un tempo da parte statunitense, si affianca quello putiniano del recupero della grandezza della Russia di età sovietica. In entrambi i casi si è di fronte a forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato al servizio dell’esercizio del potere contemporaneo.
Nostalgia per un ordine allegorico perduto, contro il caos e l’indeterminatezza del presente. Grande investimento sulla retorica dei “nonni che hanno vinto la guerra”, come aveva fatto Stalin nel 1941 (rispetto alla guerra civile) per legittimare le politiche correnti con il recupero del modello di uno Stato forte e centralizzato, rivalutando i meriti di Stalin, sostenendo e investendo in un rimpianto per la potenza perduta e la stabilità simbolica, evitando però di recuperare il comunismo (soprattutto in chiave leniniana) (p. 138).
Nella Russia contemporanea in preda all’incertezza, l’URSS è divenuta un «contenitore simbolico fluido» in cui rifugiarsi, sia che la si pieghi a mito eroico o a feticcio estetico da rielaborare con ironia. Il ricorso a categorie tradizionali è utile al discorso ufficiale per reinventare un “senso comune”; il passato diviene mero arsenale simbolico da cui attingere per prospettare il futuro come un ritorno. «Gli individui provano nostalgia non per l’URSS reale o per la Russia imperiale, ma per la promessa di un futuro migliore che le rappresentazioni mitologiche di quelle realtà raffigurano» (p. 139).
A proposito del lemma pobéda, vittoria, Piretto tratteggia come è cambiata nel tempo la parata del 9 maggio introdotta da Stalin con cui, a partire dal 1945, viene celebrata la vittoria nella Grande guerra patriottica. Tornata per volere dello stesso Stalin giornata lavorativa già nel 1947, la festività viene reintrodotta nel 1965 aggiungendo l’esposizione sulla Piazza Rossa del vessillo della vittoria posto trionfalmente sul Reichstag di Berlino. Il protocollo introdotto da Stalin che prevede che il leader assista alla parata militare senza tradire emotività dall’alto della tribuna del Mausoleo di Lenin viene sostanzialmente mantenuto sino al 1985, quando Gorbačëv adotta atteggiamenti meno austeri nei confronti delle autorità straniere presenti.
A infrangere decisamente la tradizione è invece Putin nel 2005 quando, oltre a conferire un inedito significato nazionalistico al nastro di san Giorgio con i colori coincidenti con quelli del tricolore russo, si concede, insieme alla moglie, di sfilare con passo misurato su di un tappeto rosso steso sulla piazza palesando un atteggiamento di superiorità nei confronti degli ospiti stranieri allineati ad attenderlo, inaugurando una strategia di esibizione ripetuta nel corso dei suoi insediamenti presidenziali. Nonostante le modifiche al cerimoniale tradizionale, la parata di Putin può dirsi a tutti gli effetti all’insegna della nostalgia sovietica, con tanto di canti, uniformi e bandiere del periodo della guerra ed esibizione dei pochi veterani ancora in vita. Una messa in scena studiata per omaggiare la potenza della vecchia Unione sovietica e coloro che erano stati umiliati e dimenticati dal crollo del regime socialista. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, per quanto all’insegna di una certa sobrietà, i festeggiamenti si sono via via impregnati di quel nazionalismo e di quella esaltazione del sacrificio in guerra che si sarebbero palesati in maniera amplificata nel 2022 in una vera e propria mitologizzazione del “popolo vincitore”, alle prese con nuove prove.
A proposito del monumentál’nyj patriotízm, patriottismo monumentale, Piretto ricorda come la “propaganda monumentale” lanciata da Lenin nei primi anni di potere sovietico, finalizzata a rifondare l’immaginario collettivo in senso rivoluzionario con l’abbattimento dei vecchi miti imperiali, sia stata ripresa, con scopi parzialmente differenti, da Stalin negli anni Trenta. A sua volta lo stesso Putin ha ripreso la variante staliniana piegandola a un patriottismo che «si presenta come una forma depurata e istituzionalizzata di nazionalismo, funzionale al controllo sociale e all’espansione geopolitica» (p. 173). A differenza del nazionalismo classico, però, sottolinea Piretto, in questo caso non si tratta soltanto di rivendicare «la superiorità del popolo russo, ma anche la centralità dello Stato come polo morale, storico e spirituale» (p. 174).
Nel 2005 il metropolita Kiríll, futuro patriarca, istituisce la giornata dell’Unità nazionale con riferimento alla storica liberazione del Cremlino dai polacchi del 1612 istituendo un parallelo con la vittoria della Grande guerra patriottica alla luce della comune spinta eroica e di massa e della solidarietà di fronte alle minacce di un nemico mortale enfatizzando la componente religiosa della festività volta a ricordare come il popolo russo abbia sempre combattuto con il sostegno di Dio. Una fusione tra religiosità e Stato all’insegna di una sorta di “teologia della guerra” «in cui sia la discesa in campo sia la vittoria sono percepite come convalide divine» (p. 175).
Sostanzialmente la nuova solennità del 4 novembre fu istituita per mettere in ombra la festività sovietica della Grande rivoluzione socialista d’ottobre che storicamente cadeva pochi giorni più tardi, il 7 dello stesso mese. La ricorrenza del 7 novembre non fu annullata, ma venne dedicata non già all’anniversario dell’ottobre 1917, bensì alla parata organizzata in quella ricorrenza da Stalin nel 1941 quando, nell’URSS già occupata da Hitler, i soldati sfilarono al suo cospetto sulla Piazza Rossa marciando verso il fronte (p. 175).
La vittoria sovietica contro i nazisti ha assunto un ruolo centrale nell’ideologia putiniana di grandezza russa con la figura di Stalin posta a simbolo di eroe di guerra per eccellenza.
Nel 2021, in occasione dell’inaugurazione a Pskov di un monumento ad Aleksánder Névskij, santo della Chiesa Ortodossa a cui si lega la vittoria contro gli svedesi nel 1240 e quella sui cavalieri teutonici del 1242, Putin ha parlato di lui come di un sovrano patriota custode della fede, delle tradizioni, della forza spirituale e morale del popolo. La figura di Névskij era stata celebrata anche da Stalin che aveva paragonato la sua guerra contro i cavalieri teutonici a quella condotta contro il nazismo rivendicando la «superiorità morale e identitaria della Russia rispetto al corrotto Occidente» (p. 177).
Piretto evidenzia come anche la roboante colonna sonora di Prokóf’ev composta per il film di Éjzenštéjn del 1938, commissionato da Stalin, dedicato alla figura di Névskij, sia stata utilizzata in chiave propagandistica contemporanea: il perentorio invito al popolo – “Levatevi, genti russe!” –, ripreso dalle parole della versione russa dell’Internazionale, lo si ritrova non solo nell’incipit di uno dei canti più importanti della Grande guerra patriottica contro il nazismo, risuonante ad ogni parata della vittoria putiniana, ma anche in una canzone di Shamán, celebrità del pop mistico-nazionalistico russo attuale, in cui si miscelano ortodossia religiosa, folklore e militarismo con espliciti rifermenti a sostegno dell’Operazione militare speciale in Ucraina. «Apologia della belligeranza e macabro culto glamour della morte: guerra e sacrificio della vita unificati nello spirito di una dimensione sacrale» (p. 179).
Putin crede nell’eccezionalità del “mondo russo” a partire dalla conversione ortodossa di Vladímir il Grande nel 988. Disprezza l’ideologia marxista, convinto che la rivoluzione leninista abbia distrutto l’Impero russo. Da una decina d’anni, in occasione delle manifestazioni sulla Piazza Rossa, il Mausoleo di Lenin viene mimetizzato con strutture e pannelli scenografici spesso finalizzati a ospitare la tribuna d’onore e, al contempo, a dissimulare la presenza del monumento (p. 180).
Mentre si è appropriato, selettivamente, di componenti dell’estetica sovietica, Putin ha fatto di tutto, scrive Piretto, per deideologizzare Lenin, in quanto simbolo del comunismo sovietico, a favore di Stalin e di altre figure del passato remoto russo. Non è pertanto un caso se, in Russia, dal Duemila a oggi sono state erette più di cento statue in onore di Stalin e si sono moltiplicati gli omaggi a personaggi impresentabili del passato come nel caso dell’enorme monumento a Iván il Terribile innalzato a Vólogda il 4 novembre del 2025, in occasione del giorno della festa per l’unità nazionale. Il tono assertivo di questi monumenti volti a celebrare personalità del passato russo, sostiene Piretto, mostra il procedere per semplificazioni della storia attraverso operazioni di decontestualizzazione e ricontestualizzazione di eventi e personaggi ad uso del presente e di chi lo governa.
A dare il senso dell’utilizzo politico propagandistico delle religione è il processo di risignificazione dell’ikóna, icona, a cui si assiste da qualche tempo in Russia. Per quanto, puntualizza Piretto, il particolare rapporto nei confronti delle icone che caratterizza l’universo russo non fosse venuto meno nemmeno durante l’epoca sovietica, indubbiamente con la fine dell’URSS la Chiesa ortodossa, insieme all’amor di patria, ha assunto sempre più il ruolo di custode della tradizione e dell’identità russe facendo di essa un interlocutore privilegiato della politica contemporanea di matrice smaccatamente nazionalistica.
La pratica religiosa nella Russia di oggi, strizza l’occhio alla gestione governativa, alimenta una religiosità popolare facile da gestire e carica di simbolismo che oppone, ancora una volta, l’unicità della “Russia spirituale” all’Occidente secolarizzato. Emozione, pàthos e orgoglio nazionale: il sacro diventa strumento emotivo e performativo (p. 96)
La Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kiríll, con le sue concessioni a forme di religiosità legate alla superstizione popolare non in linea con la teologia ufficiale, in cui si accavallano elementi pagani al credo cristiano, ha assunto un ruolo politico sempre più importante nella Russia contemporanea, non a caso le argomentazioni teologiche e morali a sostegno dell’intervento russo in Ucraina portate dal patriarca – che ha esplicitamente parlato di “guerra santa” e di “lotta spirituale” a difesa della fede – sono state riprese dallo stesso Putin che, in occasione del Natale ortodosso del 2026, ha esplicitamente fatto riferimento alla “missione sacra per conto del Signore” portata avanti, da sempre, dai soldati russi. In un tale contesto il culto delle icone ha acquisito valenze politiche ben distanti da quelle primigenie, piegandosi al rafforzamento del potere temporale fino a suggerire che «la leadership di Putin sia non solo politica ma anche spiritualmente ratificata» (p. 102). Frequentemente a fare da sfondo ai comizi politici e agli spettacoli patriottici troneggiano gigantografie di antiche icone così da «ribadire il legame di quanto succede sul palco con la sacralità della nazione e di chi la rappresenta» (p. 102).
Concludendo, stando al volume di Piretto, l’operazione di eclettica riscrittura di termini/concetti tradizionali in funzione della propaganda contemporanea, li ha allontanati dalle radici storiche, materiali, politiche e culturali da cui sono sorti e dalla stratificazione che li ha plasmati nel corso del tempo, riducendoli, spesso, a slogan grossolani, volti a preservare il potere, che parlano all’emotività di un popolo che, paradossalmente, anziché riappropriarsi della storia materiale e culturale che gli è stata sottratta, attraverso tale processo, ne viene ulteriormente privato.
