Sarà un caso, ma ogni volta che il lavoro diplomatico per arrivare ad una pace sembra fare un passo avanti “succede” qualcosa che prova a rimandarlo indietro.
Ieri il “fatto” è stato decisamente grosso: 91 droni a lungo raggio ucraini hanno provato a raggiungere la residenza di Putin sul lago Valdai, nella regione di Novgorod, venendo comunque tutti abbattuti prima di arrivare sul bersaglio. Non è chiaro se tutti oppure solo una parte stessero puntando sulla villa presidenziale, ma non è ovviamente questo il problema centrale: l’Ucraina ha provato a colpire direttamente il presidente russo.
È seguita come al solito la smentita di Zelenskij, che l’ha definita la “classica menzogna russa”, ma era avvenuto lo stesso per ogni attentato compiuto contro figure più o meno importanti dell’establishment russo, dalla figlia di Dugin a diversi generali, poi rivendicati a mezza bocca o trionfalmente.
Sulla realtà o meno dell’attacco non c’è molto da discutere. Nella guerra contemporanea ogni oggetto che vola è tracciato contemporaneamente da entrambi i fronti grazie ai satelliti statunitensi, russi, inglesi, francesi, cinesi, ecc. Ergo, le smentite servono a fare un titolo di giornale pro o contro uno dei due contendenti, ma non possono trarre in inganno i vertici degli schieramenti in campo.
Se l’accusa di Mosca fosse davvero una menzogna, insomma, ogni rapporto con gli Stati Uniti sarebbe troncato immediatamente e invece Trump – che fra l’altro stava ricevendo il genocida Netanyahu definendolo “eroe” – ha fatto chiaramente capire di essere molto incazzato con gli ucraini: “L’ho saputo da Putin, ero molto arrabbiato. È un momento delicato. Una cosa è attaccare, perché loro attaccano. Un’altra cosa è attaccare la sua casa”.
Difficile che abbia parlato solo sulla base della telefonata col presidente russo... In fondo il presidente Usa è accompagnato giorno e notte da frotte di militari e capi-spioni pronti a fargli avere rapporti precisi su ogni cosa importante da sapere.
Quindi possiamo anche noi capire che l’attacco è sicuramente stato tentato – indipendentemente dal fatto che Putin fosse in quel momento presente o meno nella villa – e che questo complica maledettamente il percorso per arrivare ad una pace.
Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, professionista noto per misurare le parole, ha infatti annunciato che ciò comporterà una rappresaglia da parte di Mosca, oltre a pesare sulla posizione del Cremlino nei colloqui in corso. “Grazie” all’attacco “la posizione negoziale della Russia sarà riconsiderata”, ma non si ritirerà dai negoziati in corso con Washington. Tutti hanno immediatamente capito che le proposte russe al tavolo saranno meno “trattabili” e molto più sfavorevoli per Kiev.
La domanda è semplice: perché gli ucraini hanno lanciato questo attacco nelle stesse ore in cui Zelenskij stava discutendo con Trump del “piano” per arrivare alla fine della guerra?
La risposta non può che essere ipotetica, certo, ma fondata su precedenti solidi. L’unica incertezza è se Zelenskij abbia dato lui stesso l’ordine oppure, nella guerra tra bande che sta avvenendo in questo momento a Kiev tra gruppi di nazisti e corrotti (le due “qualità” convivono tranquillamente nelle stesse persone), qualcuno abbia voluto mettere a sua insaputa un tronco inaggirabile sul binario delle trattative, trattenendo anche lui da “cedimenti eccessivi”.
Le dichiarazioni rilasciate dall’ex attore in queste ore, però, fanno cadere questa seconda possibilità: ha ribadito infatti di “non voler parlare con Putin perché è il nemico”, di “non avere alcuna fiducia” nel presidente russo e di volere per questo garanzie che, una volta finita la guerra, “non tornerà ad attaccare” il suo Paese. E certo nessuno a Mosca ha dimenticato che pochi giorni fa aveva persino auspicato, in un discorso pubblico, la sua morte.
È dall’inizio della guerra che Kiev risponde alla lenta avanzata russa con “colpi ad effetto” che non cambiano minimamente l’equazione militare del conflitto ma appaiono contemporaneamente come mosse propagandistiche per far vedere alle capitali euro-atlantiche che si sta colpendo efficacemente e “provocazioni” che sollecitano una risposta russa “sproporzionata”. Tale insomma da far intervenire qualche membro della Nato – e gli Stati Uniti in primo luogo – direttamente nella guerra.
In questa “strategia”, però, non si può immaginare un punto più alto dell’attacco diretto a Putin, quindi l’ultima mossa possibile, quella della disperazione. A Mosca, presumibilmente, staranno perciò ragionando sulla “misura” della risposta, delineandone una sufficientemente ruvida da sconsigliare secondi tentativi ma non tale da interrompere definitivamente l’incerto percorso verso la pace.
C’è della follia semilucida nella strategia ucraina, che sembra copiare quella israeliana (verso cui “stranamente” fuggono quanti devono salvarsi dalle inchieste sulla corruzione) all’interno di rapporti di forza però completamente rovesciati.
Anche Israele ha rotto una regola non scritta quando ha cercato di annientare, a Doha, la delegazione di Hamas inviata per le trattative con Tel Aviv. E da sempre Israele usa gli attentati mirati per eliminare le figure apicali degli innumerevoli nemici che si è andata procurando nel tempo (palestinesi, Hezbollah, Iran, siriani, ecc.).
Ma Israele è una potenza nucleare, per quanto piccola, e ben tutelata dall’imperialismo statunitense. E si misura o con nemici pressoché disarmati come i palestinesi, o con avversari in crescita ma ancora sotto la soglia della parità strategica (nucleare, appunto).
I nazisti di Kiev sono nella situazione opposta. E quindi tutti i loro sforzi appaiono mirati a stimolare interventi “alleati” in grado di compensare questa evidente minorità.
Ma vale anche una considerazione leggermente più sottile: sono alcuni degli “alleati” a stimolare questa strategia per avere la possibilità (la legittimità fornita dal consenso politico interno) di intervenire. E qui diventa chiaro che con l’amministrazione Trump il gioco è un po’ cambiato, con gli Usa che provano a sfilarsi – per andare a rompere le scatole da altre parti, come si vede in America Latina – e i “volenterosi” europei che cercano ancora di “trattenerli” nel conflitto, anche a costo di scatenare reazioni incontrollabili.
L’ombra di Boris Johnson che corre a Kiev per stracciare l’accordo raggiunto con i russi a Istanbul, nel 2022, aleggia ancora sul disgraziato popolo ucraino. Centinaia di migliaia di morti dopo, sta ancora lì. E pretende altri sacrifici.
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