09/02/2026
Putin visto dai cinesi
Come? Estromettendo dal potere gli avversari politici, lottando contro i separatismi (vedi quello ceceno), attirando investimenti dall’estero e promuovendo l’economia. Quando si dice che Putin rafforzò il potere statale sull’economia (spegnendo quello degli oligarchi e lottando contro corruzione e delinquenza) se ne fa un epigono della politica di sviluppo cinese; lo stesso avviene quando se ne fa un paladino dello sviluppo mondiale multipolare.
Non una parola è spesa sul caso ucraino. In sostanza, si presenta il presidente russo come una figura politica con tutte le carte in regola per essere un leader carismatico alleato di provata fede della Cina.
D’altra parte nella Cina contemporanea solo i nonni conservano forse qualche ricordo ancora del ‘revisionismo sovietico’ o degli scontri militari con la Cina sull’Ussuri del 1969 e questa consonanza politica, economica e valoriale fra Russia e Cina non suscitano alcuna sorpresa (GC).
Vladimir Vladimirovič Putin è un’eminente figura politica russa e un attore chiave sia per la politica russa sia per gli equilibri politici mondiali.
Nato il 7 ottobre 1952 a Leningrado, in URSS (oggi San Pietroburgo, Russia), in una famiglia operaia, mostrò fin da piccolo un carattere tenace e competitivo e sviluppò un forte interesse per lo sport, in particolare per il judo. Grazie al proprio impegno divenne un esperto judoka; questa esperienza contribuì a dargli un fisico robusto e una volontà indefettibile.
Nel 1975, Putin si laureò in giurisprudenza all’Università di Leningrado, con specializzazione in diritto internazionale. Dopo la laurea entrò nel KGB (Comitato per la Sicurezza dello Stato Sovietico), dando inizio a una carriera da agente che sarebbe durata 16 anni. In questo periodo, ricevette una formazione rigorosa e accumulò una vasta esperienza di controspionaggio, operando a Leningrado, Mosca e nella Germania Orientale, che non solo affinò le sue capacità di reazione e decisionali, ma gli permise anche di acquisire una profonda comprensione della politica internazionale e delle questioni della sicurezza.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Putin tornò nella sua città natale, San Pietroburgo, ed entrò in politica sotto la guida del suo mentore, Anatolij Sobčak. Ricoprì allora vari incarichi, fra cui quelli di consigliere del sindaco di San Pietroburgo e di presidente del Comitato per le Relazioni con l’Estero, contribuendo ad attrarre gli investimenti stranieri e a promuovere la cooperazione internazionale.
In questo periodo sanpietroburghese, Putin dimostrò notevoli capacità organizzative e assunse uno stile di lavoro pragmatico, contribuendo in modo significativo allo sviluppo economico locale. Ad esempio, riuscì a favorire la realizzazione di diversi grandi progetti di cooperazione internazionale, attirando ingenti capitali e tecnologie nelle casse cittadine e rafforzandone l’influenza a livello internazionale. Nel 1996, dopo la sconfitta di Sobčak alle elezioni comunali, Putin lasciò San Pietroburgo e proseguì la sua carriera a Mosca.
Nel 1997 Putin entrò a lavorare nell’Amministrazione degli Affari Presidenziali della Federazione Russa e poco dopo fu nominato vicedirettore dell’Ufficio del Presidente e direttore dell’Ispettorato Generale. Nel 1998 Boris Eltsin lo nominò direttore del Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa (FSB); questa nomina segnò l’ingresso ufficiale di Putin nel cuore del potere russo.
Nel ruolo di direttore dell’FSB, Putin avviò una profonda riorganizzazione dell’istituzione, intensificò la lotta contro la corruzione e la criminalità e rafforzò il sistema di sicurezza russo. Nel marzo 1999 fu nominato segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa e, nell’agosto dello stesso anno, primo vice primo ministro e primo ministro ad interim.
Il 31 dicembre 1999 Eltsin annunciò improvvisamente le proprie dimissioni e raccomandò Putin come presidente ad interim. Putin vinse poi agevolmente le successive elezioni presidenziali, dando inizio alla sua era di governo in Russia.
Quando Putin salì al potere, la Russia era angustiata da numerosi gravi problemi: la recessione economica, l’instabilità politica, la crescente minaccia dei separatisti ceceni. Putin adottò una serie di misure assai decise per stabilizzare la situazione.
Sul piano economico, promosse riforme mirate, rafforzò il controllo statale sull’economia, contrastò il potere degli oligarchi, favorì la ristrutturazione economica e stimolò la ripresa e lo sviluppo dell’economia russa.
Sul piano politico, rafforzò la centralizzazione del potere, ridusse l’influenza delle autorità locali, riorganizzò l’ordine politico e ristabilì l’autorità dello Stato russo.
Per quanto riguarda la questione cecena, Putin combatté con fermezza i movimenti separatisti e, attraverso le due guerre di Cecenia, riuscì a riportare la situazione sotto controllo, preservando l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Russia.
Entrato nel XXI secolo, Putin continuò a varare riforme e a promuovere lo sviluppo. Prestò particolare attenzione allo sviluppo della tecnologia, dell’istruzione e di altri settori strategici, rafforzando la capacità complessiva del Paese.
In politica estera, Putin riorientò attivamente la strategia diplomatica della Russia, consolidò la cooperazione con i Paesi vicini e partecipò attivamente agli affari internazionali, elevando così la posizione della Russia sulla scena mondiale. Promosse la collaborazione con l’Unione Europea, la Cina e altre nazioni o regioni, giocando un ruolo significativo a livello internazionale.
Ad esempio, la Russia stabilì con l’UE un partenariato strategico e con la Cina una partnership strategica globale; queste collaborazioni portarono vantaggi economici e aumentarono l’influenza della Russia nel contesto della politica internazionale.
Nel 2012 Putin fu nuovamente eletto presidente della Russia. In quel periodo il Paese affrontava nuovi problemi, come le fluttuazioni dei prezzi internazionali del petrolio, le sanzioni occidentali e le tensioni sociali interne. Putin adottò una serie di misure per farvi fronte, promuovendo lo sviluppo economico diversificato, rafforzando le infrastrutture interne e migliorando il livello di sicurezza sociale. Allo stesso tempo, continuò a sostenere una politica estera indipendente, opponendosi con fermezza alle ingerenze e ai conati egemonici dei Paesi occidentali, difendendo gli interessi nazionali della Russia e la giustizia internazionale.
Per la Russia, Putin rappresenta un punto di riferimento storico. Ha guidato il Paese fuori dalle difficoltà post-sovietiche, promuovendo la ripresa economica e lo sviluppo e rafforzando la posizione e influenza nazionali a livello internazionale. Ha rinsaldato l’autorità politica dello Stato e rafforzato l’unità e la stabilità nazionali.
A livello mondiale, Putin riveste un ruolo altrettanto significativo. È una figura influente sulla scena politica internazionale; il suo stile diplomatico deciso e la politica estera indipendente hanno avuto un impatto profondo sugli equilibri geopolitici. Ha promosso lo sviluppo di un mondo multipolare, opponendosi all’unilateralismo e all’egemonia, contribuendo in maniera attiva al mantenimento della pace e della stabilità globale.
Una delle tante biografie dedicate a Putin, quella di Qi Xuan (Pechino, 2023), condivide i toni del testo di Baidu, aggiungendovi solo un po’ di colore.
Allora, Putin cita volentieri Pietro il Grande: «Sono fiero di essere nato in Russia!». Egli anela: «Voglio restare al potere per sempre e riportare la Russia al vertice del mondo!». Promette: «Dedicherò tutte le mie energie della vita a difendere la Russia e a servire il popolo!». Sogna: «Spero che un giorno i russi possano dire: siamo orgogliosi di essere nati in Russia!».
Da primo ministro a presidente, poi di nuovo primo ministro, fino alla sua terza elezione a presidente, incarna una leggenda senza precedenti nella politica internazionale. Dichiarato con audacia: «Datemi vent’anni e vi restituirò una Russia miracolosa!».
La politica è un campo irto di spine e pieno di trappole; chi prende parte alla competizione dev’essere un maestro d’opera fina. Ebbene, in quest’arena di gladiatori provetti, Putin si muove come un pesce nell’acqua, ottenendo enormi successi: inizialmente, da funzionario misconosciuto, ha preso silenziosamente il controllo del potere supremo di uno dei Paesi più complessi, difficili e instabili del mondo. Inoltre, questo potere non è stato effimero, ma si protrae da dieci, vent’anni, creando un’epoca: l’era Putin.
Il governo di Putin, esercitato con il pugno di ferro, gli ha da un lato guadagnato le simpatie della popolazione russa, dall’altro gli ha attirato critiche di ogni tipo; né in patria né all’estero sono mancate voci di critica e persino di con-danna nei suoi confronti.
Dopo la rapida annessione della Crimea alla Russia nel 2014, il suo atteggiamento inflessibile verso i Paesi occidentali ha fatto esclamare a molti con allarme: “È un altro Hitler!” L’ex segretario di Stato americano Hillary Clinton commentò che il desiderio di Putin di proteggere i residenti di etnia russa nella penisola di Crimea ricordava la protezione dei tedeschi oltreconfine ostentata da Hitler prima della seconda guerra mondiale.
Putin commentò al riguardo: “Se qualcuno oltrepassa troppo il limite, spesso non è perché è forte, ma perché è debole”. La debolezza è infatti, agli occhi di Putin, un peccato mortale, in questo riflettendo l’orientamento valoriale della nazione russa.
“Per i russi, uno Stato forte non è un mostro estraneo, non è un nemico; al contrario, è la fonte e la garanzia dell’ordine, il fondamento di ogni rinnovamento. Attualmente, la chiave della rinascita e del vigoroso sviluppo della Russia risiede nel campo della politica statale. La Russia ha bisogno di un sistema di potere statale forte”.
Così Putin esprime la propria visione politica. In questo senso, è stato il popolo russo a scegliere Putin e la sua linea di fermezza. Putin continuerà presumibilmente a impegnarsi lungo questo cammino dei forti, fino a realizzare il suo ideale: riportare la Russia al vertice del mondo.
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02/01/2026
L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile
La vera notizia-bomba degli ultimi giorni è certamente il tentativo di Kiev di colpire una delle residenze ufficiali ed abituali del presidente russo con droni a lungo raggio.
La prima reazione simultanea ed “istintiva” dei media mainstream è stata quella di negare il fatto, in coda alle dichiarazioni di Zelenskij. Veniva assunta come “prova” l’assenza di una esibizione immediata di resti dei droni ucraini, sulla falsariga di quanto fatto tempo fa – coprendosi di ridicolo – dai servizi polacchi che avevano mostrato foto di uno pseudo-drone tenuto insieme con nastro adesivo placidamente parcheggiato sulla tettoria di una conigliera.
Inutile ricordare, agli “scienziati” dell’informazione padronale, che nella guerra contemporanea ogni oggetto volante – specie nelle zone di guerra – è visibile ai satelliti dal momento del lancio a quello dell’impatto (sul bersaglio o per l’intercettazione da parte della contraerea). Dunque la “prova regina” stava nei tracciati registrati dai satelliti russi, statunitensi, cinesi, inglesi, ecc.
Poi i russi hanno presentato comunque la foto di un drone abbattuto. La “narrativa” è cambiata – simultaneamente, per tutte le testate –: “non conta come prova, perché viene da Mosca” ( da dove altro sarebbe dovuta arrivare?).
A conferma, veniva qualche ora dopo presentata una ricostruzione della Cia – non proprio un “osservatore imparziale”, neanche sotto l’amministrazione Trump – secondo cui molti droni erano effettivamente partiti dall’Ucraina “in una direzione che comprendeva anche la residenza di Putin”, ma non si poteva dire con certezza se aveva come obiettivo la casa oppure un insediamento militare a 50 km di distanza. Un’ammissione di “compromesso”, per non dispiacere a nessuno o costringere la Casa Bianca a cambiare la sua impostazione diplomatica.
Fa niente. Basta titolare “la Cia smentisce Putin” e si può continuare come prima.
Siccome però il tentativo di “decapitare” una potenza nucleare con 6.000 testate non è un evento come gli altri, neanche in una guerra, i servizi russi hanno presentato alla controparte statunitense i chip contenenti i file con i piani di volo di uno dei droni abbattuti. Russia Today ha mandato in onda il video dell’incontro in cui il capo del GRU, Igor Kostyukov, consegna il controllore di volo del drone agli addetti militari dell’ambasciata statunitense a Mosca.
Niente dichiarazioni o chiacchiere da girare a piacimento, insomma, solo fatti e atti ufficiali. Sapendo perfettamente che la controparte dispone delle competenze e dei mezzi per verificare se i chip e i file sono stati “manipolati” oppure sono originali.
Naturalmente in una guerra come questa non ci sono “buoni” con cui identificarsi, però dobbiamo registrare che da questo lato della barricata – nel complesso euro-atlantico – c’è una evidente schizofrenia che riflette interessi e strategie diverse.
E se la divergenza di strategia tra “volenterosi europei” e amministrazione Trump è alla luce del sole, all’interno degli Stati Uniti sembra ancora viva una lotta tra parti di apparato ancora legati alla logica della “cordata Biden” (l’establishment democratico-repubblicano poi battuto alle elezioni) e i doveri d’obbedienza comunque dovuti al neo-presidente (right or wrong, my country).
Non perché il tycoon sia credibile come “pacifista” – basta vedere cosa sta combinando al largo del Venezuela, in Nigeria e soprattutto a Gaza – ma per una ragione strategica decisamente più importante: una volta che il contributo economico-militare statunitense all’Ucraina inizia a essere ridotto in modo significativo la prosecuzione “controllata” della guerra a spese dell’Europa può tornare ancora utile a Washington. In fondo può vendere armi, gas e petrolio ai paesi UE e contemporaneamente erodere ulteriormente la potenza di Mosca, obbligata comunque a dirottare una parte rilevante delle proprie risorse umane ed economiche nella guerra anziché su altri obiettivi.
Questa viscosità di interessi su più livelli spiega forse meglio di tanti “complottismi” perché non si prosegua più speditamente nelle trattative di pace. In fondo, il calcolo per gli ucraini – se avessero una leadership credibile – sarebbe presto fatto: meglio fermare la guerra cedendo quel che comunque verrebbe ceduto tra qualche mese, ad un prezzo più alto soprattutto sul piano umano, piuttosto che andare avanti senza più prospettive di “recupero”.
L’idea di provocare Mosca con attacchi “terroristici” tali da scatenare una risposta abnorme, che costringerebbe poi la Nato ad intervenire direttamente, ha un senso – folle – solo per menti non proprio equilibrate.
In pratica gli Stati Uniti ci guadagnano sia che la guerra si fermi, sia che vada avanti senza però arrivare al rischio di conflitto nucleare. I “volenterosi” europei (sempre meno, bisogna notare) spingono stolidamente per la prosecuzione perché non riescono a immaginare un “piano B” che consenta poi di tenere insieme 27 paesi in una quadro mondiale decisamente in trasformazione (gli Usa che privilegiano se stessi e il mondo “emergente” che ormai pesa quanto o più della vecchia Europa).
Sbagliare un titolo o un articolo, in questo guazzabuglio di interessi contrapposti ma contorti, è facilissimo. Chiaro però che, in una qualsiasi redazione, la cosa più semplice sia andare avanti a raccontar cazzate come si è sempre fatto, senza farsi venire il mal di testa per pensare...
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30/12/2025
Droni contro Putin, la mossa della disperazione
Ieri il “fatto” è stato decisamente grosso: 91 droni a lungo raggio ucraini hanno provato a raggiungere la residenza di Putin sul lago Valdai, nella regione di Novgorod, venendo comunque tutti abbattuti prima di arrivare sul bersaglio. Non è chiaro se tutti oppure solo una parte stessero puntando sulla villa presidenziale, ma non è ovviamente questo il problema centrale: l’Ucraina ha provato a colpire direttamente il presidente russo.
È seguita come al solito la smentita di Zelenskij, che l’ha definita la “classica menzogna russa”, ma era avvenuto lo stesso per ogni attentato compiuto contro figure più o meno importanti dell’establishment russo, dalla figlia di Dugin a diversi generali, poi rivendicati a mezza bocca o trionfalmente.
Sulla realtà o meno dell’attacco non c’è molto da discutere. Nella guerra contemporanea ogni oggetto che vola è tracciato contemporaneamente da entrambi i fronti grazie ai satelliti statunitensi, russi, inglesi, francesi, cinesi, ecc. Ergo, le smentite servono a fare un titolo di giornale pro o contro uno dei due contendenti, ma non possono trarre in inganno i vertici degli schieramenti in campo.
Se l’accusa di Mosca fosse davvero una menzogna, insomma, ogni rapporto con gli Stati Uniti sarebbe troncato immediatamente e invece Trump – che fra l’altro stava ricevendo il genocida Netanyahu definendolo “eroe” – ha fatto chiaramente capire di essere molto incazzato con gli ucraini: “L’ho saputo da Putin, ero molto arrabbiato. È un momento delicato. Una cosa è attaccare, perché loro attaccano. Un’altra cosa è attaccare la sua casa”.
Difficile che abbia parlato solo sulla base della telefonata col presidente russo... In fondo il presidente Usa è accompagnato giorno e notte da frotte di militari e capi-spioni pronti a fargli avere rapporti precisi su ogni cosa importante da sapere.
Quindi possiamo anche noi capire che l’attacco è sicuramente stato tentato – indipendentemente dal fatto che Putin fosse in quel momento presente o meno nella villa – e che questo complica maledettamente il percorso per arrivare ad una pace.
Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, professionista noto per misurare le parole, ha infatti annunciato che ciò comporterà una rappresaglia da parte di Mosca, oltre a pesare sulla posizione del Cremlino nei colloqui in corso. “Grazie” all’attacco “la posizione negoziale della Russia sarà riconsiderata”, ma non si ritirerà dai negoziati in corso con Washington. Tutti hanno immediatamente capito che le proposte russe al tavolo saranno meno “trattabili” e molto più sfavorevoli per Kiev.
La domanda è semplice: perché gli ucraini hanno lanciato questo attacco nelle stesse ore in cui Zelenskij stava discutendo con Trump del “piano” per arrivare alla fine della guerra?
La risposta non può che essere ipotetica, certo, ma fondata su precedenti solidi. L’unica incertezza è se Zelenskij abbia dato lui stesso l’ordine oppure, nella guerra tra bande che sta avvenendo in questo momento a Kiev tra gruppi di nazisti e corrotti (le due “qualità” convivono tranquillamente nelle stesse persone), qualcuno abbia voluto mettere a sua insaputa un tronco inaggirabile sul binario delle trattative, trattenendo anche lui da “cedimenti eccessivi”.
Le dichiarazioni rilasciate dall’ex attore in queste ore, però, fanno cadere questa seconda possibilità: ha ribadito infatti di “non voler parlare con Putin perché è il nemico”, di “non avere alcuna fiducia” nel presidente russo e di volere per questo garanzie che, una volta finita la guerra, “non tornerà ad attaccare” il suo Paese. E certo nessuno a Mosca ha dimenticato che pochi giorni fa aveva persino auspicato, in un discorso pubblico, la sua morte.
È dall’inizio della guerra che Kiev risponde alla lenta avanzata russa con “colpi ad effetto” che non cambiano minimamente l’equazione militare del conflitto ma appaiono contemporaneamente come mosse propagandistiche per far vedere alle capitali euro-atlantiche che si sta colpendo efficacemente e “provocazioni” che sollecitano una risposta russa “sproporzionata”. Tale insomma da far intervenire qualche membro della Nato – e gli Stati Uniti in primo luogo – direttamente nella guerra.
In questa “strategia”, però, non si può immaginare un punto più alto dell’attacco diretto a Putin, quindi l’ultima mossa possibile, quella della disperazione. A Mosca, presumibilmente, staranno perciò ragionando sulla “misura” della risposta, delineandone una sufficientemente ruvida da sconsigliare secondi tentativi ma non tale da interrompere definitivamente l’incerto percorso verso la pace.
C’è della follia semilucida nella strategia ucraina, che sembra copiare quella israeliana (verso cui “stranamente” fuggono quanti devono salvarsi dalle inchieste sulla corruzione) all’interno di rapporti di forza però completamente rovesciati.
Anche Israele ha rotto una regola non scritta quando ha cercato di annientare, a Doha, la delegazione di Hamas inviata per le trattative con Tel Aviv. E da sempre Israele usa gli attentati mirati per eliminare le figure apicali degli innumerevoli nemici che si è andata procurando nel tempo (palestinesi, Hezbollah, Iran, siriani, ecc.).
Ma Israele è una potenza nucleare, per quanto piccola, e ben tutelata dall’imperialismo statunitense. E si misura o con nemici pressoché disarmati come i palestinesi, o con avversari in crescita ma ancora sotto la soglia della parità strategica (nucleare, appunto).
I nazisti di Kiev sono nella situazione opposta. E quindi tutti i loro sforzi appaiono mirati a stimolare interventi “alleati” in grado di compensare questa evidente minorità.
Ma vale anche una considerazione leggermente più sottile: sono alcuni degli “alleati” a stimolare questa strategia per avere la possibilità (la legittimità fornita dal consenso politico interno) di intervenire. E qui diventa chiaro che con l’amministrazione Trump il gioco è un po’ cambiato, con gli Usa che provano a sfilarsi – per andare a rompere le scatole da altre parti, come si vede in America Latina – e i “volenterosi” europei che cercano ancora di “trattenerli” nel conflitto, anche a costo di scatenare reazioni incontrollabili.
L’ombra di Boris Johnson che corre a Kiev per stracciare l’accordo raggiunto con i russi a Istanbul, nel 2022, aleggia ancora sul disgraziato popolo ucraino. Centinaia di migliaia di morti dopo, sta ancora lì. E pretende altri sacrifici.
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12/12/2025
“La Russia appoggia il Venezuela”
«Vladimir Putin ha espresso la sua solidarietà al popolo venezuelano e ha ribadito il suo sostegno alla politica del Governo di N. Maduro, orientata alla difesa degli interessi nazionali e della sovranità in un contesto di crescente pressione esterna», si legge nel comunicato diffuso questo giovedì dal Governo russo.
La nota precisa che i due leader hanno scambiato opinioni su un ulteriore sviluppo delle relazioni tra Russia e Venezuela nell’ambito dell’Accordo di Associazione Strategica e Cooperazione entrato in vigore nel novembre 2025.
Il trattato stabilisce, in particolare, che le due nazioni si oppongono fermamente alle misure coercitive e restrittive unilaterali, incluse quelle di carattere extraterritoriale, che costituiscono una violazione della Carta delle Nazioni Unite e di altre norme e principi generalmente riconosciuti dal diritto internazionale.
Nel frattempo, da Caracas hanno informato che il capo di Stato venezuelano «ha informato il suo omologo russo sul progresso sostenuto del Venezuela, che sta vincendo la battaglia per la pace, la crescita economica e la stabilità sociale, e ha sottolineato che il paese si proietta per guidare la crescita economica regionale del 9% quest’anno, secondo le stime previste».
In un comunicato diffuso dal cancelliere venezuelano, Yván Gil, il Venezuela sottolinea che «Putin ha ribadito che i canali di comunicazione diretta tra le due nazioni rimangono aperti in modo permanente, e ha assicurato che la Russia continuerà a sostenere il Venezuela nella sua lotta per far valere la propria sovranità, il diritto internazionale e la pace in tutta l’America Latina, mettendo a disposizione la propria capacità diplomatica per rafforzare la cooperazione in queste materie essenziali».
Inoltre, è emerso che durante lo scambio, entrambi i mandatari hanno confermato la disponibilità ad avanzare nell’implementazione di progetti bilaterali negli ambiti economico, energetico, finanziario e culturale, consolidando così l’alleanza strategica che mantengono Mosca e Caracas.
Russia e Venezuela hanno reiterato il loro interesse ad ampliare la cooperazione nel settore petrolifero e del gas, ambito chiave per entrambi i paesi. Sono stati discussi meccanismi per rafforzare il commercio bilaterale e alternative di finanziamento che evitino le restrizioni derivanti da sanzioni internazionali. Allo stesso modo, è prevista l’intensificazione degli scambi culturali ed educativi, come parte della diplomazia dei popoli.
La cooperazione tra Mosca e Caracas si riflette in più di 350 documenti bilaterali sottoscritti con l’obiettivo di stabilire un’alleanza strategica tra le due nazioni. Gli ultimi sono stati sottoscritti lo scorso giovedì 27 novembre, occasione in cui sono stati siglati 42 nuovi accordi di cooperazione durante la XIX Riunione della Commissione Intergovernativa di Alto Livello (CIAN), svoltasi in forma virtuale. Tutti rientrano nel quadro del sopraccitato Trattato di Associazione Strategica e Cooperazione firmato tra i due paesi e ratificato dai rispettivi Parlamenti.
La telefonata avviene in un contesto di escalation regionale, in seguito al sequestro di una petroliera da parte degli Stati Uniti nelle acque costiere del Venezuela, atto che Caracas ha denunciato come un “furto sfacciato e pirateria internazionale”.
Parallelamente, il cancelliere russo, Sergej Lavrov, ha chiesto spiegazioni a Washington per questa azione unilaterale, sostenendo un dibattito collettivo sulla sicurezza marittima. L’alleanza russo-venezuelana si consolida così come un contrappeso geopolitico, mentre gli USA mantengono uno spiegamento militare significativo nella zona.
Tutto ciò mentre operazioni militari statunitensi nei Caraibi e nel Pacifico orientale contro imbarcazioni civili, presumibilmente legate al traffico di sostanze illecite, hanno causato almeno 87 morti dal settembre 2025, a seguito di esecuzioni extragiudiziali e illegali documentate da organizzazioni locali e internazionali.
Fonte
19/09/2025
Cosa si pensa nel resto del mondo? Intervista cinese a Putin
Peggio ancora, non sappiamo praticamente nulla di quel che si pensa – e come, e perché lo si pensa – al di fuori degli ormai ristretti confini dell’area euro-atlantica.
L’ammissione involontaria arriva dagli stessi gazzettieri-propagandisti che riempiono i media nostrani con titoli come “cosa c’è nella mente di Putin”, “cosa vuole Xi Jinping”, e naturalmente tutti gli altri che preoccupano appena meno.
Non possiamo garantirvi una copertura completa o sistematica, ma cominciamo a darvi qualche informazione in più, grazie in questo caso a Silvana Sale che ha tradotto un’intervista di Xinhua a Vladimir Putin, fatta poco prima della grande parata del 3 settembre per l’80esimo anniversario della vittoria cinese sull’invasore giapponese.
Come dovrebbe esser noto, non è un personaggio che ci stia particolarmente simpatico (è salito ai vertici con Eltsin, quando veniva distrutta l’Unione Sovietica), ma forse è più attendibile conoscere il suo pensiero direttamente da lui piuttosto che attendere le invenzioni degli “indovini” spiaggiati nelle redazioni del Corriere o di Repubblica.
In fondo, ci piaccia o no, è il presidente di una superpotenza nucleare con alcune migliaia di testate operative... È meglio farsene un’idea realistica, invece che raccontarsi scemenze e crederci pure...
Ecco l’intervista integrale rilasciata da Vladimir Putin all’agenzia Xinhua, pubblicata da China Daily il 30 agosto 2025.
Xinhua: A maggio di quest’anno, il presidente cinese Xi Jinping ha fatto visita allo Stato russo e ha partecipato alle celebrazioni per l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, un evento di grande successo.
La tua visita in Cina è imminente: quali sono le tue aspettative? Negli ultimi dieci anni, tu e Xi avete mantenuto stretti contatti, guidando il costante sviluppo delle relazioni bilaterali. Come descriveresti Xi Jinping come leader?
Putin: Certo, la visita del nostro amico, il presidente cinese Xi Jinping, in Russia a maggio è stata un successo clamoroso, ha attirato ampia attenzione internazionale ed è stata molto apprezzata nel nostro Paese. La sua presenza ha coinciso con una data sacra per noi – l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica – conferendo un profondo significato simbolico allo sviluppo delle relazioni russo-cinesi. Riaffermiamo la scelta strategica dei nostri popoli per rafforzare le tradizioni di buon vicinato, amicizia e cooperazione mutuamente vantaggiosa e duratura.
Il leader cinese è stato l’ospite d’onore principale alle celebrazioni a Mosca. Durante i nostri colloqui ad alto livello, abbiamo tenuto discussioni molto produttive su questioni chiave della cooperazione bilaterale. Il risultato è stato una dichiarazione congiunta e la firma di un importante pacchetto di documenti bilaterali.
Presto, su invito del presidente Xi, farò visita di ritorno in Cina. Attendo con grande piacere di visitare la città di Tianjin, che ospiterà il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) sotto la presidenza cinese.
Ci aspettiamo che il vertice dia un forte nuovo slancio all’Organizzazione, ne rafforzi la capacità di rispondere alle sfide e alle minacce contemporanee e consolidi la solidarietà nel nostro spazio eurasiatico condiviso. Tutto ciò contribuirà a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare.
Per quanto riguarda i colloqui russo-cinesi, avranno luogo a Pechino. Non vedo l’ora di avere approfondite discussioni con il presidente Xi Jinping su tutti gli aspetti della nostra agenda bilaterale, incluse cooperazione politica e sicurezza, nonché legami economici, culturali e umanitari. Come sempre, scambieremo opinioni su questioni regionali e internazionali urgenti.
A Pechino renderemo omaggio al gesto eroico comune dei nostri padri, nonni e bisnonni, che insieme sconfissero il Giappone militarista, ponendo la parola fine alla Seconda Guerra Mondiale. Onoreremo la memoria di coloro che sigillarono con il loro sangue la fratellanza tra i nostri popoli, difesero la libertà e l’indipendenza dei nostri Stati e garantirono il diritto al libero sviluppo sovrano.
Xi Jinping tratta la storia del suo Paese con il massimo rispetto; lo so per esperienza personale. È un vero leader di una grande potenza mondiale, un uomo di forte volontà, dotato di visione strategica e di una prospettiva globale, saldo nel difendere gli interessi nazionali. Per la Cina è eccezionalmente importante che una figura di tale calibro guida il Paese in questo momento cruciale negli affari internazionali.
Il presidente cinese è un esempio per il mondo di cosa dovrebbe essere oggi un dialogo rispettoso ed equo con partner esteri. In Russia apprezziamo profondamente l’impegno genuino del leader cinese nell’avanzare la nostra partenership complessiva e cooperazione strategica.
Cina e Unione Sovietica, principali teatri della guerra in Asia e in Europa, sostennero enormi sacrifici e diedero un contributo significativo alla vittoria nella lotta globale contro il fascismo.
Qual è, secondo te, l’importanza di preservare la memoria di quella Vittoria nel contesto internazionale odierno? Come dovrebbero Cina e Russia difendere insieme quella memoria storica in un momento in cui certe forze internazionali tentano di distorcerla?
Come ho già detto, quest’anno, insieme ai nostri amici cinesi, celebriamo l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica e della capitolazione del Giappone militarista, che segnarono la fine della Seconda Guerra Mondiale.
I popoli dell’Unione Sovietica e della Cina sopportarono il peso maggiore dei combattimenti e subirono le perdite più gravi. Furono i nostri cittadini a patire le sofferenze più atroci nella lotta contro gli invasori e a giocare un ruolo decisivo nella sconfitta del nazismo e del militarismo.
Durante quelle dure prove si forgiarono le tradizioni più nobili di amicizia e mutuo soccorso, tradizioni che oggi costituiscono una solida base per le relazioni russo-cinesi.
Ricordo che già negli anni ’30, quando il Giappone intraprese in modo infido una guerra d’aggressione contro la Cina, l’Unione Sovietica stese una mano amica al popolo cinese.
Migliaia dei nostri ufficiali veterani prestarono servizio come consiglieri militari, aiutando a rafforzare l’esercito cinese e guidando le operazioni di combattimento. Piloti sovietici combatterono coraggiosamente al fianco dei loro fratelli d’armi cinesi.
Tra ottobre 1937 e giugno 1941, l’URSS fornì alla Cina 1.235 aerei, migliaia di pezzi d’artiglieria, decine di migliaia di mitragliatrici, oltre a munizioni, equipaggiamenti e rifornimenti.
La principale via di trasporto fu un corridoio terrestre attraverso l’Asia centrale fino allo Xinjiang, dove specialisti sovietici costruirono una strada in tempi record per garantire consegne ininterrotte.
Il resoconto storico non lascia alcun dubbio sulla scala e ferocia di quelle battaglie. Ricordiamo l’importanza dell’offensiva dei “Cento Reggimenti”, quando le forze comuniste cinesi liberarono un territorio con 5 milioni di abitanti dall’occupazione giapponese. Ricordiamo anche imprese impareggiabili da parte delle truppe e dei comandanti sovietici negli scontri con il Giappone presso il lago Khasan e il fiume Khalkhin Gol.
Nell’estate del 1939, il nostro leggendario comandante Georgy Zhukov ottenne la sua prima grande vittoria sulle steppe mongole, che in effetti prefigurò la successiva sconfitta dell’Asse Berlino–Tokyo–Roma.
Nel 1945, l’Operazione Strategica Offensiva della Manciuria ebbe un ruolo decisivo per liberare la Cina nord-orientale, alterare drasticamente la situazione in Estremo Oriente e rendere inevitabile la capitolazione del Giappone militarista.
In Russia non dimenticheremo mai che la resistenza eroica della Cina fu uno dei fattori cruciali che impedirono al Giappone di pugnalare alle spalle l’Unione Sovietica durante i mesi più bui del 1941–1942.
Ciò permise all’Armata Rossa di concentrare le sue forze sullo schiacciare il nazismo e liberare l’Europa.
La stretta cooperazione tra i nostri Paesi fu anche un elemento importante nella formazione della coalizione anti-Hitler, nel rafforzamento della Cina come grande potenza e nelle discussioni costruttive che plasmarono l’assetto postbellico e contribuirono a rivitalizzare il movimento anticoloniale.
È nostro sacro dovere onorare la memoria dei nostri connazionali che dimostrarono vero patriottismo e coraggio, sopportarono tutte le difficoltà e sconfissero nemici potenti e spietati.
Rinnoviamo il nostro profondo rispetto verso tutti i veterani e coloro che hanno dato la vita per la libertà delle generazioni future e per l’indipendenza dei nostri Paesi.
Siamo grati alla Cina per la sua attenta conservazione dei memoriali ai soldati dell’Armata Rossa caduti nelle battaglie per la liberazione della Cina.
Un atteggiamento tanto sincero e responsabile nei confronti del passato si contrappone nettamente alla situazione in alcuni Paesi europei, dove monumenti e tombe dei liberatori sovietici sono profanati in modo barbarico o distrutti, e fatti storici scomodi sono cancellati.
Vediamo che in certi Stati occidentali i risultati della Seconda Guerra Mondiale sono di fatto riveduti, e i verdetti dei tribunali di Norimberga e Tokyo sono apertamente ignorati.
Queste tendenze pericolose derivano da riluttanza ad ammettere la colpevolezza diretta dei predecessori delle élite occidentali odierne nell’innescare la guerra mondiale, e dalla volontà di cancellare pagine vergognose della propria storia, favorendo così revanscismo e neonazismo.
La verità storica è distorta e silenziata per adattarsi a agende politiche attuali. Il militarismo giapponese è riapparso sotto il pretesto di minacce immaginarie russe o cinesi, mentre in Europa, compresa la Germania, si compiono passi verso la rimilitarizzazione del continente, con scarsa attenzione ai parallelismi storici.
Russia e Cina condannano con decisione qualsiasi tentativo di distorcere la storia della Seconda Guerra Mondiale, di glorificare nazisti, militaristi e loro complici, membri di squadre della morte o assassini, o di diffamare i liberatori sovietici.
I risultati di quella guerra sono sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e in altri strumenti internazionali.
Sono inviolabili e non soggetti a revisione.
Questa è la nostra posizione condivisa e incrollabile, insieme ai nostri amici cinesi.
La memoria della lotta congiunta dei popoli sovietico e cinese contro il nazismo tedesco e il militarismo giapponese è per noi un valore duraturo.
Vorrei ribadire che la partecipazione di Xi Jinping alle commemorazioni russe dell’80° anniversario della Grande Vittoria ha avuto un profondo significato simbolico. Per celebrare l’80° anniversario della Vittoria dell’URSS nella Grande Guerra Patriottica, della vittoria della Cina nella Guerra di Resistenza contro l’Aggressione Giapponese e della fondazione delle Nazioni Unite, abbiamo firmato una Dichiarazione Congiunta per approfondire ulteriormente il Partenariato Strategico di Coordinamento per una nuova era tra Cina e Russia.
Questo documento fornisce una risposta consolidata dei nostri Paesi ai tentativi di alcuni Stati di smantellare la memoria storica dell’umanità e di sostituire i solidi principi dell’ordine mondiale e del dialogo forgiati dopo la Seconda Guerra Mondiale con il cosiddetto “ordine basato sulle regole”.
Negli ultimi anni, la cooperazione pratica tra Cina e Russia in settori quali energia, agricoltura, produzione automobilistica e infrastrutture ha prodotto risultati positivi e portato a nuove scoperte, mentre il commercio bilaterale ha raggiunto livelli record. Come valuta lo stato attuale della cooperazione pratica tra Cina e Russia? Quali sono i vostri piani per promuovere ulteriormente una cooperazione di alta qualità e reciprocamente vantaggiosa tra Cina e Russia?
Le relazioni economiche tra Russia e Cina hanno raggiunto un livello senza precedenti. Dal 2021, il commercio bilaterale è cresciuto di circa 100 miliardi di dollari. In termini di volume commerciale, la Cina è di gran lunga il principale partner della Russia, mentre lo scorso anno la Russia si è classificata al quinto posto tra i partner commerciali esteri della Cina.
Vorrei sottolineare che, mentre i dati commerciali sono denominati in dollari statunitensi, le transazioni tra Russia e Cina vengono effettuate in rubli e yuan, con la quota in dollari o in euro ridotta a una discrepanza statistica.
La Russia mantiene saldamente la sua posizione di principale esportatore di petrolio e gas verso la Cina.
Dall’entrata in funzione del gasdotto Power of Siberia nel 2019, le forniture cumulative di gas naturale hanno già superato i 100 miliardi di metri cubi.
Nel 2027, prevediamo di lanciare un’altra importante rotta del gas, la cosiddetta “Rotta dell’Estremo Oriente”. Stiamo inoltre collaborando efficacemente a progetti di GNL nella regione artica russa.
Continuiamo i nostri sforzi congiunti per ridurre le barriere commerciali bilaterali. Negli ultimi anni, è stata avviata l’esportazione di carne suina e bovina verso la Cina. Nel complesso, i prodotti agricoli e alimentari occupano un posto di rilievo nelle esportazioni russe verso la Cina.
I volumi degli investimenti bilaterali sono in crescita. Lo scorso anno, Russia e Cina hanno concordato un Piano aggiornato per la cooperazione bilaterale in materia di investimenti. Quest’anno è stato firmato un nuovo Accordo sulla promozione e la protezione reciproca degli investimenti. Progetti congiunti su larga scala sono in fase di attuazione in settori prioritari.
I nostri Paesi collaborano strettamente nell’industria. La Russia è uno dei principali mercati mondiali per le esportazioni di automobili cinesi.
Allo stesso tempo, la produzione viene localizzata in Russia non solo per le auto cinesi, ma anche per gli elettrodomestici. Insieme, stiamo costruendo impianti di produzione e infrastrutture ad alta tecnologia. Abbiamo anche progetti su larga scala nel settore dei materiali da costruzione.
In sintesi, la cooperazione economica, commerciale e industriale tra i nostri Paesi sta progredendo in molteplici settori. Durante la mia prossima visita, discuteremo sicuramente di ulteriori prospettive di cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di nuove iniziative per intensificarla a beneficio dei popoli di Russia e Cina.
Quest’anno segna la conclusione degli anni di scambio culturale tra Cina e Russia. Durante questo periodo, i nostri Paesi hanno sviluppato un’ampia cooperazione nei settori dell’istruzione, del cinema, del teatro, del turismo e dello sport. Come valuta i risultati degli scambi e della cooperazione culturale e umanitaria tra Cina e Russia? Quali prospettive intravede per l’ulteriore promozione dei legami tra i popoli di Cina e Russia?
Le iniziative culturali e umanitarie bilaterali su larga scala contribuiscono in modo significativo a promuovere relazioni amichevoli.
L’Anno russo in Cina e l’Anno cinese in Russia (2006-2007) hanno riscosso un grande successo. I successivi anni tematici dedicati a Lingua, Turismo, Gioventù, Media, Cooperazione regionale, Sport, Scienza e Innovazione, lanciati in successione a partire dal 2009, hanno riscosso un’ampia risonanza pubblica.
Oggi, gli scambi culturali tra Russia e Cina continuano a svilupparsi dinamicamente. La Roadmap Russia-Cina per la cooperazione umanitaria fino al 2030, che comprende oltre 100 importanti progetti, viene costantemente implementata.
Vorrei sottolineare in particolare il successo dell’organizzazione degli Anni della Cultura Russia-Cina, tenutisi nel 2024-2025 in concomitanza con il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i nostri Paesi. Il ricco e variegato programma ha riscosso un’accoglienza entusiastica sia in Russia che in Cina.
Vorrei anche sottolineare che la parte russa ha avviato l’International Song Contest Intervision, previsto per il 20 settembre di quest’anno, e siamo lieti che i nostri partner cinesi abbiano mostrato vivo interesse per questo progetto.
Istruzione e scienza rimangono ambiti di cooperazione particolarmente promettenti. La mobilità accademica e i contatti interuniversitari continuano a crescere.
Oggi, oltre 51.000 studenti cinesi studiano in Russia, mentre 21.000 studenti russi studiano in Cina. A maggio, il Presidente Xi e io abbiamo concordato che il 2026-2027 sarà designato come “Anni di istruzione Russia-Cina”.
Anche la cooperazione in ambito scientifico, tecnologico e innovativo si sta espandendo, anche nella ricerca fondamentale e nei progetti di megascienza.
Ad esempio, l’Università Statale di Mosca e l’Università di Pechino prevedono di aprire un istituto congiunto per la ricerca fondamentale. Sosteniamo pienamente la creazione di laboratori moderni e centri avanzati in settori prioritari dell’alta tecnologia per rafforzare la sovranità tecnologica di Russia e Cina.
La produzione cinematografica è un altro vivace ambito di cooperazione.
A febbraio, il film d’avventura russo-cinese “Seta Rossa” è stato presentato in anteprima in Russia e ci aspettiamo che raggiunga presto il pubblico cinese. A maggio, è stato firmato a Mosca un Piano d’azione per la produzione cinematografica. Prevediamo l’uscita di molti nuovi film russo-cinesi nel prossimo futuro: film che promuoveranno sani principi morali e valori spirituali ed etici tradizionali, presentando al contempo resoconti veritieri di importanti eventi storici.
A tal fine, abbiamo anche lanciato una nuova iniziativa, l’Open Eurasian Film Award, una piattaforma cinematografica unica, libera da pregiudizi o intrighi politici.
Il turismo è un altro settore importante che vorrei sottolineare. I dati sono incoraggianti: entro la fine del 2024, i flussi turistici reciproci erano aumentati di 2,5 volte, raggiungendo i 2,8 milioni di persone.
Anche la cooperazione sportiva è stata produttiva. Siamo grati ai nostri partner cinesi per la loro partecipazione attiva agli eventi sportivi internazionali ospitati dalla Russia, tra cui gli innovativi Giochi del Futuro, i Giochi BRICS e molti altri.
La nazionale cinese era tra le delegazioni più numerose a queste competizioni. Crediamo fermamente che lo sport debba rimanere libero da qualsiasi politicizzazione.
Un altro ambito prioritario è la politica giovanile. Apprezziamo molto il lavoro coordinato dei principali media russi e cinesi e la nostra cooperazione tra archivi svolge un ruolo importante nella preservazione della verità storica.
È incoraggiante constatare che la cooperazione culturale e umanitaria bilaterale continui a guadagnare slancio. Questa è senza dubbio una dimensione strategica delle nostre relazioni, che contribuisce a costruire un’ampia base pubblica di amicizia, buon vicinato e comprensione reciproca.
L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), istituita congiuntamente da Cina e Russia, rappresenta un’importante piattaforma per una cooperazione regionale globale, fondamentale per garantire la pace, la stabilità e lo sviluppo nell’area eurasiatica.
La Cina detiene la presidenza di turno della SCO per il biennio 2024-2025 e la 25a riunione del Consiglio dei Capi di Stato della SCO si terrà presto a Tianjin. Come valuta il ruolo costruttivo che la SCO ha svolto per oltre due decenni nel mantenimento della pace e della stabilità regionale e nella promozione dello sviluppo e della prosperità comuni? A suo avviso, in quali ambiti gli Stati membri dovrebbero rafforzare ulteriormente gli scambi e la cooperazione?
La fondazione della SCO nel 2001 ha incarnato l’aspirazione comune di Russia, Cina e degli stati dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) di costruire fiducia, amicizia e relazioni di buon vicinato e di promuovere la pace e la stabilità nella regione.
Nel corso degli anni, la SCO ha sviluppato un solido quadro giuridico e istituzionale, creando meccanismi che consentono un’efficace cooperazione in ambito politico, di sicurezza, commerciale e di investimento, nonché negli scambi culturali e umanitari.
Da allora, la sua adesione si è ampliata fino a includere India, Pakistan, Iran e Bielorussia, mentre i paesi partner e osservatori, che rappresentano la diversità politica, economica e culturale dell’Eurasia, sono attivamente impegnati in attività congiunte.
Il fascino della SCO risiede nei suoi principi semplici ma potenti: un fermo impegno nei confronti della sua filosofia fondante, l’apertura alla cooperazione paritaria, il non confronto con terze parti e il rispetto per le caratteristiche nazionali e l’unicità di ogni nazione.
Attingendo a questi valori, la SCO contribuisce a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare, fondato sul diritto internazionale, con il ruolo centrale di coordinamento delle Nazioni Unite.
Un elemento fondamentale di questa visione globale è la creazione in Eurasia di un’architettura di sicurezza equa e indivisibile, anche attraverso uno stretto coordinamento tra gli Stati membri della SCO. Consideriamo il Partenariato Eurasiatico Maggiore, che collega le strategie di sviluppo nazionale, le iniziative di integrazione regionale e rafforza i legami tra la SCO, l’Unione Economica Eurasiatica, la CSI, l’ASEAN e altre organizzazioni internazionali, come il fondamento socio-economico di questa architettura.
Sono fiducioso che il vertice di Tianjin, insieme alla riunione della SCO Plus, segnerà una pietra miliare importante nella storia della SCO.
Sosteniamo pienamente le priorità dichiarate dalla presidenza cinese, che si concentrano sul consolidamento della SCO, sull’approfondimento della cooperazione in tutti i settori e sul rafforzamento del ruolo dell’organizzazione sulla scena globale. Attribuiamo particolare importanza all’allineamento di questo lavoro con le misure concrete adottate durante la presidenza russa del Consiglio dei Capi di Governo della SCO. Sono fiducioso che, attraverso i nostri sforzi congiunti, daremo nuovo slancio alla SCO, modernizzandola per soddisfare le esigenze del momento.
Come ha ripetutamente sottolineato il Presidente Xi Jinping, la Cina è pronta a collaborare strettamente con la Russia per rafforzare il sostegno reciproco attraverso le piattaforme multilaterali, tra cui l’ONU, la SCO e i BRICS, per salvaguardare gli interessi di sviluppo e sicurezza di entrambe le nazioni, unire il Sud del mondo e promuovere un ordine internazionale più equo e razionale. Come valuta la cooperazione tra Cina e Russia all’interno di questi quadri multilaterali?
A suo avviso, in quali ambiti Cina e Russia possono stabilire nuovi parametri di riferimento nella governance globale, in particolare per quanto riguarda settori emergenti come il cambiamento climatico, la governance dell’intelligenza artificiale e la riforma dell’architettura di sicurezza globale?
La cooperazione tra Russia e Cina in ambito multilaterale è un pilastro fondamentale delle nostre relazioni bilaterali e svolge un ruolo fondamentale negli affari globali.
I nostri scambi su questioni internazionali critiche hanno ripetutamente dimostrato che Mosca e Pechino condividono ampi interessi comuni e opinioni sorprendentemente simili su questioni fondamentali.
Siamo uniti nella nostra visione di costruire un ordine mondiale giusto e multipolare, con particolare attenzione alle nazioni della Maggioranza Globale.
Il partenariato strategico Russia-Cina funge da forza stabilizzatrice.
In quanto due potenze leader in Eurasia, non possiamo rimanere indifferenti alle sfide e alle minacce che il nostro continente e il mondo intero si trovano ad affrontare.
Questa questione è al centro del nostro dialogo politico bilaterale. Il concetto russo di creare uno spazio comune di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia è in stretta sintonia con l’Iniziativa per la Sicurezza Globale del Presidente Xi Jinping.
L’interazione tra Russia e Cina alle Nazioni Unite ha raggiunto un livello senza precedenti, riflettendo pienamente lo spirito di partenariato globale e cooperazione strategica. Entrambi i Paesi attribuiscono particolare importanza al Gruppo di Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, un meccanismo fondamentale per il consolidamento del Sud del mondo.
Tra i suoi principali risultati figura la risoluzione “Eradicazione del colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 dicembre 2024.
Russia e Cina sostengono la riforma dell’ONU affinché ripristini pienamente la sua autorità e rifletta le realtà moderne. In particolare, sosteniamo la necessità di rendere il Consiglio di Sicurezza più democratico, includendo Stati di Asia, Africa e America Latina. Qualsiasi riforma di questo tipo deve, tuttavia, essere affrontata con la massima cautela.
La stretta cooperazione tra Mosca e Pechino ha influenzato positivamente il lavoro dei principali forum economici, tra cui il G20 e l’APEC.
All’interno del G20, insieme alle nazioni che condividono gli stessi ideali, e in particolare ai membri dei BRICS, abbiamo riorientato l’agenda verso questioni di reale importanza per la maggioranza globale, rafforzato il formato includendo l’Unione Africana e approfondito le sinergie tra G20 e BRICS.
Quest’anno, i nostri amici sudafricani detengono la presidenza del G20. Grazie ai loro sforzi, contiamo di consolidare i risultati raggiunti dal Sud del mondo e di consolidarli come fondamento per la democratizzazione delle relazioni internazionali. All’interno dell’APEC, si prevede che la presidenza cinese nel 2026 darà nuovo impulso all’impegno tra Russia e Cina.
Stiamo lavorando a stretto contatto con la Cina all’interno dei BRICS per ampliare il suo ruolo di pilastro fondamentale dell’architettura globale. Insieme, promuoviamo iniziative volte ad ampliare le opportunità economiche per gli Stati membri, inclusa la creazione di piattaforme comuni per il partenariato in settori strategici. Prestiamo particolare attenzione alla mobilitazione di risorse aggiuntive per progetti infrastrutturali critici.
Siamo uniti nel rafforzare la capacità dei BRICS di affrontare le urgenti sfide globali, condividere visioni simili sulla sicurezza regionale e internazionale e assumere una posizione comune contro le sanzioni discriminatorie che ostacolano lo sviluppo socioeconomico dei nostri membri e del mondo in generale.
Insieme ai nostri partner cinesi, sosteniamo la riforma del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Siamo uniti nell’idea che un nuovo sistema finanziario debba basarsi sull’apertura e sulla vera equità, garantendo a tutti i Paesi un accesso equo e non discriminatorio ai suoi strumenti e riflettendo la reale posizione degli Stati membri nell’economia globale.
È essenziale porre fine all’uso della finanza come strumento di neocolonialismo, che va contro gli interessi della maggioranza globale.
Al contrario, cerchiamo il progresso a beneficio di tutta l’umanità.
Sono fiducioso che Russia e Cina continueranno a lavorare insieme per raggiungere questo nobile obiettivo, allineando i nostri sforzi per garantire la prosperità delle nostre grandi nazioni.
Fonte
22/08/2025
Tra Trump e Putin l’Ucraina è solo un tragico pretesto
Sono molte le ragioni per le quali il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva bisogno dell’incontro con l’omologo russo, Vladimir Putin.
In primo luogo gli Stati Uniti stanno vivendo una grave crisi di credibilità internazionale: non sono ormai la più grande potenza industriale, sono indebitati in modo devastante con il resto del mondo, vivono su una gigantesca bolla finanziaria, hanno una moneta che, svalutandosi troppo, non è più in grado di rivestire il ruolo di riserva internazionale, né tantomeno di bene rifugio. Sono minacciati sul versante dell’innovazione dalla Cina e soffrono un disavanzo commerciale insostenibile. Hanno quale unica, vera, prerogativa quella di essere la più grande potenza militare mondiale. In tali condizioni un vertice con l’altra grande potenza militare mondiale, senza intermediari, al di fuori del diritto internazionale e delle sue istituzioni, è una prova di forza enorme, finalizzata proprio a nascondere la crisi del capitalismo statunitense che, peraltro, secondo Trump è stata generata dai liberali progressisti con la globalizzazione occidentale.
La seconda ragione è più specifica. Stati Uniti e Russia possono decidere le sorti in termini monopolistici di alcuni settori vitali, a cominciare dall’energia e dalle sue gigantesche dinamiche speculative che possono esportare inflazione in giro per il mondo e dalla produzione di armi. Alla luce di ciò il vertice in Alaska è stato l’incontro tra due soggetti in grado di definire, in termini pressoché monopolistici, il prezzo del gas. La Russia è infatti il principale esportatore al mondo con circa 140 miliardi di metri cubi mentre gli Stati Uniti si piazzano al terzo posto con poco meno di 130 miliardi. Sono dunque in grado di definire praticamente da soli i prezzi sia sul mercato fisico sia in termini finanziari. Basta che si accordino e soprattutto basta che trovino un’intesa le principali società produttrici: Gazprom e Novatek per la Russia –entrambe di fatto di proprietà statale – Cheniere Energy, Venture Global Lng, Tellurian, Sempra, Freeport Lng e Dominion Energy, che hanno quasi tutte come azionisti di riferimento BlackRock, Vanguard e State Street, per gli Stati Uniti.
Putin, Trump e i tre grandi fondi citati (Big Three) possono dunque fare praticamente quello che vogliono sul prezzo del gas e l’Unione Europea, scegliendo di non trattare gas russo, ha deciso di rafforzare ancora di più questo monopolio che dunque farà, a proprio piacimento, i prezzi e le speculazioni più pesanti. Per gli europei, in primis.
Il vertice con Putin, poi, assolve a due funzioni, apparentemente in contrasto tra loro; separare la Russia dalla Cina e tenere un canale aperto con i Brics+ mentre Trump attua guerre doganali selettive. Il messaggio è chiaro: il rapporto privilegiato Trump-Putin dovrebbe obbligare la Cina di Xi Jinping ad accettare una costante triangolazione attraverso cui costruire politiche commerciali tripolari destinate a condizionare il complesso degli scambi globali e quindi a rendere obbligatoriamente digeribili i dazi statunitensi.
La quarta ragione è ancora più esplicita. Il vertice in Alaska sancisce la totale irrilevanza europea, che non può agire come soggetto unitario ma solo nelle forme delle singole e fragili realtà nazionali. In questo senso Trump pare voler parlare solo alla Germania per farne un’interlocutrice privilegiata, insieme al Regno Unito, ancora nel triangolo “armi, finanza, dollarizzazione”. Rispetto a tutto ciò, l’impressione è che l’Ucraina sia solo un tragico, ingombrante pretesto.
L’Unione Europea ha adottato nei confronti della Russia 18 pacchetti di sanzioni che mirano ad azzerare gli scambi di merci e servizi. È evidente che simili provvedimenti hanno spinto la Russia a ridefinire quasi totalmente le proprie geografie commerciali. Le sanzioni prevedono anche l’esclusione dal sistema dei pagamenti e la confisca delle riserve detenute presso le banche europee. Al tempo stesso l’Unione europea si è impegnata, senza reali contropartite, a comprare energia dagli Usa per 250 miliardi di dollari l’anno, tre volte quanto ha comprato nel 2024, e a trasferire sempre negli Stati Uniti 600 miliardi di dollari in investimenti produttivi. Non era difficile immaginare che per i russi gli europei siano quantomeno inutili e per gli americani dei subalterni. Dunque perché coinvolgerli in qualsivoglia trattativa? Inoltre Trump sa bene che il centro del capitalismo finanziario europeo è New York e che quindi dovrà difenderlo usque ad mortem a prescindere da ogni coinvolgimento nelle scelte internazionali. Per Russia e Stati Uniti l’unico interlocutore è la Cina e la partita si gioca sul piano degli equilibri di forza tra questi tre soggetti. Il vero paradosso consiste nel fatto che questo esito, scelto da Trump, è in larga parte il prodotto della globalizzazione neoliberale e della sua avidità.
Fonte
17/08/2025
Trump-Putin, summit inconcludente? No, summit in cui l’Ucraina è finita sullo sfondo
Trump e Putin sembravano molto soddisfatti, ripetevano che l’incontro era stato molto produttivo e non smettevano di farsi complimenti. Però la gran parte dei media scrive e dice che il summit di Anchorage si è concluso con un nulla di fatto e che in fondo è stato inutile se non per Putin, che così è stato riammesso nell’agone della grande politica internazionale. Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Fatto salvo il pieno diritto degli ucraini a criticare l’idea stessa di un summit convocato senza di loro per parlare di una guerra che invece si combatte in casa loro, a me pare che il giudizio sull’inconcludenza del summit sia velato dal solito problema degli europei: quello di scambiare i desideri per fatti. La ragione principale per cui, oggi, molti osservatori giudicano il summit fallito è che l’incontro Trump-Putin non ha portato a un cessate il fuoco. Questa era l’idea di Zelensky (ovvio e giusto) e dei leader europei: PRIMA il cessate il fuoco e DOPO le trattative. Il cessate il fuoco non è stato pattuito quindi il summit è fallito, questo il ragionamento.
Ma se c’era una cosa che di sicuro Putin non avrebbe mai sottoscritto, questa era il cessate il fuoco. Proviamo a metterci nei panni dei russi. Invadono l’Ucraina con quattro soldati nella convinzione che Zelensky sarebbe scappato, vedono che Zelensky non scappa e gli ucraini resistono, già nel 2022 propongono trattative che gli europei cercano in ogni modo di sabotare, subiscono una controffensiva ucraina micidiale, si riprendono, ricominciano ad avanzare, conquistano il 100% delle regioni di Donetsk e Luhansk, si prendono la parte più importante di Zaporizzjjia, controllano una parte della regione di Kherson, vedono ora l’Ucraina in grande difficoltà e dovrebbero concedere, proprio adesso, un cessate il fuoco? Perché lo chiedono gli europei che in questi tre anni hanno emesso migliaia di sanzioni economiche, rifornito con tutte le armi possibili l’Ucraina, mandato i loro consiglieri militari a lavorare contro le truppe russe e dichiarato le mille volte che mai e poi mai i rapporti con la Russia potranno essere normalizzati? Ma vi pare che tutto questo abbia un qualunque aggancio con la realtà dei fatti?
Della mancanza di realismo degli europei ho parlato già in un recente articolo dedicato al tentativo dei loro dirigenti di dettare condizioni alla viglia di un summit a cui, peraltro, non erano stati invitati. Convocato da un presidente Usa che li aveva appena umiliati con i dazi e con l’obbligo di investire centinaia di miliardi nell’industria americana. E che, prima ancora, gli aveva detto: volete aiutare l’Ucraina? Bene, comprate (COMPRATE) le armi da noi. E loro, Merz, Starmer eccetera, pensavano di dettargli la linea.
Queste considerazioni non hanno nulla a che vedere, ovviamente, con le legittime preoccupazioni degli ucraini e con la loro rabbia, dopo questi anni di sofferenze e sacrifici, nel vedere Vladimir Putin incedere su un tappeto rosso steso ai suoi piedi dai Marines della superpotenza americana. Ma la politica internazionale è questa, e il vecchio detto marxiano per cui le potenze non hanno ideali ma solo interessi è più attuale che mai. Se così non fosse non avremmo la guerra in Ucraina, le stragi di Gaza o, per fare un altro esempio, gli ucraini che aiutano i jihadisti africani purché sparino ai mercenari russi dell’ex Gruppo Wagner.
Quel che sta succedendo è che la crisi ucraina torna laddove era partita, alla sua natura di scontro tra Usa e Russia combattuto sulla terra e sulla pelle degli ucraini. Ascoltiamo bene ciò che dice Putin: a lui l’Europa, una volta che non compra più il suo gas, ha smesso di interessare. È un impiccio, anche grosso, ma non molto di più. Come ha detto durante la conferenza stampa di Anchorage: speriamo che non si mettano in mezzo. Ma il riferimento sono gli Usa e la ripresa di un “normale” rapporto tra potenze. Cosa che interessa anche a Trump che (fatto con Zelensky l’accordo sulle terre rare) non vede l’ora di sbolognare l’Ucraina agli europei per occuparsi d’altro, dal deficit federale all’ascesa della Cina.
Durante il viaggio di ritorno a Washington, Trump ha chiamato Zelensky, i vertici della Nato, della Ue e diversi capi di Governo europei. La telefonata, dicono le fonti americane, è stata “difficile”. E lunedì Zelensky sarà a Washington proprio per incontrare Trump. Allora capiremo meglio qual è stata la sostanza del summit e come Russia e Usa immaginano di risolvere il rebus che vuole Mosca soddisfatta sugli “equilibri di sicurezza in Europa” (ovvero, niente Nato in Ucraina, ridimensionamento delle forze di Kiev, controllo del Donbass e della Crimea) e l’Ucraina al riparo da ulteriori minacce e territorialmente integra (per non parlare delle riparazioni di guerra e molte altre questioni). Ma giudicare inconcludente il summit significa una cosa sola: non aver capito che, ormai, non è più (solo) di Ucraina che si parla. Con tutto ciò che questo purtroppo implica per il dolore degli ucraini.
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La narrazione dell'“isolamento” russo
In questi ultimi tre anni, Mosca è stata al centro della più vasta e fitta rete di relazioni internazionali della recente diplomazia mondiale.
Il Forum di San Pietroburgo ha registrato il record di partecipazioni e il Forum Russia-Africa ha attratto a Mosca la quasi totalità delle leadership africane.
Nei vertici BRICS+ e SCO è puntualmente arrivato ogni possibile aiuto per supportare la Russia sotto le sanzioni occidentali.
I vertici G20 si sono sistematicamente conclusi senza dichiarazioni finali o con due distinte dichiarazioni, per isolare le richieste occidentali di inserire condanne alla Russia.
L’OPEC ha scientemente sterilizzato ogni tentativo di usare il prezzo del petrolio per colpire Mosca.
Nelle ultime settimane, poi, Cina, India e Brasile, dentro i BRICS+, hanno stretto legami ancora più saldi tra loro contro tariffe e sanzioni americane ed europee, con la Russia a fungere da collante.
La scorsa settimana, l’inviato americano Witkoff è stato ricevuto a Mosca in uno spazio libero tra la visita di Stato del Sultano della Malesia e quella del presidente degli EAU.
A Trump si possono imputare tante cose, ma non di certo di avere inter *rotto l’isolamento della Russia. L’unica cosa che Trump ha interrotto è la narrazione occidentale sull’isolamento della Russia.
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La svolta nei negoziati di pace emersa dal vertice in Alaska che molti fingono di non vedere
I caccia F-35 Lightning II dell’USAF che scortano l’Ilyushin Il-96-300PU presidenziale sul quale viaggia il presidente russo Vladimir Putin di rientro in patria dopo il vertice con Donald Trump in Alaska, rappresentano pienamente, con la loro simbologia, il successo del summit tra i due presidenti.
La degna conclusione di un evento caratterizzato, come sottolineano i media russi, da una “accoglienza storica” riservata al presidente russo: dal tappeto rosso al sorvolo d’onore di un “flight” militare composto da un bombardiere B-2 Spirit e alcuni F-35 fino al trasferimento dei due presidenti a bordo della limousine presidenziale americana, “The Beast”.
Particolari che suggellano e ostentano il rilancio dell’amicizia, non solo delle relazioni, russo-americane. Un successo solo per Russia e Stati Uniti però, come avevamo previsto ieri nell’editoriale in cui a quanto pare abbiamo ipotizzato correttamente i possibili sviluppi dell’incontro.
Cooperazione a tutto campo
Pochi i dettagli emersi finora ma nelle dichiarazioni rese alla stampa (otto minuti e mezzo ha parlato Putin, meno di 4 minuti Trump) l’aspetto più rilevante è sembrato quello del rilancio delle relazioni bilaterali sul piano strategico (Artico e nucleare), economico (sanzioni e dazi) e politico.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto ieri di aspettarsi che gli USA revochino alcune sanzioni alla Russia. “Ne toglieranno qualcuna, questo è certo”, ha detto Lavrov. Ne sapremo presto di più circa questo rilancio che aveva preso il via già negli incontri in Arabia Saudita tra Marco Rubio e Sergei Lavrov e che si era concretizzato in luglio col rilancio della cooperazione spaziale.
Russi e americani tornano a cooperare a livello globale riconoscendosi come grandi potenze di pari dignità e questo certo costituisce un trionfo per Putin non solo rispetto all’isolamento in cui volevano relegare la Russia gli USA di Joe Biden, l’Europa e i loro alleati (il cosiddetto “Occidente collettivo”) ma soprattutto rispetto alla missione che il presidente russo si era dato fin dalla sua ascesa al Cremlino.
Un successo anche per Trump, che sconta lo scetticismo del mondo dei media che non lo ha mai amato e di un’Europa che ha sempre malcelato l’ostilità nei suoi confronti fin dalla campagna elettorale per le presidenziali statunitensi.
Come abbiano scritto ieri, Trump ha bisogno di rinsaldare i rapporti con Putin perché tutti i maggiori interlocutori economici e strategici degli Stati Uniti (Cina, India, BRICS+, Corea del Nord, Iran...) sono stretti alleati di Mosca. Se davvero Trump vuole passare alla storia come “il pacificatore” (con o senza il Nobel per la Pace) dovrà negoziare con loro e sarà molto più facile farlo con il supporto, invece dell’ostilità, della Russia.
Oggi, forse, gli Stati Uniti hanno più bisogno di Mosca di un rapporto bilaterale saldo e amichevole.
La questione ucraina
Certo, resta irrisolta la guerra in Ucraina, e non poteva essere altrimenti, poiché gli Stati Uniti non possono decidere per Kiev e per i suoi alleati europei, né hanno interesse a farlo dal momento che il conflitto ucraino rappresenta oggi solo un fastidioso ostacolo al pieno rilancio delle relazioni tra Mosca e Washington.
È forse per questa ragione che i due presidenti ad Anchorage hanno evitato le domande dei giornalisti, domande a cui Trump non avrebbe potuto dare risposte esaustive e Putin avrebbe potuto solo ripetere le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità.
Da più parti è stato detto che Putin non voleva rispondere alle domande dei media ma in realtà il presidente russo in passato non si è mai sottratto anche a lunghe conferenze stampa, in patria e all’estero. Semmai avrebbe potuto rispondere, come fa di solito, con lunghi e articolati monologhi, ricchi di citazioni e richiami storici che avrebbero forse messo a disagio Trump, abituato invece a fornire risposte brevi, a volte contraddittorie e spesso sopra le righe.
Se escludiamo quindi il timore di Putin per i media, la rinuncia alla conferenza stampa potrebbe essere legata al fatto che Trump non poteva presentare soluzioni senza prima essersi consultato con ucraini ed europei, ma ha poi sottolineato la volontà di Putin di giungere alla pace.
Obiettivo confermato anche dal presidente russo, che ha parlato del popolo ucraino come “fratello, anche se può sembrare strano dirlo oggi” ma ha ribadito che Mosca vuole una soluzione del conflitto che tenga conto delle cause che lo hanno scatenato, non un cessate il fuoco temporaneo.
Le ragioni sono evidenti: i russi avanzano e stanno vincendo la guerra, una tregua darebbe solo respiro a Kiev e alle sue esauste truppe. Del resto quando Mosca ha proposto 100 giorni di tregua chiedendo che gli ucraini sospendessero per quel periodo gli arruolamenti, l’invio di truppe al fronte e arrivo di armi e munizioni occidentali, la risposta di Kiev e NATO è stata del tutto negativa. Un “no” che spiega bene quali fossero i reali obiettivi, militari non politici, nascosti dietro la richiesta di cessate il fuoco.
Putin ha elogiato Trump e gli ha offerto su un piatto d’argento l’opportunità di prendere ulteriori distanze da Kiev e dal conflitto riconoscendo pubblicamente che “quando il presidente Trump dice che se fosse stato lui al comando non ci sarebbe stata nessuna guerra, sono d’accordo. Posso confermarlo”.
Già nel maggio 2023, durante un evento pubblico della CNN, Trump aveva sostenuto che Putin non avrebbe mai intrapreso l’operazione militare con lui alla Casa Bianca. “Molte cose non sarebbero accadute: né la guerra, né la costruzione di certi oleodotti. Migliaia di vite, sia russe che ucraine, sarebbero state risparmiate e città intere non sarebbero state distrutte”, ha affermato.
Putin ha anche confrontato i rapporti con le due diverse amministrazioni statunitensi: inesistenti con Biden, più “professionali e affidabili” con Trump. “Io e il presidente Trump abbiamo sviluppato un rapporto basato sulla fiducia reciproca. Questo ci dà ragione di credere che, continuando su questa strada, sia possibile arrivare a una soluzione rapida del conflitto in Ucraina”.
Trump ha apprezzato dichiarando di essere stato “molto felice di sentire” Vladimir Putin affermare che “se fossi stato presidente, questa guerra non sarebbe mai successa”.
La svolta che molti vogliono ignorare
Oggi sui media e in ambito politico molti in Europa contestano che dal sumnit non è emersa una soluzione al conflitto in Ucraina. In realtà non è mai stato questo il motivo del vertice ma in ogni caso una svolta, e pure di grande rilievo, c’è stata. Siccome però non piace né a Kiev né agli europei in molti preferiscono ignorarla.
Il presidente americano ha riferito di “una giornata fantastica e di grande successo in Alaska! L’incontro con il presidente russo Vladimir Putin è andato molto bene, così come la telefonata a tarda notte con il presidente ucraino Zelensky e vari leader europei, tra cui il molto rispettato segretario generale della NATO. È stato deciso da tutti che il modo migliore per porre fine alla terribile guerra tra Russia e Ucraina è quello di arrivare direttamente a un accordo di pace, che metterebbe fine al conflitto, e non a un semplice accordo di cessate il fuoco, che spesso non viene rispettato”, ha aggiunto.
Di fatto quindi nel faccia a faccia tra i due presidenti con i rispettivi consiglieri, Putin ha convinto Trump a non cercare di imporre un cessate il fuoco che Mosca non potrebbe mai accettare per le ragioni già citate, ma di indurre ucraini ed europei a discutere la fine delle ostilità, cioè ad accettare le condizioni di Mosca, che sono sempre le stesse da tre anni:
– riconoscimento dell’annessione alla Russia di Crimea e Lugansk (totalmente in mani russe) della regione di Donetsk (controllata dai russi al 75%) e di Zaporizhzhia e Kherson (74%);
– rinuncia da parte di Kiev ad entrare nella NATO, e ad ospitarne truppe e armi;
– rinuncia di Kiev a disporre di armi offensive;
–“denazificazione” dell’Ucraina, cioè la rimozione di “banderisti” e leggi discriminatorie per i russi e i russofoni.
Che questo approccio sia oggi condiviso dagli Stati Uniti cambia completamente l’iter del processo negoziale e mette Zelensky e gli europei con le spalle al muro: accettare le condizioni di Mosca o continuare da soli una guerra contro i russi sgradita a Washington.
“Ora tocca al Presidente Zelensky. E direi anche che i Paesi europei devono essere un poco coinvolti. Ma deciderà Zelensky”, ha affermato Donald Trump nell’intervista concessa a Fox News subito dopo il vertice con Putin in cui ha detto che “siamo vicini a un accordo, anche se al momento non ce n’è uno”.
“Con il Presidente russo – ha aggiunto Trump – ha trovato accordo sulla maggior parte dei temi, ma ci sono ancora una o due questioni su cui c’è disaccordo” rifiutandosi però di spiegare quali siano. “Non c’è affatto un accordo. L’Ucraina deve essere d’accordo. Il presidente Zelensky deve essere d’accordo”. Il messaggio di Trump per Zelensky? “Fai un accordo”, ha risposto Trump.
Un messaggio molto chiaro che si traduce nell’accogliere le condizioni di Mosca prima che il prosieguo della guerra peggiori la situazione per Kiev e degli europei che continuano a sostenerla.
Una ricetta difficile da digerire anche per gli europei: è durata più di un’ora la telefonata di Donald Trump con Zelensky estesa ai leader europei, secondo quanto ha reso noto da Parigi, precisando che hanno preso parte alla chiamata Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Karol Nawrocki, Mark Rutte e Ursula von der Leyen.
In precedenza, subito dopo la conclusione del vertice in Alaska, Zelensky aveva parlato da solo con Trump, in volo verso Washington sull’Air Force One, “per circa un’ora”. Zelensky incontrerà Trump il 18 agosto a Washington per discutere della risoluzione del conflitto in Ucraina, a seguito del summit in Alaska, come scrive lo stesso Zelensky su X, confermando che Trump lo ha informato dei “punti principali” dei colloqui con il presidente russo in Alaska.
Le reazioni in Europa sono improntate a far buon viso a cattivo gioco ma è chiaro che se Trump sostiene le condizioni poste da Mosca per cessare le ostilità la partita è definitivamente perduta sul piano politico oltre che sul campo di battaglia.
Quasi tutti i governi europei guardano con interesse alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina di cui ha parlato Trump senza prendere impegni, ma si tratta più di un tentativo dei leader europei di trovare un buon appiglio per sottrarsi al rischio di finire tra gli sconfitti in questa guerra più che fiducia nelle garanzie di Trump a Kiev.
Gli accordi che garantiscono agli Stati Uniti il controllo delle risorse minerarie e delle infrastrutture ucraine (nei territori che resteranno sotto il controllo di Kiev) costituiscono forse l’unica garanzia credibile circa il futuro ruolo di Washington.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato in un post su X che solide garanzie di sicurezza per Kiev e l’Europa sono “essenziali” in qualsiasi accordo di pace per porre fine alla guerra in Ucraina. “L’UE sta lavorando a stretto contatto con Zelensky e gli Stati Uniti per raggiungere una pace giusta e duratura. Sono essenziali solide garanzie di sicurezza che proteggano gli interessi vitali di sicurezza ucraini ed europei”, ha scritto von der Leyen.
Come le accade spesso, l’alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, ha rilasciato una dichiarazione avulsa dalla realtà. “Mosca non porrà fine alla guerra finché non si renderà conto che non può continuare”. Non si è accorta che il tempo lavora a favore di Mosca, orma in asse con Washington, e contro gli interessi di Kiev e UE.
Sono le forze ucraine a essere vicine al collasso senza che l’Europa voglia o possa militarmente impedirlo: la pace è nell’interesse degli ucraini perché continuare la guerra in queste condizioni significherebbe perdere inutilmente vite e ulteriore territorio.
Il ministro degli Esteri norvegese Barth Eide finge che nulla sia cambiato e ha dichiarato alla stampa che la posizione resta invariata dopo il summit in Alaska. “È fondamentale mantenere la pressione sulla Russia, per mostrare chiaramente che l’aggressione ha un costo”.
I baltici ovviamente sono tra i più preoccupati dal successo del summit Trump-Putin. Il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, ha dichiarato che “poiché la Russia mostra riluttanza a fermare la guerra in Ucraina, è necessaria maggiore pressione, incluse sanzioni internazionali più severe. L’uccisione di civili innocenti deve cessare prima di negoziare un accordo di pace! Insieme agli alleati europei, la Lituania continuerà a sostenere gli sforzi del Presidente Zelensky con tutti i mezzi possibili”.
Un’Europa frustrata guidata da una classe dirigente inetta, esclusa dal tavolo dei grandi proprio perché prona a Washington durante l’Amministrazione Biden nel sostenere un confronto con la Russia risultato disastroso per tutti gli europei sul piano militare ed economico.
Anche Zelensky paga il prezzo di aver obbedito agli anglo-americani sacrificando l’Ucraina quando a fine marzo 2022 rifiutò l’accordo di pace messo a punto a Istanbul e che prevedeva solo la piena autonomia delle due regioni del Donbass.
Certo nessuna farà mea culpa né “autocritica costruttiva” ma in molti in Europa temono oggi di giocarsi la poltrona in seguito alla pace in Ucraina alle condizioni della Russia. Del resto posti al sole per servi e vassalli non ne sono previsti.
“Non è stata neanche sollevata, durante il vertice in Alaska, la possibilità di un incontro fra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymir Zelensky”, ha riferito il Consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov.
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